Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Bisogna uscire da noi stessi e andare sulle strade dell’uomo per scoprire che le piaghe di Gesù sono visibili ancora oggi sul corpo di tutti quei fratelli che hanno fame, sete, che sono nudi, umiliati, schiavi, che si trovano in carcere e in ospedale. E proprio toccando queste piaghe, accarezzandole, è possibile «adorare il Dio vivo in mezzo a noi».
La ricorrenza della festa di san Tommaso apostolo ha offerto a Papa Francesco l’occasione di tornare su un concetto che gli è particolarmente a cuore: mettere le mani nella carne di Gesù. Il gesto di Tommaso che mette il dito nelle piaghe di Gesù risorto è stato infatti il tema centrale dell’omelia tenuta durante la messa celebrata questa mattina, mercoledì 3 luglio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Con il Papa ha concelebrato tra gli altri il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che accompagnava un gruppo di dipendenti del dicastero.
Dopo le letture (Efesini 2,19-22; Salmo 116; Giovanni 20,24-29) il Santo Padre si è innanzitutto soffermato sul diverso atteggiamento assunto dai discepoli «quando Gesù, dopo la risurrezione, si è fatto vedere»: alcuni erano felici e allegri, altri dubbiosi.
Incredulo era anche Tommaso al quale il Signore si è mostrato solo otto giorni dopo quella prima apparizione. «Il Signore — ha detto il Papa spiegando questo ritardo — sa quando e perché fa le cose. A ciascuno dà il tempo che lui crede più opportuno». A Tommaso ha concesso otto giorni; e ha voluto che sul proprio corpo apparissero ancora le piaghe, nonostante fosse «pulito, bellissimo, pieno di luce», proprio perché l’apostolo, ha ricordato il Papa, aveva detto che se non avesse messo il dito nelle piaghe del Signore non avrebbe creduto. «Era un testardo! Ma il Signore — ha commentato il Pontefice — ha voluto proprio un testardo per farci capire una cosa più grande. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei chiodi, a mettere la mano nel fianco. Ma poi non ha detto: “È vero, il Signore è risorto”. No. È andato oltre, ha detto: “Mio Signore e mio Dio”. È il primo dei discepoli che fa la confessione della divinità di Cristo dopo la risurrezione. E l’ha adorato».
Da questa confessione, ha spiegato il vescovo di Roma, si capisce quale era l’intenzione di Dio: sfruttando l’incredulità ha portato Tommaso non tanto ad affermare la risurrezione di Gesù, quanto piuttosto la sua divinità. «E Tommaso — ha detto il Papa — adora il Figlio di Dio. Ma per adorare, per trovare Dio, il Figlio di Dio ha dovuto mettere il dito nelle piaghe, mettere la mano al fianco. Questo è il cammino». Non ce n’è un altro.
Naturalmente «nella storia della Chiesa — ha proseguito nella sua spiegazione il Pontefice — ci sono stati alcuni sbagli nel cammino verso Dio. Alcuni hanno creduto che il Dio vivente, il Dio dei cristiani» si potesse trovare andando «più alto nella meditazione». Ma questo è «pericoloso; quanti si perdono in quel cammino e non arrivano?», ha detto il Papa. «Arrivano sì, forse, alla conoscenza di Dio, ma non di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità — ha precisato —. A quello non ci arrivano. È il cammino degli gnostici: sono buoni, lavorano, ma quello non è il cammino giusto, è molto complicato» e non porta a buon fine.
Altri, ha continuato il Santo Padre «hanno pensato che per arrivare a Dio dobbiamo essere buoni, mortificati, austeri e hanno scelto la strada della penitenza, soltanto la penitenza, il digiuno. Neppure questi sono arrivati al Dio vivo, a Gesù Cristo Dio vivo». Questi, ha aggiunto, «sono i pelagiani, che credono che con il loro sforzo possono arrivare. Ma Gesù ci dice questo: “Nel cammino abbiamo visto Tommaso”. Ma come posso trovare le piaghe di Gesù oggi? Io non le posso vedere come le ha viste Tommaso. Le piaghe di Gesù le trovi facendo opere di misericordia, dando al corpo, al corpo e anche all’anima, ma sottolineo al corpo del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale. Quelle sono le piaghe di Gesù oggi. E Gesù ci chiede di fare un atto di fede a lui tramite queste piaghe».
Non è sufficiente, ha aggiunto ancora il Papa, costituire «una fondazione per aiutare tutti», né fare «tante cose buone per aiutarli». Tutto questo è importante, ma sarebbe solo un comportamento da filantropi. Invece, ha detto Papa Francesco, «dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».
[Papa Francesco a s. Marta, in L’Osservatore Romano del 04.07.2013]
(Mt 9,1-8)
L’episodio testimonia del duro scontro fra sinagoga e prime fraternità di Fede, dove senza previe condizioni di purità rituale o legale tutti erano invitati a condividere la mensa e lo spezzare del Pane.
Su delega ideale del Signore, nelle chiese di Galilea e Siria vigeva già una prassi fraterna [sconosciuta ad altri] di perdono reciproco e persino cancellazione di debiti contratti, sino alla comunione dei beni.
Realtà in grado di rimettere in piedi e far procedere qualsiasi persona, anche i miserabili - a partire dalla loro coscienza (v.2), soffocata da una religione che accentuava il senso d’indegnità.
Secondo credenza popolare, le condizioni di penuria o disgrazia erano un castigo.
Gesù è viceversa Colui che restituisce un orizzonte di autenticità al credere, nuova consapevolezza e speranza alla persona affetta da paralisi - ossia incapace di andare verso Dio e verso gli uomini.
«Essendoti alzato, prendi il tuo letto e va’ nella tua casa» (v.6; cf. Mc 2,11; Lc 5,24).
A partire da ciò che siamo - già colmi di risorse, oltre ogni apparenza - viviamo per Fede lo stato del «Figlio dell’uomo»: quello dei figli ‘risorti’, coloro che manifestano l’uomo in pienezza [nella condizione divina].
In Cristo possiamo liberarci dalle costrizioni che facevano vivere orizzontali e anchilosati.
Recuperando dignità, ora possiamo stare ritti e promuovere la vita; quindi fare ritorno alla Casa ch’è davvero nostra (vv.6-7; cf. Mc 2,10-12; Lc 9,24-25).
Tutta la vita del popolo era condizionata da ossessioni d’impurità e peccato.
Invece, il Maestro rivela che la propensione divina è solo perdonare per valorizzare - e l’attitudine dell’uomo di Fede, rinascere e aiutare a farlo.
Infatti la gratuità del Padre si vede dall’azione di attesa e comprensione esercitata dagli uomini di Dio: coloro in grado di cesellare ambienti sani.
Non solo per virtù propria, ma perché la tolleranza introduce nuove forze, sconosciute; differenti potenze, che rovesciano le situazioni.
Esse lasciano trascorrere altre energie creative e rigeneranti i malfermi - viceversa mortifere, purtroppo, dove non ci si promuove.
Solo Gesù è Colui che rende visibile e palese la guarigione che sembrava missione impossibile. E prima che fisica, facendoci rifiorire dalle paure della falsa devozione, che impone argini assurdi all’autonomia.
La sua proposta non ci affossa sotto un cumulo di arroganze impersonali. Sana i bloccati, li rimette in gara.
L’imperfezione infatti non è espressione di colpa, ma una condizione - e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.3).
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della “terapia”, e del vis-à-vis. Impensabile, forse offensivo, per il contorno.
Le configurazioni eccentriche - ritenute miserabili - contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci “obbligano” al rapporto immediato con nostro Signore. Quasi a cercarne la ‘somiglianza’.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
[Giovedì 13.a sett. T.O. 2 luglio 2026]
(Mt 9,1-8)
L’episodio testimonia del duro scontro fra sinagoga e prime fraternità di Fede, dove senza previe condizioni di purità rituale o legale tutti erano invitati a condividere la mensa e lo spezzare del pane.
