Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Felicità non scadente
(Mt 5,17-19)
Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.
Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza in Spirito.
Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.
Proprio con la scusa della “vita nello Spirito”, non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie (personali o di gruppo), ritenute “ispirate”.
Alcuni dalla mentalità facilona, incline a compromessi col potere, rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.
Mt cerca un equilibrio fra emancipazione compromissoria e chiusura nelle osservanze, ritenendo che l’esperienza comunitaria potesse raggiungere un’armonia fra diverse sensibilità.
Egli scrive il suo Vangelo appunto per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.
L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.
La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere l’obbiettivo ideale: la Comunione.
Mt si preoccupa di sottolineare che le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbano essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.
Vissuti in sinergia, essi conducono alla coesistenza fruttuosa, e convivialità delle differenze.
Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo che nei cuori dilata la sua stessa vita.
Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.
Insomma, in noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena.
Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro, non da idee comuni, retaggi, seduzioni, manierismi, o spinte esterne.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
La legge su pietra è rimasta in te cosa rigida, oppure senti un impulso di Alleanza nuova?
Intuisci dentro un desiderio attualizzato e irresistibile di bene, che delle Scritture riscopre tutto, e dinamizza la Parola nei vari gusti del fare?
Demolire o Compiere
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti.
Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito; dall’altro, omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento allo spirito e al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava ancor più di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale.
Tale ossessione eticista - ancora viva nelle fraternità primitive - parcellizzava e sgretolava il significato delle scelte di fondo, e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
In tal guisa, si produceva di fatto una sclerotizzazione legalista, la quale tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio.
Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, spirito della Parola, e Persona: sequela globale in quei medesimi incomparabili appuntamenti.
I fedeli delle comunità di Galilea e Siria subivano le critiche dei giudei all’antica.
Tali osservanti accusavano i correligionari convertiti alla nuova Fede personale, creativa, di essere trasgressori e contrari alla profondità della comune Tradizione.
Così alcuni sottolineavano la salvezza per sola fede nel Cristo e non per opere di legge. Altri non accettavano la Libertà che si manifestava crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.
Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua storia e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica “avanguardia” o “libertà di spirito” - senza spina dorsale, né peripezie o congiunzioni.
Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.
L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non è fedeltà formale [obbedienza della “lettera”].
Lo spirito di adempimento fondamentale non consente di mettere fra parentesi il Cristo totale e le sue traversie, magari restando poi neutrali o sognatori indifferenti.
Senza riduzioni in forza dell’elezione, né «abbattere» (v.17) i modi di essere, antichi e identificati o particolari - Egli è presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero.
Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come valuti Pentateuco, Salmi e Profeti?
Come affronti le situazioni in armonia con la Voce del Signore e nel suo Spirito?
"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc'anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre - lo Spirito di Verità" (Gv 14, 15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell'amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell'azione dello Spirito Santo. Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col Cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito.
"Egli vi darà un altro Consolatore - lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull'uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Rm 10, 17). Lungo la storia della Chiesa gli Apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l'hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa. Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno. Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.
Cristo dice infatti: "Se mi amate...". La fede non significa soltanto accettare un certo numero di verità astratte circa i misteri di Dio, dell'uomo, della vita e della morte, delle realtà future. La fede consiste in un intimo rapporto con Cristo, un rapporto basato sull'amore di Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 11), fino all'offerta totale di se stesso. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Quale altra risposta possiamo dare ad un amore così grande, se non quella di un cuore aperto e pronto ad amare? Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore basata sulla grazia dei Sacramenti, rafforzata con la continua preghiera, la lode, il ringraziamento e la penitenza. Non può mancare un attento ascolto delle ispirazioni che Egli suscita mediante la sua Parola, le persone che incontriamo, le situazioni di vita quotidiana. AmarLo significa restare in dialogo con Lui, per conoscere la sua volontà e realizzarla prontamente.
Ma vivere la propria fede come rapporto d'amore con Cristo significa anche essere pronti a rinunciare a tutto ciò che costituisce la negazione del suo amore. Ecco perché Gesù ha detto agli Apostoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". Ma quali sono i comandamenti di Cristo? Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell'uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5, 17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l'amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11, 30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia... (cfr Mt 5, 3-12).
[Papa Benedetto, omelia Varsavia 26 maggio 2006]
1. “Maestro che devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. “Osserva i comandamenti” (Mt 19, 16-17).
Questa domanda e questa risposta ci tornano alla memoria quando ascoltiamo con attenzione le letture della liturgia odierna.
Il tema principale di queste letture è infatti quello dei comandamenti di Dio, la Legge del Signore.
2. Di essa canta oggi la Chiesa nel salmo responsoriale:
“Beato l’uomo di integra condotta, / che cammina nella legge del Signore. / Tu hai dato i tuoi precetti / perché siano osservati fedelmente. / Siano diritte le mie vie, / nel custodire i tuoi decreti . . . / Apri gli occhi perché io veda / le meraviglie della tua legge . . .”.
Ed ancora:
“Indicami Signore, la via dei tuoi precetti / e la seguirò sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge / e la custodisca con tutto il cuore” (Sal 119, 1-34).
L’idea racchiusa nei versetti di questo salmo è così trasparente, che non richiede alcun commento.
3. Invece conviene aggiungere un breve commento alle parole del libro del Siracide, nella prima lettura:
“Se vuoi, osserverai i comandamenti: l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15, 16-17).
Il Siracide mette in evidenza lo stretto legame che esiste tra comandamento e libera volontà dell’uomo: “Se vuoi . . .”. E allo stesso tempo manifesta che dalla scelta e dalla decisione dell’uomo dipende il bene o il male, la vita o la morte, s’intende nel significato spirituale.
L’osservanza dei comandamenti è la via del bene, la via della vita.
La loro trasgressione è la via del male, la via della morte.
4. Ora passiamo al discorso della montagna nel Vangelo di oggi, secondo san Matteo.
Cristo dice prima:
“Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge (o i Profeti); non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”.(Mt 5, 17).
