Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Mercoledì, 15 Aprile 2026 12:17

3a Domenica di Pasqua

3a Domenica di Pasqua (anno A)

Sal 15


Salmi 15:1 Miktam. Di Davide. Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. 

Salmi 15:2 Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene».

Salmi 15:3 Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore.

Salmi 15:4 Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Salmi 15:5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.

Salmi 15:6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità.

 

“Miktām” è una parola discussa. Deriva da “katam” (incidere, intagliare). Indica qualcosa che è stato scolpito e quindi una scrittura permanente, scolpita per la sua importanza. La Bibbia dei  LXX traduce con “stēlographia” (una scrittura incisa); stēlē era la parola per la “pietra tombale” (per l’iscrizione scolpita su di essa). Perciò “miktām” indica che questo tipo di Salmi (ci sono diversi salmi miktām), sebbene collegati con la morte, vanno verso la speranza della risurrezione. Questo è particolarmente vero del Salmo 15, ma può essere trovato anche negli altri, e comunque quello che d’importante è “scolpito” in questi Salmi va ricavato dalla lettura del Salmo stesso.

Miktām è stato anche inteso come un salmo da recitare a bassa voce, quasi in silenzio, con molta umiltà, perché con questo salmo chiediamo a Dio di non lasciarci nel sepolcro della morte (v. 10). San Girolamo, infatti, traduce “Di Davide” con: “Humilis et simplicis David”.

È un salmo di fiducia, è la preghiera in cui un uomo di Dio esprime la propria fiducia nel Signore. A Dio si chiede protezione. In Dio ci si vuole rifugiare: “Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio”. Il giusto si rifugia in Dio e gli chiede protezione. Da notare il duplice movimento: a) da una parte Dio protegge il fedele (movimento discendente); b) dall'altra, il fedele si affida totalmente a Dio (movimento ascendente). Questo salmo, potremmo quasi dire, descrive il concetto dei Sacramenti, cioè il punto di incontro tra la grazia di Dio che scende (quindi il Signore che opera) e l'uomo che attinge alla grazia e rende culto a Dio.

“Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene”. Ecco la fede del giusto, del timorato di Dio. Dio è il Suo Signore. “Senza di te non ho alcun bene”. Il bene di quest’uomo è solo nel Signore. Niente per lui sarebbe un bene senza il sommo bene, che è Dio, il quale non è solo la fonte dalla quale proviene il bene, ma è "il bene", è "l'unico bene". Questa è vera professione di fede.

“Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”. I "santi" e i "nobili" sono le persone con cui si accompagna il giusto, il consacrato a Dio. Egli riconosce il valore che si trova nella comunione con i santi, con coloro che Dio ha messo a parte, e in cui si riflette la Sua santità.

La nuova traduzione CEI (quella del 2008), traduce: “agli idoli del paese, agli dèi potenti andava tutto il mio favore”, rendendo del tutto incomprensibile il testo che già in ebraico è difficile. È difficile comprendere come qeḏôšîm possa essere tradotto “idoli” invece che “santi”. Ma la traduzione dei LXX e della Vulgata avevano fatto una scelta ben chiara, ed è quella emersa nella traduzione CEI del 1974: “Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”.

“Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi”. È una professione di fede fatta al contrario. Il pio adoratore del vero Dio si impegna a non favorire il culto idolatrico. Una delle caratteristiche dell'idolatria è la "libazione di sangue", che può riferirsi anche al sacrificio umano, soprattutto di bambini. Con gli idoli non si deve avere alcuna comunione, di nessun genere. La distanza deve essere netta. Neanche il loro nome deve essere pronunciato. Sulla bocca del vero adoratore ci deve essere solo il nome del suo Dio. Gli idoli non meritano l'onore di essere nominati.

“Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.

Qui ci sono dei simboli sacerdotali. Sappiamo che nella spartizione della terra di Canaan dopo la conquista, la tribù di Levi non ebbe un suo territorio specifico ma solo città di residenza. Chi era consacrato al culto non doveva essere impegnato nelle strutture sociali, ma doveva fare da intermediario tra Dio e il popolo. La terra dei sacerdoti era Dio stesso, e questo concretamente significava il diritto di ricevere le decime offerte dalle tribù per il proprio sostentamento. Il salmista,  quindi, attraverso delle immagini, esprime questa dedizione del sacerdote al suo Dio.

1.  Il Signore è per lui “parte di eredità” cioè “parte di un territorio”. 

2.  Il Signore  è per lui il suo “calice”, cioè il suo ospite, il suo familiare che lo accoglie.

Il "calice" è segno dell'ospitalità di Dio al suo fedele. È Dio che porge il calice, così come - dal punto di vista strettamente umano - è colui che riceve in casa propria che offre all'ospite il calice. Nell'ultima cena chi offre il calice? È Gesù il padrone di casa, è l'ospite inteso alla latina (per i romani, infatti, l'ospite è colui che ospita e non colui che viene ospitato).

Per l'uomo giusto e pio il Signore è la sua parte di eredità e il suo calice. Non è la terra l’eredità del giusto e neanche le cose di questo mondo. Sua eredità è solo il Signore. Solo il Signore è il suo calice di salvezza, di vita vera. Quest’uomo non si attende nulla dalla terra. È il Signore, nel presente e nel futuro, la sua vita, il suo benessere, la sua prosperità, per questo la vita nelle mani del suo Dio. Questo è abbandono totale, vuole essere solo di Dio, sempre nelle sue mani.

“Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità”. La "sorte" era l'estrazione che si faceva con dei bastoncini di varia lunghezza e voleva significare che il giudizio su una questione difficile veniva lasciata a Dio. Potremmo anche intendere: “Il mio destino è nelle Tue mani”. Il Signore è per il salmista un “luogo delizioso”, è la terra più bella, più prospera e preziosa dei territori ottenuti dalle varie tribù. Il Signore è per il salmista una “magnifica eredità”, il bene più importante da tutelare e da trasmettere. Questa è una visione di grande fede. Si vede Dio come l’unico vero bene, quello che non verrà mai meno. Il concetto della terra, sfuma dal suo significato concreto per diventare il luogo dell'incontro con Dio. In senso spirituale è la ricerca di Dio che durerà fino al termine della nostra vita.

Questa è verità anche della Chiesa, ma creduta da pochi, vissuta da pochi. È una fede  semplicemente stravolgente, perché ci libera da tutti gli affanni per le cose di questo mondo e dona alla nostra vita un respiro divino.  


