don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

1. Nella scorsa catechesi sullo Spirito Santo siamo partiti dal testo giovanneo del “discorso d’addio” di Gesù, che costituisce in certo modo la principale fonte evangelica della pneumatologia. Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo - Spirito di verità, che “procede dal Padre” (Gv 15, 26) e che verrà mandato dal Padre agli apostoli e alla Chiesa “nel nome” di Cristo, in virtù della Redenzione operata nel sacrificio della Croce, secondo l’eterno disegno di salvezza. Nella potenza di questo sacrificio anche il Figlio “manda” lo Spirito, annunziando che la sua venuta si effettuerà in conseguenza, e quasi a prezzo della propria dipartita (cf. Gv 16, 7). Vi è dunque un legame, enunciato da Gesù stesso, tra la sua morte-Risurrezione-Ascensione e l’effusione dello Spirito Santo, tra la Pasqua e la Pentecoste. Anzi, secondo il quarto Vangelo il dono dello Spirito Santo avviene la sera stessa della Risurrezione (cf. Gv 20, 22-25). Si può dire che lo squarcio del fianco di Cristo in Croce apre la via all’effusione dello Spirito, che sarà un segno e un frutto della gloria ottenuta con la Passione e morte.

Il testo del discorso di Gesù nel Cenacolo ci rende anche noto che egli chiama lo Spirito Santo il “Paraclito”: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (cf. Gv 14, 16). Analogamente anche in altri testi leggiamo: “. . . il Paraclito, lo Spirito Santo” (cf. Gv 14, 26; Gv 15, 26; Gv 16, 7). Invece di “Paraclito” molte traduzioni adoperano la parola “Consolatore”; essa è accettabile, benché occorra ricorrere all’originale greco “Parákletos” per afferrare appieno il senso di ciò che Gesù dice dello Spirito Santo.

2. “Parákletos”, letteralmente significa: “colui che è invocato” (da para-kaléin, “chiamare in aiuto”), e dunque “il difensore”, “l’avvocato”, nonché “il mediatore” che adempie la funzione di intercessore (intercessor). È questo senso di “Avvocato-Difensore” che ora ci interessa, pur non ignorando che alcuni padri della Chiesa usano “Parákletos” nel senso di “Consolatore”, particolarmente in riferimento all’azione dello Spirito Santo nei riguardi della Chiesa. Per adesso fissiamo la mente e svolgiamo il discorso sullo Spirito Santo come parákletos-avvocato-difensore. Questo termine ci permette di cogliere anche la stretta affinità tra l’azione di Cristo e quella dello Spirito Santo, quale risulta da una ulteriore analisi del testo giovanneo.

3. Quando Gesù nel Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, annuncia la venuta dello Spirito Santo, si esprime così: “Il Padre vi darà un altro Paraclito”. Da queste parole si rileva che Cristo stesso è il primo paraclito, e che l’azione dello Spirito Santo sarà simile a quella da lui compiuta, costituendone quasi il prolungamento.

Gesù Cristo, infatti, era il “difensore” e lo rimane. Lo stesso Giovanni lo dirà nella sua prima lettera: “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato (Parákletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2, 1).

L’avvocato (difensore) è colui che, mettendosi dalla parte di coloro che sono colpevoli a motivo dei peccati commessi, li difende dalla pena meritata per i loro peccati, li salva dal pericolo di perdere la vita e la salvezza eterna. Gesù Cristo ha compiuto proprio questo. E lo Spirito Santo viene chiamato “il Paraclito”, perché continua a rendere operante la Redenzione con cui Cristo ci ha liberati dal peccato e dalla morte eterna.

4. Il Paraclito sarà “un altro avvocato-difensore” anche per una seconda ragione. Rimanendo con i discepoli di Cristo, egli li circonderà della sua cura vigile con virtù onnipotente. “Io pregherò il Padre - dice Gesù - ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16): “. . . egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv 14, 17). Questa promessa va collegata alle altre fatte da Gesù nell’andare al Padre: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Noi sappiamo che Cristo è il Verbo che “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Se, andando al Padre, egli dice: “Io sono con voi . . . fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), se ne deduce che gli apostoli e la Chiesa dovranno continuamente ritrovare per mezzo dello Spirito Santo quella presenza del Verbo-Figlio, che durante la sua missione terrena era “fisica” e visibile nell’umanità assunta, ma che, dopo la sua Ascensione al Padre, sarà totalmente immersa nel mistero. La presenza dello Spirito Santo che, come ha detto Gesù, è intima alle anime e alla Chiesa (Egli dimora presso di voi e sarà in voi [Gv 14, 17]) renderà presente il Cristo invisibile in modo duraturo, “fino alla fine del mondo”. La trascendente unità del Figlio e dello Spirito Santo farà sì che l’umanità di Cristo, assunta dal Verbo, abiti e operi ovunque si attua con la potenza del Padre il disegno trinitario della salvezza.

5. Lo Spirito Santo-paraclito sarà l’avvocato difensore degli apostoli, e di tutti coloro che, nei secoli, saranno nella Chiesa gli eredi della loro testimonianza e del loro apostolato, particolarmente nei momenti difficili che impegneranno la loro responsabilità fino all’eroismo. Lo ha predetto e promesso Gesù: “Vi consegneranno ai loro tribunali . . . sarete condotti davanti ai governatori e ai re . . . Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire . . . non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10, 17-20; similiter Mc 13, 11; Luca 12, 12: “perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire”).

Anche in questo senso molto concreto, lo Spirito Santo è il paraclito-avvocato. Si fa trovare vicino, e anzi presente agli apostoli, quando essi devono confessare la verità, motivarla e difenderla. Egli stesso, diventa allora il loro ispiratore; egli stesso parla con le loro parole, e insieme con essi e per loro mezzo rende testimonianza a Cristo e al suo Vangelo. avanti agli accusatori egli diventa come l’“Avvocato” invisibile degli accusati, per il fatto che agisce come loro patrocinatore, difensore, confortatore.

