don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Completi vs Perfetti

(Gv 10,22-30)

 

Nel cosiddetto Libro dei Segni del quarto Vangelo (Gv cc.1-12) avviene una progressiva rivelazione del Mistero divino che avvolge la Persona di Gesù.

Mentre si precisa tale svelamento, crescono attorno alla sua figura sia l’adesione che l’incomprensione, anche dei vicini - nella misura in cui Egli si discosta dalle aspettative tradizionali circa il Messia condottiero e giustiziere glorioso.

In tal guisa, nella nostra esperienza vocazionale spesso ci siamo accorti che l’esistenza piena e i percorsi di qualità indistruttibile (vv.28-29) non sono sottoposti a esigenze immediatamente appaganti la mentalità comune.

La Vita dell’Eterno (v.28) si rivela come un pungolo: non per mortificare i propositi, ma per farci intraprendere sentieri di crescita.

Il Vangelo non è conferma di gusti, preferenze e convinzioni.

E Gv 10,22-24 applica tale criterio in modo plateale - nell’attrito colpo su colpo coi capi della religiosità conformista: contraddicendo la mentalità degli esperti.

 

La regola religiosa sviluppava l’idea che la Torah potesse ripulire la mente dagli errori, e l’inclinazione delle persone dalle impurità - onde cesellare un popolo gradito a Dio.

Così le autorità non sentivano il bisogno di ricercare il Mistero di Dio.

I primi della classe volevano che Gesù si definisse, per poterlo giudicare secondo i criteri fondamentalisti che impregnavano il loro insegnamento e la mentalità comune.

Il Maestro invece non si collocava in idee stabilite, in un quadro prefissato; non stagnava bloccato su una lunghezza d’onda.

Cristo è per noi presenza fraterna, non “ratificatore”.

Gesù autentica Guida era «amico di pubblicani e peccatori» nel senso che insegnava ad allargare l’armonia dell’essere creaturale.

Il nuovo Rabbi non voleva sterilizzare le emozioni o le situazioni.

Il mondo interiore e le inquietudini non andavano affatto tacitate, bensì incontrate e conosciute.

 

Per introdursi nella vita di Fede e farsi liberatori degli altri bisogna essere emancipati e instancabilmente disponibili, in grado di scuotere le convinzioni - a partire da sé.

Insomma, per coloro che si consideravano arrivati e padroni della situazione, i “nuovi” dovevano sempre presentare autorizzazioni, credenziali, permessi - o non si avrebbe avuto diritto di parlare e agire.

Invece il Signore richiama alla confidenza, al colloquio senza filtri, alla collaborazione: clima propizio, che consente al Padre di rivelarsi.

E oltre le parole, che appunto possono sempre esser fraintese, sono le opere di sola vita ad essere linguaggio eloquente (v.25).

Ma è l’animo che non vuol credere: sentimento di quelli che non gli appartengono (v.26).

Il problema è l’occhio tarato, o l’apertura. Solo la percezione dei malfermi è priva di zavorre interessate.

 

L’essere Uno (v.30) ha motivato Cristo, e ancora oggi guida i famigliari minori a sentirsi adeguati, alla pari; li conduce al faccia a faccia.

Non a un’obbedienza disciplinare, bensì alla somiglianza profetica.

 

 

[Martedì 4.a sett. Pasqua, 28 aprile 2026]

Completi vs Perfetti

(Gv 10,22-30)

 

Nel cosiddetto Libro dei Segni del quarto Vangelo (Gv cc.1-12) avviene una progressiva rivelazione del Mistero divino che avvolge la Persona di Gesù.

Mentre si precisa tale svelamento, crescono attorno alla sua figura sia l’adesione che l’incomprensione, anche dei vicini - nella misura in cui Egli si discosta dalle aspettative tradizionali circa il Messia condottiero e giustiziere glorioso.

Anche nella nostra esperienza vocazionale, spesso ci siamo accorti che l’esistenza piena e i percorsi di qualità indistruttibile (vv.28-29) non sono sottoposti a esigenze immediatamente appaganti la mentalità comune.

La Vita dell’Eterno (v.28) si rivela come un pungolo: non per mortificare i propositi, ma per farci intraprendere sentieri di crescita.

Il Vangelo non è conferma di gusti, preferenze e convinzioni.

E Gv 10,22-24 applica tale criterio in modo plateale - nell’attrito colpo su colpo coi capi della religiosità conformista: contraddicendo la mentalità degli esperti.

 

La regola religiosa sviluppava l’idea che la Torah potesse ripulire la mente dagli errori, e l’inclinazione delle persone dalle impurità - onde cesellare un popolo gradito a Dio.

Tutto ciò che turbava l’equilibrio prescritto andava subito condannato e punito, in quanto deleterio per la stabilità fissata, la coesione di massa, e la sua stessa efficienza.

La completa configurazione della proposta religiosa indiscutibile, e la magnificenza delle strutture di culto ufficiali, garantivano l’eloquenza e l’imperturbabilità dei condizionamenti (sui disadattati).

Dubbi e insicurezze venivano immediatamente bollati come fattori disturbanti il panorama delle rassicurazioni e il profilo delle normalità - da reprimere sin dall’adolescenza.

