don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

1-2 Novembre]

 

Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14)

 1. San Giovanni racconta e descrive una visione: Io, Giovanni, ho visto un angelo che saliva da oriente, da dove sorge il sole e, successivamente, ho visto una folla immensa, che nessuno poteva contare. Contempliamo con l’apostolo una visione mistica, in altri termini, una rappresentazione simbolica che non va però interpretata alla lettera. Per comprenderne il messaggio che l’autore intende trasmettere, bisogna andare oltre le immagini che descrive. Giovanni racconta una grande processione composta da due gruppi distinti. Il primo gruppo è formato da 144.000 persone, che definisce servitori di Dio. Numero che non va inteso in senso letterale, ma simbolico e queste persone portano il sigillo del Dio vivente, che rappresenta il Battesimo. Si tratta quindi del popolo dei battezzati, cioè dei cristiani in quel tempo perseguitati ai quali Giovanni si rivolge nel libro dell’Apocalisse, ultimo della Bibbia. Il secondo gruppo è costituito da una folla immensa e innumerevole, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che rappresenta l’intera umanità. Il numero quattro, presente simbolicamente in questa enumerazione, richiama il mondo creato, il cosmo e tutti gli esseri umani, forse anche attraverso il riferimento ai quattro punti cardinali. Ma quale è il significato dei simboli?  La folla immensa indossa vesti bianche, sta in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello e tiene in mano delle palme, tutti elementi con un preciso significato: le vesti bianche indicano la purezza e la veste nuziale, simbolo della salvezza; lo stare in piedi richiama la condizione di chi è risorto e ha vinto la morte e le palme sono il simbolo della vittoria; il trono di Dio e l’Agnello descrivono  la presenza divina davanti alla quale si riunisce la folla dei salvati. Tutti questi simboli provano che quelle persone hanno raggiunto la salvezza e la folla stessa lo proclama, affermando che la salvezza appartiene a Dio, che siede sul trono, e all’Agnello.

2. Ma quale è il rapporto tra i battezzati e la folla dei salvati? Un aspetto importante è che la seconda folla, quella immensa e proveniente da tutta l’umanità, non porta il sigillo del Battesimo descritto per il primo gruppo. Nasce quindi una domanda: chi ha contribuito alla salvezza di questa folla? Secondo l’interpretazione proposta dal testo, un ruolo fondamentale è svolto proprio dai 144.000, cioè dai cristiani contemporanei di Giovanni. Alla fine del primo secolo, questi cristiani affrontavano una terribile persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96 dC). Nonostante le sofferenze e le difficoltà, essi erano chiamati a rimanere fedeli alla propria fede e a continuare a testimoniare il Vangelo. La loro perseveranza non era importante soltanto per loro stessi, ma perché poteva portare frutti anche per gli altri uomini.  Il messaggio principale che Giovanni vuole trasmettere ai cristiani perseguitati è un invito a non perdere la fede e a perseverare anche nelle situazioni più difficili perché le sofferenze affrontate durante la persecuzione non sono inutili: attraverso la loro testimonianza, i cristiani possono contribuire alla salvezza dell’intera umanità. 

3. Qui l’apostolo parla della «grande prova», riferendosi alle persecuzioni che i cristiani in quel tempo erano costretti a sopportare. Proprio nella prova si trova un significato profondo: la fedeltà a Dio, soprattutto quando comporta sofferenza, diventa uno strumento attraverso il quale altre persone vengono condotte alla salvezza. La visione, quindi, non vuole soltanto rassicurare i cristiani perseguitati, ma anche mostrare che la loro testimonianza ha un valore universale. Il messaggio è chiaro: attraverso questa immagine, l’Apocalisse insegna che quando i cristiani rimangono fedeli nelle persecuzioni, la loro testimonianza porta frutti che vanno ben oltre la loro comunità e, perseverando fedelmente nelle prove e nel martirio spesso crudele, i credenti contribuiscono alla salvezza dell’intera umanità. La visione esprime così un messaggio di speranza: più le prove sono dure, più il cristiano diventa strumento di conversione e di salvezza per tanti. Nota. l’esercito romano usava mettere un segno sulla fronte delle reclute; allo stesso modo il battezzato diventa soldato del re del cielo e questo sigillo protettore era conosciuto anche nell’Antico Testamento (Es. 12,7; Ez 9,4). Inoltre nell’Apocalisse Giovanni vede la vittoria dei poveri e dei piccoli come rivelazione della vittoria di Dio sulle forze del male.

 

Salmo responsoriale (23/24)  

1. Ci troviamo nel Tempio di Gerusalemme. Una grande processione si avvicina e, arrivata alle porte del Tempio, due cori iniziano a cantare alternandosi e dialogando tra loro: «Chi salirà sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Già il profeta Isaia paragonava Dio, tre volte Santo, a un fuoco divorante e si poneva questa  domanda: «Chi di noi potrà resistere davanti a questo fuoco divorante? Chi potrà stare davanti a queste fiamme eterne?» (Is33,14). Il significato è che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di sostenere la vista di Dio e lo splendore della sua gloria. Il salmo esprime la gioia e il trionfo del popolo eletto, che viene accolto alla presenza di Dio senza averne alcun merito. 

2. Una delle grandi scoperte del popolo d’Israele è che Dio è il Santo, completamente diverso da ogni altra realtà, ma allo stesso tempo si fa vicino all’uomo. Nonostante la sua santità e la sua grandezza, Dio permette all’uomo di stare alla sua presenza e di vivere in comunione con lui. Questo salmo è legato alla festa di Tutti i Santi perché i santi sono coloro che sono saliti sul monte del Signore e sono stati accolti alla sua presenza e ora .si uniscono agli angeli nel canto di lode. Durante la Messa, i cristiani cantano il Santo, unendosi spiritualmente alla moltitudine degli angeli e dei santi e oggi, festa di Tutti i Santi, la liturgia commemora questa folla immensa, che nessuno può contare. 

3. Il salmo descrive poi la risposta alla domanda iniziale e cioè la persona che può stare davanti a Dio è “chi ha mani innocenti e cuore puro” e non si affida agli idoli. Il significato principale di “purezza” non riguarda il comportamento morale perché il popolo sa di essere accolto da Dio non per i propri meriti, ma per la sua benevolenza e la condizione fondamentale richiesta è rimanere fedele all’unico vero Dio rifiutando gli idoli. Nella Bibbia, la parola puro può essere paragonata al suo significato in chimica: una sostanza è pura quando non è mescolata con altre sostanze. Allo stesso modo, un cuore puro è un cuore che si si rivolge soltanto a Dio. La purezza del cuore, quindi, significa soprattutto fedeltà totale a Dio e il salmo insegna che l’uomo può stare alla sua presenza non perché sia perfetto o abbia accumulato meriti, ma perché cerca di vivere nella fedeltà all’unico vero Dio.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Giovanni (3, 1-3)

1. «Carissimi, vedete…»: con queste parole San Giovanni ci invita a contemplare, perché imparare a guardare è fondamentale per la nostra vita di fede. Tutta la storia dell’umanità può essere considerata un percorso attraverso il quale l’uomo impara a vedere nel modo giusto. Gesù diceva: «Hanno occhi per vedere, ma non vedono». Questo è il dramma dell’uomo: avere occhi senza riuscire a riconoscere la verità, senza vedere l’amore di Dio per l’umanità.  San Giovanni invita qui a imparare a guardare con gli occhi della fede. Il tema dello sguardo è presente in tutta la Bibbia e ha sempre lo stesso significato: saper guardare e aprire gli occhi significa scoprire il vero volto di Dio, che è amore.

2. Al contrario, il nostro modo di guardare può essere deformato e portarci a interpretare male la realtà. Come avvenne nel giardino dell’Eden, dove tutto dipende dal modo in cui Adamo ed Eva hanno guardato e interpretato ciò che li circondava. il giardino dell’Eden, ha al suo centro  l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio permette all’uomo di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso quello della vita, ma gli proibisce di mangiare il frutto di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente pone alla donna una domanda apparentemente innocente: «È vero che Dio vi ha detto di non mangiare i frutti di nessun albero del giardino?». Il semplice fatto di prestare ascolto al serpente comincia a modificare lo sguardo. Eva, infatti, inizia a considerare come centrale l’albero proibito, anziché l’albero della vita. La sua attenzione si sposta dalla bontà dei doni ricevuti da Dio verso ciò che le è stato vietato. Questo particolare è importante perché mostra come, a volte, sia sufficiente ascoltare una voce ingannevole per cominciare a vedere la realtà in modo sbagliato. Il serpente continua a ingannare Eva, promettendole che, se mangerà il frutto, non morirà, ma diventerà come Dio, conoscendo il bene e il male. La donna allora guarda l’albero e lo vede buono da mangiare, bello da contemplare e desiderabile per acquistare saggezza. Il racconto insiste volutamente sulle parole legate alla vista e allo sguardo. Prende il frutto, lo mangia e lo offre ad Adamo, che mangia a sua volta. A quel punto, il testo afferma che gli occhi di entrambi si aprono e vedono la loto nudità. Non solo non sono diventati come Dio, ma iniziano a vivere dolorosamente la propria nudità, cioè la loro fragilità e povertà fondamentale.  Il racconto mostra quindi che uno sguardo ingannato può allontanare l’uomo dalla verità e far perdere di vista la bontà di Dio.  

3. Quale legame esiste tra il racconto di Adamo ed Eva e questa Lettura?  La storia di Adamo ed Eva è sempre stata considerata una chiave per comprendere l’infelicità e la sofferenza dell’umanità. L’uomo, ingannato, arriva a sospettare di Dio e a considerarlo qualcuno che vuole impedirgli di essere felice. San Giovanni, invece, ci invita a fare il contrario: «Guardate!», cioè imparate a vedere e ad aprire gli occhi. Il messaggio è che dobbiamo imparare a riconoscere il vero volto di Dio e il suo amore per noi. Quando Dio pone un limite all’uomo, non lo fa per impedirci di essere felici, anzi desidera il bene dell’umanità. Per questo è importante imparare a guardare la realtà attraverso la fede, senza lasciarsi ingannare da ciò che ci porta a dubitare del suo amore. Imitando l’esempio dei santi che oggi commemoriamo, impariamo a guardare con gli occhi della fede, per riconoscere l’amore di Dio e il suo progetto per l’umanità; apriamo gli occhi per riconoscere il vero volto di Dio. Il messaggio è chiaro: Dio non vuole privarci del bene, ma ci ama e desidera il nostro bene. Per vivere autenticamente la fede dobbiamo quindi imparare a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la bontà e l’amore di Dio nella nostra vita.