6. Specialmente durante le persecuzioni contro gli apostoli e contro i primi cristiani, ma anche in quelle di tutti i secoli, si avvereranno le parole pronunciate da Gesù nel Cenacolo: “Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre . . . egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me sin dal principio” (Gv 15, 26-27).

L’azione dello Spirito Santo è quella di “testimoniare”. È un’azione interiore, “immanente”, che si svolge nel cuore dei discepoli, i quali poi rendono testimonianza a Cristo all’esterno. Mediante quella presenza e quell’azione immanenti, si manifesta e avanza nel mondo la “trascendente” potenza della verità di Cristo, che è il Verbo-Verità e Sapienza. Da lui deriva agli apostoli, mediante lo Spirito, la potenza della testimonianza secondo la sua promessa: “Io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere” (Lc 21, 15). Ciò è avvenuto già fin nel caso del primo martire Stefano, del quale l’autore degli Atti degli Apostoli scrive che era “pieno di Spirito Santo” (At 6, 5), così che gli avversari “non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava” (At 6, 10). Anche nei secoli successivi gli oppositori della fede cristiana hanno perseverato nell’infierire contro gli annunciatori del Vangelo, spegnendo a volte nel sangue la loro voce, senza riuscire, tuttavia, a soffocare la verità di cui erano portatori: essa ha continuato a vigoreggiare nel mondo con la forza dello Spirito.

7. Lo Spirito Santo - Spirito di verità, paraclito - è colui che, secondo la Parola di Cristo, “convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 8). È significativa la spiegazione che Gesù stesso dà di queste parole: peccato, giustizia e giudizio. “Peccato” significa soprattutto la mancanza di fede incontrata da Gesù tra “i suoi”, quelli cioè del suo popolo, i quali giunsero sino alla sua condanna a morte sulla Croce. Parlando poi della “giustizia”, Gesù sembra aver in mente quella giustizia definitiva, che il Padre gli renderà (. . . perché vado al Padre) nella Risurrezione e nell’Ascensione al cielo. In questo contesto, “giudizio” significa che lo Spirito di verità dimostrerà la colpa del “mondo” nel rifiutare Cristo, o, più generalmente, nel voltare le spalle a Dio. Poiché però il Cristo non è venuto nel mondo per giudicarlo e condannarlo, ma per salvarlo, in realtà anche quel “convincere quanto al peccato” da parte dello Spirito di verità deve essere inteso come un intervento orientato alla salvezza del mondo, al bene finale degli uomini.

Il “giudizio” si riferisce soprattutto al “principe di questo mondo”, cioè a satana. Egli infatti sin dall’inizio tenta di volgere l’opera della creazione contro l’alleanza e l’unione dell’uomo con Dio: scientemente si oppone alla salvezza. Perciò è “già stato giudicato” sin dall’inizio, come ho spiegato nell’enciclica Dominum et Vivificantem, (Dominum et Vivificantem, 27).

8. Se lo Spirito Santo paraclito deve convincere il mondo proprio di questo “giudizio”, senza dubbio lo deve fare per continuare l’opera di Cristo che mira alla universale salvezza (cf. Dominum et Vivificantem, 27).

Possiamo pertanto concludere che nel rendere testimonianza a Cristo, il Paraclito è un assiduo (anche se invisibile) Avvocato e Difensore dell’opera della salvezza - e di tutti coloro che si impegnano in quest’opera. Ed è anche il garante della vittoria definitiva sul peccato e sul mondo sottomesso al peccato, per liberarlo dal peccato e introdurlo nella via della salvezza.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 24 maggio 1989]

Il Vangelo di questa domenica (cfr Gv 14,15-21) presenta due messaggi: l’osservanza dei comandamenti e la promessa dello Spirito Santo.

Gesù lega l’amore per Lui all’osservanza dei comandamenti, e su questo insiste nel suo discorso di addio: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (v. 21). Gesù ci chiede di amarlo, ma spiega: questo amore non si esaurisce in un desiderio di Lui, o in un sentimento, no, richiede la disponibilità a seguire la sua strada, cioè la volontà del Padre. E questa si riassume nel comandamento dell’amore reciproco – il primo amore [nell’attuazione] –, dato da Gesù stesso: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Non ha detto: “Amate me, come io ho amato voi”, ma “amatevi a vicenda come io vi ho amato”. Egli ci ama senza chiederci il contraccambio. È un amore gratuito quello di Gesù, mai ci chiede il contraccambio. E vuole che questo suo amore gratuito diventi la forma concreta della vita tra di noi: questa è la sua volontà.

Per aiutare i discepoli a camminare su questa strada, Gesù promette che pregherà il Padre di inviare «un altro Paraclito» (v. 16), cioè un Consolatore, un Difensore che prenda il suo posto e dia loro l’intelligenza per ascoltare e il coraggio per osservare le sue parole. Questo è lo Spirito Santo, che è il Dono dell’amore di Dio che discende nel cuore del cristiano. Dopo che Gesù è morto e risorto, il suo amore è donato a quanti credono in Lui e sono battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito stesso li guida, li illumina, li rafforza, affinché ognuno possa camminare nella vita, anche attraverso avversità e difficoltà, nelle gioie e nei dolori, rimanendo nella strada di Gesù. Questo è possibile proprio mantenendosi docili allo Spirito Santo, affinché, con la sua presenza operante, possa non solo consolare ma trasformare i cuori, aprirli alla verità e all’amore.

