Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
1. Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.
18. Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l'interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell'altro sempre soltanto l'altro e non riesco a riconoscere in lui l'immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell'amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).
[Deus Caritas est, nn.1.18]
1. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il proprio fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4, 20-21).
La virtù teologale della carità, di cui abbiamo parlato nella scorsa catechesi, si esprime nella duplice direzione: verso Dio e verso il prossimo. Nell’uno e nell’altro aspetto, essa è frutto del dinamismo stesso della vita della Trinità dentro di noi.
La carità ha infatti nel Padre la sua sorgente, si rivela pienamente nella Pasqua del Figlio crocifisso e risorto, è infusa in noi dallo Spirito Santo. In essa Dio ci rende partecipi del suo stesso amore.
Se si ama davvero con l’amore di Dio, si amerà anche il fratello come Lui lo ama. Qui sta la grande novità del cristianesimo: non si può amare Dio, se non si amano i fratelli creando con loro un’intima e perseverante comunione di amore.
2. L’insegnamento della Sacra Scrittura a tal proposito è inequivocabile. L’amore dei propri simili viene già raccomandato agli Israeliti: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19, 18). Se questo precetto in un primo momento sembra ristretto ai soli Israeliti, esso tuttavia è inteso man mano in senso sempre più largo, includendo anche gli stranieri che abitano in mezzo a loro, nel ricordo che lo stesso Israele è stato straniero in terra d’Egitto (cfr Lv 19, 34; Dt 10, 19).
Nel Nuovo Testamento questo amore viene comandato in un senso chiaramente universale: suppone un concetto di prossimo che non ha frontiere (cfr Lc 10, 29-37) ed è esteso anche ai nemici (cfr Mt 5, 43-47). È importante notare che l’amore del prossimo è visto come imitazione e prolungamento della bontà misericordiosa del Padre celeste che provvede alle necessità di tutti e non fa distinzioni di persone (cfr Ivi, v. 45). Esso resta comunque legato all’amore verso Dio: i due comandamenti dell’amore rappresentano infatti la sintesi e il vertice della Legge e dei Profeti (cfr Mt 22, 40). Solo chi pratica ambedue i comandamenti non è lontano dal Regno di Dio, come Gesù stesso sottolinea, rispondendo ad uno scriba che lo aveva interrogato (cfr Mc 12, 28-34).
3. Seguendo questo itinerario, che collega l’amore del prossimo a quello di Dio ed entrambi alla vita di Dio in noi, è facile comprendere come l’amore sia presentato nel Nuovo Testamento come un frutto dello Spirito, anzi come il primo fra i molti doni elencati da san Paolo nella Lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22).
Nella tradizione teologica si sono distinti, pur ponendoli in correlazione, le virtù teologali, i doni e i frutti dello Spirito Santo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830-1832). Mentre le virtù sono qualità permanenti conferite alla creatura in vista delle opere soprannaturali che deve compiere e i doni perfezionano le virtù sia teologali che morali, i frutti dello Spirito sono atti virtuosi che la persona compie con facilità, in modo abituale e con diletto (cfr S. Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 70 a. 1, ad 2). Queste distinzioni non si oppongono a ciò che Paolo afferma parlando al singolare di frutto dello Spirito. L’Apostolo infatti intende indicare che il frutto per eccellenza è la stessa carità divina che è l’anima di ogni atto virtuoso. Come la luce del sole si esprime in una gamma sconfinata di colori, così la carità si manifesta in molteplici frutti dello Spirito.
4. In questo senso nella Lettera ai Colossesi si dice: “Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (3, 14). L’inno alla carità contenuto nella prima Lettera ai Corinzi (cfr 1 Cor 13) celebra questo primato della carità su tutti gli altri doni (cfr vv. 1-3), e persino sulla fede e la speranza (cfr v. 13). Di essa l’apostolo Paolo afferma: “La carità non avrà mai fine” (v. 8).
L’amore verso il prossimo ha una connotazione cristologica, poiché deve adeguarsi al dono che Cristo ha fatto della propria vita: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16). In quanto misurato sull'amore di Cristo, esso può dirsi “comandamento nuovo”, che permette di riconoscere i veri discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). Il significato cristologico dell’amore del prossimo risplenderà nella seconda venuta di Cristo. Proprio allora, infatti, si constaterà che il metro di giudizio dell’adesione a Cristo è precisamente l’esercizio quotidiano e visibile della carità verso i fratelli più bisognosi: “Ero affamato e mi avete dato da mangiare . . .” (cfr Mt 25, 31-46).
Solo chi si lascia coinvolgere dal prossimo e dalle sue indigenze, mostra concretamente il suo amore per Gesù. La chiusura e l’indifferenza verso l’“altro” è chiusura verso lo Spirito Santo, dimenticanza di Cristo e negazione dell’universale amore del Padre.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 20 ottobre 1999]
È un invito a scoprire «gli idoli nascosti nelle tante pieghe che abbiamo nella nostra personalità», a «cacciare via l’idolo della mondanità, che ci porta a diventare nemici di Dio» quello rivolto da Papa Francesco durante la messa di stamattina, giovedì 6 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae […] L’esortazione a intraprendere «la strada dell’amore a Dio», a mettersi in «cammino per arrivare» al suo regno è stata il coronamento di una riflessione incentrata sul brano del vangelo di Marco (12, 28-34), in cui Gesù risponde allo scriba che lo interroga su quale sia il più importante di tutti i comandamenti. La prima annotazione del Pontefice è che Gesù non risponde con una spiegazione ma usando la parola di Dio: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Queste, ha detto, «non sono parole di Gesù». Infatti, egli si rivolge allo scriba come aveva fatto con Satana nelle tentazioni, «con la parola di Dio; non con le sue parole». E lo fa utilizzando «il credo d’Israele, quello che gli ebrei tutti i giorni, e parecchie volte al giorno, dicono: Shemà Israel! Ricordati Israele, di amare solo Dio».