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (5, 1-12a)

1. "Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo..." . Gesù sale sul monte come Mosè sul Sinai, ma mentre Mosè scese portando tavole di pietra e una Legge con norme precettive, Gesù sale sul monte, cioè si pone con autorità, si siede che è il gesto del Maestro, del Rabbino che insegna con autorità  e apre la bocca non per comandare qualcosa, ma per annunciare il vangelo della santità: "Beati". Non dà quindi precetti, traccia  piuttosto un ritratto; non dice "dovete essere così", ma esorta: "voi siete già beati se...". Le Beatitudini non sono quindi otto comandamenti nuovi, più difficili dei precedenti. Sono in verità otto nomi di Gesù, il ritratto della sua vita e della sua missione, la sua carta d'identità che possiamo riconoscere nella vita di chi lo vuole seguire senza compromessi. E oggi, nella liturgia che ci fa contemplare tutti i santi nella gloria del Cielo, riconosciamo la santità dai mille volti. I santi non sono infatti superman, ma persone nelle quali le Beatitudini hanno preso carne in maniera che la loro vita ne diventa l’attuazione concreta. Nella diversità dei carismi essi ci ricordano che a tutti, proprio a tutti è possibile diventare santi, perché Gesù “il Santo per eccellenza” ci mostra l’esempio e ci assicura il suo costante sostegno. Con il battesimo tutti siamo santi, in altre parole apparteniamo a Dio per sua gratuita misericordia e la vita ci è data come concreta opportunità per incarnare in noi la divina volontà.  E oggi, nel fulgore del trionfo del Cielo, riconosciamo i mille volti che assume la santità nelle storie di persone con tante esperienze spirituali diverse. Se ogni giorno dell’anno il calendario liturgico ci presenta “Beati e Santi” riconosciuti e proclamati tali dalla Chiesa, oggi abbracciamo un popolo immenso di gente semplice e umile, volti e nomi che fanno parte della storia quotidiana, persone che incarnano senza rumore le Beatitudini evangeliche in ognuna delle quali brilla un aspetto della santità di Dio.

2. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Povero in spirito non è chi non ha nulla, ma chi sa di non bastare a se stesso. È l'opposto dell'uomo dell’intelligenza artificiale, che deve ottimizzare tutto e controllare tutto. Il povero dice: "Signore, ho bisogno di Te" e Dio in Gesù, che "da ricco che era si è fatto povero" (2 Cor 8,9), ha bisogno di farsi mendicante d'amore e la santità di Dio si fa piccola. Quanti uomini e donne di cui non conosciamo i nomi hanno vissuto nella semplicità e povertà come san Francesco ormai noto a tutti, e beato è allora chi non costruisce la sua vita sull'immagine, sul profilo, sul successo, ma si affida alle mani paterne di Dio.  "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati". Qui Dio si rivela come Consolatore. Il pianto non è debolezza, è la preghiera più vera perché Dio non è il Dio che toglie le lacrime con un tutorial, ma che piange con noi. Gesù piange su Gerusalemme, piange per Lazzaro. Le lacrime del credente sono la santità di Dio che condivide la ferita d’ogni corpo umano e beato è chi non scappa dal dolore con distrazioni infinite, ma lo abita e lo offre.  "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra". Mite non è il debole che non si arrabbia mai, ma chi ha forza e non la usa per schiacciare. Dio è mite: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"(Mt 11,29).  La mitezza conquisterà il mondo, e beato è chi in famiglia, al lavoro, sui social, non pretende di vincere sempre. "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati". Giustizia qui non è legalismo, ma tzedekah cioè il desiderio ardente che Dio regni, che l'uomo sia rispettato. Dio affamato di giustiziae non sopporta il male fatto al povero e beato è chi non si accontenta di dire "così fan tutti", ma ha fame di un mondo più giusto. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Misericordia è il cuore di Dio, anzi rachamim, le sue viscere materne. Dio quindi non ha un algoritmo che calcola, ha viscere che si commuovono ed è beato chi perdona 70 volte 7, chi versa olio e non aceto sulle ferite di ogni persona. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Puro non è chi non ha mai peccato, è chi ha il cuore non diviso. Cor mundum, cuore semplice senza doppie intenzioni. Dio è puro, trasparente, è luce senza ombra e il puro vede perché non ha filtri di interesse. Beato allora è chi limpido, senza maschere e non vive di like. "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Notate: non dice beati i pacifici, quelli tranquilli, ma gli operatori, i costruttori di pace. In ebraico shalom non è assenza di guerra, è pienezza di vita. Dio è operatore di pace perché ha rotto il muro tra cielo e terra e agisce in ogni cuore assetato di vera pace. Beato è chi non alimenta il rancore, chi lavora per la riconciliazione, chi in casa spegne il cellulare per accendere il dialogo e diventa apostolo di ascolto anche laddove sembra impossibile.  "Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È il sigillo finale. Dio è il perseguitato: dal presepe alla croce è stato sempre combattuto e rifiutato. La santità vera dà fastidio, perché smaschera e beato è chi resta fedele anche quando costa, chi non vende la coscienza per comodità. In definitiva ogni beatitudine ripete: non scoraggiarti e ascolta Gesù che indica il concreto sentiero della felicità che nemmeno la morte è capace di annullare.  Il mondo predica: beati i ricchi, i forti, quelli che non piangono mai, i furbi, i senza cuore, i violenti, i vincenti. Gesù indica l'esatto opposto e la storia mostra che ha ragione. Ad esempio chi ricorda ed esalta oggi Erode, Pilato e altri personaggi che nei secoli sembravano onnipotenti? Il Vangelo invece continua a cambiare cuori e a seminare santi nei sentieri della storia. La folla di tutti i santi che oggi celebriamo sono, come diceva papa Francesco, “i santi della porta accanto”: Le nonne, le mamme che pregano e piangono spesso in silenzio, i papà che portano il peso della famiglia senza lamentarsi, i giovani che scelgono la purezza in un mondo che carezza ogni tipo di perversione, i bambini, i giovani e gli adulti malati che offrono tutto a Gesù per la conversione dei peccatori, i preti che continuano a testimoniare la gioia del vangelo anche quando tutto appare troppo faticoso e persino inutile. In definitiva santo è chi nel proprio cuore, pur tra fragilità e peccati, si lascia amare da Dio e lo segue cercando di affrontare con perseverante coraggio gli ostacoli della vita. 

 

 

Commemorazione di tutti i fedeli defunti  [2 Novembre]

Quest’oggi è dato a ogni prete di celebrare tre sante messe e per ognuna sono previste apposite Letture. Mi limito qui semplicemente a commentare tre Letture e un Salmo responsoriale.

 

Prima Lettura dal libro di Giobbe (19,1- 23-27) 

1. L’autore sacro riflette sul significato della sofferenza, della fede e di Dio come liberatore, partendo dalla figura biblica di Giobbe, il simbolo di ogni uomo che soffre.  Giobbe rappresenta il popolo d’Israele e, più in generale, tutti gli esseri umani che affrontano il problema del male, della sofferenza, del dolore e della morte. Non è necessariamente un personaggio realmente esistito: è piuttosto una figura simbolica nella quale si riconoscono miliardi di persone, compresi noi stessi quando soffriamo. Lo scrittore biblico è coraggioso perché osa gridare e ribellarsi contro la sofferenza in tutte le sue forme, ma nonostante il dolore, Giobbe resta un uomo credente e la sua fede si fonda sulla convinzione che Dio è vicino a ogni persona che soffre. Questa certezza accompagna il popolo d’Israele fin dall’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Esodo capitolo3) e Giobbe considera questa fede così importante da desiderare che le sue parole siano incise per sempre nella pietra, con uno scalpello di ferro e del piombo, affinché nessuno possa cancellarle. Nell’antichità, infatti, il piombo veniva versato nelle lettere incise per renderle più leggibili. 

2. Il mio redentore è vivo. La parola redentore  significa in realtà liberatore e deriva dal termine ebraico Go’el, che indica il parente più prossimo, responsabile di liberare un familiare caduto in schiavitù a causa dei debiti. Nell’antico Israele, se una persona era costretta a vendersi come schiava per pagare i debiti, il parente più vicino doveva intervenire per riscattarla, pagando il creditore e restituendole la libertà (Levitico 25,47-49). Allo stesso modo, se qualcuno era costretto a vendere le proprie terre, il parente aveva il diritto di riacquistarle per preservare il patrimonio familiare (Levitico 25,25). Il pagamento economico era necessario, ma non era lo scopo principale: l’obiettivo fondamentale era liberare la persona dalla schiavitù. Questa istituzione esprime un principio importante: ogni membro del popolo di Dio deve essere libero. Per questo, nessun israelita dovrebbe accettare che un proprio familiare rimanga schiavo e il popolo d’Israele applica questa idea anche a Dio, riconoscendolo come il proprio parente più vicino e il proprio liberatore. Lo chiama quindi Go’el. Dio ha dimostrato di essere il liberatore d’Israele in diverse occasioni, a cominciare dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Anche durante l’esilio a Babilonia, il profeta Isaia ha sostenuto la speranza del popolo, promettendo la liberazione.

3. In questo breve testo, che richiama la promessa di Isaia, vale la pena ricordare qualche concetto fondamentale.  Giobbe appresenta ogni persona che soffre e si interroga sul male, sul dolore e sulla morte. La fede è la fiducia in un Dio vicino a chi soffre, anche nei momenti più difficili. Il grido di Giobbe mostra che credere non significa non soffrire o non protestare contro il dolore. Dio liberatore mostra che Israele riconosce Dio come il proprio Go’el, colui che libera dalla schiavitù e restituisce la speranza. La libertàè il valore centrale del riscatto; il denaro è soltanto uno strumento per raggiungerla. Il messaggio centrale è che la fede biblica non nega la sofferenza, ma afferma che Dio è vicino a chi soffre e agisce come liberatore e persino secondo alcune trascrizioni come “vendicatore del sangue” (Numeri35,19), offrendo speranza e libertà.

