don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Ott 12, 2026

29a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

29a Domenica T.O. (anno A)  [18 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 45,1-6

Quando Isaia scrive questo testo, gli Ebrei sono in esilio a Babilonia da quasi cinquant’anni. Nel 587 a.C. gli eserciti di Nabucodonosor avevano conquistato Gerusalemme, distrutto e saccheggiato il Tempio e deportato i sopravvissuti. Ora, però, arrivano le notizie delle conquiste di Ciro, re di Persia, il nuovo padrone del mondo. Per gli Ebrei queste notizie sono una buona speranza, perché Ciro sta conquistando rapidamente tutta la regione. Ciro si distingue dagli altri sovrani perché adotta una politica più umanitaria: non uccide i vinti, non distrugge né saccheggia le loro città e non deporta le popolazioni. Anzi, nei territori conquistati permette agli esiliati di tornare nella loro patria, restituisce loro i beni sottratti dai precedenti conquistatori e offre anche i mezzi per ricostruire il Paese. Probabilmente comprende che un imperatore ha interesse a governare popoli felici. In questo contesto Isaia pronuncia una profezia che è soprattutto una professione di fede e di speranza. Dice: «Così parla il Signore al suo consacrato, a Ciro». Probabilmente il messaggio non è rivolto direttamente a Ciro, che non avrebbe ascoltato un profeta ebreo, ma agli Ebrei esiliati, per ridare loro speranza. Questa speranza si basa su due convinzioni fondamentali. Anzitutto, Dio è fedele alla sua Alleanza.

Dio non ha abbandonato il suo popolo: Israele rimane il suo servo e il suo eletto. Anche se ha perso la libertà, la terra, il Tempio, il re e l’indipendenza politica, Dio continua a essere fedele all’Alleanza con Giacobbe e Israele. Questa certezza è particolarmente importante proprio nel momento in cui gli Ebrei potrebbero pensare che Dio li abbia abbandonati. In secondo luogo,

Dio è il Signore della storia. Dio afferma: «Io sono il Signore, non ce n’è un altro». Anche il potente Ciro è nelle sue mani. Le espressioni relative al dare un titolo, prendere per mano e aprire le porte richiamano i riti dell’incoronazione dei re: il re riceveva il titolo di figlio di Dio, veniva unto con l’olio e posto nelle mani di Dio; le porte aperte simboleggiavano anche la conquista delle città nemiche. Isaia applica quindi a Ciro immagini tipiche dell’incoronazione dei re d’Israele, presentandolo come un re scelto e consacrato da Dio, anche se pagano. Questo prova che è sempre Dio a mantenere l’iniziativa e il controllo degli eventi.

 

Salmo responsoriale (95/96) 

In questi pochi versetti corre un fremito, anzi un'esaltazione. Si sente la fede che fa vibrare questo popolo, anzi, ancor meglio, la speranza che è la gioia della fede. E’ la speranza che permette di affermare con certezza ciò che non si possiede ancora, come dice la lettera agli Ebrei (1,1). Se ci fermiamo a leggere gli ultimi versetti comprendiamo che questo salmo ci trasporta già alla fine del mondo, in quel giorno benedetto in cui tutti i popoli senza eccezione riconosceranno Dio come l'unico Dio. Gioia nel cielo! Esulti la terra! Mugghino le masse del mare, tutta la campagna sia in festa. Danzino di gioia gli alberi delle foreste davanti al Signore, perché viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli secondo la sua verità! Si canta qui già il giorno benedetto che si attende. Immaginiamo la scena: siamo a Gerusalemme, tutti i popoli, le nazioni, le razze si accalcano intorno al Tempio. La spianata brulica, i gradini del cortile sono neri di gente, affluiscono folle da ogni parte del mondo, aumenta il numero dei pellegrini a perdita d'occhio e Gerusalemme non basta a contenerli. Tutti cantano a squarciagola, come una vera sinfonia, "Dio regna!" È un clamore immenso e gigantesco come l'ovazione che si faceva a ogni nuovo re il giorno dell'incoronazione. Questa volta però non è il popolo d'Israele che acclama un re della terra, è l'umanità intera che acclama il Re del mondo: "Grande è il Signore, altamente lodato, tremendo". E non è solo l'umanità, ma la terra stessa trema e pure i mari entrano nella sinfonia mentre le campagne fanno festa e gli alberi danzano perché sanno riconoscere il loro Creatore. Tra tanti idoli e falsi dèi, non c'è possibilità di errore e persino gli alberi non si lasciano ingannare. Gli uomini, invece, si sono lasciati ingannare a lungo ed è incredibile che ci abbiano messo così tanto a riconoscere il loro Creatore, il loro Padre.  Questa volta però è successo e tutti vengono a Gerusalemme per acclamare Dio perché finalmente risuona la buona notizia: "di giorno in giorno Israele ha proclamato la sua salvezza… l’opera incessante di liberazione... di giorno in giorno Israele ha testimoniato che Dio lo ha liberato dall'Egitto prima, poi da ogni sorta di schiavitù e la più terribile delle schiavitù è mettere la propria fiducia in falsi valori, falsi dèi che non possono che deludere.  Israele ha la fortuna immensa di sapere e di essere incaricato di dire che il nostro Dio è l'unico Dio come viene proclamato nello Shema Israel: "Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l'Unico"(Dt6,4). È il mistero della vocazione di Israele secondo quanto si legge nel Deuteronomio: "Ti è stato dato di vedere tutto questo, perché tu sappia che è il Signore è Dio, non ce n'è un altro" (Dt4,32). Ma il popolo eletto non ha mai dimenticato che se gli è stato dato di vedere, è perché lo faccia sapere e in attesa che questo sogno si realizzi, Israele fa risuonare questo salmo per rinnovare la sua fede e la sua speranza.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5)

