Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Cristo afferma; “Prima che Abramo fosse, Io sono” (Gv 8, 58). Non dice: “Io ero”, ma “Io sono” cioè da sempre, in un eterno presente. L’apostolo Giovanni nel prologo del suo Vangelo scrive: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 1-3). Dunque quel “prima di Abramo”, nel contesto della polemica di Gesù con gli eredi della tradizione di Israele, che si appellavano ad Abramo, significa: “ben prima di Abramo” e s’illumina alle parole del prologo del quarto Vangelo: “in principio era presso Dio”, cioè nell’eternità propria solo a Dio: nell’eternità comune con il Padre e con lo Spirito Santo. Annuncia infatti il Simbolo Quicumque: “E in questa Trinità nulla è prima o dopo, nulla maggiore o minore, ma tutte e tre le persone sono fra loro coeterne e coeguali”.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 6 novembre 1985]
1. “Credo . . . in Gesù Cristo, suo (di Dio Padre) unico Figlio, nostro Signore; il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine”. Il ciclo di catechesi su Gesù Cristo, che qui sviluppiamo, fa costante riferimento alla verità espressa dalle parole del Simbolo apostolico, ora citate. Esse ci presentano Cristo quale vero Dio - Figlio del Padre - e, nello stesso tempo, quale vero Uomo, Figlio di Maria Vergine. Le catechesi precedenti ci hanno già consentito di avvicinare questa fondamentale verità della fede. Ora, però, dobbiamo cercare di approfondirne il contenuto essenziale: dobbiamo chiederci che cosa significa vero Dio e vero Uomo. È una realtà, questa, che si svela davanti agli occhi della nostra fede mediante l’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo. E dato che essa - come ogni altra verità rivelata - può essere rettamente accolta soltanto mediante la fede, è qui in questione il “rationabile obsequium fidei”, l’ossequio ragionevole della fede. A favorire una simile fede vogliono servire le prossime catechesi, incentrate sul mistero del Dio Uomo.
2. Già in precedenza abbiamo rilevato che Gesù Cristo parlava spesso di sé, utilizzando l’appellativo di “figlio dell’uomo” (cf. Mt 16, 28; Mc 2, 28). Tale titolo si collegava con la tradizione messianica dell’Antico Testamento, e nello stesso tempo rispondeva a quella “pedagogia della fede”, a cui Gesù volutamente ricorreva. Egli infatti desiderava che i suoi discepoli e i suoi ascoltatori arrivassero da soli alla scoperta che il “figlio dell’uomo” era insieme il vero Figlio di Dio. Di ciò abbiamo una dimostrazione particolarmente significativa nella professione di Simon Pietro, avvenuta nei dintorni di Cesarea di Filippo, a cui abbiamo già fatto riferimento nelle catechesi precedenti. Gesù provoca con domande gli apostoli e quando Pietro giunge al riconoscimento esplicito della sua identità divina, ne conferma la testimonianza chiamandolo “beato perché né la carne né il sangue gliel’hanno rivelato, ma il Padre” (cf. Mt 16, 17). È il Padre, che rende testimonianza al Figlio, perché soltanto lui conosce il Figlio (cf. Mt 11, 27).
3. Tuttavia nonostante la discrezione a cui Gesù s’atteneva in applicazione di quel principio pedagogico di cui s’è parlato, la verità della sua filiazione divina diventava via via più palese, in base a ciò che egli diceva, e particolarmente a ciò che faceva. Ma, mentre per gli uni essa costituiva oggetto di fede, per gli altri era causa di contraddizione e di accusa. Questo si manifestò in forma definitiva durante il processo davanti al Sinedrio. Racconta il Vangelo di Marco (Mc 14, 61-62): “Il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo, figlio di Dio benedetto?”. Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo””. Nel Vangelo di Luca (Lc 22, 70) la domanda è così formulata: “”Tu dunque sei il figlio di Dio?”. Rispose loro: “Lo dite voi stessi: io lo sono””.
4. La reazione dei presenti è concorde: “Ha bestemmiato! . . . avete udito la bestemmia . . . È reo di morte!” (Mt 26, 65-66). Questa accusa è, per così dire, frutto di un’interpretazione materiale della legge antica.
Leggiamo infatti nel Libro del Levitico: “Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare” (Lv 24, 16). Gesù di Nazaret, che davanti ai rappresentanti ufficiali dell’Antico Testamento dichiara di essere il vero Figlio di Dio, pronuncia - secondo la loro convinzione - una bestemmia. Perciò “è reo di morte” e la condanna viene eseguita, anche se non con la lapidazione secondo la disciplina vetero-testamentaria, ma con la crocifissione, secondo la legislazione romana. Chiamare se stesso “Figlio di Dio” voleva dire “farsi Dio” (cf. Gv 10, 33), il che suscitava una protesta radicale da parte dei custodi del monoteismo dell’Antico Testamento.
5. Ciò che alla fine si compì nel processo intentato contro Gesù, in realtà era stato minacciato già prima, come riferiscono i Vangeli, particolarmente quello di Giovanni. Vi leggiamo più di una volta che gli ascoltatori volevano lapidare Gesù, quando ciò che avevano udito dalla sua bocca sembrava loro una bestemmia. Riscontrarono una tale bestemmia, per esempio, nelle sue parole sul tema del Buon Pastore (cf. Gv 10, 27.29), e nella conclusione a cui egli giunse in tale circostanza: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30). Il racconto evangelico prosegue così: “I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”” (Gv 10, 31-33).
6. Analoga fu la reazione a queste altre parole di Gesù: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8, 58). Anche qui Gesù si trovò davanti a una domanda e a un’accusa identica: “Chi pretendi di essere?” (Gv 8, 53), e la risposta a tale domanda ebbe come conseguenza la minaccia della lapidazione (Gv 8, 59).
È dunque chiaro che, benché Gesù parlasse di se stesso soprattutto come del “figlio dell’uomo”, tuttavia tutto l’insieme di ciò che faceva e insegnava rendeva testimonianza che egli era il Figlio di Dio nel senso letterale della parola: che cioè era con il Padre una cosa sola, e quindi: come il Padre, così anche lui era Dio. Del contenuto univoco di tale testimonianza è prova sia il fatto che egli fu riconosciuto e accolto da alcuni: “molti credettero in lui”: (cf. per esempio Gv 8, 30); sia, ancor più, il fatto che trovò in altri un’opposizione radicale, anzi l’accusa di bestemmia con la disposizione a infliggergli la pena, prevista per i bestemmiatori dalla Legge dell’Antico Testamento.
7. Tra le affermazioni di Cristo relative a questo argomento, particolarmente significativa appare l’espressione: “Io Sono”. Il contesto in cui essa viene pronunciata indica che Gesù richiama qui la risposta data a Mosè da Dio stesso, quando gli viene rivolta la domanda circa il suo nome: “Io sono colui che sono . . . Dirai agli Israeliti: Io Sono mi ha mandato a voi” (Es 3, 14). Ora, Cristo si serve della stessa espressione “Io Sono” in contesti molto significativi. Quello di cui s’è parlato, concernente Abramo; “Prima che Abramo fosse, “Io Sono”: ma non solo quello. Così, per esempio: “Se . . . non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8, 24). E ancora: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8, 28), e inoltre: “Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che “Io Sono” (Gv 13, 19).
Questo “Io Sono” si trova pure in altri luoghi, presenti nei Vangeli sinottici (per esempio Mt 28,20; Lc 24, 39); ma nelle affermazioni citate sopra l’uso del nome di Dio, proprio del Libro dell’Esodo, appare particolarmente limpido e fermo. Cristo parla della sua “elevazione” pasquale mediante la croce e la successiva risurrezione: “Allora saprete che Io Sono”. Il che vuol dire: allora risulterà pienamente che io sono colui al quale compete il nome di Dio. Con tale espressione perciò Gesù indica di essere il vero Dio. E ancora prima della passione egli prega il Padre così: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv 17, 10) che è un altro modo per affermare: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30).
Davanti a Cristo, Verbo di Dio incarnato, uniamoci anche noi a Pietro e ripetiamo con lo stesso trasporto di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16)
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 26 agosto 1987]
1. Nella catechesi precedente abbiamo rivolto particolare attenzione a quelle affermazioni, in cui Cristo parla di sé adoperando l’espressione “Io Sono”. Il contesto in cui tali affermazioni compaiono, soprattutto nel Vangelo di Giovanni, ci permette di pensare che, nel ricorrere a detta espressione, Gesù fa riferimento al Nome con cui il Dio dell’antica alleanza qualifica se stesso dinanzi a Mosè, al momento di affidargli la missione a cui è chiamato: “Io sono colui che sono . . . Dirai agli Israeliti: Io Sono mi ha mandato a voi” (Es 3, 14).
Gesù parla di sé in questo modo, per esempio nell’ambito della discussione su Abramo: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8, 58). Già quest’espressione ci permette di comprendere che “il Figlio dell’uomo” rende testimonianza alla sua divina preesistenza. E una tale affermazione non è isolata.
2. Più di una volta Cristo parla del mistero della sua Persona, e l’espressione più sintetica sembra essere questa: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16, 28). Gesù rivolge queste parole agli apostoli nel discorso d’addio alla vigilia degli avvenimenti pasquali. Esse indicano chiaramente che prima di “venire” nel mondo, Cristo “era” presso il Padre come Figlio. Indicano quindi la sua preesistenza in Dio. Gesù fa capire chiaramente che la sua esistenza terrena non può essere separata da tale preesistenza in Dio. Senza di essa la sua realtà personale non può essere correttamente intesa.
3. Espressioni simili sono numerose. Quando Gesù accenna alla sua venuta dal Padre nel mondo, le sue parole fanno di solito riferimento alla sua preesistenza divina. Questo è particolarmente chiaro nel Vangelo di Giovanni. Gesù dice davanti a Pilato: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37); e forse non è senza importanza il fatto che Pilato Gli chieda più tardi: “Di dove sei?” (Gv 19, 9). E prima ancora leggiamo: “La mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado” (Gv 8, 14). A proposito di quel “di dove sei?” nel colloquio notturno con Nicodemo possiamo udire una significativa dichiarazione: “Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv 3, 13). Questa “venuta” dal cielo, dal Padre, indica la “preesistenza” divina di Cristo anche in relazione alla sua “dipartita”: “E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?” - domanda Gesù nel contesto del “discorso eucaristico” nei pressi di Cafarnao (cf. Gv 6, 62).
4. L’intera esistenza terrena di Gesù come Messia risulta da quel “prima” e ad esso si riconnette come a una “dimensione” fondamentale secondo la quale il Figlio è “una cosa sola” con il Padre. Quanto eloquenti sono da questo punto di vista le parole della “preghiera sacerdotale” nel cenacolo: “Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17, 4-5).
Anche nei Vangeli sinottici si parla in molti luoghi della “venuta” del Figlio dell’uomo per la salvezza del mondo (cf. ad esempio Lc 19, 10; Mc 10, 45; Mt 20, 28); tuttavia i testi di Giovanni contengono un riferimento particolarmente chiaro alla preesistenza di Cristo.
5. La sintesi più piena di questa verità è contenuta nel Prologo del quarto Vangelo. Si può dire che in tale testo la verità sulla preesistenza divina del Figlio dell’uomo acquista un’ulteriore esplicitazione, quella in certo senso definitiva: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui . . . In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 1-5).
In queste frasi l’evangelista conferma ciò che Gesù diceva di se stesso, quando dichiarava: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv 16, 28), oppure quando pregava perché il Padre lo glorificasse con quella gloria che egli aveva preso di lui prima che il mondo fosse (cf. Gv 17, 5). Nello stesso tempo la preesistenza del Figlio nel Padre si collega strettamente con la rivelazione del mistero trinitario di Dio: il Figlio è l’eterno Verbo, è “Dio da Dio”, della stessa sostanza del Padre (come si esprimerà il Concilio di Nicea nel Simbolo della fede). La formula conciliare riflette precisamente il Prologo di Giovanni: “Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Affermare la preesistenza di Cristo nel Padre equivale a riconoscerne la Divinità. Alla sua sostanza, così come alla sostanza del Padre, appartiene l’eternità. È ciò che viene indicato col riferimento alla preesistenza eterna nel Padre.