 

Salmo responsoriale (62/63)

1. L’espressione «Gioisco all’ombra delle tue ali» appartiene a un salmo che descrive l’intimità tra Dio con il suo popolo. Per comprenderla, bisogna immaginare il Tempio di Gerusalemme prima della sua distruzione, avvenuta nel 587 a.C. da parte di Nabucodonosor. Nel luogo più sacro del Tempio, il Santo dei Santi (letteralmente Santo delle cose sante) si trovava l’Arca dell’Alleanza, un cofano di legno prezioso ricoperto d’oro, che custodiva le tavole della Legge. Sopra l’Arca erano poste due grandi statue di cherubini. I cherubini erano figure celesti provenienti dalla tradizione mesopotamica, rappresentate con corpo e zampe di leone, volto umano e grandi ali. In Mesopotamia erano venerati come divinità, mentre in Israele erano considerati semplici creature al servizio di Dio. Le loro ali spiegate proteggevano simbolicamente l’Arca ed erano considerate lo sgabello del trono divino. Il sacerdote che pregava nel Tempio, sotto quelle ali, si sentiva quindi avvolto dalla tenerezza e dalla protezione di Dio, dall’alba fino alla notte. Anche le altre immagini del salmo derivano dalla vita dei leviti, coloro che erano incaricati del servizio religioso nel Tempio. L’espressione «Ti ho contemplato nel santuario» ricorda che soltanto i leviti  potevano entrare nella parte santa del Tempio. Le parole «Per tutta la vita ti benedirò» indicano che la loro esistenza era consacrata alla lode di Dio, mentre «Le mani alzate invocando il tuo nome» descrive il loro atteggiamento durante la preghiera. L’immagine di essere saziati come durante un banchetto richiama i sacrifici seguiti da pasti di comunione e la parte della carne dei sacrifici destinata al nutrimento dei leviti. Infine, il ricordo di Dio durante la notte richiama la vita di coloro che prestavano servizio nel Tempio e vi trascorrevano il loro tempo.

2. In realtà, il salmo è una metafora: il levita rappresenta tutto il popolo d’Israele, che dalle origini della sua storia fino alla fine dei tempi cerca Dio e desidera vivere in intimità con lui. Quando il salmo dice «Ti cerco fin dall’alba», non si riferisce soltanto all’inizio della giornata, ma all’alba dei tempi, cioè alla ricerca di Dio da parte d’Israele lungo tutta la sua storia. Le parole «La mia anima ha sete di te, la mia carne anela a te, come terra arida, assetata e senz’acqua» esprimono profondamente questo desiderio. L’immagine della terra deserta che attende la pioggia per tornare a vivere era particolarmente concreta per il popolo d’Israele, abituato a conoscere la siccità. Allo stesso modo, l’anima ha bisogno di Dio per ritrovare vita e speranza. Il messaggio centrale è che Israele ha sete di Dio fin dall’inizio della sua storia, e questa sete diventa ancora più intensa perché il popolo ha già sperimentato la sua presenza e la sua vicinanza. La preghiera più autentica nasce proprio dalla consapevolezza della nostra povertà spirituale e del nostro bisogno di Dio, come il grido di una persona disidratata che supplica: «Ho sete».

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-23)

1. In occasione della commemorazione di tutti i defunti, cioè di coloro che sono già tornati al Padre, ci troviamo inevitabilmente di fronte al mistero della morte. La Chiesa ci invita a riflettere sul grande progetto di Dio, nel quale rientrano tutta la nostra vita, la nostra morte e quella di tutte le persone. Nella Lettera ai Romani, Paolo descrive questo progetto come una nascita: quella di una nuova creazione e di una nuova umanità. Per questo afferma che tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto. Questa immagine indica che il progetto di Dio si realizza progressivamente, come una nascita che richiede tempo e sofferenza. La creazione, dunque, non è soltanto un evento del passato, ma un progetto sempre in corso. Il popolo d’Israele viveva nell’attesa delle promesse di Dio; Paolo, che condivideva questa speranza, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha compreso l’attesa in una prospettiva nuova.

2. Tutto dipende dalla risurrezione di Cristo: se Cristo non fosse risorto, la nostra fede e la nostra speranza crollerebbero; se invece è risorto, allora il mondo è cambiato, perché l’amore e la vita hanno vinto l’odio e la morte, e il Regno di Dio è già iniziato. Con la risurrezione di Gesù siamo già entrati nel mondo nuovo e possiamo vivere come uomini nuovi. Nella sua prima lettera, Giovanni afferma che siamo già figli di Dio, anche se non si è ancora manifestato pienamente ciò che saremo. Quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv3,2-3). La speranza dei cristiani è che la risurrezione di Cristo raggiunga tutta l’umanità e la trasformi, diffondendosi come un contagio. Gesù stesso ha detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

La nostra missione è quindi diffondere il fuoco dell’amore di Dio nel mondo, sapendo che lo Spirito Santo è sempre al nostro fianco. È lui che continua ad agire nel mondo per orientarlo verso Dio. Come ricorda Paolo, abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma attendiamo ancora la piena adozione a figli di Dio e la redenzione del nostro corpo. In definitiva il messaggio centrale di questo testo è che la morte non è la fine del progetto di Dio. Grazie alla risurrezione di Cristo, siamo chiamati a vivere nella speranza di una nuova creazione, e, in attesa della piena realizzazione della nostra vita come figli di Dio, a testimoniare l’amore e a diffondere nel mondo il fuoco dello Spirito Santo.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46).

1. Ieri abbiamo festeggiato la moltitudine dei salvati osannanti nella gloria della Trinità. Oggi veniamo al cimitero e ci fermiamo a pregare per i nostri cari defunti che stanno camminando verso quella stessa meta. La Chiesa, da madre saggia, ci fa ascoltare il Vangelo più esigente: il giudizio finale che ci attende alla fine della vita.  Gesù dice: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni". Questa èìuna verità che talora dimentichiamo: per tutti, con la morte, arriverà il giorno del giudizio e con il giudizio il destino eterno, paradiso o inferno. Non si tratta di un esame riservato soltanto a pochi e non c'è scappatoia perché la morte arriva per tutti e quel giorno è noto solamente a Dio. Stolto è pertanto chi vive come se non dovesse mai morire: costruisce case, carriera, conti in banca, sogna progetti di ogni tipo, senza mai alzare lo sguardo verso il cielo e non si preoccupa di prepararsi all’incontro con Colui che esaminerà la nostra vita nell’ultimo nostro giorno a noi sconosciuto.  Gesù però, nella sua misericordia, ci ha già rivelato il contenuto e il contesto dell'esame che segnerà quell’incontro. Chi sarà il giudice? Non un impiegato freddo in un tribunale di giustizia, ma il Figlio dell'uomo, il Re che ha regnato  dalla mangiatoia di Betlemme all’estremo abbandono del Golgota, Colui che ha già pagato per noi donando la sua vita per la nostra salvezza; il Samaritano della parabola che si è fatto nostro prossimo. Il giudizio, quindi, non sarà una vendetta, ma rivelazione della verità che salva conoscendo ogni nostra intenzione nascosta. E compirà questo giudizio come il pastore che separa le pecore dai capri. Non separa i buoni dai cattivi giudicando in base a quanto hanno pregato o digiunato e quanti rosari hanno detto. Separa in base a una sola condizione: se hanno amato in maniera concreta compiendo le opere di misericordia:"Ero affamato e mi avete dato da mangiare, assetato e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi". Non quindi un esame di teologia, ma un confronto sulla  realtà, un test vero di amore incarnato. "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?". "Quando ti abbiamo visto così e non ti abbiamo servito?". Questo giudizio in verità comincia già qui e ora, in ogni gesto d'amore verso il fratello. Ogni volta che visitiamo un anziano, che diamo da mangiare a chi ha fame, che accogliamo lo straniero, che perdoniamo, che consoliamo chi è sfiduciato, stiamo già scrivendo da soli il giudizio che meriteremo. 

2. Se è stolto chi vive senza mai rendersi conto che può morire in ogni momento, ugualmente stolto è chi vive angosciato dall’idea di morire. Questa pagina del vangelo non è stata scritta per terrorizzarci, bensì per incoraggiarci. Non dimentichiamo che il Giudice è lo stesso Gesù che ha detto: "Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo"; è lo stesso che sulla croce perdona il ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso"; è lo stesso che ha promesso: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La morte per il cristiano non sarà quindi un incontro con un re e giudice estraneo e severo, ma l’abbraccio con la misericordia divina. Se allora cerchiamo di riconoscere il volto di Cristo nei poveri e nelle persone che incontriamo nelle strade di questo mondo, in quel momento quello stesso volto si mostrerà a noi nello splendore di un eterno “faccia a faccia”. Ma resta una verità da non dimenticare: il giudizio è serio e veritiero; il paradiso esiste per chi ha creduto all’amore divino e l'inferno sarà per chi in piena libertà e consapevolezza ha deciso di dire “no all'amore” per sempre. 

3. A questo punto nasce una domanda: i morti che cosa ci dicono con il loro silenzio?  Andando a visitarli nei cimiteri portiamo fiori e accendiamo lumini, gesti senza dubbio encomiabili di memoria e di amore. Ma loro ci supplicano per un dono più grande: pregare per loro perché hanno bisogno della nostra preghiera, della santa Messa, delle indulgenze. Allo stesso tempo ci ricordano che possiamo fare di loro concreta memoria quando visitiamo un ammalato, accogliamo uno straniero, aiutiamo chi domanda sostegno e perdoniamo chi ci offende: ci ricordano che ogni opera di misericordia corporale e spirituale è l’unico modo di prepararci al giudizio finale. In definitiva ci ripetono: Abbiamo sbagliato tante volte, ma abbiamo cercato di amare e voi fate lo stesso, non perdete tempo, amate oggi, perché oggi è “il giorno favorevole". Infondo ci sollecitano a riempire la vita di gesti, scelte e decisioni coerenti con la nostra  fede perché quando la morte busserà alla nostra porta, servirà amore e amore concreto per ascoltare queste parole: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".

 

+Giovanni D’Ercole

 

(Lc 14,15-24)

 

Gesù non paragona il Regno del Padre a un’assemblea solenne, bensì a una grande Cena!

La proposta di novità festante viene però rifiutata. Gli autosufficienti ed esperti hanno altri impegni e interessi.

L’invito a prendere parte alla Festa è stato inizialmente rivolto ai figli d’Israele, che ancora paragonavano i tempi messianici a un Banchetto, caratterizzato da gratitudine e fraternità [interna].

Nelle prime comunità le difficoltà ad allargare i criteri di comunione venivano appunto dai convertiti dal giudaismo, che per lunga pratica conservavano l’usanza di non condividere il cibo coi lontani; così lo spezzare del Pane eucaristico.

Nell’ambito delle loro usanze e delle norme sacrali attestate nella Torah (Dt 20,5-7) il comportamento di coloro che rifiutano l’invito della parabola del Banchetto (vv.18-20) era legittimo dal punto di vista del diritto riconosciuto - non dell’amicizia.

