Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Lunedì, 24 Febbraio 2025 18:53

8a Domenica T.O.  (1Cor 15,54-58)

(1Cor 15,54-58)

8a Domenica T.O. (C)

 

1Corinzi 15:54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura:

La morte è stata ingoiata per la vittoria.

1Corinzi 15:55 Dov'è, o morte, la tua vittoria?

Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?

1Corinzi 15:56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge.

1Corinzi 15:57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

1Corinzi 15:58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

 

Fino al giorno della risurrezione finale, la morte regnerà su questa terra e sommergerà ogni uomo. Quando invece il Signore compirà l’ultima sua opera, allora sarà la morte ad essere sommersa per sempre nella vittoria di Cristo. Dopo di che, la morte non avrà più potere, sarà sconfitta per sempre, per sempre annullata. L’uomo entrerà nella sua definitività, e solo allora comprenderemo cosa Cristo ha veramente fatto per noi. La morte, sia fisica che spirituale, solo Cristo l’ha vinta, solo in Lui la vinceremo oggi e nell’ultimo giorno. Non ci sono altri Messia, non ci sono altre vie, non ci sono altre fedi. L’unico Messia è Gesù Cristo, l’unica via è la risurrezione di Gesù Cristo, l’unica fede è la Parola del Signore, il suo Santo Vangelo. Quanti cercano altrove sappiano che non troveranno nulla, perché nulla esiste.

La morte sarà spodestata, resa impotente, sommersa dalla vittoria di Cristo. Essa che pensava di avere un pungiglione mortale, si trova ad essere essa stessa punta dal pungiglione vittorioso di Gesù Cristo. Essa che pensava di essere la dominatrice assoluta sull’uomo, dall’uomo Gesù è stata sconfitta. È stato Cristo morto a vincerla con la sua risurrezione. È questa la beffa della morte. Dove nessun uomo avrebbe potuto riuscire, perché anche lui prigioniero e schiavo per nascita della morte, Cristo ha trionfato. La vittoria di Cristo è la risurrezione, la croce è la vittoria sul peccato. Divenendo in Cristo un solo corpo e una sola vita, anche noi sulla croce insieme a Lui vinciamo il peccato, e vincendo il peccato siamo condotti verso la completa vittoria sulla morte.

Infatti, anche se la vittoria si compie in Cristo, nel suo corpo, eppure Paolo dice che la vittoria è nostra: «ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo». La vittoria è nostra perché essa sarà manifestata in noi. Noi siamo associati con Colui che ha fatto tutto.

Ora, dal cuore del cristiano deve innalzarsi al Padre il nostro inno di ringraziamento, di lode e di benedizione. Il rendimento di grazie è la più alta forma di adorazione. Si può rendere grazie solo se la vittoria di Cristo è stata fatta già nostra; si rende grazie per un dono di cui siamo già in possesso, che ci ha già trasformati.

Rende grazie a Dio di un così grande dono chiunque si impegna, lavora, si affatica, affinché la vittoria di Cristo trasformi interamente la sua vita e lui diventi nel mondo immagine visibile di Cristo crocifisso e risorto, di uomo spirituale, che trasmette attraverso la sua vita il cammino della speranza cui è chiamato ogni uomo. Il rendimento di grazie si trasforma così in un obbligo di santità, cui siamo chiamati dal Padre che ci ha conferito la vittoria di Cristo e attende che noi la viviamo totalmente in noi.

«Perciò fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore». In questo versetto conclusivo Paolo ribadisce alcune verità che devono costituire la vita dei credenti. La prima è questa: rimanere saldi e irremovibili. In che cosa? Nella verità della risurrezione di Cristo e della nostra nell’ultimo giorno. La risurrezione di Cristo è la verità che dà consistenza a tutte le altre verità della nostra fede. Se la risurrezione di Cristo non viene confessata con certezza di cuore e di mente, tutto alla fine risulterà vano e inutile.

Non basta però rimanere saldi e irremovibili in questa verità. Bisogna che ci si prodighi nell’opera del Signore. Qual è l’opera del Signore? Il compimento della sua morte e della sua risurrezione in noi. Poiché l’opera di Cristo è stata la sua morte e la sua risurrezione, anche per il cristiano l’opera del Signore è il compimento in lui della morte di Cristo e della sua risurrezione. La morte di Cristo si compie nel cristiano attraverso l’obbedienza alla volontà di Dio. L’opera del Signore che bisogna fare è trasformare in vita la parola di Cristo, come Cristo ha trasformato in vita la parola del Padre. Paolo vuole che in questa opera ci prodighiamo. Prodigarsi significa non risparmiarsi in nulla, significa spendere ogni nostra energia fisica e spirituale per il compimento in noi dell’opera di Cristo.

La terza verità che dobbiamo sempre avere nel cuore è questa: chi compie l’opera del Signore compie l’unica opera vera, l’unica giusta, l’unica santa, l’unica che ha valore eterno. Ognuno di noi, in ogni opera che compie, deve chiedersi se ciò che fa è l’opera di Dio. Solo l’opera di Dio non è vana, e compiendola non sciupiamo il nostro tempo e non consumiamo inutilmente le nostre energie. L’opera che renderà prezioso il nostro lavoro è una sola: il compimento della morte di Cristo in noi, perché in noi si compia la sua risurrezione gloriosa nell’ultimo giorno.

Se si vede così il cristianesimo, si dà ad esso un’altra impronta; si dà l’impronta della ricerca della volontà di Dio perché sia compiuta nella nostra vita. Se si osserva secondo questa visione di fede la vita di una comunità cristiana, allora ci si accorge di tutte le vanità che l’avvolgono. Tutto si fa, tranne che compiere ognuno singolarmente e tutti insieme, ognuno secondo la sua parte e la sua vocazione, l’opera di Cristo, che è la nostra morte in Lui nella più grande obbedienza al Padre nostro che è nei cieli.

La fede vera, sana, rinnova l’esistenza, la cambia, la trasforma. Oggi questo si richiede alle comunità cristiane: partire dall’annuncio della retta fede perché ognuno inizi nel suo corpo il compimento dell’opera del Signore, che è l’opera di Cristo, iniziata in noi il giorno del nostro battesimo.

Sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore. Questo fervore nel fare il bene, deve accendersi in noi per la certezza del premio. La nostra fatica non è infruttuosa, perché ci renderà degni della futura risurrezione, a condizione però che tutto sia fatto nel Signore, cioè in unione intima con Gesù Cristo.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 17 Febbraio 2025 19:56

7a Domenica T.O. (C)  (1Cor 15,45-49)

(1Cor 15,45-49)

1Corinzi 15:45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.

1Corinzi 15:46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

1Corinzi 15:47 Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo.

1Corinzi 15:48 Quale è l'uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti.

1Corinzi 15:49 E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste.

 

 

In questi versetti Paolo si addentra nel parallelismo Adamo–Cristo. Adamo, il primo uomo, a causa del suo peccato fu un portatore di morte, di malattie, di sofferenza, di dolore. Fu anche causa di un corpo concupiscente, di un corpo difficilmente governabile dallo stesso uomo. Adamo anziché padre di vita si rivelò padre di morte, anziché di libertà si dimostrò padre di schiavitù, invece che di salvezza divenne un padre di perdizione.

Nella sua infinita ed eterna misericordia, Dio aveva fin dall’eternità previsto un rimedio efficace contro la morte che Adamo avrebbe immesso nel mondo. Pensando a Gesù Cristo, Salvatore e Redentore, ha pensato a Lui come spirito datore di vita al fine di operare la nostra redenzione. Come l’ha operata? Attraverso il suo corpo morto e risuscitato. Quel corpo che si è rivestito di vita divina e immortale, di gloria e incorruttibilità, il Signore lo dona come nostro cibo e bevanda di vita eterna perché anche noi diveniamo partecipi di esso, e ce ne rivestiamo.

