don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:46

Sale e Luce nella Vocazione

(Mt 5,13-16)

 

«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.

Il termine plurale (v.16) indica la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.

Siamo legittimati senza condizioni.

Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.

Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale. Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue.

E i figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.

Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.

Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.

Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.

Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].

Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.

Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.

Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente. Segno di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.

Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.

Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.

«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino che ha un suo Mistero e Appello.

Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.

In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite.

La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.

Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà,  mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.

Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.

 

 

[5.a Domenica T.O. (anno A)  8 febbraio 2026]

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:39

Sale e Luce nella Vocazione

Pienezza di opere minime e belle, non picciole e baby

(Mt 5,13-16)

 

«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.

Il termine plurale (v.16) indica - al di là di capacità e circostanze - la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

Il tema del brano è quello della fedeltà che integra e vince l’incostanza - e la necessità di suggellare l'amore col rischio, che ci rende autentici [ultima Beatitudine: vv.10-12].

Il Signore ha una sorprendente fiducia, perché il suo Disegno è farsi sapore e orientamento di fondo nella storia degli uomini - non solo “in favore di tutti”, ma per ciascuno (anche giudicato trascurabile).

Certo, unicamente Gesù è l’Amen liturgico: icona d’umanità colmata, coerenza di dedizione, il Sì e la definitività delle Promesse.

Ma la sua vicenda è stata sempre contromano rispetto alla mentalità corrente.

Perciò anche noi - forse “visti” inadeguati - possiamo incarnare un cammino dove sorge Vangelo non solo comune, quindi “a metà”.

Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.

Siamo legittimati senza condizioni.

Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.

Nel commento al Tao (ii) il maestro Ho-shang Kung afferma:

«Il ch’i originario dà vita a tutte le creature e non se ne appropria» ossia non torna indietro, non conferisce l’ordine antico, retrivo e fisso. Non corre ai ripari; piuttosto dà una carica - non parziale, bensì vitale e illuminante.

Certo, è propriamente nelle cose di consumo che sta il continuo cambiare: questo confonde l’idea religiosa convenzionale.

Ma il fatto che la nostra Vocazione sia: essere e divenire sempre più Fonte di Vita come il Padre, e segni di Alleanza tra Cielo e terra (con pari dignità del Figlio) valorizza ogni piccolo elemento divino in noi, o che promuoviamo nei fratelli.

Non possiamo sottrarci alla nostra essenza, e lo facciamo con passione - non per ferrea volontà di “dover essere” «sale» e «luce» secondo opinione.

Così, invece di smaniare per tornare a funzionare come tutti o come prima, inizieremo a rispettare i nostri e altrui ripiegamenti dell’anima.

Nelle sue pause e domande di senso essa sta covando il futuro del Regno.

 

Al tempo di Gesù le fiamme si ottenevano dai grassi: spegnere una lampada col soffio significava riempire la Casa di miasmi nauseabondi. 

Così capita nella Chiesa volontarista e poco attenta, quando vi è un eccesso di dirigismo che non rispetta la dignità vocazionale irripetibile - sostituita dalle maniere.

Ogni filo d’erba dà il suo nitido contributo a rendere verde il campo; non per questo si sente arginato - né può venire spento e ridotto, dal contesto pretenzioso e appariscente, che rischierebbe di alterarlo.

 

Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale: invano se ne attenuerebbe l’aroma aggiungendo panna ordinaria, che edulcora le varie pietanze (ma ne accomuna i picchi). O zucchero filato, più adatto a sagre di castagnole, nacchere e petardi, e festival d’avanspettacolo.

Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue o altrui (besciamelle di parvenza). Introduce una saggezza interna e sapida nel mondo dei contorni, delle insalate, dei caroselli e delle insulsaggini.

I figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.

Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.

Ciò significa che senza troppi complimenti il discernimento spirituale va strappato dalle grinfie di coloro che per quietismo e non procurare fastidi ai compiacenti del potere, mitigano e adattano, anzi nascondono il Vangelo - lo rendono una nenia.

Il passo parallelo di Lc 11,33 si dà pensiero dell’accoglienza dei pagani: fare «luce» a chi entra nella Casa.

Mt è preoccupato anzitutto di quanti già vi dimorano: il cui peso specifico e vita di relazione fondata sulla convivialità delle differenze deve farsi Luce in sé - per consentire a tutti di comprendere la diversità fra germi di morte e binari di Vita completa.

 

Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.

Mi raccontava un grande parroco romano che una delle cose che lo avevano colpito nei suoi viaggi in USA era stato vedere troppe cittadelle cattoliche sulla cima di alture, ben visibili all’occhio ma altrettanto palesemente munite di tutto - quindi staccate, in grado di provvedere a se stesse, chiuse al confronto con la vita reale urbana di oggi.

Impostazione diametralmente opposta a quella di molte realtà comunitarie evangelicali, meno appariscenti - senza la pretesa di attirare per bellezza esteriore. Mischiate nel tessuto cittadino; per questo in grado di gettare luce nei risvolti della vita quotidiana di gente in ricerca d’un rapporto personale e reale con Dio Padre.

 

Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.

Egli resta Agnello sgozzato che si fa alimento disponibile, e non suscita impressioni di magnificenza o clamore; non si chiude in fortilizi, né terrorizza.

Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].

Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.

Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.

Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente. 

L’inclinazione a dipanare la propria evoluzione divenendo protagonisti per Nome della Nuova Intesa trasmetterà illuminazione e fragranza al cammino.

In tal guisa ci lasceremo plasmare, cedendo al nostro Nucleo che vuole crescere, esprimersi, dare spazio ai lati ancora in ombra.

Segni di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.

 

Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.

Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.

Infatti, se non rettamente inteso grazie al salto di qualità della Fede-amore, anche il senso religioso può incanalare la donna e l’uomo su mille rivoli d’astuzie…

Verso una decomposizione della saggezza, e frettolosità schematiche, disincarnate, insipide - nonché purtroppo nebbia indistinta.

«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino già in noi. Così qualsiasi sforzo per il bello, il solido e vario, non andrà perduto - sebbene ridotto, e minore: ha un suo Mistero e Appello.

Certo, anche nella religione tradizionale non si disconosce il valore delle cose esigue, le quali però restano piccoline e fisse - senza balzi.

In un clima ove vige il «Ne quid nimis» [nulla di eccessivo] le condizioni sommarie sembrano tutte protese a confermare il sistema delle cose e dei ruoli.

La cappa dei costumi snerva i picchi, relega la personalità dei semplici in ambiti ristretti, irrisori, che li sollecitano a investire energie su vacui aspetti infantili.

Le idiozie di alcuni dettagli poi stanno sempre lì, e comprimono l’evoluzione.

 

Nell’esperienza di Fede non disprezziamo il benché minimo apporto alla costruzione d’un Regno alternativo a quello attuale - talora sì accorpante, ma su stupidaggini e passerelle in palese disfacimento, e tanfo.

Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia non molleremo, per metterle sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.

