don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

II Domenica dopo Natale (anno A)  [4 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Nel clima del Natale la liturgia ci conduce costantemente  alla meditazione sul mistero dell’Incarnazione.

 

*Prima Lettura dal libro del Siracide (24,1-4.12-16)

La Sapienza di Dio alza la voce nell’assemblea e racconta la sua origine e la sua missione. Essa proviene dall’Altissimo, esce dalla sua bocca come Parola creatrice, precede il tempo e attraversa tutto il cosmo: nulla le è estraneo, nulla esiste senza il suo ordine. Eppure, questa Sapienza universale non resta senza dimora. Dio le affida una destinazione concreta:

“Fissa la tenda in Giacobbe”. La Sapienza pianta la sua tenda nel popolo eletto, prende eredità in Israele e mette radici in Gerusalemme, la città della presenza di Dio. Il luogo della sua abitazione è la Torah: non una legge fredda, ma Parola viva, in cui Dio parla e l’uomo risponde. Qui la Sapienza diventa nutrimento, luce, fecondità, come un albero che cresce, fiorisce e dona frutto a chi l’accoglie. In questo inno si intravede già il mistero che il Vangelo di Giovanni proclamerà apertamente: la Sapienza che pone la sua tenda anticipa il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. Ciò che era dimora nella Legge e nel popolo di Israele trova il suo compimento pieno in Cristo, Sapienza incarnata del Padre. Accogliere la Sapienza significa allora abitare la Parola, lasciare che Dio dimori in noi e fare della nostra vita una tenda aperta alla sua presenza salvifica. 

*Elementi più importanti: +La Sapienza proviene da Dio ed esce dalla sua bocca. +Ha una dimensione cosmica: attraversa e ordina tutto il creato. +Dio le assegna una destinazione concreta. La Sapienza fissa la tenda in Giacobbe. +La sua patria è Israele e la sua dimora Gerusalemme. Si identifica con la Torah, Parola viva di Dio. +La Torah è luogo di incontro: Dio parla, l’uomo risponde. +La Sapienza diventa fecondità e vita per il popolo. +Il testo anticipa il Prologo di Giovanni. Fondamento biblico del mistero dell’Incarnazione

 

*Salmo responsoriale (147 vv. 12-15; 19-20)

Gerusalemme è invitata a lodare il Signore, perché Dio ricostruisce la città, raduna i dispersi e custodisce il suo popolo. La sua azione non è solo spirituale: egli rende salde le porte, benedice i figli, garantisce la pace ai confini e nutre con il frumento migliore. La salvezza di Dio tocca la vita concreta, la sicurezza, il pane quotidiano. La sua parola è efficace e sovrana: Dio la invia sulla terra e corre veloce, governa la natura e la storia. Colui che ha potere sul cosmo sceglie di manifestarsi come difensore di un popolo fragile, che vive sotto la sua protezione. Ma il cuore del salmo è questo: Dio ha rivelato la sua Parola a Giacobbe, i suoi decreti e giudizi a Israele. Nessun’altra nazione ha ricevuto un dono simile. La vera grandezza di Israele non è la forza, ma l’intimità con Dio, che parla, guida e istruisce. Questo salmo diventa così un invito alla lode riconoscente: un Dio che governa l’universo ha scelto di entrare in alleanza, di parlare e di abitare nella storia del suo popolo. È questa Parola accolta che costruisce la pace e rende stabile la vita.

*Elementi più importanti: +Invito alla lode rivolto a Gerusalemme. +Dio ricostruisce, protegge e raduna il suo popolo. +Benedizione concreta: pace, sicurezza, nutrimento. +La Parola di Dio è potente ed efficace e Dio governa cosmo e storia. +Rivelazione unica fatta a Israele:La Torah come privilegio e responsabilità. +La vera forza del popolo è ascoltare la Parola di Dio

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,3-6.15-18)

Paolo apre la lettera con una grande benedizione: tutta la vita cristiana nasce da un unico movimento che sale verso Dio, perché prima la grazia è scesa verso di noi. Dio è benedetto perché ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale: non doni frammentari, ma una salvezza piena e definitiva. Il fondamento di tutto è la scelta gratuita di Dio: prima ancora della creazione, siamo stati eletti in Cristo per essere santi e immacolati nell’amore. L’elezione non è privilegio esclusivo, ma vocazione alla comunione e alla vita nuova. Questa elezione si esprime come adozione filiale: Dio ci ha predestinati a essere figli nel Figlio, secondo il suo disegno d’amore. La salvezza non nasce dal nostro merito, ma dalla benevolenza della sua volontà, e tutto converge nella lode della gloria della sua grazia. Nella seconda parte Paolo passa dalla lode alla preghiera di intercessione. Avendo ascoltato della fede e della carità dei credenti, egli ringrazia Dio e chiede un dono decisivo: lo Spirito di sapienza e di rivelazione, perché i cristiani conoscano davvero Dio, non solo con la mente ma con il cuore. Paolo prega che gli occhi del cuore siano illuminati, per comprendere: la speranza della chiamata, la ricchezza della gloria dell’eredità, la grandezza del dono ricevuto in Cristo. La fede cristiana è dunque memoria di una grazia ricevuta e cammino di conoscenza illuminata, che conduce a vivere da figli nella libertà e nella lode.

*Elementi più importanti. +Benedizione a Dio per la salvezza in Cristo. +Elezione eterna prima della creazione. +Vocazione alla santità nell’amore e Adozione filiale nel Figlio. +Salvezza come grazia gratuita. +Tutto orientato alla lode della gloria di Dio e Ringraziamento per fede e carità. +Preghiera per lo Spirito di sapienza. +Illuminazione del cuore. +Speranza, eredità e pienezza della vita cristiana.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18) Prologo

Il Vangelo di Giovanni si apre riportandoci “in principio”, là dove tutto ha origine. Prima di ogni tempo era il Verbo (Logos): non una parola qualunque, ma la Parola eterna di Dio, in relazione viva con il Padre e della stessa natura divina. In lui tutto è stato creato; nulla esiste senza di lui. Il Verbo è vita, e questa vita è luce degli uomini, una luce che splende nelle tenebre e che le tenebre non riescono a soffocare. Dentro la storia entra una testimonianza: Giovanni il Battista. Egli non è la luce, ma è mandato per rendere testimonianza alla luce, perché l’uomo possa credere. La luce vera viene nel mondo che è stato fatto per mezzo di lei, ma il mondo non la riconosce. Anche il suo popolo fatica ad accoglierla. Tuttavia, a quanti la accolgono, il Verbo dona una possibilità inaudita: diventare figli di Dio, non per discendenza umana, ma per dono gratuito. Il cuore del Prologo è l’annuncio decisivo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Dio non rimane distante: entra nella fragilità umana, nella storia concreta, e rende visibile la sua gloria, una gloria che ha il volto dell’amore fedele, della grazia e della verità. In Gesù, l’Invisibile si lascia vedere. Giovanni attesta che colui che viene dopo di lui era prima di lui. Da questa pienezza noi tutti riceviamo grazia su grazia: la Legge, dono santo, trova il suo compimento nella persona di Cristo, che non solo parla di Dio, ma lo rivela pienamente. Nessuno ha mai visto Dio, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha fatto conoscere. Il Prologo ci invita così a una scelta: riconoscere nella carne di Gesù la Parola eterna, accogliere la luce, vivere da figli e lasciarci trasformare dalla grazia che abita in mezzo a noi.

* Sant’Agostino – Commento al Prologo di Giovanni «Il Verbo si è fatto carne perché l’uomo potesse comprendere il Verbo.» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 2,2). In una sola frase Agostino riassume il senso di Giovanni 1,14: Dio non abbassa la sua verità, ma si rende accessibile, entrando nella nostra condizione perché l’uomo possa conoscere e accogliere la luce divina.

*Elementi importanti: +In principio”: continuità con la creazione. Il Verbo eterno, presso Dio e Dio. Tutto creato per mezzo del Verbo. +Verbo come vita e luce. Luce e tenebre: conflitto e rifiuto. +Testimonianza di Giovanni Battista. +Accoglienza del Verbo = diventare figli di Dio. +Incarnazione: il Verbo si fa carne. Dimora di Dio tra gli uomini. +Gloria, grazia e verità in Cristo. +Cristo come rivelazione definitiva del Padre.

+Giovanni D’Ercole

Maria SS. Madre di Dio (anno A)  [1 gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Auguri per il nuovo anno invocando la benedizione di Dio su tutto il 2026

 

*Prima Lettura dal libro dei Numeri (6, 22-27)

La benedizione “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia” proviene dal Libro dei Numeri ed era pronunciata dai sacerdoti d’Israele fin dai tempi di Aronne. È entrata stabilmente anche nella liturgia cristiana, come benedizione solenne conclusiva della Messa. L’espressione “invocare il Nome di Dio” va compresa nel contesto biblico: il Nome rappresenta la persona stessa, la sua presenza, la sua protezione. Per questo, pronunciare il Nome di Dio sul popolo significa collocarlo sotto la sua custodia. Quando Dio rivela il suo Nome, si rende accessibile alla preghiera del suo popolo. Di conseguenza, ogni offesa al popolo di Dio è un’offesa al suo stesso Nome. Questo illumina anche le parole di Gesù sul farsi prossimo ai più piccoli: Dio ha posto il suo Nome su ogni persona, che va dunque guardata con rispetto e con occhi nuovi. La benedizione è formulata al singolare (ti benedica), ma si riferisce all’intero popolo: è un singolare collettivo, che Israele ha compreso come esteso a tutta l’umanità. L’uso del congiuntivo non indica un dubbio sulla volontà di Dio di benedire, poiché Dio benedice incessantemente; esso esprime piuttosto la libertà dell’uomo di accogliere o rifiutare questa benedizione. Benedire significa, nel senso biblico, che Dio “dice bene” dell’uomo. La sua Parola è efficace e trasformante: quando Dio dice il bene, lo realizza. Chiedere la benedizione equivale ad aprirsi alla sua azione che trasforma e fa vivere. Essere benedetti non significa essere preservati dalle prove, ma viverle nella comunione con Dio, dentro l’Alleanza, certi della sua presenza fedele. Questo trova il suo compimento in Maria, madre di Dio, la “piena di grazia”, su cui il Nome di Dio è posto in modo unico e definitivo. Il testo ebraico originario arricchisce ulteriormente il significato: il Nome YHWH è promessa di presenza continua e la forma verbale indica una benedizione che attraversa passato, presente e futuro. Dio ha benedetto, benedice e benedirà per sempre il suo popolo.

Elementi importanti: +La benedizione di Nm 6 come patrimonio ebraico e cristiano. +Il Nome di Dio come presenza, protezione e appartenenza. +Il singolare collettivo: benedizione per tutto il popolo e per l’umanità. +Il congiuntivo come espressione della libertà umana di accogliere la grazia. +La benedizione come Parola efficace che trasforma. +Benedizione non come assenza di prove, ma come comunione con Dio. +Maria come pienamente benedetta e portatrice del Nome. +La ricchezza del testo ebraico: benedizione eterna di YHWH.

 

*Salmo responsoriale (66/67)

Il Salmo 66 risponde in modo armonioso alla benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: “Il Signore ti benedica e ti custodisca”. È lo stesso clima spirituale che attraversa il salmo: la certezza che Dio accompagna il suo popolo. Dire che Dio benedice significa affermare che Dio è con noi. Questa è la più autentica definizione di benedizione, come suggerisce il profeta Zaccaria: la presenza di Dio è così evidente da attirare le nazioni. Lo stesso Nome rivelato sul Sinai, YHWH, esprime proprio questa promessa di presenza fedele e permanente. Nel salmo è il popolo stesso a chiedere la benedizione: “Che Dio ci benedica”. Dio benedice senza interruzione; tuttavia l’uomo resta libero di accogliere o di rifiutare questa benedizione. La preghiera diventa allora apertura del cuore all’azione trasformante di Dio. Per questo, nella fede d’Israele, la preghiera è sempre segnata dalla certezza di essere ascoltati ancora prima di domandare. Israele non chiede la benedizione solo per sé. La benedizione ricevuta è destinata a irradiarsi su tutte le nazioni, secondo la promessa fatta ad Abramo. Nel salmo si intrecciano due dimensioni inseparabili: l’elezione di Israele e l’universalità del progetto di Dio. L’espressione “Dio, il nostro Dio” richiama l’Alleanza, mentre l’invito rivolto a tutti i popoli a lodare Dio manifesta che la salvezza è offerta all’intera umanità. Israele comprende progressivamente di essere stato scelto non per esclusione, ma per testimoniare: la luce che lo illumina deve riflettere la luce di Dio per il mondo intero. Questa consapevolezza matura soprattutto dopo l’esilio, quando Israele riconosce che il Dio dell’Alleanza è il Dio dell’universo. La profezia di Zaccaria  (8, 23)esprime chiaramente questa visione: le nazioni si avvicineranno al popolo eletto perché riconoscono che Dio è con lui. Anche i credenti di oggi sono chiamati a essere popolo testimone: ogni benedizione ricevuta è un mandato a diventare riflesso della luce di Dio nel mondo. All’inizio di un nuovo anno, questo diventa un augurio reciproco: portare la luce di Dio là dove non è ancora accolta. Infine, il salmo afferma che “la terra ha dato il suo frutto”. Poiché la Parola di Dio è efficace, essa produce frutto nella storia. Dio ha mantenuto la promessa di una terra feconda e, per i cristiani, questo versetto trova il suo compimento pieno nella nascita del Salvatore: nella pienezza dei tempi, la terra ha portato il suo frutto.