In proposito il Pontefice ha confidato di ritenere che lo scriba in questione forse «non era un santo, e andava un po’ a mettere alla prova Gesù o anche a farlo cadere in una trappola». Insomma le sue intenzioni non erano delle migliori, perché «quando Gesù risponde con la parola di Dio» vuol dire che c’è di mezzo una tentazione. «E questo si vede anche quando lo scriba gli dice: hai detto bene maestro», dando l’impressione di approvarne la risposta. Per questo Gesù gli risponde «non sei lontano dal Regno di Dio. Tu sai bene la teoria, tu sai bene che questo è così, ma non sei lontano. Ancora ti manca qualcosa per arrivare al Regno di Dio». Questo significa che c’è da intraprendere «un cammino per arrivare al Regno di Dio»; occorre «mettere in pratica questo comandamento».
Di conseguenza, «la confessione di Dio si fa nella vita, nel cammino della vita; non basta — ha avvertito il Papa — dire: io credo in Dio, l’unico»; ma bisogna chiedersi come si vive questo comandamento. In realtà, spesso si continua a «vivere come se lui non fosse l’unico Dio» e come se ci fossero «altre divinità a nostra disposizione». È quello che Papa Francesco definisce «il pericolo dell’idolatria», la quale «è portata a noi con lo spirito del mondo». E Gesù su questo è sempre stato chiaro: «Lo spirito del mondo no». Tanto che nell’ultima cena «chiede al Padre che ci difenda dallo spirito del mondo, perché esso ci porta all’idolatria». Anche l’apostolo Giacomo, nel quarto capitolo della sua lettera, ha idee molto chiare: chi è amico del mondo è nemico di Dio. Non c’è un’altra opzione. Lo stesso Gesù aveva usato parole simili, ha ricordato il Santo Padre: «O Dio o il denaro; non si può servire i soldi e Dio».
Per Papa Francesco è lo spirito del mondo che ci porta all’idolatria e lo fa con furbizia. «Io sono sicuro — ha detto — che nessuno di noi va davanti a un albero per adorarlo come un idolo»; che «nessuno di noi ha statue da adorare in casa propria». Ma, ha messo in guardia, «l’idolatria è sottile; noi abbiamo i nostri idoli nascosti, e la strada della vita per arrivare, per non essere lontani dal Regno di Dio, è una strada che comporta scoprire gli idoli nascosti». Ed è un compito impegnativo, visto che spesso li teniamo «ben nascosti». Come fece Rachele quando fuggì con il marito Giacobbe dalla casa di suo padre Labano, e avendogli sottratto gli idoli, li nascose sotto la cavalcatura su cui si era seduta. Così quando il padre la invitò ad alzarsi, rispose «con scuse, con argomentazioni» per occultare gli idoli. Lo stesso, secondo il Papa, facciamo anche noi, che teniamo i nostri idoli «nascosti nelle nostre cavalcature». Per questo «dobbiamo cercarli e dobbiamo distruggerli, come Mosè ha distrutto l’idolo d’oro nel deserto».
Ma come smascherare questi idoli? Il Santo Padre ha offerto un criterio di valutazione: sono quelli che fanno fare il contrario del comandamento: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Perciò «la strada dell’amore a Dio — amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima — è una strada d’amore; è una strada di fedeltà». Al punto che «al Signore piace fare la comparazione di questa strada con l’amore nuziale. Il Signore chiama la sua Chiesa, sposa; la nostra anima, sposa». Parla cioè di «un amore che somiglia tanto all’amore nuziale, l’amore di fedeltà». E quest’ultima ci impone «di cacciare via gli idoli, di scoprirli», perché ci sono e sono ben «nascosti, nella nostra personalità, nel nostro modo di vivere»; e ci rendono infedeli nell’amore. Non è un caso infatti che l’apostolo Giacomo, quando ammonisce: «chi è amico del mondo è nemico di Dio» incomincia rimproverandoci e usando il termine “adulteri”, perché «Chi è amico del mondo è un idolatra e non è fedele all’amore di Dio».
Gesù dunque propone «una strada di fedeltà», secondo un’espressione che Papa Francesco ritrova in una delle lettere dell’apostolo Paolo a Timoteo: «Se tu non sei fedele al Signore, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Lui è la fedeltà piena. Lui non può essere infedele. Tanto è amore che ha per noi». Mentre noi, «con le piccole o non tanto piccole idolatrie che abbiamo, con l’amore allo spirito del mondo», possiamo diventare infedeli. La fedeltà è l’essenza di Dio che ci ama. Da qui l’invito conclusivo a pregare così: «Signore, tu sei tanto buono, insegnami questa strada per essere ogni giorno meno lontano dal regno di Dio; questa strada per cacciare via tutti gli idoli. È difficile — ha ammesso il Pontefice — ma dobbiamo cominciare».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 07/06/2013]
Lc 11,14-23 (14-26)
Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.
Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.
Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.
Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.
L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica. Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.
Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico.
In Lui, anche l’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti. Si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.
Col superamento di antiche convinzioni che mettevano fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuavano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare ‘potenza’ di Dio.
Segno palese della presenza intraprendente dello Spirito personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20] che surclassa la spiritualità vuota e indolente.
E come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?
Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni, a motivo delle persecuzioni.
I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.
I modi di fare non spostavano il quadro normale di riferimento, mentre le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni.
Afflizioni che parevano mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa.
Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza. Nella vocazione non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.
Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno; rimane ben distante da timori puerili, gode d’un cuore libero. È fermo nell’azione.
Mette in preventivo di poter essere ‘viandante’ posto sotto assedio dal sistema che non sopporta cambiamenti veri (v.22).
In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati [che curano e guidano].
Del resto, il suo itinerario è contromano e sicuramente punteggiato di dure lezioni. Ma i momenti difficilissimi saranno ulteriori ‘chiamate’ alla trasformazione.
Rinati in Cristo che tutela e promuove la nostra eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’Incontro irripetibile e tornando a essere fotocopie - senza Viaggio dell’anima.
Liberi verso la Terra Promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì Pienezza.