6. Il Prologo di Giovanni, mediante la rivelazione della verità sul Verbo, ivi contenuta, costituisce come il definitivo completamento di ciò che già l’Antico Testamento aveva detto della Sapienza. Si vedano, ad esempio, le seguenti affermazioni: “Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò; per tutta l’eternità non verrò meno” (Sir 24, 9), “Il mio creatore mi fece piantare la tenda e mi disse: fissa la tenda in Giacobbe” (Sir 24, 8). La Sapienza, di cui parla l’Antico Testamento, è una creatura e nello stesso tempo ha attributi che la mettono al di sopra dell’intero creato: “Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova” (Sap 7, 27).
La verità sul Verbo, contenuta nel Prologo di Giovanni, riconferma in un certo senso la rivelazione circa la sapienza presente nell’Antico Testamento, e in pari tempo la trascende in modo definitivo. Il Verbo non soltanto “è presso Dio”, ma “è Dio”. Venendo in questo mondo nella persona di Gesù Cristo, il Verbo “venne fra la sua gente”, poiché “il mondo fu fatto per mezzo di lui” (cf. Gv 1, 10-11). Venne tra “i suoi” perché è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (cf. Gv 1, 9). L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo consiste in questa “venuta” nel mondo del Verbo, che è l’eterno Figlio.
7. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14). Diciamolo ancora una volta: il Prologo di Giovanni è l’eco eterna delle parole con cui Gesù dice: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv 16, 28), e di quelle con cui prega che il Padre lo glorifichi con quella gloria che Egli aveva presso di lui prima che il mondo fosse (cf. Gv 17, 5). L’Evangelista ha davanti agli occhi la rivelazione veterotestamentaria circa la Sapienza, e nello stesso tempo l’intero avvenimento pasquale: la dipartita mediante la croce e la risurrezione, in cui la verità su Cristo, Figlio dell’uomo e vero Dio, si è resa completamente chiara a quanti sono stati i suoi testimoni oculari.
8. In stretto rapporto con la rivelazione del Verbo, cioè con la divina preesistenza di Cristo, trova pure conferma la verità sull’Emmanuele. Questa parola - che nella traduzione letterale significa “Dio con noi” - esprime una presenza particolare e personale di Dio nel mondo. Quell’“Io sono” di Cristo manifesta proprio questa presenza già preannunziata da Isaia (cf. Is 7, 14), proclamata sulla scia del profeta nel Vangelo di Matteo (cf. Mt 1, 23), e confermata nel Prologo di Giovanni: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Il linguaggio degli evangelisti è multiforme, ma la verità che essi esprimono è la stessa. Nei sinottici Gesù pronuncia il suo “io sono con voi” particolarmente nei momenti difficili (come per esempio: Mt 14, 27; Mc 6, 50; Gv 6, 20), in occasione della tempesta sedata, come pure nella prospettiva della missione apostolica della Chiesa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
9. L’espressione di Cristo: “Sono uscito dal Padre e sono nel mondo” (Gv 16, 28) contiene un significato salvifico, soteriologico. Tutti gli evangelisti lo manifestano. Il Prologo di Giovanni lo esprime nelle parole: “A quanti . . . l’hanno accolto (il Verbo), ha dato potere di diventare figli di Dio”, la possibilità cioè di essere generati da Dio (cf. Gv 1, 12-13).
Questa è la verità centrale di tutta la soteriologia cristiana, organicamente connessa con la realtà rivelata del Dio-Uomo. Dio si fece uomo, affinché l’uomo potesse partecipare realmente della vita di Dio, potesse anzi diventare, in un certo senso, Dio egli stesso. Già gli antichi Padri della Chiesa hanno avuto di ciò chiara coscienza. Basti ricordare sant’Ireneo, il quale, esortando a seguire Cristo, unico maestro vero e sicuro, affermava. “Per l’immenso suo amore egli s’è fatto ciò che noi siamo, per dare a noi la possibilità di essere ciò che è lui” (cf. S. Irenaei, Adversus haereses, V, Praef.: PG 7, 1120).
Questa verità ci apre orizzonti sconfinati, nei quali situare l’espressione concreta della nostra vita cristiana, alla luce della fede in Cristo, Figlio di Dio, Verbo del Padre.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 settembre 1987]
«Nelle due letture» proposte oggi dalla liturgia, ha fatto subito notare il Pontefice all’omelia, «si parla di tempo, di eternità, di anni, di futuro, di passato» (Genesi 17, 3-9 e Giovanni 8, 51-59). Tanto che proprio «il tempo sembra essere la realtà più importante nel messaggio liturgico di questo giovedì». Ma Francesco ha preferito «prendere un’altra parola» che, ha suggerito, «credo sia proprio il messaggio nella Chiesa oggi». E sono le parole di Gesù riportate dall’evangelista Giovanni: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
Dunque, il messaggio centrale di oggi è «la gioia della speranza, la gioia della fiducia nella promessa di Dio, la gioia della fecondità». Proprio «Abramo, nel tempo del quale parla la prima lettura, aveva novantanove anni e il Signore apparve a lui e assicurò l’alleanza» con queste parole: «Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre».
Abramo, ha ricordato Francesco, «aveva un figlio di dodici, tredici anni: Ismaele». Ma Dio gli assicura che diventerà «padre di una moltitudine di nazioni». E «gli cambia il nome». Poi «continua e gli chiede di essere fedele all’alleanza» dicendo: «Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza e dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne». In pratica, Dio dice ad Abramo «ti do tutto, ti do il tempo: ti do tutto, tu sarai padre».
Sicuramente Abramo, ha detto il Papa, «era felice di questo, era pieno di consolazione» ascoltando la promessa del Signore: «Entro un anno avrai un altro figlio». Certo, a quelle parole «Abramo rise, dice la Bibbia in seguito: ma come, a cento anni un figlio?». Sì, «aveva generato Ismaele a ottantasette anni, ma a cento anni un figlio è troppo, non si può capire!». E così «rise». Ma proprio «quel sorriso, quel riso è stato l’inizio della gioia di Abramo». Ecco, dunque, il senso delle parole di Gesù riproposte oggi dal Papa come messaggio centrale: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza». Difatti, «non osava credere e disse al Signore: “Ma se almeno Ismaele vivesse nella tua presenza?”». Ricevendo questa risposta: «No, non sarà Ismaele. Sarà un altro».
Per Abramo, dunque, «la gioia era piena» ha affermato il Papa. Ma «anche la moglie Sara, un po’ dopo, rise: era un po’ nascosta, dietro le tende dell’entrata, ascoltando quello che dicevano gli uomini». E «quando questi inviati di Dio dissero ad Abramo della notizia sul figlio, anche lei rise». È proprio questo, ha ribadito Francesco, «l’inizio della grande gioia di Abramo». Sì, «la grande gioia: esultò nella speranza di vedere questo giorno; lo vide e fu pieno di gioia». E il Papa ha invitato a guardare «questa bella icona: Abramo che era davanti a Dio, che si prostrò con il viso a terra: sentì questa promessa e aprì il cuore alla speranza e fu pieno di gioia».
E proprio «questo è quello che non capivano questi dottori della legge» ha rimarcato Francesco. «Non capivano la gioia della promessa; non capivano la gioia della speranza; non capivano la gioia dell’alleanza. Non capivano». E «non sapevano gioire, perché avevano perso il senso della gioia che, soltanto, viene dalla fede». Invece, ha spiegato il Papa, «il nostro padre Abramo è stato capace di gioire perché aveva fede: è stato fatto giusto nella fede». Da parte loro quei dottori della legge «avevano perso la fede: erano dottori della legge, ma senza fede!». Ma «di più: avevano perso la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo». Essi, però, «avevano solo un sistema di dottrine precise e che precisavano ogni giorno in più che nessuno le toccasse».
Erano «uomini senza fede, senza legge, attaccati a dottrine che anche diventano un atteggiamento casistico». E Francesco ha proposto anche esempi concreti: «Si può pagare la tassa a Cesare, non si può? Questa donna, che è stata sposata sette volte, quando andrà in cielo sarà sposa di quei sette?». E «questa casistica era il loro mondo: un mondo astratto, un mondo senza amore, un mondo senza fede, un mondo senza speranza, un mondo senza fiducia, un mondo senza Dio». Proprio «per questo non potevano gioire».
E non gioivano neppure se facevano qualche festa per divertirsi: tanto che, ha affermato il Papa, di sicuro avranno «stappato alcune bottiglie quando Gesù è stato condannato». Ma sempre «senza gioia», anzi «con paura perché uno di loro, forse mentre bevevano», avrà ricordato la promessa «che sarebbe risorto». E così «subito, con paura, sono andati dal procuratore a dire “per favore, prendetevi cura di questo, che non ci sia un trucco”». Tutto questo perché «avevano paura».
Ma «questa è la vita senza fede in Dio, senza fiducia in Dio, senza speranza in Dio» ha affermato ancora il Papa. «La vita di questi — ha aggiunto — che soltanto quando hanno capito che non avevano ragione» hanno pensato che rimaneva solo la strada di prendere le pietre per lapidare Gesù. «Il loro cuore era pietrificato». Infatti «è triste essere credente senza gioia — ha spiegato Francesco — e la gioia non c’è quando non c’è la fede, quando non c’è la speranza, quando non c’è la legge, ma soltanto le prescrizioni, la dottrina fredda. Questo è quello che vale». In contrapposizione, il Papa ha riproposto di nuovo «la gioia di Abramo, quel bel gesto del sorriso di Abramo» quando ascolta la promessa di avere «un figlio a cento anni». E «anche il sorriso di Sara, un sorriso di speranza». Perché «la gioia della fede, la gioia del Vangelo è la pietra di paragone della fede di una persona: senza gioia quella persona non è un vero credente».
In conclusione, Francesco ha invitato a far proprie le parole di Gesù: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». E ha chiesto «al Signore la grazia di essere esultanti nella speranza, la grazia di poter vedere il giorno di Gesù quando ci troveremo con Lui e la grazia della gioia».
[Papa Francesco, s Marta, in L’Osservatore Romano 27/03/2015]
Dalla religione alla Fede, da sterile ad Amata
(Lc 1,26-38)
La solennità del momento che restituisce l’anima al Mistero, invita a un passaggio onda su onda: dalla religione del Tempio alla Fede domestica e personale.
Dall’esterno a dentro noi stessi. Dai modelli, alla profezia d’innato. Promessa Unica, condizione più sottile.
Fede-resa - quella di Madre - che mostra la libertà e bellezza dei nuovi orientamenti, nel progredire delle immagini-guida interiori.
Alleanza non più per ciò che è già conosciuto.
Il suo Patto sta tutto nell’Apertura all’Inesplicabile che ci abita. Intimo Eterno, che può ora concretizzare la speranza e il cammino dei popoli. Una svolta di autenticità, crescente.
Se i vergini di cuore non frappongono pretese, la Chiamata per Nome (dalle nostre stesse fibre) dischiude l’animo incapace e sterile.
Ad coeli Reginam: Eco silente… tale nucleo-Vocazione invisibile fa trasalire. E con virtù spontanea introduce lo spirito nella sinergia feconda di Dio stesso.
Fiducia sponsale che riannoda i fili della storia di Salvezza: e si contrappone alla strada larga delle alleanze con gente “che conta”.
Nell’intreccio fra Iniziativa che feconda e nostro accogliere in seno, l’Ancella è icona dell’attesa e del cammino di ciascuno - dove ciò che resta determinante non è il desiderio consueto, prevedibile.
