Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Con il racconto della parabola del banchetto nuziale, dell’odierna pagina evangelica (cfr Mt 22,1-14), Gesù delinea il progetto che Dio ha pensato per l’umanità. Il re che «fece una festa di nozze per suo figlio» (v. 2), è immagine del Padre che ha predisposto per tutta la famiglia umana una meravigliosa festa di amore e di comunione intorno al suo Figlio unigenito. Per ben due volte il re manda i suoi servi a chiamare gli invitati ma questi rifiutano, non vogliono andare alla festa perché hanno altro a cui pensare: campi e gli affari. Tante volte anche noi anteponiamo i nostri interessi e le cose materiali al Signore che ci chiama – e ci chiama a una festa. Ma il re della parabola non vuole che la sala resti vuota, perché desidera donare i tesori del suo regno. Allora dice ai servi: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli» (v. 9). Così si comporta Dio: quando è rifiutato, invece di arrendersi, rilancia e invita a chiamare tutti quelli che si trovano ai crocicchi delle strade, senza escludere nessuno. Nessuno è escluso dalla casa di Dio.
Il termine originale che utilizza l’evangelista Matteo fa riferimento ai limiti delle strade, ossia quei punti in cui le strade di città terminano e iniziano i sentieri che conducono alla zona di campagna, fuori dall’abitato, dove la vita è precaria. È a questa umanità dei crocicchi che il re della parabola invia i suoi servi, nella certezza di trovare gente disposta a sedersi a mensa. Così la sala del banchetto si riempie di “esclusi”, quelli che sono “fuori”, di coloro che non erano mai sembrati degni di partecipare a una festa, a un banchetto nuziale. Anzi: il padrone, il re, dice ai messaggeri: “Chiamate tutti, buoni e cattivi. Tutti!”. Dio chiama pure i cattivi. “No, io sono cattivo, ne ho fatte tante …”. Ti chiama: “Vieni, vieni, vieni!”. E Gesù andava a pranzo con i pubblicani, che erano i peccatori pubblici, erano i cattivi. Dio non ha paura della nostra anima ferita da tante cattiverie, perché ci ama, ci invita. E la Chiesa è chiamata a raggiungere i crocicchi odierni, cioè le periferie geografiche ed esistenziali dell’umanità, quei luoghi ai margini, quelle situazioni in cui si trovano accampati e vivono brandelli di umanità senza speranza. Si tratta di non adagiarsi sui comodi e abituali modi di evangelizzazione e di testimonianza della carità, ma di aprire le porte del nostro cuore e delle nostre comunità a tutti, perché il Vangelo non è riservato a pochi eletti. Anche quanti stanno ai margini, perfino coloro che sono respinti e disprezzati dalla società, sono considerati da Dio degni del suo amore. Per tutti Egli apparecchia il suo banchetto: giusti e peccatori, buoni e cattivi, intelligenti e incolti. Ieri sera, sono riuscito a fare una telefonata a un anziano prete italiano, missionario dalla gioventù in Brasile, ma sempre lavorando con gli esclusi, con i poveri. E vive quella vecchiaia in pace: ha bruciato la sua vita con i poveri. Questa è la nostra Madre Chiesa, questo è il messaggero di Dio che va agli incroci dei cammini.
Tuttavia, il Signore pone una condizione: indossare l’abito nuziale. E torniamo alla parabola. Quando la sala è piena, arriva il re e saluta gli invitati dell’ultima ora, ma vede uno di loro senza l’abito nuziale, quella specie di mantellina che all’entrata ciascun invitato riceveva in dono. La gente andava come era vestita, come poteva essere vestita, non indossava abiti di gala. Ma all’entrata veniva loro data una specie di mantellina, un regalo. Quel tale, avendo rifiutato il dono gratuito, si è autoescluso: così il re non può fare altro che gettarlo fuori. Quest’uomo ha accolto l’invito, ma poi ha deciso che esso non significava nulla per lui: era una persona autosufficiente, non aveva alcun desiderio di cambiare o di lasciare che il Signore lo cambiasse. L’abito nuziale – questa mantellina – simboleggia la misericordia che Dio ci dona gratuitamente, cioè la grazia. Senza grazia non si può fare un passo avanti nella vita cristiana. Tutto è grazia. Non basta accettare l’invito a seguire il Signore, occorre essere disponibili a un cammino di conversione, che cambia il cuore. L’abito della misericordia, che Dio ci offre incessantemente, è un dono gratuito del suo amore, è proprio la grazia. E richiede di essere accolto con stupore e con gioia: “Grazie, Signore, per avermi dato questo dono”.
Maria Santissima ci aiuti a imitare i servi della parabola evangelica nell’uscire dai nostri schemi e dalle nostre vedute ristrette, annunciando a tutti che il Signore ci invita al suo banchetto, per offrirci la grazia che salva, per darci il suo dono.
[Papa Francesco, Angelus 11 ottobre 2020]
(Moneta unica e smart working: l’Amore)
(Mt 20,1-16)
Nell'atrio del tempio di Gerusalemme, il rampicante del portale era simbolo dei doni che il popolo era chiamato a presentare a Dio: accoglienza reciproca, comprensione, condivisione... per la felicità di tutti.
Ovvio che entrare all'inizio della giornata (ossia, della nostra esistenza) in questa logica dell'amore è meglio che entrare all'ultima ora.
Essere in comunione con Dio, stare nella sua Vigna e aver avuto la grazia di non perdere neppure un istante di vita senza la sua Presenza è un «portare il peso» o viceversa un piacere?
I credenti della prima ora si sentono profondamente offesi, perché sotto sotto identificano il “vantaggio” con ciò che si sono sempre negati.
Pensano il “godersi la vita” allo stesso modo dei pagani! Il lavoro è infatti... «sopportato» [v.12: notare il verbo!].
Ebbene, Dio non ha operai a stipendio: solo figli; nessun subalterno. E nessuno di noi è trascurabile per “inefficienza”.
Quello dei modelli è un effetto bloccante; legato a paragoni insignificanti.
Non in sincronia profonda con se stessi [vv.6-7].
Il Vangelo di Mt nasce da comunità siro-palestinesi, le quali iniziavano a fare esperienza di pagani e peccatori che accorrevano numerosi e stavano diventando maggioranza numerica.
L’atteggiamento dei forestieri che si presentavano alle porte delle comunità era molto più libero di quello dei veterani imbarazzati.
La nuova mentalità, sciolta da vincoli, provocava gelosie tra coloro che erano abituati a scrutare la vita altrui - quasi per dovere religioso.
In fondo, quella dei principianti e ‘meticci’ che volevano iniziare un cammino d’amore non era che un riflesso della fluidità sovrabbondante dei Doni divini.
‘Gratis’: comunicato senza diffidenze né esclusioni; non sulla base di meriti precedenti, bensì senza necessario contraccambio - e in forza del solo bisogno.
Pertanto, il brano di oggi resta un Richiamo forte.
L’importanza del lavoro induce il Padrone a non mandare il suo fattore (!) di cui sa purtroppo di non potersi fidare pienamente.
Egli stesso esce ripetutamente e non vuole interferenze dirigiste, nel chiamare personalmente gli operai.
Unico a capire: non è mai troppo tardi!
