Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
21a Domenica T.O. (anno A) [23 agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (22, 19-23)
Siamo a Gerusalemme intorno al 700 a.C., durante il regno di Ezechia. Il governatore del palazzo reale, Shebna, occupa una carica molto importante: riceve le “chiavi della casa di Davide”, simbolo dell’autorità di controllare l’accesso al re e di governare in suo nome. Il profeta Isaia accusa Shebna di due gravi colpe: 1.Sosteneva un’alleanza con l’Egitto contro l’impero assiro, scelta che avrebbe portato il regno a pesanti conseguenze: colpa quindi di dare consigli cattivi. 2. Invece di servire il popolo, si preoccupava soprattutto del proprio prestigio e del proprio potere: colpa di ricercare il proprio interesse. Per questo Isaia annuncia la sua destituzione e la nomina di Eliakim, descritto come un vero servitore del popolo. A lui vengono affidate le chiavi del regno con la formula: «Se apre, nessuno chiuderà; se chiude, nessuno aprirà». Da questo fatto storico l’autore sacro trae alcuni messaggi importanti: 1. Dio agisce nella storia concreta e anche gli eventi politici fanno parte della storia della salvezza. 2. Nulla sfugge al progetto salvifico di Dio e tutto concorre al suo compimento. 3. In tale contesto il ruolo dei profeti è richiamare governanti e potenti alla giustizia e al bene comune. 4. Occorre ricordare costantemente che ogni autorità è un servizio: il potere esiste per il bene del popolo, non per l’interesse personale di chi lo esercita. 5 Non si deve dimenticare che quando il bene del suo popolo è minacciato, Dio interviene per suscitare guide fedeli poiché mai abbandona il suo popolo e i suoi progetti di salvezza.
Salmo Responsoriale (137/138)
La preghiera del povero attraversa le nubi. Questo breve salmo (138 secondo la numerazione ebraica, 137 in quella greca) è una preghiera di ringraziamento che riassume tutta la storia dell’Alleanza tra Dio e Israele. Come spesso accade nei salmi, l’“io” che parla rappresenta in realtà l’intero popolo d’Israele, scelto da Dio per conoscerne l’amore e testimoniarlo davanti alle nazioni. Il salmo si apre con un ringraziamento: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore”. Nella versione greca viene precisato il motivo della lode: Dio ha ascoltato la preghiera del suo popolo. Questa è una delle convinzioni fondamentali della fede biblica. Fin dall’esperienza di Mosè al roveto ardente, Dio si presenta come colui che vede la sofferenza del suo popolo, ne ascolta il grido e conosce le sue angosce. Non resta indifferente al dolore umano, ma sostiene i suoi figli perché non siano sopraffatti dal male. Per questo il salmo afferma che il Signore, pur essendo altissimo, guarda con attenzione gli umili. Lo stesso insegnamento sarà ripreso da Ben Sira: «La preghiera del povero attraversa le nubi», cioè giunge fino a Dio. E anche Gesù esprimerà la stessa fiducia davanti alla tomba di Lazzaro: “Io sapevo che tu mi dai ascolti sempre” (Gv11,41-42). Questo è un salmo universale che, in alcune parti, presenta diverse possibili interpretazioni a causa delle differenze tra il testo ebraico e quello greco. La frase “Ti canto alla presenza degli angeli” nel testo ebraico potrebbe essere tradotta “davanti agli dèi” (gli Elohîm). Le due letture non si escludono: “Davanti agli angeli” richiama la liturgia celeste, nella quale gli esseri celesti lodano continuamente Dio con il canto “Santo, Santo, Santo”, come nella visione del profeta Isaia (Is 6,3). “Davanti agli dèi” è una professione di fede: il Dio d’Israele è l’unico vero Dio, mentre gli idoli delle nazioni non hanno alcun potere. Una traduzione siriaca propone invece: “Ti canto davanti ai re”. In questo caso emerge la missione di Israele di testimoniare il Signore davanti a tutti i popoli della terra. Le tre interpretazioni, più che contraddirsi, si completano a vicenda. Il salmo canta l’amore e la fedeltà di Dio. Nella Bibbia amore e fedeltà è una formula che indica la fedeltà incrollabile di Dio all’Alleanza. Per Israele, ricordare l’amore e la fedeltà di Dio significa ricordare che il Signore non abbandona mai il suo popolo, anche quando esso si mostra infedele. La conclusione è la fiducia nell’opera di Dio. Il salmo infatti termina con una supplica: “Non abbandonare l’opera delle tue mani”. Non è una richiesta dettata dalla paura, ma dalla fiducia. Il credente sa che l’amore di Dio è eterno e che, nonostante le fragilità umane, il Signore continuerà a portare avanti il suo progetto di salvezza. Il messaggio finale è quindi semplice e profondo: Dio ascolta sempre il grido dei piccoli e dei poveri; la sua fedeltà non viene meno e la sua opera nella storia continua. Per questo il credente può lodarlo con gratitudine e affidarsi a lui con piena fiducia.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11, 33 – 36)
Questo brano conclude la riflessione di Paolo sullo strappo all’interno del popolo ebraico dopo la nascita della comunità cristiana. Per secoli gli Ebrei avevano avuto la certezza di essere il popolo scelto da Dio per testimoniare al mondo l’unico vero Dio e la sua Alleanza era stata confermata lungo tutta la storia. I profeti avevano ricordato questa vocazione, annunciando che Israele sarebbe stato luce delle nazioni e strumento di salvezza per tutti i popoli. La nascita del cristianesimo provocò una profonda crisi e nacque un gruppo di Ebrei che riconobbe in Gesù il Messia atteso. Paolo, che era ebreo e divenne cristiano, visse personalmente questa lacerazione. Da una parte aderiva a Cristo; dall’altra soffriva vedendo che gran parte del suo popolo non accoglieva il Vangelo. Da qui nasce la sua domanda: Dio ha forse respinto Israele? L’Alleanza è stata annullata e sostituita da un nuovo popolo? Paolo trova una prima risposta nelle Scritture: l’Alleanza fondata sull’amore gratuito di Dio e non sulle capacità o sui meriti del popolo, non può essere revocata perché Dio è fedele alle sue promesse e non può rinnegare se stesso. Per questo Paolo afferma che “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). Il secondo motivo di speranza è la convinzione che il rapporto tra Dio e Israele, decritto dai profeti come un amore sponsale, sarà mantenuto anche nelle situazioni dolorose, trasformate in occasioni di salvezza. Una parte di Israele, il cosiddetto “resto” fedele di cui parlano i profeti, ha accolto Cristo e Paolo è convinto che questo processo sarà condotto alla piena salvezza: non sa spiegare come, ma ne è certo. Giunto a questo punto, Paolo non offre ulteriori spiegazioni teoriche, ma contempla il mistero di Dio: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” Il messaggio finale, che riprende parole da Isaia, da Giobbe e dalla tradizione sapienziale, è un invito ai cristiani a coltivare un atteggiamento di umile fiducia: i disegni di Dio superano la comprensione umana, ma la sua fedeltà è certa.
Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13 - 20)
Siamo in un momento decisivo nel vangelo di Matteo. A Cesarea, Pietro riconosce Gesù come il Messia senza che abbia appena compiuto un segno straordinario: la fede di Pietro nasce da una rivelazione interiore. Per questo Gesù gli dice: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La fede autentica non nasce dall’intelligenza umana, ma è un dono di Dio. E questa è la novità della confessione di Pietro: non è l’uso dei singoli titoli, ma il loro collegamento. Gesù domanda chi sia il “Figlio dell’uomo” e Pietro risponde che è il “Figlio di Dio”. In tal modo riconosce che la figura gloriosa annunciata da Daniele coincide con il Messia inviato da Dio. Tuttavia Pietro non comprende ancora pienamente il mistero di Gesù. Sa che è il Messia, ma non ha ancora scoperto che è il Figlio di Dio fatto uomo. Questa comprensione maturerà dopo la risurrezione e il dono dello Spirito Santo a Pentecoste. Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù inizia ad annunciare apertamente la sua passione, morte e risurrezione. L’espressione “da allora” indica che si è superata una tappa fondamentale nella comprensione della sua identità. Al tempo di Gesù l’espressione Figlio di Dio” equivaleva sostanzialmente a “Messia” o “Re consacrato da Dio”. I discepoli avevano già usato questo titolo dopo il miracolo della camminata sulle acque, ma allora erano stati colpiti soprattutto dalla sua potenza. Durante il processo davanti al sommo sacerdote, Gesù unirà nuovamente questi due titoli, dichiarando che il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo e siederà alla destra di Dio. Ma proprio in quel momento la sua regalità si manifesta non attraverso la forza, bensì attraverso l’amore che si consegna nelle mani degli uomini.A Cesarea, dopo la sua professione di fede, Pietro riceve la missione di guida della Chiesa : “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La pietra non è una qualità personale di Pietro, che mostrerà più volte le sue fragilità, ma la fede che ha ricevuto dal Padre. Il fondamento della Chiesa è quindi la fede in Gesù Cristo. La Chiesa è il nuovo popolo di Dio, il “popolo dei santi dell’Altissimo” annunciato da Daniele, unito a Cristo come il corpo al suo capo. E Petro riceve il potere delle chiavi. Gesù aggiunge: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Questo è il cosiddetto potere delle chiavi, che richiama il simbolo dell’autorità affidata nell’Antico Testamento a Eliakim. Non significa che Pietro e i suoi successori siano onnipotenti, ma che Dio si impegna ad accompagnare la loro missione. La Chiesa ha il compito di introdurre gli uomini alla comunione con il Padre e di aprire loro l’accesso al Regno. Il messaggio finale è la parola rassicurante di Gesù: “Io edificherò la mia Chiesa”. Non è la Chiesa che si salva da sola né gli uomini che la costruiscono con le proprie forze. È Cristo stesso, il Risorto, che la sostiene e la guida. Per questo Gesù può promettere che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. La solidità della Chiesa non dipende dalla perfezione dei suoi membri, ma dalla fedeltà di Cristo, Figlio del Dio vivente, che continua a costruirla nella storia.
+Giovanni D’Ercole
20a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [16 Agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (56,1.6-7)
Questo brano attribuito al cosiddetto “Terzo Isaia” risale a dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. Tornati a Gerusalemme gli Ebrei trovano la città occupata da stranieri, dei quali alcuni hanno iniziato a partecipare alla vita religiosa. Nasce un conflitto: alcuni sono per la salvaguardia rigorosa della propria identità, altri invece favorevoli a maggiore apertura. Il profeta, a nome di Dio, afferma che lo straniero sinceramente devoto non va escluso, chi ama il Signore e rispetta la sua alleanza può entrare nella comunità. Gli stranieri vengono integrati se osservano il sabato, rispettano l’alleanza, praticano la giustizia, vivono secondo la torah. Si compie così un passo verso l’accettazione dell’idea che la salvezza non è riservata a Israele perché, dice il Signore, “la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli.” Nella tensione tra identità e apertura (esclusione e inclusione) la permanente difficoltà sta nel salvaguardare le esigenze della fedeltà all’Alleanza con Dio senza chiudersi agli altri; un equilibrio delicato che riguarda tutte le religioni. Con Isaia si compie in Israele un passo decisivo verso una fede più inclusiva con stranieri integrati alla religione deli Ebrei. che vengono chiamati “proseliti”.
