don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 17 Aprile 2026 04:37

Andate!

Gesù ha inviato i suoi discepoli in missione con questo mandato: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato» (Mc 16,15-16). Evangelizzare significa portare ad altri la Buona Notizia della salvezza e questa Buona Notizia è una persona: Gesù Cristo. Quando lo incontro, quando scopro fino a che punto sono amato da Dio e salvato da Lui, nasce in me non solo il desiderio, ma la necessità di farlo conoscere ad altri. All’inizio del Vangelo di Giovanni vediamo Andrea il quale, dopo aver incontrato Gesù, si affretta a condurre da Lui suo fratello Simone (cfr 1,40-42). L’evangelizzazione parte sempre dall’incontro con il Signore Gesù: chi si è avvicinato a Lui e ha fatto esperienza del suo amore vuole subito condividere la bellezza di questo incontro e la gioia che nasce da questa amicizia. Più conosciamo Cristo, più desideriamo annunciarlo. Più parliamo con Lui, più desideriamo parlare di Lui. Più ne siamo conquistati, più desideriamo condurre gli altri a Lui.

Mediante il Battesimo, che ci genera a vita nuova, lo Spirito Santo prende dimora in noi e infiamma la nostra mente e il nostro cuore: è Lui che ci guida a conoscere Dio e ad entrare in amicizia sempre più profonda con Cristo; è lo Spirito che ci spinge a fare il bene, a servire gli altri, a donare noi stessi. Attraverso la Confermazione, poi, siamo fortificati dai suoi doni per testimoniare in modo sempre più maturo il Vangelo. È dunque lo Spirito d’amore l’anima della missione: ci spinge ad uscire da noi stessi, per «andare» ed evangelizzare. Cari giovani, lasciatevi condurre dalla forza dell’amore di Dio, lasciate che questo amore vinca la tendenza a chiudersi nel proprio mondo, nei propri problemi, nelle proprie abitudini; abbiate il coraggio di «partire» da voi stessi per «andare» verso gli altri e guidarli all’incontro con Dio.

4. Raggiungete tutti i popoli

Cristo risorto ha mandato i suoi discepoli a testimoniare la sua presenza salvifica a tutti i popoli, perché Dio nel suo amore sovrabbondante, vuole che tutti siano salvi e nessuno sia perduto. Con il sacrificio di amore della Croce, Gesù ha aperto la strada affinché ogni uomo e ogni donna possa conoscere Dio ed entrare in comunione di amore con Lui. E ha costituito una comunità di discepoli per portare l’annuncio di salvezza del Vangelo fino ai confini della terra, per raggiungere gli uomini e le donne di ogni luogo e di ogni tempo. Facciamo nostro questo desiderio di Dio!

Cari amici, volgete gli occhi e guardate intorno a voi: tanti giovani hanno perduto il senso della loro esistenza. Andate! Cristo ha bisogno anche di voi. Lasciatevi coinvolgere dal suo amore, siate strumenti di questo amore immenso, perché giunga a tutti, specialmente ai «lontani». Alcuni sono lontani geograficamente, altri invece sono lontani perché la loro cultura non lascia spazio a Dio; alcuni non hanno ancora accolto il Vangelo personalmente, altri invece, pur avendolo ricevuto, vivono come se Dio non esistesse. A tutti apriamo la porta del nostro cuore; cerchiamo di entrare in dialogo, nella semplicità e nel rispetto: questo dialogo, se vissuto in una vera amicizia, porterà frutto. I «popoli» ai quali siamo inviati non sono soltanto gli altri Paesi del mondo, ma anche i diversi ambiti di vita: le famiglie, i quartieri, gli ambienti di studio o di lavoro, i gruppi di amici e i luoghi del tempo libero. L’annuncio gioioso del Vangelo è destinato a tutti gli ambiti della nostra vita, senza alcun limite.

[Papa Benedetto, Messaggio per la XXVIII GMG 2013]

Venerdì, 17 Aprile 2026 04:34

Neopaganesimo e secolarizzazione

2. Dalla nuova scoperta di Cristo - quando è autentica - nasce sempre, come diretta conseguenza, il desiderio di portarlo agli altri, cioè un impegno apostolico. Questa è appunto la seconda linea-guida della prossima Giornata della Gioventù.

Tutta la Chiesa è destinataria del mandato di Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Tutta la Chiesa, quindi, è missionaria ed evangelizzatrice, vivendo in continuo stato di missione (cfr. «Ad Gentes», 2). Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri!

Il mondo di oggi è una grande terra di missione, perfino nei Paesi di antica tradizione cristiana. Dappertutto oggi il neopaganesimo ed il processo di secolarizzazione costituiscono una grande sfida al messaggio evangelico. Ma, al tempo stesso, si aprono anche ai nostri giorni nuove occasioni per l'annuncio del Vangelo; si nota, ad esempio, una crescente nostalgia del sacro, dei valori autentici, della preghiera. Perciò, il mondo di oggi ha bisogno di molti apostoli - soprattutto di apostoli giovani e coraggiosi. A voi giovani spetta in modo particolare il compito di testimoniare la fede oggi e l'impegno di portare il Vangelo di Cristo - via, verità e vita - nel terzo millennio cristiano, di costruire una nuova civiltà che sia civiltà di amore, di giustizia e di pace.