L’insegnamento è appunto per i responsabili di comunità, i quali spesso non si accollano l’onere di scomodarsi da casa alla continua ricerca di tutti, e adattarsi loro a persone e vicende.
Il Padre vuole invece una Famiglia (Vigna) che presenti al mondo il dolce e zuccherino frutto della Festa - unica cosa davvero importante, principio non negoziabile.
Così, ai sempre morbosi primi della classe il Signore continua a fare un “dispetto” assai educativo.
Già in vita devono scoprire che Egli non discrimina sulla base di percentuali redditizie esterne, o altrui stati mentali negativi.
“Paga” tutti senza riserve e con «moneta» unica: la sua Persona. Nessun pilota automatico è abilitato a turbare il nostro respiro.
Conta l’anima, non il curriculum o la prestazione.
[Mercoledì 20.a sett. T.O. 20 agosto 2025]
Non è mai troppo tardi (Moneta unica e smart working: l’Amore)
(Mt 20,1-16)
Nell'atrio del tempio di Gerusalemme, il rampicante del portale era simbolo dei doni che il popolo era chiamato a presentare a Dio: accoglienza reciproca, comprensione, condivisione... per la felicità di tutti.
Ovvio che entrare all'inizio della giornata (ossia, della nostra esistenza) in questa logica dell'amore è meglio che entrare all'ultima ora.
Invece: «Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?» [v.19 testo greco].
Ma essere in comunione con Dio, stare nella sua Vigna e aver avuto la grazia di non perdere neppure un istante di vita senza la sua Presenza è un «portare il peso» o viceversa un piacere?
Ma che domanda ingenua... certo, le questioni in ballo sono queste e sono profonde, ma anche altre. Allora chiediamoci: in ciò che facciamo, quanto conta il teatro esteriore? Così tanto?
I credenti della ‘prima ora’ si sentono profondamente offesi, perché sotto sotto identificano il “piacere” o il “vantaggio” con ciò che si sono sempre negati a forza. Forse per una questione di look sociale perbenista, o per malinteso senso di Dio; in ogni caso, artificiosamente.
Essi pensano il “godersi la vita” allo stesso modo dei pagani! Il lavoro è infatti... «sopportato» [v.12: notare il verbo!].
I loro sentimenti inespressi sono ugualmente poco pii... ma i primi della classe restano più abili di altri a sfruttare il paravento dell’appartenenza certificata da tempo, per mascherarsi dietro lo zelo di rinunce, opere, sudori, procedure, prescrizioni, esibizioni, e migliori performances.
Ebbene, Dio non ha operai a stipendio: solo figli; nessun subalterno.
Nessuno di noi è trascurabile per “inefficienza” - sulla base della vecchia idea di appartenenza comprovata: il ritmo disumano, i volumi produttivi, lo sforzo, il rendimento... gli straordinari extra...
Quello dei modelli è un effetto bloccante; legato a paragoni insignificanti, vita stressante, di corsa (e troppo impegnata) - tutto sotto influsso esterno.
Non in sincronia profonda con se stessi [vv.6-7: «”Perché state qui tutto il giorno inoperosi?”. Gli dicono: “Perché nessuno ci ha preso a giornata”. Dice loro: “Andate anche voi nella Vigna”»].
Al Padre interessa solo la Felicità personale e la Gioia dell’Amore: unico Frutto gustoso; non il mucchio di opere esterne, non il gran volume dei tanti e tanti “frutti” - spesso purtroppo immangiabili.
È l’esito del mondo nuovo, rovesciato.
Siamo tutti egualmente protagonisti e leaders, anche se a qualche habitué “interno” il nostro contributo appare frammentario, inefficiente - e ci valuta poco “coinvolti” (magari nei ‘costumi’); affatto “regolari” - con occhio torvo e presuntuoso.
La recente esperienza dello smart working durante la crisi sanitaria ha fatto emergere il peso specifico degli “ultimi arrivati”: persone meno legate alla produzione, meno estroverse e meno capaci di comando, ma forse più riflessive e profonde, più rispettose della preziosità del loro stesso lavoro; meno esteriori o esibizioniste, più collaborative.
Lo svantaggioso è diventato favorevole!
Il Vangelo di Mt nasce da comunità siro-palestinesi, le quali iniziavano a fare esperienza di pagani e peccatori che accorrevano numerosi e stavano diventando maggioranza numerica.
Tutto ciò, con grande scandalo sia degli ambienti farisaici che giudeo cristiani - i quali ora si mostravano avversari dei nuovi.
Insomma, i veterani iniziavano a comportarsi come fossero “farisei” di ritorno, legati alle opere di legge e all’antico bagaglio etnico-culturale.
Così il Maestro li tratta - perché si ostinavano a non ascoltare la marea di persone un tempo lontane, le quali ora porgevano novità. E [proprio loro, senza grande pratica di opere devote] aprivano ai reduci un cammino di Esodo, di Liberazione dalle convinzioni dei padri.
L’atteggiamento dei forestieri e “frammisti” che si presentavano alle porte delle fraternità era molto più libero e focoso di quello degli anziani di comunità, giudaizzanti.
La loro mentalità sciolta da vincoli iniziava a provocare gelosie tra coloro che - quasi per dovere religioso - erano abituati a scrutare la vita altrui con sospetto.
In fondo, quella dei principianti e “meticci” che volevano iniziare un cammino d’amore non era che un riflesso della fluidità sovrabbondante dei Doni divini.
‘Gratis’ comunicato senza diffidenze, né esclusioni: non sulla base di meriti precedenti, bensì gratuitamente e in forza del solo bisogno.
Possiamo sperimentare oggi dal vivo le identiche dinamiche di contrapposizione, fra nuovi consanguinei su base di Fede e i consuetudinari [più preoccupati dei loro posti fissi e posizioni di primato “faticosamente” conquistate].
Ma grazie alla Parola (v.15b) questi ultimi ormai li riconosciamo: dal giudizio e dalle maniere. Né mai vogliono lasciar andare un passato finito, o il loro “nuovo” mondo sofisticato d’ipotesi cerebrali alla moda.
Quando Dio “buono” li smaschera, mettendone in luce il pregiudizio, essi restano con l’occhio obliquo e cattivo del falso paternalismo.
Ma si tratta di uno sguardo maligno solo a fini intimidatori - per invidia e “lesa maestà”, non per educarci.
Così s’illudono di non farsi capire e continuare a sterilizzare o pilotare, ridicolizzando l’Amore [anche per toglierci dai piedi - onde evitare il pericolo di esser messi in ombra] per inettitudine, e dallo stesso svolgersi normale della vita.
Pertanto, il brano di oggi resta dopo tanti secoli, un Richiamo forte.
L’importanza del lavoro induce il Padrone a non mandare il suo fattore (!) di cui sa purtroppo di non potersi fidare pienamente.
Egli stesso esce ripetutamente e non vuole interferenze dirigiste, nel chiamare personalmente gli operai.
Unico a capire: non è mai troppo tardi!
L’insegnamento è appunto per i responsabili di comunità, i quali spesso non si accollano l’onere di scomodarsi da casa alla continua ricerca di tutti, e adattarsi loro a persone e vicende.
