don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

5a Domenica di Quaresima (anno C)  [6 aprile 2025]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Domani, mercoledì 2 aprile sarà il XX anniversario della morte di san Giovanni Paolo II. Lo ricordiamo nella preghiera invocando la sua protezione e intercessione.

 

*Prima Lettura Dal libro del profeta Isaia (43,16-21)

A prima vista, questo testo consta di due parti tra loro contraddittorie: la prima è un richiamo al passato, all’uscita dall’Egitto, mentre nella seconda il profeta esorta a lasciarsi alle spalle il passato. Ma di quale passato si tratta? Proviamo a meglio capire esaminando una dopo l’altra queste due parti. L’incipit è come sempre solenne: “Così dice il Signore” per introdurre parole di grande importanza cui immediatamente segue il riferimento al celebre passaggio nel mare, il miracolo del mare dei Giunchi durante la fuga degli Ebrei dall’Egitto: “Il Signore aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti”. Torna sempre il richiamo alla notte memorabile della liberazione dall’Egitto narrata nel capitolo 14 del libro dell’Esodo. Nella prima lettura Isaia offre ulteriori dettagli: “il Signore fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo e tutti giacciono morti e mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo”. Dio salvò il suo popolo distruggendo gli egiziani ed è interessante notare che Isaia utilizza il nome “Signore” (il Tetragramma YHVH), nome che qualifica il Dio del Sinai come il liberatore del suo popolo. Ecco l’opera di Dio nel passato che costituisce la fonte della speranza per il futuro di Israele e Isaia  precisa:”Ecco, io faccio una cosa nuova”. Per capire di che si tratta e a chi il profeta preannuncia un mondo nuovo, occorre rifarsi al contesto storico. Il deuteroIsaia, che qui stiamo leggendo, visse nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia (dal 587 al 538 a.C.), periodo segnato da una prova terribile: deportanti a Babilonia da Nabucodonosor, re di Babilonia, che aveva sconfitto il piccolo regno di Giuda di cui Gerusalemme era la capitale, gli ebrei speravano un giorno di fuggire dalla Babilonia, ma esistevano serie difficoltà  perché bisognava attraversare il deserto della Siria, lungo centinaia di chilometri e in condizioni terribili per dei fuggiaschi. Il profeta ha quindi il compito difficile di ridare coraggio ai suoi contemporanei: lo fa in questo libro chiamato il libro della Consolazione di Israele, perché il capitolo 40 inizia così: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”. E quando dice: “il vostro Dio” richiama l’Alleanza mai spezzata perché  Dio non li ha abbandonati. In effetti, una delle formule dell’Alleanza era: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” e ogni volta che echeggia l’espressione mio Dio o vostro Dio, il possessivo è un incoraggiante richiamo all’Alleanza e, al tempo stesso, una professione di fede. Isaia intende mantenere accesa la speranza degli esiliati ricordando che Dio non solo non li ha abbandonati, anzi al contrario prepara già il loro ritorno in patria. Non si vede ancora nulla, ma avverrà e perché si è certi? Perché Dio è fedele alla sua Alleanza e da quando ha scelto questo popolo non ha mai smesso di liberarlo e di mantenerlo in vita, attraverso tutte le vicissitudini della sua storia. L’ha liberato dal faraone; l’ha protetto lungo tutto il cammino, lo ha fatto passare attraverso il mare all’asciutto al momento dell’uscita dall’Egitto.La speranza di Israele poggia dunque sul suo passato: questo è il significato della parola “Memoriale”, costante memoria dell’opera di Dio che continua ancora oggi e da questo si trae la certezza che continuerà anche nel futuro. Passato, presente, futuro: Dio è sempre presente accanto al suo popolo. Questo è uno dei significati del nome di Dio: “Io sono”, cioè sono con voi in ogni circostanza. E proprio durante il difficile periodo dell’esilio, quando c’era il rischio di cedere alla disperazione, Isaia sviluppa una nuova metafora, quella del germoglio: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” Partendo dall’esperienza straordinaria di un minuscolo seme capace di diventare un grande albero, è facile capire come la parola “germoglio” sia diventata in Israele e oggi per noi simbolo di speranza ed è importante imparare a riconoscere i germogli del mondo nuovo, il Regno che Dio sta costruendo.

 

*Salmo responsoriale [125 (126)]

 Questo salmo fa eco alla prima lettura, dove il profeta Isaia annuncia il ritorno del popolo esiliato a Babilonia e canta questo miracolo così come gli ebrei avevano cantato il prodigio dell’uscita dall’Egitto. Questi gli eventi: nel 587 a.C. Nabucodonosor, re di Babilonia, aveva conquistato Gerusalemme e deportato la popolazione, ma, a sua volta, fu sconfitto da Ciro, re di Persia ben noto per i suoi successi. Le truppe di Nabucodonosor saccheggiavano, depredavano, stupravano, massacravano e devastavano deportando sistematicamente le popolazioni. Ciro, invece, adottò una politica completamente diversa: preferì governare su popoli prosperi e permise a tutte le popolazioni deportate di tornare nelle loro terre d’origine fornendo pure i mezzi per farlo. E così, conquistata Babilonia nel 539 a.C., già nel 538 permise agli ebrei di rientrare a Gerusalemme, concedendo loro anche aiuti economici e restituendo persino gli oggetti saccheggiati dal Tempio dai soldati di Nabucodonosor.

Nel salmo non si dice “Quando il re di Persia Ciro ristabilì la sorte di Sion” ma “quando il Signore ristabilì la sorte di Sion”, un modo per affermare che Dio rimane il Signore della storia che ne muove tutti i fili e pertanto non c’è nessun altro dio – ancora un cenno alla lotta contro l’idolatria. Questo salmo, scritto probabilmente molto tempo dopo il ritorno dall’esilio, evoca la gioia e l’emozione della liberazione e del ritorno. Quante volte durante l’esilio, si sognava questo momento! Quando si è realizzato, quasi non si osava crederci: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion ci sembrava di sognare…la bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia”.  Ci si immagina persino che anche gli altri popoli siano stupiti da questo miracolo: “Allora si diceva tra le genti: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. In questa frase emergono due elementi: un’infinita gratitudine per la gratuità della scelta di Dio e la consapevolezza del popolo eletto di essere stato scelto per il mondo: la sua vocazione è essere testimone dell’opera di Dio, consapevolezza maturata proprio durante l’esilio. Nel salmo, lo stupore per la scelta di Dio è espresso con i termini: “grandi cose” cioè l’opera di liberazione di Dio, in particolare la liberazione dall’Egitto. Parole come impresa, opera, grandi cose, meraviglie, che si trovano spesso nei salmi, sono sempre un richiamo all’Esodo. Qui, si aggiunge una nuova opera di liberazione di Dio: la fine dell’esilio vissuta dal popolo come una vera e propria risurrezione. Per esprimerlo, il salmista usa due immagini: I torrenti nel deserto: “Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti nel Negheb”, deserto a sud di Gerusalemme, dove in primavera fioriscono miriadi di fiori. L’altra immagine è il seme: “chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia”. il grano seminato sembra marcire e morire… ma quando spuntano le spighe, è come una rinascita, immagine eloquente perché il ritorno degli esiliati significava una vera rinascita anche per la terra. Un’ultima osservazione: quando in questo salmo si canta il ritorno dall’esilio babilonese, esso era  già avvenuto da molto tempo, ma Israele non parla del passato solo per raccontarlo, bensì per comunicare un messaggio e un insegnamento per il futuro: questo ritorno alla vita, collocato storicamente,  diventa ragione per sperare in altre future risurrezioni e liberazioni. Ogni anno, durante la festa delle Capanne, in autunno, questo canto veniva intonato durante il pellegrinaggio a Gerusalemme. Mentre i pellegrini salgono, cantano la liberazione già avvenuta e pregano Dio di affrettare il giorno della liberazione definitiva, quando apparirà il Messia promesso. Esistono anche oggi molti luoghi di schiavitù, molti «Egitto» e «Babilonia». È a questo che si pensa quando si canta: “Ristabilisci, Signore, la nostra sorte come i torrenti nel Negheb” chiedendo la grazia di collaborare con tutte le nostre forze all’opera di liberazione inaugurata dal Messia per affrettare il giorno in cui l’intera umanità possa cantare: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”

