Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
17a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [26 luglio 2026]
Prima Lettura dal primo libro dei Re (3, 5.7-12)
Questo brano del primo libro dei Re racconta la prima grande celebrazione del regno di Salomone, successore di Davide sul trono di Gerusalemme. Dopo l’incoronazione, Salomone si reca al santuario di Gabaon per offrire un grande sacrificio e lì pronuncia una preghiera che diventerà un modello per tutto Israele.
Tuttavia, il contesto storico mostra che Salomone non era un uomo perfetto. La sua ascesa al trono fu segnata da lotte dinastiche, intrighi politici e violenze. Pur essendo uno dei figli più giovani di Davide, riuscì a ottenere il potere grazie alle rivalità tra i fratelli maggiori e all’intervento decisivo di sua madre Betsabea. Dopo l’incoronazione eliminò rapidamente gli oppositori. Perciò la sua celebre sapienza non era una qualità innata, ma un dono ricevuto da Dio. La vera sapienza appare così come il bene più prezioso. Giunto al potere, Salomone comprese la difficoltà di governare. Questa consapevolezza rappresenta il primo segno della sua saggezza. Egli riconobbe che il bene più prezioso non è la ricchezza o il potere, ma la sapienza, e che viene solo da Dio. Nella sua preghiera si presenta con umiltà: Sono un giovane inesperto; dona al tuo servo un cuore attento per governare il tuo popolo e distinguere il bene dal male. La sua richiesta ricorda il tesoro nascosto e la perla preziosa di cui parlerà Gesù nel Vangelo (Mt 13,44-46): la sapienza vale più di ogni altro bene. Ecco un insegnamento per tutti coloro che governano. La seconda lezione riguarda non solo i re, ma chiunque eserciti un’autorità. Salomone non chiede vantaggi personali, lunga vita, ricchezze o vittoria sui nemici. Chiede soltanto ciò che è necessario per servire il popolo affidatogli. In questo dimostra di aver compreso l’ideale della monarchia d’Israele: il sovrano non deve cercare il proprio interesse, ma il bene e la sicurezza del popolo. I profeti, a partire da Natan, ricordarono costantemente questa missione ai re d’Israele. La risposta di Dio è generosa: apprezza il disinteresse della richiesta e risponde concedendo a Salomone un cuore saggio e intelligente, superiore a quello di tutti gli altri re; dandogli la capacità di discernere e governare con giustizia; inoltre concedendogli ciò che non aveva chiesto: ricchezza, gloria e prestigio. Questo rivela la generosità di Dio: chi cerca anzitutto la sua volontà riceve anche altri doni in aggiunta. Il tema richiama l’insegnamento di Gesù: «Cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Mt 6,33).
Salmo responsoriale (118/119)
Nella prima Lettura Salomone, all’inizio del suo regno, aveva capito la cosa essenziale: la vera sapienza è il tesoro più prezioso e non può venire che da Dio.
Lo stesso continua nel salmo: La legge della tua bocca per me è più preziosa di migliaia d’oro e d’argento. E il salmista aggiunge: “Come sono stupendi i tuoi comandamenti, perciò io li osservo!”. Per il credente la fedeltà ai comandamenti è dolcezza, non peso. Questo salmo è una litania d’amore per la Legge; i versetti di oggi sono solo una strofetta di un salmo lunghissimo: 176 versetti = 22 strofe da 8 versetti ciascuna. Perché 22 strofe? Perché nell’alfabeto ebraico ci sono 22 lettere. Ogni strofa è un “acrostico”: tutti gli 8 versetti iniziano con la stessa lettera, e le strofe seguono l’ordine alfabetico da Alef a Tav. Non è virtuosismo letterario. È una vera professione di fede: un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che sono i comandamenti. Più che “salmo”, è una litania in onore della Legge. Ci suona strano, ma è così. Nella Bibbia amare la Legge è amare il dono del Padre per questo il credente biblico ama davvero la Legge. I comandamenti non sono subiti come dominio di Dio su di noi, ma come consigli, gli unici consigli validi per vivere felici. Quando l’uomo biblico lo dice, lo pensa con tutto il cuore. E la Legge non è subita come dominio, è accolta come regalo che Dio fa al suo popolo per metterlo in guardia da tutte le false strade. Si dice che Dio “dona” la sua Legge ed è proprio considerata un “dono”. Dio non si è limitato a liberare Israele dalla schiavitù d’Egitto. Dando la sua Legge, Dio ha dato in qualche modo il “manuale d’uso” della libertà. La Torah è espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Se Dio è Amore, la sua Legge porta