Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
“Cuore di Gesù, vittima dei peccati, abbi pietà di noi”.
1. Carissimi fratelli e sorelle, questa invocazione delle litanie del Sacro Cuore ci ricorda che Gesù, secondo la parola dell’apostolo Paolo, “è stato messo a morte per i nostri peccati” (Rm 4, 25); benché, infatti, egli non avesse commesso peccato, “Dio lo ha trattato da peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21). Sul Cuore di Cristo gravò, immane, il peso del peccato del mondo.
In lui si è compiuta in modo perfetto la figura dell’“agnello pasquale”, vittima offerta a Dio perché nel segno del suo sangue fossero risparmiati i primogeniti degli Ebrei (cf. Es 12, 21-27). Giustamente, pertanto, Giovanni Battista riconobbe in lui il vero “Agnello di Dio” (Gv 1, 29): - agnello innocente, che aveva preso su di sé il peccato del mondo per immergerlo nelle acque salutari del Giordano (cf. Mt 3, 3-16 et par.); - agnello mite, “condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is 53,7), perché dal suo divino silenzio fosse confusa la parola superba degli uomini iniqui.
Gesù è vittima volontaria, perché si è offerto “liberamente alla sua passione” (Missale Romanum, Prex euchar. II), quale vittima di espiazione per i peccati degli uomini (cf. Lv 1, 4; Eb 10, 5-10). che ha consumato nel fuoco del suo amore.
2. Gesù è vittima eterna. Risorto da morte e glorificato alla destra del Padre, egli conserva nel suo corpo immortale i segni delle piaghe delle mani e dei piedi forati, del costato trafitto (cf. Gv 20, 27; Lc 24, 39-40) e li presenta al Padre nella sua incessante preghiera di intercessione in nostro favore (cf. Eb 7, 25; Rm 8, 34).
La mirabile sequenza della Messa di Pasqua, ricordando questo dato della nostra fede, esorta:
“Alla vittima pasquale, / si innalzi oggi il sacrificio di lode. / L’agnello ha redento il suo gregge. / L’innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre” (Sequentia “Victimae Paschali”, str. 1).
E il prefazio di tale solennità proclama:
Cristo è “il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, / è lui che morendo ha distrutto la morte, / e risorgendo ha ridato a noi la vita”.
3. Fratelli e sorelle, in quest’ora della preghiera mariana abbiamo contemplato il Cuore di Gesù vittima dei nostri peccati; ma prima di tutti e più profondamente di tutti lo contemplò la sua Madre addolorata, della quale la liturgia canta: “Per i peccati del popolo suo / ella vide Gesù nei tormenti / del duro supplizio” (Sequentia “Stabat Mater”, str 7).
Nella prossimità della memoria liturgica della beata Vergine Maria addolorata, ricordiamo questa presenza intrepida e interceditrice della Madonna sotto la Croce del Calvario, e pensiamo con immensa riconoscenza che, in quel momento, il Cristo morente, vittima dei peccati del mondo, ce l’ha affidata come Madre: “Ecco la tua Madre” (Gv 19, 27).
A Maria affidiamo la nostra preghiera, mentre diciamo al Figlio suo Gesù:
Cuore di Gesù,
vittima dei nostri peccati,
accogli la nostra lode,
la gratitudine perenne,
il pentimento sincero.
Abbi pietà di noi,
oggi e sempre. Amen.
[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 10 settembre 1989]
Questa seconda domenica del Tempo Ordinario si pone in continuità con l’Epifania e con la festa del Battesimo di Gesù. Il brano evangelico (cfr Gv 1,29-34) ci parla ancora della manifestazione di Gesù. Infatti, dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano, Egli fu consacrato dallo Spirito Santo che si posò su di Lui e venne proclamato Figlio di Dio dalla voce del Padre celeste (cfr Mt 3,16-17 e par.). L’Evangelista Giovanni, a differenza degli altri tre, non descrive l’avvenimento, ma ci propone la testimonianza di Giovanni Battista. Egli è stato il primo testimone di Cristo. Dio lo aveva chiamato e lo aveva preparato per questo.
Il Battista non può trattenere l’impellente desiderio di rendere testimonianza a Gesù e dichiara: «Io ho visto e ho testimoniato» (v. 34). Giovanni ha visto qualcosa di sconvolgente, cioè il Figlio amato di Dio solidale con i peccatori; e lo Spirito Santo gli ha fatto comprendere la novità inaudita, un vero ribaltamento. Infatti, mentre in tutte le religioni è l’uomo che offre e sacrifica qualcosa a Dio, nell’evento Gesù è Dio che offre il proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. Giovanni manifesta il suo stupore e il suo consenso a questa novità portata da Gesù, mediante un’espressione pregnante che noi ripetiamo ogni volta nella Messa: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (v. 29).
La testimonianza di Giovanni Battista ci invita a ripartire sempre di nuovo nel nostro cammino di fede: ripartire da Gesù Cristo, Agnello pieno di misericordia che il Padre ha dato per noi. Lasciarci nuovamente sorprendere dalla scelta di Dio di stare dalla nostra parte, di farsi solidale con noi peccatori, e di salvare il mondo dal male facendosene carico totalmente.
