don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 12 Ottobre 2026 22:32

29a Domenica T.O.

29a Domenica T.O. (anno A)  [18 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 45,1-6

Quando Isaia scrive questo testo, gli Ebrei sono in esilio a Babilonia da quasi cinquant’anni. Nel 587 a.C. gli eserciti di Nabucodonosor avevano conquistato Gerusalemme, distrutto e saccheggiato il Tempio e deportato i sopravvissuti. Ora, però, arrivano le notizie delle conquiste di Ciro, re di Persia, il nuovo padrone del mondo. Per gli Ebrei queste notizie sono una buona speranza, perché Ciro sta conquistando rapidamente tutta la regione. Ciro si distingue dagli altri sovrani perché adotta una politica più umanitaria: non uccide i vinti, non distrugge né saccheggia le loro città e non deporta le popolazioni. Anzi, nei territori conquistati permette agli esiliati di tornare nella loro patria, restituisce loro i beni sottratti dai precedenti conquistatori e offre anche i mezzi per ricostruire il Paese. Probabilmente comprende che un imperatore ha interesse a governare popoli felici. In questo contesto Isaia pronuncia una profezia che è soprattutto una professione di fede e di speranza. Dice: «Così parla il Signore al suo consacrato, a Ciro». Probabilmente il messaggio non è rivolto direttamente a Ciro, che non avrebbe ascoltato un profeta ebreo, ma agli Ebrei esiliati, per ridare loro speranza. Questa speranza si basa su due convinzioni fondamentali. Anzitutto, Dio è fedele alla sua Alleanza.

Dio non ha abbandonato il suo popolo: Israele rimane il suo servo e il suo eletto. Anche se ha perso la libertà, la terra, il Tempio, il re e l’indipendenza politica, Dio continua a essere fedele all’Alleanza con Giacobbe e Israele. Questa certezza è particolarmente importante proprio nel momento in cui gli Ebrei potrebbero pensare che Dio li abbia abbandonati. In secondo luogo,

Dio è il Signore della storia. Dio afferma: «Io sono il Signore, non ce n’è un altro». Anche il potente Ciro è nelle sue mani. Le espressioni relative al dare un titolo, prendere per mano e aprire le porte richiamano i riti dell’incoronazione dei re: il re riceveva il titolo di figlio di Dio, veniva unto con l’olio e posto nelle mani di Dio; le porte aperte simboleggiavano anche la conquista delle città nemiche. Isaia applica quindi a Ciro immagini tipiche dell’incoronazione dei re d’Israele, presentandolo come un re scelto e consacrato da Dio, anche se pagano. Questo prova che è sempre Dio a mantenere l’iniziativa e il controllo degli eventi.

 

Salmo responsoriale (95/96) 

In questi pochi versetti corre un fremito, anzi un'esaltazione. Si sente la fede che fa vibrare questo popolo, anzi, ancor meglio, la speranza che è la gioia della fede. E’ la speranza che permette di affermare con certezza ciò che non si possiede ancora, come dice la lettera agli Ebrei (1,1). Se ci fermiamo a leggere gli ultimi versetti comprendiamo che questo salmo ci trasporta già alla fine del mondo, in quel giorno benedetto in cui tutti i popoli senza eccezione riconosceranno Dio come l'unico Dio. Gioia nel cielo! Esulti la terra! Mugghino le masse del mare, tutta la campagna sia in festa. Danzino di gioia gli alberi delle foreste davanti al Signore, perché viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli secondo la sua verità! Si canta qui già il giorno benedetto che si attende. Immaginiamo la scena: siamo a Gerusalemme, tutti i popoli, le nazioni, le razze si accalcano intorno al Tempio. La spianata brulica, i gradini del cortile sono neri di gente, affluiscono folle da ogni parte del mondo, aumenta il numero dei pellegrini a perdita d'occhio e Gerusalemme non basta a contenerli. Tutti cantano a squarciagola, come una vera sinfonia, "Dio regna!" È un clamore immenso e gigantesco come l'ovazione che si faceva a ogni nuovo re il giorno dell'incoronazione. Questa volta però non è il popolo d'Israele che acclama un re della terra, è l'umanità intera che acclama il Re del mondo: "Grande è il Signore, altamente lodato, tremendo". E non è solo l'umanità, ma la terra stessa trema e pure i mari entrano nella sinfonia mentre le campagne fanno festa e gli alberi danzano perché sanno riconoscere il loro Creatore. Tra tanti idoli e falsi dèi, non c'è possibilità di errore e persino gli alberi non si lasciano ingannare. Gli uomini, invece, si sono lasciati ingannare a lungo ed è incredibile che ci abbiano messo così tanto a riconoscere il loro Creatore, il loro Padre.  Questa volta però è successo e tutti vengono a Gerusalemme per acclamare Dio perché finalmente risuona la buona notizia: "di giorno in giorno Israele ha proclamato la sua salvezza… l’opera incessante di liberazione... di giorno in giorno Israele ha testimoniato che Dio lo ha liberato dall'Egitto prima, poi da ogni sorta di schiavitù e la più terribile delle schiavitù è mettere la propria fiducia in falsi valori, falsi dèi che non possono che deludere.  Israele ha la fortuna immensa di sapere e di essere incaricato di dire che il nostro Dio è l'unico Dio come viene proclamato nello Shema Israel: "Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l'Unico"(Dt6,4). È il mistero della vocazione di Israele secondo quanto si legge nel Deuteronomio: "Ti è stato dato di vedere tutto questo, perché tu sappia che è il Signore è Dio, non ce n'è un altro" (Dt4,32). Ma il popolo eletto non ha mai dimenticato che se gli è stato dato di vedere, è perché lo faccia sapere e in attesa che questo sogno si realizzi, Israele fa risuonare questo salmo per rinnovare la sua fede e la sua speranza.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5)

