Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Lunedì, 06 Luglio 2026 14:29

15a Domenica T.O.

15a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 13,1-23)

 

1Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti".
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché a loro parli con parabole?". 11Egli rispose loro: "Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!
 

 

“Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare”. Il brano inizia con una nota temporale (“quel giorno”), fatta seguire da una nota spaziale (“uscì di casa e sedette in riva al mare”), che offrono delle indicazioni utili per comprendere la situazione che si sta parando davanti. Una prima osservazione va fatta sull’espressione “in quel giorno” (en tē ēméra ekeínē), che richiama l’attenzione su quel giorno che si rivelerà essere non un giorno qualsiasi, ma un tempo in cui Gesù compie una scelta che segnerà una svolta radicale nella sua predicazione e nella sua missione: l'inizio del suo parlare in parabole (v. 10). Questa espressione, nel vangelo di Matteo si trova soltanto qui, mentre in tutto il Nuovo Testamento compare altre tre volte: due volte in cui si parla del giorno del giudizio (Lc 10,12; 2 Ts 1,10 ); una volta in cui si evidenzia il particolare successo dell’annuncio della parola (At 2,41). Quando compare questa espressione, quindi, gli autori sacri si riferiscono sempre a un tempo particolarmente rilevante o di particolare interesse, che ha a che fare, da un lato, con un’azione di giudizio e, dall’altro, con l’affermarsi inarrestabile della Parola. Ed è proprio ciò che accade qui. L’intero cap. 13, infatti, tematicamente è dominato da due elementi fondamentali: l’annuncio del Regno e la scelta discriminante che Gesù è costretto ad operare nell’ambito di tale annuncio, poiché se a tutti il Regno viene annunciato, non a tutti sono rivelati i suoi misteri.

Una seconda osservazione va fatta sulla duplice connotazione di tipo spaziale: Gesù esce di casa e siede presso il mare. Gesù non parla a persone che si trovano in casa, ma a quelli che sono fuori, fermi sulla riva del mare. A costoro non vengono rivelati i misteri del Regno (v. 11), viene invece dato l’annuncio attraverso il linguaggio delle parabole, il cui contenuto è criptato dalla metafora. Gesù opera dunque un discrimine tra i suoi ascoltatori. I due sostantivi “casa” e “mare”, sono due metafore. La casa, nel linguaggio simbolico dei vangeli, spesso indica la comunità credente, in cui si trova Gesù. Da qui egli esce per andare verso la gente (vv. 1-2). Che non si tratti di una casa qualsiasi, ma della nuova comunità credente, è suggerito anche dall’articolo determinativo, che nel testo greco precede il sostantivo “casa”. Gesù, infatti, non esce da una casa qualsiasi, ma “dalla casa” (tēs oikías).

Alla casa si contrappone il “mare”, per sua natura aperto e vasto, ma anche insidioso, poiché nasconde al di sotto della superficie un mondo sconosciuto. Un mare che spesso viene letto metaforicamente come l’immagine dei popoli; ed è proprio qui, in riva al mare, che Gesù si siede.

In sintesi, il v. 1 nel suo linguaggio metaforico e simbolico introduce l’intero tema del cap. 13: Gesù esce dalla casa-comunità credente per andare verso la gente, in mezzo alla quale si siede per ammaestrarla. Questo suo ammaestramento, tuttavia, per le modalità con cui viene compiuto, diviene anche una sorta di giudizio. Per questo, quanto avviene “in quel giorno” determina una svolta radicale nella predicazione di Gesù, che si trasforma in un atto di accusa a motivo dell’incredulità della gente (vv. 14-15).

Il v. 2, letto simbolicamente, conferma quanto setto. “Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia”. Il verso è scandito in tre momenti:

a) La folla si raduna attorno a Gesù;

b) Gesù prende le distanze dalla folla, salendo sulla barca, da dove impartisce il suo insegnamento;

c) La folla rimane ferma sulla spiaggia, in ascolto di Gesù, ma distaccata da lui, così che essa non lo può raggiungere

La folla da questo momento si viene a trovare a distanza nei confronti di Gesù. Ci saranno quelli che ascolteranno e accoglieranno il messaggio e altri che lo rifiuteranno. Al centro della narrazione si colloca Gesù che prende le distanze dalla folla e, da questa posizione di distacco, impartisce il suo insegnamento (b). Gesù, infatti, è sulla barca e la folla sulla spiaggia; ognuno, quindi, è fermo nelle sue posizioni. Attorno a Gesù si raggruppa una folla dal comportamento contraddittorio: lo cerca (a), ma nel contempo non si muove dalle proprie posizioni, rimanendo ferma sulla spiaggia (c). Il verbo “eistēkei” (stava ferma/rimaneva), posto al piuccheperfetto indicativo, descrive un’azione che nasce da un comportamento passato e che persiste nel presente. Pertanto, il rimanere della folla, lì ferma, senza alcun movimento verso Gesù, descrive l’atteggiamento di chiusura della folla stessa e, quindi, la sua incapacità di evolversi spiritualmente verso i tempi nuovi, che avanzano in Gesù. Il motivo di questo comportamento verrà descritto ai vv. 10-15.

Il verbo “eistēkei”, inoltre, che sottolinea l’immobilismo della folla, si contrappone a quello con cui inizia il v. 10 proselthóntes (si avvicinarono), che descrive il movimento opposto dei discepoli, che, invece, si avvicinano a Gesù e a lui si rendono disponibili. I due gruppi, quindi, sono caratterizzati dal loro atteggiamento di fondo: le folle rimangono ferme e chiuse nelle loro posizioni (eistēkei), senza alcun movimento di conversione; mentre i discepoli sono qualificati per il loro andare verso Gesù (proselthóntes).

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 29 Giugno 2026 12:54

14a Domenica T.O.

14a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 11,25-30)

 

Matteo 11:27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 

Matteo 11:28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro .

 

Che cos’è piaciuto al Padre? È piaciuto dare tutto al Figlio. Il Figlio può comunicare a chi vuole la conoscenza che ha del Padre, perché egli è il solo Mediatore per il quale noi possiamo andare al Padre. In altri termini, l’onnipotenza divina del Padre, Signore del creato, viene trasferita a Gesù. In tal modo viene a crearsi una sorta di identificazione tra il Padre e il Figlio, che in virtù di questo trasferimento, si compenetrano reciprocamente.