Chi trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. (Ivi, 5, 19)
Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. (Ivi)
E Cristo aggiunge:
“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5, 17-20).
Dunque sono importanti la Legge, i Comandamenti, le Norme non solo in se stessi, ma anche il modo di comprenderli, di insegnarli, di osservarli. Ciò dev’essere davanti agli occhi di tutti coloro che spiegano la legge di Dio e che interpretano i principi della morale cristiana, in ogni epoca e anche nell’epoca contemporanea.
5. E Cristo dà tre esempi del comandamento e della sua interpretazione nello spirito della Nuova Alleanza.
“Non uccidere” (Mt 5, 21).
“Non commettere adulterio” (Mt 5, 27).
“Non spergiurare” (Mt 5, 33).
“Non uccidere”: vuol dire non solo non togliere la vita ad altri, ma anche non vivere nell’odio e nell’ira verso gli altri. “Non commettere adulterio”: vuol dire non solo non prendere la moglie d’altri, ma anche non desiderarla, non commettere adulterio nel cuore.
“Non spergiurare . . .”, “ma io vi dico: non giurate affatto” (Mt 5, 34), ma sia il vostro parlare vero: “sì, sì; no, no” (Mt 5, 37).
6. Che cosa è il Vangelo? Che cosa è il discorso della montagna?
È forse soltanto un “codice di morale?”.
Certamente sì. È un codice della morale cristiana. Indica le principali esigenze etiche. Ma è di più: indica anche la via della perfezione. Questa via corrisponde alla natura della libertà umana: alla libera volontà. L’uomo infatti, con la sua libera volontà, può scegliere non soltanto tra il bene e il male, ma anche tra “il bene” “il meglio” e il “più” nell’ambito della morale, anche per non discendere verso “il meno bene” o addirittura verso il “male”.
Infatti, come continua il libro del Siracide:
“Grande infatti è la sapienza del Signore, egli è onnipotente e vede tutto. I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15, 18-20).
E san Paolo va oltre, quando nella prima lettera ai Corinzi scrive:
“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza . . .; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla” (1 Cor 2, 6-8).
Quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano “a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10).
7. Cari parrocchiani della comunità romana dedicata a sant’Ippolito! Le notizie sicure sulla vita e l’opera del vostro patrono, come saprete, purtroppo scarseggiano, e tuttavia conosciamo con certezza quel fatto che, da solo, basta già a provare la grandezza della sua vita e della sua santità: il martirio insieme con il papa Ponziano.
Quale che sia stata la vita precedente di Ippolito, egli ha saputo giungere alla vetta della santità esemplare con quel gesto supremo d’amore a Cristo e al suo vicario in terra. Il suo esempio è quindi motivo di incoraggiamento e di speranza anche per voi.
Voglio salutare per ora tutti i presenti: il cardinale vicario, il vescovo del settore, monsignor Alessandro Plotti, il parroco, padre Maurilio Beltramo, la comunità dei frati Cappuccini, le suore Sacramentine, gli altri sacerdoti e religiosi, che collaborano all’attività parrocchiale, tutti i gruppi, e il popolo di Dio di questa porzione di Chiesa, anzi di questa piccola Chiesa che è la parrocchia, immagine e segno della Chiesa universale sparsa in tutto il mondo.
La parrocchia è il tramite normale e concreto attraverso il quale gli uomini possono conoscere la grande e misteriosa realtà della Chiesa universale. Da qui la perenne necessità, da parte della parrocchia, di presentare, con la sua stessa esistenza, al mondo, un’immagine la più fedele possibile alla Chiesa universale, contribuendo attivamente e responsabilmente alla sua costruzione e al suo sviluppo.
So che la vostra popolazione parrocchiale è molto numerosa e composita dal punto di vista dei ceti sociali e delle professioni. La messe è dunque abbondante per gli operai del Vangelo.
So anche che tra voi le iniziative, i gruppi, le attività non mancano. Raccomando che questo vostro pluralismo vivace e rigoglioso sappia sempre estrinsecarsi sulla base di una indiscussa fedeltà agli autentici principi di unità nella fede e nella carità, in comunione con i vostri pastori. Tali principi infatti fondano la vera efficacia delle molteplici e diverse attività.
8. “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore”.
Che queste parole, prese dalla liturgia odierna, rimangano in voi, cari fratelli e sorelle, come espressione dei fervidi auguri che vi fa il Vescovo di Roma in occasione della visita odierna.
Cercate Dio, seguite le strade della verità e dell’amore: seguitele secondo i principi della morale cristiana, secondo la luce dell’eterna sapienza di Dio.
E che i vostri cuori non cessino di essere sempre aperti all’azione dello Spirito Santo che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”.
Amen.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 12 febbraio 1984]
Il Vangelo di oggi (cfr Mt 5,17-37) è tratto dal “discorso della montagna” e affronta l’argomento dell’adempimento della Legge: come io devo compiere la Legge, come fare. Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà. Non dimentichiamo questo: vivere la Legge come uno strumento di libertà, che mi aiuta ad essere più libero, che mi aiuta a non essere schiavo delle passioni e del peccato. Pensiamo alle guerre, pensiamo alle conseguenze delle guerre, pensiamo a quella bambina morta di freddo in Siria l’altro ieri. Tante calamità, tante. Questo è frutto delle passioni e la gente che fa la guerra non sa dominare le proprie passioni. Gli manca di adempiere la Legge. Quando si cede alle tentazioni e alle passioni, non si è signori e protagonisti della propria vita, ma si diventa incapaci di gestirla con volontà e responsabilità.
Il discorso di Gesù è strutturato in quattro antitesi, espresse con la formula «Avete inteso che fu detto … ma io vi dico». Queste antitesi fanno riferimento ad altrettante situazioni della vita quotidiana: l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e i giuramenti. Gesù non abolisce le prescrizioni che riguardano queste problematiche, ma ne spiega il significato pieno e indica lo spirito con cui occorre osservarle. Egli incoraggia a passare da un’osservanza formale della Legge a un’osservanza sostanziale, accogliendo la Legge nel cuore, che è il centro delle intenzioni, delle decisioni, delle parole e dei gesti di ciascuno di noi. Dal cuore partono le azioni buone e quelle cattive.
Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che, quando non si ama il prossimo, si uccide in qualche misura sé stessi e gli altri, perché l’odio, la rivalità e la divisione uccidono la carità fraterna che è alla base dei rapporti interpersonali. E questo vale per quello che ho detto delle guerre e anche per le chiacchiere, perché la lingua uccide. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che i desideri vanno guidati, perché non tutto ciò che si desidera si può avere, e non è bene cedere ai sentimenti egoistici e possessivi. Quando si accoglie la Legge di Dio nel cuore si capisce che bisogna abbandonare uno stile di vita fatto di promesse non mantenute, come anche passare dal divieto di giurare il falso alla decisione di non giurare affatto, assumendo l’atteggiamento di piena sincerità con tutti.
E Gesù è consapevole che non è facile vivere i Comandamenti in questo modo così totalizzante. Per questo ci offre il soccorso del suo amore: Egli è venuto nel mondo non solo per dare compimento alla Legge, ma anche per donarci la sua Grazia, così che possiamo fare la volontà di Dio, amando Lui e i fratelli. Tutto, tutto possiamo fare con la Grazia di Dio! Anzi, la santità non è altra cosa che custodire questa gratuità che ci ha dato Dio, questa Grazia. Si tratta di fidarsi e affidarsi a Lui, alla sua Grazia, a quella gratuità che ci ha dato e accogliere la mano che Egli ci tende costantemente, affinché i nostri sforzi e il nostro necessario impegno possano essere sostenuti dal suo aiuto, ricolmo di bontà e di misericordia.
Gesù oggi ci chiede di progredire sulla via dell’amore che Lui ci ha indicato e che parte dal cuore. Questa è la strada da seguire per vivere da cristiani. La Vergine Maria ci aiuti a seguire la via tracciata dal suo Figlio, per raggiungere la gioia vera e diffondere dappertutto la giustizia e la pace.
[Papa Francesco, Angelus 16 febbraio 2020]
(Mt 18,21-35)
In tutto il medio Oriente antico la rappresaglia non sproporzionata uno a uno [non crudele] era legge sacra.
Perdonare era un atteggiamento umiliante e assurdo, principio incomprensibile per chiunque vivesse una qualsiasi ingiustizia.
Viceversa, nella dinamica della Fede, perdonare diventa un potere, che non solo rende l’aria respirabile, ma attiva il nostro destino personale.
Pietro invece vuole sapere i limiti del perdono (v.21).
Storicamente, al termine del primo secolo si riaffaccia nei credenti lo stile schizzinoso, severo, della sinagoga e dell’Impero [«divide et impera»].
Nasce la domanda: bisognerà fermarsi nell’accogliere?
In aggiunta, nelle stesse chiese si ricomincia a pensare che qualcuno abbia peccato di lesa maestà verso chi - ormai duro e senza cuore - è abituato a farsi riverire.
Veterani che ne combinano più di altri e poi fanno i puntigliosi su minuzie altrui (i fratelli deboli, considerati sottoposti e destinati al rigore fiscale dei moralismi, nonché delle penitenze).
Mentre la pratica religiosa esaspera i difetti minuti, l’esperienza stessa della sproporzione tra il perdono ricevuto dal Padre e quello che siamo in grado di offrire ai fratelli, fa capire la necessità della tolleranza.
La Chiesa dovrebbe essere questo spazio dell’esperienza di Dio che restituisce vita, luogo alternativo di fraternità.
La società imperiale era dura e senza compassione, priva di spazio per i piccoli e malfermi, i quali senza troppe pretese cercavano un qualsiasi rifugio per il cuore - ma nessuna Religione dava loro risposta.
Anche le sinagoghe identificavano benedizioni materiali e spirituali. Ammantate di esigenze, norme di purità e adempimenti, non offrivano il tepore d’un luogo accogliente per i deboli.
Il guaio era che nelle stesse prime comunità cristiane alcuni puntavano i piedi sul rigore delle norme, consuetudini e gerarchie, pretendendo convivenze improntate secondo il modello giudaizzante.
Inoltre, come testimonia la lettera di Giacomo, verso la fine del primo secolo già iniziavano a manifestarsi nelle chiese di Cristo le identiche divisioni della società, tra indigenti e benestanti!
Lo spazio di accoglienza delle comunità che nello Spirito avevano avuto il compito dal Signore d’illuminare il mondo con il loro germe di vita quali ‘case di tutti’ e di relazioni alternative, correva il rischio di ridiventare luogo di conflitti, giudizio, castigo, condanna.
«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non condonerete ciascuno al proprio fratello dal vostro cuore» (v.35).
Il Perdono divino diventa efficace e palese solo nella testimonianza della Chiesa dove sorelle e fratelli - invece che mostrarsi pignoli, si colgono sospinti e si lasciano guidare da una Visione di nuovi cieli e nuova terra.
Per questo - senza sforzo alcuno, anzi benedicendo le necessità altrui come territori di energie preparatorie - essi vivono la comunione delle risorse e condonano i debiti anche materiali, che poi sono una miseria.
In caso contrario, dovremmo sempre vivere nell’incombenza di un Dio indulgente forse, ma a tempo, che ritratta il fare misericordia.
Sarebbe una vita senza sviluppi da stupore, tutta appesantita nella palude dei pochi spiccioli.
È invece l’energia attiva della Fede quella che non ci condanna ad arrancare.
La magnanimità che esce dagli automatismi sposta il nostro sguardo e ci porta un’Onda ineffabile e crescente, molto più avanti di quanto possiamo immaginare.
I nostri cedimenti stanno preparando nuovi sviluppi - quelli che contano, senza limitazioni.
L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.
[Martedì 3.a sett. Quaresima, 10 marzo 2026]
(Mt 18,21-35)
In tutto il medio Oriente antico la rappresaglia non sproporzionata (uno a uno, non crudele) era legge sacra.