Su delega ideale del Signore, nelle chiese di Galilea e Siria vigeva già una prassi fraterna (sconosciuta ad altri) di perdono reciproco e persino cancellazione di debiti contratti, sino alla comunione dei beni.
Realtà in grado di rimettere in piedi e far procedere qualsiasi persona, anche i miserabili - a partire dalla loro coscienza (v.2), soffocata da una religione che accentuava il senso d’indegnità.
Secondo credenza popolare, le condizioni di penuria o disgrazia erano un castigo.
Gesù è viceversa Colui che restituisce un orizzonte di autenticità al credere, nuova consapevolezza e speranza alla persona affetta da paralisi - ossia incapace di andare verso Dio e verso gli uomini.
«Essendoti alzato, prendi il tuo letto e va’ nella tua casa» (v.6; cf. Mc 2,11; Lc 5,24).
A partire da ciò che siamo - già colmi di risorse, oltre ogni apparenza - viviamo per Fede lo stato del «Figlio dell’uomo»: quello dei risorti, coloro che manifestano l’uomo in pienezza (nella condizione divina).
In Cristo possiamo liberarci dalle costrizioni che facevano vivere orizzontali e anchilosati.
Recuperando dignità, ora possiamo stare ritti e promuovere la vita; quindi fare ritorno alla Casa ch’è davvero nostra (vv.6-7; cf. Mc 2,10-12; Lc 9,24-25).
Per gli esperti il perdono annunciato dal Signore non è solo un’offesa nei confronti del loro supposto prestigio e rango spirituale, ma un sacrilegio e una bestemmia.
Del resto, come fare presa sulla massa - da parte di questi leaders distruttivi - se non intimidendola e facendola sentire inadeguata, sterile, incapace, non abilitata, senza vie d’uscita?
Tutta la vita del popolo era condizionata da ossessioni d’impurità e peccato.
Invece, il Maestro rivela che la propensione divina è solo perdonare per valorizzare - e l’attitudine dell’uomo di Fede, rinascere e aiutare a farlo.
Infatti la gratuità del Padre si vede dall’azione di attesa e comprensione esercitata dagli uomini di Dio: coloro in grado di cesellare ambienti sani.
Non solo per virtù propria, ma perché la tolleranza introduce nuove forze, sconosciute; differenti potenze, che rovesciano le situazioni.
Esse lasciano trascorrere altre energie creative e rigeneranti i malfermi - viceversa mortifere, purtroppo, dove non ci si promuove.
Solo Gesù è Colui che rende visibile e palese la guarigione che sembrava missione impossibile. E prima che fisica, facendoci rifiorire dalle paure della falsa devozione, che impone argini assurdi all’autonomia.
La sua proposta non ci affossa sotto un cumulo di arroganze impersonali. Sana i bloccati, li rimette in gara.
«Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene» [Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009].
I “fratelli” del Signore (cf. passi paralleli Mt 9,1-8 e Lc 5,17-26) fanno di tutto per condurre i bisognosi dal Maestro.
Spesso però si ritrovano davanti una folla di sequestratori del Sacro che non consente un rapporto faccia a faccia, personale, immediato.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena di tutti noi bisognosi deve allora vincere il senso di appartenenza “culturale”, morale, dottrinale e rituale - che solo ricalca e ribadisce.
Nessun segno di gioia da parte delle autorità (Mt 9,3; Mc 2,6-8; Lc 5,21) - ma la gente è entusiasta (Mt 9,8; Mc 2,12; Lc 5,26). Perché?
Gesù insegna e guarisce. Non annuncia il Dio delle religioni, ma un Padre - figura attraente, che non minaccia, né mette in castigo, bensì accoglie, dialoga, perdona, fa crescere.
Il contrario di ciò che trasmettevano le guide ufficiali, legate all’idea di una divinità arcaica, sospettosa e prevenuta, che discriminava tra amici e nemici.
Il Padre si esprime in forme non oppressive, nel modo dell’Alleanza famigliare e interumana: non gode dei perfetti, sterilizzati e puri - offre a tutti il suo Amore senza requisiti.
L’imperfezione infatti non è espressione di colpa, ma una condizione - e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.3).
È tale consapevolezza che suscita persone liberate e un ordine nuovo: «per stringere legami di unità, di progetti comuni, di speranze condivise» [Fratelli Tutti, n.287].
I collaboratori del Signore portano a Lui tutti i paralitici, ossia coloro che si sono bloccati e continuano a stare nelle loro barelle (dove forse li hanno sdraiati quelli dell’opinione comune).
Sono persone le quali nella vita sembra non procedano né in direzione del Dio vero, né vanno agli altri. Neanche riescono a incontrare se stesse.
Solo il contatto personale col Cristo può slegare questi cadaveri che vegetano, dal loro stagno deprimente.
Gli amici di Dio «gli presentavano un paralitico, coricato su di un letto» (Mt 9,2): provengono da ogni dove, dai quattro punti cardinali (cf. Mc 2,3); da origini diversissime, anche opposte - che non t’aspetti.
Essi si espongono per guidare i bisognosi dal Maestro, ma talora si ritrovano davanti una folla impermeabile (appunto, di sequestratori del Sacro) che non consente un rapporto personale diretto, faccia a faccia.
Non fanno entrare - invece vogliamo metterci davanti a Lui (v.4): a volte siamo come dei ricattati da balzelli e sottoposti a procedure, altrimenti non si passa; sei fuori.
Parafrasando ancora la terza enciclica di Papa Francesco, potremmo dire che anche nei percorsi di Fede ad accesso selettivo o gerarchico «la mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare» [n.202].
La Fede pensa e crede «un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture» [FT n.155].
Alcune “sinagoghe” insopportabili propugnano viceversa «una divisione binaria» [FT n.156] che tenta di classificare.
Ci sono cricche e club esclusivi, refrattari, i quali pretendono di appropriarsi del povero Gesù… a rovescio.
Perciò le loro “sinagoghe” o “case di preghiera” vanno scoperchiate e spalancate (v.4) - con estrema decisione.
Tali “sedi” capovolgono la presenza di Dio sulla terra e perturbano la vita dei derelitti, i quali hanno urgenze reali - non interesse a coltivare formule poco comprensibili, purità cultuali o altre sofisticazioni.
Basta complimenti corretti, e iter consuetudinari “perbene”!
Solo così l’uomo rigenera e scopre i suoi stessi poteri divini - che poi sono quelli umanizzanti: rimettere in piedi se stesso e i fratelli.
Con Cristo si avanza senza più autorizzazioni regolate e da implorare (talora a manichini scandalosi) che fanno impallidire la vita.
Allora, notiamo che non tappe azzeccate, ma solo l’iniziativa inusitata supera lo stagno delle strutture devote prese in ostaggio dagli habitué o da pensatori disincarnati. Dove ci si dovrebbe solo mettere in fila, aspettare il turno, accontentarsi... e assopire o disperdersi.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena, perspicace, di tutti noi bisognosi, deve vincere il senso di finta compattezza collettiva.
Deve surclassare ogni appartenenza “culturale”, morale, dottrinale e rituale - che truccandosi, solo ricalca e ribadisce.
Appunto, nessun segno di gioia da parte delle autorità (Mt 9,3; Mc 2,6-8; Lc 5,21) - ma la gente è entusiasta (Mt 9,8; Mc 2,12; Lc 5,26).
Ovvio che i consuetudinari giudichino Gesù un blasfemo: sono stati diseducati «in questa paura e in questa diffidenza» [FT n.152].
Non amano l'umanità, bensì le loro dottrine, i codici, le tappe azzeccate; poche belle rubriche - da santità esclusivamente rituale. Tutta carta pesta.