Per ogni nuova generazione sono necessari nuovi apostoli. E qui sorge una speciale missione per voi. Siete voi giovani i primi apostoli ed evangelizzatori del mondo giovanile, tormentato oggi da tante sfide e minacce (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 12). Principalmente voi potete esserlo, e nessuno può sostituirvi nell'ambiente dello studio, del lavoro e dello svago. Sono tanti i vostri coetanei che non conoscono Cristo, o che non lo conoscono abbastanza. Perciò, non potete rimanere silenziosi e indifferenti! Dovete avere il coraggio di parlare di Cristo, di testimoniare la vostra fede mediante il vostro stile di vita ispirato al Vangelo. San Paolo scrive: «Guai a me, se non predicassi il Vangelo!» (1Cor 9,16). Davvero, la messe evangelica è grande e ci vogliono tanti operai. Cristo si fida di voi e conta sulla vostra collaborazione. In occasione della prossima Giornata della Gioventù, vi invito quindi a rinnovare il vostro impegno apostolico. Cristo ha bisogno di voi! Rispondete alla sua chiamata col coraggio e con lo slancio proprio della vostra età.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la IV GMG]

Magnanimità nell’umiltà. È lo stile di vita del cristiano che voglia realmente essere testimone del vangelo sino agli orizzonti estremi del mondo. I contorni di questo modo d’essere «missionari nella Chiesa» sono stati tratteggiati da Papa Francesco, questa mattina, giovedì 25 aprile, durante l’ormai consueta celebrazione della messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

[…] Come sempre il Pontefice ha commentato le letture del giorno, tratte dalla prima lettera di san Pietro (5, 5-14) e dal vangelo di Marco (16, 15-20). «Gesù, prima di salire al cielo, invia gli apostoli a evangelizzare, a predicare il regno. Li invia fino alla fine del mondo. “Andate in tutto il mondo”» ha esordito. E ha poi sottolineato l’universalità della missione della Chiesa, rimarcando il fatto che Gesù non dice agli apostoli di andare a Gerusalemme o nella Galilea, ma li invia in tutto il mondo. Dunque, apre un orizzonte grande. Da ciò si può capire la vera dimensione della «missionarietà della Chiesa», che va avanti predicando «a tutto il mondo. Ma — ha avvertito il Papa — non va avanti da sola; va con Gesù».

Dunque gli apostoli partirono e predicarono dappertutto. Ma «il Signore — ha precisato — agiva insieme con loro. Il Signore lavora con tutti quelli che predicano il Vangelo. Questa è la magnanimità che i cristiani devono avere. Un cristiano pusillanime non si capisce. È propria della vocazione cristiana questa magnanimità: sempre di più, sempre di più, sempre di più; sempre avanti».

Tuttavia — ha avvertito — può anche capitare qualcosa «che non sia tanto cristiana». A quel punto, «come dobbiamo andare avanti? qual è lo stile che Gesù vuole per i suoi discepoli nella predicazione del Vangelo, in questa missionarietà?» si è chiesto il Pontefice. E ha indicato la risposta nel testo di san Pietro, il quale «ci spiega un po’ questo stile: “Carissimi rivestitevi di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili”. Lo stile della predicazione evangelica va su questo atteggiamento, l’umiltà, il servizio, la carità, l’amore fraterno».

Il Papa ha poi immaginato la possibile obiezione di un cristiano dinanzi al Signore che propone questo stile: «“Ma Signore, noi dobbiamo conquistare il mondo!”». E ha mostrato cosa ci sia di sbagliato in questo atteggiamento: «Questa parola, “conquistare”, non va. Noi dobbiamo predicare nel mondo. Il cristiano non deve essere come i soldati che quando vincono la battaglia fanno piazza pulita, di tutto».

A questo punto Papa Francesco ha fatto riferimento a un testo medioevale nel quale si narra che i cristiani, dopo aver vinto una battaglia e conquistata una città, misero in fila tutti i pagani e li schierarono tra il battistero e la spada, imponendogli di scegliere: l’acqua, cioè il battesimo, o l’arma, cioè la morte. E ha affermato: «Non è questo lo stile del cristiano. Il suo stile è quello di Gesù, umile».