 

*Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (3,8-14)

 San Paolo usa l’immagine della corsa e sappiamo quanto sia importante per ogni persona il traguardo e la voglia di raggiungerlo. Qui l’apostolo parla di sé stesso: “So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù”. Per correre verso questa stessa meta e ottenere il premio promesso, occorre voltare le spalle a molte cose, come ha fatto san Paolo da quando si è sentito conquistato da Cristo. Il verbo greco che utilizza (katalambano) significa afferrare, catturare, prendere con forza ed esprime il modo con cui è stato trasformato completamente da persecutore dei cristiani in apostolo del vangelo (At.9) quando Cristo si è letteralmente impossessato di lui sulla via di Damasco. San Paolo presenta la sua fede cristiana come naturale continuazione della sua fede ebraica perché Cristo realizza pienamente le attese dell’Antico Testamento assicurandone la continuità con il Nuovo Testamento. Qui però insiste sulla novità che Gesù Cristo apporta: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”. La conoscenza di Cristo reca una novità radicale perché si diventa realmente una “nuova creatura”, come scrive nella seconda lettera ai Corinzi, che abbiamo letto domenica scorsa (2 Cor 5,17-21). Ora lo dice in un altro modo: “Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui”. In altre parole:  quel che prima ai mei occhi appariva importante, cioè un vantaggio e un privilegio , adesso li rifiuto del tutto. I vantaggi di cui parla erano l’orgoglio di appartenere al popolo d’Israele, la fede e l’incrollabile speranza di quel popolo, la pratica assidua e scrupolosa di tutti i comandamenti che egli chiama l’obbedienza alla legge di Mosè. Ma ormai Gesù Cristo ha preso tutto lo spazio nella sua vita ed egli  possiede il bene più grande, l’unica vera ricchezza al mondo, il vero tesoro dell’umana esistenza: conoscere Cristo. Conoscere nel linguaggio biblico non significa conoscenza intellettuale ma vivere nell’ intimità con qualcuno, amarlo e condividerne la vita. Paolo insiste su questo legame con Cristo perché nella comunità di Filippi alcuni cristiani di origine ebraica volevano imporre la circoncisione a tutti i cristiani prima del battesimo e questo creava grande divisione come abbiamo letto nella seconda lettura della seconda domenica di Quaresima. Tale questione fu risolta dagli Apostoli durante il primo Concilio a Gerusalemme affermando che nella Nuova Alleanza, la Legge di Mosè è stata superata e il battesimo nel nome di Gesù ci rende figli di Dio per cui la circoncisione non è più indispensabile per far parte del popolo della Nuova Alleanza. Paolo inoltre parla qui di “comunione” alle sofferenze di Cristo, di conformazione alla sua morte nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti, innestati in lui per seguire il suo stesso cammino: “comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte”. 

Nota: San Paolo c’invita a vivere come Cristo e ad accettare tutti i rischi dell’annuncio del Vangelo, ma riusciamo a dire, come lui, che l’unico bene per noi è la conoscenza di Cristo e tutto il resto non è che spazzatura? La parola spazzatura che qui è usata traduce il termine greco skubala che ha un significato molto forte traducibile in più modi: come rifiuto, scarto, escrementi secchi e sporcizia, residuo di cibo marcio e avariato. Insomma un rifiuto totale di tutto, quando si conosce Cristo e da lui si è posseduti.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (8, 1-11)

Siamo già nel contesto della Passione e la prima riga menziona il Monte degli Ulivi. Dato che gli evangelisti ne parlano solo negli ultimi giorni della vita pubblica di Gesù e i farisei vogliono qui tendergli un tranello, questo fa capire che ormai si è deciso di processarlo e condannarlo. Per questo ogni dettaglio di questo testo va esaminato attentamente perché non si tratta di un semplice episodio della vita di Gesù, ma del cuore stesso della sua missione.  All’inizio Gesù è seduto come un maestro: “tutto il popolo andava da lui ed egli sedette e si mise a insegnare loro”. Tuttavia la domanda degli scribi e dei farisei lo mette subito nella posizione di giudice e Gesù è l’unico personaggio seduto. Questo dettaglio ci aiuta a capire che il tema del giudizio, in san Giovanni, è centrale: l’episodio della donna adultera attua ciò che scrive all’inizio del suo vangelo: “Dio ha mandato il Figlio nel mondo, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17). Siamo davanti a un finto processo perché la questione è chiara: la donna adultera è stata colta in flagrante e ci sono testimoni; la Legge di Mosè condanna l’adulterio, come uno dei comandamenti dati da Dio sul Sinai (Non commetterai adulterio, Es 20,14; Dt 5,18); il Levitico prescrive la pena di morte: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte” (Lv 20,10). Gli scribi e i farisei, che interrogano Gesù, sono come sempre molto attaccati alla Legge di Mosè, ma dimenticano di aggiungere che la Legge prevede la condanna per entrambi i colpevoli, l’uomo e la donna adultera. Il fatto che pur sapendolo nessuno lo ricorda, ciò dimostra che la vera questione non è l’osservanza della Legge, ma ben altro, e il testo lo dice chiaramente: “Dicevano questo per metterlo alla prova e per aver motivo di accusarlo”. E’ dunque una domanda-trappola e di che cosa vogliono accusare Gesù? Gesù non può approvare la lapidazione perché smentirebbe tutta la predicazione sulla misericordia; se però pubblicamente difende la donna, potrà essere accusato di incitare il popolo a disobbedire alla Legge. Nel Vangelo di Giovanni (capitolo 5), lo abbiamo già visto dire al paralitico guarito di prendere il suo lettuccio, un atto proibito di sabato. Quel giorno non riuscirono a condannarlo, ma questa volta la disobbedienza sarebbe stata pubblica. In fondo, nonostante l’apparente rispetto con cui lo chiamano “Maestro”, Gesù è in pericolo tanto quanto la donna adultera: entrambi rischiano la morte. Gesù non risponde subito: “Si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”. Con il suo silenzio, silenzio costruttivo, invita ciascuno a riflettere senza umiliare nessuno e lui, incarnazione della misericordia, non mette in difficoltà né gli scribi e i farisei, né la donna adultera: Desidera che ciascuno faccia un passo avanti cercando di rivelare ai farisei e agli scribi il vero volto del Dio della misericordia. Quando risponde lo fa quasi ponendo  una domanda: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. A questo punto tutti se ne vanno, “uno per uno, cominciando dai più anziani». Niente di sorprendente: i più anziani appaiono quelli più pronti ad ascoltare l’appello alla misericordia. Chi sa quante volte hanno sperimentato su di loro la misericordia di Dio… Quante volte hanno letto, cantato, meditato il versetto: «Dio di tenerezza e di pietà, lento all’ira e ricco di amore» (Es 34,6. Quante volte hanno recitato il Salmo 50(51): «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nella tua grande bontà cancella il mio peccato”. Ora possono capire che la loro mancanza di misericordia è una colpa, una mancanza di fedeltà al Dio dell’Alleanza. La frase di Gesù potrebbe averli portati a questa riflessione: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”. Essere il primo a scagliare la pietra era un’espressione nota a tutti nel contesto della lotta contro l’idolatria. La Legge non diceva che doveva essere il testimone dell’adulterio a lanciare la prima pietra; ma lo diceva espressamente per il caso dell’idolatria (Dt 13,9-10; Dt 17,7). Così la risposta di Gesù può essere interpretata come: «Questa donna è colpevole di adulterio, nel senso letterale del termine, è vero; ma voi non state forse commettendo un adulterio ancora più grave, un’infedeltà al Dio dell’Alleanza? I profeti spesso parlano dell’idolatria in termini di adulterio.  Alla fine, restano solo Gesù e la donna: è il faccia a faccia, come dice sant’Agostino, tra la miseria e la misericordia. Per lei, il Verbo compie ancora una volta la sua missione, dicendo la parola di riconciliazione. Isaia, parlando del servo di Dio, l’aveva annunciato: «Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino fumigante…» (Is 42,3). Ma questo non è buonismo perché Gesù dice chiaramente alla donna di non peccare più, il peccato rimane condannato, ma solamente il perdono può permettere al peccatore di rinascere alla speranza.

