don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 04 Marzo 2026 02:46

Aspetto agonistico

Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico", ed emerge nell'odierna orazione "colletta", là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani, quando respinse l'estrema tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre. Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta contro il peccato e, ultimamente, contro satana. È una lotta che investe l'intera persona e richiede un'attenta e costante vigilanza. Osserva sant'Agostino che chi vuole camminare nell'amore di Dio e nella sua misericordia non può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e mortali, ma "opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi ... e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte" (In Io. evang. 12, 13, 35).

La Quaresima ci ricorda, pertanto, che l'esistenza cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno utilizzate le "armi" della preghiera, del digiuno e della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in Dio è l'itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con generosità e perseveranza. La docile sequela del divino Maestro rende i cristiani testimoni e apostoli di pace. Potremmo dire che questo interiore atteggiamento ci aiuta a meglio evidenziare anche quale debba essere la risposta cristiana alla violenza che minaccia la pace nel mondo. Non certo la vendetta, non l'odio e nemmeno la fuga in un falso spiritualismo. La risposta di chi segue Cristo è piuttosto quella di percorrere la strada scelta da Colui che, davanti ai mali del suo tempo e di tutti i tempi, ha abbracciato decisamente la Croce, seguendo il sentiero più lungo ma efficace dell'amore. Sulle sue orme e uniti a Lui, dobbiamo tutti impegnarci nell'opporci al male con il bene, alla menzogna con la verità, all'odio con l'amore. Nell'Enciclica Deus caritas est ho voluto presentare questo amore come il segreto della nostra conversione personale ed ecclesiale. Richiamandomi alle parole di Paolo ai Corinzi: "L'amore del Cristo ci spinge" (2 Cor 5, 14), ho sottolineato come "la consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri" (n. 33).

[Papa Benedetto, omelia 1 marzo 2006]

Mercoledì, 04 Marzo 2026 02:43

Gesù è venuto a Liberare, con il Dito di Dio

Combattere il peccato personale e le “strutture di peccato”

1. Continuando a riflettere sul cammino di conversione, sostenuti dalla certezza dell'amore del Padre, vogliamo oggi portare la nostra attenzione sul senso del peccato sia personale che sociale. Guardiamo innanzitutto all’atteggiamento di Gesù venuto appunto a liberare gli uomini dal peccato e dall’influsso di Satana.

Il Nuovo Testamento sottolinea fortemente l’autorità di Gesù sui demoni, che egli scaccia “con il dito di Dio” (Lc 11, 20). Nella prospettiva evangelica, la liberazione degli indemoniati (cfr Mc 5, 1-20) assume un significato più ampio della semplice guarigione fisica, in quanto il male fisico è posto in relazione con un male interiore. La malattia dalla quale Gesù libera è anzitutto quella del peccato. Gesù stesso lo spiega in occasione della guarigione del paralitico: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2, 10-11). Prima ancora che nelle guarigioni, Gesù ha vinto il peccato superando egli stesso le “tentazioni” che il diavolo gli presentava nel periodo da lui trascorso nel deserto dopo il battesimo ricevuto da Giovanni (cfr Mc 1, 12-13; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13). Per combattere il peccato che si annida dentro di noi e attorno a noi, dobbiamo metterci sulle orme di Gesù e imparare il gusto del “sì” da Lui continuamente pronunciato al progetto di amore del Padre. Questo “sì” richiede tutto il nostro impegno, ma non potremmo pronunciarlo senza l’aiuto della grazia, che Gesù stesso ci ha ottenuto con la sua opera redentrice.

2. Guardando ora al mondo contemporaneo, dobbiamo constatare che in esso la coscienza del peccato si è notevolmente affievolita. A causa di una diffusa indifferenza religiosa, o del rifiuto di quanto la retta ragione e la Rivelazione ci dicono di Dio, viene meno in tanti uomini e donne il senso dell’alleanza di Dio e dei suoi comandamenti. Molto spesso poi la responsabilità umana viene offuscata dalla pretesa di una libertà assoluta, che si reputa minacciata e condizionata da Dio legislatore supremo.

Il dramma della situazione contemporanea, che sembra abbandonare alcuni valori morali fondamentali, dipende in gran parte dalla perdita del senso del peccato. Su questo punto avvertiamo quanto grande debba essere il cammino della ‘nuova evangelizzazione’. Occorre restituire alla coscienza il senso di Dio, della sua misericordia, della gratuità dei suoi doni, perché possa riconoscere la gravità del peccato, che mette l’uomo contro il suo Creatore. La consistenza della libertà personale va riconosciuta e difesa come dono prezioso di Dio, contro la tendenza a dissolverla nella catena dei condizionamenti sociali o a staccarla dal suo irrinunciabile riferimento al Creatore.

3. È anche vero che il peccato personale ha sempre una valenza sociale. Mentre offende Dio e danneggia se stesso, il peccatore si rende pure responsabile della cattiva testimonianza e degli influssi negativi legati al suo comportamento. Anche quando il peccato è interiore, produce comunque un peggioramento della condizione umana e costituisce una diminuzione di quel contributo che ogni uomo è chiamato a dare al progresso spirituale della comunità umana.

Oltre a tutto ciò, i peccati dei singoli consolidano quelle forme di peccato sociale che sono appunto frutto dell’accumulazione di molte colpe personali. Le vere responsabilità restano ovviamente delle persone, dato che la struttura sociale in quanto tale non è soggetto di atti morali. Come ricorda l’Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, “la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni o blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto, l’accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali … Le vere responsabilità sono delle persone” (n. 16).