Adamo ha lasciato in eredità un corpo di peccato. Questa è la nostra condizione. Solo chi diviene una cosa sola con Cristo, potrà rivestire il corpo spirituale. Se si rimane fuori del corpo di Cristo, noi rimaniamo nella schiavitù del vizio e del peccato; dimoriamo nel nostro egoismo, trascorriamo i nostri giorni sospinti e sballottati dalla concupiscenza che fa di noi uomini istintivi, passionali, superbi, fanfaroni, trasgressori.

A chi domandasse perché lo stato spirituale, benché più perfetto, sia venuto dopo lo stato animale più imperfetto, l'apostolo risponde con un principio generale: l'ordine naturale vuole che si cominci da ciò che è imperfetto, e si passi poi a ciò che è più perfetto. Dio ha voluto seguire questa legge, e perciò ha stabilito che lo stato spirituale più perfetto fosse preceduto dallo stato animale imperfetto.

Noi abbiamo ricevuto un corpo animale; attraverso questo corpo, in un cammino di verità siamo chiamati a rivestire il corpo celeste. La morte di Cristo consente di metterci in cammino, perché lo Spirito Santo nelle acque del battesimo ci riveste di Cristo. È un cammino verso l’acquisizione della nostra vera umanità. È un cammino lungo, non facile, costa il sacrificio e l’olocausto della nostra vita. La via è una sola: rimanere ancorati in Cristo, divenire con lui una cosa sola.

Adamo viene dalla terra perché secondo il racconto della Genesi fu plasmato dal polvere del suolo. Questa è la sua origine. Gesù viene dal cielo in quanto vero Dio. Non viene dal cielo in quanto corpo. Il corpo egli lo ha assunto dalla beata Vergine Maria. Anche lui quindi ha un corpo che è stato tratto dalla carne di Adamo, anche se questa carne per un singolare privilegio è santissima, piena di grazia, fin dal primo momento del suo concepimento. Il corpo di Gesù Cristo è nato nella più grande santità, ma è sempre carne umana e quindi anche Gesù Cristo ha un corpo che proviene dalla terra, altrimenti non avrebbe potuto redimerci.

«Quale è il terreno, tali sono anche i terreni; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti». Ognuno produce secondo la sua natura. Adamo che era stato tratto dalla polvere del suolo ha generato uomini a sua immagine, fatti anch’essi di corpo materiale. Altro invece è il dono di Cristo: attraverso la sua passione, morte e risurrezione il suo corpo è divenuto spirituale, glorioso. Il suo corpo porta in sé la perfezione dell’immagine divina. Per grazia saremo in tutto simile al suo corpo celeste, se ci lasceremo generare da Dio attraverso la fede. Questo è il più grande atto di amore con il quale Dio ci rivestirà domani, se oggi ci lasciamo rivestire nell’anima attraverso la conversione, la fedeltà al vangelo, ossia una vita tutta fatta di parola di Cristo.

Infatti, «come abbiamo portato l'immagine del terreno, così porteremo anche l'immagine del celeste». Per discendenza da Adamo abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno; così per fede porteremo l’immagine dell’uomo celeste. Cristo è nella gloria del suo corpo spiritualizzato. Questa è l’immagine di cui saremo rivestiti un giorno. Verso il compimento di questa verità dobbiamo camminare.

Il momento presente è il luogo del passaggio, cioè di questa gestazione in cui progressivamente la nostra vita animale, la nostra vita concreta di ogni giorno, la nostra esistenza, è vissuta in termini spirituali. Ed è già questa la caparra della risurrezione. La morte allora non sarà il fallimento di questa vita, ma il brano successivo che è tutto un inno alla vita. Nel battesimo abbiamo deposto l'immagine dell'uomo terreno e cominciato a portare l'immagine di Gesù Cristo, immagine che diverrà perfetta dopo la risurrezione.

 

 

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Martedì, 11 Febbraio 2025 20:42

6a Domenica T.O. (C)  1Cor 15,12.16-20

(1Cor 15,12.16-20)

6a Domenica T.O. (C)

 

1Corinzi 15:12 Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?

1Corinzi 15:16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;

1Corinzi 15:17 ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.

1Corinzi 15:18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.

1Corinzi 15:19 Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.


Alcuni Corinzi sostenevano delle idee greche intorno all’immortalità dell’anima, e cioè che dopo la morte l’anima si separava dal corpo per essere assorbita nel divino o per continuare una tenue esistenza nell’Ades, in quanto per i Greci la risurrezione fisica era impossibile. Paolo ha già detto che Gesù Cristo non solo è risuscitato dai morti, egli è anche stato visto risorto. Le persone che hanno avuto la grazia di vederlo sono tantissime. Eppure, a Corinto alcuni insegnavano che non esiste risurrezione dei morti. Da una parte c’è tutto il vangelo che è fondato sulla risurrezione di Gesù e dall’altra si afferma che i morti non risuscitano. Questa non è una contraddizione su un punto marginale della fede; è una contraddizione sul punto nevralgico della fede, anzi sulla stessa fede, poiché la nostra fede è la risurrezione di Gesù Cristo; insieme alla sua incarnazione, passione e morte. O Cristo è risorto e anche i morti risorgono, oppure i morti non risorgono e neanche Cristo è risorto.

Paolo non parte dalla risurrezione di Gesù per confutare l’errore dei Corinzi: parte dall’errore dei Corinzi per trarre tutte le conseguenze di questa loro affermazione e metterli così dinanzi ad un’altra verità che loro dovrebbero confessare se la loro affermazione fosse vera: “se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati”.

Se Cristo non è risorto, oltre che ad avere una fede vana, c’è anche uno stato miserevole nel quale l’uomo viene a trovarsi: egli è ancora nei suoi peccati. Se Cristo non è risorto per la nostra giustificazione, neanche è morto per i nostri peccati, è morto e basta. Nessuna risurrezione implica nessuna espiazione. La tomba rimasta chiusa di Gesù starebbe a indicare ch’egli pure è rimasto preda della morte e che, di conseguenza, sono illusori il perdono dei peccati e la giustificazione che abbiamo cercato in lui: siamo ancora nella nostra schiavitù. Entriamo qui nel relativismo e nell’indifferentismo religioso. Se il peccato non è tolto attraverso la nostra giustificazione, non c’è alcuna differenza tra il cristiano e tutti gli altri uomini esistenti nel mondo. La differenza sarebbe solo di forma, ma non di sostanza. Tanto noi e gli altri siamo tutti nei nostri peccati e in essi viviamo, ma anche moriamo.

Altra conseguenza: “Anche quelli che dormono in Cristo, sono dunque periti”. Non solo noi che siamo vivi, siamo nei peccati; anche quelli che morirono credendo e sperando in Cristo, sono periti perché Cristo non essendo il vero Messia, non poterono ottenere la remissione dei peccati per la fede in Lui, e quindi passarono all'altro mondo con tutti i loro peccati, i quali conducono a perdizione. Da questa ultima deduzione una cosa appare evidente: la fede in Cristo (se non è risuscitato) non ci serve, né in questa vita, né nell’altra. Non ci serve perché non ci libera dalla morte, non ci libera dal peccato, non ci ottiene la redenzione, non ci porta nella gioia del cielo.

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini”. Una speranza in Cristo solo per questa vita, non solo è vana, è anche deleteria; anzi è una speranza antiumana. A motivo di questa fede, dobbiamo rinunciare a tante cose, di cui gli altri godono, e sopportare ogni sorta di travagli e persecuzioni - talvolta anche versare il proprio sangue. A che serve allora sperare in Cristo in questa vita, senza la speranza della vita eterna? A che giova obbligarsi al sacrificio, alla mortificazione di se stessi, a portare la croce ogni giorno, se poi tutto questo si conclude con la morte eterna, poiché non ci sarebbe speranza oltre la morte per coloro che si sono affidati a Cristo?

Siamo solo da compiangere. Abbiamo rinunciato a questo mondo alla luce di un altro mondo, ma se Cristo non è risuscitato noi abbiamo perso il piacere di entrambi i mondi. Stoltezza più grande di questa non potrebbe esistere per un uomo. Per questo i cristiani sarebbero da compiangere più di tutti gli uomini, perché sono stolti più di tutti gli uomini e sono stolti perché vanno dietro a una fede che nel suo nucleo è falsa, poiché essi stessi, cioè coloro che la professano, affermerebbero che è falsa, fondata su una verità che non esiste.