Appello vibrante che si prolunga nella storia, in una sorta d’Incarnazione dispiegata e continua, grazie alla collaborazione di lontani, malfermi e insignificanti servitori, come Maria.
Anche nostra, malgrado ancora colmi di aspettative normali.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali Parole ci aprono alla vita nello Spirito e mettono in discussione la strada prevista?
Qual è la nostra zona ancora intermedia, senza Incontro?
Come realizzare il Seme invisibile
Dice il Tao Tê Ching (LXI): «Il gran regno che si tiene in basso, è la confluenza del mondo; è la femmina del mondo. La femmina sempre vince il maschio con la quiete, poiché chetamente se ne sta sottomessa. Per questo, il gran regno che si pone al disotto del piccol regno, attrae il piccol regno; il piccol regno che sta al disotto del gran regno, attrae il gran regno: l’un s’abbassa per attrarre, l’altro attrae perché sta in basso. Il gran regno non ecceda, per la brama di pascere e unire gli altri; il piccol regno non ecceda, per la brama d’esser accetto e servire gli altri. Affinché ciascuno ottenga ciò che brama, al grande conviene tenersi in basso».
Dio domestico, e Visite che non ci aspetteremmo?
Rallentando un po’, si Nasce.
[Annunciazione del Signore, 25 marzo]
Maria, l’Arte della Percezione che rompe gli schemi
(Lc 2,19) (Lc 1,26-38)
Per una vita dall’Io autentico al Culmine sconosciuto
«Ora, Maria conservava e custodiva tutte - proprio tutte - queste parole-evento, mettendole insieme e comparandole nel suo cuore» [senso del testo greco].
Cosa ne era di lei, del Figlio e di tutti gli altri?
Voleva capire le affinità essenziali - con l'anima e altrove: il senso degli strani e semplici accadimenti. Regola d’oro anche per noi.
Nel ritratto di Gesù che allattava, il suo silenzio non permaneva collocato - e non si lasciava demotivare: scavando.
Per questo conosceva ben più cose espressive di tante menti - sublimi eppure incapaci di uscire dagli automatismi, già allagate di dottrine e tradizioni ragguardevoli.
Siamo volentieri anche noi lì, con Maria; in una cultura che c’invade i sensi e inquina l'anima di opinioni rumorose, di modelli apparentemente eloquenti ma che mettono in ginocchio: stressanti e futili.
Tutte riproduzioni enfatiche, d’impatto - ma esterne.
Eppure debordano nell’intimo, e malgrado le apparenze scintillanti, chiudono la personalità in uno spazio ristretto, di abitudini malsane, solo da esibire.
Ci costringiamo infatti a correre da una parte all’altra, spesso a recitare prototipi. Appunto, intrigati a forza da piani, organigrammi e pensieri, anche devoti, i quali divengono però forme di banalizzazione personale e sociale.
Ci stiamo abituando alla paura del nostro lato discreto, riservato, non pettegolo, appartato, nascosto, tutto nostro e vicino alla Fonte: in una parola, custode della Chiamata per Nome - che vuol fare pausa per tornare all’Ascolto antico del nuovo.
Un lato che ancora non conosciamo: esso non ha mai lo stesso tono di sempre. È tutto nostro, ma allude agli incontri veri.
Affinando la visione interiore, cogliamo la nostra scaturigine e il senso della storia; e le sue pieghe - così possiamo partorire ancora il mondo prezioso dentro e fuori di noi.
Lo facciamo a partire dall’impalpabile che fa da perno dell’essenza. E custodisce il Fuoco dentro.
Per un tratto - sempre più breve - gli opinionisti ufficiali c’illudono di stare al centro del mondo.
Vogliono inocularci il falso senso di protagonismo e permanenza che rapidamente svanisce; in realtà, ci travolgono.
Sentiamo il bisogno di una riscoperta dell’essere e dell’essenza, non dissolti nel regno della notte e dell’illusione [avere potere apparire, trattenere salire dominare]. Senza fughe, né ritmi che non ci appartengono.
Cerchiamo un coinvolgimento, e una distanza.
Vogliamo ‘percepire’ come Maria e come i pastori - sconclusionati da opinioni religiose altrui - per divenire e rinascere, e divenire ancora. Recuperando le frenesie, le sorprese, le ferite; senza disperdere il Centro.
“Rifugiarsi” in uno spazio segreto non era per Lei un ritrovare la se stessa attesa da tutti, stereotipa e adeguata come sempre.
Esprimeva piuttosto il suo essere - in fuga dai modi convenzionali.
Per vivere intensamente non desiderava entrare nella nomenclatura - poi essere normale, e asservita - piuttosto allontanarsi, ma stando lì. Perciò non escludeva nulla.
Si è riconosciuta pure in quei vagabondi.
Mai si sarebbe immaginata protagonista (recitante) d’una tradizione che l’ha collocata su piedistalli, forme, attributi solenni, e costrizioni - proprio quelle che l’avrebbero resa dolcemente ma decisamente ribelle.
Non si rivisitava per crogiolarsi, bensì per verificare e riattivare il suo ‘modo’ - che non voleva perdere: poteva essere travolto da pareri esterni e seppellito da circostanze [impellenti ma senza orizzonte].
Non voleva smarrire il proprio Indirizzo dentro mete comuni, omologate, perdendo di vista ciò che era davvero, e la introduceva nel cielo del senza tempo - né bramava assomigliare alla maggioranza, o starle sopra.
Quella che le abbiamo costruito noi, non è casa sua.
Maria non si affacciava sulla realtà e oggi dentro di noi [per aiutarci a guardare il “nostro” Mistero] col viso conforme; edulcorato e artefatto, o intimista, paludoso.
La sua anima era sempre in viaggio. Per conoscere l’inconoscibile, mai si sarebbe fermata - anche senza sapere in anticipo dove andare.
Il suo carattere non voleva le certezze della sistemazione. Senza tentennare, anche in sé preferiva intuire e vivere la Passione d’amore.
Si lasciava guidare e salvare, ma a partire dal suo stesso centro sacro, santuario del Dio-Con. Colui che sblocca, c’incammina, e libera.
Non poteva consentire che la sua Vocazione venisse coperta da idoli, né da alcuna trama, che pur si stava svolgendo.
Nel ‘qui e ora’ ritrovava la sua affinità proprio dal suo stesso essere viandante, che avanzando poneva i disagi alle spalle.
Sviluppando l’occhio interiore, trasmutava anche il suo interno per ritrovare il passo dell’Annunciazione nascosta nei disadattati, che ancora la conduceva.
Solo questo le durava negli anni - non il lato funzionale.
Non sognava di fare una vita tranquilla, bensì di capire la personale missione.
Senza ingenuità s’interrogava sul significato delle chiamate intime, degli accadimenti, delle vie traverse, e dei suoi moti - estranea solo all’ansia di piacere a tutti.
Desiderava comprendere come inserirsi al meglio, procedendo verso la nuova terra promessa [cf. Lc 1,29: «Ma fu molto turbata per la Parola e si domandava che saluto fosse questo»; Lc 1,34: «Come sarà questo?»].
La quiete dentro non era uniforme, bensì colma delle vicissitudini e di ‘notizie’ imprevedibili.
Mai avrebbe voluto diventare modello: un documento d’identità scaduto - ingessato, dogmatico. Mai icona di privilegi, e sfarzosa - come una donna che spegne la sua consapevolezza, e si rende identificata, vuota, vetusta, disgiunta.
In mezzo agli altri - persino lazzaroni, poco delicati, indiscreti - Maria lasciava fare, percependo i suoni inudibili del silenzio dell’anima.
Note che producevano la sua figura e - ancor meglio - la sua evoluzione e Destinazione, senza disturbarla con ostinazioni separate.
Togliendo lo sguardo dall’intenzione conformista.
Per esistere davvero, intensamente, cambiava o faceva breccia; recuperava la storia ma ascoltava l’interno di sé.
Cogliendo i propri strati profondi, percependosi nelle voci più intime, prendeva coscienza del senso della sua vita, e della storia che si svolgeva.
Negl’intervalli di pensiero, riattivava l’energia dello ‘sguardo’.
E senza mortificazioni portava l’attenzione su un’altra dimensione, entrando gradualmente nel Vento che incessantemente la disinnestava.
In tal guisa, imparava a non aspettarsi qualcosa di allineato ai propositi e previsioni normali, né alla graduatoria sociale e culturale: doveva introdursi nelle vicende, e staccarsi (per contemplarne l’importanza e profondità).
Misteriosamente - così scrutando senza troppo fare - leggeva le ‘note’, sceglieva i registri giusti; interpretava lo spartito.
Epifania di Dio in una creatura del tutto priva di stile ieratico o cortese; piuttosto, delicato e gitano.
Non si è precipitata a mettere a posto le cose: intuiva «dentro» la vita sommaria, invece che condurla e organizzarla, o disporla.
Attendeva che il suo Sé eminente facesse da guida allo strano percorso non dirigista né volontarista che si stava dispiegando, davvero tutto eccentrico e poco esemplare.
Non si attivava per compiacere.
Impariamo in Lei anche noi: a vedere accadere il Dio domestico, le ‘visite’ che non aspetteremmo; l'intensità delle cromie differenti.
Esse che poi ci portano a un diverso sguardo anche nell’anima; coinvolta e distaccata.
Al pari della realtà circostante, Maria non era sempre uguale.
Non aveva in mente un campione da inseguire sino in fondo, per poi trovarsi cronicizzata nell’esemplarità altrui - sradicata, esteriore, dissipata e scarica.
Situazioni ed emozioni avevano valore, non solo né anzitutto sulla base del registro a paradigmi - ormai inutile - con cui venivano interpretate.
Nella speranza delle cose presenti e nel loro sensibile Ascolto, veniva acquisendo fluidità.
In tal guisa, passando senza forzature dalla religione dei padri alla Fede, al rischio d’amicizia nell’imprevedibile proposta dell’unico Padre.
Ritirata nella Dimora dello Spirito, dentro una Speranza che si svelava onda su onda, imparava a comprendere le relazioni e le energie interiori, non impacchettate.
Una volta ascoltate e assunte, esse potevano deviare, e prendere proprio la strada inattesa.
Passo dopo passo, l’occhio, l’orecchio e il cuore attenti introducono anche noi - come Maria - in un territorio di sospensione delle intenzioni chiuse. Dove abita l’amore e il destino della Novità di Dio.
Espandeva la Visione non a partire unicamente dattorno.
Dispiegando il suo perdersi nel Noi, non selettivo, ma solo dal proprio centro sacro, anche l’orizzonte dilatava nella sensazione d’infinito in azione.
Nella contemplazione degli eventi, rendeva più corposa e persino reinventava la figura del cuore che l’aveva guidata fin lì.
Reinterpretava ancora l’immagine espressiva della sua Vocazione. E cambiava il suo destino - non dando peso alle angolazioni unilaterali.
Niente obblighi e propositi cesellati - controcorrente ma naturale, senza la lacerazione degli sforzi titanici.
Così perfino i disagi l’avvicinavano alla sua Missione di Madre della nuova umanità, nel Figlio.
E ciascuno egualmente ritrova l’energia della suggestione primordiale che lo conduce, affinché nella Meditazione riabbracci il Richiamo della Chiamata che vuole ancora strapparlo dalla palude.
Eco dell’Appello primigenio che s’intesse agli accadimenti ed è già la Destinazione.
Testimonianza ogni istante da riscoprire nel “vuoto intimo e colmo” da fare dentro, per attendere qualcosa che non sappiamo prima cosa sia.
Maria si faceva tracciare nel tempo dall’Amore senza brevetto.
Tali i Sogni delle creature totalmente immerse nelle passioni vere, che colgono, anticipano e attualizzano il senza-tempo nel tempo.
Non rinunciava a chiedersi cosa - dai molteplici aspetti - la stava abitando e silenziosamente guidava.