Il cristiano — ha spiegato — «predica, annuncia il Vangelo con la sua testimonianza più che con le parole. Mi diceva un vescovo saggio, d’Italia, pochi giorni fa: “Alle volte noi facciamo confusione e pensiamo che la nostra predicazione evangelica deve essere una salus idearum e non una salus animarum, la salute delle idee e non la salute delle anime. Ma come si arriva alla salute delle anime? Con l’umiltà, con la carità. San Tommaso ha una frase bellissima su questo: “È come andare verso quell’orizzonte che non finisce mai perché è sempre un orizzonte”. E allora come procedere con questo atteggiamento cristiano? Lui dice non spaventarsi delle cose grandi. Andare avanti, tenendo conto anche delle piccole cose. Questo è divino. È come una tensione fra il grande e il piccolo; tutte e due, questo è cristiano. La missionarietà cristiana, la predica del Vangelo della Chiesa, va per questa strada».

La conferma sta proprio nel vangelo di Marco. Il Papa lo ha notato: «Non si può procedere in altro modo. E nel Vangelo, alla fine, c’è una frase bellissima quando dice che Gesù agiva insieme con loro e “confermava la parola con i segni che l’accompagnavano”. Quando noi andiamo con questa magnanimità e anche con questa umiltà, quando noi non ci spaventiamo delle cose grandi, di questo orizzonte, ma prendiamo anche le cose piccole, come l’umiltà e la carità quotidiana, il Signore conferma la Parola e andiamo avanti. Il trionfo della Chiesa è la risurrezione di Gesù. C’è la croce prima».

«Chiediamo oggi al Signore — ha concluso — di diventare missionari nella Chiesa, apostoli nella Chiesa ma con questo spirito: una grande magnanimità e anche una grande umiltà».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 26/04/2013]

Giovedì, 16 Aprile 2026 05:59

Mistica della Carne e Sangue

Nessuna marcia trionfale: frammenti, per conciliare

(Gv 6,52-59)

 

Il tema eucaristico veicola un messaggio fondamentale, sulla qualità di Vita dell’Eterno che possiamo sperimentare già qui e ora.

La Vita dell’Eterno non è effetto del “credere” esterno in Gesù. Convinzione che ci fermerebbe, e perderebbe il ‘contatto’.

Invece essa si fa reciproca, evolve, ci recupera, come in una energia naturale.

Ecco il crudo Alimento, e Bevanda: ‘masticarlo’ e ‘frantumarlo’, ‘berlo’ e ‘tracannarlo’ persino [verbi usati nel testo greco].

Assimilazione totale, che si converte in un vissuto - Dono da Persona a persona.

Il Cibo di cui nutrirsi non è un sigillo, ma un moto perenne e convocatore. Non una dottrina logica, compassata e consenziente, bensì Parola-evento che coinvolge appieno.

Per questo motivo, ecco la Persona del Cristo - nella sua vera e piena realtà umana, offerta e rotta; nel suo insegnamento autentico e vicenda di agnello pasquale, fra lupi che lo hanno triturato.

È il crudo tramite per il quale è data e conservata la Vita dell’Eterno.

In tal senso l’Eucaristia accolta nella nuda Fede è Presenza reale (non simbolica) del Risorto.

La durezza del vocabolario usato - ben poco intimista - graffia la vita dei credenti con effetti concreti in prima persona.

«Avere la Vita» è stare uniti a Gesù - ma non in modo dolciastro, sentimentale, o abbacinante.

Il Patto di un nuovo regno è vita in Dio: carica che non si esaurisce, e c’introduce nella gloria paradossale, piagata, della comunità dei figli.

L’Eucaristia è punto di riferimento della Chiesa che riconosce se stessa, definisce cos’è chiamata a essere. E non deve trovare altrove i suoi vincoli perenni.

 

Con crudezza polemica, Gesù insiste a proporsi come Agnello della Pasqua che rudemente sminuzzato e totalmente assorbito, libera dalle schiavitù - introducendo i suoi in traiettorie spigolose, ma vere.

La sua proposta passa attraverso una impertinente trasgressione del legalismo: si proibiva in assoluto di assumere sangue, considerato sede della vita.

Fare propria la vicenda del Cristo totale - così discosto dal pensiero controllato - è marcare contestazione delle norme e abitudini o mode.

Insomma, altre “manne” o dipendenze affettive esterne, stemperate, centrate sui condizionamenti, non sono neanche pallide figure dell’Alimento Vivente.

La Comunione di vita con la Persona concreta del Signore è solo quella del Figlio con il Padre: coltivandola, la sogniamo e la teniamo lì, insieme alle nostre vicende - affinché esse si nutrano di quel medesimo Spirito.

Lasciando evolvere le motivazioni e il mondo d’immagini legato alla Cena del Signore, ci lasciamo condurre dal Segno efficace. Esso guiderà e addirittura porterà proprio là dove dobbiamo andare.

Arrendendosi a tale memoriale che dona intimo impulso, succederà qualcosa - affinché l'anima scenda in campo. Vedremo partorire altre tappe.

Qui è il Giudizio del Crocifisso piagato che sparge vita autentica anche inclemente; senza mirabili sintonie dattorno.

Ciò prendendo la nostra carne e sangue [coinvolge persino il corpo e gli umori] che a Lui assimila gli scartati, i fuori dal giro di troni terreni e cordate opportuniste.

