Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Domenica di Pentecoste (anno A) [24 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)
Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret.
Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.
Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.
Salmo responsoriale (103/104)
Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo, creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore” Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione del Dio dell’Alleanza.
Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)
Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”. Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste, Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)
Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso i miseri cioè verso tutti noi. Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!
+Giovanni D’Ercole
Veglia di Pentecoste alternativa
(Gv 7,37-39)
Durante la Festa delle Capanne - in occasione della raccolta dei frutti - i sacerdoti compivano il rito dell’acqua, portandola in una brocca d’oro dalla piscina di Siloè [«Inviato»] al Tempio (dove veniva versata per chiedere la pioggia d’autunno).
Il rito è personalizzato da Gesù, che invita le folle ad abbeverarsi alla Sapienza: chi lo accoglie avrà in sé una sorgente di vita, espressione dell’oro divino che viene elargito a tutti i suoi intimi - abilitati a rinnovare ogni cosa.
Invito a venire a Cristo e dissetarsi di Lui, e Promessa dello stesso Spirito divino per chi si abbevera alla sua Persona. Qui il Signore sostituisce la Torah.
A dire: non possiamo esistere completamente senza che l'umanità si disseti alla Bevanda che procura pienezza di essere.
Il Signore corrisponde a quanto cerchiamo, e lo supera, facendo di ciascuno un santuario che irriga.
Fonte personale, abbondantissima e portatrice di correnti vitali - persino nei deserti, per trasformarli in giardino.
Pentecoste è in Cristo un momento ultimo e sorgivo. Fuoco e Onda.
A differenza di At 2, per narrare la manifestazione viva di Dio nei credenti il Maestro non usa l’immaginario impressionante dei fenomeni naturali del Primo Testamento [tuoni, terremoti, uragani, fulmini, fuoco].
Onde raffigurare l’effusione dello Spirito, la caduta delle barriere e il progetto di una nuova Sapienza, Gesù adopera l’immagine quieta di un’Acqua che dev’essere assorbita, che fa crescere e - nel tempo - produce vita.
Il cammino di Rivelazione e Alleanza nello Spirito si rivela progressivo - sino a Lui, in cui trova il suo apice.
Coronamento che si trasfonde nel popolo rigenerato: esso da pavido diviene annunciatore e pioniere.
La nuova Creazione, i nuovi padri e madri espressione della sua vittoria sulla morte, non nascono dalla polvere, bensì dallo stesso «sangue misto ad acqua» del Cristo «innalzato».
Flusso che ora trascorre nei suoi - per farvi germogliare vita, in modo da provvedere e rallegrare il percorso altrui.
Nel rapporto di apertura fra Dio e l’uomo che per grazia dà il suo contributo al progetto esuberante del Cielo, anche l’intera creazione si fa partecipe del Patto di Comunione.
Dopo una prima Alleanza cosmica e di pace con Noè, ecco quella personale con Abramo - in vista delle «moltitudini».
Il progetto di interiorizzazione e appello personale era già spostato verso l’umanità, ma con Mosè diventa energia, disegno di Liberazione.
In Cristo il popolo eletto e santo depone ogni privilegio: si rende autentico nel recupero dei lati opposti, e universale.
“Israele” passa dal comune sentimento religioso e dal miglioramento delle consapevolezze sulla storia vissuta a fianco dell’Eterno, alla profondità del suo Cuore - sino al nostro: ossia alla reinterpretazione e avventura inedita; propriamente, di Fede.
Dai Profeti a Cristo, l’Alleanza si fa globale.
Sotto Azione improvvisa o cadenzata dello Spirito, ‘Acqua’ che travalica e deborda, ma se assimilata fa crescere - tutto e anche la difformità diventa moto verso l'Unità: persino il caos attiva le nuove coesioni.
Il Patto antico dilata ben oltre i confini.
I suoi cerchi diventano sempre più ampi - senza per questo far temere che gli accadimenti possano fuggire di mano a Dio - nei momenti della quiete e delle pause, o perfino nei rivolgimenti senza posa.
L’acqua che i condottieri o i profeti del Primo Testamento avevano visto sgorgare da rocce o rupi spaccate, diventa Vivente - senza più corruzioni.
[Solennità di Pentecoste: Veglia, 23/24 maggio 2026]
(Gv 20,11-31)
Fossilizzato nelle reminiscenze, o Annunciato da Fratelli
La Nuova Creazione, dall’Ascolto
(Gv 20,11-18)
Mc narra di un giovane vestito di bianco, Mt di un angelo, Lc di due uomini vestiti di bianco, Gv di due angeli.
I racconti sull’annunciazione e sugli annunciatori della Risurrezione non si conciliano secondo il nostro modo di raccontare.
Per evitare una limitata visuale circa la vittoria della Vita, è opportuno comprendere che non stiamo celebrando la settimana delle apparizioni del Risorto, ma delle sue Manifestazioni [testo greco].
Non appare solo a qualcuno - ad altri no (dipende dalla lotteria): si Manifesta. Lo sperimentiamo.
E c’è una nuova Creazione: ora non si riconosce Gesù quando lo si vede, ma allorché si ascolta (v.16).
Il Signore si fa vedere non nel momento della visione, bensì nel tempo della Parola, dell’Appello personale che fa «voltare» lo sguardo antico dal senso di marcia irrilevante che si aggrappa all’immagine di “ieri”.
L’esperienza del Cristo vivo esclude i ricordi da custodire piangendo.
È relazione attuale e fondata, convincente, ricca di sfaccettature e accessibile - diretta. Decisamente migliore di quella offerta più tardi dagli apostoli, senza cuori trafitti (né proclamazioni).
Ma il tu per tu restava ancora chiuso, fino a che sembrava si cercassero defunti o lontani pezzi da museo - da ritrovare quasi come prima e al massimo trattenere senza troppe scosse.
Condizionati da aspettative troppo “usuali”, pretenderemmo di rintracciare Gesù in camposanti e luoghi sbagliati. Ma in Gv l’Ascensione si colloca lo stesso giorno di Pasqua (v.17).
La stessa osservanza della legge religiosa arcaica [v.1: nel caso particolare, del sabato] sembra ritardare l’esperienza della forza dirompente della rinascita, nello Spirito.
Man mano, nelle prime comunità si stavano riattivando quelle energie personali primordiali che neppure i ricatti, le intimidazioni e le emarginazioni dell’apparato istituzionale potevano sfiorare.
L’Incarnazione continuava, dispiegandosi nei credenti; risvegliando in essi nuovi stati creativi.
I fedeli erano sull’onda virtuosa ed entusiasmante di una ulteriore modifica fondamentale: adesso si sentivano «fratelli» del Risorto (v.17).
Il rapporto di ‘discepolato’ (Gv 13,13) cresciuto in ‘amicizia’ (Gv 15,15) diventava quello dei consanguinei che si sentivano ‘figli’.
[Gv 1,11-12: «Venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero. Ma a quanti lo ricevettero diede loro potere di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo Nome» - ossia aderiscono a tutta la sua parola, vicenda e azione; anche problematica, dolorosa, di denuncia].
Iniziava così l’Annuncio esplicito, malgrado la parte di “chiesa” davvero vitale e sempre più determinata si dimostrava essere quella periferica e proveniente dai pagani [nella figura della Maddalena].
Essa voleva il riscatto ravvivante, e così indicava la strada giusta agli stessi dirigenti di assemblea.
La comunità giudeo cristiana degli apostoli era infatti tutta protesa alla ricerca di compromessi proprio con l’istituzione religiosa distante e conflittuale, quella di potere, che aveva voluto distruggere il Maestro.