Si tratta del primo scritto cristiano, anche se siamo abituati a vedere i Vangeli all'inizio del Nuovo Testamento rischiando così di dimenticare che sono posteriori alle lettere di Paolo. La Prima lettera ai Tessalonicesi risale a solo una ventina d'anni dopo la Risurrezione di Cristo e abbiamo quindi qui le prime affermazioni della predicazione cristiana. È la prima volta che si cerca di formulare per iscritto il mistero di Gesù Cristo. Siamo verso l'anno 50 e il Vangelo è già annunciato lontano da Gerusalemme perché Tessalonica è in Europa, a Nord della Grecia, nella regione che si chiama Macedonia. Prima di arrivare fin lì, Paolo ha già avuto il tempo di fondare comunità in tutto il Sud, il centro e persino nella costa Ovest della Turchia. È dagli Atti degli Apostoli che sappiamo come sono andate le cose: Paolo era in missione sulla costa ovest della Turchia, quando una notte ebbe la visione di un Macedone che lo supplicava: "Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso". E Luca che era del viaggio racconta: "In seguito a questa visione di Paolo, cercammo subito di partire per la Macedonia, perché ne deducemmo che Dio ci chiamava a portarvi la Buona Novella" (At16,9-10. Paolo, Luca e Sila  arrivano sulla costa greca nella città di Filippi dove dapprima sono ben accolti, ma presto sono accusati di turbare l'ordine pubblico, vengono battuti e gettati in prigione. Grazie a un provvidenziale terremoto sono liberati e, lasciata la città, vanno a Tessalonica. Secondo gli Atti degli Apostoli, la predicazione di Paolo era sempre la stessa: "Per tre sabati discusse con loro a partire dalle Scritture, di cui apriva il senso per stabilire che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti e aggiungeva: 'Il Cristo è questo Gesù che io vi annuncio'". Il testo aggiunge "Alcuni di loro (cioè dei Giudei incontrati in sinagoga)si lasciarono convincere e si unirono a Paolo e a Sila, con una grande moltitudine di Greci che adoravano Dio e con un buon numero di donne notabili"(At17,2-4). Ma, come al solito, Paolo non ha suscitato solo entusiasmo perché, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "I Giudei, presi da gelosia, radunarono sulla piazza pubblica alcuni farabutti; avendo provocato assembramenti, seminavano disordine in città" (At 17,5) tanto che sembrò molto prudente a Paolo e Sila di lasciare il territorio. Paolo ha dunque lasciato questa nuova comunità troppo in fretta ed è rimasto per un po' inquieto a suo riguardo. Quando scrive questa lettera che iniziamo a leggere oggi, è appena stato rassicurato da Sila e Timoteo che erano rimasti in Macedonia e gli riportano ottime notizie. Questo spiega il tono particolarmente gioioso dell’inizio della lettera: "Paolo, Silvano (altro nome di Sila) e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace. In ogni momento rendiamo grazie a Dio a riguardo di tutti voi". Fin da questa prima frase, si è sorpresi dalla solennità del saluto: questa comunità è piccolissima, e lui la chiama pomposamente "la Chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo". Questo immenso rispetto di Paolo per le comunità cristiane, anche modeste, è caratteristico di tutte le sue lettere. 

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (22,15-21)

"È lecito pagare il tributo all'imperatore?" Gesù risponde trattando gli interroganti da "ipocriti"! Perché "ipocriti"? Perché questa non è una domanda e loro sono  ipocriti per due ragioni: anzitutto perché questa domanda da tempo l'hanno già risolta. Pagare il tributo all'imperatore, "Rendere a Cesare quel che è di Cesare", lo fanno e Gesù non dà loro torto. Ora tendono una trappola e cercano di cogliere Gesù in fallo... E il tono falsamente rispettoso che precede la domanda forza ancora il tratto: "Maestro, sappiamo che sei sempre veritiero e insegni la via di Dio secondo verità". Tutte queste gentilezze non sono che un preambolo per una domanda-trappola tesa a mettere in difficoltà Gesù.  Se Gesù incita i suoi compatrioti a rifiutare l'imposta prelevata a profitto dell'occupante romano sarà facile denunciarlo alle autorità, come resistente o addirittura come rivoluzionario e sarà condannato. Se poi consiglia di pagare l'imposta lo si potrà screditare agli occhi del popolo come collaboratore, perdendo ogni possibilità di essere riconosciuto come il Messia perché il Messia atteso deve essere un re indipendente e sovrano sul trono di Gerusalemme, il che passa necessariamente attraverso una rivolta contro l'occupante romano. La trappola è ben organizzata e in ogni caso, qualsiasi sia la sua risposta, Gesù è perduto. Si sta infatti cercando la prima occasione opportuna per farlo morire perché la Passione si profila già all'orizzonte dato che siamo negli ultimissimi momenti a Gerusalemme. Nella sua risposta, Gesù mostra bene di aver capito: "Ipocriti! Perché volete mettermi alla prova?" Non è ingenuo davanti alla trappola che gli si tende... Eppure non cerca di mettere in imbarazzo i suoi interlocutori perché Gesù non lo ha mai fatto e non ha cercato mai di tendere una trappola a qualcuno: questo sarebbe indegno del Dio la cui luce illumina i buoni e i cattivi.

Gesù non replica dunque alla trappola con un'altra trappola, ma prende sul serio la domanda e risponde davvero argomentando in tre punti: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e rendete a Dio quel che è di Dio. Primo, "Rendete a Cesare quel che è di Cesare", compreso pagando l'imposta. Con questo invita a riconoscere che Cesare è il detentore del potere e questo non ha nulla a vedere con una servile collaborazione; al contrario, è accettare una situazione di fatto e inoltre, nella prospettiva dell'Antico Testamento, si considerava che ogni potere viene da Dio. Gesù stesso, nel corso della sua Passione, dirà a Pilato: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto" (Gv19,11). D'altra parte,  anche Isaia  l'ha ricordato nella prima lettura parlando del re Ciro: Dio può far volgere ogni regalità umana al bene del suo popolo. I farisei conoscono meglio di noi il testo di Isaia su Ciro; sanno dunque che ogni potere, anche pagano, è nelle mani di Dio. Notiamo comunque di passaggio che il Cesare del momento si chiamava in realtà "Tiberio" e il nome "Cesare" era diventato un titolo dell’imperatore romano. Secondo, "Non rendete a Cesare che quel che è di Cesare": quando Cesare - cioè l'imperatore romano - esige l'imposta, è nel suo diritto, ma quando esige di essere chiamato Signore e che gli si renda un culto, vi espone all'idolatria e qui non bisogna transigere. All'epoca in cui Matteo scrive il suo Vangelo, questa ipotesi era una realtà. Numerosi martiri hanno pagato con la vita questo rifiuto di rendere un culto all'imperatore romano. Importante è quindi l’invito: "Rendete a Dio quel che è di Dio". La vera questione è lì: siete sicuri di rendere a Dio quel che è di Dio? Perché non riconoscete in Gesù colui che "è di Dio"? Senza voler trarre da questo testo una teoria del potere politico, che certamente Gesù qui non ha voluto fare, si può però trarre da questa pagina evangelica ancora una volta una sorprendente lezione di libertà. Cesare non è che Cesare e i re della terra non sono che dei piccoli re la cui regalità è passeggera, mentre il regno di Dio è di tutt'altro ordine: è in seno stesso ai regni della terra che ogni opera d'amore e di fraternità fa crescere l'unico vero regno, il Regno di Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

28a Domenica T.O. (anno A)   [11 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal Libro del profeta Isaia (25,6-10a)