Si tratta del primo scritto cristiano, anche se siamo abituati a vedere i Vangeli all'inizio del Nuovo Testamento rischiando così di dimenticare che sono posteriori alle lettere di Paolo. La Prima lettera ai Tessalonicesi risale a solo una ventina d'anni dopo la Risurrezione di Cristo e abbiamo quindi qui le prime affermazioni della predicazione cristiana. È la prima volta che si cerca di formulare per iscritto il mistero di Gesù Cristo. Siamo verso l'anno 50 e il Vangelo è già annunciato lontano da Gerusalemme perché Tessalonica è in Europa, a Nord della Grecia, nella regione che si chiama Macedonia. Prima di arrivare fin lì, Paolo ha già avuto il tempo di fondare comunità in tutto il Sud, il centro e persino nella costa Ovest della Turchia. È dagli Atti degli Apostoli che sappiamo come sono andate le cose: Paolo era in missione sulla costa ovest della Turchia, quando una notte ebbe la visione di un Macedone che lo supplicava: "Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso". E Luca che era del viaggio racconta: "In seguito a questa visione di Paolo, cercammo subito di partire per la Macedonia, perché ne deducemmo che Dio ci chiamava a portarvi la Buona Novella" (At16,9-10. Paolo, Luca e Sila  arrivano sulla costa greca nella città di Filippi dove dapprima sono ben accolti, ma presto sono accusati di turbare l'ordine pubblico, vengono battuti e gettati in prigione. Grazie a un provvidenziale terremoto sono liberati e, lasciata la città, vanno a Tessalonica. Secondo gli Atti degli Apostoli, la predicazione di Paolo era sempre la stessa: "Per tre sabati discusse con loro a partire dalle Scritture, di cui apriva il senso per stabilire che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti e aggiungeva: 'Il Cristo è questo Gesù che io vi annuncio'". Il testo aggiunge "Alcuni di loro (cioè dei Giudei incontrati in sinagoga)si lasciarono convincere e si unirono a Paolo e a Sila, con una grande moltitudine di Greci che adoravano Dio e con un buon numero di donne notabili"(At17,2-4). Ma, come al solito, Paolo non ha suscitato solo entusiasmo perché, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "I Giudei, presi da gelosia, radunarono sulla piazza pubblica alcuni farabutti; avendo provocato assembramenti, seminavano disordine in città" (At 17,5) tanto che sembrò molto prudente a Paolo e Sila di lasciare il territorio. Paolo ha dunque lasciato questa nuova comunità troppo in fretta ed è rimasto per un po' inquieto a suo riguardo. Quando scrive questa lettera che iniziamo a leggere oggi, è appena stato rassicurato da Sila e Timoteo che erano rimasti in Macedonia e gli riportano ottime notizie. Questo spiega il tono particolarmente gioioso dell’inizio della lettera: "Paolo, Silvano (altro nome di Sila) e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace. In ogni momento rendiamo grazie a Dio a riguardo di tutti voi". Fin da questa prima frase, si è sorpresi dalla solennità del saluto: questa comunità è piccolissima, e lui la chiama pomposamente "la Chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo". Questo immenso rispetto di Paolo per le comunità cristiane, anche modeste, è caratteristico di tutte le sue lettere. 

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (22,15-21)

"È lecito pagare il tributo all'imperatore?" Gesù risponde trattando gli interroganti da "ipocriti"! Perché "ipocriti"? Perché questa non è una domanda e loro sono  ipocriti per due ragioni: anzitutto perché questa domanda da tempo l'hanno già risolta. Pagare il tributo all'imperatore, "Rendere a Cesare quel che è di Cesare", lo fanno e Gesù non dà loro torto. Ora tendono una trappola e cercano di cogliere Gesù in fallo... E il tono falsamente rispettoso che precede la domanda forza ancora il tratto: "Maestro, sappiamo che sei sempre veritiero e insegni la via di Dio secondo verità". Tutte queste gentilezze non sono che un preambolo per una domanda-trappola tesa a mettere in difficoltà Gesù.  Se Gesù incita i suoi compatrioti a rifiutare l'imposta prelevata a profitto dell'occupante romano sarà facile denunciarlo alle autorità, come resistente o addirittura come rivoluzionario e sarà condannato. Se poi consiglia di pagare l'imposta lo si potrà screditare agli occhi del popolo come collaboratore, perdendo ogni possibilità di essere riconosciuto come il Messia perché il Messia atteso deve essere un re indipendente e sovrano sul trono di Gerusalemme, il che passa necessariamente attraverso una rivolta contro l'occupante romano. La trappola è ben organizzata e in ogni caso, qualsiasi sia la sua risposta, Gesù è perduto. Si sta infatti cercando la prima occasione opportuna per farlo morire perché la Passione si profila già all'orizzonte dato che siamo negli ultimissimi momenti a Gerusalemme. Nella sua risposta, Gesù mostra bene di aver capito: "Ipocriti! Perché volete mettermi alla prova?" Non è ingenuo davanti alla trappola che gli si tende... Eppure non cerca di mettere in imbarazzo i suoi interlocutori perché Gesù non lo ha mai fatto e non ha cercato mai di tendere una trappola a qualcuno: questo sarebbe indegno del Dio la cui luce illumina i buoni e i cattivi.