La immaginiamo ancora (v.19) ‘come ad occhi chiusi’: situazione che la nostra cultura spesso ignora.
Non pensava le cause efficienti: era per riscoprire altrimenti il suo aprire la porta ai visitatori, e a ogni novità da stupore.
Stava già allattando, non solo il Figlio; al contempo alimentava se stessa.
Non per vano intimismo riscopriva il Mistero sottile annidato nel diverso - e nel cangiante e crudo - imprevedibile dentro e fuori.
Senza rendersi conto, già nutriva il mondo, custodendosi.
Vera, giunge sino a noi e in noi, accudendo il nido dell’essenza e della storia... senz’apparenza alcuna di stendardi e vetrine - rispettando solo ciò che capita.
Similmente la sua intera Famiglia diventa la vera signora feconda di una Festa dell’Annuncio impossibile attorno - che non si capisce da dove sia nata (Lc 1,20).
Sicuramente da nulla di esteriore. Perciò decisivo.
Totalmente aderente alle circostanze e presente in sé, diveniva completamente - nei moti nitidi e spontanei, anche altrui.
Certo non aveva attorno gente che potesse vantare paraventi. Solo strani individui, ma che incessantemente lasciavano emergere l’istinto vitale.
Anche loro non si dicevano prima dove bisognasse andare. Per questo si ritrovavano in un’incessante gravidanza.
Avevano in serbo solo l’esperienza delle distanze; spesso gelo e rifiuto.
Mai conosciuta una figura che li aiutasse a riconoscersi completamente, e a guardare le cose dal punto di vista della soavità intramontabile scoperta.
Persino capaci di tendere al globale più largo e comprensivo [noi diremmo, all’eternità servizievole della condizione angelica].
Eccoli invece incendiati dalla Fiamma perenne - quella del mondo intero (passato, presente e futuro) che sa recuperare e stare nascostamente, a parte ma nel cosmo - come aurora e giorno del Signore.
Nella cultura del tempo, condizione degli spiriti del servizio al trono celeste, che glorificavano e lodavano Dio (v.20) «per tutto quello che avevano udito e avevano visto».
Di fronte alla Famiglia Chiesa domestica, in Maria e Gesù i pastori fanno un’esperienza decisiva.
Non più di carenza e giudizio unilaterali, ma di rinascita nella stima; di un altro mondo, disponibile e inclusivo - d’un altro regno, unisono senza uniformità.
La Madre di Dio è una possibilità di tendere all’eterno presente, non più esclusivo: ma come una danza, dove il tutto che cambia mette perfettamente a proprio agio - senza già le tracce da ricalcare.
Gli stravaganti della società, pellegrini e cani della prateria raccogliticci, abili solo nelle transumanze, forse mai avevano avuto la capacità di riconoscere l’estasi dello stare bene e intensamente nel sommario.
Forse mai avevano avuto l’esperienza di riconoscere in una creatura accurata il loro stesso lato sensibile, tenero e femminile.
Aspetto che nella Donna Chiesa autentica si fa custode e diversamente banditore [nei malfermi] dello scrigno della Vita.
Dal tepore di Maria e della Culla, fra i loro labirinti, ormai portavano nel proprio luogo appartato una benedizione entusiasmante, e il lato intimo indistruttibile; anche altrove.
Per mettere in discussione anche noi.
Cerchiamo un’anima silenziosa, per un’arte della rinascita.
Ecco Maria: ella aveva notato, mentre meditava, che di riflesso anche gli altri lo facevano.
Quando si ritagliava energie preparatorie, anche attorno ci si disponeva in modo più equilibrato, pieno all’Annuncio.
Camminava nella vita per custodire e alimentare nuovi padri e madri di umanizzazione.
Non per commentare, ma per intuire e sciogliere; per non spegnere il lato sognante con la parte “all’altezza”, vecchia.
Il suo regno della verecondia che cura l’io e il Tu era il cielo e la terra delle nuove potenze.
Virtù affidabili perché scaturite dal Silenzio della Via che la stava rinnovando completamente - amando le contraddizioni.
Perché tutto ora può accadere, rigenerare; e ogni giorno recare la sua marea (dell’inedito) nella presenza di Spirito, senza routine.
Un’anima genuina, priva di finzioni... lo può fare.
Per un’avventura che spinge via la continuità, ricolma di Eros fondante; per un’esplorazione diretta al Culmine sconosciuto.
Maria: Rallentando un po’, si Nasce
Chi non segue intuizioni innate, un richiamo più radicale del sé, o annunci sbalorditivi [Lc 1,26-38. 2,8-15] non sviluppa il suo destino, non si muove; non rimette le cose a posto.
I proclami comuni finiscono per incenerire le personalità.
È vero che i pastori non trovano nulla di straordinario e prodigioso, se non una famiglia ridotta in una condizione ordinaria, che conoscono.
Ma è quel semplice focolare a coinvolgerli nel nuovo Progetto, e nell’annuncio della sua scandalosa Misericordia senza condizioni - che non li ha fulminati per impurità.
La religione arcaica li aveva bollati per sempre: esseri persi, spregevoli, senza rimedio. Ora sono liberi dall’identificazione.
Hanno un altro occhio - come quello della prima volta. Sguardo che li porterà al cento per cento.
Esodati che si trovano davanti un’immagine di Dio indifeso, essi non si preoccupano d’impegnarsi in una disciplina etica: li avrebbe sgretolati.
Piuttosto, godono lo stupore d’una realtà semplicemente umana - in una misteriosa relazione di reciproco riconoscimento.
Un bimbo in una mangiatoia, luogo impuro dove si trastullavano le bestie.
Strano che il modesto segno li convinca, che faccia loro recuperare la stima, e li renda evangelizzatori - forse neanche assidui.
Al pari del Calvario (cui rimanda), la Manifestazione risolutiva dell’Eterno è un paradosso.
Ma la geografia affettiva di questa Betlemme priva di circuiti conformisti resta intatta, perché spontaneamente radicata in noi.
C’è un senso d’immediatezza, senza particolari intrecci o cerimonie.
Il Bambino neppure viene adorato dagli sguardi ora “puri” dei piccoli, vilipesi cani della prateria e delle transumanze - come viceversa faranno i Magi (Mt 2,11).
Loro neanche sapevano cosa significasse, riflettere cerimoniali di corte orientali - come il bacio delle pantofole rosse.
[Per questo motivo Papa Francesco le ha rifiutate, insieme all’ermellino - dopo che Paolo VI aveva avuto il coraggio di deporre il segno pluridirigista delle tiare, con le sue tre corone sovrapposte; un pochino più intricata è stata la vicenda dell’anacronistica sedia gestatoria].
I miserabili della terra e i lontani dei greggi sono coloro che ascoltano l’Annuncio, verificano prontamente, e fondano la nuova stirpe divina.
Gente non tormentata dal giudizio statico - uomini in mezzo a tutti; non più ad alta quota.
Intanto Maria ricercava il senso delle sorprese e così rigenerava, per un nuovo modo di capire e ‘stare’ insieme - per dare alla luce anche il mondo interno di tutto un diverso popolo della pienezza.
Ella metteva insieme fatti e Parola, per scoprirne il filo conduttore.
E rimanere ricettiva; non farsi condizionare dalle convinzioni dei recinti devoti - targati e inflessibili, che non le avrebbero dato scampo.
La Madre stessa, pur colta di sorpresa, si preparava all’eccentricità di Dio, senza allontanarsi dal tempo e dalla sua condizione reale.
La sua figura e quella dei pastori c’interpellano, chiedono il coraggio di una risposta - ma dopo aver lasciato fluire lo stesso genere di Presenze interiori: visitatrici degne, cui è concesso esprimersi.
Anche Lei ha dovuto come noi passare dalle credenze dei padri alla Fede nel Padre.
Dall’idea dell’amore come premio a quella del ‘dono’.
Dalla pratica dei culti e delle chiusure che non rendono affatto intimi all’Eterno, all’apertura della mente e degli usci.
Non lo ha realizzato senza fatica, bensì sopportando le resistenze del suo ambiente arido.
Gesù è stato infatti circonciso - inutile rito che secondo l’abitudine pretendeva mutare il Figlio di Dio in figlio di Abramo.
La Buona Novella proclama un capovolgimento: ciò che la religione aveva considerato lontano dall’Altissimo... è vicinissimo a Lui; anzi, gli corrisponde appieno.
Mai accaduto prima, immaginarselo.
Nelle Annunciazioni dei Vangeli è spalancata l’avventura della Fede.
E il nuovo Bimbo ha un Nome ch’esprime l’inaudita essenza di Salvatore, non giustiziere.
Tutta la sua vicenda sarà appunto pienamente istruttiva anche sotto il profilo di come interiorizzare incertezze e disagi: questi “momenti no” e le precarietà che c’insegnano a vivere.
Infatti, anche noi come Maria «andiamo riconoscendo» la presenza di Dio negli enigmi della Scrittura, nel Piccolo ‘avvolto in bende’ - persino nell’eco ancestrale dei nostri mondi interni.
E ci lasciamo andare - non sappiamo bene dove. Ma così è l’Infinito, l’immenso Segreto, l’inesplicabile Respiro, nelle sue pieghe.
Il saggio Sogno che abita l’umano sa di humus antico, ma il suo eco rinasce ogni giorno, nella marea dell’essere che orienta a ‘guardare’ davvero, senza veli.
Un contegno conformista di “vedere le cose” non risolverebbe il problema.
Talora, per non farsi condizionare bisogna riedificarsi nel silenzio, come la Vergine; costruirsi una sorta di isola ermeneutica che schiuda porte differenti, che introduca altre luci.
Entro il suo circuito sacro anche la Madre di Dio valorizzava le innate energie trasformative, proprio radicandole sugli interrogativi…
Così tornando al suo essere primordiale e al senso del Neonato - immagine intrisa di senso primigenio e onda vitale, cara a molte culture.
Maria entrava in un Altrove e non usciva dal campo del reale.
Era ‘dentro’ il suo Centro, senza fretta - ricercando il Sole annegato nel suo essere e che tornava, emergeva, risorgeva; dall’intimo, la faceva esistere oltre.
Così non si lasciava assorbire energie dalle idee conformiste altrui o da situazioni [esterne] che pure volevano rompere l’equilibrio.
Nella sua vereconda solitudine - colma di Grazia - quell’io superiore e celato nell’essenza veniva sempre più a Lei. Si faceva nuova Alba e guida.
Non voleva vivere dentro pensieri, saperi e ragionamenti dintorno - nessuno capace di amplificare la vita - tutti in mano alle droghe delle procedure, disumanizzanti l’Incanto.
La magia felice di quel Frugolo di carne portava la sua Pace.
I Sogni sostenevano e veicolavano il suo nido e intimo fulcro - facendo scorrere una vita nuova dal nucleo della sua Persona, e la giovinezza del mondo.
«Ora Maria conservava tutte Parole-evento confrontandole nel suo cuore»
Di generazione in generazione resta vivo lo stupore per questo ineffabile mistero. Sant’Agostino, immaginando di rivolgersi all’Angelo dell’Annunciazione, domanda: "Dimmi, o Angelo, perché è avvenuto questo in Maria?". La risposta, dice il Messaggero, è contenuta nelle parole stesse del saluto: "Ave, o piena di grazia" (cfr Sermo 291,6). Di fatto, l’Angelo, "entrando da Lei", non la chiama con il nome terreno, Maria, ma col suo nome divino, così come Dio da sempre la vede e la qualifica: "Piena di grazia – gratia plena", che nell’originale greco è κεχαριτωµενη, "piena di grazia", e la grazia è nient'altro che l'amore di Dio, così potremmo alla fine tradurre questa parola: "amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta: nell’essere amata, nel ricevere il dono di Dio, Maria è pienamente attiva, perché accoglie con personale disponibilità l’onda dell’amore di Dio che si riversa in lei. Anche in questo Ella è discepola perfetta del suo Figlio, che nell’obbedienza al Padre realizza interamente la propria libertà e proprio così esercita la libertà, obbedendo. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato la stupenda pagina in cui l’Autore della Lettera agli Ebrei interpreta il Salmo 39 proprio alla luce dell’Incarnazione di Cristo: "Entrando nel mondo Cristo dice: … Ecco, io vengo per compiere, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5-7). Di fronte al mistero di questi due "Eccomi", l' "Eccomi" del Figlio e l' "Eccomi" della Madre, che si rispecchiano l’uno nell’altro e formano un unico Amen alla volontà d’amore di Dio, noi rimaniamo attoniti e, pieni di riconoscenza, adoriamo.