Salmo responsoriale (66/67)
Il Salmo riflette sulla benedizione di Dio, che è augurio di felicità e sulla missione universale del popolo d’Israele. Siamo in una grande celebrazione nel Tempio di Gerusalemme mentre i sacerdoti benedicono il popolo con parole tratte dal libro dei Numeri: “Il Signore ti benedica e ti custodisca; faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda pace.” Emerge qui una verità importante: Dio non comincia a benedire quando il sacerdote lo chiede, ma sempre, per cui quando si dice “Che Dio ti benedica”, il desiderio non riguarda Dio, ma la nostra disposizione ad accogliere la sua benedizione. Dio non ha altro progetto che il bene delle sue creature per cui benedire significa letteralmente porre il suo Nome su qualcuno e poiché il nome indica la persona, essere benedetti significa vivere sotto la protezione di Dio, entrare nella sua presenza e lasciarsi illuminare dal suo amore. La benedizione stabilisce una relazione viva con Dio a cui i fedeli rispondono sempre Amen, che esprime il consenso ad accogliere questo dono divino. La benedizione è inoltre per tutti i popoli: “Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino tutti i popoli” per cui il popolo eletto benedetto deve diventare strumento di benedizione di Dio per tutta l’umanità.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11, 13-15.29-32)
San Paolo passa dall’evangelizzazione agli Ebrei ai pagani. Prima della conversione sulla via di Damasco, san Paolo divideva l’umanità in due gruppi: il popolo ebraico e i pagani. Dopo l’incontro con Cristo risorto, comprese che la missione di Israele era portare il Messia a tutte le nazioni. Per questo il suo progetto era semplice: annunciare Gesù agli Ebrei e attraverso Israele far giungere il Vangelo a tutti i popoli. Ad Antiochia di Pisidia. Paolo e Barnaba iniziarono a predicare nella sinagoga e furono ascoltati con interesse. La settimana successiva alcuni Ebrei accolsero il messaggio; altri lo rifiutarono con ostilità; molti pagani mostrarono invece interesse. Di fronte al rifiuto di gran parte degli Ebrei, Paolo dichiarò: Poiché respingete la Parola di Dio, ci rivolgiamo ai pagani. Questa scelta si ripeterà in altre città durante i suoi viaggi missionari. Secondo Paolo, l’apertura ai pagani nacque dal fatto che molti Ebrei non riconobbero Gesù come Messia. Paradossalmente, proprio questo rifiuto favorì la diffusione del Vangelo tra le nazioni. Perciò i cristiani provenienti dal paganesimo non devono sentirsi superiori agli Ebrei, perché la loro conversione è legata alla storia e alla missione di Israele. Dio dunque ha abbandonato Israele? Questa è la domanda centrale della riflessione di Paolo. La sua risposta è netta: no. Dio non revoca le sue promesse perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. L’Alleanza stipulata da Dio con Israele rimane sempre valida e Paolo arriva a una conclusione molto audace: Dio permette che gli uomini sperimentino il loro rifiuto e i loro errori e sa trasformare anche le situazioni negative per la salvezza. I pagani hanno ricevuto la misericordia di Dio e anche Israele, un giorno, potrà riconoscere la stessa misericordia perché il progetto finale di Dio riguarda tutti. La sua Alleanza con Israele resta valida e la sua misericordia è destinata sia agli Ebrei sia ai pagani.
Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
La scena evangelica dell’ostinazione della Cananea arriva subito dopo un insegnamento di Gesù sulla purezza rituale. Nel mondo ebraico la purezza non è assenza di peccato, ma l’idoneità ad avvicinarsi a Dio e i farisei davano molta importanza alle regole di purezza rituale per essere degni di pregare e andare al Tempio. Gesù invece dice che la purezza è prima di tutto questione di cuore e di intenzione e afferma che è ciò che esce dalla bocca e proviene dal cuore a rendere impuro l’uomo. E’ dal cuore infatti che provengono i pensieri cattivi..., ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo (Mt 15,18-20). Subito dopo questa polemica Gesù va in territorio pagano “impuro” perché non vi si rispettano le regole della Torah. Proprio lì una Cananea gli chiede di guarire sua figlia, ma Gesù non le da retta, tanto che i discepoli intervengono per mandarla via (Lc 11,5-8). Poiché però continua ad insistere Gesù risponde: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). Nella storia della salvezza, la prima tappa riguarda Israele, come anche Gesù indica agli apostoli: non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,5-6). Ed è ciò che anche san Paolo ha fatto. Si rivolse prima ai giudei e dopo il fallimento con la maggioranza dei giudei, si dedica ai pagani, come leggiamo nella seconda lettura di questa domenica. Gesù annuncia anche qui che la salvezza è ora per tutti, Ebrei e gentili, e l’unica condizione è la fede, una fiducia come quella della Cananea che si ostina a fidarsi di lui. La fede in effetti non è proprio credere in Gesù e fidarsi totalmente di lui e affidarsi a lui? Gesù non chiede alla Cananea nessuna pratica della religione ebraica, ma solo la fede e il suo atteggiamento verso di lei costituisce il modello di accoglienza dei pagani. La cananea “ostinata” nella sua richiesta diventa il modello della nostra fede per noi e le nostre comunità.
+Giovanni D’Ercole
Essere presenti a se stessi: non sostituire l’Amore coi fiocchi, l’osservanza, le deferenze
(Mt 23,1-12)
La Nuova Relazione fra Dio e l’uomo non poteva essere contenuta all’interno delle minuziose norme della Prima Alleanza e delle sue pesanti consuetudini.
Al tempo di Gesù, dominavano tali ossessioni malate di verticismo spocchioso, quindi solo epidermiche; incapaci di dare respiro, libertà, motivazioni propulsive.
La concezione piramidale del mondo e l’idea esteriore della trama della vita spirituale non corrispondono alla Rivelazione.
La nostra realtà è intessuta di stati contrapposti, che la innervano e completano; addirittura facendola avanzare. Anche trasformandola in un torrente in piena.
Un rifiuto, un abbandono, un’esperienza fallimentare, o di limite, di malattia, e la disistima altrui - persino una crisi - possono riportarci alle energie sopite della vita e far nascere la Persona nuova.
Come contattare i nostri nuovi modi di essere? Quali accorgimenti mettere in atto per introdursi in un dinamismo di rigenerazione che aiuti a sviluppare un clima vivo - e dove iniziare?
Gesù propone Fede: una Relazione fondante, ossia un nuovo modo di porsi dinanzi al Padre e al mondo… con attitudine fiduciosa, sponsale e creativa; nell’iniziativa di un Altro punto di vista.
Amore poliedrico, Eros che viene a noi in un dialogo palpabile - non privo di lotte interiori.
Ciò nel tempo d’un percorso (singolare, affatto ricalcato o esterno). Anche su due piedi fastidioso, perché controcorrente.
Le autorità religiose cercavano invece la loro sicurezza nell’osservanza rigorosa e appariscente della Legge scritta e orale.
Senza rischio, né personalizzazioni da capogiro.
