Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
25a Domenica T.O. (anno A) [20 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 6-9)
«Cercate il Signore, poiché si fa trovare». Il messaggio di Isaia non significa: «Affrettatevi, perché Dio potrebbe allontanarsi». Al contrario: Dio è sempre vicino e si lascia sempre trovare. Siamo noi, nella nostra libertà, ad allontanarci da Lui e talvolta arriviamo persino a perdere il desiderio di cercarlo.
Isaia parla a un popolo scoraggiato, esiliato a Babilonia e convinto che Dio lo abbia abbandonato. Il profeta invita a respingere questa idea: il silenzio di Dio non significa la sua assenza, e Dio non è lontano, inaccessibile o incapace di perdonare. Al contrario, Egli è «ricco di perdono». Il tema fondamentale è dunque quello del ritorno: quando pensiamo a Dio come a un giudice duro, vendicativo o indifferente, ci allontaniamo da Lui. Quando invece ci volgiamo nuovamente verso di Lui, scopriamo il suo volto autentico: un Dio tenero, misericordioso e pronto a perdonare. Questa rivelazione attraversa tutta la Bibbia. Osea presenta Dio come colui che rinuncia alla collera perché il suo cuore è pieno di compassione. Geremia parla di pensieri di pace, capaci di donare futuro e speranza. Nel Vangelo, Gesù ricorda che Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Persino Giona rimprovera Dio perché è «tenera e misericordiosa» la sua compassione verso i nemici di Israele. Dio è il «Tutto-Altro» e il «Tutto-Vicino» Isaia afferma: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dio è infinitamente diverso da noi, ma proprio questa sua diversità rivela qualcosa di straordinario: Dio ama e perdona senza fare calcoli. Noi siamo spesso abituati alla logica del dare e avere: pensiamo che i buoni debbano essere premiati e i cattivi puniti; calcoliamo i nostri meriti e ci chiediamo se siamo degni del perdono. Dio, invece, non ci chiede di «guadagnarci» il suo amore. Il suo perdono è grazia, è gratuità. La vera domanda, quindi, non è se Dio sia disposto a perdonarci, ma se noi siamo disposti ad accogliere il suo perdono. Come dice il testo delle Cronache: «Se il mio popolo […] ritorna dalla sua condotta malvagia, io ascolterò, perdonerò il suo peccato e guarirò». Non è Dio a mettere una condizione al suo amore: siamo noi che dobbiamo aprirci per poterlo ricevere. Infine, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri» ci invita anche all’umiltà e alla tolleranza. Se Dio supera infinitamente la nostra comprensione, nessuno può pretendere di possedere pienamente la verità su di Lui. Parlare di Dio richiede dunque umiltà e ascolto. In sintesi Dio non si allontana da noi: siamo noi ad allontanarci da Lui. E quando ritorniamo, non troviamo un Dio severo che ci presenta il conto dei nostri errori, ma un Padre sempre vicino, tenero, misericordioso e ricco di perdono. Il suo amore non si compra e non si merita: si riceve gratuitamente.
Salmo Responsoriale (144/145)
«Buono è il Signore è verso tutti». Il Salmo 144/145 si accorda perfettamente con il messaggio del profeta Isaia: Dio è pieno di misericordia, ricco di perdono e invita continuamente l’uomo a tornare a Lui. Il salmo è la risposta di chi ha ritrovato la fede: «Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno». È un salmo «alfabetico»: dall’inizio alla fine, dalla A alla Z, tutta la vita è immersa nell’alleanza e nella tenerezza di Dio e grandezza di Dio. Il salmo proclama: «Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza». Isaia esprime la stessa idea dicendo che i pensieri e le vie di Dio sono infinitamente superiori ai nostri. Ma la grandezza di Dio non è quella del potere umano, della ricchezza o del successo. La vera grandezza di Dio è il suo amore e, soprattutto, la sua capacità di perdonare. Anche per l’essere umano vale la stessa logica: la vera grandezza non consiste nel dominare, ma nel saper amare. È naturale, perché siamo creati a immagine di Dio. Una giustizia diversa dalla nostra Il salmo afferma: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Il perdono di Dio non è riservato a pochi: è offerto a tutti, anche al peccatore che ritorna a Lui. La nostra idea di giustizia ci porta a pensare che chi ha sbagliato molto debba ricevere una punizione maggiore. Dio, invece, ci invita a cambiare prospettiva: la giustizia di Dio non è quella della bilancia, ma quella dell’amore. Lo mostra anche la parabola degli operai dell’ultima ora: tutti ricevono lo stesso salario, indipendentemente dal numero di ore lavorate. Gesù ci insegna così che l’amore di Dio non funziona secondo i nostri calcoli di merito, anzianità o ricompensa. La sua generosità non toglie nulla a nessuno. Dio è vicino a tutti Il salmo conclude: «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità». La bontà di Dio è per tutti. La sua grandezza è il suo amore, la sua giustizia è la misericordia e il suo perdono non si misura secondo i nostri meriti. E quando scopriamo questa logica, siamo chiamati non solo ad accogliere il suo perdono, ma anche a gioire del bene che Egli dona agli altri, senza invidia né giudizio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
