Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Lunedì, 16 Febbraio 2026 20:29

1a Domenica di Quaresima

1a Domenica di Quaresima (anno A)

(Mt 4,1-1)

 

Matteo 4:1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.

Matteo 4:2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.

Matteo 4:3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».

Matteo 4:4 Ma egli rispose: «Sta scritto:

Non di solo pane vivrà l'uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

 

Gesù viene  condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Ci si può chiedere, per quale motivo lo Spirito deve portare qualcuno in una situazione di pericolo? Qui non ci sono dubbi, è proprio lo Spirito Santo che spinge Gesù a scontrarsi con il diavolo, e quindi con tutte le false aspettative dell'epoca riguardo la figura del Messia, che a questo punto capiamo erano aspettative diaboliche.  

Il termine greco per tentazione è "peirazō", che significa principalmente "mettere alla prova, esaminare", ma anche “tentare” in senso morale di sollecitazione al male. Il verbo si può tradurre sia mettere alla prova e sia tentare. Quando è Dio che compie l'azione, allora abbiamo il senso di mettere alla prova, perché è qualcosa che serve per la crescita e la maturità della persona, in modo che la persona possa fare una verifica seria della propria vita. È qualcosa di positivo. Anche nei Vangeli troviamo che Gesù mette qualche volta alla prova i suoi discepoli, per vedere se hanno capito i suoi insegnamenti. Quando invece questo verbo ha come soggetto Satana, allora si parla di tentare, di porre la persona in una situazione di pericolo, per distoglierlo dal proprio dovere. Nel nostro testo il diavolo cerca di distogliere Gesù dal suo compito messianico.

“Diavolo”, in greco, vuol dire divisore, separatore, e il suo corrispondente ebraico, “satan”, vuol dire “avversario”. È il nemico e l'avversario dell'uomo, che vuole ostacolare Gesù e anche ogni uomo nel suo cammino con Dio. Come dire: Io voglio proseguire per questa strada, ma a un certo momento la strada mi viene sbarrata; questo è Satana, il diavolo, qualcuno che vuole sviarmi.

Gesù fu condotto nel deserto, a ovest di Gerico, sul monte della Quarantena. Ma qui non è il luogo geografico che interessa. Il deserto rappresenta il luogo della prova. È il luogo in cui il popolo d’Israele poteva dimostrare la sua fedeltà a Dio, oppure la sua infedeltà; era il luogo in cui l'uomo doveva verificare le proprie scelte. È il luogo dove possiamo scoprire la verità, perché la vera lotta non è tanto contro qualcuno, ma è in noi. Possiamo dire che il deserto è una situazione esistenziale per tutti. La verità la troviamo solo nel deserto, perché finché c’è qualcuno vicino a noi, possiamo sempre dire: è stato lui, è colpa sua. Ma se siamo soli, possiamo vedere solo i mali che sono in noi. Quindi bisogna saper fare il deserto, il silenzio, andare nella verità e non aver paura della verità. Il deserto è il luogo della ricerca, del cammino, ed è qui che troviamo il diavolo, cioè il divisore, la scissione, troviamo il male. È proprio qui che ci porta lo Spirito! Noi pensiamo che la vita spirituale sia qualcosa di privilegiato, invece è esattamente il contrario, ci porta nella realtà, ci porta nella tentazione, nella prova, nel dubbio, nella difficoltà di discernere, di decidere, nella lotta.

Il verbo peiraō (tentare) signifca anche “imparare dall'esperienza”, “fare l'esperienza”, “provare”, così è attraverso la tentazione che l’uomo passa attraverso il male, e quindi diventa esperto, fa esperienza. E la tentazione la subisce chi ha fatto la scelta giusta. Se uno sta rubando ed è tentato di smettere, quella non si chiama tentazione, ma buona ispirazione! Quindi dobbiamo considerare la prova e la tentazione come un luogo in cui se uno sceglie il bene, si scontra con il male. Ecco perché è lo Spirito che spinge nel deserto, cioè è lo Spirito stesso di Dio che mi spinge a fare una scelta, a fare chiarezza, a fare verità.

Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti Gesù ha fame. Questa fame va interpretata come uno stato di necessità. Di ogni necessità si serve il diavolo per tentare l’uomo, sempre. Anche nelle famiglie, è molto più facile litigare quando ci sono delle necessità che non quando le cose vanno bene, proprio perché il diavolo ha l’occasione di mettersi di mezzo.

“Il tentatore allora gli si accostò”. Qui viene cambiato il nome, non si parla del diavolo ma del tentatore. È un'espressione che usa solo Matteo, perché il verbo “tentare” è il verbo tipico che l'evangelista userà parlando dei farisei, dei sommi sacerdoti e dei sadducei quando vanno da Gesù per tentarlo. Sono gli esecutori materiali delle tentazioni di Gesù. Per questo motivo l'evangelista cambia il nome e presenta Satana come il tentatore, per ricordare che saranno altri che agiranno per conto del diavolo a tentare Gesù.

La prima tentazione comincia con la proposta: se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane. La tentazione può essere letta in diversi modi: Approfitta della tua posizione per il tuo bene personale, fa che questi sassi possano saziare la tua fame. Se puoi farlo, fallo.

Fatte salve le dovute eccezioni, tutte le tentazioni sono sempre a fin di bene. Nessuno di noi fa il male perché è male, ma perché ci pare un bene. Tranne quelle poche volte - o tante - che lo si fa per debolezza, quando cioè si sa che è male, ma non riesco a far diversamente, i gravi errori sono quelli che si fa a fin di bene. Dio ci liberi dal male che possiamo fare pensando che sia bene! Sono come le guerre giuste di anglo-sionista memoria: non finiscono più, proprio perché sono giuste! Quindi bisogna stare attenti quando si agisce a fin di bene: è pericolosissimo! Non bisogna agire a fin di bene, bisogna fare ciò che è bene. Si può essere diabolici a fin di bene!

Un'altra lettura della tentazione è la seguente: Gesù è sollecitato ad usare la sua autorità di Figlio di Dio, per imprimere una svolta alla storia del suo popolo o, se vogliamo, di dare ascolto alle attese messianiche di Israele, che attendeva un messia politico-militare e religioso, liberatore e restauratore della grandezza di Israele. In questa ottica, la prima tentazione è quella di un messianismo economico: pensare, cioè, di portare l’era messianica con il benessere economico terreno. In altre parole, Gesù è tentato di mutare i sassi in pane per compiere un’azione prodigiosa agli occhi dell’umanità: se è lui il Figlio di Dio, potrà estinguere il problema della fame nel mondo, potrà farsi riconoscere e acclamare come benefattore. È molto interessante la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: «Vedi queste pietre nel deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge docile e riconoscente».

La prima tentazione può essere letta anche come una falsa alternativa: o pane, o parola. Mentre noi diciamo: sì la parola di Dio è bella, adesso però c’è la vita concreta, devo pensare a questo e a quell’altro. Questo è un grande male, perché se la parola di Dio non c’entra con la vita concreta, Dio non esiste. In realtà, la prima cosa è la parola di Dio che ordina il mio modo di rapportarmi alle cose, e quindi la mia vita concreta, il mio pane. Come  risposta  al  tentatore, Gesù gli ricorda che è nella fedeltà alla parola di Dio che l'uomo può trovare il vero significato della sua esistenza.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 09 Febbraio 2026 18:03

6a Domenica T.O.