 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Martedì, 07 Aprile 2026 20:38

2a Domenica di Pasqua

(1 Pt 1,3-9)

 

1Pietro 1:3 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva,

1Pietro 1:4 per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi,

 

Pietro sa qual è la nuova realtà che è stata creata nel cristiano e che deve essere data ad ogni uomo. Essa è grazia che discende da Dio. A Dio che ci ha fatto un così grande dono deve elevarsi dal nostro cuore un inno di benedizione, di lode. L’inno di benedizione non solo è riconoscenza per il dono che Dio ci ha fatto, è anche conoscenza del dono. Chi non conosce il dono, neanche lo riconosce e quindi non benedice il Signore. La non benedizione è segno di non possesso del dono di Dio. Chi non benedice il Signore non sa cosa il Signore ha fatto di lui e per lui. Nasce dunque l’obbligo di insegnare la verità di Dio, la sua opera.

Non si può insegnare tutto questo secondo verità, se non si insegna chi è Cristo secondo verità. Ogni “diminuzione” di Cristo si fa una “diminuzione” di gloria e di benedizione nei confronti del Padre. Oggi si assiste ad un cristiano “diminuito” proprio a motivo della “diminuzione” che si è fatta di Cristo. Ma anche il Padre ne risulta “diminuito” proprio in ragione della “diminuzione” che si insegna sul Signore Gesù. Chi vuole innalzare il cristiano deve innalzare la verità di Cristo in tutto il suo splendore. Pietro tiene alta la verità di Cristo e di conseguenza tiene alta anche la verità del Padre e del cristiano.

Il Dio che Pietro benedice è il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. È Padre per generazione eterna. Prima della creazione del mondo il Verbo era presso Dio ed era Dio, perché generato dal Padre nell’oggi dell’eternità. Quest’oggi è prima del tempo, è senza tempo, è eterno. Da sempre e per sempre Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre genera il Figlio, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Da sempre e per sempre questa è la vita di Dio.

Dio è benedetto a motivo della sua “grande misericordia”. La misericordia è la ricchezza dell'amore divino, del suo cuore ricco di compassione e di pietà, che sono rivolte verso l'uomo. Da una parte c’è Dio che ha tutto, dall’altra c’è l’uomo che è spoglio, privo di ogni bene. Dio si piega su quest’uomo e lo ricolma di grazia.

La grande misericordia di Dio è rigenerazione, nuova nascita, nuova vita, nuova vocazione. Questi doni divini ci sono dati “mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti”. Il Padre ha risuscitato Cristo Suo Figlio. Ha dato una vita nuova al suo corpo. Questa vita nuova viene concessa ad ogni cristiano. Ogni cristiano è avvolto dalla novità di Cristo, ovvero dalla sua risurrezione a vita nuova in Cristo Gesù. Il cristiano è morto a ciò che era prima, è nato alla vita nuova che si vive in Gesù Risorto.

In Cristo siamo stati generati per una speranza viva: questa speranza è la vita eterna che già inizia in questo mondo. Il cristiano è colui che porta nella sua vita i segni della risurrezione di Cristo, è colui che può vivere da risorto insieme a Cristo già su questa terra. Il cristiano può liberarsi dal peccato. Il cristiano può vivere di verità, di carità, di giustizia, di libertà. Il cristiano può essere nel mondo senza appartenere al mondo. È questa la speranza viva. È speranza viva perché attinge la sua vita nella risurrezione di Gesù che opera in lui. Dove non c’è la risurrezione di Cristo che opera, ogni speranza è morta. La speranza viva è un albero verde che produce frutti per ogni stagione. La speranza morta è albero secco, serve solo per essere gettato nel fuoco.

“Per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi”. La risurrezione di Cristo non esaurisce i suoi frutti su questa terra e la speranza viva alimentata in noi non finisce con la nostra morte. Il cristiano non pone la speranza nelle cose del mondo per il tempo presente. La speranza del cristiano è di essere chiamato ad una eredità eterna. Tutte le eredità di questo mondo si corrompono, marciscono, si macchiano, vengono travolte dal tempo e dalla storia. È sufficiente osservare ciò che avviene attorno a noi per renderci conto che tutto passa. Su niente l’uomo può confidare, su niente può sperare, niente attendere dalla terra e dalla storia. Ciò che la storia crea, la storia anche distrugge e ciò che l'uomo fa, l’uomo anche porta alla rovina. L’eredità invece cui ci chiama il Signore è eterna, non finisce, non diminuisce, anzi si può rendere sempre più grande.

Questa eredità non è conservata per noi sulla terra, ma nei cieli. Dio attende di consegnarcela tutta. Per questa eredità vale proprio la pena perdere tutto, ogni cosa, anche la nostra vita. Per questa eredità dobbiamo essere disposti anche ad andare in croce, come Cristo. A che serve conservarci il corpo per qualche giorno e poi perdere corpo e anima nel fuoco eterno? A che serve avere un momento di eredità del mondo, quando poi il mondo si riprende l’eredità e la nostra stessa anima? A che serve vendersi Cristo per trenta monete d’argento, quando poi la storia si prende le trenta monete e anche l’anima? Questo è il servizio che ci rende la storia. Ci dona il niente per un istante: il tempo di contemplarlo con gli occhi e poi ci deruba del nostro bene eterno. Dio invece no! Ci chiede il niente della storia, che poi è anche suo, per donarci il tutto di Sé e del Suo Regno eterno. 

 

 

 

https://www.movimentoapostolico.org/formazione/parola-commentata/nuovo-testamento/27-prima-lettera-pietro.pdf

 

 

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Lunedì, 30 Marzo 2026 11:43

Pasqua di Risurrezione

Pasqua, «Risurrezione del Signore»

Mt 26,14 - 27,66  [5 aprile 2026]

(Col 3:1-4)

 

Colossesi 3:1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio;

Colossesi 3:2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Colossesi 3:3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!

Colossesi 3:4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

 

“Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio”. San Paolo esorta i cristiani a vivere intensamente la loro nuova vita. Il cristiano è invitato a realizzare concretamente, nella vita di ogni giorno, il mistero che si è compiuto in lui il giorno in cui è stato battezzato in Cristo. Quel giorno veramente lui è risorto a vita nuova con Cristo, veramente è stato avvolto dalla gloria della risurrezione, veramente con Cristo è stato portato nel cielo, perché spiritualmente e sacramentalmente lui è nel cielo. Il cristiano è corpo di Cristo e il corpo di Cristo è nel cielo, assiso alla destra di Dio; dunque anche il cristiano è assiso alla destra di Dio. In Cristo risorto, anche il cristiano ha già compiuto la sua traversata da questa riva alla riva del cielo.