È tuttavia un fatto incontrovertibile, come più volte ho avuto modo di ribadire, che l’interdipendenza dei sistemi sociali, economici e politici, crea nel mondo di oggi molteplici strutture di peccato (cfr Sollicitudo rei socialis, 36; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1869). Esiste una spaventosa forza di attrazione del male che fa giudicare ‘normali’ e ‘inevitabili’ molti atteggiamenti. Il male si accresce e preme con effetti devastanti sulle coscienze, che rimangono disorientate e non sono neppure in grado di discernere. Se si pensa poi alle strutture di peccato che frenano lo sviluppo dei popoli più svantaggiati sotto il profilo economico e politico (cfr Sollicitudo rei socialis, 37), verrebbe quasi da arrendersi di fronte a un male morale che sembra ineluttabile. Tante persone avvertono l’impotenza e lo smarrimento di fronte a una situazione schiacciante che appare senza via d'uscita. Ma l’annuncio della vittoria di Cristo sul male ci dà la certezza che anche le strutture più consolidate dal male possono essere vinte e sostituite da “strutture di bene” (cfr Ibidem, 39).

4. La “nuova evangelizzazione” affronta questa sfida. Essa deve impegnarsi perché tutti gli uomini recuperino la consapevolezza che in Cristo è possibile vincere il male con il bene. Occorre formare al senso della responsabilità personale, intimamente connessa agli imperativi morali e alla coscienza del peccato. Il cammino di conversione implica l’esclusione di ogni connivenza con quelle strutture di peccato che oggi particolarmente condizionano le persone nei diversi contesti di vita.

Il Giubileo può costituire un’occasione provvidenziale perché i singoli e le comunità camminino in questa direzione, promuovendo un’autentica “metánoia”, ossia un cambiamento di mentalità, che contribuisca alla creazione di strutture più giuste e più umane, a vantaggio del bene comune.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 agosto 1999]

Mercoledì, 04 Marzo 2026 02:35

La caduta con anestesia, lenta apostasia

Lasciarsi scivolare lentamente nel peccato, relativizzando le cose ed entrando «in negoziato» con gli dèi del denaro, della vanità e dell’orgoglio: da quella che ha definito una «caduta con anestesia» ha messo in guardia il Papa nell’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta giovedì mattina, 13 febbraio, riflettendo sulla storia del re Salomone.

La prima lettura della liturgia del giorno (1 Re 11, 4-13) «ci racconta — ha esordito — l’apostasia, diciamo così, di Salomone», che non è stato fedele al Signore. Quando era vecchio, le sue donne gli fecero infatti «deviare il cuore» per seguire altri dèi. Fu dapprima un «ragazzo bravo», che al Signore chiese solo la saggezza e Dio lo rese saggio, al punto che da lui vennero i giudici e anche la Regina di Saba, dall’Africa, con regali perché aveva sentito parlare della sua saggezza. «Si vede che questa donna era un po’ filosofa e gli fece domande difficili», ha affermato il Pontefice notando che «Salomone uscì da queste domande vittorioso» perché sapeva rispondere.

A quel tempo, ha proseguito Francesco, si poteva avere più di una sposa, che non vuol dire — ha spiegato — che fosse lecito fare «il donnaiolo». Il cuore di Salomone, però, si indebolì non per aver sposato queste donne — poteva farlo — ma perché le aveva scelte di un altro popolo, con altri dèi. E Salomone quindi cadde nel «tranello» e lasciò fare quando una delle mogli gli chiedeva di andare ad adorare Camos o Moloc. E così fece per tutte le sue donne straniere che offrivano sacrifici ai loro dèi. In una parola, «permise tutto, smise di adorare l’unico Dio». Dal cuore indebolito per la troppa affezione alle donne, «entrò il paganesimo nella sua vita». Quindi, ha evidenziato Francesco, quel ragazzo saggio che aveva pregato bene chiedendo la saggezza, è caduto al punto da essere rigettato dal Signore.

«Non è stata un’apostasia da un giorno all’altro, è stata un’apostasia lenta», ha chiarito il Papa. Anche il re Davide, suo padre, infatti, aveva peccato — in modo forte almeno due volte — ma subito si era pentito e aveva chiesto perdono: era rimasto fedele al Signore che lo custodì fino alla fine. Davide pianse per quel peccato e per la morte del figlio Assalonne e quando, prima, fuggiva da lui, si umiliò pensando al suo peccato, quando la gente lo insultava. «Era santo. Salomone non è santo», ha affermato il Pontefice. Il Signore gli aveva dato tanti doni ma lui aveva sprecato tutto perché si era lasciato indebolire il cuore. Non si tratta, ha notato, del «peccato di una volta», ma dello «scivolare».

«Le donne gli fecero deviare il cuore e il Signore lo rimprovera: “Tu hai deviato il cuore”. E questo succede nella nostra vita. Nessuno di noi è un criminale, nessuno di noi fa dei grossi peccati come aveva fatto Davide con la moglie di Uria, nessuno. Ma dove è il pericolo? Lasciarsi scivolare lentamente perché è una caduta con anestesia, tu non te ne accorgi, ma lentamente si scivola, si relativizzano le cose e si perde la fedeltà a Dio», ha rimarcato Francesco. «Queste donne erano di altri popoli, avevano altri dèi, e quante volte noi dimentichiamo il Signore ed entriamo in negoziato con altri dèi: il denaro, la vanità, l’orgoglio. Ma questo si fa lentamente e se non c’è la grazia di Dio, si perde tutto», ha avvertito ancora.