In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite, né picciole e “baby”.

La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.

Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà,  mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.

 

Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.

 

 

Il sale impazzito della religione senza Fede: trattarsi da malati

(Mt 5,13)

 

Una delle possibili traduzioni dal greco dell’espressione al v.13 [forse la più plausibile] è: «se il sale impazzisce».

Perché impazzisce? Si riferisce alla sintonia personale nei confronti del Patto divino che c’inabita e cui non vogliamo lasciare spazio, malgrado sarebbe davvero appagante.

Tutto ciò perché abituati a vivere e nutrirci di atteggiamenti esterni.

L’Alleanza vorrebbe guidare la nostra barchetta anche nel tempo della ripartenza dalle tragedie che bloccano il mondo, ma viene resa faticosa dalla recita dei copioni - da ciò che si “deve fare” secondo le idee di prima, e la routine.

È questa di Mt 5,13 la stessa espressione dell’uomo «pazzo» (Mt 7,26) che costruisce la casa non sulla Roccia [della Libertà che coincide con la sua Chiamata].

Egli “edifica” anche realtà appariscenti, ma su elementi instabili e come talora vediamo fragili, privi di consistenza - quindi senza fondare in modo solido. Piuttosto, secondo riflesso di pensieri tramandati, o di calcolo e fantasia; eccessivamente sofisticati.

Si tratta anche dell’annoso distacco fra devozione rituale e vita concreta, che la comunità cristiana purtroppo talora dimostra di fronte a un mondo il quale attende risposte su bisogni che toccano, e urgenti speranze (non quelle di “gregge” che sotto sotto non ci piacciono affatto).

Invece qua e là si vorrebbe ricostruire tutto come “dovrebbe essere” e come prima… In tal modo si continuerebbe spensieratamente ad andare dietro cose ora inutili, trascurando la nuova realtà e l’essenza dei caratteri.

Inclinazioni embrionali e genuine che vorrebbero dare peso alle risorse nascoste, calate nel nostro essere cosmico di creature e nelle tendenze personali più fragranti.

Potenze interne che sbloccano le situazioni.

 

Il comportamento di chi ha fatto il callo all’Ascolto - e smania non per celebrare la Presenza del Signore e vivere intensamente la Fede ma per tornare a “messa” e negli antichi contenitori - non dev’essere tanto palesemente vuoto, doppio, formale e disinteressato; così apertamente contraddittorio rispetto all’Appello autentico, cui lo stesso credente proclama enfaticamente di credere.

C’è un Mistero da seguire, che sta conducendo a una diversa unicità. E vuol trarre vita alternativa - davvero nostra - proprio dalle ferite inferte.

Niente da fare: permangono stabilmente in agguato proprio le lacerazioni di fondo - quelle procurate da chi vorrebbe impegnarsi nella testimonianza critica, ma non rinasce nelle opportunità uniche... e si ritrova costantemente preda d’idee costruite, invece che ispirato (e nella sua energia intelligente).

 

Nell’espressione del «sale che impazzisce» l’autore evoca una sorta di scissione interiore, radicale, propria dell’anima personale e dell’Altrove sconosciuto che saremmo chiamati finalmente ad accogliere, invece di contrapporsi.

Il Segreto che si annida nel presente, infatti, può finire per essere calpestato da fattori esterni, come ad es. le aspettative istituzionali, le quali non lasciano spazio alla rivoluzione di abitudini e mète.

Una fra tutte: quella preziosissima di costruire una chiesa orante in ogni abitazione.

Anche nella vita spirituale, spesso vogliamo essere uguali a modelli devoti che abbiamo in mente, o più forti (forse per assomigliare alle nostre guide).

Pensieri che non convincono né lanciano il cuore. E in realtà diventano blocchi vocazionali, inibitori della virtù primordiale che ci appartiene - convincendo, smuoverebbe oltre.

Cristo chiama a prendere atto della nostra unicità svincolata, ed eccentricità imprevedibile - unico fattore di ripresa.

Eccezionalità che per Lui non è un disturbo, ma autentica risorsa.

Non sappiamo come vorrà guidarci e dove ci farà finire; quali nuove ere (che apriranno Altro, e non sappiamo) lascerà godere, procedendo nell’avventura delle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

 

È la differenza sperimentale profonda tra religiosità e Fede.

Quest’ultima ci corrisponde perché amabile nell’intimo. Essa non ha uno sguardo pessimista sulla marea della vita.

Punta sulla perfezione innata dei nostri modi di essere, pur singolari e imprevisti.

Insomma:

Non siamo persone da curare. In ordine alla vocazione, ciascuno di noi è già misteriosamente dotato e perfetto.

Affidandosi sul serio alla Chiamata per Nome invece che alle identificazioni che plagiano e lasciano rimuginare invano, giungeremo a pienezza di essere.

L’età dell’oro coinciderà con il tempo delle esperienze che fanno sentire vivi completamente.

Persino i momenti di vuoto serviranno a rigenerarci e spostare ottica. Ci renderemo conto che non manca nulla.

Invece, affidando la nostra vicenda all’idea beghina delle perfezioni e vecchie situazioni da riconquistare, moltiplicando propositi con attese che non ci riguardano, riusciremo solo a frantumarci.

In tal guisa mai ci sentiremo appagati per la crescita del senso d’immenso nel nostro essere e sviluppo particolari.

I grandi Modelli (che poi tradiscono) costringono alla critica e all’ansia delle rincorse - a trattare noi stessi come fossimo dei malati: pieni di screzi dentro l’anima e tormenti nella mente.

È la pazzia dell’ovvietà, che attraverso una quiete conformista o un dispendio pazzesco di energie promette di prendere possesso di chissà cosa, ma non fa il balzo germinale della vita di Fede.

Fiducia sponsale e gesto creativo che vuole accogliere tutto: stati di disagio, aspetti in ombra, maree nascenti - e dilatare Felicità.

 

 

Lumen Fidei

 

1. La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: « Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre » (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: « E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulge nei nostri cuori » (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. « Per la sua fede nel sole — afferma san Giustino Martire — non si è mai visto nessuno pronto a morire ». Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, « i cui raggi donano la vita ». A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: « Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio? » (Gv 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta.

Una luce illusoria?

2. Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

3. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione.

Una luce da riscoprire

4. È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro "io" isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una "favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla". Proprio di questa luce della fede vorrei parlare, perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce.

(Lumen Fidei)

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:27

Significato all’esistenza e all’agire

Nel Vangelo di questa domenica il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14). Mediante queste immagini ricche di significato, Egli vuole trasmettere ad essi il senso della loro missione e della loro testimonianza. Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). E sempre nella Liturgia odierna il profeta Isaia dice: “Se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (58,10). La sapienza riassume in sé gli effetti benefici del sale e della luce: infatti, i discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione, con la sapienza di Dio, che risplende pienamente sul volto del Figlio, perché Egli è la “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Uniti a Lui, i cristiani possono diffondere in mezzo alle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo la luce dell’amore di Dio, vera sapienza che dona significato all’esistenza e all’agire degli uomini.