Gesù non replica dunque alla trappola con un'altra trappola, ma prende sul serio la domanda e risponde davvero argomentando in tre punti: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e rendete a Dio quel che è di Dio. Primo, "Rendete a Cesare quel che è di Cesare", compreso pagando l'imposta. Con questo invita a riconoscere che Cesare è il detentore del potere e questo non ha nulla a vedere con una servile collaborazione; al contrario, è accettare una situazione di fatto e inoltre, nella prospettiva dell'Antico Testamento, si considerava che ogni potere viene da Dio. Gesù stesso, nel corso della sua Passione, dirà a Pilato: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto" (Gv19,11). D'altra parte,  anche Isaia  l'ha ricordato nella prima lettura parlando del re Ciro: Dio può far volgere ogni regalità umana al bene del suo popolo. I farisei conoscono meglio di noi il testo di Isaia su Ciro; sanno dunque che ogni potere, anche pagano, è nelle mani di Dio. Notiamo comunque di passaggio che il Cesare del momento si chiamava in realtà "Tiberio" e il nome "Cesare" era diventato un titolo dell’imperatore romano. Secondo, "Non rendete a Cesare che quel che è di Cesare": quando Cesare - cioè l'imperatore romano - esige l'imposta, è nel suo diritto, ma quando esige di essere chiamato Signore e che gli si renda un culto, vi espone all'idolatria e qui non bisogna transigere. All'epoca in cui Matteo scrive il suo Vangelo, questa ipotesi era una realtà. Numerosi martiri hanno pagato con la vita questo rifiuto di rendere un culto all'imperatore romano. Importante è quindi l’invito: "Rendete a Dio quel che è di Dio". La vera questione è lì: siete sicuri di rendere a Dio quel che è di Dio? Perché non riconoscete in Gesù colui che "è di Dio"? Senza voler trarre da questo testo una teoria del potere politico, che certamente Gesù qui non ha voluto fare, si può però trarre da questa pagina evangelica ancora una volta una sorprendente lezione di libertà. Cesare non è che Cesare e i re della terra non sono che dei piccoli re la cui regalità è passeggera, mentre il regno di Dio è di tutt'altro ordine: è in seno stesso ai regni della terra che ogni opera d'amore e di fraternità fa crescere l'unico vero regno, il Regno di Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Aprire i portoni blindati

(Lc 12,13-21)

 

«Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» [Fratelli Tutti n.18].

 

Basilio il Grande commentava: «Qui non si condanna chi rapina, ma chi non condivide il suo».

Insensatezza dell’accumulare.

 

Il Dono di Dio è completo, ma ciascuno è bisognoso. Perché? Per accentuare il «fecondo interscambio».

E lo stiamo sperimentando: solo la voglia di ‘nascere nella reciprocità’ può combattere l’«impoverimento di tutti» e la stessa «sclerosi culturale» [cf. FT 133-138].

Ogni gesto di generosità cela la fioritura d’una energia vivificante innata, che fa scorrere l’anima e i capitali fuori delle mura compaginate e oltre i bordi di magazzino.

Pungolo che non ripiega le persone sulla convenienza. Impulso che viceversa sposterà la nostra immaginazione verso ben altri orizzonti, credenze e desideri.

Insomma, fare comunione è questione di vita o morte, perché ricco e povero vivono o declinano insieme.

La crescita è dunque nel porgersi e accogliere.

 

Nell’insuperabile Omelia 6, il primo dei Padri cappadoci sottolineava che anche chi sovrabbonda di beni si tormenta sul da farsi, chiedendosi: «Che farò?».

«Si lamenta come i poveri. Non sono forse queste le parole di chi è oppresso dalla miseria? Che farò? [...] Che farò? La risposta era semplice: ‘Sazierò gli affamati, aprirò i granai e chiamerò tutti i poveri’ [...] Non alzare i prezzi. Non aspettare la carestia per aprire i granai [...] Non attendere che il popolo sia ridotto alla fame per accrescere il tuo oro, né la miseria generale per il tuo arricchimento. Non fare commercio sulle umane disgrazie [...] Non esacerbare le ferite inflitte dal flagello dell’avversità. Tu volgi lo sguardo al tuo oro e lo distogli dal tuo fratello, riconosci ogni moneta e sai distinguere quella falsa da quella vera, ma ignori completamente il fratello che si trova nel bisogno».

 

Il ricco della parabola sembra non avere braccianti o parenti, né una moglie, o figli e amici: li aveva, ma nella sua realtà ci sono - davvero - solamente lui e i beni.

«Imbecille!» - gli dice Dio (v.20).

La soluzione era semplicissima: aprire i cancelli, affinché l’alimento ammucchiato potesse traboccare per le necessità dei meno fortunati - invece di perdere tempo a sfasciare e ricostruire immobili.

Forse è morto d’infarto, ma era già defunto nell’anima.

L’imprenditore che scruta i bisogni altrui per tornaconto, perisce immediatamente dentro e fuori; subisce agitazione, insonnia, tormento, per lo stress del gestire quei miraggi esteriori.

Sono questi sogni strampalati che poi tolgono respiro e diventano incubi senza svolta, dissipando le migliori energie.