6a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 5,17-37)

 

Matteo 5:19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

 

Questo verso presenta un parallelismo caratteristico del modo di procedere della retorica ebraica, che qui pone a confronto il trasgredire con l'osservare, il minimo con il grande, o se vogliamo il relativo con il tutto, evidenziando come il più piccolo dei comandamenti riesca a rendere piccolo chi non lo osserva, dimostrando in tal modo la grande forza spirituale che riveste un comandamento stimato piccolo dai sofismi umani, ma comunque grande perché in esso si rispecchia e si esprime la volontà di Dio, che va sempre eseguita.

Si noti come questa sentenza di Gesù si dispieghi in due momenti i quali, benché tra loro radicalmente contrapposti, trovano tuttavia il loro comune punto di ricongiunzione nel verbo "insegnare". Per essere minimi o grandi non è sufficiente “trasgredire” o “osservare”, ma ci deve essere anche l'insegnare. È, quindi, il modo di porsi e di relazionarsi all'interno della comunità, còlta qui come luogo del regno dei cieli, che rende minimo o grande in essa.

Non è sufficiente una semplice violazione personale del comandamento per essere degradato, ma questa deve essere accompagnata anche da un insegnamento speso in tal senso. La violazione personale di per sé non sembra assumere un livello di gravità tale da condannare la persona, ipso facto, forse perché tale violazione è considerata frutto della stessa debolezza umana; ma quando l'errore viene trasmesso attraverso uno specifico insegnamento, allora vi è un radicamento in esso e una volontà precisa di espanderlo, che diventa pertanto motivo d'inciampo per il prossimo. Parimenti, l'osservare scrupolosamente i comandamenti nella propria vita privata non giova se non è accompagnato da una pubblica testimonianza, poiché la lampada va sempre posta sul candeliere affinché faccia luce a tutti coloro che sono in casa.

In Israele, infatti, l'osservanza o la violazione della Legge non era mai considerata un fatto privato, benché impegnasse personalmente ogni singolo israelita nella sua pratica. Il patto sinaitico era un patto sancito con il popolo e la sua violazione è sempre stata intesa prevalentemente come una colpa collettiva a cui seguiva sempre un castigo collettivo, e ce ne dà testimonianza lo stesso esilio babilonese e, ancor prima, la distruzione del regno del nord d'Israele ad opera degli Assiri. In tutta la storia d’Israele, poi, Dio non parla mai alla singola persona, ma soltanto al popolo o ai suoi legittimi rappresentanti. Per questo, l'insegnare è ciò che qualifica la violazione o l'osservanza, stabilendo la rispettiva posizione di ogni membro all'interno del regno dei cieli, di cui la nuova comunità è sacramento.

Che cosa sono i comandamenti minimi? Su questo c’è della confusione. Sono tutti i precetti della Legge? Ma se noi stiamo a vedere quello che gli evangelisti ci hanno tramandato di Gesù, vediamo per esempio che Gesù non ha osservato le leggi della purità riguardante i lebbrosi (li ha toccati). Gesù quando parla del ripudio, parla in maniera diversa da Mosè; salva un’adultera dalla lapidazione. In alcune occasioni non ha osservato la legge più importante, quella del sabato, almeno secondo l’interpretazione farisaica, e così via.

Dobbiamo allora intendere le parole di Gesù tenendo conto che questi comandamenti minimi, non sono altro che quelli che ha appena proclamato dal Monte attraverso l’immagine delle Beatitudini. Perché sono considerati minimi? Perché questa espressione? È quello che Gesù dichiarerà a quelli che lo vogliono seguire: “il mio giogo è leggero e il mio carico non è un carico pesante”. In questo senso noi possiamo interpretare i comandamenti minimi. È vero che mettere in pratica il messaggio comporta degli impegni e che tante volte sono impegni forti, ma non sono mai impegni che schiacciano come faceva la Legge con tutti quelli che tentavano di metterla in pratica.

Gesù, parlando delle beatitudini come dei comandamenti minimi, ci sta dicendo che sebbene l'osservanza comporti un impegno, non è un impegno che non si riesce a portare avanti, come una specie di giogo messo sul collo che non permette di camminare. Chi nella comunità tradisce il messaggio - i comandamenti delle Beatitudini - e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; ma sarà considerato grande chi li metterà in pratica e li insegnerà.

Le due categorie, la contrapposizione tra minimo e grande, non riguarda una gerarchia, come se nel regno o nella comunità ci fossero cristiani di serie A o B, è piuttosto il modo di parlare secondo il linguaggio semitico: essere minimo significa escluso da una realtà; essere grande vuol dire essere partecipe di quella realtà. Gesù dice che chi tradisce lo spirito delle Beatitudini, chi non vive secondo questo insegnamento è meglio che lasci perdere; non può sentirsi parte integrante della comunità del regno, si esclude da solo. Al contrario, la piena partecipazione al regno è di coloro che metteranno in pratica e insegneranno a fare così.

 

 

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Martedì, 03 Febbraio 2026 11:14

5a Domenica T.O.

5a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 5,13-16)

 

Matteo 5:15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.

Matteo 5:16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

 

Dice Gesù: quando si accende una lampada non la si può mettere sotto un recipiente, sarebbe assurdo, ma la si pone su di un candeliere, perché possa dare luce a tutti quelli che sono nella casa. Questo è il compito dei discepoli, che mettendo in pratica il messaggio delle beatitudini possono rendere un servizio vitale al mondo. I credenti sono definiti luce e lucerna. Il significato è identico dato che la lucerna ha a che fare con la luce che illumina, ma diversa è la loro illuminazione. In quanto luce la comunità è in riferimento al mondo e deve rendersi visibile in mezzo agli uomini come una città che è posta su un monte; mentre i singoli credenti, definiti nei loro rapporti intracomunitari, sono chiamati ad essere lucerne nei confronti di “tutti quelli che sono nella casa”.

La luce, quindi, deve brillare sia all'interno che all'esterno della comunità. La luce che illumina gli uomini deve partire dall'interno della comunità, per poi irradiarsi su tutti. È una luce che sgorga dall'intimo stesso di ogni credente, radicato nel Cristo risorto, che permea l'intera comunità, espandendosi, poi, sul mondo. Solo se ogni singolo credente brilla della luce del Risorto, la comunità ne sarà illuminata e diventerà luce per il mondo. La luce non modifica la realtà, la luce fa vedere la realtà.

Infatti, la conseguenza immediata della luce è proprio il vedere: "perché vedano" (v. 16), cioè l'accorgersi di una cosa nuova che è nata in mezzo agli uomini - l’agire stesso di Dio tra di loro - che devono vedere attraverso "le vostre opere buone". Queste opere buone del credente richiamano da vicino il ritornello della creazione: "E Dio vide che questo era buono". Le buone opere compiute dal credente sono in parallelo alla creazione di Dio. È significativo come l'atto creatore di Dio incominci proprio con la luce (Gn 1,3), e in questo contesto di luce, viene poi collocata l'intera creazione. Così il compiersi delle opere buone da parte del discepolo diventa la nuova dimensione in cui l'umanità è chiamata a entrare. Anzi, sono proprio queste opere buone che diventano la causa di una nuova umanità che loda Dio: "rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli". Dare gloria è un’espressione un po’ astratta. Spiegando in maniera semplice, possiamo dire: l’amore tradotto in opere. Quando gli uomini vogliono rendere gloria a Dio, non devono far altro che tradurre l’amore che vivono in gesti concreti verso gli altri. Lo scopo di queste opere è che gli uomini possano riconoscere Dio, e sentendosi amati possano scoprire nella propria vita che c’è un Dio che è Padre, che manifesta questo amore.