Di fronte all’esperienza dell’errore e del peccato – che tutti facciamo –, lo Spirito Santo ci aiuta a non soccombere e ci fa cogliere e vivere pienamente il senso delle parole di Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15). I comandamenti non ci sono dati come una sorta di specchio, nel quale vedere riflesse le nostre miserie, le nostre incoerenze. No, non sono così. La Parola di Dio ci è data come Parola di vita, che trasforma il cuore, la vita, che rinnova, che non giudica per condannare, ma risana e ha come fine il perdono. La misericordia di Dio è così.  Una Parola che è luce ai nostri passi. E tutto questo è opera dello Spirito Santo! Egli è il Dono di Dio, è Dio stesso, che ci aiuta ad essere persone libere, persone che vogliono e sanno amare, persone che hanno compreso che la vita è una missione per annunciare le meraviglie che il Signore compie in chi si fida di Lui.

La Vergine Maria, modello della Chiesa che sa ascoltare la Parola di Dio e accogliere il dono dello Spirito Santo, ci aiuti a vivere con gioia il Vangelo, nella consapevolezza di essere sorretti dallo Spirito, fuoco divino che riscalda i cuori e illumina i nostri passi.

[Papa Francesco, Regina Coeli 17 maggio 2020]

(Gv 15,18-21)

 

Nella sezione che precede, Gesù denota il carattere dell’amore tra Lui e i discepoli, e l’amore vicendevole fra credenti. Ora introduce il contrasto col mondo: il contrario dell’amore.

In Gv il termine «mondo» designa la struttura di peccato frutto del connubio religione potere interesse.

Regno che si organizza a partire da individui ambiziosi e cordate.

Sin dai primi tempi, il contromano diventava viceversa costitutivo dei «figli». In tal guisa, la configurazione del Regno era cosa alternativa; capovolgimento.

I modelli affermati ed elogiati, ben inseriti, non distraevano i fratelli e sorelle di Fede. Le nuove assemblee educavano a conquistare sicurezza nella personale Vocazione.

La loro esperienza anche mistica aveva un altro discrimine rispetto agli osanna e al quietismo a guinzaglio.

Nel quarto Vangelo la ‘Chiesa’ [Gv non usa mai il termine specifico, Εκκλησία] è in filigrana il contrario del «mondo».

Lo spirito mondano della religiosità ufficiale già odiava gli amici che Cristo aveva tratto «da» quelle acque inquinate:

«Se foste dal mondo […] Poiché invece non siete dal mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, per questo vi odia il mondo» (v.19).

 

La prima esperienza delle comunità giovannee dell’Asia Minore fu la persecuzione.

Vicenda dopo vicenda, la sopraffazione subita diventava normale per il credente, perché quel mondo lì amava solo i “suoi”: «il mondo vorrebbe bene a proprio» (v.19), ossia, ciò e coloro in cui si riconosce.

Per la loro Fede viva gli amici del Cristo restavano invece ‘intimi’; estranei ad ogni apparato.

Nelle scelte e nella condotta riflettevano uno stile di vita conviviale unico - umanizzante ben più di ogni credenza normale e codina.

Con la loro azione che derivava dalla sola forza interiore, prefiguravano un germe di società anticonformista. Ciò a paragone dell’ideologia di potere - e del suo avere-apparire.

Così gli amici del Signore davano testimonianza contro «il peccato del mondo» (cf. Gv 1,29) proprio come aveva fatto l’Agnello di Dio.

Sebbene destinati alla sconfitta, gli autentici fedeli operavano in modo eccentrico; mai servile.

Il distacco era con le strutture devote ufficiali, sempre deferenti, codarde; ben disposte alla sacralizzazione dei ruoli assodati.

 

Insomma, i discepoli di tutti i tempi «conoscono» il Figlio e il Padre; il mondo li disconosce (v.21).

Quindi «Non c’è servo più grande del suo Signore» (v.20).

Il credente beve al medesimo calice, proclama le medesime verità: non può avere una sorte migliore.

L’intensificarsi del male-contro è inevitabile.

«Tutte queste cose faranno contro di voi a causa del mio Nome» (v.21).

Gesù è vissuto fra denunce, contrasti, animosità, persecuzioni, ed è morto da ribelle punito e svergognato.

Questa la realtà del «Nome».

Cosa attendersi di diverso dagli eredi della sua Parola, dai portatori del medesimo Appello che aveva condotto il Maestro a essere distrutto dalle autorità ufficiali?

Tuttavia i semplici della terra non lo hanno mai rigettato.

E ora più che mai si fa necessario che il germe vitale di quella testimonianza pacata e drammatica continui.

 

 

[Sabato 5.a sett. di Pasqua, 9 maggio 2026]

(Gv 15,18-21)

 

Lui che è maestro dell’amore, al quale piaceva tanto parlare di amore, parla di odio. Ma a lui piaceva chiamare le cose con il nome proprio che hanno [Papa Francesco].

Oggi la cultura riflette una «tensione», che alle volte prende forme di «conflitto», fra il presente e la tradizione. La dinamica della società assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato e senza l’intenzione di delineare un futuro […] Infatti un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori chiaramente definiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati [Papa Benedetto].

 

Nella sezione che precede Gesù denota il carattere dell’amore tra Lui e i discepoli e l’amore vicendevole fra credenti. Ora introduce il contrasto col mondo: il contrario dell’amore.

In Gv il termine «mondo» designa la struttura di peccato frutto del connubio religione potere interesse.

Regno che si organizza a partire da individui ambiziosi e cordate; reti di ammanicati, sintonie di circostanza, cricche.

Sin dai primi tempi, il contromano diventava viceversa costitutivo dei figli! In tal guisa, la configurazione del Regno era cosa alternativa, capovolgimento.

I modelli affermati ed elogiati, ben inseriti, non distraevano i fratelli di Fede. Le nuove assemblee educavano a conquistare sicurezza nella personale Vocazione.

La loro esperienza anche mistica aveva un altro discrimine rispetto agli osanna e al quietismo a guinzaglio dell’impero e delle religioni.