Dinanzi a tale mentalità accomodante, priva di vertigini, il giovane Maestro insiste sulla pratica dell’Amicizia [assai più forte del volontarismo] la quale relativizza gli adempimenti.
Egli dà così alla Tradizione profonda il suo vero significato, riscoprendo il senso autentico della Torah e delle norme di comportamento.
Del resto, proprio le guide spirituali della religione ufficiale erano i primi a non credere a quel che predicavano agli altri... ovvero se ne sentivano esenti, perché abituati a pensare se stessi come modelli elettivi, riconosciuti, selezionati, prescelti - quasi calati dall’alto.
L’esagerato spirito di controllo è un atteggiamento fasullo in sé - causa forzature eccessive, sorde al nucleo interiore.
Ma deleterio anche per l’edificazione d’una atmosfera di famiglia, o cultura dell’Incontro; del cammino sinodale, persino… così via.
Insistendo viceversa sull’attitudine [questa sì infallibile] di servizio reciproco, non rimarrà più tempo per farsi prendere dalla vanità, dalla disputa sulle precedenze, dalle discussioni superficiali, dagli attriti; persino dal divario fra dire e fare.
Da dove può ripartire invece il teatrino del disamore, che non vitalizza bensì deprime il popolo di Dio?
Dagli imperituri scribi e farisei (v.2). Sedicenti superiori, dal metro di giudizio limitato e riduttivo.
Ebbene, secondo i Vangeli chi assume compiti ecclesiali direttivi non ha diritto ad alcun “fiocco”: è semplicemente «diacono» (v.11) dei fratelli.
Non ha cariche, ma incarichi. Non ha titoli, bensì mansioni. Non ha un grado; piuttosto, un compito, e molti doveri.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti piacciono i fiocchi? Cosa dice la tua anima dei pavoni?
[Sabato 20.a sett. T.O. 22 agosto 2026]
Rabbì, Padre e precettori? Essere presenti a se stessi, non in balia dell’approvazione
(Mt 23,1-12)
La Nuova Relazione fra Dio e l’uomo non poteva essere contenuta all’interno delle minuziose norme della Prima Alleanza e delle sue pesanti consuetudini.
Al tempo di Gesù, dominavano tali ossessioni malate di verticismo spocchioso, quindi solo epidermiche; incapaci di dare respiro, libertà, motivazioni propulsive.
La concezione piramidale del mondo e l’idea esteriore della trama della vita spirituale mai corrispondono alla Rivelazione, né ai semplici criteri della sapienza naturale.
Dice infatti il Tao Tê Ching (iv): «Il Tao mitiga il suo splendore, si rende simile alla sua polvere. Quale Profondità! Sembra che da sempre esista».
Commenta il maestro Wang Pi: «[Quel che non ha origine] smussando le sue punte, non ferisce le creature; districando i suoi nodi, non le affatica; mitigando la sua luce, non svilisce il loro corpo; rendendosi simile alla sua polvere, non turba la loro genuinità».
Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Pur avendo uno splendore straordinario, bisogna sapersi tenere nell’oscurità e nella tenebra [...], rendersi simile alla sporcizia e alla polvere, insieme alle folle: non bisogna differenziarsi da esse».
La nostra realtà è intessuta di stati contrapposti, che la innervano e completano; addirittura facendola avanzare. Anche trasformandola in un torrente in piena.
Un rifiuto, un abbandono, un’esperienza di fallimento, di limite, malattia o disistima altrui - persino un rovescio - possono riportarci alle energie sopite della vita e far nascere la Persona nuova.
In tal guisa:
Come contattare i nostri nuovi modi di essere? Quali accorgimenti mettere in atto per introdursi in un dinamismo di rigenerazione che aiuti a sviluppare un clima vivo - e dove iniziare?
Gesù propone Fede: una Relazione fondante, ossia un nuovo modo di porsi dinanzi al Padre e al mondo… con attitudine fiduciosa, sponsale e creativa; nell’iniziativa di un Altro punto di vista.
Amore poliedrico, Eros che viene a noi in un dialogo palpabile - non privo di lotte interiori.
Ciò nel tempo d’un percorso (singolare, affatto ricalcato o esterno). Anche su due piedi fastidioso, perché controcorrente.
Le autorità religiose cercavano invece la loro sicurezza nell’osservanza rigorosa e appariscente della Legge scritta e orale.
Senza rischio, né personalizzazioni da capogiro.
Dinanzi a tale mentalità accomodante, priva di vertigini, il giovane Maestro insiste sulla pratica dell’Amicizia [assai più forte del volontarismo] la quale relativizza gli adempimenti.
Egli dà così alla Tradizione profonda il suo vero significato, riscoprendo il senso autentico della Torah e delle norme di comportamento.
Del resto, proprio le guide spirituali della religione ufficiale erano i primi a non credere a quel che predicavano agli altri... ovvero se ne sentivano esenti, perché abituati a pensare se stessi come modelli elettivi, riconosciuti, selezionati, prescelti - quasi calati dall’alto.
Un vizio di ritorno che il Risorto sembra scorgere nei dirigenti spirituali del suo stesso popolo nuovo, dove i responsabili - pur annunciando il Cristo stesso - iniziavano a farsi amanti perfino dell’ossequiosità.
Proprio come gli antichi professionisti della religione, i quali spingevano al conformismo, legalismo e moralismo; abituati a fare mostra di sé, dettare sentenza, e condizionare lo stesso corso della Legge.
Poi da abili specialisti essi trovavano sempre qualsiasi scusa per dire e non fare - e passare da ‘fedeli impeccabili’:
«Legano insieme carichi pesanti e difficili a portare, e li impongono sulle spalle degli uomini; ma essi nemmeno con il loro dito vogliono smuoverli» (v.4).
Ancora oggi i veri esperti della comunicazione agiscono sempre in pubblico, per essere acclamati.
Ma nella condotta non hanno un principio intimo determinante e radicato, restando preda delle situazioni; leggeri come farfalle.
Guidati dall’ambizione, eccoli tutta appariscenza e vanità - anche per l’amor proprio suscitato dall’influsso sociale che volentieri desiderano ed esercitano.
Uno spirito di verticismo e innalzamento vacuo che Mt nota serpeggiare anche fra i suoi veterani di comunità in Galilea e Siria.