Quanto sarebbe auspicabile che i cristiani di oggi imparassero da Paolo a trarre le conseguenze di ogni loro affermazione riguardante la nostra santissima Fede! Se facessero questo capirebbero che certe cose non si possono affermare; se invece si affermano è giusto che si tirino le conclusioni e si agisca di conseguenza. Su molti argomenti di fede oggi si potrebbe fare lo stesso ragionamento di Paolo. I risultati sarebbero veramente sorprendenti. Ma questo non si fa, e allora l’uomo continua a vivere nella sua illusione. Pensa di avere detto tutto, mentre in realtà altro non fa che vivere di falsità, di inganno e di ogni altro genere di menzogne circa il Signore, non solo a proprio danno, ma a danno di ogni uomo, cristiano e non cristiano.

La forza della fede è nelle sue argomentazioni, nelle sue deduzioni, nelle conseguenze che necessariamente debbono essere tratte da una affermazione, vera o falsa ha poco importanza, purché si tirino le conclusioni e si sappia dedurre ogni cosa. Tutta questa capacità è saggezza dello Spirito Santo e viene data a chi ama la verità, cerca la verità, desidera la verità; viene data a tutti coloro che amano Dio e l’uomo; che non vogliono essere falsi testimoni di Dio; che non vogliono essere ingannatori dei fratelli.

Bisogna pregare sempre il Signore che ci dia una mente aperta, saggia, intelligente per percepire immediatamente la trappola mortale che si nasconde e si cela dietro ogni affermazione che è nell’apparenza di fede, mentre in realtà essa è pura menzogna, pura fantasia, pura immaginazione che ha come punto di origine il cuore dell’uomo e non certamente il cuore di Dio. La ragione è un bene prezioso dell’uomo. Egli deve saperla usare e usare bene anche per scoprire il vero e il falso delle sue affermazioni; deve saperla usare per cogliere le sfumature di vero e di falso che possono essere nascoste in una parola; deve saperla usare per giungere attraverso una serie di deduzioni e di argomentazioni alla verità in sé. La fede ha bisogno della ragione, necessita di essa; non per dimostrare la fede che si fonda solo sull’annuncio; ma perché la verità della fede possiede anche un percorso razionale che bisogna sviluppare. 


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Lunedì, 03 Febbraio 2025 19:04

5a Domenica T.O. (1Cor 15,1-11)

(1Cor 15,1-11)

1Corinzi 15:1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi,

1Corinzi 15:2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!

 

Questo capitolo quindicesimo è dedicato da Paolo interamente al problema e alla questione di fede sulla risurrezione di Gesù Cristo, nella quale egli vede e contempla anche la nostra. È l’ultimo argomento dottrinale della Lettera ai Corinzi, uno tra i punti principali della dottrina cristiana, cioè la risurrezione dei morti. Questo dogma era negato dai sadducei, deriso dai pagani, interpretato allegoricamente da alcuni cristiani, giudicato impossibile e assurdo da alcuni Corinzi imbevuti di false idee filosofiche. Insieme alla risurrezione, costoro negavano probabilmente anche l'immortalità dell'anima, o almeno ne dubitavano. L'apostolo confuta questi errori, provando la realtà della risurrezione futura, e spiegando poi il modo con cui si compirà questo mistero, con l'esempio di Gesù risuscitato e con la vita dei fedeli e degli apostoli.

Nel primo versetto si può già intravedere la serietà con la quale l'apostolo affronta il tema. La risurrezione di Gesù non è uno dei tanti principi di fede, o una delle tante verità che formano la rivelazione da lui annunciata. La risurrezione di Gesù è il Vangelo che lui ha annunciato ai Corinzi. Essa, da sola, è Vangelo. Essa, da sola, è sufficiente per fondare saldamente la fede in Cristo. Dalla risurrezione di Cristo ogni altro mistero della fede si rende comprensibile e riceve il suo giusto valore.

Per produrre frutti di vita eterna, il Vangelo deve essere composto di tre momenti essenziali: l'annuncio del Vangelo, l’accoglienza del Vangelo, il restare saldi nel Vangelo. Se uno solo di questi momenti viene a mancare, viene a mancare anche il Vangelo. Il dono di Cristo all’uomo è essenziale. Se la Chiesa non dona Cristo all’uomo, l’uomo perde Cristo. Quelli che non hanno la Chiesa non hanno Cristo; il Cristo che credono di possedere non è il vero Cristo, non è il Cristo della fede, è un loro Cristo, fatto a loro immagine e somiglianza. Questo ‘Cristo’ che l’uomo si dona è un puro idolo. Non è il dono che Dio ha fatto all’uomo. Dio dona Cristo all’uomo attraverso la sua Chiesa, a partire dai suoi apostoli.

Ma non è sufficiente dare e accogliere il dono, è necessario che nel dono rimaniamo saldi, ancorati. Paolo, in questo, è di una serietà inaudita. Non lascia spazio a pensieri personali, a riflessioni spontanee. Il Vangelo è annunciato dalla Chiesa e dagli apostoli, dalla Chiesa e dagli apostoli lo si accoglie, in esso si rimane saldi e bene ancorati e, per mezzo di questa fede, si entra in possesso della salvezza (“siete salvati”), che ci sarà data in tutta la sua pienezza nella vita futura.

Posto il primo principio di fede, ne segue immediatamente un altro. «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato». La condizione necessaria a ottenere questa salvezza è quella di mantenere, ossia credere fermamente al Vangelo quale è stato predicato, senza togliere o falsare cosa alcuna. La salvezza è dal Vangelo a una sola condizione: che venga mantenuto, conservato intatto, nella forma in cui la Chiesa e gli Apostoli lo hanno annunciato. Se questo non avviene, se il Vangelo viene modificato, alterato, diviene inefficace quanto a salvezza. La fede posta in esso è una fede vana, perché non dona salvezza.

C’è un obbligo, ed è un obbligo di salvezza, custodire il Vangelo nella sua forma originaria, conservarlo nel cuore e nella mente così come esso è stato annunciato. Chi vuole la salvezza deve accogliere il Vangelo dalla Chiesa, ma deve anche custodirlo così come la Chiesa glielo ha consegnato. Ad esso non può apportare alcuna modifica, pena la perdita della sua anima.

Credere in un Vangelo personale e poi perdere la propria anima (questo significa aver “creduto invano”), a che serve? Meglio non avere Vangelo, che averne uno falso; meglio vivere alla maniera del mondo che vivere falsamente alla maniera di Dio.

I principi di Paolo non si possono adattare a certa moderna teologia, la quale ha scalzato il Vangelo dal suo posto, sostituendolo con pensieri umani, che hanno solo la parvenza della verità e della fede. In verità essi non contengono nulla della potenza liberatrice e redentrice del Vangelo. Molta fede oggi è vana; molta fede non conduce alla salvezza, perché essa è fondata su un Vangelo modificato, ridotto a pensieri umani.

Anche questo deve essere detto per amore della verità; lo esige la salvezza di molte anime che sono cadute in questa trappola preparata loro da molti uomini che si dicono di fede, mentre hanno ridotto il Vangelo di Dio, l’unica parola di vita eterna, a vanità e stoltezza.

 

 

 

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Martedì, 28 Gennaio 2025 12:53

Presentazione del Signore

(Lc 2,22-40)

Luca 2:29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

vada in pace secondo la tua parola;

Luca 2:30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,

Luca 2:31 preparata da te davanti a tutti i popoli,

Luca 2:32 luce per illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele».

 

Antichissimo è l’uso liturgico del Nunc dimittis, pregato alla sera prima di andare a dormire. Che cosa significa pregare il Nunc dimittis? Significa anzitutto confessare che, avendo creduto in Dio, per noi è ormai indifferente morire o vivere, perché per fede sappiamo di non vedere più la morte. Per il credente la vera morte sta alle spalle ed è nel battesimo (Rm 6,3-11), per cui la morte che ci sta davanti non deve più essere motivo di angoscia o di paura. A ogni credente sono rivolte le parole: "chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv11,26), che Gesù disse a Marta.