[Giovedì 3.a sett. Quaresima, 12 marzo 2026]
Lc 11,14-23 (14-26)
Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.
Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.
Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.
Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.
L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica.
Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.
Chi non s’impegna a dilatare l’opera creativa del Padre, chi non ce la mette tutta a capire e vivificare situazioni o persone - persino nel rispetto delle eccentricità che prima non avevano campo e sembravano incomunicabili - aleggia sulle illusioni, disperde se stesso, intacca tutto l’ambiente.
Dice il Tao Tê Ching (LXV): «In antico chi ben praticava il Tao, con esso non rendeva perspicace il popolo, ma con esso si sforzava di renderlo ottuso: il popolo con difficoltà si governa, perché la sua sapienza è troppa».
La gente normale accetta il caos, non elude la vita.
I missionari sono allenati a trovare in ogni fatica, in qualsiasi errore o imperfezione, un nuovo assetto, ordinato e segreto. Nulla di esteriore.
In ogni incertezza sussiste una certezza, in ogni insicurezza una sicurezza maggiore, in qualsiasi lato in ombra una Perla inattesa, in ciascun disordine un cosmo: è il segreto della vita, della felicità, dell’esperienza di Fede.
Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico, e potesse riuscire a sottrarre loro il popolo adescato - ma ora liberato - dalla religione delle paure.
Egli [la sua comunità] rimaneva più convincente perché avverava il Regno, iniziava a mostrarlo; non in fantasie di cataclismi che mettessero le anime a guinzaglio, ma vivo ed efficiente, passo dopo passo, persona persona.
Esso veniva incontro al desiderio di completezza umana che abitava ogni cuore, così non faceva leva su ossessioni e parossismi o sulla Legge, bensì sul bene reale, la guarigione, la vita sempre diversa.
La cura delle infermità individuali e di relazione non era più un fatto secondario: così ad es. la liberazione d’un singolo infelice iniziava a sembrare un evento che avesse valore assoluto, definitivo.
La scena della terra non poteva più essere dominata da catechismi adattati e da una consuetudine pia che negasse tutto meno i timori.
Insomma, Cristo stesso è l’uomo forte che vede lontano, segno della venuta efficace di Dio tra gli uomini.
Con lui declina il regno delle illusioni e posizioni fisse; subentra il mondo contrario al disfacimento dell’esistenza concreta, nel rispetto dell’unicità e convivialità delle differenze.
L’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti.
Nel Signore, essa si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante, che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.
Anche oggi la comunità fraterna deve farsi consapevole d’essere strumento di redenzione e presenza energica di Dio fra le donne e gli uomini normali, di ogni estrazione culturale.
Cospetto, esistenza, partecipazione. Per condurre, accompagnare verso un presente-futuro che doni respiro non solo al gruppo, ma anche all’inclinazione individuale, per nome.
Le assemblee dei figli sono abilitate per grazia e vocazione a sciogliere nodi e superare steccati di mentalità - suscitando così un ambiente comprensivo, che accetta i viandanti.
Questo il principio, orizzonte non negoziabile della Fede.
Col superamento di antiche convinzioni fisse che mettono fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare potenza di Dio, per ciascuno.
Essa è sollecitata a farsi segno palese della vicinanza intraprendente dello Spirito Santo personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20].
Contatto che surclassa la spiritualità rassicurante e vuota, nonché la distrazione superficiale, indolente, della devozione secondo usanza imposta dalle convenzioni o mode, e da catene di comando.
Ma come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?
La mente del fedele può venire svuotata del grande passo di Cristo vivo - che prima ha praticato e riconosciuto dentro sé e nella missione.
In tal guisa, essa non permane concentrata su qualcosa di utile, di vitale e splendido: fiaccata, si perde.
Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni a motivo delle persecuzioni.
I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.
L’Amore non si poteva mettere in banca, ma diversi fratelli di comunità già provenienti dal paganesimo, dopo una prima esperienza di conversione, preferivano tornare alla vita precedente, all’imitazione dei modelli, ai soliti pensieri facili, alle attrattive e al consenso delle folle.
Ripiegando e rassegnandosi alle forze in campo, alcuni abbandonavano la posizione di autonomia interiore conquistata grazie all’azione liberatrice dagli idoli, favorita dalla vita sapiente e orante nella comunità fraterna.
Poi tentavano anche la ricerca individuale d’un risarcimento e rivalsa per gli anni difficili trascorsi nell’essere stati fedeli alla propria vocazione, in quello stimolo di crescere insieme grazie allo scambio dei doni e delle risorse.
Lc avverte: è normale che ci siano tante notti quanti i giorni.
Si capisce lo stress del peregrinare per accostarsi all’infinito dell’anima, ai prossimi (persino di comunità), alla realtà competitiva - ma attenzione... una seconda caduta sarebbe peggiore della prima.
La persona un tempo restituita a se stessa e che molla tutto demoralizzata, poi si lascerebbe andare alla disillusione generale, a una più globale mancanza di giudizio, di consapevolezza, e fiducia.
Tutto ciò capita ancora oggi per impellenze particolari, scoramento, o precipitazioni, dopo aver visto ideali infranti da circostanze imperfette.
O per la fatica di affrontare scoperte ed evoluzioni che rimettono sempre tutto in discussione - nel lungo tempo necessario per una coerenza paziente ai propri codici profondi.
Così chi si lascia tramortire, facilmente tornerebbe a ricercare il via libera altrui.
Bramerebbe quell’allinearsi che nasconde i conflitti e fa tremare meno - perché il convincimento antico diventato modus vivendi non sposta i modi di fare, né il quadro normale di riferimento.
Le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni e ciò pareva mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa senza farsi troppo del male.
Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza.
Non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.
Integrate sì: in cuore abitano sempre lati contraddittori, non c’è da sbigottire per questo.
Gli stati opposti dell’essere sono una ricchezza che ci completa.