Nel quarto Vangelo la ‘Chiesa’ [in Gv il termine specifico Εκκλησία non è mai usato] è in filigrana il contrario del «mondo».

Lo spirito mondano della religiosità ufficiale già odiava gli amici che Cristo aveva tratto «da» quelle acque inquinate:

«Se foste dal mondo […] Poiché invece non siete dal mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, per questo vi odia il mondo» (v.19).

 

La prima esperienza delle comunità giovannee dell’Asia Minore fu la persecuzione.

Vicenda dopo vicenda, la sopraffazione subita diventava normale per il credente, perché quel mondo lì amava solo i “suoi”: «il mondo vorrebbe bene a proprio» (v.19 testo greco), ossia, ciò e coloro in cui si riconosce.

Per la loro Fede viva gli amici del Cristo restavano invece ‘intimi’; estranei ad ogni apparato.

Nelle scelte e nella condotta riflettevano uno stile di vita conviviale unico - umanizzante ben più di ogni credenza normale e codina.

Con la loro azione che derivava dalla sola forza interiore, prefiguravano un germe di società anticonformista. Ciò a paragone dell’ideologia di potere - e del suo avere-apparire.

Così gli amici del Signore davano testimonianza contro «il peccato del mondo» (cf. Gv 1,29) proprio come aveva fatto l’Agnello di Dio.

Sebbene destinati alla sconfitta, gli autentici fedeli operavano in modo eccentrico; mai servile.

Il distacco era con le strutture devote ufficiali, sempre deferenti, codarde; ben disposte alla sacralizzazione dei ruoli assodati.

 

Insomma, i discepoli di tutti i tempi «conoscono» il Figlio e il Padre; il mondo li disconosce (v.21).

Quindi «Non c’è servo più grande del suo Signore» (v.20).

Il credente beve al medesimo calice, proclama le medesime verità: non può avere una sorte migliore.

L’intensificarsi del male-contro è inevitabile.

«Tutte queste cose faranno contro di voi a causa del mio Nome» (v.21).

Gesù è vissuto fra denunce, contrasti, animosità, persecuzioni, ed è morto da ribelle punito e svergognato. Questa la realtà del «Nome».

Cosa attendersi di diverso dagli eredi della sua Parola, dai portatori del medesimo Appello che aveva condotto il Maestro a essere distrutto dalle autorità ufficiali?

Tuttavia i semplici della terra non lo hanno mai rigettato.

E ora più che mai si fa necessario che il germe vitale di quella testimonianza pacata e drammatica continui.

 

Gv aiuta le comunità dell’Asia Minore a comprendere la propria identità e destino di beffa, senza tuttavia fermarsi al tema della persecuzione.

La nostra Via corre parallela a quella del Maestro non solo perché disinteressata ai risultati visibili e punteggiata di ferite.

Nel panorama dei vari credo secondo corrente mondana, è da mettere in conto che la proposta di Gesù crei divisioni, antipatia; perché sembra un’assurdità rispetto al cammino qualunque.

La testimonianza del Crocifisso non solo non è riducibile a banalità di signorsì, tornaconto e teatro sociale.

Gli evangelizzatori fanno differenza a partire dall’abbecedario dell’ovvietà “spirituale” da paradigma.

Appunto, il mondo non conosce il Padre (v.21): ama e capisce solo ciò che è suo (v.19).

Impossibile afferri l’idea che solo chi rischia comprende Dio; che unicamente la profondità, la reciprocità e pari dignità lo rende Presente.

 

Per quanto concerne lo specifico della proposta umanizzante, nello Spirito:

Assurdo sembra che si possa essere “a cospetto” del Mistero non a partire dalla perfezione, ma dalla Grazia. Non a partire dalla condizione ottimale, ma dalla situazione di limite. Non dall’obbligo che si attiene (e uguale per tutti) ma dalla Chiamata per Nome eccentrica.

Nella vita di Comunione col Cielo e il prossimo non scattiamo da giudizi a monte, procedure, o piattaforme già solide, bensì dalla nostra indigenza accolta.

Proposta che non abolisce né ignora ciò ch’è divinizzante e umano.

È una bomba, certo. Per servitori unici - e senza ricompensa.

Altro che «mondo» [detestabile] col quietismo a guinzaglio: esso ama autodefinire cosa sia ad es. “perbene”, “giustizia”, “spirito”, “relax”… e perfino “bellezza”!

Vuoto - sorta di situazionalismo “woke” - che non rigenera la natura profonda delle anime, né il mondo.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Ti chiudi in teatrini dove la maschera eclissa te stesso?

Opti per la strada larga e già conosciuta?

Preferisci sentieri di facile moralismo o la Via della Fede nel Crocifisso, quella dello smacco e squilibrio d’amore?

Oggi la cultura riflette una «tensione», che alle volte prende forme di «conflitto», fra il presente e la tradizione. La dinamica della società assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato e senza l’intenzione di delineare un futuro. Tale valorizzazione però del «presente» quale fonte ispiratrice del senso della vita, sia individuale che sociale, si scontra con la forte tradizione culturale del Popolo portoghese, profondamente segnata dal millenario influsso del cristianesimo e con un senso di responsabilità globale; essa si è affermata nell’avventura delle scoperte e nello zelo missionario, condividendo il dono della fede con altri popoli. L’ideale cristiano dell’universalità e della fraternità aveva ispirato quest’avventura comune, anche se gli influssi dell’illuminismo e del laicismo si erano fatti sentire. Detta tradizione ha dato origine a ciò che possiamo chiamare una «sapienza», cioè, un senso della vita e della storia di cui facevano parte un universo etico e un «ideale» da adempiere da parte del Portogallo, il quale ha sempre cercato di stabilire rapporti con il resto del mondo.