Il nuovo Rabbi invece non voleva sterilizzare le emozioni o le situazioni.

Il mondo interiore e le inquietudini non andavano affatto tacitate, bensì incontrate e conosciute.

Del resto [come noi oggi] guardandosi attorno si accorgeva che proprio nelle persone osservanti, portabandiera dell’etica o delle maniere, che reprimevano i moti spontanei o viceversa i criteri profondi, aumentavano grettezza e disturbi.

Proprio coloro che affrontavano la via spirituale… aumentando dirigismi, maniere e controllo, diventavano esageratamente snob, conflittuali e segretamente inaffidabili.

 

Gravato di norme soffocanti, il popolo pur ingenuo era ridotto all’infelicità.

Tutti sentivano inquietudine e arsura - proprio perché l’ossessione di peccato riversata sui malfermi, impediva loro l’integrazione dei desideri.

Insomma, ciò che doveva essere ridotto e annientato per ragioni di consonanza sociale, civile, devota, finiva per penetrare nelle anime in maniera più intima, riaffiorando qua e là in modo paradossale, con doppiezza e squilibri relazionali gravissimi.

Gesù autentica Guida era «amico di pubblicani e peccatori» nel senso che insegnava ad allargare l’armonia dell’essere creaturale.

Voleva Egli stesso apprendere l’arte di guardare senza pregiudizio, e fare tesoro di varie esperienze; di tutto quanto poteva emergere anche nell’intimo.

La perfezione che predicava agli altri era nell’imperfezione del disinteresse, nella irrazionalità dell’amore, nell’assurdo del puro dono e tolleranza che raggranellavano perle di esperienza da ogni dove.

Anzi, secondo il Pastore vero era importante proprio essere turbati, invece che impassibili.

Tutto per conoscere nel tempo e dare senso anche ai segni che preoccupano [anche secondo mentalità pia, o à la page, e allineata] - così completarci.

Imparando ad accogliere, non a stabilire.

 

Il Maestro e Amico autentico sa che... solo quanto tocca, coinvolge, e turba in prima persona, riuscirà a farci spostare lo sguardo, per crescere. Per attivare esodo verso pascoli ubertosi, la terra della libertà.

 

 

Si stava celebrando la Festa della Dedicazione [Festa delle Luci], memoria della purificazione del Tempio, consacrazione e dedicazione di un nuovo altare [successivo alla profanazione ellenista di Antioco IV Epifane, che aveva forzato la mano imponendo il culto a Zeus Olimpio, in quel luogo].

Il dibattito coi maestri istituzionali si svolge come solito nel Portico di Salomone - ogni volta cercando di educarli a mollare il loro senso d’inquisizione e dominio, ancora oggi insopportabile.

Le autorità non sentivano il bisogno di ricercare il Mistero di Dio.

In tal guisa i leaders volevano che Gesù si definisse, per poterlo giudicare secondo i criteri del loro mondo astratto; che impregnavano il loro insegnamento e la mentalità comune.

Viceversa il Maestro anche per noi oggi non si colloca nell’armatura d’idee stabilite, in un quadro prefissato, artificioso, tutto esterno.

Egli non ristagna, bloccato su una lunghezza d’onda; come se fosse timoroso dell’ignoto - quindi per noi latore d’una devozione non allarmante.

 

Cristo è presenza fraterna, certo - non “ratificatore”.

Per introdursi nella vita di Fede e farsi liberatori degli altri bisogna essere emancipati e instancabilmente disponibili, in grado di scuotere le convinzioni - a partire da sé.

Insomma, per coloro che si considerano arrivati e padroni della situazione, i nuovi devono presentare l’imprinting di autorizzazioni, credenziali, permessi - o non si ha diritto di parlare e agire.

Invece il Signore richiama alla confidenza, al colloquio, alla collaborazione: clima propizio che consente al Padre di rivelarsi.

Rifiuta solo il fanatismo, il pensiero sofisticato, cerebrale, di maniera, e unilaterale.

Insomma, Gesù non voleva essere scambiato per «il» [quel] Messia politico atteso: somigliante a Davide. Per tale ragione impone il cosiddetto segreto messianico.

E oltre le parole, che appunto possono sempre esser fraintese, sono le opere di sola vita ad essere linguaggio eloquente (v.25).

Ma è l’animo che non voleva credere: sentimento di quelli che non gli appartengono (v.26).

Infatti la Fede sincera si attiva a partire da una prima testimonianza dentro, nell’essere, nella propria impronta caratteriale e creaturale (Gv 6,44).

 

(Vv.25-26) Se non si porta le persone a pensare in modo differente, dare prove non serve. Il problema è l’occhio tarato, o l’apertura. E solo la percezione dei malfermi è priva di zavorre interessate.

Il mutuo intendimento fra Gesù e i minimi del popolo è trasparenza completa, sintonia totale anche sulla base di un’elementare simpatia: la Via naturale che unisce Padre e figli.

Tutto ciò, a partire da una testimonianza sicura in se stessi, non da un razionalismo religioso preconcetto.

L’essere Uno (v.30) ha motivato Cristo, e ancora oggi guida i famigliari senza voce a sentirsi adeguati, alla pari.