È per accentuare il senso del gesto che il padrone della festa ordina ai servitori di raccogliere proprio coloro che erano socialmente esclusi dalla religione antica, perché considerati impuri: i pagani, i traballanti. Aperti all’attesa.

Cristo continua a tracciare una linea divisoria tra chi propugna un ordine e ideali intoccabili sopra la realtà umana, e coloro che essendo in periferia sono sempre ben disposti a partecipare alla Festa.

Non sono i “tutti preoccupati del rito”, delle maniere, dell’apparire; ma della vita che spargono.

Questi ultimi non si lasciano condizionare da privilegi, loro cose, e leggi: danno senza tenere conti a partita doppia.

Accettano con prontezza naturale; si rallegrano della realtà e non della distinzione fra sacro e profano.

Non pensano di avere già la risposta, e non finiscono con l’esserne schiavi.

 

L’insegnamento di Gesù invita a non limitare gli affetti e non lasciarsi ingombrare il cuore da consuetudini, dalla mentalità particolare o corrente, da blocchi legalisti - o dalle ‘tante cose’.

Nell’assemblea dei figli non sono i ben provveduti [persone serie, piene d’impegni, che non hanno tempo da perdere, con troppi beni e inviti da gestire] ma la gente dappoco... che passa in primo piano. Malgrado le scarse attitudini.

Tutto ciò, perché caratteristica dei Piccoli e pitocchi è la disponibilità a valicare steccati: ciò che rende atti a cogliere la convocazione di Dio.

I lontani - benché alle strette - riempiono la casa del Padre.

‘In società’ il povero è uno dei tanti, ma l’invito [eucaristico] a Mensa gli trasmette il senso dei valori che non soffocano la vita di meschinità, e legami.

Anzi, l’indigente ha spesso una migliore comprensione delle cose divino-umane.

Questa sempre più cosciente rassomiglianza al Figlio di Dio si accentua nello stento dei ‘mezzi adeguati’: penuria che rende veri, che induce altri a riflettere - restando poco eclatanti, incapaci di “fare fulmini”.

 

La nostra solidarietà non è un fatto di simpatia, interessi comuni e spirito di corpo, bensì il risultato di una Chiamata estesa; di un’unica Vita potente che circola in tutti, rispettandone libertà e realtà - nonché le fasi di mutamento.

Parafrasando l'enciclica Fratelli Tutti [nn.13-15, passim] secondo il passo di Lc bisogna rimanere attenti a non impoverire la vita di Fede, trasformandola in un distaccato impegno alla «colonizzazione culturale».

Se così fosse, anche l’orizzonte universale-cattolico d’una convivialità delle differenze si dissolverebbe in un invito troppo normalizzato, assolutamente prevedibile; infine desertico.

Il rifiuto ingessato o interessato al Banchetto recherebbe con sé - come sotto i nostri occhi - l’«ulteriore disgregazione» del «pensiero critico», dell’azione «per la giustizia», dei suoi «percorsi d’integrazione».

Anche la società ecclesiale può infatti correre il rischio di «alterare le grandi parole», «rischiare d’impoverirsi»; quindi «ridursi alla prepotenza del più forte» e alle «ricette solo effimere di marketing, che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace».

Ma il popolo di Dio non può vivere in un mondo parallelo, scollegato e doppio - come se l’unico Eterno adorato fosse un coacervo di astuzie, marketing e convenienza.

 

 

[Martedì 31.a sett. T.O.  3 Novembre 2026]

L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è poi l’umanità intera: Egli infatti vuol essere per tutti il buon Pastore che dona la propria vita (cfr Gv 10,11), e lo sottolinea fortemente nel discorso del Buon Pastore che è venuto per riunire tutti, non solo il popolo eletto me tutti i figli di Dio dispersi. Perciò anche la nostra sollecitudine pastorale non può che essere universale. Certamente dobbiamo preoccuparci anzitutto di coloro che, come noi, credono e vivono con la Chiesa - è molto importante, pur in questa dimensione di universalità, che vediamo anzitutto quei fedeli che vivono ogni giorno il loro essere Chiesa con umiltà e amore - e tuttavia non dobbiamo stancarci di uscire, come ci chiede il Signore, “per le strade e lungo le siepi” (Lc 14,13), per invitare al banchetto che Dio ha preparato anche coloro che finora non lo hanno conosciuto, o forse hanno preferito ignorarlo.

[Papa Benedetto, discorso alla CEI, 18 maggio 2006]

La dottrina sociale della Chiesa, oggi più di prima, ha il dovere di aprirsi a una prospettiva internazionale in linea col Concilio Vaticano II, con le più recenti Encicliche  e, in particolare, con quella che stiamo ricordando [la Populorum Progressio di Paolo VI]. Non sarà, pertanto, superfluo riesaminarne e approfondirne sotto questa luce i temi e gli orientamenti caratteristici, ripresi dal Magistero in questi anni. Desidero qui segnalarne uno: l'opzione, o amore preferenziale per i poveri. É, questa, una opzione, o una forma speciale di primato nell'esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa. Essa si riferisce alla vita di ciascun cristiano, in quanto imitatore della vita di Cristo, ma si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l'uso dei beni. Oggi poi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto dell'esistenza di queste realtà. L'ignorarle significherebbe assimilarci al «ricco epulone», che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori della sua porta (Lc 16,19).

La nostra vita quotidiana deve essere segnata da queste realtà, come pure le nostre decisioni in campo politico ed economico. Parimenti i responsabili delle Nazioni e degli stessi Organismi internazionali, mentre hanno l'obbligo di tener sempre presente come prioritaria nei loro piani la vera dimensione umana, non devono dimenticare di dare la precedenza al fenomeno della crescente povertà. Purtroppo, invece di diminuire, i poveri si moltiplicano non solo nei Paesi meno sviluppati, ma, ciò che appare non meno scandaloso, anche in quelli maggiormente sviluppati.

Bisogna ricordare ancora una volta il principio tipico della dottrina sociale cristiana: i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa, infatti, grava «un'ipoteca sociale», cioè vi si riconosce, come qualità intrinseca, una funzione sociale, fondata e giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni. Né sarà da trascurare, in questo impegno per i poveri, quella speciale forma di povertà che è la privazione dei diritti fondamentali della persona, in particolare del diritto alla libertà religiosa e del diritto, altresì, all'iniziativa economica.

[Sollicitudo rei socialis n.42]

Ott 26, 2026

Gratuito

Pubblicato in Angolo dell'apripista

Per la salvezza c’è «un biglietto di entrata». Ma con qualche avvertenza. Anzitutto è gratuito; e poi i titolari saranno sicuramente donne e uomini che hanno «bisogno di cura e di guarigione nel corpo e nell’anima». Facile immaginare che ai primi posti ci siano «peccatori, poveri e ammalati», i cosiddetti «ultimi» insomma. Celebrando la messa a Santa Marta, martedì 7 novembre, Papa Francesco ha rilanciato l’immagine evangelica — tratta dal passo di Luca (14, 15-24) — del banchetto a cui il padrone di casa invita «i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» dopo il rifiuto dei ricchi che non comprendono il valore della gratuità della salvezza.

«I testi evangelici che abbiamo sentito questa settimana, questi ultimi giorni, sono inquadrati in un banchetto» ha fatto subito notare Francesco. È «il Signore che si reca alla casa di un capo dei farisei per pranzare e lì viene rimproverato perché non fa le abluzioni». Poi, ha proseguito il Papa, «durante il banchetto il Signore consiglia di non cercare i primi posti perché c’è il pericolo che venga uno che sia più importante e il padrone di casa ci dica: “Cedi il posto a questo, spostati!”. Sarebbe una vergogna».

«Il passo continua — ha affermato il Pontefice — con i consigli che dà il Signore a chi si deve invitare a un banchetto a casa». Ed egli indica proprio «quelli che non ti possono fare il contraccambio, cioè quelli che non hanno niente per darti in contraccambio». Ecco «la gratuità del banchetto». Così «quando finì di spiegare questo, uno dei commensali — è il passo di oggi — disse a Gesù: “Beato chi prenderà il cibo nel regno di Dio!”». Il Signore «gli rispose con una parabola, senza spiegazioni, di quest’uomo che diede una grande cena e fece molti invitati». Ma «i primi invitati non hanno voluto andare a cena, non importava né della cena né della gente che c’era lì, né del Signore che li invitava: a loro importavano altre cose».

E infatti uno dopo l’altro cominciarono a scusarsi, Così, ha fatto presente il Papa, «il primo gli disse: “Ho comprato un campo”; l’altro: “Ho comprato cinque paia di buoi”; un altro: “Mi sono sposato”; ma ognuno aveva il proprio interesse e questo interesse era più grande dell’invito». Il fatto è, ha affermato Francesco, che «questi erano attaccati all’interesse: cosa posso guadagnare?». Perciò a un invito gratuito la risposta è: «A me non importa, forse un altro giorno, sono tanto indaffarato, non posso andare». «Indaffarato» ma per i propri «interessi: indaffarato come quell’uomo che voleva, dopo la mietitura, dopo la raccolta del grano, fare dei magazzini per allargare i suoi beni. Poveretto, morì quella notte».

Queste persone sono attaccate «all’interesse a tal punto che» cadono in «una schiavitù dello spirito» e «sono incapaci di capire la gratuità dell’invito». Ma «se non si capisce la gratuità dell’invito di Dio, non si capisce nulla» ha avvertito il Papa. L’iniziativa di Dio, infatti, «è sempre gratuita: per andare a questo banchetto cosa si deve pagare? Il biglietto di entrata è essere ammalato, è essere povero, è essere peccatore». Proprio questo «è il biglietto di entrata: essere bisognoso sia nel corpo sia nell’anima». E «per bisogno», ha rilanciato Francesco, si intende «bisogno di cura, di guarigione, avere bisogno di amore».

«Qui — ha spiegato il Pontefice — si vedono i due atteggiamenti». Quello di Dio «è sempre gratuito: per salvare Dio non fa pagare nulla, è gratuito». E anche, ha aggiunto Francesco, «diciamo la parola, un po’ astratta, “universale”», nel senso che al servo «il padrone “adirato”» dice: «Esci subito per le piazze, per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi». Nell’altra versione di Matteo, il padrone dice: «buoni e cattivi: tutti, tutti», perché «la gratuità di Dio non ha dei limiti: tutti, lui riceve tutti».