Elementi importanti: +Il Salmo 66 come eco della benedizione di Nm 6. +La benedizione come presenza e accompagnamento di Dio. +Il Nome YHWH come promessa di presenza fedele. +Dio benedice sempre; l’uomo è libero di accogliere. +La preghiera come apertura all’azione trasformante di Dio. +Elezione di Israele e universalità della salvezza. Israele (e la Chiesa) come popolo testimone. +La benedizione destinata a tutte le nazioni. +La Parola di Dio che produce frutto nella storia. +Compimento cristiano nel mistero dell’Incarnazione.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati (4, 4-7)

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna”: con questa espressione Paolo annuncia il compimento del progetto di Dio. La storia, per la fede biblica, non è un eterno ritorno, ma un cammino progressivo verso la realizzazione del disegno misericordioso di Dio. Questa prospettiva dell’adempimento è una chiave fondamentale non solo per comprendere le lettere di Paolo, ma l’intera Bibbia, a partire dall’Antico Testamento. Gli autori del Nuovo Testamento insistono nel mostrare che la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù compiono le Scritture. Ciò non significa che tutto fosse programmato in modo rigido e predeterminato: il compimento non va inteso come fatalità, ma come rilettura nella fede di eventi reali attraverso i quali Dio, rispettando la libertà umana, porta avanti il suo progetto. Dio accetta il rischio della libertà dell’uomo, anche quando essa contrasta il suo disegno; tuttavia, egli non si stanca mai di rinnovare la promessa, come attestano Isaia e Geremia. In Gesù, i credenti contemplano il compimento definitivo di queste promesse. Paolo afferma poi che il Figlio di Dio è “nato da donna e nato sotto la Legge”. Con poche parole egli esprime tutto il mistero di Cristo: vero Figlio di Dio, vero uomo, pienamente inserito nel popolo d’Israele. L’espressione “nato da donna” indica semplicemente la sua piena umanità, come attestato dal linguaggio biblico; l’essere “sotto la Legge” significa che Gesù ha condiviso fino in fondo la condizione del suo popolo. Lo scopo di questa venuta è chiaro: riscattare, cioè liberare, coloro che erano sotto la Legge, affinché diventassero figli adottivi. Non si tratta più di vivere come schiavi che obbediscono a ordini, ma come figli che obbediscono per amore e fiducia. Si passa così dalla sottomissione alla Legge alla libertà dell’obbedienza filiale. Questo passaggio è reso possibile dal dono dello Spirito del Figlio, che grida nei cuori “Abbà, Padre”. È il grido dell’abbandono fiducioso, la certezza che Dio è Padre in ogni circostanza. Per questo il credente non è più schiavo, ma figlio e, in quanto figlio, erede: tutto ciò che appartiene al Figlio è promesso anche a lui. La difficoltà dell’uomo sta spesso nel non osare  di credere a questa realtà: non osare di credere che lo Spirito di Dio abiti in lui, che la forza e la capacità di amare di Dio gli siano realmente donate. E tuttavia, tutto questo non è merito umano: se siamo figli ed eredi, lo siamo per grazia. È in questo senso profondo che si può dire che tutto è grazia.

 

Elementi importanti: +La pienezza dei tempi come compimento del progetto di Dio. +La storia come cammino verso il disegno benevolo di Dio. +L’adempimento delle Scritture in Gesù, senza determinismo. +Il rispetto della libertà umana nel progetto divino. +Gesù: Figlio di Dio, vero uomo, nato sotto la Legge. +l riscatto come liberazione dalla schiavitù della Legge. + Il passaggio da schiavi a figli. +Il dono dello Spirito che grida “Abbà, Padre”. La figliolanza come eredità promessa. +La grazia come fondamento di tutto.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (2,16-21)

“Ciò che hai nascosto ai saggi e agli intelligenti, lo hai rivelato ai piccoli” (Lc10,21/ Mt 11,25): questo versetto illumina il racconto della nascita di Gesù, apparentemente semplice ma profondamente teologico. I pastori, uomini marginali e non osservanti la Legge, sono i primi a ricevere l’annuncio dell’angelo: diventano così i primi testimoni, portatori della buona notizia. La narrazione di Luca (Lc 2,8-14) sottolinea come la gloria di Dio li avvolga e come essi siano colti da timore e gioia. La loro esperienza richiama le parole di Gesù: Dio rivela il suo mistero ai piccoli, non ai sapienti. La vicenda si svolge a Betlemme, città di Davide e «casa del pane», dove il neonato è deposto in una mangiatoia: simbolo di colui che si dà come nutrimento per l’umanità. Maria osserva in silenzio, meditando nel cuore tutti gli eventi (Lc 2,19), mostrando una contemplazione attenta e filiale, in contrasto con la loquacità dei pastori. Il suo atteggiamento ricorda quello di Daniele, che custodiva nel cuore le visioni ricevute (Dn 7,28), prefigurando il destino messianico del bambino. Il nome “Gesù”, che significa “Dio salva”, rivela il suo mistero salvifico. Come ogni bambino ebreo, Gesù è circonciso l’ottavo giorno e sottomesso alla Legge di Mosè, in piena solidarietà con il suo popolo. Luca insiste sulla circoncisione e sulla presentazione al Tempio (Lc 2,22-24) per sottolineare l’osservanza perfetta della Legge da parte di Maria e Giuseppe, non per evidenziare un dettaglio rituale, ma per mostrare la completa adesione di Gesù alla storia e alla tradizione del suo popolo. Questo è coerente con la sua futura identificazione con gli empi, come preannunciato: “E fu annoverato fra gli empi” (Lc 22,37). Infine, la discrezione e il silenzio di Maria, madre di Dio, mostrano la sua umiltà e la capacità di farsi strumento del progetto di Dio. Il centro del progetto non è Maria, ma Gesù, il Salvatore.

Sant’Ambrogio di Milano (IV sec.), commentando la scena dei pastori e l’atteggiamento di Maria, Ambrogio scrive: Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore: non cercava di spiegare il mistero con parole, ma lo conservava nella fede.” (cf. Expositio Evangelii secundum Lucam, II)

Elementi importanti: +La rivelazione del mistero di Dio ai «piccoli», non ai sapienti e I pastori: testimoni marginali e primi annunciatori. +Betlemme come città del pane, simbolo del nutrimento salvifico. +Maria medita nel cuore gli eventi, modello di contemplazione e silenzio. +Il nome Gesù significa «Dio salva». +Circoncisione e osservanza della Legge: solidarietà di Gesù con il popolo e Presentazione al Tempio: adesione totale alla Legge di Mosè. +Gesù identificato con gli empi: segno della sua missione. +Silenzio e umiltà di Maria: strumento del progetto divino, non centro. + Il progetto di salvezza ha al centro Gesù, il Salvatore

+Giovanni D’Ercole

Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (anno A)  [28 dicembre 2025]

 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco il commento dei testi di questa domenica con un augurio per ogni famiglia perché si rispecchi nella sua reale quotidianità in quella di Nazaret che la Bibbia ci mostra veramente provata da tante difficoltà e problemi come ogni famiglia.

 

*Prima Lettura dal libro del Siracide (3,2-6.12-14)  

Ben Sira insiste sul rispetto dovuto ai genitori perché, nel II secolo a.C. (verso il 180), l’autorità familiare stava indebolendosi. A Gerusalemme, sotto il dominio greco, pur nella libertà religiosa, nuove mentalità si diffondevano lentamente: il contatto con il mondo pagano rischiava di modificare il modo di pensare e di vivere degli ebrei. Per questo Ben Sira, maestro di Sapienza, difende i fondamenti della fede a partire dalla famiglia, primo luogo di trasmissione della fede, dei valori e delle pratiche religiose. Il testo è dunque un forte appello a favore della famiglia ed è anche una profonda meditazione sul quarto comandamento: «Onora tuo padre e tua madre», formulato nell’Esodo come promessa di lunga vita e nel Deuteronomio anche di felicità. Circa cinquant’anni dopo, il nipote di Ben Sira, traducendo l’opera in greco, aggiunge una motivazione decisiva: i genitori sono strumenti di Dio perché donano la vita; per questo meritano onore, memoria e riconoscenza. Questo comandamento risponde anche al buon senso umano: una società equilibrata nasce da famiglie solide, mentre la loro rottura genera gravi conseguenze psicologiche e sociali. Tuttavia, al livello più profondo, l’armonia familiare appartiene al progetto stesso di Dio. Alcune espressioni di Ben Sira sembrano suggerire un “calcolo” («chi onora il padre ottiene il perdono dei peccati…»), ma in realtà non si tratta di una ricompensa meccanica: la Legge di Dio è sempre via di grazia e di felicità. Come insegna il Deuteronomio, i comandamenti sono dati per il bene e la libertà dell’uomo. Quando Ben Sira afferma che onorare i genitori ottiene il perdono, si coglie un progresso nella rivelazione: la vera riconciliazione con Dio passa attraverso la riconciliazione con il prossimo, in sintonia con i profeti («misericordia voglio e non sacrifici»). Essere figli rispettosi dei genitori significa essere figli fedeli anche verso Dio. Non a caso, tra i Dieci Comandamenti, solo due sono formulati in positivo: il sabato e l’onore dovuto ai genitori. Essi trovano il loro compimento nel grande comandamento dell’amore del prossimo, che inizia proprio dai genitori, i nostri primi “prossimi”. Per questo il testo di Ben Sira risulta particolarmente appropriato nei tempi di festa, quando i legami familiari si rinsaldano o si riscoprono.

 

*Elementi più importanti: +Contesto storico: II secolo a.C., influenza ellenistica. +Famiglia come luogo primario di trasmissione della fede. +Difesa del quarto comandamento. +Genitori come strumenti di Dio nel dono della vita. +Legge di Dio come via di felicità, non di calcol. +Riconciliazione con Dio attraverso il prossimo. +Onorare i genitori come primo atto di amore del prossimo.

 

*Salmo Responsoriale (127/128)

 Questo salmo è chiamato “Cantico delle salite” perché era destinato ad essere cantato durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme, probabilmente negli ultimi momenti, salendo i gradini del Tempio. Il testo sembra strutturato come una celebrazione liturgica: all’ingresso del Tempio i sacerdoti accolgono i pellegrini e offrono un’ultima catechesi, proclamando la beatitudine dell’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. La benedizione riguarda il lavoro, la famiglia, la fecondità e la pace domestica: il frutto delle proprie mani, la moglie come vite feconda, i figli come germogli d’ulivo attorno alla mensa. L’assemblea dei pellegrini risponde confermando che così è benedetto chi teme il Signore. Segue la formula solenne di benedizione sacerdotale: dal monte Sion il Signore accorda la sua benedizione, permettendo di contemplare per tutta la vita il bene di Gerusalemme e la continuità delle generazioni. L’insistenza su lavoro, prosperità e felicità può sembrare troppo “terrena”, ma la Bibbia afferma con forza che Dio ha creato l’uomo per la felicità. Il desiderio umano di riuscita e di armonia familiare coincide con il progetto di Dio; per questo la Scrittura parla spesso di “felicità” e “benedizione”, senza ironia, anche di fronte alle sofferenze della storia. Il termine biblico “felice” non indica una garanzia automatica di successo, ma il vero bene, che è la vicinanza a Dio. È insieme riconoscimento e incoraggiamento. André Chouraqui traduce “felice, beato” con “in cammino”, per dire: sei sulla strada giusta, continua. Israele ha compreso presto che Dio accompagna il suo popolo nel desiderio di felicità e apre davanti a lui una via di speranza (cf. Ger 29,11). Tutta la Bibbia afferma il disegno misericordioso di Dio sull’umanità, come ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini. La felicità biblica ha dunque due dimensioni: è anzitutto il progetto di Dio, ma è anche una scelta dell’uomo. Il cammino è chiaro e diritto: la fedeltà alla Legge che si riassume nell’amore di Dio e dell’umanità. Gesù ha percorso questo cammino fino in fondo e invita i discepoli a seguirlo, promettendo la vera beatitudine a chi mette in pratica la sua parola. Resta l’espressione apparentemente paradossale: “Beato chi teme il Signore”. Non si tratta di paura, ma di stupore reverente. Chouraqui rende: “in cammino, tu che fremeresti di Dio”. È l’emozione di chi si sente piccolo davanti a un grande amore. Dopo aver scoperto che Dio è amore, Israele non teme più come lo schiavo, ma come il figlio davanti alla forza e alla tenerezza del padre. Non a caso la Scrittura usa lo stesso verbo per il rispetto dovuto a Dio e ai genitori (Lv 19,3). La fede è quindi la certezza che Dio vuole il bene dell’uomo; per questo “temere il Signore” equivale a “camminare nelle sue vie”. Quando Gerusalemme vivrà questa fedeltà, realizzerà la sua vocazione di città della pace; il salmo lo anticipa proclamando: “Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita”.

*Elementi più importanti: +Il salmo come Cantico delle salite e canto di pellegrinaggio ha la struttura liturgica: sacerdoti, assemblea, benedizione. +Benedizione su lavoro, famiglia e fecondità. +Dio crea l’uomo per la felicità e “beato” chi è vicino a Dio e Chouraqui traduce “beato” = in cammino. +Disegno benevolo di Dio sull’umanità che vede la felicità come dono di Dio e scelta dell’uomo. +Gesù come compimento del cammino dell’amore. +Timore di Dio” come atteggiamento filiale, non paura. +Gerusalemme chiamata a essere città della pace

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Colossesi (3,12-21)          

 La liturgia di oggi invita a contemplare la Santa Famiglia: Giuseppe, Maria e Gesù. È una famiglia semplice, ed è detta “santa” perché al suo centro c’è Dio stesso. Tuttavia, non si tratta di una famiglia idealizzata o irreale: i Vangeli mostrano chiaramente che essa ha attraversato prove e difficoltà concrete. Giuseppe è turbato davanti alla gravidanza misteriosa di Maria, la nascita di Gesù avviene in condizioni povere, la famiglia conosce l’esilio in Egitto e più tardi l’angoscia per Gesù smarrito e ritrovato nel Tempio, senza comprenderne pienamente il senso. Proprio per questo, la Santa Famiglia appare come una vera famiglia, segnata da fatiche e interrogativi simili a quelli di ogni altra famiglia. Questa realtà ci rassicura e dà senso alle raccomandazioni di san Paolo nella lettera ai Colossesi, dove invita alla pazienza e al perdono, virtù necessarie nella vita quotidiana. Colossi, città dell’attuale Turchia, non fu visitata direttamente da Paolo: la comunità cristiana nacque grazie a Epafra, suo discepolo. Paolo scrive dalla prigione, preoccupato per alcune derive che minacciano la purezza della fede cristiana. Il tono della lettera alterna l’entusiasmo contemplativo per il progetto di Dio a richiami molto decisi contro dottrine fuorvianti. Al centro del suo messaggio rimane sempre Gesù Cristo, cuore della storia e del mondo. Paolo invita i cristiani a modellare la loro vita su di Lui: rivestirsi di tenerezza, bontà, pace e gratitudine, facendo ogni cosa nel nome del Signore Gesù. I battezzati, infatti, formano il Corpo di Cristo. Riprendendo e approfondendo un’immagine già usata con i Corinzi, Paolo afferma che Cristo è il capo e i credenti sono le membra, chiamate a sostenersi a vicenda per costruire l’edificio della Chiesa.Il testo affronta anche i rapporti familiari, con espressioni che possono risultare difficili, come l’invito alle mogli alla sottomissione. Nel contesto biblico, però, questa sottomissione non equivale a servitù, ma si inserisce in una visione fondata sull’amore e sulla responsabilità. Paolo, dopo aver richiamato un linguaggio comune all’epoca, rivolge ai mariti un’esigenza ancora più forte: amare la propria moglie con rispetto e senza durezza. L’obbedienza cristiana nasce dalla fiducia nell’amore di Dio e si esprime in relazioni segnate da tenerezza, rispetto e dono reciproco.