Li conduce al faccia a faccia, senza il bisogno di modelli, trafile, legalismi, modi affettati.

Non a un’obbedienza disciplinare, bensì alla somiglianza profetica.

 

C’infastidisce essere paragonati a un gregge, ma nell’antico Israele l’archetipo del pastore che condivide tutto con le sue pecore rimaneva anche ai tempi di Gesù un prototipo dell’esistenza e della vita di comunione con Dio.

La metafora va compresa nel senso del rapporto famigliare, della condivisione totale: sentire insieme il peso e i traguardi; cogliere lo spirito di ciascuno e vedere le qualità, o provvedere; fiducia anche nell’indigenza.

Nella vita di Fede gli specialisti che guidano dovrebbero introdurci in questa speciale relazione col Padre che conosce ogni suo consanguineo, e ne riscatta la solitudine o viceversa l’esteriorità.

Immediatezza e libertà personale nell’amore sono il cardine del nuovo rapporto con l’Altissimo.

Franchezza che Gesù insegna senza guardare in faccia a nessuno che sia ancora rapito da elementi mondani - tantomeno farsi intimidire da predoni (vv.1.5.8.10.12-13) in vesti angeliche.

La sua Parola e vicenda estrema sono ancora le Porte che guidano [in modo radicale] al Cielo e all’umanità.

Tutto ciò malgrado il suo Messaggio sia considerato pazzesco e demoniaco dagli interessati allo status quo (vv.20-21).

Varcando viceversa tutte le soglie previste, nei nostri squilibri penetriamo i solchi della realtà e del mistero; c’introduciamo là dove maturano regali decisioni - trovando fascino eccedente.

Perfetta corrispondenza con il nostro tratto vocazionale e anelito di vita piena.

 

Conoscenza del cuore

 

Gesù parla di sé come del Buon Pastore che dà la vita eterna alle sue pecore (cfr Gv 10,28). Quella del pastore è un’immagine ben radicata nell'Antico Testamento e cara alla tradizione cristiana. Il titolo di "pastore d’Israele" viene attribuito dai Profeti al futuro discendente di Davide, e pertanto possiede un’indubbia rilevanza messianica (cfr Ez 34,23). Gesù è il vero Pastore d’Israele, in quanto è il Figlio dell’uomo che ha voluto condividere la condizione degli esseri umani per donare loro la vita nuova e condurli alla salvezza. Significativamente al termine "pastore" l’evangelista aggiunge l’aggettivo kalós, bello, che egli utilizza unicamente in riferimento Gesù e alla sua missione. Anche nel racconto delle nozze di Cana l’aggettivo kalós viene impiegato due volte per connotare il vino offerto da Gesù ed è facile vedere in esso il simbolo del vino buono dei tempi messianici (cfr Gv 2,10).

"Io do loro cioè (alle mie pecore) la vita eterna e non andranno mai perdute" (Gv 10,28). Così afferma Gesù, che poco prima aveva detto: "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (cfr Gv 10,11). Giovanni utilizza il verbo tithénai - offrire, che ripete nei versetti seguenti (15.17.18); lo stesso verbo troviamo nel racconto dell’Ultima Cena, quando Gesù "depose" le sue vesti per poi "riprenderle" (cfr Gv 13, 4.12). E’ chiaro che si vuole in questo modo affermare che il Redentore dispone con assoluta libertà della propria vita, così da poterla offrire e poi riprendere liberamente. Cristo è il vero Buon Pastore che ha dato la vita per le sue pecore, per noi, immolandosi sulla Croce. Egli conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono, come il Padre conosce Lui ed Egli conosce il Padre (cfr Gv 10,14-15). Non si tratta di mera conoscenza intellettuale, ma di una relazione personale profonda; una conoscenza del cuore, propria di chi ama e di chi è amato; di chi è fedele e di chi sa di potersi a sua volta fidare; una conoscenza d’amore in virtù della quale il Pastore invita i suoi a seguirlo, e che si manifesta pienamente nel dono che fa loro della vita eterna (cfr Gv 10,27-28).

[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione presbiterale 29 aprile 2007]

Lunedì, 20 Aprile 2026 05:17

Vanno proprio insieme

Il Vangelo […] è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità. Prima di riflettere su queste tre caratteristiche essenziali dell'essere pastori, sarà forse utile ricordare brevemente la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: "Chi... sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10, 1). Questa parola "sale" - "anabainei" in greco - evoca l'immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" - si può qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la vera ascesa, è questa la vera porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento - e ciò significa appunto: attraverso la donazione di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce.

Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso, e non solo in un passato lontano. Nella sacra Eucaristia ogni giorno realizza questo, dona se stesso mediante le nostre mani, dona sé a noi. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente, realmente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a ognuno di noi. È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta, mi dà la mano, se stesso. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, nell'essere una persona di cui c'è bisogno nel mondo, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.

Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono in questa frase due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca del Creatore, di Dio. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che è troppo poco e che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona un'altra voce, la voce del Creatore, del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi nel nostro caso. Innanzitutto nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, solo alla luce di Dio si capisce la profondità dell'uomo. Allora chi ci ascolta si rende conto che non parliamo di noi, di qualcosa, ma del vero Pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" gli altri nel senso biblico: non c'è una vera conoscenza senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere le pecore deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. E così anche noi tra uomini diveniamo vicini. Affinché questo modo di conoscere con il cuore di Gesù, di non legare a me ma di legare al cuore di Gesù e di creare così vera comunità, che questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore.

Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in questa parola di Caifa una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, e dire che gli altri stiano bene così: i musulmani, gli induisti e via dicendo. La Chiesa non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi per tutti e di tutti. Questo grande compito in generale lo dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo - come dice il Signore - uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Questo servizio universale, servizio per l'unità, ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.

La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. A Lui affidiamo Voi, cari fratelli, specialmente in quest'ora, affinché Egli Vi conduca e Vi porti tutti i giorni; affinché Vi aiuti a diventare, per mezzo di Lui e con Lui, buoni pastori del suo gregge. Amen!

[Papa Benedetto, omelia ordinazione presbiterale 7 maggio 2006]

2. Anche se non sempre cosciente e chiara, nel cuore dell’uomo esiste una profonda nostalgia di Dio, che sant’Ignazio di Antiochia ha così espresso, in modo eloquente: "Un’acqua viva mormora in me e mi dice dentro: “Vieni al Padre!”" (Ad Rom. 7). "Signore, mostrami la tua Gloria", supplica Mosè sulla montagna (Es 33,18) […]

Trasmettendoci la testimonianza diretta della vita del Figlio di Dio, il Vangelo di Giovanni ci indica il cammino da seguire per conoscere il Padre. L’invocazione “Padre” è il segreto, il respiro, la vita di Gesù. Non è egli forse il Figlio unico, il primogenito, l’amato verso il quale tutto si rivolge, presente presso il Padre ancor prima che il mondo fosse, compartecipe della sua stessa gloria? (cfr 17, 5). Dal Padre Gesù riceve il potere su ogni cosa (cfr 17, 2), il messaggio da annunciare (cfr 12, 49), l’opera da compiere (cfr 14, 31). Gli stessi discepoli non gli appartengono: è il Padre che glieli ha dati (cfr 17, 9), affidandogli il compito di custodirli dal male, perché nessuno vada perduto (cfr 18, 9).

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XIV GMG]

Lunedì, 20 Aprile 2026 05:06

Relazione e Riflesso. Mistero della Voce

Il brano di oggi riporta queste parole di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,27-30). In questi quattro versetti c’è tutto il messaggio di Gesù, c’è il nucleo centrale del suo Vangelo: Lui ci chiama a partecipare alla sua relazione con il Padre, e questa è la vita eterna.

Gesù vuole stabilire con i suoi amici una relazione che sia il riflesso di quella che Lui stesso ha con il Padre: una relazione di reciproca appartenenza nella fiducia piena, nell’intima comunione. Per esprimere questa intesa profonda, questo rapporto di amicizia Gesù usa l’immagine del pastore con le sue pecore: lui le chiama ed esse riconoscono la sua voce, rispondono al suo richiamo e lo seguono. E’ bellissima questa parabola! Il mistero della voce è suggestivo: pensiamo che fin dal grembo di nostra madre impariamo a riconoscere la sua voce e quella del papà; dal tono di una voce percepiamo l’amore o il disprezzo, l’affetto o la freddezza. La voce di Gesù è unica! Se impariamo a distinguerla, Egli ci guida sulla via della vita, una via che oltrepassa anche l’abisso della morte.

Ma Gesù a un certo punto disse, riferendosi alle sue pecore: «Il Padre mio, che me le ha date…» (Gv 10,29). Questo è molto importante, è un mistero profondo, non facile da comprendere: se io mi sento attratto da Gesù, se la sua voce riscalda il mio cuore, è grazie a Dio Padre, che ha messo dentro di me il desiderio dell’amore, della verità, della vita, della bellezza… e Gesù è tutto questo in pienezza! Questo ci aiuta a comprendere il mistero della vocazione, specialmente delle chiamate ad una speciale consacrazione. A volte Gesù ci chiama, ci invita a seguirlo, ma forse succede che non ci rendiamo conto che è Lui, proprio come è capitato al giovane Samuele. Ci sono molti giovani oggi, qui in Piazza. Siete tanti voi, no? Si vede… Ecco! Siete tanti giovani oggi qui in Piazza.  Vorrei chiedervi: qualche volta avete sentito la voce del Signore che attraverso un desiderio, un’inquietudine, vi invitava a seguirlo più da vicino? L’avete sentito? Non sento? Ecco… Avete avuto voglia di essere apostoli di Gesù? La giovinezza bisogna metterla in gioco per i grandi ideali. Pensate questo voi? Siete d’accordo? Domanda a Gesù che cosa vuole da te e sii coraggioso! Sii coraggiosa! Domandaglielo! Dietro e prima di ogni vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, c’è sempre la preghiera forte e intensa di qualcuno: di una nonna, di un nonno, di una madre, di un padre, di una comunità… Ecco perché Gesù ha detto: «Pregate il signore della messe – cioè Dio Padre – perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,38). Le vocazioni nascono nella preghiera e dalla preghiera; e solo nella preghiera possono perseverare e portare frutto.