Non tutelano le persone, ma solo i loro legami interessati, i protocolli corretti e le posizioni acquisite; eventualmente le mode di pensiero a tornaconto - che intralciano il nostro sviluppo.
Insomma, siamo chiamati a scegliere in modo davvero insolito, rispetto al cliché della predicazione moralista popolare - che non ha mai saputo conciliare la stima… con l’imperfezione, l’errore, la diversità.
Secondo i Vangeli c’è un altro crocevia, decisivo: la strada della difesa dei privilegi di una casta che imbavaglia Dio in nome di Dio, o la Via del desiderio impellente e universale di vivere a tutto spiano.
A questo siamo chiamati, rispetto alle maniere conformiste: scegliere in modo insolito, profondo e deciso, per conciliare l’unicità, il vero, l’imperfezione, la nostra eccezionalità.
Altrimenti l’anima si ribella. Vuole stare con Gesù in posizione frontale, non dietro la ressa, pur dei credenti (démodé o à la page che siano).
Il passo dei Sinottici fa comprendere che il problema del “paralitico” non è il suo disagio, il senso di oppressione, l’apparente sventura.
Non sono queste le rotture del rapporto con la vita e con Dio.
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della “terapia”, e del vis-à-vis. Impensabile, forse offensivo, per il contorno.
Le configurazioni eccentriche - ritenute miserabili - contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci “obbligano” al rapporto immediato con nostro Signore. Quasi a cercarne la somiglianza.
Respirando il pensiero comune e ricalcando le trafile altrui, anche dei considerati “intimi a Dio”, l’irrigidimento sarebbe rimasto.
Nessuna Salvezza imprevedibile avrebbe fatto irruzione.
Insomma, secondo i Vangeli c’è un unico valore non negoziabile e crocevia, decisivo: il desiderio di vivere appieno, in modo davvero integrato; in prima persona.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa suscita il tuo senso di ammirazione per la Potenza di Dio? Sei entusiasta per i miracoli fisici o interiori?
Dove ascolti in modo più frequente: «Figliolo, sono rimessi i tuoi peccati (...) Alzati e cammina»? Gli altri, ti sembrano ambienti sani civili spirituali?
Di che genere sono le tue opere di Fede? A settori?
Segnate da tappe azzeccate e trattative coi diffidenti installati (affinché vengano accettate e scambiate per Tenerezza)?
Duplice Guarigione
Il brano del Vangelo di San Matteo, che si legge nella XVIII domenica dopo la Pentecoste, offre al Santo Padre alto argomento per la sua Omelia.
Si tratta di uno dei moltissimi episodi della vita del Signore, che ci preparano ad essere fervidamente uniti a Lui ed a ben celebrare i Divini Misteri.
Ogni pagina del Vangelo ha un suo punto focale, drammatico, intorno al quale circolano e la scena dell’episodio ricordato e il racconto fedele.
Per la prodigiosa ed istantanea guarigione del paralitico, l’apostolo San Matteo è più sobrio degli altri sinottici, San Marco e San Luca. Questi aggiungono più ampi particolari, tra cui quello dell’avvenuta apertura del tetto nell’ambiente ove si trovava Gesù, per calarvi l’infermo col suo lettuccio, data l’enorme folla che faceva ressa all’entrata.
Evidente è la speranza dei pietosi accompagnatori: essi vogliono quasi obbligare Gesù ad occuparsi dell’inatteso ospite e ad iniziare un dialogo con lui.
LA DUPLICE GUARIGIONE DEL PARALITICO
Qui subito ci troviamo ad un vertice di meraviglia e di grazia. Il Signore, con una parola molto dolce, bella, rigeneratrice, si rivolge al paralitico dicendo: «Confide, fili . . .»: Abbi fiducia, figliuolo. E poi? Ecco: «Remittuntur tibi peccata tua»: ti sono perdonati i tuoi peccati. Stupore di tutti i presenti. Non per questo essi avevano portato l’infermo, bensì perché fosse liberato dalla sua immobilità. Non si aspettavano che Gesù parlasse dei peccati di quel poveretto: i peccati erano, dunque, un impedimento alla guarigione?
Gesù legge nel cuore di quanti lo circondano: la sua prima sollecitudine è di togliere la malattia morale e lo dichiara. Da ciò, dopo la prima sorpresa, altri commenti e critiche, anzi la rampogna amara e veemente. Chi è costui che annulla i peccati? Solo Dio può rimetterli; Dio soltanto può regolare i conti tra Lui e le creature. Come mai, dunque, l’arbitrio, anzi, l’atto temerario, addirittura una bestemmia? Allora Gesù, visti i loro pensieri, aggiunge: «Perché pensate male nei vostri cuori? cos’è più facile dire: ti sono perdonati i tuoi peccati, o dire: lèvati su, e cammina?». Nel medesimo istante compie anche il miracolo fisico, dicendo al paralitico: «Sorgi, prendi il tuo letto e torna alla tua casa».
Il punto di maggiore interesse, in questo episodio, è che Gesù, davanti a un povero immobilizzato ed infelice, scopre una infelicità anche maggiore, una miseria anche più acuta. Vuole, anzitutto, occuparsi della salute morale di lui; e, buono ed onnipotente in sommo grado, compie il miracolo della guarigione spirituale prima di quella fisica.
Ha fatto Egli stesso testé il confronto: Quale delle due guarigioni è la più facile? dell’anima o del corpo?: e conclude dimostrando essere molto più importante il benessere dello spirito che non quello fisico.
Da qui scaturiscono alcune domande su uno degli aspetti più interessanti del Vangelo.
Che cosa Gesù vede negli uomini? Gesù è entrato nel mondo e conversa con noi, genere umano. Ebbene, come ci giudica? Il suo occhio che cosa scorge in noi? Esaminandoci, rileveremo come davanti a Gesù non vi sia alcun segreto. Per Lui tutto è trasparente. Anzi, se vorremo capire qualche cosa di bello nel Vangelo, dovremo sempre pensare che le scene svolgentisi intorno a Gesù hanno per Lui una limpidezza cristallina, singolare, inimitabile, Gesù vede tutto. San Giovanni, in uno dei primi capitoli del suo Vangelo, afferma precisamente che il Salvatore sciebat quid esset in homine. Gesù sa ciò che v’è nell’uomo. Durante la sua vita terrena gli uomini sono davanti a Lui in trasparenza. Gesù li trapassa col suo sguardo e conosce appieno che cosa sono, che cosa fanno, che cosa pensano: «Deus intuetur cor»: Iddio discerne il cuore.
LO SGUARDO DI DIO NEL CUORE UMANO
La permanente ricerca, così accentuata nell’uomo moderno, per intuire il segreto dell’uomo, per sapere tutto di lui, in Gesù è dote infallibile, divina. Egli conosce la realtà umana in tutto il suo complesso e nelle singole note più profonde ed arcane. Egli spalanca tutte le porte segrete dei nostri nascondigli interiori; i nostri pensieri gli sono manifesti: nulla, nulla può essere a Lui occultato. Apparire, quindi, dinanzi a Lui ed essere considerati in ogni particolare è un fatto istantaneo, giacché Egli tutto osserva e giudica in noi.
Ed allora possiamo chiederci: Ma, dunque, che cosa Egli vede? I valori positivi e i difetti dell’uomo. Nei bambini Gesù vede una innocenza angelica e se ne compiace, perché essi sono i cittadini autentici del Regno celeste. Nei piccoli il Figlio di Dio rileva la natura armoniosa che la sua mano creatrice ha impresso in queste creature innocenti. Gode perciò immensamente della loro compagnia, vivacità ed incanto; in una parola, della bellezza di Dio riflessa sul volto umano.