[Papa Francesco, Angelus 6 febbraio 2011]

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:12

Sale e Luce giovani

Carissimi giovani!

1. Nella mia memoria resta vivo il ricordo dei momenti straordinari che abbiamo vissuto insieme a Roma, durante il Giubileo dell'Anno 2000, allorché siete venuti in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. In lunghe file silenziose avete varcato la Porta Santa e vi siete preparati a ricevere il sacramento della Riconciliazione; nella veglia serale e nella Messa del mattino a Tor Vergata avete poi vissuto un'esperienza spirituale ed ecclesiale intensa; rafforzati nella fede, avete fatto ritorno a casa con la missione che vi ho affidato: divenire, in quest'aurora del nuovo millennio, testimoni coraggiosi del Vangelo.

L'evento della Giornata Mondiale della Gioventù è diventato ormai un momento importante della vostra vita, come pure della vita della Chiesa. Vi invito dunque a cominciare a prepararvi alla XVII edizione di questo grande evento, che vedrà la sua celebrazione internazionale a Toronto, in Canada, nell'estate del prossimo anno. Sarà una nuova occasione per incontrare Cristo, rendere testimonianza della sua presenza nella società contemporanea e diventare costruttori della "civiltà dell'amore e della verità".

2. "Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13-14): questo è il tema che ho scelto per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Le due immagini del sale e della luce utilizzate da Gesù sono complementari e ricche di senso. Nell'antichità, infatti, sale e luce erano ritenuti elementi essenziali della vita umana.

"Voi siete il sale della terra...". Una delle funzioni primarie del sale, come ben si sa, è quella di condire, di dare gusto e sapore agli alimenti. Quest'immagine ci ricorda che, mediante il battesimo, tutto il nostro essere è stato profondamente trasformato, perché "condito" con la vita nuova che viene da Cristo (cfr Rm 6,4). Il sale, grazie al quale l'identità cristiana non si snatura, anche in un ambiente fortemente secolarizzato, è la grazia battesimale che ci ha rigenerati, facendoci vivere in Cristo e rendendoci capaci di rispondere alla sua chiamata ad "offrire i [nostri] corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rm 12,1). Scrivendo ai cristiani di Roma, san Paolo li esorta ad evidenziare chiaramente il loro modo diverso di vivere e di pensare rispetto ai contemporanei: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2).

Per lungo tempo il sale è stato anche il mezzo abitualmente usato per conservare gli alimenti. Come sale della terra, siete chiamati a conservare la fede che avete ricevuto e a trasmetterla intatta agli altri. La vostra generazione è posta con particolare forza di fronte alla sfida di mantenere integro il deposito della fede (cfr 2 Ts 2,15; 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14).

Scoprite le vostre radici cristiane, imparate la storia della Chiesa, approfondite la conoscenza dell'eredità spirituale che vi è stata trasmessa, seguite i testimoni e i maestri che vi hanno preceduto! Solo restando fedeli ai comandamenti di Dio, all'Alleanza che Cristo ha suggellato con il suo sangue versato sulla Croce, potrete essere gli apostoli ed i testimoni del nuovo millennio.

È proprio della condizione umana e, in particolar modo, della gioventù, cercare l'Assoluto, il senso e la pienezza dell'esistenza. Cari giovani, nulla vi accontenti che stia al di sotto dei più alti ideali! Non lasciatevi scoraggiare da coloro che, delusi dalla vita, sono diventati sordi ai desideri più profondi e più autentici del loro cuore. Avete ragione di non rassegnarvi a divertimenti insipidi, a mode passeggere ed a progetti riduttivi. Se conservate grandi desideri per il Signore, saprete evitare la mediocrità e il conformismo, così diffusi nella nostra società.

3. "Voi siete la luce del mondo...". Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano.

Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto!

La luce di cui Gesù ci parla nel Vangelo è quella della fede, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l'intelligenza: "Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse anche nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). Ecco perché le parole di Gesù assumono uno straordinario rilievo allorché spiega la sua identità e la sua missione: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).

L'incontro personale con Cristo illumina di luce nuova la vita, ci incammina sulla buona strada e ci impegna ad essere suoi testimoni. Il nuovo modo, che da Lui ci viene, di guardare al mondo e alle persone ci fa penetrare più profondamente nel mistero della fede, che non è solo un insieme di enunciati teorici da accogliere e ratificare con l'intelligenza, ma un'esperienza da assimilare, una verità da vivere, il sale e la luce di tutta la realtà (cfr Veritatis splendor, 88).

Nel contesto attuale di secolarizzazione, in cui molti dei nostri contemporanei pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forme di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermiate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l'esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita! Diventerete così missionari con i gesti e le parole e, dovunque lavoriate e viviate, sarete segni dell'amore di Dio, testimoni credibili della presenza amorosa di Cristo. Non dimenticate: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)!

Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all'imitazione di tutti. Tra i molti basti ricordare: Agnese di Roma, Andreas di Phú Yên, Pedro Calungsod, Giuseppina Bakhita, Teresa di Lisieux, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Francisco Castelló Aleu o ancora Kateri Tekakwitha, la giovane irochese detta "il giglio dei Mohawks". Prego il Dio tre volte Santo che, per l'intercessione di questa folla immensa di testimoni, vi renda santi, cari giovani, i santi del terzo millennio!

4. Carissimi, è tempo di prepararsi per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Vi rivolgo uno speciale invito a leggere e ad approfondire la Lettera apostolica Novo millennio ineunte, che ho scritto all'inizio dell'anno per accompagnare i battezzati in questa nuova tappa della vita della Chiesa e degli uomini: "Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono alla luce di Cristo. Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo di esserne il «riflesso»" (n. 54).

Sì, è l'ora della missione! Nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti, associazioni e comunità il Cristo vi chiama, la Chiesa vi accoglie come casa e scuola di comunione e di preghiera. Approfondite lo studio della Parola di Dio e lasciate che essa illumini la vostra mente ed il vostro cuore. Traete forza dalla grazia sacramentale della Riconciliazione e dell'Eucarestia. Frequentate il Signore in quel «cuore a cuore» che è l'adorazione eucaristica. Giorno dopo giorno, riceverete nuovo slancio che vi consentirà di confortare coloro che soffrono e di portare la pace al mondo. Sono tante le persone ferite dalla vita, escluse dallo sviluppo economico, senza un tetto, una famiglia o un lavoro; molte si perdono dietro false illusioni o hanno smarrito ogni speranza. Contemplando la luce che risplende sul volto di Cristo risorto, imparate a vostra volta a vivere come "figli della luce e figli del giorno" (1 Ts 5,5), manifestando a tutti che "il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità" (Ef 5,9).