[Papa Francesco, Regina Coeli 21 aprile 2013]

Domenica, 19 Aprile 2026 05:27

Popolo buon Pastore

La difesa del gregge minuto, e il Popolo tutto che diventa Pastore

(Gv 10,11-18)

 

All’inizio del cap.10 Gv mette a nudo la differenza tra pastore vero e ladro [falsi maestri rapaci e profittatori cui non interessa la vita altrui].

L’autentica guida ha a cuore il gregge minuto, si espone per difenderlo e farlo prosperare; lo conduce ad abbeverarsi, e in verdi pascoli.

Così, dalla similitudine iniziale della Porta, Gesù passa al paragone del Pastore che difende il gregge errante e facile preda di prepotenti.

La gente coglie d’istinto chi è la vera guida, nelle variazioni di stagione e nella transumanza: ne ha percezione esistenziale immediata, vibrante.

Donne e uomini del popolo hanno sempre un discernimento pratico assai più affidabile di quello artificioso, sprezzante, delle autorità ufficiali che suppongono di sé.

Nessuno di loro avrebbe dato o rischiato nulla per la vita del gregge affidato, che ritenevano ignorante, segnato a vita; maledetto (Gv 7,49. 9,34).

Forte di tale finezza d’intelligenza concreta, ecco la mèta cui Gesù mira nel Dono di sé: sarà il Popolo stesso a diventare Pastore (v.16b).

Quindi anche il gregge-pastore di Cristo non schiverà i colpi, né sarà passivo e conformista - bensì come Lui: audace e battistrada.

In tale sorpresa si aggiunge un’ulteriore apertura d’orizzonte, che chiameremmo di ecclesiologia universale.

Prospettiva inquietante per opportunisti e installati sazi degli “edifici” allestiti dalla religione - e dal suo indotto - allarmati unicamente per quelli costruiti nella Fede.

Ma il Signore ci strappa dai lupi.

In aggiunta, non si limita alle folle che gli sono vicine.

La chiamata e la cura del Pastore autentico valica qualsiasi confine; non solo quello artefatto e mestierante del Tempio.

La vocazione di Dio riguarda persino le persone ancora lontane da recinti sacri (v.16a testo greco), anch’esse valutate membri necessari e a pieno titolo del suo Popolo.

Il nuovo principio di appartenenza è l’Ascolto (v.3): immediatezza anche delle proprie intime e naturali istanze di vita.

Ciò vale più di un’anima già ripulita dagli errori, o di una folla impeccabile.

Tale il preludio creaturale e spontaneo di mutua Comunione [convivialità delle differenze] che soppianta le appartenenze religiose antiche.

 

«Il Pastore, quello bello, dà la propria vita per le pecore» (v.11): Egli ha uno stile che capovolge la catena di comando avida e piramidale.

Le fraternità di Fede viva avevano ben compreso che l’esistere nello Spirito del Cristo e la vita dell’anima avevano risvolti inattesi - del tutto incompatibili con l’attaccamento all’effimero che le autorità ufficiali si concedevano.

L’irriverente Luciano di Samosata (120-190) dona uno sprazzo assai significativo di questa originalità - ancora in fieri - che lascia emergere la semplicità, il clima di fiducia reciproca e la qualità di vita dei primi credenti, trascinati dal buon esempio dei responsabili di comunità.

Il noto autore satirico, contrario a superstizioni e credulonerie tra le quali annoverava anche il Cristianesimo, porge una testimonianza indiretta e paradossale del motivo per il quale l’inattesa proposta di Condivisione a partire dai coordinatori di chiesa - così alternativa, incomprensibilmente magnanima e liberale - venisse riconosciuta.

Con linguaggio scanzonato che ancora ci fa pensare alla distanza dall’ideale, malgrado i millenni trascorsi - l’antico scrittore greco-siriano ha acutamente descritto l’impatto concreto della Fede nel vero Dio, la quale notava sempre più diffusa tra la gente.

Gesù voleva che per l’instaurazione di una società alternativa - non verticistica, non esclusiva, anzi capace di felice Convivenza - si facesse leva sul cuore popolare, a partire dalla testimonianza di ‘maestri’ autentici.

In «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] il polemista del II sec. così si esprime:

«Il loro primo Legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso, e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».

Sembrava una pazzia per l’ideale di uomo ellenista, individualista e facitore di sé, nonché per l’immagine stessa d’un amico di Dio che meritasse gloria e cortigianerie - pertanto suo protetto in “benedizioni” [convinzione che permane purtroppo quasi inalterata].

Ma come si nota fra le righe, le nuove ‘guide’ in Cristo effettivamente stavano iniziando a soppiantare la credibilità degli altri leaders più rinomati in cultura, tuttavia assai meno interessati alla realtà delle persone.

Nella vita dei ‘cristiani’ si rendeva palese un equilibrio, un venirsi incontro, un benessere e una «Via della completezza» affatto diversa da quella dell’antica ‘perfezione’ sterilizzata, unilaterale.