E ancora: che cosa nota, per esempio, nella Samaritana? Anche quella povera creatura resta sgomenta. Oh sì! - esclama - questo Profeta ha letto nel mio spirito: sa chi sono io! Ed eccola andare gridando ai suoi conterranei: è venuto un grande Profeta; ha detto ogni cosa della mia vita senza conoscermi! Che cosa, inoltre, il Divino Maestro vedrà nella implorante Maddalena che tutti vorrebbero schiacciare, col disprezzo e con l’accusa pubblica spietata? La povera umanità da redimere e salvare. Deus dilexit mundum! Iddio osserva le profondità del cuore umano, che, anche sotto la superficie del peccato e del disordine, possiede ancora una ricchezza meravigliosa di amore; Gesù col suo sguardo la trae fuori, la fa straripare dall’anima oppressa. A Gesù, dunque, nulla sfugge di quanto è negli uomini, della loro totale realtà, in cui sono il bene e il male.
INCOERENZE E DISTORSIONI NEL PENSIERO UMANO
La seconda domanda è la seguente: E gli uomini, con la loro educazione moderna, che cosa scorgono? Sono anche qui degli incoerenti. Innanzitutto, voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che, invece, è tanto frequente nel mondo religioso, nel nostro, segnatamente in quello vicino a Dio: la parola peccato. Gli uomini, nei giudizi odierni, non sono più ritenuti peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti; ma la parola peccato non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l’intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto del peccato. Una delle parole più penetranti e gravi del Sommo Pontefice Pio XII di v. m., risulta questa: «il mondo moderno ha perduto il senso del peccato»; che cosa sia, cioè, la rottura dei rapporti con Dio, causata appunto dal peccato. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. E allora la filosofia contemporanea dell’uomo parte da un ottimismo aprioristico. Che dice ad es. la pedagogia? L’uomo è buono; sarà la società a renderlo cattivo; ma, di per sé, lasciate che si sviluppi con spontaneità e in ambiente favorevole, sarà, di sua natura, probo e virtuoso. Viene adottata così quale norma, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie a ogni sorta di esperienze e di capricci, giacché, ammettendo nell’uomo tutti i diritti, bisogna lasciare che egli li esplichi nelle singole sue facoltà. Il male, dunque, non esiste. Questo famoso peccato originale - che è la prima verità sull’uomo - non è più ammesso e descritto nella diagnosi che il mondo oggi vuole tracciare di sé.
Ed ecco l’incoerenza. Mentre il punto di partenza è tanto sicuro, il punto d’arrivo, il giudizio terminale, che il nostro mondo dà sull’uomo, qual è? Qui non facciamo della psicanalisi, ci atteniamo soltanto a una documentazione letteraria: e non erriamo asserendo che il giudizio dato, oggi, dall’uomo di se medesimo, con la propria testimonianza più ricca e persistente, si direbbe anzi, la più monotona, è quello della disperazione: così, guardato di dentro, l’uomo è una cosa orribile. Quante volte coloro che ci si presentano davanti con aspetto simpatico, bonario, ingenuo, nascondono, al contrario, il sepolcro imbiancato più putrido e più deforme!
Guardate se c’è un film ottimista, nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, proprio in questi tempi oltremodo copiosi, c’è un solo libro presentabile, che dichiari essere l’uomo ancora buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l’analisi del fango, della perversione umana; e, con ciò, la tacita, ma inesorabile sentenza, data come definitiva: l’uomo è inguaribile. È qui la tenebrosa conseguenza. Si arriva a ritenere l’uomo come un essere infelicissimo. Seguendo la direzione di questi occhi che diventano implacabili e anche perspicaci, non si trova se non il male, sempre e disperatamente il male!
SPLENDA L’IMMAGINE DIVINA IN OGNI ANIMA
Anche Gesù vede: e guarda noi, che siamo della povera gente con tanti malanni. Al paralitico che gli si presenta davanti, spiega che vi sono delle paralisi anche più gravi e più stringenti di quella fisica. Tu hai molti peccati: te li rimetto, te li perdono! Gesù è il liberatore assoluto. Egli, dopo aver sollecitato in noi, con questa sua luce, un esame di coscienza, per il quale si avverte la colpa ma pur la redenzione, entra nell’anima come un torrente di letizia, di bontà e di amore. Se lo vuoi, - Egli ci conforta - io ti ridono la integrità, l’innocenza, la grazia di sentirti veramente quello che devi essere, restituito alla tua statura, alla tua bellezza originaria, e come il Signore ti ha creato a immagine e somiglianza sua.
Gesù è il divino artefice dell’ineffabile riscatto: si comprende, allora, come il Vangelo, finché ci sarà un mondo di uomini travagliati dai propri peccati, miserie, infelicità, disperazioni, il Vangelo proprio tra gli uomini susciterà sempre un eco che non potrà mai attenuarsi. Perché? ma perché non solo è parola di verità - e qui gli uomini sono concordi - ma è pure luce di speranza che gli uomini non possono dare a se stessi.
Che faremo noi, per cogliere qualche cosa di utile e salutare dall'odierna pagina evangelica? Cercheremo di lasciarci guardare dal Signore; di presentarci a Lui con sincera umiltà. È l’esame di coscienza, diciamo di più: è l’accostarci a quel sacramento della penitenza, che davvero scruta nel nostro intimo e ristabilisce la verità e la giustizia nelle nostre anime. Ognuno potrà affermare: col gemito del dolore non saprei guarirmi da me; ma se Tu vuoi, o Signore, basta una tua parola.
«CONFIDE, FILI»
Quella parola non ci mancherà mai. La misericordia di Dio è fonte inesauribile che Cristo ha portata nel mondo proprio con il desiderio, l’ansia di cercarci, di inseguirci e ripeterci: amavo te; sono venuto per te, affinché tu capisca chi sei e quanto tu sia paralitico e miserabile. Ma confide, fili: abbi fiducia, o figliuolo, ti sono rimesse queste tue miserie. Anzi: con le miserie morali in gran parte potranno essere sanate anche quelle fisiche. Si pensi che cosa sarebbe la faccia del mondo, se i peccati degli uomini fossero eliminati, se le colpe morali fossero tolte! Non è che siano due cose conseguenti: in altre pagine del Vangelo il Signore dirà che la sventura fisica non è, di per sé, fatalmente collegata a quella morale. Basta ricordare il cieco nato, basta riflettere alle tante sofferenze dei giusti. Sta però il fatto che se fossero guarite le tante miserie morali, la nostra vita sarebbe molto migliore, molto più sana, e più igienica anche; sarebbe assai più felice. L’unità dell’uomo è una realtà: essa comporta delle interferenze fra l’un mondo e l’altro: quello morale e quello materiale; quello interiore e quello esterno.
Perciò oggi andremo da Gesù, offrendo il Divin Sacrificio: anche noi presentandoci dinanzi a Lui come il paralitico. Con tutta umiltà Gli chiederemo che la fiducia nella sua onnipotenza e bontà si rinnovi nell’anima nostra. Ognuno supplicherà: Signore, salvami: Tu solo hai parole di vita eterna.
(Papa Paolo VI, omelia 20 settembre 1964)
Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene.
[Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009]
1. Un testo di sant’Agostino ci offre la chiave per interpretare i miracoli di Cristo come segni del suo potere salvifico: “L’essersi fatto uomo per noi ha giovato alla nostra salvezza assai più dei miracoli che egli ha compiuto tra noi; ed è più importante che l’aver sanato le malattie del corpo destinato a morire” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1). In ordine a questa salute dell’anima e alla redenzione del mondo intero Gesù ha compiuto anche i miracoli di ordine corporale. E dunque il tema della presente catechesi è il seguente: mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio.
2. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati””. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cf. Mc 2, 1-12 e anche Mt 9, 1-8; Lc 5, 18-26; Lc 5, 25).
Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 11 novembre 1987]
Oggi il Signore a ognuno di noi dice: “Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella” – “Ma Signore, non è l’ultimo modello…”. Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita, è la tua gioia. “Vuoi guarire?”, prima domanda che oggi ci fa il Signore? “Sì, Signore” – “Alzati”. E nell’antifona all’inizio della messa c’era quell’inizio tanto bello: “Voi che avete sete venite alle acque - sono acque gratis, non a pagamento - Voi dissetatevi con gioia”. E se noi diciamo al Signore “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza.
[Papa Francesco, a s. Marta 28 marzo 2017]
(Mt 8,28-34)
In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.
Il dilemma delle assemblee giudaizzanti di Galilea e Siria - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.
E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.
Il brano associa le icone del mare (vv.27.32) e degli indemoniati che vagano, separati da Dio e dagli uomini; privi di una forza interna rigenerante.
L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.
In tal guisa: coloro che non hanno ancora incontrato Gesù procedono a casaccio, sono «furiosi» (v.28); senza criterio né mèta.
L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: vivono in situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).
Ma il fatto appariva nella norma (v.29).
Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.
Potenze che generano caos nella nostra esistenza.
È l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.
Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.
Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.
Il momento critico è la Presenza del Signore: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.
Subentra una sproporzione: fra ciò che sembra pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).
L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.
Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.
Il potere poi manipolava in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.
Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.
Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo, malgrado le sconfitte nella predicazione.
L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.
La chiesa si distaccava dalle credenze comuni, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.
Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre gli uomini oppressi vogliono essere liberati dalle loro alienazioni e tormenti.
Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.
Il suo Messaggio è decisivo e benefico. Ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.
[Mercoledì 13.a sett. T.O. 1 luglio 2026]
(Mt 8,28-34)
Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, le uniche scuole del giudaismo sopravvissute risultarono essere quelle dei farisei e dei giudeo cristiani.
Entrambe avevano sostenuto che l’avvento del Messia nulla avesse a che vedere con la lotta politica diretta contro i romani.
Tutto ciò - malgrado ne avversassero l’insostenibile ideologia di potere, di oppressione e sfruttamento degli umili.
Mentre però i Farisei andavano riorganizzandosi e iniziavano man mano a dominare la scena del giudaismo che desiderava ricostruirsi, a metà anni 70 in Siria e Galilea le comunità di Mt vivevano oppresse.
Tutto ciò nell’emarginazione dell’impero e nel rifiuto dei correligionari di provenienza [che li consideravano traditori delle radici].
Nel passo di Vangelo, l’evangelista vuole incoraggiare e motivare i membri di chiesa.
Mt pone l’accento sul ‘potere’ di vita di Gesù, che si manifesta Signore anche in territori, età, e momenti difficili.
In luogo impuro e di morte («sepolcri»), proprio sugl’immondi «porci» ossia i più separati da Dio [probabile immagine-epiteto di alcune legioni romane: Mc 5,9] il Signore esercita una forza interna rigenerante.
Lo scenario che fa da sfondo è figura della ‘immersione battesimale’ e dei suoi esiti, anche critici dal punto di vista famigliare e sociale.
Insomma: chi non ha ancora incontrato Gesù procede a casaccio, è «furioso» (v.28); senza criterio né mèta.
L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: si vive in una situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).
Ma il fatto sembrava nella norma (v.29)...
Il momento discrimine è la nuova Presenza: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.
Subentra una sproporzione: fra ciò che sembrava pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).
L’ideologia di dominio pareva a tutti chissà cosa; d’un tratto si disintegra.
Di fronte alla vera Potenza della Vita, i due spontaneamente si convertono e chiedono il Battesimo: gesto d’immersione nei flutti del caos primordiale, per far annegare (v.32) i loro spiriti autodistruttivi.
Insomma: Cristo e la sua energia vitale sono sempre in visita del nostro territorio, qualsiasi esso sia.
Con Lui si può recuperare; non siamo segnati a vita.
E non c’è bisogno di scalate o progressioni snervanti, trafile lunghissime e insostenibili: tutto può accadere in un attimo.
Ma l’autonomia mette paura alla società inerte, consolidata, abitudinaria - allertata dai guardiani del mondo antico (v.33).
Per alcuni, è meglio fare le pecore e ritagliarsi solite piccine sicurezze [pur non sentendosi accolti da Dio, né totalmente vivi] piuttosto che farsi carico di gestire la nuova Libertà.
Sembrano più succulente le vetuste “cipolle d’Egitto”: scelte per l’atavico timore d’una vita nuova.
Come dire: meglio una religione che ci sottomette e alimenta paure o ansie, che lo spirito d’intrapresa e rischio nella Fede.
Esistenza imprevedibile, che ci rimetterebbe in campo altrimenti, che farebbe leva sulla forza della vita stessa e dell’autonomia rigenerata, di persone in Cristo.
Non pochi viceversa preferiscono tenersi stretti i propri demonietti, e così Lo espellono come indesiderabile (v.34).
I Vangeli insistono a descrivere la vittoria dei credenti sulle forze maligne e di morte.
Al tempo di Mt esse erano il nerbo delle credenze misteriche orientali [che si andavano diffondendo].
Ciò per incoraggiarci a stravincere la palude dell’assuefazione e le incertezze sataniche inoculate da religioni che infondono ai cuori una spiritualità vuota.
E proseguire sul buon cammino che finalmente non aliena le persone semplici, né rende succube la società e il mondo - ancora oggi qua e là inoculato di terrori e castighi infondati.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Anche con delicatezza, quante volte hai pregato Gesù di stare a debita distanza dal tuo territorio?
Con Lui ci hai già fatto il callo, oppure ti senti attivare?
Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?
Quale esemplarità stupefacente ti appartiene?
Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva
In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.
Il dilemma delle assemblee romane - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.
E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.
Il brano di Mc associa le icone del mare, del cimitero, dell’indemoniato che vaga, e delle legioni romane.
L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.
Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.
Potenze che generano caos nella nostra esistenza.
«Cimitero» è l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.
Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.
Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.
«Legione» è nome d’ogni potere (qui religioso, politico e militare) che soffocava gli aneliti alla felicità, producendo smarrimento, emarginazione, divisione interiore.
Milieu e fattore determinante di processi che peggioravano le stesse indigenze congenite.
L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.
Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.
Le legioni poi manipolavano in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.
Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.
Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo - malgrado le sconfitte nella predicazione.
L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.
La chiesa si distaccava dalle credenze comuni nella capitale dell’impero, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.
Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre l’uomo oppresso vuol essere liberato dalle sue alienazioni e tormenti.
Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.
Il suo Messaggio è decisivo e benefico, ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.
Dio non è un controllore di biglietti
(Mc 5,18-20)
Siamo chiamati a un più intenso godimento dell’esistenza e ad una nuova “Testimonianza”.
Quest’ultima non riguarda sforzi, rinunce, o facili moralismi.
Il Signore non vuole che ci mischiamo con l’ufficialità malata di chi gli fa ressa attorno, bensì che percorriamo la nostra via.
L’invito di Gesù (Mc 5,19) sbalordisce.
Demoni ideologici mortificano l’essere, e sono da cacciar via - malgrado la massa devota sia soddisfatta così.
Forse la gente si è abituata a ospitarli nell’ambiente cui rimane affezionata; e ormai li considera parte dell’imprescindibile panorama (Mc 5,1-17).
Ecco allora contrapporsi l’avventura della Fede - sulla base della propria esperienza di Dio.
In tal guisa, l’Annuncio battesimale ha il “compito” di allargare gli orientamenti e dilatare la comunicazione Cielo-terra.
Ciò a partire dalla straordinarietà della persona. Per la gioia di tutti.
Il Profeta disturba gli equilibri antichi perché non si adatta al quieto vivere.
Egli procede controcorrente… per necessità di focolare intimo, che sente come un roveto acceso e inestinguibile.
Va incontro non al parere altrui, ma all’acqua sempre fresca e cristallina della Sorgente in atto.