Il verbo “doxazō”, tradotto “rendere gloria”, verrà in seguito presentato da Gesù parlando ai farisei che vogliono “essere lodati dagli uomini” (Mt 6,2), vogliono essere glorificati dalle proprie opere; questa è la vera idolatria. Se facendo le mie opere, le opere buone, non cerco la gloria di Dio, ma cerco la mia gloria, mi sostituisco a Dio e voglio essere io il punto di attenzione, il soggetto che si attira il plauso, le lodi. Se le opere hanno questo risvolto negativo, non abbiamo più la luce che risplende.

La luce del cristiano è la sua nuova vita che vive tra gli uomini. Vita fatta di verità e di carità, di misericordia e di perdono. La diversità di vita fa la differenza, e questa differenza si trasforma in rendimento di gloria a Dio. Oggi è proprio questa differenza che fa difetto. Se la differenza non esiste, è segno che le opere del cristiano non sono di luce.

La fede non viene “dimostrata” ma viene “mostrata”, semplicemente, non attraverso una dimostrazione, che è un fatto intellettuale, che magari sa anche di dialettica: convincere l’altro. La fede si mostra: la relazione che hai con Dio e con gli altri brilla, fa capire, fa sentire, comunica. Allora viene glorificato il Padre che è nei cieli. 

 

È grande sotto ogni aspetto la nostra responsabilità di cristiani. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 26 Gennaio 2026 22:40

4a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 5,1-12a)

 

Matteo 5:3 «Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

 

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Così inizia la prima beatitudine, la più importante, perché posta in prima posizione da Matteo. Notiamo innanzitutto la parola "beati". Proviamo a dire a un povero "beato tu che sei povero": lo insultiamo. In genere si dice "beati i ricchi". Le beatitudini di Gesù sono la contraddizione esatta di quello che noi pensiamo, sono parole che capovolgono radicalmente tutti i criteri terreni. C’è una vera e propria carica eversiva nelle beatitudini.

C’è una disparità di forze tra ricchezza e povertà, a tutto svantaggio del povero, schiacciato dall'avidità e dall'orgoglio del ricco. Nel messaggio di Gesù la povertà acquista una nuova dignità, sconosciuta fino a quel momento. Gesù è venuto per restituire dignità a questa umanità. Infatti, per Gesù è necessario liberarsi dall'attaccamento dei beni terreni per poter abbracciare pienamente la sua causa, che porta l'uomo a un livello di vita superiore e compiuto. Ma non è sufficiente questo primo livello di povertà materiale. Per Gesù serve un ulteriore passo: lo spogliarsi del proprio modo di pensare e di vedere le cose, per assumere quello di Dio; è necessario collocarsi dalla parte di Dio e vedere le cose dalla sua prospettiva.

C'è un salto di qualità: dalla povertà materiale a una povertà interiore. La povertà materiale non è sufficiente per ereditare il regno, ma deve avere radici nel cuore stesso dell'uomo. Per questo Matteo dice “beati i poveri in spirito”. Letteralmente povero in spirito può significare carente di spirito, ma Gesù non può proclamare felice uno che è carente di spirito.

L’espressione poveri in spirito deriva da Is 66,2 il cui testo ebraico dice: ‘ānî ûnekēh rûaḥ, «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui ch'è povero e contrito di spirito». Il termine ‘ānî (povero) è affine a ‘ānāw (umile). Nei LXX viene reso spesso con ptōchòs, che indica la povertà del mendicante, costretto ad abbassarsi, a curvarsi, cioè ad umiliarsi per sopravvivere. Questa concezione della povertà si affermerà come valore positivo soprattutto dopo l’esilio babilonese. Il povero viene a designare l’uomo umile, pio, timorato di Dio. Gli ‘ānāwîm, che si rivolgono a Dio in preghiera e con fede, sono persone povere, che appartengono alle classi sociali più basse. Disprezzati, angariati, ripongono la loro fiducia e sicurezza in Dio. Da lui soltanto attendono protezione e aiuto con un atteggiamento interiore di umiltà e di dipendenza filiale.

Quindi la povertà benedetta non riguarda una situazione sociale, ma è quella che implica la fiducia nella protezione divina; designa innanzitutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito sono coloro che si reputano mendicanti davanti a Dio, che sanno di non poter provocare a forza l’avvento del regno dei cieli, ma che dev’essere Dio a concederlo loro.

La beatitudine è ora, non ha bisogno di attendere la fine dei tempi. Il verbo della frase "di essi è il regno dei cieli", è posto al presente. Cioè il regno è già di essi. E il regno di Dio è ricchezza. È la realizzazione del mondo nuovo. Già ora. Il regno dei cieli non è semplicemente l'aldilà. Voi qua soffrite, però starete bene nell'aldilà. No, il regno dei cieli è Dio che regna sui suoi. Gesù non dice che di essi “sarà” il regno dei cieli, non fa una promessa per il futuro, ma dice di essi “è”, nell'immediato.

Va notata anche un'altra cosa: Gesù non parla al singolare, ma al plurale, Gesù è venuto a cambiare la società umana. Per questo non serve tanto il gesto del singolo, ma di una comunità che cambi radicalmente il proprio modo di agire. Ecco l’importanza della Chiesa come comunità.

Per riassumere, i poveri sono sì coloro che sono privi di ricchezze, ma vi si aggiunge “in spirito” per dimostrare che non é la povertà per sé sessa che sia accetta a Dio; ma quella povertà che comporta un distacco del cuore dalle cose del mondo, perché chi è attaccato alle cose del mondo non è disposto a condividerle con il fratello. I poveri in spirito sono naturalmente anche quelli che sopportano con pazienza la loro povertà, e tutti coloro che non pongono la loro felicità nell'accumulare tesori. Gesù distrugge così l'idea giudaica di un regno messianico fondato sulla potenza terrena, e mostra come il distacco dalle ricchezze sia la prima condizione per aver parte al regno dei cieli.

Capisco che queste parole son difficili da comprendere e da vivere: il Signore ce lo conceda. Tutte le altre beatitudini scaturiscono dalla prima. Tutte le altre sette beatitudini altro non sono che delle varianti sul tema della povertà.

Per esempio: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Anche qui c’è la beatitudine presente: ora siete beati. Non perché si è afflitti, ma perché si è consolati, così come i poveri sono beati non perché sono poveri, ma perché il regno è loro. Il Signore consola gli afflitti. La consolazione è una caratteristica di Dio che non lascia solo chi è afflitto. Afflitto è colui che sulla terra soffre a causa delle ingiustizie dell'uomo. Ogni ingiustizia genera sempre un'afflizione. Più grande è l'ingiustizia e più grande sarà l'afflizione.

È interessante che la beatitudine è ora nel presente ma la consolazione è nel futuro. E allora tra il presente e il futuro cosa c’è? C’è il cammino verso la consolazione. Il senso positivo della storia è che si passerà dall’afflizione alla consolazione. In questo cammino, l'afflitto deve vivere nella santità la sua afflizione. L'afflizione si vive nella santità in un solo modo: offrendola al Signore come dono per la salvezza del mondo. Guardando Cristo crocifisso, ognuno può sapere chi è il vero afflitto. Guardando Cristo risorto, ognuno sa la grandezza delle consolazioni di Dio.

Guardiamo la cosa da un altro punto di vista. Avete mai visto uno allegro che viene consolato? Io mai! Se è allegro come si fa a consolarlo? La beatitudine divina è una consolazione per chi è afflitto non per chi è allegro. Perché ci sia la consolazione, la persona mentre viene consolata deve essere afflitta.

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 19 Gennaio 2026 19:20

3a Domenica T.O.