Piccole assemblee allora assediate dall’afflusso di pagani, ai quali gli anziani giudaizzanti chiedevano anzitutto il rispetto gerarchico.
Ipocritamente spodestando Cristo e il Padre, tali reduci della religiosità antica ambivano anche farsi chiamare rabbì, padri, precettori (vv.7-10).
Sedicenti superiori, dal metro di giudizio limitato e riduttivo.
In ordine all’esperienza di Fede, il Signore ordina invece di essere tutti fratelli - ossia alla pari - nella certezza d’un unico Padre.
Vale anche per noi, in specie nel tempo della rinascita dalla crisi globale.
Nella Deus Caritas est (n.35):
«Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia. Quanto più uno s'adopera per gli altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: “Siamo servi inutili” (Lc 17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l'eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d'aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: “L'amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14) ».
Quanto servirebbe un bagno di umiltà, nell’anima di ciascuno che desideri farsi presente alle sue azioni!
Possiamo iniziare ad es. evitando di usare devozione e Chiesa quali mezzi di promozione, per apparire importanti e sottolineare un qualche rango “spirituale” più elevato di altri.
Atteggiamento fasullo in sé - causa forzature eccessive, sorde al nucleo interiore. Ma deleterio anche per l’edificazione d’una atmosfera di famiglia, o cultura dell’Incontro, cammino sinodale; così via.
Insistendo viceversa sull’attitudine [questa sì infallibile] di servizio reciproco, non rimarrà più tempo per farsi prendere dalla vanità, dalla disputa sulle precedenze, dalle discussioni, dal divario fra dire e fare.
Da dove può ripartire invece il teatrino del disamore, che non vitalizza bensì deprime il popolo di Dio?
Dagli imperituri scribi e farisei (v.2) sempre esagerati nello spirito di controllo.
Ebbene, secondo i Vangeli chi assume compiti ecclesiali direttivi non ha diritto ad alcun “fiocco”: è semplicemente «diacono» (v.11) dei fratelli.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti piacciono i fiocchi? Cosa dice la tua anima dei pavoni?
Nella liturgia di questa domenica, l’apostolo Paolo ci invita ad accostare il Vangelo «non come parola di uomini, ma come è veramente, quale Parola di Dio» (1 Ts 2,13). In questo modo possiamo accogliere con fede gli ammonimenti che Gesù rivolge alla nostra coscienza, per assumere un comportamento conforme ad essi. Nel brano odierno, Egli rimprovera gli scribi e i farisei, che avevano nella comunità un ruolo di maestri, perché la loro condotta era apertamente in contrasto con l’insegnamento che proponevano agli altri con rigore. Gesù sottolinea che costoro «dicono e non fanno» (Mt 23,3); anzi, «legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). La buona dottrina va accolta, ma rischia di essere smentita da una condotta incoerente. Per questo Gesù dice: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere» (Mt 23,3). L’atteggiamento di Gesù è esattamente l’opposto: Egli pratica per primo il comandamento dell’amore, che insegna a tutti, e può dire che esso è un peso leggero e soave proprio perché ci aiuta a portarlo insieme con Lui (cfr Mt 11,29-30).
Pensando ai maestri che opprimono la libertà altrui in nome della propria autorità, San Bonaventura indica chi è l’autentico Maestro, affermando: «Nessuno può insegnare e nemmeno operare, né raggiungere le verità conoscibili senza che sia presente il Figlio di Dio» (Sermo I de Tempore, Dom. XXII post Pentecosten, Opera omnia, IX, Quaracchi, 1901, 442). «Gesù siede sulla “cattedra” come il Mosè più grande, che estende l’Alleanza a tutti i popoli» (Gesù di Nazaret, Milano 2007, 89). È Lui il nostro vero e unico Maestro! Siamo, pertanto, chiamati a seguire il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, che esprime la verità del suo insegnamento attraverso la fedeltà alla volontà del Padre, attraverso il dono di se stesso. Scrive il beato Antonio Rosmini: «Il primo maestro forma tutti gli altri maestri, come pure forma gli stessi discepoli, perché [sia gli uni che gli altri] esistono soltanto in virtù di quel primo tacito, ma potentissimo magistero» (Idea della Sapienza, 82, in: Introduzione alla filosofia, vol. II, Roma 1934, 143). Gesù condanna fermamente anche la vanagloria e osserva che operare «per essere ammirati dalla gente» (Mt 23,5) pone in balia dell’approvazione umana, insidiando i valori che fondano l’autenticità della persona.
Cari amici, il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore. Dal suo esempio scaturisce la proposta di vita: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11). Invochiamo l’intercessione di Maria Santissima e preghiamo, in particolare, per quanti nella comunità cristiana sono chiamati al ministero dell’insegnamento, affinché possano sempre testimoniare con le opere le verità che trasmettono con la parola.
[Papa Benedetto, Angelus 30 ottobre 2011]
1. Con lo sguardo rivolto alla Sindone, desidero salutare cordialmente tutti voi, fedeli della Chiesa torinese. Saluto i pellegrini che durante il periodo di questa ostensione vengono da ogni parte del mondo per contemplare uno dei segni più sconvolgenti dell'amore sofferente del Redentore.
Entrando nel Duomo, che mostra ancora le ferite prodotte dal terribile incendio di un anno fa, mi sono fermato in adorazione davanti all'Eucaristia, il Sacramento che sta al centro delle attenzioni della Chiesa e che, sotto apparenze umili, custodisce la presenza vera, reale e sostanziale di Cristo. Alla luce della presenza di Cristo in mezzo a noi, ho sostato poi davanti alla Sindone, il prezioso Lino che può esserci di aiuto per meglio capire il mistero dell'amore del Figlio di Dio per noi.
Davanti alla Sindone, immagine intensa e struggente di uno strazio inenarrabile, desidero rendere grazie al Signore per questo dono singolare, che domanda al credente attenzione amorosa e disponibilità piena alla sequela del Signore.