Il paradigma innato che si annida nella Chiamata gli trasmette la visione di una rotta, un istinto del procedere. Perfino l’attrezzatura essenziale.
Impulso di vita - o esodo - che abilita a incamminarci verso quell’indirizzo, assoluto perché irripetibile.
L’interfaccia naturale del tragitto si annida nella identità profonda di ciascuno.
La sua unicità straordinaria, impareggiabile e insolita, si manifesta con inclinazioni emotive privilegiate - e nelle eccentricità personali - spesso già rilevabili in tenera età.
La Vocazione si svela all’anima in un desiderio bruciante e attraverso una vera e propria immagine [unica per ciascuno, anche trasognata ma durevole] percepibile dall’occhio interiore, che periodicamente fa capolino.
Si tratta magari del panorama di una situazione di futuro - non solo individualisticamente irripetibile e singolare (o altro).
Essa possiede l’autentica perfezione di carattere persino relazionale della condizione divina. Ma con proprio punto di vista - pur comunionale e festoso - il quale fa eco perseverante e accompagna la via da percorrere.
Interagendo con l’ambiente circostante e anche per contrapposizione, ogni radice farà il suo frutto.
Ma qualsiasi distrazione dal proprio carattere diventerà un faticoso labirinto...
Normalmente si crea una lotta fra la scintilla divina individuale e la restrizione dell’ambiente assuefatto, già dotato di sue contorte perizie.
Di conseguenza, la difficoltà di portare avanti il viaggio è garantita da quell’icona nascosta che è la nostra reale e ideale portata.
Ciò vale assai più che le rassicurazioni profuse da saperi preponderanti - in loco - o destrezza e disciplina.
Realizzarsi farà rima con affidarsi, però al contrario del senso antico.
Infatti, per giungere ad attuare le proprie aspirazioni non bisogna migliorare imitando modelli “giusti” e diventare abili, o imporsi sforzi maggiori.
Come ribadito da Papa Francesco: «Dio non è un controllore di biglietti».
Per avverare il sogno della vita non c’è da fissarsi, obbedire a voci esterne, e sudare.
Piuttosto ci si deve lasciar andare alla propria natura innata, alla propria quintessenza: lì c’è il segreto della nostra Felicità.
Qui, anche per tentativi parziali ed errori momentanei che ricalibrano, ognuno trova la propria strada e si realizza. Non resta sempre ai blocchi di partenza, né si sente inferiore agli amici più titolati.
Ha acquisito la sicurezza di come piacere a se stesso e al Padre.
Perché produce effetti attrattivi, la sua bellezza spontanea coinvolge anche gli altri.
Ed è quella che ha trovato il modo di buttar via tante zavorre: l’antico atteggiarsi artificioso, con le cose inutili e statiche.
Dando una svolta… ci rimettiamo in contatto con l’energia antica dell’inclinazione eccezionale - persino negli acciacchi.
Nella vita pia, per crescere bisogna di norma sottoporsi a un compito previsto, e - se proprio si vuole eccellere - estenuarsi in rigide procedure, che sono già state di altri.
Così si può sperare di fare “carriera” religiosa, anche spiritualmente atletica o di passerella - da cooptati nelle alte sfere del bon ton.
L’anima che invece corre nel binario della sua completezza toglie di mezzo la mentalità paludosa (scoraggiante l’insolito) per dirigersi verso una nuova nascita e infanzia.
Genesi e sviluppi che riattivano gli interessi, o il nostro “pallino” - e fanno spiegare ali di vivacità. Onda che ci appartiene.
Esemplarità stupefacente.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?
Tornare in te stesso o altro? Cosa t’importa in comunità? La guarigione dell’umanità dissipata o il consueto legame - inconsistente e da far precipitare - con idoli comuni?
Fede, caricature e Sequela differente
Mc 5,18-20 [Lc 9,57-62]
Per i semiti, le figure genitoriali indicano il legame con l’etnia, la tradizione, il passato e l’ambiente culturale.
Gesù sembra escludere la correlazione a tali figure, benché si rivolga ai suoi in modo esclusivo e singolare.
Mai parla di padri, ma del Padre - che non è un ripetitore.
Quindi impone a tutti un taglio orizzontale con le consuetudini che potrebbero ritardare o condizionare la sua Chiamata, la scoperta profonda del senso degli eventi, il sorgere d’una mentalità nuova, la Sequela.
Egli diversifica le Vocazioni, per far comprendere a ciascuno il carattere intimo, per Nome, del rapporto di Alleanza nella Fede - che non spersonalizza come nelle religioni.
La simbiosi con la mentalità circostante o la stessa conoscenza intellettuale possono paradossalmente offuscare proprio l’intelligenza delle irripetibili inclinazioni che nel nostro intimo manifestano la firma impareggiabile del Creatore.
L’Appello autentico coglie la donna e l’uomo in modo esclusivo e penetrante, nell’unicità del loro vissuto. Che Patto e Missione sarebbero, altrimenti?
A volte la cosa migliore da fare per se stessi e per il prossimo è tagliare un cordone ombelicale, e prendere le distanze dalle aspettative di persone frequentate abitualmente.
La decisione è essenziale per poter cercare il senso dello Spirito ch’è solo Amore personale - e diventa la vera Passione.
Qui lo stato interiore d’individuazione e indipendenza dev’essere ben presente all’anima.
Frequentando i medesimi ambienti conformisti, ci s’identifica in persone e situazioni: si blocca così il centro delle aspettative e dei sogni. Non si aprono le porte di altri mondi, d’un altro regno.
La personalità vuole il suo spazio d’autonomia, perché la vita in pienezza è sperimentare una fresca cascata di rinascite in Cristo - facendo festa insieme, ma stando sulle proprie gambe.
Impossibile per la nostra natura... ma la Fonte dell’essere ci conduce come abile regista, sempre di novità in novità. E la sua Sapienza profonda farà danzare - anche se non avessimo mai imparato a ballare in stile.
Che vita di Fede sarebbe quella che pretende di arginare le onde del mare aperto per farci restare sempre nella rada più conosciuta, rassicurante?
Appoggiarsi alla famiglia, agli amici, all’opinione assuefatta, all’insenatura del club o alla spiaggia del movimento [insomma, voler assomigliare per strappare subito consenso] non ci permette di vivere nuove genesi.
Gesù è perentorio, perché la scelta è decisiva.
Chi sta con la testa bassa o all’indietro - o nel confronto - non può sperimentare l’avventura della Fede; non vive, ma si trascina dietro la religione dei morti.
Chi sta solo nel futuro e non ha senso della realtà sperimenta illusioni. Ma chi rimane nel passato o coi modelli, sta con gli scheletri (non solo nell’armadio) e non percepisce il senso del mutamento.
Facilmente si ossessiona o rimugina, cronicizzando. Mentre la novità degli stimoli potrebbero introdurlo in una catena di balzi impensati.
Per questo i legami famigliari e culturali martellanti possono togliere intensità o carattere alla Chiamata per Nome.
Ne intaccano il necessario spazio, invaso da troppi Signorsì - che non ci appartengono e non vogliamo. Solo bloccano i meccanismi riposti.
Nell’esodo appassionato con Gesù, il piacere della Vocazione non può permettersi che siano le inclinazioni altrui [e conformi] a riversarsi, pervadere, occupare il nostro mondo e tempo personali.
Per ascoltare e fare proprio l’Appello alla Missione è necessario edificare una sfera del Sé eminente, inattaccabile, amicale; custodita - di cui nel tempo impareremo a prendere il passo e gli orizzonti.
Questo ambito individuante, dai confini tutelati da interferenze, ci aiuterà nel Dialogo della preghiera. E allontanerà dal pericolo di venire assorbiti dalla mentalità comune; impersonale, accomodante.
La difesa di tale riservatezza densa d’Inedito non istituzionale diventa la molla e grinta della nostra vita impegnata, che non fa retromarcia.