Questa è la sua nuova realtà. Se è nel cielo, se è assiso alla destra di Dio, è nata una spiritualità nuova per lui: non deve più cercare le cose della terra, deve cercare le cose del cielo. Ma con il suo corpo di carne egli è ancora sulla terra. È sulla terra ma per cercare le cose del cielo, le cose di Dio. Sulla terra egli è come uno spigolatore. Lo spigolatore è in un campo mietuto. C’è molta paglia, ci sono poche spighe. Lui deve essere capace di raccogliere tutte le spighe, lasciando la paglia sul campo. La paglia non lo nutre, il buon grano sì che lo nutre. Se lui raccoglie paglia invece di spighe, fa un lavoro vano. Così dicasi del cristiano. Egli è sulla terra: ci sono le cose che non appartengono al cielo, ma ci sono anche quelle che manifestano e rivelano il cielo. Lui deve essere capace di scartare, lasciare, abbandonare tutto ciò che non rivela il cielo, anzi allontana dal cielo, per dedicarsi solo alle cose che sono del cielo, che fanno discendere il cielo sulla terra, perché portano in questo mondo la verità, la giustizia, la carità, e ogni altra virtù celeste.

“Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Le “cose di lassù” sono la volontà di Dio, le cose della terra sono invece la volontà degli uomini. Il cristiano deve camminare in mezzo alla tentazione. Da un lato ci sono gli interessi di Cristo, e che sono l’edificazione del regno di Dio e della sua giustizia. Dall’altro lato ci sono i pensieri dell’uomo, diametralmente opposti ai pensieri di Cristo. Chi si lascia conquistare dai pensieri dell'uomo dimentica il cielo. Come fare e come operare per non pensare alle cose della terra ma a quelle di lassù? Bisogna avere prima di tutto un sano discernimento tra le cose del cielo e le cose della terra. Chi non separa, non discerne, non distingue, vive in perenne confusione. Fa le cose della terra pensando che siano cose del cielo, fa le cose del cielo come se fossero le cose della terra. Fatta la dovuta distinzione, occorre operare la morte al peccato e la risurrezione alla vita della verità, aiutati in questo dalla grazia di Dio, che bisogna attingere ogni giorno nella preghiera quotidiana, innalzata a Dio senza interruzione, nella consapevolezza che l’uomo vive avvolto dalle cose del mondo, e se trascura lo scopo per cui vive, immediatamente si lascia attrarre dalla terra, dimenticando il cielo.

“Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio”! San Paolo dà ora la ragione profonda che deve sempre animare il cristiano nella continua ricerca delle cose del cielo. La terra ci apparterebbe se noi fossimo ancora in vita. In realtà tutto ciò che appartiene alla terra, non appartiene più al cristiano, perché egli è realmente morto nel corpo di Cristo. Se è morto, se è stato trasformato in corpo di gloria, non può più nutrirsi delle cose della terra. Lui ha cambiato natura, è un altro uomo, non è più quello che è nato secondo Adamo. Ora è nato secondo Cristo. Come Cristo non appartiene più alla terra, così il cristiano non può più appartenere alla terra.

Questa è realtà misterica. La nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quella che viviamo nel nostro corpo dovrebbe essere solo una vita apparente, una vita cioè che appare, ma che non è la vera vita, perché la vera vita del cristiano è quella che egli vive nel suo spirito. La vera vita del cristiano è quella che è in Dio nascosta con Cristo. È nascosta perché è una vita da risorti con Cristo. Vive questa vita nel suo corpo di carne ma solo come via per rivestire totalmente Cristo, come momento in cui egli tende verso il cielo, fino al completamento in lui della perfetta realizzazione di Cristo. Questa che il cristiano vive nella carne è solo una vita temporanea, di qualche istante. La vive perché ancora manca qualcosa alla completa realizzazione di Cristo in lui. Deve per questo operare come lo spigolatore. Egli deve solo prendere ciò che nutre il suo spirito che è stato ricreato e rinnovato in Cristo Gesù. Questa è la vocazione del cristiano, la sua missione sulla terra. Ma se lui non si pensa uomo nuovo in Cristo, tutto sarà alla fine inutile. Tutto si rivelerà cosa vana. Non vale allora dare qualche principio di sana moralità. Il cristiano non è uno che deve vivere per la realizzazione di qualche principio morale. Il cristiano deve vivere per portare a compimento sulla terra il mistero che già si è compiuto per lui in Cristo. Egli deve vivere la sua nuova, vera vita; deve abbandonare la sua vita apparente; anzi deve fare di questa vita apparente una scala per raggiungere la vera vita che è nascosta con Cristo in Dio. Questa è la vera vocazione del cristiano e questo il lavoro quotidiano che deve svolgere.

“Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria”. Il cristiano vive ora il tempo della fede e non della visione. Se potesse vedere quanto Cristo ha operato in lui con il suo Santo Spirito il giorno del battesimo, egli rimarrebbe senza fiato, non crederebbe ai suoi occhi. Il mistero che si è creato nel battesimo è così alto, così profondo, così largo, da lasciarci strabiliati, se il Signore dovesse manifestarlo ai nostri occhi. Ma questa grazia è difficile che si possa realizzare. Dobbiamo andare a Dio per fede. Dobbiamo fidarci di Lui, dobbiamo fare della sua Parola l’unica certezza della nostra vita.

Il cristiano vede con gli occhi della carne le falsità che lo avvolgono e lo tentano; non vede con gli occhi del suo spirito le verità invisibili che dovrebbero invece attrarlo verso Dio. Quando il cristiano uscirà da questo mondo di illusione? Quando si manifesterà a lui la vera vita che egli ha già indossato il giorno del suo battesimo e che è ora nascosta con Cristo in Dio? Per San Paolo tutto si compirà il giorno della risurrezione gloriosa nell’ultimo giorno. In quel giorno avremo tutta la visione della gloria e solo allora capiremo tutto il mistero del battesimo. Ora dobbiamo solo camminare alla luce della fede, fidarci totalmente di Cristo. Ora è il tempo dell’ubbidienza e della ricerca delle cose che sono del cielo. Se attraverso la fede cerchiamo le cose di lassù, noi a poco a poco gusteremo, senza però poterlo vedere, il mistero del nostro battesimo. Lo contempleremo con gli occhi del nostro spirito, lo ameremo, lo realizzeremo. Una cosa deve essere certa: questo è il mondo delle apparenze, delle vanità, delle tenebre, dell’inganno, della tentazione. Rivestirà la gloria di Cristo nel regno dei cieli, chi avrà passato attraverso questo mondo vincendo il male e cercando le cose di lassù. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 23 Marzo 2026 20:39

Domenica delle Palme: Passione secondo Mt

(Mt 26,14 - 27,66)

 

Matteo 26:17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».

