Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Lo spirito immondo e tranquillo, in sinagoga
(Mc 1,21b-28)
Nella confusione della sanguinosa guerra civile in atto (68-69) le comunità romane chiedono orientamento.
Descrivendo l’inizio dell'attività del Signore, Mc indica come annunciare: non più poggiando su precedenti maestri.
L’Evangelo vuole sostituire i proclami imperiali di vittoria e benessere (età dell’oro), e si distacca dai messaggi di altre religioni.
Gli episodi della vita di Gesù interpellano il cuore, creando una coscienza critica - meno artificiosa, più naturale.
Dopo aver invitato i primi discepoli alla sequela (Mc 1,16-20) facendoli «pescatori di uomini», Cristo porta i suoi - appunto - alla “pesca”.
La sorpresa è paradossale, e sta nel primo degli ambienti che indica. Quello che oggi - non a caso - fa più fatica a reggere tutto, come un tempo.
Insomma, volendo ricalcare il Figlio di Dio, sembra che per sollevare le persone da situazioni di morte bisogna iniziare non da un luogo di peccato e malaffare, bensì da case di onesta religione e vita pia!
Non a caso il giovane Rabbi viene denominato «Nazareno» (v.24), che nel linguaggio del tempo - alludendo al territorio di Nazaret - significava testa calda, sovversivo, rivoluzionario.
Come dire: le antiche “sinagoghe” paiono voler celebrare e lodare Dio, viceversa lo umiliano [e soffocano il suo progetto di umanizzazione].
Non si affidano al Mistero, che si dipana nel mondo interno - nello stesso affiorare personale di talenti e passione.
Le autorità religiose usavano il Nome divino solo per difendere il proprio status sociale, inculcando nel popolo una condotta da subordinati, e un mondo di pensieri o dottrine a loro immagine somiglianza.
A quel tempo, infatti, i leaders imponevano a tutti i ceti una sorta di spiritualità dell’immobilismo, rassicurante e manipolatoria.
La Lieta Notizia recata dal Maestro - invece - crea sintonie proprio con il desiderio di pienezza di vita che ciascun uomo porta in sé.
Di qui una grande riforma e rovesciamento, rispetto a tutte le credenze diffuse nell’impero.
La Parola nuova si erge su tutte le narrazioni antiche, e le soppianta radicalmente, anche dal punto di vista del costume.
Essa non è radicata in nessuna cappa artificiosa, o consuetudine, né alienazione, tantomeno calcolo di contrabbando e di greppia.
Malgrado i manti artificiosi e tipici, tale Logos essenziale si annida spontaneamente nell’anima di ciascuna donna e uomo, e si conosce immediatamente, nella loro esistenza reale.
Di conseguenza, è Verbo autentico, senza proiezioni antiche o schematiche, disincarnate e alla moda; piuttosto, insolite. Così molestando davvero l’istituzione ufficiale.
E - ancora oggi - provocando reazioni sia tra gli ammansiti dell’osservanza, che tra i finti fenomeni à la page del riformismo senza costrutto; astratto, sofisticato, cerebrale, patinato.
Sono pur “luoghi” variegati, questi delle varie dottrine… però in cui c’è qualcuno che rimane sempre in un cantuccio calmo e tranquillo, e non reca il minimo disturbo.
Ma a un certo punto scatta (v.23).
Non sono le preghiere e i canti che lo fanno esplodere e imprecare, ma il nuovo insegnamento.
Dove arriva il Maestro, l’antico equilibrio stagnante e compromissorio non può continuare.
La sua Presenza non è conciliabile con le forze opposte - del letargo, o delle fantasie ventose di sedicenti profeti.
Prima di Gesù, in sinagoga la situazione era di “pace”: una quiete e una mentalità corrente che andavano bene a tutti.
Ma i due poli sono avversari acerrimi: non si sopportano, fanno subito scintille.
La catechesi di Mc invita a comparare l’esperienza di ciascuno alla vita non rassegnata del Figlio.
Egli non istruiva le persone semplici in modo esterno, facendo buon viso a cattivo gioco - citando a memoria le autorità comunemente accettate.
Partiva dall’esperienza personale del Padre, e dalla sua stessa vita concreta. Così noi.
In Cristo, immersi nella sua stessa Fede, i credenti scrutano fatti e sentimenti profondi; non si limitano alle nobili esortazioni. Questo il “guaio”.
I fratelli del Signore non ripetono luoghi comuni, altrui.
Piuttosto, combattono ed espellono con decisione il potere del male che s’impossessa delle creature e le allinea, le aliena.
L’uomo che grida contro Gesù parla al plurale (v.24; cf. Lc 4,34) proprio perché l’Evangelo va a promuovere le ricchezze personali e intaccare interessi di cerchia.
Si tratta delle cordate di falsi amici di Dio; non di rado, proprio quelli che aprono bocca a suo nome (v.24c).
Lo spirito dei credenti abitudinari e assuefatti o interessati all’ordine si rendono conto che nell’uomo immagine vera del Padre giunge Chi è in grado di far crollare il loro castello di carte, e si spaventano.
Ovvio lo scontro. Altro che buonismi innocui e di facciata.
Quando queste energie contrarie si ritrovano, si fronteggiano senza esclusione di colpi.
Sono ostili e finiscono per aggredirsi - non c’è zucchero filato o manierismo che tenga.
Il “posseduto” proclama il Nome del giovane Rabbi (v.24a), sperando di mostrarsi superiore e impossessarsi di Lui.
Ma il Figlio di Dio non si lascia ghermire dai giochetti.
I falsi insegnamenti della religione normalizzata - di qualsiasi estrazione - avevano inculcato nell’animo delle persone che il «santo di Dio» si sarebbe presentato in modo eloquente, perentorio.
Costui non poteva essere altro che un personaggio eminente e celebrato: sovrano, condottiero, sommo sacerdote... così richiamando le consuetudini distintive del popolo eletto.
Ma nei frequentatori di “sinagoga” tale convincimento recava con sé uno spirito di soggezione e morte che produceva personalità sedate, abitudinarie. Assoggettate a osservanze blande, troppo comuni; infine solo rassicuranti.
Eppure ora quello stesso spirito assuefatto si sente minacciato - invece che conformisticamente rispecchiato. Così pretende di mettere a cuccia nel Figlio pure lo stesso Dio che proclama.
A cospetto della Parola-evento che fa quel che dice, il re è nudo. Non l’irenismo pacioccone, bensì il conflitto è dietro l’angolo.
Le potenze che c’imbrigliano con festival ripetitivi e si nutrono d’illusioni rinunciatarie, vedono sgretolare l’inerzia e i guinzagli che hanno fatto la loro fortuna.
«E lo [spirito] immondo, contorcendolo e gridando a gran voce, uscì da lui» (v.26). Perché «contorcendolo»?
È davvero straziante scoprire che stili di vita e condizionamenti ideali possono portare fuori strada.
E in tal guisa, tante minuzie inculcate come sacri valori sono forse proprio quelle che allontanano da un dialogo d’amore con Dio.
Anche oggi una sottile propaganda ingannatrice e omologante tende a sequestrare e alienare l’anima personale; a raccomandare l’inazione - o il suo eccesso - e lacerarci in prestazioni [es. di potere e denaro].
Un’atmosfera opprimente, quella che a volte subiamo, sotto la cappa di situazioni piramidali e assuefazioni.
Tutta schiavizzante i semplici; con formalità, ossessioni moraliste, e modi di essere (o meglio, apparire) confezionati.