«Invece quelli che hanno il proprio interesse — ha proseguito il Papa — non capiscono la gratuità. Sono come il figlio che è rimasto accanto al padre quando se ne è andato il più piccolo e poi, dopo tanto tempo, è tornato povero e il padre fa festa e questo non vuole entrare a quel banchetto, non vuole entrare a quella festa perché non capisce: “Ha speso tutti i soldi, ha speso l’eredità, con i vizi, con i peccati, tu gli fai festa? E io che sono un cattolico, pratico, vado a messa tutte le domeniche, compio le cose, a me niente?”».

Il fatto è che «non capisce la gratuità della salvezza, pensa che la salvezza è il frutto del “io pago e tu mi salvi”: pago con questo, con questo, con questo». Invece «no, la salvezza è gratuita». E «se tu non entri in questa dinamica della gratuità non capisci nulla».

La salvezza infatti, ha affermato Francesco, «è un dono di Dio al quale si risponde con un altro dono, il dono del mio cuore». Ci sono però coloro «che hanno altri interessi, quando sentono parlare dei doni: “Sì, è vero, sì, ma si devono fare dei doni”. E subito pensano: “Ecco, io farò questo dono e lui domani e dopodomani, in un’altra occasione, me ne farà un altro”». Così c’è «sempre il contraccambio».

Invece «il Signore non chiede nulla in contraccambio: soltanto amore, fedeltà, come lui è amore e lui è fedele». Perché «la salvezza non si compra, semplicemente si entra nel banchetto: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!”». E «questa è la salvezza».

In realtà, ha confidato il Papa, «io mi domando: cosa sentono questi che non sono disposti a venire a questo banchetto? Si sentono sicuri, si sentono con una sicurezza, si sentono salvi a loro modo fuori dal banchetto». E «hanno perso il senso della gratuità, hanno perso il senso dell’amore e hanno perso una cosa più grande e più bella ancora e questo è molto brutto: hanno perso la capacità di sentirsi amati». E, ha aggiunto, «quando tu perdi — non dico la capacità di amare, perché quella si recupera — la capacità di sentirti amato, non c’è speranza: hai perso tutto».

Del resto, ha concluso il Pontefice, tutto questo «ci fa pensare allo scritto nella porta dell’inferno dantesco “Lasciate la speranza”: hai perso tutto». Da parte nostra, occorre guardare invece il padrone di casa che vuole che la sua casa si riempia: «è tanto amoroso che nella sua gratuità vuole riempire la casa». E così «chiediamo al Signore che ci salvi dal perdere la capacità di sentirsi amati».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 08/11/2017]

In occasione della recente scomparsa dei miei genitori, allo strazio della malattia e della perdita di entrambi (a breve) si è aggiunto il fastidio di un ambiente che continuava a farmi le “condoglianze”.

Come per buona educazione, certo, ma chi ha assimilato il linguaggio della Fede non fa cordoglio alcuno, né parla di “morti” bensì di Defunti. Essi vivono.

Non da sopravvissuti ai colpi che la vita riserva, ma come dei ‘dilatati’; autentici, adorni - finalmente realizzati appieno.

Donne e uomini ‘fioriti’ in tutto, che hanno sperimentato un nuovo genere di essere nella propria essenza; un’esistenza differente.

Come in una atmosfera d’amore puro, dove come Gesù, non si vive per se stessi, ma uno con l’altro e uno per l’altro.

Senza più cronometri pressanti, né gli abbandoni.

 

Il termine Defunti deriva dal verbo latino «defungor» [infinito «defungi»] il quale indica il termine parziale di una vicenda, non un compimento totale.

Non un confine definitivo che si aprirebbe sull’abisso nullificante e cavernicolo di ombre smarrite o larve senza slancio, prive d’identità e futuro - dopo il transito nel tempo.

Le condoglianze [dal latino «cum-dolēre»] si porgevano volentieri all’interno di una mentalità prettamente pagana o legata a un senso archetipo di religiosità.

Quel genere di convinzioni induceva nei parenti e amici un affliggersi - un piangere senza speranza - che Gesù rimprovera apertamente [Gv 11,33 testo greco; la traduzione italiana è incerta].

Credere che con la morte tutto finisca significa immaginare che l’esistenza sia un progressivo decadere nel vuoto.

Tale convinzione fa ritenere assurdo ogni cammino di crescita anche spirituale. E postula l’insensatezza di coinvolgersi, d’impegnarsi nell’ideale del Bene duraturo - per un Bello che prosegua oltre la nostra vicenda terrena e in favore del prossimo.

Le “condoglianze” stanno quindi per sé a indicare che tutto è finito.

 

In epigrafe al portale di un cimitero di una cittadina non troppo lontana da me si legge una scritta in caratteri cubitali: «qui nei secoli posano affetti vanità speranze».

Il freddo della fine di tutte le cose belle, e il “ghiaccio” del neoclassico rivisitato in stile primo Novecento... perfettamente abbinati su rivestimento di travertino imbiancato.

Invece la Speranza ci attira e rinfranca lo spirito, supera l’oltraggio, dona senso al nostro andare.

 

Già i credenti dei primi secoli avevano soppiantato l’idea pagana dell’appuntamento di nostra sorella morte quale «dies infaustus», sostituendolo nel suo opposto: «dies Natalis».

Giorno della vera Nascita, all’interno di una stessa Vita; ora completa, risanata.

Vita, che appunto continua - oltre i parametri temporali o di località. 

Senza la fatica dell’esistere che sperimentiamo. Immersi nella vastità dell’essere.

Vita senza le lotte contro di sé.

Esistere che prosegue nell’Abbraccio appagante, benedicente, di un Padre che non spersonalizza ma dilata l’esistere caratteriale, le qualità dei suoi figli.

In tale sbocciare pieno di luce e calore siamo come rifoggiati sul prototipo-Progetto dell’autentico Figlio.

Tratto di Alleanza che dovevamo e forse potevamo essere.

 

Sopraffatti di Felicità beata, perché la nostra parte-ombra è ora inclusa; priva di giudizi e commenti.

 

 

[Tutti i Fedeli Defunti, 2 novembre]

Turnover nella Chiesa, antidoto all’unilateralità

(Mt 5,1-12)

 

Nel Vangelo di Mt Gesù è il nuovo Mosè che sale su «il Monte». Ma il giovane Legislatore non proclama norme su un codice di pietra, bensì la propria esperienza del Padre… «vedendo le folle» (v.1).

All’incrocio fra condizione divina e pienezza d’umanizzazione, il nuovo Rabbi delinea una sorta di suo Autoritratto: da Figlio; in favore dei suoi fratelli. Radunati in spirito di Famiglia.

Un germoglio di mondo ospitale - che nelle sue piccole chiese Mt vuole incoraggiare. Dove non c’è l’uomo al di sopra e quello sempre sotto; o il personaggio davanti e quello dietro.

Solo rivolgimenti umanizzanti [come appunto l’inversione dei ruoli e delle condizioni] che rinsaldano il tessuto concorde.

Dunque nella Casa di tutti dovrà esserci ricambio e capovolgimento di figure, situazioni e criteri di eminenza, quindi catene di comando - segni del Regno che Viene. 

Rovesciamento in grado di acuire le sensibilità alla Comunione [a quel tempo era vivace l’attrito fra esperti giudaizzanti, primi della classe, e ultimi arrivati alle soglie delle fraternità di fede].

 

Allora la mentalità delle precedenze e della supremazia era radicata al punto che tutte le religioni riconoscevano le gerarchie.

Coloro che si ritenevano in diritto di precedenza [nella comunità!] hanno sempre sollevato una questione di apparente ovvietà:

Non è forse nell’ordine naturale delle cose che nell’umana società ci siano primi e ultimi, dotti e ignoranti, sovrani e sudditi?

In fondo, il principio giuridico che un tempo regolava ad es. tutto il diritto di proprietà privata nel mondo latino è anche il motto in epigrafe di un noto quotidiano cattolico ufficiale: Unicuique Suum.

Anche Leone XIII, papa delle Encicliche sociali, riconosceva che «nella società umana è secondo l'ordine stabilito da Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei; obbligo di carità dei ricchi e dei possidenti è quello di sovvenire ai poveri e agli indigenti».

Era la mentalità d'un peccato di semplice omissione: basta che poi si faccia la carità.

La posizione del Signore è molto molto diversa: il potente non è affatto il benedetto da Dio - come si supponeva fossero anche i ricchi patriarchi del Primo Testamento.

Il loro mondo estraneo, i palazzi, e persino il vestiario ricercato, sono perfetta metafora del vuoto interiore e dell’effimero di cui si beano.

Il loro ingozzarsi è segno d’un abisso intimo da colmare - una sorta di fame nervosa, che percepisce vertigine.

Così via, di alienazione in alienazione.

Su «il Monte» viene viceversa annunciata l’opera discreta dello Spirito, che designa il carattere d’una santità modesta, animata dall’Amore di dono, in sé divinizzante e umanizzante [qualità che si manifesta nei cosiddetti “poveri in Spirito”].

Santità la quale supera la fiction antica dei dominatori, i quali si accavallavano uno sull’altro recitando lo stesso copione.

Sinora infatti la massa permaneva a bocca asciutta: qualsiasi fosse il sovrano che s’impadronisse del potere, il gregge minuto restava sottomesso, triste e soffocato; indegno persino di presentarsi al Signore.

Tutti condannati e inadeguati.

Anche il popolo dei discepoli è accorato, perché non accetta le sperequazioni della società piramidale, la quale tende a livellare e annientare i Doni di Dio diffusi nell’umanità intera - di qualsiasi ceto sociale.

Il discepolo autentico giunge infatti sino alle lacrime: esse esprimono la dimensione di energia intima che purifica le idee esterne; ci fa veri da dentro, essenziali fuori.

L’afflizione guida a rientrare in se stessi; ripropone il contatto con la nostra terra e le virtù primordiali, che rigenerano.

Tristezza che nella condizione di finitudine e limite consapevole, rende empatici, splendidamente umani.

Intimamente insoddisfatti: oppositori delle ingiustizie. Perché ogni persona che non viene collocata nella condizione di poter esprimere le proprie capacità è un insulto al Disegno di Salvezza.

Non si tratta di elemosina o filantropia: è una scelta precisa, sociale (v.5).

In ciascun estromesso si cela infatti come un Artista cui non è dato esprimersi, che non viene scoperto né valorizzato in favore di sé e degli altri; piuttosto, considerato estraneo o un deviante.

Annalena Tonelli parlava infatti degli ultimi cui desiderava diminuire il dolore come di «Mozart assassinati»: ella desiderava recuperarli e coinvolgerli, per arricchire insieme. Avendo viscere materne - e il cuore nella miseria dei fratelli abbandonati.