Cosa urtante per la mentalità volgare esterna che alza difese e cerca approvazioni, riconoscimenti, conquiste; miraggi di successo, cose che tutti vogliono.

Diminuzione che non attira consenso entusiasta, bensì ripugna alle normali attese dei soliti cori di gloria - delle sinfonie di acclamazione per il successo vorticoso e disponibile, ma attenuante.

 

Carne e Sangue: gettati nei solchi della storia. Coinvolti senza smorzare lo Spirito; in modo personale e intimo. Corpo Unico, assimilato a Lui e alla sua vicenda.

Primizie di nessuna marcia trionfale: anche noi divenuti alimento, briciole e frammenti, per conciliare.

Altrimenti il tempo delle Promesse non può compiersi.

 

 

[Venerdì 3.a sett. di Pasqua, 24 aprile 2026]

Giovedì, 16 Aprile 2026 05:57

Mistica della Carne e Sangue

Nessuna marcia trionfale: frammenti, per conciliare

(Gv 6,52-59)

 

Il tema eucaristico veicola un messaggio fondamentale, sulla qualità di Vita dell’Eterno che possiamo sperimentare già qui e ora.

La Vita dell’Eterno non è effetto del “credere” esterno in Gesù. Convinzione che ci fermerebbe, e perderebbe il ‘contatto’.

Invece essa si fa reciproca, evolve, ci recupera, come in una energia naturale.

Ecco il crudo Alimento, e Bevanda: ‘masticarlo’ e ‘frantumarlo’, ‘berlo’ e ‘tracannarlo’ persino [verbi usati nel testo greco].

Assimilazione totale, che si converte in un vissuto - Dono da Persona a persona.

Il Cibo di cui nutrirsi non è un sigillo; piuttosto, un moto perenne e convocatore.

Non una dottrina logica, compassata e consenziente, bensì Parola-evento che coinvolge appieno.

E la sua vicenda - con tutti i risvolti di persecuzione subita, e asprezza, nonché attività di denuncia.

[È un aspetto che va in sintonia con la cosiddetta preghiera ispirata «nel Nome di Gesù» ossia un’orazione intrisa del portato e carico drammatico della sua vicenda storica; che non ci spiritualizza né anestetizza affatto, perché contrappone i testimoni critici alle situazioni installate].

Per questo motivo, ecco la Persona del Cristo - nella sua vera e piena realtà umana, offerta e rotta; nel suo insegnamento autentico e vicenda di agnello pasquale.

Fra lupi che lo hanno triturato.

È il brusco tramite, per il quale è data e conservata la Vita dell’Eterno.

In tal senso l’Eucaristia accolta nella nuda Fede è Presenza reale (non simbolica) del Risorto.

La durezza del vocabolario usato - poco intimista - graffia la vita dei credenti con effetti concreti in prima persona, non automatici né magici.

La Fede mette in rilievo la nuzialità paradigmatica «Vuoi unire la tua vita alla mia?»: è luogo privilegiato - di cui ci nutriamo e abbeveriamo anche nelle sue stesse asprezze, per esplicarlo.

È Corrente di vita dal Padre attraverso il Figlio, assimilato in noi: non la devozione.

«Avere la Vita» è stare uniti a Gesù - ma non in modo dolciastro, sentimentale, o abbacinante.

Siamo fecondati e mandati, fatti Uno col «Figlio dell’uomo» [la misura divina per ciascuno di noi] nell’Alleanza degli accadimenti.

Relazione, motivo, veicolo, movimento unificatore, anticipazione, che dispiegano la Comunione tra Padre e Figlio - senza immobilità e soste.

Il Patto di un nuovo regno è vita in Dio: carica che non si esaurisce, e c’introduce nella gloria paradossale e piagata della comunità dei figli.

L’Eucaristia è punto di riferimento della Chiesa, talora dispersa nelle ipnosi di eventi esteriori.

Assemblea che riconosce se stessa; definisce cos’è chiamata a essere. E non deve trovare altrove i suoi vincoli perenni.

 

Alcuni passi di Gv sono una interessante testimonianza storica della catechesi di fine primo secolo nelle comunità dell’Asia Minore.

Fraternità alla ricerca di motivazioni ancestrali, delle energie più antiche, che si ergessero sui turbini della persecuzione e non alterassero la coscienza in Cristo.

L’istruzione era configurata a brevi domande e risposte, formulate per accogliere pagani, arginare defezioni, approfondire tematiche.

Argomenti e spinte che distinguessero la Fede viva da una religiosità del passato e dai suoi schemi perfezionisti o commemorativi.

Stilemi che era opportuno deporre, per saziare la fame e sete di pienezza - conquistando libertà, letizia, nonché un essere più completo, totale, indistruttibile.

Con crudezza polemica, Gesù insiste a proporsi come Agnello della vera Pasqua.

Agnello che rudemente pestato, trinciato, ridotto in briciole, acciaccato, sminuzzato, e assorbito totalmente, potesse liberare dalle schiavitù, e regalare la gioia dell’estasi.