Impariamo da Giovanni Battista a non presumere di conoscere già Gesù, di sapere già tutto di Lui (cfr v. 31). Non è così. Fermiamoci sul Vangelo, magari anche contemplando un’icona di Cristo, un “Volto santo”. Contempliamo con gli occhi e più ancora col cuore; e lasciamoci istruire dallo Spirito Santo, che dentro ci dice: È Lui! È il Figlio di Dio fattosi agnello, immolato per amore. Lui, Lui solo ha portato, Lui solo ha sofferto, ha espiato il peccato di ognuno di noi, il peccato del mondo, e anche i miei peccati. Tutti. Li ha portati tutti su di sé e li ha tolti da noi, perché noi fossimo finalmente liberi, non più schiavi del male. Sì, ancora poveri peccatori siamo, ma non schiavi, no, non schiavi: figli, figli di Dio!
La Vergine Maria ci ottenga la forza di rendere testimonianza al suo Figlio Gesù; di annunciarlo con gioia con una vita liberata dal male e una parola piena di fede meravigliata e riconoscente.
[Papa Francesco, Angelus 19 gennaio 2020]
Seduto e con l’occhio sui registri, solo poi ricco - anzi, ‘signore’
(Mc 2,13-17)
Nell’epoca in cui Mc redige il suo Vangelo nelle comunità di Roma sorge un attrito sul genere di partecipazione ammissibile alle riunioni, e sullo Spezzare il Pane.
Conflitto di opinioni che metteva di fronte uno contro l’altro il gruppo dei convertiti provenienti dal paganesimo e quello giudaizzante.
Mc narra l’episodio di Levi [evitando di chiamarlo esplicitamente Matteo] per accentuare la sua derivazione - e in tal guisa descrivere come Gesù stesso aveva affrontato il medesimo conflitto: senz’alcuna attenzione rituale o sacrale, se non all’uomo.
L’evangelista intendeva così aiutare i fedeli a comprendere il balzo dalla religiosità comune alla Fede nella Persona del Cristo, e la fiducia nei fratelli, senza distinzioni.
A tale scopo il passo di Vangelo sottolinea che gli stessi apostoli (v.15) non erano stati affatto chiamati dal Signore alla rigorosa prassi di segregazione tipica delle credenze etnico-puriste.
La Lieta Notizia di Mc è che la vita di Comunione non è una gratificazione, né un riconoscimento.
L’Eucaristia non è premio per i meriti, né un discrimine a favore di emarginazioni sacrali.
La proibizione dev’essere sostituita dall’amicizia. L’intransigenza va soppiantata dall’indulgenza, la durezza dalla condiscendenza.
I seguaci del Signore devono condividere la vita con chiunque - persino pubblici peccatori come il figlio di Alfeo.
Ciò senza prima pretendere alcuna patente, né lunghe discipline dell’arcano - o pratiche che celebrino distanze [come le abluzioni che precedevano il pasto].
Nel testo parallelo di Mt 9,9-13 l’esattore è chiamato esplicitamente per nome: Matteo, onde sottolineare l’identico richiamo alla comunità.
Matathiah significa infatti «uomo di Dio», «dato da Dio»; precisamente «Dono di Dio» [Matath-Yah].
Secondo l’insegnamento diretto dello stesso Gesù - persino nei confronti di uno degli apostoli - l’unica impurità è quella di non dare spazio a chi lo chiede perché non ne ha.
Il Signore vuole condivisione coi trasgressori, non a motivo d’una banalità ideologica: è l’invito a riconoscersi. Non per sottometterci a qualche paternalismo umiliante, ma perché lasciarsi trasformare da poveri o ricchi in ‘signori’, è una risorsa.
«E avviene che Egli si adagia a Mensa nella Sua Casa e molti pubblicani e peccatori erano stesi con Gesù e i suoi discepoli, perché erano moltitudini e lo seguivano» (v.15).
«Erano stesi [a mensa]»: secondo il modo di celebrare i banchetti solenni da parte degli uomini ‘liberi’ - ormai tutti liberi.
Che meraviglia, un ‘ostensorio’ del genere! Un Corpo vivo di Cristo che profuma di concreta Unione, convivialità delle differenze - non di respingimenti per trasgressione!
È questa tutta empatica e regale la bella consapevolezza che spiana e rende credibile il contenuto dell’Annuncio (v.17) - sebbene urti la suscettibilità dei maestri ufficiali.
Ma Gesù inaugura un nuovo tipo di relazioni, e un’Alleanza Nuova, di feconde divergenze - anche dentro noi.
Non è la ‘perfezione’ che ci fa amare l’Esodo.
[Sabato 1.a sett. T.O. 17 gennaio 2026]
Ma può partecipare al rito?
(Mc 2,13-17)
Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 30 agosto 2006]
Nell’epoca in cui Mc redige il suo Vangelo (guerra civile dell’anno dei quattro Cesari) sorge nelle comunità di Roma un attrito sul genere di partecipazione ammissibile alle riunioni, e lo Spezzare il Pane.
Conflitto di opinioni che metteva di fronte uno contro l’altro il gruppo dei convertiti provenienti dal paganesimo e quello giudaizzante: questi ultimi non gradivano i contatti abituali coi lontani dalla loro mentalità, ma la distinzione.
Sia nelle assemblee che nella qualità della vita fraterna di tutti i giorni sorgevano attriti. Ad es. i provenienti dal giudaismo non gradivano entrare nelle case dei pagani - tantomeno amavano condividere la Mensa coi (ritenuti) contaminati.
Questi fratelli di chiesa erano abituati a valutare ancora sacralmente profano avere una contiguità qualsiasi con chiunque, o addirittura accettare i giudicati infetti.
La concezione devota delle ripartizioni morali portava a credere che bisognasse tenere i nuovi a distanza, col semplice sospetto di non essersi forse adeguati al peso identitario (non ancora demitizzato) delle tradizioni semitiche.