Che grande dono, Fratelli, poter tenere questa suggestiva celebrazione nella solennità dell’Annunciazione del Signore! Quanta luce possiamo attingere da questo mistero per la nostra vita di ministri della Chiesa. In particolare voi, cari nuovi Cardinali, quale sostegno potrete avere per la vostra missione di eminente "Senato" del Successore di Pietro! Questa provvidenziale coincidenza ci aiuta a considerare l’evento odierno, in cui risalta in modo particolare il principio petrino della Chiesa, alla luce dell’altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale. L’importanza del principio mariano nella Chiesa è stata particolarmente evidenziata, dopo il Concilio, dal mio amato Predecessore Papa Giovanni Paolo II, coerentemente col suo motto Totus tuus. Nella sua impostazione spirituale e nel suo instancabile ministero si è resa manifesta agli occhi di tutti la presenza di Maria quale Madre e Regina della Chiesa. Più che mai questa presenza materna fu da lui avvertita nell’attentato del 13 maggio 1981 qui in Piazza San Pietro. A ricordo di quel tragico evento egli volle che un mosaico raffigurante la Vergine dominasse, dall’alto del Palazzo Apostolico, su Piazza San Pietro, per accompagnare i momenti culminanti e la trama ordinaria del suo lungo pontificato, che proprio un anno fa entrava nell’ultima fase, dolorosa e insieme trionfale, veramente pasquale. L’icona dell’Annunciazione, meglio di qualunque altra, ci fa percepire con chiarezza come tutto nella Chiesa risalga lì, a quel mistero di accoglienza del Verbo divino, dove, per opera dello Spirito Santo, l’Alleanza tra Dio e l’umanità è stata suggellata in modo perfetto. Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è "compreso" sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo "sì" alla volontà di Dio. Si tratta di un legame che in tutti noi ha naturalmente una forte risonanza affettiva, ma che ha prima di tutto una valenza oggettiva. Tra Maria e la Chiesa vi è infatti una connaturalità che il Concilio Vaticano II ha fortemente sottolineato con la felice scelta di porre la trattazione sulla Beata Vergine a conclusione della Costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium.
Il tema del rapporto tra il principio petrino e quello mariano lo possiamo ritrovare anche nel simbolo dell’anello, che tra poco vi consegnerò. L’anello è sempre un segno nuziale. Quasi tutti voi lo avete già ricevuto nel giorno della vostra Ordinazione episcopale, quale espressione di fedeltà e d’impegno a custodire la santa Chiesa, sposa di Cristo (cfr Rito dell’Ordinazione dei Vescovi). L’anello che oggi vi conferisco, proprio della dignità cardinalizia, intende confermare e rafforzare tale impegno, a partire ancora una volta da un dono nuziale, che vi ricorda il vostro essere prima di tutto intimamente uniti a Cristo, per compiere la missione di sposi della Chiesa. Ricevere l’anello sia dunque per voi come rinnovare il vostro "sì", il vostro "eccomi", rivolto al tempo stesso al Signore Gesù, che vi ha scelti e costituiti, e alla sua santa Chiesa, che siete chiamati a servire con amore sponsale. Le due dimensioni della Chiesa, mariana e petrina, si incontrano dunque in quello che costituisce il compimento di entrambe, cioè nel valore supremo della carità, il carisma "più grande", la "via migliore di tutte", come scrive l’apostolo Paolo (1 Cor 12,31; 13,13).
Tutto passa in questo mondo. Nell’eternità solo l’Amore rimane. Per questo, Fratelli, profittando del tempo propizio della Quaresima, impegniamoci a verificare che ogni cosa nella nostra vita personale, come pure nell’attività ecclesiale in cui siamo inseriti, sia mossa dalla carità e tenda alla carità. Anche per questo ci illumina il mistero che oggi celebriamo. Infatti, il primo atto che Maria compì dopo aver accolto il messaggio dell’Angelo, fu di recarsi "in fretta" a casa della cugina Elisabetta per prestarle il suo servizio (cfr Lc 1,39). Quella della Vergine fu un’iniziativa di autentica carità, umile e coraggiosa, mossa dalla fede nella Parola di Dio e dalla spinta interiore dello Spirito Santo. Chi ama dimentica se stesso e si mette al servizio del prossimo. Ecco l’immagine e il modello della Chiesa! Ogni Comunità ecclesiale, come la Madre di Cristo, è chiamata ad accogliere con piena disponibilità il mistero di Dio che viene ad abitare in essa e la spinge sulle vie dell’amore. E’ questa la strada su cui ho voluto avviare il mio pontificato invitando tutti, con la prima Enciclica, a edificare la Chiesa nella carità, quale "comunità d’amore" (cfr Enc. Deus caritas est, Seconda parte). Nel perseguire tale finalità, venerati Fratelli Cardinali, la vostra vicinanza, spirituale e fattiva, mi è di grande sostegno e conforto. E per questo vi ringrazio, mentre invito voi tutti, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, ad unirvi nell’invocazione dello Spirito Santo, affinché il Collegio dei Cardinali sia sempre più ardente di carità pastorale, per aiutare tutta la Chiesa a irradiare nel mondo l’amore di Cristo, a lode e gloria della Santissima Trinità. Amen!
[Papa Benedetto, omelia coi nuovi cardinali 25 marzo 2006]
1. 25 marzo 2000, solennità dell'Annunciazione nell'Anno del Grande Giubileo: oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth. Ho desiderato tornare nella città di Gesù, per sentire ancora una volta, a contatto con questo luogo, la presenza della donna della quale sant'Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4). Qui è particolarmente facile comprendere perché tutte le generazioni chiamino Maria beata (cfr Lc 2, 48)[…]
2. Siamo qui riuniti per celebrare il grande mistero che si è compiuto qui duemila anni fa. L'evangelista Luca colloca chiaramente l'evento nel tempo e nello spazio: «Nel sesto mese, l'Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Per comprendere però ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l'eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo ... per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
Il disegno divino è rivelato gradualmente nell'Antico Testamento, in particolare nelle parole del profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (7, 14). Emmanuele: Dio con noi. Con queste parole viene preannunciato l'evento unico che si sarebbe compiuto a Nazareth nella pienezza dei tempi, ed è questo evento che celebriamo oggi con gioia e felicità intense.
3. Il nostro pellegrinaggio giubilare è stato un viaggio nello spirito, iniziato sulle orme di Abramo, «nostro padre nella fede» (Canone Romano; cfr Rm 4, 11-12). Questo viaggio ci ha condotti oggi a Nazareth, dove incontriamo Maria, la più autentica figlia di Abramo. È Maria, più di chiunque altro, che può insegnarci cosa significa vivere la fede di «nostro padre». Maria è in molti modi chiaramente diversa da Abramo; ma in maniera più profonda «l'amico di Dio» (cfr Is 41, 8) e la giovane donna di Nazareth sono molto simili.
Entrambi ricevono una meravigliosa promessa da Dio. Abramo sarebbe diventato padre di un figlio, dal quale sarebbe nata una grande nazione. Maria sarebbe divenuta Madre di un Figlio che sarebbe stato il Messia, l'Unto del Signore. Dice Gabriele «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce ... il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre ... e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33).
Sia per Abramo sia per Maria la promessa giunge del tutto inaspettata. Dio cambia il corso quotidiano della loro vita, sconvolgendone i ritmi consolidati e le normali aspettative. Sia ad Abramo sia a Maria la promessa appare impossibile. La moglie di Abramo, Sara, era sterile e Maria non è ancora sposata: «Come è possibile?», chiede all'angelo. «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
4. Come ad Abramo, anche a Maria viene chiesto di rispondere «sì» a qualcosa che non è mai accaduto prima. Sara è la prima delle donne sterili della Bibbia che a concepire per potenza di Dio, proprio come Elisabetta sarà l'ultima. Gabriele parla di Elisabetta per rassicurare Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio» (Lc 1, 36).
Come Abramo, anche Maria deve camminare al buio, affidandosi a Colui che l'ha chiamata. Tuttavia, anche la sua domanda «come è possibile?» suggerisce che Maria è pronta a rispondere «sì», nonostante le paure e le incertezze. Maria non chiede se la promessa sia realizzabile, ma solo come si realizzerà. Non sorprende, pertanto, che infine pronunci il suo fiat: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole Maria si dimostra vera figlia di Abramo e diviene la Madre di Cristo e Madre di tutti i credenti.
5. Per penetrare ancora più profondamente questo mistero, ritorniamo al momento del viaggio di Abramo quando ricevette la promessa. Fu quando accolse nella propria casa tre ospiti misteriosi (cfr Gn 18, 1-15) offrendo loro l'adorazione dovuta a Dio: tres vidit et unum adoravit. Quell’incontro misterioso prefigura l'Annunciazione, quando Maria viene potentemente trascinata nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso il fiat pronunciato da Maria a Nazareth, l'Incarnazione è diventata il meraviglioso compimento dell'incontro di Abramo con Dio. Seguendo le orme di Abramo, quindi, siamo giunti a Nazareth per cantare le lodi della donna «che reca nel mondo la luce» (inno Ave Regina Caelorum).
6. Siamo però venuti qui anche per supplicarla. Cosa chiediamo noi pellegrini, in viaggio nel Terzo Millennio Cristiano, alla Madre di Dio? Qui, nella città che Papa Paolo VI, quando visitò Nazareth, definì «La scuola del Vangelo. Qui s'impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (Allocuzione a Nazareth, 5 gennaio 1964) prego innanzitutto per un grande rinnovamento della fede di tutti i figli della Chiesa. Un profondo rinnovamento di fede: non solo un atteggiamento generale di vita, ma una professione consapevole e coraggiosa del Credo: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est».
A Nazareth, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52), chiedo alla Santa Famiglia di ispirare tutti i cristiani a difendere la famiglia contro le numerose minacce che attualmente incombono sulla sua natura, la sua stabilità e la sua missione. Alla Santa Famiglia affido gli sforzi dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà a difendere la vita e a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
A Maria, la Theotókos, la grande Madre di Dio, consacro le famiglie della Terra Santa, le famiglie del mondo.
A Nazareth, dove Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, chiedo a Maria di aiutare la Chiesa ovunque a predicare la «buona novella» ai poveri, proprio come ha fatto Lui (cfr Lc 4, 18). In questo «anno di grazia del Signore», chiedo a Lei di insegnarci la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo nel servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, senza preferenze e senza pregiudizi.
«O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen» (Memorare).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia Basilica dell’Annunciazione 25 marzo 2000]
La salvezza «non si compra e non si vende» perché «è un regalo totalmente gratuito». Ma per riceverla Dio ci chiede di avere «un cuore umile, docile, obbediente». Lo ha detto Papa Francesco, nella messa celebrata martedì mattina 25 marzo nella cappella della Casa Santa Marta, invitando «a fare festa e a rendere grazie a Dio» perché «oggi commemoriamo una tappa definitiva nel cammino» verso la salvezza «che l’uomo ha fatto dal giorno che è uscito dal paradiso».