Padre e Figlio si conoscono per comunione di natura divina e per generazione eterna. Il passaggio dei poteri dal Padre al Figlio non è una semplice autorizzazione giuridica ad agire in nome e per conto del Padre, come se Gesù fosse una sorta di rappresentante legale del Padre. Quando parliamo di Dio non si possono porre delle distinzioni tra le qualità proprie del Padre e il Padre stesso, poiché tali qualità del Padre sono il Padre stesso. Per questo il potere del Padre dato al Figlio è in realtà il Padre stesso che si consegna al Figlio, ed è proprio questa reciproca compenetrazione che fa dei due una cosa sola, pur nella distinzione rispettiva dei ruoli propri, per cui il Padre non è il Figlio, né il Figlio è il Padre. L’identità tra i due è nella comune ed unica natura divina. Per questo il Padre vive nel Figlio e il Figlio nel Padre; per questo la rivelazione del Figlio è la rivelazione stessa del Padre e l’operare di Gesù è l’operare del Padre, così che Gesù diventa il volto storico del Padre, il luogo storico della sua manifestazione.

Poiché nessun altro, al di fuori del Figlio, conosce il Padre, nessun altro ce lo può rivelare. La rivelazione che il Padre opera nel Figlio è un dono d’amore, che è riservato soltanto a coloro che sono in grado di riceverlo. Non sono i sapienti che possono conoscere il Padre, perché il Padre lo si conosce in un rapporto di gratuità, in un amore che si riceve e che si dona. Se questo non c’è, è impossibile fare esperienza di Dio.

"Venite a me…". È chiamata in causa la volontà dell'uomo. Il dono di Dio è per tutti, e si è invitati ad andare. Ma il dono di Dio non è per coloro che sono sazi, che stanno bene, che vivono nell’abbondanza e nella ricchezza delle cose di questo mondo. Costoro non sono invitati. A costoro Gesù Cristo non serve, non è di alcuna utilità. Essi hanno tutto, non hanno bisogno di Cristo. Hanno bisogno di Cristo invece tutti coloro che sono affaticati e oppressi. Sono affaticati per il duro lavoro di vivere la vita, di giungere alla sera. Sono affaticati per le gravi difficoltà che giorno per giorno incontrano sul loro cammino. Le difficoltà sono di ordine materiale e spirituale. L’oppressione invece è un peso aggiuntivo che viene messo sulle spalle di quanti sono già affaticati. È come se ad una persona che già porta un peso insopportabile gliene venisse aggiunto un altro ancora superiore. A costoro che sono senza prospettive di futuro, Gesù dice di andare a Lui.

“E io vi darò ristoro”. Il ristoro richiama il riposo del settimo giorno, il sabato che è il compimento della creazione. L'uomo resta sempre incompiuto perché non riesce a compiere l'amore, a compiere la legge. Se vai a Gesù, Gesù ti dà il riposo, il compimento. Il compimento dell'uomo è Dio. È questo il riposo. Il riposo poi, è sinonimo della terra promessa, finisce l'esilio, finisce l'esodo: finalmente arrivi a casa. Quindi a tutti gli sforzi della legge che indicano la via per raggiungere la vita, Gesù ti dà la vita, ti dà la casa, ti dà il riposo. E lì l'uomo riposa perché lì l'uomo sta di casa, cioè diventa figlio, non attraverso i suoi sforzi, ma andando da Gesù e accettando il suo riposo.

Quando la nostra umanità ritorna nella sua verità, esce dalla schiavitù del peccato, dall'oppressione del male, dalla dura fatica della disobbedienza. Entra nel ristoro che dona l'amicizia del Signore, che è pienezza di gioia. Il ristoro di Gesù è dono della vera libertà. La falsità opprime, la verità rende liberi. Il ristoro di Gesù è il dono della figliolanza adottiva, della Casa del Padre ritrovata. È questo il ristoro di Gesù Cristo: il ritorno dell'uomo nella Casa del Padre e il dono dell'antica dignità perduta.

 

 

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Martedì, 23 Giugno 2026 20:46

13a Domenica T.O.

13a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 10,37-42)

 

Matteo 10:39 Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 

Matteo 10:40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 

 

Il discepolo è chiamato a compiere una scelta fondamentale, sulla quale tutto poi verrà riparametrato e nella quale tutto troverà il suo senso compiuto. Di conseguenza, colui che spende la propria vita alla ricerca del proprio benessere e della propria affermazione, alla fine dei giochi, cioè al momento della fine della vita stessa, perderà tutto, poiché ogni suo sforzo inteso a migliorarla verrà fatalmente vanificato dalla morte. Diversamente, chi ha speso la propria vita per Cristo e alla ricerca della sua volontà, in realtà egli l’avrà guadagnata, poiché tale vita, apparentemente perduta secondo logiche umane, troverà la sua pienezza in Cristo stesso, al quale egli si è dedicato e su cui tutto ha scommesso.

C’è, dunque, una motivazione di fondo che muove l’intera quanto complessa dinamica della vita: l’affermazione del proprio Io o l’affermazione di Cristo nella propria vita. Queste due contrapposte motivazioni di fondo genereranno l’opzione fondamentale, che darà forma e sostanza al proprio orientamento esistenziale, creando uno stile di vita incentrato su se stessi o su Cristo. Le sorti finali saranno diametralmente opposte.

In noi vi è una doppia vita; l'una, che potremmo chiamare materiale e temporale, e l'altra spirituale ed eterna. Gesù vuol dire: Colui che per conservare la sua vita temporale rinnega me, perde la vita eterna; ma colui che, posto nell'alternativa di rinunciare a me o alla sua vita temporale, affronta coraggioso la morte, troverà la vita eterna. Ognuno pertanto per amore di Cristo deve essere sempre pronto ad offrire la sua vita al martirio, allo stesso modo che Cristo la offrì per amore della volontà del Padre. È però in questa perdita totale che la vita viene ritrovata. Perdendola sulla terra, ci sarà data nuova e splendente nel cielo; la perdiamo nel tempo, la guadagniamo per tutta l’eternità. Se invece la conserveremo, ma perdendo Cristo, perdiamo per tutta l’eternità sia Cristo che tutta la nostra vita. È una scelta: o il tempo o l’eternità; o la terra o il cielo; o l’istante o il sempre; o il paradiso o l’inferno. Ognuno riceverà secondo la sua scelta.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. Il verbo “accogliere” è determinante, delinea l’atteggiamento di fondo che deve caratterizzare chiunque si pone di fronte all’annuncio. Il regno deve essere accolto perché esso non si impone all’uomo, ma si propone ad esso. Accogliere significa sapersi mettere da parte per creare dentro di sé uno spazio per ricevere Cristo.