Il profeta Isaia, per descrivere il compimento del progetto di Dio, ha scelto l’immagine di un banchetto. Questo progetto è un’umanità finalmente pacificata: sedersi alla stessa tavola, condividere lo stesso pasto, fare festa insieme, una versa immagine di pace. “IL Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, sul suo monte, un banchetto di carni grasse e di vini pregiati, un banchetto di carni succulente e di vini raffinati». E’ un’evocazione di carattere poetico e simbolico: Isaia non cerca di descrivere realisticamente ciò che accadrà concretamente. Vuole dire che le guerre, le sofferenze, le ingiustizie finiscono e tutti i popoli saranno in festa. Se questa pagina risale, come molti pensano, a durante o dopo l’Esilio a Babilonia, si comprende perché il sogno della festa venga espresso attraverso immagini di abbondanza. Se il profeta ritiene utile proclamare: “In quel giorno si dirà: “Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato ed egli ci ha salvati”, lo fa probabilmente per cercare di risollevare il morale dei suoi compatrioti Ed allora potremmo tradurre: Coraggio, fratelli miei, dite a voi stessi che tra qualche tempo non rimpiangerete di aver avuto fiducia… e vi racconterò come finirà la storia: camminiamo lentamente ma con sicurezza verso il giorno della pace definitiva. L’unica vera buona ragione per crederci è che si tratta di una promessa di Dio: il Signore ha parlato, dice Isaia. Ecco la frase centrale del testo che giustifica l’ottimismo incrollabile del profeta, colui che sa e ha sperimentato l’opera incessante di Dio per liberare il suo popolo. Non si può essere profeti (o semplicemente testimoni della fede) se, in un modo o nell’altro, non si fa l’esperienza personale o collettiva dell’opera di Dio e Israele si preoccupa di alimentare continuamente la propria fede attraverso il ricordo dell’opera di Dio. Ed è proprio perché non la dimentica mai che può attraversare i momenti di prova. Come Dio ha liberato il suo popolo dalle catene dell’Egitto, così continua, nel corso dei secoli, a liberarlo; e le peggiori catene dell’uomo sono l’incapacità di vivere in pace, di praticare la giustizia, di rimanere nell’Alleanza con Dio. Se Dio porta a compimento la sua opera (e Isaia non dubita che lo farà), verrà il giorno in cui tutti i popoli vivranno nella pace e nella fedeltà all’Alleanza. Perché è lui, il Signore che lo ha promesso.

C’è però una frase che resta difficile: “Farà scomparire la morte per sempre”. Quando oggi leggiamo questa frase, siamo tentati di interpretarla alla luce della nostra fede cristiana attuale e quindi di attribuire al profeta pensieri che non erano i suoi. Solo Dio sa, ovviamente, cosa avesse in mente Isaia, ma molto probabilmente non si tratta ancora, in questo passo, di un’affermazione della Risurrezione nel senso cristiano del termine; il popolo d’Israele scoprì progressivamente, già prima di Cristo, la fede nella risurrezione della carne, ma molto tempo dopo che il libro di Isaia era stato definitivamente messo per iscritto. Si tratta d’una verità che è andata consolidandosi nel corso dei secoli.

 

Salmo Responsoriale (22/23)

Questo salmo conosciuto come il Salmo del buon Pastore può sembrare una semplice immagine pastorale, ma in realtà parla dei temi fondamentali della vita: la vita e la morte, la paura dei nemici e la fede in Dio, più forte di qualsiasi minaccia. Parla della vita nell’Alleanza con Dio: per il credente, solo questa relazione con Dio merita veramente il nome di «Vita», mentre la rottura con Dio rappresenta la «Morte». La «Casa del Signore» è il Tempio di Gerusalemme. Chi poteva dire pienamente «Abiterò nella Casa del Signore per tutti i giorni della mia vita» erano i leviti, discendenti di Levi. La tribù di Levi non ricevette un territorio come le altre tribù d’Israele, perché era consacrata al servizio del culto. I leviti vivevano nelle città delle altre tribù, ricevevano le decime e si recavano a Gerusalemme per svolgere a turno il servizio nel Tempio, che custodivano giorno e notte. Il salmo esprime quindi la gioia di una vita completamente consacrata a Dio: «Grazia e felicità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita; abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni». Tuttavia, il levita diventa anche il simbolo dell’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Come il levita ha un posto particolare tra il popolo d’Israele, così Israele ha un ruolo particolare tra le nazioni. Dio ha scelto liberamente questo popolo e gli ha proposto un’Alleanza. Israele riconosce con meraviglia questa scelta e ricorda continuamente ciò che Dio ha fatto per liberarlo dall’Egitto. Essere il popolo scelto non significa però godere egoisticamente della vicinanza di Dio. Israele è chiamato ad aprire la strada agli altri popoli, affinché anche tutta l’umanità possa entrare nell’intimità con Dio. Questo si collega al messaggio di Isaia: il banchetto preparato da Dio sul suo monte è destinato a tutti i popoli. In sintesi questo Salmo insegna che Dio è il pastore che accompagna e protegge il suo popolo. Israele è stato scelto per vivere nell’Alleanza e per testimoniare agli altri popoli l’amore di Dio. Alla fine, però, la salvezza e la comunione con Dio sono destinate a tutta l’umanità.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san paolo apostolo ai Filippesi (4,12-14.19-20)

Paolo scrive ai cristiani di Filippi mentre si trova probabilmente in prigione a Efeso, negli anni ’50. Li ringrazia per l’aiuto economico che gli hanno inviato tramite Epafrodito. Paolo spiega di aver imparato a vivere sia nella povertà sia nell’abbondanza: sa essere sazio o avere fame, vivere nell’abbondanza o nella privazione. La sua libertà nei confronti dei beni materiali nasce dalla fede: «Posso tutto in colui che mi dà la forza», cioè Cristo. Paolo non si vergogna di parlare di denaro e di accettare un aiuto quando ne ha bisogno. La vera libertà non significa fingere di non aver bisogno dei beni materiali, soprattutto quando tante persone vivono nella povertà. Ma le ricchezze sono opportunità o rischio? A questo proposito la Bibbia presenta tre idee fondamentali: Anzitutto, le ricchezze sono una possibilità positiva: non sono cattive in sé e possono essere considerate un dono di Dio, quando permettono di vivere e godere del proprio lavoro. Le ricchezze però possono diventare un rischio: quando vengono accumulate per se stesse, possono trasformarsi in una forma di schiavitù. Il desiderio eccessivo di possedere fa perdere la libertà. Infine, l’accumulo di ricchezza può creare povertà: quando alcuni accumulano troppo, altri possono essere privati delle risorse necessarie. Per questo i profeti, come Amos e Isaia, criticano fortemente l’ingiustizia e l’accaparramento delle ricchezze. Non si deva mani dimenticare che non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che abbiamo, sia per noi stessi sia per gli altri. Durante l’Eucaristia, il pane e il vino rappresentano tutte le ricchezze della terra e il lavoro dell’uomo. Offrendoli, non stiamo semplicemente dando qualcosa a Dio: riconosciamo che tutto appartiene già a Lui e che ci è stato affidato. In poche parole: il denaro e le ricchezze non sono un male in sé. Diventano un problema quando ci rendono schiavi, quando vengono accumulate egoisticamente o quando producono povertà e ingiustizia. Il cristiano è chiamato a usarle con libertà e responsabilità, ricordando di esserne soltanto amministratore.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

Queste due parabole si susseguono e, a prima vista, non sembrano avere molto in comune: quella dell’invito al banchetto di nozze e quella dell’uomo allontanato perché non indossava l’abito nuziale. Alcuni pensano che, in origine, queste due parabole non fossero collegate: sembrerebbe infatti contraddittorio pretendere un abito da cerimonia da una persona che è stata raccolta per strada. Ma se Matteo le ha accostate volutamente, significa che da questo collegamento possiamo ricavare un insegnamento. Esaminiamole una dopo l’altra. «Un re celebrava le nozze di suo figlio». E non si tratta di un re qualsiasi, perché fin dall’inizio ci viene detto che si parla del «Regno dei cieli»: questa sola espressione ci suggerisce immediatamente che si tratta dell’Alleanza tra Dio e l’umanità, Alleanza che si compie in Gesù Cristo; egli stesso, nei Vangeli, si presenta come lo sposo. Del resto, la parola «nozze» ricorre sette volte in questa parabola. Questo simbolismo delle nozze non è molto abituale nel nostro linguaggio cristiano di oggi; eppure è proprio con questi termini che i testi più tardi della Bibbia descrivono il progetto di Dio sull’umanità. Dalle ultime profezie di Isaia fino all’Apocalisse, passando per il Cantico dei Cantici e per i libri sapienziali, per citarne solo alcuni, l’amore di Dio per l’umanità viene descritto nei termini dell’amore coniugale. Ed è proprio per questo che san Paolo dice che il matrimonio è «la migliore immagine della relazione di Dio con l’umanità».