L’evangelista narra l’episodio di Levi [evitando di chiamarlo esplicitamente Matteo] per accentuare la sua derivazione paradossalmente cultuale e semitica.
Così Mc vuole descrivere come Gesù stesso abbia affrontato il medesimo conflitto cui sopra: senz’alcuna attenzione rituale o sacrale, se non all’uomo.
Insomma, secondo il Maestro, nel cammino di Fede il rapporto coi lontani e diversi, e i nostri stessi disagi o abissi reconditi, hanno qualcosa da dirci.
Mc intendeva aiutare i fedeli giudeo-cristiani a comprendere il balzo della Fede in itinere - messa a paragone con la religiosità comune, zeppa di credenze assurde, separazioni, atteggiamenti schizzinosi.
Apertura discriminante è la speranza nella vita stessa che viene e chiama a cedere posizioni artificiose, quindi ecco la possibilità d’inserire l’insegnamento, la vicenda, la Persona del Cristo.
Egli guida all’affidamento esistenziale, alla fiducia globale; a credere propria la vicenda del pubblico peccatore, che è ciascuno.
Per procedere su tale Via si parte dalle energie inespresse dei propri stessi stati primordiali, riconosciuti, assunti, resi fecondi personalmente e dilatati nei fratelli; senza distinzioni.
A tale scopo il passo di Vangelo sottolinea che a suo tempo gli apostoli (v.15) non erano stati affatto chiamati dal Signore alla medesima e rigorosa prassi di segregazione tipica delle credenze etnico-puriste, la quale pur vigeva attorno a loro.
Dunque, i credenti di fine anni 60 non dovevano tenersi in disparte: avevano piuttosto bisogno d’imparare a infrangere l’isolamento delle norme di conformismo sociale e cultuale.
Il Padre è Presenza amica.
La Lieta Notizia di tale pericope è che la vita di fraternità e convivenza non è gratificazione, né un riconoscimento.
L’Eucaristia non è dunque il premio per i meriti, né un discrimine a favore di emarginazioni sacrali - o di casistiche adultoidi.
Dio non ci complica l’esistenza, caricandola di troppi obblighi e doveri che appesantiscono le nostre giornate e tutta la vita; anzi, li spazza via.
Per questo motivo, la figura del nuovo Rabbi toccava il cuore della gente, senza confini.
Insomma anche per noi la proibizione dev’essere sostituita dall’amicizia. L’intransigenza va soppiantata dall’indulgenza; la durezza dalla condiscendenza.
In tale avventura non siamo chiamati a forme di dissociazione: si parte da se stessi.
Così si giunge senza isterismi alle microrelazioni, e senza cariche ideologiche, alla mentalità corrente anche devota.
Mai più mète fasulle, obbiettivi superficiali, ossessioni e ragionamenti inutili, né abitudini meccaniche, antiche o altrui [mai rielaborate in sé].
Con a monte tale esperienza di scavo e immedesimazione interiore, donne e uomini di Fede devono condividere la vita con chiunque - persino con i noti trasgressori come il figlio di Alfeo; rivedendosi in loro, deponendo gli artifici.
Senza prima pretendere patente alcuna, né lunghe discipline dell’arcano o pie pratiche che celebrino distacchi, come ad es. le abluzioni che precedevano il pasto.
Nel testo parallelo di Mt 9,9-13 l’esattore è chiamato esplicitamente per nome: Matteo. Ciò, onde sottolineare i medesimi contenuti - l’identico richiamo alla comunità.
Matathiah significa infatti «uomo di Dio», «dato da Dio»; precisamente «Dono di Dio» (Matath-Yah) [malgrado la rabbia delle autorità ufficiali].
Secondo l’insegnamento diretto dello stesso Gesù - persino nei confronti di uno degli apostoli - l’unica impurità che il Padre non sopporta è quella di non dare spazio a chi lo chiede perché non ne ha.
Il Signore vuole comunione integrale coi trasgressori, non a motivo d’una banalità ideologica: è l’invito a riconoscersi, confessare, convenire, condividere.
Non per sottomettere i suoi intimi a una qualche forma di paternalismo umiliante: sapersi incompleti e lasciarsi trasformare da poveri o ricchi in ‘signori’, è una risorsa.
«E avviene che Egli si adagia a Mensa nella Sua Casa e molti pubblicani e peccatori erano stesi con Gesù e i suoi discepoli, perché erano moltitudini e lo seguivano» (v.15 testo greco).
«Erano stesi [a mensa]»: secondo il modo di celebrare i banchetti solenni da parte degli uomini ‘liberi’ - ormai tutti liberi.
Che meraviglia, un ‘ostensorio’ del genere! Un Corpo vivo di Cristo che profuma di concreta Unione, convivialità delle differenze - non di respingimenti per trasgressione!
È questa tutta empatica e regale la bella consapevolezza che spiana e rende credibile il contenuto dell’Annuncio (v.17) - sebbene urti la suscettibilità dei maestri ufficiali.
D’ora in poi, la ripartizione fra credenti o meno sarà assai più umanizzante che fra “rinati” e non, o puri e impuri.
Tutta un’altra caratura - principio di una vita da salvati che si dispiega e straripa oltre i clubs.
Cristo chiama, accoglie e redime anche il Levi in noi, ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.
Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato: quello rigido e quello - altrettanto nostro - da gabelliere.