Il Padre vuole invece una Famiglia (Vigna) che presenti al mondo il dolce e zuccherino frutto della Festa - unica cosa davvero importante, principio non negoziabile.
Così, ai sempre morbosi primi della classe il Signore continua a fare un “dispetto” assai educativo.
Già in vita devono scoprire che Egli non discrimina sulla base di percentuali redditizie esterne, o altrui stati mentali negativi.
“Paga” tutti senza riserve e con «moneta» unica: la sua Persona. Nessun pilota automatico è abilitato a turbare il nostro respiro.
Conta l’anima, non il curriculum o la prestazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In cosa ritieni incomprensibile la Volontà di Dio, o piuttosto la mentalità commerciale, cupa e squadrata (ricoperta di doveri, tristezza, fatica e dolore) dei suoi investigatori?
Cari fratelli e sorelle,
forse ricorderete che quando, nel giorno della mia elezione, mi rivolsi alla folla in Piazza San Pietro, mi venne spontaneo presentarmi come un operaio della vigna del Signore. Ebbene, nel Vangelo di oggi (cfr Mt 20,1-16a), Gesù racconta proprio la parabola del padrone della vigna che a diverse ore del giorno chiama operai a lavorare nella sua vigna. E alla sera dà a tutti la stessa paga, un denaro, suscitando la protesta di quelli della prima ora. E’ chiaro che quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi". Un primo messaggio di questa parabola sta nel fatto stesso che il padrone non tollera, per così dire, la disoccupazione: vuole che tutti siano impegnati nella sua vigna. E in realtà l’essere chiamati è già la prima ricompensa: poter lavorare nella vigna del Signore, mettersi al suo servizio, collaborare alla sua opera, costituisce di per sé un premio inestimabile, che ripaga di ogni fatica. Ma lo capisce solo chi ama il Signore e il suo Regno; chi invece lavora unicamente per la paga non si accorgerà mai del valore di questo inestimabile tesoro.
A narrare la parabola è san Matteo, apostolo ed evangelista, di cui tra l’altro ricorre proprio oggi la festa liturgica. Mi piace sottolineare che Matteo, in prima persona, ha vissuto questa esperienza (cfr Mt 9,9). Egli infatti, prima che Gesù lo chiamasse, faceva di mestiere il pubblicano e perciò era considerato pubblico peccatore, escluso dalla "vigna del Signore". Ma tutto cambia quando Gesù, passando accanto al suo banco delle imposte, lo guarda e gli dice: "Seguimi". Matteo si alzò e lo seguì. Da pubblicano diventò immediatamente discepolo di Cristo. Da "ultimo" si trovò "primo", grazie alla logica di Dio, che – per nostra fortuna! – è diversa da quella del mondo. "I miei pensieri non sono i vostri pensieri – dice il Signore per bocca del profeta Isaia –, / le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8). Anche san Paolo, del quale stiamo celebrando un particolare Anno giubilare, ha sperimentato la gioia di sentirsi chiamato dal Signore a lavorare nella sua vigna. E quanto lavoro ha compiuto! Ma, come egli stesso confessa, è stata la grazia di Dio a operare in lui, quella grazia che da persecutore della Chiesa lo trasformò in apostolo delle genti. Tanto da fargli dire: "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno". Subito però aggiunge: "Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere" (Fil 1,21-22). Paolo ha compreso bene che operare per il Signore è già su questa terra una ricompensa.
La Vergine Maria, che una settimana fa ho avuto la gioia di venerare a Lourdes, è tralcio perfetto della vigna del Signore. Da lei è germogliato il frutto benedetto dell’amore divino: Gesù, nostro Salvatore. Ci aiuti Lei a rispondere sempre e con gioia alla chiamata del Signore, e a trovare la nostra felicità nel poter faticare per il Regno dei cieli.
[Papa Benedetto, Angelus 21 settembre 2008]
6. Un’altra parabola ci fa capire che non è mai troppo tardi per entrare nella Chiesa. L’invito di Dio può essere rivolto all’uomo sino all’ultimo momento della vita. È la nota parabola degli operai della vigna: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna” (Mt 20, 1). Uscì poi ancora alcune volte in diverse ore del giorno, fino all’ultima ora. E a tutti fu dato un salario nel quale, oltre il limite del rapporto di stretta giustizia, il padrone volle manifestare tutto il suo generoso amore.
Viene in mente, a questo riguardo, il commovente episodio, narrato dall’evangelista Luca, sul “buon ladrone” crocifisso accanto a Gesù sul Golgota. A lui l’invito si è manifestato come iniziativa misericordiosa di Dio, mentre diceva ormai quasi spirando: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Egli udì dalla bocca del Redentore-Sposo, condannato alla morte in croce: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 42-43).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 18 settembre 1991]
L’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) narra la parabola dei lavoratori chiamati a giornata dal padrone della vigna. Attraverso questo racconto, Gesù ci mostra il sorprendente modo di agire di Dio, rappresentato da due atteggiamenti del padrone: la chiamata e la ricompensa.
Prima di tutto la chiamata. Per cinque volte il padrone di una vigna esce in piazza e chiama a lavorare per lui: alle sei, alle nove, alle dodici, alle tre e alle cinque del pomeriggio. È toccante l’immagine di questo padrone che esce a più riprese sulla piazza a cercare lavoratori per la sua vigna. Quel padrone rappresenta Dio che chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora. Dio agisce così anche oggi: continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitare a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare. Egli non sta rinchiuso nel suo mondo, ma “esce”: Dio sempre è in uscita, cercando noi; non è rinchiuso: Dio esce. Esce continuamente alla ricerca delle persone, perché vuole che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore.
Anche le nostre comunità sono chiamate ad uscire dai vari tipi di “confini” che ci possono essere, per offrire a tutti la parola di salvezza che Gesù è venuto a portare. Si tratta di aprirsi ad orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo. La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita; e quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa. E perché queste malattie nella Chiesa? Perché non è in uscita. E’ vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura. Dio esce sempre, perché è Padre, perché ama. La Chiesa deve fare lo stesso: sempre in uscita.
Il secondo atteggiamento del padrone, che rappresenta quello di Dio, è il suo modo di ricompensare i lavoratori. Come paga, Dio? Il padrone si accorda per «un denaro» (v. 2) con i primi operai assunti al mattino. A coloro che si aggiungono in seguito invece dice: «Quello che è giusto ve lo darò» (v. 4). Al termine della giornata, il padrone della vigna ordina di dare a tutti la stessa paga, cioè un denaro. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino sono sdegnati e si lamentano contro il padrone, ma lui insiste: vuole dare il massimo della ricompensa a tutti, anche a quelli che sono arrivati per ultimi (vv. 8-15). Sempre Dio paga il massimo: non rimane a metà pagamento. Paga tutto. E qui si capisce che Gesù non sta parlando del lavoro e del giusto salario, che è un altro problema, ma del Regno di Dio e della bontà del Padre celeste che esce continuamente a invitare e paga il massimo a tutti.