Ripetere le parole di Simeone ci porta a una confessione di fede per cui possiamo dire a Dio che ormai può licenziarci dal suo servizio. Andando a dormire noi ci prepariamo a un momento di impotenza, un momento in cui non siamo padroni di nulla, ci apprestiamo al sonno, che è una figura della morte. Con questo cantico ci disponiamo ad accogliere nella pace l’ora in cui moriremo. Morire è una cosa difficile, e morire bene è una grazia rara, ma se ci esercitiamo ogni sera a fare del sonno una profezia della morte, allora ci prepariamo ad andare verso la morte come all’incontro con il Signore.

Con il Nunc dimittis noi confessiamo il Signore come il Padrone delle nostre vite, colui che per la sua potenza può ogni giorno chiamarci a sé, e così impariamo a fare della nostra vita un servizio da cui possiamo chiedere di essere congedati.

Pregare il Nunc dimittis è ringraziare Dio per il miracolo di averci fatti giungere a sera ancora con la fede in lui: già questo è un grande miracolo che va riconosciuto con rendimento di grazie. Chiedere ogni sera di essere congedati dal servizio del Signore ci insegna che non sta a noi finire l’opera, ma che a noi spetta solamente credere e confessare che l’opera di Dio è stata da lui compiuta e portata a termine in noi. Siamo noi che nella nostra poca fede pensiamo di aver sempre qualcosa da compiere.

Per il Signore dovremmo essere sempre pronti, perché egli torna come ladro nella notte. Davanti al sonno, quando viene la notte, noi dobbiamo essere pronti a deporre il nostro respiro nelle mani del Signore, riconsegnandogli la nostra esistenza.

Pregando il Nunc dimittis noi confessiamo anche di aver visto la salvezza, di aver visto e riconosciuto l’azione di Dio. Anche alla fine di un giorno di sofferenza, di pianto, con il Nunc dimittis noi riconosciamo nella fede che Dio opera la salvezza anche attraverso eventi che ci fanno soffrire, che costituiscono per noi una contraddizione. Ma dalla fede discende la pace che ci fa confessare: ‘abbiamo visto con i nostri occhi la salvezza di Dio’. E così noi portiamo tutta la nostra giornata davanti al Signore, e se siamo stati fedeli, allora noi stessi saremo stati ‘luce del mondo’. Anche la nostra giornata, seppure segnata dalle nostre debolezze, sarà stata luce per i pagani, per i non credenti, per tutti gli uomini che abbiamo incontrato.

Anche gli eventi che ci hanno contraddetto vanno dunque considerati come qualcosa di buono attraverso cui il Signore ci conduce. Del resto Simeone, ormai vecchio e senza ruoli rilevanti, è contraddetto nella sua vita. Anna, nella sua condizione di vecchiaia e vedovanza, anche lei conosce eventi di contraddizione. Nei primi due capitoli di Luca incontriamo la sterilità, la povertà, l’irrilevanza, tutti eventi di contraddizione che attraversano la vita di tutti gli uomini di Dio di questa parte del vangelo. Eppure proprio costoro si vedono ricompensati in maniera sovrabbondante dal Signore.

Dunque anche tra gli eventi di contraddizione siamo chiamati a camminare e svolgere la nostra missione. Secondo Luca la missione è stata svolta da Simeone, da Anna, non da coloro che avevano ricevuto incarichi. Colui che dice: "Io sono la luce del mondo" (Gv 8,12) è anche colui che dice: "Voi siete la luce del mondo" (Mt5,14), associandoci alla sua missione che avviene sia nel nostro abbassamento, sia nel nostro successo.

Questo ci apre a una grande libertà nella nostra vita cristiana e nella nostra chiamata: nel successo o presi a sassate, dobbiamo andare avanti nell’obbedienza alla promessa di Dio, non fermandoci davanti alle contraddizioni di ogni giorno.

Se durante il giorno abbiamo vissuto l’obbedienza, siamo stati luce del mondo. Ma in questo mondo noi siamo anche la gloria d’Israele, perché i cristiani, la chiesa, sono i missionari d’Israele nel mondo.

Ecco, il Nunc dimittis è veramente ciò che suggella la nostra giornata. Simeone l’ha cantato alla fine, al tramonto della sua vita; noi lo cantiamo ogni sera, al concludersi delle nostre giornate, in attesa di farlo alla fine della nostra esistenza, alla sera della nostra vita.

 

 

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Martedì, 21 Gennaio 2025 11:21

3a Domenica T.O. (1Cor 12,12-30)

(1Cor 12,12-30)

 

1Corinzi 12:12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.

1Corinzi 12:13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.

 

Attraverso la similitudine del corpo, Paolo vuole che i Corinzi comprendano il grande principio della comunione che lega tutti i battezzati in Cristo. La prima regola del principio della comunione è questo: il corpo è uno, le membra sono tante. Nessun membro da solo forma il corpo, nessun corpo è formato da un solo membro. Non c’è nessuna contrapposizione tra unità e diversità. Anzi, l’unità è data dalla diversità, e la diversità è fatta per l’unità, proprio come nel corpo umano.

La diversità è importantissima, se no, esisterebbe solo Dio. Quindi, la condizione stessa per potere esistere è che siamo diversi e distinti, e guai ad abolire la diversità, perché la vita di un membro, la sua funzionalità, deriva dalla vita dell’altro membro e dalla sua funzionalità. Nessun membro lavora per se stesso, ogni membro lavora per le altre membra. Ogni membro riceve un aiuto vitale dalle altre membra e vive finché è capace di ricevere questo aiuto vitale. Così la vita dell’uno dipende dalla vita dell’altro.

C’è una reciprocità nel corpo umano che per Paolo deve essere anche reciprocità nel corpo di Cristo, che è la Chiesa: “così anche è di Cristo”. Dato che Paolo ha usato il corpo umano come analogia della chiesa, si sarebbe aspettato che avesse concluso dicendo: "Così anche è della chiesa", invece dice “così anche è di Cristo”, ed è proprio questo che l’Apostolo vuole chiarire, e cioè che la "chiesa" è il corpo di Cristo, per cui, dire che siamo di Cristo, equivale a dire che siamo chiesa.

Nella lettura di domenica scorsa, l’apostolo Paolo aveva ricordato ai Corinzi che vi è un solo Dio, un solo Signore e un solo Spirito. Adesso aggiunge un’altra grande verità: esiste un solo corpo, cioè una sola chiesa. Il corpo di Cristo è uno, non due, non tre, non molti, e sarà uno fino alla consumazione della storia. Tutto è stato fatto in Cristo, per Cristo, e con Cristo - e noi tutti siamo in lui, membra del suo corpo. E l'immagine di chiesa come corpo unico, non è una semplice immagine: è la realtà mistica e profonda dell’umanità redenta.

Purtroppo si vive la diversità come incubo perché diciamo che l’altro ha una cosa che io non ho, quindi c’è una differenza, quindi devo appropriarmi di quello che ha. Quindi i doni che abbiamo diventano il luogo del litigio e della lotta, e l’uomo attraverso i doni domina e fa il male.

La chiesa non è un "club" formato da persone che hanno deciso di accordarsi su che cosa credere, per pensare tutti allo stesso modo. Al contrario, la chiesa è formata da cristiani che sono stati oggetto di una precisa operazione divina. Il battesimo simboleggia questa verità. Si fa parte del corpo di Cristo nel momento in cui si nasce da acqua e da Spirito Santo. Il Battesimo è il sacramento della nostra incorporazione in Gesù Cristo. Quando usciamo dalle acque non siamo più noi, usciamo come corpo di Cristo, usciamo come sue membra. Questa è la nuova realtà che si compie nel battesimo.