 

Identica severità vigeva nelle religioni, i cui capi elargivano al popolo una forte e volgare pulsione da orda nazionalista, e il contentino dei gregari.

Invece nel Regno di Gesù devono mancare i ranghi - per questo il piano degli ambiziosi e privi d’errore non collima col suo.

Lo Spirito di Cristo s’identifica spontaneamente non con la consueta energia aggressiva delle belve, di chi prevale perché più astuto e forte - ma con la persona che mette se stessa a disposizione.

Siamo donne e uomini caratterizzati da cuore di carne - non di bestia (Dan 7).

 

Le Beatitudini - nuovo Decalogo de «il Monte» - alludono appunto a una sorta di condizione divina incarnata e trasmissibile a chiunque, pacificata e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire.

 

Beato è il tratto e l’esito dello sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

Nei Vangeli tale carattere non viene ostacolato dai frequentatori dei luoghi di malaffare, ma paradossalmente dagli habitué dei recinti sacri.

Secondo Gesù la purità di cuore non è legata all’incontaminatezza legale esterna - come si credeva in tutte le devozioni - bensì allo sguardo purificato e alla mancanza di doppiezza. 

La crescita e umanizzazione del popolo non è dunque contrastata dai peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio!

Insomma, il carico di precomprensioni con il quale essi affrontano la realtà e le relazioni, non consente alle autorità costituite e fisse di riconoscere i richiami del Signore nei fatti della vita e della stessa Natura.

Così per i pacificatori.

Essi operano per la ricostruzione completa della Vita e della Fraternità, della stessa naturalezza e della Convivenza equa.

Tutto ciò, nello spirito di disinteresse che integra l’egoismo riconoscendo il Noi povero che si dilata nel mondo.

 

L’Autoritratto di Gesù come trapela dalle Beatitudini di Mt abbraccia l’icona d’un ragazzino - che a quel tempo non contava nulla.

Il Signore si riconosce appunto in un valletto di casa; un inserviente di bottega, che però ha in sé una misteriosa e gradevole scintilla divina.

È l’unica identificazione che Gesù ama e desidera consegnarci: quella di colui che non può permettersi di non riconoscere le esigenze altrui.

Dimensione di sacralità senza aureole distintive: non cinica, bensì condivisibile. Perché legata alla percezione e reciprocità istintiva, alla spontanea amicizia verso la donna e l’uomo - sperimentata nella somiglianza col Padre.

Ovvio: non si tratta d’una proposta compromessa con la solita trafila inesorabile [dottrina e disciplina] che ricaccia indietro le eccentricità: viceversa assai simpatica e amabile, inclusiva.

 

Quella del Beato è perciò la condizione che rende Unici - non la santità normata da procedure, che sta sempre ad aborrire, esorcizzare, il pericolo dell’inconsueto.

Proprio per questo - invece - la fissazione sulle antecedenze ha caratterizzato per secoli la vita della Chiesa; così come l’idolo feudale e monarchico della stabilità a vita.

Il Maestro non esclude il nostro diritto a fare qualcosa di grande... ma non lo identifica con l’avere, il potere, l’apparire.

Per un cammino di Beatitudine e Divinizzazione, il Maestro non eccita le pulsioni del trattenere, salire, dominare: non danno Felicità.

Conta piuttosto sulla nostra libertà spontanea di donare, scendere e servire - una franchigia affidata anzitutto ai primi della classe. Coloro che nella storia hanno fatto il callo a soverchiare gli altri di moralismi e astuzie.

 

Dio non rinnega le legittime pulsioni dell’io a essere riconosciuto. Non partecipiamo alla vita come fossimo destinati al fallimento, bensì come dei promossi - i quali non sopprimono i propri requisiti.

Ma non per vincere “la gara”. In tal guisa, il Signore ci fa riflettere sull’autentica realizzazione.

Non si tratta d’una conquista esteriore, ma intima e fatta propria. Essa è in grado così di scolpire la nostra inclinazione profonda, nella sua ricchezza di volti e nel tempo di un Percorso.

Aristotele affermava che - al di là di petizioni di principio artificiali o proclami apparenti - si ama davvero solo se stessi. È un punto di domanda non da poco.

Ammesso e non concesso, la crescita, promozione e fioritura delle nostre qualità si colloca all’interno d’una Via sapiente.

Sentiero persino interrotto che sa concedersi il giusto ritmo - anche per incontrare nuovi stati dell’essere.

L’amore genuino e maturo dilata i confini dell’ego amante del primato, della visibilità e del tornaconto. Lo integra con energie primordiali, sopite, cui non abbiamo dato spazio - comprendendo il Tu nell’io.

Itinerario e Vettore che poi espande le capacità e la vita. Altrimenti in ogni circostanza e purtroppo a qualsiasi età rimarremo nel gioco puerile di chi sgomita sui gradini per prevalere.

Come ha detto Papa Francesco circa i fenomeni mafiosi: «C’è bisogno di uomini e donne di Amore, non di onore!».

Scrive il Tao Tê Ching (XL): «La debolezza è quel che adopra il Tao». E il maestro Wang Pi commenta: «L’alto ha per basamento il basso, il nobile ha per fondamento il vile».

 

Ci sentiamo effimeri e spesso delusi, eppure vogliamo essere felici, non solo qua e là: siamo incerti, eppure cerchiamo gioia piena e duratura. Ovvio che possiamo trovarla solo in una proposta sconcertante.

Nei tempi antichi si pensava di poter incontrare Dio nelle emozioni inebrianti generate da esperienze di successo, tipiche degli uomini riusciti. Ma il Figlio perseguitato e crocifisso ne contesta l’esteriorità.

Altri appuntamenti decisivi erano considerati quelli sulle cime di alture suggestive, o il lasciarsi precipitare devoto e parossistico proprio dentro i recinti sacri che Gesù intendeva smantellare, costringendo il popolo a uscirne [Gv 10,1-16 testo greco].

Lutero interpreta il Figlio di Dio su il Monte quale «Mosissimus Moses». Tuttavia, Mt parla de “il Monte” - non una tribuna - come figura e contesto d’un Appello eterno, non solo destinato ai membri degli istituti di perfezione più attrezzati e in grado di salire.

In concreto, si tratta dei momenti in cui noi stessi incorporati alla completezza umana del Cristo sentiamo pienezza di essere: come il trascorrere dell’anima sposa nel suo centro sacro, e una speciale sintonia d’idee, parole e azioni fra la nostra natura - e la divina.

«Il Monte» è il luogo (teologico) in cui si abbandonano i pensieri, i saperi e i calcoli astuti, conformisti, della pianura mondana. Ove si livellano i presupposti della felicità ilare e passeggera [quella che dura un minuto o un’ora].

Dunque Beati i poveri «allo Spirito» - ovvero «per lo Spirito» - dice Gesù [v.3a testo greco].

Nella comunità cristiana è importante (appunto) arricchire insieme.

Il Signore si compiace di coloro che intraprendono tale orientamento, dove i suoi sentimenti diventano profondamente nostri - e importanti non sono le minuzie, bensì la direzione di marcia.

Dettagli particolari della vita d’amore sono lasciati alla creatività personale e alla varietà delle persone; sensibilità, culture, situazioni. 

Conta l’opzione fondamentale al bene e alla comunione, intesa non come uniformità - bensì convivialità delle differenze.

Non per disprezzare istericamente la ricchezza: si tratta di scambiarla, affinché si moltiplichi evitando di trattenere per sé. Altrimenti tutto diventa ostacolo insormontabile per la vita, e appannaggio dei più svelti.

Chi si è liberamente espropriato del superfluo onde condividerlo, lo fa «per lo Spirito» ossia per Amore: per libera scelta, con passione e senza distinzione fra beneficiari di cerchia e non.

Così l’arricchito diventa signore.

A sua volta, il miserabile può non essere povero «allo Spirito» se gonfio di sé, vanaglorioso, superbo, disinteressato agli altri; se privo di apertura di cuore, estraneo al dialogo, intenzionato a migliorare la propria condizione con compromessi e inganno - solo desideroso di sostituirsi ai ricchi per poi ricalcarne i modi menzogneri, soggioganti e opportunisti.

 

La rinuncia volontaria all’uso egoistico e mediocre delle proprie risorse materiali e sapienziali ci contraddistingue quali figli di Dio.

Consanguinei; già qui e ora in grado di sperimentare la vita beata del Cielo: essere con e per gli altri, essendo se stessi.

Infatti, la promessa che accompagna la prima Beatitudine (v.3a) non assicura l’accesso al Paradiso nell’aldilà, in un futuro lontano.

Lo scambio dei doni garantisce l’esperienza della stessa vita divina, proprio sulla terra.

Nelle religioni pagane la condizione di Vita Beata era caratteristica gelosa ed esclusiva delle divinità, che di malavoglia la partecipavano; e in modo rassicurante, solo dopo la morte. Comunque a metà.

In Cristo e per Via, malgrado i fallimenti parziali, o le nostre eventuali scarse capacità e fragilità naturali - anzi, a motivo di esse - scopriamo un Padre amico della Gioia piena, carica: Felicità immediata, energetica, senza limiti. Che sorge persino da stati malfermi.

Il Padre non è il Dio delle religioni che appannano e affannano la vita: non benedice l’ingordigia di pochi, che rende bisognose le moltitudini.

L’ultimo dei comandamenti imponeva di sentirsi appagati e non desiderare la roba altrui?

La prima delle Beatitudini propone di desiderare che anche gli altri abbiano le nostre medesime cose e possibilità di vita.

La dinamica dell’innamoramento suppone in ogni sua declinazione, una Pienezza fremente che sfocia ovunque - riconoscendo gli opposti in noi e il legittimo desiderio di compiutezza espressiva nei fratelli.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come superi il dubbio, ripiegandoti? Cosa annunci con la tua vita? Essa oltrepassa l’esperienza diretta? Conosci realtà che manifestano il Risorto? Come additi sentieri esuberanti di speranza? Oppure sei selettivo e taci?

 

 

 

Hanno fatto passare la Luce

 

Tutti i Santi, tra senso religioso e Fede

 

Incarnando lo spirito delle Beatitudini, ci chiediamo quale sia la differenza tra “sentire religioso” comune, e “vivere di Fede”.

Nelle devozioni antiche il Santo è l’uomo compos sui, perfetto e distaccato [ma prevedibile]; e il contrario di Santo è «peccatore».