 

È viceversa in un clima di coesistenza e convivialità delle differenze che si annidano i migliori stimoli e consigli, anche per la scoperta di quanto ci corrisponde.

Basterebbe vincere l’avidità, la vanità e la mentalità comune, per stare meglio.

Abbandonando lo spirito di accaparramento, ci allontaneremo dalle manie del computo e dell’interesse immediato [volatile].

In tale dinamica, ecco l’esperienza di impreziosire relazioni, aprendosi ai tanti volti della realtà e delle persone, vivendo di Amicizia.

Qui l’intensità dei legami cova lo sprone personale, le sfide, e la fioritura d’amore che spostano la nostra Visione.

 

Ecco la soglia dei nuovi Tesori che viceversa possono emergere: fidarsi della vita, delle nuove strade, delle azioni che non bloccano lo sviluppo di tutti, né minacciano il senso di Fraternità.

Tralasciando l’accaparramento, potremo cedere all’Esodo liberante.

Primo passo lungo la Via della nostra piena Felicità: investire i tanti beni che ancora abbiamo per creare Incontro e Relazione.

Questione di vita o morte (v.20).

 

 

[Lunedì 29.a sett. T.O.  19 Ottobre 2026]

Domenica, 11 Ottobre 2026 05:33

Saggezza e stoltezza

Nel Vangelo […] l’insegnamento di Gesù riguarda proprio la vera saggezza ed è introdotto dalla domanda di uno della folla: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (Lc 12,13). Gesù, rispondendo, mette in guardia gli ascoltatori dalla brama dei beni terreni con la parabola del ricco stolto, il quale, avendo accumulato per sé un abbondante raccolto, smette di lavorare, consuma i suoi beni divertendosi e s’illude persino di poter allontanare la morte. «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”» (Lc 13,20). L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza. L’uomo che confida nel Signore, invece, non teme le avversità della vita, neppure la realtà ineludibile della morte: è l’uomo che ha acquistato “un cuore saggio”, come i Santi.

[Papa Benedetto, Angelus 1 agosto 2010]

Domenica, 11 Ottobre 2026 05:29

Vanità delle ricchezze

1. La nostra meditazione sul Salmo 48 sarà scandita in due tappe, proprio come fa la Liturgia dei Vespri, che ce lo propone in due tempi. Ne commenteremo ora in modo essenziale la prima parte, nella quale la riflessione prende lo spunto da una situazione di disagio, come nel Salmo 72. Il giusto deve affrontare «giorni tristi», perché lo «circonda la malizia dei perversi», i quali «si vantano della loro grande ricchezza» (cfr Sal 48,6-7).

La conclusione a cui il giusto arriva è formulata come una sorta di proverbio, che si ritroverà anche nella finale dell’intero Salmo. Essa sintetizza in modo limpido il messaggio dominante della composizione poetica: «L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (v. 13). In altri termini, la «grande ricchezza» non è un vantaggio, anzi! Meglio è essere povero e unito a Dio.

2. Nel proverbio sembra echeggiare la voce austera di un antico sapiente biblico, l’Ecclesiaste o Qoelet, quando descrive il destino apparentemente uguale di ogni creatura vivente, quello della morte, che rende del tutto vano l’aggrapparsi frenetico alle cose terrene: «Come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé… Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli... Tutti sono diretti verso la medesima dimora» (Qo 5,14; 3,19.20).

3. Un’ottusità profonda s’impadronisce dell’uomo quando s’illude di evitare la morte affannandosi ad accumulare beni materiali: non per nulla il Salmista parla di un «non comprendere» di impronta quasi bestiale.

Il tema sarà, comunque, esplorato da tutte le culture e da tutte le spiritualità e sarà espresso nella sua sostanza in modo definitivo da Gesù che dichiara: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15). Egli narra poi la famosa parabola del ricco insipiente, che accumula beni a dismisura senza immaginare l’agguato che la morte gli sta tendendo (cfr Lc 12,16-21).

4. La prima parte del Salmo è tutta centrata proprio su questa illusione che conquista il cuore del ricco. Costui è convinto di riuscire a «comprarsi» anche la morte, tentando quasi di corromperla, un po’ come ha fatto per avere tutte le altre cose, ossia il successo, il trionfo sugli altri in ambito sociale e politico, la prevaricazione impunita, la sazietà, le comodità, i piaceri.

Ma il Salmista non esita a bollare come stolta questa pretesa. Egli fa ricorso a un vocabolo che ha un valore anche finanziario, «riscatto»: «Nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba» (Sal 48,8-10).

5. Il ricco, aggrappato alle sue immense fortune, è convinto di riuscire a dominare anche la morte, così come ha spadroneggiato su tutto e su tutti col denaro. Ma per quanto ingente sia la somma che è pronto ad offrire, il suo destino ultimo sarà inesorabile. Egli, infatti, come tutti gli uomini e le donne, ricchi o poveri, sapienti o stolti, dovrà avviarsi alla tomba, così come è accaduto anche ai potenti e dovrà lasciare sulla terra quell’oro tanto amato, quei beni materiali tanto idolatrati (cfr vv. 11-12).

Gesù insinuerà ai suoi ascoltatori questa domanda inquietante: «Che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16,26). Nessun cambio è possibile perché la vita è dono di Dio, che «ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio d’ogni carne umana» (Gb 12,10).

6. Tra i Padri che hanno commentato il Salmo 48 merita un’attenzione particolare sant’Ambrogio, che ne allarga il senso secondo una visione più ampia, proprio a partire dall’invito iniziale del Salmista: «Ascoltate, popoli tutti, porgete l’orecchio, abitanti del mondo».