*Elementi importanti: +La Santa Famiglia come famiglia reale, non idealizzata con le prove concrete vissute da Giuseppe, Maria e Gesù e invito alla pazienza e al perdono nella vita familiare. +Contesto della lettera ai Colossesi e ruolo di Epafra con la preoccupazione di Paolo per la fedeltà della fede cristiana. +Centralità di Gesù Cristo nella vita dei credenti come Corpo di Cristo, chiamati a sostenersi reciprocamente. +Relazioni familiari fondate sull’amore e sul rispetto dove sottomissione biblica è intesa come fiducia e dono, non come schiavitù. +Obbedienza cristiana radicata nella certezza che Dio è Amore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (2,13-15.19-239    

L’episodio della fuga della Santa Famiglia in Egitto richiama volutamente un’altra grande vicenda biblica: quella di Mosè e del popolo d’Israele, dodici secoli prima, schiavo in Egitto. Come allora il faraone ordinò l’uccisione dei neonati maschi e Mosè fu salvato per diventare il liberatore del suo popolo, così Gesù sfugge alla strage di Erode e diventerà il salvatore dell’umanità. Matteo invita a riconoscere in Gesù il nuovo Mosè, compimento della promessa di Dt 18,18: un profeta suscitato da Dio come Mosè stesso. Un secondo segno di compimento delle Scritture è la citazione di Os 11,1: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. In origine riferita al popolo d’Israele, Matteo la applica a Gesù, presentandolo come il Nuovo Israele, colui che realizza pienamente l’Alleanza. Il titolo di Figlio di Dio, già attribuito ai re e al Messia, in Gesù acquista un significato pieno: alla luce della risurrezione e del dono dello Spirito, i credenti riconoscono che Gesù è veramente Figlio di Dio, Dio da Dio, come confessa la fede cristiana. Un terzo segno è l’affermazione: “Sarà chiamato Nazareno”. Sebbene l’Antico Testamento non parli di Nazaret, Matteo gioca su risonanze linguistiche e simboliche: netser (“germoglio” messianico della stirpe di Davide), nazir (consacrato a Dio), e natsar (“custodire”). Nazaret diventa così il segno della scelta divina dell’umile e dell’insignificante. Inoltre, quando i cristiani vengono disprezzati come “Nazorei”, Matteo li incoraggia ricordando che anche Gesù portò quel titolo: ciò che appare spregevole agli uomini è prezioso agli occhi di Dio. Nel racconto, Matteo costruisce due scene parallele: fuga in Egitto e ritorno dall’Egitto. In entrambe c’è un contesto storico, l’apparizione dell’angelo a Giuseppe in sogno, l’obbedienza immediata e la conclusione: così si compì ciò “che era stato detto per mezzo dei profeti”. Il parallelismo mette in relazione i titoli Figlio di Dio e Nazareno, mostrando un Messia inatteso: glorioso e insieme umile. Per questo il testo è proclamato nella festa della Santa Famiglia: Gesù è Figlio di Dio, ma cresce in una famiglia semplice e in un villaggio insignificante. È il grande paradosso cristiano: la storia divina si compie nella quotidianità più ordinaria delle famiglie umane. I commentatori antichi come Pseudo-Dionisio e Pseudo-Crisostomo riflettono sulla fuga in Egitto, non solo un fatto storico ma una manifestazione del disegno salvifico: Cristo, pur essendo Dio, si sottomette alla legge della carne e alla guida divina, dimostrando la vera umanità e obbedienza del Messia. San Girolamo sottolinea invece che non solo Erode, ma anche i sommi sacerdoti e gli scribi cercarono la morte del Signore fin dai primi istanti della sua venuta nel mondo, mostrando l’ostilità spirituale che Gesù incontrerà per tutta la sua missione. Un’altra interpretazione di alcuni Padri antichi vede nella permanenza in Egitto una dimensione salvifica non solo per Gesù stesso, ma simbolicamente per il mondo: Egli va in quella terra storicamente associata all’oppressione e al paganesimo non per restare, ma per portare luce e salvezza, confermando che la venuta di Cristo è per tutti, anche per i popoli lontani da Dio.  Così, per gli antichi commentatori il racconto non è mera narrazione: è rivelazione teologica del mistero di Cristo, che entra nella storia umana come libera obbedienza per la nostra salvezza e compimento delle promesse profetiche.

 

*Sant’Ireneo di Lione Contro le eresie) scrive: “Gesù è ricapitolazione di tutta la storia: ciò che era stato perduto in Adamo, viene ritrovato in Cristo.”. Spesso questo è applicato dai Padri anche alla fuga in Egitto: Cristo ripercorre la storia d’Israele per portarla a compimento.

 

*Elementi importanti: +Parallelismo tra Gesù e Mosè, Gesù come nuovo Mosè e nuovo Israele. +Compimento delle Scritture secondo Matteo “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1). +Titolo di Figlio di Dio in senso pieno cristologico. +Significato simbolico di Nazaret / Nazareno. +Scelta divina dell’umile e del disprezzato, eMessia inatteso: gloria divina e umiltà concreta. +Struttura narrativa parallela: fuga e ritorno dall’Egitto. +Santa Famiglia: il divino vissuto nella vita quotidiana

 

+Giovanni D’Ercole

Nessun senso unico

(Gv 1,19-28)

 

«Dietro di me» [v.27 testo greco] è la posizione del discepolo rispetto a quella che assumeva il maestro.

Gesù in ricerca ha scelto la scuola di Giovanni, di cui è diventato allievo, poi se ne è scostato - strappandogli anche alcuni ammiratori.

A un certo punto del suo percorso si è accorto che il nostro cammino spirituale non poggia su facili esclusioni: moraliste, unilaterali, astratte - stabilite da nomenclature disinfettanti (istituzionali o espulse).

Il cuore del Padre è oltre le attese divisive e puriste, che anche il Battezzatore riteneva indiscutibili e inculcava ai suoi allievi.

Dio opera solo in favore della vita: le sue azioni sono tutte positive - umanizzanti, di recupero, di consapevolezza e integrazione dell’essere personale - non di rigetto.

Alla sua scuola si cresce facendo tesoro di sé, delle relazioni, delle cose così come sono e dove sono; in modo integrale. Nessuno dovrebbe essere a ristagno, o in competizione con l'altro.

Principio non negoziabile: Dio e i suoi figli si fanno in mezzo, non davanti.

Nessuno è chiamato a stare dietro e seguire: tutti devono esprimersi. Su base vocazionale, ciascuno è già perfetto!

Per questo motivo Gesù inviterà i suoi discepoli anche un pochino sconclusionati a farsi pescatori di uomini.

In ogni tempo i suoi intimi sono chiamati a trasmettere respiro, traendo i fratelli da gorghi di morte - non a diventare guide, direttori e dirigisti, ovvero “pastori”.

Nessuno è destinato a stare buono e mortificato in qualche gregge, condotto da chi la sa lunga. La ricchezza non è fuori di noi.

Unico condottiero e modello è lo Spirito divino, che senza posa stupisce.

Vento impetuoso: non sai da dove viene né dove va (Gv 3,8), ma trasmette esclusivamente vita - anche da forme e vicende di morte.

 

L’essere si accentua e rallegra solo quando le risorse di ciascuno sono scoperte, non “riparate”. E accolte, valorizzate, messe in gioco, amplificate, scambiate, dinamizzate in rapporto di reciprocità.

Dio non è un sequestrato, e ha poliedrici linguaggi particolari; per ciascuno dei suoi figli, un suo percorso irripetibile.

L’Eterno sogna in favore d’ognuno di noi una Via e una realizzazione missionaria eccezionale, unica, non omologabile.

Le religioni tradizionali ad es. esorcizzano le emozioni negative, l’imperfezione.

Esse aborriscono il limite, rinnegano le avversità; non stanno bene qualsiasi cosa accada. Infatti vogliono rapporti, evidenze, e anime sempre sistemate.

Troppe forme di devozione predicano la guerra interiore, perfino in modo palese.

Così purtroppo faceva anche Giovanni, mettendo donne e uomini contro se stessi o il loro carattere, e le movenze spontanee.

Guise che fanno diventare esterni.

Viceversa, il Padre vuole far vivere e sbocciare; perciò non è sempre pieno di pareri.

Il Signore trae meraviglie che faranno scalpore, proprio dai lati oscuri; trasformati in sorgenti di nuove magie.

 

Ai primi cristiani, i discepoli del Battista chiedevano spiegazioni sul Cristo:

“Voi che ritenete Gesù Messia, non ricordate che è stato il nostro maestro a battezzarlo, aggregandolo alla sua scuola? Come può l’Unto farsi discepolo di altri, e dover imparare qualcosa?”.

I piccoli figli di Dio erano però già passati dalla mentalità piramidale e apodittica delle religioni d’un tempo [dove i modelli cascano come fulmini e istigano tribunali: vv.19-25] all’idea concreta d’Incarnazione.

[La vera teologia dell’Incarnazione si completa in fieri, e nel frattempo dovrebbe spazzar via tutte le gabbie mentali, anche nell’età apparentemente trasandata della crisi e dell’emergenza critica globale].

Ancora oggi, l’aggancio con la storia e la sua nuova energia stanno mandando al tappeto tutti i luoghi comuni, persino del credere.

Ma l’ansia che ci genera è per la nascita di una nuova Vita, più in grado di percepire: attenta e autentica.

 

Gesù ha conosciuto la penuria esistenziale di tutti: i bisogni, l’ignoranza, la crescita; come ogni uomo. Ed ha vissuto in sé e compreso il valore naturale-sovrannaturale dell’esplorazione.

Invece che farsi “ritoccare”, riformare e castrare a monte, il nuovo Rabbi ha compiuto egli stesso un Esodo addirittura variegato e non conformista, che lo ha arricchito.

Anch’Egli ha dovuto correggere il percorso iniziale [da discepolo di Giovanni (v.27a) insieme a quelli che sono poi diventati i primi Apostoli] e ricredersi: valore aggiunto, non impurità.

Ha fatto tutto come noi, senza la malattia del dottrinarismo a senso unico; per questo ci riconosciamo davvero in Cristo, nella sua Parola, e nella sua amabilissima vicenda.

E riconoscerlo Sposo dell’anima (v.27b).

È pienamente umano procedere per tentativi ed errori, aggiustando il tiro man mano che ci si rende conto - guarendo l’ottica di approccio, sia all’intuizione del divino, che al senso creaturale.

Evitando in tal guisa di diventare nevrotici per adattamento, perché nel frattempo che si procede ogni anima fa tesoro delle esperienze e si prepara a porgere una sintesi personale.

È tale dignità unitiva che coinvolge nell’Amore. Non siamo chiamati ad essere forzuti a prescindere.

I finti-sicuri poi seminano le più strampalate incertezze, e combinano i peggiori guai, per tutti.

Creando ambienti che sembrano cimiteri frequentati da zombie [direbbe Papa Francesco] spersonalizzati. E astuti che dirigono.

 

Nella sua Ricerca tutta umana, Gesù ha via via compreso che la stessa Vita intima del Padre viene offerta come Dono: una Sorpresa a nostro favore.

Impossibile coniarla su misura dei pregiudizi antichi.

Inverosimile - dunque - allestire una qualche manifestazione del Messia a partire dalle nostre precomprensioni, o conversioni eticiste a U, forbite di ritorni, allestimenti, eventi, iniziative.

L’Altissimo ci spiazza di continuo, e non ricalca assolutamente opinioni consolidate, o manierismi.

La Felicità è fuori da meccanismi sterili che progettano i minimi dettagli. È piuttosto Alleanza con il lato ombra, che tuttavia ci appartiene.

Sacro Patto che trasmette completezza di essere: percezione-soglia della Gioia.

Insomma, siamo immersi in un Mistero di Gratuità e stupore vitale che travalica la crescita normalizzata, tutta sotto condizioni.

 

Scrive il Tao Tê Ching (LI):«Nessuno comanda il Tao, ma viene ognor spontaneo». E il maestro Ho-shang Kung commenta: «Il Tao non soltanto fa venire alla vita le creature, ma per di più le fa crescere, le nutre, le completa, le matura, le ripara, le sviluppa, le mantiene integre nella vita».

Il Padre fa risorgere nello Spirito, senza una trafila di progressioni a tappe e scalate.

Procedure altrui, le quali invece di rigenerare l’esistenza ci sbattono sempre in faccia il sospetto di essere inadeguati, impantanati, incapaci di perfezione, e vecchiotti.

Cassiano e infine anche Tommaso d’Aquino le avrebbero forse classificate col titolo di “vizi spirituali”, quali espressioni derivate da «fornicatio mentis» [et corporis].

 

Mentre il Battista e tutta la tradizione seriosa immaginava di dover tanto preparare l’avvento del Regno, Gesù ha invece proposto di accoglierlo: unica possibilità di Perfezione e Giovinezza feconde.