Chi evangelizza sul serio distacca le persone dall’ideologia banalizzante, dalle maniere del pensiero unico locale - tradizionalista o d’avanguardia che sia.
Esso può sembrare segnatamente idealista, o lancinante e impegnato, ma poi resta assopito nelle pratiche e dottrine che tradiscono le aspettative profonde della nostra vocazione autentica.
Insomma, la cappa degli artifizi umilia l’esistenza in pienezza; affievolisce e spegne il passo della nostra eccezionalità irripetibile, sulla quale il Padre intende edificare la sua stessa Novità.
In Cristo, l’«insegnamento nuovo» è una «didachè kainè» (v.27), che nell’espressione greca sottolinea appunto un richiamo di qualità superiore; in grado di soppiantare quanto permane paludoso.
Un Appello che rimpiazza, sostituisce completamente tutto il resto. E non sarà superato.
Parola che mette a nudo e spazza via le zavorre, nonché tutte le impalcature condizionanti - insieme al senso di colpa inculcato dalle solite guide dozzinali e interessate.
Morale: donne e uomini umanizzano; ricominciano a vivere e respirare.
Non si lasciano più plagiare da idee e limiti; convinzioni estranee, opportuniste, soporifere, o dissociate, isteriche [colme di proiezioni; vuote, non radicate].
«Didachè kainè»: essa scalza l’identificazione forzata, e una visione della vita che rende stagnanti, unilaterali.
Ora se ci ritroviamo posseduti da poteri a senso unico, esterni e disumanizzanti, veniamo messi faccia a faccia con Dio - senza prima le lunghe trafile che ci fanno monocromatici.
E qui abilitati a ritrovare noi stessi, anche negli opposti; nonché il discrimine dell’impegno, il motivo per cui siamo nati.
Abilitati ormai a valicare gli idoli che sequestrano i sogni, e l’entusiasmo che parte da dentro. Con voglia di rinascere.
Esodo frutto di alleanza coi nostri lati poliedrici, tutti indispensabili per un completamento della personalità, e per l’evoluzione.
Insomma, il Figlio Presente ci restituisce consapevolezza della Chiamata a Libertà - prima senza costrutto. Vocazione già radicata; però senza facilonerie.
Fa recuperare (in primis a noi, che frequentiamo abitudinariamente i luoghi di culto) un perfetto giudizio personale, una impensabile purezza.
La svolta arriva subito. Anche nella profondità, come nell’eccesso.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Sei credibile e libero, ossia pieno di passioni e profondità?
Ti affidi al mondo interno, o a quello (un po’ troppo) dell’esterno?
Dopo aver ascoltato e accolto te stesso e la realtà che viene, ti metti a repentaglio o sei di quelli del «ne quid nimis» - nulla di eccessivo?
Cari fratelli e sorelle!
[Mc 1,21-28] ci presenta Gesù che, in giorno di sabato, predica nella sinagoga di Cafarnao, la piccola città sul lago di Galilea dove abitavano Pietro e suo fratello Andrea. Al suo insegnamento, che suscita la meraviglia della gente, segue la liberazione di «un uomo posseduto da uno spirito impuro» (v. 23), che riconosce in Gesù il «santo di Dio», cioè il Messia. In poco tempo, la sua fama si diffonde in tutta la regione, che Egli percorre annunciando il Regno di Dio e guarendo i malati di ogni genere: parola e azione. San Giovanni Crisostomo fa osservare come il Signore «alterni il discorso a beneficio degli ascoltatori, procedendo dai prodigi alle parole e passando di nuovo dall’insegnamento della sua dottrina ai miracoli» (Hom. in Matthæum 25, 1: PG 57, 328).
La parola che Gesù rivolge agli uomini apre immediatamente l’accesso al volere del Padre e alla verità di se stessi. Non così, invece, accadeva agli scribi, che dovevano sforzarsi di interpretare le Sacre Scritture con innumerevoli riflessioni. Inoltre, all’efficacia della parola, Gesù univa quella dei segni di liberazione dal male. Sant’Atanasio osserva che «comandare ai demoni e scacciarli non è opera umana ma divina»; infatti, il Signore «allontanava dagli uomini tutte le malattie e ogni infermità. Chi, vedendo il suo potere … avrebbe ancora dubitato che Egli fosse il Figlio, la Sapienza e la Potenza di Dio?» (Oratio de Incarnatione Verbi 18.19: PG 25, 128 BC.129 B). L’autorità divina non è una forza della natura. È il potere dell’amore di Dio che crea l’universo e, incarnandosi nel Figlio Unigenito, scendendo nella nostra umanità, risana il mondo corrotto dal peccato. Scrive Romano Guardini: «L’intera esistenza di Gesù è traduzione della potenza in umiltà… è la sovranità che qui si abbassa alla forma di servo» (Il Potere, Brescia 1999, 141.142).
Spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo. Per Dio, invece, l’autorità significa servizio, umiltà, amore; significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la vita, perché è Amore. In una delle sue Lettere, santa Caterina da Siena scrive: «E’ necessario che noi vediamo e conosciamo, in verità, con la luce della fede, che Dio è l’Amore supremo ed eterno, e non può volere altro se non il nostro bene» (Ep. 13 in: Le Lettere, vol. 3, Bologna 1999, 206) […]
Invochiamo con fiducia Maria Santissima, affinché guidi i nostri cuori ad attingere sempre dalla misericordia divina, che libera e guarisce la nostra umanità, ricolmandola di ogni grazia e benevolenza, con la potenza dell’amore.
[Papa Benedetto, Angelus 29 gennaio 2012]
1. Nei Vangeli troviamo un altro fatto che attesta la coscienza di Gesù di possedere un’autorità divina, e la persuasione che di tale autorità ebbero gli evangelisti e la prima comunità cristiana. Infatti i Sinottici sono concordi nel dire che gli ascoltatori di Gesù “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 22; Mt 7, 29; Lc 4, 32). È un’informazione preziosa che Marco ci dà fin dall’inizio del suo Vangelo. Essa ci attesta che la gente aveva colto subito la differenza tra l’insegnamento di Cristo e quello degli scribi israeliti, e non solo nel modo, ma nella stessa sostanza: gli scribi poggiavano il loro insegnamento sul testo della Legge mosaica, della quale erano interpreti e chiosatori; Gesù non seguiva affatto il metodo di un “insegnante” o di un “commentatore” della Legge antica, ma si comportava come un legislatore e, in definitiva, come uno che aveva autorità sulla Legge. Si noti: gli ascoltatori sapevano bene che si trattava della Legge divina, data da Mosè in forza di in potere che Dio stesso gli aveva concesso come a suo rappresentante e mediatore presso il popolo di Israele.
Gli evangelisti e la prima comunità cristiana che riflettevano su quell’osservazione degli ascoltatori circa l’insegnamento di Gesù, si rendevano conto ancor meglio del suo significato integrale, perché potevano confrontarla con tutto il successivo ministero di Cristo. Per i Sinottici e per i loro lettori era quindi logico il passaggio dall’affermazione di un potere sulla Legge mosaica e su tutto l’Antico Testamento a quella della presenza di un’autorità divina in Cristo. E non solo come in un Inviato o Legato di Dio come era stato nel caso di Mosè: Cristo attribuendosi il potere di completare e interpretare autorevolmente o addirittura di dare in modo nuovo la Legge di Dio, mostrava la sua coscienza di essere “uguale a Dio” (cf. Fil 2, 6).