Nell’Antico Testamento era chiaro che l’annuncio e il compimento della salvezza universale dell’umanità passavano attraverso Israele. Il popolo eletto aveva una missione per tutta l’umanità. È in questo senso che abbiamo imparato a leggere la frase di Dio ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Riprendendo il paragone delle nozze, possiamo dire che gli Ebrei erano i primi invitati alle nozze; il padrone contava su di loro per estendere poi l’invito e far entrare, dietro di loro, tutta l’umanità. Ma sappiamo come è andata: la grande maggioranza degli Ebrei rifiutò di riconoscere in Gesù il Messia. Nella parabola sono rappresentati dagli invitati che rifiutano di venire alle nozze e arrivano persino a maltrattare i servi che erano andati a chiamarli. Che cosa succederà? Nella parabola, i servi riempiono la sala con invitati chiamati all’ultimo momento. Nella Lettera ai Romani, Paolo commenta dicendo che questo rifiuto di Israele non solo non impedirà le nozze, ma favorirà addirittura l’ingresso di tutti i popoli nella sala del banchetto. «I servi andarono per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze fu piena di commensali». Passiamo alla seconda parabola: un uomo, invitato all’ultimo momento, entra senza abito nuziale. È del tutto incapace di rispondere alla domanda: «Amico, come hai fatto a entrare qui senza l’abito nuziale?». Allora viene cacciato. Questo certamente non significa che dovesse soddisfare una particolare esigenza di comportamento, né che l’abito nuziale possa simboleggiare un qualche merito. Appena si parla di «merito», si rischia di deformare il significato della grazia di Dio, che per definizione è gratuita! Con Dio non ci sono condizioni da soddisfare. La prima parabola dice chiaramente che tutti hanno potuto entrare, buoni e cattivi. Allora, che cosa può significare questa seconda parabola? Guardiamo la folla che entra nella sala del banchetto nuziale. Buoni o cattivi, tutti sono stati invitati, tutti hanno accettato e hanno indossato l’abito della festa: hanno saputo accogliere l’invito inatteso e si sono preparati.

Uno solo non ha ritenuto necessario farlo: non ha saputo apprezzare la fortuna di questa proposta insperata e accoglierla con gratitudine. Alla domanda: «Come hai fatto a entrare qui senza l’abito nuziale?», egli non sa cosa rispondere. Sarebbe bastata una parola di scusa o di pentimento, ma egli rimane in silenzio. Non prepararsi per un banchetto significa non dare importanza all’invito e disprezzare colui che ci invita. In fondo, proprio come i primi invitati, egli ha peccato per indifferenza o presunzione. In conclusione: la prima virtù che ci viene richiesta è l’umiltà.

Nota di commento: I primi invitati hanno rifiutato l’invito e altri sono entrati al loro posto. Storicamente è proprio ciò che è accaduto. Negli Atti degli Apostoli vediamo ripetersi più volte lo stesso scenario: ogni volta che Paolo arriva in una nuova città, si reca prima nella sinagoga e annuncia agli Ebrei che Gesù è il Messia atteso. Alcuni gli credono e diventano cristiani. Quando però la predicazione di Paolo supera i confini della sinagoga e anche i pagani iniziano a diventare cristiani, gli Ebrei che non si sono lasciati convincere si spaventano e cacciano Paolo. È ciò che accadde ad Antiochia di Pisidia: «Era necessario annunciare a voi per primi la parola di Dio. Ma poiché la respingete e non vi ritenete degni della vita eterna, ci rivolgiamo alle nazioni pagane». In seguito accadde la stessa cosa a Iconio e a Tessalonica. Proprio perché gli apostoli venivano cacciati da una città all’altra, il Vangelo si diffuse da una città all’altra. Una delle lezioni della prima parabola è quindi che il rifiuto di Israele non può fermare definitivamente il progetto di Dio. Come le prostitute e i pubblicani presero il posto delle autorità religiose ai tempi di Gesù, così, alcuni anni dopo, quando Matteo scriveva il suo Vangelo, i pagani entrarono numerosi nella Chiesa proprio a causa del rifiuto di alcuni Ebrei.

Da un male, Dio riesce sempre a far nascere un bene. C’è poi un’altra interpretazione della veste nuziale Nel linguaggio del Nuovo Testamento, la veste nuziale è quella dei battezzati. Sappiamo infatti che quella che oggi chiamiamo «veste battesimale» è in realtà una «veste nuziale». La seconda parabola riguarderebbe quindi i battezzati: sono loro ad essere entrati nella sala delle nozze. Ma sappiamo che l’abito non fa il monaco. Gesù ricorderebbe qui le esigenze che derivano dal nostro Battesimo. Come dice lui stesso: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». (Mt 7,21).

 

+Giovanni D’Ercole

Servire se stessi e “il pubblico”

(Lc 11,42-46)

 

Il conflitto tra Gesù e le autorità religiose assume tratti violentissimi.

La scelta ideologica o devota può perdersi nel formalismo di chi discute senza fine di minuzie e dimentica le mète dell’impegno interiore, in favore di una sorta di spettacolo circense (v.43).

Quando i notabili disdegnano il servizio e scelgono gli onori, il semplice passar loro accanto fa contrarre la medesima impurità dell’anima: vita media e normale, corruzione interna.

Insomma, la Legge divina è stata talmente appesantita da rendere la prassi devota asfissiante, preoccupata di quisquillie.

Per chi ce la fa a sopportare le trafile, poi, la perfezione nelle cose esteriori può nutrire la superbia anche nelle relazioni interumane. E la Grazia che arricchisce non detterà più la condotta.

La disponibilità a edificare Chiesa in Cristo impone di essere autentici e semplici, non disumanizzati; segno di Alleanza, non odiosi.

C’è una contro-testimonianza che soffoca il crescere della vita e coarta la libertà di chi è animato dallo Spirito di Dio.

Fra l’altro, proprio i leaders e i giuristi lasciano ben volentieri la loro privacy fuori dalle disposizioni che impongono agli altri (v.46).

Insomma, la cura di dettagli e inezie è buona e propulsiva (v.42) solo se si unisce all’intima scoperta della propria Missione e Chiamata, carattere promotore di crescita e nostro avvenire.

 

Mentre Mt 23,27 parla di tombe imbiancate, Lc parla di sepolcri nascosti, che non si vedono (v.44).