Con queste parole Gesù dimostra anche la dignità dei discepoli. Essi non fanno altro che prolungare la missione di Gesù. Chi accoglie i discepoli, accoglie Gesù stesso; e accogliere Gesù significa accogliere Dio, perché un inviato come messaggero gode della stessa dignità di colui che lo ha mandato. Si crea in tal modo una catena a cascata che dai discepoli, attraverso Gesù, riconduce al Padre, che nel suo Figlio è il mandante dei discepoli stessi. Questa stretta concatenazione crea una sorta di identificazione e di unione-comunione di soggetti che operano nell’annuncio, per cui dietro agli apostoli e a Gesù c’è la figura stessa del Padre, che sta all’origine di ogni invio e di ogni annuncio.

La parola dei dodici discepoli è parola di Cristo. La parola di Cristo è parola del Padre. Chi accoglie la parola dei dodici discepoli accoglie la parola di Cristo e quindi accoglie la parola del Padre. Una cosa però deve essere puntualizzata: questo è vero se la parola del discepolo è parola di Cristo, sempre. Se il discepolo è rifiutato perché dice la parola di Cristo, è rifiutato Cristo ed è rifiutato il Padre. Chi ascolta è responsabile di questo rifiuto. Se invece il discepolo è rifiutato perché dice parole sue, non di Cristo, chi lo rifiuta, rifiuta lui, non rifiuta Cristo, che non è dietro e nella parola che lui dice. Quando un discepolo di Gesù sostituisce la parola di Gesù con la propria, diviene un lupo rapace. Di lui ci si deve sempre guardare.

 

 

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Lunedì, 15 Giugno 2026 20:23

12a Domenica T.O.

12a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 10, 26-33)

 

Matteo 10:26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 

Matteo 10:27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.

Matteo 10:28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.

 

Se Gesù dà l’ordine di non aver paura, vuol dire che la paura c'è. Non è solo il timore della mia vita, ma anche il timore del fallimento del bene; che il bene resti sempre velato, nascosto, che la gente non lo capisca, anche questa è la paura che abbiamo, come anche la paura che tutto sia inutile. Poi la tragedia che se fallisce il bene è qualcosa di veramente grave: dov’è Dio? Questa è la paura dei discepoli. Un primo motivo, infatti, che giustifica il “non abbiate paura” è che tutto ciò che ora sembra incomprensibile sarà palesato: “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. C’è un velo, un nascondimento che verrà tolto e svelato. Cerchiamo di comprendere.

Il grande velo di Dio è la Croce. Sulla Croce Lui si rivela e si rende manifesto come amore, e come è nella vita di Gesù così sarà nella vita del discepolo: quella che sembra essere la sconfitta, in realtà si rivelerà come la vittoria. Tutto viene giocato tra il tempo presente e quello futuro, tra l’oggi dell’uomo e il domani di Dio. In altri termini, il senso oscuro dell’oggi, in cui l’uomo è chiamato a vivere, trova la sua piena comprensione nella luce divina di Gesù Risorto. Solo questa luce è in grado di illuminare l’umanità e di rivelarle il senso nascosto della sua storia. Così tutta la storia non è altro che uno svelarsi progressivo del mistero di Dio.

Se il v. 26 afferma un principio generale, su cui fondare il proprio non temere, il v. 27 gli dà concreta attuazione. C'è, infatti, un parallelismo nei termini così che i primi spiegano i secondi: il “nascosto” trova il suo corrispondente nelle “tenebre”; lo “svelato” si riflette nella “luce”; il “segreto” si aggancia a “orecchio”; il “conosciuto” si ritrova nei “tetti”. I verbi del v. 26, inoltre, da impersonali (“nulla vi è”, “non sarà svelato”, “non sarà conosciuto”), diventano nel v. 27 personali e hanno soggetti ben determinati: io-voi, Gesù-discepoli. Si passa, quindi, dal principio alla sua concretizzazione.

Gesù sta ammaestrando i suoi discepoli, parlando loro di nascosto, in segreto, lontano dalla folla, cioè non in pubblico ma in privato. Vi è una contrapposizione tra lo stadio dell’annuncio all’epoca di Gesù, fatto in maniera discreta, e lo stadio della predicazione dei discepoli, i quali sono tenuti a proclamare con coraggio e pubblicamente il messaggio della salvezza. Gli apostoli sono coloro ai quali è svelato il segreto. Questo insegnamento segreto e nascosto, non dovrà per sempre rimanere segreto e nascosto. Dovrà essere gridato al mondo intero in modo pubblico, udibile e comprensibile da tutti. Gesù ora parla a loro quasi nel silenzio. Saranno poi loro a parlare al mondo intero gridando il suo messaggio, la sua Parola, il suo insegnamento, dopo l’evento pasquale. Allora, ecco che ciò che è nelle tenebre sarà detto nella luce, e ciò che ora è semplicemente sussurrato nell’intimo a poche persone, raggiungerà tutti. Quindi il bene non è sconfitto, non temete. Non abbiate paura, la storia è nelle mani di Dio.

Tutta la contrapposizione ruota intorno al confronto uomini-Dio, con i quali il discepolo deve rapportarsi nello svolgimento della sua missione. Alla radice di questo confronto ci sta l’implicita domanda se è meglio ubbidire a Dio o agli uomini. È questa la realtà quotidiana a cui sono posti di fronte i discepoli: essi sono chiamati ad annunciare e a testimoniare delle realtà che infastidiscono gli uomini al punto tale che questi non esitano a sopprimerli fisicamente. Gesù prospetta ai discepoli la possibilità di una morte violenta, ma li esorta a non temere gli uomini che possono al massimo privarli della vita fisica. Devono temete piuttosto Dio che nel giudizio può condannarli alla dannazione eterna. Vale la pena di sopportare il martirio per ottenere la vita imperitura nel cielo.

Noi abbiamo una grande paura di morire, eppure moriamo lo stesso. La nostra vita non è il corpo, la nostra vita è il fatto che siamo figli di Dio. Questa è la vita eterna che viviamo già ora, è questa da non perdere, l’altra la perdiamo comunque e chi cerca di salvarla in tutti i modi, non ci riesce. Allora, non sia la paura della morte a governare la nostra vita. Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita.

Dio è padrone dell’anima e del corpo, della vita e della morte. Quindi temiamo Lui. Oggi, che non c’è più timore di Dio, si hanno infinite fobie. Perché? Perché senza timore di Dio la morte diventa l’assoluto da evitare. Se, invece, poniamo il timore di Dio, cioè tieniamo conto di Dio che ci è Padre, che ci ha dato la vita, ecco che cambia la nostra vita.