2. Che il potere attribuitosi da Cristo sulla Legge comporti un’autorità divina, lo dimostra il fatto che egli non crea un’altra Legge abolendo l’antica: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento” (Mt 5, 17). È chiaro che Dio non potrebbe “abolire” la Legge che egli stesso ha dato. Può invece - come fa Gesù Cristo - chiarire il suo pieno significato, far capire il suo giusto senso, correggere le false interpretazioni e le arbitrarie applicazioni, a cui il popolo e i suoi stessi maestri e dirigenti, cedendo alle debolezze e limitazioni della condizione umana, l’hanno piegata.
Per questo Gesù annunzia, proclama e richiede una “giustizia” superiore a quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5, 20), la “giustizia” che Dio stesso si è proposto ed esige con l’osservanza fedele della Legge in ordine al “regno dei cieli”. Il Figlio dell’uomo opera dunque come un Dio che ristabilisce ciò che Dio ha voluto e posto una volta per sempre.
3. Difatti della Legge di Dio egli anzitutto proclama: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5, 18). È una dichiarazione drastica, con la quale Gesù vuole affermare sia l’immutabilità sostanziale della Legge mosaica, sia il compimento messianico che essa riceve nella sua parola. Si tratta di una “pienezza” dell’Antica Legge, che egli, insegnando “come uno che ha autorità” sulla Legge, fa vedere che si manifesta soprattutto nell’amore di Dio e del prossimo. “Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22, 40). Si tratta di un “compimento” corrispondente allo “spirito” della Legge, che già traspare dalla “lettera” dell’Antico Testamento, che Gesù coglie, sintetizza, e propone con l’autorità di uno che è Signore anche della Legge. I precetti dell’amore, e anche della fede generatrice di speranza nell’opera messianica, che egli aggiunge alla Legge antica esplicitandone il contenuto e sviluppandone le virtualità nascoste, sono pure un compimento.
La sua vita è un modello di questo compimento, sicché Gesù può dire ai suoi discepoli non solo e non tanto: Seguite la mia Legge, ma: Seguite me, imitate me, camminate nella luce che viene da me.
4. Il Discorso della montagna, come è riportato da Matteo, è il luogo del Nuovo Testamento dove si vede affermato chiaramente ed esercitato decisamente da Gesù il potere sulla Legge che Israele ha ricevuto da Dio come cardine dell’alleanza. È là che, dopo avere dichiarato il valore perenne della Legge e il dovere di osservarla (Mt 5, 18-19), Gesù passa ad affermare la necessità di una “giustizia” superiore a “quella degli scribi e dei farisei”, ossia di una osservanza della Legge animata dal nuovo spirito evangelico di carità e di sincerità.
Le esemplificazioni concrete sono note. La prima consiste nella vittoria sull’ira, il risentimento, il malanimo che si annidano facilmente nel cuore umano, anche quando si può esibire un’esteriore osservanza dei precetti mosaici, tra i quali quello di non uccidere: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5, 21-22). La stessa cosa vale per chi avrà offeso un altro con parole ingiuriose, con scherzi e derisioni. È la condanna di ogni cedimento all’istinto dell’avversione, che potenzialmente è già un atto di lesione e persino di uccisione, almeno spirituale, perché viola l’economia dell’amore nei rapporti umani e fa del male agli altri e a questa condanna Gesù intende contrapporre la Legge della carità che purifica e riordina l’uomo fin nei più intimi sentimenti e movimenti del suo spirito. Della fedeltà a questa Legge Gesù fa una condizione indispensabile della stessa pratica religiosa: “Se dunque presenti la tua offerta all’altare e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24). Trattandosi di una legge d’amore, è persino irrilevante chi sia ad avere in cuore qualcosa contro l’altro: l’amore predicato da Gesù parifica e unifica tutti nel volere il bene, nello stabilire o ristabilire l’armonia nei rapporti col prossimo, persino in casi di contese e di procedimenti giudiziari (cf. Mt 5, 25).
5. Un’altra esemplificazione di perfezionamento della Legge è quella circa il sesto comandamento del Decalogo, nel quale Mosè proibiva l’adulterio. Con un linguaggio iperbolico e persino paradossale, atto a richiamare l’attenzione e a scuotere lo stato d’animo degli ascoltatori, Gesù annuncia. “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio, ma io vi dico . . .” (Mt 5, 27); e condanna anche gli sguardi e i desideri impuri, mentre raccomanda la fuga delle occasioni, il coraggio della mortificazione, la subordinazione di tutti gli atti e i comportamenti alle esigenze della salvezza dell’anima e di tutto l’uomo (cf. Mt 5, 29-30).
A questo caso se ne ricollega in certo modo un altro che Gesù affronta subito: “Fu anche detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico . . .” e dichiara decaduta la concessione fatta dall’antica Legge al popolo di Israele “per la durezza del cuore” (cf. Mt 19, 8), proibendo anche questa forma di violazione della legge dell’amore in armonia con il ristabilimento della indissolubilità del matrimonio (cf. Mt 19, 9).
6. Con lo stesso procedimento Gesù contrappone all’antico divieto di spergiurare, quello di non giurare affatto (Mt 5, 33-38), e la ragione che emerge abbastanza chiaramente è ancora fondata nell’amore: non si deve essere increduli o diffidenti col prossimo, quando è abitualmente schietto e leale, e piuttosto occorre da una parte e dall’altra seguire questa legge fondamentale del parlare e dell’agire: “Il vostro linguaggio sia sì, se è sì; no, se è no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).
7. E ancora: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio..” (Mt 5, 38-39), e con linguaggio metaforico Gesù insegna a porgere l’altra guancia, a cedere non solo la tunica ma anche il mantello, a non rispondere con violenza alle angherie altrui, e soprattutto: “Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Mt 5, 42). Radicale esclusione della legge del taglione nella vita personale del discepolo di Gesù, qualunque sia il dovere della società di difendere i propri membri dai malfattori e di punire i colpevoli di violazione dei diritti dei cittadini e dello stesso Stato.
8. Ed ecco il perfezionamento definitivo, nel quale trovano il centro dinamico tutti gli altri: “Avete inteso che fu detto: Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti . . .” (Mt 5, 43-45). All’interpretazione volgare dell’antica Legge che identificava il prossimo con l’israelita e anzi col pio israelita, Gesù oppone l’interpretazione autentica del comandamento di Dio e vi aggiunge la dimensione religiosa del riferimento al Padre celeste clemente e misericordioso, che benefica tutti ed è quindi l’esemplare supremo dell’amore universale.
Conclude infatti Gesù: “Siate.. perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48). Egli chiede ai suoi seguaci la perfezione dell’amore. La nuova legge da lui portata ha la sua sintesi nell’amore. Quest’amore farà superare all’uomo nei suoi rapporti con gli altri la classica contrapposizione amico-nemico, e tenderà dall’interno dei cuori a tradursi in corrispondenti forme di solidarietà sociale e politica, anche istituzionalizzata. Sarà dunque molto ampia, nella storia l’irradiazione del “comandamento nuovo” di Gesù.