Reintegrando gli opposti, li farà addirittura fiorire: diverranno aspetti inclusivi, irrinunciabili, alleati e intimamente vincenti della futura testimonianza, potenziata d’amore genuino.
Essere considerati forti, capaci di comandare, osservanti, eccellenti, incontaminati, magnifici, performanti, straordinari, gloriosi, indefettibili… danneggia le persone.
Ci mette una maschera, rende unilaterali; toglie la comprensione. Fa galleggiare il personaggio in cui siamo seduti, al di sopra della realtà.
Per la crescita e fioritura di ciascuno, più importante di vincere sempre è imparare ad accogliere, cedere fino a capitolare; farsi considerare manchevoli, inadeguati.
Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».
La norma artificiosa (purtroppo, talora anche la guida poco accorta) fa vivere in funzione del successo e della gloria esterna, ottenuta attraverso compartimenti.
Gesù inaugura un nuovo tipo di relazioni, e “patti” di feconde divergenze - un’Alleanza Nuova, anche dentro noi.
Qui Crea tutto la sola Parola «Segui Me» (v.14) [non “altri”].
La Sapienza del Maestro e l’arte poliedrica della Natura [esemplificata nella saggezza cristallina del Tao] conducono tutti a essere incisivi e umani.
Non è la ‘perfezione’ che ci fa amare l’Esodo.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Qual è il tuo punto di forza spirituale e umana? Come si è generato?
Cari fratelli e sorelle,
proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.
Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l'opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l'importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano ... non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo - “poiché non c'è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all'istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l'adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 30 agosto 2006]
5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia inizio pontificato 22 ottobre 1978]
Con la sua misericordia Gesù sceglie gli apostoli anche «dal peggio», tra i peccatori e i corrotti. Ma sta a loro conservare «la memoria di questa misericordia», ricordando «da dove si è stati scelti», senza montarsi la testa o pensare a far carriera come funzionari, sistematori di piani pastorali e affaristi. È la testimonianza concreta della conversione di Matteo che Papa Francesco ha riproposto celebrando la messa a Santa Marta venerdì 21 settembre, nel giorno della festa dell’apostolo ed evangelista.
«Nell’orazione colletta abbiamo pregato il Signore e abbiamo detto che nel suo disegno di misericordia ha scelto Matteo, il pubblicano, per costituirlo apostolo» ha subito ricordato il Pontefice, che ha indicato come chiave di lettura «tre parole: disegno di misericordia, scelto-scegliere, costituire».
«Mentre andava via — ha spiegato Francesco riferendosi proprio al passo evangelico di Matteo (9, 9-13) — Gesù vide un uomo chiamato Matteo seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Era un pubblicano, cioè un corrotto, perché per i soldi tradiva la patria. Un traditore del suo popolo: il peggio».
In realtà, ha fatto presente il Papa, qualcuno potrebbe obiettare che «Gesù non ha buon senso per scegliere la gente»: «perché ha scelto fra tanti altri» questa persona «dal peggio, proprio dal niente, dal posto più disprezzato»? Del resto, ha spiegato il Pontefice, nello stesso modo il Signore «ha scelto la samaritana per andare ad annunciare che lui era il messia: una donna scartata dal popolo perché non era proprio una santa; e ha scelto tanti altri peccatori e li ha costituiti apostoli». E poi, ha aggiunto, «nella vita della Chiesa, tanti cristiani, tanti santi che sono stati scelti dal più basso».
Francesco ha ricordato che «questa coscienza che noi cristiani dovremmo avere — da dove sono stato scelto, da dove sono stata scelta per essere cristiano — deve permanere per tutta la vita, rimanere lì e avere la memoria dei nostri peccati, la memoria che il Signore ha avuto misericordia dei miei peccati e mi ha scelto per essere cristiano, per essere apostolo».
Dunque «il Signore sceglie». L’orazione colletta è chiara: «Signore, che hai scelto il pubblicano Matteo e lo hai costituito apostolo»: cioè, ha insistito, «dal peggio al posto più alto». In risposta a questa chiamata, ha fatto notare il Papa, «cosa ha fatto Matteo? Si vestì di lusso? Incominciò a dire “io sono il principe degli apostoli, con voi”, con gli apostoli? Qui comando io? No! Ha lavorato tutta la vita per il Vangelo, con quanta pazienza ha scritto il Vangelo in aramaico». Matteo, ha spiegato il Pontefice, «ha sempre avuto in mente da dove era stato scelto: dal più basso».
Il fatto è, ha rilanciato il Papa, che «quando l’apostolo dimentica le sue origini e incomincia a fare carriera, si allontana dal Signore e diventa un funzionario; che fa tanto bene, forse, ma non è apostolo». E così «sarà incapace di trasmettere Gesù; sarà un sistematore di piani pastorali, di tante cose; ma alla fine, un affarista, un affarista del regno di Dio, perché ha dimenticato da dove era stato scelto».
Per questo, ha affermato Francesco, è importante avere «la memoria, sempre, delle nostre origini, del posto nel quale il Signore mi ha guardato; quel fascino dello sguardo del Signore che mi ha chiamato a essere cristiano, a essere apostolo. Questa memoria deve accompagnare la vita dell’apostolo e di ogni cristiano».
«Noi infatti siamo abituati sempre a guardare i peccati altrui: guarda questo, guarda quello, guarda quell’altro», ha proseguito il Papa. Invece «Gesù ci ha detto: “per favore, non guardare la pagliuzza negli occhi altrui; guarda cosa hai tu nel tuo cuore”». Ma, ha insistito il Pontefice, «è più divertente sparlare degli altri: è una cosa bellissima, sembra». Tanto che «sparlare degli altri» appare un po’ «come le caramelle al miele, che sono buonissime: tu prendi una, è buona; prendi due, è buona; tre... prendi mezzo chilo e ti fa male lo stomaco e stai male».