L’antico Vescovo di Milano commenta: «Riconosciamo qui, proprio all’inizio, la voce del Signore salvatore che chiama i popoli alla Chiesa, perché rinuncino al peccato, diventino seguaci della verità e riconoscano il vantaggio della fede». Del resto, «tutti i cuori delle varie generazioni umane erano inquinati dal veleno del serpente e la coscienza umana, schiava del peccato, non era in grado di staccarsene». Per questo il Signore «di sua iniziativa promette il perdono nella generosità della sua misericordia, perché il colpevole non abbia più paura, ma, in piena consapevolezza, si rallegri di dover offrire ora i suoi uffici di servo al Signore buono, che ha saputo perdonare i peccati, premiare le virtù» (Commento a dodici Salmi, n. 1: SAEMO, VIII, Milano-Roma 1980, p. 253).

7. In queste parole del Salmo si sente riecheggiare l’invito evangelico: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi» (Mt 11,28). Ambrogio continua: «Come uno che verrà a visitare gli ammalati, come un medico che verrà a curare le nostre piaghe dolorose, così egli ci prospetta la cura, perché gli uomini lo sentano bene e tutti corrano con fiduciosa sollecitudine a ricevere il rimedio della guarigione… Chiama tutti i popoli alla sorgente della sapienza e della conoscenza, promette a tutti la redenzione, perché nessuno viva nell’angoscia, nessuno viva nella disperazione» (n. 2: ibid., pp. 253.255).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 20 ottobre 2004]

Domenica, 11 Ottobre 2026 05:19

Sicurezze che passano

Il Vangelo di oggi (cfr Lc 12, 13-21) si apre con la scena di un tale che si alza tra la folla e chiede a Gesù di dirimere una questione giuridica circa l’eredità di famiglia. Ma Egli nella risposta non affronta la questione, ed esorta a rimanere lontano dalla cupidigia, cioè dall’avidità di possedere. Per distogliere i suoi ascoltatori da questa ricerca affannosa della ricchezza, Gesù racconta la parabola del ricco stolto, che crede di essere felice perché ha avuto la fortuna di una annata eccezionale e si sente sicuro per i beni accumulati. Sarà bello che oggi voi la leggiate; è nel capitolo dodicesimo di San Luca, versetto 13. È una bella parabola che ci insegna tanto. Il racconto entra nel vivo quando emerge la contrapposizione tra quanto il ricco progetta per se stesso e quanto invece Dio gli prospetta.

Il ricco mette davanti alla sua anima, cioè a se stesso, tre considerazioni: i molti beni ammassati, i molti anni che questi beni sembrano assicurargli e terzo, la tranquillità e il benessere sfrenato (cfr v.19). Ma la parola che Dio gli rivolge annulla questi suoi progetti. Invece dei «molti anni», Dio indica l’immediatezza di «questa notte; stanotte morirai»; al posto del «godimento della vita» Gli presenta il «rendere la vita; renderai la vita a Dio», con il conseguente giudizio. Per quanto riguarda la realtà dei molti beni accumulati su cui il ricco doveva fondare tutto, essa viene ricoperta dal sarcasmo della domanda: «E quello che ha preparato, di chi sarà?» (v.20). Pensiamo alle lotte per le eredità; tante lotte di famiglia. E tanta gente, tutti sappiamo qualche storia, che all’ora della morte incomincia a venire: i nipoti, i nipotini vengono a vedere: “Ma cosa tocca a me?”, e portano via tutto. È in questa contrapposizione che si giustifica l’appellativo di «stolto» - perché pensa a cose che lui crede essere concrete ma sono una fantasia - con cui Dio si rivolge a quest’uomo. Egli è stolto perché nella prassi ha rinnegato Dio, non ha fatto i conti con Lui.

La conclusione della parabola, formulata dall’evangelista, è di singolare efficacia: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (v.21). È un ammonimento che rivela l’orizzonte verso cui tutti noi siamo chiamati a guardare. I beni materiali sono necessari – sono beni! -, ma sono un mezzo per vivere onestamente e nella condivisone con i più bisognosi. Gesù oggi ci invita a considerare che le ricchezze possono incatenare il cuore e distoglierlo dal vero tesoro che è nei cieli. Ce lo ricorda anche San Paolo nell’odierna seconda lettura. Dice così: «Cercate le cose di lassù. … rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2).

Questo – si capisce - non vuol dire estraniarsi dalla realtà, ma cercare le cose che hanno un vero valore: la giustizia, la solidarietà, l’accoglienza, la fraternità, la pace, tutte cose che costituiscono la vera dignità dell’uomo. Si tratta di tendere ad una vita realizzata non secondo lo stile mondano, bensì secondo lo stile evangelico: amare Dio con tutto il nostro essere, e amare il prossimo come lo ha amato Gesù, cioè nel servizio e nel dono di sé. La cupidigia dei beni, la voglia di avere beni, non sazia il cuore, anzi provoca di più fame! La cupidigia è come quelle buone caramelle: tu ne prendi una e dice: “Ah! Che buona”, e poi prendi l’altra; e una tira l’altra. Così è la cupidigia: non si sazia mai. State attenti! L’amore così inteso e vissuto è la fonte della vera felicità, mentre la ricerca smisurata dei beni materiali e delle ricchezze è spesso sorgente di inquietudine, di avversità, di prevaricazioni, di guerre. Tante guerre incominciano per la cupidigia.