Nota: Cosa scrive Gesù per terra? L’evangelista non lo specifica, e questo ha dato origine a diverse interpretazioni: Alcuni Padri della Chiesa, come Sant’Agostino, ipotizzano che Gesù stesse scrivendo i peccati nascosti di coloro che accusavano la donna. Per questo, uno dopo l’altro, essi se ne vanno via; Rimanda alla Legge mosaica: secondo un’interpretazione rabbinica, potrebbe riferirsi a Geremia 17,13: “Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, sorgente di acqua viva.” Se fosse così, Gesù starebbe indicando che gli accusatori stessi sono colpevoli di infedeltà a Dio. Potrebbe essere un atto simbolico di distacco; scrivere nella polvere potrebbe simboleggiare che le accuse contro la donna sono effimere, destinate a svanire; potrebbe indicare un richiamo alla pazienza e alla riflessione; infine potrebbe essere un modo per non rispondere subito, spingendo gli accusatori a riflettere sulla loro ipocrisia.

Il gesto di Gesù invita a spostare l’attenzione non sulla colpa degli altri, ma sulla propria coscienza. Nessuno può condannare un altro senza prima esaminare se stesso. Questo episodio ci insegna che la misericordia di Dio supera la condanna umana, e che il perdono è sempre possibile quando c’è un cuore disposto a cambiare. 

La prima lettura e il Vangelo di questa domenica hanno lo stesso messaggio: dimentica il passato, non rimanere attaccato a esso… nulla, nemmeno i ricordi, deve impedirti di andare avanti. Nella prima lettura, Isaia parla al popolo in esilio… nel Vangelo, Gesù parla a una donna colta in flagrante adulterio: apparentemente, due casi molto diversi, ma il messaggio è lo stesso: volgi lo sguardo con decisione verso il futuro, non pensare più al passato.

+Giovanni D’Ercole

E conta il presente, non la genealogia

(Gv 7,1-2.10.25-30)

 

Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale. Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, creativo. 

Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.

L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale. È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.

Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.

Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente. Sappiamo che rimutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?

Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?

Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.

Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo per conservare sicurezze nell’immediato. Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.

 

Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante. La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.

Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa; secondo il quarto Vangelo due o tre, in occasione della Pasqua.

È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.

Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua ‘presenza’ nei comuni fedeli, costretti a non rendere palese l’adesione del cuore - in specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ecclesia) di fine primo secolo.

La ‘conoscenza’ di Dio passa ora attraverso la sfida del ‘riconoscimento’ di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.

La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e guardava al futuro celebrando speranze di prestigio e vittoria su altre nazioni.

Ebbene, anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso, nonché all’influsso perverso d’una spiritualità vuota, di circostanza.

E se alcuni opportunisti volessero metterci le mani addosso per interesse o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine, e fantasie, il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).

 

Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.

L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora ‘sub contraria specie’: nella regalità che spinge verso il basso.

Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.

In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.

Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e ‘passaggio’ che convince l’anima.

 

 

[Venerdì 4.a sett. Quaresima, 4 aprile 2025]

E conta il presente, non la genealogia

(Gv 7,1-2.10.25-30)

 

Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire

 

«[Certo] e mi conoscete e conoscete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma è veritiero colui che mi ha mandato, che voi non conoscete. Io lo conosco, perché sono da lui ed egli mi ha mandato» (Gv 7,28-29).

 

Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale.

Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, personale, creativo.

Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.

L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale.

È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.

Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.

Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente.

Sappiamo bene che rifutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?

Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?

 

Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.

Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo, per conservare sicurezze nell’immediato - e magari guadagnarci sopra.

Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.

Tutta l’esistenza diverrà un inutile compromesso di sceneggiate, che nel giro degli eventi da allestire mascherano teatrini e tornaconto, facendo impallidire, annientando i risvolti vocazionali autentici.

 

Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante.

La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.

Anche oggi, intorno al Cristo vivente si costituisce come una intelaiatura di rispetto e costernazione.

Obbedire alla propria Chiamata per Nome significa sperimentare la chiusura e l’opposizione delle autorità.

Tutto ciò, tra lo smarrimento della gente - forse anch’essa confusa perché si attende tutt’altro, e fa fatica a riconoscerci.

Anche chi procede in incognito - eppure è in Cristo - non può passare inosservato. E conta il presente, non la genealogia.

Le cose forbite o le benemerenze attese [la fama, la grande città, la stirpe che conta...] non toccano il nocciolo della questione.

L’origine di Dio in noi è inesplicabile, enigmatica. Ma Egli ci presenta come suoi inviati.

Gli esperti della città eterna non conoscono il Padre (v.28), malgrado si vantino di possederlo in esclusiva: nelle credenze, nelle norme, nella loro storia, nel Tempio, nel loro tipo di vita particolare.