Anzi, si diventa nevrotici proprio quando le manie riduzioniste o le esigenze monotematiche (di club) prevaricano e soffocano la Chiamata poliedrica - che sebbene cesellata per l’unicità, non si fa mai unilaterale.
Per vivere in modo pieno, libero e felice è bene essere noi stessi, consapevoli di ciò che siamo: figli perfetti.
Donne e uomini indefettibili, per il nostro compito nel mondo.
Quindi possiamo trascurare il malessere delle ingiurie di chi ci sgrida e livella, lasciarle scorrere via - e fare a meno di rincorrere lodi.
L’uomo di Fede ha sperimentato e conosce l’essenziale: è la vita che vince la morte, non il viceversa. Quindi trascura le ossessioni, anche ammantate di sacro; e non si lascia sfiancare lo spirito.
Gode di una coscienza critica che sa collocare sullo sfondo i risultati immediati; così rigenera. Incessantemente riattiva e non debella le forze.
Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, in ordine all’autenticità e totalità d’essere. Ciò, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno.
L’amico di Gesù Risorto rimane distante da timori puerili, gode d’un cuore libero; è fermo nell’azione.
Mette in preventivo di poter essere viandante, posto sotto assedio dal sistema isterico, che non sopporta cambiamenti veri (v.22).
In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati (non derivati) che curano e guidano.
Del resto, il suo viaggio è contromano e sarà sicuramente punteggiato di dure lezioni.
Ma il cliché è tutta solfa indotta; tenta d’invaderci con recriminazioni senza peso specifico: tentativi di blocco privi di futuro.
Non c’è da sorprendere che gli accoliti del mondo conformista si difendano in tutti i modi.
E attacchi con quel vociare standard - socialmente “apprezzabile” - che tenta di accentuare i conflitti intimi e personali.
Sempre con grandi mezzi a disposizione, e facendo leva sui sensi di colpa.
Cammineremo ugualmente spediti sulla Via del Signore, pur sollecitati da dubbi e indecisioni. Senza retrocedere, persino quando ci sentiremo persi - ma col sapore del guadagno finanche nella perdita.
I momenti difficilissimi saranno ulteriori chiamate alla trasformazione.
E in ogni circostanza proveremo il gusto della vittoria della vita piena sul potere del male e sul tenore culturale imitativo, altrui, banale.
Qui - nella fedeltà al proprio mondo interiore che vuole esprimersi, e nel cambio di stile o immaginazione negli approcci - risolveremo i veri problemi e tutte le questioni, in modo ricco, personale.
Rinati in Cristo che tutela e promuove a partire dall’eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’essenza e l’Incontro irripetibile.
Torneremmo a identificarci nei ruoli, quali fotocopie - senza il Viaggio dell’anima.
Liberi verso la terra promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì pienezza.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Chi e cosa mi attiva o mi perde?
È Gesù il mio Signore o sono io [lo status, il mio gruppo, le maniere “perbene”, gli influssi anche religiosi] il Suo padrone?
Come affronto le situazioni?
Apro brecce e non mi disperdo, in armonia con la Voce antica e nuova dell’anima, e nello Spirito?
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico", ed emerge nell'odierna orazione "colletta", là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani, quando respinse l'estrema tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre. Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta contro il peccato e, ultimamente, contro satana. È una lotta che investe l'intera persona e richiede un'attenta e costante vigilanza. Osserva sant'Agostino che chi vuole camminare nell'amore di Dio e nella sua misericordia non può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e mortali, ma "opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi ... e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte" (In Io. evang. 12, 13, 35).
La Quaresima ci ricorda, pertanto, che l'esistenza cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno utilizzate le "armi" della preghiera, del digiuno e della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in Dio è l'itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con generosità e perseveranza. La docile sequela del divino Maestro rende i cristiani testimoni e apostoli di pace. Potremmo dire che questo interiore atteggiamento ci aiuta a meglio evidenziare anche quale debba essere la risposta cristiana alla violenza che minaccia la pace nel mondo. Non certo la vendetta, non l'odio e nemmeno la fuga in un falso spiritualismo. La risposta di chi segue Cristo è piuttosto quella di percorrere la strada scelta da Colui che, davanti ai mali del suo tempo e di tutti i tempi, ha abbracciato decisamente la Croce, seguendo il sentiero più lungo ma efficace dell'amore. Sulle sue orme e uniti a Lui, dobbiamo tutti impegnarci nell'opporci al male con il bene, alla menzogna con la verità, all'odio con l'amore. Nell'Enciclica Deus caritas est ho voluto presentare questo amore come il segreto della nostra conversione personale ed ecclesiale. Richiamandomi alle parole di Paolo ai Corinzi: "L'amore del Cristo ci spinge" (2 Cor 5, 14), ho sottolineato come "la consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri" (n. 33).
[Papa Benedetto, omelia 1 marzo 2006]
Combattere il peccato personale e le “strutture di peccato”
1. Continuando a riflettere sul cammino di conversione, sostenuti dalla certezza dell'amore del Padre, vogliamo oggi portare la nostra attenzione sul senso del peccato sia personale che sociale. Guardiamo innanzitutto all’atteggiamento di Gesù venuto appunto a liberare gli uomini dal peccato e dall’influsso di Satana.
Il Nuovo Testamento sottolinea fortemente l’autorità di Gesù sui demoni, che egli scaccia “con il dito di Dio” (Lc 11, 20). Nella prospettiva evangelica, la liberazione degli indemoniati (cfr Mc 5, 1-20) assume un significato più ampio della semplice guarigione fisica, in quanto il male fisico è posto in relazione con un male interiore. La malattia dalla quale Gesù libera è anzitutto quella del peccato. Gesù stesso lo spiega in occasione della guarigione del paralitico: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2, 10-11). Prima ancora che nelle guarigioni, Gesù ha vinto il peccato superando egli stesso le “tentazioni” che il diavolo gli presentava nel periodo da lui trascorso nel deserto dopo il battesimo ricevuto da Giovanni (cfr Mc 1, 12-13; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13). Per combattere il peccato che si annida dentro di noi e attorno a noi, dobbiamo metterci sulle orme di Gesù e imparare il gusto del “sì” da Lui continuamente pronunciato al progetto di amore del Padre. Questo “sì” richiede tutto il nostro impegno, ma non potremmo pronunciarlo senza l’aiuto della grazia, che Gesù stesso ci ha ottenuto con la sua opera redentrice.