Proprio «per questo oggi facciamo festa: la festa di questo cammino da una madre a un’altra madre, da un padre a un altro padre», ha spiegato il Pontefice. E ha invitato a contemplare «l’icona di Eva e Adamo, l’icona di Maria e Gesù», e a guardare il corso della storia con Dio che cammina sempre insieme al suo popolo. Così, ha proseguito, «oggi possiamo abbracciare il Padre che, grazie al sangue del suo Figlio, si è fatto come uno di noi, e ci salva: questo Padre che ci aspetta tutti i giorni». Da qui l’invito a dire «grazie: grazie, Signore, perché oggi tu dici a noi che ci hai regalato la salvezza».
Nella sua riflessione il Pontefice ha preso le mosse dal mandato affidato ad Adamo ed Eva: l’impegno a lavorare e dominare la terra, e a essere fecondi. «È la promessa della redenzione — ha spiegato — e con questo comandamento, con questa promessa, hanno cominciato a camminare, a fare strada». Una «strada lunga», fatta di «tanti secoli», ma cominciata «con una disobbedienza». Adamo ed Eva infatti «sono stati ingannati, sono stati sedotti. Hanno avuto la seduzione di satana: sarete come Dio!». In loro hanno prevalso «l’orgoglio e la superbia», tanto che «sono caduti nella tentazione: prendere il posto di Dio, con la superbia sufficiente». È proprio «quell’atteggiamento che soltanto satana ha totalmente in sé».
Adamo ed Eva «hanno fatto un popolo». E «questo cammino non lo hanno fatto da soli: con loro c’era il Signore», che ha accompagnato l’umanità lungo un itinerario «iniziato con una disobbedienza e finito con una obbedienza». Per spiegarlo, ha ricordato Papa Francesco, «il concilio Vaticano II prende una bella frase di sant’Ireneo di Lione che dice: il nodo che ha fatto Eva con la sua disobbedienza lo ha sciolto Maria con la sua obbedienza». Inoltre, ha aggiunto, la Chiesa spiega questo cammino anche con una preghiera che recita: «Signore, tu che hai creato meravigliosamente l’umanità e l’hai restaurata, ristabilita più meravigliosamente...». Si tratta perciò di «un cammino dove le meraviglie di Dio si moltiplicano, sono di più!».
Dio dunque resta sempre «con il suo popolo in cammino: invia i profeti e invia le persone che spiegano la legge». Ma «perché — si è chiesto il Pontefice — il Signore camminava con il suo popolo con tanta tenerezza? Per ammorbidire il nostro cuore» è la risposta. E infatti la Scrittura lo ricorda esplicitamente: io farò del tuo cuore di pietra un cuore di carne.
In sostanza il Signore vuole «ammorbidire il nostro cuore» perché possa ricevere «quella promessa che lui aveva fatto nel paradiso: per un uomo è entrato il peccato, per un altro Uomo viene la salvezza». E proprio questo «cammino tanto lungo» ha aiutato «tutti noi ad avere un cuore più umano, più vicino a Dio; non tanto superbo, non tanto sufficiente».
«Oggi — ha spiegato il Papa — la liturgia ci parla di questo cammino di restaurazione, di questa tappa nel cammino di restaurazione. E ci parla di obbedienza, di docilità alla parola di Dio». Un pensiero, ha fatto notare il Pontefice, che «è molto chiaro» nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei (10, 4-10): «Fratelli, è impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati».
Ecco dunque l’affermazione che «la salvezza non si compra, non si vende. Si regala, è gratuita». E poiché «noi non possiamo salvarci da noi stessi, la salvezza è un regalo, totalmente gratuita». Come scrive san Paolo, non si compra con «il sangue di tori e di capri». E se «non si può comprare», per «entrare in noi questa salvezza chiede un cuore umile, un cuore docile, un cuore obbediente, come quello di Maria». Così «il modello di questo cammino di salvezza è lo stesso Dio, suo Figlio, che non stimò un bene irrinunciabile essere uguale a Dio — lo dice Paolo — ma annientò se stesso e obbedì fino alla morte e alla morte di croce».
Cosa significa allora «il cammino dell’umiltà, dell’umiliazione»? Significa semplicemente, ha concluso Papa Francesco, «dire: io sono uomo, io sono donna e tu sei Dio! E andare davanti, in presenza di Dio, come uomo, come donna nell’obbedienza e nella docilità del cuore».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 26/03/2014]
V Domenica di Quaresima (anno A) [22 marzo 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! In questa domenica si tocca il tema della morte e della vita che non muore. Dinanzi a tanta paura di morire possa questa parola di salvezza accendere in noi la speranza invincibile di vivere eternamente in Dio che è Amore
*Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (37,12-14)
Questo testo è molto breve, ma si vede chiaramente che forma un’unità: è incorniciato da due espressioni simili; all’inizio “Così dice il Signore Dio”, alla fine “Oracolo del Signore”. Una cornice che ha evidentemente lo scopo di solennizzare ciò che racchiude. Ogni volta che un profeta ritiene opportuno precisare che parla da parte del Signore, è perché il suo messaggio è particolarmente importante e difficile da ascoltare. Il messaggio di oggi è dunque ciò che sta dentro questa cornice: una promessa ripetuta due volte e rivolta al popolo di Dio, poiché Dio dice “o popolo mio”; entrambe le volte la promessa riguarda due punti: in primo luogo “Io apro i vostri sepolcri; in secondo luogo, “vi riconduco nella terra d’Israele”, oppure “vi farò riposare nella vostra terra”, che è la stessa cosa. Queste espressioni ci permettono di collocare il contesto storico: il popolo è in esilio a Babilonia, alla mercé dei Babilonesi, annientato (nel vero senso della parola, ridotto a nulla), come morto; per questo Dio parla di sepolcri. L’espressione “Io apro i vostri sepolcri” significa dunque che Dio rialzerà il suo popolo. Leggendo il capitolo 37 del libro di Ezechiele si nota che questo breve testo segue una visione del profeta chiamata “la visione delle ossa inaridite” e ne dà la spiegazione: il profeta vede un immenso esercito morto, disteso nella polvere; e Dio gli dice: i tuoi fratelli sono così disperati nel loro esilio che si credono morti, finiti… ebbene, io, Dio, li rialzerò. Tutta questa visione e la sua spiegazione evocano dunque la prigionia del popolo esiliato e il suo risollevamento da parte di Dio. Per il profeta Ezechiele è una certezza: il popolo non può essere eliminato, perché Dio gli ha promesso un’Alleanza eterna che nulla potrà distruggere; quindi, quali che siano le sconfitte, le rotture, le prove, si sa che il popolo sopravvivrà e ritroverà la sua terra, perché essa fa parte della promessa. “Io apro i vostri sepolcri… o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”: in fondo queste parole non hanno nulla di sorprendente; da sempre Israele sa che il suo Dio è fedele; e l’espressione “Saprete che io sono il Signore” dice proprio che è dalla sua fedeltà alle promesse che si riconosce il vero Dio. Ma perché ripetere due volte quasi le stesse cose? In realtà, la seconda promessa non si limita a ripetere la prima, ma la amplia: Riprende: Io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe e vi farò riposare nella vostra terra, e saprete che io sono il Signore: tutto questo è il ritorno alla situazione precedente al disastro dell’esilio babilonese. In questa seconda promessa c’è molto di più, di nuovo e mai visto prima: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”; qui si annuncia la nuova Alleanza: d’ora in poi la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori. Oppure, per riprendere un’altra espressione di Ezechiele, i cuori umani non saranno più di pietra, ma di carne.
Qui non c’è dubbio possibile: la ripetizione dell’espressione “o popolo mio” mostra chiaramente che queste due promesse annunciano una rinascita, una restaurazione del popolo. Non si tratta qui di una risurrezione individuale. La morte individuale non comprometteva il futuro del popolo; e per molto tempo è stato il futuro del popolo, e solo quello, a contare. Quando qualcuno moriva, si diceva che si era addormentato con i suoi padri, senza immaginare una sopravvivenza personale; al contrario, la sopravvivenza del popolo è sempre stata una certezza, perché il popolo è portatore delle promesse di Dio. Per credere nella risurrezione individuale occorrono due elementi: anzitutto interessarsi al destino dell’individuo — cosa che all’inizio della storia biblica non avveniva; l’interesse per la sorte personale è una conquista tardiva. In secondo luogo, è indispensabile credere in un Dio che non vi abbandona alla morte. La certezza che Dio non abbandona mai l’uomo non è nata all’improvviso; si è sviluppata al ritmo degli eventi concreti della storia del popolo eletto. L’esperienza storica dell’Alleanza è ciò che nutre la fede d’Israele, è l’esperienza di un Dio che libera l’uomo da ogni schiavitù e interviene incessantemente per liberarlo; un Dio fedele che non ritratta mai. È questa fede che guida tutte le scoperte d’Israele; anzi ne è il motore. Quattro secoli dopo Ezechiele, verso il 165 a.C., questi due elementi congiunti — la fede in un Dio che libera continuamente l’uomo e la scoperta del valore di ogni persona umana — hanno condotto alla fede nella risurrezione individuale. E’ apparso evidente che Dio libererà l’individuo dalla schiavitù più terribile e definitiva, quella della morte. Questa scoperta è così tardiva nel popolo ebraico che, al tempo di Cristo, non era ancora condivisa da tutti: i Sadducei, infatti, erano noti come coloro che non credono alla risurrezione. Forse però la profezia di Ezechiele potrebbe superare la sua stessa comprensione, senza esserne consapevole. Lo Spirito di Dio parlava per mezzo della sua bocca e potremmo pensare: Ezechiele non sapeva quanto fosse grande ciò che stava annunciando
*Salmo Responsoriale (129/130)
Nel Salterio esiste un gruppo di quindici salmi che portano un nome particolare: Canto delle ascese o salite. Ciascuno di essi comincia con le parole “Canto delle ascese o salite” che in ebraico indica andare a Gerusalemme in pellegrinaggio. Nei Vangeli, del resto, l’espressione “salire a Gerusalemme” ricorre più volte con lo stesso significato: evoca il pellegrinaggio per le tre feste annuali e, in particolare, la più importante tra esse, la festa delle Capanne. Questi quindici salmi accompagnavano dunque l’intero pellegrinaggio. Ancor prima di arrivare a Gerusalemme, anticipavano già lo svolgimento della festa. Per alcuni, si può perfino intuire in quale momento del pellegrinaggio venissero cantati; per esempio, il salmo (121/122) Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore… ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… era probabilmente il salmo dell’arrivo. Il salmo 129/130) è uno di questi Canti delle salite; veniva probabilmente cantato durante la festa delle Capanne nel corso di una celebrazione penitenziale ed ecco perché colpa e perdono sono particolarmente presenti nel salmo: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?”