9. In questo momento ci preme soprattutto rilevare che nei brani importanti del “Discorso della montagna”, si ripete la contrapposizione: “Avete inteso che fu detto . . . Ma io vi dico”; e questo non per “abolire” la Legge divina dell’antica alleanza, ma per indicarne il “perfetto compimento”, secondo il senso inteso da Dio-Legislatore, che Gesù illumina di luce nuova e spiega in tutto il suo valore realizzativo di nuova vita e generatore di nuova storia: e lo fa attribuendosi un’autorità che è quella stessa del Dio-Legislatore. Si può dire che in quella sua espressione ripetuta sei volte: Io vi dico, risuona l’eco di quell’autodefinizione di Dio, che Gesù si è pure attribuita: “Io Sono” (cf. Gv 8, 58).
10. Deve infine essere ricordata la risposta che Gesù diede ai farisei, i quali rimproveravano ai suoi discepoli di strappare le spighe dai campi ricolmi di grano per mangiarle in giorno di sabato, violando così la legge mosaica. Gesù dapprima cita loro l’esempio di Davide e dei suoi compagni che non esitarono a mangiare i “pani dell’offerta” per sfamarsi, e quello dei sacerdoti che in giorno di sabato non osservano la legge del riposo perché svolgono le loro funzioni nel tempio. Poi conclude con due affermazioni perentorie, inaudite per i farisei: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio . . .”, e: “Il Figlio dell’Uomo è signore anche del sabato” (Mt 12, 6.8; cf. Mc 2, 27-28). Sono dichiarazioni che rivelano chiaramente la coscienza che Gesù aveva della sua autorità divina. Il definirsi “uno al di sopra del tempio” era un’allusione abbastanza chiara alla sua divina trascendenza. Proclamarsi poi “signore del sabato”, ossia di una Legge data da Dio stesso a Israele, era l’aperta proclamazione della propria autorità come capo del regno messianico e promulgatore della nuova Legge. Non si trattava dunque di semplici deroghe alla legge mosaica, ammesse anche dai rabbini in casi molto ristretti, ma di una reintegrazione, di un completamento e di un rinnovamento che Gesù enuncia come intramontabili: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Ciò che viene da Dio è eterno, come è eterno Dio.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 ottobre 1987]
Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mc 1,21-28) presenta Gesù che, con la sua piccola comunità di discepoli, entra a Cafarnao, la città dove viveva Pietro e che in quei tempi era la più grande della Galilea. E Gesù entra in quella città.
L’evangelista Marco racconta che Gesù, essendo quel giorno un sabato, si recò subito nella sinagoga e si mise a insegnare (cfr v. 21). Questo fa pensare al primato della Parola di Dio, Parola da ascoltare, Parola da accogliere, Parola da annunciare. Arrivando a Cafarnao, Gesù non rimanda l’annuncio del Vangelo, non pensa prima alla sistemazione logistica, certamente necessaria, della sua piccola comunità, non indugia nell’organizzazione. La sua preoccupazione principale è quella di comunicare la Parola di Dio con la forza dello Spirito Santo. E la gente nella sinagoga rimane colpita, perché Gesù «insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (v. 22).
Che cosa significa “con autorità”? Vuol dire che nelle parole umane di Gesù si sentiva tutta la forza della Parola di Dio, si sentiva l’autorevolezza stessa di Dio, ispiratore delle Sacre Scritture. E una delle caratteristiche della Parola di Dio è che realizza ciò che dice. Perché la Parola di Dio corrisponde alla sua volontà. Invece noi, spesso, pronunciamo parole vuote, senza radice o parole superflue, parole che non corrispondono alla verità. Invece la Parola di Dio corrisponde alla verità, è unità con la sua volontà e realizza quello che dice. Infatti Gesù, dopo aver predicato, dimostra subito la sua autorità liberando un uomo, presente nella sinagoga, che era posseduto dal demonio (cfr Mc 1,23-26). Proprio l’autorità divina di Cristo aveva suscitato la reazione di satana, nascosto in quell’uomo; Gesù, a sua volta, riconobbe subito la voce del maligno e «ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”» (v. 25). Con la sola forza della sua parola, Gesù libera la persona dal maligno. E ancora una volta i presenti rimangono stupiti: «Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (v. 27). La Parola di Dio crea in noi lo stupore. Possiede la forza di farci stupire.
Il Vangelo è parola di vita: non opprime le persone, al contrario, libera quanti sono schiavi di tanti spiriti malvagi di questo mondo: lo spirito della vanità, l’attaccamento al denaro, l’orgoglio, la sensualità… Il Vangelo cambia il cuore, cambia la vita, trasforma le inclinazioni al male in propositi di bene. Il Vangelo è capace di cambiare le persone! Pertanto è compito dei cristiani diffonderne ovunque la forza redentrice, diventando missionari e araldi della Parola di Dio. Ce lo suggerisce anche lo stesso brano odierno che si chiude con un’apertura missionaria e dice così: «La sua fama – la fama di Gesù – si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea» (v. 28). La nuova dottrina insegnata con autorità da Gesù è quella che la Chiesa porta nel mondo, insieme con i segni efficaci della sua presenza: l’insegnamento autorevole e l’azione liberatrice del Figlio di Dio diventano le parole di salvezza e i gesti di amore della Chiesa missionaria. Ricordatevi sempre che il Vangelo ha la forza di cambiare la vita! Non dimenticatevi di questo. Esso è la Buona Novella, che ci trasforma solo quando ci lasciamo trasformare da essa. Ecco perché vi chiedo sempre di avere un quotidiano contatto col Vangelo, di leggerlo ogni giorno, un brano, un passo, di meditarlo e anche portarlo con voi ovunque: in tasca, nella borsa… Cioè di nutrirsi ogni giorno da questa fonte inesauribile di salvezza. Non dimenticatevi! Leggete un passo del Vangelo ogni giorno. E’ la forza che ci cambia, che ci trasforma: cambia la vita, cambia il cuore.
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria, Colei che ha accolto la Parola e l’ha generata per il mondo, per tutti gli uomini. Ci insegni Lei ad essere ascoltatori assidui e annunciatori autorevoli del Vangelo di Gesù.
[Papa Francesco, Angelus 1 febbraio 2015]
Pescatori: non all’indietro, e neppure alla moda
(Mc 1,14-20)
Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra e la Felicità bussa alla porta, indirizzandoci a qualcosa di profondamente nuovo.
Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.
La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.
«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.
Il Battista pretendeva ‘preparare’ la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già presente, quindi semplicemente da ‘accogliere’, per vivere appieno.
L’invito alla Conversione significa appunto: «Girate la scala di valori!».
C’è una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna con la vita.
Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».
Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.
Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al culto che avrebbe dovuto rabberciare la pratica antica.
«Pescatori di uomini»: il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].
La nostra missione è ‘sollevare alla vita’ coloro che non respirano più, soffocano, avvolti da onde impetuose [forze della negatività].
Vero compito è tirarli fuori dall’ambito inquinato dove si vive in modo disumanizzante. Collocare in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti e astuti.
Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.
Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta che offusca la Luce nuova.
Tutte “maglie” da spezzare. Infatti deve iniziare lontano dalla regione osservante e dalla città santa [Giudea, Gerusalemme].
Significa un nuovo approccio.
Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali, né designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».
Sa bene che abbiamo bisogno di attenzione, non di capi, insegnanti, direttori del “gregge”.
La tematica è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [in realtà un lago].
La «Conversione» ‘in avanti’ che propone non riguarda il ritorno devoto al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.
E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.
Nessuna sottomissione delle coscienze: Orientamento senza i castighi della religione che mortifica.
‘Rotta in avanti’ senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale. E la moda non c’entra.
Itinerario che trascina ogni anima in esplorazione e azione uniche, verso un ideale totale.