Di nuovo il Papa ha richiamato il Salmo 105 (106) per sottolineare che questo mescolarsi con i pagani e imparare ad agire come loro, significa farsi mondani. «E per noi questa scivolata lenta nella vita è verso la mondanità, questo è il grave peccato: “Lo fanno tutti, ma sì, non c’è problema, sì, davvero non è l’ideale, ma...”. Queste parole che ci giustificano al prezzo di perdere la fedeltà all’unico Dio. Sono degli idoli moderni», ha avvertito Francesco, chiedendo di pensare «a questo peccato della mondanità» che porta a «perdere il genuino del Vangelo. Il genuino della Parola di Dio» a «perdere l’amore di questo Dio che ha dato la vita per noi. Non si può stare bene con Dio e con il diavolo. Questo lo diciamo tutti noi quando parliamo di una persona che è un po’ così: “Questo sta bene con Dio e con il diavolo”. Ha perso la fedeltà».

E, in pratica, ha continuato il Pontefice, ciò significa non essere fedele «né a Dio né al diavolo». Per questo in conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore la grazia di fermarsi quando si capisce che il cuore inizia a scivolare. «Pensiamo a questo peccato di Salomone — ha raccomandato —, pensiamo a come è caduto quel Salomone saggio, benedetto dal Signore, con tutte le eredità del padre Davide, come è caduto lentamente, anestetizzato verso questa idolatria, verso questa mondanità e gli è stato tolto il regno».

E «chiediamo al Signore — ha concluso Francesco — la grazia di capire quando il nostro cuore incomincia a indebolirsi e a scivolare, per fermarci. Saranno la sua grazia e il suo amore a fermarci se noi lo preghiamo».

[Papa Francesco, s. Marta, in L'Osservatore Romano 14/02/2020]

Martedì, 03 Marzo 2026 06:04

3a Domenica di Quaresima

Terza Domenica di Quaresima (anno A)  [8 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!  Buon cammino quaresimale sostando oggi con Gesù accanto al pozzo, luogo di incontri che cambiano la vita.

 

*Prima Lettura dal libro dell’Esodo (17, 3-7)

Cercando sulla carta del deserto del Sinai, Massa e Meriba non si trovano: non sono un luogo geografico preciso, ma un nome simbolico. Massa significa “sfida”, Meriba significa “accusa”. Quei nomi ricordano infatti un episodio di sfida, di contestazione, quasi di ammutinamento contro Dio. L’episodio si svolge a Refidim, in pieno deserto, tra l’Egitto e la terra promessa. Il popolo d’Israele, guidato da Mosè, avanzava di tappa in tappa, da un punto d’acqua all’altro. Ma a Refidim l’acqua venne a mancare. Nel deserto, sotto il sole cocente, la sete diventa subito una questione di vita o di morte: la paura cresce, il panico prende il sopravvento. La sola risposta giusta sarebbe stata la fiducia: “Dio ci ha voluti liberi, lo ha dimostrato, quindi non ci abbandonerà”. Invece il popolo cede alla paura e reagisce come spesso reagiamo anche noi: cerca un colpevole. E il colpevole sembra essere Mosè, il “governo” di allora. Che senso ha – dicono – essere usciti dall’Egitto per morire di sete nel deserto? Meglio schiavi ma vivi che liberi e morti. E, come accade sempre, il passato viene idealizzato: si ricordano le pentole piene e l’acqua abbondante dell’Egitto, dimenticando la schiavitù. In realtà, dietro l’accusa a Mosè, c’è un’accusa più profonda: contro Dio stesso. Che Dio è mai questo – si domandano – che libera un popolo per poi lasciarlo morire nel deserto? La protesta: Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto? Per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Diventa sempre più dura, fino a trasformarsi in un vero processo contro Dio: come se Dio avesse liberato il popolo solo per disfarsene.  Mosè allora grida al Signore: Che devo fare di questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!.

E Dio risponde: gli ordina di prendere il bastone con cui aveva colpito il Nilo, di andare sul monte Oreb e di colpire la roccia. L’acqua sgorga, il popolo beve e la vita è salva (cfr. Esodo 17). Quell’acqua non è solo sollievo fisico: è il segno che Dio è davvero presente in mezzo al suo popolo, che non lo ha abbandonato e che continua a guidarlo sulla via della libertà. Per questo quel luogo non si chiamerà più semplicemente Refidim, ma Massa e Meriba, “Prova ed Accusa”, perché lì Israele ha messo Dio alla prova, chiedendosi: Il Signore è in mezzo a noi oppure no? In linguaggio moderno: “Dio è per noi o contro di noi?” Questa tentazione è anche la nostra. Ogni prova, ogni sofferenza, riapre la stessa domanda originaria: possiamo fidarci davvero di Dio? È la stessa tentazione raccontata nel giardino dell’Eden (Genesi): il sospetto che Dio non voglia davvero il nostro bene avvelena la vita umana. Per questo Gesù Cristo, insegnando il Padre nostro, educa i discepoli alla fiducia filiale. Non abbandonarci alla tentazione potrebbe essere tradotto così: “Fa’ che i nostri Refidim non diventino Massa, che i nostri luoghi di prova non si trasformino in luoghi di dubbio.” Continuare a chiamare Dio “Padre”, anche nella difficoltà, significa proclamare che Dio è sempre con noi, anche quando l’acqua sembra mancare.

 

*Salmo responsoriale (94/95), 

Nella Bibbia, il testo originale del salmo dice così: “Oggi, se ascoltate la sua voce,

non indurite il vostro cuore come a Massa e Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove i vostri padri mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Questo salmo è profondamente segnato dall’esperienza di Massa e Meriba. Per questo la liturgia lo propone nella terza domenica di Quaresima, in sintonia con il racconto dell’Esodo: è un richiamo diretto alla grande questione della fiducia. In poche righe, il salmo riassume tutta l’avventura della fede, personale e comunitaria. La domanda è sempre la stessa: possiamo fidarci di Dio?