Invece, ha suggerito Francesco, «parla male di te stesso, accusa te stesso, ricordando i tuoi peccati, ricordando da dove il Signore ti ha scelto. Sei stato scelto, sei stata scelta. Ti ha preso per mano e ti ha portato qui. Quando il Signore ti ha scelto non ha fatto le cosa a metà: ti sceglie per qualcosa di grande, sempre».
«Essere cristiano — ha affermato — è una cosa grande, bella. Siamo noi ad allontanarci e a voler rimanere a metà cammino, perché quello è molto difficile; e a negoziare con il Signore» dicendo: «Signore, no, soltanto fino a qui». Ma «il Signore è paziente, il Signore sa tollerare le cose: è paziente, ci aspetta. Ma a noi manca generosità: a lui no. Lui sempre ti prende dal più basso al più alto. Così ha fatto con Matteo e ha fatto con tutti noi e continuerà a fare».
In riferimento all’apostolo, il Pontefice ha spiegato come lui abbia «sentito qualcosa di forte, tanto forte, al punto di lasciare sul tavolo l’amore della sua vita: i soldi». Matteo «lasciò la corruzione del suo cuore, per seguire Gesù. Lo sguardo di Gesù, forte: “Seguimi!”. E lui lasciò», nonostante fosse «così attaccato» ai soldi. «E sicuramente — non c’era telefono, a quel tempo — avrà inviato qualcuno a dire ai suoi amici, a quelli della cricca, del gruppo dei pubblicani: “venite a pranzo con me, perché farò festa per il maestro”».
Dunque, come racconta il brano del Vangelo, «erano a tavola tutti, questi: il peggio del peggio della società di quel tempo. E Gesù con loro. Gesù non è andato a pranzo con i giusti, con quelli che si sentivano giusti, con i dottori della legge, in quel momento. Una volta, due volte è andato anche con quest’ultimi, ma in quel momento è andato con loro, con quel sindacato di pubblicani».
Ed ecco che, ha proseguito Francesco, «i dottori della legge si sono scandalizzati. Chiamarono i discepoli e dissero: “come mai il tuo maestro fa questo, con questa gente? Diventa impuro!”: mangiare con un impuro ti contagia, non sei più puro». Udito questo, è Gesù stesso che «dice questa terza parola: “Andate a imparare cosa vuol dire: ‘misericordia io voglio e non sacrifici’”». Perché «la misericordia di Dio cerca tutti, perdona tutti. Soltanto, ti chiede di dire: “Sì, aiutami”. Soltanto quello».
«Quando gli apostoli andavano tra i peccatori, pensiamo a Paolo, nella comunità di Corinto, alcuni si scandalizzavano» ha spiegato il Papa. Essi dicevano: «Ma perché va da quella gente che è gente pagana, è gente peccatrice, perché ci va?». La risposta di Gesù è chiara: «Perché non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: “Misericordia voglio e non sacrifici”».
«Matteo scelto! Sceglie sempre Gesù» ha rilanciato il Pontefice. Il Signore sceglie «tramite persone, tramite situazioni o direttamente». Matteo è «costituito apostolo: chi costituisce nella Chiesa e dà la missione è Gesù. L’apostolo Matteo e tanti altri ricordavano le loro origini: peccatori, corrotti. E questo perché? Per la misericordia. Per il disegno di misericordia».
Francesco ha riconosciuto che «capire la misericordia del Signore è un mistero; ma il mistero più grande, più bello, è il cuore di Dio. Se tu vuoi arrivare proprio al cuore di Dio, prendi la strada della misericordia e lasciati trattare con misericordia». È esattamente la storia di «Matteo, scelto dal banco del cambiavalute dove si pagavano le tasse. Scelto dal basso. Costituito nel posto più alto. Perché? Per misericordia». In questa prospettiva, ha concluso il Papa, «impariamo noi cosa vuol dire “misericordia voglio, e non sacrifici”».
[Papa Francesco, a s. Marta, Osservatore Romano del 22.09.2018]
Scoperchiare e spalancare “sinagoghe”: bivio insolito della Tenerezza
(Mc 2,1-12)
Gesù insegna e guarisce. Non annuncia il Sovrano delle religioni, ma un Padre - figura attraente, che non minaccia, né mette in castigo, ma accoglie, dialoga, perdona, fa crescere.
Il contrario di ciò che trasmettevano le guide ufficiali, legate all’idea di una divinità arcaica, sospettosa e prevenuta, la quale discriminava tra amici e nemici.
Dio si esprime non in forme oppressive, ma nel modo dell’Alleanza famigliare e interumana: non gode dei perfetti, sterilizzati e puri, ma offre a tutti il suo Amore senza requisiti.
L’imperfezione infatti non è espressione di peccato, e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.7).
I collaboratori del Signore portano a Lui tutti i paralitici, ossia coloro che si sono bloccati e continuano a stare nelle loro barelle - dove forse li hanno sdraiati quelli dell’opinione comune.
Sono persone le quali nella vita sembra non procedano né in direzione dell’Eterno, né vanno agli altri. Neanche riescono a incontrare se stesse.
Solo il contatto personale col Cristo può slegare questi cadaveri che vegetano, dal loro stagno deprimente.