 

Sia nelle opinioni popolari che di élite, il Mistero avrebbe dovuto avere origine sconosciuta e occulta...

Come indovinarlo in ciascuno di noi [privi della vetrina di grandi titoli, passerelle, pretese, opere esteriori]?

Come coglierlo, se per l’opinione pubblica non siamo niente di eccezionale, nulla di ‘speciale’ - e pure inopportuni?

Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa. 

Secondo il quarto Vangelo, due o tre, in occasione della Pasqua.

È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.

Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua sacra Presenza nei comuni fedeli.

In specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ecclesia) di fine primo secolo, i credenti nel Signore Gesù furono costretti a non rendere palese l’adesione del cuore.

 

La vocazione è nostro destino, il segreto della vita.

Queste idee che non riusciamo a rinchiudere lanciano opinioni e modi di essere nuovi.

Eccentricità che finiscono per generare dubbi negli altri, e opposizione aperta da parte di coloro che detengono le briglie del potere.

Tutti difensori raccogliticci, senza criticità di peso specifico: cooptati da rappresentazione; del mondo e modo antico o affermato, risaputo e quieto, ovvero à la page.

La conoscenza di Dio passa viceversa attraverso la sfida del riconoscimento di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi.

Cristo arcano e reale, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.

 

La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e spingeva lo sguardo verso un futuro glorioso.

Essa celebrava speranze di prestigio, l’attesa definitiva vittoria su altre nazioni (e il loro sfruttamento).

Ma gli amici del Figlio non hanno ambizioni predatorie.

Anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso.

Disdegniamo gli influssi perversi di ogni spiritualità vuota e opportunista, o spenta, di circostanza.

E se alcuni interessati volessero metterci le mani addosso per interesse [o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine e fantasie] il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).

 

Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.

L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora sub contraria specie: nella regalità che spinge verso il basso.

Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.

In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.

Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e passaggio che convince l’anima.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come tutelo in Cristo il mio vissuto comunitario e le mie trasposizioni di Fede?

Oppure ho lasciato che in me e fuori il Signore venisse ucciso per convenienza?

 

 

La conoscenza di Dio

 

La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza” s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.

[Papa Benedetto, omelia nella Cena del Signore 1 aprile 2010]

La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza” s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.

[Papa Benedetto, omelia nella Cena del Signore 1 aprile 2010]

“Il Padre vi ama(cfr Gv 16, 27) 

Cari giovani amici!

1. Nella prospettiva dell'ormai prossimo Giubileo, il 1999 assume la funzione di "dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del “Padre che è nei cieli” dal quale è stato mandato ed al quale è ritornato" (Tertio millennio adveniente, 49). Non è possibile, infatti, celebrare Cristo ed il suo giubileo senza volgersi, con lui, verso Dio, Padre suo e Padre nostro (cfr Gv 20, 17). Anche lo Spirito Santo rimanda al Padre e a Gesù: se lo Spirito ci insegna a dire “Gesù è il Signore” (cfr 1 Cor 12, 3), è per renderci capaci di parlare con Dio chiamandolo “Abbà, Padre!” (cfr Gal 4, 6).

Vi invito, dunque, insieme con tutta la Chiesa a rivolgervi verso Dio Padre e ad ascoltare con gratitudine e meraviglia la sorprendente rivelazione di Gesù: “Il Padre vi ama!” (cfr Gv 16,27). Sono queste le parole che vi affido come tema della XIV Giornata Mondiale della Gioventù. Cari giovani, accogliete l’amore che Dio per primo vi dona (cfr 1 Gv 4, 19). Rimanete ancorati a questa certezza, la sola capace di dare senso, forza e gioia alla vita: non si allontanerà mai da voi il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con voi (cfr Is 54, 10). Egli ha impresso il vostro nome sulle palme delle sue mani (cfr Is 49, 16).

2. Anche se non sempre cosciente e chiara, nel cuore dell’uomo esiste una profonda nostalgia di Dio, che sant’Ignazio di Antiochia ha così espresso, in modo eloquente: "Un’acqua viva mormora in me e mi dice dentro: “Vieni al Padre!”" (Ad Rom. 7). "Signore, mostrami la tua Gloria", supplica Mosè sulla montagna (Es 33,18).

"Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). È dunque sufficiente conoscere il Figlio per conoscere il Padre? Filippo non si lascia facilmente convincere: "Mostraci il Padre", domanda. La sua insistenza ci ottiene una risposta che supera la nostra attesa: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? . . . Chi ha visto me ha visto il Padre" (Ivi, 14, 8-11).

Dopo l’Incarnazione, esiste un volto di uomo nel quale è possibile vedere Dio: "Credetemi, io sono nel Padre e il Padre è in me", dice Gesù non più soltanto a Filippo, ma a tutti coloro che crederanno (Ivi, 14,11). Da allora, chi accoglie il Figlio di Dio accoglie Colui che lo ha mandato (cfr Ivi, 13,20). Al contrario: "Chi odia me, odia anche il Padre mio" (Ivi, 15, 23). Da allora, un nuovo rapporto è possibile tra il Creatore e la creatura, quello del figlio con il proprio Padre: ai discepoli che vogliono entrare nei segreti di Dio e chiedono di imparare a pregare per trovare sostegno nel cammino, Gesù risponde insegnando il Padre nostro, "sintesi di tutto il Vangelo" (Tertulliano, De oratione, 1). In esso trova conferma la nostra condizione di figli (cfr Lc 11, 1-4). "Da una parte, con le parole di questa preghiera, il Figlio Unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il Maestro della nostra preghiera. Dall’altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle di umanità, e ce li manifesta: è il Modello della nostra preghiera" (CCC 2765).

Trasmettendoci la testimonianza diretta della vita del Figlio di Dio, il Vangelo di Giovanni ci indica il cammino da seguire per conoscere il Padre. L’invocazione “Padre” è il segreto, il respiro, la vita di Gesù. Non è egli forse il Figlio unico, il primogenito, l’amato verso il quale tutto si rivolge, presente presso il Padre ancor prima che il mondo fosse, compartecipe della sua stessa gloria? (cfr 17, 5). Dal Padre Gesù riceve il potere su ogni cosa (cfr 17, 2), il messaggio da annunciare (cfr 12, 49), l’opera da compiere (cfr 14, 31). Gli stessi discepoli non gli appartengono: è il Padre che glieli ha dati (cfr 17, 9), affidandogli il compito di custodirli dal male, perché nessuno vada perduto (cfr 18, 9).

Nell’ora di passare da questo mondo al Padre, la "preghiera sacerdotale" rivela l’animo del Figlio: "Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (17, 5). In qualità di Sommo ed Eterno Sacerdote, Cristo si mette alla testa dell’immenso corteo dei redenti. Primogenito di una moltitudine di fratelli, egli riconduce all’unico ovile le pecore del gregge disperso, perché ci sia "un solo gregge e un solo pastore" (10, 16).