Domenica, 19 Aprile 2026 05:08

Immagini di Colui che si è incamminato

Cari Fratelli e Sorelle, cari Ordinandi

In quest'ora nella quale Voi, cari amici, mediante il Sacramento dell'Ordinazione sacerdotale, venite introdotti come pastori al servizio del grande Pastore Gesù Cristo, è il Signore stesso che nel Vangelo ci parla del servizio a favore del gregge di Dio. L'immagine del pastore viene da lontano. Nell'antico Oriente i re solevano designare se stessi come pastori dei loro popoli. Nell'Antico Testamento Mosè e Davide, prima di essere chiamati a diventare capi e pastori del Popolo di Dio, erano stati effettivamente pastori di greggi. Nei travagli del periodo dell'esilio, di fronte al fallimento dei pastori d'Israele, cioè delle guide politiche e religiose, Ezechiele aveva tracciato l'immagine di Dio stesso come del Pastore del suo popolo. Dice Dio tramite il profeta: "Come un pastore passa in rassegna il suo gregge ..., così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine" (Ez 34, 12). Ora Gesù annunzia che quest'ora è arrivata: Egli stesso è il Buon Pastore nel quale Dio stesso si prende cura della sua creatura, l'uomo, raccogliendo gli esseri umani e conducendoli al vero pascolo. San Pietro, al quale il Signore risorto aveva dato l'incarico di pascere le sue pecorelle, di diventare pastore con Lui e per Lui, qualifica Gesù come l'"archipoimen" - l'arcipastore (cfr 1Pt 5, 4), e con ciò intende dire che si può essere pastore del gregge di Gesù Cristo soltanto per mezzo di Lui e nella più intima comunione con Lui. È proprio questo che si esprime nel Sacramento dell'Ordinazione: il sacerdote mediante il Sacramento viene totalmente inserito in Cristo affinché, partendo da Lui e agendo in vista di Lui, egli svolga in comunione con Lui il servizio dell'unico Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole essere il nostro Pastore.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato in questa domenica è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità. Prima di riflettere su queste tre caratteristiche essenziali dell'essere pastori, sarà forse utile ricordare brevemente la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: "Chi... sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10, 1). Questa parola "sale" - "anabainei" in greco - evoca l'immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" - si può qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la vera ascesa, è questa la vera porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento - e ciò significa appunto: attraverso la donazione di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce.

Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso, e non solo in un passato lontano. Nella sacra Eucaristia ogni giorno realizza questo, dona se stesso mediante le nostre mani, dona sé a noi. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente, realmente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a ognuno di noi. È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta, mi dà la mano, se stesso. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, nell'essere una persona di cui c'è bisogno nel mondo, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.

Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono in questa frase due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca del Creatore, di Dio. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che è troppo poco e che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona un'altra voce, la voce del Creatore, del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi nel nostro caso. Innanzitutto nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, solo alla luce di Dio si capisce la profondità dell'uomo. Allora chi ci ascolta si rende conto che non parliamo di noi, di qualcosa, ma del vero Pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" gli altri nel senso biblico: non c'è una vera conoscenza senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere le pecore deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. E così anche noi tra uomini diveniamo vicini. Affinché questo modo di conoscere con il cuore di Gesù, di non legare a me ma di legare al cuore di Gesù e di creare così vera comunità, che questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore.

Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in questa parola di Caifa una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, e dire che gli altri stiano bene così: i musulmani, gli induisti e via dicendo. La Chiesa non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi per tutti e di tutti. Questo grande compito in generale lo dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo - come dice il Signore - uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Questo servizio universale, servizio per l'unità, ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.

La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. A Lui affidiamo Voi, cari fratelli, specialmente in quest'ora, affinché Egli Vi conduca e Vi porti tutti i giorni; affinché Vi aiuti a diventare, per mezzo di Lui e con Lui, buoni pastori del suo gregge. Amen!

[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione presbiterale dei diaconi, 7 maggio 2006]

Domenica, 19 Aprile 2026 05:04

Buone pecore, buoni pastori

Cristo dice: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11). Sappiamo che queste parole sono state riconfermate durante la passione. Cristo ha offerto la sua vita sulla Croce. E lo ha fatto con l’amore. Soprattutto ha desiderato corrispondere all’amore del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Adempiendo questo comando... ricevuto dal Padre” (Gv 10,18) e rivelando il suo amore, anche Cristo ha provato, in modo particolare, lo stesso amore del Padre. Lo afferma nel medesimo discorso, quando dice: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo” (Gv 10,17). Il sacrificio sul Calvario è soprattutto la donazione di se stesso, è il dono della vita che, rimanendo nella potenza del Padre, viene restituito al Figlio in una nuova, splendida forma. Così dunque la Risurrezione è lo stesso dono della Vita restituita al Figlio in compenso del suo sacrificio. Cristo è consapevole di ciò, e lo esprime anche nell’allegoria del Buon Pastore: “Nessuno me la toglie [cioè la vita], ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18).

Queste parole evidentemente si riferiscono alla Risurrezione, ed esprimono tutta la profondità del mistero pasquale.

2. Gesù è Buon Pastore per il fatto che dona la sua vita al Padre in questo modo: rendendola nel sacrificio, la offre per le pecore.