La Chiesa appare come la grande paladina di una sana ed alta tradizione, il cui ricco contributo colloca al servizio della società; questa continua a rispettarne e apprezzarne il servizio per il bene comune, ma si allontana dalla citata «sapienza» che fa parte del suo patrimonio. Questo «conflitto» fra la tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa può orientare e tracciare il sentiero di una esistenza riuscita, sia come individuo che come popolo. Infatti un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori chiaramente definiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati. Cari amici, c’è tutto uno sforzo di apprendimento da fare circa la forma in cui la Chiesa si situa nel mondo, aiutando la società a capire che l’annuncio della verità è un servizio che Essa offre alla società, aprendo nuovi orizzonti di futuro, di grandezza e dignità. In effetti, la Chiesa ha «una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. […] La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà (cfr Gv 8,32) e della possibilità di un sviluppo umano integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l’annunzia instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile» (Enc. Caritas in veritate, 9). Per una società formata in maggioranza da cattolici e la cui cultura è stata profondamente segnata dal cristianesimo, si rivela drammatico il tentativo di trovare la verità al di fuori di Gesù Cristo. Per noi, cristiani, la Verità è divina; è il «Logos» eterno, che ha acquisito espressione umana in Gesù Cristo, il qual ha potuto affermare con oggettività: «Io sono la verità» (Gv 14,6). La convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre «verità», o con la verità degli altri, è un apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo. In questo rispetto dialogante si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità.

«La Chiesa – scriveva il Papa Paolo VI – deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa dialogo» (Enc. Ecclesiam suam, 67). Infatti, il dialogo senza ambiguità e rispettoso delle parti in esso coinvolte è oggi una priorità nel mondo, alla quale la Chiesa non intende sottrarsi. Ne dà testimonianza proprio la presenza della Santa Sede in diversi organismi internazionali, come, per esempio, nel Centro Nordsud del Consiglio dell’Europa, istituito 20 anni fa qui a Lisbona, che ha come pietra angolare il dialogo interculturale allo scopo di promuovere la cooperazione fra l’Europa, il sud del Mediterraneo e l’Africa e di costruire una cittadinanza mondiale fondata sui diritti umani e le responsabilità dei cittadini, indipendentemente dalla loro origine etnica e appartenenza politica, e rispettosa delle credenze religiose. Costatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello.

Questa è un’ora che richiede il meglio delle nostre forze, audacia profetica, rinnovata capacità per «additare nuovi mondi al mondo», come direbbe il vostro Poeta nazionale (Luigi di Camões, Os Lusíades, II, 45). Voi, operatori della cultura in ogni sua forma, creatori di pensiero e di opinione, «avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. […] E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita» (Discorso agli artisti, 21 novembre 2009).

Proprio con lo scopo di «mettere il mondo moderno in contatto con le energie vivificanti e perenni del Vangelo» (Giovanni XXIII, Cost. ap. Humanae salutis, 3), si è realizzato il Concilio Vaticano II, nel quale la Chiesa, partendo da una rinnovata consapevolezza della tradizione cattolica, prende sul serio e discerne, trasfigura e supera le critiche che sono alla base delle forze che hanno caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e l’Illuminismo. Così da sé stessa la Chiesa accoglieva e ricreava il meglio delle istanze della modernità, da un lato superandole e, dall’altro evitando i suoi errori e vicoli senza uscita. L’evento conciliare ha messo i presupposti per un autentico rinnovamento cattolico e per una nuova civiltà – la «civiltà dell’amore» - come servizio evangelico all’uomo e alla società.

Cari amici, la Chiesa ritiene come sua missione prioritaria, nella cultura attuale, tenere sveglia la ricerca della verità e, conseguentemente, di Dio; portare le persone a guardare oltre le cose penultime e mettersi alla ricerca delle ultime. Vi invito ad approfondire la conoscenza di Dio così come Egli si è rivelato in Gesù Cristo per la nostra piena realizzazione. Fate cose belle, ma soprattutto fate diventare le vostre vite luoghi di bellezza. Interceda per voi Santa Maria di Betlemme, da secoli venerata dai navigatori dell’oceano e oggi dai navigatori del Bene, della Verità e della Bellezza.

[Papa Benedetto, incontro con il mondo della cultura, Lisbona 12 maggio 2010]

37. La Chiesa del primo millennio nacque dal sangue dei martiri: «Sanguis martyrum - semen christianorum ». Gli eventi storici legati alla figura di Costantino il Grande non avrebbero mai potuto garantire uno sviluppo della Chiesa quale si verificò nel primo millennio, se non fosse stato per quella seminagione di martiri e per quel patrimonio di santità che caratterizzarono le prime generazioni cristiane. Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti - sacerdoti, religiosi e laici - hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo. La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti, come rilevava già Paolo VI nella omelia per la canonizzazione dei martiri ugandesi.

È una testimonianza da non dimenticare. La Chiesa dei primi secoli, pur incontrando notevoli difficoltà organizzative, si è adoperata per fissare in appositi martirologi la testimonianza dei martiri. Tali martirologi sono stati aggiornati costantemente attraverso i secoli, e nell'albo dei santi e dei beati della Chiesa sono entrati non soltanto coloro che hanno versato il sangue per Cristo, ma anche maestri della fede, missionari, confessori, vescovi, presbiteri, vergini, coniugi, vedove, figli.

Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi « militi ignoti » della grande causa di Dio.

[Tertio Millennio Adveniente]

I cristiani sono perseguitati oggi più che agli inizi della storia del cristianesimo. La causa originaria di ogni persecuzione è l’odio del principe del mondo verso quanti sono stati salvati e redenti da Gesù con la sua morte e con la sua resurrezione. Le uniche armi per difendersi sono la parola di Dio, l’umiltà e la mitezza.

Anche questa mattina, sabato 4 maggio, Papa Francesco ha indicato una strada da seguire per imparare a districarsi tra le insidie del mondo. Insidie che, ha spiegato nell’omelia della messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae, sono opera del «diavolo», «principe del mondo», «spirito del mondo».