[Lunedì 1.a sett. T.O. 12 gennaio 2026]
L’orientamento di Conversione in avanti
(Mc 1,14-20)
Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.
È lui che rischia e precede, porgendosi come Agnello. Non si mette seduto a fare lezione e insegnare dottrine.
La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.
«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.
In breve:
Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra per sostituire il tran-tran, e la felicità bussa alla porta.
Trasformazione che giunge; mutamento che irrompe. Non lo si progetta addirittura nei minimi dettagli; non lo si edifica come fosse una impalcatura.
Esso ci volge a qualcosa di profondamente nuovo: scelte di luce in vece del giudizio, del possesso, dell’esercizio del potere, dello sfoggio di gloria.
Il Battista pretendeva preparare la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già accanto e profondamente conforme agli uomini - presente, quindi semplicemente da accogliere, per vivere appieno.
Al seguito di Giovanni [allievo, insieme ai suoi primi discepoli] il nuovo Maestro aveva colto in modo definitivo la differenza tra dinamiche ascetiche - riduzioniste - e il progetto di salvezza del Padre.
Stimolo verso un’umanizzazione a tutto tondo fondata sullo scambio di doni, la libertà creativa dell’amore, e uno spirito di larga comprensione.
La missione luminosa e di carattere universale del Figlio non viene capita se non da pochissimi - tutta gente fragile e di poco conto - e tarda ad affermarsi.
Troppo difficile far credere ai religiosi giudaizzanti di lungo corso e alle loro realtà consolidate che nessuno ha l’esclusiva: tutti devono solo accettare le nuove Promesse del Patto.
Sino a quando Giovanni [ancora più celebre del Cristo persino durante la sua vita pubblica] non viene imprigionato e messo a tacere, il Figlio di Dio vive quasi all’ombra del Precursore (cf. Gv 3,22-23).
Poi si vede costretto a fuggire anche dal suo piccolo villaggio, tradizionalista e nazionalista (Mt 4,12-13).
Nessuno poteva credere a una realtà divina senza grandi proclami e ardue condizioni.
Nessuno avrebbe immaginato una Gerusalemme diffusa, già fra noi, così spontanea, ordinaria e a maglie larghe - che trascende ma ci accosta tutti.
Troppo difficile passare dall’idea d’imminenza dell’impero di potenza, a una sua Presenza unitiva, non clamorosa - nella Persona d’un Messia servitore, non giustiziere autosufficiente.
Vicinanza tanto dimessa, niente di eccezionale, al pari dei suoi fedeli - “convertiti” sia dalla religione dei padri che dal paganesimo, perciò emarginati.
Nel Primo Testamento la Galilea compare solo di sfuggita, perché i Giudei osservanti non ne apprezzavano la contaminazione di credenze.
Eppure, quella regione di persone sospette diventa la terra del cambiamento di rotta.
In concreto, l’inatteso invito alla Conversione sul suolo di Galilea significa: «Girate la scala di valori!».
C’è infatti una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna non come fanno i saccenti: con la vita.
Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».
Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.
Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al Tempio, alla religione antica, al culto che avrebbe dovuto rabberciarne la pratica già riconosciuta.
In tal guisa, ecco i primi chiamati: da «pescatori» a «pescatori di uomini» (vv.16-17). Il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].
La nostra missione è sollevare alla vita coloro che non respirano più, e soffocano, avvolti da onde impetuose (le forze della negatività).
Vero compito dell’Apostolo è tirar fuori ciascuno dall’ambito inquinato, dove si vive in modo disumanizzante.
E collocare tutti in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti, svelti e astuti.
Il Figlio di Dio chiama per invitarci a tagliar via ciò che degrada l’esperienza della pienezza personale.
Egli promuove in ciascuno il dna del Dio comunionale. Trasmesso interiormente e senza condizioni.
[Commentando il passo del Tao Tê Ching (LXV), il maestro Ho-shang Kung sottolinea:
«L’uomo che possiede la misteriosa virtù è contrapposto e diverso dalle creature: queste vogliono accrescere se stesse, la misteriosa virtù conferisce agli altri»].
Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.
Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta, che offusca la Luce nuova.
Tutte maglie da spezzare.
Infatti il Signore deve iniziare ben lontano dalla regione osservante e dalla città santa - Giudea, Gerusalemme capitale.
Significa un nuovo approccio, anche se in esso si può continuare a svolgere la vita precedente.
Ma i valori non sono più statici e banali: ricerca del consenso, sistemarsi, trattenere per sé; così via.
Sfavillii fatui, che inculcano idoli esteriori.
Troppo “regolari” e normali, uniformanti; senza unicità né picchi decisivi. Essi pongono mille ostacoli alla libera espressione che ci spetta.
Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali e persone forse devote che non saprebbero rigenerare nessuno.
Sorvola i palazzi di corte, dai quali non sarebbe nato nulla (cf. Gv. 4,1-4).
Neppure designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».
E ancora oggi non si capisce perché tutte le tradizioni denominazionali si sono (poi immediatamente) riempite di “pastori”, ossia guide, insegnanti, direttori del “gregge”.
Abbiamo bisogno di attenzione, non di dirigisti che giudicano e pongono sentenze d’inadegautezza. Né desideriamo binari che non ci riguardano, modelli mentali inutili.
La donna e l’uomo d’ogni tempo hanno necessità solo di sostegno sapiente; di compagni di viaggio che aiutano a scoprire i lati nascosti, incogniti, segreti, che possono fiorire.
Maestri che ci lascino completare, consentendo alla personalità di sposare gli aspetti ancora in ombra.
Tale alleanza interiore sarà sorgente di realizzazione, senso di fiducia e pienezza di vita.
Ma a tale scopo bisogna che qualcuno ci insegni a distrarre la mente dal conosciuto, e così intraprendere la Via del “più in là”.
Certo, un pericolo per coloro che amano interpretare le cose con senso di permanenza: insomma, nessuna scorciatoia priva d’incognite.
Strada che cambia la propria e altrui atmosfera mentale; sorvola il modo usato, qualunquista, epidermico, di vedere le cose.
Qui, stando nella nostra Chiamata e naturalezza, saremo noi stessi a tutto tondo. E ci sorprenderemo.
Eccoci nell’azzardo del Dono accolto: solo così in grado di contattare i nostri stati profondi; conoscersi, quindi realizzare sogni inattesi di esperienza aperta e completa.
Appunto, attivando energie sopite.
Come Gesù, in grado di mettere in azione chiunque s’incontra; recuperando i lati opposti e le eccentricità, per un ideale umanizzante, totale.
Dice la Sapienza naturale, nel Tao Tê Ching (LXV):
«In antico chi ben praticava il Tao [la Via], con essa non rendeva perspicace il popolo, ma con essa si sforzava di renderlo ottuso».
La tematica - dal punto di vista biblico evangelico - è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [v.16; in realtà un lago].
Pertanto, la «Conversione» in avanti che il nuovo Rabbi propone non è un movimento ad U - come spesso si dice.
«Conversione» non riguarda il ritorno devoto al culto e al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.
E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.
«Conversione»? Autentica, senza i castighi della religione che mortifica. Né - come poi purtroppo avverrà - la sottomissione delle coscienze.
Ovvio, neppure soggezione alcuna al giro dei profitti senza condivisione.
L’ottusità del potere antico, andante, insulso, provinciale - anche di venatura ecclesiastica - è credere che a una voce di denuncia non possa subentrare un Araldo più incisivo.