Nella proposta di vita piena nel Signore, il «santo» è persona d’intesa comunicativa e che vive per la convivialità, creandola dove non c’è.

Nel cammino dei figli il Santo è sì l’uomo eccellente, ma nel suo senso compiuto - pieno e dinamico, poliedrico; perfino eccentrico. Non in una accezione unilaterale, moralistica o sentimentale.

Nella lingua latina perfìcere significa condurre a termine, andare sino in fondo.

In tale accezione completa e integrale, “perfetto” diventa un valore incarnato autentico: attributo possibile - d’ogni persona consapevole della propria condizione di vulnerabilità, e non la disprezza.

La donna e l’uomo di Fede valorizzano ogni occasione o emozione che mettono a nudo la condizione di nudità [non colpa] per aprire nuove strade e rinnovarsi.

In ottica di vita nello Spirito il santo [in ebraico Qadosh, attributo divino] è sì l’uomo «distacccato», ma non in senso parziale o fisico, bensì ideale.

Non è la persona che a un certo punto della vita prende le distanze dalla famiglia umana per intraprendere un sentiero di purificazione che la innalzerebbe. Illudendosi di migliorare.

Come sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti: «Un essere umano [...] non si realizza, non sviluppa, non può trovare la propria pienezza [... e] non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri» (n.87).

Il testimone autentico non è animato dal disprezzo del caos esistenziale - né desideroso di appaltare le difficoltà di gestione della propria libertà consegnandola a un’agenzia alienante, dalla mentalità appartata (che risolva il dramma delle scelte personali).

In Cristo l’uomo è un «disgiunto» dalla mentalità comune, in quanto fedele a se stesso, al proprio Fuoco che non si estingue - alle passioni, alla propria irripetibile unicità e Vocazione.

E insieme, «separato» da criteri competitivi esterni: dell’avere, del potere, dell’apparire. Potenze autodistruttive.

A queste ultime, sostituisce concretamente la fraternità del donare, del servire e dello sminuirsi [dal “personaggio”]. Energie feconde.

Tutto per la Comunione globale, e in Verità anche con il proprio intimo seme caratteriale - evitando proselitismi e il farsi notare nelle passerelle.

Il vero credente conosce il suo limite redento, vede le possibilità dell’imperfezione... Così sostituisce i presupposti del trattenere per sé, del salire sugli altri e del dominarli, con un fondamentale trittico umanizzante: elargire, libertà di “scendere”, collaborare.

Questo l’autentico Distacco, che non fugge le proprie e altrui inclinazioni, né disprezza il tratto complesso della condizione umana.

In tal guisa, il «santo» vive la Beatitudine essenziale dei perseguitati (Mt 5,11-12; Lc 6,22-23) perché ha la libertà di “abbassarsi” per essere in sintonia con la propria essenza; coesistendo nella sua originalità.

In termini di Fede, il Santo non è più dunque un fisicamente «separato», bensì «Unito» a Cristo - e messo al bando come Lui, nei fratelli deboli.

Insomma, il Disegno divino è comporre Famiglia di piccoli e malfermi, non ritagliarsi un gruppo di amici “forti”, e “migliori” degli altri.

Solo quest’orizzonte di Focolare ci spinge a partire.

Di conseguenza, contrario di Santo non è «peccatore», bensì irrealizzato o incompiuto.

 

Vediamone ancora il motivo (vocazionale e per strade personali).

Gesù era amico di pubblicani e pubblici peccatori non perché migliori dei buoni, ma perché in religione i «giusti» risultano non di rado poco spontanei; rendendosi impermeabili, chiusi, refrattari all’azione dello Spirito.

Con sorpresa, il Signore stesso ha fatto ripetuta esperienza che proprio le persone devotamente carenti erano volte a interrogarsi, accorgersi, rielaborare, deviare dall’assuefazione - per l’edificazione di nuovi sentieri, anche procedendo a tastoni.

Non potendo godere del mantello perbenista di paraventi sociali, dopo una presa di coscienza della propria situazione (e nel tempo) - rispetto a coloro che si ritenevano “arrivati” e amici di Dio - da “lontani” diventavano persone più degli “impeccabili” disposte ad amare.

 

Il mettersi in discussione è fondamentale in ottica biblica.

Ad ogni pie’ sospinto la Scrittura ci propone una spiritualità dell’Esodo, ossia una strada di liberazione da pastoie e percorsa come a piedi, passo dopo passo. Quindi che valorizza sentieri di ricerca, esplorazione, scoperta di sé e della Novità di un Dio che non ripete, ma crea.

L’Appello che la Parola rivolge è a intraprendere un itinerario; questo il punto. E da sempre noi siamo «quelli della Via» e che non passano oltre, non girano lo sguardo dall’altra parte [cf. Lc 10,31-33; FT, 56ss].

 

Per la mentalità pagana classica, la donna e l’uomo sono essenzialmente “natura”, quindi il loro essere nel mondo è condizionato [ricordo che il mio professore di antropologia teologica Ignazio Sanna diceva addirittura «de-centrato»], persino determinato dalla nascita (fortunata o meno).

Secondo la Bibbia la donna e l’uomo sono creature, splendide e adeguate in sé alla propria missione, ma pellegrine e carenti.

Dio è Colui che li «chiama» a completarsi, recuperando gli aspetti difformi.

 

Per giungere a essere immagine e somiglianza del Signore, dobbiamo sviluppare capacità di risposta a una Vocazione che ci rende non dei fenomeni, né “perfetti” eccezionali, bensì Testimoni particolari.

Scelti per Nome, così come siamo; che abbracciano il loro essere profondo - anche inespresso - fino a riconoscerlo nel Tu, e dispiegarlo nel Noi.

La santità di una persona si coniuga dunque con moltissimi dei suoi stati d’insoddisfazione, di confine, e persino di fallimento parziale - ma sempre pensando e sentendo la realtà.

Per una Nuova Alleanza.

 

Nell’Antico Testamento il credente entrava in contatto con la purità divina frequentando luoghi sacri, adempiendo prescrizioni, recitando preghiere, rispettando tempi e spazi, scansando situazioni imbarazzanti; così via.

La nostra esperienza e coscienza attestano infallibilmente che l’osservanza rigorosa è troppo rara, o di maniera: dentro, spesso non ci corrisponde - né umanizza.

Essa diventa presto o tardi un castello di carte, malfermo tanto più punta “in alto”. Basta disporne una sola in modo maldestro, e la costruzione artificiosa crolla.

Ci rendiamo conto della nostra naturale impossibilità a soddisfare sterilizzazioni, mappe (altrui) e standard così elevati.

Con Gesù la Perfezione non riguarda il “pensiero”, né il rispetto di un Codice di osservanze astratto. La Compiutezza è in riferimento a una qualità di Esodo e Relazione.

In antichi contesti il cammino dei figli è stato ammantato d’una proposta misticheggiante o rinunciataria fatta di astinenze, digiuni, ritiri, vita appartata, adempimenti cultuali ossessivi... che in molte situazioni hanno costituito la trama portante della spiritualità pre-Conciliare.

Ma nella Scrittura i Santi non hanno l’aureola e neppure le ali.

Non sono tali per aver compiuto miracoli di guarigione incomparabili e stupefacenti: bensì donne e uomini inseriti nel mondo comune e negli aspetti più ordinari. 

Essi conoscono i problemi, le debolezze, le gioie e i dolori della vita quotidiana; la ricerca della propria identità-carattere, o inclinazione profonda.

E l’apostolato; la famiglia, l’educazione dei figli, il lavoro. La forza di seduzione del male, perfino.

 

Nel Primo Testamento «Qadosh» designava esclusivamente un attributo dell’Eterno [unica Persona non intermittente] - e la sua separatezza dall’intreccio delle spesso confuse ambizioni terrene.

Malgrado i difetti, però, in Cristo diventiamo capaci di ascolto, di percezione; quindi abilitati a cogliere ogni opportunità per rendere testimonianza della Gratuità innata, vitale, dell’iniziativa divina e reale.

Incessantemente la vita provvidente si propone e viene incontro per aprire varchi impensabili, che fanno breccia.

I suoi inediti tragitti di crescita rinnovano l’esistere tutto concatenato e conforme.

Ciò anche facendoci stupire delle risorse intime, prima inconsapevoli o inconfessate e sottaciute, ovvero imprevedibilmente nascoste dietro lati oscuri.

 

Quel ch’è Insigne non viene più spostato dietro nuvolette e collocato in recinti muniti.

Pertanto, avversario di Dio non sarà la trasgressione: diventa viceversa la mancanza di spirito di Comunione, nelle differenze.

Nemico della storia di Salvezza non è l’incompletezza religiosa, ma il divario dalle Beatitudini - e dallo spirito in fieri del «viandante» per il quale “peregrinare” è sinonimo [non paradossale] anche di “errare”.

Contrapposto di Dio non sono dunque “i peccati”, bensì «il» Peccato [al singolare, termine teologico, non moralistico].

“Peccato” è l’incapacità di corrispondere a una Chiamata indicativa, che fa da molla per completarci, per rigenerarci non parziali. Ciò armonizzando i lati opposti - nell’essere noi stessi ed essere-Con.

Qui è la Fede che «salva», nel punto in cui ci troviamo - perché annienta «il peccato del mondo» (Gv 1,29) ossia la disistima e senso di colpa; l’umiliazione delle distanze incolmabili.

Infatti Gesù non raccomanda dottrine, né di parcellizzare la propria vicenda con etilismi puntuali. Neppure prospetta alcuna religiosa scalata [in termini di progressività] condita di sforzi.

A nessuno nei Vangeli il Cristo dice «fatti santo», bensì con Lui, come Lui e in Lui - Unito, per incontrare incessantemente i propri stati profondi.

Riconoscendoli meglio, anche grazie al Tu e al Noi.

 

Il Santo è il piccolo, non l’eroe tutto d’un pezzo, uniforme, pronosticabile, scontato.

Santo è colui che percorrendo la propria via nella scia del Risorto, ha imparato a «identificarsi con l'altro, senza badare a dove [né] da dove [...] in definitiva sperimentando che gli altri sono sua stessa carne» (cf. FT 84).

Ott 25, 2026

Giudizio vs giudizi

Pubblicato in il Mistero

(Mt 25,31-46)

 

Il celebre brano del Giudizio presenta il Risorto veniente (v.31) come «Figlio dell’uomo» ossia sviluppo autentico e completo del progetto divino sull’umanità: il suo genere di “verdetto” ne consegue.