Col tempo tale Nido c’insegnerà a esprimere in modo non adibito, bensì genuino, la qualità delle relazioni - persino il pieno disaccordo con la mentalità esterna vincente e che ha potere, se banale.
Chi sceglie altrimenti, prima o poi dovrà compensare il taglio (di sé) con gratificazioni di varia natura, che lo allontaneranno dal proprio volto e dall’ideale che intimamente corrisponde.
[Persino una santa cattiveria sognante può servire a ritrovare l’intimo Nucleo di persona, il sacro di ciascuno].
Non siamo chiamati a adeguarci a un buonismo neutrale che vuole solo piacere fuori, magari perché ha timore di essere escluso dal giro o giudicato male - perfino al contrario.
Dietro le linee portanti della personalità di ciascuno si nasconde una Perla, che per poter dare contributi significativi secondo Disegno del Signore deve manifestare le proprie singolarissime sfumature.
Soprattutto nella relazione sponsale con Dio non bisogna adattarsi a ruoli che profondamente non ci appartengono.
Nel tempo, il compromesso diventa un habitus che fa smarrire le tendenze naturali: in esse sono annidati i cromosomi della Vocazione.
La realizzazione della irripetibile missionarietà non avviene secondo personaggio, o princìpi acclarati e diffusi - concordisti e di successo - né perché si va a braccetto con tutto il mondo dei reduci [o di quello “à la page”].
Al contrario dell’adattarsi e lasciarci influenzare dall’irenismo, a un certo punto si devia, per seguire l’Amico interiore che sa dove condurci e non conosce la recita dell’essere comunque d’accordo.
Altrimenti, smarrita l’energia-Persona e la mèta che portano a destinazione, l’Unicità impallidisce nelle mediazioni che ci tengono in ostaggio - dietro vicende, linee di pensiero e ruoli ormai tramontati.
Infine si perde di vista il proprio Eros fondante, che voleva muovere i desideri, il nostro modo di conoscere il mondo e le attività.
[Esito: un Nucleo ormai sfocato, Sorgente che ricicla e non zampilla come prima, dispersa nei mille rivoli dei trasformismi - astute scorciatoie per una carriera senza scossoni].
Ecco allora le grandi danze sul nulla: quello dei mancati pericoli - allestite come compensazione tranquilla proprio da coloro che Cristo definirebbe “gusci vuoti” [«facitori di cose vane»: Lc 13,27 testo originale].
Non di rado proprio gli obbiettivi di casta o di branco legati a un pensiero tribale e settoriale si consolidano - prendono il sopravvento sul peso specifico e sulla intimità dei valori, sostituiti da slogan faciloni e conformisti o adultoidi che plagiano l’esistenza.
Ogni missionario sa che affidare la vita a opinioni di maniera, seriose e quiete, iniziative rassicuranti o scelte da manuale, non sortisce frutto, anzi diventa controproducente.
Il concordismo sembra un rifugio che attrae, ma diventa solo una tana di lusinghe.
Secondo il pensiero cinese, per acquistare smalto e fuggire un servilismo inquinato e logoro, i Santi «si fanno insegnare dalle bestie l’arte di evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone».
Infatti: «Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale».
«Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante [mentre è opportuno] alternare i periodi di vita rallentata e di tripudio».
«Il Santo non si sottomette al ritiro o al digiuno se non al fine di giungere, grazie all’estasi, a evadere per lunghi viaggi. Questa liberazione è preparata da giochi vivificanti, che la natura insegna».
«Ci si allena alla vita paradisiaca imitando i sollazzi degli animali. Per santificarsi, bisogna prima abbrutirsi – si intenda: imparare dai bambini, dalle bestie, dalle piante, l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita».
[M. Granet, Il Pensiero Cinese, Adelphi 2019, kindle pp. 6904-6909].
La suggestione del passato da perpetuare, il laccio dei giudizi ristretti e i legami di cerchia possono sottrarci la ricchezza celata, rubando il presente e il futuro: questo il vero errore da evitare!
Ciò che conta non è ripristinare la situazione, copiare gli antichi o gli acclamati e forti, identificarsi per stare quieti e non sbagliare, bensì rinnovare se stessi per evolvere, crescere, espandere, stupire.
Altrimenti i nostri goffi problemi saranno sempre identici e non ci sarà Cammino esuberante né Terra Promessa, ma solo un circolo vizioso di rimpianti o finte rassicurazioni.
Per vivere la Fede dell’attimo reale - non rinunciataria e che mette le cose in fila - non si può essere scolaretti ripetenti del luogo o delle mode, del tempo o del giorno prima.
Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.
[Papa Benedetto, Angelus 8 febbraio 2009]
1. Un testo di sant’Agostino ci offre la chiave per interpretare i miracoli di Cristo come segni del suo potere salvifico: “L’essersi fatto uomo per noi ha giovato alla nostra salvezza assai più dei miracoli che egli ha compiuto tra noi; ed è più importante che l’aver sanato le malattie del corpo destinato a morire” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1). In ordine a questa salute dell’anima e alla redenzione del mondo intero Gesù ha compiuto anche i miracoli di ordine corporale. E dunque il tema della presente catechesi è il seguente: mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio.
2. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati””. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cf. Mc 2, 1-12 e anche Mt 9, 1-8; Lc 5, 18-26; Lc 5, 25).
Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.
3. Con la stessa chiave si può spiegare quella categoria speciale dei miracoli di Cristo che è “scacciare i demoni”, “Esci, spirito immondo da quest’uomo!” intima Gesù, secondo il Vangelo di Marco, incontrando un indemoniato nel paese dei Geraseni (Mc 5, 8). In quella circostanza assistiamo a un colloquio insolito. Quando quello “spirito immondo” si sente minacciato da parte di Cristo, urla contro di lui: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. A sua volta Gesù “gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”” (cf. Mc 5, 7-9). Siamo dunque sul margine di un mondo oscuro, dove giocano fattori fisici e psichici che senza dubbio hanno il loro peso nel causare delle condizioni patologiche in cui si inserisce quella realtà demoniaca, rappresentata e descritta variamente nel linguaggio umano, ma radicalmente ostile a Dio e quindi all’uomo e a Cristo venuto a liberarlo da quel potere maligno. Ma suo malgrado, anche lo “spirito immondo”, in quell’urto con l’altra presenza, prorompe in quella ammissione proveniente da una intelligenza perversa ma lucida: “Figlio del Dio altissimo“!
4. Nel Vangelo di Marco troviamo anche la descrizione dell’avvenimento qualificato abitualmente come guarigione dell’epilettico. Infatti i sintomi riferiti dall’evangelista sono caratteristici anche di questa malattia (“schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce”). Tuttavia il padre dell’epilettico presenta a Gesù il suo figlio come posseduto da uno spirito maligno, il quale lo scuote con convulsioni, lo fa cadere per terra e lui si rotola spumando. Ed è ben possibile che in uno stato di infermità come quello s’infiltri e operi il maligno, ma anche ad ammettere che si tratti di un caso di epilessia, dalla quale Gesù guarisce il ragazzo ritenuto indemoniato da suo padre, resta tuttavia significativo che egli effettui quella guarigione ordinando allo “spirito muto e sordo”: “Esci da lui e non rientrare più” (cf. Mc 9, 17-27). È una riaffermazione della sua missione e del suo potere di liberare l’uomo dal male dell’anima fino alle radici.
5. Gesù fa conoscere chiaramente questa sua missione di liberare l’uomo dal male e prima di tutto dal peccato, male spirituale. È una missione che comporta e spiega la sua lotta con lo spirito maligno che è il primo autore del male nella storia dell’uomo. Come leggiamo nei Vangeli, Gesù ripetutamente dichiara che tale è il senso della sua opera e di quella dei suoi apostoli. Così in Luca: “Io vedevo satana cadere dal cielo come folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (Lc 10, 18-19). E secondo Marco, Gesù dopo aver costituito i Dodici, li manda “a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 14-15). Secondo Luca anche i settantadue discepoli, dopo il ritorno dalla loro prima missione, riferiscono a Gesù: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc 10, 17).