La Geenna, dall'ebraico “ghe-Hinnom” (valle del fiume Hinnom), era una sorta di precipizio posto a sud-ovest di Gerusalemme. In questa valle, anticamente si erano eretti dei templi al dio Moloch, al quale venivano sacrificati dei bambini, secondo riti pagani cananei, a cui partecipavano anche gli ebrei. Il re Giosia (640-609 a.C.), nel riformare e nel ristabilire il vero culto a Dio, fece abbattere questi templi e ridusse la valle a un deposito di immondizie e di cadaveri che non potevano avere sepoltura e dove il tutto veniva bruciato. Il fuoco, qui, era dunque perenne. Da qui, per similitudine, la Geenna divenne la rappresentazione del luogo di ogni impurità sottoposto ad un fuoco eterno, cioè l’Inferno. Questo concetto è stato ripreso nel Nuovo Testamento in cui il termine Geenna indica il luogo della perdizione eterna e del giudizio divino.

 

 

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Lunedì, 08 Giugno 2026 21:10

11a Domenica T.O.

(Mt 9,36 – 10,8)

Matteo 10:1 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 

Matteo 10:2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 

Matteo 10:3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 

Matteo 10:4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. 

 

Il v. 1 si apre con il verbo “chiamare” al participio aoristo (proskalesàmenos), che indica un’azione puntuale nel tempo, da cui è scaturita la chiamata. Ogni atto salvifico inizia sempre con una chiamata, che nasce da Dio stesso, e ogni chiamata è strettamente legata a una missione. La missione, quindi, è il punto d’incontro tra la volontà divina e la disponibilità dell’uomo a farsi portatore, per conto e in nome di Dio, della salvezza.

La chiamata divina possiede anche un potere trasformante, assegna una nuova identità al chiamato. È significativo come nella creazione genesiaca Dio, dopo aver creato, chiami la sua creatura per nome. L’atto creativo, infatti, chiama all’essere le cose, ma è soltanto con il definirle per nome che si dà loro sostanza e identità. Il nome, nella Bibbia, esprime l’essere stesso della persona e ne indica l’essenza. Conoscere il nome significa in qualche modo conoscere la persona, entrare nella sua intimità; mentre imporre il nome significa esercitare il proprio potere sulla stessa. Per questo Dio, dopo aver creato gli animali, li presenta all’uomo perché imponesse loro un nome, stabilendo in tal modo un ordine gerarchico tra le cose.

Similmente, il popolo d’Israele ai piedi del Sinai viene definito da Yahweh come sua proprietà, popolo di sacerdoti e nazione santa. Non era sufficiente, quindi, la sua liberazione dall’Egitto per costituirlo popolo di Dio, ma fu necessario che Dio ne definisse l’essenza (con la Torah e l'Alleanza), perché il popolo si ponesse di fronte a Dio e alle genti con una sua precisa identità e, quindi, quale valido interlocutore di Dio tra gli uomini. La chiamata, dunque, ha anche attinenza con la costituzione di una nuova realtà. In definitiva essa dice appartenenza a Colui che chiama. 

L’essere chiamati da Dio porta l’uomo ad essere proprietà stessa di Dio. Il verbo “chiamare” in greco è “kaléō”, ma qui Matteo, per esprimere la chiamata dei Dodici, usa un verbo particolarmente significativo: “proskaléō”; esso è composto dalla preposizione “pros” + “kaleō”, e letteralmente significa “chiamare verso di sé”, “avocare a sé”. Non è, quindi, una chiamata per attirare l’attenzione del chiamato, ma indica una convocazione, che implica, a sua volta, un riorientamento esistenziale, che fa del chiamato, di fatto, una proprietà di Dio. Non a caso i discepoli chiamati sono definiti con l’aggettivo possessivo “suoi”, per indicare come tale chiamata diviene una sorta di appropriazione del chiamato da parte di Dio, una sua elezione consacratoria. Similmente lo fu anche ai piedi del Sinai, dove Dio definisce il suo popolo come “sua proprietà” e, di conseguenza, anche popolo di sacerdoti e nazione santa (Es 19,4-6).

Un secondo termine, che qualifica i discepoli, è il numero “dodici”. Il numero è chiaramente simbolico e allude alle dodici tribù d’Israele, indicando nei chiamati la nuova comunità messianica, destinata a dar vita ad un nuovo popolo, il nuovo Israele, generato non più secondo la carne, ma nella fede. Gli apostoli rappresentano il resto santo d’Israele, i padri spirituali del rinnovato popolo di Dio. Si tratta, dunque, di una nuova creazione, per indicare la sostituzione del vecchio Israele secondo la carne, che ha rifiutato il messaggio di Gesù, con quello nuovo generato dallo Spirito, dove si potranno attuate tutte le promesse divine.

La chiamata viene perfezionata attraverso la necessaria investitura del potere che viene da Gesù: “diede loro il potere”. Gesù dà agli apostoli poteri soprannaturali, in tutto simili a quelli da Lui posseduti. Essenzialmente questi poteri sono due: quello di scacciare gli spiriti immondi e quello di compiere ogni guarigione. Gesù pone gli spiriti immondi e ogni male fisico che il peccato ha generato nell’umanità sotto il potere conferito ai discepoli. Nulla potrà resistere loro. Tutto è loro sottoposto. Con questi poteri ciò che può Gesù, lo possono anche i Dodici. Dare autorità o potere significa che si viene a formare una sorta di identificazione tra chi conferisce l’autorità e chi riceve l’autorità. Gesù, dunque, prolunga se stesso nei discepoli, divenendo, egli stesso, operativo in loro con la sua potenza.

La missione dei discepoli, pertanto, è la continuazione della missione stessa di Gesù. Di conseguenza l’operare dei discepoli è l’operare stesso di Cristo. L’autorità data ai discepoli, però, non è assoluta, ma è finalizzata all’attuazione di un progetto salvifico, che si manifesta nel cacciare gli spiriti immondi e nel guarire ogni sorta di malattia e infermità. In altri termini, l’operare dei discepoli è finalizzata alla costituzione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, che trova il suo esatto opposto nella sottomissione dell’uomo al potere degli spiriti immondi, che generano nell’uomo malattia e infermità.

Da notare come i discepoli come primo compito non sono incaricati di andare in giro a fare della dottrina alla gente. Il compito specifico del discepolo sarà quello di comunicare vita agli altri, scacciando i demoni. 