(Mt 4,12-23)

 

Matteo 4:13 e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,

Matteo 4:14 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

Matteo 4:15 Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali,

sulla via del mare, al di là del Giordano,

Galilea delle genti;

Matteo 4:16 il popolo immerso nelle tenebre

ha visto una grande luce;

su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte

una luce si è levata.

Matteo 4:17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

 

Il v. 13 ci offre la geografia entro cui si muove Gesù:

 

·         lasciata Nazaret;

·         venne ad abitare a Cafarnao;

·         presso il mare;

·         nel territorio di Zabulon e di Neftali.

 

Questa precisione geografica ha un doppio intento: narrativo e teologico. Nazaret è il luogo del silenzio, dove Gesù ha trascorso quasi tutta la sua vita. Su di lui, durante questo periodo, sappiamo ben poco. Il Figlio di Dio passa trent’anni in un paese anonimo. A fare cosa? A imparare il mestiere di vivere, come ogni uomo, vivendo le giornate, le notti, le fatiche, il sudore, il caldo, il freddo, la gioia: tutte le cose normali della vita. Se non avesse fatto quei trent’anni, non avrebbe senso la sua incarnazione. Ha vissuto la nostra vita nella sua quotidianità, ha preso veramente su di sé la nostra vita.

Lasciare Nazaret, chiuso tra le colline e isolato, per Cafarnao, una industriosa cittadina in riva al lago di Galilea, posta in un luogo strategico di notevole importanza commerciale e militare, lungo la "via maris", che collega la Siria con l'Egitto, incrocio di genti, significa girare pagina, uscire allo scoperto, dare una svolta nuova alla propria vita. Un luogo, quindi, ottimale per l'annuncio del regno. È da qui che Gesù darà inizio alla sua attività missionaria. Cafarnao diventa la seconda patria di Gesù. La maggior parte del vangelo di Matteo si svolge qui, in questo paese di Cafarnao.

Lasciare Nazaret per Cafarnao, dal punto di vista del racconto, significa dare uno stacco netto tra il prima e il dopo e preparare il lettore a qualcosa di nuovo che sta per accadere. Infatti, la meticolosa descrizione geografica del luogo fa pensare che Matteo avesse ben altre intenzioni, che quella di darci l'indirizzo della nuova residenza di Gesù. Infatti, subito ci dice che questo avviene "perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta". Dunque, quello che qui sta accadendo non è dettato dal caso, ma sta seguendo l’evolversi un preciso disegno in atto, che obbedisce alle logiche di un piano divino prestabilito.

Gesù, non solo si muove in base ad un piano prestabilito, ma ne è il compimento. Cafarnao, nella Galilea delle genti, è un luogo a metà strada tra Israele e i pagani. E siccome la salvezza è sia per Israele che per i pagani, ecco che il luogo più adatto per l’annuncio del vangelo è proprio questa zona, un insieme di giudei e di pagani.

Il popolo è immerso nelle tenebre. L’uomo fa dell’ombra e della morte la sua casa. Proprio a questa tenebra è donata una grande luce. Tutta l’attività di Gesù è vista come luce che dissolve le tenebre. La luce è principio di vita (è il primo atto creatore di Dio), la luce fa essere le cose quelle che sono, senza luce non c’è niente. La salvezza consiste nella illuminazione, cioè nell’aprire gli occhi sulla realtà, come Dio ce l’ha data, e vivere di conseguenza.

Matteo riporta un fatto che senza dubbio costituiva per le attese religiose del tempo una sorpresa, se non uno scandalo. Difatti, era logico aspettarsi che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme, e invece partì da una regione periferica, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dalla presenza pagana. Collocato da Matteo in questo quadro geografico, Gesù dà un colore universale e rivoluzionario alla sua missione, preannunciando, fin da subito, la presa di distanza dal modo tradizionale di aspettarsi la salvezza.

"Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire" (v. 17). Inizia così l’attività di Gesù, che in realtà non comincia a “predicare”, ma a proclamare, “kēryssein”, come dice il testo greco. La differenza tra predicare e proclamare è grossa. Predicare è quella cosa noiosa (per chi l’ascolta). Proclamare, invece, è annunciare pubblicamente un fatto (che è ben diverso). Il proclama non spiega, è un annuncio di qualcosa. La proclamazione è pubblica. Cosa proclama Gesù? La necessità della conversione.

Dice qualcosa di dirompente: “metanoeite”, un imperativo, che va al di là di un semplice invito alla conversione. Potremmo tradurre il termine “metanoeite” con "cambiate modo di pensare; riorientate il vostro pensiero". Si tratta di modificare radicalmente l'uomo, la sua interiorità, e da qui deve tradursi in un modo di vivere conformato alle esigenze di Dio. La rigenerazione dell'uomo, quindi, deve partire dal piano dell'essere, per poi attuarsi sul piano dell'agire e del vivere.

La necessità di questo cambiamento sta nel fatto che il regno dei cieli è vicino. Il regno dei cieli è il regno della luce. Il regno del principe di questo mondo è invece il regno delle tenebre. Bisogna convertirsi perché Gesù è venuto per instaurare in mezzo a noi il regno della luce e in questo regno si può entrare solo abbandonando il regno del principe di questo mondo. La conversione è l’abbandono delle tenebre della nostra mente e il consegnarsi pienamente alla luce che proviene dalla parola di Cristo. A quanti attendevano il regno dei cieli, Gesù annuncia questa  buona novella: il regno dei cieli è vicino. Se è vicino, preparatevi ad entrarvi, e si entra attraverso la porta stretta della conversione. 

 

 

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Lunedì, 12 Gennaio 2026 12:36

2a Domenica T.O. (anno A)

(1Cor 1,1-3)

1Corinzi 1:1 Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene,

1Corinzi 1:2 alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:


Il mittente e i destinatari della lettera ai Corinzi sono indicati in modo particolarmente solenne, cosa che rende l'inizio di questa lettera molto importante dal punto di vista teologico. Paolo non è che fa una cosa di sua iniziativa; no, lui dice di essere “chiamato”, dalla “volontà di Dio”, a fare che cosa? A essere “apostolo di Cristo”, ossia inviato di Cristo. Paolo rappresenta Cristo. Questa sua nuova vita, di essere cioè apostolo di Gesù Cristo, non nasce da lui ma lo è per volontà di Dio. Dio lo ha chiamato personalmente. Ecco perché la Chiesa deve essere apostolica, cioè fondata sulla testimonianza degli apostoli. Questo è molto importante, perché quando uno mi viene a dire: Guarda c'è uno che ha avuto una rivelazione e ha fondato una nuova chiesa; che si tenga pure la sua rivelazione e la sua chiesa!

In altre parole, noi abbiamo bisogno della testimonianza storica che si rifà a chi ha visto Gesù. La nostra fede non si rifà a visioni personali. Neanche a delle idee personali o a teorie nuove, ma è un fatto storico. Innanzitutto di Israele, della sua storia che culmina in Gesù, che è la rivelazione ultima di Dio, e gli apostoli ci testimoniano questo, cioè gli apostoli sono stati inviati per annunciare Gesù e questa tramandazione è giunta fino a noi. Per questo la chiesa è essenzialmente apostolica, non solo per il passato, ma anche per il futuro. La tramandazione continua. È così che il cristianesimo si è trasmesso. Paolo non è da solo a far questo, è insieme al fratello Sostène. Non si è mai soli, non è mai un'impresa personale.