. Il peccatore che qui supplica, è certo di essere perdonato, è il popolo che riconosce insieme l’infinita bontà di Dio, la sua instancabile fedeltà (la sua Hesed) e l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere all’Alleanza. Queste infedeltà ripetute sono vissute come una vera morte spirituale: “Dal profondo a te grido”, grido che si rivolge a Colui il cui stesso essere è Perdono: questo è il senso dell’espressione “con. te è il perdono”. Dio è Amore ed è Dono, ed è la stessa cosa. Ora “per-dono” non è altro che un dono che va al di là di tutto. Perdonare significa continuare a proporre un’Alleanza, un futuro possibile, oltre le infedeltà dell’altro. Ricordiamo la storia di Davide: dopo l’uccisione del marito di Betsabea, il profeta Natan gli annunciò il perdono di Dio prima ancora che Davide avesse pronunciato una sola parola di pentimento o di confessione. L’idea che Dio perdona sempre però non piace a tutti; eppure è senza dubbio una delle affermazioni centrali della Bibbia, fin dall’Antico Testamento. E Gesù riprende con forza lo stesso insegnamento: per esempio, nella parabola del figlio prodigo nel Vangelo secondo Luca (capitolo 15), il padre è già sulla strada ad aspettare il figlio (segno che lo ha già perdonato) e gli apre le braccia prima ancora che il figlio abbia aperto bocca. E l’esempio del perdono totalmente gratuito di Dio ci è stato dato da Gesù stesso sulla croce: coloro che lo stavano uccidendo non hanno detto una sola parola di pentimento, eppure egli dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È proprio nel suo perdono, dice la Bibbia, che Dio manifesta la sua potenza. Anche questa è una grande scoperta di Israele; si pensi a quanto afferma il libro della Sapienza: “La tua forza, Signore, è principio di giustizia… tu che disponi della forza, giudichi con mitezza e ci governi con grande indulgenza” (Sap 12,16.18). La certezza della misericordia di Dio non genera presunzione né indifferenza verso il peccato, ma riconoscenza umile e stupita.: “con te è il perdono così avremo il tuo timore”. Questa formula concisa indica l’atteggiamento del credente davanti a Dio che è solo dono e perdono.. Questa certezza del per-dono, sempre offerto oltre ogni colpa, ispira a Israele un atteggiamento di speranza straordinaria. Israele pentito attende il perdono “più che le sentinelle l’aurora”. “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”: espressioni simili ricorrono spesso nei testi biblici. Annunciano a Israele la liberazione definitiva, la liberazione da tutte le colpe di tutti i tempi. Israele attende ancora di più: proprio perché il popolo dell’Alleanza sperimenta la propria debolezza e il peccato sempre ricorrente, ma anche la fedeltà di Dio, attende da Dio stesso il compimento definitivo delle sue promesse. Al di là del perdono immediato, ciò che attende di secolo in secolo è l’aurora definitiva, che spera contro ogni speranza, come Abramo: l’aurora del Giorno di Dio. Tutti i salmi sono attraversati da questa attesa messianica. I cristiani sanno con ancora maggiore certezza che il nostro mondo va verso il suo compimento: un compimento che ha un nome, Gesù Cristo: “L’anima nostra attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 8-11)
“Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”, annuncia Ezechiele nella prima lettura, ma dal battesimo, ricorda qui san Paolo, questo è realtà e usa un’espressione immaginata: Lo Spirito di Dio abita in voi. Prendendola alla lettera, un commentatore parla di cambio di proprietario. Siamo diventati dimora dello Spirito: è lui che ormai comanda. Sarebbe interessante domandarci, in tutti gli ambiti della nostra vita, personale e comunitaria, chi è ai comandi, chi è il padrone di casa in noi; oppure, se preferiamo, qual è il nostro obiettivo della vita. Secondo Paolo non ci sono molte alternative: o siamo sotto l’influsso dello Spirito, cioè ci lasciamo guidare da lui, oppure non ci lasciamo ispirare dallo Spirito e questo egli lo chiama essere sotto l’influsso della carne. Essere sotto l’influsso dello Spirito è facile da capire: basta sostituire alla parola Spirito la parola Amore come nella Lettera ai Galati mostra spiegando i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22-23), in una parola l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della nostra vita. Paolo è erede di tutta la tradizione dei profeti: e tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della nostra relazione con gli altri; nei «Canti del Servo», il libro di Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52–53) afferma con forza che vivere secondo lo Spirito di Dio significa amare e servire i fratelli. Una volta definita la vita secondo lo Spirito, cioè la vita secondo l’amore, si capisce facilmente che cosa Paolo intenda per vita secondo la carne: è il contrario, cioè l’indifferenza o l’odio; in altre parole, l’amore è il decentrarsi da sé, la vita sotto l’influsso della carne è il centrarsi su di sé. La domanda: Chi comanda? qui diventa Chi è il centro del nostro mondo? E quelli che sono sotto l’influsso della carne non possono piacere a Dio, dice Paolo. Al contrario, Cristo è il Figlio amato nel quale Dio si compiace, cioè è in perfetta armonia con Dio proprio perché è anch’egli tutto amore. In questo senso, il racconto delle Tentazioni, letto nella prima domenica di Quaresima (Matteo cap.4), è molto eloquente perché Gesù appare totalmente centrato su Dio e sulla sua Parola e rifiuta decisamente di centrarsi sulla propria fame o perfino sui bisogni della sua missione messianica. Se il testo delle tentazioni ci viene proposto ogni anno all’inizio della Quaresima, è perché la Quaresima è proprio un cammino di decentramento da noi stessi per ricentrarci su Dio e sugli altri. Più avanti, nella stessa Lettera ai Romani, Paolo dice che lo Spirito di Dio ci rende figli: è lui che ci spinge a chiamare Dio Padre. Ciò che in noi è amore viene da Dio, è la nostra eredità di figli. Lo Spirito è la vostra vita, dice ancora Paolo: traduciamo, l’amore è la vostra vita. Del resto sappiamo per esperienza che solo l’amore è creatore. Ciò che non è amore non viene da Dio e, proprio perché non viene da Dio, è destinato alla morte. La grande buona notizia di questo testo è che tutto ciò che in noi è amore viene da Dio e quindi non può morire. Come dice Paolo: “Se Dio ha risuscitato Gesù dai morti… darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
Dal Vangelo secondo Giovanni (11,1-45)
Abbiamo preso l’abitudine di chiamare questo brano la risurrezione di Lazzaro, ma, a dire il vero, non è il termine più appropriato; quando proclamiamo “Credo nella risurrezione dei morti e nella vita eterna”, intendiamo ben altro. La morte di Lazzaro è stata in qualche modo solo una parentesi nella sua vita terrena; dopo il miracolo di Gesù, la sua esistenza ha ripreso il corso ordinario ed è stata, più o meno, la stessa di prima. Lazzaro ha avuto semplicemente un prolungamento della vita terrena. Il suo corpo non è stato trasformato ed egli è dovuto morire una seconda volta; la sua prima morte non è stata ciò che sarà per noi, cioè il passaggio alla vera vita. Allora ci si può chiedere: a che scopo? Compiendo questo miracolo, Gesù ha corso grandi rischi, perché si era già fatto fin troppo notare… e per Lazzaro non si è trattato che di rimandare l’appuntamento definitivo. È san Giovanni a rispondere alla nostra domanda: “a che scopo questo miracolo?. Ci dice che è un segno molto importante: Gesù si manifesta come colui nel quale abbiamo la vita senza fine e nel quale possiamo credere, cioè sul quale possiamo puntare la nostra vita. Del resto, i sommi sacerdoti e i farisei non si sono sbagliati: hanno ben compreso la gravità del segno compiuto da Gesù perché il vangelo di Giovanni dice che molti molti cominciarono a credere in lui proprio a causa del risveglio di Lazzaro, ed è allora che decisero di farlo morire. Questo miracolo ha dunque firmato la condanna a morte di Gesù; a pensarci duemila anni dopo, sembra paradossale: essere capace di ridare la vita meritava la morte. Triste esempio delle aberrazioni a cui possono condurre le nostre certezze… Torniamo al racconto di quello che potremmo chiamare il “risveglio di Lazzaro”, perché non si tratta di una vera risurrezione ma piuttosto di un supplemento di vita terrena. Facciamo solo a due osservazioni.
Prima osservazione: per Gesù conta una sola cosa, la gloria di Dio; ma per vedere la gloria di Dio bisogna credere (Se credi, vedrai la gloria di Dio, dice a Marta). Fin dall’inizio del racconto, quando gli annunciano: Signore, colui che ami è malato, Gesù risponde ai discepoli: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”, cioè per la rivelazione del mistero di Dio. La fede ci apre gli occhi, toglie la benda della sfiducia che avevamo posto sul nostro sguardo. Seconda osservazione: qui la fede nella risurrezione compie il suo ultimo passo. In Israele la fede nella risurrezione è apparsa tardi; è affermata chiaramente solo nel II secolo a.C., al tempo della persecuzione di Antioco Epifane, e al tempo di Cristo non era ancora condivisa da tutti. Marta e Maria, evidentemente, fanno parte di coloro che vi credono. Ma nella loro mente si tratta ancora di una risurrezione alla fine dei tempi; quando Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù però corregge: non parla al futuro, ma al presente: “Io sono la risurrezione e la vita… Chi crede in me anche se muore vivrà ; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno” A ben comprendere, sentiamo che la Risurrezione è già adesso.” Io sono la risurrezione e la vita” significa che la morte come separazione da Dio non esiste più: è vinta nella risurrezione di Cristo per cui i credenti con Paolo possono dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. Ormai nulla potrà separarci dall’amore di Cristo, neppure la morte. La vera novità di questo Vangelo non è che un morto torna alla vita, ma che la vita stessa ha un volto: Gesù. Quando dice: Io sono la risurrezione e la vita, non promette soltanto un evento futuro; afferma che chi vive in comunione con Lui entra già ora in una vita che la morte non può distruggere. Lazzaro uscirà di nuovo dal sepolcro per poi morire ancora; ma chi è unito a Cristo non tornerà più nel sepolcro come in una prigione definitiva. La morte biologica diventa passaggio, non fine; soglia, non abisso. Se viviamo in comunione con Dio — cioè nell’amore — siamo già dentro l’eternità. Perché Dio non è soltanto Colui che dà la vita: è la Vita stessa. E ciò che è unito alla Vita non può essere annientato.
Come scrive sant’Agostino: “Temi la morte? Ama. L’amore uccide la morte”
E ancora san Paolo, nella Lettera ai Romani: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39). Ecco il cuore del segno di Lazzaro: chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui e questa comunione non conosce fine. La vera risurrezione comincia adesso.
+Giovanni D’Ercole
Innalzato e innalzatisi, di lassù e di quaggiù
(Gv 8,21-30)
Alla fine del primo secolo, i giudei sollevavano non poche questioni riguardanti la lettura orante che i discepoli di Cristo facevano delle vicende e delle Parole del Maestro.
La fine ingloriosa di Gesù e la sua destinazione ponevano svariati quesiti. Il testo ribadisce che il punto cruciale era il pregiudizio del Volto di Dio sempre vittorioso.
Tara che impediva di riconoscerlo nel Figlio umiliato dalle autorità, e nei figli che lo avevano seguito, altrettanto sconfitti... ma che si consideravano vincitori - anche del «peccato» (v.21)!
Solo il senso della vicenda del Signore spazza via il vuoto di energia intima suscitato dalla percezione della condizione creaturale - da cui discende l’incapacità di corrispondere alla propria intima vocazione.
Inefficienza lacerante e bizzarra, perché indotta e sostenuta proprio da strutture ufficiali paradossalmente «mondane» - e dalla mentalità da esse stesse diffusa, nonché assicurata nel tempo.
Il medesimo termine usato al plurale [«peccati», in senso morale] sottolineato e ribadito al v.24 allude allo strazio inoculato nell’anima e nella vita delle persone, proprio dalla “normale” cappa di convinzioni pie.
Esse racchiudono il cammino delle singole eccezionali personalità all’interno di un’inutile ricerca spasmodica d’imperfezioni, per natura inevitabili - col tormento dei paragoni con modelli esterni.
Risultato: donne e uomini la cui vita ristagna nel tentativo stridente di superare le genuine contraddizioni dei propri stessi volti che ci completano, con estremo e vacuo dispendio di virtù.
In tal senso, i veterani, leaders esperti e conclamati, facevano difficoltà a comprendere il senso dell’innalzamento del Cristo.
Il Messia autentico è stato elevato alla “destra” dell’Eterno e innalzato sulla Croce - massima Rivelazione del «Io Sono» ossia dell’Emmanuele nella sua Personalità, Sapienza, Unicità, Futuro e già Presenza.
Il Crocifisso che in Gv 19,30 e 20,22 consegna lo Spirito senza ritardo temporale, irradia l’immagine della “posizione” divina. E mediante il legame di Fede ci fa vivere nel suo contatto; che è di svilimento e bassura, ma di peso e rilievo - promozione umanizzante (vv.28-29).