Invece sì (vv.13-14).
In Cristo lanceremo cambiamenti radicali, facendo emergere e attivando nella gente consapevolezze che valgono e durano nel tempo.
Non più quell’insistere nella ricerca di sicurezze finte, patinate, glamour o di carta pesta, ma un saper trasmettere vita, prendendosi tutti i rischi dell’amore.
La Fede si staglierà ovunque sulla devozione omologante, buona per tutte le stagioni. Per il fatto che non progetta una stasi ulteriore, bensì un Cammino senza posa.
Via, patria, e modo di vedere il mondo, disancorati dalle certezze di scarso peso specifico: infine producono situazioni tanto rassicuranti quanto scadenti.
Allora saremo noi stessi a tutto tondo nella potenza dello Spirito [cf. passo parallelo Lc 4,14] ossia nell’incognita dell’Amore imprevedibile.
E nel rischio della contaminazione: solo così in grado di realizzare anche gli altrui sogni di vita aperta e completa, che va oltre (Lc 4,15).
Come Gesù, e in Lui, per i fratelli. Col suo nuovo modo di attivarsi e marciare.
Non: tenute all’indietro, onde “predisporre” assicurazioni e quel mettere a punto secondo cliché di maniera.
Rotta in avanti senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale.
Orientamento che ci trascina in esplorazione e azione, verso un ideale totale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Tieni alle assicurazioni? Quali certezze devi ancora lasciare alle spalle?
Coltivi aperture vitali?
Nella Chiesa senti vicinanza e vita in avanti?
O prevalgono i retroscena, i giudizi fatti, le catalogazioni, l’anonimato, lo sfoggio, il distacco?
Se incontrassi Gesù che cammina, percorre, va oltre: come e secondo quali inclinazioni pensi che la tua sterilità potrebbe diventare feconda?
Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).
Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 17 febbraio 2010]
1. Ciò che più conta nelle antiche e nuove forme di “vita consacrata” è che in esse si discerna la fondamentale conformità alla volontà di Cristo, istitutore dei consigli evangelici e, in questo senso, fondatore della vita religiosa e di ogni analogo stato di consacrazione. Come dice il Concilio Vaticano II i consigli evangelici sono “fondati sulle parole e sugli esempi del Signore” (Lumen gentium, 43).
Non è mancato chi ha messo in dubbio questa fondazione considerando la vita consacrata come un’istituzione puramente umana, nata dall’iniziativa di cristiani che desideravano vivere più a fondo l’ideale del Vangelo. Ora è vero che Gesù non ha fondato direttamente alcuna delle comunità religiose che man mano si sono sviluppate nella Chiesa, né ha determinato forme particolari di vita consacrata. Ma ciò che Egli ha voluto e istituito è lo stato di vita consacrata, nel suo valore generale e nei suoi elementi essenziali. Non vi è prova storica che permetta di spiegare questo stato con una iniziativa umana successiva e non è nemmeno facilmente concepibile che la vita consacrata - che ha svolto un così grande ruolo nello sviluppo della santità e della missione della Chiesa - non sia proceduta da una volontà fondatrice di Cristo. Se esploriamo bene le testimonianze evangeliche, scopriamo che questa volontà vi appare in modo chiarissimo.
2. Dal Vangelo risulta che fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù chiama degli uomini a seguirlo. Questa chiamata non si esprime necessariamente in parole: può risultare semplicemente dall’attrattiva esercitata dalla personalità di Gesù su coloro che incontra, come nel caso dei primi due discepoli, secondo il racconto del Vangelo di Giovanni. Già discepoli di Giovanni Battista, Andrea e il suo compagno (che sembra essere lo stesso evangelista) sono affascinati e quasi afferrati da colui che viene loro presentato come “l’agnello di Dio”; e si mettono subito a seguire Gesù, prima ancora che egli abbia loro rivolto una parola. Quando Gesù domanda: “Che cosa cercate?”, essi rispondono con un’altra domanda: “Maestro, dove abiti?”. Allora ricevono l’invito che cambierà la loro vita: “Venite e vedrete” (cf. Gv 1, 38-39).
Ma generalmente l’espressione più caratteristica della chiamata è la parola: “Seguimi” (Mt 8, 22; 9, 9; 19, 21; Mc 2, 14; 10, 21; Lc 9, 59; 18, 22; Gv 1, 43; 21, 19). Essa manifesta l’iniziativa di Gesù. Prima di allora coloro che desideravano abbracciare l’insegnamento di un maestro sceglievano colui del quale volevano diventare discepoli. Gesù invece, con quella parola: “Seguimi”, mostra che è lui a scegliere quelli che vuole avere come compagni e discepoli. Egli dirà infatti agli Apostoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).
In questa iniziativa di Gesù appare una volontà sovrana, ma anche un intenso amore. Il racconto della chiamata rivolta al giovane ricco lascia trasparire questo amore. Vi si legge che, quando il giovane dichiara di aver osservato i comandamenti della legge fin dalla più tenera età, Gesù, “fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21). Questo sguardo penetrante, colmo d’amore, accompagna l’invito: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo poi vieni e seguimi” (Ivi). Questo amore divino e umano di Gesù, tanto ardente da essere ricordato da un testimone della scena, è quello che si ripete in ogni appello al dono totale di sé nella vita consacrata. Come ho scritto nell’Esortazione apostolica Redemptionis donum, “in esso si riflette l’eterno amore del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16)” (Giovanni Paolo II, Redemptionis donum, n. 3).
3. Sempre secondo la testimonianza del Vangelo, la chiamata a seguire Gesù comporta esigenze molto ampie: il racconto dell’invito al giovane ricco pone l’accento sulla rinuncia ai beni materiali; in altri casi viene più espressamente sottolineata la rinuncia alla famiglia (cf. Lc 9, 59-60). Generalmente; seguire Gesù significa rinunciare a tutto per unirsi a lui e accompagnarlo sulle strade della sua missione. E la rinuncia alla quale hanno acconsentito gli Apostoli, come dichiara Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27). Proprio nella risposta a Pietro Gesù indica la rinuncia ai beni umani come elemento fondamentale della sua sequela (cf. Mt 19, 29). Dall’Antico Testamento risulta che Dio chiedeva al suo popolo di seguirlo mediante l’osservanza dei comandamenti, ma senza mai formulare delle richieste così radicali. Gesù manifesta la sua sovranità divina reclamando invece un’assoluta dedizione a lui, fino al distacco totale dai beni e dagli affetti terreni.
4. Si noti però che, pur formulando le nuove richieste comprese nell’appello a seguirlo, Gesù le presenta alla libera scelta di coloro che egli chiama. Non sono precetti, ma inviti o “consigli”. L’amore con cui Gesù gli rivolge la chiamata, non toglie al giovane ricco il potere di libera decisione, come dimostra il suo rifiuto di seguirlo per la preferenza accordata ai beni che possiede. L’evangelista Marco annota che egli “se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10, 22). Gesù non lo condanna per questo. Ma a sua volta osserva non senza una certa afflizione che è difficile per i ricchi entrare nel regno dei cieli, e che solo Dio può operare certi distacchi, certe liberazioni interiori, che consentano di rispondere alla chiamata (cf. Mc 10, 23-27).
5. D’altra parte, Gesù assicura che le rinunce richieste dall’appello a seguirlo ottengono la loro ricompensa, un “tesoro celeste”, ossia un’abbondanza di beni spirituali. Egli addirittura promette la vita eterna nel secolo futuro, e il centuplo in questo secolo (cf. Mt 19, 29). Questo centuplo si riferisce a una qualità superiore di vita, a una felicità più alta.