In tal guisa, introducendo i suoi in traiettorie spigolose, ma vere - infine riannodate, sia per attivare la realizzazione autentica delle singole persone, che per qualità di coesistenza.

La sua proposta passava attraverso una impertinente trasgressione del purismo, del legalismo, e della cultura intimista, devota in genere.

In quell’ambito si proibiva in assoluto di assumere sangue, considerato sede della vita.

Fare propria la vicenda del Cristo totale - così discosto dal pensiero controllato - era marcare contestazione.

Era rifiuto dei simboli, delle norme, di abitudini o mode. Non ci sarebbe stata alternativa, né compromesso non offensivo.

Non solo: bisognava anche cambiare testa a coloro che immaginavano di potersi accodare con tornaconto (individuale o di gruppo) all’idea arcaica di Messia potente, vincitore, e garante.

Magari adeguabile, flessibile; a disposizione per ogni genere di alleanza Gesù-Impero, che già incantava qualcuno.

Insomma, altre “manne” o dipendenze affettive esterne, stemperate, centrate sui condizionamenti, non potevano essere neanche pallide figure dell’Alimento Vivente.

 

La Comunione di vita con la Persona concreta del Signore è solo quella del Figlio con il Padre.

Coltivandola, la sogniamo e la teniamo lì, insieme alle nostre vicende - affinché esse si nutrano di quel medesimo Spirito.

Lasciando evolvere le motivazioni e il mondo d’immagini legato alla Cena del Signore, ci lasciamo condurre dal Segno efficace.

Esso guiderà e addirittura porterà proprio là dove dobbiamo andare.

Arrendendosi a tale memoriale che dona intimo impulso, succederà qualcosa - affinché l'anima scenda in campo.

Aspettando di essere pronti, impareremo a capire la fecondità e sapienza del Dono-e-Risposta spezzata che incessantemente partorisce altre tappe, ancora attivando differenti risorse, forse sconosciute.

Qui è il Giudizio del Crocifisso piagato che sparge ‘vita’ autentica anche inclemente; senza mirabili sintonie dattorno.

Ciò prendendo la nostra carne e sangue [coinvolge persino il corpo e gli umori] che a Lui assimila gli scartati, i fuori dal giro di troni terreni, e cordate opportuniste.

Cosa urtante per la mentalità volgare esterna. Mondo di convinzioni che alza difese e cerca l’approvazione, il riconoscimento, le conquiste; miraggi di successo, cose che tutti vogliono.

Diminuzione che non attira consenso entusiasta, bensì ripugna alle normali attese dei soliti cori di gloria - delle sinfonie di acclamazione per il successo vorticoso e disponibile, ma attenuante.

 

Carne e Sangue: gettati nei solchi della storia.

Coinvolti senza smorzare lo Spirito; in modo personale e intimo. Corpo Unico, assimilato a Lui e alla sua vicenda.

Primizie di nessuna marcia trionfale: anche noi divenuti alimento, briciole e frammenti, per conciliare.

Altrimenti il tempo delle Promesse non può compiersi.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale comprensione dimostri assumendo l’Alimento e la Bevanda della Vita? Tutto tranquillo?

Come ritieni opportuno coniugare e approfondire la Fede nella Presenza reale del Risorto con l’asprezza della vita?

Giovedì, 16 Aprile 2026 05:52

Non scandalizzarsi della sua umanità

È la parte finale e culminante del discorso fatto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo che il giorno precedente aveva dato da mangiare a migliaia di persone con soli cinque pani e due pesci. Gesù svela il senso di quel miracolo, e cioè che il tempo delle promesse è compiuto: Dio Padre, che con la manna aveva sfamato gli Israeliti nel deserto, ora ha mandato Lui, il Figlio, come vero Pane di vita, e questo pane è la sua carne, la sua vita, offerta in sacrificio per noi. Si tratta dunque di accoglierlo con fede, non scandalizzandosi della sua umanità; e si tratta di «mangiare la sua carne e bere il suo sangue» (cfr Gv 6,54), per avere in se stessi la pienezza della vita. E’ evidente che questo discorso non è fatto per attirare consensi. Gesù lo sa e lo pronuncia intenzionalmente; e infatti quello fu un momento critico, una svolta nella sua missione pubblica. La gente, e gli stessi discepoli, erano entusiasti di Lui quando compiva segni prodigiosi; e anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci era una chiara rivelazione che Egli era il Messia, tant’è che subito dopo la folla avrebbe voluto portare Gesù in trionfo e proclamarlo re d’Israele. Ma non era questa la volontà di Gesù, che proprio con quel lungo discorso smorza gli entusiasmi e provoca molti dissensi. Egli, infatti, spiegando l’immagine del pane, afferma di essere stato mandato ad offrire la propria vita, e chi vuole seguirlo deve unirsi a Lui in modo personale e profondo, partecipando al suo sacrificio di amore. Per questo Gesù istituirà nell’ultima Cena il Sacramento dell’Eucaristia: perché i suoi discepoli possano avere in se stessi la sua carità - questo è decisivo - e, come un unico corpo unito a Lui, prolungare nel mondo il suo mistero di salvezza.