La Vergine Maria ci aiuti a non lasciarci affascinare dalle sicurezze che passano, ma ad essere ogni giorno credibili testimoni dei valori eterni del Vangelo.

[Papa Francesco, Angelus 4 agosto 2019]

Quale Sigla?

(Mt 22,15-21)

 

Dopo la cacciata dei venditori dal Tempio, l’obiezione sull’autorità  e le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi, del banchetto rifiutato [riferite tutte all’élite], ecco un altro scontro fra Gesù e i leaders politici e religiosi - questi ultimi piazzati dietro le quinte.

 

Gesù [presente nei suoi intimi] smantella sistematicamente le trappole allestite dalle autorità e dai soliti esperti.

Con sperimentata doppiezza, essi si accostano a Lui cercando di accarezzarne l’amor proprio [v.16: situazioni che capitano spesso anche ai testimoni critici].

L’interesse dei furbi si scontra però con l'attenzione del Cristo, tutto proteso al bene reale delle persone e al rispetto dell’intelligenza delle cose - non alla smania di approvazioni o all’opportunismo.

Proprio nel Tempio (Mt 21,23) - l’eminente Dimora del Dio unico Signore - questi gendarmi provocano il nuovo Rabbi sul pagamento delle tasse ai romani (22,17).

Sappiamo cosa c’era in ballo: l’accusa di non essere un profeta secondo il Diritto divino, o [viceversa] quella di collaborazionismo con gli occupanti.

Il Maestro non si lascia ingannare dall’ostentazione di vicinanza al Dio d’Israele - falsa perché cercata all’esterno - e li gioca facilmente.

Nel Tempio di Gerusalemme era vietato portare monete romane, che raffiguravano profili e insegne imperiali, contrarie al Comandamento ‘Non ti farai immagine alcuna’.

Egli però le chiede, perché effettivamente non ne aveva.

Ma proprio i santi paludati gliene porgono una... La scena rasenta il ridicolo.

Traendo la moneta vietata dal sacchetto celato sotto il mantello, proprio i dirigenti palesano il loro vero Dio: l’interesse [ben nascosto sotto maniere devotissime e ostentate, che fanno solo da paravento].

Cristo invita a non lasciarci lusingare dalla doppiezza esibizionista delle “insegne”: quel che conta è non ingannare la gente usando forme pie come maschera da teatranti [v.18 testo greco].

I fanatici à la page o della purezza vivono solo l’angolo epidermico; e ad esso si affidano: non di rado nascondono bene le medesime passioni materiali che disdegnano.

Con Cristo non funziona.

È un elemento primario della testimonianza di Fede reale - non quella sbandierata.

Non sciorinare dissimulazioni e intrighi materiali è cruciale. Lo è anche nelle situazioni difficili, instabili, o seducenti.

Ciascuno è chiamato a «restituire» al suo vero Signore l’«immagine e somiglianza» indelebile che vi è stata incisa.

Dunque la moneta venga «data indietro» al suo ‘padrone’. Ciò resta essenziale per realizzarsi completamente, e fiorire.

La donna e l’uomo - creature in cui è impressa l’«immagine e somiglianza» di Dio - «rendano» se stessi in autenticità, al Creatore (v.21) che dimora nella loro essenza di persone.

 

Dov’è insomma che l’uomo dominante ha posto la propria sigla? Sul denaro.

Quest’ultimo ne rispecchia perfettamente l’icona.

Pertanto, se vuoi sapere chi è l’imperatore e cosa è l’esercizio del potere, guarda la moneta.

Se invece vuoi conoscere Dio, la sua gloria, il suo umanizzante e schietto prestigio, guarda la donna e l’uomo autentici.

L'umanità è siglata da ben altra appartenenza intima e naturale, che quelle di comodo.

 

 

[29.a Domenica T.O. (anno A), 18 ottobre 2026]

Sabato, 10 Ottobre 2026 06:18

Ricco contenuto antropologico

Veniamo ora alle Letture bibliche, nelle quali oggi il Signore ci parla. La prima, tratta dal Libro di Isaia, ci dice che Dio è uno, è unico; non ci sono altri dèi all’infuori del Signore, e anche il potente Ciro, imperatore dei persiani, fa parte di un disegno più grande, che solo Dio conosce e porta avanti. Questa Lettura ci dà il senso teologico della storia: i rivolgimenti epocali, il succedersi delle grandi potenze stanno sotto il supremo dominio di Dio; nessun potere terreno può mettersi al suo posto. La teologia della storia è un aspetto importante, essenziale della nuova evangelizzazione, perché gli uomini del nostro tempo, dopo la nefasta stagione degli imperi totalitari del XX secolo, hanno bisogno di ritrovare uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico, quello sguardo che il Concilio Vaticano II ha trasmesso nei suoi Documenti, e che i miei Predecessori, il Servo di Dio Paolo VI e il Beato Giovanni Paolo II, hanno illustrato con il loro Magistero.