Zoccolo duro “apostolico” sempre in ritardo e da evangelizzare: lo converte solo colei che si sente un nulla (vv.2.18). E quando diventa consapevole che il regno delle cose morte non la ghermirà più.
Donna: Assemblea autentica nello Spirito.
Campo sterminato di umiliati, che tuttavia in Cristo Risorto «si vede» e si sblocca; acquista nuovo respiro, supera lo sconforto, il disorientamento, l’incertezza.
Ancora oggi colmi d’Infinito, come pellegrini, i sognatori dal basso e di periferia cercano la loro strada.
Si attivano con passione, per riaccendere e far risuonare ogni piega dell’essere umano - prima comandato da un mondo di alternative calcolate.
È di nuovo l’esperienza di «Maria di Magdala», che prendendo fiducia, può completare le percezioni e i pensieri anche dei primi della classe.
Il Risorto è sempre da tutt’altra parte… rispetto a quanto l’esperto o un animo mediamente religioso non pronto al cambiamento si attende.
La sua Persona ha fisionomie impreviste, non convenzionali e fuori schema - come la vita, tutta da scoprire.
Sono profili inediti - da cogliere e interiorizzare, talvolta quasi senza lotta.
Solo una chiamata per nome - la sua Parola diretta, l’Appello personale - ci fa accorgere che per influsso esterno stavamo forse inseguendo un Signore [del passato, o alla moda] troppo riconoscibile, da commemorare uguale a prima.
Da portare in bisaccia come sempre, con amore chiuso e normale, figlio del dolore.
La ricerca del nostro Rabbunì può nascere anche dal senso di perdita, o dalle percosse subite - ma è scandita d’incontri pasquali e tappe di nuova consapevolezza.
Nuovi ascolti, che infrangono le rassicurazioni.
Rimane uno sconosciuto tiepido - a temperatura ambiente - per chi si lascia suggestionare da idee limitate (confezionate) e pretende di capirlo col sapere, riconoscerlo con gli occhi, o usarlo come sonnifero.
Il Risorto è radicale novità: ferita dentro e slancio. Itinerario che accoglie e assume tutto l’umano e la storia.
Egli agisce in noi infrangendo ogni sicurezza; proprio quella che ancora non ci fa uscire dal piccolo cerchio.
E pur travagliando nella tensione dell’inafferrabile [che non si può far proprio] è nell’emozione di percepire i tesori delle intuizioni atipiche e personali che la vita rigenerata attrae e spalanca, stupisce.
Solo nell’esperienza del rinascere trasmettendolo si scatena lo Spirito che appassiona e carica - e il Vivente non resta un estraneo o qualcuno di cui ci si è già fatta un’idea.
«Ho cercato e visto il Signore!» [v.18: senso del testo greco].
Non si sperimenta Cristo con l’intimismo, né con rievocazioni e gingilli; neppure in modo cerebrale o accontentandosi di adempiere pietosi uffici commemorativi sul corpo.
C’è una situazione senza precedenti.
Ma chi se ne accorge? Malgrado la trascuratezza che subiscono, solo le anime spose - le poco considerate.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale trasmutazione si è operata in te e nel prossimo quando hai accolto la Chiamata e l’invito all’Annuncio?
Come la Persona del Cristo ti ha reso consapevole di essere voluto a pieno titolo: soggetto inalienabile, per Nome?
Il Giorno del Signore, e Tommaso: senza isterismi
La Manifestazione, lo Spirito, la remissione
(Gv 20,19-23)
La Pentecoste giovannea non subisce ritardo temporale alcuno (v.22) tuttavia anche il racconto lucano evidenzia il legame con la Pasqua, di cui in filigrana non è che ulteriore specificazione.
Pentecoste non è questione di data, bensì evento che accade senza posa, nell’assemblea riunita; dove si fa presente una Pace-pienezza di gioia colma di conciliazione, che fonda la Missione.
Gesù non aveva assicurato vita facile. Ma le «porte chiuse» stanno a indicare che il Risorto non è ritornato all’esistenza di prima: è stato introdotto nella condizione divina, in una forma di vita totale.
La configurazione completa del suo essere non è nell’ordine di carne e ossa; sfugge ai nostri sensi.
“Risurrezione della carne” non equivale al miglioramento delle condizioni precedenti. Da un uomo [come da un seme] è sbocciata una forma di vita che sussiste in Dio stesso.
I discepoli gioiscono nel vedere le piaghe (v.20). La reazione non sorprende: si tratta della percezione-vertigine di Presenza, che sgorga e si riversa da sensi interiori.
Il Risorto che si rivela è lo stesso Gesù che ha consegnato in dono la vita, nello Spirito.
Il Mondo del Padre porta il suo Nome - ossia l’intera sua storia, tutta reale.
Il Mondo celeste non resta più quello delle religioni. Non è esclusivo, né fantasioso o astratto; neppure sterilizzato.
La Manifestazione è collocata ne «l’uno dei sabati» (v.19) a dire che i discepoli possono incontrare e vedere il Risorto ogni volta che si ritrovano insieme nel giorno del Signore.
Grazie al Dono dello Spirito (v.22) i suoi sono inviati in Missione, per continuare e dilatare l’azione del Maestro - insistendo in particolare sull’opera di remissione dei peccati (v.23).
Al tempo era diffusa la concezione che gli uomini agissero male e si lasciassero contaminare dagli idoli, perché mossi da un istinto immondo che iniziava a manifestarsi già in tenera età.
Ci si illudeva che si potesse riuscire a vincere o almeno tenere a bada tale spirito maligno con lo studio della Torah - ma era facile verificarne gli insuccessi: le indicazioni della Legge, pur giuste, non davano la Forza di percorrere quel sentiero.
Dopo tanti fallimenti anche di Re e dell’intera classe sacerdotale, si attendeva che Dio stesso venisse, proprio per liberarci dalle impurità, attraverso l’effusione di un impulso buono.
In tutto il mondo antico [anche nella cultura classica: in particolare Ovidio] ci si chiedeva il senso di questo blocco creaturale.
Dentro, nell’intimo, l'umanità si trovava accomunata e lacerata tra intuizione e desiderio del bene, e incapacità di attuarlo (cf. Rm 7, 15-19).
Nessuna religione o filosofia aveva mai intuito che è nel disagio e nella imperfezione che covano le più preziose energie plasmabili, la nostra unicità, e la soluzione non conformista dei problemi.
Per bocca dei Profeti, Dio aveva promesso il dono di un cuore nuovo - di carne e non di pietra (Ez 36,25-27).
Un’effusione di Spirito che avrebbe rinnovato il mondo, vivificato e reso fecondo il deserto.
Nel giorno di Pasqua si compirono le profezie.
Il «soffio» di Cristo richiama il momento della Creazione (Gn 2,7; cf. Ez 37,7-14).
Siamo all’origine di una nuova umanità di madri e padri che generano - ora in grado di far apparire solo vita, eliminando la morte dalla faccia della terra.
Gesù crea l’uomo nuovo, non più vittima delle forze invincibili che lo portano al male, malgrado le sue aspirazioni profonde.
Egli trasmette un’energia intraprendente, nitida, alternativa, sicura di sé, che spinge spontaneamente al bene.
Dove giunge questo Spirito, il peccato viene annientato.
Fu la prima esperienza ecclesiale: l’azione inequivocabile della Potenza divina, che si faceva presente e operante in persone timorose e non tenute in conto alcuno.
In tutto il libro di Atti degli Apostoli il protagonista è appunto il Vento impetuoso dello Spirito.