«Per me vivere è Cristo». La Lettera ai Filippesi è particolarmente intensa perché unisce la grande passione di Paolo per Cristo e per la sua missione con il suo affetto umano e fraterno verso le persone che ha incontrato. Paolo scrive mentre è in prigione e rischia la morte. Eppure afferma con grande serenità: « Cristo sarà glorificato nel mio corpo sia che io viva, sia che io muoia, », cioè nella sua persona e nella sua vita. Se sarà liberato, potrà continuare ad annunciare il Vangelo; se invece morirà, anche il suo martirio diventerà una testimonianza della fede nella Risurrezione. Per Paolo, dunque, qualunque cosa accada può diventare occasione per far conoscere Cristo. Persino la sua prigionia ha contribuito a dare coraggio ad altri cristiani per annunciare la Parola. «Per me vivere è Cristo» Quando Paolo dice: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno», esprime il centro della sua esistenza: Cristo è la sua ragione di vivere. Vivere significa appartenere a Cristo e servirlo; morire significa entrare pienamente nella comunione con Lui. Paolo desidera infatti partire per essere con Cristo, ma non vuole sottrarsi alla missione che gli è stata affidata. È combattuto tra due desideri: da una parte desidera essere definitivamente con Cristo, dall’altra sa che la sua presenza può essere utile agli altri. Alla fine, ciò che conta per lui non è il proprio interesse, ma il bene delle comunità e la diffusione del Vangelo. L’unica cosa che conta è il Vangelo. Paolo ci lascia così una domanda molto importante: per che cosa viviamo? Per lui la risposta è chiara: vivere significa appartenere a Cristo e mettere la propria vita al servizio del Vangelo. Considera la propria vita come un dono da spendere per gli altri. Per questo conclude esortando i Filippesi: «Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo». Non si tratta semplicemente di essere persone moralmente corrette. Significa prendere sul serio il Vangelo e renderlo visibile con la propria vita, con le proprie parole e con il proprio servizio Vivere per Cristo significa trasformare tutta la vita in una testimonianza dell’amore di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (20, 1-16a)
Abbandonare la nostra logica da ragionieri. Questa è la logica che ci presenta la parabola degli operai della vigna. Secondo i nostri criteri, sembra ingiusta: quelli che hanno lavorato tutto il giorno ricevono la stessa paga di quelli arrivati all’ultima ora, ma Gesù chiarisce subito che non sta parlando di una normale azienda, bensì del «Regno dei Cieli». E nel Regno di Dio valgono criteri diversi dai nostri: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore. Il punto centrale della parabola è ciò che rivela di Dio: «Io sono buono». La bontà di Dio non fa calcoli, non misura i meriti e non stabilisce quanto amore ciascuno abbia «guadagnato». Nel Regno di Dio non esiste una contabilità dei meriti. Noi, invece, siamo spesso tentati di contabilizzare tutto: sacrifici, sofferenze, preghiere, opere buone. Pensiamo che tutto questo ci dia dei «diritti» davanti a Dio. Gesù ci invita a cambiare completamente questa mentalità.
«Tu sei invidioso perché io sono buono?» Gli operai della prima ora protestano: «Tu li tratti come noi!». mentre pensano: «Noi meritiamo di più». Ma l’amore non funziona secondo la logica del merito. L’amore non si compra e non si conquista: si riceve come dono. La giustizia di Dio non consiste nel distribuire secondo i nostri calcoli, ma nell’amare ogni suo figlio pienamente e senza misura. La stessa logica attraversa tutta la Bibbia: Dio perdona i Niniviti nonostante siano pagani; Gesù accoglie pubblicani e peccatori; il padre della parabola accoglie con gioia il figlio prodigo. E sulla croce, il buon ladrone, all’ultimo momento, si rivolge a Gesù e riceve la promessa del Paradiso. Chi può dirsi «operaio della prima ora»? In realtà, la parabola dovrebbe consolarci. Chi di noi può davvero considerarsi operaio della prima ora? Tutti, in qualche modo, siamo operai dell’ultima ora. Tutti viviamo della misericordia e della gratuità di Dio. Il problema nasce quando guardiamo gli altri con invidia e pensiamo che Dio sia troppo buono con loro. È allora che il nostro occhio diventa cattivo. La lezione è quindi un invito a lasciare la mentalità del confronto, del merito e del calcolo, per entrare nella logica della grazia. In sintesi Dio non ama secondo i nostri meriti: ama gratuitamente, pienamente e senza misura. La vera conversione consiste nell’abbandonare la nostra «logica da ragionieri» e imparare a vedere con gli occhi di Dio. Non dobbiamo chiederci chi merita di più, ma gioire perché Dio è buono con tutti. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le mie vie non sono le vostre vie» (Isaia). La giustizia di Dio è, in definitiva, la giustizia dell’amore e della misericordia.