3. Ciò che soprattutto conta per il credente è che la Sindone è specchio del Vangelo. In effetti, se si riflette sul sacro Lino, non si può prescindere dalla considerazione che l'immagine in esso presente ha un rapporto così profondo con quanto i Vangeli raccontano della passione e morte di Gesù che ogni uomo sensibile si sente interiormente toccato e commosso nel contemplarla. Chi ad essa si avvicina è, altresì, consapevole che la Sindone non arresta in sé il cuore della gente, ma rimanda a Colui al cui servizio la Provvidenza amorosa del Padre l'ha posta. Pertanto, è giusto nutrire la consapevolezza della preziosità di questa immagine, che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare. Per ogni persona pensosa essa è motivo di riflessioni profonde, che possono giungere a coinvolgere la vita.
La Sindone costituisce così un segno veramente singolare che rimanda a Gesù, la Parola vera del Padre, ed invita a modellare la propria esistenza su quella di Colui che ha dato se stesso per noi.
7. La Sindone è immagine del silenzio. C'è un silenzio tragico dell'incomunicabilità, che ha nella morte la sua massima espressione, e c'è il silenzio della fecondità, che è proprio di chi rinuncia a farsi sentire all'esterno per raggiungere nel profondo le radici della verità e della vita. La Sindone esprime non solo il silenzio della morte, ma anche il silenzio coraggioso e fecondo del superamento dell'effimero, grazie all'immersione totale nell'eterno presente di Dio. Essa offre così la commovente conferma del fatto che l'onnipotenza misericordiosa del nostro Dio non è arrestata da nessuna forza del male, ma sa anzi far concorrere al bene la stessa forza del male. Il nostro tempo ha bisogno di riscoprire la fecondità del silenzio, per superare la dissipazione dei suoni, delle immagini, delle chiacchiere che troppo spesso impediscono di sentire la voce di Dio.
[Papa Giovanni Paolo II, venerazione della Sindone, Torino 24 maggio 1998]
Il Vangelo di oggi (cfr Mt 23,1-12) è ambientato negli ultimi giorni della vita di Gesù, a Gerusalemme; giorni carichi di aspettative e anche di tensioni. Da una parte Gesù rivolge critiche severe agli scribi e ai farisei, dall’altra lascia importanti consegne ai cristiani di tutti i tempi, quindi anche a noi.
Egli dice alla folla: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che dicono». Questo sta a significare che essi hanno l’autorità di insegnare ciò che è conforme alla Legge di Dio. Tuttavia, subito dopo, Gesù aggiunge: «ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno» (v. 2-3). Fratelli e sorelle, un difetto frequente in quanti hanno un’autorità, sia autorità civile sia ecclesiastica, è quello di esigere dagli altri cose, anche giuste, che però loro non mettono in pratica in prima persona. Fanno la doppia vita. Dice Gesù: «Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (v. 4). Questo atteggiamento è un cattivo esercizio dell’autorità, che invece dovrebbe avere la sua prima forza proprio dal buon esempio. L’autorità nasce dal buon esempio, per aiutare gli altri a praticare ciò che è giusto e doveroso, sostenendoli nelle prove che si incontrano sulla via del bene. L’autorità è un aiuto, ma se viene esercitata male, diventa oppressiva, non lascia crescere le persone e crea un clima di sfiducia e di ostilità, e porta anche alla corruzione.
Gesù denuncia apertamente alcuni comportamenti negativi degli scribi e di alcuni farisei: «Si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze» (vv.6-7). Questa è una tentazione che corrisponde alla superbia umana e che non è sempre facile vincere. È l’atteggiamento di vivere solo per l’apparenza.
Poi Gesù dà le consegne ai suoi discepoli: «Non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. […] E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (vv. 8-11).
Noi discepoli di Gesù non dobbiamo cercare titoli di onore, di autorità o di supremazia. Io vi dico che a me personalmente addolora vedere persone che psicologicamente vivono correndo dietro alla vanità delle onorificenze. Noi, discepoli di Gesù non dobbiamo fare questo, poiché tra di noi ci dev’essere un atteggiamento semplice e fraterno. Siamo tutti fratelli e non dobbiamo in nessun modo sopraffare gli altri e guardarli dall’alto in basso. No. Siamo tutti fratelli. Se abbiamo ricevuto delle qualità dal Padre celeste, le dobbiamo mettere al servizio dei fratelli, e non approfittarne per la nostra soddisfazione e interesse personale. Non dobbiamo considerarci superiori agli altri; la modestia è essenziale per una esistenza che vuole essere conforme all’insegnamento di Gesù, il quale è mite e umile di cuore ed è venuto non per essere servito ma per servire.
La Vergine Maria, «umile e alta più che creatura» (Dante, Paradiso, XXXIII, 2), ci aiuti, con la sua materna intercessione, a rifuggire dall’orgoglio e dalla vanità, e ad essere miti e docili all’amore che viene da Dio, per il servizio dei nostri fratelli e per la loro gioia, che sarà anche la nostra.
[Papa Francesco, Angelus 5 novembre 2017]
Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga
(Mt 22,34-40)
Quella del ‘comandamento grande’ era la norma di catechismo più conosciuta, persino dagli infanti.
Gesù viene interrogato per ribattergli: e tu perché non osservi l’unico comandamento che anche Dio adempie - il riposo del sabato?
L’unica disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, non un qualche precetto particolare - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro fa propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio avvolge la creatura in ogni decisione [cuore], ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, tutte le proprie risorse [forze].
Mt non cita esplicitamente l’aspetto dei beni, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni (v.37) - l’aspetto mentale e d’intelligenza profonda che integra Dt 6.
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le nostre energie o potenzialità, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno oscillante proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale in merito alle questioni.
Qui c’è un Appuntamento decisivo dell’Amore a tutto tondo.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro e viceversa ci sovrasta con un suo obbiettivo, a noi estrinseco e che rende marginali.
Amare «Come [e Perché] te stesso»: è una nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù è che amiamo per il fatto che abbiamo cura d’incontrarci - e amiamo noi stessi - dilatando l’io nel Tu.
Il «comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando le sfide anche intellettuali che rimettono in discussione le credenze, le opere, la propria visione del mondo, il linguaggio, lo stile, e il pensiero stesso.
Valore aggiunto.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano o approfondiscono, e permangono nei luoghi comuni ereditati [o nelle voghe] lentamente decadono, quindi scompaiono.