Fin qui, in Gv mancava il concetto di perdono dei peccati. Ma il senso dell’espressione al v.23 non è strettamente sacramentale.
Neutralizzare e sconfiggere le inadempienze riguarda ciascuno che si coinvolga nell’opera di miglioramento della vita nel mondo.
Insomma, siamo chiamati a creare le condizioni affinché dissodando il terreno dei cuori, tutti si aprano all’azione divina.
Viceversa, l’incapacità al bene si trascina: in tal guisa, il peccato non viene ‘rimesso’.
Lo Shalôm ricevuto dai discepoli va da essi stessi annunciato e trasmesso al mondo.
È una Pace non frutto mondano di compromessi soppesati e astuti: unico mezzo potente da utilizzare è il perdono.
Non tanto per la tranquillità e la “permanenza”, bensì per introdurre potenze sconosciute, accentuare vita, far affiorare gli aspetti cui non abbiamo dato spazio; trasmettere senso di adeguatezza e libertà.
In ciascuno e per tutti i tempi, la Chiesa è chiamata a rendere efficace il Gratis completo e personale del Signore.
Come un Dono nello Spirito: senza mai «ritenere» (v.23) i problemi, né renderli paradossali protagonisti della vita [perfino di assemblea].
Tale la dimensione sacerdotale, regale e profetica della Comunità fraterna. Tale la sua Novità.
Vittoria del Risorto, Chiesa di persone libere
Senza isterismi
(Gv 20,24-31)
Il brano ha un sapore liturgico, ma la domanda che scorgiamo in filigrana è cruda. Anche noi vogliamo «vederlo».
Come credere senza avere visto?
E addirittura come poteva andare da sé l’identificazione del sottoposto a supplizio con la beatitudine vissuta, e la stessa divinità?
È il quesito più diffuso a partire dalla terza generazione di credenti, i quali non solo non avevano avuto modo di conoscere gli Apostoli, ma molti di essi neppure i loro allievi.
L’evangelista assicura: rispetto ai primi testimoni della Risurrezione, la nostra condizione non è per nulla sfavorita, anzi: più aperta e meno soggetta a condizionamenti o circostanze particolari.
Bisogna andare più a fondo dell’esperienza immediata.
Anche i discepoli diretti hanno fatto una gran fatica, cercando di passare ad un altro vocabolario e grammatica della rivelazione; e dal “vedere”, al ‘credere’.
Ci sono purtroppo tratti comuni, come ad es. la ricerca della Maddalena nei luoghi della morte. O qui le porte accuratamente sbarrate, dove non si entra senza forzare le chiusure - ma soprattutto scarti significativi.
In particolare, ribadiamo il quesito più bruciante. Come passare dal «vedere»… al «credere» in uno sconfitto, addirittura sottoposto a supplizio?
Non crediamo, solo perché ci sono testimoni veritieri.
Siamo certi che la vita soppianta la morte, perché abbiamo «veduto» in prima persona; perché siamo passati attraverso un riconoscimento personale.
Infatti Egli non si fa condottiero, bensì ripetutamente «in mezzo»(vv.19.26).
Nella raccolta delle Manifestazioni del Risorto [cosiddetto “Libro della risurrezione”] Gv designa le condizioni della Fede pasquale.
Egli espone le esperienze di testimonianza delle prime chiese (mattina e sera, e otto giorni dopo) nonché dei discepoli che accettano il mandato missionario.
Allora come oggi, percepire le realtà nascoste al semplice sguardo, interiorizzare la disponibilità a fare esodo verso le periferie, dipende dalla profondità della Fede.
Né consegue la disponibilità a giocarsi la vita, per edificare un regno dai valori capovolti rispetto a quelli religiosi comuni, antichi, imperiali.
Nel momento in cui viene redatto l’episodio di Tommaso, la dimensione dell’ottavo giorno [Dies Domini] aveva già una configurazione prevalente, rispetto al sabato dei primi Messianici radicalmente giudaizzanti.
«Shalôm» è inteso però ancora in senso antico: non si tratta di un augurio, ma del compimento presente delle Promesse divine.
La «Pace» messianica avrebbe evocato la disfatta delle paure, la liberazione dalla morte; la conciliazione con la propria vita, il mondo, e Dio.
«Shalôm» - qui - viene a sorprenderci: giunge dal dono di sé portato sino in fondo; oltre, le capacità.
Le piaghe sono parte del carattere del Risorto.
È fuorviante ogni immagine che non espliciti i segni della gratuità eccessiva del nuovo regno inaugurato da Cristo [perfino la scultura in bronzo dorato della Sala Nervi].
La Gioia viene dalla percezione della Presenza ‘oltre’ la vita biologica.
La nostra felicità si attenua e smarrisce, se perdiamo il Testimone della vita - grazie al quale ogni minimo gesto o stato d’animo (anche il timore) diventa svelamento, senso, intensità di relazione.
Riversandosi nel mondo, gli Inviati abbracciano la medesima missione di Gesù: che tutti si lascino salvare.
E il dono dello Spirito operante è appunto come l’inizio di una creazione nuova.
Infatti la Pentecoste giovannea scaturisce dalla prospettiva inedita e genuina di salvezza: amabile, serena, non “integra”, né forzata.
A ben vedere, secondo il libro degli Atti, la predicazione di Pietro suscita un putiferio di conversioni. In Gv tutto è viceversa discreto: nessun rombo né fuoco e tempesta; nulla appare di fuori, né permane esteriore.
Si tratta di apostoli abilitati ad aprire gli usci chiusi a chiave, e a disporre le condizioni della gratuità.
Ciò con virtù passive più che attive; ad es. il ‘perdono’, dov’esso non c’è.
In tal guisa, ogni Gratuità per risollevare gli uomini da qualsivoglia problematica, affinché il bene trionfi sul male e la vita sulla morte.
Tutto nel concreto, quindi attraverso un processo che chiede tempo; come percorrendo a piedi una Via.
Intensità di ben ‘altra’ natura, cui si addice da parte nostra la sola contemplazione - a paragone della letteratura più di propaganda e poco raccolta di At 2, dove scompaiono i riflessi d’incredulità e dubbi.
Come se l'identità del Gesù Crocifisso e del Risorto non facesse problema alcuno!
E nel quarto Vangelo mancava fin qui il concetto di «perdono dei peccati».
Ma appunto occorre passare dalla “visione” oculare alla Fede.
Il modo nuovo di vita del Figlio si conosce nella vita della Chiesa, ma è meglio e pienamente accessibile solo a chi sebbene un po’ dentro e un poco fuori, non permane nelle chiusure.
Tommaso è scelto da Gv come punto di congiunzione fra generazioni di credenti.
Come ognuno di noi, non è uno scettico indifferente: non ha paura del mondo, anzi vuol verificare, vagliare bene.
In lui Gesù lancia il suo apprezzamento verso i credenti futuri, che ne riconosceranno la condizione divina sulla base della propria esperienza - tanto profonda quanto intensamente vissuta.
Esiste forse una parte élitaria di Chiesa autentica, eppur tenuta insieme dalla paura (v.19).
Non solo perché il mandato di cattura pende sempre sui veri testimoni. Anche per timore del confronto col mondo, o per incapacità di dialogo.
Anche oggi: timore della cultura, della scienza, degli studi biblici, dell’emancipazione, del confronto filosofico, ecumenico, interreligioso; così via.
Tommaso non si spaventa di stare fuori dalle porte sbarrate.
Non si ripiega e non teme l’incontro, il rapporto con la vita che pulsa e viene.
In tal senso è «detto gemello» [δίδυμο] di ciascuno - e di Gesù.