Ascoltando questo discorso la gente capì che Gesù non era un Messia come lo volevano, che aspirasse ad un trono terreno. Non cercava consensi per conquistare Gerusalemme; anzi, alla Città santa voleva andarci per condividere la sorte dei profeti: dare la vita per Dio e per il popolo. Quei pani, spezzati per migliaia di persone, non volevano provocare una marcia trionfale, ma preannunciare il sacrifico della Croce, in cui Gesù diventa Pane, corpo e sangue offerti in espiazione. Gesù dunque fece quel discorso per disilludere le folle e, soprattutto, per provocare una decisione nei suoi discepoli. Infatti, molti tra questi, da allora, non lo seguirono più.

Cari amici, lasciamoci anche noi nuovamente stupire dalle parole di Cristo: Egli, chicco di grano gettato nei solchi della storia, è la primizia dell’umanità nuova, liberata dalla corruzione del peccato e della morte. E riscopriamo la bellezza del Sacramento dell’Eucaristia, che esprime tutta l’umiltà e la santità di Dio: il suo farsi piccolo, Dio si fa piccolo, frammento dell’universo per riconciliare tutti nel suo amore. La Vergine Maria, che ha dato al mondo il Pane della vita, ci insegni a vivere sempre in profonda unione con Lui.

[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2012]

Giovedì, 16 Aprile 2026 05:50

Potenza e Ricchezza

1. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6, 54). Istituendo l’Eucaristia alla vigilia della sua morte, Cristo volle dare alla Chiesa un cibo che l’avrebbe nutrita continuamente e l’avrebbe fatta vivere della sua stessa vita di Risorto.

Molto tempo prima dell’istituzione, Gesù aveva annunciato questo pasto, unico nel suo genere. Nel culto giudaico non mancavano pasti sacri, che si consumavano alla presenza di Dio e che manifestavano la gioia del favore divino. Gesù supera tutto questo: ormai è lui, nella sua carne e nel suo sangue, che diventa cibo e bevanda dell’umanità. Nel pasto eucaristico l’uomo si nutre di Dio.

Quando, per la prima volta, Gesù annuncia questo cibo, suscita lo stupore dei suoi ascoltatori, che non giungono a recepire un progetto divino così alto. Gesù perciò sottolinea vigorosamente la verità oggettiva delle sue parole, affermando la necessità del pasto eucaristico: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6, 53). Non si tratta di un pasto puramente spirituale, in cui le espressioni “mangiare la carne” del Cristo e “bere il suo sangue”, rivestirebbero un senso metaforico. È un vero pasto, come Gesù precisa con forza: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 55).

Tale cibo, per altro, non è meno necessario allo sviluppo della vita divina nei fedeli, di quanto lo siano i cibi materiali per il mantenimento e lo sviluppo della vita corporea. L’Eucaristia non è un lusso offerto a quelli che vorrebbero vivere più intimamente uniti a Cristo: è un’esigenza della vita cristiana. Questa esigenza è stata compresa dai discepoli poiché, secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, nei primi tempi della Chiesa lo “spezzare il pane”, ossia il pasto eucaristico, si praticava ogni giorno nelle case dei fedeli “con gioia e semplicità di cuore” (At 2, 46).

2. Nella promessa dell’Eucaristia, Gesù spiega perché questo cibo è necessario: “Io sono il pane della vita” egli dichiara (Gv 6, 48). “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me, vivrà per me” (Gv 6, 57). Il Padre è la prima sorgente della vita: questa vita egli l’ha donata al Figlio, il quale a sua volta la comunica all’umanità. Colui che si nutre di Cristo nell’Eucaristia non deve attendere l’aldilà per ricevere la vita eterna: la possiede già sulla terra, e in essa possiede anche la garanzia della Risurrezione corporea alla fine del mondo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54).

Questa garanzia di Risurrezione proviene dal fatto che la carne del Figlio dell’uomo data in cibo è il suo corpo nello stato glorioso di risorto. Gli ascoltatori della promessa dell’Eucaristia non avevano colto questa verità: essi pensavano che Gesù volesse parlare della sua carne nello stato della sua vita terrena, e manifestavano quindi grande ripugnanza di fronte al pasto annunciato. Il Maestro corregge il loro modo di pensare, precisando che si tratta della carne del Figlio dell’uomo “salito là dov’era prima” (Gv 6, 62), ossia nello stato trionfante dell’ascensione al cielo. Questo corpo glorioso è riempito della vita dello Spirito Santo, ed è così che può santificare gli uomini che se ne nutrono, e dare ad essi il pegno della gloria eterna.