Non esistiamo più in funzione di Dio - come nelle religioni che stanno sempre a disporre tutto - ma viviamo di Lui, con stupore e in modo irripetibile.

Sottolinea ancora il maestro Ho-shang Kung: «Il Tao fa vivere le creature, ma non le tiene come sue: ciò che esse prendono è a loro beneficio».

È la fine dei modelli per scolari “trattenuti” - non naturali, né intuitivi. Paradigmi i quali hanno sottoposto le civiltà a prove estenuanti: non sono nostre.

Tuttora, molte iperboli, e sforzi anche “religiosi”, non sono in favore di percorsi vocazionali in prima persona.

Le strade conformiste e già confezionate [glamour o vetuste] appaiono eteree, o rinunciatarie, puritane, volontariste, atletiche; nonché fantasiose, ma tutte schematiche, e disincarnate.

Esse montano impalcature sempre lontanissime dalla realtà che Viene, e dalle genuine cose del Cielo.

Per noi incerti, inadeguati, incapaci di miracolo - e che non amiamo le ideologie cerebrali o il separatismo degli eroi tutti d’un pezzo - Bella questa rassicurazione affatto puntigliosa e caparbia!

 

La ricchezza non è fuori di noi.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Chi è il Soggetto della tua vita spirituale? Dove abita?

(Gv 1,19-28)

 

Il cuore del Padre è oltre le attese divisive e puriste, che anche il Battezzatore riteneva indiscutibili e inculcava ai suoi allievi.

Dio opera solo in favore della vita: le sue azioni sono tutte positive - umanizzanti, di recupero - non di rigetto.

L’«essere» si accentua e rallegra solo quando le risorse di ciascuno sono scoperte, accolte, valorizzate; non “riparate”.

Le religioni tradizionali esorcizzano le emozioni negative, l’imperfezione; aborriscono il limite. Vogliono rapporti, cose e anime sempre sistemate.

Il Padre invece desidera far vivere e sbocciare; perciò non è sempre pieno di pareri.

Egli trae meraviglie che faranno scalpore, proprio dai lati oscuri; trasformati in sorgenti di nuove magie.

 

Gesù ha conosciuto la penuria esistenziale di tutti: i bisogni, la crescita; come ogni uomo. Ed ha vissuto in sé e compreso il valore dell’esplorazione.

Invece che farsi “ritoccare” e riformare, il nuovo Rabbi ha compiuto egli stesso un Esodo non conformista, che lo ha arricchito.

Anch’Egli ha dovuto correggere il percorso iniziale [da discepolo di Giovanni (v.27a) insieme a quelli che sono poi diventati i primi Apostoli] e ricredersi: valore aggiunto, non impurità.

Ha fatto tutto come noi, senza atteggiamenti unilaterali; per questo possiamo riconoscerci davvero in Cristo, nella sua Parola, e nella sua amabilissima vicenda.

E riconoscerlo Sposo dell’anima (v.27b).

È tale dignità unitiva che coinvolge nell’Amore. Non siamo chiamati ad essere forzuti a prescindere.

 

Nella sua Ricerca tutta umana, Gesù ha via via compreso che la stessa Vita intima del Padre viene offerta come Dono - una Sorpresa a nostro favore: impossibile coniarla su misura dei pregiudizi [antichi, o che seguono l’ultima moda].

L’Altissimo ci spiazza di continuo, e non ricalca assolutamente opinioni consolidate, o manierismi.

La Felicità è fuori da meccanismi sterili che progettano i minimi dettagli. È piuttosto Alleanza con il lato ombra, che tuttavia ci appartiene.

Sacro Patto che trasmette completezza di essere: percezione-soglia della Gioia.

Insomma, siamo immersi in un Mistero di Gratuità e stupore vitale che travalica la crescita normalizzata, tutta sotto condizioni.

Procedure altrui. Cassiano e infine anche Tommaso d’Aquino le avrebbero forse classificate col titolo di ‘vizi spirituali’, quali espressioni derivate da «fornicatio mentis» [et corporis].

 

Mentre il Battista e tutta la tradizione seriosa immaginava di dover tanto ‘preparare’ l’avvento del Regno, Gesù ha invece proposto di ‘accoglierlo’: unica possibilità di Perfezione e Giovinezza feconde.

Non esistiamo più in funzione di Dio - come nelle religioni che stanno sempre a disporre tutto - ma viviamo di Lui, con stupore e in modo irripetibile.

È la fine dei modelli per scolari “trattenuti”, non naturali.

Per noi incerti, inadeguati, incapaci di miracolo - Bella questa rassicurazione!

La ricchezza non è fuori di noi.

 

 

[Ss. Basilio e Gregorio, 2 gennaio]

Questo periodo dell’anno liturgico mette in risalto le due figure che hanno avuto un ruolo preminente nella preparazione della venuta storica del Signore Gesù: la Vergine Maria e san Giovanni Battista. Proprio su quest’ultimo si concentra il testo odierno del Vangelo di Marco. Descrive infatti la personalità e la missione del Precursore di Cristo (cfr Mc 1,2-8). Incominciando dall’aspetto esterno, Giovanni viene presentato come una figura molto ascetica: vestito di pelle di cammello, si nutre di cavallette e miele selvatico, che trova nel deserto della Giudea (cfr Mc 1,6). Gesù stesso, una volta, lo contrappose a coloro che “stanno nei palazzi dei re” e che “vestono con abiti di lusso” (Mt 11,8). Lo stile di Giovanni Battista dovrebbe richiamare tutti i cristiani a scegliere la sobrietà come stile di vita, specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).

Per quanto riguarda la missione di Giovanni, essa fu un appello straordinario alla conversione: il suo battesimo “è legato a un ardente invito a un nuovo modo di pensare e di agire, è legato soprattutto all’annuncio del giudizio di Dio” (Gesù di Nazaret, I, Milano 2007, p. 34) e della imminente comparsa del Messia, definito come “colui che è più forte di me” e che “battezzerà in Spirito Santo” (Mc 1,7.8). L’appello di Giovanni va dunque oltre e più in profondità rispetto alla sobrietà dello stile di vita: chiama ad un cambiamento interiore, a partire dal riconoscimento e dalla confessione del proprio peccato. Mentre ci prepariamo al Natale, è importante che rientriamo in noi stessi e facciamo una verifica sincera sulla nostra vita. Lasciamoci illuminare da un raggio della luce che proviene da Betlemme, la luce di Colui che è “il più Grande” e si è fatto piccolo, “il più Forte” e si è fatto debole.

Tutti e quattro gli Evangelisti descrivono la predicazione di Giovanni Battista facendo riferimento ad un passo del profeta Isaia: “Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio»” (Is 40,3). Marco inserisce anche una citazione di un altro profeta, Malachia, che dice: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via” (Mc 1,2; cfr Mal 3,1). Questi richiami alle Scritture dell’Antico Testamento “parlano dell’intervento salvifico di Dio, che esce dalla sua imperscrutabilità per giudicare e salvare; a Lui bisogna aprire la porta, preparare la strada” (Gesù di Nazaret, I, p. 35).

Alla materna intercessione di Maria, Vergine dell’attesa, affidiamo il nostro cammino incontro al Signore che viene, mentre proseguiamo il nostro itinerario di Avvento per preparare nel nostro cuore e nella nostra vita la venuta dell’Emmanuele, il Dio-con-noi.

[Papa Benedetto, Angelus 4 dicembre 2011]

Dic 25, 2025

Patres Ecclesiae

Pubblicato in Angolo dell'ottimista

1. Padri della Chiesa sono giustamente chiamati quei santi che, con la forza di fede, la profondità e la ricchezza dei loro insegnamenti, nel corso dei primi secoli l'hanno rigenerata e grandemente incrementata (cfr. Gal 4, 19; Vincentii Lirinensis «Commonitorium», I,3: PL 50, 641).

In verità «padri» della Chiesa, perché da loro, mediante il Vangelo, essa ha ricevuto la vita (cfr. 1 Cor 4, 15). E anche suoi costruttori, perché da loro - sul fondamento unico posto dagli apostoli, che è il Cristo (cfr. 1 Cor 3, 11) - la Chiesa di Dio è stata edificata nelle sue strutture portanti.

Della vita attinta dai suoi padri la Chiesa ancora oggi vive; e sulle strutture poste dai suoi primi costruttori ancora oggi viene edificata, nella gioia e nella pena del suo cammino e del suo travaglio quotidiano.

Padri dunque sono stati, e padri restano per sempre: essi stessi, infatti, sono una struttura stabile della Chiesa, e per la Chiesa di tutti i secoli adempiono a una funzione perenne. Cosicché ogni annuncio e magistero successivo, se vuole essere autentico, deve confrontarsi con il loro annuncio e il loro magistero; ogni carisma e ogni ministero deve attingere alla sorgente vitale della loro paternità; e ogni pietra nuova, aggiunta all'edificio santo che ogni giorno cresce e si amplifica (cfr. Ef 2, 21), deve collocarsi nelle strutture già da loro poste, e con esse saldarsi e connettersi.

Guidata da queste certezze, la Chiesa non si stanca di ritornare ai loro scritti - pieni di sapienza e incapaci di invecchiare - e di rinnovarne continuamente il ricordo. E' quindi con grande gioia che nel corso dell'anno liturgico sempre di nuovo incontriamo i nostri padri: e ogni volta ne siamo confermati nella fede e incoraggiati nella speranza.

E ancora più grande è la nostra gioia quando particolari circostanze invitano a incontrarli in modo più prolungato e profondo. Di tale natura è appunto la ricorrenza di questo anno, che segna il XVI centenario dal transito del nostro padre Basilio, Vescovo di Cesarea.

2. La vita e il ministero di san Basilio

Fra i padri greci chiamato «grande», nei testi liturgici bizantini Basilio è invocato come «luce della pietà» e «luminare della Chiesa». La illuminò, infatti, e tuttora la illumina: non meno per «la purezza della sua vita» che per l'eccellenza della sua dottrina. Poiché il primo e più grande insegnamento dei santi è pur sempre la loro vita.

Nato in una famiglia di santi, Basilio ebbe anche il privilegio di una educazione eletta, presso i più reputati maestri di Costantinopoli e di Atene.

Ma a lui parve che la sua vita cominciasse veramente solo quando, in modo più pieno e determinante, gli fu dato di conoscere il Cristo come suo Signore: quando, cioè, attirato irresistibilmente da lui, praticò quel distacco radicale che avrebbe poi tanto inculcato nel suo insegnamento (cfr. S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 8: PG 31, 933c-941a), e divenne suo discepolo.

Si mise allora alla sequela del Cristo, volendo conformarsi soltanto a lui: guardando a lui solo, ascoltando lui solo (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX,1: PG 31, 860bc), e in tutto e per tutto considerandolo suo unico «sovrano, re, medico, e maestro di verità» (S.Basilii «De Baptismo», I,1: PG 31, 1516b).

Senza esitare, quindi, abbandonò quegli studi che pure tanto aveva amato e dai quali aveva tratto immensi tesori di scienza (cfr. Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36, 525c-528c): avendo infatti deciso di servire a Dio solo, non volle più sapere nulla all'infuori del Cristo (cfr. 1 Cor 2, 2), e ritenne vanità ogni sapienza che non fosse quella della croce. Sono parole sue, con le quali, già verso il termine della vita, rievocava l'evento della sua conversione: «Io avevo sciupato molto tempo nella vanità, perdendo quasi tutta la mia giovinezza nel lavoro vano a cui mi applicavo per apprendere gli insegnamenti di quella sapienza che Dio ha resa stolta (cfr. 1 Cor 1, 20); finché un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, riguardai alla mirabile luce della verità del Vangelo, e considerai l'inutilità della sapienza dei prìncipi di questo mondo che sono ridotti all'impotenza (cfr. 1 Cor 2, 6). Allora piansi molto sulla mia miserabile vita» (cfr. S.Basilii «Epistula» 223: PG 32, 824a).

Pianse sulla sua vita, benché già prima - secondo la testimonianza di Gregorio Nazianzeno, suo compagno di studi - fosse umanamente esemplare (cfr. S.Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36,521cd): gli sembrò nondimeno «miserabile», perché non era in modo totale ed esclusivo consacrata a Dio, che è l'unico Signore.

Con irrefrenabile impazienza, interruppe dunque gli studi intrapresi e, abbandonati i maestri della sapienza ellenica, «attraversò molte terre e molti mari» (S.Basilii «Epistula» 204: PG 32, 753a) in cerca di altri maestri: quegli «stolti» e quei poveri che nei deserti si esercitavano a ben diversa sapienza.

Cominciò così ad apprendere cose mai salite al cuore dell'uomo (cfr. 1 Cor 2, 9), verità che i retori e i filosofi non avrebbero mai potuto insegnargli (cfr. S.Basilii «Epistula» 223»: PG 32, 824bd). E in questa sapienza nuova crebbe poi di giorno in giorno, in un meraviglioso itinerario di grazia: mediante la preghiera, la mortificazione, l'esercizio della carità, il continuo commercio con le sante Scritture e gli insegnamenti dei Padri (cfr. praesertim S.Basilii «Epistula» 2 et 22).

Ben presto fu chiamato al ministero.

Ma anche nel servizio delle anime, con saggio equilibrio seppe comporre la predicazione infaticabile con spazi di solitudine e ampio respiro di preghiera. Riteneva infatti che ciò fosse di inderogabile necessità per la «purificazione dell'anima» (S.Basilii «Epistula» 2: PG 32, 228a; cfr. «Epistula» 210: PG 32, 769a), e quindi perché l'annuncio della parola potesse sempre essere confermato dall'«evidente esempio» della vita (S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 43: PG 31, 1028a-1029b; cfr. «Moralia», LXX, 10: PG 31, 824d-825b).

Così divenne pastore e fu insieme, nel senso più sostanziale del termine, monaco; anzi, fu certo fra i più grandi dei monaci-Pastori della Chiesa: figura singolarmente completa di Vescovo, e grande promotore e legislatore del monachesimo.