+Giovanni D’Ercole
(Moneta unica e smart working: l’Amore)
(Mt 20,1-16)
Nell'atrio del tempio di Gerusalemme, il rampicante del portale era simbolo dei doni che il popolo era chiamato a presentare a Dio: accoglienza reciproca, comprensione, condivisione... per la felicità di tutti.
Ovvio che entrare all'inizio della giornata (ossia, della nostra esistenza) in questa logica dell'amore è meglio che entrare all'ultima ora.
Essere in comunione con Dio, stare nella sua Vigna e aver avuto la grazia di non perdere neppure un istante di vita senza la sua Presenza è un «portare il peso» o viceversa un piacere?
I credenti della prima ora si sentono profondamente offesi, perché sotto sotto identificano il “vantaggio” con ciò che si sono sempre negati.
Pensano il “godersi la vita” allo stesso modo dei pagani! Il lavoro è infatti... «sopportato» [v.12: notare il verbo!].
Ebbene, Dio non ha operai a stipendio: solo figli; nessun subalterno. E nessuno di noi è trascurabile per “inefficienza”.
Quello dei Modelli è un effetto bloccante; legato a paragoni insignificanti.
Non in sincronia profonda con se stessi [vv.6-7].
Il Vangelo di Mt nasce da comunità siro-palestinesi, le quali iniziavano a fare esperienza di pagani e peccatori che accorrevano numerosi e stavano diventando maggioranza numerica.
L’atteggiamento dei forestieri che si presentavano alle porte delle comunità era molto più libero dello stile (ingessato) dei veterani imbarazzati.
La nuova mentalità, sciolta da vincoli, provocava gelosie tra coloro che erano abituati a scrutare la vita altrui - quasi per dovere religioso.
In fondo, quella dei principianti e ‘meticci’ che volevano iniziare un cammino d’amore non era che riflesso della sublime fluidità sovrabbondante, delle magnanime elargizioni divine.
‘Gratis’: comunicato senza diffidenze né esclusioni; non sulla base di meriti precedenti.
Dono emancipato da ogni necessario contraccambio - e in forza del solo bisogno.
Pertanto, il brano di oggi resta un Richiamo forte.
L’importanza del lavoro induce il Padrone a non mandare il suo fattore (!) di cui sa purtroppo di non potersi fidare pienamente.
Egli stesso esce ripetutamente e non vuole interferenze dirigiste, nel chiamare personalmente gli operai.
Unico a capire: non è mai troppo tardi!
L’insegnamento è appunto per i responsabili di comunità, i quali spesso non si accollano l’onere di scomodarsi da casa alla continua ricerca di tutti, e adattarsi loro a persone e vicende.
Il Padre vuole invece una Famiglia (Vigna) che presenti al mondo il dolce e zuccherino frutto della Festa - unica cosa davvero importante, principio non negoziabile.
Così, ai sempre morbosi primi della classe il Signore continua a fare un “dispetto” assai educativo.
Già in vita devono scoprire che Egli non discrimina sulla base di percentuali redditizie esterne, o altrui stati mentali negativi.
“Paga” tutti senza riserve e con «moneta» unica: la sua Persona. Nessun pilota automatico è abilitato a turbare il nostro respiro.
Conta l’anima, non il curriculum o la prestazione.
[25.a Domenica T.O. (anno A) 20 settembre 2026]
Non è mai troppo tardi (Moneta unica e smart working: l’Amore)
(Mt 20,1-16)
Nell'atrio del tempio di Gerusalemme, il rampicante del portale era simbolo dei doni che il popolo era chiamato a presentare a Dio: accoglienza reciproca, comprensione, condivisione... per la felicità di tutti.
Ovvio che entrare all'inizio della giornata (ossia, della nostra esistenza) in questa logica dell'amore è meglio che entrare all'ultima ora.