Grazie alla sua opera, la stessa relazione amorosa che esiste all'interno della Trinità viene trasferita nella relazione del Padre con l'umanità redenta: “Il Padre vi ama!”. Come potrebbe questo mistero d'amore essere compreso senza l'azione dello Spirito, effuso dal Padre sui discepoli grazie alla preghiera di Gesù (cfr 14, 16)? L'incarnazione del Verbo eterno nel tempo e la nascita per l'eternità di quanti vengono a lui incorporati mediante il battesimo non sarebbero concepibili senza l’azione vivificante del medesimo Spirito.

3. "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (3, 16). Il mondo è amato da Dio! E nonostante i rifiuti di cui è capace, esso resterà amato fino alla fine. “Il Padre vi ama” da sempre e per sempre: questa è la novità inaudita, "il semplicissimo e sconvolgente annuncio del quale la Chiesa è debitrice all’uomo" (cfr Christifideles laici, 34). Se anche il Figlio ci avesse detto questa sola parola, sarebbe sufficiente. "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). Non siamo orfani, l’amore è possibile. Perché - lo sapete - non si è capaci di amare se non si è amati.

Ma come annunciare questa buona notizia? Gesù indica il cammino da seguire: mettersi in ascolto del Padre per essere da Lui ammaestrati (6, 45) e osservare i comandamenti (cfr 14, 23). Tale conoscenza del Padre, poi, andrà crescendo: "Ho fatto conoscere loro il tuo nome, e lo farò conoscere ancora" (17, 26), e sarà opera dello Spirito Santo, che conduce alla verità tutta intera (cfr 16,13).

Nella nostra epoca, la Chiesa e il mondo hanno bisogno più che mai di “missionari” che sappiano proclamare con la parola e con l’esempio questa fondamentale, consolante certezza. Consapevoli di ciò voi, giovani di oggi e adulti del nuovo millennio, lasciatevi “formare” alla scuola di Gesù. Nella Chiesa e nei vari ambienti in cui si svolge la vostra esistenza quotidiana diventate testimoni credibili dell’amore del Padre! Rendetelo visibile nelle scelte e negli atteggiamenti, nel modo di accogliere le persone e di mettervi al loro servizio, nel fedele rispetto della volontà di Dio e dei suoi Comandamenti.

“Il Padre vi ama”. Questo annuncio meraviglioso viene deposto nel cuore del credente che, come il discepolo amato da Gesù, reclina il capo sul petto del Maestro e ne raccoglie le confidenze: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui" (14, 21), perché "questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (17, 3).

Riflesso dell’amore del Padre sono le diverse forme di paternità che incontrate sul vostro cammino. Penso in particolare ai vostri genitori, collaboratori di Dio nel trasmettervi la vita e nel prendersi cura di voi: onorateli (cfr Es 20, 12) e siate loro riconoscenti! Penso ai sacerdoti ed alle altre persone consacrate al Signore, che sono per voi amici, testimoni e maestri di vita, "per il progresso e la gioia della vostra fede" (Fil 1, 25). Penso agli educatori autentici che con la loro umanità, la loro sapienza e la loro fede contribuiscono in modo significativo alla vostra crescita cristiana e, dunque, pienamente umana. Per ognuna di queste valide persone, che vi sono accanto lungo le strade della vita, ringraziate sempre il Signore.

4. Il Padre vi ama! La consapevolezza di questa predilezione da parte di Dio non può non spingere i credenti "a intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione . . . Ecco il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della Penitenza nel suo significato più profondo" (Tertio millennio adveniente, 50).

"Il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente" (CCC 387); è il rifiuto di vivere della vita di Dio ricevuta nel Battesimo, di lasciarsi amare dal vero Amore: l’uomo, infatti, ha il terribile potere di ostacolare Dio nella sua volontà di donare ogni bene. Il peccato, che trova origine nella volontà libera della persona (cfr Mc 7, 20), è una trasgressione dell’amore vero; ferisce la natura dell’uomo e dissolve la solidarietà umana, manifestandosi in atteggiamenti, parole ed azioni sature di egoismo (cfr CCC 1849-1850). È nell’intimo che la libertà si apre e si chiude all’amore. Questo è il dramma costante dell’uomo, che spesso sceglie la schiavitù, sottomettendosi a paure, a capricci, ad abitudini sbagliate, creandosi idoli che lo dominano, ideologie che ne avviliscono l'umanità. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni: "Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato" (8, 34).

Gesù dice a tutti: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1, 15). All’origine di ogni autentica conversione c’è lo sguardo di Dio sul peccatore. E' uno sguardo che si traduce in ricerca piena d’amore, in passione fino alla croce, in volontà di perdono che, manifestando al colpevole la stima e l’amore di cui continua ad essere oggetto, gli rivela per contrasto il disordine in cui è immerso, sollecitandolo alla decisione di cambiare vita. È il caso di Levi (cfr Mc 2, 13-17), di Zaccheo (cfr Lc 19, 1-10), dell’adultera (cfr Gv 8, 1-11), del ladrone (cfr Lc 23, 39-43), della samaritana (cfr Gv 4, 1-30): "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" (Redemptor hominis, 10). Quando ha scoperto e gustato il Dio della misericordia e del perdono, l'essere umano non può vivere altrimenti che convertendosi continuamente a Lui (cfr. Dives in misericordia, 13).

"Va’ e d’ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11): il perdono è dato gratuitamente, ma l’uomo è invitato a corrispondervi con un serio impegno di vita rinnovata. Dio conosce troppo bene le sue creature! Non ignora che la manifestazione sempre maggiore del suo amore finirà per suscitare nel peccatore il disgusto del peccato. Per questo l’amore di Dio si svolge nella continua offerta di perdono.

Quanto eloquente è la parabola del figlio prodigo! Dal momento in cui egli s'allontana da casa, il padre vive nella trepidazione: attende, spera, scruta l’orizzonte. Rispetta la libertà del figlio, ma soffre. E quando il figlio si decide a fare ritorno, egli lo vede da lontano e gli va incontro, lo stringe forte tra le braccia e pieno di gioia comanda: "Mettetegli l’anello al dito - simbolo dell’alleanza - portate qui il vestito più bello e rivestitelo - simbolo della vita nuova - mettetegli i calzari ai piedi - simbolo della dignità riacquistata - e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!" (Lc 15, 11-32).

5. Prima di salire presso il Padre, Gesù ha affidato alla sua Chiesa il ministero della riconciliazione (cfr Gv 20, 23). Non basta, quindi, un pentimento soltanto interiore per ottenere il perdono di Dio. La riconciliazione con Lui si ottiene attraverso la riconciliazione con la comunità ecclesiale. Per questo il riconoscimento della colpa passa attraverso un gesto sacramentale concreto: il pentimento e l’accusa dei peccati, col proposito di vita nuova, dinanzi al ministro della Chiesa.