L’esperienza insegna che la vita consacrata, secondo il disegno di Gesù, è una vita profondamente felice. Tale felicità si commisura alla fedeltà al disegno di Gesù. Non vi osta il fatto che, sempre secondo l’accenno alle persecuzioni riportato da Marco nello stesso episodio (Mc 10, 30), il “centuplo” non dispensi dall’associazione alla croce di Cristo.
6. Gesù ha chiamato a seguirlo anche delle donne. Una testimonianza dei Vangeli dice che un gruppo di donne accompagnava Gesù, e che queste donne erano numerose (cf. Lc 8, 1-3; Mt 27, 55; Mc 15, 40-41). Si trattava di una grande novità per rapporto alle usanze giudaiche: solo la volontà innovatrice di Gesù, che includeva la promozione e in un certo modo la liberazione della donna, può spiegare il fatto. Nessun racconto di vocazione di qualche donna ci è pervenuto dai Vangeli; ma la presenza di numerose donne con i Dodici presso Gesù presuppone una sua chiamata, una sua scelta, silenziosa o espressa che fosse.
Di fatto Gesù mostra che lo stato di vita consacrata, consistente nel seguirlo, non è legato necessariamente alla destinazione al ministero sacerdotale, e che tale stato concerne sia le donne che gli uomini, ciascuno nel suo campo e con la funzione assegnata dalla divina chiamata. Nel gruppo di donne che seguivano Gesù si può discernere l’annuncio e anzi il nucleo iniziale dell’immenso numero di donne che si impegneranno nella vita religiosa o in altre forme di vita consacrata, lungo i secoli della Chiesa, fino ad oggi. Ciò vale per le “consacrate”, ma anche per tante altre nostre sorelle che seguono in forme nuove l’autentico esempio delle collaboratrici di Gesù: per es. come “volontarie” laiche in tante opere di apostolato, in tanti ministeri e uffici della Chiesa.
7. Concludiamo questa catechesi col riconoscere che Gesù, chiamando uomini e donne ad abbandonare tutto per seguirlo, ha inaugurato uno stato di vita che si svilupperà man mano nella sua Chiesa, nelle varie forme di vita consacrata, concretizzata nella vita religiosa, o anche - per i prescelti da Dio - nel sacerdozio. Dai tempi evangelici ad oggi ha continuato ad operare la volontà fondatrice di Cristo che si esprime in quel bellissimo e santissimo invito rivolto a tante anime: “Seguimi!”.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 12 ottobre 1994]
Il Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare «dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato» (1,14). Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, «il Vangelo di Dio» (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è Lui stesso il compimento delle promesse; è Lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.
[Papa Francesco, Angelus 25 gennaio 2015]
Il brano evangelico […] (cfr Mc 1,14-20) ci mostra, per così dire, il “passaggio del testimone” da Giovanni Battista a Gesù. Giovanni è stato il suo precursore, gli ha preparato il terreno e gli ha preparato la strada: ora Gesù può iniziare la sua missione e annunciare la salvezza ormai presente; era Lui la salvezza. La sua predicazione è sintetizzata in queste parole: «II tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Semplicemente. Gesù non usava mezze parole. È un messaggio che ci invita a riflettere su due temi essenziali: il tempo e la conversione.
In questo testo dell’evangelista Marco, il tempo va inteso come la durata della storia della salvezza operata da Dio; quindi, il tempo “compiuto” è quello in cui questa azione salvifica arriva al suo culmine, alla piena attuazione: è il momento storico in cui Dio ha mandato il Figlio nel mondo e il suo Regno si è fatto più che mai “vicino”. È compiuto il tempo della salvezza perché Gesù è arrivato. Tuttavia, la salvezza non è automatica; la salvezza è un dono d’amore e come tale offerto alla libertà umana. Sempre, quando si parla di amore, si parla di libertà: un amore senza libertà non è amore; può essere interesse, può essere paura, tante cose, ma l’amore sempre è libero, ed essendo libero e richiede una risposta libera: richiede la nostra conversione. Si tratta cioè di cambiare mentalità – questa è la conversione, cambiare mentalità – e di cambiare vita: non seguire più i modelli del mondo, ma quello di Dio, che è Gesù, seguire Gesù, come aveva fatto Gesù e come ci ha insegnato Gesù. È un cambiamento decisivo di visione e di atteggiamento. Infatti, il peccato, soprattutto il peccato della mondanità che è come l’aria, pervade tutto, ha portato una mentalità che tende all’affermazione di sé stessi contro gli altri e anche contro Dio. Questo è curioso... Qual è la tua identità? E tante volte sentiamo che si esprime la propria identità in termini di “contro”. È difficile esprimere la propria identità nello spirito del mondo in termini positivi e di salvezza: è contro sé stessi, contro gli altri e contro Dio. E per questo scopo non esita – la mentalità del peccato, la mentalità del mondo – a usare l’inganno e la violenza. L’inganno e la violenza. Vediamo cosa succede con l’inganno e la violenza: cupidigia, voglia di potere e non di servizio, guerre, sfruttamento della gente... Questa è la mentalità dell’inganno che certamente ha la sua origine nel padre dell’inganno, il grande bugiardo, il diavolo. Lui è il padre della menzogna, così lo definisce Gesù.
A tutto ciò si oppone il messaggio di Gesù, che invita a riconoscersi bisognosi di Dio e della sua grazia; ad avere un atteggiamento equilibrato nei confronti dei beni terreni; a essere accoglienti e umili verso tutti; a conoscere e realizzare sé stessi nell’incontro e nel servizio agli altri. Per ciascuno di noi il tempo in cui poter accogliere la redenzione è breve: è la durata della nostra vita in questo mondo. È breve. Forse sembra lunga... Io ricordo che sono andato a dare i Sacramenti, l’Unzione degli ammalati a un anziano molto buono, molto buono e lui in quel momento, prima di ricevere l’Eucaristia e l’Unzione degli ammalati, mi ha detto questa frase: “Mi è volata la vita”, come per dire: io credevo che fosse eterna, ma… “mi è volata la vita”. Così sentiamo noi, gli anziani, che la vita se ne è andata. Se ne va. E la vita è un dono dell’infinito amore di Dio, ma è anche tempo di verifica del nostro amore verso di Lui. Perciò ogni momento, ogni istante della nostra esistenza è un tempo prezioso per amare Dio e per amare il prossimo, e così entrare nella vita eterna.
La storia della nostra vita ha due ritmi: uno, misurabile, fatto di ore, di giorni, di anni; l’altro, composto dalle stagioni del nostro sviluppo: nascita, infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte. Ogni tempo, ogni fase ha un valore proprio, e può essere momento privilegiato di incontro con il Signore. La fede ci aiuta a scoprire il significato spirituale di questi tempi: ognuno di essi contiene una particolare chiamata del Signore, alla quale possiamo dare una risposta positiva o negativa. Nel Vangelo vediamo come hanno risposto Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni: erano uomini maturi, avevano il loro lavoro di pescatori, avevano la vita in famiglia… Eppure, quando Gesù passò e li chiamò, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18).
Cari fratelli e sorelle, stiamo attenti e non lasciamo passare Gesù senza riceverlo. Sant’Agostino diceva: “Ho paura di Dio quando passa”. Paura di che? Di non riconoscerlo, di non vederlo, di non accoglierlo.