Gli amici di Dio «vengono portando a lui un paralitico sorretto da quattro» (Mc 2,3): provengono da ogni dove, dai quattro punti cardinali; da origini diversissime, anche opposte - che non t’aspetti.
Essi fanno di tutto per condurre i bisognosi dal Maestro, ma talora si ritrovano davanti una folla impermeabile, che non consente un rapporto personale diretto (vv.3-4).
Cosa fare? Un’azione di smantellamento. Opera assai gradita al Padre - e che il Figlio valuta come espressione di Fede (v.5)!
Fede che pensa e crede «un mondo aperto dove ci sia posto per tutti» [FT n.155].
Le “sinagoghe” insopportabili propugnano viceversa «una divisione binaria» [FT n.156] che tenta di «classificare».
Insomma, vi sono club refrattari che pretendono di appropriarsi del povero Gesù. Perciò le loro “sedi” vanno scoperchiate e spalancate (v.4) - con estrema decisione, per non far impallidire la vita.
Notiamo che non tappe azzeccate, ma solo l’iniziativa inusitata supera lo stagno delle strutture prese in ostaggio - dove ci si dovrebbe solo mettere in fila, aspettare il turno, accontentarsi... e assopire.
L’impeto per le esigenze di vita piena, perspicace, può e deve vincere ogni senso di finta compattezza collettiva.
Nessun segno di gioia da parte delle autorità (vv.7-8) che tracciano solo diagnosi negative - invece la gente è entusiasta (v.12).
Il passo di Mc fa comprendere che il problema del ‘paralitico’ non è il suo disagio, il senso di oppressione, l’apparente sventura.
Non sono queste le rotture del rapporto con la vita e con Dio.
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della terapia, e del ‘vis-à-vis’.
Le configurazioni eccentriche - ritenute miserabili - contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci obbligano al rapporto a tu per tu con nostro Signore. Quasi a cercarne la Somiglianza.
Insomma, siamo chiamati a scegliere in modo davvero insolito, rispetto ai cliché.
E secondo i Vangeli l’iniziativa di Fede personale è crocevia decisivo - strada del desiderio impellente e universale di vivere completamente.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
[Venerdì 1.a sett. T.O. 16 gennaio 2026]
Scoperchiare e spalancare “sinagoghe”: bivio insolito della Tenerezza
(Mc 2,1-12)
Paralisi e castigo: diversa Tenerezza [introduzione]
L’episodio testimonia del duro scontro fra sinagoga e prime fraternità di Fede, dove senza previe condizioni di purità rituale o legale tutti erano invitati a condividere la mensa e lo spezzare del pane.
Su delega ideale del Signore, già nelle chiese primitive vigeva una prassi fraterna (sconosciuta ad altri) di perdono reciproco e persino cancellazione di debiti contratti, sino alla comunione dei beni.
Realtà in grado di rimettere in piedi e far procedere qualsiasi persona, anche i miserabili - a partire dalla loro coscienza (v.3), soffocata da una religione che accentuava il senso d’indegnità.
Secondo credenza popolare, le condizioni di penuria o disgrazia erano un castigo.
Gesù è viceversa Colui che restituisce un orizzonte di autenticità al credere, nuova consapevolezza e speranza alla persona affetta da paralisi - ossia incapace di andare verso Dio e verso gli uomini.
«Dico a te, alzati, prendi la tua barella e va’ nella tua casa» [Mc 2,11; cf. Mt 9,6; Lc 5,24].
A partire da ciò che siamo - ossia già colmi di risorse, oltre ogni apparenza - viviamo per Fede il medesimo stato del «Figlio dell’uomo» (v.10).
È tale il requisito dei Risorti nel Signore: coloro che manifestano la Persona in pienezza - nella condizione divina.
In Cristo possiamo liberarci dalle costrizioni che facevano vivere orizzontali, proni e anchilosati.
Recuperando dignità, ora possiamo stare ritti e promuovere la vita; quindi fare ritorno alla Casa ch’è davvero nostra [Mc 2,10-12; cf. Mt 9,6-7; Lc 9, 24-25].
Per gli esperti il perdono annunciato dal Signore non è solo un’offesa nei confronti del loro supposto prestigio e rango spirituale, ma un sacrilegio e una bestemmia.
Del resto, come fare presa sulla massa - da parte di questi leaders distruttivi - se non intimidendola e facendola sentire inadeguata, sterile, incapace, non abilitata, senza vie d’uscita?
Tutta la vita del popolo era condizionata da ossessioni d’impurità e peccato.
Invece, il Maestro rivela che la propensione divina è solo perdonare per valorizzare - e l’attitudine dell’uomo di Fede, rinascere e aiutare a farlo.
Infatti la gratuità del Padre si vede dall’azione di attesa e comprensione esercitata dagli uomini di Dio più autentici: coloro in grado di cesellare ambienti sani.
Non solo per virtù propria, ma perché la tolleranza introduce nuove forze, sconosciute; differenti potenze, che rovesciano le situazioni.
Esse lasciano trascorrere altre energie, creative e rigeneranti i malfermi - viceversa mortifere, purtroppo, dove non ci si promuove.
Solo Gesù è Colui che rende visibile e palese la guarigione che sembrava missione impossibile. E prima che fisica, facendoci rifiorire dalle paure della falsa morale o devozione, che impone argini assurdi all’autonomia.
La proposta del giovane Rabbi non ci affossa sotto un cumulo di arroganze impersonali. Sana i bloccati, li rimette in gara.
«Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene» [Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009].