La seconda Lettura è l’inizio della Prima Lettera ai Tessalonicesi, e già questo è molto suggestivo, perché si tratta della lettera più antica a noi pervenuta del più grande evangelizzatore di tutti i tempi, l’apostolo Paolo. Egli ci dice anzitutto che non si evangelizza in maniera isolata: anche lui infatti aveva come collaboratori Silvano e Timoteo (cfr 1 Ts 1,1), e molti altri. E subito aggiunge un’altra cosa molto importante: che l’annuncio dev’essere sempre preceduto, accompagnato e seguito dalla preghiera. Scrive infatti: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere” (v. 2). L’Apostolo si dice poi ben consapevole del fatto che i membri della comunità non li ha scelti lui, ma Dio: “siete stati scelti da lui” – afferma (v. 4). Ogni missionario del Vangelo deve sempre tenere presente questa verità: è il Signore che tocca i cuori con la sua Parola e il suo Spirito, chiamando le persone alla fede e alla comunione nella Chiesa. Infine, Paolo ci lascia un insegnamento molto prezioso, tratto dalla sua esperienza. Egli scrive: “Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con piena certezza” (v. 5). L’evangelizzazione, per essere efficace, ha bisogno della forza dello Spirito, che animi l’annuncio e infonda in chi lo porta quella “piena certezza” di cui parla l’Apostolo. Questo termine “certezza”, “piena certezza”, nell’originale greco, è pleroforìa: un vocabolo che non esprime tanto l’aspetto soggettivo, psicologico, quanto piuttosto la pienezza, la fedeltà, la completezza – in questo caso dell’annuncio di Cristo. Annuncio che, per essere compiuto e fedele, chiede di venire accompagnato da segni, da gesti, come la predicazione di Gesù. Parola, Spirito e certezza – così intesa – sono dunque inseparabili e concorrono a far sì che il messaggio evangelico si diffonda con efficacia.

Ci soffermiamo ora sul brano del Vangelo. Si tratta del testo sulla legittimità del tributo da pagare a Cesare, che contiene la celebre risposta di Gesù: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Ma, prima di giungere a questo punto, c’è un passaggio che si può riferire a quanti hanno la missione di evangelizzare. Infatti, gli interlocutori di Gesù – discepoli dei farisei ed erodiani – si rivolgono a Lui con un apprezzamento, dicendo: “Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno” (v. 16). E’ proprio questa affermazione, seppure mossa da ipocrisia, che deve attirare la nostra attenzione. I discepoli dei farisei e gli erodiani non credono in ciò che dicono. Lo affermano solo come una captatio benevolentiae per farsi ascoltare, ma il loro cuore è ben lontano da quella verità; anzi, essi vogliono attirare Gesù in una trappola per poterlo accusare. Per noi, invece, quell’espressione è preziosa e vera: Gesù, in effetti, è veritiero e insegna la via di Dio secondo verità, e non ha soggezione di alcuno. Egli stesso è questa “via di Dio”, che noi siamo chiamati a percorrere. Possiamo richiamare qui le parole di Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni: “Io sono la via, la verità e la vita” (14,6). E’ illuminante in proposito il commento di sant’Agostino: “Era necessario che Gesù dicesse: «Io sono la via, la verità e la vita», perché, una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta. La via conduceva alla verità, conduceva alla vita ... E noi dove andiamo, se non a Lui? e per quale via camminiamo, se non attraverso di Lui?” (In Ioh 69, 2). I nuovi evangelizzatori sono chiamati a camminare per primi in questa Via che è Cristo, per far conoscere agli altri la bellezza del Vangelo che dona la vita. E su questa Via non si cammina mai soli, ma in compagnia: un’esperienza di comunione e di fraternità che viene offerta a quanti incontriamo, per partecipare loro la nostra esperienza di Cristo e della sua Chiesa. Così, la testimonianza unita all’annuncio può aprire il cuore di quanti sono in ricerca della verità, affinché possano approdare al senso della propria vita.

Una breve riflessione anche sulla questione centrale del tributo a Cesare. Gesù risponde con un sorprendente realismo politico, collegato con il teocentrismo della tradizione profetica. Il tributo a Cesare va pagato, perché l’immagine sulla moneta è la sua; ma l’uomo, ogni uomo, porta in sé un’altra immagine, quella di Dio, e pertanto è a Lui, e a Lui solo, che ognuno è debitore della propria esistenza. I Padri della Chiesa, prendendo spunto dal fatto che Gesù fa riferimento all’immagine dell’Imperatore impressa sulla moneta del tributo, hanno interpretato questo passo alla luce del concetto fondamentale di uomo immagine di Dio, contenuto nel primo capitolo del Libro della Genesi. Un Autore anonimo scrive: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, Omelia 42). E Sant’Agostino ha utilizzato più volte questo riferimento nelle sue omelie: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta - afferma -, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?” (En. in Ps., Salmo 94, 2). E ancora: “Come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l’anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto … Cristo infatti abita nell’uomo interiore” (Ivi, Salmo 4, 8).

Questa parola di Gesù è ricca di contenuto antropologico, e non la si può ridurre al solo ambito politico. La Chiesa, pertanto, non si limita a ricordare agli uomini la giusta distinzione tra la sfera di autorità di Cesare e quella di Dio, tra l’ambito politico e quello religioso. La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita.

Proprio per dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza, vorrei annunciare in questa Celebrazione eucaristica che ho deciso di indire un “Anno della Fede”, che avrò modo di illustrare con un’apposita Lettera apostolica. Questo “Anno della Fede” inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Sarà un momento di grazia e di impegno per una sempre più piena conversione a Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo.