Perdonare era un atteggiamento umiliante e assurdo, principio incomprensibile per chiunque vivesse una qualsiasi ingiustizia o un dramma.
Viceversa, nella dinamica della Fede, perdonare diventa un potere, che non solo rende l’aria respirabile, ma attiva il nostro destino personale.
Il Vangelo secondo Mt dedica massima attenzione al tema del perdono e la necessità di ricomporre le frizioni interne alla chiesa, dove ciascuno sembra voler schiacciare l’altro - anche solo per invidia spirituale.
Ci si chiede: c’è una differente contropartita al principio pagano della giustizia retributiva [uncuique jus suum] che andando sino agli estremi finisce per accentuare le divisioni?
Qual è il comportamento più ragionevole per chi è stato accolto da Dio, e condonato anche in modo esorbitante?
Non è sufficiente contrapporre un valore bonario pur nobile, anzi eccelso - ma per questo motivo, fuori scala - se escludesse il tempo d’un cammino, l’orizzonte dello sviluppo che infine soppianta [e non semplicemente sorvoli: cosiddetto “essere positivi”].
Unica soluzione priva di vendette sopite è avere il senso dell’incommensurabile, del gratuito preveniente - ricevuto senza merito né condizioni; in vista di percorsi nuovi.
Bisogna anzitutto rendersi conto che l’elemento decisivo per vincere gli ostacoli non sono le nostre forze o un volontarismo indotto, che straziano sia noi stessi che i fratelli, e l’atmosfera di convivialità.
Solo un’emozione da capogiro può integrare le pulsioni e tutti gli affetti, e far affiorare i germi delle passioni che danno le vertigini.
Estasi personali o esterne; sconosciute e trascurate o inespresse, cui non abbiamo ancora concesso spazio.
Infatti, nel sommario di tutti i giorni ci pare normale opporre reazioni immediate e violare le situazioni con sfrontatezza, poi allestire il finimondo per lievi inosservanze altrui - con la pretesa pure di soffocare i responsabili dei nonnulla.
Ovviamente, anche subito dopo che nel rito abbiamo supplicato e promesso.
Mt propone sfumature anche paradossali sul perdono - sempre collocando le sue catechesi su un piano d’impagabile, nell’ottica della Fede sponsale e creativa.
E v’insiste in diversi passi, perché le comunità cui si rivolge sono ben misere; ancora radicate nella grettezza della religiosità antica.
Come capita non solo nei gruppi legati al bagaglio della tradizione dei “padri” - non del Padre - i membri delle comunità di Galilea e Siria vivevano come affronto la normalità degli screzi, delle opinioni diverse e tutti i conflitti.
Sembra incredibile, ma chi si sente in possesso d’una patente d’immunità [legata a miti futuribili o sacre inibizioni, freni vetusti e osservanze o progetti cosmici di sovvertimento astratto] fa più difficoltà a introdursi nella logica minuta della coesistenza, del confronto - della sproporzione, del senza-confine, del Dono che favorisce la stessa convivenza.
Pietro vuole sapere i limiti del perdono (v.21).
Storicamente, al termine del primo secolo si era riaffacciato nei credenti lo stile schizzinoso, severo, della sinagoga e dell’Impero [«divide et impera»].
Nasceva e si riproponeva la domanda: bisognerà fermarsi nell’accogliere?
In aggiunta, nelle stesse chiese si ricominciava a pensare che qualcuno avesse peccato di lesa maestà verso chi - ormai duro e senza cuore - era abituato a farsi riverire.
Veterani che ne combinavano più di altri e poi facevano i puntigliosi su minuzie altrui (i fratelli deboli, considerati sottoposti, e destinati al rigore fiscale dei moralismi nonché delle penitenze).
Il debitore insolvibile del Vangelo se la prende con chi gli deve pochi spiccioli?
Il Perdono eccessivo del Dio vivo e vero si può manifestare al mondo solo attraverso una comunità che innalza rancori e rapporti su un nuovo piano - semplicemente più normale.
Dice il Tao Tê Ching (x): «Fa’ vivere le creature e nutrile, falle vivere e non tenerle come tue; opera e non aspettarti nulla, falle crescere e non governarle. Questa è la misteriosa virtù».
A commento, scrive il maestro Wang Pi: «Il Tao in eterno non agisce, le creature da sé si trasformano. Non ostruire la loro sorgente, non ostacolare la loro natura. Le creature da sé s’accrescono e si soddisfano».
Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Il Tao fa crescere e nutre le diecimila creature, ma non le danneggia governandole come se fossero strumenti. L’attuazione della virtù da parte del Tao è misteriosa e oscura, né può essere scrutata. Vuole indurre gli uomini a essere come il Tao».
Ancora oggi, la pratica legalista esaspera i difetti minuti, ma l’esperienza stessa della sproporzione tra il perdono ricevuto dal Padre e quello che siamo in grado di offrire ai fratelli, fa capire la necessità dell’indulgenza.
Tolleranza vissuta, in situazione; non solo in linea di principio.
Ancor più nel tempo della crisi globale, la Chiesa dovrebbe essere questo spazio dell’esperienza di Dio che restituisce vita. Luogo alternativo di fraternità meno dozzinale, meno sofisticata.
La società imperiale era dura e senza compassione, priva di spazio per i piccoli e malfermi, che senza troppe pretese cercavano un qualsiasi rifugio per il cuore - ma nessuna religione dava risposta al loro bisogno di comprensione.
Anche le sinagoghe identificavano benedizioni materiali e spirituali. Ammantate di esigenze previe, norme di purità e adempimenti, esse non offrivano il tepore d’un luogo accogliente per i deboli.
Il guaio era che nelle stesse prime comunità cristiane alcuni puntavano i piedi sul rigore delle norme.
Consuetudini e gerarchie cui erano abituati, pretendendo convivenze improntate al modello giudaizzante - o secondo durezza di principi schematici, disincarnati, privi di presa.
Inoltre, come testimonia la lettera di Giacomo, verso la fine del primo secolo già iniziavano a manifestarsi nelle chiese di Cristo le identiche divisioni della società attorno, fra indigenti e benestanti!