Per questo alle note antiche del vero amore il Figlio di Dio aggiunge la ‘qualità della mente’: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
[Venerdì 20.a sett. T.O. 21 agosto 2026]
Solo la Qualità obbliga. Nessuna arrendevolezza forzata
(Mt 22,34-40)
Gesù trasforma in questione cruciale quella che era la più banale delle domande di catechismo: qual è il “grande” comandamento?
Malgrado le diverse scuole teologiche, la risposta era nota a tutti: il riposo del sabato, unica prescrizione osservata (persino) da Dio.
La questione posta al Maestro dall’esperto della Legge non era così innocente, ma «per metterlo alla prova» (Mt 22,35; Lc 10,25) - ossia per ribattergli: e allora come mai tu non adempi il precetto del sabato?
Cristo semplifica il groviglio delle dispute, circa l’allargamento o la riduzione delle casistiche teoriche, e va al punto.
Sempre allergico ai bisticci sulle dottrine, Egli fa una proposta di vita come momento unitivo delle esigenze dell’Alleanza.
Tutte le norme hanno un’essenza, altrimenti restano un coacervo dispersivo. Trovano fondamento spontaneo e significato naturale nel dono di sé - però motivato.
Ma qual è il punto solido e il contesto di un simile invito? Un sentimento vago, un’emozione fra le tante, un moto passeggero? Filantropia? O un’esperienza?
Siamo assetati d’affetto e concediamo amicizia a corrente alternata, tanto da far diventare l’amore una fonte di equivoci, radicati nel bisogno di completarsi.
Ecco perché il secondo comandamento appare come una spiegazione del primo, non una sua riduzione [Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27].
Nel mondo antico non aveva senso parlare di amore verso Dio, Mistero ineffabile.
Era l’Altissimo che prediligeva qualcuno donandogli fortuna materiale, e costui gli riconosceva un dovere di culto, e sacrifici.
Idem per gli sfortunati, almeno per evitare ritorsioni (e tenerselo buono).
Con Gesù si parla apertamente di gratuità - non semplice gratitudine - come nucleo unificante, sia della persona che della storia della salvezza.
Finisce l’idea dello scambio di favori.
Il Padre non ha bisogno di nulla; non gode di vederci sottomessi e sentirsi riconosciuto [schema della religiosità pagana] come farebbe un sovrano nei confronti dei sudditi.
La Relazione con l’Eterno rimane concreta, ma l’onore verso l’Altissimo si manifesta facendo proprio il suo progetto di bene e di crescita nei confronti dell’uomo, e riconoscendosi in esso.
Il piano di Dio si dispiega... con una esigenza viva. Ma c’è una Partenza, un Centro e un Arrivo. In realtà, una nuova Genesi.
In ogni caso, solo l’iniziativa di Dio estrae da noi il meglio: più talento, più desiderio, più interessi, più capacità inespresse, più inedito - invece di tormenti che fanno male all’anima.
È la differenza tra religiosità che affievolisce la personalità, e Fede.
Per via di Fede scatta una Relazione creativa speciale: quella di colui che accoglie la Chiamata per Nome, nonché le proposte della stessa Fonte dell’essere - onda su onda.
Esse anticipano le nostre iniziative e ci guidano infallibilmente alla perfetta fioritura del personale e altrui Seme.
Soprattutto in Mt (22,38-39) e Mc (12,29-31) è chiaro che l’amore al prossimo deriva dall’esperienza e dalla consapevolezza di essere amati prima e senza condizioni previe da Dio - guardati, accettati, valorizzati, promossi, rallegrati, completati.
Si ama non per sforzo [la forza è una leva dirigista: produce episodi che fanno peggiorare la vita] ma sulla base di quanto ci sentiamo amati - e con immediatezza, ripetutamente, senza condizioni.
Si ama sull’argomento del “a perdere” già sperimentato a proprio favore dalla Provvidenza, che dà senso e valore agli atti umani.
Non per infatuazione di aspettative esterne, indotte, comunque altrui.
Anche in campo spirituale, non pochi comportamenti ritenuti in grado di risolvere problemi, spesso li cronicizzano.
In tal guisa, essi fanno leva su un’idea di permanenza - non sulla dinamica di gratuità vocazionale, sul Dono inimmaginabile, da accogliere.
Dunque il punto è regolarsi secondo risorse che vengono, o la distorsione dei modelli, tipica della mentalità moralista.
Infatti lo schema d’onnipotenza nel bene, paradossalmente, ripiega l’io e le sue forze, e ne distorce lo sguardo.
Ma al di là di tutte le sfumature, siamo rallegrati che primo e secondo comandamento riguardino l’Amore: ciò che più desideriamo fare e ricevere. È un’urgenza della vita.
Eppure bisogna essere sapienti, affinché lo schema dei paradigmi o gli stimoli dell’affetto naturale e delle precipitazioni non travolgano e trascinino via - capovolgendo - ogni buona intenzione.
L’Amore non sopporta l’eccesso di aspettative, perché scaturisce da una esperienza di Perfezione che giunge; offerta, inattesa, imprevedibile. Non già allestita secondo propositi concatenati e normali.
Se autentica, nel tempo sperimenteremo la fioritura; non nell’attesa di un ritorno, ma anzitutto in un Dono fuori del tempo. Perché esso ci ha già saziati e convinti - con stupore contemplativo - e fatti trasalire di gioia.
Così l’Eros vocazionale e fondante continuerà a plasmarci, con la sua virtù perennemente esplorativa e capace di attivare nuove Nascite.
Energia personale - senza i soliti bagagli di tormento, riserve, esteriorità... e (di nuovo) corrucci.
Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga
La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, a tutto spiano e a tutto tondo; non un qualche precetto particolare.
Per Gesù non vi sono classifiche nelle cose di Dio e dell’uomo - infatti Egli mostrava una spiccata tendenza a riassumere le molte disposizioni - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro faceva propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio deve avvolgere la creatura in ogni decisione [cuore].
Parimenti, in ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, nonché coinvolgere tutte le proprie risorse [forze: cf. Mc 12,30; Lc 10,27].
Dt 6,5 (testo ebraico) recita infatti: «con tutto il tuo “molto”», intendendo una partecipazione concreta sia alla vita cultuale che alla fraternità materiale - provvedendo e aiutando coi propri beni.