Matteo 26:18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».

Matteo 26:19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Matteo 26:20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Matteo 26:21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».

Matteo 26:22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».

Matteo 26:23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

Matteo 26:24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Matteo 26:25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

 

La parola “azzimo” è formato dalla “a” privativa che significa “senza” e “zymos” che è il lievito. Gli azzimi sono i pani senza lievito. Secondo la tradizione ebraica la vigilia della Pasqua, il 14 di Nisan, si doveva far scomparire dalle case tutto il lievito e così il pane era cotto senza lievito.

I discepoli si “avvicinarono” a Gesù. Questa collegialità dei discepoli evidenzia l'ecclesialità del racconto. L'aspetto cristologico, invece, viene evidenziato dal fatto che essi convergono tutti verso Gesù, indicandone in tal modo la centralità; essi, inoltre, gli chiedono dove preparare la sua pasqua: dove vuoi che ti [a te] prepariamo la pasqua? Gesù inoltre sottolinea come questo tempo sia il suo tempo (v. 18). Gesù ha piena consapevolezza che era giunto il tempo decisivo (kairòs) per l'attuazione del progetto del Padre. Il kairos è il tempo designato, il tempo dell'adempimento.

Vi è un profondo connubio tra Gesù e i discepoli, formano una sorta di nuova entità. Si tratta di una assimilazione dei discepoli alla stessa pasqua di Gesù, così che il loro fare memoria della pasqua del Signore è un rendere perennemente presente e attuale in mezzo a loro la sua Pasqua, anzi loro diventano il segno della Pasqua del Signore: “Il Maestro ti manda a dire [...] farò la pasqua da te con i miei discepoli”.

Significativo il commando di Gesù di preparare la sua Pasqua “dal tale”. Non “un tale”, ma “il tale”. L'articolo determinativo, pur lasciando nell'anonimato il tale, tuttavia lo determina nell'ambito di una categoria di persone presso le quali Gesù ha ordinato di celebrare la sua Pasqua. Questo “tale” doveva essere di fatto un discepolo di Gesù, considerato che Gesù si presenta a lui come il “Maestro dice”. Chi è questo tale? Ci incuriosisce. Ecco, questo tale sono io che leggo. Il maestro mi manda a dire attraverso i suoi discepoli che il suo tempo è vicino e vuole mangiare la pasqua con me, mi invita alla sua cena. Il vangelo è scritto per chi legge, non per quel tale.

“Venuta la sera” Gesù si mise a mensa “con i Dodici” (v. 20); ed essi mangiano questa Pasqua, che non è loro, ma del Signore. Essi ne fanno comunque parte, la assimilano. Anche chi sta per consegnare Gesù è reso, fino all'ultimo, partecipe del destino di morte redentiva del suo Maestro. Ma per lui non vi sarà salvezza: “sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato” (v. 24).

“Uno di voi mi tradirà”. Gesù sa chi è colui che lo sta per tradire, però non lo svela. Gesù ha parlato al futuro, non al passato. Se avesse parlato al passato: “Uno di voi mi ha già tradito”, ognuno poteva sospettare degli altri, ma non di se stesso. Poiché Gesù parla al futuro, ognuno sospetta di se stesso. Ognuno pensa che potrebbe essere proprio lui a tradire, e lo chiede al Signore: “Sono forse io, Signore?”. Gesù risponde a tutti, in una maniera però così prudente e saggia da permettere a ciascuno di sapere che non era lui, senza però poter identificare chi realmente fosse il traditore: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà”. A quei tempi non c'erano né cucchiai né forchette, ma ognuno dei convitati prendeva con le mani dal piatto comune quanto gli era necessario. Ognuno poteva sapere di non essere lui perché ancora non aveva intinto con Gesù la mano nel piatto. Ognuno però non sapeva chi fosse il traditore, perché non sapeva chi aveva già intinto la mano con Gesù nel piatto.

Vi è una certa distanza tra Giuda e gli altri apostoli, che l'evangelista Matteo ci fa notare nel diverso modo che essi hanno nell'approcciarsi a Gesù. Di fronte alla denuncia del tradimento che sta per compiersi, i discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo “Signore” (v. 22). Giuda, invece, vede in Gesù soltanto un “rabbì” (v. 25) che lo ha deluso. Non c'è stata in lui nessuna crescita spirituale. Il rabbi (maestro) è quello che ti dice delle cose, le impari e poi fai senza di lui perché diventi maestro anche tu. È vero che Gesù è uno che ti insegna delle cose, ma soprattutto è uno che ti ama e dà la vita per te. È questa la differenza radicale tra Signore e maestro.

“Guai a colui per il quale il Figlio dell'uomo viene tradito”. L'espressione greca è “ouai” ed era l'espressione tipica del lamento funebre. Gesù piange Giuda come morto.

Giuda era nel Cenacolo, nel luogo più sacro in quell'istante, come a significare che nella santità di Cristo e della Chiesa ci sarà sempre la presenza del peccatore. Come Gesù Cristo è stato tradito da un suo discepolo, così la Chiesa sarà sempre tradita dai suoi figli. Nel momento della più grande santità ci sarà sempre il momento del più grande tradimento.

 

 

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Lunedì, 16 Marzo 2026 18:06

5a Domenica di Quaresima

5a Domenica di Quaresima (anno A)

 

(Rm 8,8-11)

 

Romani 8:8 Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.

Romani 8:9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Romani 8:10 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione.

 

Paolo non vuole che qualcuno si faccia illusioni: quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Dall'accettazione di questa verità nasce in noi la possibilità di un cammino nuovo. Se invece ci lasciamo conquistare dall'illusione, ogni cammino verso l'alto diventa impossibile, ed è sempre impossibile finché l'uomo avrà l'illusione di piacere a Dio mentre invece a Dio non piace, perché è guidato e condotto dalla sua carne. Non può piacere a Dio perché la carne vuole l'affermazione di sé e l'annullamento di Dio, vuole la divinizzazione dell'uomo e di conseguenza la sottrazione dell'uomo a Dio. Chi vive secondo la carne è in rivolta a Dio, anzi Dio gli è nemico, è colui che toglie spazio all'uomo perché ne vuole governare la vita. Costui per affermarsi nella sua carne vuole la morte di Dio.