Battezzare vuol dire andare in fondo, immergersi, in che cosa? Nell’unico Spirito! Siamo immersi nella vita dello Spirito che ci è donato dalla croce. Noi ci immergiamo in questo amore che Dio ha per noi; questo è ciò che ci unisce. Viviamo di questo amore che è uno per tutti. Questo dà la mia identità di figlio, mi fa amare il Padre, e amare i fratelli; questo è il senso profondo del battesimo. E questo fa di noi un solo corpo, perché uniti da un solo respiro (lo Spirito). Uno solo è il respiro, una sola è la vita, uno solo è il corpo.

Formiamo un unico corpo dove ognuno è un membro distinto dall’altro, sia che siamo Giudei, sia che siamo Greci (le grandi differenze religiose); sia che siamo schiavi, sia che siamo liberi (le grandi differenze sociali); sia che siamo maschi o femmine (le grandi differenze naturali). Anzi, queste differenze sono fondamentali perché il corpo riesca articolato. Se siamo battezzati, se ci siamo immersi nell’amore che Dio ha per noi e viviamo di questo amore che ci unisce a Cristo, viviamo la vita di Dio, e insieme agli altri che vivono la stessa vita formiamo un’unica persona in Dio; ed è il Cristo totale. E questa è la Chiesa.

Come la mano destra e la mana sinistra e le altre parti del corpo, sono distinte e diverse tra loro, ma hanno un’unica vita e formano un’unica persona, così noi abbiamo un’unica vita e siamo una sola persona. Da questa verità nasce un duplice obbligo per chi ha accettato di essere parte del corpo di Cristo. Il primo è quello di vedersi e pensarsi corpo di Cristo, membro di Lui. Pensarsi come membro di Cristo: significa vivere la legge della comunione in tutti i suoi aspetti.

Il secondo obbligo è quello di alimentarsi quotidianamente di Spirito Santo, attraverso la preghiera personale e comunitaria, e soprattutto attraverso l’Eucaristia – il sacramento della vita nuova – in modo che l’assimilazione a Cristo avvenga in modo perfetto; integra, senza lacune. Questa configurazione a Cristo è necessaria per abolire quel passato che potrebbe sempre ritornare e renderci schiavi, e alimentare i pensieri dell’uomo vecchio. La forza dell’uomo nuovo è invece nell’abbeverarsi costantemente alle acque dello Spirito Santo. Questo è il segreto dei santi. Questo deve essere il segreto di ogni membro del corpo di Cristo. Se berrà costantemente dell’acqua dello Spirito, il vecchio uomo avrà sempre meno forza, e in lui crescerà Cristo sempre più.

 

 

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Martedì, 14 Gennaio 2025 07:40

2a Domenica T.O. (1Cor 12,4-11)

(1Cor 12,4-11)

2a Domenica T.O. (C)

 

1Corinzi 12:4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;

1Corinzi 12:5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;

1Corinzi 12:6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

1Corinzi 12:7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:

 

Si parla tre volte di diversità e tre volte di unità. L’unità è attribuita allo Spirito che è lo Spirito Santo, al Signore che è Gesù, e a Dio che è il Padre. Praticamente la Trinità fa da sottofondo alla nostra diversità e unità, perché la Trinità è il primo luogo della diversità e unità. La distinzione, la diversità è necessaria alla relazione, all’amore. La diversità, nell’amore diventa unità, che mantiene la diversità. Siccome Dio è amore, allora l’amore necessita della diversità; e la diversità è il luogo stesso dell’unione, mentre molto spesso per noi la diversità è il luogo del litigio, perché non accettiamo la diversità.

“C’è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”. Qui abbiamo la parola charismatōn. Derivando dalla stessa radice del termine “grazia”, charis, significa “manifestazioni della grazia” e dunque “doni”. Il carisma è una particolare grazia attraverso la quale possiamo manifestare al mondo la ricchezza di Dio. Il carisma è grazia perché dato gratuitamente all’uomo. Nessuno può farsene un vanto personale.

Affermata questa prima verità, Paolo ne afferma subito un’altra. Se i carismi sono tanti, uno solo però è il suo autore: lo Spirito Santo di Dio. Perché Paolo tiene a precisare questa verità? I pagani credevano che le diverse doti di una persona dovessero attribuirsi a diversi dèi, l'uno dei quali dava la sapienza, l'altro la forza, ecc. Affinché i cristiani non pensassero che qualcosa di analogo avvenisse per i diversi doni loro dati, l'apostolo li avvisa che, benché i doni siano diversi, uno però è lo Spirito da cui procedono.

“Vi è diversità di ministeri”. Ministeri, diakoniōn, vuol dire: diaconie, servizi (quegli degli apostoli, dei vescovi, dei presbiteri, ecc.). Quindi introduce un altro concetto: ogni carisma, ogni dono che abbiamo è un servizio agli altri. Quindi c’è una diversità di servizi perché i doni si manifestano nel servizio che si fa ai fratelli.

“Non v’è che un medesimo Signore”. Tutti questi servizi sono stabiliti e regolati dalla volontà suprema dell’unico capo della Chiesa: il Signore Gesù. Quindi ogni servizio trova la sua origine in Gesù, che si è fatto servo di tutti, e ogni dono trova il modello in Gesù.

“E vi è varietà di operazioni”. Operazioni traduce il termine energēmàtōn, che deriva dalla parola normalmente usata per indicare “opera”. Le opere che facciamo per il servizio del Regno devono essere ricondotte a Dio Padre Onnipotente, il quale dall’alto dei cieli fortifica la nostra volontà, infonde energia e vigore al corpo, santità all’anima perché si possa operare secondo Dio.

“Ma non v’è che un medesimo Iddio”. Per la terza volta Paolo asserisce che non vi possono essere divisioni tra i cristiani in base ai “doni”, perché è lo stesso Dio che elargisce i doni in tutta la loro diversità. E appunto perché tutti i doni procedono da Dio, non possono essere diretti che ad un fine degno di Dio.

Ogni uomo è uno strumento nelle mani di Dio. Se Dio usa uno strumento per una cosa e un altro strumento per un’altra cosa, forse che lo strumento può entrare in gelosia, può comportarsi con invidia, può dire al Signore perché usi me e non l’altro, oppure perché usi l’altro e non me? Se Dio ha disposto che uno eserciti un ministero con un carisma particolare e un altro agisca secondo un altro ministero e con un carisma differente, chi è l’uomo perché possa dire a Dio perché mi hai fatto così e perché mi hai fatto in modo differente dagli altri?

Se è Dio che opera in noi, allora è giusto pregare Dio che agisca in noi secondo il dono di cui ci ha arricchiti, ma anche che dia vigore al dono con cui ha arricchito gli altri.

In questi versetti abbiamo l’impalcatura profonda della struttura di una vita comunitaria e anche di coppia, cioè la diversità e l’unità. Esse non sono una insidia l’una all’altra, ma sono necessarie l’una all’altra, se no, è impossibile vivere. Il discorso è grade perché vale sia al livello strettamente personale, sia a livello sociale. Sono valori di fondo nei quali è in gioco il destino dell’umanità, cioè come vivi ciò che sei. Oggi si cerca di abolire la diversità. C’è unità, ma nella stoltezza, nella non identità, nella distruzione della persona.

«Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utile comune». Questo è un criterio di discernimento dei doni: l’utilità comune. Tutto ciò che ho e sono, serve per amare Dio e il prossimo, e se non porta in questa direzione, me ne sto appropriando indebitamente, e quindi lo sto usando diabolicamente. Tutti i doni sono doni di Dio, ma possiamo farne un uso giusto o sbagliato. Un ministero, un dono, un carisma, una grazia non sono per la persona che li riceve, sono per l’utilità comune. Ognuno deve sentirsi arricchito dal carisma dell’altro, poiché l'altro, il suo carisma, Dio non gliel’ha dato per se stesso, ma per il bene della Chiesa.

Da questo principio enunciato da Paolo nasce per ogni cristiano un problema serio di coscienza. Se il carisma dell’altro è per la mia utilità, posso io trascurarlo, posso non servirmene se esso mi è necessario? Ignorare il carisma dell’altro, non servirsene, non volere che questo carisma porti frutto, è un peccato che si riversa contro di me. Se il carisma dell’altro è per me, privandomene, mi privo del nutrimento di cui necessito.