Mt 22,37 non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27] accompagnate dall’aspetto mentale e d’intelligenza profonda (escluso in Dt 6).
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le potenzialità o energie, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
È un risvolto capitale della nostra dignità e promozione - anche umana - e discrimine specifico nel discernimento della Fede in Cristo, rispetto a tutte le soluzioni devote alla ricerca dell’Assoluto (qualunque).
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Non di rado si fugge il confronto a tutto campo che arricchirebbe ciascuno - proprio per incompetenza.
Ma non siamo dei creduloni unilaterali. Essere attenti e aggiornati, avere capacità di pensiero anche critico è dilatazione richiesta in ordine allo sviluppo della propria vocazione umana, morale, culturale e spirituale.
Banalità, identificazioni, scopiazzature impersonali e ripetizioni assembleari poco vigili intralciano la marea della vita, questa cascata divina di energia perenne che pulsa e non si spegne.
Anzi, essa viene con appelli che smuovono: chiama a spalancarci verso nuove attrattive di relazione e altri interessi, anche intellettuali; perfino denominazionali.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno incerta proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale, in merito alle questioni.
La devozione ingoia tutto. Invece, la Fede non si lascia plagiare dalla civiltà locale o dell’esterno: suppone una capacità di entrare in modo competente nelle valutazioni personali o inerenti il dibattito comunitario e d’insieme - storico e aggiornato.
La testimonianza della nostra Speranza non disdegna di lasciarsi fecondare dal dialogo con chi ha maggiore perizia psicologica o biblica, pastorale specialistica e sociale, nonché archeologica, bioetica, economica, scientifica e così via.
Un impegno che dimostra vero interesse al Sacro [certo, tutti aspetti da sottoporre a valutazione non come si trattasse di opzioni scolastiche].
Ma bisogna ammettere che una delle più organiche espressioni della grande teologia cattolica è quella che un tempo si denominava “dottrina” dei sette Doni dello Spirito Santo.
Nell’esistenza d’Amore si riconosceva il primato (anche relazionale) del Dono dello Spirito, che completava le possibilità di espressione “naturale” delle virtù cardinali e teologali, conducendole a pienezza.
Ben quattro dei sette Doni venivano correlati ad un carattere di profondo sapere: Sapienza, Intelletto, Consiglio e Scienza.
Insomma: qui c’è ancora un Appuntamento decisivo per l’Amore a tutto tondo.
Lasciarsi andare a qualche battuta sulla falsariga credente è dominio di tutti [individualista o di cerchia] ma la capacità di entrare in merito è solo di quanti hanno voluto vagliare e vivere le tematiche - perché più interessati a comprendere il Volto di Dio e il suo Disegno sull’umanità che a ribadire finte sicurezze narrative.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro; come se ci sovrastasse con un “suo” obbiettivo (a noi estrinseco) e così rendesse tutti marginali.
[Nelle sètte - perfino quelle dall’aspetto bonario - è fatto divieto l’approfondire, per capire: la posizione c’è già, il candidato deve “solo” adeguarsi].
«Come (e perché) te stesso» [senso del testo greco: Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27]: è una nuova Nascita di vita, nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù supera la norma antica di Lv 19,18.
Amiamo non solo i figli del nostro popolo, «per il fatto che» abbiamo cura d’incontrarci e vogliamo arricchire noi stessi insieme, dilatando l’io nel Tu.
Il «Comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo, ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando sfide analitiche oltre quelle “organiche” - quelle di lungo periodo.
Tutte rimettono in discussione credenze, opere, la propria visione del mondo; linguaggio, stile, e pensiero stesso.
Abbiamo ancora un gran bisogno di allargare la mente e diventare vasti come un panorama. E riarmonizzare gli opposti che ci trasciniamo dentro.
Lati e Perle nascoste cui ancora non abbiamo dato respiro, o visibilità - e forse mai considerato Alleati.
Resta unica la sorte travagliata che accomuna i profeti, ma non sono le certezze (antiche, o sofisticate, alla moda, à la page) il valore aggiunto dell’avventura di Fede nell’Amore - bensì il rischio del mettersi in bilico e la rielaborazione a tutto campo.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano, e permangono nei luoghi comuni ereditati, lentamente decadono, quindi scompaiono.
A dispetto del loro patrimonio eclatante e dei fiabeschi eventi.
In tal guisa, il «dottore della legge» è forse già vicino [Mc 12,34; Lc 10,28] ma deve ancora tenere d’occhio Gesù, per comprendere in Lui il senso più dilatato del dono totale, nello specifico personalizzante, che non è ingenuo.
Il Signore riporta il senso delle norme alla loro funzione profonda e originaria: farsi viatico di ogni Incontro che solleva accadimenti, persone di qualsiasi estrazione, e il creato.
In conclusione, esperienza e rito hanno il loro fulcro nella reciprocità dell’amore.
La vita in tutte le sue sfaccettature diventa Liturgia più significativa del gesto di culto accreditato; il suo Pane davvero spezzato si fa appello convincente alla Comunione e Missione.
Anche se non fa notizia, termometro autentico del nostro cammino non sarà il volume o il mucchio di cose importanti che facciamo, bensì un pulsare di cuore e mente rigenerati.
Per questo alle note antiche del vero Amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità del pensiero: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Titoli? Avere, potere, apparire?
Qual è nella tua esperienza dell’Amore il punto di Partenza, il Centro e l’Arrivo?
Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
More than 600 precepts are mentioned in the Law of Moses. How should the great commandment be distinguished among these? (Pope Francis)
Nella Legge di Mosè sono menzionati oltre seicento precetti. Come distinguere, tra tutti questi, il grande comandamento? (Papa Francesco)
The invitation has three characteristics: freely offered, breadth and universality. Many people were invited, but something surprising happened: none of the intended guests came to take part in the feast, saying they had other things to do; indeed, some were even indifferent, impertinent, even annoyed (Pope Francis)
L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio (Papa Francesco)
Those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" (Pope Benedict)
Proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" (Papa Benedetto)
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
The Lord Jesus presented himself to the world as a servant, completely stripping himself and lowering himself to give on the Cross the most eloquent lesson of humility and love (Pope Benedict)
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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