L’uomo contemporaneo, purtroppo, quanto più smarrisce il senso del peccato tanto meno ricorre al perdono di Dio: da questo dipendono molti dei problemi e delle difficoltà del nostro tempo. In questo anno, vi invito a riscoprire la bellezza e la ricchezza di grazia del sacramento della Penitenza ripercorrendo attentamente la parabola del figlio prodigo, dove viene sottolineato non tanto il peccato, quanto la tenerezza di Dio e la sua misericordia. Ascoltando la Parola in atteggiamento di preghiera, di contemplazione, di meraviglia, di certezza, dite a Dio: "Ho bisogno di te, conto su di te per esistere e per vivere. Tu sei più forte del mio peccato. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità di salvarmi così come sono adesso. Ricordati di me. Perdonami!".

Guardatevi “dentro”. Prima che contro una legge o una norma morale, il peccato è contro Dio (cfr Sal 50 [51], 6), contro i fratelli e contro voi stessi. Mettetevi di fronte a Cristo, Figlio unico del Padre e modello di tutti i fratelli. Lui solo ci rivela ciò che dobbiamo essere verso il Padre, verso il prossimo, verso la società per essere in pace con noi stessi. Ce lo rivela attraverso il Vangelo, che forma con Gesù Cristo una cosa sola. La fedeltà all’uno è misura della fedeltà all’altro.

Accostatevi con fiducia al sacramento della Confessione: con l'accusa delle colpe mostrerete di voler riconoscere l'infedeltà e interromperla; attesterete il bisogno di conversione e di riconciliazione, per ritrovare la pacificante e feconda condizione di figli di Dio in Cristo Gesù; esprimerete solidarietà verso i fratelli anch'essi provati dal peccato (cfr CCC 1445).

Ricevete, infine, con animo grato l’assoluzione da parte del sacerdote: è il momento in cui il Padre pronuncia sul peccatore pentito la parola che fa vivere: "Questo mio figlio è tornato in vita!". La Sorgente dell’amore rigenera e rende capaci di superare l'egoismo e tornare ad amare con intensità maggiore.

6. "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 37-40). Gesù non dice che il secondo comandamento è identico al primo, ma che gli è “simile”. I due comandamenti non sono dunque intercambiabili, come se si potesse soddisfare automaticamente al comandamento dell’amore di Dio osservando quello dell’amore del prossimo, o viceversa. Essi hanno consistenza propria, e devono essere ambedue osservati. Gesù però li affianca l'uno all'altro per render chiaro a tutti che essi sono tra loro strettamente connessi: impossibile osservare l’uno senza mettere in pratica l’altro. "La loro unità inscindibile è testimoniata da Gesù con le parole e con la vita: la sua missione culmina nella Croce che redime, segno del suo indivisibile amore al Padre e all’umanità" (Veritatis splendor, 14).

Per sapere se si ama veramente Dio, occorre verificare se si ama sul serio il prossimo. E se si vuole saggiare la qualità dell’amore per il prossimo, ci si deve domandare se si ama veramente Dio. Perché "chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4, 20), e "da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti" (ivi, 5, 2).

Nella Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente ho esortato i cristiani a "sottolineare più decisamente l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati" (n. 51). Si tratta di un'opzione “preferenziale”, non esclusiva. Gesù ci invita ad amare i poveri, perché ad essi si deve un'attenzione particolare in ragione proprio della loro vulnerabilità. Essi - è noto - sono sempre più numerosi, anche nei paesi cosiddetti ricchi, nonostante che i beni di questo mondo siano destinati a tutti! Ogni situazione di povertà interpella la carità cristiana di ciascuno. Essa, però, deve diventare anche impegno sociale e politico, perché il problema della povertà nel mondo dipende da condizioni concrete che devono essere trasformate da uomini e donne di buona volontà, costruttori della civiltà dell’amore. Sono “strutture di peccato” che non possono essere vinte se non con la collaborazione di tutti, nella disponibilità a “perdersi” per l’altro invece di sfruttarlo, a “servirlo” invece di opprimerlo (cfr. Sollicitudo rei socialis, 38).

Cari giovani, invito voi, in modo particolare, a prendere iniziative concrete di solidarietà e di condivisione accanto e con i più poveri. Prendete parte con generosità a qualcuno dei progetti che nei diversi paesi vedono impegnati altri vostri coetanei in gesti di fraternità e solidarietà: sarà un modo di “restituire” al Signore nella persona dei poveri almeno qualcosa di tutto ciò che Egli ha dato a voi, più fortunati. E potrà essere anche l’espressione immediatamente visibile di una scelta di fondo: quella di orientare decisamente la vita verso Dio ed i fratelli.

7. Maria riassume nella sua persona tutto il mistero della Chiesa, è la “figlia prescelta del Padre” (Tertio millennio adveniente, 54), che ha accolto liberamente e risposto con disponibilità al dono di Dio. “Figlia” del Padre ha meritato di divenire la Madre del suo Figlio: "“Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38). E' Madre di Dio, perché perfettamente figlia del Padre.

Nel suo cuore non c'è altro desiderio che quello di sostenere i cristiani nell'impegno di vivere come figli di Dio. Quale madre tenerissima, essa li conduce incessantemente a Gesù, affinché, seguendolo, imparino a coltivare la loro relazione con il Padre del cielo. Come alle nozze di Cana, li invita a fare quanto il Figlio dirà loro (cfr Gv 2, 5), sapendo che è questo il cammino per giungere alla casa del “Padre misericordioso” (cfr 2 Cor 1, 3).

La XIV Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà quest’anno nelle Chiese locali, è l’ultima prima del grande appuntamento giubilare. Essa assume, pertanto, una particolare rilevanza nella preparazione all'Anno Santo del 2000. Prego affinché divenga per ciascuno di voi occasione per un rinnovato incontro con il Signore della vita e con la sua Chiesa.

A Maria affido il vostro cammino e le chiedo di preparare i vostri cuori ad accogliere la grazia del Padre, per diventare testimoni del suo amore.

Con questi sentimenti, augurando un anno ricco di fede e di impegno evangelico, tutti di cuore vi benedico.

Dal Vaticano, 6 Gennaio 1999, Solennità dell'Epifania del Signore.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio XIV GMG]

La paura è uno dei nemici più brutti della nostra vita cristiana. Gesù esorta: “Non abbiate paura”, “non abbiate paura”. E Gesù descrive tre situazioni concrete che essi si troveranno ad affrontare.

Anzitutto, la prima, l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio, edulcorandola, annacquandola, o mettendo a tacere chi la annuncia. In questo caso, Gesù incoraggia gli Apostoli a diffondere il messaggio di salvezza che Lui ha loro affidato. Per il momento, Lui lo ha trasmesso con cautela, quasi di nascosto, nel piccolo gruppo dei discepoli. Ma loro dovranno dire “nella luce”, cioè apertamente, e annunciare “dalle terrazze” – così dice Gesù – cioè pubblicamente, il suo Vangelo.

La seconda difficoltà che i missionari di Cristo incontreranno è la minaccia fisica contro di loro, cioè la persecuzione diretta contro le loro persone, fino all’uccisione. Questa profezia di Gesù si è realizzata in ogni tempo: è una realtà dolorosa, ma attesta la fedeltà dei testimoni. Quanti cristiani sono perseguitati anche oggi in tutto il mondo! Soffrono per il Vangelo con amore, sono i martiri dei nostri giorni. E possiamo dire con sicurezza che sono più dei martiri dei primi tempi: tanti martiri, soltanto per il fatto di essere cristiani.