Forte, infatti, della propria personale esperienza, Basilio contribuì fortemente alla formazione di comunità di cristiani totalmente consacrati al «divino servizio» (S.Benedicti «Regula», Prologus), e si assunse l'impegno e la fatica di sostenerle con frequenti visite (cfr. S.Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36, 536b): per sua e loro edificazione intrattenendosi con esse in mirabili colloqui, molti dei quali, per grazia di Dio, ci sono stati trasmessi per scritto (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», Proemium: PG 31, 1080ab). A questi scritti hanno attinto vari legislatori del monachesimo, non ultimo lo stesso san Benedetto, che considera Basilio come suo maestro (cfr. S.Benedicti «Regula», LXXIII,5); a questi scritti - direttamente o indirettamente conosciuti - si sono ispirati la più parte di coloro che, in oriente come in occidente, hanno abbracciato la vita monastica.

Per questo si ritiene da molti che quella struttura capitale della vita della Chiesa che è il monachesimo sia stata posta, per tutti i secoli, principalmente da san Basilio; o che, almeno, non sia stata definita nella sua natura più propria senza il suo decisivo contributo.

Basilio ebbe molto a soffrire per i mali in cui gemeva, in quell'ora difficile, il Popolo di Dio (cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 31, 653b). Li denunciò con franchezza, e, con lucidità e amore, ne individuò le cause, per accingersi coraggiosamente a una vasta opera di riforma. Cioè all'opera - da perseguire in ogni tempo, da rinnovare a ogni generazione - volta a riportare la Chiesa del Signore, «per la quale il Cristo è morto e sulla quale ha effuso abbondante il suo Spirito» (cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 31,653b), alla sua forma primitiva: a quella normativa immagine, bella e pura, che ce ne trasmettono la parola del Cristo e degli Atti degli Apostoli. Quante volte Basilio ricorda, con passione e costruttiva nostalgia, il tempo in cui «la moltitudine dei credenti era un cuore solo e un'anima sola»! (At 4, 32; cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 36, 660c; cfr. «Regulae fusius tractatae», 7: PG 31, 933c; cfr. «Homilia tempore famis»: PG 31, 325ab).

Il suo impegno di riforma si volse insieme, con armonia e compiutezza, praticamente a tutti gli aspetti e gli ambiti della vita cristiana.

Per la natura stessa del suo ministero, il Vescovo è innanzitutto pontefice del suo popolo- e il Popolo di Dio è prima di tutto popolo sacerdotale.

Non può quindi in alcun modo trascurare la liturgia - la sua forza e ricchezza, la sua bellezza, la sua «verità» - un Vescovo veramente sollecito del bene della Chiesa. Nell'opera pastorale, anzi, l'impegno pr la liturgia sta logicamente al vertice di tutto e concretamente in cima a ogni altra scelta: la liturgia, infatti - come ricorda il Concilio Vaticano II - è «il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa, e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù» («Sacrosanctum Concilium», 10), cosicché «nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia» («Sacrosanctum Concilium», 7).

Di questo si mostrò perfettamente consapevole Basilio e il «legislatore di monaci» (cfr. S.Gregorii Nazianzenii «In laudem Basilii»: PG 36, 541c) seppe essere anche sapiente «riformatore liturgico» (cfr. S.Gregorii Nazianzenii «In laudem Basilii»: PG 36, 541c).

Della sua opera in questo ambito resta, eredità preziosissima per la Chiesa di tutti i tempi, l'anafora che legittimamente porta il suo nome: la grande preghiera eucaristica che, da lui rifusa e arricchita, è bellissima fra le più belle.

Non solo: lo stesso ordinamento fondamentale della preghiera salmodica ebbe in lui uno dei maggiori ispiratori e artefici (cfr. S.Basilii «Epistula» 2 et «Regula fusius tractatae», 37: PG 31, 1013b-1016c). Così, soprattutto per l'impulso dato da lui, la salmodia - «incenso spirituale», respiro e conforto del Popolo di Dio (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 1: PG 29, 212a-213c) - nella sua Chiesa fu amata moltissimo dai fedeli, e divenne nota ai piccoli e agli adulti, ai dotti e agli incolti (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 1: PG 29, 212a-213c). Come riferisce lo stesso Basilio: «Presso di noi il popolo si alza di notte per recarsi alla casa della preghiera,... e trascorre la notte alternando salmi e preghiere» (S.Basilii «Epistula» 207: PG 32, 764ab). I salmi, che nelle chiese rimbombavano come tuoni (cfr. S.Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36, 561cd), si udivano risuonare anche nelle case e nelle piazze (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 1: PG 29, 212c).

Basilio amò di amore geloso la Chiesa (cfr. 2 Cor 11, 2): e sapendo che la sua verginità e la sua stessa fede, della purezza di questa fede fu custode vigilantissimo.

Per questo dovette e seppe combattere con coraggio: non contro uomini, ma contro ogni adulterazione della parola di Dio (cfr. 2 Cor 2 17), ogni falsificazione della verità, ogni manomissione del deposito santo (cfr. 1 Tm 6,20) trasmesso dai Padri. Il suo impeto perciò non aveva nulla di passionale: era forza di amore; e la sua chiarezza nulla di puntiglioso: era delicatezza di amore.

Così, dall'inizio al termine del suo ministero combatté per salvaguardare intatto il senso della formula di Nicea riguardo alla divinità del Cristo «consostanziale» al Padre (cfr. S.Basilii «Epistula» 9: PG 32, 72a; «Epistula» 52: PG 32, 392b-396a; «Adv. Eunomium», I: PG 29, 556c); e ugualmente combatté perché non fosse sminuita la gloria dello Spirito che, «facendo parte della Trinità ed essendo della divina e beata natura di essa» (S.Basilii «Epistula» 243: PG 32, 909a), deve essere con il Padre e il Figlio connumerato e conglorificato (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto»: PG 32, 117c).

Con fermezza, ed esponendosi personalmente a pericoli gravissimi, vigilò e combatté anche per la libertà della Chiesa: da vero Vescovo, non esitando a contrapporsi ai regnanti per difendere il diritto suo e del Popolo di Dio di professare la verità e di ubbidire al Vangelo (cfr. S.Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36, 557c-561c). Il Nazianzeno, che riferisce un episodio saliente di questa lotta, fa ben comprendere che il segreto della sua forza non risiedeva che nella semplicità stessa del suo annuncio, nella chiarezza della sua testimonianza, e nell'inerme maestà della sua dignità sacerdotale (cfr. S.Gregorii Nazianzeni «In laudem Basilii»: PG 36, 561c-564b).

Non minore severità che contro eresie e tiranni, Basilio mostrò contro equivoci e abusi all'interno della Chiesa: particolarmente, contro la mondanizzazione e l'attaccamento ai beni.

A muoverlo era, ancora e sempre, il medesimo amore alla verità e al Vangelo; benché in modo diverso, era pur sempre il Vangelo, infatti, a essere negato e contraddetto: sia dall'errore degli eresiarchi, che dall'egoismo dei ricchi.

Al riguardo sono memorabili, e rimangono esemplari, i testi di alcuni suoi discorsi: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri (Mt 19, 22);... perché, anche se non hai ucciso o commesso adulterio o rubato o detto falsa testimonianza, non ti serve a nulla se non fai anche il resto: solo in tale modo potrai entrare nel regno di Dio» (S.Basilii «Homilia in divites»: PG 31,280b-281a). Chi infatti, secondo il comandamento di Dio, vuole amare il prossimo come se stesso (cfr. Lv 19, 18; Mt 19, 19), «non deve possedere niente di più di quello che possiede il suo prossimo» (S.Basilii «Homilia in divites» PG 31, 281b).

E in modo ancora più appassionato, in tempo di carestia, esortava a «non mostrarsi più crudeli delle bestie,... col mettersi in seno ciò che è comune, e possedendo da soli ciò che è di tutti» (cfr. S.Basilii «Homilia tempore famis»: PG 31, 325a).

Un radicalismo sconcertante e bellissimo, e un forte appello alla Chiesa di tutti i tempi a confrontarsi seriamente con il Vangelo.

Al Vangelo, che comanda l'amore e il servizio dei poveri, oltre che con queste parole Basilio rese testimonianza con opere immense di carità; come la costruzione, alle porte di Cesarea, di un gigantesco ospizio per i bisognosi (cfr. S.Basilii «Epistula» 94: PG 32, 488bc): una vera città della misericordia che da lui prese il nome di Basiliade (cfr. Sozosemi «Historia Eccl.» VI, 34: PG 67, 1397a), anch'essa momento autentico dell'unico annuncio evangelico.

Fu lo stesso amore per il Cristo e il suo Vangelo, ciò che tanto lo fece soffrire delle divisioni della Chiesa e che con tanta perseveranza, sperando contra spem, gli fece ricercare con tutte le Chiese una comunione più efficace e manifesta (cfr. S.Basilii «Epistulae» 70 et 243).

E' la verità stessa del Vangelo, infatti, a essere oscurata dalla discordia dei cristiani, ed è il Cristo stesso a esserne lacerato (cfr. 1 Cor 1, 13). La divisione dei credenti contraddice la potenza dell'unico battesimo (cfr. Ef 4, 4), che nel Cristo ci fa una sola cosa, anzi un'unica mistica persona (cfr. Gal 3, 28); contraddice la sovranità del Cristo, unico re al quale tutti devono ugualmente essere soggetti; contraddice l'autorità e la forza unificante della parola di Dio, unica legge alla quale tutti i credenti devono concordemente ubbidire (cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 31, 653a-656c).

La divisione delle Chiese è quindi un fatto così nettamente e direttamente anti-cristologico e anti-biblico, che secondo Basilio la via per la ricomposizione dell'unità può essere soltanto la ri-conversione di tutti al Cristo e alla sua parola (cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 31, 660b-661a).

Nel multiforme esercizio del suo ministero Basilio si fece dunque, come prescriveva per tutti gli annunciatori della parola, «apostolo e ministro di Cristo, dispensatore dei misteri di Dio, araldo del regno, modello e regola di pietà, occhio del corpo della Chiesa, pastore delle pecore di Cristo, medico pietoso, padre e nutrice, cooperatore di Dio, agricoltore di Dio, costruttore del tempio di Dio» (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX,12-21: PG 31, 864b-868b).

E in tale opera e tale lotta - ardua, dolorosa, senza respiro - Basilio offrì la sua vita (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX,18: PG 31, 865c) e si consumò come olocausto.

Morì non ancora cinquantenne, consumato dalle fatiche e dall'ascesi.

3. Il magistero di san Basilio

Dopo avere così brevemente ricordato aspetti salienti della vita di Basilio e del suo impegno di cristiano e di Vescovo, sembra giusto che si tenti di attingere, dalla ricchissima eredità dei suoi scritti, almeno qualche indicazione suprema. Rimettersi alla sua scuola potrà dare luce per meglio affrontare i problemi e le difficoltà di questo stesso tempo, e quindi soccorrerci per il nostro presente e per il nostro futuro.

Non sembri astratto cominciare da ciò che egli ha insegnato riguardo alla santa Trinità: è certo, anzi, che non può esserci inizio migliore, almeno se ci si vuole adeguare al suo stesso pensiero.

D'altra parte, che cosa può imporsi maggiormente o essere più normativo per la vita, che il mistero della vita di Dio? Può esserci punto di riferimento più significativo e vitale di questo, per l'uomo?

Per l'uomo nuovo, che è conformato a questo mistero nella struttura intima del suo essere e del suo esistere; e per ogni uomo, lo sappia o no: poiché non c'è alcuno che non sia stato creato per il Cristo, il Verbo eterno, e non c'è alcuno che non sia chiamato, dallo Spirito e nello Spirito, a glorificare il Padre.

E' il mistero primordiale, la Trinità santa: poiché non è altro che il mistero stesso di Dio, dell'unico Dio vivo e vero.

Di questo mistero, Basilio proclama con fermezza la realtà: la triade dei nomi divini, dice, indica certo tre distinte ipostasi (cfr. S.Basilii «Adv. Eunomium», I: PG 29, 529a). Ma con non minore fermezza ne confessa l'assoluta inaccessibilità.

Com'era lucida in lui, teologo sommo, la coscienza dell'infermità e inadeguatezza di ogni teologare!

Nessuno, diceva, è capace di farlo in modo degno, e la grandezza del mistero vince ogni discorso, cosicché neppure le lingue degli angeli possono attingerlo (cfr. S.Basilii «Homilia de fide»: PG 31, 464b-465a).

Realtà abissale e imperscrutabile, dunque, il Dio vivente! Ma nondimeno Basilio sa di «doverne» parlare, prima e più che di ogni altra cosa. E così, credendo, parla (cfr.  2 Cor 4, 13): per forza incoercibile di amore, per obbedienza al comando di Dio, e per l'edificazione della Chiesa, che «non si sazia mai di udire tali cose» (S.Basilii «Homilia de fide»: PG 31, 464cd).

Ma forse è più esatto dire che Basilio, da vero «teologo», più che parlare di questo mistero, lo canta.

Canta il Padre: «Il principio di tutto, la causa dell'essere di ciò che esiste, la radice dei viventi» (S.Basilii «Homilia de fide»: PG 31, 465c), e soprattutto «Padre del nostro Signore Gesù Cristo» («Anaphora S.Basilii»). E come il Padre è primariamente in rapporto al Figlio, così il Figlio - il Verbo che si è fatto carne nel seno di Maria - è primariamente in rapporto al Padre.

Così dunque lo contempla e lo canta Basilio: nella «luce inaccessibile», nella «potenza ineffabile», nella «grandezza infinita», nella «gloria sovrasplendente» del mistero trinitario, Dio presso Dio (S.Basilii «Homilia de fide»: PG 31, 465cd), «immagine della bontà del Padre e sigillo di forma a lui uguale» (cfr. «Anaphora S.Basilii»).