Paolo si rivolge alla “chiesa di Dio che è in Corinto”. Non ci sono chiese, ma la “chiesa”. Ci sono più comunità dove la chiesa è presente. Corinto è l’espressione locale di una realtà universale. La parola chiesa, dal verbo greco ekkaléō, da cui il sostantivo ekklēsia vuol dire chiamare fuori, cioè i cristiani sono chiamati fuori. Da cosa e perché? Chiamati fuori ad uscire dalle categorie mondane, da una logica e da una filosofia di vita mondana. Chiamati fuori a prendere coscienza della verità. In altre parole chiamati fuori a essere “santificati in Cristo Gesù” (v. 2). Il “luogo” dove la santificazione si compie è Cristo. Siamo santificati in lui. In lui diveniamo tralci della sua vite. Cristo è la linfa della nostra santificazione. È questa la nuova coscienza cristiana che ci chiama fuori dagli altri e che poi ci manda agli altri, quasi fosse un paradosso. E allora non siamo chiamati fuori per dire che non c'importa degli altri e facciamo il nostro cammino, no! Siamo chiamati fuori per far capire anche agli altri.

Santo vuol dire separato, cioè diverso. La diversità è il fatto che noi viviamo nella misericordia di Dio. Mentre il mondo vive nel calcolo, nell'egoismo, nell'interesse, nel tornaconto, sotto il dominio della schiavitù della paura della morte, perché si sentono figli di nessuno, e quindi devono amministrare al meglio la loro vita, noi invece sappiamo che la nostra vita è nelle mani di Dio, che ci è Padre, ci ha amati, ci ha salvati, ha dato il Figlio per noi, la nostra morte è l'incontro con Lui. Questa è quella santità radicale che ci fa vivere in modo diverso.

Il senso della nostra vita allora è diventare santi, cioè diventare come Cristo. Senza avere idee di onnipotenza: Cristo è morto in croce. Siamo chiamati a sviluppare tutta la potenza di grazia e di verità insita nella Parola del Vangelo. I Corinzi – dice Paolo – sono santi per “chiamata”, cioè per iniziativa divina sono stati scelti a credere e a far parte del popolo di Dio. Il testo originale non dice "chiamati a essere santi", ma "chiamati santi". Chiamati a essere santi dà al testo un significato etico (ce la farò a diventare santo?). Invece il testo vuole esprimere un'azione di Dio: chiamati santi; i santi portano questo nome non perché sono stati bravi, ma perché sono stati santificati da Dio. La Chiesa è santa in quanto comunità di persone beneficiarie dell'azione e della vocazione divina.

È interessante, poi, che questa santità non è un fatto privato, ma siamo chiamati insieme con tutti quelli che in ogni luogo hanno ricevuto la stessa chiamata. Non con quelli che ci scegliamo, ma “con tutti” quelli che sono “in ogni luogo”. La vocazione alla santità è di tutti insieme. Insieme dobbiamo tendere alla santità, ognuno con l’altro. La solitudine non è del cristiano. Qui si fonda la cattolicità della Chiesa che è aperta. La mia fraternità è aperta, ma se non vivo da fratello e comincio a pestare i piedi a chi mi sta a destra e chi a sinistra, che fraternità cristiana vivo? La fraternità la realizzo innanzitutto con i fratelli che non ho scelto. Chi non ama il fratello che non ha scelto, non ama nessuno.

E cosa fanno questi chiamati ad essere santi? “Invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo”. L'elezione non è più solo per il popolo di Israele, ma è per tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore. Questa è una bella definizione di cristiano: colui che invoca il nome del Signore Gesù Cristo. L’invocazione non è semplicemente un fatto formale, ma è qualcosa di esistenziale, vitale, cioè un riferimento di vita a Lui. È lui che dà senso e significato alla mia esistenza. Questo poi si traduce nella pratica con l’acclamazione liturgica a Cristo, glorificato quale Signore della comunità cristiana e del mondo.

Nell’antichità invocare il nome significava avere relazione, entrare in comunione con quella persona. Il cristiano è colui che è in comunione con Gesù come suo Signore, come colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Lui mi ama e io rispondo col mio amore, e questo mi rende simile a Lui: figlio. Per questo, invocare il nome di Gesù è sinonimo di salvezza, non per qualcosa di magico, ma se entro in comunione con Lui che è il Figlio, divento figlio, e attraverso Lui sono in comunione con il Padre e con i fratelli. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Martedì, 06 Gennaio 2026 18:56

Battesimo del Signore (anno A)

(Mt 3,13-17)

Matteo 3:13 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui.

Matteo 3:14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?».

Matteo 3:15 Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì.

Matteo 3:16 Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.

Matteo 3:17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».

 

Dopo che Giovanni con la sua parola aveva preparato il popolo risvegliando in tutti l'aspettazione del Messia, Gesù raggiunge il luogo dove Giovanni sta battezzando, presso il Giordano. Va da Giovanni per farsi battezzare da lui. Anche noi ci troviamo sul Giordano, perché letteralmente il testo non dice che Gesù “andò”, ma Gesù “viene” (gr. paraginetai) al Giordano. Suppone che noi siamo lì. Abbiamo ascoltato la predicazione di Giovanni, siamo andati al Giordano. A fare cosa? A riconoscerci come uomini peccatori.

E cosa viene a fare Gesù? Viene per essere battezzato. Viene per essere immerso, per andare a fondo, nella realtà umana. Questa è la chiave di lettura di tutto il Vangelo, dove ogni brano mostra come Dio entra nella nostra vita.

Il Giordano è il fiume attraverso il quale gli israeliti entrarono nella terra promessa. Perciò era giusto che Cristo fosse battezzato nel Giordano, piuttosto che nel Mare di Galilea o in qualche altra parte.

Sappiamo che il battesimo di Giovanni è un battesimo di acqua per la conversione. L’acqua che bagnava il corpo era segno di purificazione in seguito al pentimento, alla confessione dei peccati. Gesù è senza peccato. Non ha bisogno di conversione. Non ha alcuna colpa di cui doversi pentire, né un qualche peccato da confessare. A che gli serve il battesimo? A niente. Questo è il pensiero di Giovanni e per questo si opponeva, e gli impediva di battezzarsi. Difatti non è giusto secondo i nostri criteri di giustizia. Ma Gesù dirà che è proprio così che si compie la giustizia di Dio. Gesù non battezza nessuno, lui non ci battezza, ma noi siamo battezzati in lui, cioè lui non è venuto per metterci sott’acqua, è venuto per venire sott’acqua con noi, e noi siamo battezzati in lui nella sua morte, cioè nel suo amore per noi. Ma se lui non si fa battezzare, cioè non dà la sua vita per noi, noi non possiamo essere battezzati.

Giovanni non sa il motivo per cui Gesù chiede il battesimo, e Gesù non spiega le ragioni della sua  richiesta. Rimanda Giovanni alla giustizia da compiere. Ogni giustizia si sarebbe adempiuta nella sottomissione di Gesù al rito del battesimo. Gesù quasi gli chiede il permesso di essere battezzato: “lascia fare”, cioè permetti, concedi “per ora, poiché conviene”. È bene che io mi faccia battezzare, conviene, è necessario, perché così si compie “ogni giustizia”, la volontà di Dio. “Per ora” è giusto che Gesù accetti la posizione più umile. È proprio in questa solidarietà del Figlio con gli uomini che si compie la volontà di Dio per tutto il mondo. È così che si compie il disegno di Dio. Quindi il battesimo di Gesù, la sua morte, è il compimento di ogni giustizia di Dio, infatti la croce è il suo giudizio. Il suo giudizio è di dare la vita per tutti gli uomini e la dà nel Figlio.