Invece: «Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?» [v.19 testo greco].
Ma essere in comunione con Dio, stare nella sua Vigna e aver avuto la grazia di non perdere neppure un istante di vita senza la sua Presenza è un «portare il peso» o viceversa un piacere?
Ma che domanda ingenua... certo, le questioni in ballo sono queste e sono profonde, ma anche altre. Allora chiediamoci: in ciò che facciamo, quanto conta il teatro esteriore? Così tanto?
I credenti della ‘prima ora’ si sentono profondamente offesi, perché sotto sotto identificano il “piacere” o il “vantaggio” con ciò che si sono sempre negati a forza. Forse per una questione di look sociale perbenista, o per malinteso senso di Dio; in ogni caso, artificiosamente.
Essi pensano il “godersi la vita” allo stesso modo dei pagani! Il lavoro è infatti... «sopportato» [v.12: notare il verbo!].
I loro sentimenti inespressi sono ugualmente poco pii... ma i primi della classe restano più abili di altri a sfruttare il paravento dell’appartenenza certificata da tempo, per mascherarsi dietro lo zelo di rinunce, opere, sudori, procedure, prescrizioni, esibizioni, e migliori performances.
Ebbene, Dio non ha operai a stipendio: solo figli; nessun subalterno.
Nessuno di noi è trascurabile per “inefficienza” - sulla base della vecchia idea di appartenenza comprovata: il ritmo disumano, i volumi produttivi, lo sforzo, il rendimento... gli straordinari extra...
Quello dei modelli è un effetto bloccante; legato a paragoni insignificanti, vita stressante, di corsa (e troppo impegnata) - tutto sotto influsso esterno.
Non in sincronia profonda con se stessi [vv.6-7: «”Perché state qui tutto il giorno inoperosi?”. Gli dicono: “Perché nessuno ci ha preso a giornata”. Dice loro: “Andate anche voi nella Vigna”»].
Al Padre interessa solo la Felicità personale e la Gioia dell’Amore: unico Frutto gustoso; non il mucchio di opere esterne, non il gran volume dei tanti e tanti “frutti” - spesso purtroppo immangiabili.
È l’esito del mondo nuovo, rovesciato.
Siamo tutti egualmente protagonisti e leaders, anche se a qualche habitué “interno” il nostro contributo appare frammentario, inefficiente - e ci valuta poco “coinvolti” (magari nei ‘costumi’); affatto “regolari” - con occhio torvo e presuntuoso.
La recente esperienza dello smart working durante la crisi sanitaria ha fatto emergere il peso specifico degli “ultimi arrivati”: persone meno legate alla produzione, meno estroverse e meno capaci di comando, ma forse più riflessive e profonde, più rispettose della preziosità del loro stesso lavoro; meno esteriori o esibizioniste, più collaborative.
Lo svantaggioso è diventato favorevole!
Il Vangelo di Mt nasce da comunità siro-palestinesi, le quali iniziavano a fare esperienza di pagani e peccatori che accorrevano numerosi e stavano diventando maggioranza numerica.
Tutto ciò, con grande scandalo sia degli ambienti farisaici che giudeo cristiani - i quali ora si mostravano avversari dei nuovi.
Insomma, i veterani iniziavano a comportarsi come fossero “farisei” di ritorno, legati alle opere di legge e all’antico bagaglio etnico-culturale.
Così il Maestro li tratta - perché si ostinavano a non ascoltare la marea di persone un tempo lontane, le quali ora porgevano novità. E [proprio loro, senza grande pratica di opere devote] aprivano ai reduci un cammino di Esodo, di Liberazione dalle convinzioni dei padri.
L’atteggiamento dei forestieri e “frammisti” che si presentavano alle porte delle fraternità era molto più libero e focoso di quello degli anziani di comunità, giudaizzanti.
La loro mentalità sciolta da vincoli iniziava a provocare gelosie tra coloro che - quasi per dovere religioso - erano abituati a scrutare la vita altrui con sospetto.
In fondo, quella dei principianti e “meticci” che volevano iniziare un cammino d’amore non era che un riflesso della fluidità sovrabbondante dei Doni divini.
‘Gratis’ comunicato senza diffidenze, né esclusioni: non sulla base di meriti precedenti, bensì gratuitamente e in forza del solo bisogno.
Possiamo sperimentare oggi dal vivo le identiche dinamiche di contrapposizione, fra nuovi consanguinei su base di Fede e i consuetudinari [più preoccupati dei loro posti fissi e posizioni di primato “faticosamente” conquistate].