all’amore. Non si è aspettato il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che la Legge ha un solo scopo: condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore fraterno dal Deuteronomio (Dt 6,4), al Levitico (Lv 19,18). Il famoso rabbino Hillel, vissuto dal 70 a.C. al 10 d.C., diceva: “Quello che detesti per te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, il resto è spiegazione. Va’ e studia”. Diceva anche: “Non giudicare il prossimo finché non sei al suo posto”. Gesù è sulla stessa linea: i due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo sono il riassunto di tutta la Legge. E la Regola d’oro la riprende così: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” Mt 7,12. Infine, questo salmo somiglia a una litania: dopo i primi 3 versetti che affermano la felicità dei fedeli alla Legge, i restanti 173 versetti si rivolgono direttamente a Dio, ora in tono contemplativo ora supplice: Apri i miei occhi perché io veda le meraviglie della tua Legge (v.18) e la litania continua ripetendo quasi sempre le stesse formule. In ebraico, in tutte le strofe tornano 8 parole sempre uguali per descrivere la Legge: Legge, Parola, Precetti, Statuti, Comandamenti, Giudizi, Promesse, Vie. Solo gli innamorati si ripetono così senza stancarsi. E anche il numero 8 non è casuale: nella Bibbia è il numero della nuova creazione. La prima Creazione Dio l’ha fatta in 7 giorni, quindi l’ottavo giorno sarà quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e terra nuova”. Questa potrà sorgere finalmente quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, perché è la stessa cosa.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8,28-30)
Da settimane leggiamo il capitolo ottavo della lettera ai Romani: Paolo contempla tutta la storia umana come una lunga marcia verso un futuro magnifico. Un giorno saremo simili a Gesù Cristo, a sua immagine, e saremo una cosa sola in Lui. Ecco il progetto di Dio: “quelli che ama, Dio li chiama secondo il suo progetto” Rm 8,28, con il miglior commento: “Dio vi ha scelti fin dall’inizio per la salvezza, per mezzo dello Spirito che santifica e della fede nella verità. A questo infatti vi ha chiamati per mezzo del nostro Vangelo, per farvi ottenere la gloria del Signore nostro Gesù Cristo” (2Ts 2,13-14). Il progetto che sbocca nell’unione a Cristo, è l’opera dello Spirito, grazie alla nostra partecipazione libera. Paolo dice ancora più semplice: “Dio vi chiama al suo Regno e alla sua gloria” (1Ts 2,12.) Siamo in cammino verso la trasformazione di tutto il nostro essere, un “plasmaggio” che ci modellerà a immagine di Cristo. Più sopra Paolo aveva paragonato questa trasformazione a una nascita: “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22). Qui è l’immagine dell’ingresso in una grande famiglia: Dio ci ha “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” Rm 8,29. Poco prima ci aveva chiamati “figli di Dio” e aveva continuato: “Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm 8,17. Alla proposta di Dio di partecipare al grande progetto, noi rispondiamo con la fede, la fiducia. Si dice spesso: “L’uomo propone, Dio dispone”, ma qui Paolo dice l’inverso: “Dio propone, l’uomo dispone”. Dio non ci impone il suo progetto, ce lo propone. Fin dalle origini della Rivelazione sentiamo Dio chiamare l’uomo e proporgli la sua Alleanza, come se Dio ripetesse instancabile: “Amami, fidati di me, perché io ti amo”. E questo progetto di Dio è sospeso alla nostra libertà. Nel brano di oggi la libertà di aderire o no è detta così: “D’altronde, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per quelli che sono stati chiamati secondo il suo disegno”( Rm 8,2. Il verbo “amare” indica la risposta libera dell’uomo alla proposta di Dio. Non è sentimento, è slancio, è l’adesione della “fede”. Ma restiamo liberi di non amare Dio. Nel vocabolario di Paolo, noi tutti siamo “conosciuti, chiamati, giustificati, introdotti nella sua gloria”, a condizione di accettarlo. E descrive l’itinerario di chi vuole entrare in questo piano di salvezza. Per primo Dio ha mandato il Figlio (Col 1,18). Così chi risponde all’amore di Dio assomiglia a quel Figlio che ha realizzato la volontà di salvezza del Padre: Predestinati, chiamati, giustificati, glorificati, cioè messi in perfetta armonia con Dio, resi partecipi della sua natura divina, già accolti nella sua gloria. Non stupisce che Paolo concluda subito dopo: “Che dire di più?” Rm 8,31.
Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)
In questo brano del Vangelo di Matteo, Gesù presenta quattro brevi parabole per spiegare il significato del Regno dei Cieli: il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete gettata in mare e il padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Il tesoro e la perla: il valore assoluto del Regno. Le prime due parabole hanno lo stesso messaggio: un uomo scopre un tesoro nascosto in un campo; un mercante trova una perla di valore eccezionale. In entrambi i casi, i protagonisti vendono tutto ciò che possiedono per ottenere quel bene unico. La rinuncia non è vissuta come una perdita, ma come una gioia, perché il valore del tesoro supera infinitamente quello di tutto il resto. Gesù insegna che il Regno di Dio è il bene più grande che esista. Chi lo scopre comprende che vale più di qualsiasi ricchezza, sicurezza o successo terreno. La rete e il giudizio finale. La terza parabola descrive una pesca abbondante. Una volta tirata a riva la rete, i pescatori separano il pesce buono da quello cattivo. Gesù applica questa immagine al giudizio finale: alla fine dei tempi vi sarà un discernimento definitivo tra ciò che appartiene al Regno e ciò che gli si oppone. Come nella parabola del grano e della zizzania, però, non si tratta semplicemente di dividere gli uomini in due categorie rigide. Il bene e il male attraversano il cuore di ogni persona. La parabola richiama la serietà delle scelte umane: non si può servire contemporaneamente Dio e altri “padroni”. Per questo Gesù invita continuamente alla conversione: Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino. Lo stesso insegnamento appare nell’incontro con il giovane ricco: chiamato a lasciare tutto per seguire Cristo e ottenere un tesoro nei cieli, egli non riesce a rinunciare alle sue sicurezze e se ne va triste. Queste parabole mostrano che la sequela di Cristo richiede decisioni concrete. Non esistono mezze misure: ogni scelta deve essere valutata alla luce del Regno di Dio. Accogliere il Regno significa essere disposti a lasciare ciò che impedisce di aderire pienamente alla volontà di Dio, proprio come chi vende tutto per acquistare il tesoro o la perla, tesoro antico e nuovo. Dopo aver chiesto ai discepoli se hanno compreso il suo insegnamento, Gesù aggiunge una quarta parabola: Ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Gli scribi conoscevano profondamente le Scritture dell’Antico Testamento. Tuttavia, per accogliere il Regno annunciato da Gesù, dovevano aprirsi alla novità della sua rivelazione senza perdere il patrimonio ricevuto. Il vero discepolo custodisce insieme: il tesoro dell’Antica Alleanza; a novità portata da Gesù Cristo. Per questo Gesù afferma: Non sono venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento». Antico e Nuovo Testamento non si oppongono: il primo prepara e annuncia, il secondo realizza e porta a pienezza. Conoscere entrambi costituisce il vero tesoro della fede cristiana. La vita di Paolo di Tarso rappresenta una sintesi vivente di queste parabole. Dopo aver goduto di prestigio come ebreo e fariseo, egli considera tutto una perdita rispetto alla conoscenza di Cristo. Nella lettera ai Filippesi afferma che ogni privilegio umano impallidisce di fronte al dono di Cristo, per il quale ha accettato di perdere tutto. In definitiva, le quattro parabole convergono in un unico insegnamento: il Regno di Dio è il tesoro supremo; vale la pena rinunciare a tutto per ottenerlo; le nostre scelte hanno conseguenze decisive; il discepolo deve accogliere sia la ricchezza dell’Antica Alleanza sia la novità di Cristo; la vera sapienza consiste nel riconoscere che nulla ha più valore della comunione con Dio. La “corsa al tesoro” di cui parla Gesù non è la ricerca di beni materiali, ma la scoperta del Regno, una ricchezza così grande da rendere secondario tutto il resto.
+Giovanni D’Ercole
(Mt 20,20-28)
L’Impero soggiogava il bacino mediterraneo con la forza delle Legioni.
Attraverso una vasta base di schiavi e tributi, esso concentrava titoli e ricchezze in mano a piccole cerchie - con abuso di potere e coercizioni.
Il nuovo Regno dev’essere germe di società alternativa.
Il perno sarà riappropriarsi di una sorta di sintesi della vita di Gesù per farla propria, come espressa nel v.28.
Sono qui enunciati tre titoli che hanno dato inizio alla Cristologia:
«Figlio dell’uomo» è Colui che ha manifestato l’uomo nella condizione divina: pienezza di umanità che riflette e rivela la stessa vita intima di Dio.
Figura di una “santità” accessibile e trasmissibile, tutta incarnata - perfino sommaria.
Figlio dell’uomo è infatti lo sviluppo autentico e pieno della persona secondo il Sogno attivo del Padre, che spazza via il «Giogo» ossessivo della Religione comune - dilatando la vita (e i confini dell’ego).
Nell’adesione al «Figlio dell’uomo» siamo introdotti come protagonisti nella storia della salvezza.
Collaboratori nell’apice della Creazione - ossia nel processo dell’amore. E veniamo distaccati dal pre-umano delle competizioni [condizione belluina per brama di supremazie].
«Servo» di Yahweh: Giusto che patisce pene d’Amore, per farci salvi - icona della forza dimessa e sapiente del Padre che attraverso i figli si esprime non come vincitore, ma al pari di agnello mansueto.