Solo in questo modo, confessando senza ambiguità il Cristo come «uno della santa Trinità» («Liturgia S.Ioannis Chrysostomi»), Basilio può poi vederlo con pieno realismo nell'annientamento della sua umanità. E come pochi altri sa far misurare l'infinito spazio da lui percorso alla nostra ricerca; come pochi sa far scrutare fin nell'abisso dell'umiiiazione di colui che «essendo nella forma di Dio, svuotò se stesso assumendo la forma di servo» (Fil 2, 6ss)

Nell'insegnamento di Basilio, la cristologia della gloria non attenua per nulla la cristologia dell'umiliazione: anzi, serve a proclamare con forza ancora più grande quel contenuto centrale del Vangelo che è la parola della croce (cfr. 1 Cor 1, 18) e lo scandalo della croce (cfr. Gal 5, 11).

Questo è, di fatto, uno schema abituale del suo discorso cristologico: è la luce della gloria, a rivelare il senso dell'abbassamento.

L'ubbidienza del Cristo è vero «Vangelo», cioè realizzazione paradossale dell'amore redentivo di Dio, proprio perché - e solo se - colui che ubbidisce è «il Figlio Unigenito di Dio, il Signore e Dio nostro, colui per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte» (S.Basilii «De iudicio»: PG 31, 660b); ed è così che essa può piegare la nostra ostinata disubbidienza. Le sofferenze del Cristo, agnello immacolato che non ha aperto la bocca contro chi lo percuoteva (cfr. Is 53, 7), hanno portata infinita e valore eterno e universale, proprio perché colui che così ha patito è «il creatore e sovrano del cielo e della terra, adorabile al di là di ogni creatura intellettuale e sensibile, colui che tutto sostiene con la parola della sua potenza» (cfr. Eb 1, 3; S.Basilii «Homilia de ira»: PG 31, 369b), ed è così che la passione del Cristo domina la nostra violenza e placa la nostra ira.

La croce, infine, è davvero la nostra «unica speranza» («Liturgia Horarum», "Hebdomada Sancta": Hymnus ad Vesperas) - non sconfitta, quindi, ma evento salvifico, «esaltazione» (cfr. Gv 8,32ss et alibi) e stupendo trionfo - solo perché colui che vi è stato inchiodato e vi è morto è «il Signore nostro e di tutti» (cfr. At 10, 36; S.Basilii «De Baptismo», II,12: PG 31, 1624b), «colui mediante il quale sono state fatte tutte le cose, le visibili e le invisibili, colui che possiede la vita come la possiede il Padre che gliel'ha data, colui che dal Padre ha ricevuto ogni potere» (S.Basilii «De Baptismo», II,13: PG 31, 1625c); ed è così che la morte del Cristo ci libera da quel «timore della morte» del quale tutti eravamo schiavi (cfr. Eb 2, 15).

«Da lui, il Cristo, rifulse lo Spirito Santo: lo Spirito della verità, il dono dell'adozione filiale, il pegno dell'eredità futura, la primizia dei beni eterni, la potenza vivificante, la sorgente della santificazione, da cui ogni creatura razionale e intellettuale riceve potenza di rendere culto al Padre e di elevare a lui la dossologia eterna» (cfr. «Anaphora S.Basilii»).

Questo inno dell'anafora di Basilio esprime bene, in sintesi, il ruolo dello Spirito nell'economia salvifica.

E' lo Spirito che, dato a ogni battezzato, in ciascuno opera carismi e a ciascuno ricorda gli insegnamenti del Signore (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1561a); è lo Spirito che anima tutta la Chiesa e la ordina e la vivifica con i suoi doni facendone tutte un corpo «spirituale» e carismatico (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto»: PG 32, 181ab; «De iudicio»: PG 31, 657c-660a).

Di qui, Basilio risaliva alla serena contemplazione della «gloria» dello Spirito, misteriosa e inaccessibile: confessandolo, al di sopra di ogni creatura (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto», 22), sovrano e signore poiché da lui siamo divinizzati (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto», 20 ss), e Santo per essenza poiché da lui siamo santificati (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto», 9 et 18). Avendo così contribuito alla formulazione della fede trinitaria della Chiesa, Basilio ancora oggi parla al suo cuore e la consola, particolarmente con la luminosa confessione del suo Consolatore.

La luce sfolgorante del mistero trinitario non mette certo in ombra la gloria dell'uomo: anzi, massimamente la esalta e la rivela.

L'uomo infatti, non è rivale di Dio, follemente opposto a lui; e non è senza Dio, abbandonato alla disperazione della propria solitudine. Ma è riflesso di Dio e sua immagine.

Perciò, quanto più Dio risplende, tanto più ne riverbera la luce dall'uomo; quanto più Dio è esaltato, tanto più è innalzata la dignità dell'uomo.

E in questo modo, difatti, Basilio ha celebrato la dignità dell'uomo: vedendola tutta in rapporto a Dio, cioè derivata da lui e finalizzata a lui.

Essenzialmente per conoscere Dio l'uomo ha ricevuto l'intelligenza, e per vivere conforme alla sua legge ha ricevuto la libertà. Ed è in quanto immagine, che l'uomo trascende tutto l'ordine della natura e appare «più glorioso del cielo, più del sole, più dei cori degli astri: quale cielo, infatti, è chiamato immagine di Dio altissimo?» (S.Basilii «In Psalmum» 48: PG 29, 449c).

Proprio per questo, la gloria dell'uomo è radicalmente condizionata al suo rapporto con Dio: l'uomo consegue in pienezza la sua dignità «regale» solo realizzandosi in quanto immagine, e diviene veramente se stesso solo conoscendo e amando colui per il quale ha la ragione e la libertà.

Già prima di Basilio, così si esprimeva mirabilmente sant'Ireneo: «La gloria di Dio è l'uomo vivente; ma la vita dell'uomo è la visione di Dio» (S.Irenaei «Adversus haereses», IV, 20, 7). L'uomo vivente è in se stesso glorificazione di Dio, in quanto raggio della sua bellezza, ma non ha «vita» se non attingendola da Dio, nel rapporto personale con lui. Fallire in questo compito, significherebbe per l'uomo tradire la propria vocazione essenziale, e pertanto negare e avvilire la propria dignità (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 48: PG 29, 449b-452a).

E che altro è il peccato se non questo? Il Cristo stesso, infatti, non è forse venuto per restaurare e restituire la sua gloria a questa immagine di Dio che è l'uomo, cioè all'immagine che l'uomo, con il peccato, aveva ottenebrata (S.Basilii «Homilia de malo»: PG 31, 333a), corrotta (S.Basilii «In Psalmum» 32: PG 29, 344b), infranta? (S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1537a).

Proprio per questo - afferma Basilio con le parole della Scrittura - «il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi (Gv 1, 14), e ha tanto umiliato se stesso da farsi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce» (cfr. Fil 2, 8; S.Basilii «In Psalmum» 48: PG 29, 452ab). Perciò, o uomo, «renditi conto della tua grandezza considerando il prezzo versato per te: guarda il prezzo del tuo riscatto, e comprendi la tua dignità!» (S.Basilii «In Psalmum» 48: PG 29, 452b).

La dignità dell'uomo, dunque, è insieme nel mistero di Dio, e nel mistero della croce: è questo l'«umanesimo» di Basilio, o - potremmo dire più semplicemente - l'umanesimo cristiano.

Il restauro dell'immagine può dunque compiersi soltanto in virtù della croce del Cristo: «Fu la sua ubbidienza fino alla morte a divenire per noi redenzione dei peccatori, libertà dalla morte che regnava per la colpa originale, riconciliazione con Dio, potenza di piacere a Dio, dono di giustizia, comunione dei santi nella vita eterna, eredità del regno dei cieli» (S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1556b).

Ma questo, per Basilio, equivale a dire che tutto ciò si compie in virtù del battesimo.

Che cos'è, infatti, il battesimo, se non l'evento salvifico della morte del Cristo, nel quale siamo inseriti mediante la celebrazione del mistero? Il mistero sacramentale, «imitazione» della sua morte, ci immerge nella realtà della sua morte; come scrive Paolo: «O ignorate che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?» (Rm 6, 3).

Basandosi appunto sulla misteriosa identità del battesimo con l'evento pasquale del Cristo, al seguito di Paolo anche Basilio insegna che essere battezzati altro non è se non essere realmente crocifissi - cioé inchiodati con il Cristo alla sua unica croce - realmente morire la sua morte, con lui essere sepolti nel suo seppellimento, e conseguentemente con lui risorgere della sua risurrezione (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2).

Coerentemente, perciò, egli può riferire al battesimo gli stessi titoli di gloria con cui l'abbiamo udito inneggiare alla croce: anch'esso è «riscatto dei prigionieri, remissione dei debiti, morte del peccato, rigenerazione dell'anima, abito di luce, inviolabile sigillo, veicolo per il cielo, titolo per il regno, dono della filiazione» (S.Basilii «In sanctum Baptisma»: PG 31, 433ab). E' per esso, infatti, che si salda l'unione fra l'uomo e il Cristo, e che mediante il Cristo l'uomo è inserito nel cuore stesso della vita trinitaria: divenendo spirito perché nato dallo Spirito (cfr. S.Basilii «Moralia», XX,2: PG 31, 736d; «Moralia», LXXX,22: PG 31, 869a) e figlio perché rivestito del Figlio, in un rapporto altissimo con il Padre dell'Unigenito che è ormai divenuto anche, realmente, il Padre suo (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1564c-1565b).

Alla luce di una considerazione così vigorosa del mistero battesimale, si disvela a Basilio il senso stesso della vita cristiana. Del resto, come altrimenti comprendere questo mistero dell'uomo nuovo, se non fissando lo sguardo sul punto luminoso della sua nascita nuova, e sulla potenza divina che nel battesimo lo ha generato?

«Come si definisce il cristiano?», si chiede Basilio; e risponde: «Come colui che è generato da acqua e Spirito nel battesimo» (S.Basilii «Moralia», LXXX,22: PG 31, 868d).

Solo in ciò da cui siamo si rivela ciò che siamo, e ciò per cui siamo.

Creatura nuova, il cristiano, anche quando non ne è pienamente consapevole, vive una vita nuova; e nella sua realtà più profonda, anche se col suo agire lo rinnega, é trasferito in una patria nuova, sulla terra già reso celeste (cfr. S.Basilii «De Spiritu Sancto»: PG 32, 157c; «In sanctum Baptisma»: PG 31, 429b): perché l'operazione di Dio è infinitamente e infallibilmente efficace, e rimane sempre in qualche misura al di là di ogni smentita e contraddizione dell'uomo.

Resta, certo, il compito - ed è, in rapporto essenziale con il battesimo, il senso stesso della vita cristiana - di diventare quello che si è, adeguandosi alla nuova dimensione «spirituale» ed escatologica del proprio mistero personale. Come si esprime, con la consueta chiarezza, san Basilio: «Il significato e la potenza del battesimo è che il battezzato si trasformi nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e che diventi - secondo la potenza che gli è stata elargita - quale è colui dal quale è stato generato» (S.Basilii «Moralia», XX, 2: PG 31, 736d).

L'eucaristia, compimento dell'iniziazione cristiana, è sempre considerata da Basilio in strettissimo rapporto con il battesimo.

Unico cibo adeguato al nuovo essere del battezzato e capace di sostenerne la vita nuova e di alimentarne le nuove energie (cfr. S.Basilii «De Baptismo» I, 3: PG 31, 1573b); culto in spirito e verità, esercizio del nuovo sacerdozio e sacrificio perfetto dell'Israele nuovo (cfr. S.Basilii «De Baptismo», II, 2 ss et 8: PG 31, 1601c; S.Basilii «Epistula» 93: PG 32, 485a), solo l'eucaristia attua in pienezza e perfeziona la nuova creazione battesimale.

Perciò, è mistero di immensa gioia - solo cantando vi si può partecipare (cfr. S.Basilii «Moralia»,XXI,4: PG 31, 741a) - e di infinita, tremenda santità. Come si potrebbe, essendo in stato di peccato, trattare il corpo del Signore? (cfr. S.Basilii «De Baptismo», II,3: PG 31, 1585ab). La Chiesa che comunica, dovrebbe davvero essere «senza macchia e ruga, santa e incontaminata» (Ef 5, 27; S.Basilii «Moralia», LXXX, 22: PG 31, 869b): cioé dovrebbe sempre, con vigile coscienza del mistero che celebra, esaminare bene se stessa (cfr. 1Cor 11,28; S.Basilii «Morali», XXI, 2: PG 31, 740ab), per purificarsi sempre più «da ogni contaminazione e impurità» (S.Basilii «De Baptismo» II, 3: PG 31, 1585ab).

D'altra parte, astenersi dal comunicare non è possibile: all'eucaristia infatti, necessaria per la vita eterna (cfr. S.Basilii «Moralia», XXI, 1: PG 31, 737c), è ordinato lo stesso battesimo, e il popolo dei battezzati deve essere puro proprio per partecipare all'eucaristia (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX, 22: PG 31, 869b).

Solo l'eucaristia del resto, vero memoriale del mistero pasquale del Cristo, è capace di tenere desta in noi la memoria del suo amore. Essa è perciò il segreto della vigilanza della Chiesa: le sarebbe troppo facile, altrimenti, senza la divina efficacia di questo richiamo continuo e dolcissimo, senza la forza penetrante di questo sguardo del suo sposo fissato su di lei, cadere nell'oblio, nell'insensibilità, nell'infedeltà. A questo scopo è stata istituita, secondo le parole del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11, 24 ss et par.); e a questo scopo, conseguentemente, deve essere celebrata.

Basilio non si stanca di ripeterlo: «Per ricordare (S.Basilii «Moralia», XXI,3: PG 31, 740b); anzi, per ricordare sempre, «per il ricordo indelebile» (S.Basilii «Moralia», XXI, 3: PG 31, 1576d), «per custodire incessantemente il ricordo di colui che è morto e risorto per noi» (S.Basilii «Moralia», LXXX, 22: PG 31, 1869b).

Solo l'eucaristia dunque, per disegno e dono di Dio, può veramente custodire nel cuore «il sigillo» (cfr. S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 5: PG 31, 921b) di quel ricordo del Cristo che, stringendosi come in una morsa, ci impedisce di peccare. E' perciò particolarmente in rapporto all'eucaristia che Basilio riprende il testo di Paolo: «L'amore di Cristo ci stringe, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5,14 ss).