Il rifiuto del carisma dell’altro, e soprattutto il rifiuto per motivi di cattiva coscienza, mi pone in un serio pericolo di fallire nella mia vita cristiana, perché mi privo del sostegno e del nutrimento che il Signore mi ha posto accanto.

 

 

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Martedì, 07 Gennaio 2025 20:23

Battesimo del Signore (anno C)

(Lc 3,15-16.21-22)

Luca 3:15 Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo,

Luca 3:16 Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

Luca 3:21 Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì

Luca 3:22 e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

 

La questione che qui viene posta e che costituirà motivo di rivelazione è l'identità di Giovanni: “se non fosse lui il Cristo”, cioè il Messia atteso da Israele. Il v. 16 pone in diretto confronto, da un lato, Giovanni con Gesù; dall'altro due diverse tipologie di battesimi. Gesù è presentato come il “più forte” di me. Il titolo de “il più Forte”, è riconosciuto nell'Antico Testamento a Dio (Dt 10,17). Se, dunque, Gesù è definito “il più Forte” ora Luca quantifica la distanza che intercorre tra Giovanni e colui che è “il più Forte”, commisurandola con l'espressione: “non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali”. Un lavoro da schiavi. Ebbene, la distanza è tale che a confronto de “il più Forte”, Giovanni non è neppure degno di essere qualificato come schiavo. Questa è la distanza che separa Giovanni da Gesù.

Gli effetti di questo divario tra i due sono indicati dal confronto tra le modalità dei due battesimi: “Io vi battezzo con acqua […] egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Una espressione quest'ultima che può essere letta come endiadi: lo Spirito Santo che è fuoco. Dio appare a Mosè sul monte Oreb sotto forma di fuoco che non brucia e guida il suo popolo nel deserto sotto forma di una colonna di fuoco che lo illumina e lo protegge dai suoi nemici. Un fuoco che esprime anche sia l'ira che la giustizia di Dio contro le infedeltà e i nemici del suo popolo. Questo fuoco è accostato allo Spirito Santo e, letto come endiadi, è lo Spirito Santo ed esprime la forza della sua natura dirompente, ma nel contempo esso si colloca in mezzo agli uomini come azione di giudizio divino.

Si noti l'uso dei tempi che Luca fa del verbo battezzare: il battesimo di acqua è retto dal presente indicativo e dice lo stato attuale delle cose; un battesimo di penitenza e di preparazione in vista di un altro battesimo, ma in se stesso privo di ogni forza rigenerante. Un battesimo, quindi, ancora imperfetto. Per contro, il battesimo di Spirito Santo e fuoco è retto dal verbo al futuro, poiché riguarda i tempi successivi a Giovanni, inaugurati da “il più Forte” di lui.

Uno Spirito Santo che tutti gli evangelisti descrivono con riferimento alla colomba. Il richiamo alla colomba è alquanto singolare, poiché in nessuna parte della Bibbia Dio viene riferito alla colomba. La scelta della colomba probabilmente nasce da due immagini bibliche: da Gen 1,2 in cui si dice che “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”; e nel racconto del diluvio universale, dove si narra che Noè liberò una colomba per verificare se la terra fosse ancora coperta dalle acque. In entrambi i casi l'aleggiare e la colomba di Noè hanno a che fare con l'acqua, così come lo Spirito ha a che fare con le acque battesimali, quelle del Giordano.

Il v. 22 presenta l'investitura pubblica di Gesù, una sorta di unzione profetica nello Spirito, fornendogli tutta l'autorità e il potere divini, di cui è rivestito non solo per mandato, ma anche per sua natura. Luca fornisce qui la chiave di lettura non solo della persona di Gesù, ma anche della sua stessa missione: Gesù non opera per conto proprio, ma in forma trinitaria. Vi è infatti qui la presenza sia del Padre, sotto forma di voce, che riconosce in Gesù suo Figlio: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”; vi è lo Spirito Santo che scende su Gesù e vi rimane; e infine, vi è Gesù stesso, il Figlio del Padre. Padre e Spirito Santo, pertanto, operano in e con Gesù, che è azione del Padre, lo spazio storico dove il Padre opera con la potenza del suo Spirito. L'intera missione di Gesù acquista pertanto una valenza marcatamente trinitaria.

 

 

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Lunedì, 30 Dicembre 2024 22:02

2a Domenica dopo Natale

(Gv 1,1-18)

Giovanni 1:1 In principio era il Verbo,

il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

 

Giovanni 1:2 Egli era in principio presso Dio:

 

Giovanni 1:3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,

e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

 

Giovanni 1:4 In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

 

Giovanni 1:5 la luce splende nelle tenebre,

ma le tenebre non l'hanno accolta.

 

Nei vv. 1-5 vi è una logica discendente, che vede il Logos, dapprima, in rapporto con Dio (vv. 1-2), poi, in rapporto con se stesso (vv. 3-4), infine, in rapporto con gli uomini (v. 5), così che da quel suo essere presso Dio si ritrova ad essere presso gli uomini. Una discesa, quindi, spesa a favore degli uomini.

Si parla di un principio, che richiama per la sua formulazione - «En archē» - quello genesiaco (Gen 1,1) e a questo intenzionalmente rimanda. Qui (Gv 1,1), infatti, come là (Gen 1,1), si inizia con «En archē»; si prosegue con un richiamo alla luce e alle tenebre (Gv 1,5), che in qualche modo riflettono Gen 1,3-5; la Parola del prologo è l'esclusiva protagonista creatrice di tutto ciò che esiste, possedendo in se stessa la vita; così similmente, la Parola genesiaca, che si ripete, quasi come una litania, per ben nove volte (“E Dio disse”), è potenza creatrice, che promana vita. Vi è in Giovanni una chiara intenzionalità nell'assimilare le vicende degli inizi del suo Vangelo a quelle della creazione genesiaca, quasi a voler indicare al lettore come l'accadere dell'evento Gesù costituisce l'inizio di una Nuova Creazione.

Benché vi sia un sostanziale richiamo al primo capitolo della Genesi, i due «En archē» sono sostanzialmente diversi, costituendo due contesti completamente differenti tra loro. Il genesiaco «En archē» si costituisce come l'inizio temporale della creazione, limitandosi ad indicarne l'origine divina. Non si tratta di un'origine metafisica, bensì storica. Di diversa natura è l' «En archē» di Giovanni, il cui contenuto è l'esistenza trascendente, metafisica, della Parola. Si tratta di un principio assoluto, che ci porta non alle origini della creazione, bensì della vita stessa di Dio. Non c'è più il fare di Dio, bensì l'Essere di Dio, che è Parola. Il verbo unico e dominante nei vv. 1-2, infatti, è il verbo «essere», che per sua natura indica sempre l'essenza del suo soggetto, dice sempre qualcosa del suo essere e ci trasporta nell'area dell'ontologia. Esso è posto qui sempre all'imperfetto indicativo («era»), evidenziando la persistenza dell'Essere della Parola, che viene posta in un principio che non ha inizio, ma che indica l'assolutezza della Parola e la sua preminenza.