I “fratelli” del Signore [cf. passi paralleli Mt 9,1-8 e Lc 5,17-26] fanno di tutto per condurre i bisognosi dal Maestro.
Spesso però si ritrovano davanti una folla di sequestratori del Sacro che non consente un rapporto faccia a faccia, personale, immediato.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena di tutti noi bisognosi deve allora vincere il senso di appartenenza “culturale”, eticista, dottrinale e rituale - che solo ricalca e ribadisce.
Purtroppo, nessun segno di gioia da parte delle autorità [Mt 9,3; Mc 2,6-8; Lc 5,21] - ma la gente è entusiasta [Mt 9,8; Mc 2,12; Lc 5,26]. Perché?
Un altro tipo di mondo
Gesù insegna e guarisce. Non annuncia il Dio delle religioni, ma un Padre - figura attraente, che non minaccia, né mette in castigo, bensì accoglie, dialoga, perdona, fa crescere.
Il contrario di ciò che trasmettevano le guide ufficiali, legate all’idea di una divinità arcaica, sospettosa e prevenuta, che discriminava tra amici e nemici.
Il Padre si esprime in forme non oppressive, nel modo dell’Alleanza famigliare e interumana: non gode dei perfetti, sterilizzati e puri - offre a tutti il suo Amore senza requisiti.
L’imperfezione infatti non è espressione di colpa, bensì una condizione - e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.7).
È tale consapevolezza che suscita persone liberate e un ordine nuovo: «per stringere legami di unità, di progetti comuni, di speranze condivise» [Fratelli Tutti, n.287].
I collaboratori del Signore portano a Lui tutti i paralitici, ossia coloro che si sono bloccati e continuano a stare nelle loro barelle (dove forse li hanno sdraiati quelli dell’opinione comune).
Sono persone le quali nella vita sembra non procedano né in direzione del Dio vero, né vanno agli altri. Neanche riescono a incontrare se stesse.
Solo il contatto personale col Cristo può slegare questi cadaveri che vegetano, dal loro stagno deprimente.
Gli amici di Dio «vengono portando a lui un paralitico sorretto da quattro» (Mc 2,3): provengono da ogni dove, dai quattro punti cardinali; da origini diversissime, anche opposte - che non t’aspetti.
Essi si espongono per guidare i bisognosi dal Maestro, ma talora si ritrovano davanti una folla impermeabile [appunto, di sequestratori del Sacro] che non consente un rapporto personale diretto, faccia a faccia.
Non fanno entrare - invece vogliamo metterci davanti a Lui (v.4): a volte siamo come dei ricattati da balzelli e sottoposti a procedure, altrimenti non si passa; sei fuori.
Parafrasando ancora la terza enciclica di Papa Francesco, potremmo dire che anche nei percorsi di Fede ad accesso selettivo o gerarchico «la mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare» [n.202].
Cosa fare? Un’azione di smantellamento, senza trattative diplomatiche né richiesta di permessi - un rovesciamento (di prossimità, piramidi e varchi) del tutto emancipato da timori reverenziali!
Opera assai gradita al Padre... e che il Figlio valuta come espressione di Fede (v.5)!
Fede che pensa e crede «un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture» [FT n.155].
Alcune “sinagoghe” insopportabili propugnano viceversa «una divisione binaria» [FT n.156] che tenta di classificare.
Ci sono cricche e club esclusivi, refrattari, i quali pretendono di appropriarsi del povero Gesù… a rovescio.
Perciò le loro congreghe o “sinagoghe” o “case di preghiera” vanno scoperchiate e spalancate (v.4) - con estrema decisione.
Tali “sedi” capovolgono la presenza di Dio sulla terra e perturbano la vita dei derelitti, i quali hanno urgenze reali - non interesse a coltivare formule poco comprensibili, purità cultuali o altre sofisticazioni.
Basta complimenti corretti, specchietti per le allodole à la page, e iter consuetudinari “perbene”!
Solo nel concreto della Fede incarnata l’uomo rigenera e scopre i suoi stessi poteri divini - che poi sono quelli umanizzanti: rimettere in piedi se stesso e i fratelli.
Con Cristo si avanza senza più autorizzazioni regolate e da implorare talora a manichini scandalosi che fanno impallidire la vita.
Allora, notiamo che non tappe azzeccate, ma solo l’iniziativa inusitata supera lo stagno delle strutture devote prese in ostaggio dagli habitué o da pensatori disincarnati.
Dove ci si dovrebbe solo mettere in fila, aspettare il turno, accontentarsi... accontentarsi degli organigrammi già pronti, e assopire, o disperdersi.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena, perspicace, di tutti noi bisognosi, deve vincere il senso di finta compattezza collettiva.
Deve surclassare ogni appartenenza “culturale”, morale, dottrinale e rituale - che truccandosi, solo ricalca e ribadisce.
In tal guisa, nessun segno di gioia da parte delle autorità (vv.6-7) che tracciano solo diagnosi negative - mentre la gente è entusiasta (v.12).
Ovvio che i consuetudinari e i “nuovi” immarcescibili giudichino Gesù un blasfemo: sono stati diseducati «in questa paura e in questa diffidenza» [FT n.152].
Non amano l'umanità, bensì la loro visione del mondo, le loro dottrine, i codici, le tappe azzeccate; poche belle rubriche - da santità esclusivamente rituale. Tutta carta pesta.
Non tutelano le persone, ma solo i loro legami interessati, i protocolli corretti e le posizioni acquisite; eventualmente le mode di pensiero a tornaconto. Cordate che intralciano il nostro sviluppo.