 

 

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Lunedì, 01 Giugno 2026 19:22

Corpus Domini

Corpo e Sangue di Cristo  (anno A)

(1Cor 10,16-17)

 

1Corinzi 10:16 il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?

1Corinzi 10:17 Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane.

 

Viene qui indicata la ragione di fondo che ci obbliga a fuggire l’idolatria, ed è in stretto legame con la celebrazione della Cena del Signore, durante la quale si faceva in tutto come aveva fatto Gesù nell’Ultima Cena. Si prendeva il calice e lo si benediceva, si prendeva il pane e lo si spezzava. Venivano anche pronunciate le stesse parole che Gesù aveva pronunciato sul calice e sul pane, per cui pane e calice dopo le parole erano e sono corpo e sangue di Cristo.

Il calice di benedizione è il calice eucaristico, che noi benediciamo, ossia consacriamo. La consacrazione viene detta benedizione, perché è preceduta e seguita da varie preghiere. È anche “comunione” (gr. koinōnia = partecipazione, comunione) con il sangue di Cristo, in modo che chi beve di questo calice, cioè del vino contenuto in esso, viene ad essere partecipe e a bere il sangue di Gesù, e a restare intimamente unito a lui. Similmente il pane eucaristico, che noi spezziamo, è comunione con il corpo del Signore, e chi mangia di questo pane resta incorporato intimamente a Cristo. Se il bere di questo calice e il mangiare di questo pane, è partecipare al sangue e al corpo di Cristo, si ha qui una prova evidentissima che nell'Eucaristia vi è realmente e sostanzialmente presente Cristo. Ognuno allora beve il sangue di Cristo, ognuno mangia il corpo di Cristo. Si crea una comunione così profonda con Cristo da superare ogni altra forma di comunione esistente sulla terra. È una comunione che unisce Cielo e terra.

Noi partecipando all’Eucarestia, partecipando del corpo e del sangue di Cristo, entriamo in comunione con lui, formiamo un unico corpo. Cioè la nostra Eucarestia, che poi è il centro di tutta la vita cristiana, è il mangiare questo pane, che è lui, ed è il vivere in comunione con lui. Vivendo in comunione con il Figlio di Dio divento ciò che sono, figlio di Dio, raggiungo la mia identità, la mia verità. Non mangiando di questo pane non sono ciò che dovrei essere, non raggiungo la mia identità: mi distruggo.

Mangiare e bere il calice è entrare in comunione con il corpo e il sangue di Cristo, e mangiando e bevendo Cristo noi siamo trasformati in ciò che Lui è: in natura spirituale, santa, anche nel nostro corpo e non solo nell’anima. Questa verità è così evidente, che Paolo non vuole che venga accolta solo come un principio di fede, ma come un atto dell’intelligenza. La fede invece è nell’accogliere che la benedizione e le parole pronunciate sul pane e sul calice trasformano il pane in corpo di Cristo e il calice in sangue di Cristo. Questa verità non può essere deduzione della ragione. Essa è annuncio di fede, è testimonianza degli apostoli che hanno ascoltato il comando di Cristo, lo hanno vissuto loro per primi e poi hanno compreso il significato di quanto Cristo aveva fatto per loro e per tutti quelli che avrebbero creduto nel suo nome. Gli apostoli hanno anche ricevuto l’autorità di poterlo compiere per tutti i giorni della loro vita trasmettendo questo potere ai loro successori e a quanti sceglievano come presbiteri nella comunità dei credenti.

Siccome le cose spirituali non si possono vedere, allora si esprimono con i segni, cioè attraverso il gesto, quindi si esprimono attraverso il rito; per cui il pane e il vino sono dei segni. Si esprimono necessariamente attraverso dei segni, perché le parole non sono adeguate ad esprimerle, e dietro quei segni vediamo un significato infinito che Dio ci ha indicato attraverso la sua parola.

Che segni sono il pane e il vino? Sono segni del nutrimento, della commensalità, della comunione, della famiglia, della vita: mangiare e bere vuol significare la vita. Dietro questi segni che cosa ci dice la rivelazione? È il dono che Gesù ha fatto del suo corpo. Ci dice che lui è la nostra vita e ha dato la sua vita per noi. Allora, questi segni diventano il memoriale, cioè riportano al mio cuore tutto l’amore di Dio che dà la vita per me. Capiamo quanto è necessario il segno per il rito. Per cui quel piccolo pezzo di pane è importantissimo: è tutto, perché è tutto ciò che Dio ci vuol dare, cioè se stesso. Non potendo dare se stesso in modo visibile, e noi abbiamo bisogno del visibile, ce lo significa attraverso un piccolo segno.

Non so se riusciamo a capire tutto il valore dei riti. Se uno guarda il rito con banalità e superficialità, per lui il rito non ha alcun significato. Se lo guarda invece con profondità di comprensione, attraverso il segno vedrà che si manifesta tutto il significato dell’opera salvifica di Dio. Allora, capiamo cosa vuol dire che quel pane e quel vino è comunione col corpo di Cristo che è dato per noi, è comunione alla vita stessa di Dio nel Figlio, per cui diventiamo figli, diventiamo come Cristo: divinizzati. Spero che anche noi cristiani di oggi lo sappiamo: quelli che erano all’inizio lo sapevano.

La celebrazione eucaristica termina con: “Ite, missa est”. Nell'antica Chiesa di Roma vi era la seguente usanza: terminata la celebrazione, il vescovo affidava alcune particole del pane eucaristico ai diaconi, perché le portassero ai fedeli che non avevano potuto assistere di persona, oppure ai presbiteri che avrebbero presieduto l'Eucarestia in chiese minori. In questo senso le parole “missa est” sarebbero da interpretare come «abbiamo già mandato la comunione», oppure «[l'offerta] è stata mandata». Quindi l’Eucarestia termina con la missione agli altri. Se tu hai sperimentato la mensa del Padre, sei mandato a tutto il mondo per testimoniare a tutti; sei come il Figlio inviato al mondo.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 25 Maggio 2026 12:36

Ss. Trinità

Ss. Trinità (anno A)

(2Cor 13,11-13)

 

11 Per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi.

12 Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

13 La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. 

 

È il grande finale della seconda lettera ai Corinzi di San Paolo. È una sintesi mirabile di come si compie il cammino della santità cristiana in seno alla comunità.