Per Israele, nel deserto, questa domanda tornava a ogni difficoltà: “Il Signore è davvero in mezzo a noi oppure no?” In altre parole: ci possiamo appoggiare a Lui? Ci sosterrà davvero? La fede, nella Bibbia, è prima di tutto fiducia. Non è un’idea astratta, ma l’atto di “appoggiarsi” a Dio. Non a caso la parola “Amen” significa “solido”, “stabile”: vuol dire “mi affido, mi fido”. Per questo la Bibbia insiste tanto sul verbo “ascoltare”: quando ci si fida, si ascolta. È il cuore della preghiera di Israele, lo Shema Israel: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio… Tu lo amerai, cioè ti fiderai di Lui. “Ascoltare” significa avere l’orecchio aperto. Il salmo dice: “Mi hai aperto l’orecchio” (Sal 40) e il profeta Isaia scrive: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio. Anche “obbedire” nella Bibbia significa questo: ascoltare con fiducia. Questa fiducia si fonda sull’esperienza. Israele ha visto l’“opera di Dio”: la liberazione dall’Egitto. Se Dio ha spezzato le catene della schiavitù, non può voler far morire il suo popolo nel deserto. Per questo Israele lo chiama “la Roccia”: non è poesia, è una professione di fede. A Massa e Meriba il popolo ha dubitato, ma Dio ha fatto sgorgare l’acqua dalla roccia: da allora Dio è la Roccia di Israele. Anche il racconto del paradiso terrestre (Genesi) si comprende alla luce di questa esperienza: ogni limite, ogni comando, ogni prova può diventare una domanda di fiducia. La fede è credere che, anche quando non capiamo, Dio ci vuole liberi, vivi e felici, e che dalle nostre situazioni di fallimento può far nascere vita nuova. A volte questa fiducia assomiglia a un “atto al buio”, quando non troviamo risposte. Allora possiamo dire con Simon Pietro, a Cafarnao: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Quando Paolo di Tarso scrive: “Lasciatevi riconciliare con Dio”, è come dire: smettete di sospettare di Dio, come a Massa e Meriba. E quando il vangelo di Marco dice: “Convertitevi e credete al Vangelo”, significa: credete che la Buona Notizia è davvero buona, che Dio vi ama. Infine, il salmo dice: “Oggi”. È una parola liberante: ogni giorno può essere un nuovo inizio. Ogni giorno possiamo reimparare ad ascoltare e a fidarci. Per questo il Salmo 94/95 apre ogni mattina la Liturgia delle Ore e Israele recita due volte al giorno lo Shema. E il salmo parla al plurale: la fede è sempre un cammino di popolo. “Noi siamo il popolo che Egli guida”. Non è poesia: è esperienza. La Bibbia conosce un popolo che, insieme, viene incontro al suo Dio: “Venite, acclamiamo il Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. È la fede che nasce dalla fiducia, rinnovata oggi, giorno dopo giorno.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (5, 1-2. 5-8)

Il capitolo 5 della Lettera ai Romani segna una svolta decisiva. Fin qui Paolo di Tarso aveva parlato del passato dell’umanità, dei pagani e dei credenti; ora guarda al futuro, un futuro trasfigurato per chi crede, grazie alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo. Per capire bene il pensiero di Paolo, possiamo riassumerlo in tre affermazioni fondamentali. 1. Cristo è morto per noi, mentre eravamo peccatori. Paolo afferma che Cristo è morto “per noi”. Questa espressione non significa “al nostro posto”, come se Gesù avesse semplicemente sostituito dei condannati, ma “a nostro favore”. Quando l’umanità era incapace di salvarsi, segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’avidità di potere e di denaro, Cristo ha preso su di sé questa realtà e l’ha combattuta fino a dare la vita.

L’umanità, creata per l’amore, la pace e la condivisione, si era smarrita. Gesù viene a dire, con la sua vita e con la sua morte: “Io vi mostro fino in fondo che cosa significa amare e perdonare. Seguitemi, anche se questo mi costerà la vita”.

2. Lo Spirito Santo ci è stato donato: l’amore di Dio abita in noi. La seconda grande affermazione è questa: lo Spirito Santo ci è stato dato, e con Lui l’amore stesso di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Non è un caso che Paolo parli per la prima volta dello Spirito proprio quando parla della croce. Per lui, passione, croce e dono dello Spirito sono inseparabili. Qui Paolo è in piena sintonia con Giovanni evangelista. Nel suo Vangelo, durante la festa delle Capanne, Gesù promette l’“acqua viva”, spiegando che parlava dello Spirito (cfr. Vangelo di Giovanni (7,37-39). E al momento della croce, Giovanni scrive: Chinato il capo, Gesù consegnò lo Spirito (Gv 19,30). La promessa è compiuta: dalla croce nasce il dono dello Spirito. 3. Il nostro “vanto” è la speranza della gloria di Dio. Paolo parla anche di “orgoglio”, ma lo chiarisce bene: non possiamo vantarci di noi stessi, perché tutto è dono di Dio; possiamo però vantarci dei doni di Dio, del destino meraviglioso a cui siamo chiamati. Già ora lo Spirito abita in noi; e sappiamo che un giorno questo stesso Spirito trasformerà i nostri corpi e i nostri cuori a immagine del Cristo risorto.

Il racconto della Trasfigurazione ci ha offerto un’anticipazione di questa gloria.

Da Massa e Meriba alla gloria. Che cammino immenso rispetto a Massa e Meriba, dove il popolo dubitava di Dio! Ora, grazie alla fede in Cristo, possiamo dire con Paolo: “Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio” (5,2). In conclusione lo Spirito che Gesù ci ha donato è l’amore stesso di Dio. Questa certezza dovrebbe vincere ogni paura. Se l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, allora le forze di divisione non avranno l’ultima parola.