Infatti, Dio si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità, guarda alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio. Il suo agire è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella Grazia. Tutto è Grazia. La nostra salvezza è Grazia. La nostra santità è Grazia. Donandoci la Grazia, Egli ci elargisce più di quanto noi meritiamo. E allora, chi ragiona con la logica umana, cioè quella dei meriti acquistati con la propria bravura, da primo si trova ultimo. “Ma, io ho lavorato tanto, ho fatto tanto nella Chiesa, ho aiutato tanto, e mi pagano lo stesso di questo che è arrivato per ultimo”. Ricordiamo chi è stato il primo santo canonizzato nella Chiesa: il Buon Ladrone. Ha “rubato” il Cielo all’ultimo momento della sua vita: questo è Grazia, così è Dio. Anche con tutti noi. Invece, chi cerca di pensare ai propri meriti, fallisce; chi si affida con umiltà alla misericordia del Padre, da ultimo – come il Buon Ladrone – si trova primo (cfr v. 16).
Maria Santissima ci aiuti a sentire ogni giorno la gioia e lo stupore di essere chiamati da Dio a lavorare per Lui, nel suo campo che è il mondo, nella sua vigna che è la Chiesa. E di avere come unica ricompensa il suo amore, l’amicizia con Gesù.
[Papa Francesco, Angelus 20 settembre 2020]
Assunzione della Beata Vergine Maria [15 Agosto 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Per la Festa dell’Assunzione ho elaborato diversi testi perché sono passaggi biblici che tornano spesso nelle feste mariane e quindi possono spero risultare utili per incontri, catechesi e meditazioni. Auguro di cuore una santa e serena festa dell’Assunzione di Maria a voi tutti.
*Prima Lettura dal Libro dell’Apocalisse (11, 19a; 12, 1-6a. 10ab)
La prima frase che leggiamo è la conclusione del capitolo 11 dell’Apocalisse, che preannuncia la fine dei tempi e la vittoria di Dio su tutte le forze del male, come già detto al v.15: “Nel cielo si alzarono voci potenti che dicevano: Il regno del mondo appartiene ormai al nostro Signore e al suo Cristo, ed egli regnerà nei secoli dei secoli”. Per esprimere questo messaggio di vittoria, come sempre nell’Apocalisse, san Giovanni usa numerose immagini: abbiamo visto, in successione, l’Arca dell’Alleanza e tre personaggi: la donna, il drago, poi il neonato..L’Arca dell’Alleanza richiama la famosa arca, lo scrigno di legno dorato che accompagnava il popolo durante l’Esodo sul Sinai e che ricordava costantemente al popolo d’Israele l’Alleanza con Dio. In verità l’arca era scomparsa al tempo dell’esilio a Babilonia; si raccontava che Geremia l’avesse nascosta da qualche parte sul monte Nebo (2 Mac 2,8) e si credeva che sarebbe riapparsa al momento della venuta del Messia. Giovanni la vede riapparire: “Si aprì il tempio di Dio, che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua Alleanza” (11,19). Questo è il segno che la fine dei tempi è giunta: l’alleanza eterna di Dio con l’umanità è finalmente compiuta in modo definitivo. Poi appare “una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta, gridava per le doglie e il travaglio del parto”. Chi rappresenti questa donna? L’Antico Testamento ci dà la chiave, perché spesso il rapporto tra Dio e Israele è descritto in termini nuziali come in Osea (2,21-22), mentre Isaia sviluppa il tema delle nozze fino a presentare la venuta del Messia come un parto, poiché è da Israele che deve nascere il Messia (66,7-8). La donna qui descritta rappresenta il popolo eletto che genera il Messia: un parto doloroso per i discepoli di Cristo perseguitati ai quali Giovanni dice: state partorendo l’umanità nuova. Il secondo personaggio è il drago, posto davanti alla donna per divorare il figlio appena nato, che indica la lotta delle forze del male contro il progetto di Dio. Per i cristiani perseguitati ai quali l’Apocalisse si rivolge, la parola “drago” non è esagerata e la descrizione impressionante rivela la violenza che li colpisce: il drago è enorme, rosso fuoco, con sette teste e dieci corna, e sulle teste sette diademi. Teste e corna rappresentano intelligenza e potenza, i diademi indicano il potere imperiale che mostra una reale capacità di nuocere trascinando un terzo delle stelle del cielo e le scaglia sulla terra. Solo un terzo però per cui non è una vera vittoria, e il resto del testo dirà che il potere del male è solo provvisorio. Ed ecco l’infante: “La donna partorì un figlio, un maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro”: si tratta chiaramente del Messia e allude a una frase del Salmo 2: “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti, in possesso le estremità della terra. Le spezzerai con scettro di ferro” (Sal 2,7-9). “Il figlio fu rapito verso Dio e verso il trono” simbolo della risurrezione di Cristo, che i cristiani consideravano il Primogenito, ormai seduto alla destra di Dio. I cristiani vivono in un mondo difficile, ma sono certi della protezione di Dio: questo è il significato del deserto, che richiama ancora una volta l’esodo, durante il quale Dio non ha mai cessato di prendersi cura del suo popolo e per questo possono stare tranquilli: se il drago ha fallito nel cielo, non potrà vincere nemmeno sulla terra. Ai primi cristiani duramente perseguitati l’Apocalisse annuncia la vittoria: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo” (Ap 12,10).
Complementi 1.La lettura liturgica non propone la fine di Ap 11,19, ma vale la pena leggerla: la scena descritta (lampi, voci, tuoni, terremoto) richiama il momento della conclusione dell’Alleanza sul Sinai. «Allora ci furono lampi, voci, tuoni, un terremoto e una forte grandine» (Ap 11,19), da confrontare con: «Il terzo giorno, al mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sulla montagna e un suono fortissimo di tromba» (Es 19,16).
2. l’Apocalisse si rivolge a cristiani perseguitati per sostenerli nella prova: il suo contenuto, dall’inizio alla fine, è messaggio di vittoria; ma tutto è codificato per cui va decifrato e in effetti, fin dalle prime parole, l’autore afferma che il drago non potrà ostacolare la salvezza di Dio. Riguardo allo scettro di ferro del Messia, ci aiuta a capire la profezia di Balaam (Nm 24,17). Una rilettura cristiana successiva ha applicato la visione della donna alla Vergine Maria e per questo la liturgia ci propone questo testo nella festa dell’Assunzione di Maria perché lei è la prima a beneficiare del trionfo di Cristo. Questa lotta del drago contro la donna richiama il racconto della Genesi: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15). Testo che offre una bellissima definizione della salvezza: la forza e la regalità del nostro Dio (Ap 12,10).