Le persone semplici, ingenue, pure, le quali vi si accostano, non si rendono conto d’insistere su idoli morti.

Nella mentalità semitica, toccare o calpestare un sepolcro significava contrarre impurità.

Gesù vuol dire che bisogna stare molto molto attenti a queste persone pericolosissime, che ghermiscono e plagiano le anime, allontanandole da Dio in nome di Dio.

Guide manipolatrici, che distolgono dal senso della Lieta Notizia a nostro favore, inoculando una mentalità che annienta la crescita.

In ogni tempo la recita della santità disincarnata, schematica, fuori scala o confusionaria e vuota conserva apparenze devianti.

Ma i propugnatori della morte dell’anima si riconoscono immediatamente: son coloro che insistono su visioni del mondo sofisticate, su idee astratte; sulle bagatelle dei vezzi, o di apparenze disciplinari - e dimenticano gli obbiettivi del Regno.

Il tema è cruciale:

«Vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità […] per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione» (FT n.276).

Opera decisiva, ottenuta in modo laborioso e «artigianale» (n.217).

 

Al pari delle mode, l’attenzione al troppo grande o ai nonnulla disincarnati avvicina la gente agli scheletri.

Aiutiamoci dunque a riportare il Verbo dentro, affinché diventi il nostro volto fattivo, senza doppiezze, dalla speranza larga, separato dalla scena presente e da qualsiasi bottega narcisistica.

 

 

[Mercoledì 28.a sett. T.O.  14 ottobre 2026]

Servire se stessi e “il pubblico”

(Lc 11,42-46)

 

Il conflitto tra Gesù e le autorità religiose assume tratti violentissimi, perché i poltronisti si appiccicano ai dettagli e trascurano l’essenziale.

In particolare, gli esperti disdegnano l’esperienza della Comunione - che è sì progetto, ma al contrario di una assicurazione sulla vita [munita, con potere e privilegi].

Secondo il giovane Rabbi, la stessa scelta religiosa può essere pesante e intollerabile.

Non di rado purtroppo l’opzione devota si perde nel formalismo di chi discute senza fine di piccoli precetti e dimentica le mète dell’impegno interiore, in favore di una sorta di spettacolo circense (v.43).

Non mancano infatti i notabili ufficiali che disdegnano il servizio e scelgono gli onori, così che il semplice passar loro accanto fa contrarre la medesima impurità dell’anima: vita media e normale, corruzione interna.

Insomma, la Legge divina è stata talmente appesantita da rendere la prassi sacrale tutta artificiosa, asfissiante, fuori scala o preoccupata di minuzie.

Per chi ce la fa a sopportare le trafile, poi, la perfezione nelle cose esteriori può nutrire la superbia anche nelle relazioni interumane.

Gli antichi padri spirituali dicevano che l’orgoglio è ladro, perché in caso di buona azione l’amor proprio ruba la gratuità e nutre la supponenza. Così la Grazia che ci arricchisce non detta più la condotta.

La nostra disponibilità a edificare Chiesa in Cristo chiede di essere autentici e semplici, non disumanizzati; segno di Alleanza, non odiosi.

C’è una contro-testimonianza che soffoca il crescere della vita e coarta la libertà di chi è animato dallo Spirito di Dio: quella dei leaders popolari [farisei] e dei giuristi [scribi] duri e puri.

Non per nulla essi ben volentieri lasciano la privacy fuori dalle disposizioni che impongono agli altri (v.46).

 

L’esperienza dell’Amore è “legge”, non per fare corpo, branco, cordate d’interessi, ma per una ricca convivialità delle differenze.

Questa la “norma”, il “canone” - se vogliamo - però non per costruire il bene impersonale del gruppo di pressione, e da esso farsi proteggere.

Sebbene garantisca prestigio in società - anche ecclesiale - diverrebbe un’imposizione tentacolare e invadente.

Lo sguardo astratto, troppo cerebrale, ideologico o fantasioso, e le mummie bigotte, fanno arido l’ambiente, disperdono le energie, rendono vacuo il vissuto della fede.

Insistono su adempimenti, modelli, disegni e penitenze o viceversa dissipazioni che allontanano l’amore, e scoraggiano i tentativi di leggere dal di dentro se stessi e le disposizioni.

Forse in ogni religione le osservanze - o le “grandi idee” - hanno creato quell’ipnotismo “antico” dei meccanismi abitudinari e delle atmosfere avvolgenti che fanno di Dio un totem rassicurante, un sacralizzatore di posizioni già consolidate.

È un tarlo corrosivo, punitore della passione, che rovina le persone e il destino del popolo intero.

 

Si tratta allora di correre il massimo rischio uniti a Cristo - non per cedere alla tentazione sempre in agguato di sentirsi migliori: in favore d’una lunga avventura interiore; per toccare quegli spazi ove l’Appello per Nome non assomiglia a nessun altro.

È nell’intimo e nella relazione schietta che incontriamo la nostra Chiamata profonda, i talenti inespressi, la firma d’Autore divina.

Nell’unicità di carattere, dal Nucleo, il Seme che non mente guida la vocazione; il Risorto presente si svela comprensivo, delicato, attento, assolutamente genuino, personale.

La cura di dettagli e inezie è buona e propulsiva (v.42) solo se si unisce all’intima scoperta della propria singolare Missione e Chiamata, carattere promotore di crescita, e nostro avvenire.

Qui il richiamo ai valori che non invecchiano, sostanziali - attenti alle situazioni - non comporta disprezzo e noncuranza per ciò che può sembrare secondario (ma è irripetibile): riconoscere la donna e l’uomo concreti.

Altrimenti il movente delle nostre azioni resterebbe la preoccupazione della propria fama fittizia. Ciò renderebbe meschino e screditato il vissuto di Fede che ci attiva ad esplorare, a fare Esodo.

Quando la Legge non evolve dentro di noi e con noi, nell’interiorità e personalità senza misura, essa troverà il modo d’imporsi, martoriarci e rallentare l’esperienza della vita, o contaminarla e devastarla.

 

Mentre Mt 23,27 parla di tombe imbiancate, Lc parla di sepolcri nascosti, che non si vedono (v.44).

Le persone semplici, ingenue, pure, le quali vi si accostano, non si rendono conto d’insistere su idoli morti.

Anche i falsi maestri codificano tutto, e vorrebbero normalizzare perfino il credere e le sue espressioni.

Nella mentalità semitica, toccare o calpestare un sepolcro significava contrarre impurità.

Gesù vuol dire che bisogna stare molto molto attenti a queste persone pericolosissime.

Anche nelle comunità cristiane primitive esse ghermivano e plagiavano le anime, allontanandole da Dio in nome di Dio.

Guide manipolatrici, che distoglievano dal senso della Lieta Notizia a nostro favore, inoculando goccia a goccia una mentalità che annientava la crescita.

La recita della santità disincarnata, confusionaria, ristretta e vuota (folkloristica e di sottobosco), conserva tuttora apparenze devianti.

Ma i propugnatori della morte dell’anima si riconoscono immediatamente: son coloro che insistono su visioni del mondo sofisticate, su idee astratte; sulle quisquillie dei vezzi, o di apparenze disciplinari - e dimenticano gli obbiettivi del Regno.