Ma grazie alla Parola (v.15b) questi ultimi ormai li riconosciamo: dal giudizio e dalle maniere. Né mai vogliono lasciar andare un passato finito, o il loro “nuovo” mondo sofisticato d’ipotesi cerebrali alla moda.
Quando Dio “buono” li smaschera, mettendone in luce il pregiudizio, essi restano con l’occhio obliquo e cattivo del falso paternalismo.
Ma si tratta di uno sguardo maligno solo a fini intimidatori - per invidia e “lesa maestà”, non per educarci.
Così s’illudono di non farsi capire e continuare a sterilizzare o pilotare, ridicolizzando l’Amore [anche per toglierci dai piedi - onde evitare il pericolo di esser messi in ombra] per inettitudine, e dallo stesso svolgersi normale della vita.
Pertanto, il brano di oggi resta dopo tanti secoli, un Richiamo forte.
L’importanza del lavoro induce il Padrone a non mandare il suo fattore (!) di cui sa purtroppo di non potersi fidare pienamente.
Egli stesso esce ripetutamente e non vuole interferenze dirigiste, nel chiamare personalmente gli operai.
Unico a capire: non è mai troppo tardi!
L’insegnamento è appunto per i responsabili di comunità, i quali spesso non si accollano l’onere di scomodarsi da casa alla continua ricerca di tutti, e adattarsi loro a persone e vicende.
Il Padre vuole invece una Famiglia (Vigna) che presenti al mondo il dolce e zuccherino frutto della Festa - unica cosa davvero importante, principio non negoziabile.
Così, ai sempre morbosi primi della classe il Signore continua a fare un “dispetto” assai educativo.
Già in vita devono scoprire che Egli non discrimina sulla base di percentuali redditizie esterne, o altrui stati mentali negativi.
“Paga” tutti senza riserve e con «moneta» unica: la sua Persona. Nessun pilota automatico è abilitato a turbare il nostro respiro.
Conta l’anima, non il curriculum o la prestazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In cosa ritieni incomprensibile la Volontà di Dio, o piuttosto la mentalità commerciale, cupa e squadrata (ricoperta di doveri, tristezza, fatica e dolore) dei suoi investigatori?
Cari fratelli e sorelle,
forse ricorderete che quando, nel giorno della mia elezione, mi rivolsi alla folla in Piazza San Pietro, mi venne spontaneo presentarmi come un operaio della vigna del Signore. Ebbene, nel Vangelo di oggi (cfr Mt 20,1-16a), Gesù racconta proprio la parabola del padrone della vigna che a diverse ore del giorno chiama operai a lavorare nella sua vigna. E alla sera dà a tutti la stessa paga, un denaro, suscitando la protesta di quelli della prima ora. E’ chiaro che quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi". Un primo messaggio di questa parabola sta nel fatto stesso che il padrone non tollera, per così dire, la disoccupazione: vuole che tutti siano impegnati nella sua vigna. E in realtà l’essere chiamati è già la prima ricompensa: poter lavorare nella vigna del Signore, mettersi al suo servizio, collaborare alla sua opera, costituisce di per sé un premio inestimabile, che ripaga di ogni fatica. Ma lo capisce solo chi ama il Signore e il suo Regno; chi invece lavora unicamente per la paga non si accorgerà mai del valore di questo inestimabile tesoro.
[…] Mi piace sottolineare che Matteo, in prima persona, ha vissuto questa esperienza (cfr Mt 9,9). Egli infatti, prima che Gesù lo chiamasse, faceva di mestiere il pubblicano e perciò era considerato pubblico peccatore, escluso dalla "vigna del Signore". Ma tutto cambia quando Gesù, passando accanto al suo banco delle imposte, lo guarda e gli dice: "Seguimi". Matteo si alzò e lo seguì. Da pubblicano diventò immediatamente discepolo di Cristo. Da "ultimo" si trovò "primo", grazie alla logica di Dio, che – per nostra fortuna! – è diversa da quella del mondo. "I miei pensieri non sono i vostri pensieri – dice il Signore per bocca del profeta Isaia –, / le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8). Anche San Paolo […] ha sperimentato la gioia di sentirsi chiamato dal Signore a lavorare nella sua vigna. E quanto lavoro ha compiuto! Ma, come egli stesso confessa, è stata la grazia di Dio a operare in lui, quella grazia che da persecutore della Chiesa lo trasformò in apostolo delle genti. Tanto da fargli dire: "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno". Subito però aggiunge: "Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere" (Fil 1,21-22). Paolo ha compreso bene che operare per il Signore è già su questa terra una ricompensa.