Il nostro contesto somiglia a quello delle piccole realtà giovannee dell’Asia Minore, sperdute nell’immensità dell’impero romano; talora sedotte dalle sue attrattive.
Efeso in particolare contava centinaia di migliaia di abitanti.
Emporio commerciale, centro bancario e città cosmopolita di rilievo [il cui fulcro era naturalmente il grande Tempio di Artemide - meraviglia del mondo antico] era la quarta città dell’impero.
Le distrazioni erano molte.
Già dalle prime generazioni di fedeli iniziava a subentrare la routine: il fervore degli inizi si andava spegnendo; la partecipazione diventava saltuaria.
Sotto Domiziano i credenti subivano anche emarginazione e discriminazioni.
Qualche fedele poi rimaneva deluso dall’atteggiamento di chiusura e monologo dei responsabili di comunità. Altri da ambigue zone d’ombra interne e dal frammisto di compromessi (in specie dei responsabili) che scoraggiavano i più sensibili.
Anche oggi, uno degli elementi discrimine della capacità di manifestare il Risorto Presente resta l’incontro diretto con i fratelli, all’interno di una solidarietà viva.
Coesistenza non tenuta in ostaggio da cerchie confinate, che integrano membri solo su designazione di quelli già in carica.
Persone che accolgono sorprese e sollecitano la capacità di pensiero e dibattito.
Donne e uomini che sono se stesse, e fanno respirare gli altri.
Non creduloni indottrinati e plagiati - o finti sofisticati, senza spina dorsale.
Sorelle e fratelli che spendono le loro risorse materiali e di saggezza, secondo storia e sensibilità particolari.
Dove ciascuno così com’è e dov’è - reale a tutto tondo, non dissociato da sé - si rende alimento altrui con le briciole che ha.
Ecco allora il «riconoscimento»: è una questione non di obbedienza a un mondo astratto, bensì di Somiglianza personale.
Si tratta di sintonizzare la fisionomia e le nostre piccole «azioni» con la Sorgente dell’Amore consumato sino in fondo [il nostro «dito» e le sue «Mani»; la nostra «mano» e il suo «Costato trafitto»].
Pur col nostro limite, ‘entrando nelle piaghe’. Per attrazione, la Fede sgorgherà spontanea (v.28).
Così (vv.29-31 e 21,25) Gv invita ciascuno a scrivere un suo personale Vangelo.
Quando le nostre opere saranno almeno un poco le medesime di Cristo, tutti lo ‘vedranno’.
Ci sono dunque prove che Gesù vive?
Certo, Egli si manifesta concretamente in una assemblea di persone non conformiste; che sono se stesse.
Anime dotate di capacità di pensiero autonomo. «Gemelli» suoi e di Tommaso.
Creature Libere di starsene nel mondo; fuori degli usci chiusi a chiave - per ascoltare, scendere, servire.
E farlo con convinzione: personalmente, senza forzature, né isterismi.
Anche noi vogliamo «vederlo».
Gv 7,37-39 (37-53)
La Brocca d’oro e il Fiume della Vita
(Gv 7,37-39)
Durante la Festa delle Capanne - in occasione della raccolta dei frutti - i sacerdoti compivano il rito dell’acqua, portandola in una brocca d’oro dalla piscina di Siloè [«Inviato»] al Tempio (dove veniva versata per chiedere la pioggia d’autunno).
Il rito è personalizzato da Gesù, che invita le folle ad abbeverarsi alla Sapienza: chi lo accoglie avrà in sé una sorgente di vita, espressione dell’oro divino che viene elargito a tutti i suoi intimi - abilitati a rinnovare ogni cosa.
Invito a venire a Cristo e dissetarsi di Lui, e Promessa dello stesso Spirito divino per chi si abbevera alla sua Persona. Qui il Signore sostituisce la Torah.
A dire: non possiamo esistere completamente senza che l'umanità si disseti alla Bevanda che procura pienezza di essere.
Il Signore corrisponde a quanto cerchiamo, e lo supera, facendo di ciascuno un santuario che irriga.
Fonte personale, abbondantissima e portatrice di correnti vitali - persino nei deserti, per trasformarli in giardino.
Pentecoste è in Cristo un momento ultimo e sorgivo. Fuoco e Onda.
A differenza di At 2, per narrare la manifestazione viva di Dio nei credenti il Maestro non usa l’immaginario impressionante dei fenomeni naturali del Primo Testamento [tuoni, terremoti, uragani, fulmini, fuoco].
Onde raffigurare l’effusione dello Spirito, la caduta delle barriere e il progetto di una nuova Sapienza, Gesù adopera l’immagine quieta di un’Acqua che dev’essere assorbita, che fa crescere e - nel tempo - produce vita.
Il cammino di Rivelazione e Alleanza nello Spirito si rivela progressivo - sino a Lui, in cui trova il suo apice.
Coronamento che si trasfonde nel popolo rigenerato: esso da pavido diviene annunciatore e pioniere.
La nuova Creazione, i nuovi padri e madri espressione della sua vittoria sulla morte, non nascono dalla polvere, bensì dallo stesso «sangue misto ad acqua» del Cristo «innalzato».
Flusso che ora trascorre nei suoi - per farvi germogliare vita, in modo da provvedere e rallegrare il percorso altrui.
Nel rapporto di apertura fra Dio e l’uomo (che per grazia dà il suo contributo al progetto esuberante del Cielo) anche l’intera creazione si fa partecipe del Patto di Comunione.
Dopo una prima Alleanza cosmica e di pace con Noè, ecco quella personale con Abramo - in vista delle «moltitudini».
Il progetto di interiorizzazione e appello personale era già spostato verso l’umanità, ma con Mosè diventa energia, disegno di Liberazione.
In Cristo il popolo eletto e santo depone ogni privilegio: si rende autentico nel recupero dei lati opposti, e universale.
“Israele” passa dal comune sentimento religioso e dal miglioramento delle consapevolezze sulla storia vissuta a fianco dell’Eterno, alla profondità del suo Cuore - sino al nostro: ossia alla reinterpretazione e avventura inedita; propriamente, di Fede.
Dai Profeti a Cristo, l’Alleanza si fa globale.
Sotto Azione improvvisa o cadenzata dello Spirito, ‘Acqua’ che travalica e deborda, ma se assimilata fa crescere - tutto e anche la difformità diventa moto verso l'Unità: persino il caos attiva le nuove coesioni.
Il Patto antico dilata ben oltre i confini.
I suoi cerchi diventano sempre più ampi - senza per questo far temere che gli accadimenti possano fuggire di mano a Dio - nei momenti della quiete e delle pause, o perfino nei rivolgimenti senza posa.
L’acqua che i condottieri o i profeti del Primo Testamento avevano visto sgorgare da rocce o rupi spaccate, diventa Vivente - senza più corruzioni.
Come parla quest’uomo: il primato della coscienza della plebe
(Gv 7,40-53)
Nel passo di Vangelo le autorità religiose giudicano tutti con disprezzo.
Chi si è sempre immaginato maestro non sarà disposto a farsi discepolo di una Rivelazione sovversiva.
Novità impensabile, e non datata, che osa sgretolare piedistalli e legalismi.
Mentre l’élite scarica Cristo, persino la gendarmeria comandata a perpetuare e sorvegliare la sicurezza del mondo antico viene sbalordita dalla forza della nuova Parola-Persona.
Il Signore sostituisce la Torah:
«Ora nell’ultimo giorno, il grande della festa, Gesù stava ritto e gridò dicendo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, colui che crede in me. Come ha detto la Scrittura: dal suo ventre scaturiranno fiumi di Acqua vivente» (vv.37-38).