Il Papa, commentando le letture del giorno tratte dagli Atti degli apostoli (16, 1-10) e dal vangelo di Giovanni (15, 18-21), ha incentrato la sua riflessione sull’odio «una parola forte — ha sottolineato — usata da Gesù. Proprio odio. Lui che è maestro dell’amore, al quale piaceva tanto parlare di amore, parla di odio». Ma «a lui — ha spiegato — piaceva chiamare le cose con il nome proprio che hanno. E ci dice “Non spaventatevi! Il mondo vi odierà. Sappiate che prima di voi ha odiato me”. E ci ricorda anche quello che lui forse aveva detto in un’altra occasione ai discepoli: “ricordatevi della parola che io vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. La strada dei cristiani è la strada di Gesù». Per seguirlo non ce ne è un’altra. Una di quelle segnate da Gesù, ha precisato il Santo Padre, «è una conseguenza dell’odio del mondo e anche del principe di questo odio nel mondo».

Gesù — ha spiegato il Pontefice — ci ha scelti e «ci ha riscattati. Ci ha scelti per pura grazia. Con la sua morte e resurrezione ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. L’origine dell’odio è questa: siamo salvati e quel principe del mondo, che non vuole che siamo salvati, ci odia e fa nascere la persecuzione che dai primi tempi di Gesù continua fino a oggi. Tante comunità cristiane sono perseguitate nel mondo. In questo tempo più che nei primi tempi; eh! Oggi, adesso, in questo giorno, in questa ora. Perché? Ma perché lo spirito del mondo odia».

Solitamente alla persecuzione si giunge dopo aver percorso una strada, lunga. «Pensiamo — ha suggerito Papa Francesco — a come il principe del mondo ha voluto ingannare Gesù quando era nel deserto: “Ma fai il bravo! Hai fame? Mangia. Tu puoi farlo”. Lo ha anche invitato un po’ alla vanità: “Fai il bravo! Tu sei venuto per salvare la gente. Risparmia tempo, vai al tempio, buttati giù e tutta la gente vedrà questo miracolo e tutto è finito: tu avrai autorità”. Ma pensiamo a questo: Gesù mai ha risposto a questo principe con le sue parole! Mai. Era Dio. Mai. È andato, per la risposta, a trovare le parole di Dio e ha risposto con la parola di Dio». Un messaggio per l’uomo d’oggi: «Con il principe di questo mondo non si può dialogare. E questo sia chiaro». Il dialogo è un’altra cosa: «è necessario fra noi — ha spiegato il vescovo di Roma — è necessario per la pace. Il dialogo è un’abitudine, è proprio un atteggiamento che noi dobbiamo avere tra noi per sentirci, per capirci. E deve mantenersi sempre. Il dialogo nasce dalla carità, dall’amore. Con quel principe non si può dialogare; si può soltanto rispondere con la parola di Dio che ci difende». Il principe del mondo, ha ribadito, «ci odia. E come ha fatto con Gesù farà con noi: “Ma guarda, fa’ questo... è una piccola truffa... non c’è niente... è piccola” e così comincia a portarci su una strada un pochino ingiusta». Comincia da piccole cose, poi inizia con le lusinghe e con esse «ci ammorbidisce» fino a che «cadiamo nella trappola. Gesù ci ha detto: “Io invio voi come pecorelle in mezzo ai lupi. Siate prudenti, ma semplici”. Se però ci lasciamo prendere dallo spirito di vanità e pensiamo di contrastare i lupi facendoci noi stessi lupi “questi vi mangeranno vivi”. Perché se smetti di essere pecorella, non hai un pastore che ti difende e cadi nelle mani di questi lupi. Voi potreste chiedere: “Padre, ma qual è l’arma per difendersi da queste seduzioni, da questi fuochi d’artificio che fa il principe di questo mondo, dalle sue lusinghe?”. L’arma è la stessa di Gesù: la parola di Dio, e poi l’umiltà e la mitezza. Pensiamo a Gesù quando gli danno lo schiaffo: che umiltà, che mitezza. Poteva insultare e invece ha fatto solo una domanda umile e mite. Pensiamo a Gesù nella sua passione. Il profeta di lui dice “come una pecora che va al mattatoio, non grida niente”. L’umiltà. Umiltà e mitezza: queste sono le armi che il principe del mondo, lo spirito del mondo non tollera, perché le sue proposte sono di potere mondano, proposte di vanità, proposte di ricchezze. L’umiltà e la mitezza non le tollera». Gesù è mite e umile di cuore e «oggi — ha detto avviandosi a conclusione — ci fa pensare a quest’odio del principe del mondo contro di noi, contro i seguaci di Gesù». E pensiamo alle armi che abbiamo per difenderci: «restiamo sempre pecorelle, perché così avremo un pastore che ci difende».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 05/05/2013]

(Gv 15,12-17)

 

Gesù si è appena servito dell’immagine della vigna per configurare il carattere del nuovo popolo e la circolazione di vita con chi crede in Lui. 

L’allegoria della vite e dei tralci è ora tradotta in termini esistenziali.

La propagazione del dinamismo divino in noi dà il via a una corrente e comunicazione di amore. Il movimento d’amore autentico Viene.

È un Flusso ininterrotto di rassomiglianze della condizione divina. Sintonia trasparente dal valore generativo, portata dal Figlio: «come» e «per il fatto che» [ho amato voi] (v.12 testo greco).

La Letizia che ne sgorga non sarà d’euforia o esaltazione: è frutto d’una consapevolezza che coniuga la divina proposta di Somiglianza non possessiva con la nostra capacità di accogliere - non di distaccarci.

Permanendo nella circolazione d’amore Padre-Figlio, siamo avvolti da una Felicità che intuisce il senso e l'unicità del nostro seme, e cambia il nostro modo di vedere la vita, le sofferenze, le relazioni e la gioia.