Dio abbraccia la condizione di limite delle sue creature, quindi il comportamento che realizza la nostra vita non riguarda l’atteggiamento religioso in sé, ma quello che abbiamo avuto verso i nostri simili.

È il richiamo evangelico della recente enciclica [ottobre 2020] sulla fraternità e l’amicizia sociale.

Consapevole della situazione, il Magistero si fa oggi pungolo d’ogni spiritualità di cerchia, ovvia e qualunquista; di qualsivoglia mistica da folklore, strapaesana... vuota, intimista, ancora seduta dentro armature da comodino.

 

In tutte le credenze antiche l’anima del defunto veniva soppesata su base notarile e giudicata secondo il saldo positivo o negativo.

Secondo i rabbini, la misericordia divina interveniva a favore, solo nel momento in cui le opere buone e cattive si bilanciavano.

Gesù non parla d’un tribunale che proclama sentenze negative immutabili sull’intera persona, ma dei tratti di esistenza completa che - essendo in sé indistruttibili perché umanizzanti - vengono salvati e assunti, introdotti nella esistenza definitiva.

«Vita dell’Eterno» (v.46 testo greco) allude a un genere di vita non biologico ma relazionale e di completezza di essere, che possiamo già sperimentare.

Si tratta di episodi in cui è affiorato il nostro DNA divino, l’Oro che ci abita: quando abbiamo saputo corrispondere ai bisogni non di Dio, ma della vita stessa e dei nostri fratelli.

Sono i momenti in cui siamo stati ascoltatori profondi della natura, della speranza e vocazione di tutti - sensibili alle necessità altrui.

Opportunità che ci hanno consentito di avvicinare la condizione umana a quella celeste.

 

Comparando le “opere” dichiarate “paradigma” con quelle degli elenchi del giudaismo classico (Is 58,6-7) e di altre religioni - persino dell’antico Egitto [Libro dei morti, c.125] - notiamo la differenza del v.36: «ero in prigione e siete venuti da me» (cf. vv.39.43).

La differenza è notevole proprio sotto il criterio della Giustizia divina: essa sorvola le considerazioni forensi, perché crea giustizia dove non c’è.

Il Padre pone vita in ogni caso, perché non è buono come si crede in tutte le persuasioni devote, bensì esclusivamente buono.

I “giusti” - poi - neppure si sono accorti di aver fatto chissà cosa: hanno corrisposto spontaneamente alla loro natura innata e trasparente di figli (v.39).

Hanno avuto simpatia per la “carne” nella realtà in cui si trova - e dove si trova - valutandola famigliare. Hanno amato con e come Gesù, in Lui.

Non hanno amato per Gesù - come se la condizione dell’altro potesse essere collocata fra parentesi, e sotto sotto considerata una seccatura sulla quale costruire una fiction, pur solidale.

Gli altri osservanti invece, tutti presi da formalismi di rito, dottrina e disciplina che a Dio non interessano, risultano sorpresi del fatto che il Padre non sia tutto lì dove lo avevano immaginato.

Ossia perbene ma vuoto e stagnante come loro, stretto nelle sentenze della giustizia ordinaria: «Quando ti abbiamo visto [...] in prigione e non ti abbiamo servito?» (v.44).

 

La vocazione a venire incontro ci porta spontaneamente a trasgredire le divisioni: legaliste, di retribuzione, o pregiudizi e genere di culto.

Questa la Salvezza eminente, di peso - che si annida nell’aspetto diretto e genuino. Non tanto nei propositi organizzati; né ha consistenza alcuna su base di opinioni.

 

Ci realizziamo nel corrispondere alla chiamata istintiva che sorge dalla nostra stessa impronta essenziale altruista: anche minima, malconsiderata, o eccentrica, malferma e poco adempiente - non straordinaria.

Senza condizioni troppo esteriori, essa si riconosce disseminata nell’anima e nella pienezza benefica, divinizzante, del «Figlio dell’uomo».

Insegnamento ultimo di Gesù: Giudizio insigne, globale e tutto umano. 

Non responso qualunquista o di contrabbando, a concetto e rendiconto.

 

Resta singolare l’identificazione di Gesù coi piccoli: «quanto avete fatto anche a uno solo di questi miei fratelli, quelli ultimi, avete fatto a me» (v.40).

Diversamente: «neppure a me avete fatto» (v.45).

La sua Persona ha un senso centrale, senza distinzione tra amici e controlegge, fra pii adempienti e non.

L’adesione a Cristo non si valuta sulla base di opere distanti dal Nucleo umanizzante.

Belle cose che possono essere compiute anche senza spirito di benevolenza [per dovere e cultura, o anche lustro e calcolo] - bensì sull’amore.

Dio non resta obbligato a premiare i meriti.

Le opere buone possono essere messe in mostra o adempiute anche contro il Padre: come per legargli le mani.

Un travisamento tipico delle religioni, che prevedono il premio ai devoti.

Fraintendimento estraneo all’esperienza di Fede, la cui unica sicurezza è nel rischio dell’esplorazione, nella crescita, nella qualità di relazioni - appunto, umanizzanti.

 

Vita e morte sono ben distinte [«destra e sinistra»: proverbialmente, fortuna e disgrazia] secondo le caratteristiche dell’autentica pietà verso Dio stesso... perché il suo onore si riflette nella promozione della donna e dell’uomo, colti nella loro situazione concreta.

Unico principio non negoziabile è il servizio al bene di ciascuna persona. 

Le opere d’amore sono espressione di Comunione vera col Cristo - in tal guisa liberate da tare cerebrali e di maniera: da ogni genere di limiti o giudizio che condizioni il loro valore.

Insomma, non c’è da fare cose mirate e straordinarie, o meccaniche, ma lasciar agire Dio - rispettando e valorizzando il fratello per quello che è.

Anche fuori dell’ambito visibile del regno degli apostoli (o di una dottrina-disciplina) v’è un autentico “cristianesimo”: civiltà dei figli.

Insomma, nessuna predestinazione alla condanna dei lontani o erranti e imperfetti, salvo per mancanza di fraternità che recupera l’impossibile - persino “controlegge”.

Autentica Regalità del Cristo e dei suoi.

 

In Palestina, di sera i pastori erano soliti separare le pecore dai capri che avevano bisogno di essere riparati dal freddo.

Allo scopo di sottolinearne l’importanza, la questione sollevata dall’evangelista fa propri i coloriti moduli di predicazione rabbinica.

Il problema non è quello di chi si salva e chi no.

La domanda è semmai: in quali occasioni siamo volentieri all’aperto anche di “notte”, e umanizziamo - e in quali ci comportiamo in modo più belluino, chiuso, però senza diventare... agnelli?

In Cristo la vittoria sull’egoismo perde il suo significato di annientamento delle possibilità di crescita individuale - che non si ottiene ostinandosi.

Il suo potere è tutt’altro che stagnante e divisivo. Non nasconde le capacità che non vediamo, o ciò che non sappiamo.

Le situazioni opposte sono i momenti gloriosi di una medesima vittoria. Lo si nota nel prosieguo del brano, che proclama l’altro estremo dell’amore: «il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso» (Mt 26,2).

Quindi lo scopo di Mt non è quello di descrivere la fine del mondo, ma fornire indicazioni su come vivere saggiamente [oggi] per formare Famiglia e non rimanere affascinati dall’immediato luccichio di falsi monili - anche ben allestiti.

Il Richiamo dei Vangeli insiste sulla contrapposizione con una spiritualità frivola: unico distinguo opportuno.

L’uomo di Dio non soddisfa le brame di carriera neppure ecclesiastica, e ogni capriccio.

 

Suggerisce il Tao Tê Ching (iii) rivolgendosi persino al sapiente sovrano: «Non esaltare i più capaci, fa’ sì che il popolo non contenda; non pregiare i beni che con difficoltà s’ottengono, fa’ sì che il popolo non diventi ladro; non ottenere ciò che può bramarsi, fa’ sì che il cuore del popolo non si turbi».

Commenta il maestro Wang Pi: «Quando si esaltano i più capaci, si dà lustro al loro nome; la gloria va oltre il loro ufficio, ed essi stanno sempre ad abbaruffarsi, paragonando le loro capacità. Quando si fa pregio dei beni oltre la loro utilità, gli avidi vi si precipitano sopra, accapigliandosi; forano mura, scassinano forzieri, si fanno ladri a rischio della vita».

E il maestro Ho-shang Kung aggiunge, circa «coloro che il mondo giudica eccellenti»: «Con il loro eloquio specioso si adattano alle circostanze allontanandosi dal Tao, si attengono alla forma respingendo la sostanza».

 

L’Appello del Signore ribadisce gli aspetti qualitativi, di Persona in relazione: Egli illustra come vale la pena scommettere la vita.

Ciò affinché tutti possano sperimentare pienezza di essere - che non è il risultato dell’opportunismo.

E neppure dell’appartenenza: ogni discriminazione fra “chiamati” nella Chiesa visibile e lontani da essa viene sospesa.

 

Le immagini forti del brano di Vangelo servono a farci riflettere, aprire gli occhi, spostare l’orizzonte, imprimere nella nostra coscienza quanto vale la pena mettere in campo: tutto, circa le scelte da fare.

L’amore autentico che muove il cielo e la terra è quello che riesce a fare giusto il malvagio - nel Dono gratuito, privo di condizioni e forme di amor proprio. Persino esente da valutazioni sacrali.

Intuisce il Tao (xxxiii): «Chi opera queste cose? Il Cielo e la Terra [...] Chi si dà al Tao s’immedesima col Tao».

Il genuino sorge e fiorisce dal modo disinteressato e spontaneo, senza sforzo alcuno, né fine artificioso.

Qui l’uomo è un Soggetto diverso, ben più ricco - saldo in se stesso, ma che si dilata nel Tu divino e umano, anche indigente.

 

«Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi. E indica così il criterio del giudizio: esso sarà preso in base all’amore concreto dato o negato a queste persone […] Dunque, il Signore, alla fine del mondo, passerà in rassegna il suo gregge, e lo farà non solo dalla parte del pastore, ma anche dalla parte delle pecore, con le quali Lui si è identificato. E ci chiederà: “Sei stato un po’ pastore come me?” […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me”».

(Papa Francesco)

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The horizon of friendship to which Jesus introduces us is the whole of humanity [Pope Benedict]
L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è l’umanità intera [Papa Benedetto]
The Church invites believers to regard the mystery of death not as the "last word" of human destiny but rather as a passage to eternal life (Pope John Paul II)
La Chiesa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all'ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna (Papa Giovanni Paolo II)
The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire [Dives in Misericordia, n.11]
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)

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