5. Cari giovani amici, per tutti coloro che possono l'appuntamento è a Toronto! Nel cuore di una città multiculturale e pluriconfessionale diremo l'unicità di Cristo Salvatore e l'universalità del mistero di salvezza di cui la Chiesa è sacramento. Pregheremo per la piena comunione tra i cristiani nella verità e nella carità, rispondendo all'invito pressante del Signore che desidera ardentemente "che tutti siano una cosa sola" (Gv 17,11).

Venite a far risuonare nelle grandi arterie di Toronto l'annuncio gioioso di Cristo che ama tutti gli uomini e porta a compimento ogni segno di bene, di bellezza e di verità presente nella città umana. Venite a dire davanti al mondo la vostra gioia di aver incontrato Cristo Gesù, il vostro desiderio di conoscerlo sempre meglio, il vostro impegno di annunciarne il Vangelo di salvezza fino agli estremi confini della terra!

I vostri coetanei canadesi si preparano già ad accogliervi con calore e grande ospitalità, insieme ai loro Vescovi e alle Autorità civili. Per questo li ringrazio fin d'ora vivamente. Possa questa prima Giornata Mondiale dei Giovani all'inizio del terzo millennio trasmettere a tutti un messaggio di fede, di speranza e d'amore!

La mia benedizione vi accompagna, mentre a Maria, Madre della Chiesa, affido ciascuno di voi, la vostra vocazione e la vostra missione.

[Papa Giovanni Paolo II, messaggio per la GMG di Toronto 2002, da Castel Gandolfo 25 Luglio 2001]

Sabato, 31 Gennaio 2026 04:42

Vivere la presenza e la testimonianza

Nel Vangelo di oggi (cfr Mt 5,13-16), Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo» (vv. 13.14). Egli utilizza un linguaggio simbolico per indicare a quanti intendono seguirlo alcuni criteri per vivere la presenza e la testimonianza nel mondo.

Prima immagine: il sale. Il sale è l’elemento che dà sapore e che conserva e preserva gli alimenti dalla corruzione. Il discepolo è dunque chiamato a tenere lontani dalla società i pericoli, i germi corrosivi che inquinano la vita delle persone. Si tratta di resistere al degrado morale, al peccato, testimoniando i valori dell’onestà e della fraternità, senza cedere alle lusinghe mondane dell’arrivismo, del potere, della ricchezza. È “sale” il discepolo che, nonostante i fallimenti quotidiani – perché tutti noi ne abbiamo –, si rialza dalla polvere dei propri sbagli, ricominciando con coraggio e pazienza, ogni giorno, a cercare il dialogo e l’incontro con gli altri. È “sale” il discepolo che non ricerca il consenso e il plauso, ma si sforza di essere una presenza umile, costruttiva, nella fedeltà agli insegnamenti di Gesù che è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. E di questo atteggiamento c’è tanto bisogno!

La seconda immagine che Gesù propone ai suoi discepoli è quella della luce: «Voi siete la luce del mondo». La luce disperde l’oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono ancora nel mondo e nelle singole persone. È compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dalle nostre «opere buone» (v. 16). Un discepolo e una comunità cristiana sono luce nel mondo quando indirizzano gli altri a Dio, aiutando ciascuno a fare esperienza della sua bontà e della sua misericordia. Il discepolo di Gesù è luce quando sa vivere la propria fede al di fuori di spazi ristretti, quando contribuisce a eliminare i pregiudizi, a eliminare le calunnie, e a far entrare la luce della verità nelle situazioni viziate dall’ipocrisia e dalla menzogna. Fare luce. Ma non è la mia luce, è la luce di Gesù: noi siamo strumenti perché la luce di Gesù arrivi a tutti.

Gesù ci invita a non avere paura di vivere nel mondo, anche se in esso a volte si riscontrano condizioni di conflitto e di peccato. Di fronte alla violenza, all’ingiustizia, all’oppressione, il cristiano non può chiudersi in sé stesso o nascondersi nella sicurezza del proprio recinto; anche la Chiesa non può chiudersi in sé stessa, non può abbandonare la sua missione di evangelizzazione e di servizio. Gesù, nell’Ultima Cena, chiese al Padre di non togliere i discepoli dal mondo, di lasciarli, lì, nel mondo, ma di custodirli dallo spirito del mondo. La Chiesa si spende con generosità e tenerezza per i piccoli e i poveri: questo non è lo spirito del mondo, questo è la sua luce, è il sale. La Chiesa ascolta il grido degli ultimi e degli esclusi, perché è consapevole di essere una comunità pellegrina chiamata a prolungare nella storia la presenza salvifica di Gesù Cristo.

La Vergine Santa ci aiuti ad essere sale e luce in mezzo alla gente, portando a tutti, con la vita e la parola, la Buona Notizia dell’amore di Dio.

[Papa Francesco, Angelus 9 febbraio 2020]

(Mc 6,30-34)

 

«Venite voi stessi in disparte, in un luogo deserto»: il richiamo esplicito al «deserto» è quello dell’Esodo - che ricorda il tempo del primo Amore.

Esperienza dei grandi Ideali che il cammino della Libertà poteva ancora infondere nel Popolo nuovo.

Stirpe generata nel silenzio, lontano dal trambusto degli idoli: in guisa di riflessione e attenzione, sobrietà di vita, accoglienza, condivisione reale.

Gesù si allontana in modo sempre più deciso dal suo ambiente, e non vuole attorno a sé un orizzonte di eletti supponenti, attratti dalla visibilità improvvisamente esplosa - finendo per ritenersi indispensabili.

Infatti qui inseguono le molte cose da fare, ma restano poco attenti. Sollevano un gran polverone, ma stanno nell’abitudine.

Allora il Signore non chiama «in disparte» per un “ritiro spirituale”. Gli apostoli - che si danno aria di ‘maestri’ (v.30) - ricevono il solo compito di «annunciare», non di sovrintendere, presiedere, coordinare gli altri.

Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno volentieri confuso il Servo che li stava educando, col Messia vincitore, sospirato, rispettato, glorioso.

Per questo motivo, di fronte a masse bisognose di tutto, per prima cosa il Signore «cominciò a insegnare» (v.34).

Insomma, il giovane Rabbi deve ricominciare daccapo, onde correggere le facilonerie illusorie trasmesse dai seguaci. Magari solo per lasciare una traccia, farsi riconoscere e avere successo - con la gente smarrita!

I più stretti collaboratori di Gesù non avevano ancora capito che esiste un altro Mondo, evolutivo e capovolto - però ignorato.

Per questo hanno una fortuna tutta loro, ma producono una pessima evangelizzazione; senza energia creatrice.

Le folle che si accalcano attorno al Signore erano infatti ancora rimaste esattamente tali e quali a prima: «come pecore che non hanno pastore» (v.34). Intrise di sgomento.

Malgrado l’affermazione di cerchia dei discepoli che avevano puntato sul modello della sudditanza e del prestigio, l'umanità continuava a gridare. 

La loro ‘stabilità’ rendeva ancor più insicuri gli altri.

Mancava tutta l’amicizia che nutre più del cibo, una percezione di adeguatezza che soddisfa più della salute; l’adesione che trasmette vita.