*Salmo responsoriale (44 /45, 11-16)
Oggi leggiamo solo la seconda parte del Salmo 44/45, che si rivolge alla sposa del re di Gerusalemme, nel giorno delle sue nozze. La prima parte del salmo parla del re stesso, coperto di elogi per le sue virtù a cui viene promesso un regno glorioso e che Dio stesso ha scelto. La seconda parte, nella festa dell’Assunzione, si rivolge alla giovane principessa che sta per diventare la sposa del re. A un primo livello, dunque, questo salmo sembra descrivere nozze regali: il re d’Israele si unisce a una principessa straniera per suggellare l’alleanza tra due popoli, caso frequente in Israele come altrove. Nella storia dell’umanità, si sono viste molte alleanze politiche sancite da matrimoni. Ma, poiché la religione di Israele è un’Alleanza esclusiva con l’unico Dio, ogni giovane straniera che diventava regina a Gerusalemme doveva accettare una condizione particolare: sposare anche la religione del re. Concretamente, in questo salmo, la principessa che viene da Tiro — come ci viene detto — e che viene introdotta alla corte del re d’Israele, dovrà rinunciare alle pratiche idolatriche per essere degna del suo nuovo popolo e del suo sposo: “Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre”. Questo fu un problema cruciale al tempo del re Salomone, che aveva sposato donne straniere, e quindi pagane e più tardi, al tempo del re Acab e della regina Gezabele: ricordiamo il grande scontro del profeta Elia contro i numerosi sacerdoti e profeti di Baal che Gezabele aveva portato con sé alla corte di Samaria. Ma, per chi sa leggere tra le righe, questi consigli dati alla principessa di Tiro in realtà sono rivolti a Israele: lo sposo regale descritto nel salmo non è altri che Dio stesso, e questa “figlia di re, condotta tutta adorna verso il suo sposo” è il popolo d’Israele ammesso all’intimità con il suo Dio. Ancora una volta, colpisce l’audacia degli autori dell’Antico Testamento nel descrivere la relazione tra Dio e il suo popolo, e, attraverso di esso, con tutta l’umanità. Il profeta Osea, per primo, paragonò Israele a una sposa (Os 2,16…18). Dopo di lui, Geremia, Ezechiele, il secondo e il terzo Isaia hanno sviluppato il tema delle nozze tra Dio e il suo popolo;e nei loro testi ritroviamo tutto il vocabolario nuziale: i nomi affettuosi, l’abito da sposa, la corona nuziale, la fedeltà (cf Ger 2,2; Is 62,5). Purtroppo, questa sposa, troppo umana, fu spesso infedele, cioè idolatra e gli stessi profeti definiranno le infedeltà del popolo come adultèri, cioè come ritorni all’idolatria. Il linguaggio allora si precisa: gelosia, adulterio, prostituzione, ma anche riconciliazione e perdono, perché Dio resta sempre fedele. Isaia, per esempio, parla delle deviazioni di Israele come una delusione amorosa nel celebre canto della vigna (Is 5,1-7; 54,4-10). L’idolatria occupa tanto spazio nei discorsi dei profeti perché l’alleanza tra Dio e l’umanità, questo progetto salvifico, passa attraverso la fedeltà d’Israele. Israele lo sa: la sua elezione non è esclusiva, ma solo restando fedele al Dio unico potrà compiere la sua vocazione di testimone presso tutte le nazioni. In Maria la Bibbia osa affermare che Dio ha chiesto in sposa l’umanità intera. Celebrando l’Assunzione di Maria e la sua introduzione nella gloria di Dio, intuiamo in anticipo l’ingresso dell’intera umanità, sulle sue orme, nell’intimità con il suo Dio.
Seconda Lettura dalla prima Lettera di san Paolo ai Corinti (1 Cor 15, 20 - 27a)
La liturgia ci propone oggi una meditazione di Paolo sulla risurrezione di Cristo, in contrasto con la morte di Adamo. Abbiamo dunque una pista di riflessione: che cosa hanno in comune Cristo e Maria? E che cosa invece non ha Adamo? Il vangelo della Visitazione ci fa contemplare in Maria colei che ha creduto e ha accettato di entrare nel progetto di Dio, senza capire tutto. La sua risposta all’Angelo è il modello dei credenti: “Avvenga di me secondo la tua parola (Lc 1,38), sono la serva del Signore pronta a mettere la vita al servizio dell’opera di Dio. Nel Magnificat Maria rivela le sue preoccupazioni più profonde rileggendo la propria vita alla luce del grande progetto di Dio per il suo popolo, a favore di Abramo e della sua discendenza per sempre, come aveva promesso ai padri. Fin dall’inizio, nella Bibbia, si era compreso che questa è l’unica cosa che Dio ci chiede: essere pronti a dire: Eccomi. Abramo, Mosè, Samuele – chiamati da Dio – seppero rispondere così. E grazie a loro, l’opera di Dio ha potuto compiere ogni volta un passo avanti. Il Nuovo Testamento propone come esempio Gesù Cristo che nel racconto delle Tentazioni, risponde alle seduzioni del tentatore con le sole parole della fede. E se ci insegna a dire, nel Padre Nostro, sia fatta la tua volontà, è perché questo è il suo pensiero centrale come dice ai discepoli nell’episodio della Samaritana: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). Nel Getsemani, non si smentisce: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). E l’autore della Lettera agli Ebrei riassume così tutta la vita di Gesù: «Entrando nel mondo, Cristo dice: Ecco, io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,5…10). Se in ogni tempo e in ogni circostanza Gesù si sottomette alla volontà del Padre, è perché si fida. Anche di lui si potrebbe dire:«Beato colui che ha creduto…».La sua risurrezione dimostra che la via della fede è davvero la via della vita, anche se passa attraverso la morte fisica. Nella Lettera ai Romani e in quella ai Corinzi, Paolo contrappone il comportamento di Cristo a quello di Adamo: Adamo è colui al quale tutto è stato offerto – l’albero della vita, il dominio sul creato – ma non ha creduto alla benevolenza di Dio rifiutando di sottomettersi ai sui comandamenti. L’apostolo non vuole raccontare cosa sarebbe successo se Adamo non avesse peccato, ma intende ricordarci che esiste una sola via che conduce alla vita e c’introduce nella gioia di Dio. Adamo volta le spalle all’albero della vita quando comincia a dubitare di Dio e Paolo lo dice al presente, perché per lui Adamo non è un uomo del passato, ma un un modo di essere uomini. Come osservano i rabbini: Ognuno è Adamo per sé stesso. Si comprende allora meglio l’affermazione di Paolo che in Adamo tutti muoiono cioè, comportandoci come Adamo, ci allontaniamo da Dio e ci separiamo dalla vita vera che Egli vuole donarci in abbondanza. Al contrario, scegliere la via della fiducia, come ha fatto Cristo, a qualsiasi costo, è entrare la vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Conoscere, nel linguaggio biblico, significa credere, amare, fidarsi. Paolo asserisce che in Cristo tutti torneranno alla vita innestandosi in lui, adottando cioè il suo stesso modo di vivere. L’odierna festa dell’Assunzione di Maria ci aiuta a contemplare la realizzazione del progetto di Dio sull’uomo, quando non viene ostacolato. Maria pienamente umana non ha agito come Adamo ed esprime il destino che ogni uomo avrebbe avuto se non ci fosse stata la caduta dei progenitori. Come ogni essere umano, ha conosciuto l’invecchiamento e un giorno ha lasciato questa vita addormentandosi nel Signore: è la “Dormizione” della Vergine. Possiamo dunque affermare due semplici verità: Il nostro corpo non è programmato per durare eternamente così com’è sulla terra e Maria, tutta pura e piena di grazia, si è addormentata. Adamo però ha ostacolato il progetto di Dio e la trasformazione del corpo che avremmo potuto conoscere, cioè la dormizione, è diventata morte con il suo seguito di sofferenze e fragilità perché la morte che tanto ci fa soffrire, è entrata nel mondo a causa del peccato. Ma là dove è entrata la forza della morte Dio ridà la vita: Gesù è ucciso dall’odio degli uomini, ma il Padre lo risuscita, il primo dei risorti che ci fa entrare nella vera vita, in cui regna l’amore. Elisabetta dice a Maria: “Beata colei che ha creduto…”;Gesù applica questa beatitudine a tutti coloro che credono: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21).