«Nessuno ha amore più grande di questo: che uno deponga la propria vita per i suoi amici» (v.13).

Differenza tra religiosità e Fede? L’Amicizia, ch’è più forte sia di alchimie cerebrali che del volontarismo.

L’Amico condivide intenti, coltiva comunione di vita.

Il «servo» (v.15) resta inaffidabile e rancoroso, perché semplice esecutore di ordini altrui - i quali non riguardano le irriducibili radici nascoste, la Sorgente cui il cuore attinge e che gli appartiene (v.16).

In tal guisa, l’Amico fidato è lieto non solo quando si realizza in prima persona, ma anche quando può dilatare e rallegrare la vita del suo diletto.

E volentieri si spodesta dal primo seggio in favore dell’amato.

 

Gv non parla di amore ai nemici come fa Mt 5 nel Discorso della Montagna, piuttosto insiste sull’amore vicendevole interno alla comunità dei credenti, come relazione con la stessa vita divina.

Qui si nota un cruccio particolare verso le singole persone e il clima fra amici di Fede, i quali devono prima essi stessi incarnare lo spirito di disinteresse e verità che predicano agli altri.

Il Signore non chiede “frutti” [molteplici opere esteriori, spesso venate di esibizionismo] bensì una sola ‘opera’: l’Amore senza doppiezze, remore, dissociazioni.

Nella singolare e inedita personalizzazione del «Frutto» (v.16), Cristo non rimane un Modello da imitare, ma una Vita reale che continua in noi.

Unico tigre nel motore, invitando il mistero dell’Eros fondante che dilata l’Io nel Tu:

Nell’Amicizia; nei sentimenti opposti che affiorano; nella crescente unità di pensiero e di aspirazioni; nelle persone che si avvicinano; nella comunione del desiderio e delle circostanze… le volontà si accomunano.

In tale Empatia divino-umana [che è più persuasiva del volontarismo] i codici di comportamento, il progetto estrinseco, esterno, estraneo, cui (prima) piegarsi, ora tessono un dialogo.

Infine si uniscono - per ‘Nome’ [termine che nei Vangeli indica in specie la crudezza della vicenda reale del Signore, nonché la nostra personale interpretazione e attualizzazione di essa].

Ecco l’accendersi e il riversarsi della Comunione, su un alto terreno d’intesa; senza conflitti celati. E senza servaggio.

 

Insomma, nell’Ideale come nel Sogno preferiamo l’Amicizia.

E percorriamo la Via della Fede nel Crocifisso - quella dello smacco e squilibrio d’amore.

 

 

[Venerdì 5.a sett. di Pasqua, 8 maggio 2026]

Confidenti, non esecutori: l’amicizia di Gesù e tra fratelli

(Gv 15,12-17)

 

«Nessuno ha amore più grande di questo: che uno deponga la propria vita per i suoi amici» (v.13).

 

L’amore vicendevole totale, che non attende nulla, a fondo perduto, non è in genere possibile a partire dalla condizione di creature precarie, le quali volentieri desiderano relazioni cercando un completamento.

Purtroppo tale amore-Eros non di rado si pone in essere sommariamente. E accade confondendo gratuità e necessità, mescolando lo scopo con il mezzo; ingarbugliando il bisogno individuale col dono di sé.

Il movimento d’amore autentico Viene.

È una Corrente di rassomiglianze della condizione divina. Sintonia trasparente dal valore generativo, portata dal Figlio: «come» e «per il fatto che» [ho amato voi] (v.12 testo greco).

Su due piedi potremmo non capire. Ma solo dall’accoglienza della proposta “dall’alto”, genuina, Provvidente, può iniziare uno spostamento di sguardo che attiva il percorso di riequilibrio, scoperte, altruismi, e ritorno del Dono.

Il circolo d’iniziativa empatica e risposta è il nucleo dell’esperienza della Fede amabile [che sostituisce la devozione religiosa].

Una volta sperimentatane l'ebbrezza e il senso di pienezza di essere, da tale nuova Relazione cosmica e personale non si vorrà più uscire.

 

Gv non parla di amore ai nemici come fa Mt 5 nel Discorso della Montagna, ma insiste sull’amore vicendevole (interno alla comunità dei credenti) come relazione con la stessa vita divina.

Il quarto Vangelo è preoccupatissimo della coerenza e qualità dei rapporti fra membri di chiesa: i primi deputati all’Annuncio di pace, giustizia e amore nelle periferie esistenziali.

Proprio ai lontani essi predicheranno il nuovo volto di Dio, di società, di persona, e non potranno vivere nella doppiezza del discepolato.

Beninteso, quello della vita intima di Dio non è amore sacrificale; non chiede uno spirito di comune nomenclatura, rinunce, mortificazioni e sforzo, bensì fedeltà alla propria vocazione profonda.

Siamo «amici» (vv.14-15) non più servitori di Dio. Il termine allude all’uguaglianza e mutuo vantaggio nella crescita, che avvolge ogni dimensione domestica salda.

Configurazione relazionale che in clima di agape fa scoprire a ciascuno il proprio Nome - nonché quello della Chiesa capace di comunione.

 

È il suggello della fisionomia di focolare e missionaria, e viceversa.

La stessa Comunione ecclesiale non sarà quella dell’uniformità religiosa, bensì frutto dello scambio dei doni.

Convivialità delle differenze e recupero degli opposti, in vista dell’arricchimento condiviso e di ciascuno, nella convivenza.

L’unilateralità è bandita anche sotto il profilo della stessa partecipazione alla corrente d’amore sovreminente che ben volentieri si cala sui nostri sensi di permanenza, per smuoverci.

Il confronto con la storia quotidiana in uscita dalle sagrestie obbliga alla purificazione e all’essenzialità, ci fa creativi e disponibili al futuro di Dio.