Icona sacrificale - nel senso antico di «sacrum facere», rendere Sacro - per risollevare un popolo incapace di andare a Dio attraverso i fratelli.
Nel giudaismo la ‘morte del giusto’ - persino nella dimensione giuridica della Torah - era pari a un riscatto, già inteso come riparazione-espiazione per la moltitudine (v.28) dei colpevoli (cf. Is 53,11-12).
In Cristo svanisce il meccanismo vicario: il Padre invia il Figlio non come vittima esterna o propiziatoria, necessaria e predestinata, bensì per farci riflettere, primo passo della umanizzazione.
Così recuperando la dimensione di consapevolezza e Comunione [ossia convivialità delle differenze].
Quindi: unico titolo di “preminenza” resta quello di «Go’el»: farsi (ciascuno) «Parente prossimo» che si accolla ogni debito per il riscatto altrui, per il ripristino in dignità personale - e totale possesso di sé.
Piena fraternità con la donna e l’uomo di ogni condizione: dovrebbe essere il programma crescente dell’apostolo.
Malgrado la sproporzione, solo questo rivolgimento di Volto sta al centro della storia e non abbassa Dio al livello del banale ‘dominio’.
Capovolgimento e Libertà che si fa programma permanente di solidarietà fattiva, e stimola il fervore.
Principio determinante del nuovo Regno, dove non si rincorrono ambizioni.
Piuttosto, si condivide la sorte del Maestro, ossia «bere il medesimo Calice» (vv.22-23) e il destino di realizzazione altrui; anche paradossale.
In Cristo, il popolo della Chiesa-Famiglia procede verso Gerusalemme, senza meriti né funzioni che accampino un diritto - ma con le chiavi della ‘vita’.
È così che ci si trova concretamente «a destra e sinistra» (vv.21.23) del regale Crocifisso - e nell’Unione mistica col Risorto piagato.
Salendo assieme.
[S. Giacomo Apostolo, 25 luglio]
L’anti-ambizione o la prima fila nel modello dei satrapi
(Mt 20,20-28)
In via non ufficiale, Pio VII ci provò a sollevare il triregno (stile neoclassico, inusuale) regalato da Napoleone, ma i suoi paggi quasi non riuscivano a tirarlo su... per il peso.
Figuriamoci sopportare in testa 8 chili e 200 grammi! Provò tuttavia anche a infilarselo, mentre ovviamente qualcuno lo sosteneva anche di lato [immagina se fosse caduto sulle pantofole rosse].
Ma risultava pure troppo stretto: impossibile ficcarci la testa!
Per dispetto, Bonaparte novello imperatore glielo aveva fatto confezionare in modo che nessun Papa potesse mai fregiarsene; e così fu, l’ironico pezzo da museo.
La formula d’imposizione era: «Ricevi la Tiara ornata di tre corone, e sappi che Tu sei Padre dei Principi e dei Re, Reggitore del mondo, Vicario in terra del Salvatore Nostro Gesù Cristo, cui è onore e gloria nei secoli dei secoli». Amen.
Mentre tra sinfonie e cori qualcuno attendeva proprio il momento della tiara per lagrimare un poco sugli antichi fasti, alla celebrazione della riapertura del Concilio - dopo l’incoronazione - Paolo VI depose definitivamente il triregno sull’altare papale.
Se lo tolse con soddisfazione, non perché fosse poco confortevole (aveva sul capo ben 4 chili e mezzo): in seguito fece anche altri gesti d’inattesa rinuncia con pretese a farsi ossequiare.
Dopo di lui nessun Papa ebbe il coraggio di adornarsene.
Occasione ghiotta: imperdibile per chi aveva vasta esperienza degli ambienti curiali e diplomatici.
Con in pugno le chiavi del Cielo, le briglie della terra e il comando del Purgatorio [le tre corone], il pontefice decise di far salire diverse vampe da sottoterra - per surriscaldare gli strapuntini di qualche carrierista da strascico, abituato a dirigere le anime stando sopra un qualsiasi purchessia tronetto.
Papa Francesco parla esplicitamente del clericalismo come radice di tutti i mali morali della Chiesa [se non ci capita la grazia del principato, non sarebbe male aspirare almeno ai ruoli di coloro che stanno a fianco dei capi: v.21].
Al pari dell’ambizione dei figli di Zebedeo, fra noi è tutto uno sgomitare per un posto al sole - gravissima e radicale carenza, incapace di qualsiasi attività di profezia critica.
Un falso concetto del Regno: per questo l’aereo è spesso fuori rotta, e ciò non depone a favore dei dirigenti ambiziosi, sempre stranamente in gara.