Lo spazio di accoglienza delle comunità che nello Spirito avevano avuto il compito dal Signore d’illuminare il mondo con il loro germe di vita quali Case di tutti, di relazioni alternative, correva il rischio di ridiventare luogo di conflitti, giudizio, castigo, condanna.
Come al solito: nessuna Buona Novella per i minimi, ovunque sfiancati.
E questo clima inqualificabile seminava morte anche per gli altri, persino più fortunati - ma intrappolati nella dura realtà.
Cosa fare?
Funzione educativa fondamentale della Chiesa è tuttora includere; far comprendere che l’iniziativa può essere solo del creditore (vv.21-22.27.33): anch’egli uno “smarrito” (v.25).
Unicamente per opera intima di consapevolezza nella Fede, si valica la spietatezza delle competizioni, della giustizia retributiva.
Non c’è saggezza nel fare i pretenziosi inclementi, pur di sentirsi qualcuno (vv.28-30).
I nostri cedimenti stanno preparando nuovi sviluppi - quelli che contano, senza limitazioni.
«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non condonerete ciascuno al proprio fratello dal vostro cuore» (v.35).
Il Perdono divino diventa efficace e palese nella testimonianza della Chiesa dove sorelle e fratelli, invece che mostrarsi puntigliosi, si colgono sospinti.
Si lasciano guidare da una Visione di nuovi cieli e nuova terra.
Per questo - senza sforzo alcuno, anzi benedicendo le necessità altrui come territori di energie preparatorie - essi vivono la comunione delle risorse e condonano i debiti anche materiali, che poi sono una miseria.
In caso contrario, dovremmo sempre vivere nell’incombenza di un Dio del contraccambio.
E in tal guisa lo riveleremmo: indulgente forse, ma a tempo; che ritratta il «misericordiare» - direbbe Papa Francesco.
Quindi: a vita sotto la sferza degli aguzzini, propugnatori anche dell’esistenza a modo, ma artificiosa. Fatta di scambi senza fantasia.
Un inferno di meschinità anticipato, che sottostima e ridicolizza la Misura dell’Evangelo. Lieta Novella che va insieme con le differenze.
Anche il pareggio delle remissioni non ci salverebbe dall’offesa (questa sì enorme) della stasi che livella le essenze - quindi dalla rovina.
È bello e fruttuoso vivere nello squilibrio della gratuità, piuttosto che nel dare e avere. Succede anche con Dio.
Mediante il perdono, non solo miglioriamo l’atmosfera ossessiva e attestiamo di credere - ad es. nella Croce - bensì costruiamo un’esperienza duttile e plasmabile, con pienezza di recuperi e di essere.
Da stupore; apertura, flessibilità, sproporzione.
Il resto permane solo commento.
Eco d’un soggetto che si propone banalmente di ratificare il “contratto”.
Traccia d’un ambiente che permane lì dov’è - sino a quando non lascerà subentrare forze inedite.
Sarebbe una vita senza sviluppi meravigliosi, tutta appesantita nel «do ut des» e nella palude dei pochi spiccioli.
È invece l’energia attiva della Fede, quella che supera i patti definiti. E non ci condanna ad arrancare.
La magnanimità sempre in aumento che esce dagli automatismi sposta lo sguardo dei piccoli tagli.
Porta un’Onda ineffabile e crescente. Molto più avanti di quanto possiamo immaginare.
L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Sai vivere nello squilibrio della gratuità?
Acceleri e giudichi, o percepisci e attendi?
Costitutivo della tua vita di Fede è il dare e avere tipico della religione banale, o la consapevolezza che sei tenuto a riversare l’eco di ciò che il Padre ti ha già stra-donato?
Qual è lo spazio di conciliazione della tua realtà?
Cosa intendi in concreto per Vangelo?
Perdono e Fede: Incontro vivo
Gratis eccentrico, in avanti: Sacramento dell’umanità come tale
(Lc 17,1-6)
La conoscenza di Dio non è un bene di confisca o una scienza acquisita e già pignorata: muove da un’azione e un’altra, incessantemente; si realizza in un Incontro sempre vivo, che non ci blocca né dissolve.
Tipica, l’esperienza dei «piccoli» [mikròi v.2]. Sin dalle prime comunità di fede, essi sono stati coloro cui mancavano sicurezze ed energie; instabili e senz’appoggio.
Da sempre, «Piccoli» sono gli incipienti; i nuovi, che hanno sentito parlare di fraternità cristiana, ma che talora sono costretti a mettersi in fila, da parte, o rinunciare al cammino.
Ma il criterio di accoglienza, tolleranza, comunione anche di beni materiali, è stato il primo e principale catalizzatore della crescita delle assemblee.
Addirittura la scaturigine e il senso di tutte le formule e segni della liturgia.
Il centro esistenziale e ideale cui convergere. Per una Fede proattiva e in se stessa trasformativa.
Nello Spirito del Maestro, anche per noi la conciliazione degli attriti non si configura come semplice opera di magnanimità.
È inizio del mondo futuro. Principio di un’avventura imprevedibile e indicibile. E noi con esso d’improvviso rinati: venuti a un franco contatto nel Cristo. Colui che non ci spegne affatto.
Di qui il Perdono cristiano dei figli, che non è… “guardare positivo”, e “chiudere un occhio”: piuttosto, Novità di Dio che crea un ambiente di Grazia, propulsivo, con possibilità enormi.
Forza che irrompe e lascia incontrare paradossalmente i poli oscuri, invece di scuoterli di dosso. Eliminando in modo genuino paragoni, parole e zavorre inutili, che bloccano l’Esodo trasparente.
Dinamica che guida all’indispensabile e imprescindibile: onde spostare lo sguardo. Insegnando ad accorgersi dei propri isterismi, conoscersi, affrontare l’ansia, il suo motivo; a gestire situazioni e momenti di crisi.
Virtù plasmabile che pone in ascolto intimo dell’essenza personale.
Quindi Empatia solida, larga, che introduce nuove energie; fa incontrare i propri stati profondi, perfino la vita standard… suscitando altri saperi, diverse prospettive, relazioni inattese.