Il tema è cruciale.

Come ha ribadito Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti citando una sua omelia (a Santiago di Cuba):

«Vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità […] per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione» (n.276).

Opera decisiva, ottenuta in modo laborioso e «artigianale» (n.217).

 

Anche fra i suoi oggi il Risorto non ha peli sulla lingua, e si rivolge con decisione contro certe malattie insopprimibili - le visioni del mondo astratte [troppo grandi] o l’attenzione ai nonnulla - che avvicinano la gente agli scheletri.

Cristo vivo colpisce d’invettive il formalismo delle dottrine e delle pratiche esteriori, le quali s’illudono di estrarre e cesellare situazioni terrene elevate, occupandosi ossessivamente solo di se stesse.

L’unica cosa che Gesù condanna senz’appello è qui l’ambizione vanitosa nell’esercizio della finta autorità - da pompa - considerandola una bottega narcisistica (da istrioni lavativi).

Aiutiamoci dunque a riportare il Verbo dentro, affinché diventi il nostro volto fattivo, senza doppiezze, dalla speranza larga, separato dalla scena presente.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai rinunciato alla legge di morte, di maniera e quisquillie, preferendo la legge di vita?

O servi te stesso e “il pubblico”?

«Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro» (Mt 6,1). Gesù, nel Vangelo di oggi, rilegge le tre opere fondamentali di pietà previste dalla legge mosaica. L’elemosina, la preghiera e il digiuno caratterizzano l’ebreo osservante della legge. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Nel riproporre queste prescrizioni, il Signore Gesù non chiede un rispetto formale ad una legge estranea all'uomo, imposta da un legislatore severo come fardello pesante, ma invita a riscoprire queste tre opere di pietà vivendole in modo più profondo, non per amore proprio, ma per amore di Dio, come mezzi nel cammino di conversione a Lui. Elemosina, preghiera e digiuno: è il tracciato della pedagogia divina che ci accompagna, non solo in Quaresima, verso l’incontro con il Signore Risorto; un tracciato da percorrere senza ostentazione, nella certezza che il Padre celeste sa leggere e vedere anche nel segreto del nostro cuore.

[Papa Benedetto, omelia delle Ceneri 9 marzo 2011]

2. La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia.

15. Eleviamo le nostre suppliche, guidati dalla fede, dalla speranza, dalla carità che Cristo ha innestato nei nostri cuori. Questo atteggiamento è parimenti amore verso Dio, che l'uomo contemporaneo a volte ha molto allontanato da sé, reso estraneo a se stesso, proclamando in vari modi che gli è «superfluo». Questo è quindi amore verso Dio, la cui offesa ripulsa da parte dell'uomo contemporaneo sentiamo profondamente, pronti a gridare con Cristo in croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Questo è, al tempo stesso, amore verso gli uomini, verso tutti gli uomini senza eccezione e divisione alcuna: senza differenza di razza, di cultura, di lingua, di concezione del mondo, senza distinzione tra amici e nemici. Questo è amore verso gli uomini - e desidera ogni vero bene per ciascuno di essi e per ogni comunità umana, per ogni famiglia, ogni nazione, ogni gruppo sociale, per i giovani, gli adulti, i genitori, gli anziani, gli ammalati - verso tutti senza eccezione. Questo è amore, ossia premurosa sollecitudine per garantire a ciascuno ogni autentico bene ed allontanare e scongiurare qualsiasi male.

[Papa Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia]

Quando, di qualcuno, si dice che è una persona dalla doppia vita, non è per farle un complimento. Anzi. Sono quelle persone che irritano, fanno indignare, o che spesso anche causano disgusto con comportamenti che contraddicono le cose che, invece, sostengono a parole. Che si tratti di un politico o di un vicino di casa fa poca differenza: scoprire, per così dire, una “doppia vita”, è un qualcosa che fa sempre male. E non parliamo della disillusione che può generare, soprattutto nei giovani.

Ma se il predicare bene e il razzolare male è sempre una cosa irritante, quando a farlo è un prete la cosa è ancora più intollerabile. Perché c'è in ballo qualche cosa di più. Papa Francesco l'ha detto molto chiaramente, e come sempre con uno stile molto diretto ed efficace, qualche giorno fa. Quando, nella omelia della Messa mattutina a Santa Marta, ha sottolineato come «è brutto vedere pastori di doppia vita», anzi è una vera e propria «ferita nella Chiesa». Per il Papa sono «pastori ammalati, che hanno perso l'autorità e vanno avanti in questa doppia vita»; e, ha aggiunto, «ci sono tanti modi di portare avanti la doppia vita: ma è doppia ... E Gesù è molto forte con loro. Non solo dice alla gente di non ascoltarli ma di non fare quello che fanno, ma a loro cosa dice? “Voi siete sepolcri imbiancati”: bellissimi nella dottrina, da fuori. Ma dentro, putredine. Questa è la fine del pastore che non ha vicinanza con Dio nella preghiera e con la gente nella compassione».

Perché è questo appunto che fa la differenza. Francesco lo ribadisce con fermezza: «Quello che a un pastore dà autorità o risveglia l'autorità che è data dal Padre, è la vicinanza: vicinanza a Dio nella preghiera e la vicinanza alla gente. Il pastore staccato dalla gente non arriva alla gente con il messaggio. Vicinanza, questa doppia vicinanza. Questa è l'unzione del pastore che si commuove davanti al dono di Dio nella preghiera, e si può commuovere davanti ai peccati, al problema, alle malattie della gente: lascia commuovere il pastore. Gli scribi... avevano perso la “capacità” di commuoversi proprio perché “non erano vicini né alla gente né a Dio”". E senza questa vicinanza, o quando per qualsivoglia motivo la si perde, «il pastore finisce nell'incoerenza di vita».

Sembra di rileggere le parole che Giovanni Paolo II, nella lettera del giovedì santo indirizzata ai sacerdoti di tutto il mondo nel 1986, dedicò al Santo curato d'Ars tornando a indicarlo, nel secondo centenario della nascita, come esempio per tutti i preti. «Non si tratta certo di dimenticare – ha scritto a sua volta Benedetto XVI, sempre a proposito di San Giovanni Maria Vianney, nella lettera di indizione dell'Anno sacerdotale del 2009 – che l'efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall'incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d'Ars iniziò subito quest'umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell'aurora e non ne usciva che dopo l'Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia». Coerenza, dunque. Non doppiezza. Perché di tutto il popolo di Dio ha bisogno, tranne che di sepolcri imbiancati.

[Papa Francesco, s. Marta; Salvatore Mazza in Avvenire 13 gennaio 2018]

Fede e senso religioso

(Lc 11,37-41)

 

Le abluzioni prima del pasto (v.38) erano un obbligo religioso imposto.

Ma il banchetto eucaristico [che si legge in filigrana] non celebra distacchi, né risente d’idolatrie puriste.

Lo spirito severo - da “tintoria” - ancora oggi dà una mano di calce bianca alla realtà del Padre.

Invero l’impurità non procede da carenze di forma (come nella religiosità di facciata), ma dal comportamento che denuncia un vuoto sostanziale.