Nell’Eucaristia noi riceviamo, dunque, la vita del Cristo risorto. Quando infatti il sacrificio si compie sacramentalmente sull’altare, non si rende in esso attuale soltanto il mistero della Passione e della Morte del Salvatore, ma anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento. La celebrazione eucaristica ci fa partecipare all’offerta redentrice, ma anche alla vita trionfante del Cristo risorto. Ecco il perché del clima di gioia che caratterizza ogni Liturgia eucaristica. Pur commemorando il dramma del Calvario, segnato un tempo da un immenso dolore, il sacerdote e i fedeli si rallegrano unendo la loro offerta a quella del Cristo, perché sanno di vivere nello stesso tempo il mistero della Risurrezione, inseparabile da questa offerta.

3. La vita del Cristo risorto si distingue per la sua potenza e la sua ricchezza. Colui che si comunica riceve la forza spirituale necessaria per affrontare tutti gli ostacoli e tutte le prove rimanendo fedele al suoi impegni di cristiano. Egli inoltre attinge dal Sacramento, come da una abbondantissima sorgente, continui fiotti di energia per lo sviluppo di tutte le sue risorse e qualità, in un ardore gioioso che stimola la generosità.

In particolare, egli attinge l’energia vivificante della carità. Nella tradizione della Chiesa, l’Eucaristia è sempre stata considerata e vissuta come sacramento per eccellenza dell’unità e dell’amore. Già san Paolo lo dichiara: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).

La celebrazione eucaristica riunisce tutti i cristiani, quali che siano le loro differenze, in una offerta unanime e in un pasto al quale tutti partecipano. Essa li raccoglie tutti nella uguale dignità di fratelli del Cristo e di figli del Padre; essa li invita al rispetto, alla stima reciproca, al mutuo servizio. La comunione dà inoltre a ciascuno la forza morale necessaria per porsi al di sopra dei motivi di divisione e di opposizione, per perdonare i torti ricevuti, per fare un nuovo sforzo nel senso della riconciliazione e dell’intesa fraterna.

Non è, del resto, particolarmente significativo che il precetto dell’amore reciproco sia stato formulato da Cristo nella sua più alta espressione durante l’ultima Cena, in occasione dell’istituzione dell’Eucaristia? Ogni fedele lo ricordi al momento di accostarsi alla mensa eucaristica e si impegni a non smentire con la vita ciò che celebra nel mistero.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 8 giugno 1983]

Giovedì, 16 Aprile 2026 05:38

Carne e sangue: l’umanità concreta

Il brano evangelico […] ci introduce nella seconda parte del discorso che fece Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo aver sfamato una grande folla con cinque pani e due pesci: la moltiplicazione dei pani. Egli si presenta come «il pane vivo disceso dal cielo», il pane che dà la vita eterna, e aggiunge: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Questo passaggio è decisivo, e infatti provoca la reazione degli ascoltatori, che si mettono a discutere tra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). Quando il segno del pane condiviso porta al suo significato vero, cioè il dono di sé fino al sacrificio, emerge l’incomprensione, emerge addirittura il rifiuto di Colui che poco prima si voleva portare in trionfo. Ricordiamoci che Gesù ha dovuto nascondersi perché volevano farlo re.

Gesù prosegue: «Se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). Qui insieme alla carne compare anche il sangue. Carne e sangue nel linguaggio biblico esprimono l’umanità concreta. La gente e gli stessi discepoli intuiscono che Gesù li invita ad entrare in comunione con Lui, a “mangiare” Lui, la sua umanità, per condividere con Lui il dono della vita per il mondo. Altro che trionfi e miraggi di successo! E’ proprio il sacrificio di Gesù che dona se stesso per noi.

Questo pane di vita, sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, viene a noi donato gratuitamente nella mensa dell’Eucaristia. Attorno all’altare troviamo ciò che ci sfama e ci disseta spiritualmente oggi e per l’eternità. Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, in un certo senso, anticipiamo il cielo sulla terra, perché dal cibo eucaristico, il Corpo e il Sangue di Gesù, impariamo cos’è la vita eterna. Essa è vivere per il Signore: «colui che mangia me vivrà per me» (v. 57), dice il Signore. L’Eucaristia ci plasma perché non viviamo solo per noi stessi, ma per il Signore e per i fratelli. La felicità e l’eternità della vita dipendono dalla nostra capacità di rendere fecondo l’amore evangelico che riceviamo nell’Eucaristia.

Gesù, come a quel tempo, anche oggi ripete a ciascuno di noi: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). Fratelli e sorelle, non si tratta di un cibo materiale, ma di un pane vivo e vivificante, che comunica la vita stessa di Dio. Quando facciamo la comunione riceviamo la vita stessa di Dio. Per avere questa vita è necessario nutrirsi del Vangelo e dell’amore dei fratelli. Dinanzi all’invito di Gesù a nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue, potremmo avvertire la necessità di discutere e di resistere, come hanno fatto gli ascoltatori di cui ha parlato il Vangelo di oggi. Questo avviene quando facciamo fatica a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù, ad agire secondo i suoi criteri e non secondo i criteri del mondo. Nutrendoci di questo cibo possiamo entrare in piena sintonia con Cristo, con i suoi sentimenti, con i suoi comportamenti. Questo è tanto importate: andare a Messa e comunicarsi, perché ricevere la comunione è ricevere questo Cristo vivo, che ci trasforma dentro e ci prepara per il cielo.