(Mai ridimensionarsi e lasciare che fedeli o confratelli ci considerino degli idioti che non “mietono” e quindi non sanno stare al mondo).
Ufficialmente uniti all’Offerta del Figlio Servitore, di fatto non tutti credono che nella debolezza del credente risalti la Potenza divina e l’autentica Stima che edifica la trama del presente e lancia il futuro.
Altro che sognatori dell’isola che non c’è: a moltissimi sembra più dignitoso presumere di sé.
Meglio pensare che la Croce gloriosa del Cristo sia una parentesi momentanea e tutta unicamente sua, frutto d’un piano prestabilito o di un destino cieco, affinché l’umiliazione del farsi piccoli non ci tocchi.
Dietro le buone maniere, ecco serpeggiare pessime abitudini - e la bramosia, che attraverso privilegi fissi guida le chiese alla perdita di senso e coesione.
Con strascico di vitalizi [prebende e titoli a vita, senza possibilità di ricambio ministeriale, né controlli e riassetto].
Chi mira alla visibilità e ai tronetti non ha alcun interesse reale per le persone, salvo per la sua élite di cooptati.
Pensa calcolando e agisce secondo vanità: mostrando il proprio rango “spirituale”, con artificioso senso dell’onore, e preminenze, arroganza, tornaconto di giro.
Figuriamoci la qualità imperscrutabile di proposte pastorali private della convinzione di un’altra Attesa, illuminante. Talora allestite per un maggior brillare esterno, e autocompiacersi; promuovere numeri, mostrarsi in vetrina, e passerelle.
L’Impero soggiogava il bacino mediterraneo con la forza delle Legioni. Attraverso una vasta base di schiavi e tributi, esso concentrava titoli e ricchezze in mano a piccole cerchie - con abuso di potere e coercizioni.
Il nuovo Regno dev’essere germe di società alternativa.
E quando l’archetipo della Chiesa piramidale salterà, vittima delle sue contraddizioni interne, dovremo essere pronti a porgere alle persone un modello di convivenza che non si disintegri più [coi suoi stessi boomerang].
Il perno sarà riappropriarsi di una sorta di sintesi della vita di Gesù per farla propria, come espressa nel v.28.
Sono qui enunciati tre titoli che hanno dato inizio alla Cristologia:
«Figlio dell’uomo» è Colui che ha manifestato l’uomo nella condizione divina: pienezza di umanità che riflette e rivela la stessa vita intima di Dio.
Figura di una “santità” accessibile e trasmissibile, tutta incarnata - perfino sommaria.
Figlio dell’uomo è infatti lo sviluppo autentico e pieno della persona secondo il Sogno attivo del Padre, che spazza via il «Giogo» ossessivo della Religione comune - dilatando la vita (e i confini dell’ego).
Nell’adesione al «Figlio dell’uomo» siamo introdotti come protagonisti nella storia della salvezza.
Collaboratori nell’apice della Creazione - ossia nel processo dell’amore. E veniamo distaccati dal pre-umano delle competizioni [condizione belluina per brama di supremazie].
«Servo» di Yahweh: Giusto che patisce pene d’Amore, per farci salvi - icona della forza dimessa e sapiente del Padre che attraverso i figli si palesa non come vincitore, ma al pari di agnello mansueto.
Icona sacrificale - nel senso antico di «sacrum facere», rendere Sacro - per risollevare un popolo incapace di andare a Dio attraverso i fratelli.
Nel giudaismo la morte del giusto - persino nella dimensione giuridica della Torah - era pari a un riscatto, già inteso come riparazione-espiazione per la moltitudine (v.28) dei colpevoli (cf. Is 53,11-12).
In Cristo svanisce il meccanismo vicario: il Padre invia il Figlio non come vittima esterna o propiziatoria, necessaria e predestinata, bensì per farci riflettere, primo passo della umanizzazione.
Così recuperando la dimensione di consapevolezza e Comunione [ossia convivialità delle differenze].
Quindi: unico titolo di “preminenza” resta quello di «Go’el»: farsi (ciascuno) «Parente prossimo» che si accolla ogni debito per il riscatto altrui, per il ripristino in dignità personale e totale possesso di sé.
Piena fraternità con la donna e l’uomo di ogni condizione dovrebbe essere il programma crescente dell’apostolo.
Insolito strumento di “eccellenza“ o “eminenza” - eppure francamente sapienziale, secondo natura:
Anche il Tao Tê Ching (LII) afferma: «Illuminazione, è vedere il piccolo; forza, è attenersi alla mollezza».
Malgrado la sproporzione, solo questo rivolgimento di Volto sta al centro della storia e non abbassa Dio al livello del banale dominio.
Capovolgimento e Libertà che si fa programma permanente di solidarietà fattiva, e stimola il fervore.