Così senza troppa lotta ci rinnova, e argina la perdita di veracità [tipica, quella in favore delle maniere di circostanza]. Accentua capacità e gli orizzonti della Pace - sgretolando primati, equilibri paludosi.
La scoperta di nuovi versanti dell’essere che siamo, trasmette un senso di migliore completezza, quindi spontaneamente argina influssi esterni, scioglie pregiudizi, non fa agire su base emotiva, impulsiva.
Colloca piuttosto nella posizione che mette in grado di rivelare il senso nascosto e sbalorditivo dell’essere. Dispiegando l’orizzonte cruciale.
Attivare «Perdono» è gratuitamente una restituzione in sovraggiunta del proprio ventaglio caratteriale, di tutta la dignità perduta, e ben oltre.
Deponendo le sentenze, l’arte della tolleranza dilata lo sguardo [anche intimo]. Migliora e potenzia i lati spenti; quelli che noi stessi avevamo detestato.
In tal guisa eccentrica trasforma i considerati lontani o mediocri [mikroi] in battistrada, e geniali inventori. Perché ciò che ieri era impensato, domani sarà di chiarificazione e traino.
Le confusioni acquisteranno un senso - proprio grazie al pensiero delle menti in crisi, e per l’azione dei disprezzati, intrusi, fuori d’ogni giro e prevedibilità.
Vita di pura Fede nello Spirito: ossia, la fantasia dei “fiacchi”… al potere.
Perché è il meccanismo paradossale che fa valutare i crocevia della storia, attiva le passioni, crea condivisione, risolve i veri problemi.
E dunque soppianta in avanti i momenti difficili (riportandoci al vero percorso) orientando la realtà al bene concreto.
Facendola volare verso se stessa.
L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne. È in tale “vuoto” e Silenzio che Dio si fa strada.
Mistero della Presenza, che trabocca. Nuova Alleanza.
Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv 20, 21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo.
Riconosciamo qui, anzitutto, un'allusione al racconto della creazione dell'uomo nella Genesi: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita" (Gn 2, 7).
L'uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo il soffio di Dio. La vita di Dio abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un'allusione al battesimo ed alla cresima a questa nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona.
Il testo del Vangelo ci invita a questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica la vita che nessuna morte può più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infrange le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il mondo con l'amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace.
Se paragoniamo i due eventi di Pentecoste, il vento potente del 50° giorno e il lieve alitare di Gesù nella sera di Pasqua, ci può tornare in mente il contrasto fra due episodi, accaduti al Sinai, di cui ci parla l'Antico Testamento. Da una parte c'è il racconto del fuoco, del tuono e del vento, che precedono la promulgazione dei 10 Comandamenti e la conclusione dell'alleanza (Es 19 ss); dall'altra, il misterioso racconto di Elia sull'Oreb. Dopo i drammatici avvenimenti del Monte Carmelo, Elia era fuggito dall'ira di Acab e Gezabele. Quindi, seguendo il comando di Dio, aveva pellegrinato fino al Monte Oreb. Il dono dell'alleanza divina, della fede nel Dio unico, sembrava scomparso in Israele. Elia, in un certo qual modo, deve riaccendere la fiamma della fede sul monte di Dio e riportarla ad Israele. Egli sperimenta, in quel luogo, vento, terremoto e fuoco. Ma Dio non è presente in tutto questo. Allora egli percepisce un mormorio dolce e leggero. E Dio gli parla da questo soffio leggero (1 Re 19, 11 18).
Non è forse proprio la sera di quella Pasqua che ci insegna cosa qui si vuol dire? Non possiamo forse vedere qui una prefigurazione del servitore di Jahwé, del quale Isaia dice: "Egli non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce" (42, 2)? Non appare forse così l'umile figura di Gesù come la vera rivelazione nella quale Dio si manifesta a noi e ci parla? Non sono forse l'umiltà e la bontà di Gesù la vera epifania di Dio? Elia, sul Monte Carmelo, aveva cercato di combattere l'allontanamento da Dio con il fuoco e con la spada, uccidendo i profeti di Baal. Ma in questo modo non aveva potuto ristabilire la fede. Sull'Oreb egli deve apprendere che Dio non è nel vento, nel terremoto, nel fuoco; Elia deve imparare a percepire la voce leggera di Dio e, così, a riconoscere in anticipo colui che ha vinto il peccato non con la forza ma con la sua Passione; colui che, con il suo patire, ci ha donato il potere del perdono. Questo è il modo con cui Dio vince.
Cari ordinandi! In questo modo il messaggio di Pentecoste si rivolge ora direttamente a voi. La scena pentecostale del Vangelo di Giovanni parla di voi ed a voi. A ciascuno di voi, in modo personalissimo, il Signore dice: pace a voi pace a te! Quando il Signore dice questo, non dona qualcosa ma dona se stesso. Infatti egli stesso è la pace (Ef 2, 14). In questo saluto del Signore, possiamo intravedere anche un richiamo al grande mistero della fede, alla Santa Eucaristia, nella quale egli continuamente ci dona se stesso e, in tal modo, la vera pace. Questo saluto si colloca così al centro della vostra missione sacerdotale: il Signore affida a voi il mistero di questo sacramento.
Nel suo nome voi potete dire: questo è il mio corpo questo è il mio sangue. Lasciatevi attirare sempre di nuovo nella Santa Eucaristia, nella comunione di vita con Cristo. Considerate come centro di ogni giornata il poterla celebrare in modo degno. Conducete gli uomini sempre di nuovo a questo mistero. Aiutateli, a partire da essa, a portare la pace di Cristo nel mondo.