Per noi è difficile capire che si compie ogni giustizia nel fatto che Gesù è solidale con noi. Tutta la Scrittura si realizza nel fatto che il Figlio è stato annoverato tra i malfattori. Aveva ragione Giovanni a scandalizzarsi! Noi non ci scandalizziamo perché probabilmente non riusciamo a capire come il Giusto possa essere considerato un malfattore e un peccatore. Lasciandosi battezzare da Giovanni, è come se Gesù si spogliasse della sua volontà. C’è una volontà del Padre che Lui deve compiere. Nel battesimo Gesù consegna la sua volontà al Padre, si spoglia della sua volontà, e accetta ufficialmente la missione di essere il Messia di Dio, e accetta anche di compiere la missione sempre e solo nella piena osservanza della volontà del Padre.

Gesù immerso nell’acqua è figura di Gesù morto in croce; il suo abbassarsi, ma che è seguito dal suo salire in alto. Ed ecco che Gesù “uscì dall’acqua”. Molto interessante l’avverbio usato da Matteo, euthys (appena, subito), che dice l'immediatezza di quanto segue. Ciò significa che l'evangelista ha voluto comunicarci che tra il discendere di Gesù nell'acqua e il suo risalire non è passato molto tempo, ma è stata una cosa pressoché immediata o quanto meno rapida (Gesù sembra schizzare fuori). Gesù non rimane nell’acqua simbolo della propria morte, ma ne esce fuori dove lo attende la risposta del Padre dal cielo. “Si aprirono i cieli”. Il cielo è simbolo di Dio. La terra si congiunge con il cielo in questa scena, e infatti scende lo Spirito di Dio. I cieli che si aprono: ci dice l'irrompere di Dio nella storia dell'umanità. Dio comunica con l’umanità.

Gesù è Colui attraverso il quale il Padre visita e incontra gli uomini. Gesù, dunque, è il luogo storico d'incontro tra Dio e gli uomini. Sull’uomo Gesù battezzato c’è dunque la salvezza dell’umanità. Nel Vangelo di Matteo la missione di Gesù si apre e si chiude con il tema del battesimo. Se il primo gesto di Gesù è di sottoporsi al battesimo, le sue ultime parole saranno di invito ai suoi discepoli: “andate e battezzate tutti i popoli”. Il battesimo apre e chiude l’attività di Gesù. L’invio degli apostoli a battezzare è un invito a far conoscere Dio a tutta l’umanità, quel Dio che essi hanno sperimentato e conosciuto, e che ci hanno fatto conoscere.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Martedì, 30 Dicembre 2025 12:17

2a Domenica Natale

(Gv 1,1-18)

 

Giovanni 1:1 In principio era il Verbo,

il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Giovanni 1:12 A quanti però l'hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

Giovanni 1:13 i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

 

“...a quelli che credono nel suo nome” (v. 12). Significativo è quel “nel” reso in greco con “eis”, una particella di moto a luogo. Essa esprime un movimento orientato a, imprimendo al credere la dinamica propria della vita, colta come un cammino in Cristo e per Cristo. Credere nel suo nome, pertanto, significa non soltanto accogliere, ma orientare e conformare il proprio vivere a Cristo. Soltanto a queste condizioni si potrà ottenere il “potere”, cioè la capacità, di diventare figli di Dio. La fede, dunque, fa acquisire la capacità di figliolanza divina, perché il credere è un camminare verso Cristo, un crescere in lui. Solo a queste condizioni il credente “diventa” figlio di Dio, cioè passa da una condizione umana ad una divina. Un “diventare”, che è un processo evolutivo e trasformante, “da … a”, il quale impegna la vita del credente, intesa come un divenire continuo, espresso significativamente nella particella “eis”.

Il v. 13 spiega da dove proviene la generazione a figli di Dio. La figliolanza divina non dipende dall'uomo: a) “non da sangue”; b) “né da volere di carne”; c) “né da volere di uomo”. Carne, sangue, uomo sono tre termini solo apparentemente sinonimici tra loro, in realtà essi indicano tre tipologie di persone.

La prima espressione “non da sangue” in greco è resa al plurale (“ouk ex haimátōn”, non da sangui). Per l'ebreo il sangue è la sede della vita, anzi esso talvolta viene identificato con la vita stessa. Questo sangue è sempre posto al singolare. Tuttavia, se il sangue fuoriesce dal corpo per una ferita o per il mestruo femminile, esso viene posto al plurale, i sangui. Questi due aspetti, ferita e mestruo, richiamano, rispettivamente, sia la circoncisione, grazie alla quale il bambino era inserito nel popolo d'Israele, e fatto per ciò stesso erede della promessa divina; sia la capacità generativa della donna. Nessuno di questi due tipi di sangue sono in grado di dare la figliolanza divina. Se è comprensibile il sangue che fuoriesce dalla ferita della circoncisione, meno chiaro lo è quello del mestruo femminile, su cui ci soffermiamo un istante per renderne meglio accessibile la comprensione. Il declinare il sangue al plurale in questo contesto, riferito alla generazione della figliolanza divina, richiama la capacità generativa della donna, che nel mondo ebraico era considerata come l'elemento certo dell'ebraicità. Vero ebreo era colui che nasceva da madre ebrea. Affermare, quindi, che i veri figli di Dio non provengono “dai sangui” equivaleva dire che non è il popolo ebraico a generarli, né attraverso le proprie donne né, tanto meno, attraverso la circoncisione. Questa espressione, “ouk ex haimátōn”, pertanto, inerisce al popolo ebraico, ed esclude la sua capacità di generare la vera figliolanza divina. I veri figli di Dio non sono generati né da Mosè né dalla Legge. La negazione di queste due tipologie di sangue circa la loro capacità generativa al divino, assegna, per contro, tale capacità ad un altro sangue e ad un'altra carne, quelli di Gesù.

La seconda espressione “né da volere di carne” richiama da vicino lo stato di coniugalità dell'uomo e della donna. Quel “volere”, ben lungi dall'indicare un desiderio concupiscente, indica la progettualità dell'uomo e della donna, la loro capacità di autodeterminare, secondo schemi e disegni propri, il loro futuro. La figliolanza divina, dunque, non dipende neppure dalla volontà dei coniugi, intesi nella loro connaturata capacità generativa, che li rende fecondi e simili a Dio, generatore di vita.

La terza espressione “né da volere di uomo” coglie l'uomo nella sua capacità di autodeterminarsi. Il termine qui usato, infatti, per indicare l'uomo, non è “ánthrōpos”, che significa uomo in senso generico, e che ha il suo corrispondente latino in “homo”; bensì “anēr”, che contiene in sé il significato di uomo per eccellenza ed ha il suo parallelo latino in “vir”. Nemmeno, dunque, da questa eccellenza umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, uscirà la vera figliolanza divina. Esclusa, pertanto, l'area umana nelle sue tre diverse sfaccettature, non rimane che l'area divina, introdotta da un “ma” avversativo: “ma da Dio sono stati generati”.

La vera figliolanza divina ha la sua origine e le sue radici esclusivamente in Dio. Nessun titolo di merito umano può vantare una capacità generativa divina. Per mezzo della fede e dell'accoglienza del Verbo, viene operato nell'uomo il passaggio dalla natura di carne alla natura divina. È in questo passaggio la sorprendente novità del cristiano di fronte al non cristiano. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mercoledì, 17 Dicembre 2025 00:00

4a Domenica di Avvento (anno A)

(Mt 1,18-24)

Matteo 1:19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.