Chi viene in contatto con il nuovo Tempio è guidato dall’intima radice che ha in grembo, e vuole riconoscerla in sé.
Nonché dare vita, promuoverla; amare, rallegrare la vita stessa.
Diventa egli stesso un Santuario gorgogliante, che inizia a pensare e agire in coscienza - a partire dal proprio nocciolo (forse soffocato, ma indistruttibile).
Una lezione di pensiero dal basso, data ai “superiori”.
Esempio che rivaluta il giudizio teologico dell’empia plebe (v.49).
Ed è curioso che la disubbidienza che salva dal sequestro il Cristo presente nei suoi fedeli abbia origine dalla mancanza di conoscenza minuta della Legge.
C’è gran confusione di opinioni riguardo a Gesù, in mezzo alla gente.
Per le sette che hanno instaurato la tirannia delle norme fa difficoltà la sua origine imprevista, non misterica né travolgente - inaccettabile per il pensiero tarato.
Qualcuno lo ritiene figlio di Davide, altri un Profeta; un ingannatore o un uomo buono (v.12) ovvero qualcuno che non ha gli studi (v.15).
Il punto è che Egli non viene a imporre di nuovo la disciplina vetusta, né a rabberciarne i costumi.
Neppure a purificare il Tempio, rinnovandone la pratica propiziatoria.
Cristo lo soppianta con l’adesso della realtà che rivela un inconcepibile Volto di Dio, che si coglie e dilata anche dal di dentro di ciascuno di noi.
Non è affatto la tranquilla riconferma delle solite cose.
La Tradizione (scritta e orale) vanta argomenti radicati, ma la sua fama provoca confusione e confronto duro tra tifoserie opposte, [anche oggi] alla moda o meno.
In tutto ciò non si trova mai nulla di eccezionale.
Fondamentale è capire che non abbiamo più bisogno di mandanti.
Il discrimine è la Persona, nell’unicità della sua Vocazione; non il punto di vista corrispondente a una grandezza o una mania.
È nel Figlio inatteso che giunge il presente e il futuro - non in un codice d’idee che possa riassumere gli spunti del “successo” e imbelletti il già trascorso.
Dice il Tao Tê Ching (ii): «Il santo attua l’insegnamento non detto». Commenta il maestro Wang Pi: «La spontaneità gli basta. Se governa corrompe».
Nell’intimo di ciascuno dimora una naturalezza che insegna, anche ai maestri della legge.
La spontaneità non ci porterà alla debole difesa di Gesù fatta da Nicodemo (vv.51-53) che per salvare la situazione si appoggia su un’altra legge, ovvia del resto.
Quando si smette di voler essere solo dipendenti - come chi è “chiamato” ad arrestare il nuovo che si affaccia - arriva lo stupore, la vertigine di Dio; differenti interessi.
Il Cristo-icona di Gv 7 vuole sviluppare in noi l’immagine e il talento innato del maestro di spirito che semplicemente attinge dall’esperienza personale del Padre, di sé e della realtà.
Non dobbiamo aspettarci che le risposte arrivino sempre da qualcuno fuori, valutato più esperto - cui invece siamo noi a dover insegnare il nuovo che viene per salvarci.
La Vocazione per Nome è affidata al Rabbi sconosciuto che ci abita già - e vuole affiorare, esprimendo il divino inconscio già presente.
L’Oro indispensabile, senza pesi mentali indotti: solo in coscienza e carattere.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Mi sento in grado di ricevere il messaggio della Vita, o sono ancora inceppato nel meccanismo degli omologati che si turano occhi e orecchi?
Rimango sensibile al richiamo del Signore persino nei dettagli di una vita senza gloria o sotto inchiesta?
Solennità di Pentecoste, Tradizione viva
Negli Inni Sacri Manzoni paragona la caduta spirituale dell’umanità al precipitare di una gran pietra lungo uno «scheggiato» pendio; masso che infine «batte sul fondo e sta».
Per natura non abbiamo le capacità di risospingere il nostro macigno, rotolato a valle e «abbandonato all’impeto di rumorosa frana» [né appunto provvedere ai suoi fracassi].
Ma il Signore conosce l’uomo nel suo bisogno, e sa che non di rado - nel tempo del nostro disagio - esprimendoci anche affrettatamente, peggioriamo le situazioni.
È una condizione, più che una colpa.
Il Cielo Viene per aiutarci a interiorizzare; per imboccare la via della Felicità indistruttibile, evitando che le lacerazioni distruggano anche l’anima.
A tale scopo lo Spirito dispone a vivere un’Attinenza eminente, di Dimora e reciprocità, d’interpretazione e Radice.
Il suo vento potente - Ruah - viene chiamato «Santo» sia per la qualità suprema che per la sua attività: «santificare» ossia separare le persone dalla voragine dell’autodistruzione.
E un discernimento profondo sul tema vita-morte non è alla nostra portata.
Per questo ben quattro dei tradizionali sette Doni dello Spirito Santo hanno un carattere di profondo sapere.
La comprensione globale sulle cose è quanto caratterizza il Dono di Sapienza [dal latino sāpere, avere sapore] che trasmette all’esistere concreto il gusto di Dio stesso.
La Sapienza infonde nel credente una comprensione sottile, dal punto di vista divino, sul panorama e sui singoli tratti del nostro percorso: dubbioso, incerto, condizionato da situazioni a contorno.
L’occhio di Dio coglie la persona nella sua radicale indigenza, che cerca un completamento (proprio mentre l’affanno dei tentativi o dei pareri e degli influssi esterni gioca brutti scherzi).
Per questo motivo, nell’ascetica tradizionale la Sapienza - metro di Dio - si considerava recasse a perfezione la virtù teologale della Carità.
Insomma, l’uomo in sé non è autonomo: necessita di essere colmato e salvato.
Sapienza è fonte d’intuito dei nostri limiti: principio di tolleranza altrui.
Essa ci trasmette una equilibrata connaturalità, e un diverso ‘profumo’ nelle relazioni; pilastro d’una vita dedicata al bene.
Il Dono d’Intelletto [intus-lēgere, leggere dentro le cose] fa scoprire la trama di Dio nella storia e aiuta a valutare se stessi.
Decifrando i segni del tempo con acume di vista, scopriamo la dimensione non puramente terrena delle vicende. In tal guisa, grani divini deposti nel creato e negli accadimenti.
Vediamo in profondità: per questo era considerato Dono che porta a perfezione la virtù teologale della Fede: guida al cuore delle cose e non lascia che giudichiamo banalmente.
Il Consiglio conduce in vetta l’esercizio valutativo della virtù cardinale della Prudenza.
Un tempo i padri spirituali lo associavano alla spiegazione del brano dell’adultera: lei salvata dagli ipocriti e i vecchi marpioni resi immediatamente e finalmente coscienziosi.
Dono che ci fa capire il Disegno della Salvezza e aiuta a decidere per il meglio in situazioni d’impellenza imprevista o pericolo immediato.
È capacità di discernimento contro la precipitazione.
Il Consiglio accentua il dialogo e la sinergia in ordine alla pratica e alle prospettive di realizzazione personale.
Ad es: quante volte siamo stati in ascolto dei consigli di genitori e nonni - per capire il mondo e far tesoro delle loro esperienze e competenze!
Per noi che a fatica scopriamo le cose a portata di mano, tale Dono spalanca la Direzione di Dio: cosa è conveniente in ordine alla nostra maturità e al Fine ultimo.