La Vergine Maria sostenga il nostro proposito di fare comunione con Gesù Cristo, nutrendoci della sua Eucaristia, per diventare a nostra volta pane spezzato per i fratelli.

[Papa Francesco, Angelus 19 agosto 2018]

Considerazioni sul cibo

Diversi spunti mi hanno suggerito questa  riflessione.

Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”

E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.

Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.

Infine circa un mese fa  una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.

E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.

Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.

Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.

Il concetto ideale consiste nel  nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.

A volte  capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo.  Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro. 

Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è  intorno al 1600 circa che inizia  ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.

Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.

La  storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.

Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.

Le “mistiche” attuavano digiuni  per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.

Nel tempo attuale  i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.                                  

Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti.  Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.

La bulimia  consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.                                                                                                                                                                                                                                                                                       

Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.

Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture  meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.

Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva. 

Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le  giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.

Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani. 

Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.

In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.

Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso. 

Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità. 

Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.

Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .

Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.

Queste persone sono accumunate  in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.

Ma è una questione di  “quanto è forte questo sentire” perché ogni  persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.

Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una  falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.

Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.

 

Dr. Francesco Giovannozzi  Psicologo – Psicoterapeuta

(Gv 6,44-51)

 

Dio non attira con forza perentoria o ricatti, bensì con l’invito (v.44).

E il credere sincero si attiva a partire da una prima testimonianza in se stessi (v.44).

Il Padre non ci lascia cronicizzare. Agisce nell’intimo di ciascuno per rimodulare convinzioni, adesioni, progetti.

Tutto opera in direzione di noi stessi, non in modo innaturale.

Egli agisce presente in ogni persona nel modo più spontaneo e insieme affine a principi individuanti; più rispettoso delle inclinazioni, delle caratteristiche reali, delle energie.

Tale insegnamento (v.45) è interiore: impersonato da Cristo nella Parola che non snatura nulla - implicito nella sua Persona e vicenda.

In tal guisa il dono della vita è legato all’assimilare e farsi Uno con quell’Alimento.

Cibo che non incrina la persona, ma la convince, sostiene, fermenta e orienta - in modo irripetibile, per Nome.

Quel Pane manducato uccide il conformismo e l’estinzione.

Possiede la virtù di riannodare i fili che contraddistinguono il carattere di Persona, la qualità innata, l’essenza vocazionale, la capacità propulsiva [Vita dell’Eterno].

 

Il pane della terra conserva la vita ma non aggiorna, non ci rigenera incessantemente, né apre una strada attraverso la morte.

Il Pane che riattualizza per noi il dono estremo del Figlio, nutre l’esistere d’una qualità indistruttibile che non sfuma, perché Oro divino del nostro essere sorgivo.

I profeti avevano annunciato: negli ultimi tempi non si sarebbe conosciuto Dio per sentito dire ma per esperienza personale.

Dopo il fallimento dei re e della classe sacerdotale gli uomini sarebbero stati ammaestrati direttamente dal Signore.

L’espressione «Pane disceso dal Cielo» designa Gesù stesso in relazione con il Padre e [appunto] nella sua missione di recare agli uomini Sapienza, e Vita esuberante.

Vita divina, priva di limiti, che si riversa immediatamente in ciascuno - senza le incertezze o interpretazioni velate dai difetti di vista dei “mediatori”, i quali viceversa porterebbero al crollo.

Presenza che nel tempo della complessità accende anche in noi il desiderio di essere istruiti da Dio-in-Persona, guidati dall’Amico interiore. Percorsi da intuizioni rigeneranti, nel suo Spirito.

Egli c’inclina a non dare ascolto a una natura che ricerca e «mormora» solo per il corrivo “sapore” del sostentamento: «manna nel deserto» (v.49); ovvero interesse, reputazione, titoli, banalità di soddisfazioni.

 

«Io Sono il Pane il Vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo Pane vivrà la Vita dell’Eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita piena del mondo» (v.51).

Lo Spirito che interiorizza e attualizza è principale Soggetto della storia anche domestica, sommaria, quotidiana, della salvezza. Facendosi nostro.

Evangelizzandoci e crescendo nell’Amicizia - «istruiti da Dio» (v.45) - l’azione nutriente del Maestro immette la nostra carne fermentata nella Vita nuova.

Il Figlio affianco cambia il nostro ‘gusto’ e familiarizza di Sé la stessa ‘Natura’.

Così anche noi assimilati e identificati al Pane-Persona fattosi intimo, sveliamo totalità in atto, eternità vivente, la Fonte originaria.

 

 

[Giovedì 3.a sett. di Pasqua, 23 aprile 2026]

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Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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