Insomma, siamo chiamati a scegliere in modo davvero insolito, rispetto al cliché della predicazione bacchettona - che non ha mai saputo conciliare la stima… con l’imperfezione, l’errore, la diversità.
Secondo i Vangeli c’è un altro crocevia, decisivo: la strada della difesa dei privilegi di una casta che imbavaglia Dio in nome di Dio, o la Via del desiderio impellente e universale di vivere completamente, a tutto spiano.
A questo siamo chiamati, rispetto alle maniere conformiste: scegliere in modo insolito, profondo e deciso, per conciliare l’unicità de-centrata, il vero, l’imperfezione, la nostra eccezionalità.
Altrimenti l’anima si ribella. Vuole stare con Gesù in posizione frontale, non dietro la ressa, pur dei credenti - démodé o glamour che siano.
Il passo dei Sinottici fa comprendere che il problema del «paralitico» non è il suo disagio, il senso di oppressione, l’apparente sventura.
Non sono queste le rotture del rapporto con la vita e con Dio.
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della “terapia”, e del vis-à-vis.
Impensabile - forse offensivo - per il contorno.
Le configurazioni eccentriche, ritenute miserabili, contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci “obbligano” al rapporto immediato con nostro Signore. Quasi a cercarne la somiglianza.
Respirando il pensiero comune e ricalcando le trafile altrui, anche dei considerati “intimi a Dio”, l’irrigidimento sarebbe rimasto.
Nessuna Salvezza imprevedibile avrebbe fatto irruzione.
Insomma, secondo i Vangeli c’è un unico valore non negoziabile e crocevia, decisivo: il desiderio di vivere appieno, in modo davvero integrato; in prima persona.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa suscita il tuo senso di ammirazione per la Potenza di Dio? Sei entusiasta per i miracoli fisici o interiori?
Dove ascolti in modo più frequente: «Figlio, sono perdonati i tuoi peccati [...] Alzati e va’»? Gli altri, ti sembrano ambienti sani e spirituali?
Di che genere sono le tue opere di Fede? A settori?
Segnate da tappe azzeccate e trattative coi diffidenti installati (affinché vengano accettate e scambiate per Tenerezza)?
98. Conosciamo bene l’episodio dell’uomo paralitico che viene portato a Gesù perché lo guarisca (cfr Mc 2,1-12). Per noi oggi, quest’uomo simbolizza tutti i nostri fratelli e sorelle dell’Africa e di altri luoghi, paralizzati in diverse maniere e, purtroppo, spesso in un profondo abbattimento. Dinanzi alle sfide che ho brevemente indicato secondo le comunicazioni dei Padri sinodali, meditiamo sull’atteggiamento di coloro che hanno portato il paralitico. Quest’ultimo non ha potuto avvicinarsi a Gesù se non con l’aiuto di queste quattro persone di fede, che hanno superato l’ostacolo fisico della folla dando prova di solidarietà e fiducia assoluta in Gesù. Cristo « vide la loro fede ». Egli toglie quindi l’ostacolo spirituale dicendo al paralitico: « I tuoi peccati ti sono perdonati ». Elimina ciò che impedisce all’uomo di rialzarsi. Questo esempio ci sospinge a crescere nella fede e a dare prova, a nostra volta, di solidarietà e di creatività per sollevare coloro che portano pesanti fardelli, aprendoli così alla pienezza della vita in Cristo (cfr Mt 11,28). Di fronte agli ostacoli sia fisici che spirituali che si innalzano davanti a noi, mobilitiamo le energie spirituali e le risorse materiali dell’intero corpo che è la Chiesa, certi che Cristo opererà attraverso lo Spirito Santo in ciascuno dei suoi membri.
[Papa Benedetto, Africae munus]
It is not an anecdote. It is a decisive historical fact! This scene is decisive for our faith; and it is also decisive for the Church’s mission (Pope Francis)
Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa (Papa Francesco)
Being considered strong, capable of commanding, excellent, pristine, magnificent, performing, extraordinary, glorious… harms people. It puts a mask on us, makes us one-sided; takes away understanding. It floats the character we are sitting in, above reality
Essere considerati forti, capaci di comandare, eccellenti, incontaminati, magnifici, performanti, straordinari, gloriosi… danneggia le persone. Ci mette una maschera, rende unilaterali; toglie la comprensione. Fa galleggiare il personaggio in cui siamo seduti, al di sopra della realtà
The paralytic is not a paralytic
Il paralitico non è un paralitico
The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
To repent and believe in the Gospel are not two different things or in some way only juxtaposed, but express the same reality (Pope Benedict)
Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà (Papa Benedetto)
The fire of God's creative and redeeming love burns sin and destroys it and takes possession of the soul, which becomes the home of the Most High! (Pope John Paul II)
Il fuoco dell’amore creatore e redentore di Dio brucia il peccato e lo distrugge e prende possesso dell’anima, che diventa abitazione dell’Altissimo! (Papa Giovanni Paolo II)
«The Spirit of the Lord is upon me, because he has anointed me to preach good news to the poor» (Lk 4:18). Every minister of God has to make his own these words spoken by Jesus in Nazareth [John Paul II]
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Ogni ministro di Dio deve far sue nella propria vita queste parole pronunciate da Gesù di Nazareth [Giovanni Paolo II]
It is He himself who comes to meet us, who lowers Heaven to stretch out his hand to us and raise us to his heights [Pope Benedict]
È Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza [Papa Benedetto]
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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