La Vergine Maria ci aiuti a vivere ogni giorno, ogni momento come tempo di salvezza, in cui il Signore passa e ci chiama a seguirlo, ognuno secondo la propria vita. E ci aiuti a convertirci dalla mentalità del mondo, quella delle fantasie del mondo che sono fuochi d’artificio, a quella dell’amore e del servizio.
[Papa Francesco, Angelus 24 gennaio 2021]
La condizione limacciosa del Giordano e la dimensione umana di Gesù
(Mt 3,13-17; Mc 1,7-11; Lc 3,21-22; Gv 1,30-34)
Il fiume Giordano non è mai stato navigabile; segnava semplicemente un confine. Nella mentalità del tempo, fra terra altrui e ambito sacro della libertà; qui il discrimine concreto dell’Incarnazione.
Tratteggiamo qualche considerazione che recuperi il senso di questo fatto storico - che per noi può essere come un ‘sole’ dentro - con cui la liturgia completa il cammino del tempo di Natale.
Gesù è stato in ricerca, desideroso di vagliare, di apprendere.
Ci sembrerà incredibile, ma si è riconosciuto ignorante; bisognoso di evolvere - non di diventare migliore e più forte, ma di ‘posare lo sguardo’ - e spostarlo.
In quell’ambiente fortemente impegnato ma serioso ha compreso in modo definitivo chi è il Soggetto del cammino spirituale: la Vita divina, che ci attira nell’esperienza della felicità, dell’amore autentico e solido.
Il Regno non può essere preparato e addirittura allestito [diventerebbe una proiezione, un riflesso condizionato, una torre esteriore, come Babele] - piuttosto, bisogna Accoglierlo. Perché Viene.
I risultati che fanno leva sul nostro genio e muscoli, prima snervano, poi risultano frustranti; quindi bloccano la crescita dell’universo innato, perché spengono le novità, ottundono la Sorgente dell’essere e dell’entusiasmo.
L’uomo religioso che non fa il salto della Fede, stagna nella constatazione deprimente della differenza tra risultati attesi e fatti concreti.
Paradossalmente, centra le vie su di sé, ma non posa lo sguardo ‘nella’ sua essenza. Obbedisce - forse - ma non Ascolta.
Avendo smarrito il senso anche relazionale del suo irripetibile Unicum - misura tutta la sua incapacità a percepire, elaborare, realizzare, disegni che guidino a pienezza i propri sogni e le risorse.
Perde tutte le sue energie facendo propositi indotti, artificiosi, fuori scala, che lo rendono supponente e acido - semplicemente perché quegli obiettivi artefatti lo inaridiscono: non lo riguardano.
Nel frattempo, la disciplina “perfetta” e stressante che s’impone, come se fosse lui il Protagonista, gli tolgono la gioia d’incontrare i suoi talenti superiori e vivere completamente ciò che la realtà porge.
Forse non estrae dalla sua stessa ‘miniera’ a portata di mano, quelle capacità che realizzano la Missione personale.
Neanche se ne accorge - tutto preso da pensieri e discipline assolutamente derivate o conformi, in grado solo di smantellarne i picchi e la rarità.
Sempre con l’occhio sul passato, o sul pensiero comune [anche glamour] delle autorità, degli altri, dell’ambiente a contorno - e quanto si ritiene “dovrebbe essere”, secondo eticismi consolidati e smorzanti.
Infine, la discrepanza fra ciò cui si è tanto dato [senza forse mai capire a cosa Dio chiama davvero] e ciò che si è ottenuto, distrugge l'eccezionalità.
Affievolisce la stessa Speranza, scatenando una inesorabile tristezza, o l’inutile tran-tran individuale ed ecclesiale.
Gesù adulto che si lascia immergere nelle acque del Giordano è icona di una proposta che valorizza le paludi vistosamente torbide della nostra condizione.
Non solo vedendone le possibilità, ma persino rendendole ‘allegre’: così in tutte le icone orientali, che ne accentuano le eleganti volute.
Come può nostro Signore affiancarsi a una folla indistinta di peccatori e sbandati, che cercano redenzione?
In ognuno di loro Gesù vedeva affiorare un talento. E siamo nel punto più basso della terra - 400 metri sotto il livello del mare.
È proprio questo il salto di qualità che discrimina una religiosità sempliciotta [anche ammantata di grandi cose] e la crescita di Fede.
Il Figlio rivela la vita divina, che si manifesta incessantemente ‘amica’. Volto di Dio che non distrugge ma si accosta, per far emergere le possibilità soffocate.
Non schiaccia, umiliando le nostre inclinazioni, e aggiungendo pesi insostenibili. Non è un Re di sottomessi e affaticati.
Entra in una realtà fatta anche di fango, ma che prepara i nostri sviluppi, e desidera crescere - producendo percorsi spesso interrotti, ma infine il Fiore inatteso.
Così impariamo a voler bene ai nostri limiti e alle tante condizioni limacciose: ci ricordano il Giordano.
La terra ha bisogno di Luce, ma la Luce ha bisogno di ‘terra’. Sono espressione di Nuova Alleanza.
[Battesimo del Signore; omelia. Per un rilievo biblico forse più pignolo e caratteristico, cf. il commento esteso, in calce al sito: www.duevie.art]
The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
To repent and believe in the Gospel are not two different things or in some way only juxtaposed, but express the same reality (Pope Benedict)
Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà (Papa Benedetto)
The fire of God's creative and redeeming love burns sin and destroys it and takes possession of the soul, which becomes the home of the Most High! (Pope John Paul II)
Il fuoco dell’amore creatore e redentore di Dio brucia il peccato e lo distrugge e prende possesso dell’anima, che diventa abitazione dell’Altissimo! (Papa Giovanni Paolo II)
«The Spirit of the Lord is upon me, because he has anointed me to preach good news to the poor» (Lk 4:18). Every minister of God has to make his own these words spoken by Jesus in Nazareth [John Paul II]
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Ogni ministro di Dio deve far sue nella propria vita queste parole pronunciate da Gesù di Nazareth [Giovanni Paolo II]
It is He himself who comes to meet us, who lowers Heaven to stretch out his hand to us and raise us to his heights [Pope Benedict]
È Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza [Papa Benedetto]
As said st. Augustine: «The Word of God which is explained to you every day and in a certain sense "broken" is also daily Bread». Complete food: basic and “compote” food - historical and ideal, in actuality
Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano». Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in atto
What begins as a discovery of Jesus moves to a greater understanding and commitment through a prayerful process of questions and discernment (John Paul II)
Quel che inizia come una scoperta di Gesù conduce a una maggiore comprensione e dedizione attraverso un devoto processo di domande e discernimento (Giovanni Paolo II)
John's Prologue is certainly the key text, in which the truth about Christ's divine sonship finds its full expression (John Paul II)
Il Prologo di Giovanni è certamente il testo chiave, nel quale la verità sulla divina figliolanza di Cristo trova la sua piena espressione (Giovanni Paolo II)
Innocence prepares, invokes, hastens Peace. But are these things of so much value and so precious? The answer is immediate, explicit: they are very precious gifts (Pope Paul VI)
L’innocenza prepara, invoca, affretta la Pace. Ma si tratta di cose di tanto valore e così preziose? La risposta è immediata, esplicita: sono doni preziosissimi (Papa Paolo VI)
We will not find a wall, no. We will find a way out […] Let us not fear the Lord (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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