Questa drammaticità nella scelta divenne realtà con Gesù Cristo. Egli fu messo in croce, perché la sua presenza richiedeva la morte della carne nella quale si era caduti. La carne uccise Dio, lo appese al legno della croce, lo tolse di mezzo. Questa opposizione accompagnerà l'uomo per tutti i giorni della sua vita, poi si trasformerà o in morte eterna o in vita eterna, o per sempre lontano da Dio, o per sempre vicino a Dio.

Ma noi possiamo e dobbiamo piacere a Dio. Lo possiamo e lo dobbiamo perché non siamo sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito Santo che abita in noi. “Voi però non siete sotto il dominio della carne”, afferma San Paolo. Questa è la verità che deve essere fatta propria da ogni cristiano. L'uscita dal dominio della carne significa che l'uomo è stato veramente riscattato, liberato, è iniziato il cammino lungo, faticoso, pieno di pericoli che dovrà condurlo verso la patria del cielo, nella completa libertà da ogni schiavitù.

Altra verità che Paolo non smette mai di ricordare è che il cristiano è sotto il dominio dello Spirito e lo attesta il fatto che lo Spirito di Dio abita in lui. La carne è menzogna, egoismo, disobbedienza, allontanamento da Dio. Lo Spirito invece crea libertà, amore, comunione, obbedienza, sottomissione a Dio. Pertanto, “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”: Affermazione ovvia e banale, se non fosse per il fatto che troppo facilmente si presume di essere di Cristo. Se lo Spirito opera la distruzione della carne, se lo Spirito crea l'uomo nuovo, se lo Spirito conduce il credente verso la pienezza della vita e della verità, è anche vero che chi è senza lo Spirito di Cristo non può appartenere a Cristo. Non appartiene a Cristo perché appartiene alla carne, e anche se Cristo lo ha comprato a caro prezzo spargendo il suo sangue sulla croce, se l'uomo è ritornato per sua volontà sotto il dominio della carne, quest'uomo non può appartenere a Cristo. Appartenere a Cristo non è semplicemente una appartenenza dovuta al fatto che con il sacramento del battesimo l'uomo è uscito dal dominio della carne per entrare in quello dello Spirito. Questa è appartenenza iniziale, incipiente. È necessario che questa appartenenza si trasformi in dimora abituale dello Spirito dentro di noi. Siamo di Cristo, apparteniamo a Lui perché Lui ci ha comprati con il suo sangue preziosissimo, ma noi possiamo liberamente uscire da questa appartenenza attraverso la nostra consegna al peccato e alla morte.

“E se Cristo è in voi”: Cristo è in noi se il suo Spirito abita in noi. Lo Spirito vi abita se l'uomo rimane nella verità. Se il credente ha conformato veramente il proprio modo di vivere allo Spirito di Cristo, allora “Il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione”. Lo spirito dell'uomo è stato ricolmato della vita di Cristo, ma questa vita non è un frutto prodotto dall'interno dell'uomo, come l'albero produce naturalmente i suoi frutti. Questa vita gli viene dall'esterno, gli viene a causa della giustificazione, cioè della volontà di Dio di rendere l'uomo giusto in Cristo.

La giustificazione non avviene automaticamente, senza la partecipazione della volontà dell'uomo. Essa si compie nell'uomo attraverso un atto di fede in Cristo. La giustificazione non è senza fede, perché altrimenti l'uomo sarebbe privato della sua volontà. Ora, ciò che rende uomini è proprio la volontà, tolta la quale non si è più uomini. Dio permette che un uomo finisca nelle tenebre eterne anziché privarlo della sua essenza di uomo. È questo il mistero tremendo della costituzione ontologica dell'uomo ed è in questa costituzione ontologica anche il mistero del peccato. Quelli che propugnano una giustificazione puramente oggettiva nella quale ogni uomo viene salvato e redento, quelli che propongono l'abolizione dell'inferno o la sua temporaneità, costoro non sanno che propugnando tali teorie essi distruggono se stessi nella loro realtà ontologica, perché si dichiarano non uomini, esseri cioè non dotati di volontà e di autodeterminazione.

Purtroppo oggi l'uomo non si conosce più, e non si conosce perché non conosce Dio, e non conoscendo Dio non può neanche conoscere se stesso. Che l'uomo non si conosca, lo attesta proprio il fatto che si è autodistrutto nella sua realtà ontologica. Ma la distruzione dell'uomo attesta un'altra tremenda realtà. Se l'uomo non si conosce è perché lo Spirito di verità non abita in lui. Se il cristiano non si conosce è il segno manifesto che è ritornato nella carne, perché solo chi è nella carne non conosce Dio, e l'ignoranza nella quale egli vive è a suo gravissimo danno.

Il cristiano non ha una vocazione alla mediocrità, o semplicemente a non peccare. Il cristiano possiede una vocazione alla più alta santità. Egli è chiamato a sviluppare ogni dono di grazia e di verità per farlo fruttificare al massimo. Il minimalismo, la mediocrità, la superficialità, non sono la vocazione del cristiano. La sua vocazione è invece il raggiungimento della conformazione a Gesù Signore. Oggi ci stiamo dimenticando della vocazione che abbiamo ricevuto. Stiamo vivendo come se fossimo senza alcuna vocazione da realizzare, addirittura come se il nostro corpo fosse condannato a peccare. Invece San Paolo ci dice che il cristiano o è uno che è preso e condotto dallo Spirito Santo, o non è cristiano.   

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Martedì, 10 Marzo 2026 13:05

4a Domenica di Quaresima

4a Domenica di Quaresima (anno A)

(Gv 9,1-41)

 

Giovanni 9:8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».

Giovanni 9:9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Giovanni 9:10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

Giovanni 9:11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

Giovanni 9:12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

Giovanni 9:13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

Giovanni 9:41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

I vv. 8-9 nel presentare gli attori principali di questa inchiesta, la gente e il cieco, pongono sotto indagine l'identità del cieco guarito, che viene definito come “mendicante” e che “stava seduto”.  L'essere seduto parla di una condizione di vita che rendeva incapace l'uomo di una qualsiasi autonomia, ponendolo ai margini della vita sociale e religiosa. Ad accentuare questo stato di cose viene sottolineato come la sua vita miserevole dipendesse dalla generosità dei passanti. Ma è il suo stato di cecità che lo isola e lo immobilizza completamente, impedendogli un qualsiasi normale rapporto sociale. In buona sostanza viene qui descritto lo stato spirituale di un Israele reso cieco da una religiosità fondata sulla lettera della Legge e che lo rendeva incapace di una qualsiasi evoluzione spirituale verso Dio, riducendo il suo rapporto ad una mera esecuzione fisica della Torah. Israele, dunque, era spiritualmente in panne. Su questo stato di cose si accende il dibattito sotto forma di indagine. Attori di questa indagine sono “quelli che lo avevano visto prima”.