NOTA Quando il Risorto apparve a Saulo di Tarso sulla via di Damasco, la regalità di Cristo si impose a lui come una evidenza e questa certezza abiterà tutte le sue parole, tutti i suoi pensieri perché per lui Cristo, vincitore della morte, è anche il vincitore di tutte le forze del male, il Messia atteso da secoli. Per questo, in tutte le sue lettere si riconoscono le espressioni dell’attesa messianica del tempo: “Tutto sarà compiuto quando Cristo consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver distrutto tutte le potenze del male”;oppur “Egli deve regnare finché non avrà posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi”, come leggiamo nel Salmo 110 (109).
Dal vangelo secondo Luca (1, 39 – 56)
Dopo i racconti dell’Annunciazione a Zaccaria per la nascita di Giovanni Battista, a Maria per la nascita di Gesù segue l’episodio della “Visitazione” che ha l’aspetto di un racconto familiare, ma non bisogna lasciarsi ingannare: in realtà, Luca sta scrivendo un’opera profondamente teologica. Bisogna dare tutto il peso alla frase centrale: “Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce”: E’ lo Spirito Santo a parlare per annunciare, fin dall’inizio del vangelo, quella che sarà la grande notizia di tutto il racconto di Luca: colui che è stato appena concepito è il Signore. Elisabetta proclama: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo”: Dio agisce in te e per mezzo di te, agisce nel Figlio che porti in grembo e per mezzo di lui. Come sempre, lo Spirito Santo permette di scoprire, nella nostra vita e in quella degli altri — di tutti gli altri — la traccia dell’opera di Dio. Luca certamente non ignora che la frase di Elisabetta, «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo», riprende almeno in parte una frase dell’Antico Testamento che si trova nel libro di Giuditta (Gdt 13,18-19): quando Giuditta torna dall’accampamento nemico, dove ha decapitato il generale Oloferne, viene accolta nel suo campo da Ozia che le dice: «Tu sei benedetta fra tutte le donne e benedetto è il Signore Dio». Maria viene quindi paragonata a Giuditta. E il parallelo tra le due frasi suggerisce due cose: il riprendere l’espressione benedetta fra tutte le donne fa intendere che Maria è la donna vittoriosa che garantisce all’umanità la vittoria definitiva sul male; quanto alla parte finale (per Giuditta: benedetto è il Signore Dio, per Maria: benedetto il frutto del tuo grembo), annuncia che il frutto del grembo di Maria è il Signore stesso. Dunque, questo racconto di Luca non è un semplice aneddoto e si può confrontare la forza delle parole di Elisabetta con il mutismo di Zaccaria. Piena di Spirito Santo, Elisabetta ha la forza di parlare; Zaccaria resta muto perché aveva dubitato delle parole dell’angelo che gli annunciavano la nascita di Giovanni Battista. Anche Giovanni Battista manifesta la sua gioia: Elisabetta dice che egli “ha sussultato di gioia” appena ha udito la voce di Maria e anche lui è pieno di Spirito Santo, come aveva annunciato l’angelo a Zaccaria: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita. Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno per la sua nascita… egli sarà pieno di Spirito Santo fin dal grembo materno”. Elisabetta si domanda: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”. Anche qui c’è un richiamo a un episodio dell’Antico Testamento: l’arrivo dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme (2 Sam 6, 2-11). Dopo essersi stabilito come re a Gerusalemme e aver costruito un palazzo degno del re d’Israele, Davide decide di far salire l’Arca dell’Alleanza nella nuova capitale. Ma è diviso tra fervore e timore. All’inizio c’è una tappa vissuta con gioia: “Davide radunò tutta l’élite d’Israele, trentamila uomini. Si mise in cammino con tutto il popolo… per far salire l’arca di Dio sul quale è invocato il Nome, il Nome del Signore degli eserciti che siede sui cherubini…”. Ma accade un incidente: un uomo che tocca l’arca senza esserne autorizzato muore all’istante.Allora la paura ha il sopravvento su Davide, che esclama: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?”. Il viaggio si interrompe: Davide preferisce lasciare l’arca nella casa di un certo Obed-Edom, dove rimane tre mesi, portando benedizioni su quella casa. Davide si rassicura: “Fu detto al re Davide: il Signore ha benedetto la casa di Obed-Edom e tutto ciò che gli appartiene, a causa dell’arca di Dio” e fa salire l’arca a Gerusalemme con grande gioia, danzando con tutte le sue forze davanti al Signore. È evidente che Luca ha voluto accumulare nel racconto della Visitazione molti dettagli che richiamano questa salita dell’arca: i due viaggi, quello dell’arca e quello di Maria, avvengono nella stessa regione, i monti di Giudea; l’arca entra nella casa di Obed-Edom e porta benedizione (2 Sam 6,12), Maria entra nella casa di Zaccaria ed Elisabetta e porta benedizione; l’arca resta tre mesi da Obed-Edom, Maria rimane tre mesi da Elisabetta; Davide danza davanti all’arca e Giovanni Battista salta di gioia davanti a Maria. Tutto ciò non è casuale. Luca ci invita a contemplare in Maria la nuova Arca dell’Alleanza. E l’arca era il luogo della Presenza di Dio. Maria porta in sé, misteriosamente, questa Presenza di Dio: d’ora in poi Dio abita la nostra umanità. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Tutto questo, grazie alla fede di Maria: Alle parole di Elisabetta Maria intona il Magnificat.
NOTA SUL MAGNIFICAT. In questa pagina di Luca, troviamo tantissimi riferimenti ad altri testi biblici e si possono riconoscere frammenti di molti salmi in quasi tutte le frasi. Questo significa che Maria non ha inventato le parole della sua preghiera: per esprimere il suo stupore davanti all’azione di Dio, riprende semplicemente espressioni già pronunciate dai suoi antenati nella fede.C’è già qui una doppia lezione: una lezione di umiltà, innanzitutto. Messa davanti a una situazione eccezionale, Maria utilizza semplicemente le parole della preghiera del suo popolo. C’è poi una lezione di senso comunitario, potremmo dire di senso ecclesiale sinodale. Nessuna delle citazioni bibliche contenute nel Magnificat ha un carattere individualista ma tutte riguardano il popolo intero. Questa è una delle grandi caratteristiche della preghiera biblica, e quindi della preghiera cristiana: il credente non dimentica mai di appartenere a un popolo e che ogni vocazione, lungi dal separarlo, lo mette al servizio di quel popolo. Quanto alle radici bibliche del Magnificat si può dire che è una rilettura dell’intera storia della salvezza: Dio ha compiuto meraviglie nei secoli, e continua ad agire nel presente. A.Nel passato: Ha guardato l’umiltà della sua serva; Ha compiuto grandi cose per Maria; Ha spiegato la potenza del suo braccio; Ha disperso i superbi; Ha rovesciato i potenti dai troni; Ha innalzato gli umili; Ha ricolmato di beni gli affamati; Ha rimandato i ricchi a mani vuote; Ha soccorso Israele, suo servo. B. Nel presente: Maria può proclamare: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata” ed è vero ancora oggi. Il Signore fa misericordia di generazione in generazione. La misericordia di Dio è una realtà sempre presente per coloro che lo temono, cioè per coloro che si aprono alla sua grandezza. Il Magnificat ci insegna quindi a contemplare l’opera di Dio in tutta la storia, nella vita del popolo e nella nostra vita.Infine, il Magnificat si inserisce nel cuore della teologia di Luca: Dio capovolge le sorti: i potenti sono abbassati, gli umili innalzati; i ricchi vengono svuotati, i poveri riempiti. Questo “capovolgimento” è già presente nei profeti (soprattutto in Isaia e nel Primo Libro di Samuele), ma Luca lo pone al centro del suo Vangelo, che è pieno di parabole e di racconti in cui Dio dà la preferenza agli ultimi, ai piccoli, ai peccatori, ai poveri. Questa preghiera è dunque profondamente rivoluzionaria: non nel senso di una rivoluzione violenta, ma di una rivoluzione spirituale e sociale che passa per la misericordia, la giustizia, l’umiltà, e la fede.