E il senso del proprio nascere e cercare. L’Incontro che fa spostare lo sguardo; l’unione intimamente riconosciuta con la Verità.

Apostoli o non apostoli, senza la Persona stessa del Cristo, quel popolo che cercava le sue radici non sarebbe fiorito - tantomeno a partire dalle proprie sfumature grigie, fragili, poco brillanti.

Le esigenze profonde dei malfermi erano assolutamente intatte, malgrado il gran daffare dei leaders - un’intensa occupazione attorno… purtroppo artificiosa e disattenta, ancora ambigua e immatura, dirigista e superficiale.

Questa invece la vera vacanza, l’autentico Appuntamento decisivo: rimanere con la Persona giusta; quella che non snerva coi suoi ritmi esterni, né aggiunge confusione a confusione.

 

Insomma, nel riferimento [assodato o alla moda] nessuna persona viene cullata nella sua novità, o bilanciata e rigenerata.

Basta dunque con i tanti ‘modelli’ senz’anima né profezia, che ci rimproverano - e i luoghi comuni che anestetizzano.

Infatti in ciascuno di noi, ogni espediente o artificio fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.

«Come pecore che non hanno pastore» (v.34).

Preparandoci alla metamorfosi che ci appartiene, l’Amico del Viaggio non intende sempre analizzare e controllare.

Così non spegne le piccole energie, il carattere, le sporgenze uniche, le  azioni silenziose, e l’Incanto.

Lasciandoci respirare, solo il Pastore autentico raccoglie il nostro ‘nocciolo’ dalla dispersione, il nostro Seme dalla frammentarietà; il nostro Fiore, dalla vita senza scopo intimo.

 

 

[Sabato 4.a sett. T.O.  7 febbraio 2026]

Venerdì, 30 Gennaio 2026 06:01

In disparte (e venite a vedere)

In disparte, e la vera vacanza che preserva la forza vitale

(Mc 6,30-34)

 

Spia e chiave interpretativa del brano di Vangelo è l’espressione «in disparte» (v.31), che nei Vangeli sta ovunque a indicare i momenti critici dell’incomprensione o persino opposizione aperta fra il Signore e gli Apostoli.

«Venite voi stessi in disparte, in un luogo deserto»: il richiamo esplicito al «deserto» è quello dell’Esodo - che ricorda il tempo del primo Amore.

Esperienza dei grandi Ideali che il cammino della Libertà poteva ancora infondere nel Popolo nuovo.

Stirpe generata nel silenzio, lontano dal trambusto degli idoli: in guisa di riflessione e attenzione, sobrietà di vita, accoglienza, condivisione reale.

 

Gesù si allontana in modo sempre più deciso dal suo ambiente, e non vuole attorno a sé un orizzonte di eletti supponenti, attratti dalla visibilità improvvisamente esplosa - finendo per ritenersi indispensabili.

Essi risulterebbero sovraccarichi di luoghi comuni trionfalistici e monopolisti - poco attenti ai contenuti, al loro nesso con le forme di attuazione… e i risvolti sociali, come il superamento dei divari.

Infatti qui inseguono le molte cose da fare - anche per renderle positivamente più agili, certo - ma vanno a casaccio e a prescindere. Malgrado il tanto agitarsi e gli osanna, non fanno Percorsi sensati.

Sono sempre lì, anche se dovrebbero andare altrove; o viceversa.

Tutto ciò forse proprio per consolidare ascese e posizioni già dai primi tempi, a mo’ di certe cariche vitalizie [ancora oggi mai messe in discussione] o tappe di carriere non mutabili.

Condizioni che fanno diventare artificiali, e non creano realizzazione intima, né altrui. Sollevano un gran polverone, ma stanno nell’abitudine.

Il problema che hanno in mente è sbagliato, e malgrado gli eventuali sudori e lo scarso tempo libero (o per sé) non dimostrano un’energia autenticamente creatrice.

Lo vediamo.

Allora il Signore non chiama «in disparte» per un “ritiro spirituale” - per tutelare la stabilità di gerarchie sfiancate, o per un attimo di evasione che eviti la calca e il suo stress. Ma perché qualcosa di profondamente sostanziale non quadra.

Bisogna farsi una bella autocritica.

 

In tutti i quattro Vangeli, unicamente Gesù è colui che «insegna» [passim, testo greco].

Gli apostoli - che si danno aria di maestri (v.30) - ricevono il solo compito di «annunciare», non di sovrintendere, presiedere, coordinare gli altri.

Non hanno titolo alcuno per approcciare persone pensando di dover trasmettere una vita su misura dei loro programmi, e una mente tarata sul risultato [o l’appartenenza a stendardi].

 

Dopo averli chiamati a sé - perché ancora lontani - e mandati a proclamare la propria esperienza di libertà e la Buona Notizia a nostro favore (vv.7-13) il Maestro non sembra molto contento di quello che gli apostoli hanno predicato.

Quindi impone loro una verifica (così diremmo) di catechismo base, proprio per i suoi intimi.

Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno volentieri confuso il Servo che li stava educando col Messia vincitore, sospirato, rispettato, glorioso.

Per questo motivo, di fronte a masse bisognose di tutto, per prima cosa il Signore «cominciò a insegnare» (v.34).

Insomma, il giovane Rabbi deve ricominciare daccapo, onde correggere le facilonerie illusorie trasmesse dintorno dai seguaci. Magari solo per lasciare una traccia, farsi riconoscere e avere successo - con la gente smarrita!

 

Scrive il Tao Tê Ching (xxvii):

«Chi ben viaggia non lascia solchi né impronte [...] chi ben chiude non usa sbarre né paletti».

Il maestro Ho-shang Kung commenta:

«Chi ben procede nella Via cerca in se stesso, senza scendere dalla sala né uscire dalla porta. Per questo non lascia solchi né impronte».

E aggiunge:

«Chi ben chiude le sue brame per mezzo del Tao, preserva la forza vitale».

Il maestro Wang-Pi precisa:

«Procede conformemente alla spontaneità, senza essere causa né principio: perciò le creature raggiungono il loro più alto grado, senza che egli lasci solchi di carri né impronte di piedi [...] si conforma alla spontaneità delle creature e non istituisce né conferisce».

 

I più stretti collaboratori di Gesù non avevano ancora capito che esiste un altro Mondo, evolutivo e capovolto - però ignorato.

Per questo hanno una fortuna tutta loro, ma producono una pessima evangelizzazione.

Le folle che si accalcano attorno al Signore erano infatti ancora rimaste esattamente tali e quali a prima: «come pecore che non hanno pastore» (v.34). Intrise di sgomento.

Malgrado l’affermazione di cerchia dei discepoli che avevano puntato sul modello della sudditanza e del prestigio, l'umanità continuava a gridare. 

La loro stabilità rendeva ancor più insicuri gli altri.

[Anche noi vogliamo scoprire la personale ricchezza, non solo quella degli “allievi” noti, i sempre vicini, o dei fondatori, dei prìncipi, dei responsabili].