Ci si trova di fronte ad un'indagine posta all'interno di un quadro confuso e incerto, da un susseguirsi di pareri discordi e convulsi: “Alcuni dicevano: È lui; altri dicevano: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: sono io!” (v. 9). Tutti i verbi sono posti all'imperfetto indicativo per indicare la continuità di questo interrogarsi, di questo indagare, che solo il cieco risanato è in grado, almeno in parte, di dipanare.

Il v. 10 pone la questione fondamentale: “Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Si tratta ancora di un'indagine superficiale perché si chiede soltanto come sia avvenuta la sua guarigione. Ma qui Giovanni pone di fatto un principio sistematico di interpretazione dei segni: di fronte ad un evento straordinario e portentoso è necessario interrogarsi, indagare sul suo compiersi, ma senza fermarsi alle apparenze, interrogandosi piuttosto su queste, trascenderle per giungere a ciò che esse esprimono. Serve dunque una seconda lettura più profonda perché i miracoli, ancor prima di essere espressione dell'irrompere della potenza divina in mezzo agli uomini, sono dei segni che rimandano a ciò che essi significano nelle loro apparenze. Proprio per questo il cieco dettaglierà quanto gli è successo, perché, riflettendo e indagando sul segno si giunga a scoprire quella luce che lo ha illuminato (v. 11).

I vv. 11-12 riportano da un lato la testimonianza del cieco guarito, che descrive quanto gli è successo, ma senza andare oltre (v. 11); dall'altro compare la prima domanda di senso: “Dov'è questo tale?” (v. 12), che spingerà oltre la ricerca e l'indagine su Gesù, portando il caso alle autorità religiose (v. 13).

La prima risposta che il cieco dà ai suoi interlocutori è una indicazione generica: “Quell'uomo che si chiama Gesù”. Significativo qui l'uso del termine “anthrōpos” che indica un uomo in senso generico, non ben definito, denunciando in tal modo una conoscenza ancora imperfetta del suo guaritore. Egli certo ne conosce il nome, ma soltanto per sentito dire (“si chiama Gesù”); sa che attraverso una sua ritualità e dei comandi da lui impartiti e di cui non conosce il senso, gli ha acceso la luce negli occhi e nel cuore; ma gli manca ancora l'esperienza diretta, che, sola, gli può fornire una conoscenza piena, portando a compimento il suo cammino di illuminazione. Ma prima di giungere a questo egli deve attraversare ancora molti interrogativi e superare molti ostacoli; deve dare ancora altre testimonianze, difendere e annunciare lui stesso il suo salvatore, e, cacciato dalla sinagoga, giungere fino ad una scelta obbligata, quella dell'abbandono della sua vita precedente. Soltanto a questo punto egli lo incontrerà e lo proclamerà “Signore” (v. 38).

Ma quanto il cieco risanato ha attestato ai suoi interlocutori (v. 11) è ancora del tutto insufficiente per definire chi veramente sia questo Gesù. Si rende, quindi, necessario trovarlo, sapere dove si trova: “Gli dissero: Dov'è questo tale? Rispose: non lo so”. Il nome di Gesù è sostituito da un pronome (“questo tale”), che indica come la conoscenza di Gesù sia ancora superficiale e abbia quindi bisogno di una maggiore investigazione prima di giungere al nome, che nella cultura degli antichi indica l'essenza stessa della persona. L'esito di questa ricerca, infatti, risulta inefficace: “Non lo so”, letteralmente “Non ho visto” (ouk oida) e quindi non so. È dunque l'assenza del vedere, la sua cecità che gli ha impedito di cogliere “Dove” si trova il suo salvatore. Certo il cieco risanato ha incontrato Gesù, che lo ha guarito, ma questa esperienza di Gesù egli l'ha fatta quando ancora era cieco, quando ancora doveva arrivare alla vasca di Siloe e lavarsi con l'acqua viva. Fu dunque un incontro salvifico sì, ma che richiedeva tutto un cammino per giungere pienamente a vedere il suo salvatore. Per questo egli ancora “Non sa”.

È dunque giocoforza che la ricerca continui, ora presso le autorità religiose, quelle che dovrebbero essere la luce che illumina Israele. Il cieco viene condotto presso i farisei per essere sottoposto alla loro valutazione. Significativa l'annotazione con cui termina il v. 13: “quello che era stato cieco”, per sottolineare, da un lato, l'avvenuto cambiamento di stato di vita: da cieco a vedente; da incredulo a credente; dall'altro, per indicare che qui sotto processo ci sta andando quello che era un tempo cieco, cioè un giudeo poi convertitosi al cristianesimo. Infatti la presa di posizione di questo che era stato cieco a favore di Gesù, che emergerà sempre più evidente man mano che il racconto procede, e la sua espulsione finale dalla sinagoga stanno ad indicare la rottura di questo ex cieco con il giudaismo.

Questo dunque il contesto entro cui va letto il dibattimento processuale, che vede i Farisei nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, e il cieco guarito in quelle momentaneamente di persona informata sui fatti e poi in quella di imputato. Su questo sfondo processuale emerge un po' alla volta l'identità di Gesù, che si concluderà con l'espulsione del cieco dalla sinagoga, presupposto indispensabile per poter incontrare Gesù e riconoscerlo nella sua divinità.

Il v. 41, nel concludere il racconto, riporta la risposta di Gesù a questo giudaismo che si riteneva illuminato dalla Torah: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. La sentenza, che di fatto è una implicita accusa di presunzione, innesca un confronto tra il cieco nato, metafora di un giudaismo disponibile e accogliente, che è giunto alla piena illuminazione; e questo giudaismo saccente, che convinto di essere illuminato dalla Torah, e sui cui parametri anche Gesù era stato valutato come peccatore (v. 16), si era precluso ogni possibilità di accesso al Mistero. Non vi è dunque una evoluzione né spirituale né culturale per questo tipo di giudaismo. Per questa sua impermeabilità al manifestarsi del Cristo di Dio, questo giudaismo rimane nel suo peccato, che per Giovanni è incredulità, che in ultima analisi altro non è che il rifiuto di Dio.