Per i credenti, e per tutta l’umanità, la speranza è fondata, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (4, 5 - 42) 

Gesù oggi ci viene incontro al pozzo. E questo dettaglio non è secondario. Nella Bibbia, il pozzo non è mai solo un luogo dove si prende acqua: è luogo di incontri decisivi, dove la vita cambia direzione. Presso un pozzo il servo di Abramo  incontra Rebecca, che diventerà la sposa di Isacco; presso un pozzo Giacobbe  si innamora di Rachele. Al pozzo nascono relazioni, alleanze, futuro. Quando Giovanni colloca Gesù presso un pozzo, ci sta dicendo che sta per accadere qualcosa di decisivo. Gesù arriva al pozzo di Giacobbe, in Samaria. È mezzogiorno. Gesù è stanco e si siede. Il Vangelo ci mostra subito un Dio che si ferma, che accetta la fatica, che entra nella nostra vita così com’è. La salvezza comincia da una sosta, non da un gesto spettacolare. A quell’ora arriva una donna. È sola. Gesù le dice: “Dammi da bere”. È una richiesta sorprendente. Gesù, Giudeo, parla a una Samaritana; uomo, parla a una donna; giusto, si rivolge a una persona dalla vita ferita. Dio non entra nella vita imponendo, ma chiedendo. Si fa mendicante del nostro cuore. Da quella richiesta semplice nasce un dialogo che va sempre più in profondità. Gesù conduce la donna dal pozzo esterno alla sete interiore:”Se tu conoscessi il dono di Dio…”.L’acqua che Gesù promette non è un’acqua da attingere ogni giorno, ma una sorgente che zampilla dentro, una vita che non si esaurisce. Non elimina la vita quotidiana, ma la trasfigura dall’interno.Poi Gesù tocca la verità della vita della donna. Non la giudica, non la umilia. La verità, nel Vangelo, non serve a schiacciare, ma a liberare. Solo chi accetta di essere conosciuto può accogliere il dono. La donna allora pone una domanda religiosa: dove bisogna adorare Dio? Sul monte o nel tempio?Gesù risponde spostando tutto: non più dove, ma come.”In Spirito e verità”.Dio non si incontra più in un luogo contrapposto a un altro, ma in una relazione viva. Il vero tempio è il cuore che si lascia abitare.Quando la donna parla del Messia, Gesù compie una delle rivelazioni più forti di tutto il Vangelo:”Sono io, che parlo con te”.Il Messia non si manifesta nel tempio, ma in un dialogo personale, presso un pozzo, a una donna considerata impura. Come nei racconti antichi dei pozzi, anche qui l’incontro apre a una promessa: ma ora lo Sposo è Gesù Cristo e l’alleanza è nuova. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma decisivo. La brocca rappresenta le vecchie sicurezze, i tentativi ripetuti di placare una sete che non passa. Chi ha incontrato Cristo non vive più per attingere, ma per testimoniare. La donna corre in città e dice: Venite a vedere. Non fa una lezione, racconta un incontro. E molti credono, fino a dire: Ora non crediamo più per quello che hai detto tu, ma perché noi stessi abbiamo ascoltato. Il Vangelo di oggi ci dice questo: Cristo non ci toglie dal pozzo della vita, ma trasforma il pozzo in luogo di salvezza.La nostra sete diventa incontro, l’incontro diventa dono, il dono diventa sorgente per altri. È questa la Quaresima: lasciarci incontrare da Cristo e diventare, a nostra volta, acqua viva per chi ha sete.

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

Martedì, 03 Marzo 2026 05:42

Abbattere o Compiere: Legge e Spirito

(Mt 5,17-19)

 

Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti. Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito, dall’altro omissione o disprezzo delle norme.

Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.

Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale che parcellizzava le scelte di fondo - e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.

La sclerotizzazione legalista tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio. Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, Parola e Persona: sequela globale.

 

Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.

Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza. 

Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.

Non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie nello Spirito. Alcuni infatti rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.

 

Mt cerca un equilibrio fra emancipazione e chiusura.

Egli scrive il suo Vangelo per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.

L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.

La traiettoria delle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né forza in sé per giungere a Bersaglio.

La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere la Comunione.

 

Il passo di Vangelo si preoccupa di sottolineare: le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbono essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.

Vissuti in sinergia, essi conducono alla convivialità delle differenze.

Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo, che nei cuori dilata la sua stessa vita.

Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.

[In noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena].

Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro.

 

Parole nuove o Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.

Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando ‘per sempre’.

 

 

[Mercoledì 3.a sett. Quaresima, 11 marzo 2026]

Martedì, 03 Marzo 2026 05:38

Legge e Spirito

Felicità non scadente

(Mt 5,17-19)

 

Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.

Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza in Spirito. 

Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.

Proprio con la scusa della “vita nello Spirito”, non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie (personali o di gruppo), ritenute “ispirate”.

Alcuni dalla mentalità facilona, incline a compromessi col potere, rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.

 

Mt cerca un equilibrio fra emancipazione compromissoria e chiusura nelle osservanze, ritenendo che l’esperienza comunitaria potesse raggiungere un’armonia fra diverse sensibilità.

Egli scrive il suo Vangelo appunto per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.

L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.

La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere l’obbiettivo ideale: la Comunione.

 

Mt si preoccupa di sottolineare che le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbano essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.

Vissuti in sinergia, essi conducono alla coesistenza fruttuosa, e convivialità delle differenze.

Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo che nei cuori dilata la sua stessa vita.

Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.

Insomma, in noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena.

Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro, non da idee comuni, retaggi, seduzioni, manierismi, o spinte esterne.

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

La legge su pietra è rimasta in te cosa rigida, oppure senti un impulso di Alleanza nuova?