Principio determinante del nuovo Regno, dove non si rincorrono ambizioni.
Piuttosto, si condivide la sorte del Maestro, ossia «bere il medesimo Calice» (vv.22-23) e il destino di realizzazione altrui, anche paradossale.
In Cristo, il popolo della Chiesa-Famiglia procede verso Gerusalemme, senza meriti né funzioni che accampino un diritto - ma con le chiavi della vita.
È così che ci si trova concretamente «a destra e sinistra» (vv.21.23) del regale Crocifisso - e nell’Unione mistica col Risorto piagato.
Salendo assieme.
Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire. Dallo sfondo del terzo annuncio della passione, morte e risurrezione del Figlio dell’uomo, si stacca con stridente contrasto la scena dei due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che inseguono ancora sogni di gloria accanto a Gesù. Essi gli chiesero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?» (v. 38). L’allusione è chiarissima: il calice è quello della passione, che Gesù accetta per attuare la volontà del Padre. Il servizio a Dio e ai fratelli, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano del potere e della gloria.
Giacomo e Giovanni con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che - secondo il Maestro - deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni. E la logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche «gli altri dieci» apostoli che «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (v. 41). Si indignano, perché non è facile entrare nella logica del Vangelo e lasciare quella del potere e della gloria. San Giovanni Crisostomo afferma che tutti gli apostoli erano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro (cfr Commento a Matteo, 65, 4: PG 58, 622). E commentando i passi paralleli nel Vangelo secondo Luca, san Cirillo di Alessandria aggiunge: «I discepoli erano caduti nella debolezza umana e stavano discutendo l’un l’altro su chi fosse il capo e superiore agli altri … Questo è accaduto e ci è stato raccontato per il nostro vantaggio… Quanto è accaduto ai santi Apostoli può rivelarsi per noi un incentivo all’umiltà» (Commento a Luca, 12, 5, 24: PG 72, 912). Questo episodio dà modo a Gesù di rivolgersi a tutti i discepoli e «chiamarli a sé», quasi per stringerli a sé, a formare come un corpo unico e indivisibile con Lui e indicare qual è la strada per giungere alla vera gloria, quella di Dio: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,42-44).
Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c’è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne.
[Papa Benedetto, allocuzione al Concistoro 18 febbraio 2012]
San Giacomo!
Sono qui, nuovamente, presso il tuo sepolcro
al quale mi avvicino oggi,
pellegrino da tutte le strade del mondo,
per onorare la tua memoria ed implorare la tua protezione.
Giungo dalla Roma luminosa e perenne,
fino a te che ti sei fatto pellegrino sulle orme di Cristo
ed hai portato il suo nome e la sua voce
fino a questo confine dell’universo.
Vengo dai luoghi di Pietro
e, quale suo successore, porto a te
che sei con lui colonna della Chiesa,
l’abbraccio fraterno che viene dai secoli
ed il canto che risuona fermo ed apostolico nella cattolicità.
Viene con me, san Giacomo, un immenso fiume giovanile
nato dalle sorgenti di tutti i paesi della terra.
Qui lo trovi, unito e sereno alla tua presenza,
ansioso di rinnovare la sua fede nell’esempio vibrante della tua vita.
Veniamo a questa soglia benedetta in animato pellegrinaggio.
Veniamo immersi in questo copioso esercito
che sin dalle viscere dei secoli è venuto portando le genti fino a questa Compostela
dove tu sei pellegrino ed ospite, apostolo e patrono.
E giungiamo qui al tuo cospetto perché andiamo uniti nel cammino.
Camminiamo verso la fine di un millennio
che desideriamo sigillare con il sigillo di Cristo.
Camminiamo ancora oltre, verso l’inizio di un millennio nuovo
che desideriamo aprire nel nome di Dio.
San Giacomo,
abbiamo bisogno per il nostro pellegrinaggio
del tuo ardore e del tuo coraggio.
Per questo veniamo a chiederteli
fino a questo “finis-terrae” delle tue imprese apostoliche.
Insegnaci, Apostolo ed amico del Signore,
la via che porta a lui.
Aprici, predicatore delle Spagne,
alla verità che hai imparato dalle labbra del Maestro.
Dacci, testimone del Vangelo,
la forza di amare sempre la vita.
Mettiti tu, patrono dei pellegrini,
alla testa del nostro pellegrinaggio di cristiani e di giovani.
E come i popoli all’epoca camminarono verso di te,
vieni tu in pellegrinaggio con noi incontro a tutti i popoli.
Con te, san Giacomo apostolo e pellegrino,
desideriamo insegnare alle genti d’Europa e del mondo
che Cristo è - oggi e sempre -
la via, la verità e la vita.