Mancava tutta l’amicizia che nutre più del cibo, una percezione di adeguatezza che soddisfa più della salute; l’adesione che trasmette vita.

E il senso del proprio nascere e cercare. L’Incontro che fa spostare lo sguardo; l’unione intimamente riconosciuta con la Verità.

Apostoli o non apostoli, senza la Persona stessa del Cristo, quel popolo che cercava le sue radici non sarebbe fiorito - tantomeno a partire dalle proprie sfumature grigie, fragili, poco brillanti.

Le esigenze profonde dei malfermi erano assolutamente intatte, malgrado il gran daffare dei leaders - un’intensa occupazione attorno… purtroppo artificiosa e disattenta, ancora ambigua e immatura, dirigista e superficiale.

Esteriorità che perfino al giorno d’oggi non consentono alle persone disorientate di giungere al più alto grado del loro essere, perché ogni espediente pastorale fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.

 

I festival astutamente oppiacei e artefatti propugnati dalle guide o da agenzie approssimative sono espressione del normale risvolto religioso della civiltà dell’esterno.

Stare col Signore nuovamente… rimette le idee a posto.

Egli solo spalanca gli usci della comprensione e crea altre opzioni che ci corrispondono, nella quintessenza e nella speranza - generando risposte nuove a domande nuove, sorvolando le compattezze forzate.

Questa la vera vacanza, l’autentico Appuntamento decisivo: rimanere con la Persona giusta; quella che non snerva coi suoi ritmi sbagliati, né aggiunge confusione a confusione.

Cristo raccoglie il nostro nocciolo dalla dispersione, il nostro seme dalla frammentarietà [che si cela dietro le maschere della finta perizia]; il nostro fiore, dalla vita senza scopo intimo.

Per cercare se stessi bisogna raccogliersi insieme a Lui - e verificarsi nella potenza creatrice della sua Parola, interpretata ben lontano dai luoghi comuni che anestetizzano.

La calca e i rumori della folla pur ingenua, confondono le idee; inculcano le trame volgari del regno terreno: non lo stile della vita divina, la quale ci affida alle nostre stesse risorse inespresse.

Basta con i modelli. Abbiamo bisogno di un Testimone reale, che corrisponde, e si fa compagno di viaggio.

Sentiamo incessante desiderio di essere bilanciati nell’identità del bene concreto. Esso sta oltre i tratti fatui, varianti ma subito succulenti di riconoscimento.

Qui, nessuna persona rigenera.

Solo intorno al nostro Amico interiore diventiamo Corpo in colloquio serio, amabile e profondo; persino nel quotidiano rumoroso e confuso.

 

Dopo una giornata di preoccupazioni, invece di anestesie televisive e prima che in cose epidermiche, ritempriamoci a partire da questo Contatto che introduce nel Banchetto della vita (vv.35-44).

Saremo recuperati invece che condannati alla pia futilità - e mai soli. Dentro abbiamo un Amico.

 

Insomma, nel riferimento [assodato o alla moda] nessuna persona viene cullata nella sua novità, o bilanciata e rigenerata.

Basta dunque con i tanti ‘modelli’ senz’anima né profezia, che ci rimproverano - e i luoghi comuni che anestetizzano.

Infatti in ciascuno di noi, ogni espediente o artificio fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.

«Come pecore che non hanno pastore» (v.34).

Preparandoci alla metamorfosi che ci appartiene, l’Amico del Viaggio non intende sempre analizzare e controllare.

Così non spegne le piccole energie, il carattere, le sporgenze uniche, le  azioni silenziose, e l’Incanto.

Lasciandoci respirare, solo il Pastore autentico raccoglie il nostro ‘nocciolo’ dalla dispersione, il nostro Seme dalla frammentarietà; il nostro Fiore, dalla vita senza scopo intimo.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come evangelizzi? Parla Gesù in te o parli solo tu?

 

 

Il Contatto autentico

Venite a vedere

[cf. Gv 1,35-42]

 

«Ora decima» (v.39): nella mentalità semitica, tramonto del vecchio e inizio del nuovo Giorno. Esso viene affrontato in modo dialogico, cuore a cuore; non secondo l’ordinamento antico prescritto.

La Vocazione è scoperta del motivo per il quale siamo nati, di ciò per cui siam fatti e corrisponde immediatamente - in modo inedito, non stucchevole - nella realtà di una strada percorsa come a piedi.

Su di essa, l’appello del focolare della Parola aiuta via via a capire la nostra persona e a definirne l’eccezionale missione.

Dio è Colui che chiama, affinché senza troppo commentare ci vediamo dentro, intuiamo le spinte, sviluppiamo un nuovo sguardo sulle cose, le cogliamo come Incontro, e ci lasciamo andare.

Dice il Tao Tê Ching (LVII): «Da che so che è così? Dal presente» - e il maestro Ho-shang Kung commenta: «Lao-tzu dice: Come so che l’intenzione del Cielo è questa? Lo so da quel che vedo oggigiorno».

Tale scenario fa scattare nell’anima una passione che affonda nel mistero, un’energia che sviluppa su questo Incontro e convegno significativo con la realtà e relazioni nuove pur stravaganti, senza esasperazioni.

Il modo di scrutare il mondo ancorato a piccole certezze di costume o di pensiero ci farà essere e fare sempre cose comuni, dettate dall’abitudine, da pregiudizi, da speranze condizionate (che non ci appartengono).

Se così, mai sposteremo l’occhio interiore su processi e territori sconosciuti. Se intrapresi, essi introdurranno il cuore in una sorta di isola ermeneutica, a tu per tu con l’Amico invisibile che ci fa sentire a casa.

Tali percorsi insieme non ci daranno a priori la certezza di stare “nel giusto”, ma di essere coinvolti nel medesimo spirito del Nazareno - ribelli alle costrizioni in cui forse ci stiamo già mettendo.

Esse aggrovigliano di lacciuoli la sua Voce superiore, o l’icona innata da rimirare intimamente, figura della nostra Vocazione.

Le inquietudini dell’Attesa, le sue frenesie fantastiche, quei mormorii che paiono campati per aria, sono forse espressione di un inedito fiabizzante che non sappiamo cos’è - ma il nostro fratello affascinante sì.

Saremo viceversa sulla strada segnata da sempre o da altri, fin quando la sua visione alternativa non ci lancia a imboccare una via ancora buia invece che ben illustrata (dove tutto è sotto controllo).

Col riscontro mentale eccessivo non arriveremmo più in là dei circoli viziosi, o di personaggi già adottati e ruoli definiti - corazze umilianti lo Spirito, che non ama le sfingi impermeabili alla rugiada della marea che viene.

L’eccesso di filtri e l’ipergestione non ci condurrà ad apprezzare il valore del mondo interiore e le sue presenze, né ci aiuta a percepire il senso degli incontri, l’apertura d’orizzonte delle proposte che la vita ci porta per smontare l’imprinting che ci trasciniamo.