Intuisci dentro un desiderio attualizzato e irresistibile di bene, che delle Scritture riscopre tutto, e dinamizza la Parola nei vari gusti del fare?

 

 

Demolire o Compiere

 

Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti.

Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito; dall’altro, omissione o disprezzo delle norme.

Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento allo spirito e al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.

Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava ancor più di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale.

Tale ossessione eticista - ancora viva nelle fraternità primitive - parcellizzava e sgretolava il significato delle scelte di fondo, e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.

In tal guisa, si produceva di fatto una sclerotizzazione legalista, la quale tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio.

Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, spirito della Parola, e Persona: sequela globale in quei medesimi incomparabili appuntamenti.

 

I fedeli delle comunità di Galilea e Siria subivano le critiche dei giudei all’antica.

Tali osservanti accusavano i correligionari convertiti alla nuova Fede personale, creativa, di essere trasgressori e contrari alla profondità della comune Tradizione.

Così alcuni sottolineavano la salvezza per sola fede nel Cristo e non per opere di legge. Altri non accettavano la Libertà che si manifestava crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.

Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua storia e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica “avanguardia” o “libertà di spirito” - senza spina dorsale, né peripezie o congiunzioni.

 

Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.

L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non è fedeltà formale [obbedienza della “lettera”].

Lo spirito di adempimento fondamentale non consente di mettere fra parentesi il Cristo totale e le sue traversie, magari restando poi neutrali o sognatori indifferenti.

Senza riduzioni in forza dell’elezione, né «abbattere» (v.17) i modi di essere, antichi e identificati o particolari - Egli è presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero.

Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.

Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come valuti Pentateuco, Salmi e Profeti?

Come affronti le situazioni in armonia con la Voce del Signore e nel suo Spirito?

"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc'anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre - lo Spirito di Verità" (Gv 14, 15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell'amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell'azione dello Spirito Santo. Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col Cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito.

"Egli vi darà un altro Consolatore - lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull'uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Rm 10, 17). Lungo la storia della Chiesa gli Apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l'hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa. Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno. Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Cristo dice infatti: "Se mi amate...". La fede non significa soltanto accettare un certo numero di verità astratte circa i misteri di Dio, dell'uomo, della vita e della morte, delle realtà future. La fede consiste in un intimo rapporto con Cristo, un rapporto basato sull'amore di Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 11), fino all'offerta totale di se stesso. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Quale altra risposta possiamo dare ad un amore così grande, se non quella di un cuore aperto e pronto ad amare? Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore basata sulla grazia dei Sacramenti, rafforzata con la continua preghiera, la lode, il ringraziamento e la penitenza. Non può mancare un attento ascolto delle ispirazioni che Egli suscita mediante la sua Parola, le persone che incontriamo, le situazioni di vita quotidiana. AmarLo significa restare in dialogo con Lui, per conoscere la sua volontà e realizzarla prontamente.

Ma vivere la propria fede come rapporto d'amore con Cristo significa anche essere pronti a rinunciare a tutto ciò che costituisce la negazione del suo amore. Ecco perché Gesù ha detto agli Apostoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". Ma quali sono i comandamenti di Cristo? Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell'uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5, 17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l'amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11, 30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia... (cfr Mt 5, 3-12).

[Papa Benedetto, omelia Varsavia 26 maggio 2006]

Martedì, 03 Marzo 2026 05:27

Anche il modo

1. “Maestro che devo fare di buono per ottenere la vita eterna?. Osserva i comandamenti” (Mt 19, 16-17).

Questa domanda e questa risposta ci tornano alla memoria quando ascoltiamo con attenzione le letture della liturgia odierna.

Il tema principale di queste letture è infatti quello dei comandamenti di Dio, la Legge del Signore.

2. Di essa canta oggi la Chiesa nel salmo responsoriale:

Beato l’uomo di integra condotta, / che cammina nella legge del Signore. / Tu hai dato i tuoi precetti / perché siano osservati fedelmente. / Siano diritte le mie vie, / nel custodire i tuoi decreti . . . / Apri gli occhi perché io veda / le meraviglie della tua legge . . .”.

Ed ancora:

“Indicami Signore, la via dei tuoi precetti / e la seguirò sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge / e la custodisca con tutto il cuore” (Sal 119, 1-34).

L’idea racchiusa nei versetti di questo salmo è così trasparente, che non richiede alcun commento.

3. Invece conviene aggiungere un breve commento alle parole del libro del Siracide, nella prima lettura:

Se vuoi, osserverai i comandamenti: l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15, 16-17).

Il Siracide mette in evidenza lo stretto legame che esiste tra comandamento e libera volontà dell’uomo: “Se vuoi . . .”. E allo stesso tempo manifesta che dalla scelta e dalla decisione dell’uomo dipende il bene o il male, la vita o la morte, s’intende nel significato spirituale.

L’osservanza dei comandamenti è la via del bene, la via della vita.

La loro trasgressione è la via del male, la via della morte.

4. Ora passiamo al discorso della montagna nel Vangelo di oggi, secondo san Matteo.

Cristo dice prima:

“Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge (o i Profeti); non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”.(Mt 5, 17).

Chi trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. (Ivi, 5, 19)

Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. (Ivi)

E Cristo aggiunge:

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5, 17-20).

Dunque sono importanti la Legge, i Comandamenti, le Norme non solo in se stessi, ma anche il modo di comprenderli, di insegnarli, di osservarli. Ciò dev’essere davanti agli occhi di tutti coloro che spiegano la legge di Dio e che interpretano i principi della morale cristiana, in ogni epoca e anche nell’epoca contemporanea.

5. E Cristo dà tre esempi del comandamento e della sua interpretazione nello spirito della Nuova Alleanza.

“Non uccidere” (Mt 5, 21).