Qui entriamo nel terreno di una splendida e affascinante similitudine, già tanto cara ai profeti dell’Antico Testamento. Ecco le parole di Ezechiele: “Perché dice il Signore Dio: / Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura... / Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo / e io le farò riposare” (Ez 34,11-15; cf. Ger 31,30).

Riprendendo quest’immagine, Gesù rivelò un aspetto dell’amore del Buon Pastore che l’Antico Testamento non presentiva ancora: offrire la vita per le pecore.

Gesù nel suo insegnamento, come si sa, spesso si serviva di parabole per rendere percepibile agli uomini, generalmente semplici e abituati a pensare mediante immagini, la verità divina, che egli annunciava. L’immagine del Pastore e dell’ovile era familiare all’esperienza dei suoi ascoltatori, come non cessa di essere familiare alla mente dell’uomo contemporaneo. Anche se la civiltà e la tecnica fanno impetuosamente progressi, tuttavia questa immagine è ancora sempre attuale nella nostra realtà. I pastori portano le pecore ai pascoli (come per es. sulle montagne polacche da dove provengo) e lì rimangono con loro durante l’estate. Le accompagnano negli spostamenti del pascolo. Le custodiscono perché non si smarriscano e in modo particolare le difendono dall’animale selvatico, così come sentiamo nel discorso evangelico: “Il lupo rapisce e disperde le pecore” (cf. Gv 10,12).

Il Buon Pastore, secondo le parole di Cristo, è proprio colui che, “vedendo venire il lupo”, non fugge, ma è pronto ad esporre la propria vita, lottando col predatore perché nessuna delle pecore si perda. Se non fosse pronto a ciò, non sarebbe degno del nome di Buon Pastore. Sarebbe mercenario, ma non Pastore.

Questo è il discorso allegorico di Gesù. Il suo significato essenziale sta proprio in questo, che “il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11) e ciò, nel contesto degli avvenimenti della Settimana Santa, significa che Gesù, morendo sulla croce, ha offerto la vita per ogni uomo e per tutti gli uomini.

“Egli solo poteva farlo; egli solo poteva portare il peso del mondo intero, il peso di un mondo colpevole, il carico del peccato dell’uomo, il debito accumulato del passato, del presente e del futuro; le sofferenze che noi avremmo dovuto, ma non potuto pagare; “sul suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24), “con uno Spirito eterno offrendo se stesso senza macchia a Dio... per servire il Dio vivente” (Eb 9,14).

Tale fu l’operato di Cristo, che diede la sua vita per tutti: e perciò egli è chiamato il Buon Pastore” (J. H. Newman, Parochial and Plain Sermons, 16; London 1899, p. 235).

Mediante il sacrificio pasquale, tutti sono diventati il suo ovile, perché egli a ciascuno ha assicurato quella vita divina e soprannaturale, che fin dalla caduta dell’uomo, a causa del peccato originale, era stata perduta. Solo lui poteva restituirla all’uomo.

3. L’allegoria del Buon Pastore e, in essa, l’immagine dell’ovile hanno fondamentale importanza per capire che cosa è la Chiesa e quali compiti essa ha da adempiere nella storia dell’uomo. La Chiesa non solo deve essere “ovile”, ma deve realizzare questo mistero, che sempre si sta compiendo tra Cristo e l’uomo: il mistero del Buon Pastore, che offre la sua vita per le pecore. Così dice di essa Sant’Agostino: “Forse che Colui, il quale per primo ti cercò quando lo disprezzavi invece di ricercarlo, ti disprezzerà, o pecora, se lo ricerchi? Comincia dunque a cercarlo, lui che per primo cercò te e ti riportò sulle sue spalle. Fa’ che si avveri la sua parola: Le pecore che mi appartengono ascoltano la mia voce e mi seguono” (S. Agostino, Enarrationes in Psalmos, Ps. LXIX, 6).

La Chiesa, che è il Popolo di Dio, è, nello stesso tempo, una realtà storica e sociale, in cui questo mistero continuamente e in diversi modi si rinnova e si realizza. E diversi uomini hanno la loro parte attiva in questa sollecitudine per la salvezza del mondo, per la santificazione del prossimo che è e non cessa di essere la sollecitudine propria di Cristo crocifisso e risorto. Certamente tale è, per esempio, la sollecitudine dei genitori nei confronti dei loro figli. Di più: la sollecitudine di ogni cristiano, senza differenza, nei confronti del prossimo, dei fratelli e delle sorelle, che Dio mette sulla sua strada.

Evidentemente questa sollecitudine pastorale è in modo particolare la vocazione dei pastori: presbiteri e vescovi. Ed essi devono in modo particolare fissare lo sguardo sulla figura del Buon Pastore, meditare tutte le parole del discorso di Cristo e misurare su di esse la propria vita.

Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30).

4. Secondo il discorso evangelico sul Buon Pastore, la Chiesa ogni anno nella propria liturgia ricostruisce la vita e la morte di San Stanislao. Vescovo di Cracovia. La sua memoria nel calendario liturgico della Chiesa universale ricorre l’11 aprile – data della morte che subì nel 1079 dalle mani del re Boleslao Ardito –; invece in Polonia la festa di questo principale Patrono viene celebrata tradizionalmente nel giorno 8 maggio.