[Papa Giovanni Paolo II, preghiera alla tomba di s. Giacomo, Santiago 19 agosto 1989]
[Ha preso il via a Santiago di Compostela, nella regione della Galizia, in Spagna, l'Anno giubilare 2021 dedicato all'Apostolo Giacomo le cui spoglie, conservate nella Cattedrale, sono visitate da innumerevoli pellegrini. Nel messaggio inviato da Francesco l'invito ad un cammino di conversione e di solidarietà con i propri compagni di strada].
Si è aperto il 31 dicembre 2020, l'Anno Compostelano, un giubileo che si indice per l'anno in cui il giorno 25 luglio, memoria di san Giacomo martire, cade di domenica. Così, infatti, accadrà nel 2021. Il tema dell'evento è "Esci dalla tua terra! L'apostolo ti aspetta". L'annuncio dell'arcivescovo di Santiago de Compostela, monsignor Julián Barrio Barrio a tutti i fedeli, parla di "un anno di grazia e di perdono" per tutti coloro che vorranno partecipare. "In questo terzo Anno Santo compostelano del terzo millennio del cristianesimo - prosegue l'arcivescovo - la coraggiosa testimonianza dell'apostolo San Giacomo è un'occasione per riscoprire la vitalità della fede e della missione, ricevuta al Battesimo.
Il messaggio di Papa Francesco all'apertura della Porta Santa
Ed è a monsignor Julián Barrio Barrio che si rivolge il messaggio che Papa Francesco ha inviato in occasione dell'apertura della Porta Santa, per esprimere l’affetto e la vicinanza “a tutti coloro che partecipano a questo momento di grazia per tutta la Chiesa, e in particolare per la Chiesa in Spagna e in Europa”. “Seguendo le orme dell'Apostolo – scrive Papa Francesco - lasciamo il nostro sé, quelle sicurezze a cui ci aggrappiamo, ma con un obiettivo chiaro in mente, non siamo esseri erranti, che ruotano sempre intorno a se stessi senza arrivare da nessuna parte. È la voce del Signore che ci chiama e, come pellegrini, la accogliamo in atteggiamento di ascolto e di ricerca, intraprendendo questo viaggio per incontrare Dio, gli altri e noi stessi”.
La misericordia di Dio accompagna il nostro cammino
La meta, sottolinea il Papa, è importante quanto il cammino verso di essa, che è un cammino di conversione seguendo Gesù Via, Verità e Vita. Citando la Lettera apostolica "Misericordia et misera" del 20 novembre 2016, il testo prosegue con un messaggio che rassicura: “In questo cammino la misericordia di Dio ci accompagna e anche se la condizione di debolezza dovuta al peccato rimane, essa viene superata dall'amore che ci permette di guardare al futuro con speranza e di essere pronti a rimettere la nostra vita sulla strada giusta”.
Si cammina leggeri e in compagnia
Per mettersi in cammino bisogna prima di tutto staccarsi dalle cose che appesantiscono, ma poi nella vita non si cammina da soli e affidarsi ai nostri compagni senza sospetti e diffidenza “ci aiuta a riconoscere nel prossimo un dono che Dio ci fa per accompagnarci in questo viaggio”. Si tratta di “uscire da se stessi per unirsi agli altri”, di aspettarsi e sostenersi a vicenda, condividendo fatiche e conquiste. Al termine del viaggio, scrive il Papa, ci troveremo con lo zaino vuoto, ma con “un cuore pieno di esperienze forgiate in contrasto e in sintonia con la vita di altri nostri fratelli e sorelle che provengono da contesti esistenziali e culturali diversi”. E riscoprendo il nostro dover essere discepoli missionari “per chiamare tutti in quella patria verso la quale ci stiamo muovendo”.
Il pellegrino comunica la fede con la sua vita
Francesco descrive il pellegrino come di uno che è capace di mettersi nelle mani di Dio, consapevole che la patria promessa è già presente in Cristo che gli è vicino e così “tocca il cuore del fratello, senza artifici, senza propaganda, nella mano tesa pronta a dare e a prendere”. I tre gesti che i pellegrini compiono arrivando alla Porta Santa, ricordano il motivo del viaggio, scrive ancora il Papa: il primo “è contemplare nel Portico della Gloria lo sguardo sereno di Gesù, il giudice misericordioso”, che ci accoglie nella sua casa. Il secondo è l'abbraccio che ci arriva dall'immagine dell'Apostolo Giacomo che ci mostra la via della fede. La partecipazione alla celebrazione eucaristica, il terzo gesto, ci invita “a sentire che siamo il popolo di Dio”, chiamato “a condividere la gioia del Vangelo”.