“Siate gioiosi”. Perché ci sia gioia occorre che nel cuore vi dimori la verità di Cristo, che vi sia una fede pura in Dio. In questa certezza il cristiano deve sempre crescere. Può un uomo mantenere la gioia vivendo in un mondo di sofferenza e di peccato? La risposta è sì, perché quando si è nella gioia di Dio, tutto il resto diviene sopportabile, tutto il resto si trasforma in un inno di onore e di gloria per il Signore nostro Dio. Gesù Cristo ha mandato i suoi nel mondo per portare questa certezza.

“Tendete alla perfezione”. Il battesimo non ci fa perfetti, ci immette sulla via della perfezione. Ognuno sarà responsabile di se stesso al fine di raggiungere la perfezione cui il Signore lo chiama. La perfezione è il raggiungimento della forma di vita di Cristo in noi. Vivere come è vissuto Cristo non significa compiere le cose che lui ha compiuto, ma ubbidire al Padre celeste come lui ha ubbidito.

“Fatevi coraggio a vicenda”. Nel cammino verso la perfezione, non siamo soli. Camminiamo insieme agli altri, formiamo una comunità, siamo un popolo in marcia verso il raggiungimento della terra promessa, che per noi è il paradiso. In questo lungo cammino, a volte duro e faticoso, è necessario che ci si sostenga a vicenda, che ci si incoraggi, che ci si offra la mano per aiutarci e aiutare. A volte è sufficiente una parola, un richiamo, un incoraggiamento, perché l’altro non si abbatti, non si scoraggi, non torni indietro. L’incoraggiamento deve essere un frutto di amore che sgorga dal nostro cuore pieno di Gesù Cristo. Se Gesù non è nel nostro cuore, non possiamo incoraggiare; l’incoraggiamento potrebbe rivelarsi deleterio per l’altro, perché potrebbe essere interpretato male dall’altro, come un giudizio severo, o peggio, come una umiliazione. Quando invece l’amore di Cristo sovrabbonda in noi, l’altro lo vede, lo coglie, può lasciarsi salvare da esso, riprendendo il cammino della perfezione verso il raggiungimento della salvezza.

“Abbiate gli stessi sentimenti”. È l'atteggiamento delle persone “simpatiche” che sanno entrare in sim-patia. Troppe volte la nostra comunità cristiana ha una faccia anti-patica e le persone molto devote e molto praticanti per lo più risultano antipatiche. Non è di certo autentica devozione se l'andare tante volte a messa e se lo stare tanto in chiesa produce un aspetto antipatico, per cui di fronte all'altro anziché “sentire insieme” ci si scontra. L'incontro con Dio deve renderci capaci di avere gli stessi sentimenti, di diventare simpatici, capaci di relazioni buone con gli altri. Gli stessi sentimenti sappiamo quali devono essere: sono quelli che erano nel cuore di Cristo Gesù, ovvero essere tra i fratelli colui che serve, non colui che è servito.

“Vivete in pace”. Non c’è lettera di Paolo che non risuoni di questo invito, che non sia un appello accorato alla pace. La pace è dono di Dio, ma come ogni dono, essa è posta nella volontà dell’uomo, il quale deve essere lui a voler conservare la pace che Dio ha posto nel cuore.  

“E il Dio dell'amore e della pace sarà con voi”. Realizzando la pace, i credenti avranno la gioia di  sperimentare la presenza di Dio in mezzo a loro. Dio si offre per primo; se l’uomo gli apre la porta, egli rimane nel suo cuore e nella sua vita. Se invece l’uomo gli chiude la porta, e gliela può chiudere in ogni momento, Dio abbandona la sua dimora e al suo posto subentra il satana che prende posto nel cuore dell’uomo e lo dirige verso il male.

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Questo augurio, o preghiera, uno dei più bei testi trinitari del Nuovo Testamento, è divenuto saluto iniziale nella santa messa.

Nell'originale greco non c'è il verbo che la traduzione italiana riporta con “siano”. La liturgia adopera il singolare “sia” perché è una realtà sola, è il mistero trinitario. La grazia del Signore Gesù è la stessa cosa dell'amore di Dio ed è la stessa cosa della comunione dello Spirito Santo. Non sono tre cose che si sommano ma sono una unica realtà, e allora il testo greco, correttamente, non adopera il verbo. Il latino è una copia perfetta del greco: “Dominus vobiscum” cioè “Il Signore con voi”. Il verbo essere non c'è.

La formula “Il Signore con voi” sembra più asseverativa (cioè, sostiene una realtà), piuttosto che un augurio. Dal momento che nella celebrazione eucaristica siamo riuniti come assemblea credente, come Corpo di Cristo, allora “Il Signore con voi” diventa una presa di coscienza della realtà: Il Signore è presente perché siamo raccolti, noi sue membra, a formare il suo corpo che è la Chiesa.

La charis (grazia), l'agapē (l'amore divino), e la koinōnìa (la comunione). Le tre Persone divine sono qualificate da questi tre aspetti che però sono quasi sinonimi. Grazia, amore e comunione indicano lo stare insieme con affetto, con amicizia, con bontà, e la comunità può costituirsi come Chiesa di Dio solo se riceve continuamente questo stile che unisce la vita trinitaria. La Chiesa è il riflesso della Trinità, la Chiesa può essere Chiesa solo se vive dell'amore trinitario.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 18 Maggio 2026 19:36

Pentecoste

Pentecoste (anno A)

 

(1Cor 12,3b-7.12-13)

 

1Corinzi 12:3 ...così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo.

1Corinzi 12:4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;

1Corinzi 12:5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;

1Corinzi 12:6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

1Corinzi 12:7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:

 

Tutti coloro che non sono sotto la guida dello Spirito Santo altro non sanno fare che lasciarsi muovere e trascinare dagli impulsi. Lo Spirito Santo, invece, porta alla vera confessione di chi è Gesù. Chi è nello Spirito vede ogni cosa secondo verità. Se non vede secondo verità egli non è nello Spirito. Pertanto, chi è nello Spirito Santo non può dire una falsità su Cristo. Parimenti, nessuno può proferire la verità su Cristo se non sotto l'azione dello Spirito Santo. Quindi ogni spirito che non ci porta ad amare Gesù non è un buono spirito, qualunque sia la manifestazione che ha. Se non ci porta ad amare Gesù è dal diavolo. Ogni spirito che non porta ad amare Cristo, porta alla perdizione.