La Vergine Maria […] è tralcio perfetto della vigna del Signore. Da lei è germogliato il frutto benedetto dell’amore divino: Gesù, nostro Salvatore. Ci aiuti Lei a rispondere sempre e con gioia alla chiamata del Signore, e a trovare la nostra felicità nel poter faticare per il Regno dei cieli.
[Papa Benedetto, Angelus 21 settembre 2008]
6. Un’altra parabola ci fa capire che non è mai troppo tardi per entrare nella Chiesa. L’invito di Dio può essere rivolto all’uomo sino all’ultimo momento della vita. È la nota parabola degli operai della vigna: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna” (Mt 20, 1). Uscì poi ancora alcune volte in diverse ore del giorno, fino all’ultima ora. E a tutti fu dato un salario nel quale, oltre il limite del rapporto di stretta giustizia, il padrone volle manifestare tutto il suo generoso amore.
Viene in mente, a questo riguardo, il commovente episodio, narrato dall’evangelista Luca, sul “buon ladrone” crocifisso accanto a Gesù sul Golgota. A lui l’invito si è manifestato come iniziativa misericordiosa di Dio, mentre diceva ormai quasi spirando: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Egli udì dalla bocca del Redentore-Sposo, condannato alla morte in croce: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 42-43).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 18 settembre 1991]
Nell’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) troviamo la parabola dei lavoratori chiamati a giornata, che Gesù racconta per comunicare due aspetti del Regno di Dio: il primo, che Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno; il secondo, che alla fine vuole dare a tutti la stessa ricompensa, cioè la salvezza, la vita eterna.
Il padrone di una vigna, che rappresenta Dio, esce all’alba e ingaggia un gruppo di lavoratori, concordando con loro il salario di un denaro per la giornata: era un salario giusto. Poi esce anche nelle ore successive – cinque volte, in quel giorno, esce – fino al tardo pomeriggio, per assumere altri operai che vede disoccupati. Al termine della giornata, il padrone ordina che sia dato un denaro a tutti, anche a quelli che avevano lavorato poche ore. Naturalmente, gli operai assunti per primi si lamentano, perché si vedono pagati allo stesso modo di quelli che hanno lavorato di meno. Il padrone, però, ricorda loro che hanno ricevuto quello che era stato pattuito; se poi Lui vuole essere generoso con gli altri, loro non devono essere invidiosi.
In realtà, questa “ingiustizia” del padrone serve a provocare, in chi ascolta la parabola, un salto di livello, perché qui Gesù non vuole parlare del problema del lavoro o del giusto salario, ma del Regno di Dio! E il messaggio è questo: nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e per tutti alla fine ci sarà il compenso che viene dalla giustizia divina – non umana, per nostra fortuna! –, cioè la salvezza che Gesù Cristo ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione. Una salvezza che non è meritata, ma donata – la salvezza è gratuita -, per cui «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).
Con questa parabola, Gesù vuole aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi stupire e affascinare dai «pensieri» e dalle «vie» di Dio che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri pensieri e non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). I pensieri umani sono spesso segnati da egoismi e tornaconti personali, e i nostri angusti e tortuosi sentieri non sono paragonabili alle ampie e rette strade del Signore. Egli usa misericordia – non dimenticare questo: Egli usa misericordia –, perdona largamente, è pieno di generosità e di bontà che riversa su ciascuno di noi, apre a tutti i territori sconfinati del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia.
Gesù vuole farci contemplare lo sguardo di quel padrone: lo sguardo con cui vede ognuno degli operai in attesa di lavoro, e li chiama ad andare nella sua vigna. E’ uno sguardo pieno di attenzione, di benevolenza; è uno sguardo che chiama, che invita ad alzarsi, a mettersi in cammino, perché vuole la vita per ognuno di noi, vuole una vita piena, impegnata, salvata dal vuoto e dall’inerzia. Dio che non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio, del nostro Dio che è Padre.
Maria Santissima ci aiuti ad accogliere nella nostra vita la logica dell’amore, che ci libera dalla presunzione di meritare la ricompensa di Dio e dal giudizio negativo sugli altri.
[Papa Francesco, Angelus 24 settembre 2017]
Nella differenza tra religiosità comune e Fede personale
(Lc 8,4-15)
Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito:
«E un’altra parte cadde sulla terra quella bella, e germogliata fece frutto al centuplo» (v.8).
Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.
La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.
Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.
Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava chicchi a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.
L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura, e non consentissero ai grani di attecchire grazie a un minimo di umidità.
Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.
Il Seme già opera: il nuovo “Regno che Viene” non è glorioso, ma qua e là alligna e produce - anche dove non t’aspetti.
A norma di mentalità religiosa antica sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.
Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» frutti in maniera diversa: il cento, il sessanta, il trenta per uno [Mt 13,8.23; Mc 4,8.20; il testo di Lc non parla di percentuali].
Con il termine «bello» (in senso orientale) s’intende il terreno pieno e fecondo [l’anima e l’opera dei discepoli più intimi, anche anonimi].
Il Signore vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.
La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è taccagno, né esclusivo - bensì magnanimo.
In tal guisa, la Chiesa suo Popolo nuovo è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive.
Il nuovo Rabbi non aveva intenzione di ritagliarsi discepoli migliori di altri - isolati dalla realtà della famiglia umana.
Proponeva un nuovo stile di vita, convivente.
Insomma, Dio non forza la crescita del “granello” in ciascuno di noi, in modo astratto; ma attende con pazienza.
Accetta perfino che nasca male o che non spunti affatto. Conosce dove andare.
Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori (anche sull’asfalto), sa che verrà tacciato di essere poco accorto.
Ma Egli non si preoccupa della quantità, né dei frutti esteriori immediati della sua ‘semente’.
Non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza”!
Tale la amabile, umanizzante e divina, genitoriale Tolleranza che salva. Essa che non ci sequestra ogni attimo, a pianificare.
Gl’interessa piuttosto farci capire che non è un Dio calcolatore e avaro, esteriore, taccagno e prevenuto; bensì Padre munifico e conciliante.
Signore del Regno che non attende prima le nostre piccole ‘perfezioni’.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.
Purtroppo, fin dalle prime generazioni di credenti, il richiamo positivo di Gesù è stato reinterpretato un po’ al contrario: con venature moraliste e individualiste (vv.11-15) che ne hanno intaccato la genuinità.
In tal guisa, la iniziale proposta di Fede personale si è contaminata con la consuetudinaria ottica purista e di ripiego [colpevolizzante] tipica delle filosofie e religioni circostanti, come del pensiero comune.
Alcune configurazioni di ordine ecclesiale hanno di seguito normalizzato la stessa potenza eccezionale del Messaggio; così inedito. In particolare, il nuovo senso di adeguatezza, fiducia e autostima che il Figlio di Dio intendeva comunicare ai suoi amici, e al mondo dei piccoli.
[Sabato 24.a sett. T.O. 19 settembre 2026]
Nella differenza tra religiosità comune e Fede personale
(Lc 8,4-15)
Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita degli agricoltori. La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante. Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.
Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava il seme a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.
L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura e non consentissero al seme di attecchire grazie a un minimo di umidità. Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.
La parabola (vv.5-8) che precede l’allegoria (vv.11-15) pone a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito. Il seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là attecchisce e produce - anche dove non t’aspetti.
A norma di mentalità perbene sembra una follia, ma il divino “agricoltore” non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.
Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «buono» (v.8) porti frutto nel tempo «con perseveranza» (v.15). A differenza di Mc e Mt, Lc parla unicamente del «frutto al centuplo» (v.8).
Gesù vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria. La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è spilorcio, né esclusivo - bensì magnanimo.
La sua Chiesa è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni immediatamente selettive: il Signore non ha intenzione di ritagliarsi discepoli subito migliori di altri e isolati dalla realtà della famiglia umana. Un nuovo stile di vita.
Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, ma attende con pazienza. Accetta anche che nasca male o che non spunti affatto.
Visto che sparge in modo strabocchevole su tutti i generi di cuori [anche sull’asfalto] sa che verrà tacciato di essere poco accorto: non si preoccupa dei frutti esteriori immediati (!) della sua “semente” - non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza” (!).
Ma gl’interessa farci capire che è un Padre, non il Dio calcolatore delle credenze antiche: avaro, esteriore, taccagno, scostante, prevenuto.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.
Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre, “agricoltore” delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste.
Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose, assuefatto, esteriore, dirigista.
Siamo forse ancora troppo legati a brame e livelli economici precedenti ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato.
Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto uguale a prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento, subito entusiasta e che non fa spostare lo sguardo.
Invece la marea difforme viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui figura unica, nella convivialità delle differenze.
È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a vecchi modelli graditi ma ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove. E forse tutto ciò ha portato troppo a imitare lo squalificato avere-apparire, invece che l’essere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.
Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni, le quali non badano al terreno bello del carattere, del dono vocazionale [esso porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione vera - annidata fra le inconsistenze].
Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come sempre” o “come dovremmo essere”... Ciò malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da rovi). Appelli eloquenti - questi contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà e territori dell’anima, nell’essenza.
Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima. Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli, che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo nuovo.