Quando si legge questo versetto, ognuno si sente autorizzato a entrare nella mente di Giuseppe, prenderne il posto e riflettere nel testo i propri pensieri, le proprie congetture, le proprie fantasie.

Giuseppe è qui definito "uomo giusto", dikaios; e in questo versetto si esprime il dramma di Giuseppe, è il dramma di ogni giusto. A cosa allude esattamente questa giustizia? Certamente non al fatto che egli ha deciso tra sé di non esporre Maria a un qualche giudizio, con possibili conseguenze tragiche per lei; né al fatto di volerla ripudiare segretamente, dato che Giuseppe era già “giusto” prima che accadessero queste cose. Il "giusto", biblicamente, è colui che mette in pratica fedelmente la Torah. La religione ebraica, infatti, è la religione dell'ortoprassi, la corretta esecuzione di ciò che Dio comanda, senza voler prima comprendere. Il comandamento di Dio è una volontà che va soltanto eseguita. Giusto è colui, quindi, che sa conformarsi ed eseguire fedelmente quanto la Torah comanda. Eppure in questo caso Giuseppe non applica la Torah, la quale richiederebbe il ripudio, il divorzio, e l’eventuale lapidazione.

Allora in che senso Giuseppe è giusto? Secondo una interpretazione, "giusto" dovrebbe essere inteso nel senso di "buono": Giuseppe ha dei sospetti, ma è un uomo "buono", ha un "cuore buono", non farà una sceneggiata e si separerà da Maria in silenzio. Ma dikaios non ha mai il significato di "buono".

In realtà, "giusto" deve avere il senso tipico di Matteo, cioè accettazione del piano di Dio per quanto sconcertante possa essere. Giuseppe essendo uomo giusto, dall’altezza della sua giustizia pensa solo il bene, ma non al suo bene, bensì a quello di Maria. E qual è il bene per Maria? È quello di non ripudiarla con atto pubblico. Questo avrebbe esposto Maria come minimo al ludibrio della gente. Il bene, dunque, consiste nell’uscire in punta di piedi, in silenzio, dalla vita di Maria. Questo significa "licenziarla in segreto". Lui si sarebbe ritirato senza che nessuno sapesse niente. L’uomo "giusto" è colui che si ritira rispettosamente davanti all’intervento di Dio.

“Non voleva ripudiarla”, traduce il verbo greco “deigmatìsai”, un verbo molto raro. Per cui si trovano traduzioni e interpretazioni divergenti: "non voleva esporla ad infamia"; "non voleva infamare pubblicamente"; "non voleva esporla al pubblico ludibrio", tutte versioni che sembrano implicare che Giuseppe considerasse Maria colpevole.
La questione è di sapere se questo raro verbo greco deve avere un significato peggiorativo o no. In uno dei suoi scritti, lo storico della chiesa Eusebio di Cesarea osserva che “deigmatisai” significa semplicemente: "far  conoscere", "portare alla luce". Una cosa che non è conosciuta e che viene in seguito rivelata può essere buona o cattiva, edificante o vergognosa; ma la parola in sé significa "esporre, o proporre come esempio", "apparire", "mostrare". Quindi Giuseppe non vuole esporre il fatto, non vuole farlo apparire, non vuole mostrarlo pubblicamente.

“Decise di licenziarla” traduce il greco “apolysai”, che rimanda al senso di «liberare», «sciogliere», «prosciogliere». Quindi può significare semplicemente «lasciar libero», «lasciar andare», ma può avere anche il senso di  «sciogliere, rompere i legami matrimoniali». Potrebbe dunque – secondo alcuni – significare «ripudiare», «divorziare». In questo caso bisognerebbe interpretarlo come se Giuseppe volesse consegnare a Maria un attestato di ripudio da sottoporre al tribunale in vista di ottenere il divorzio. Ma questa è un’interpretazione secondo la linea dura. Tecnicamente parlando, la parola può significare «divorziare» soltanto con una certa forzatura. Ma siccome il divorzio è un atto pubblico, fatto davanti a dei testimoni, e qui il verbo è accompagnato dall’avverbio “lathra” ("segretamente, occultamente"), un atto pubblico non si può fare in segreto.

Traduzione alternativa: "Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva esporla, decise di separarsi da lei in segreto". Se noi leggiamo il versetto in questa prospettiva, esso cambia completamente tono. Giuseppe non poteva dire in pubblico ciò che Maria gli aveva rivelato in confidenza, doveva conservarlo nel suo cuore come un segreto prezioso. Ma lui, cosa doveva fare? Pieno di timore religioso davanti al mistero che si è compiuto in Maria sua sposa, Giuseppe non vede in questo momento nessun’altra via d’uscita che quella di ritirarsi discretamente. Dunque l’idea stessa di una denuncia svanisce completamente. L’ottica è radicalmente rovesciata. Pieno di rispetto per Maria, nella quale lo Spirito Santo aveva realizzato cose così grandi, Giuseppe è pronto a cederla totalmente a Dio.

Altre interpretazioni partono da presupposti del tipo che Giuseppe non fosse stato informato del concepimento verginale di Maria. Essendo giusto, non poteva in coscienza convivere con una peccatrice, in contrasto con la legge del Signore. È questa l’ipotesi tradizionale, ma che non tiene conto dell’intento cristologico e non storiografico dell’evangelista. Quindi due direzioni opposte sono possibili nell’interpretazione: una severa e un’altra più moderata, che lascia aperta la via a una spiegazione favorevole.

Dobbiamo aprirci a qualcosa di molto più grande di quanto noi possiamo immaginare. Lo stesso concepimento verginale di Maria deve essere vissuto da ogni credente, cioè l'essere disposti ad accogliere qualcosa di infinito. Solo così possiamo ricevere il dono di Dio. Perché Maria ha concepito il Verbo di Dio? Semplicemente perché essendo umile, sapendo di non meritarlo, non dice: non lo merito e quindi lo rifiuto; ma essendo umile dice: lo ricevo come dono.

L’umile desidera Dio, mentre l’orgoglioso desidera qualche cosa che può fare lui. Paradossalmente sarebbe l’orgoglioso ad essere giusto perché conosce i suoi limiti, i suoi doveri, i suoi obblighi; visto che è giusto si ferma lì: Io mi conosco, so qual è il mio limite e mi fermo. E Giuseppe fa questo ragionamento. Questa cosa è troppo grande per me, non è per me, quindi resto fuori dal dono di Dio. Sarebbe come se vai a lavorare un’ora e ti danno cinque milioni; dici: no, non è giusto. Così è della grazia: richiede umiltà per accettarla. 

Pensiamo se Maria, quando l’angelo le disse “il Signore è con te, tu concepirai un figlio”, Maria avesse risposto: forse ti stai sbagliando, io non sono degna, vai da un'altra. Noi diciamo spesso così! Vuol dire che la Parola non è radicata in noi, per questo nostro senso di indegnità che non viene da Dio. Dio non dà il senso di indegnità, dà il senso di umiltà e ci accoglie affinché noi possiamo accogliere il dono. Quindi si entra nel vangelo con questa apertura d’animo ad accogliere l’impossibile, perché il dono che Dio ci dà è impossibile, è Sé stesso.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Martedì, 09 Dicembre 2025 15:53

3a Domenica di Avvento (anno A)

(Mt 11,2-11)

 

Matteo 11:2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:

Matteo 11:3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».

Matteo 11:4 Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:

Matteo 11:5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,

Matteo 11:6 e beato colui che non si scandalizza di me».

Matteo 11:7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?