Unica terapia per saltare oltre il solito modo di vedere le cose sarà spostare la prospettiva, affinché renda dissimmetrici e consenta di scendere in campo più ricchi e variegati, fuori del perimetro tracciato dalle convenzioni.

Con Gesù imboccheremo una via piena di insidie, eppure magica, perché non scontata. Con Lui realizzeremo noi stessi, la vocazione e i nostri stessi codici - ma nella pienezza del poliedro che è personale essenza.

Nessuno è senza modulazioni da scoprire e attivare; tarato, anonimo e povero davanti al Signore e agli altri. Quindi nessuno è destinato a fare l’operaietto o il funzionario di arcaici carrozzoni - privi di figure viventi e d’inventiva fantastica, magica, da stupore.

Lo dice persino il tono trasognato di questa narrazione.

In rapporto di assiduità con Cristo, sono i suoi e nostri ideali fuori dalle direttive a caratterizzare l’esistenza, che si fa rovente a partire dall’anima... senza prima normalizzarla secondo regolamento altrui.

Attenzione dunque a non costruirsi un destino conformista di penultima mano, che incaglia tutta la vita perché scelto fra quant’è comune, esterno, assuefatto e quieto, o viceversa delirante: criteri destinati al crollo.

La Chiamata non diventa neppure proiezione di ambizioni, suggerite dalla vanità. Né un premio per fedeltà precedenti o dietro prestazione.

Anzitutto, una lettura di sé, un ascolto vivo degli eventi (più intimi che conformisti e al contorno) nonché interpretazione partecipata della realtà, della Parola - e rielaborazione elastica di momenti, consigli e relazioni.

 

«Venite a vedere» (v.39 senso del sottofondo semitico): la percezione, lo sguardo che si accorge, è essenziale per capire chi siamo.

Niente d’intimistico, ma nulla di esteriore - neppure per gli accadimenti fuori di noi: siamo coloro che sviluppano immagini innate e Sogni.

Dio non ci ha creati per restare rasoterra, ma per spiccare il volo. Infatti il Battista si era fermato (v.35 testo greco): «di nuovo stava (là)».

Gesù invece procede, si muove sempre; inizia Egli stesso un nuovo cammino.

Il paragone è crudo. Le antiche aspettative si arenano - non hanno più forza in sé. Per questo i primi discepoli di Gesù provengono dalla scuola di Giovanni - dove appunto si erano conosciuti.

Dopo essere stato allievo del più grande leader dei suoi tempi, il nuovo e giovane Rabbi si mette in proprio, e si sposta.

Lo fa non per spiccare sugli altri, ma per proclamare il cuore autentico del Padre, nella sua cifra: Verbo-evento di Figlio ormai formato, ma che ha assimilato solo gradualmente i segreti del percorso umano e spirituale.

È una sorprendente identità, quella dell’Agnello di Dio: la sua Persona, vicenda e Sangue raffigurano l’Azione dello Spirito creatore, il quale toglie alle forze del male la capacità di nuocere - non grazie a scorciatoie immediate e prodigiose.

Gli scopi troppo prossimi non uniscono l’uomo e il mondo a Dio. Non confermano la giustezza e conformità del grande Fine e Sorgente: continua Presenza che accompagna la nostra attività particolare.

Ogni anima ha una fisionomia originale: è in modo speciale, ha un suo posto e un suo senso.

La Chiamata personale è costitutiva di tale essenza irripetibile - che apre al compito dell’unicità - grammatica del nostro linguaggio (persino con noi stessi) e l’interagire nel mondo; nell’anima, dell’ascolto di Dio.

La Vocazione irripetibile è unico sentiero da percorrere per leggere e incontrare il genio del tempo prima dei problemi, e una sorta d’impulso; volontà e fattore di riconoscimento che accompagna e orienta in essi.

 

Nella vita ci può essere un giorno e un’ora indimenticabili, ma il rapporto di consuetudine è essenziale.

Non basta un incontro furtivo col Cristo in movimento inarrestabile, per «guardare dentro» e capire ogni peso determinante. E per diventare - come Simone - pietra da costruzione che compagina e viene compaginata.

 

Qui, anche in situazioni apparentemente irrilevanti, siamo noi stessi: siamo intenzione cosmica e divina; siamo smisuratamente importanti.

Commentando il medesimo passo del Tao (LVII) sopra citato, il maestro Wang Pi sottolinea: «Chi governa il mondo con la Via, esalta la radice per far crescere i rami».

 

Come una vena artistica.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa attendi da Gesù? O cedi e lasci che ti conduca? Come pensi ti chiamerebbe?

Cari fratelli e sorelle,

al centro di questa mia visita a Brindisi celebriamo, nel Giorno del Signore, il mistero che è fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa. Celebriamo Cristo nell’Eucaristia, il dono più grande scaturito dal suo Cuore divino e umano, il Pane della vita spezzato e condiviso, per farci diventare una cosa sola con Lui e tra di noi. Saluto con affetto tutti voi, convenuti in questo luogo così simbolico, il porto, che evoca i viaggi missionari di Pietro e di Paolo. Vedo con gioia tanti giovani, che hanno animato la veglia questa notte, preparandosi alla Celebrazione eucaristica. E saluto anche voi, che partecipate spiritualmente mediante la radio e la televisione. Rivolgo in particolare il mio saluto al Pastore di quest’amata Chiesa, Mons. Rocco Talucci, ringraziandolo per le parole pronunciate all’inizio della santa Messa. Saluto pure gli altri Vescovi della Puglia, che hanno voluto essere qui con noi in fraterna comunione di sentimenti. Sono particolarmente lieto della presenza del Metropolita Gennadios, al quale porgo il mio saluto cordiale estendendolo a tutti i fratelli Ortodossi e delle altre Confessioni, da questa Chiesa di Brindisi che per la sua vocazione ecumenica ci invita a pregare e impegnarci per la piena unità di tutti i cristiani. Saluto con riconoscenza le Autorità civili e militari che partecipano a questa liturgia, augurando ogni bene per il loro servizio. Il mio pensiero affettuoso va quindi ai presbiteri e ai diaconi, alle religiose e ai religiosi e a tutti i fedeli. Un saluto speciale indirizzo ai malati dell’Ospedale e ai detenuti del Carcere, ai quali assicuro il ricordo nella preghiera. Grazia e pace da parte del Signore ad ognuno e a tutta la città di Brindisi!