Ciò che macchia è tutto dentro, e cova malgrado le belle petizioni di principio, o le buone maniere - le quali coprono pessime abitudini.

Insomma, è puro ciò che viene offerto; impuro quel che si trattiene (v.41).

In ottica spirituale, sono senza macchia solo colei e colui che si donano; impuri quanti pensano unicamente a se stessi in modo banale, o si rivolgono al prossimo per manipolarlo.

Così, spesso le norme esterne o le idee degli uomini non vanno sino alla radice: fossilizzano.

Non strappano né integrano dal di dentro i contenuti maligni, i desideri iniqui - i veri obiettivi.

Non di rado le osservanze stesse creano competizione spirituale.

In tal guisa esse annientano lo spirito di carità e ospitalità - compendio della Legge - da cui quegli stessi antichi segni sono nati, nelle prime assemblee di fede. 

Certo, la Giustizia ha un ruolo decisivo, ma è un impegno esistenziale.

La ‘giusta posizione’ è per la vita, non per rimettere le cose “a posto” [cose morte talora, o sofisticate e astratte che siano].

 

Per i Vangeli, non bisogna confondere Dio coi precetti o con le ideologie di futuro, se schematiche e disincarnate.

Il Signore vuole entrare nella nostra esistenza concreta - e l’eccesso di minuzie o fantasie può farci smarrire l’orientamento fondamentale della sua Chiamata, corrompendo la sensibilità ai segnali in cui si Rivela.

Il legalismo, l’abitudine, o le mode astruse e d’importazione, possono renderci incapaci di corrispondere alla Vocazione missionaria.

Essi diventano cappe che impediscono di servire le singole libertà dei malfermi.

Ci rendono impacciati nell’accompagnare le persone, affinché incrementino la loro capacità di vita e carattere.

Qui Gesù invita i farisei di ritorno nella sua Chiesa a capire la libertà di Dio e non trasformare la Fede in un credo devoto, astuto, o astratto (senza spina dorsale) qualsiasi.

Non è la supposta incontaminatezza o il “pensiero giusto” che abilita al suo cospetto e che ci fa procedere su vie sterminate.

Lo sperimentiamo, nella crisi globale.

È incontrarLo che consacra e rende adeguati, puri, realizzati, già completi.

‘Perfetti’ - per il tipo di Seme che siamo chiamati a piantare nel mondo.

 

Basta preoccupazioni in aggiunta, che lasciano tutti nel tarlo, nel tormento, e senza via d’uscita.

Come se anche nel Popolo dei figli fosse lecito imporre e vedere ovunque gabbie, corsie, visioni del mondo obbligate, e lucchetti.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è stato il momento chiave in cui ti sei sentito perdonato e puro? Copiando qualcuno all’antica o alla moda?

 

 

[Martedì 28.a sett. T.O.  13 ottobre 2026]

Ott 5, 2026

Fede e senso religioso

Pubblicato in il Mistero

L’interno e la società dell’esterno

(Lc 11,37-41)

 

«Adesso voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del vassoio, ma il vostro interno è pieno di rapina e di malvagità» (Lc 11,39).

 

Le abluzioni prima del pasto (v.38) erano un obbligo religioso imposto.

Ma il banchetto eucaristico [che si legge in filigrana] non celebra distacchi, né risente d’idolatrie puriste.

Lo spirito severo, da “tintoria” - come direbbe Papa Francesco - ancora oggi dà una mano di calce bianca alla realtà del Padre [a quel tempo, serviva anche per tutelare lo spirito di rapina dei veterani: v.39].

Invero l’impurità non procede da carenze di forma (come nella religiosità di facciata), ma dal comportamento che denuncia un vuoto sostanziale.

Ciò che macchia è tutto dentro, e cova malgrado le belle petizioni di principio, o le buone maniere - le quali coprono pessime abitudini.

Insomma, è puro ciò che viene offerto; impuro quel che si trattiene (v.41).

 

In ottica spirituale, sono senza macchia solo colei e colui che si donano; impuri quanti pensano unicamente a se stessi in modo banale, o si rivolgono al prossimo per manipolarlo.

Così, spesso le norme esterne o le idee degli uomini non vanno sino alla radice: fossilizzano.

Non strappano né integrano dal di dentro i contenuti maligni, i desideri iniqui - i veri obbiettivi.

Le disposizioni prive d’intimo convincimento costruiscono al massimo persone apparentemente ineccepibili, nonché un mondo ritualista che (guarda caso) volge alla corruzione più degradante.

Lo si denota in tutti i centri di potere - anche qui - tutti ben coperti da forme teatrali fatue, e passerelle esagerate.

 

Insomma, per non interrompere il nostro filo di vita non possiamo più stare lì su regole studiate e ben pensate, credendo di aver risolto.

Il maquillage non coglie il Nucleo.

Infatti anche la giurisdizione impeccabile, o la ragione e l’intelligenza, non preservano dall’avvilimento, dall’umiliazione, dalla solitudine - da ciò che è autentico e continuamente affiora.

Quelle forme di contratto - così subdole o appariscenti - non ristabiliscono un sano equilibrio, né raggiungono la vita della gente normale.

Sembrava fosse pedagogia, ma non lo è: lo vediamo.

 

La religione comune stessa vive talora di segni esteriori - spesso quasi indecifrabili o in sé privi di significato, quando ostentano, mascherando piramidi, e ormai sempre più palesi ipocrisie.

Non di rado le osservanze stesse creano competizione spirituale.

In tal guisa esse annientano lo spirito di carità e ospitalità - compendio della Legge - da cui quegli stessi antichi segni sono nati, nelle prime assemblee di fede. 

Certo, la Giustizia ha un ruolo decisivo, ma è un impegno esistenziale, non cultuale o scenografico.

La “giusta posizione” è per la vita, non per rimettere le cose a posto [cose morte, o sofisticate e astratte che siano].

 

Per i Vangeli, non bisogna confondere Dio coi precetti o con le ideologie di futuro, se schematiche e disincarnate.

Il Signore vuole entrare nella nostra esistenza concreta - e l’eccesso di minuzie o fantasie può farci smarrire l’orientamento fondamentale della sua Chiamata, corrompendo la sensibilità ai segnali in cui si Rivela.

Il legalismo, l’abitudine, o le mode astruse e d’importazione, possono renderci incapaci di corrispondere alla Vocazione missionaria.

Essi diventano cappe che impediscono di servire le singole libertà dei malfermi.

Ci rendono impacciati nell’accompagnare le persone, affinché incrementino la loro capacità di vita e carattere.

 

Perché la vittoria del Cristo è il suo Popolo?

Solo lo spirito di ospitalità dei Figli in rapporto di cura vicendevole, sensibile, in grado di percepire, crea l’ambiente vivo che consente di mettere in migliore comunicazione la nostra anima e il Mistero del Re nascosto, il grande Senso dei nostri desideri e delle Sue “intenzioni”.

 

Qui Gesù invita i farisei di ritorno nella sua Chiesa a capire la libertà di Dio e non trasformare la Fede in un credo devoto, astuto, o astratto (senza spina dorsale) qualsiasi.