2. Guardando ora al mondo contemporaneo, dobbiamo constatare che in esso la coscienza del peccato si è notevolmente affievolita. A causa di una diffusa indifferenza religiosa, o del rifiuto di quanto la retta ragione e la Rivelazione ci dicono di Dio, viene meno in tanti uomini e donne il senso dell’alleanza di Dio e dei suoi comandamenti. Molto spesso poi la responsabilità umana viene offuscata dalla pretesa di una libertà assoluta, che si reputa minacciata e condizionata da Dio legislatore supremo.
Il dramma della situazione contemporanea, che sembra abbandonare alcuni valori morali fondamentali, dipende in gran parte dalla perdita del senso del peccato. Su questo punto avvertiamo quanto grande debba essere il cammino della ‘nuova evangelizzazione’. Occorre restituire alla coscienza il senso di Dio, della sua misericordia, della gratuità dei suoi doni, perché possa riconoscere la gravità del peccato, che mette l’uomo contro il suo Creatore. La consistenza della libertà personale va riconosciuta e difesa come dono prezioso di Dio, contro la tendenza a dissolverla nella catena dei condizionamenti sociali o a staccarla dal suo irrinunciabile riferimento al Creatore.
3. È anche vero che il peccato personale ha sempre una valenza sociale. Mentre offende Dio e danneggia se stesso, il peccatore si rende pure responsabile della cattiva testimonianza e degli influssi negativi legati al suo comportamento. Anche quando il peccato è interiore, produce comunque un peggioramento della condizione umana e costituisce una diminuzione di quel contributo che ogni uomo è chiamato a dare al progresso spirituale della comunità umana.
Oltre a tutto ciò, i peccati dei singoli consolidano quelle forme di peccato sociale che sono appunto frutto dell’accumulazione di molte colpe personali. Le vere responsabilità restano ovviamente delle persone, dato che la struttura sociale in quanto tale non è soggetto di atti morali. Come ricorda l’Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, “la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni o blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto, l’accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali … Le vere responsabilità sono delle persone” (n. 16).
È tuttavia un fatto incontrovertibile, come più volte ho avuto modo di ribadire, che l’interdipendenza dei sistemi sociali, economici e politici, crea nel mondo di oggi molteplici strutture di peccato (cfr Sollicitudo rei socialis, 36; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1869). Esiste una spaventosa forza di attrazione del male che fa giudicare ‘normali’ e ‘inevitabili’ molti atteggiamenti. Il male si accresce e preme con effetti devastanti sulle coscienze, che rimangono disorientate e non sono neppure in grado di discernere. Se si pensa poi alle strutture di peccato che frenano lo sviluppo dei popoli più svantaggiati sotto il profilo economico e politico (cfr Sollicitudo rei socialis, 37), verrebbe quasi da arrendersi di fronte a un male morale che sembra ineluttabile. Tante persone avvertono l’impotenza e lo smarrimento di fronte a una situazione schiacciante che appare senza via d'uscita. Ma l’annuncio della vittoria di Cristo sul male ci dà la certezza che anche le strutture più consolidate dal male possono essere vinte e sostituite da “strutture di bene” (cfr Ibidem, 39).
4. La “nuova evangelizzazione” affronta questa sfida. Essa deve impegnarsi perché tutti gli uomini recuperino la consapevolezza che in Cristo è possibile vincere il male con il bene. Occorre formare al senso della responsabilità personale, intimamente connessa agli imperativi morali e alla coscienza del peccato. Il cammino di conversione implica l’esclusione di ogni connivenza con quelle strutture di peccato che oggi particolarmente condizionano le persone nei diversi contesti di vita.
Il Giubileo può costituire un’occasione provvidenziale perché i singoli e le comunità camminino in questa direzione, promuovendo un’autentica “metánoia”, ossia un cambiamento di mentalità, che contribuisca alla creazione di strutture più giuste e più umane, a vantaggio del bene comune.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 agosto 1999]
Lasciarsi scivolare lentamente nel peccato, relativizzando le cose ed entrando «in negoziato» con gli dèi del denaro, della vanità e dell’orgoglio: da quella che ha definito una «caduta con anestesia» ha messo in guardia il Papa nell’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta giovedì mattina, 13 febbraio, riflettendo sulla storia del re Salomone.
La prima lettura della liturgia del giorno (1 Re 11, 4-13) «ci racconta — ha esordito — l’apostasia, diciamo così, di Salomone», che non è stato fedele al Signore. Quando era vecchio, le sue donne gli fecero infatti «deviare il cuore» per seguire altri dèi. Fu dapprima un «ragazzo bravo», che al Signore chiese solo la saggezza e Dio lo rese saggio, al punto che da lui vennero i giudici e anche la Regina di Saba, dall’Africa, con regali perché aveva sentito parlare della sua saggezza. «Si vede che questa donna era un po’ filosofa e gli fece domande difficili», ha affermato il Pontefice notando che «Salomone uscì da queste domande vittorioso» perché sapeva rispondere.
A quel tempo, ha proseguito Francesco, si poteva avere più di una sposa, che non vuol dire — ha spiegato — che fosse lecito fare «il donnaiolo». Il cuore di Salomone, però, si indebolì non per aver sposato queste donne — poteva farlo — ma perché le aveva scelte di un altro popolo, con altri dèi. E Salomone quindi cadde nel «tranello» e lasciò fare quando una delle mogli gli chiedeva di andare ad adorare Camos o Moloc. E così fece per tutte le sue donne straniere che offrivano sacrifici ai loro dèi. In una parola, «permise tutto, smise di adorare l’unico Dio». Dal cuore indebolito per la troppa affezione alle donne, «entrò il paganesimo nella sua vita». Quindi, ha evidenziato Francesco, quel ragazzo saggio che aveva pregato bene chiedendo la saggezza, è caduto al punto da essere rigettato dal Signore.