[…] Non bisogna lasciarsi spaventare da quanti cercano di spegnere la forza evangelizzatrice con l’arroganza e la violenza. Nulla, infatti, essi possono contro l’anima, cioè contro la comunione con Dio: questa, nessuno può toglierla ai discepoli, perché è un dono di Dio. La sola paura che il discepolo deve avere è quella di perdere questo dono divino, la vicinanza, l’amicizia con Dio, rinunciando a vivere secondo il Vangelo e procurandosi così la morte morale, che è l’effetto del peccato.

Il terzo tipo di prova che gli Apostoli si troveranno a fronteggiare, Gesù la indica nella sensazione, che alcuni potranno sperimentare, che Dio stesso li abbia abbandonati, restando distante e silenzioso. Anche qui esorta a non avere paura, perché, pur attraversando queste e altre insidie, la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce.

Sono come le tre tentazioni: edulcorare il Vangelo, annacquarlo; seconda, la persecuzione; e terza, la sensazione che Dio ci ha lasciati da soli. Anche Gesù ha sofferto questa prova nell’orto degli ulivi e sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”, dice Gesù.

Alle volte si sente questa aridità spirituale; non ne dobbiamo avere paura. Il Padre si prende cura di noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi. Ciò che importa è la franchezza, è il coraggio della testimonianza, della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù davanti agli uomini” e andare avanti facendo del bene.

[Papa Francesco, Angelus 21 giugno 2020]

(Gv 5,31-47)

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni» (Gv 5,36). «Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà» [Papa Benedetto].

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini o da “perimetri”, perché non è impregnato di aspettative ‘normali’.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno, della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; nella completezza di essere che ci appartiene.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità, perché vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini sono stranamente incardinate sul bisogno di riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi.

«Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica ‘peso’ specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la ‘gloria’ che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: un umile e grato riconoscimento, di ‘peso’ famigliare e umanizzante.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose. La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

 

La Via nello Spirito è ispirata da una dimensione di Mistero e Libertà tutta da scoprire: Esodo.

Le gabbie [anche “spirituali”] colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto; e anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro originalità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare. Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

 

[Giovedì 4.a sett. Quaresima, 3 aprile 2025]

La Testimonianza più grande

(Gv 5,31-47)

 

«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui».

«Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà».

[Papa Benedetto]

 

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini a modo o da perimetri antichi, perché non è impregnato di aspettative umane culturali religiose normali.

Esse impediscono la percezione di ciò che non sappiamo, quindi occultano l’eccezionalità del nome particolare; inzuppano la testa e lo sguardo di normalità correnti e pedestri, le quali condizionano, dissociano, plagiano, rendono esterni.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno di Dio e della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; di altre qualità interpersonali, nella completezza di essere che ci appartiene.

Il peso specifico di questo inaudito presente e futuro che corrisponde perché fa parte della nostra intima essenza, resta altrimenti in mano a opinioni ovvie e al solito trascinarsi dozzinale, che non espone.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato e convenzionale testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità: vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

Nella paradossale divinizzazione del Dio che viene, la mentalità tutta mondana di ogni cerchia di puristi o conformisti vive un ribaltamento. Cifra della grande Sapienza di natura.

Così il maestro Lü Hui-ch’ing commenta un celebre passo del Tao Tê Ching (LXXVI): «Il Cielo sta in alto per il ch’ì, la Terra sta in basso per la forma: il ch’ì è molle e debole, la forma è dura e forte».

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù [anche nei suoi intimi] è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini pii antichi sono stranamente incardinate sul bisogno di fare corpo e riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi. «Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica peso specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la gloria che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: principio e valutazione tipici dell’eroe tutto impettito, “libero”, indipendente e sicuro di sé [a motivo del prestigio attorno].

Viceversa, ecco la ‘gloria’ come umile e grato riconoscimento, ma di peso nel senso cristiano: famigliare e umanizzante.

La donna e l’uomo chiamati a una missione particolare scoprono in sé e nella realtà le condizioni di perfezione e imperfezione.

Esse ci guidano alla realizzazione innata - non volatile - e al bene comune, secondo contributo specifico, personale.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose, aggiungendo qualcosa all’onore di ciò che già è nella propria essenza vocazionale - talora nella paradossale completezza, per una convivialità delle differenze.

La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro - anche nel senso della crescita, dell’importanza in sé, più di “chi si accorge”.

 

I gruppi devotissimi si muovevano purtroppo non di rado a un livello di aspirazioni mondane - proprio con una strana mescolanza di criteri.

Quindi finivano per apprezzarsi a circolo, scambiandosi pacche sulle spalle gli uni gli altri.

Così - accontentandosi di essere confermati - essi ancora tendono ad accentuare le caratteristiche di ciò che normalmente viene identificato come dimensione spirituale, e che facilmente si contamina col compromesso del look artificiale esterno.

L’equilibrio interiore del Chiamato per Nome si ristabilisce invece attraversando sogni e il carattere congenito - più che con il soppesare e gli influssi crudi della vita conscia, i quali distraggono e livellano l’anima.

Su tale china ciascuno tende infatti ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla vocazione originalissima; anzi, espongono la coscienza a dissociazioni e condizionamenti che la snaturano.

La Via nello Spirito di Libertà, Amore, Novità, è ispirata da una dimensione di Mistero e spontaneità tutta da scoprire: Esodo.

Tale caratura procede oltre i compartimenti, le denominazioni ricolme di soluzioni assodate, di pensiero conforme agganciato a un modo univoco di leggere le Scritture e le testimonianze.

Le gabbie anche “spirituali” colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Per garantire la compattezza “ecclesiale”, le diverse stie fanno ovunque leva sull’inadeguatezza all’interpretazione maggioritaria - e sensi di colpa tipici del “contenitore” particolare.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

 

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto.

Anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro atipicità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante che non sappiamo già.

I libretti d’istruzione ci vessano di progressioni e mete altrui da raggiungere, le quali si rivelano tutte ancora da superare - e al di fuori del proprio gusto e senso intimo; proiettate nel futuro, impersonali.

La via “spirituale” del branco riflette la vita, il giudizio o l’idea del leader e il suo cerchio “magico”; la forma mentis d’una generazione o di un ceto.

In tal guisa, le traiettorie assodate non annunciano cambiamenti e incontri autentici, i quali si svolgono nella semplicità propulsiva, trasversale, dell’imprevedibile concreto. 

I modelli ostinati non ci fanno accorgere di un Dio Persona: Egli chiama alla vita, mediante impulsi che sarebbero nuova linfa per la trasmutazione.

L’Eterno si comunica in ciò che parla dentro.

Proprio nei bisogni - non ossessionando le energie conosciute solo all’anima, di conflitti per doveri inutili, i quali non risolvono nulla, né trasmettono felicità.

L’ideologia religiosa “egocentrica” e ogni pensiero indirizzato bollano le crisi come inadeguatezze alle azioni collettive finalizzate - quindi condannano gl’istinti.