Risuona poi, nel Vangelo appena udito, una seconda parola del Risorto: "come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (Gv 20, 21). Cristo dice questo, in modo molto personale, a ciascuno di voi. Con l'ordinazione sacerdotale voi vi inserite nella missione degli apostoli. Lo Spirito Santo è vento, ma non è amorfo. E' uno Spirito ordinato. E si manifesta proprio ordinando la missione, nel sacramento del sacerdozio, con cui continua il ministero degli apostoli. Attraverso questo ministero, voi siete inseriti nella grande schiera di coloro che, a partire dalla Pentecoste, hanno ricevuto la missione apostolica. Voi siete inseriti nella comunione del presbiterio, nella comunione con il vescovo e con il Successore di San Pietro, che qui in Roma è anche il vostro vescovo.
Tutti noi siamo inseriti nella rete dell'obbedienza alla parola di Cristo, alla parola di colui che ci dà la vera libertà, perché ci conduce negli spazi liberi e negli ampi orizzonti della verità. Proprio in questo comune legame col Signore noi possiamo e dobbiamo vivere il dinamismo dello Spirito. Come il Signore è uscito dal Padre e ci ha donato luce, vita ed amore, così la missione deve continuamente rimetterci in movimento, renderci inquieti, per portare a chi soffre, a chi è nel dubbio, ed anche a chi è riluttante, la gioia di Cristo.
Infine, vi è il potere del perdono. Il sacramento della penitenza è uno dei tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo trasforma. Ciò può avvenire solo con la sofferenza ed è realmente avvenuto con l'amore sofferente di Cristo, dal quale noi attingiamo il potere del perdono.
[Papa Benedetto, omelia Pentecoste con ordinazioni presbiterali 15 maggio 2005]
2. Il perdono! Cristo ci ha insegnato a perdonare. Molte volte e in vari modi Egli ha parlato di perdono. Quando Pietro gli chiese quante volte avrebbe dovuto perdonare al suo prossimo, "fino a sette volte?", Gesù rispose che doveva perdonare "fino a settanta volte sette" (Mt 18,21s). Ciò vuol dire, in pratica, sempre: infatti il numero "settanta" per "sette" è simbolico, e significa, più che una quantità determinata, una quantità incalcolabile, infinita. Rispondendo alla domanda su come bisogna pregare, Cristo pronunciò quelle magnifiche parole indirizzate al Padre: "Padre nostro che sei nei cieli"; e tra le richieste che compongono questa preghiera, l’ultima parla del perdono: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo" a coloro che sono colpevoli nei nostri riguardi (= "ai nostri debitori"). Infine Cristo stesso confermò la verità di queste parole sulla Croce, quando, volgendosi al Padre, supplicò: "Perdonali!", "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).
"Perdono" è una parola pronunciata dalle labbra di un uomo, al quale è stato fatto del male. Anzi, essa è la parola del cuore umano. In questa parola del cuore ognuno di noi si sforza di superare la frontiera dell’inimicizia, che può separarlo dall’altro, cerca di ricostruire l’interiore spazio d'intesa, di contatto, di legame. Cristo ci ha insegnato con la parola del Vangelo, e soprattutto col proprio esempio, che questo spazio si apre non solo davanti all’altro uomo, ma in pari tempo davanti a Dio stesso. Il Padre, che è Dio di perdono e di misericordia, desidera agire proprio in questo spazio del perdono umano, desidera perdonare coloro, che sono reciprocamente capaci di perdonare, coloro che cercano di mettere in pratica quelle parole: "Rimetti a noi... come noi rimettiamo".
Il perdono è una grazia, alla quale si deve pensare con umiltà e gratitudine profonde. Esso è un mistero del cuore umano, sul quale è difficile diffondersi.
5. Cristo ci ha insegnato a perdonare. Il perdono è indispensabile anche perché Dio possa porre alla coscienza umana degli interrogativi, ai quali attende risposta in tutta la verità interiore.
In questo tempo, in cui tanti uomini innocenti periscono per le mani di altri uomini, pare imporsi uno speciale bisogno di avvicinarsi a ciascuno di coloro che uccidono, avvicinarsi col perdono nel cuore ed insieme con la stessa domanda che Dio, Creatore e Signore della vita umana, pose al primo uomo che aveva attentato alla vita del fratello e gliel ’aveva tolta – aveva tolto ciò che è proprietà solo del Creatore e del Signore della vita.
Cristo ci ha insegnato a perdonare. Ha insegnato a Pietro a perdonare "fino a settanta volte sette" ( Mt 18,22). Dio stesso perdona quando l’uomo risponde alla domanda rivolta alla sua coscienza e al suo cuore con tutta l’interiore verità della conversione.
Lasciando a Dio stesso il giudizio e la sentenza nella sua dimensione definitiva, non cessiamo di chiedere: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 21 ottobre 1981]
Nella parabola che leggiamo nel Vangelo di oggi, quella del re misericordioso (cfr Mt 18,21-35), troviamo per due volte questa supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò» (vv. 26.29). La prima volta è pronunciata dal servo che deve al suo padrone diecimila talenti, una somma enorme, oggi sarebbero milioni e milioni di euro. La seconda volta viene ripetuta da un altro servo dello stesso padrone. Anche lui è in debito, non verso il suo padrone, ma verso lo stesso servo che ha quel debito enorme. E il suo debito è piccolissimo, forse come lo stipendio di una settimana.
Il cuore della parabola è l’indulgenza che il padrone dimostra verso il servo con il debito più grande. L’evangelista sottolinea che «il padrone ebbe compassione – non dimenticare mai questa parola che è proprio di Gesù: “Ebbe compassione”, Gesù sempre ebbe compassione – [ebbe compassione] di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito» (v. 27). Un debito enorme, dunque un condono enorme! Ma quel servo, subito dopo, si dimostra spietato con il suo compagno, che gli deve una somma modesta. Non lo ascolta, inveisce contro di lui e lo fa gettare in prigione, finché non avrà pagato il debito (cfr v. 30), quel piccolo debito. Il padrone viene a saperlo e, sdegnato, richiama il servo malvagio e lo fa condannare (cfr vv. 32-34): “Io ti ho perdonato tanto e tu sei incapace di perdonare questo poco?”.