«Non è stata un’apostasia da un giorno all’altro, è stata un’apostasia lenta», ha chiarito il Papa. Anche il re Davide, suo padre, infatti, aveva peccato — in modo forte almeno due volte — ma subito si era pentito e aveva chiesto perdono: era rimasto fedele al Signore che lo custodì fino alla fine. Davide pianse per quel peccato e per la morte del figlio Assalonne e quando, prima, fuggiva da lui, si umiliò pensando al suo peccato, quando la gente lo insultava. «Era santo. Salomone non è santo», ha affermato il Pontefice. Il Signore gli aveva dato tanti doni ma lui aveva sprecato tutto perché si era lasciato indebolire il cuore. Non si tratta, ha notato, del «peccato di una volta», ma dello «scivolare».
«Le donne gli fecero deviare il cuore e il Signore lo rimprovera: “Tu hai deviato il cuore”. E questo succede nella nostra vita. Nessuno di noi è un criminale, nessuno di noi fa dei grossi peccati come aveva fatto Davide con la moglie di Uria, nessuno. Ma dove è il pericolo? Lasciarsi scivolare lentamente perché è una caduta con anestesia, tu non te ne accorgi, ma lentamente si scivola, si relativizzano le cose e si perde la fedeltà a Dio», ha rimarcato Francesco. «Queste donne erano di altri popoli, avevano altri dèi, e quante volte noi dimentichiamo il Signore ed entriamo in negoziato con altri dèi: il denaro, la vanità, l’orgoglio. Ma questo si fa lentamente e se non c’è la grazia di Dio, si perde tutto», ha avvertito ancora.
Di nuovo il Papa ha richiamato il Salmo 105 (106) per sottolineare che questo mescolarsi con i pagani e imparare ad agire come loro, significa farsi mondani. «E per noi questa scivolata lenta nella vita è verso la mondanità, questo è il grave peccato: “Lo fanno tutti, ma sì, non c’è problema, sì, davvero non è l’ideale, ma...”. Queste parole che ci giustificano al prezzo di perdere la fedeltà all’unico Dio. Sono degli idoli moderni», ha avvertito Francesco, chiedendo di pensare «a questo peccato della mondanità» che porta a «perdere il genuino del Vangelo. Il genuino della Parola di Dio» a «perdere l’amore di questo Dio che ha dato la vita per noi. Non si può stare bene con Dio e con il diavolo. Questo lo diciamo tutti noi quando parliamo di una persona che è un po’ così: “Questo sta bene con Dio e con il diavolo”. Ha perso la fedeltà».
E, in pratica, ha continuato il Pontefice, ciò significa non essere fedele «né a Dio né al diavolo». Per questo in conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore la grazia di fermarsi quando si capisce che il cuore inizia a scivolare. «Pensiamo a questo peccato di Salomone — ha raccomandato —, pensiamo a come è caduto quel Salomone saggio, benedetto dal Signore, con tutte le eredità del padre Davide, come è caduto lentamente, anestetizzato verso questa idolatria, verso questa mondanità e gli è stato tolto il regno».
E «chiediamo al Signore — ha concluso Francesco — la grazia di capire quando il nostro cuore incomincia a indebolirsi e a scivolare, per fermarci. Saranno la sua grazia e il suo amore a fermarci se noi lo preghiamo».
[Papa Francesco, s. Marta, in L'Osservatore Romano 14/02/2020]
Terza Domenica di Quaresima (anno A) [8 Marzo 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Buon cammino quaresimale sostando oggi con Gesù accanto al pozzo, luogo di incontri che cambiano la vita.
*Prima Lettura dal libro dell’Esodo (17, 3-7)
Cercando sulla carta del deserto del Sinai, Massa e Meriba non si trovano: non sono un luogo geografico preciso, ma un nome simbolico. Massa significa “sfida”, Meriba significa “accusa”. Quei nomi ricordano infatti un episodio di sfida, di contestazione, quasi di ammutinamento contro Dio. L’episodio si svolge a Refidim, in pieno deserto, tra l’Egitto e la terra promessa. Il popolo d’Israele, guidato da Mosè, avanzava di tappa in tappa, da un punto d’acqua all’altro. Ma a Refidim l’acqua venne a mancare. Nel deserto, sotto il sole cocente, la sete diventa subito una questione di vita o di morte: la paura cresce, il panico prende il sopravvento. La sola risposta giusta sarebbe stata la fiducia: “Dio ci ha voluti liberi, lo ha dimostrato, quindi non ci abbandonerà”. Invece il popolo cede alla paura e reagisce come spesso reagiamo anche noi: cerca un colpevole. E il colpevole sembra essere Mosè, il “governo” di allora. Che senso ha – dicono – essere usciti dall’Egitto per morire di sete nel deserto? Meglio schiavi ma vivi che liberi e morti. E, come accade sempre, il passato viene idealizzato: si ricordano le pentole piene e l’acqua abbondante dell’Egitto, dimenticando la schiavitù. In realtà, dietro l’accusa a Mosè, c’è un’accusa più profonda: contro Dio stesso. Che Dio è mai questo – si domandano – che libera un popolo per poi lasciarlo morire nel deserto? La protesta: Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto? Per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Diventa sempre più dura, fino a trasformarsi in un vero processo contro Dio: come se Dio avesse liberato il popolo solo per disfarsene. Mosè allora grida al Signore: Che devo fare di questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!.