Il v. 1 presenta la Parola, o Verbo, nella sua relazionalità con Dio, che in Giovanni indica il Padre: “il Verbo era presso Dio”. Anche qui compare il verbo ‘essere’ per indicare un aspetto costitutivo dell'essere della Parola. Anche qui il verbo è posto all'imperfetto indicativo, per significare come l'essere della Parola presso Dio sia una condizione permanente e persistente, il proprium dell'esistenza della Parola, evidenziandone la coeternità. Il suo rapporto con Dio è qualificato dalla particella «pros», che qui regge l'accusativo («ton theon», Dio), aprendo in tal modo la relazione ad una pluralità di significati, che descrivono in diversi modi il rapportarsi della Parola nei confronti del Padre. La particella esprime un moto a luogo; possiede, quindi, in se stessa una sua dinamicità, che indica la direzione della Parola: essa non si trova soltanto presso il Padre, da cui proviene, ma è rivolta, per sua natura, verso il Padre, esprimendo una forte tensione relazionale, che l'attrae verso di Lui e a Lui lo lega inscindibilmente. La particella «pros», inoltre, assume in sé anche il significato di causa, ragione, finalità, evidenziando un altro aspetto della Parola nel suo relazionarsi con il Padre: la sua ragion d'essere è il suo essere per il Padre, in sua funzione e in suo favore; in Lui trova il senso del suo esistere e in Lei il Padre si riflette e si ritrova. È una Parola che si nutre della volontà del Padre, così che il fare la sua volontà diventa elemento essenziale e costitutivo del suo stesso vivere e del suo stesso esserci, anzi lei è lo stesso Dabar (ebr.: = parola) del Padre. Non vi sono personalismi o iniziative private, ma il Dabar del Padre, per sua natura, riflette in se stesso il Padre e ne dà attuazione nel suo dire/agire, divenendone testimone e rivelatore in mezzo agli uomini.

“E il Verbo era Dio”. Il nome “Dio” non è preceduto dall'articolo determinativo come, invece avviene per “Il Verbo” (kai theos ēn ho logos), lasciando intendere come il nome “Dio” sia predicato della Parola, che è soggetto del verbo, sottolineandone, quindi, la divinità alla pari del Padre.

L'intento del v. 2, «Egli era in principio presso Dio», è quello di accentrare l'attenzione sulla relazionalità Parola-Padre, relazione che era tale fin da principio. L'attenzione, quindi, si sposta sulla relazionalità della Parola con il Padre, della quale si attesta l'eternità con l'espressione «en archē». Non più la Parola, dunque, è «en archē», bensì la relazione di Questa con Dio.

Se i vv. 1-2 contemplano la Parola nella sua triplice condizione di eternità, di relazionalità con Dio, e di natura divina, accentrando l'attenzione sull'aspetto relazionale, i vv.3-5 evidenziano la doppia dinamicità della Parola, ponendola in stretta relazione agli uomini (v. 4), che si attua nel suo apparire in mezzo ad essi (v. 5).

Il v. 3 si apre con un assoluto al plurale «panta» (tutte le cose), privo di articolo determinativo, quindi onnicomprensivo, che non ha limiti e che tutto abbraccia senza nulla escludere, facendo della Parola la fonte esclusiva, prima ed ultima, di tutto ciò che esiste. Tale esclusività di questa origine originante del Tutto viene rafforzata dall'espressione seguente, posta in forma negativa, con cui si esclude che qualcosa sia avvenuta senza il suo intervento. Questa assolutezza va ben oltre alla semplice creazione, per abbracciare l'intero esistente sia in quanto già in essere, che in divenire o semplicemente in potenza. Ma ciò che maggiormente viene sottolineata è l'azione di mediazione propria della Parola. L'accento, quindi, va a cadere non tanto sul «panta», bensì sulle preposizioni «dià» (per mezzo) e «chōrìs» (senza), che sottolineano la natura mediatrice della Parola.

«In lui [nel Verbo] era la vita e la vita era la luce degli uomini». Luce e vita, un binomio che richiama da vicino la dimensione stessa dell'Essere divino. Luce perché con il suo apparire si è resa visibile e raggiungibile dagli uomini; luce perché diventa rivelatrice del volere di Dio nei confronti degli uomini; luce perché questa è la dimensione di Dio, in cui viene collocata la nuova creazione, alla quale gli uomini sono chiamatati ad aderire esistenzialmente. Una luce che richiama il genesiaco v. 1,3. Anche lì compare la luce, che costituisce il contesto ambientale entro cui venne collocata la prima creazione. Non si tratta della luce degli astri, che comparirà soltanto nel quarto giorno, bensì della dimensione stessa di Dio, in cui la creazione genesiaca venne posta, rivestita e permeata. Per questo, al suo termine, Dio si ritroverà in essa e in essa si rifletterà, riconoscendo che “quanto aveva fatto era cosa molto buona” (Gen 1,31). Una creazione, dunque, rivestita e incandescente - di Dio.

Il v. 5 chiude la concatenazione discendente della Parola, che, contemplata nel suo essere in principio presso Dio, appare ora in mezzo alle tenebre. Questo bipolarismo fa parte dello schema della mente umana, che al positivo associa per contrapposizione il negativo, aprendo tra questi due poli un'ampia gamma di sfumature. La coesistenza e la convivenza della luce con le tenebre appartengono al primordiale contesto della creazione genesiaca. Anche lì la luce apparve in mezzo alle tenebre. Essa non ha dissolto le tenebre, ma ha creato un nuovo contesto, una nuova realtà, che si è contrapposta ad esse, così che Dio le ha separate (Gen 1,4), assegnando loro un proprio ruolo (Gen 1,5). Luce e tenebre, dunque, si pongono alle origini della vita come due entità a se stanti e inconciliabili, poiché esse hanno a che fare con le dinamiche più profonde dell'uomo e della vita. Luce e tenebre dicono la dialettica di contrapposte vedute tra Dio e l'uomo decaduto. Le tenebre, oltre che descrivere la condizione dell'uomo dopo la caduta primordiale, dicono tutta la sua incapacità di saper cogliere la luce, poiché le tenebre, per loro natura sono cieche e racchiudono tutto nella loro cecità. È proprio questa dialettica di contrapposizione luce-tenebre, che caratterizza la storia della salvezza. Per questo “le tenebre non l'hanno accolta” (v. 5).

Due sono i significati di tenebre nel v. 5: nella prima parte si indica in senso generale la condizione umana decaduta, avvolta nell'ignoranza di Dio, così che l'apparire della luce in questo contesto sottolinea la funzione illuminatrice e rivelativa della Parola incarnata, togliendo all'uomo decaduto ogni alibi, portandolo a conoscenza del volere divino, di fronte al quale è chiamato a prendere posizione. Nella seconda parte del v. 5 le tenebre sono storicizzate e incarnate nel mondo pagano e in quello giudaico, quali luoghi storici in cui esse si sono radicate e si sono contrapposte alla Parola. Il primo “tenebre”, dunque, indica lo stato, la condizione dell'uomo prima della venuta della Parola; il secondo “tenebre” individua storicamente gli attori che le incarnano.

 

 

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Martedì, 24 Dicembre 2024 22:54

S. FAMIGLIA (c)

(Lc 2,41-52)

Luca 2:41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua.

Luca 2:42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza;

Luca 2:43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.

Luca 2:44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;

Luca 2:45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

Luca 2:46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava.

Luca 2:47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

Luca 2:48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».

Luca 2:49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».

Luca 2:50 Ma essi non compresero le sue parole.

Luca 2:51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

 

Uno dei brani più difficili di tutti i Vangeli, e che apre a numerosi interrogativi: possibile che i due genitori siano stati così sprovveduti e superficiali da non accertarsi dove fosse il loro figlio, primogenito ed unico, prima di partire? Possibile che si accorgano soltanto dopo un giorno di cammino che Gesù non è con loro? Possibile che un ragazzino se ne stia tranquillamente per tre giorni di seguito nel Tempio a dibattere con i maestri della Legge, senza minimamente preoccuparsi della sua famiglia? E per tutto questo tempo chi gli dava da mangiare e da dormire? E dopo il dibattimento dove andava? Che cosa faceva? Com'è possibile che questo ragazzino, tratteggiato qui come un adulto navigato e di consumata esperienza, si sia mostrato del tutto indifferente alle ansie e ai rimbrotti dei suoi genitori, anzi è lui che li redarguisce? Si potrebbe continuare con questi interrogativi, ma Luca qui non sta facendo la cronaca di uno spiacevole incidente, bensì fa della teologia e costruisce il suo racconto in funzione di questa; non certo per soddisfare la curiosità dei suoi lettori e tantomeno le logiche della critica moderna. Continuare sulla strada degli interrogativi significa non andare da nessuna parte. Qui si deve seguire il pensiero dell'autore e i suoi intenti.