Cari fratelli e sorelle, voi siete tra i protagonisti dell’evangelizzazione nuova che la Chiesa ha intrapreso e porta avanti, non senza difficoltà, ma con lo stesso entusiasmo dei primi cristiani. In conclusione, faccio mie le espressioni dell’apostolo Paolo che abbiamo ascoltato: ringrazio Dio per tutti voi, e vi assicuro che vi porto nelle mie preghiere, memore del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. La Vergine Maria, che non ebbe paura di rispondere “sì” alla Parola del Signore e, dopo averla concepita nel grembo, si mise in cammino piena di gioia e di speranza, sia sempre il vostro modello e la vostra guida. Imparate dalla Madre del Signore e Madre nostra ad essere umili e al tempo stesso coraggiosi; semplici e prudenti; miti e forti, non con la forza del mondo, ma con quella della verità.

[Papa Benedetto, omelia s. Messa per la Nuova Evangelizzazione, 16 ottobre 2011]

Sabato, 10 Ottobre 2026 06:10

Permeare di spirito evangelico

1. L’incisiva affermazione di Gesù: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 21), risponde a un problema assai discusso ai suoi tempi e ancora oggi molto sentito. Quale atteggiamento devono avere i credenti nei confronti dell’autorità civile e delle leggi dello Stato? Quale impegno devono assumersi come cittadini per quanto concerne i doveri in campo sociale e politico?

L’occasione viene offerta a Gesù da una questione allora assai dibattuta circa la liceità o meno di pagare i tributi all’imperatore di Roma. Le posizioni, infatti, erano diversificate e diverse erano anche le motivazioni addotte per sostenere la liceità o l’illiceità delle tasse imposte dai romani.

In tale contesto la domanda rivolta a Gesù dai farisei: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” costituiva un’insidia posta al Maestro, considerato da tutti come Colui che insegnava la via di Dio secondo verità.

Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti.

Da una parte, comandando di restituire a Cesare ciò che gli appartiene, dichiara che pagare la tassa non è un atto di idolatria, ma un dovere degli onesti cittadini; dall’altra, richiamando il primato di Dio nella vita dell’uomo e nella storia, egli chiede di rendergli ciò che gli spetta quale unico e vero “Signore”.

2. Con tale affermazione Gesù opera una netta distinzione tra i doveri richiesti ai credenti, come cittadini e come figli di Dio. Senza porli, tuttavia, in contrasto. Così, da una questione particolare, com’è quella del tributo da dare a Cesare, emergono nuovi orizzonti per la missione dei cristiani nella società.

In ragione della fede ognuno (di voi) è chiamato a trasformare la storia, a permeare di spirito evangelico tutta la realtà umana e sociale. Nessuno può o deve estraniarsi dai compiti richiesti di lavorare per assicurare una convivenza civile più giusta e fraterna. Questo compito deve essere fatto, tuttavia, in piena fedeltà al messaggio evangelico, in docile sottomissione allo Spirito, senza mai sottrarsi a ciò che è richiesto dalle leggi dello Stato che mirano allo scopo. Deve essere fatto soprattutto dando il primato a ciò che sta al primo posto: Dio, il suo progetto di salvezza, la sua legge, i valori spirituali e trascendenti.

La professione della fede in Cristo, l’appartenenza al regno di Dio e lo stile di vita che da esso scaturisce vanno vissuti non “fuori”, ma “dentro” la storia come un “servizio” da rendere alla città degli uomini e perciò al bene comune e all’integrale promozione di ogni persona.

La fede, integralmente vissuta, vi spinge ad assumervi responsabilità forti e precise in quell’immenso sforzo umano teso a promuovere e a salvaguardare i diritti umani fondamentali per una pacifica e solidale convivenza tra tutti.

3. Si tratta dunque di un impegno connesso con una fede autentica e operosa, che esige formazione adeguata, convinzioni profonde, testimonianza coerente. E così assume anche le caratteristiche di un vero servizio di carità nei confronti di tutti gli uomini.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 21 ottobre 1990]

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The fool in the Bible, the one who does not want to learn from the experience of visible things, that nothing lasts for ever but that all things pass away, youth and physical strength, amenities and important roles. Making one's life depend on such an ephemeral reality is therefore foolishness (Pope Benedict)
L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza (Papa Benedetto)
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (Pope John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Papa Giovanni Paolo II)
And blasphemy, the sin against the Holy Spirit, is the one unforgivable sin — as Jesus said — because it comes from closing the heart to God’s mercy which acts in Jesus (Pope Francis)
E la bestemmia, il peccato contro lo Spirito Santo, è l’unico peccato imperdonabile – così dice Gesù –, perché parte da una chiusura del cuore alla misericordia di Dio che agisce in Gesù (Papa Francesco)
The great thinker Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Il grande pensatore Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
The present-day mentality, more perhaps than that of people in the past, seems opposed to a God of mercy, and in fact tends to exclude from life and to remove from the human heart the very idea of mercy (Pope John Paul II)
La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia (Papa Giovanni Paolo II)
«Religion of appearance» or «road of humility»? (Pope Francis)
«Religione dell’apparire» o «strada dell’umiltà»? (Papa Francesco)
In the crucified Jesus a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God”, especially in the mystery of his Death and Resurrection (Pope John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione (Papa Giovanni Paolo II)
However, the king was not discouraged and sent his servants out to seek other guests to fill his banquet hall. Thus the aspect of the refusal of those initially invited caused the invitation to be extended to all [Pope Benedict]
Il re però non si scoraggia e invia i suoi servi a cercare altri commensali per riempire la sala del suo banchetto. Così il rifiuto dei primi ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti [Papa Benedetto]

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