Non è la supposta incontaminatezza o il pensiero “giusto” che abilita al suo cospetto e che ci fa procedere su vie sterminate.

Lo sperimentiamo, nella crisi globale.

È incontrarLo che consacra e rende adeguati, puri, realizzati, già completi.

“Perfetti” - per il tipo di Seme che siamo chiamati a piantare nel mondo.

Basta preoccupazioni in aggiunta, che lasciano tutti nel tarlo, nel tormento, e senza via d’uscita.

Come se anche nel Popolo dei figli fosse lecito imporre e vedere ovunque gabbie, corsie, visioni del mondo obbligate, e lucchetti.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è stato il momento chiave in cui ti sei sentito perdonato e puro? Copiando qualcuno?

In un’occasione in cui hai sperimentato totale gratuità, o te lo sei meritato?

In un’occasione in cui sei stato vero con te stesso, o tutto proiettato sull’esterno?

 

 

Santità travisate: non vi è sacro e profano in sé

 

Tradizioni ipocrite e ordine ideale: purezza dell’avvantaggiare

 

(Mc 7,1-8.14-15.21-23)

 

Sotto la dinastia degli Erode il senso del clan e della comunità si stavano sgretolando.

Causa problemi di sopravvivenza, le famiglie erano costrette a chiudersi in se stesse, allentare i legami, pensare a proprie necessità.

Tale chiusura era rafforzata dalla religione dell’epoca sotto ogni aspetto. Ai vv.10-12 ne vediamo un esempio incredibile: chi dedicava la propria eredità al Tempio poteva lasciare i genitori privi d’aiuto!

Offesa e offerta: ingiustizia e comportamento normativo - strano legame, nell’apparente forma dall’accento esemplare.

 

L’osservanza delle norme di purità era fattore di ordinaria emarginazione per molte persone.

Proprio i miseri venivano considerati in specie ignoranti e maledetti, perché impossibilitati agli adempimenti; di conseguenza manchevoli a ricevere la consolante benedizione promessa ad Abramo.

Uno stillicidio quotidiano che minava il significato profondo dell’esistere assieme.

In particolare, le abluzioni erano una sorta di rito durante il quale si celebrava un’appagante divaricazione tra sacro e profano - nel distacco da persone e situazioni considerate impure.

Stando fuori dalle supposte sozzure, mai nessuno dei malfermi poteva essere risollevato.

Quindi le norme non erano fonte di pace, ma di schiavitù. Porgere una mano caritatevole sarebbe stato perfino sacrilego.

Insomma, si anteponevano inezie disumane alla stessa Legge, vanificandone lo spirito comprensivo (fraternità che avrebbe avvantaggiato l’entusiasmo di esistere).

Gesù non sopporta che il mondo chiuso della religiosità conformista venga piegato e usato per appurare l’esistenza altrui con giudizio, dividere e discriminare - annientare i rapporti.

Per questo al controllo dei farisei si oppone la libertà dei discepoli (v.2), che rifiutano di obbedire a ciò che non ha senso per la vita concreta - dove passa l’amore visibile che alimenta l’amore ideale.

 

Nelle culture antiche la visione religiosa e mitica del mondo portava la gente ad apprezzare qualsiasi realtà partendo dalla categoria della santità come distacco e separatezza, persino inaccessibilità.

Le leggi sulla purezza indicavano le condizioni necessarie per mettersi davanti a Dio.

All’epoca di Mc alcuni giudei convertiti ritenevano di poter abbandonare gli antichi costumi e avvicinarsi ai pagani; altri erano di opinione opposta: effettivamente, sarebbe stato come rigettare parti consistenti  della Torah (es: Lv 11-16 e 17ss).

Infatti il Vangelo sottolinea che il problema è «in Casa» (v.17 testo greco: «dentro casa») ossia nella Chiesa e fra i suoi membri.

Cristo deve insistere nell’insegnamento, ora non rivolto a degli estranei, ma proprio agli habitué, incapaci - al contrario delle folle - di «comprendere» (v.14) l’abc delle cose spirituali.

Non vi è sacro e profano in sé.

Per educare i testardi ancora «privi d’intelletto» (v.18) che si ritengono maestri, il Signore non si dirige in una dimora qualsiasi - bensì nel posto dove purtroppo si coltivano aspettative lontane dal popolo (vv.14.17).

Insomma, solo Gesù in Persona libera la folla dei senza voce e smarriti dall’ossessione di tormenti e timori, dallo stare sempre sulla difensiva.

E anche se qualche dirigente accusa, impariamo a non provare sgomento per il fatto che non siamo religiosamente “riusciti” - bensì Primizia!

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The present-day mentality, more perhaps than that of people in the past, seems opposed to a God of mercy, and in fact tends to exclude from life and to remove from the human heart the very idea of mercy (Pope John Paul II)
La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia (Papa Giovanni Paolo II)
«Religion of appearance» or «road of humility»? (Pope Francis)
«Religione dell’apparire» o «strada dell’umiltà»? (Papa Francesco)
In the crucified Jesus a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God”, especially in the mystery of his Death and Resurrection (Pope John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione (Papa Giovanni Paolo II)
However, the king was not discouraged and sent his servants out to seek other guests to fill his banquet hall. Thus the aspect of the refusal of those initially invited caused the invitation to be extended to all [Pope Benedict]
Il re però non si scoraggia e invia i suoi servi a cercare altri commensali per riempire la sala del suo banchetto. Così il rifiuto dei primi ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti [Papa Benedetto]
Faith in God opens before us the horizon of a sure hope, one which does not disappoint; it indicates a solid foundation on which to base one’s life without fear; it demands a faith-filled surrender into the hands of the Love which sustains the world (Pope Benedict)
La fede in Dio apre all’uomo l’orizzonte di una speranza certa che non delude; indica un solido fondamento sul quale poggiare, senza paura, la propria vita; richiede l’abbandono, pieno di fiducia, nelle mani dell’Amore che sostiene il mondo (Papa Benedetto)
The "new evangelization" faces this challenge. It must work to ensure that people recover the awareness that in Christ evil can be conquered with good (Pope John Paul II)
La “nuova evangelizzazione” affronta questa sfida. Essa deve impegnarsi perché tutti gli uomini recuperino la consapevolezza che in Cristo è possibile vincere il male con il bene (Papa Giovanni Paolo II)
Many saints experienced the night of faith and God’s silence — when we knock and God does not respond — and these saints were persevering (Pope Francis)
Tanti santi e sante hanno sperimentato la notte della fede e il silenzio di Dio – quando noi bussiamo e Dio non risponde – e questi santi sono stati perseveranti (Papa Francesco)
In some passages of Scripture it seems to be first and foremost Jesus’ prayer, his intimacy with the Father, that governs everything (Pope Francis)
In qualche pagina della Scrittura sembra essere anzitutto la preghiera di Gesù, la sua intimità con il Padre, a governare tutto (Papa Francesco)
It is necessary to know how to be silent, to create spaces of solitude or, better still, of meeting reserved for intimacy with the Lord. It is necessary to know how to contemplate. Today's man feels a great need not to limit himself to pure material concerns, and instead to supplement his technical culture with superior and detoxifying inputs from the world of the spirit [John Paul II]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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