 

La risposta che Gesù dà alla domanda di Giovanni Battista non è una risposta teorica, una semplice spiegazione, ovvero la classica rispostina. Non c'è nulla da spiegare. Non è che uno a mezzogiorno ci spiega la verità del pranzo: è meglio che ci dia da mangiare, se no vuol dire che ci lascia digiuni. La verità è la realtà che ci nutre. Un conto è la verità astratta, la riflessione; tutte cose buone, però di queste non si vive senza la realtà. La verità è la realtà che sperimentiamo, e per questo la risposta di Gesù non è teorica, ma dice: andate a riferire quel che udite e vedete.

Ecco, dunque, che le opere di Cristo cominciano a prendere corpo: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (v. 5). Nessuno può testimoniare di se stesso. Neanche Gesù Cristo può rendere testimonianza e affermare la verità su se stesso. Può dirla, ma essa deve essere confermata sempre da altri testimoni. In questo caso, Gesù non chiede conferma a degli uomini. Chiede che sia la stessa Scrittura a rendergli testimonianza.

Le sue parole sono tratte dal profeta Isaia, a cui Gesù rimanda i discepoli del Battista, perché in esse c’è la chiave di lettura e di comprensione del suo operare. Solo la Parola, quindi, è in grado di far vedere e comprendere, di disvelare il mistero di Gesù Cristo. In Gesù si compiono le profezie che Isaia pronunziò sul Messia di Dio. Gesù è veramente colui che doveva venire, l’herchómenos.

La guarigione di ciechi dice l’apertura dell’uomo alla luce della fede, è l'illuminazione; il problema dell'uomo è vedere la realtà. Noi non vediamo la realtà, noi vediamo le nostre ipotesi sulla realtà. E la realtà è che siamo figli di Dio, creati per essere figli, e recuperare la vista ed essere illuminati è aver capito questo. Allora la vita ha luce, se no la vita è spenta.

La guarigione dei sordi dice la capacità di accogliere la Parola; i lebbrosi, metafora di un’umanità degradata dal peccato, sono risanati dall’annuncio accolto; gli storpi, con il loro camminare claudicante e incerto sono la metafora dei dubbiosi, degli incerti, dei deboli nella fede, che vengono ricostituiti nella saldezza del loro credere; così come i morti, simbolo del mondo pagano e dei peccatori lontani da Dio, sono chiamati anch’essi alla sequela, e resi anch’essi partecipi della vita divina. A tutti i poveri, infine, è elargito il dono del lieto annuncio: Dio è tornato in mezzo agli uomini e tende loro la mano, attraendoli a Sé. Quest'ultimo non sembra essere un miracolo, e tuttavia è forse il segno più specifico e decisivo: che Gesù sia l’inviato di Dio è provato dai miracoli, ma è la predilezione per i poveri che rivela la novità della sua scelta messianica. Una nuova creazione si sta compiendo, Dio ci genera uomini nuovi. È questa la buona notizia annunciata a tutti i poveri, cioè a tutte le situazioni di afflizione, di penuria, di bisogno, di attesa.

E beato colui che non si scandalizza di me” (v. 6). Nelle beatitudini Gesù dichiara beati i poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli affamati e assetati di giustizia, gli operatori di pace, i perseguitati, ecc. Ora Gesù dice beato chi non si scandalizza di me. Perché? Perché lui è il povero, è l'afflitto, è il puro di cuore, è l'operatore di pace, è il mite, per questo è perseguitato afflitto, rifiutato, insultato: è l'agnello di Dio che porta il peccato del mondo, e chi non si scandalizza di me è beato, ha capito tutte le beatitudini. Quindi il punto decisivo è capire chi è lui, attraverso quello che fa e dice. È così che risponde al Battista. Accogliere Gesù significa entrare in una nuova maniera di intendere il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri - e per molti significa scandalo. Gesù dice che lui sarà, per chi non si scandalizza di fronte alla novità del suo messaggio, una fonte di beatitudine, un modo di sentirsi veramente felice.

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento»? Le domande di Gesù, se da un lato mettono in risalto la figura del Battista, dall’altra costituiscono un atto di accusa per l’incapacità da parte dei Giudei di coglierne la reale portata. Vengono a delinearsi due atteggiamenti di fondo nei confronti del Battista, che ricalcano quelli posti in essere nei confronti di Gesù; in tal modo Giovanni non è solo il precursore di Gesù in quanto lo annuncia, ma lo è anche in quanto lo anticipa, divenendone una sorta di sua prefigurazione: a) vi è chi accorre a vedere e ad ascoltare Giovanni, spinto prevalentemente dalla curiosità, ma senza cogliere la grandezza e il senso della sua predicazione e della sua missione; b) c’è chi ha avuto di lui una comprensione vera, ma limitata e incompleta.

Le prime due domande che vengono poste sul Battista sono finalizzate a disapprovare un comportamento superficiale e, proprio per questo, incapace di cogliere il Mistero che si celava in quell’uomo, che è tutto d’un pezzo e ben lontano da compromessi e intrallazzi di palazzo, schivo alle comodità e tutto incentrato sull’herchómenos

Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Le folle sono andate nel deserto. Il Battista è l'uomo dell'Esodo. Chi non è disposto a fare l'esodo, a uscire nel deserto, a intraprendere il cammino nuovo, non incontrerà mai il Signore. Il Battista è il prototipo dell'uomo che incontra il Signore perché è il primo che è andato nel deserto. Che cosa siete andati a vedere? Una canna sbattuta dal vento? Evidentemente la risposta è: no. Che cos'è una canna sbattuta dal vento? È l’uomo che cerca di piacere per essere gradito. Il Battista ha qualcosa da insegnarci; non è una canna sbattuta dal vento delle opinioni, ma è colui che è stabile davanti a Dio. La canna si piega seguendo ogni vento, piccolo o grande. Giovanni non è una canna sbattuta dal vento, piegato dal pensiero degli uomini. Lui non segue le mode del pensiero. Lui segue il pensiero di Dio. Giovanni è saldamente radicato nel pensiero di Dio. Questa è la sua credibilità. Se la sua predicazione è credibile, essa obbliga. Una predicazione non credibile, mai potrà obbligare una persona.

Un uomo che vuole predicare e insegnare, se accoglie altri pensieri, attesta che il pensiero di Dio non è tutto per lui. Accogliendo altri pensieri, lui relativizza il pensiero di Dio, lo rende imperfetto, dal momento che deve essere reso perfetto dall’aggiunta di pensieri umani. Questa è la stoltezza di quelle infinite canne sbattute dal vento che sono i cristiani che si lasciano travolgere dal pensiero del mondo. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Papa Benedetto)
And He continues: «Think of salvation, of what God has done for us, and choose well!». But the disciples "did not understand why the heart was hardened by this passion, by this wickedness of arguing among themselves and seeing who was guilty of that forgetfulness of the bread" (Pope Francis)
E continua: «Pensate alla salvezza, a quello che anche Dio ha fatto per noi, e scegliete bene!». Ma i discepoli «non capivano perché il cuore era indurito per questa passione, per questa malvagità di discutere fra loro e vedere chi era il colpevole di quella dimenticanza del pane» (Papa Francesco)
[Faith] is the lifelong companion that makes it possible to perceive, ever anew, the marvels that God works for us. Intent on gathering the signs of the times in the present of history […] (Pope Benedict, Porta Fidei n.15)
[La Fede] è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia […] (Papa Benedetto, Porta Fidei n.15)
But what do this “fullness” of Christ’s Law and this “superior” justice that he demands consist in? Jesus explains it with a series of antitheses between the old commandments and his new way of propounding them (Pope Benedict)
Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige? Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli (Papa Benedetto)

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