Ebbene, qualcosa - o l’intera vita - potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per i cliché o vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione, che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere radici profonde.
Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando. E abbandonarsi alle proposte della marea di chicchi che vengono per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.
Al Vento dello Spirito che dispiega oltre i ‘granellini’ - dove non ti aspetti - neppure importa la immediatezza produttiva - ma la nostra sintonia «buona» (v.8) - che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze. Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle periferie.
Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno - un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte - ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani, non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo [tutte le denominazioni].
La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice unica, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni - non per farci rifare le solite azioni o liturgie da manuale [o più glamour]. Poi riprendere a giocare con la performance o ristrettezze incatenate di schemi approvati.
Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni [situazioni esistenziali].
Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a “spostarsi”, divenire itineranti, disseminare ovunque... e non solo raccogliere il cento per uno (vv.8.15) nel solito centro protetto.
Parabole, e il mistero della cecità: Narrazione e trasmutazione
Smarrirsi, per la trasformazione
(Lc 8,9-10.18; cf. Mt 13,10-17; Mc 4,10-12.25)
San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.
Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.
Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le energie della Vita rinnovata.
Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.
Dice Erich Fromm:
«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».
Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.
Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.
Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.
Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.
Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.
Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.
Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.
Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.
In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.
Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.
Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.
Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.
Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.
E Gesù lo sa.
Nuova interpretazione dei diversi Terreni
Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni
(Mt 13,18-23)
Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.
Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.
Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.
Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).
Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.
Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.
È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.
E forse tutto ciò ci ha portato troppo a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.
Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.
Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].
Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...
Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).
Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.
Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.
Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].
Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.
Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.
E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.
Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.
Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.
Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).
La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.
Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale [e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati].
Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).
Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.
E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.
Con abbondanza e gratuità, il Signore getta il seme della Parola di Dio, pur sapendo che esso potrà incontrare un terreno inadeguato, che non gli permetterà di maturare a motivo dell’aridità, o che ne spegnerà la forza vitale soffocandolo tra cespugli spinosi. Tuttavia, il seminatore non si scoraggia, perché sa che una parte di questo seme è destinata a trovare il “terreno buono”, cioè cuori ardenti e capaci di accogliere la Parola con disponibilità, per farla maturare nella perseveranza e ridonarne con generosità il frutto a beneficio di molti.
L’immagine del terreno può evocare la realtà più o meno buona della famiglia; l’ambiente talvolta arido e duro del lavoro; i giorni della sofferenza e delle lacrime. La terra è soprattutto il cuore di ogni uomo, in particolare dei giovani, a cui voi vi rivolgete nel vostro servizio di ascolto e di accompagnamento: un cuore spesso confuso e disorientato, eppure capace di contenere in sé impensate energie di donazione; pronto ad aprirsi nelle gemme di una vita spesa per amore di Gesù, capace di seguirlo con la totalità e la certezza che viene dall’avere trovato il più grande tesoro dell’esistenza. A seminare nel cuore dell’uomo è sempre e solo il Signore. Solo dopo la semina abbondante e generosa della Parola di Dio ci si può inoltrare lungo i sentieri dell’accompagnare e dell’educare, del formare e del discernere. Tutto ciò è legato a quel piccolo seme, dono misterioso della Provvidenza celeste, che sprigiona da sé una forza straordinaria. E’ infatti la Parola di Dio che di per se stessa opera efficacemente quanto dice e desidera.
[Papa Benedetto, ai partecipanti al convegno europeo sulla pastorale vocazionale, 4 luglio 2009]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
Dio non esclude nessuno […] Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi (Papa Benedetto)
«The Russian mystics of the first centuries of the Church gave advice to their disciples, the young monks: in the moment of spiritual turmoil take refuge under the mantle of the holy Mother of God». Then «the West took this advice and made the first Marian antiphon “Sub tuum Praesidium”: under your cloak, in your custody, O Mother, we are sure there» (Pope Francis)
«I mistici russi dei primi secoli della Chiesa davano un consiglio ai loro discepoli, i giovani monaci: nel momento delle turbolenze spirituali rifugiatevi sotto il manto della santa Madre di Dio». Poi «l’occidente ha preso questo consiglio e ha fatto la prima antifona mariana “Sub tuum praesidium”: sotto il tuo mantello, sotto la tua custodia, o Madre, lì siamo sicuri» (Papa Francesco)
The Cross of Jesus is our one true hope! That is why the Church “exalts” the Holy Cross, and why we Christians bless ourselves with the sign of the cross. That is, we don’t exalt crosses, but the glorious Cross of Christ, the sign of God’s immense love, the sign of our salvation and path toward the Resurrection. This is our hope (Pope Francis)
La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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