“Non commettere adulterio” (Mt 5, 27).

“Non spergiurare” (Mt 5, 33).

Non uccidere”: vuol dire non solo non togliere la vita ad altri, ma anche non vivere nell’odio e nell’ira verso gli altri. “Non commettere adulterio”: vuol dire non solo non prendere la moglie d’altri, ma anche non desiderarla, non commettere adulterio nel cuore.

Non spergiurare . . .”, “ma io vi dico: non giurate affatto” (Mt 5, 34), ma sia il vostro parlare vero: “sì, sì; no, no” (Mt 5, 37).

6. Che cosa è il Vangelo? Che cosa è il discorso della montagna?

È forse soltanto un “codice di morale?”.

Certamente sì. È un codice della morale cristiana. Indica le principali esigenze etiche. Ma è di più: indica anche la via della perfezione. Questa via corrisponde alla natura della libertà umana: alla libera volontà. L’uomo infatti, con la sua libera volontà, può scegliere non soltanto tra il bene e il male, ma anche tra “il bene” “il meglio” e il “più” nell’ambito della morale, anche per non discendere verso “il meno bene” o addirittura verso il “male”.

Infatti, come continua il libro del Siracide:

“Grande infatti è la sapienza del Signore, egli è onnipotente e vede tutto. I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15, 18-20).

E san Paolo va oltre, quando nella prima lettera ai Corinzi scrive:

“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza . . .; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla” (1 Cor 2, 6-8).

Quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano “a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10).

7. Cari parrocchiani della comunità romana dedicata a sant’Ippolito! Le notizie sicure sulla vita e l’opera del vostro patrono, come saprete, purtroppo scarseggiano, e tuttavia conosciamo con certezza quel fatto che, da solo, basta già a provare la grandezza della sua vita e della sua santità: il martirio insieme con il papa Ponziano.

Quale che sia stata la vita precedente di Ippolito, egli ha saputo giungere alla vetta della santità esemplare con quel gesto supremo d’amore a Cristo e al suo vicario in terra. Il suo esempio è quindi motivo di incoraggiamento e di speranza anche per voi.

Voglio salutare per ora tutti i presenti: il cardinale vicario, il vescovo del settore, monsignor Alessandro Plotti, il parroco, padre Maurilio Beltramo, la comunità dei frati Cappuccini, le suore Sacramentine, gli altri sacerdoti e religiosi, che collaborano all’attività parrocchiale, tutti i gruppi, e il popolo di Dio di questa porzione di Chiesa, anzi di questa piccola Chiesa che è la parrocchia, immagine e segno della Chiesa universale sparsa in tutto il mondo.

La parrocchia è il tramite normale e concreto attraverso il quale gli uomini possono conoscere la grande e misteriosa realtà della Chiesa universale. Da qui la perenne necessità, da parte della parrocchia, di presentare, con la sua stessa esistenza, al mondo, un’immagine la più fedele possibile alla Chiesa universale, contribuendo attivamente e responsabilmente alla sua costruzione e al suo sviluppo.

So che la vostra popolazione parrocchiale è molto numerosa e composita dal punto di vista dei ceti sociali e delle professioni. La messe è dunque abbondante per gli operai del Vangelo.

So anche che tra voi le iniziative, i gruppi, le attività non mancano. Raccomando che questo vostro pluralismo vivace e rigoglioso sappia sempre estrinsecarsi sulla base di una indiscussa fedeltà agli autentici principi di unità nella fede e nella carità, in comunione con i vostri pastori. Tali principi infatti fondano la vera efficacia delle molteplici e diverse attività.

8. “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore”.

Che queste parole, prese dalla liturgia odierna, rimangano in voi, cari fratelli e sorelle, come espressione dei fervidi auguri che vi fa il Vescovo di Roma in occasione della visita odierna.

Cercate Dio, seguite le strade della verità e dell’amore: seguitele secondo i principi della morale cristiana, secondo la luce dell’eterna sapienza di Dio.

E che i vostri cuori non cessino di essere sempre aperti all’azione dello Spirito Santo che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”.

Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 12 febbraio 1984]

Martedì, 03 Marzo 2026 05:05

Come compiere la Legge

Il Vangelo di oggi (cfr Mt 5,17-37) è tratto dal “discorso della montagna” e affronta l’argomento dell’adempimento della Legge: come io devo compiere la Legge, come fare. Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà. Non dimentichiamo questo: vivere la Legge come uno strumento di libertà, che mi aiuta ad essere più libero, che mi aiuta a non essere schiavo delle passioni e del peccato. Pensiamo alle guerre, pensiamo alle conseguenze delle guerre, pensiamo a quella bambina morta di freddo in Siria l’altro ieri. Tante calamità, tante. Questo è frutto delle passioni e la gente che fa la guerra non sa dominare le proprie passioni. Gli manca di adempiere la Legge. Quando si cede alle tentazioni e alle passioni, non si è signori e protagonisti della propria vita, ma si diventa incapaci di gestirla con volontà e responsabilità.

Il discorso di Gesù è strutturato in quattro antitesi, espresse con la formula «Avete inteso che fu detto … ma io vi dico».  Queste antitesi fanno riferimento ad altrettante situazioni della vita quotidiana: l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e i giuramenti. Gesù non abolisce le prescrizioni che riguardano queste problematiche, ma ne spiega il significato pieno e indica lo spirito con cui occorre osservarle. Egli incoraggia a passare da un’osservanza formale della Legge a un’osservanza sostanziale, accogliendo la Legge nel cuore, che è il centro delle intenzioni, delle decisioni, delle parole e dei gesti di ciascuno di noi. Dal cuore partono le azioni buone e quelle cattive.

Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che, quando non si ama il prossimo, si uccide in qualche misura sé stessi e gli altri, perché l’odio, la rivalità e la divisione uccidono la carità fraterna che è alla base dei rapporti interpersonali. E questo vale per quello che ho detto delle guerre e anche per le chiacchiere, perché la lingua uccide. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che i desideri vanno guidati, perché non tutto ciò che si desidera si può avere, e non è bene cedere ai sentimenti egoistici e possessivi. Quando si accoglie la Legge di Dio nel cuore si capisce che bisogna abbandonare uno stile di vita fatto di promesse non mantenute, come anche passare dal divieto di giurare il falso alla decisione di non giurare affatto, assumendo l’atteggiamento di piena sincerità con tutti.

E Gesù è consapevole che non è facile vivere i Comandamenti in questo modo così totalizzante. Per questo ci offre il soccorso del suo amore: Egli è venuto nel mondo non solo per dare compimento alla Legge, ma anche per donarci la sua Grazia, così che possiamo fare la volontà di Dio, amando Lui e i fratelli. Tutto, tutto possiamo fare con la Grazia di Dio! Anzi, la santità non è altra cosa che custodire questa gratuità che ci ha dato Dio, questa Grazia. Si tratta di fidarsi e affidarsi a Lui, alla sua Grazia, a quella gratuità che ci ha dato e accogliere la mano che Egli ci tende costantemente, affinché i nostri sforzi e il nostro necessario impegno possano essere sostenuti dal suo aiuto, ricolmo di bontà e di misericordia.

Gesù oggi ci chiede di progredire sulla via dell’amore che Lui ci ha indicato e che parte dal cuore. Questa è la strada da seguire per vivere da cristiani. La Vergine Maria ci aiuti a seguire la via tracciata dal suo Figlio, per raggiungere la gioia vera e diffondere dappertutto la giustizia e la pace.

[Papa Francesco, Angelus 16 febbraio 2020]

(Mt 18,21-35)

 

In tutto il medio Oriente antico la rappresaglia non sproporzionata uno a uno [non crudele] era legge sacra.

Perdonare era un atteggiamento umiliante e assurdo, principio incomprensibile per chiunque vivesse una qualsiasi ingiustizia.

Viceversa, nella dinamica della Fede, perdonare diventa un potere, che non solo rende l’aria respirabile, ma attiva il nostro destino personale.

Pietro invece vuole sapere i limiti del perdono (v.21).

Storicamente, al termine del primo secolo si riaffaccia nei credenti lo stile schizzinoso, severo, della sinagoga e dell’Impero [«divide et impera»]. 

Nasce la domanda: bisognerà fermarsi nell’accogliere?

In aggiunta, nelle stesse chiese si ricomincia a pensare che qualcuno abbia peccato di lesa maestà verso chi - ormai duro e senza cuore - è abituato a farsi riverire.

Veterani che ne combinano più di altri e poi fanno i puntigliosi su minuzie altrui (i fratelli deboli, considerati sottoposti e destinati al rigore fiscale dei moralismi, nonché delle penitenze).

 

Mentre la pratica religiosa esaspera i difetti minuti, l’esperienza stessa della sproporzione tra il perdono ricevuto dal Padre e quello che siamo in grado di offrire ai fratelli, fa capire la necessità della tolleranza.

La Chiesa dovrebbe essere questo spazio dell’esperienza di Dio che restituisce vita, luogo alternativo di fraternità.

 

La società imperiale era dura e senza compassione, priva di spazio per i piccoli e malfermi, i quali senza troppe pretese cercavano un qualsiasi rifugio per il cuore - ma nessuna Religione dava loro risposta.

Anche le sinagoghe identificavano benedizioni materiali e spirituali. Ammantate di esigenze, norme di purità e adempimenti, non offrivano il tepore d’un luogo accogliente per i deboli.

Il guaio era che nelle stesse prime comunità cristiane alcuni puntavano i piedi sul rigore delle norme, consuetudini e gerarchie, pretendendo convivenze improntate secondo il modello giudaizzante.

Inoltre, come testimonia la lettera di Giacomo, verso la fine del primo secolo già iniziavano a manifestarsi nelle chiese di Cristo le identiche divisioni della società, tra indigenti e benestanti!

Lo spazio di accoglienza delle comunità che nello Spirito avevano avuto il compito dal Signore d’illuminare il mondo con il loro germe di vita quali ‘case di tutti’ e di relazioni alternative, correva il rischio di ridiventare luogo di conflitti, giudizio, castigo, condanna.

«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non condonerete ciascuno al proprio fratello dal vostro cuore» (v.35).

 

Il Perdono divino diventa efficace e palese solo nella testimonianza della Chiesa dove sorelle e fratelli - invece che mostrarsi pignoli, si colgono sospinti e si lasciano guidare da una Visione di nuovi cieli e nuova terra.

Per questo - senza sforzo alcuno, anzi benedicendo le necessità altrui come territori di energie preparatorie - essi vivono la comunione delle risorse e condonano i debiti anche materiali, che poi sono una miseria.

In caso contrario, dovremmo sempre vivere nell’incombenza di un Dio indulgente forse, ma a tempo, che ritratta il fare misericordia.

Sarebbe una vita senza sviluppi da stupore, tutta appesantita nella palude dei pochi spiccioli.

È invece l’energia attiva della Fede quella che non ci condanna ad arrancare.

 

La magnanimità che esce dagli automatismi sposta il nostro sguardo e ci porta un’Onda ineffabile e crescente, molto più avanti di quanto possiamo immaginare.

I nostri cedimenti stanno preparando nuovi sviluppi - quelli che contano, senza limitazioni.

 

L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.

 

 

[Martedì 3.a sett. Quaresima, 10 marzo 2026]

Pagina 2 di 38
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches  us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.