Ciò che nel «Figlio dell’uomo» anche noi sperimentiamo dentro tale Relazione fondante col Padre si rende esplicito appunto in una Confluenza, Nucleo, Ponte attivo, e Cardine.
Liberazione e Salvezza che consente di fare tesoro d’insidie, paradossi, e sconvolgimenti.
Egli opera in un rovesciamento dell’idea di «gloria», arrampicamento, e sovreminenza.
Agisce nella contrapposizione di principio [che sembra devotamente incomprensibile] fra due «mondi» - il sedicente ‘migliore’ dei quali cerca in “alto” la sua redenzione.
E crea però sgomento. Non sa ancora prendere vita dalla morte.
«Morire nel peccato» significa chiudersi nei criteri che escludono l’onore vero: quello del Dono totale di sé - per un esito ulteriore e diffuso.
Alla domanda «Tu chi sei?» Cristo risponde dando un appuntamento di Vita completa, sul Calvario.
[Martedì 5.a sett. Quaresima, 24 marzo 2026]
Innalzato e innalzatisi, di lassù e di quaggiù
(Gv 8,21-30)
Alla fine del primo secolo, i giudei sollevavano non poche questioni riguardanti la lettura orante che i discepoli di Cristo facevano delle vicende e delle Parole del Maestro - considerate espressione della Parola di Dio e vertice della storia della salvezza.
Il tema dell’incomprensione circa l’origine e la missione del Figlio è drammatizzato in una controversia durante la quale ciascuna delle parti si attesta su un terreno differente: appartenere al mondo della Fede, o a quello della religione che chiude il Mistero in ciò che si conosce già.
Per aiutare i fedeli ad approfondire il Richiamo del Signore, nelle comunità giovannee dell’Asia Minore la trasmissione mediante catechesi del portato (e preziosità) del coinvolgimento nella vita di Fede avveniva attraverso dialoghi a domanda e risposta.
La fine ingloriosa di Gesù e la sua destinazione ponevano svariati quesiti. Il testo ribadisce che il punto cruciale era il pregiudizio del Volto di Dio sempre vittorioso.
Tara che impediva di riconoscerlo nel Figlio umiliato dalle autorità, e nei figli che lo avevano seguito, altrettanto sconfitti... ma che si consideravano vincitori.
Rispetto al mondo circostante, i cristiani orientavano i loro gesti e parole senza banali chiusure di criterio, cui pure talora anche noi vorremmo adeguarci.
E perfino oggi - grazie a questa spinta, Motivo e Motore - solo per questo convincimento si riesce ad acquisire una differente visione, e vincere il peccato.
Il termine al singolare qui al v.21 [cf. «il peccato del mondo» in Gv 1,29] non si riferisce a piccole trasgressioni quotidiane, ma all’umiliazione (devota) delle distanze incolmabili [rispetto al coronamento d’essere].
Solo il senso della vicenda di Gesù spazza via il vuoto di energia intima suscitato dalla percezione della condizione creaturale - da cui discende l’incapacità di corrispondere alla propria intima vocazione.
Inefficienza lacerante e bizzarra, perché indotta e sostenuta proprio da strutture ufficiali paradossalmente «mondane» - e dalla mentalità da esse stesse diffusa, nonché assicurata nel tempo.
Il medesimo termine usato al plurale [«peccati», in senso morale] sottolineato e ribadito al v.24 allude allo strazio inoculato nell’anima e nella vita delle persone, proprio dalla “normale” cappa di convinzioni pie.
Esse racchiudono il cammino delle singole eccezionali personalità all’interno di un’inutile ricerca spasmodica d’imperfezioni, per natura inevitabili - col tormento dei paragoni con modelli esterni.
Risultato: donne e uomini la cui vita ristagna nel tentativo stridente di superare le genuine contraddizioni dei propri stessi volti che ci completano, con estremo e vacuo dispendio di virtù.
Nella sfera della tradizione o meglio del costume, per individuare, correggere, e ribadire ogni giorno normative (altrui) le anime vengono sottoposte a un regime di ripiegamenti che vanno a incidere sia sulla condotta sommaria che su linee portanti della personalità.
Dette forme di “governo” poco inclusive chiudono le vocazioni non opportuniste in se stesse, con grave danno anche sociale: tipico esito d’un clima di popolo che ingenuamente si affida alle ideologie esteriori, di maniera, eticiste, o intimiste.
Nella graniticità dei princìpi di dominio delle strutture beghine di peccato sulle vicende individuali, l’attitudine al sospetto delle devianze rende paludosa la vita della gente umile e più sensibile.
Qui si rischia di morire - proprio nelle sabbie immobili dei peccati di ritorno, di aggiunta e gratificazione, che all’inizio s’intendeva esorcizzare.
Quanti abbracciano la conformità dell’eccellenza astratta che vuole riemergere a tutti i costi - senza criteri eminenti, né rielaborazione, e cammino di valorizzazione personale con prospettive di futuro critico - sperimenteranno il totale rovesciamento dei buoni propositi; poi, tonfi pazzeschi e repentini.
La palude delle potenze vitali trattenute allestisce ottimi paraventi ma fa marcire l’esistenza, ribaltando le attese.
È come se Gesù dicesse: «provate che botte a terra potreste fare cadendo da tanto in alto, così capirete!».
La cornice di riferimento dei capi della mentalità vincente o della devozione antica, non è lo sguardo piantato sulla vita autentica e piena della gente, bensì lo scrutare giudicante a partire da una moda già antiquata, senza aperture.
In fondo: quella solita o di potere assicurato, dal cuore di pietra e tutta già pronta. A portata di mano, come cesellata fin nei minimi dettagli - nelle istituzioni a cliché, radicate sul territorio - rappresentativa solo di sé.
In tal senso, i veterani, leaders esperti e conclamati, facevano difficoltà a comprendere il senso dell’innalzamento del Cristo.
Il Messia autentico è stato elevato alla “destra” dell’Eterno e innalzato sulla Croce - massima Rivelazione del «Io Sono» ossia dell’Emmanuele nella sua Personalità, Sapienza, Unicità, Futuro e già Presenza.
Il Crocifisso che in Gv 19,30 e 20,22 consegna lo Spirito senza ritardo temporale, irradia l’immagine della “posizione” divina. E mediante il legame di Fede ci fa vivere nel suo contatto; che è di svilimento e bassura, ma di peso e rilievo - promozione umanizzante (vv.28-29).
Ciò che nel «Figlio dell’uomo» anche noi sperimentiamo dentro tale Relazione fondante col Padre si rende esplicito appunto in una Confluenza, Nucleo, Ponte attivo, e Cardine. Liberazione e Salvezza che consente di fare tesoro d’insidie, paradossi, sconvolgimenti.
Egli opera in un rovesciamento dell’idea di «gloria», arrampicamento, e sovreminenza. Agisce nella contrapposizione di principio (che sembra devotamente incomprensibile) fra due «mondi» - il sedicente “migliore” dei quali cerca in “alto” la sua redenzione.
E crea però sgomento. Non sa ancora prendere vita dalla morte.
Quindi il discorso è ‘interno’: riguarda i criteri mondani di giudizio sul Signore i quali confidano in se stessi, che ci stritolano nelle spire del dubbio; non contro gli ebrei.
È per chiunque rimpiange le piccole sicurezze perdute e - appunto - non sa ancora prendere linfa dalla terra.
Il mondo dozzinale resta quello tristemente segnato dagli astuti, mediocri, salottieri, in continuo atteggiamento di compromesso e connubio col potere - nonché lo stesso forziere del Tempio.
Per loro quello di Gesù e dei suoi che fanno sul serio è un suicidio (v.22), condizione che - nel pensiero del tempo - avrebbe condotto allo stato eterno dell’inferno più buio.
Infatti, il Santuario sembrava un perimetro luminoso, appetibile, spiritualissimo e appartato; invece era separato solo... dall’accesso alla vita, e al pensiero del Cielo - unico Centro di gravità fecondo.
Tremenda vocazione, tanto inaudita e perigliosa sino al rischio mortale - da suscitare sdegno, per ogni ideologia di potere: che appesantisce la vitalità spontanea e misteriosa dell’oggi persino spezzato, amaro, calato in fondo, declassato.
Nella sua realtà ambiziosa e agonistica, che mirava a prevalere [tutta decoro, piroette, opportunismo, reputazione] l’istituzione consolidata non sarebbe riuscita a trasmettere ai cristiani il senso specifico della loro Fede. Essa che nel cuore s’impone, sebbene sembri deplorevole.
Gl’ingranaggi mondani falsavano e rendevano irriconoscibile l’identità della condizione paradisiaca, confusa e barattata con quella di chi vince, sovrasta, riceve onori - senz’alcun balzo qualitativo circa l’autenticità del Soggetto Unico della storia.
I Farisei di qualsivoglia tempo e credo si orientano ancora sulla base di titoli e benemerenze.
L’Uomo-Dio riflette una inclinazione differente dalle aspettative di tante sinagoghe stanziali, mondane, mimetiche, che fanno di tutto per ergersi ed evitare il basso.
«Morire nel peccato» significa chiudersi nei criteri che escludono l’onore vero: quello del Dono totale di sé - per un esito ulteriore e diffuso.
Limpido punto chiave della vita del Figlio, che rivendica la pienezza umano-divina (v.28).
Alla domanda «Tu chi sei?» Cristo risponde dando un appuntamento di Vita completa, sul Calvario.
Per noi che lo sentiamo pulsare dentro, il medesimo Gratis non sarà frutto impossibile d’una scelta volontarista, bensì del discepolato nel rispetto della Vocazione personale - che cerca e fa spazio al nuovo regno.
La sequela sapiente porterà ciascuno dall’esperienza religiosa d’inutile e mortifera sottomissione all’avventura di Fede nel Signore, senza più remore che affossino il viaggio verso di sé e il prossimo.
Col Figlio dell’uomo innalzato passeremo dalla vita spenta e mortificata dei servitori a quella di amici, quindi fratelli (cf. Gv 13,13; 15,15; 20,17).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando sei interpellato sulla tua identità d’essere, t’impegni a sciorinare titoli e traguardi?
Cosa significa per te essere di quaggiù o di lassù?
St Teresa of Avila wrote: «the last thing we should do is to withdraw from our greatest good and blessing, which is the most sacred humanity of Our Lord Jesus Christ» (cf. The Interior Castle, 6, ch. 7). Therefore, only by believing in Christ, by remaining united to him, may the disciples, among whom we too are, continue their permanent action in history [Pope Benedict]
Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia [Papa Benedetto]
Just as he did during his earthly existence, so today the risen Jesus walks along the streets of our life and sees us immersed in our activities, with all our desires and our needs. In the midst of our everyday circumstances he continues to speak to us; he calls us to live our life with him, for only he is capable of satisfying our thirst for hope (Pope Benedict)
Come avvenne nel corso della sua esistenza terrena, anche oggi Gesù, il Risorto, passa lungo le strade della nostra vita, e ci vede immersi nelle nostre attività, con i nostri desideri e i nostri bisogni. Proprio nel quotidiano continua a rivolgerci la sua parola; ci chiama a realizzare la nostra vita con Lui, il solo capace di appagare la nostra sete di speranza (Papa Benedetto)
"Beloved" of God (cf. Lk 1: 28). Origen observes that no such title had ever been given to a human being, and that it is unparalleled in all of Sacred Scripture (cf. In Lucam 6: 7). It is a title expressed in passive form, but this "passivity" of Mary, who has always been and is for ever "loved" by the Lord, implies her free consent, her personal and original response: in being loved, in receiving the gift of God, Mary is fully active, because she accepts with personal generosity the wave of God's love poured out upon her [Pope Benedict]
"Amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta: nell’essere amata, nel ricevere il dono di Dio, Maria è pienamente attiva, perché accoglie con personale disponibilità l’onda dell’amore di Dio che si riversa in lei [Papa Benedetto]
Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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