Ma che cos'è poi questo vivere per il Cristo - o «vivere integralmente per Dio» - se non il contenuto stesso del patto battesimale? (cfr. S.Basilii «De Baptismo», II,1: PG 31, 1581a).

Anche per questo aspetto, dunque, l'eucaristia appare essere la pienezza del battesimo: essa sola, infatti consente di viverlo con fedeltà e continuamente lo attualizza nella sua potenza di grazia.

Perciò Basilio non esita a raccomandare la comunione frequente, o addirittura quotidiana: «Comunicare anche ogni giorno ricevendo il santo corpo e sangue del Cristo è cosa buona e utile; poiché egli stesso dice chiaramente: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Gv 6, 54). Chi dunque dubiterà che comunicare continuamente alla vita non sia vivere in pienezza?» (S.Basilii «Epistula» 93: PG 32, 484b).

Vero «cibo di vita eterna» capace di nutrire la vita nuova del battezzato è, come l'eucaristia, anche «ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4; cfr. Dt 8, 3; S.Basilii «De Baptismo», I, 3: PG 31, 1573bc).

E' Basilio stesso a stabilire con forza questo nesso fondamentale fra la mensa della parola di Dio e quella del corpo del Cristo (cfr. «Dei Verbum», 21). Benché in modo diverso, infatti, anche la Scrittura, come l'eucaristia, è divina, santa, e necessaria.

Veramente divina, afferma Basilio con singolare energia: cioé «di Dio» nel senso più proprio. Dio stesso l'ha ispirata (cfr. S.Basilii «De iudicio»: PG 31, 664d; S.Basilii «De fide»: PG 31, 677a; ecc...), Dio l'ha convalidata (cfr. S.Basilii «De fide»: PG 31, 680b), Dio l'ha pronunciata mediante gli agiografi (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 13: PG 31, 1092a; «Adv. Eunomium», II: PG 29, 597c; ecc...) - Mosé, i profeti, gli evangelisti, gli apostoli (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 1: PG 31, 1524d) - e soprattutto mediante il suo Figlio (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1561c); lui, l'unico Signore: sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 47: PG 31, 1113a), certo con diversi gradi di intensità e diversa pienezza di rivelazione (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 276: PG 31,1276cd; «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1545b), ma pure senza ombra di contraddizione (cfr. S.Basilii «De fide»: PG 31, 692b).

Di sostanza divina benché fatta di parole umane, la Scrittura è perciò infinitamente autorevole: sorgente della fede, secondo la parola di Paolo (cfr. Rm 10, 17; S.Basilii «Moralia», LXXX,22: PG 31, 868c), è il fondamento di una certezza piena, indubbia, non vacillante (S.Basilii «Moralia», LXXX,22: PG 31,868c). Essendo tutta di Dio, è tutta, in ogni sua minima parte, infinitamente importante e degna di estrema attenzione (cfr. S.Basilii «In Hexaem.», VI: PG 29, 144c; «In Hexaem.», VIII: PG 29, 184c).

E per questo, anche, la Scrittura giustamente viene chiamata santa: poiché, come sarebbe terribile sacrilegio profanare l'eucaristia, sarebbe sacrilegio anche attentare all'integrità e alla purezza della parola di Dio.

Non la si può dunque intendere secondo categorie umane, ma alla luce dei suoi stessi insegnamenti, quasi «chiedendo al Signore stesso l'interpretazione delle cose da lui dette» (S.Basilii «De Baptismo», II, 4: PG 31, 1589b); e non si può «togliere né aggiungere nulla» a quei testi divini consegnati alla Chiesa per tutti i tempi, a quelle parole sante pronunciate da Dio una volta per tutte (cfr. S.Basilii «De fide»: PG 31, 680ab; «Moralia», LXXX, 22: PG 31, 868c).

E' di necessità vitale, infatti, che il rapporto con la parola di Dio sia sempre adorante, fedele, e amante. Essenzialmente da essa la Chiesa deve attingere per il suo annuncio (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 115: PG 30, 105c 108a), lasciandosi guidare dalle parole stesse del suo Signore (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1533c), per non rischiare di «ridurre a parole umane le parole della religione» (S.Basilii «Epistula» 140: PG 32, 588b). E alla Scrittura deve riferirsi «sempre e dovunque» ogni cristiano per tutte le sue scelte (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 269: PG 31, 1268c), facendosi di fronte ad essa «come un bambino» (cfr. Mc 10, 15; S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 217: PG 31, 1225bc; S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1560ab), in essa cercando il più efficace rimedio contro tutte le sue diverse infermità (cfr. S.Basilii «In Psalmum» 1: PG 29, 209a), e non osando muovere un passo senza essere illuminato dai raggi divini di quelle parole (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 1: PG 31, 1081a).

Autenticamente cristiano, tutto il magistero di Basilio è, come si è visto, «vangelo», proclamazione gioiosa della salvezza.

Non è forse piena di gioia e sorgente di gioia la confessione della gloria di Dio che si irradia sull'uomo sua immagine?

Non è stupendo l'annuncio della vittoria della croce, nella quale, «per la grandezza della pietà e la moltitudine delle misericordie di Dio» (S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 10: PG 31, 1088c), i nostri peccati sono stati perdonati prima ancora che li commettessimo? (cfr. S.Basilii «Regulae bravius tractatae», 12: PG 31, 1089b). Quale annuncio più consolante che quello del battesimo che ci rigenera, dell'eucaristia che ci nutre, della Parola che ci illumina?

Ma proprio per questo, per non avere taciuto o sminuito la potenza salvifica e trasformante dell'opera di Dio e delle «energie del secolo futuro» (cfr. Eb 6,5), Basilio può chiedere a tutti, con molta fermezza, amore totale per Dio, dedizione senza riserve, perfezione di vita evangelica (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX, 22: PG 31, 869c).

Poiché, se il battesimo è grazia - e quale grazia! - quanti l'hanno conseguita hanno effettivamente ricevuto «il potere e la forza di piacere a Dio» (S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 10: PG 31, 1088c), e sono perciò «tutti ugualmente tenuti a conformarsi a tale grazia», cioé a «vivere conforme al Vangelo» (S.Basilii «De Baptismo», II,1: PG 31, 15980ac).

«Tutti ugualmente»: non ci sono cristiani di seconda categoria, semplicemente perché non ci sono battesimi diversi, e perché il senso della vita cristiana è tutto intrinsecamente contenuto nell'unico patto battesimale (S.Basilii «De Baptismo», II,1: PG 31, 1580ac).

«Vivere conforme al Vangelo»: che cosa significa questo, in concreto, secondo Basilio?

Significa tendere, con tutta la brama del proprio essere (cfr. S.Basilii «Regulae brevius tractatae», 157: PG 31, 1185a) e con tutte le nuove energie delle quali si dispone, a conseguire il «compiacimento di Dio» (cfr. S.Basilii «Moralia», I, 5: PG 31, 704a et passim)

Significa, per esempio, «non essere ricchi, ma poveri, secondo la parola del Signore» (cfr. S.Basilii «Moralia», XLVIII,3: PG 31, 769a), realizzando così una condizione fondamentale per poterlo seguire (cfr. S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 10: PG 31, 944d-945a) con libertà (cfr. S.Basilii «Regulaea fusius tractatae», 8: PG 31, 940bc; «Regulae fusius tractatae», 237: PG 31, 1241b), e manifestando, rispetto alla norma imperante del vivere mondano, la novità del Vangelo (cfr. S.Basilii «De Baptismo», I, 2: PG 31, 1544d). Significa sottomettersi totalmente alla parola di Dio, rinunciando alle «proprie volontà» (cfr. S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 6 et 41: PG 31, 925c et 1021a) e facendosi ubbidienti, a imitazione del Cristo, «fino alla morte» (cfr. Fil 2, 8; S.Basilii «Regulae fusius tractatae», 28: PG 31,989b; «Regulae brevius tractatae», 119: PG 31, 1161d et passim).

Davvero, Basilio non arrossiva del Vangelo: ma, sapendo che esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (cfr. Rm 1, 16) lo annunciava con quella integrità (cfr. S.Basilii «Moralia», LXXX, 12: PG 31, 864b) che lo fa essere pienamente parola di grazia e sorgente di vita.

Ci piace infine rilevare che san Basilio, anche se più sobriamente del fratello san Gregorio di Nissa e dell'amico san Gregorio di Nazianzo, celebra la verginità di Maria (cfr. S.Basilii «In sanctam Christi generationem», 5: PG 31, 1468b): chiama Maria «profetessa» (cfr. S.Basilii «In Isaiam», 208: PG 30, 477b) e con felice espressione così motiva il fidanzamento di Maria con Giuseppe: «Ciò avvenne perché la verginità fosse onorata e non fosse disprezzato il matrimonio» (cfr. S.Basilii «In sanctam Christi generationem», 3: PG 31, 1464a).

L'anafora di san Basilio sopra ricordata contiene lodi eccelse alla «tutta santa, immacolata, ultrabenedetta e gloriosa Signora Madre-di-Dio e sempre-vergine Maria»; «Donna piena di grazia, esultanza di tutto il creato...»

4. Conclusione

Di questo grande santo e maestro tutti noi, nella Chiesa, ci gloriamo di essere discepoli e figli: riconsideriamo dunque il suo esempio, e riascoltiamo con venerazione i suoi insegnamenti, con intima disponibilità lasciandoci ammonire, confortare ed esortare.

Affidiamo questo nostro messaggio in modo particolare ai numerosi ordini religiosi - maschili e femminili - che si onorano del nome e della tutela di san Basilio e ne seguono la Regola, impegnandoli in questa felice ricorrenza a propositi di nuovo fervore in una vita di ascesi e contemplazione delle cose divine, che poi sovrabbondi in opere sante a gloria di Dio e a edificazione della santa Chiesa. Per il felice conseguimento di tali scopi, imploriamo anche l'aiuto materno della Vergine Maria, come auspicio di doni celesti e pegno della nostra benevolenza, con grande affetto vi impartiamo l'apostolica benedizione.

Dato a Roma, presso san Pietro, il 2 gennaio, nella memoria dei santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa, dell'anno 1980, secondo di Pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

[Patres Ecclesiae; Lettera Apostolica per il XVI centenario della morte di s. Basilio]

Questo passo del Vangelo di Giovanni (cfr 12,44-50) ci fa vedere l’intimità che c’era tra Gesù e il Padre. Gesù faceva quello che il Padre gli diceva di fare. E per questo dice: «Chi crede in me non crede in me, ma in Colui che mi ha mandato» (v. 44). Poi precisa la sua missione: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (v. 46). Si presenta come luce. La missione di Gesù è illuminare: la luce. Lui stesso ha detto: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). Il profeta Isaia aveva profetizzato questa luce: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (9, 1). La promessa della luce che illuminerà il popolo. E anche la missione degli apostoli è portare la luce. Paolo lo disse al re Agrippa: “Sono stato eletto per illuminare, per portare questa luce – che non è mia, è di un altro – ma per portare la luce” (cfr At 26,18). È la missione di Gesù: portare la luce. E la missione degli apostoli è portare la luce di Gesù. Illuminare. Perché il mondo era nelle tenebre.

Ma il dramma della luce di Gesù è che è stata respinta. Già all’inizio del Vangelo, Giovanni lo dice chiaramente: “È venuto dai suoi e i suoi non lo accolsero. Amavano più le tenebre che la luce” (cfr Gv 1,9-11). Abituarsi alle tenebre, vivere nelle tenebre: non sanno accettare la luce, non possono; sono schiavi delle tenebre. E questa sarà la lotta di Gesù, continua: illuminare, portare la luce che fa vedere le cose come stanno, come sono; fa vedere la libertà, fa vedere la verità, fa vedere il cammino su cui andare, con la luce di Gesù.

Paolo ha avuto questa esperienza del passaggio dalle tenebre alla luce, quando il Signore lo incontrò sulla strada di Damasco. È rimasto accecato. Cieco. La luce del Signore lo accecò. E poi, passati alcuni giorni, con il battesimo, riebbe la luce (cfr At 9,1-19). Lui ha avuto questa esperienza del passaggio dalle tenebre, nelle quali era, alla luce. È anche il nostro passaggio, che sacramentalmente abbiamo ricevuto nel Battesimo: per questo il Battesimo si chiamava, nei primi secoli, la Illuminazione (cfr San Giustino, Apologia I, 61, 12), perché ti dava la luce, ti “faceva entrare”. Per questo nella cerimonia del Battesimo diamo un cero acceso, una candela accesa al papà e alla mamma, perché il bambino, la bambina è illuminato, è illuminata.

Gesù porta la luce. Ma il popolo, la gente, il suo popolo l’ha respinto. È tanto abituato alle tenebre che la luce lo abbaglia, non sa andare… (cfr Gv 1,10-11). E questo è il dramma del nostro peccato: il peccato ci acceca e non possiamo tollerare la luce. Abbiamo gli occhi ammalati. E Gesù lo dice chiaramente, nel Vangelo di Matteo: “Se il tuo occhio è ammalato, tutto il tuo corpo sarà ammalato. Se il tuo occhio vede soltanto le tenebre, quante tenebre ci saranno dentro di te?” (cfr Mt 6,22-23). Le tenebre… E la conversione è passare dalle tenebre alla luce.

Ma quali sono le cose che ammalano gli occhi, gli occhi della fede? I nostri occhi sono malati: quali sono le cose che “li tirano giù”, che li accecano? I vizi, lo spirito mondano, la superbia. I vizi che “ti tirano giù” e anche, queste tre cose – i vizi, la superbia, lo spirito mondano – ti portano a fare società con gli altri per rimanere sicuri nelle tenebre. Noi parliamo spesso delle mafie: è questo. Ma ci sono delle “mafie spirituali”, ci sono delle “mafie domestiche”, sempre, cercare qualcun altro per coprirsi e rimanere nelle tenebre. Non è facile vivere nella luce. La luce ci fa vedere tante cose brutte dentro di noi che noi non vogliamo vedere: i vizi, i peccati… Pensiamo ai nostri vizi, pensiamo alla nostra superbia, pensiamo al nostro spirito mondano: queste cose ci accecano, ci allontanano dalla luce di Gesù.