Il Dono di Scienza porta anch’esso a perfezione la virtù di Fede, in quanto fa comprendere il valore (straordinario) e il limite (così ordinario) delle creature.
La Scienza dall’alto non consente di cadere nel materialismo, né nel disprezzo delle cose mondane - che ultimamente è diniego dell’opera ineffabile e suprema del Creatore.
Dall’indescrivibilmente piccolo della Fisica dei Quanti, all’infinitamente grande della Relatività [e il loro strano universo di mancate correlazioni] sbalordiamo di Dio.
Tutto parla di Lui e può condurci all’Eterno. Tuttavia, nulla lo cattura in modo assoluto.
Conoscere la realtà ad ampio spettro - nonché il contributo vitale di differenti punti di vista e culture - può far capire anche il prossimo.
E induce a comportarsi con competenza fra le cose: del pensiero, della psiche, dell’anima.
L’amore non sorretto da una capacità di versato discernimento non di rado va alla deriva.
Nell’era dei finti intenditori e dirigisti, non c’è forse cosa più devastante d’un impreparato scatenato nell’azione.
Mio padre falegname sapeva che il migliore del suo campo non è l’artigiano che fa più trucioli.
Gli antichi padri spirituali ribadivano volentieri: «per Scientiam homo cognoscit defecus suos et rerum mundanarum».
Lo vediamo negli insegnamenti approssimativi e persino nei parossismi delle teologie divorate dalla vanità: intimistiche e chiuse, o praticone ma esterne; disincarnate, favolistiche, o balorde.
Grazie al Dono di Fortezza, riconoscendoci deboli diamo spazio al vigore di Dio, non solo nelle grandi prove.
L’azione di spillo può sgretolare la nostra vita, più di una sciabolata.
E chi non ha forza interiore è malato, nelle difficoltà conformista; si barcamena e se ne lava le mani.
Il minimalismo attenua, snerva, fa diventare uomini-bonsai, che vegetano a lungo - restando rattrappiti.
Costanza, coraggio e tenacia sono un aiuto alla debolezza; solo con grinta diamo il meglio, anche nella relazione con Dio - perfezionando la stessa virtù cardinale della fortezza.
Il Dono di Pietas - virtù famigliare - infonde alla religione il cuore; il carattere d’intimità e tenerezza.
È sentimento figliale che integra e dirada la paura dello schiavo di fronte al padrone.
Un tempo era considerato Dono che portava in vetta la virtù cardinale della Giustizia [verso Dio] non come dovere di culto, bensì espressione di amicizia.
Riconoscimento della Gratuità ricevuta senza merito: creaturale e redentiva.
Il Timore di Dio guidava infine a perfezione la virtù teologale della Speranza, carattere dell’essere vivente che tutto attende dal Padre.
La Pentecoste era una festa ebraica che celebrava il dono della Legge. Il cambio di passo della Fede l’ha trasformata nel compleanno del popolo che dispiega nella storia il Volto amabile del Signore.
Non per una differente dottrina, ma per l’Azione d’un Motivo e Motore che ci porta, e rinnova il mondo in modo che non t’aspetti.
Magari con virtù passive più che attive. Grazie a un Sapere infuso o innato, spontaneo e naturale, più che artificiale.
Dimorando nella Persona ricondotta alla Sorgente e nella trama del Noi, il Padre non si pronuncia emanando leggi come il Dio-padrone delle religioni antiche.
Piuttosto, si esprime nella creatività polifonica della vita e nell’inedito dell’amore - unico linguaggio convincente, in grado di edificare.
Comprensibile a tutti.
Insomma, nella convivialità delle differenze ciascuno è se stesso, in rapporto di scambio arricchente.
Trasparenza nella carne della condizione celeste.
Così l’Incarnazione continua: riflesso nell’umano dell’unità, verità e intensità d’intesa Padre-Figlio.
Qui anche la polvere può diventare Splendore, perché il complesso delle virtù cardinali individuali e teologali viene sublimato e perfezionato nella Relazione: il Noi dello Spirito.
Tale Eros fondante è tutt’Altro: addirittura in grado di trasmutare la nostra incoerenza in stato energetico per Nuovi Orizzonti.
Incapaci di peccato
(At 2,1-11)
Pentecoste è la festa del Dono, semplicemente. Il linguaggio di Atti degli Apostoli è piuttosto impressionante e colorito: infarcisce l’evento con prodigi simbolici che è bene decifrare.
Tuoni, folgori, vento e fuoco erano le immagini che avevano accompagnato la rivelazione della legge antica. Con esse Lc vuol sottolineare la potenza del mondo avvenire.
I rabbini sostenevano che sul Sinai le Parole di Dio avevano preso forma di settanta lingue di fuoco - a dire che l’intera Torah era destinata alle moltitudini, anche ai pagani.
Secondo interpretazione tradizionale, le Parole divine si erano rese visibili [«il popolo vedeva le voci»; testo ebraico] sotto forma di fiamme che avevano scolpito le tavole di pietra preparate da Mosè (Es 20,18).
Su tale sfondo, Lc intende presentare il dono della nuova Legge - quella dello Spirito - e impiega le medesime icone bibliche per farsi capire, non per raccontare cronache di dettaglio.
Le figure vigorose suggeriscono un’esplosione potente, che butta all’aria tutta la vita - questo il punto.
Ciò a dire: per una liberazione radicale dalle vecchie strutture che mascheravano il peccato e (troppe) doppiezze, ossessioni o quietismi, deve giungere lo Spirito divino.
Solo la sua forza inattesa e sconvolgente può cambiare la faccia della terra e far nascere trasformazioni radicali.
Impossibile ottenerlo autenticamente, generando qualsiasi rivolgimento a partire dal limite del nostro genio e muscoli.
È fuori dalle nostre capacità far cadere condizionamenti, barriere ataviche, e attivare la Novità poliedrica di Dio che ci umanizza.
Solo una Relazione fondante può ad es. convincere che le iniziative coraggiose e il trionfo della vita passano attraverso una forma di morte. Morte del pensiero comune, del mondo antico, di condizionamenti e mode - e del vuoto di se-stessi-a-modo.
Un’opera essenziale - per incontrare la molteplicità dei volti; propri e altrui.
Le “molte lingue parlate” stanno appunto a indicare l’universalismo ora graffiante del messaggio di Cristo e della sua Chiesa.
Il Dono viene da una Presenza ‘dentro’ noi e gli accadimenti. Ma è destinato appunto alle moltitudini, senza più barriere.
Il disastro di Babele è redento sia dall’alto che dal basso, perché qui e ora le difformità diventano risorse preziose.
Chi si lascia guidare dallo Spirito recupera le tante sfaccettature, anche dei [personali e non] lati in ombra.
In tal guisa si esprime nella lingua che tutti intendono: la Comunione, convivialità delle differenze.
È l’amore che fa tesoro di tutto e riunisce tutti (vv.7-11) facendo sparire le fissazioni idolatriche della religione selettiva - quella delle purità dalle sfumature individualiste o etniche; idolatrie legate all’estrazione culturale.
Tutti gli autori del Nuovo Testamento partono dalla realtà della presenza dello Spirito; Lc osa invece ‘descriverla’.
La discesa dello Spirito è dunque collocata nel giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dalla Pasqua.
Ma in Gv (20,22) Gesù comunica lo Spirito che anima i credenti e la Chiesa… il medesimo giorno della Risurrezione.
Come la stessa liturgia propone nei suoi segni ed espressioni simboliche, il Mistero della Pasqua è Uno.
A dirla tutta: il Crocifisso «consegnò lo Spirito» già dalla Croce (Gv 19,30).