E Dio risponde: gli ordina di prendere il bastone con cui aveva colpito il Nilo, di andare sul monte Oreb e di colpire la roccia. L’acqua sgorga, il popolo beve e la vita è salva (cfr. Esodo 17). Quell’acqua non è solo sollievo fisico: è il segno che Dio è davvero presente in mezzo al suo popolo, che non lo ha abbandonato e che continua a guidarlo sulla via della libertà. Per questo quel luogo non si chiamerà più semplicemente Refidim, ma Massa e Meriba, “Prova ed Accusa”, perché lì Israele ha messo Dio alla prova, chiedendosi: Il Signore è in mezzo a noi oppure no? In linguaggio moderno: “Dio è per noi o contro di noi?” Questa tentazione è anche la nostra. Ogni prova, ogni sofferenza, riapre la stessa domanda originaria: possiamo fidarci davvero di Dio? È la stessa tentazione raccontata nel giardino dell’Eden (Genesi): il sospetto che Dio non voglia davvero il nostro bene avvelena la vita umana. Per questo Gesù Cristo, insegnando il Padre nostro, educa i discepoli alla fiducia filiale. Non abbandonarci alla tentazione potrebbe essere tradotto così: “Fa’ che i nostri Refidim non diventino Massa, che i nostri luoghi di prova non si trasformino in luoghi di dubbio.” Continuare a chiamare Dio “Padre”, anche nella difficoltà, significa proclamare che Dio è sempre con noi, anche quando l’acqua sembra mancare.
*Salmo responsoriale (94/95),
Nella Bibbia, il testo originale del salmo dice così: “Oggi, se ascoltate la sua voce,
non indurite il vostro cuore come a Massa e Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove i vostri padri mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Questo salmo è profondamente segnato dall’esperienza di Massa e Meriba. Per questo la liturgia lo propone nella terza domenica di Quaresima, in sintonia con il racconto dell’Esodo: è un richiamo diretto alla grande questione della fiducia. In poche righe, il salmo riassume tutta l’avventura della fede, personale e comunitaria. La domanda è sempre la stessa: possiamo fidarci di Dio?
Per Israele, nel deserto, questa domanda tornava a ogni difficoltà: “Il Signore è davvero in mezzo a noi oppure no?” In altre parole: ci possiamo appoggiare a Lui? Ci sosterrà davvero? La fede, nella Bibbia, è prima di tutto fiducia. Non è un’idea astratta, ma l’atto di “appoggiarsi” a Dio. Non a caso la parola “Amen” significa “solido”, “stabile”: vuol dire “mi affido, mi fido”. Per questo la Bibbia insiste tanto sul verbo “ascoltare”: quando ci si fida, si ascolta. È il cuore della preghiera di Israele, lo Shema Israel: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio… Tu lo amerai, cioè ti fiderai di Lui. “Ascoltare” significa avere l’orecchio aperto. Il salmo dice: “Mi hai aperto l’orecchio” (Sal 40) e il profeta Isaia scrive: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio. Anche “obbedire” nella Bibbia significa questo: ascoltare con fiducia. Questa fiducia si fonda sull’esperienza. Israele ha visto l’“opera di Dio”: la liberazione dall’Egitto. Se Dio ha spezzato le catene della schiavitù, non può voler far morire il suo popolo nel deserto. Per questo Israele lo chiama “la Roccia”: non è poesia, è una professione di fede. A Massa e Meriba il popolo ha dubitato, ma Dio ha fatto sgorgare l’acqua dalla roccia: da allora Dio è la Roccia di Israele. Anche il racconto del paradiso terrestre (Genesi) si comprende alla luce di questa esperienza: ogni limite, ogni comando, ogni prova può diventare una domanda di fiducia. La fede è credere che, anche quando non capiamo, Dio ci vuole liberi, vivi e felici, e che dalle nostre situazioni di fallimento può far nascere vita nuova. A volte questa fiducia assomiglia a un “atto al buio”, quando non troviamo risposte. Allora possiamo dire con Simon Pietro, a Cafarnao: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Quando Paolo di Tarso scrive: “Lasciatevi riconciliare con Dio”, è come dire: smettete di sospettare di Dio, come a Massa e Meriba. E quando il vangelo di Marco dice: “Convertitevi e credete al Vangelo”, significa: credete che la Buona Notizia è davvero buona, che Dio vi ama. Infine, il salmo dice: “Oggi”. È una parola liberante: ogni giorno può essere un nuovo inizio. Ogni giorno possiamo reimparare ad ascoltare e a fidarci. Per questo il Salmo 94/95 apre ogni mattina la Liturgia delle Ore e Israele recita due volte al giorno lo Shema. E il salmo parla al plurale: la fede è sempre un cammino di popolo. “Noi siamo il popolo che Egli guida”. Non è poesia: è esperienza. La Bibbia conosce un popolo che, insieme, viene incontro al suo Dio: “Venite, acclamiamo il Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. È la fede che nasce dalla fiducia, rinnovata oggi, giorno dopo giorno.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (5, 1-2. 5-8)
Il capitolo 5 della Lettera ai Romani segna una svolta decisiva. Fin qui Paolo di Tarso aveva parlato del passato dell’umanità, dei pagani e dei credenti; ora guarda al futuro, un futuro trasfigurato per chi crede, grazie alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo. Per capire bene il pensiero di Paolo, possiamo riassumerlo in tre affermazioni fondamentali. 1. Cristo è morto per noi, mentre eravamo peccatori. Paolo afferma che Cristo è morto “per noi”. Questa espressione non significa “al nostro posto”, come se Gesù avesse semplicemente sostituito dei condannati, ma “a nostro favore”. Quando l’umanità era incapace di salvarsi, segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’avidità di potere e di denaro, Cristo ha preso su di sé questa realtà e l’ha combattuta fino a dare la vita.
L’umanità, creata per l’amore, la pace e la condivisione, si era smarrita. Gesù viene a dire, con la sua vita e con la sua morte: “Io vi mostro fino in fondo che cosa significa amare e perdonare. Seguitemi, anche se questo mi costerà la vita”.