Or vi è diversità di doni, ma v'è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. E vi è varietà di operazioni, ma non v'è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti” (vv. 4-6). Si parla tre volte di diversità e tre volte di unità. L’unità è attribuita allo Spirito che è lo Spirito Santo, al Signore che è Gesù, e a Dio che è il Padre. Praticamente la Trinità fa da sottofondo alla nostra diversità e unità, perché la Trinità è il primo luogo della diversità e unità. La diversità è necessaria alla relazione, all’amore. La diversità, nell’amore diventa unità. Siccome Dio è amore, allora l’amore necessita della diversità; e la diversità è il luogo stesso dell’unione, mentre per noi, generalmente, la diversità è il luogo del litigio, perché non accettiamo la diversità. Oggi si cerca di abolire la diversità. C’è unità nella non identità, nella distruzione della persona.

“C’è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”. Qui abbiamo la parola charismatōn. Deriva dalla stessa radice del termine “grazia” - charis - significa “manifestazioni della grazia” e dunque “doni”. Il carisma in sé è una particolare grazia attraverso la quale noi possiamo manifestare al mondo la ricchezza di Dio. Il carisma è grazia perché dato gratuitamente all’uomo. Nessuno può farsene un vanto personale, proprio in quanto carisma, cioè grazia concessa.

Affermata questa prima verità, Paolo ne afferma subito un’altra. Se i carismi sono tanti, uno solo però è il suo Autore: lo Spirito Santo di Dio. Perché Paolo tiene a precisare questa verità? I pagani credevano che le diverse doti di una persona dovessero attribuirsi a diversi dèi, l'uno dei quali dava la sapienza, l'altro la forza, ecc. Affinché i cristiani non pensassero che qualcosa di analogo avvenisse per i diversi doni loro dati, l'apostolo li avvisa che, benché i doni siano diversi, uno però è lo Spirito da cui procedono. Inoltre, dicendo che è lo Spirito l’unica fonte della grazia che è in noi, vuole invitare i Corinzi a riconoscere la Signoria di Dio in ogni opera che Lui compie per nostro mezzo.

“Vi è diversità di ministeri”. Ministeri, diakoniōn, vuol dire: diaconie, servizi. Quindi introduce un altro concetto: ogni carisma, ogni dono che abbiamo è un servizio per gli altri.

“Non v’è che un medesimo Signore”. Tutti questi servizi sono stabiliti e regolati dalla volontà suprema dell’unico capo della Chiesa: il Signore Gesù. Quindi ogni nostro servizio trova la sua origine in Gesù, che si è fatto servo di tutti; e ogni dono trova il modello in Gesù.

“E vi è varietà di operazioni”. Il termine “operazioni” traduce il termine energēmàtōn, che deriva dalla parola normalmente usata per indicare “opera”. Anche le opere che facciamo per il servizio del Regno di Dio devono essere ricondotte a Dio Padre Onnipotente, il quale dall’alto dei cieli fortifica la nostra volontà, infonde energia e vigore al corpo perché si possa operare secondo Dio. È Dio che suscita il volere e l’operare.

“Ma non v’è che un medesimo Iddio”. Per la terza volta Paolo asserisce che non vi possono essere divisioni fra gli uomini in base ai “doni”, perché è lo stesso Dio che elargisce i doni in tutta la loro diversità. E appunto perché tutti i doni procedono da Dio, non possono essere diretti che ad un fine degno di Dio. Ogni uomo è uno strumento nelle mani di Dio. Se Dio usa uno strumento per una cosa e un altro strumento per un’altra cosa, forse che lo strumento può entrare in gelosia, può comportarsi con invidia, può dire al Signore perché usi me e non l’altro, oppure perché usi l’altro e non me?

Se Dio ha disposto che uno eserciti un ministero con un carisma particolare e un altro agisca secondo un altro ministero e con un carisma altrettanto differente, chi è l’uomo perché possa dire a Dio: perché mi hai fatto così e perché mi hai fatto in modo differente dagli altri? Se è Dio che opera in noi, allora è giusto pregare il Signore che agisca in noi secondo il dono di cui ci ha arricchiti, ma anche che dia vigore al dono con cui ha arricchito gli altri.

In questi versetti abbiamo l’impalcatura profonda della struttura di una vita comunitaria e anche di coppia, cioè la diversità e l’unità. Che non sono un’insidia l’una all’altra, ma sono necessarie l’una all’altra, se no, è impossibile vivere. Il discorso è molto grande perché vale sia al livello strettamente personale, sia a livello sociale. Sono valori di fondo nei quali è in gioco il destino dell’umanità, cioè come viviamo ciò che siamo.

Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utile comune” (v. 7). Ogni dono che non porta all’utilità comune non è più un dono; sarebbe un dono, ma lo stiamo usando in modo opposto. Tutto ciò che ho e sono serve per amare Dio e il prossimo, e ciò che non porta in questa direzione ce ne appropriamo indebitamente, e quindi lo stiamo usando diabolicamente. Tutti i doni sono doni di Dio, ma possiamo farne un uso giusto o sbagliato.

Un ministero, un dono, un carisma, una grazia non sono per la persona che li riceve, sono per l’utilità comune. Ognuno deve sentirsi arricchito dal carisma dell’altro. Da questo principio enunciato da Paolo nasce per ogni cristiano un problema serio di coscienza. Se il carisma dell’altro è per la mia utilità, posso io trascurarlo, posso non servirmene se esso mi è necessario?

Ignorare il carisma dell’altro, non servirsene, non volere che questo carisma porti frutti abbondanti è un peccato che si riversa contro di me. Se il carisma dell’altro è per me, privandomene, mi privo del nutrimento di cui necessito. Il rifiuto del carisma dell’altro, e soprattutto il rifiuto per motivi di cattiva coscienza del carisma altrui, mi pone in un serio pericolo di fallire nella mia vita cristiana, perché mi privo del sostegno e del nutrimento che il Signore mi ha posto accanto.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Lunedì, 28 Ottobre 2024 22:27

31a Domenica del Tempo Ordinario (B)

Sal 17 (18)

Questa monumentale ode, che il titolo attribuisce a Davide, è un Te Deum del re d'Israele, è il suo inno di ringraziamento a Dio perché è stato liberato da tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. Davide riconosce che solo Dio è stato il suo Liberatore, il suo Salvatore.

Davide inizia con una professione di amore (v. 2). Grida al mondo il suo amore per il Signore. La parola che usa è «rāḥam», significa amare molto teneramente, come nel caso dell'amore di una madre. Il Signore è la sua forza. Davide è debole in quanto uomo. Con Dio, che è la sua forza, lui è forte. È la forza di Dio che lo rende forte. Questa verità vale per ogni uomo. Ogni uomo è debole, e rimane tale se Dio non diviene la sua forza.