Lc descrive il denso significato dell’unico Mistero-realtà pasquale in tre “momenti”-aspetti successivi di maturazione dei discepoli.
Essi diventano ‘apostoli’ [Risurrezione, Ascensione, Pentecoste] non per trasmetterci una cronaca di fatti particolari, bensì per aiutare a comprenderne il rilievo e i molteplici aspetti.
Gv invece colloca la consegna dello Spirito dalla Croce e nella sera di Pasqua, per evidenziarlo quale Dono globale del Crocifisso Risorto.
L’autore di At pone emblematicamente tale portato nel giorno di Pentecoste, per sottolineare il rapporto e distacco dalla festività ebraica.
Festa che però forniva uno scenario perfetto: era festa di pellegrinaggio che richiamava in Gerusalemme ebrei sia palestinesi che della diaspora.
Le origini “ufficiali” della Comunità resa consapevole del suo compito di «Inviata in uscita» si alimentava - in più - d’un sottile riferimento allo Spirito della Creazione.
L’alito della Ruah - Spirito divino [in ebraico di genere femminile] diventa il soffio vitale e vento impetuoso che investe la «Casa» (v.2) rigenerando e costringendo i timorosi seguaci, ancora seduti al Tempio (Lc 24,53).
L’antica Pentecoste celebrava l’arrivo del popolo al monte Sinai e il dono della Legge [che teologizzava la festa agricola del ringraziamento per la raccolta del frumento, la quale a sua volta concludeva il ciclo della natura rinascente che aveva avuto inizio a Pasqua e precedeva la festa delle Capanne poi svolta in occasione della grande raccolta d’autunno; nella tradizione dei pastori, la Pasqua era una teologizzazione del rito apotropaico del sacrificio d’un agnello per propiziarsi l’esito della transumanza primaverile, mentre Pentecoste la sua festa conclusiva sulle alture e che precedeva il ritorno agli ovili nell’autunno successivo].
Lc vuole insegnare che lo Spirito ha sostituito la Torah: è divenuto la nuova norma di comportamento e l’unico criterio non esteriore di comunione con Dio.
L’autore evoca la tradizionale festa ebraica, quasi per comparazione - onde segnare il suo compimento-pienezza. Ma come la Pasqua, anche Pentecoste è tesa all’avvenire.
L’evangelista vuol dimostrare l’ampiezza della destinazione dello Spirito su «dodici» regioni diverse, veicolata dal fuoco della Parola (v.3) la quale abilitava all’Annuncio verso tutte le nazioni sulla terra.
Ma anzitutto Lc ha come intento di farne comprendere la reale incisività.
L’autore del terzo Vangelo e di At si rende conto che per ottenere opere di giustizia e amore, agli uomini non basta indicare la strada giusta.
È l’Eterno stesso che deve diventare Soggetto affidabile della storia, unico propulsore della vita.
Pertanto, Dio ha dovuto cambiare il nostro cuore: precetti e consigli non sono sufficienti a modificare l’istinto profondo di persone e popoli.
La normativa esterna ci fa solo diventare epidermici: non coglie l’intimo, non convince il cuore.
Ogni azione genuina è espressione d’una adesione profonda, d’un desiderio dell’anima, di un impulso intimo coinvolgente.
La legge dello Spirito è una sorta di fantasia al potere, ma non sta al di fuori, né richiede in sé alcuno sforzo contromano con il proprio carattere - in radice.
Il «cuore nuovo» è la vita stessa di Dio che entra in noi per trasformarci, non in termini moralistici o di modello - bensì dilatando l’esistenza in modo genuino, a partire dal seme, dal nostro nucleo.
Quando la Vita dell’Eterno pulsa nell’anima di chiunque, spontaneamente manifesta Dio nella storia degli uomini.
E produce le sue opere vitali - con un’azione impensabile, trasmutandoci da rovi in alberi fecondi.
Senza più artificio e doppiezza, il nostro deserto incerto diventa giardino.
Addirittura iniziamo ad amare con la qualità d’amore stessa di Dio - talora senza neanche il proposito e la disciplina, o la stessa consapevolezza di volerlo fare.
Da quando lo Spirito prende dimora in qualsiasi donna o uomo, essi non hanno più bisogno di farsi ammaestrare dall’opinione altrui: possono finalmente essere se stessi.
«E questa è la Promessa che Egli ci ha fatto: la Vita dell’Eterno. Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano d’ingannarvi. E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da Lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca . Ma come la sua unzione v’insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così ora rimanete in Lui com’essa vi ha istruito» (1Gv 2,25-27).
Tutto quanto resta esterno o lontano, svapora, e senza fatica perde consistenza.
Ciò perché non c’è più legge o pensiero cerebrale che tenga, né obblighi di contorno alcuno.
Diventiamo «incapaci di peccato»: siamo passati dal senso religioso che intimidiva e rendeva proni, alla dignità piena della Fede.
«Chiunque è nato da Dio non commette peccato perché in lui dimora un germe divino e non può peccare, perché è nato da Dio» (1Gv 3,9).
Riuniti questa mattina in questa casa di preghiera consacrata al Signore, come non evocare l’altra bella immagine che adopera san Paolo per parlare della Chiesa, quella della costruzione le cui pietre sono tutte unite, strette le une alle altre per formare un solo edificio, e la cui pietra angolare, sulla quale tutto poggia, è Cristo? E’ lui la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini e alle donne di questo tempo una buona novella che non solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso, risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l'acqua che è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è diventata una fonte che zampilla, “fiumi d’acqua viva”, un dono che nessuno può arrestare e che ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio.
[Papa Benedetto, omelia Istambul 1 dicembre 2006]
Lo Spirito e i "semi di verità" del pensiero umano
1. Riprendendo un'affermazione del Libro della Sapienza (1,7), il Concilio Ecumenico Vaticano II ci insegna che "lo Spirito del Signore", il quale colma dei suoi doni il popolo di Dio pellegrino nella storia, "replet orbem terrarum", riempie tutto l'universo (cfr Gaudium et spes, 11). Egli guida incessantemente gli uomini verso la pienezza di verità e di amore che Dio Padre ha comunicato in Cristo Gesù.
Questa profonda consapevolezza della presenza e dell'azione dello Spirito Santo illumina da sempre la coscienza della Chiesa, facendo sì che tutto ciò che è genuinamente umano trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo (cfr ibid., 1).
Già nella prima metà del secondo secolo, il filosofo san Giustino poteva scrivere: "Tutto quanto è stato affermato sempre in modo eccellente e quanto scoprirono coloro che fanno filosofia o istituiscono leggi, è stato compiuto da loro attraverso la ricerca o la contemplazione di una parte del Verbo" (II Apol., 10,1-3).
2. L'apertura dello spirito umano alla verità e al bene si realizza sempre nell'orizzonte della "Luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1,9). Questa luce è lo stesso Cristo Signore, che ha illuminato fin dalle origini i passi dell'uomo ed è entrato nel suo "cuore". Con l'Incarnazione, nella pienezza dei tempi, la Luce è apparsa nel mondo in tutto il suo fulgore, brillando agli occhi dell'uomo come splendore di verità (cfr Gv 14,6).
Preannunciata già nell'Antico Testamento, la manifestazione progressiva della pienezza di verità che è Cristo Gesù si compie lungo il corso dei secoli per opera dello Spirito Santo. Tale specifica azione dello "Spirito della verità" (cfr Gv 14,17; 15,26; 16,13) riguarda non solo i credenti, ma, in modo misterioso, tutti gli uomini che, pur ignorando senza colpa il Vangelo, sinceramente cercano la verità e si sforzano di vivere rettamente (cfr Lumen gentium, 16).