Ma se noi iniziamo a pensare queste cose, non troveremo un muro, no, troveremo un’uscita, perché Gesù stesso dice che Lui è la luce, e anche: “Sono venuto al mondo non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (cfr Gv 12,46-47). Gesù stesso, la luce, dice: “Abbi coraggio: lasciati illuminare, lasciati vedere per quello che hai dentro, perché sono io a portarti avanti, a salvarti. Io non ti condanno. Io ti salvo” (cfr v. 47). Il Signore ci salva dalle tenebre che noi abbiamo dentro, dalle tenebre della vita quotidiana, della vita sociale, della vita politica, della vita nazionale, internazionale… Tante tenebre ci sono, dentro. E il Signore ci salva. Ma ci chiede di vederle, prima; avere il coraggio di vedere le nostre tenebre perché la luce del Signore entri e ci salvi.

Non abbiamo paura del Signore: è molto buono, è mite, è vicino a noi. È venuto per salvarci. Non abbiamo paura della luce di Gesù.

[Papa Francesco, omelia s. Marta 6 maggio 2020]

(Nm 6,22-27; Lc 2,16-21)

 

Benedire il popolo era antica prerogativa del sovrano che agiva in nome di Dio e in un primo tempo aveva funzioni sacerdotali.

Ma in atteggiamento d’incontro che rende presente Dio ‘in mezzo’ alle folle - il popolo del suo Volto - quello del re antico diventa anche un atto di culto da ritrovare.

Abbiamo bisogno di sentire che siamo benedetti: per non spegnerci, per rigenerare la verità affettiva che ci abita e riporta alla vita, quindi contemplarla e così avviare qualsiasi avventura.

La maledizione non rafforza, indica un rifiuto; ci separa. Benedire è la via della condivisione e della Pace, ossia della raggiunta completezza.

In Israele la benedizione divina era (infine) attesa in guisa materiale. Ma la formula del sacerdozio aronnita attesta l’idea originaria che la vita umana non ha il suo segreto nella configurazione più ovvia.

Infatti, anche noi sappiamo che le situazioni parziali e di solo conforto, irenismo, benessere e sicurezza, si trasformano nel loro opposto - non fanno crescere l'integrità della vita [autentico senso biblico dello Shalôm].

Chi non segue intuizioni innate, un richiamo più radicale del sé, o annunci sbalorditivi (Lc 1,26-38. 2,8-15) non sviluppa il suo destino, non si muove, non rimette le cose a posto.

I proclami comuni finiscono per incenerire le personalità.

È vero che i pastori non trovano nulla di straordinario e prodigioso, se non una famiglia ridotta in una condizione ordinaria che conoscono.

Ma è quel semplice focolare a coinvolgerli nel nuovo progetto di Dio, e nell’annuncio della sua scandalosa Misericordia senza condizioni - che non li ha fulminati per impurità.

La religione li aveva bollati per sempre: esseri persi, spregevoli, senza rimedio.

Ora sono liberi dall’identificazione. Hanno un ‘altro occhio’ - come quello della “prima volta”: sguardo che li porterà al cento per cento.

Esodati che si trovano davanti un’immagine di Dio indifeso, essi non si preoccupano d’impegnarsi in una disciplina etica, che li avrebbe sgretolati.

Godono lo stupore d’una realtà semplicemente umana - in una misteriosa relazione di reciproco riconoscimento.

 

Strano che il modesto segno - un bimbo in una mangiatoia, luogo impuro dove si trastullavano le bestie - li convinca, faccia loro recuperare stima, li renda evangelizzatori [forse neanche assidui].

Al pari del Calvario cui rimanda, la Manifestazione risolutiva dell’Eterno è un paradosso.

Ma la geografia affettiva di questa Betlemme priva di circuiti conformisti resta intatta, perché spontaneamente radicata in noi.

C’è un senso d’immediatezza, senza particolari intrecci o cerimonie.

Il Bambino neppure viene adorato dagli sguardi ora “puri” dei piccoli, vilipesi cani della prateria e delle transumanze - come viceversa faranno i Magi (Mt 2,11).

Loro neanche sapevano cosa significasse, riflettere cerimoniali di corte orientali - come il bacio delle pantofole.

I miserabili della terra [i lontani dei greggi] sono coloro che ascoltano l’Annuncio, verificano prontamente, e fondano la nuova stirpe’ divina.

Gente non tormentata dal giudizio statico, bensì ora «in mezzo» a tutti gli uomini e non più ad alta quota.

 

 

(Lc 2,16-21)

 

Maria ricercava il senso delle sorprese (v.19). Così rigenerava, per un nuovo modo di capire e stare insieme - per dare alla luce anche il mondo interno di tutto un diverso popolo della pienezza.

Ella ‘metteva insieme’ fatti e Parola, per scoprirne il filo conduttore, per rimanere ricettiva e non farsi condizionare dalle convinzioni inflessibili, che non le avrebbero dato scampo.

La Madre stessa, pur colta di sorpresa, si preparava all’eccentricità di Dio, senza allontanarsi dal tempo e dalla condizione reale.

La sua figura e quella dei pastori c’interpellano, chiedono il coraggio di una risposta - ma dopo aver lasciato fluire lo stesso genere di ‘presenze interiori’, visitatrici degne, cui è concesso esprimersi.

Anche Lei ha dovuto come noi passare dalle credenze dei padri alla Fede nel Padre. Dall’idea dell’amore come premio a quella del ‘dono’. 

La Buona Novella proclama un capovolgimento: ciò che la religione d’altri tempi aveva considerato lontano dall’Altissimo, è vicinissimo a Lui; anzi, gli corrisponde appieno.

È spalancata l’avventura della Fede. E il nuovo Bimbo ha un Nome che ne esprime l’inaudita essenza di Salvatore, non di giustiziere.

Tutta la sua vicenda sarà appunto pienamente istruttiva anche sotto il profilo di come interiorizzare incertezze e disagi: questi momenti “no” e le precarietà c’insegnano a vivere.

Infatti, anche noi come Maria «andiamo riconoscendo» la presenza di Dio negli enigmi della Scrittura, nel Piccolo ‘avvolto in bende’ - persino nell’eco ancestrale dei nostri mondi interni.

E ci lasciamo andare - non sappiamo bene dove. Ma così è l’Infinito, nelle sue pieghe.

Il saggio Sogno che abita l’umano sa di humus antico, ma il suo eco rinasce ogni giorno, nella marea dell’essere che orienta a ‘guardare’ davvero, senza veli.

Un contegno conformista d’imbattersi e ‘vedere’ esteriormente le cose, non risolverebbe il problema.

Talora per non farsi condizionare bisogna riedificarsi nel silenzio, come la Vergine; costruirsi una sorta di isola ermeneutica che schiuda porte differenti, che introduca altre luci.

Entro il suo circuito sacro anche la Madre di Dio valorizzava le innate energie trasformative, proprio radicandole sugli interrogativi.

In tal guisa, tornando al suo essere primordiale e al senso del Neonato - immagine antica, cara a molte culture.

Entrava in un Altrove e non usciva dal campo del reale: dentro il suo Centro, senza fretta.

Ricercando il Sole annegato nel suo essere e che tornava, emergeva, risorgeva nell’intimo, la faceva esistere oltre.

Così non si lasciava assorbire energie da idee tradizionali o da situazioni esterne, che pure volevano rompere l’equilibrio.

Nella sua vereconda solitudine - colma di Grazia - quell’io superiore e celato nell’essenza veniva sempre più a Lei, si faceva nuova Alba e guida.

Non voleva vivere dentro pensieri, saperi e ragionamenti dintorno - nessuno capace di amplificare la vita - tutti in mano alle droghe delle convenzioni, disumanizzanti l’Incanto.

La magia felice di quel Frugolo di carne portava la sua Pace.

I Sogni sostenevano e veicolavano il suo Centro - facendo scorrere una vita nuova dal Nucleo della sua Persona, e la giovinezza del mondo.

 

 

[Maria Ss.ma Madre di Dio, 1 gennaio]

 

 

L'Incredibile dell'anno

 

All’inizio dell’anno nuovo, un ricco signore ebbe un’idea: solo la persona capace di fare la cosa più incredibile dell'anno doveva ereditare ogni suo bene.

Gli amici impegnarono tutta la loro fantasia.

Alcuni anziani - per voler rincorrere il proprio gusto - fecero indigestione e rischiarono di morire a forza di mangiare e bere.

Alcuni monelli si esercitarono invece a roteare capriole mortali.

Poi fu allestita un'intera mostra di trovate incredibili. Una persona recitava la parte dì Mosè sulla Montagna con le Tavole della Legge, ma gli risultò difficile riprodurre lampi e tuoni; la scenografia retrostante era statica e antiquata.

Un tizio travestito da cornacchia raccontava storie e antichi ricordi, vicino a una stufa spenta.

Qualcuno si vestì da impresario di pompe funebri, ma le persone non apprezzarono la sua aria troppo professorale né il suo loden.

Altri vollero mettere in scena le Beatitudini, dimenticando però quella dei perseguitati.

Un artista sfregiava i suoi stessi quadri; uno scultore martellava come un forsennato, però il frastuono della sua mola era ancora più insopportabile.

Un falegname lavorava molto bene ad uno scrigno, ma a giudizio di tutti sollevò troppa pula, lasciando a terra una quantità eccessiva di trucioli.

D'improvviso irruppe un buttafuori alto come un gorilla e forzuto come Maciste: «Sono io l'uomo della cosa più incredibile».

Coi pugni mise k.o. gli astanti e con un'ascia sferzò ogni cosa attorno, tutto riducendo in brandelli.

Qualsiasi oggetto venne distrutto e ciascuno rimaneva tramortito al tappeto. «Ecco quello di cui sono capace!» - disse l'uomo - «la mia azione ha battuto l'universo intero! Io ho fatto la cosa più incredibile, e non solo dell'anno!».

I giudici della contesa rimasero perplessi, ma a quel punto sembrava non potessero concedere la palma della vittoria a nessun altro...

Nell'atmosfera di annientamento generale, spuntò non si sa da dove l'ultimo della lista; un certo Cristoforo. Egli propose di andare a Levante passando da Ponente. Tutti risero a squarciagola, ma costui chiese tempo.

Così, al termine della sua vicenda fatta di calcoli sbagliati e venti - talora anche - favorevoli, dimostrò di poter approdare a una terra nuova, più ricca di ogni dove e prima impensata. (Spesso però passando attraverso notizie imprecise e forze in apparenza distruttive).

Tutto cambiò, per quel suo coraggio da visionario.

Da quel momento il continente da cui salparono le caravelle divenne nell’accezione comune "il vecchio mondo", che infatti - sazio e disperato, bloccato sulle sue posizioni - invecchiò anche demograficamente e in modo via via irreparabile; rovinandosi.

Quell'avventura assurda - metafora del viaggio di ciascuno che non impara a trattenere - proruppe allora come tipo d'una nuova proposta di vita, aperta e creativa, incline alla meraviglia.

La varietà delle esperienze e persino il ventaglio delle fantasticherie non furono più additate a oltraggio dei costumi, ma divennero valore aggiunto.

Tal modello di proposta (visioni che anticipavano bisogni) man mano emerse nella pedagogia comune.

Venne adottata anche dai pellegrini dello Spirito come icona positiva del Nuovo Patto fra Dio e l'uomo - ora capace di valorizzare l'intricato miscuglio di valori e criteri del nostro cuore; coi suoi interessi comuni e di terra, ma rapiti nei sogni più sublimi. 

Per una vita cristiana non fatta di cosmetica, ma di esplorazione e sorpresa; programma di tutto l'anno.

 

Così Cristoforo cambiò la storia, veleggiando al contrario.

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We will not find a wall, no. We will find a way out […] Let us not fear the Lord (Pope Francis)
Non troveremo un muro, no, troveremo un’uscita […] Non abbiamo paura del Signore (Papa Francesco)
Raw life is full of powers: «Be grateful for everything that comes, because everything was sent as a guide to the afterlife» [Gialal al-Din Rumi]
La vita grezza è colma di potenze: «Sii grato per tutto quel che arriva, perché ogni cosa è stata mandata come guida dell’aldilà» [Gialal al-Din Rumi]
It is not enough to be a pious and devoted person to become aware of the presence of Christ - to see God himself, brothers and things with the eyes of the Spirit. An uncomfortable vision, which produces conflict with those who do not want to know
Non basta essere persone pie e devote per rendersi conto della presenza di Cristo - per vedere Dio stesso, i fratelli e le cose con gli occhi dello Spirito. Visione scomoda, che produce conflitto con chi non ne vuol sapere
An eloquent and peremptory manifestation of the power of the God of Israel and the submission of those who did not fulfill the Law was expected. Everyone imagined witnessing the triumphal entry of a great ruler, surrounded by military leaders or angelic ranks...
Ci si attendeva una manifestazione eloquente e perentoria della potenza del Dio d’Israele e la sottomissione di coloro che non adempivano la Legge. Tutti immaginavano di assistere all’ingresso trionfale d’un condottiero, circondato da capi militari o schiere angeliche…
May the Holy Family be a model for our families, so that parents and children may support each other mutually in adherence to the Gospel, the basis of the holiness of the family (Pope Francis)
La Santa Famiglia possa essere modello delle nostre famiglie, affinché genitori e figli si sostengano a vicenda nell’adesione al Vangelo, fondamento della santità della famiglia (Papa Francesco)
John is the origin of our loftiest spirituality. Like him, ‘the silent ones' experience that mysterious exchange of hearts, pray for John's presence, and their hearts are set on fire (Athinagoras)
Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma (Atenagora)
Stephen's story tells us many things: for example, that charitable social commitment must never be separated from the courageous proclamation of the faith. He was one of the seven made responsible above all for charity. But it was impossible to separate charity and faith. Thus, with charity, he proclaimed the crucified Christ, to the point of accepting even martyrdom. This is the first lesson we can learn from the figure of St Stephen: charity and the proclamation of faith always go hand in hand (Pope Benedict)
La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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