Fermento nella città dell'Apostolo
Era il 1122 quando ebbe origine l'Anno Santo che viene celebrato, da allora, ogni 6, 5, 6 e 11 anni. Questo porta a circa 14 anni giubilari ogni secolo. L'apertura della porta della Cattedrale di Santiago, dove sono custodite le reliquie dell'Apostolo Giacomo, artefice dell'evangelizzazione ispanica, sta creando un fermento trattenuto nella città galiziana. Proprio a questa terra e alle sue coste riconduce la sagoma della capasanta raffigurata nel logo dell'evento, simbolo universale del cammino di Compostela. Campeggia anche la croce emblematica di Santiago e un ventaglio di raggi a rappresentare la fratellanza tra i popoli di ogni razza e cultura. Ad intraprendere il pellegrinaggio lungo il cammino - primo itinerario culturale europeo e patrimonio della umanita, una delle più antiche e importanti vie della cristianità - sono milioni di persone ogni anno.
Nella Cattedrale una rinnovata bellezza
Nel 2020 i pellegrinaggi sono stati sospesi a causa della pandemia, ma si è potuto sfruttare il periodo del lockdown per realizzare dei lavori di restauro alla Cattedrale che ora risplende di una illuminazione più ideonea e tutto rifulge di una rinnovata bellezza. Ed è sotto il segno della contemplazione della bellezza e della speranza, mentre i pellegrinaggi ufficialmente sono ripresi ma l'emergenza sanitaria ancora in corso impedisce, di fatto, l'arrivo dei camminanti, che l'Anno Santo apre i battenti.
[Adriana Masotti e Antonella Palermo -
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-01/il-papa-per-l-anno-compostelano.html]
Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni
(Mt 13,18-23)
Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.
Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.
Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.
Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).
Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.
Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.
È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.
E forse tutto ciò ci ha portato a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.
Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.
Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].
Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...
Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).
Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.
Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.
Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].
Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.
Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.
E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.
Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.
Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.
Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).
La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.
Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale - e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati.
Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).
Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.
E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.
[Venerdì 16.a sett. T.O. 24 luglio 2026]
123. Quanto più sapremo metterci a disposizione della divina Parola, tanto più potremo constatare che il mistero della Pentecoste è in atto anche oggi nella Chiesa di Dio. Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza. Ritorniamo così alla Prima Lettera di san Giovanni. Nella Parola di Dio, anche noi abbiamo udito, veduto e toccato il Verbo della vita. Abbiamo accolto per grazia l’annuncio che la vita eterna si è manifestata, cosicché noi riconosciamo ora di essere in comunione gli uni con gli altri, con chi ci ha preceduto nel segno della fede e con tutti coloro che, sparsi nel mondo, ascoltano la Parola, celebrano l’Eucaristia, vivono la testimonianza della carità. La comunicazione di questo annuncio – ci ricorda l’apostolo Giovanni – è data perché «la nostra gioia sia piena» (1 Gv 1,4).
L’Assemblea sinodale ci ha permesso di sperimentare quanto è contenuto nel messaggio giovanneo: l’annuncio della Parola crea comunione e realizza la gioia. Si tratta di una gioia profonda che scaturisce dal cuore stesso della vita trinitaria e che si comunica a noi nel Figlio. Si tratta della gioia come dono ineffabile che il mondo non può dare. Si possono organizzare feste, ma non la gioia. Secondo la Scrittura, la gioia è frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22), che ci permette di entrare nella Parola e di far sì che la divina Parola entri in noi portando frutti per la vita eterna. Annunciando la Parola di Dio nella forza dello Spirito Santo, desideriamo comunicare anche la fonte della vera gioia, non di una gioia superficiale ed effimera, ma di quella che scaturisce dalla consapevolezza che solo il Signore Gesù ha parole di vita eterna (cfr Gv 6,68).
[Papa Benedetto, esortazione post sinodale Verbum Domini]
4. Nella parabola del seminatore e della semina la crescita del Regno di Dio appare certamente come frutto dell’operato del seminatore, ma è in rapporto al terreno e alle condizioni climatiche che la semina produce raccolto: “dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta” (Mt 13, 8). Il terreno significa la disponibilità interiore degli uomini. Dunque, secondo Gesù, la crescita del Regno di Dio è condizionata anche dall’uomo. La libera volontà umana è responsabile di questa crescita. Per questo Gesù raccomanda a tutti di pregare: “Venga il tuo regno” (cf. Mt 6, 10; Lc 11, 2): è una delle prime domande del Pater noster.
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
The Spirit of the Lord continues to pour out his gifts upon the Church to guide us into all truth, to show us the meaning of the Scriptures and to make us credible heralds of the word of salvation before the world [Pope Benedict, Verbum Domini]
Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza [Papa Benedetto, Verbum Domini]
This belonging to each other and to him is not some ideal, imaginary, symbolic relationship, but – I would almost want to say – a biological, life-transmitting state of belonging to Jesus Christ (Pope Benedict)
Questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale (Papa Benedetto)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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