Dio per Davide è tutto (v. 3). Il Signore per Davide è roccia, fortezza. È il suo Liberatore. È la rupe in cui si rifugia. È lo scudo che lo difende dal nemico. Il Signore è la sua potente salvezza e il suo  baluardo. Il Signore è semplicemente la sua vita, la protezione, la difesa. È una vera dichiarazione di amore e di verità.

La salvezza di Davide è dal Signore (v. 4). Non è dal suo valore. Il Signore è degno di lode. Dio non si può non lodare. Fa tutto bene. A Davide è sufficiente che invochi il Signore e sarà salvato dai suoi nemici. Sempre il Signore risponde quando Davide lo invoca. La salvezza di Davide è dalla sua preghiera, dalla sua invocazione.

Poi Davide descrive da quali pericoli il Signore lo ha liberato. Lui era circondato da flutti di morte, come un uomo che sta per annegare travolto dalle onde. Era travolto da torrenti impetuosi. Da queste cose nessuno si può liberare da sé. Da queste cose solo il Signore libera e salva.

L’arma  vincente  di  Davide  è la  fede  che si  trasforma in preghiera accorata da elevare al Signore, perché solo il Signore poteva aiutarlo ed è a Lui che Davide grida nella sua angustia. Ecco  cosa  fa  Davide:  nell’angoscia  non  si  perde,  non  si abbatte, non smarrisce la sua fede, rimane integro. Trasforma la sua fede in preghiera. Invoca il Signore. Grida a Lui. A Lui chiede aiuto e soccorso. Dio ascolta la voce di Davide, l’ascolta dal suo tempio. Gli giunge il suo grido.

Dio si adira perché vede il suo eletto in pericolo. L’ira del Signore produce uno sconvolgimento di tutta la terra. La terra trema e si scuote. Le fondamenta dei  monti si scuotono. È come se un forte terremoto mettesse a soqquadro il globo terrestre. Il fatto spirituale viene tradotto in uno sconvolgimento della natura così profondo che si ha l'impressione che la creazione stessa stia per cessare di esistere. In questa catastrofe che incute terrore, il giusto viene tratto in salvo.

Il Signore libera Davide perché gli vuole bene. Ecco il segreto dell’esaudimento della preghiera: il Signore vuole bene a Davide (v. 20). Il Signore vuole bene a Davide perché Davide ama il Signore. La preghiera è una relazione di amore tra l'uomo e Dio. Davide invoca l'amore di Dio. L'amore di Dio risponde e lo trae in salvo.

«Integro sono stato con lui e mi sono guardato dalla colpa» (v. 24). La coscienza di Davide testimonia per lui. Davide ha pregato con coscienza retta, con cuore puro. Questo non lo dice solo a Dio, ma ad ogni uomo. Tutti devono sapere che il giusto è veramente giusto. Il mondo deve conoscere l'integrità dei figli di Dio. Noi abbiamo il dovere di confessarla. È sull’integrità che si possono costruire rapporti veramente umani. Senza integrità ogni rapporto si stringe sulla falsità e sulla menzogna.

«La via di Dio è diritta, la parola del Signore è provata al fuoco» (v. 31). Qual è il segreto perché Dio è con Davide? È il rimanere di Davide nella Parola di Dio. Davide ha una certezza: la via indicata dalla Parola di Dio è diritta. La si deve solo seguire. Questa certezza oggi manca nel cuore di molti. Molti non credono nella purezza della Parola di Dio. Molti pensano che ormai essa sia superata. La modernità non può stare sotto la Parola di Dio.

«Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?». Ora Davide professa la sua fede nel Signore per farla sapere a tutti. Vi è forse un altro Dio al di fuori del Signore? Solo Dio è il Signore. Solo Dio è la rupe di salvezza. Cercare un altro Dio è idolatria. Questa professione di fede va sempre fatta a voce alta (ricordiamoci del “Credo”). C'è bisogno di persone convinte. Una fede nascosta nel cuore è morta. Un seme posto nel terreno spunta fuori e rivela la natura dell’albero. La fede che è nel cuore deve spuntare fuori e rivelare la sua natura di verità, di santità, di giustizia, di amore e speranza. Una fede che non rivela la sua natura è morta. È una fede inutile.

«Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» (v. 51). In questo Salmo Davide si vede opera delle mani di Dio. Per questo lo benedice, lo loda, lo magnifica. La fedeltà e i grandi favori di Dio per Davide non finiscono con Davide. La fedeltà di Dio è per tutta la sua discendenza. Sappiamo che la discendenza di Davide è Gesù Cristo. Con Gesù Dio è fedelissimo in eterno. Con gli altri discendenti, Dio sarà fedele se essi saranno fedeli a Gesù Cristo.

Ecco dunque che scompare la figura di Davide per lasciare il posto a quella del re perfetto in cui si concentra l'azione salvifica che Dio offre al mondo. Alla luce di questa rilettura l'ode è entrata nella liturgia cristiana come un canto di vittoria di Cristo, il “figlio di Davide”, sulle forze del male e come inno della salvezza da lui offerta.

 

 

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The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
Dio non esclude nessuno […] Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi (Papa Benedetto)
«The Russian mystics of the first centuries of the Church gave advice to their disciples, the young monks: in the moment of spiritual turmoil take refuge under the mantle of the holy Mother of God». Then «the West took this advice and made the first Marian antiphon “Sub tuum Praesidium”: under your cloak, in your custody, O Mother, we are sure there» (Pope Francis)
«I mistici russi dei primi secoli della Chiesa davano un consiglio ai loro discepoli, i giovani monaci: nel momento delle turbolenze spirituali rifugiatevi sotto il manto della santa Madre di Dio». Poi «l’occidente ha preso questo consiglio e ha fatto la prima antifona mariana “Sub tuum praesidium”: sotto il tuo mantello, sotto la tua custodia, o Madre, lì siamo sicuri» (Papa Francesco)
The Cross of Jesus is our one true hope! That is why the Church “exalts” the Holy Cross, and why we Christians bless ourselves with the sign of the cross. That is, we don’t exalt crosses, but the glorious Cross of Christ, the sign of God’s immense love, the sign of our salvation and path toward the Resurrection. This is our hope (Pope Francis)
La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The basis of Christian construction is listening to and the fulfilment of the word of Christ (Pope John Paul II)
Alla base della costruzione cristiana c’è l’ascolto e il compimento della parola di Cristo (Papa Giovanni Paolo II)

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don Giuseppe Nespeca

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