2. Lo Spirito Santo ci è stato donato: l’amore di Dio abita in noi. La seconda grande affermazione è questa: lo Spirito Santo ci è stato dato, e con Lui l’amore stesso di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Non è un caso che Paolo parli per la prima volta dello Spirito proprio quando parla della croce. Per lui, passione, croce e dono dello Spirito sono inseparabili. Qui Paolo è in piena sintonia con Giovanni evangelista. Nel suo Vangelo, durante la festa delle Capanne, Gesù promette l’“acqua viva”, spiegando che parlava dello Spirito (cfr. Vangelo di Giovanni (7,37-39). E al momento della croce, Giovanni scrive: Chinato il capo, Gesù consegnò lo Spirito (Gv 19,30). La promessa è compiuta: dalla croce nasce il dono dello Spirito. 3. Il nostro “vanto” è la speranza della gloria di Dio. Paolo parla anche di “orgoglio”, ma lo chiarisce bene: non possiamo vantarci di noi stessi, perché tutto è dono di Dio; possiamo però vantarci dei doni di Dio, del destino meraviglioso a cui siamo chiamati. Già ora lo Spirito abita in noi; e sappiamo che un giorno questo stesso Spirito trasformerà i nostri corpi e i nostri cuori a immagine del Cristo risorto.
Il racconto della Trasfigurazione ci ha offerto un’anticipazione di questa gloria.
Da Massa e Meriba alla gloria. Che cammino immenso rispetto a Massa e Meriba, dove il popolo dubitava di Dio! Ora, grazie alla fede in Cristo, possiamo dire con Paolo: “Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio” (5,2). In conclusione lo Spirito che Gesù ci ha donato è l’amore stesso di Dio. Questa certezza dovrebbe vincere ogni paura. Se l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, allora le forze di divisione non avranno l’ultima parola.
Per i credenti, e per tutta l’umanità, la speranza è fondata, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).
*Dal Vangelo secondo Giovanni (4, 5 - 42)
Gesù oggi ci viene incontro al pozzo. E questo dettaglio non è secondario. Nella Bibbia, il pozzo non è mai solo un luogo dove si prende acqua: è luogo di incontri decisivi, dove la vita cambia direzione. Presso un pozzo il servo di Abramo incontra Rebecca, che diventerà la sposa di Isacco; presso un pozzo Giacobbe si innamora di Rachele. Al pozzo nascono relazioni, alleanze, futuro. Quando Giovanni colloca Gesù presso un pozzo, ci sta dicendo che sta per accadere qualcosa di decisivo. Gesù arriva al pozzo di Giacobbe, in Samaria. È mezzogiorno. Gesù è stanco e si siede. Il Vangelo ci mostra subito un Dio che si ferma, che accetta la fatica, che entra nella nostra vita così com’è. La salvezza comincia da una sosta, non da un gesto spettacolare. A quell’ora arriva una donna. È sola. Gesù le dice: “Dammi da bere”. È una richiesta sorprendente. Gesù, Giudeo, parla a una Samaritana; uomo, parla a una donna; giusto, si rivolge a una persona dalla vita ferita. Dio non entra nella vita imponendo, ma chiedendo. Si fa mendicante del nostro cuore. Da quella richiesta semplice nasce un dialogo che va sempre più in profondità. Gesù conduce la donna dal pozzo esterno alla sete interiore:”Se tu conoscessi il dono di Dio…”.L’acqua che Gesù promette non è un’acqua da attingere ogni giorno, ma una sorgente che zampilla dentro, una vita che non si esaurisce. Non elimina la vita quotidiana, ma la trasfigura dall’interno.Poi Gesù tocca la verità della vita della donna. Non la giudica, non la umilia. La verità, nel Vangelo, non serve a schiacciare, ma a liberare. Solo chi accetta di essere conosciuto può accogliere il dono. La donna allora pone una domanda religiosa: dove bisogna adorare Dio? Sul monte o nel tempio?Gesù risponde spostando tutto: non più dove, ma come.”In Spirito e verità”.Dio non si incontra più in un luogo contrapposto a un altro, ma in una relazione viva. Il vero tempio è il cuore che si lascia abitare.Quando la donna parla del Messia, Gesù compie una delle rivelazioni più forti di tutto il Vangelo:”Sono io, che parlo con te”.Il Messia non si manifesta nel tempio, ma in un dialogo personale, presso un pozzo, a una donna considerata impura. Come nei racconti antichi dei pozzi, anche qui l’incontro apre a una promessa: ma ora lo Sposo è Gesù Cristo e l’alleanza è nuova. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma decisivo. La brocca rappresenta le vecchie sicurezze, i tentativi ripetuti di placare una sete che non passa. Chi ha incontrato Cristo non vive più per attingere, ma per testimoniare. La donna corre in città e dice: Venite a vedere. Non fa una lezione, racconta un incontro. E molti credono, fino a dire: Ora non crediamo più per quello che hai detto tu, ma perché noi stessi abbiamo ascoltato. Il Vangelo di oggi ci dice questo: Cristo non ci toglie dal pozzo della vita, ma trasforma il pozzo in luogo di salvezza.La nostra sete diventa incontro, l’incontro diventa dono, il dono diventa sorgente per altri. È questa la Quaresima: lasciarci incontrare da Cristo e diventare, a nostra volta, acqua viva per chi ha sete.
+Giovanni D’Ercole
(Mt 5,17-19)
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti. Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito, dall’altro omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale che parcellizzava le scelte di fondo - e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
La sclerotizzazione legalista tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio. Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, Parola e Persona: sequela globale.
Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.
Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza.
Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.
Non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie nello Spirito. Alcuni infatti rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.
Mt cerca un equilibrio fra emancipazione e chiusura.
Egli scrive il suo Vangelo per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.
L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.
La traiettoria delle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né forza in sé per giungere a Bersaglio.
La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere la Comunione.
Il passo di Vangelo si preoccupa di sottolineare: le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbono essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.
Vissuti in sinergia, essi conducono alla convivialità delle differenze.
Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo, che nei cuori dilata la sua stessa vita.
Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.
[In noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena].
Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro.
Parole nuove o Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando ‘per sempre’.
[Mercoledì 3.a sett. Quaresima, 11 marzo 2026]
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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