 

 

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Lunedì, 02 Marzo 2026 12:30

3a Domenica di Quaresima

3a Domenica di Quaresima (anno A)

(Rm 5,1-2.5-8)

 

Romani 5:1 Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo;

Romani 5:2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.

 

Paolo vede il credente in Gesù in una situazione di grazia. Questo stato di grazia lo esprime con la parola "giustificati". La giustificazione è compiuta. È questa la verità che Paolo proclama. Il passaggio dalla vita alla morte, dal peccato alla grazia, avviene, è avvenuto, avverrà sempre per la fede in Gesù Cristo. Usando l'aoristo participio passivo (= essendo stati giustificati) Paolo sottolinea che quest'opera ormai ci appartiene. Allude a un momento preciso della vita dei cristiani che appartiene al passato: si tratta del battesimo. Siamo giustificati “ek pisteōs” - dalla fede. Gesù Cristo morto-risorto è il luogo sacramentale dove si attua questa giustificazione, a cui si accede per mezzo della fede. Siamo giustificati nel momento in cui crediamo e accogliamo Gesù Cristo come unica e sola Parola di vita eterna.

Cosa avviene nel momento in cui si compie la nostra giustificazione? Siamo in pace con Dio. L'autore della salvezza è anche l'autore della pace: non c'è vera pace se non in Cristo. Questa pace si è instaurata quando noi, nemici di Dio, siamo stati riconciliati con Dio da Gesù Cristo. La pace non è uno stato di equilibrio interiore e neppure il nostro comportamento pacifico. La pace è il ristabilimento della relazione con Dio, perché riappacificati a seguito della giustificazione. Quando si è in pace con Dio si ritrova anche la pace con gli uomini; si ritrova anche la pace con il creato, da custodire e da coltivare, in quanto bene affidato da Dio alle nostre cure perché sappiamo farne la casa dove l'uomo possa abitare con dignità, sapienza, e nella gioia. L'errore dell'uomo, oggi, è pensare che vi possa essere pace tra gli uomini e con il creato, rimanendo l'uomo nella sua falsità e nel suo peccato. La pace nasce solo dalla giustificazione e solo finché l'uomo vive da giustificato.

Si è nella pace se si è in Cristo, si è nella pace se si vive nella parola di Cristo, si è nella pace solo per mezzo di Cristo. Questo è il grido che Paolo fa risuonare nelle sue chiese, perché si convincano che fuori di Cristo nessuna pace sarà mai possibile. L'illusione è pensare una pace senza giustificazione, pensare una pace fuori di Cristo. La Pace è Cristo, è in Cristo, è per mezzo di Cristo. È lui la via attraverso la quale un uomo può andare in pace verso un altro uomo. Chi esclude Cristo, si preclude la strada della vera pace. Senza Cristo non vi potrà mai essere pace, perché l'uomo non è nella verità.

La fede pertanto è fede in Dio che ha costituito Cristo unica via per avere la salvezza. La nostra fede in Dio diventa però operativa solo se è fede nell'opera di Cristo. Dio Padre e Gesù Cristo sono un unico principio di fede, un'unica fede che salva. È attraverso questa fede che si ottiene il dono della pace, perché è attraverso questa fede che siamo giustificati, Dio cioè cancella il nostro debito, ci fa suoi figli in Cristo, ci ristabilisce nella sua amicizia. Questa è la pace.

"Per suo mezzo": Cristo è lo strumento e la chiave di accesso alla nuova condizione di vita che si è realizzata in Lui. La pace di cui si parla al v. 1, viene considerata sotto un altro aspetto nel v. 2: è una grazia. Paolo dice di aver avuto accesso a "questa grazia nella quale ci troviamo". La grazia va intesa come la redenzione operata da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione. Paolo va molto fiero di questa grazia. E quel "ci vantiamo" non è frutto di presunzione umana, ma è la gioia che nasce dalla coscienza di essere stati eletti e salvati per mezzo di Cristo e in Cristo, nonostante la miserevole condizione di peccatori, e che fa in qualche modo pregustare lo stato della gloria piena e definitiva. Paolo si vanta per magnificare e lodare il Signore, per benedirlo ed esaltarlo per il suo grande amore. Tutto quello che Paolo è, tutto quello che i credenti sono e diventeranno è solo per grazia, e di questo bisogna vantarsi, non per i propri meriti.

Il vanto di Paolo riposa su una verità: lui è ben saldo "nella speranza della gloria di Dio", cioè gioisce nella speranza di partecipare un giorno alla gloria di Dio, che per i giustificati sarà la corona e il fine di tutte le cose. Paolo sa che lo attende una smisurata gloria eterna. È questa la sua forza: la speranza che nasce in lui dalla fede. Una speranza che non va pensata come semplice desiderio umano; ma essa è già certezza, poiché definisce una realtà che già c'è e in cui già ci si trova, anche se non è ancora raggiunta in modo pieno e definitivo: però fin d'ora siamo chiamati a viverla, conformando la nostra vita a questa nuova realtà di cui viviamo. Così che la nostra vita è una vita escatologica, profondamente segnata da un già e un non ancora.

Chi non ha questa speranza, si impelaga nelle cose di questo mondo e viene soffocato come le spine soffocano il buon grano. Oggi stiamo perdendo quasi tutti la speranza della gloria di Dio. Stiamo  quasi tutti costruendo un cristianesimo orizzontale, senza la sua verità portante. Dobbiamo riprenderci, rafforzarci nella specificità della nostra fede. Dobbiamo trovare la fierezza del nostro essere cattolici, discepoli, ministri, ambasciatori, araldi di Gesù Cristo, nella speranza della gloria futura. Se il credente perde di vista la speranza, il suo essere cristiano è senza scopo. Quando invece nel credente dimora la vera fede, c'è anche una speranza forte; quando manca la speranza è segno evidente che la sua fede è debole, o inesistente. È una fede che non riesce ad aprire la porta dell'eternità e senza l'apertura di questa porta, la poca fede che vi risiede, prima o poi si perderà, poiché la caratteristica della fede è camminare verso la gloria eterna di Dio nel suo regno di luce e di pace eterna.