+ Giovanni D’Ercole
L’amicizia di chi conta e le loro facilitazioni, o il mondo rovesciato
(Mt 19,23-30)
Non è facile entrare nella logica del Dono e porsi in autentica sequela del Signore, alla ricerca di una Felicità non scadente.
Ma appunto i Vangeli sono Vie che distinguono la realizzazione e le sorti individuali sia dalle attese che dai disegni e propositi ovvi.
Aspettative banali, strade e pensieri comuni rinchiudono infatti il senso dell’esistere in ciò che è già rappresentato.
In tal senso, l’accesso dei ricchi in una comunità che vive la Fede in Cristo diventa problematico (vv.23-24).
La forza feconda dei deboli sopravanza i favolosi e comodi risultati previsti grazie all’appoggio dei ben introdotti.
Impossibilità umana e possibilità di Dio (v.26): il Padre trasmette Vita autentica e florida, mentre i beni tirano dall’altro lato.
Essi normalizzano l’esistenza e la fanno stagnare: danno ordini opposti.
Così, di fronte alla posizione rigida e “assurda” del Maestro, gli apostoli si spaventano (v.25): perché non usufruire dell’aiuto di persone facoltose, che potrebbero rendere tutto più facile, spedito e grandioso?
Il distacco da certi vessilli è impossibile presso gli uomini (v.26). Ma l’ambito in cui Dio regna è la sua Chiesa, anche non visibile; realtà che si configura come una sorta di mondo rovesciato (vv.28-30).
Gli stessi Apostoli sembrano restare legati alla mentalità del contraccambio: «che ne avremo?» [v.27].
L’idea di retribuzione era tipica della cultura religiosa arcaica. Purtroppo, il tornaconto affossava l’Amore, annientava la gratuità dei gesti, rinnegava il significato del Patto di Alleanza.
In tal guisa, nella sua libera proposta Gesù vuol far subentrare il sostegno di una convinzione intima e apparentemente irragionevole, ma che sgorga nitida dalle sorgenti dell’essere.
Affiora qui l’Eros fondante della Chiamata.
Non tanto il carattere (placido e dimesso) del credente, bensì un Dono personale superiore: quello d’un discernimento irripetibile per ciascuno, legato alla natura profonda.
Per rigenerare [«palingenesi» v.28] bisogna rientrare con maggiore convinzione nelle proprie motivazioni.
Secondo s. Ignazio [Meditazione delle due bandiere] l’avidità delle cose fa nascere in noi il vano onore del mondo, e da esso si genera un’immensa superbia che recide ogni possibilità d’interiorizzare.
Primato e ricerca di gloria tagliano la fecondità del Mistero, e attenuano la Scoperta personale. Non aprono allo Straordinario.
Infatti, quando Dio vuole realizzare un progetto sorvola sempre le situazioni esterne.
È un problema di senso, di radici della nostra scelta, di vitalità dal basso e «rinnovamento di tutte le cose» [v.28].
Una vita di obblighi o attaccamenti blocca la creatività, moltiplica gli idoli e le preoccupazioni artificiose; crea una camera buia, ove non si coglie ciò che ci appartiene.
Via i retroscena che coprono la nostra Unicità.
Il significato della sequela personale è in ordine al mutamento e Risveglio sperato, qualitativo: quello del Cento per Uno, forza dei deboli.
Paradossale allargamento di prospettiva.
[Martedì 20.a sett. T.O. 19 agosto 2025]
L’amicizia di chi conta e le loro facilitazioni, o il mondo rovesciato
(Mt 19,23-30)
Non è facile entrare nella logica del Dono e porsi in autentica sequela del Signore, alla ricerca di una Felicità non scadente.
Ma appunto i Vangeli sono Vie che distinguono la realizzazione e le sorti individuali sia dalle attese che dai disegni e propositi ovvi.
[Parimenti la saggezza naturale, come ad es. riflessa nel Tao Tê Ching].
Aspettative banali, strade e pensieri comuni rinchiudono infatti il senso dell’esistere in ciò che è già rappresentato:
«La Via che può esser detta, non è l’eterna Via» [Tao Tê Ching, i].
Impossibilità umana e possibilità di Dio (v.26): il Padre trasmette Vita autentica e florida, mentre i beni tirano dall’altro lato - sebbene attraggano con speranze di pienezza.
Essi normalizzano l’esistenza e la fanno stagnare.
Siamo abituati a poggiare, contare, fare leva sulle ricchezze… ma esse danno ordini opposti all’esigenza di completezza di essere, alla voglia di rinascere profonda. All’attesa dell’occasione, del Dono immediato, stupefacente, che porga un colpo d’ali significativo.
Infatti la Gioia totalizzante non è legata alle capacità di “acquisto”: si può solo «ereditare» [gratuitamente: vv.25-26.29-30].
Questo il motivo delle perplessità e del dibattito fra Gesù e i seguaci.
Insomma, l’accesso dei ricchi in una comunità che vive la Fede in Cristo diventa problematico (vv.23-24).
Ciò appunto in termini di limpidezza di situazioni, e trasparenza di moventi, nonché fioritura già sulla terra della stessa Vita dell’Eterno [v.29 testo greco].
Qui l’opulenza distrae; essa normalizza l’esistenza anche dei più volenterosi, li fa stagnare. Dà appunto ordini opposti.
Di fronte alla posizione rigida e “assurda” del Maestro, gli Apostoli si spaventano (v.25): perché non usufruire dell’aiuto - anche ambiguo - di persone facoltose, che potrebbero rendere tutto più facile, spedito e grandioso?
Il distacco da certi vessilli è impossibile presso gli uomini (v.26).
Ma l’ambito in cui Dio regna è la sua Chiesa, anche non visibile; realtà che si configura come una sorta di mondo rovesciato (vv.28-30).
Infatti quando Dio vuole realizzare un progetto sorvola sempre i manieristi, le autorità, i falsi amici (interessati), i palazzi del potere e i palazzinari di corte - anche quelli a portata di mano.