Quest’anno ricorrono 900 anni, nove secoli, dal momento in cui – seguendo i testi liturgici – possiamo ripetere di lui che ha offerto la vita per le sue pecore (cf. Gv 10,11). E anche se questa morte è tanto distante da noi nel tempo, non cessa di avere l’eloquenza di una testimonianza particolare.

Nel corso della storia i Connazionali si univano spiritualmente attorno alla figura di San Stanislao, soprattutto nei periodi difficili.

Nell’anno in corso, anno di Grande Giubileo, come primo Papa Polacco, fino a poco fa ancora successore di San Stanislao sulla sede vescovile di Cracovia, desidero partecipare alla solennità in onore del santo Patrono della Polonia.

Insieme con tutti coloro che festeggiano questa solennità desideriamo avvicinarci di nuovo a Cristo Buon Pastore, che “offre la vita per le pecore”, affinché egli sia la nostra forza per i secoli futuri e per le nuove generazioni.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 maggio 1979]

Domenica, 19 Aprile 2026 04:52

La maggioranza

In questa quarta domenica di Pasqua, detta domenica del Buon Pastore, il Vangelo (Gv 10,11-18) presenta Gesù come il vero pastore, che difende, conosce e ama le sue pecore.

A Lui, Buon Pastore, si contrappone il “mercenario”, al quale non importano le pecore, perché non sono sue. Fa questo mestiere solo per la paga, e non si preoccupa di difenderle: quando arriva il lupo fugge e le abbandona (cfr vv. 12-13). Gesù, invece, pastore vero, ci difende sempre, ci salva in tante situazioni difficili, situazioni pericolose, mediante la luce della sua parola e la forza della sua presenza, che noi sperimentiamo sempre e, se vogliamo ascoltare, tutti i giorni.

Il secondo aspetto è che Gesù, pastore buono, conosce – il primo aspetto: difende, il secondo: conosce – le sue pecore e le pecore conoscono Lui (v. 14). Come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce ad uno ad uno, che non siamo degli anonimi per Lui, che il nostro nome gli è noto! Per Lui non siamo “massa”, “moltitudine”, no. Siamo persone uniche, ciascuno con la propria storia, [e Lui] ci conosce ciascuno con la propria storia, ciascuno con il proprio valore, sia in quanto creatura sia in quanto redento da Cristo. Ognuno di noi può dire: Gesù mi conosce! È vero, è così: Lui ci conosce come nessun altro. Solo Lui sa che cosa c’è nel nostro cuore, le intenzioni, i sentimenti più nascosti. Gesù conosce i nostri pregi e i nostri difetti, ed è sempre pronto a prendersi cura di noi, per sanare le piaghe dei nostri errori con l’abbondanza della sua misericordia. In Lui si realizza pienamente l’immagine del pastore del popolo di Dio, che avevano delineato i profeti: Gesù si preoccupa delle sue pecore, le raduna, fascia quella ferita, cura quella malata. Così possiamo leggere nel Libro del profeta Ezechiele (cfr 34,11-16).

Dunque, Gesù Buon Pastore difende, conosce, e soprattutto ama le sue pecore. E per questo dà la vita per loro (cfr Gv 10,15). L’amore per le pecore, cioè per ognuno di noi, lo porta a morire sulla croce, perché questa è la volontà del Padre, che nessuno vada perduto. L’amore di Cristo non è selettivo, abbraccia tutti. Ce lo ricorda Lui stesso nel Vangelo di oggi, quando dice: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). Queste parole attestano la sua ansia universale: Lui è pastore di tutti. Gesù vuole che tutti possano ricevere l’amore del Padre e incontrare Dio.

E la Chiesa è chiamata a portare avanti questa missione di Cristo. Oltre a quanti frequentano le nostre comunità, ci sono tante persone, la maggioranza, che lo fanno solo in casi particolari o mai. Ma non per questo non sono figli di Dio: il Padre affida tutti a Gesù Buon Pastore, che per tutti ha dato la vita.

Fratelli e sorelle, Gesù difende, conosce e ama tutti noi. Maria Santissima ci aiuti ad accogliere e seguire noi per primi il Buon Pastore, per cooperare con gioia alla sua missione.

[Papa Francesco, Regina Coeli 25 aprile 2021]

Sabato, 18 Aprile 2026 04:26

Si può e si deve uscire

«Io Sono la Porta delle pecore»

(Gv 10,1-10)

 

Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.

La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale [irripetibile secondo carattere].

In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.

Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima a essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.

Gesù prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero ‘gregge’ sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.

 

Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.

La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.

Per il Pastore autentico non esistono folle anonime.

Quindi non racchiude dentro gli antichi ‘recinti sacri’ (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti (v.8).

Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).

La Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.

Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci [con forza] fuori dagli ovili ristretti.

 

L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.

Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].

E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.

In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.

 

Mettendo in conto la presenza di ostacoli senza i quali non si cresce, nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.

Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli ‘da vicino’, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.

 

 

[4a Domenica di Pasqua (anno A), 26 aprile 2026]

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«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Pope Pius II, Canonization Edict]
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Papa Pio II, Bolla di Canonizzazione]
In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd:  he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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