 

 

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Lunedì, 28 Ottobre 2024 22:27

31a Domenica del Tempo Ordinario (B)

Sal 17 (18)

Questa monumentale ode, che il titolo attribuisce a Davide, è un Te Deum del re d'Israele, è il suo inno di ringraziamento a Dio perché è stato liberato da tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. Davide riconosce che solo Dio è stato il suo Liberatore, il suo Salvatore.

Davide inizia con una professione di amore (v. 2). Grida al mondo il suo amore per il Signore. La parola che usa è «rāḥam», significa amare molto teneramente, come nel caso dell'amore di una madre. Il Signore è la sua forza. Davide è debole in quanto uomo. Con Dio, che è la sua forza, lui è forte. È la forza di Dio che lo rende forte. Questa verità vale per ogni uomo. Ogni uomo è debole, e rimane tale se Dio non diviene la sua forza.

Dio per Davide è tutto (v. 3). Il Signore per Davide è roccia, fortezza. È il suo Liberatore. È la rupe in cui si rifugia. È lo scudo che lo difende dal nemico. Il Signore è la sua potente salvezza e il suo  baluardo. Il Signore è semplicemente la sua vita, la protezione, la difesa. È una vera dichiarazione di amore e di verità.

La salvezza di Davide è dal Signore (v. 4). Non è dal suo valore. Il Signore è degno di lode. Dio non si può non lodare. Fa tutto bene. A Davide è sufficiente che invochi il Signore e sarà salvato dai suoi nemici. Sempre il Signore risponde quando Davide lo invoca. La salvezza di Davide è dalla sua preghiera, dalla sua invocazione.

Poi Davide descrive da quali pericoli il Signore lo ha liberato. Lui era circondato da flutti di morte, come un uomo che sta per annegare travolto dalle onde. Era travolto da torrenti impetuosi. Da queste cose nessuno si può liberare da sé. Da queste cose solo il Signore libera e salva.

L’arma  vincente  di  Davide  è la  fede  che si  trasforma in preghiera accorata da elevare al Signore, perché solo il Signore poteva aiutarlo ed è a Lui che Davide grida nella sua angustia. Ecco  cosa  fa  Davide:  nell’angoscia  non  si  perde,  non  si abbatte, non smarrisce la sua fede, rimane integro. Trasforma la sua fede in preghiera. Invoca il Signore. Grida a Lui. A Lui chiede aiuto e soccorso. Dio ascolta la voce di Davide, l’ascolta dal suo tempio. Gli giunge il suo grido.

Dio si adira perché vede il suo eletto in pericolo. L’ira del Signore produce uno sconvolgimento di tutta la terra. La terra trema e si scuote. Le fondamenta dei  monti si scuotono. È come se un forte terremoto mettesse a soqquadro il globo terrestre. Il fatto spirituale viene tradotto in uno sconvolgimento della natura così profondo che si ha l'impressione che la creazione stessa stia per cessare di esistere. In questa catastrofe che incute terrore, il giusto viene tratto in salvo.

Il Signore libera Davide perché gli vuole bene. Ecco il segreto dell’esaudimento della preghiera: il Signore vuole bene a Davide (v. 20). Il Signore vuole bene a Davide perché Davide ama il Signore. La preghiera è una relazione di amore tra l'uomo e Dio. Davide invoca l'amore di Dio. L'amore di Dio risponde e lo trae in salvo.

«Integro sono stato con lui e mi sono guardato dalla colpa» (v. 24). La coscienza di Davide testimonia per lui. Davide ha pregato con coscienza retta, con cuore puro. Questo non lo dice solo a Dio, ma ad ogni uomo. Tutti devono sapere che il giusto è veramente giusto. Il mondo deve conoscere l'integrità dei figli di Dio. Noi abbiamo il dovere di confessarla. È sull’integrità che si possono costruire rapporti veramente umani. Senza integrità ogni rapporto si stringe sulla falsità e sulla menzogna.

«La via di Dio è diritta, la parola del Signore è provata al fuoco» (v. 31). Qual è il segreto perché Dio è con Davide? È il rimanere di Davide nella Parola di Dio. Davide ha una certezza: la via indicata dalla Parola di Dio è diritta. La si deve solo seguire. Questa certezza oggi manca nel cuore di molti. Molti non credono nella purezza della Parola di Dio. Molti pensano che ormai essa sia superata. La modernità non può stare sotto la Parola di Dio.

«Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?». Ora Davide professa la sua fede nel Signore per farla sapere a tutti. Vi è forse un altro Dio al di fuori del Signore? Solo Dio è il Signore. Solo Dio è la rupe di salvezza. Cercare un altro Dio è idolatria. Questa professione di fede va sempre fatta a voce alta (ricordiamoci del “Credo”). C'è bisogno di persone convinte. Una fede nascosta nel cuore è morta. Un seme posto nel terreno spunta fuori e rivela la natura dell’albero. La fede che è nel cuore deve spuntare fuori e rivelare la sua natura di verità, di santità, di giustizia, di amore e speranza. Una fede che non rivela la sua natura è morta. È una fede inutile.

«Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» (v. 51). In questo Salmo Davide si vede opera delle mani di Dio. Per questo lo benedice, lo loda, lo magnifica. La fedeltà e i grandi favori di Dio per Davide non finiscono con Davide. La fedeltà di Dio è per tutta la sua discendenza. Sappiamo che la discendenza di Davide è Gesù Cristo. Con Gesù Dio è fedelissimo in eterno. Con gli altri discendenti, Dio sarà fedele se essi saranno fedeli a Gesù Cristo.

Ecco dunque che scompare la figura di Davide per lasciare il posto a quella del re perfetto in cui si concentra l'azione salvifica che Dio offre al mondo. Alla luce di questa rilettura l'ode è entrata nella liturgia cristiana come un canto di vittoria di Cristo, il “figlio di Davide”, sulle forze del male e come inno della salvezza da lui offerta.

 

 

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In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)
The drama of prayer is fully revealed to us in the Word who became flesh and dwells among us. To seek to understand his prayer through what his witnesses proclaim to us in the Gospel is to approach the holy Lord Jesus as Moses approached the burning bush: first to contemplate him in prayer, then to hear how he teaches us to pray, in order to know how he hears our prayer (Catechism of the Catholic Church n.2598)
L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera (Catechismo della Chiesa Cattolica n.2598)
“Love is an excellent thing”, we read in the book the Imitation of Christ. “It makes every difficulty easy, and bears all wrongs with equanimity…. Love tends upward; it will not be held down by anything low… love is born of God and cannot rest except in God” (III, V, 3) [Pope Benedict]
«Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile [Papa Benedetto]

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