L'osservanza scrupolosa della Torah da parte della famiglia di Gesù è un fatto assodato. Qui se ne sottolinea la fedele e perseverante esecuzione: “i suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”. L'obbligo del pellegrinaggio nel Tempio di Gerusalemme gravava esclusivamente sui maschi, pur non venendo escluse le donne e i bambini. Un viaggio, quello del Gesù dodicenne che viene indicato come “secondo l'usanza” e quindi compiuto secondo le prescrizioni della Torah.

Il rimanere di Gesù a Gerusalemme al compiersi dei dodici anni, indica qual è il luogo della dimora di Gesù, dove troverà pieno compimento la volontà del Padre. Qui troverà definitivamente fine e compiutezza la missione che il Padre gli ha assegnato. Per questo il dodicenne Gesù, giunto a Gerusalemme, non torna indietro, ma vi rimane in conformità alla volontà del Padre (v. 49). Significativo il verbo che qui Luca usa per indicare il “rimanere” di Gesù a Gerusalemme: “hypémeinen”, che tra le varie accezioni annovera anche “resistere, far fronte, sopportare, sostenere”. Il suo rimanere, pertanto, è denso di significati e lascia intravvedere la sofferenza del suo patire e morire in Gerusalemme, il luogo dove si compiranno i misteri della salvezza. 

I vv. 44-45 narrano lo smarrimento di questa piccola comunità familiare di fronte al suo rendersi conto di aver perduto Gesù. La ricerca di Maria e Giuseppe si muove su logiche umane: lo si cerca tra i parenti e i conoscenti, nella speranza di trovarlo tra loro, ma senza alcun esito. Per ritrovare Gesù è necessario “tornare a Gerusalemme”. È lì, nel luogo del compiersi del Mistero, che si può trovare Gesù. Ed essi lo ritroveranno mentre parla; lo scopriranno Parola che risuona nel Tempio; Parola che insegna; Parola che si impone tra lo stupore dell'antico insegnamento della Torah. Per ritrovare Gesù, quindi, è necessario ritornare a Gerusalemme.

Il ritrovamento di Gesù viene inquadrato in una doppia e significativa cornice: temporale, “dopo tre giorni”; e spaziale “nel tempio, seduto in mezzo ai dottori”. Il ritrovare Gesù “dopo tre giorni”, può alludere alla sua risurrezione, allorché, dopo lo smarrimento della sua passione e morte, Gesù viene ritrovato dai suoi discepoli. La questione che qui tuttavia Luca affronta, non è tanto la risurrezione di Gesù, ma “come” Gesù lo si è ritrovato dopo i “tre giorni”: esso è ritrovato “nel tempio seduto in mezzo ai dottori”. Tempio e dottori alludono al cuore del Giudaismo: culto e Torah. “In mezzo” a tutto ciò si colloca Gesù in un inequivocabile atteggiamento: “seduto”, la posizione caratteristica di chi insegna. In questa posizione Gesù è descritto da Luca: “mentre li ascoltava e li interrogava”, i due parametri entro cui si muoveva il rapporto maestro-discepoli. Il Risorto, pertanto, si colloca all'interno del Giudaismo come la nuova Parola, il nuovo Insegnamento, la nuova Torah, destinata a prendere il posto dell'antico Insegnamento.

Il v. 48 attesta lo stupore di Maria e Giuseppe, che vedono il loro figlio seduto tra i dottori della Legge, ma non capiscono ciò che vedono: “Figlio, perché ci ha fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”. La risposta che dà loro Gesù rivela lo stupore di Gesù per l'incapacità di comprendere dei suoi due genitori: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Un rimprovero e un invito a riflettere sulle motivazioni della loro ricerca, dettata più da preoccupazioni umane che da una vera comprensione del mistero, che vive e permea Gesù.

Con il v. 49, dopo un lungo preambolo di incomprensioni e reciproci stupori, si giunge alla rivelazione: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Gesù non si muove mai di sua spontanea volontà secondo progetti suoi personali, ma il suo agire, così come il suo parlare, ha come unica fonte referente il Padre, senza il quale egli non fa nulla. 

Dopo l'atto di “insubordinazione” di Gesù, Luca vuole rassicurare il suo lettore che Gesù non era uno scavezzacollo, ma un bravo ragazzo, rispettoso dei genitori e a loro fu sempre sottomesso (v. 51). Non va tuttavia esclusa, in questa sottomissione di Gesù, una nota teologica che in qualche modo si richiama a Fil 2,5-11, dove Paolo evidenzia un processo di svuotamento della gloria del Figlio fino ad assumere la natura umana e “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Anche questa fedele sottomissione di Gesù ai suoi genitori fa parte, dunque, del processo di spogliazione interiore.

“Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Un atteggiamento, questo di Maria, che costituisce anche un invito a “serbare” il Mistero, che per sua natura non è immediatamente accessibile alla ragione, nel silenzio del proprio cuore in attesa che la luce dello Spirito, che conosce le profondità di Dio, illumini anche la mente.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
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I trust in the witness of those families that draw their energy from the sacrament of marriage; with them it becomes possible to overcome the trial that befalls them, to be able to forgive an offence, to accept a suffering child, to illumine the life of the other, even if he or she is weak or disabled, through the beauty of love. It is on the basis of families such as these that the fabric of society must be restored (Pope Benedict)
Ho fiducia nella testimonianza di quelle famiglie che traggono la loro energia dal sacramento del matrimonio; con esse diviene possibile superare la prova che si presenta, saper perdonare un'offesa, accogliere un figlio che soffre, illuminare la vita dell'altro, anche se debole e disabile, mediante la bellezza dell'amore. È a partire da tali famiglie che si deve ristabilire il tessuto della società (Papa Benedetto)
St Louis IX, King of France put into practice what is written in the Book of Sirach: "The greater you are, the more you must humble yourself; so you will find favour in the sight of the Lord" (3: 18). This is what the King wrote in his "Spiritual Testament to his son": "If the Lord grant you some prosperity, not only must you humbly thank him but take care not to become worse by boasting or in any other way, make sure, that is, that you do not come into conflict with God or offend him with his own gifts" (cf. Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546) [Pope Benedict]
San Luigi IX, re di Francia […] ha messo in pratica ciò che è scritto nel Libro del Siracide: "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore" (3,18). Così egli scriveva nel suo "Testamento spirituale al figlio": "Se il Signore ti darà qualche prosperità, non solo lo dovrai umilmente ringraziare, ma bada bene a non diventare peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo, bada cioè a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi" (Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546) [Papa Benedetto]
The temptation is to be “closed off”. The disciples would like to hinder a good deed simply because it is performed by someone who does not belong to their group. They think they have the “exclusive right over Jesus”, and that they are the only ones authorised to work for the Kingdom of God. But this way, they end up feeling that they are privileged and consider others as outsiders, to the extent of becoming hostile towards them (Pope Francis)
La tentazione è quella della chiusura. I discepoli vorrebbero impedire un’opera di bene solo perché chi l’ha compiuta non apparteneva al loro gruppo. Pensano di avere “l’esclusiva su Gesù” e di essere gli unici autorizzati a lavorare per il Regno di Dio. Ma così finiscono per sentirsi prediletti e considerano gli altri come estranei, fino a diventare ostili nei loro confronti (Papa Francesco)
“If any one would be first, he must be last of all and servant of all” (Mk 9:35) […] To preside at the Lord’s Supper is, therefore, an urgent invitation to offer oneself in gift, so that the attitude of the Suffering Servant and Lord may continue and grow in the Church (Papa Giovanni Paolo II)
"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti" (Mc 9, 35) […] Presiedere la Cena del Signore è, pertanto, invito pressante ad offrirsi in dono, perché permanga e cresca nella Chiesa l'atteggiamento del Servo sofferente e Signore (Papa Giovanni Paolo II)
Miracles still exist today. But to allow the Lord to carry them out there is a need for courageous prayer, capable of overcoming that "something of unbelief" that dwells in the heart of every man, even if he is a man of faith. Prayer must "put flesh on the fire", that is, involve our person and commit our whole life, to overcome unbelief (Pope Francis)

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don Giuseppe Nespeca

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