Ancor più che di credibilità morale, è un problema di senso, di radici della nostra scelta, di vitalità dal basso e «rinnovamento di tutte le cose» [v.28 testo greco]; in ordine al mutamento e Risveglio sperato.
La domanda di Pietro (v.27) mette in evidenza il discrimine di tutto: l’idea dello scambio; la retribuzione, tipica della mentalità religiosa arcaica.
Per evitare i modelli conformisti [«palingenesi» v.28 testo greco] bisogna uscirne, e rientrare in un diverso istinto - miniera di autentico beneficio.
Introducendo altri contenuti, certo meno oscuri.
«Cosa ci guadagno? Che titolo mi dài? Avrò il compenso per gli straordinari?»: il contraccambio pedestre è espressione di vuoto.
Mentalità che affossa l’Amore, perché annienta la gratuità dei gesti; rinnega il senso del Patto di Alleanza.
Invece, l’esperienza personale del Mistero e la capacità di corrispondere alla Chiamata per la costruzione d’un germe di società alternativa diventano possibilità di ricevere il Cento per uno.
L’ambito in cui Dio regna è la sua Chiesa, anche non visibile. Realtà che si configura appunto come una sorta di “regno” dalle piramidi capovolte (vv.28-30).
In tal guisa, subentra il sostegno d’una convinzione intima e apparentemente irragionevole, ma che sgorga nitida dalle sorgenti dell’essere.
Ecco un sapere che zampilla dall’anima personale e incontra la Sapienza di ogni cultura:
Strumento ineffabile della crescita è farsi valutare insignificanti dal punto di vista sociale.
Coltivare il nascondimento che custodisce ciò che ci appartiene.
Accettare la mancanza di risorse materiali; penuria che stabilisce nella qualità - invece che sull’esteriore.
Qui il “vuoto” esistenziale si fa Incontro con gli strati vocazionali, con il pulsare dell’essenza primordiale che caratterizza il Nucleo e il destino.
Espressione energetica plasmabile, intercapedine dell’ascolto poliedrico acuto (di risorse cosmiche fontali, e specifiche, dell’intimo).
Nella sua libera proposta Gesù vuol far subentrare il sostegno di una convinzione riposta e apparentemente irragionevole, ma che sgorga nitida dalle sorgenti dell’essere.
Affiora qui l’Eros fondante della Chiamata.
Non tanto il carattere (placido e dimesso) del credente, bensì un Dono personale superiore: quello d’un discernimento irripetibile per ciascuno, legato alla natura profonda.
Per rigenerare [«palingenesi» v.28] bisogna dunque rientrare con maggiore convinzione nelle proprie motivazioni.
Anche la saggezza di natura, d’ogni tempo e latitudine, ammette un netto distacco dalle opinioni ovvie e dalle formule di successo mondano.
Primato e ricerca di gloria tagliano la fecondità del Mistero, e attenuano la Scoperta personale. Non aprono allo Straordinario.
Infatti, quando Dio vuole realizzare un progetto sorvola sempre le situazioni a contorno.
È un problema di senso, di radici della nostra scelta, di vitalità dal basso e - come detto - «rinnovamento di tutte le cose» [v.28].
Una vita di obblighi o attaccamenti blocca la creatività, moltiplica gli idoli e le preoccupazioni artificiose; crea una camera buia, ove non si coglie ciò che ci appartiene.
Via i retroscena che coprono la nostra Unicità.
Il significato della sequela personale è in ordine al mutamento e Risveglio sperato, qualitativo: quello del Cento per Uno, forza dei deboli.
Paradossale allargamento di prospettiva.
«Il santo pospone la sua persona, e la sua persona vien premessa; apparta la sua persona, e la sua persona perdura. Non è perché spoglio d’interessi? Per questo può realizzare il suo interesse» [Tao Tê Ching, vii].
Secondo s. Ignazio [Meditazione delle due bandiere], l’avidità delle cose fa nascere in noi il vano onore del mondo, e da esso si genera un’immensa superbia, che recide ogni possibilità d’interiorizzare.
La forza feconda dei deboli sopravanza i favolosi e comodi risultati previsti grazie all’appoggio dei ben introdotti.
E resta il paradossale allargamento di prospettiva della vita nello Spirito.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Perché non vedi realizzato il cento per uno?
Cosa ti sembra difficile da attuare nella Chiesa a motivo di vincoli e responsabilità concesse a persone facoltose?
Sei anche tu motivo di defezione per chi intende adorare Dio nei fratelli invece che le scorciatoie e gli interessi di terra?
Gesù dà ai discepoli – e anche a noi oggi – il suo insegnamento: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» (v. 23). A queste parole, i discepoli rimasero sconcertati; e ancora di più dopo che Gesù ebbe aggiunto: «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Ma, vedendoli attoniti, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio» (cfr vv. 24-27). Così commenta San Clemente di Alessandria: «La parabola insegni ai ricchi che non devono trascurare la loro salvezza come se fossero già condannati, né devono buttare a mare la ricchezza né condannarla come insidiosa e ostile alla vita, ma devono imparare in quale modo usare la ricchezza e procurarsi la vita» (Quale ricco si salverà?, 27, 1-2). La storia della Chiesa è piena di esempi di persone ricche, che hanno usato i propri beni in modo evangelico, raggiungendo anche la santità. Pensiamo solo a san Francesco, a santa Elisabetta d’Ungheria o a san Carlo Borromeo. La Vergine Maria, Sede della Sapienza, ci aiuti ad accogliere con gioia l’invito di Gesù, per entrare nella pienezza della vita.
[Papa Benedetto, Angelus 14 ottobre 2012]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
These words are full of the disarming power of truth that pulls down the wall of hypocrisy and opens consciences [Pope Benedict]
Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze [Papa Benedetto]
While the various currents of human thought both in the past and at the present have tended and still tend to separate theocentrism and anthropocentrism, and even to set them in opposition to each other, the Church, following Christ, seeks to link them up in human history, in a deep and organic way [Dives in Misericordia n.1]
Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda [Dives in Misericordia n.1]
Jesus, however, reverses the question — which stresses quantity, that is: “are they few?...” — and instead places the question in the context of responsibility, inviting us to make good use of the present (Pope Francis)
Gesù però capovolge la domanda – che punta più sulla quantità, cioè “sono pochi?...” – e invece colloca la risposta sul piano della responsabilità, invitandoci a usare bene il tempo presente (Papa Francesco)
The Lord Jesus presented himself to the world as a servant, completely stripping himself and lowering himself to give on the Cross the most eloquent lesson of humility and love (Pope Benedict)
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore (Papa Benedetto)
More than 600 precepts are mentioned in the Law of Moses. How should the great commandment be distinguished among these? (Pope Francis)
Nella Legge di Mosè sono menzionati oltre seicento precetti. Come distinguere, tra tutti questi, il grande comandamento? (Papa Francesco)
The invitation has three characteristics: freely offered, breadth and universality. Many people were invited, but something surprising happened: none of the intended guests came to take part in the feast, saying they had other things to do; indeed, some were even indifferent, impertinent, even annoyed (Pope Francis)
L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio (Papa Francesco)
Those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" (Pope Benedict)
Proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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