Il sano pluralismo di cromie, approcci e stili diversi nel modo di vivere e attuare il Vangelo, intende la Voce dello Spirito che aiuta il discernimento; ci fa osare.

Poliedro variegato, aperto, che accende ogni voce particolare. Controforza la quale riflette la peculiare relazione che sussiste fra Persone divine.

La stessa Parola di Liberazione può essere così saldamente riformulata in modo inedito e personale-effuso, onde corrispondere con risposte nuove a domande nuove.

 

Persone e Chiesa si lasciano mettere in crisi e si mantengono aperte, perché traggono origine dal Mistero imprevedibile e sono appunto animate dalla Fede personale.

Vi partecipano donne e uomini, nuove madri e nuovi padri, spalancati al Gratis che accoglie gli opposti - e per l’inatteso.

‘Koinonia’ spossessata, aperta al dono e per il dono. Resa consapevole delle profondità del cuore di Dio, e della sua qualità comunionale-eucaristica.

Tale la Chiesa degli Amici. Fraternità pronta per la missione: «vi ho detto amici» (v.15) «vi ho costituito perché voi andiate» (v.16) nella stessa indifesa Apertura.

 

Differenza tra religiosità e Fede? L’Amicizia, ch’è più forte sia di alchimie cerebrali che del volontarismo.

L’Amico condivide intenti, coltiva comunione di vita.

Il «servo» (v.15) resta inaffidabile e rancoroso, perché semplice esecutore di ordini altrui.

Le direttive esterne non riguardano il proprio seme, le irriducibili radici nascoste, la Sorgente cui il cuore attinge e che gli appartiene.

È in gioco il nostro Nucleo: esso si manifesta spontaneamente; ed esiste non per iniziativa, bensì per carattere innato, costitutivo e donato (v.16).

 

L’Amico fidato è lieto non solo quando si realizza in prima persona, ma anche quando può dilatare e rallegrare la vita del suo diletto.

E volentieri si spodesta dal primo seggio in favore dell’amato.

In tal guisa - come detto, e vale la pena ribadire, per la sua terrificante attualità - nel quarto Vangelo le note e i richiami sull’amore non sembrano rivolti ai lontani.

Detti appelli riguardano piuttosto i membri di comunità, affinché non si lascino trascinare da ridicole infatuazioni; inevitabilmente passeggere e che si trasformerebbero in sentimento taccheggiante o di tristezza.

In Gv si nota appunto un cruccio particolare verso le singole persone e il clima tra amici di Fede.

Tutto ciò perché coloro i quali pretendono porgere raccomandazioni su belle maniere, tabelle di marcia, umiltà, trasparenza, perdono, condivisione, dovrebbero prima incarnare in se stessi lo spirito di disinteresse e verità che predicano ad altri.

 

Insomma, il Signore non chiede “frutti” [molteplici opere pie a norma, esteriori, spesso venate di esibizionismo] né piccoli intimismi gongolanti, bensì una sola opera: l’Amore senza doppiezze.

Nella singolare e inedita personalizzazione del «Frutto» (v.16), Cristo non rimane un Modello da imitare, bensì una Vita reale che continua nei discepoli.

Unico tigre nel motore, invitando il mistero dell’Eros fondante che dilata l’Io nel Tu:

Nell’Amicizia; nei sentimenti opposti che affiorano; nella crescente unità di pensiero e di aspirazioni; nelle persone che si avvicinano; nella comunione del desiderio e delle circostanze… le volontà si accomunano.

In tale Empatia divino-umana [che è più persuasiva del volontarismo] i codici di comportamento, il progetto estrinseco, esterno, estraneo, cui (prima) piegarsi, ora tessono un dialogo.

Infine si uniscono - per ‘Nome’ [termine che nei Vangeli indica in specie la crudezza della vicenda reale del Signore, nonché la nostra personale interpretazione e attualizzazione di essa].

Ecco l’accendersi e il riversarsi della Comunione, su un alto terreno d’intesa; senza conflitti celati. E senza servaggio.

 

Insomma, nell’Ideale come nel Sogno preferiamo l’Amicizia.

E percorriamo la Via della Fede nel Crocifisso - quella dello smacco e squilibrio d’amore.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

«Io non posso vivere senza di te»: Come distingui un ambito sentimentale autodeliziato, da una proposta operante d’unione di vita?

Segue, poi, questo nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”. Nessun amore è più grande di questo: “dare la vita per i propri amici”. Che cosa vuol dire? Anche qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire: “Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare il prossimo come se stessi esiste già nell’Antico Testamento”. Alcuni affermano: ”Tale amore va ancora più radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi; deve essere un amare eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però, il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. E’ vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della vite che è Lui. Quindi, la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche, come ho detto, il nuovo agire.

San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “sacramentum” ed “exemplum”. “Sacramentum” è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio per il nostro agire, ma il “sacramentum” precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del dono.

Procediamo nella nostra riflessione. Il Signore dice: “Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto “conosciuto”, e così ci ha fatto amici. Pensiamo come nella storia dell’umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c’è un Dio. Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell’uomo, che Dio è uno, gli dèi non sono “il” Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano.

Poi vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a Platone, Aristotele, che iniziano a intuire come questo Dio è l’agathòn, la bontà stessa, è l’eros che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero umano, è un’idea di Dio che si avvicina alla verità, ma è un’idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.

Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all’Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un demiurgo - così si esprime -, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto. E’ una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.

Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l’eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della realtà. Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?

Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell’onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, é potere: il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.

Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio.

Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo: “Abbiamo trovato colui del quale parlano i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi”.

Continuando poi, il testo dice: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore. Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.

Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto.

E finalmente giungiamo all’ultima parola di questo brano: “Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell’amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.

È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo - nel Vangelo di Luca - è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!”. Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.

Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.

Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.

Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore.

[Papa Benedetto, Lectio al PSRM 12 febbraio 2010]

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Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)

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