Ma le pulsioni si manifestano quali fughe del cuore individuale che cerca nuovo ascolto, desidera affiorare e realizzare; vuole integrarsi a modo suo, o tracciare strade che preparano futuro.

 

Non di rado l’evocazione dei soliti rituali delimitati - ad es. di “carisma” - nonché la concatenazione delle costituzioni normative, mortificano il carattere in un’atmosfera livellata, che si bea di sintonie raccogliticce.

Non sono la nostra terra.

L’aia del ‘sistema’ opera secondo direttive e ruoli.

Ma i compartimenti limitano il raggio d’azione, sebbene apparentemente lo dilatino.

Le inclusioni banali ci “insegnano” ad accontentarsi dei mezzi passi già tutti cesellati nel poco e non oltre le righe.

Ciò per non consentire d’introdursi nelle rigenerazioni che contano.

 

Il clan autoreferenziale spesso toglie spazio a qualsiasi possibilità che sposti da lì.

Ciò fa diventare dipendenti dal plauso. Frena, quando viceversa potremmo osare... 

Per non continuare a percepire sane inquietudini. Difformità che riscatterebbero dalla subordinazione.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare.

Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

 

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (che non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni, perché le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le opere stesse che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come tuteli in Cristo il vissuto comunitario e le tue trasposizioni di Fede?

Qual è il punto di omologazione nelle soddisfazioni, e dove collochi la tua Preziosità?

 

 

Dito che indica: provvisorio ma sicuro e forte

 

L’impegno di tutti i cristiani è quello di «essere testimoni di Gesù», di riempire la vita di «quel gesto» che fu tipico di Giovanni il Battista: «indicare Gesù». Una «vocazione» comune sulla quale si è soffermato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta venerdì mattina, 16 dicembre.

Seguendo il percorso liturgico che negli ultimi tre giorni ha fatto riflettere «su Giovanni, l’ultimo dei profeti, l’uomo più grande nato da donna» il Pontefice ha approfondito il brano del Vangelo (Giovanni 5, 33-36) nel quale il precursore «è presentato, è mostrato come il testimone». È Gesù stesso che parla chiaramente: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza». Proprio questa, ha sottolineato Francesco, «è la vocazione di Giovanni: essere testimone».

Una vocazione resa ancora più comprensibile da alcuni esempi concreti. Gesù infatti, ha ricordato il Papa, ha detto che Giovanni «era la lampada». Però, ha spiegato, «lui era la lampada ma non la luce, la fiaccola che indicava dov’era la luce, lampada che indica dov’è la luce, dà testimonianza della luce». Allo stesso modo, Giovanni «era la voce», tant’è che egli stesso «dice di sé: “Io sono la voce che grida nel deserto”». Però non era la Parola, infatti «lui era la voce ma che dà testimonianza della Parola, indica la Parola, il Verbo di Dio. Lui soltanto voce». E così il Battista che «era il predicatore della penitenza» dice chiaramente: «Dopo di me viene un altro che è più forte di me, è più grande di me, al quale non sono degno di allacciare i calzari. E questo vi battezzerà in fuoco e Spirito Santo». Riassumendo: «Lampada che indica la luce, voce che indica la Parola, predicatore di penitenza e battezzatore che indica il vero battezzatore in Spirito Santo». Giovanni, ha concluso il Papa, «è il provvisorio e Gesù è il definitivo. Giovanni è il provvisorio che indica il definitivo».

Ma proprio questa provvisorietà, questo suo “essere per”, è «la grandezza di Giovanni». Un uomo «sempre col dito lì», a indicare un altro. Infatti nel Vangelo si legge che «la gente si domandava in cuor suo se Giovanni non fosse il Messia. E lui, chiaro: “Io non sono”». E anche quando i dottori, i capi del popolo gli fecero chiedere: «Ma sei tu o dobbiamo aspettare un altro?» lui sempre ha ripetuto: «Io non sono. Viene un altro», ricordando nuovamente che sarebbe arrivato uno al quale lui non era degno di allacciare i calzari: «Io non sono. Un altro, che vi battezzerà».

È proprio questa, secondo il Pontefice, l’immagine più eloquente che ci dice chi fu Giovanni il Battista, la sua «testimonianza provvisoria ma sicura, forte», il suo essere «fiaccola che non si è lasciata spegnere dal vento della vanità» e «voce che non si è lasciata diminuire dalla forza dell’orgoglio». Giovanni, ha chiarito il Papa, è «sempre uno che indica l’altro e apre la porta all’altra testimonianza, quella del Padre, quella che Gesù dice oggi: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni, quella del Padre». E, ha aggiunto il Pontefice, quando nel Vangelo si legge che si sentì «la voce del Padre: “Questo è il mio Figlio”», dobbiamo comprendere che «è stato Giovanni ad aprire questa porta».

Perciò Giovanni «è grande», perché «sempre si lascia da parte». Lui, ha spiegato Francesco, è grande perché «è umile e prende la strada di abbassarsi, di annientarsi, la stessa che prenderà Gesù dopo». E anche in questo «offre una grande testimonianza: apre quella strada dell’annientamento, dello svuotarsi di sé stesso» che fu poi anche di Gesù.

Un ruolo che il Battista incarnò, si potrebbe dire, anche fisicamente: «ai discepoli, ai propri discepoli, una volta che passava Gesù» indicava con il dito: «Quello è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Quello, non io, quello». E, di fronte «all’insistenza dei capi, del popolo, dei dottori» Giovanni ribadiva sempre: «È necessario che Lui cresca, a Lui tocca crescere, a me diminuire». Nell’umiltà, ha detto il Pontefice, «è la grandezza di Giovanni». Tant’è che egli «diminuisce, si annienta, fino alla fine: nell’oscuro di una cella, in carcere, decapitato, per il capriccio di una ballerina, l’invidia di un’adultera e la debolezza di un ubriaco».

Più volte il Papa, per rimarcare il concetto, ha ripetuto l’espressione «Grande Giovanni!». Un grande che, ha aggiunto, se dovessimo raffigurarlo in un dipinto, dovremmo semplicemente disegnare un dito che indica.

A conclusione dell’omelia, il Papa ha portato, come di consueto, la sua meditazione alla realtà concreta degli uomini di oggi. Vedendo che nella cappella di Santa Marta erano presenti alcuni vescovi, sacerdoti, religiosi, e coppie che celebravano il cinquantesimo, ha detto loro: «È una bella giornata per domandarsi» se «la propria vita cristiana ha sempre aperto la strada a Gesù, se la propria vita è stata piena di quel gesto: indicare Gesù». Occorre, ha proseguito, «ringraziare» per tutte le volte che ciò è stato fatto, ma anche «ricominciare». Sempre ricominciare, con quella che il Pontefice ha definito «vecchiaia giovane o gioventù invecchiata, come il buon vino!» e fare sempre un «passo in avanti per continuare a essere testimoni di Gesù». Con l’aiuto di Giovanni «il grande testimone».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 17/12/2016]

I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!

[Papa Benedetto, omelia Crisma 21 aprile 2011]

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Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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