Sulle orme dei Padri della Chiesa, san Tommaso d'Aquino può ritenere che nessuno spirito sia "così tenebroso da non partecipare in nulla alla luce divina. Infatti, ogni verità conosciuta da chicchessia è dovuta totalmente a questa 'luce che brilla nelle tenebre'; giacché ogni verità, chiunque sia che la dica, viene dallo Spirito Santo" (Super Ioannem, 1,5 lect. 3, n.103).
3. Per questo motivo, la Chiesa è amica di ogni autentica ricerca del pensiero umano e stima sinceramente il patrimonio di sapienza elaborato e trasmesso dalle diverse culture. In esso ha trovato espressione l'inesauribile creatività dello spirito umano indirizzato dallo Spirito di Dio verso la pienezza della verità.
L'incontro tra la parola di verità predicata dalla Chiesa e la sapienza espressa dalle culture ed elaborata dalle filosofie, sollecita queste ultime ad aprirsi e a trovare il proprio compimento nella rivelazione che viene da Dio. Come sottolinea il Concilio Vaticano II, tale incontro arricchisce la Chiesa, rendendola capace di penetrare sempre più a fondo nella verità, di esprimerla attraverso i linguaggi delle diverse tradizioni culturali e di presentarla - immutata nella sostanza - nella forma più adatta al mutare dei tempi (cfr Gaudium et spes, 44).
La fiducia nella presenza e nell'azione dello Spirito Santo anche nel travaglio della cultura del nostro tempo, può costituire, all'alba del Terzo Millennio, la premessa per un nuovo incontro tra la verità di Cristo e il pensiero umano.
4. Nella prospettiva del grande Giubileo dell'anno 2000, occorre approfondire l'insegnamento del Concilio a proposito di questo incontro sempre rinnovato e fecondo tra la verità rivelata, custodita e trasmessa dalla Chiesa, e le molteplici forme del pensiero e della cultura umana. Resta purtroppo ancor oggi valida la constatazione di Paolo VI nella lettera Enciclica Evangelii nuntiandi, secondo cui "la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (n. 20).
Per ovviare a questa rottura, che incide con gravi conseguenze sulle coscienze e sui comportamenti, occorre risvegliare nei discepoli di Gesù Cristo quello sguardo di fede capace di scoprire i "semi di verità" diffusi dallo Spirito Santo nei nostri contemporanei. Si potrà contribuire anche alla loro purificazione e maturazione attraverso la paziente arte del dialogo, che mira in particolare alla presentazione del volto di Cristo in tutto il suo splendore.
In particolare è necessario tener ben presente il grande principio formulato dall'ultimo Concilio, che ho voluto richiamare nell'Enciclica Dives in misericordia: "Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda" (n. 1).
5. Tale principio si mostra fecondo non solo per la filosofia e la cultura umanistica, ma anche per i settori della ricerca scientifica e dell'arte. Infatti, l'uomo di scienza che "si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono" (GS, 36b).
D'altro canto, il vero artista ha il dono di intuire e di esprimere l'orizzonte luminoso e infinito in cui è immersa l'esistenza dell'uomo e del mondo. Se è fedele all'ispirazione che lo abita e lo trascende, egli acquisisce una segreta connaturalità con la bellezza di cui lo Spirito Santo riveste la creazione.
Lo Spirito Santo, Luce che illumina le menti e divino "artista del mondo" (S. Bulgakov, Il Paraclito, Bologna 1971, p. 311), guidi la Chiesa e l'umanità del nostro tempo lungo i sentieri di un nuovo sorprendente incontro con lo splendore della Verità!
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 settembre 1998]
Oggi che la piazza è aperta, possiamo tornare. È un piacere!
Oggi celebriamo la grande festa di Pentecoste, nel ricordo dell’effusione dello Spirito Santo sulla prima Comunità cristiana. Il Vangelo odierno (cfr Gv 20,19-23) ci riporta alla sera di Pasqua e ci mostra Gesù risorto che appare nel Cenacolo, dove si sono rifugiati i discepoli. Avevano paura. «Stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (v. 19). Queste prime parole pronunciate dal Risorto: «Pace a voi», sono da considerare più che un saluto: esprimono il perdono, il perdono accordato ai discepoli che, per dire la verità, lo avevano abbandonato. Sono parole di riconciliazione e di perdono. E anche noi, quando auguriamo pace agli altri, stiamo dando il perdono e chiedendo pure il perdono. Gesù offre la sua pace proprio a questi discepoli che hanno paura, che stentano a credere a ciò che pure hanno veduto, cioè il sepolcro vuoto, e sottovalutano la testimonianza di Maria di Magdala e delle altre donne. Gesù perdona, perdona sempre, e offre la sua pace ai suoi amici. Non dimenticatevi: Gesù non si stanca mai di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.
Perdonando e radunando attorno a sé i discepoli, Gesù fa di essi una Chiesa, la sua Chiesa, che è una comunità riconciliata e pronta alla missione. Riconciliata e pronta alla missione. Quando una comunità non è riconciliata, non è pronta alla missione: è pronta a discutere dentro di sé, è pronta alle [discussioni] interne. L’incontro con il Signore risorto capovolge l’esistenza degli Apostoli e li trasforma in coraggiosi testimoni. Infatti, subito dopo dice: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21). Queste parole fanno capire che gli Apostoli sono inviati a prolungare la stessa missione che il Padre ha affidato a Gesù. «Io mando voi»: non è tempo di stare rinchiusi, né di rimpiangere: rimpiangere i “bei tempi”, quei tempi passati col Maestro. La gioia della risurrezione è grande, ma è una gioia espansiva, che non va tenuta per sé, è per darla. Nelle domeniche del Tempo pasquale abbiamo ascoltato dapprima questo stesso episodio, poi l’incontro con i discepoli di Emmaus, quindi il buon Pastore, i discorsi di addio e la promessa dello Spirito Santo: tutto questo è orientato a rafforzare la fede dei discepoli – e anche la nostra – in vista della missione.
E proprio per animare la missione, Gesù dona agli Apostoli il suo Spirito. Dice il Vangelo: «Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (v. 22). Lo Spirito Santo è fuoco che brucia i peccati e crea uomini e donne nuovi; è fuoco d’amore con cui i discepoli potranno “incendiare” il mondo, quell’amore di tenerezza che predilige i piccoli, i poveri, gli esclusi… Nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione abbiamo ricevuto lo Spirito Santo con i suoi doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, conoscenza, pietà, timore di Dio. Quest’ultimo dono – il timore di Dio – è proprio il contrario della paura che prima paralizzava i discepoli: è l’amore per il Signore, è la certezza della sua misericordia e della sua bontà, è la fiducia di potersi muovere nella direzione da Lui indicata, senza che mai ci manchino la sua presenza e il suo sostegno.
La festa di Pentecoste rinnova la consapevolezza che in noi dimora la presenza vivificante dello Spirito Santo. Egli dona anche a noi il coraggio di uscire fuori dalle mura protettive dei nostri “cenacoli”, dei gruppetti, senza adagiarci nel quieto vivere o rinchiuderci in abitudini sterili. Eleviamo ora il nostro pensiero a Maria. Lei era lì, con gli Apostoli, quando è venuto lo Spirito Santo, protagonista con la prima Comunità dell’esperienza mirabile della Pentecoste, e preghiamo Lei perché ottenga per la Chiesa l’ardente spirito missionario.
[Papa Francesco, Regina Coeli 31 maggio 2020]
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.