Nella parabola, troviamo due atteggiamenti differenti: quello di Dio – rappresentato dal re – che perdona tanto, perché Dio perdona sempre, e quello dell’uomo. Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia lo sappiamo. C’è bisogno di quell’amore misericordioso, che è anche alla base della risposta del Signore alla domanda di Pietro che precede la parabola. La domanda di Pietro suona così: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?» (v. 21). E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22). Nel linguaggio simbolico della Bibbia, questo significa che noi siamo chiamati a perdonare sempre!
Quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate, se il perdono e la misericordia fossero lo stile della nostra vita! Anche in famiglia, anche in famiglia: quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi, quanti fratelli e sorelle che hanno questo rancore dentro. È necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica.
Oggi, al mattino, mentre celebravo la Messa, mi sono fermato, sono stato colpito da una frase della prima Lettura, nel libro del Siracide. La frase dice così: “Ricorda la fine e smetti di odiare”. Bella frase! Pensa alla fine! Pensa che tu sarai in una bara… e ti porterai l’odio lì? Pensa alla fine, smetti di odiare! Smetti il rancore. Pensiamo a questa frase, tanto toccante: “Ricorda la fine e smetti di odiare”.
Non è facile perdonare, perché nei momenti tranquilli uno dice: “Sì, questo me ne ha fatte di tutti i colori ma anch’io ne ho fatte tante. Meglio perdonare per essere perdonato”. Ma poi il rancore torna, come una mosca fastidiosa d’estate che torna e torna e torna... Perdonare non è soltanto una cosa di un momento, è una cosa continua contro questo rancore, questo odio che torna. Pensiamo alla fine, smettiamola di odiare.
La parabola di oggi ci aiuta a cogliere in pienezza il significato di quella frase che recitiamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo. È una condizione: pensa alla fine, al perdono di Dio, e smettila di odiare; caccia via il rancore, quella mosca fastidiosa che torna e torna. Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati.
Affidiamoci alla materna intercessione della Madre di Dio: Lei ci aiuti a renderci conto di quanto siamo debitori verso Dio, e a ricordarlo sempre, così da avere il cuore aperto alla misericordia e alla bontà.
[Papa Francesco, Angelus 13 settembre 2020]
Due Nomi di Dio
(Lc 4,24-30)
Gesù è fastidioso e genera sospetto in coloro che amano schemi esteriori, perché proclama solo Giubileo, invece che confronto duro e vendetta.
In sinagoga il suo ‘villaggio’ resta perplesso su questo amore troppo comprensivo - proprio ciò di cui abbiamo bisogno.
Il luogo di culto è quello in cui i credenti meno consapevoli sono stati educati al contrario!
Il loro carattere scontroso è frutto acerbo d’una religiosità martellante, che nega il diritto di esprimere idee e sentimenti.
Il codice “sinagogale” ha prodotto fedeli finti, condizionati da una personalità disarmonica e scissa.
Ancora oggi e sin da piccoli, quest’intima lacerazione si manifesta nell’eccesso di controllo sull’apertura verso gli altri.
Conseguenza: un’accentuazione dell’incertezza giovanile - sotto la quale cova chissà cosa - e un carattere rigido da adulti.
Insomma, il martellamento che non fa il balzo della Fede ci blocca, impedisce di capire, e inquina tutta la vita.
Anche ai tempi di Gesù l’insegnamento arcaico acuiva nazionalismi, la percezione stessa di traumi o violazioni, e paradossalmente proprio le situazioni ingabbiate da cui si voleva uscire.
Spiritualità esclusiva: è vuota - rozza o sofisticata che sia.
Il pensiero selettivo è la peggiore malattia delle visioni del mondo, che poi stanno sempre a dirci ‘come dobbiamo essere’.
Di fronte a convinzioni spigolose e illusioni da conventicola, il Profeta marca distanza, opera per diffondere consapevolezze, non immagini rassicuranti - né idee disincarnate.
Ma gli araldi critici irritano violentemente la folla degli abituali, i quali d’improvviso passano da una sorta di curiosità allo sdegno vendicativo.
Come nel paesino, così - si legge in filigrana - nella Città Santa [Monte Sion], da cui subito ti vogliono buttare giù (Lc 4,29). Dovunque si parli di persona reale e i suoi sogni eterni.
Nell’ostilità che li attornia, gli intimi del Signore sfidano a viso aperto le convinzioni normalizzate - acquisite dall’ambiente e non rielaborate.
Per loro non conta solo l’analogia calcolata a un contorno meschino. Vedono altri obbiettivi e non vogliono solo “arrivare”.
Se vengono sopraffatti, lasciano dietro sé quella scia d’intuizioni che prima o poi farà riflettere.
Quindi nei suoi Amici è il Risorto che scampa e riprende il cammino, attraversando chi vuol farlo fuori (v. 30).
In ogni tempo, i testimoni fanno pensare: non cercano complimenti e risultati piacevoli, ma recuperano i ‘lati opposti’ e accettano la felicità altrui.
Sanno che l’Unicità deve fare la sua corsa: sarà ricchezza per tutti, e su questo punto non si lasciano inibire.
Sulla base della personale esperienza del Padre, i fedeli ispirati valorizzano diversi approcci.
Essi creano una stima sconosciuta, caldeggiando nuovi atteggiamenti - differenti modi di rapportarsi con Dio.
Non per aggiungere proseliti e considerarsi indispensabili.
Anche se «in patria» (v. 24) sono personaggi scomodi per la mentalità ratificata, i nessuno-Profeti fanno sopravvivere il Personalismo di Gesù, strappandolo da chi lo vuole sopito e sequestrato.
Come Lui, a rischio d’impopolarità e senza mendicare approvazioni.
Con le cicatrici di quel che è andato via, per un nuovo Viaggio.
[Lunedì 3.a sett. Quaresima, 9 marzo 2026]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
The image of the vineyard is clear: it represents the people whom the Lord has chosen and formed with such care; the servants sent by the landowner are the prophets, sent by God, while the son represents Jesus. And just as the prophets were rejected, so too Christ was rejected and killed (Pope Francis)
L’immagine della vigna è chiara: rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso (Papa Francesco)
don Giuseppe Nespeca
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