Così si manifesta il potere del Figlio dell’uomo sul peccato e sull’autore del peccato. Il nome di Gesù, nel quale anche i demoni sono soggiogati, significa Salvatore. Tuttavia questa sua potenza salvifica avrà il suo adempimento definitivo nel sacrificio della croce. La croce segnerà la vittoria totale su satana e sul peccato, perché questo è il disegno del Padre che il suo Figlio unigenito esegue facendosi uomo: vincere nella debolezza e raggiungere la gloria della risurrezione e della vita attraverso l’umiliazione della croce. Anche in questo fatto paradossale rifulge il suo potere divino, che può giustamente chiamarsi la “potenza della croce”.
6. Fa parte di questa potenza, e appartiene alla missione del Salvatore del mondo manifestata dai “miracoli, prodigi e segni”, anche la vittoria sulla morte, drammatica conseguenza del peccato. La vittoria sul peccato e sulla morte segna la via della missione messianica di Gesù da Nazaret al Calvario. Tra i “segni” che indicano particolarmente il suo cammino verso la vittoria sulla morte, vi sono soprattutto le risurrezioni: “i morti risuscitano” (Mt 11, 5), risponde infatti Gesù alla domanda sulla sua messianità rivoltagli dai messaggeri di Giovanni Battista (cf. Mt 11,3). E tra i vari “morti” risuscitati da Gesù, merita un’attenzione particolare Lazzaro di Betania, perché la sua risurrezione è come un “preludio” alla croce e alla risurrezione di Cristo, in cui si compie la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte.
7. L’evangelista Giovanni ci ha lasciato una descrizione particolareggiata dell’avvenimento. A noi basti riferire il momento conclusivo. Gesù chiede di togliere il masso che chiude la tomba (“Togliete la pietra”). Marta, la sorella di Lazzaro osserva che il fratello è già da quattro giorni nel sepolcro e il corpo certamente ha iniziato a decomporsi. Tuttavia Gesù grida a gran voce: “Lazzaro vieni fuori!”. “E il morto uscì”, attesta l’evangelista (cf. Gv 11, 38-43). Il fatto suscita la fede in molti dei presenti. Altri invece si recano dai rappresentanti del Sinedrio, per denunciare l’avvenimento. Sommi sacerdoti e farisei ne restano preoccupati, pensano ad una possibile reazione dell’occupante romano (“verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (cf. Gv 11, 45-48). Proprio allora cadono sul Sinedrio le famose parole di Caifa: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. E l’evangelista annota: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò”. Di quale profezia si tratta? Ecco, Giovanni ci dà la lettura cristiana di quelle parole, che sono di una dimensione immensa: “Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (cf. Gv 11, 49-52).
8. Come si vede, la descrizione di Lazzaro contiene anche indicazioni essenziali riguardanti il significato salvifico di questo miracolo. Sono indicazioni definitive, perché proprio allora viene presa dal Sinedrio la decisione sulla morte di Gesù (cf. Gv 11, 53). E sarà la morte redentrice “per la nazione” e “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”: per la salvezza del mondo. Ma Gesù ha già detto che quella morte diventerà pure la vittoria definitiva sulla morte. In occasione della risurrezione di Lazzaro egli ha assicurato a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).
9. Alla fine della nostra catechesi torniamo ancora una volta al testo di sant’Agostino: “Se consideriamo adesso i fatti operati dal Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, vediamo che gli occhi dei ciechi, aperti miracolosamente, furono rinchiusi dalla morte, e le membra dei paralitici, sciolte dal miracolo, furono di nuovo immobilizzate dalla morte: tutto ciò che temporalmente fu sanato nel corpo mortale, alla fine fu disfatto; ma l’anima che credette, passò alla vita eterna. Con questo infermo il Signore ha voluto dare un grande segno all’anima che avrebbe creduto, per la cui remissione dei peccati era venuto, e per sanare le cui debolezze egli si era umiliato” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1).
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo.
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 11 novembre 1987]
1. “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21). Nelle parole di Marta si compendia l’universale aspirazione a una presenza che sconfigga questo nemico implacabile, di fronte a cui ogni tentativo di fare dell’uomo un assoluto crolla inevitabilmente: la morte.
Oggi, fratelli e sorelle carissimi, noi preghiamo per i defunti: in questi giorni ci rechiamo in visita ai cimiteri, quali pellegrini oranti, per implorare pace eterna ai nostri cari. Davanti a quelle tombe s’afferma dentro di noi l’aspirazione a vincere la morte, prende consistenza il respiro di eternità che abita nei nostri cuori.
Noi decoriamo, infioriamo, abbelliamo quelle tombe, perché il nostro cuore ci dice che un corpo avvolto nell’immobilità fredda della morte non è, non può essere, l’ultima parola di una vita. Un’immensa trama di progetti, di potenzialità solo parzialmente espressi, le attese di un mondo più giusto e più umano, il calore degli affetti, la fatica delle quotidiane fedeltà, tutto questo tesoro di bene non può essere murato nel silenzio implacabile del nulla.
2. Ecco perché l’umanità intera ha esultato di gioia, quando una pietra è stata rotolata dal sepolcro nuovo in un giardino di Gerusalemme, e una parola annunciata un giorno e attesa dai millenni della storia è divenuta realtà: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).
Il Signore glorioso che spalanca le porte della vita dà finalmente un senso a questo bisogno di eternità, di compimento, di pienezza che ciascuno di noi sente pulsare dentro di sé: il Dio fedele, che risuscita il Figlio solidale con gli uomini fino alla morte, infonde in noi la consolante certezza dell’immortalità.
Oggi la morte continua a mietere le sue vittime; la sofferenza e il dolore feriscono ogni giorno il corpo martoriato dell’umanità. Eppure, fra le tenebre del male, fisico o morale, risplende agli occhi del credente la luce di una promessa sicura: “Io sono la risurrezione e la vita”. Questa parola rende solida l’attesa, costante la pazienza, certa la speranza.
3. Su una così immensa moltitudine di morti oggi la Chiesa pronuncia il suo atto di fede nella vita, nel nome di Colui che è la vita. Su quanti si spensero quasi impercettibilmente in una saggia longevità, come sui bimbi, accolti nel seno del Padre prima che i loro occhi si aprissero alla luce; su coloro che la malattia ha consumato, associandoli al sacrificio dell’Agnello, come sui trafitti dalla violenza omicida; su tutti si leva, decisa, la voce della speranza: “Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 22).
Noi ne siamo certi: Cristo, che ci ama, è andato a prepararci un posto. Egli tornerà e ci prenderà con sé in un abbraccio eterno. Per questo oggi sale incessante la preghiera della Chiesa, sorella e madre, testimone del Risorto, per tutti i defunti, a qualsiasi tempo o popolo appartengano, perché dal chicco di grano caduto nella terra germogli un’attesa ricca di immortalità.
In questo giorno vogliamo ricordare in particolare tutte le vittime dell’odio e della violenza, invocando il Signore di concedere all’umanità quella pace a cui l’umanità tanto anela.
[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 2 novembre 1986]
The Spirit of the Lord continues to pour out his gifts upon the Church to guide us into all truth, to show us the meaning of the Scriptures and to make us credible heralds of the word of salvation before the world [Pope Benedict, Verbum Domini]
Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza [Papa Benedetto, Verbum Domini]
This belonging to each other and to him is not some ideal, imaginary, symbolic relationship, but – I would almost want to say – a biological, life-transmitting state of belonging to Jesus Christ (Pope Benedict)
Questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale (Papa Benedetto)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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