I testi biblici, che abbiamo ascoltato in questa undicesima Domenica del tempo ordinario, ci aiutano a comprendere la realtà della Chiesa: la prima Lettura (cfr Es 19,2-6a) rievoca l’alleanza stretta presso il monte Sinai, durante l’esodo dall’Egitto; il Vangelo (cfr Mt 9,36–10,8) è costituito dal racconto della chiamata e della missione dei dodici Apostoli. Troviamo qui presentata la “costituzione” della Chiesa: come non avvertire l’implicito invito rivolto ad ogni Comunità a rinnovarsi nella propria vocazione e nel proprio slancio missionario? Nella prima Lettura, l’autore sacro narra il patto di Dio con Mosè e con Israele al Sinai. È una delle grandi tappe della storia della salvezza, uno di quei momenti che trascendono la storia stessa, nei quali il confine tra Antico e Nuovo Testamento scompare e si manifesta il perenne disegno del Dio dell’Alleanza: il disegno di salvare tutti gli uomini mediante la santificazione di un popolo, a cui Dio propone di diventare “la sua proprietà tra tutti i popoli” (Es 19,5). In questa prospettiva il popolo è chiamato a diventare una “nazione santa”, non solo in senso morale, ma prima ancora e soprattutto nella sua stessa realtà ontologica, nel suo essere di popolo. In che modo si debba intendere l’identità di questo popolo si è manifestato via via nel corso degli eventi salvifici già nell’Antico Testamento; si è pienamente rivelato poi con la venuta di Gesù Cristo. Il Vangelo odierno ci presenta un momento decisivo per questa rivelazione. Quando infatti Gesù chiamò i Dodici voleva riferirsi simbolicamente alle tribù d’Israele, risalenti ai dodici figli di Giacobbe. Perciò, ponendo al centro della sua nuova comunità i Dodici, Egli fa capire di essere venuto a portare a compimento il disegno del Padre celeste, anche se solo a Pentecoste apparirà il volto nuovo della Chiesa: quando i Dodici, “pieni di Spirito Santo”, proclameranno il Vangelo parlando tutte le lingue (At 2,3-4). Si manifesterà allora la Chiesa universale, raccolta in un unico Corpo di cui Cristo risorto è il Capo e, al tempo stesso, inviata da Lui a tutte le nazioni, fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,20).

Lo stile di Gesù è inconfondibile: è lo stile caratteristico di Dio, che ama compiere le cose più grandi in modo povero e umile. La solennità dei racconti di alleanza del Libro dell’Esodo lascia nei Vangeli il posto a gesti umili e discreti, che però contengono un’enorme potenzialità di rinnovamento. E’ la logica del Regno di Dio, non a caso rappresentata dal piccolo seme che diventa un grande albero (cfr Mt 13,31-32). Il patto del Sinai è accompagnato da segni cosmici che atterriscono gli Israeliti; gli inizi della Chiesa in Galilea sono invece privi di queste manifestazioni, riflettono la mitezza e la compassione del cuore di Cristo, ma preannunciano un’altra lotta, un altro sconvolgimento che è quello suscitato dalle potenze del male. Ai Dodici – l’abbiamo sentito – Egli “diede il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1). I Dodici dovranno cooperare con Gesù nell’instaurare il Regno di Dio, cioè la sua signoria benefica, portatrice di vita, e di vita in abbondanza per l’intera umanità. In sostanza, la Chiesa, come Cristo e insieme con Lui, è chiamata e inviata a instaurare il Regno della vita e a scacciare il dominio della morte, perché trionfi nel mondo la vita di Dio. Trionfi Dio che è Amore. Quest’opera di Cristo è sempre silenziosa, non è spettacolare; proprio nell’umiltà dell’essere Chiesa, del vivere ogni giorno il Vangelo, cresce il grande albero della vera vita. Proprio con questi inizi umili il Signore ci incoraggia perché, anche nell’umiltà della Chiesa di oggi, nella povertà della nostra vita cristiana, possiamo vedere la sua presenza e avere così il coraggio di andare incontro a Lui e di rendere presente su questa terra il suo amore, questa forza di pace e di vita vera.

Questo è, quindi, il disegno di Dio: diffondere sull’umanità e sul cosmo intero il suo amore generatore di vita. Non è un processo spettacolare; è un processo umile, che tuttavia porta con sé la vera forza del futuro e della storia. Un progetto, quindi, che il Signore vuole attuare nel rispetto della nostra libertà, perché l’amore di sua natura non si può imporre. La Chiesa è allora, in Cristo, lo spazio di accoglienza e di mediazione dell’amore di Dio. In questa prospettiva appare chiaramente come la santità e la missionarietà della Chiesa costituiscano due facce della stessa medaglia: solo in quanto santa, cioè colma dell’amore divino, la Chiesa può adempiere la sua missione, ed è proprio in funzione di tale compito che Dio l’ha scelta e santificata quale sua proprietà. Quindi il nostro primo dovere, proprio per sanare questo mondo, è quello di essere santi, conformi a Dio; in questo modo viene da noi una forza santificante e trasformante che agisce anche sugli altri, sulla storia. Sul binomio “santità-missione” - la santità è sempre forza che trasforma gli altri - la vostra Comunità ecclesiale, cari fratelli e sorelle, si sta misurando in questo momento, impegnata com’è nel Sinodo diocesano. Al riguardo, è utile riflettere che i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi. Come per tutti i cristiani. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato la sintesi dell’apostolo Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). La Chiesa è la comunità dei peccatori che credono all’amore di Dio e si lasciano trasformare da Lui, e così diventano santi, santificano il mondo.

Nella luce di questa provvidenziale Parola di Dio, ho la gioia quest’oggi di confermare il cammino della vostra Chiesa. E’ un cammino di santità e di missione, sul quale il vostro Arcivescovo vi ha invitato a riflettere nella sua recente Lettera pastorale; è un cammino che egli ha ampiamente verificato nel corso della visita pastorale e che ora intende promuovere mediante il Sinodo diocesano. Il Vangelo di oggi ci suggerisce lo stile della missione, cioè l’atteggiamento interiore che si traduce in vita vissuta. Non può che essere quello di Gesù: lo stile della “compassione”. L’evangelista lo evidenzia attirando l’attenzione sullo sguardo di Cristo verso le folle: “Vedendole – egli scrive – ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). E, dopo la chiamata dei Dodici, ritorna questo atteggiamento nel comando che Egli dà loro di rivolgersi “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,6). In queste espressioni si sente l’amore di Cristo per la sua gente, specialmente per i piccoli e i poveri. La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo, con l’assistenzialismo. Piuttosto, è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza. Non nasce forse dalla speranza la parola che Gesù dice agli apostoli: “Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7)? E’ speranza, questa, che si fonda sulla venuta di Cristo, e che in ultima analisi coincide con la sua Persona e col suo mistero di salvezza – dov’è Lui è il Regno di Dio, è la novità del mondo -, come bene ricordava nel titolo il quarto Convegno ecclesiale italiano, celebrato a Verona: Cristo risorto è la “speranza del mondo”.

Animati dalla speranza nella quale siete stati salvati, anche voi, fratelli e sorelle di questa antica Chiesa di Brindisi, siate segni e strumenti della compassione, della misericordia di Cristo. Al Vescovo e ai presbiteri ripeto con fervore le parole del Maestro divino: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Questo mandato è rivolto ancora oggi in primo luogo a voi. Lo Spirito che agiva in Cristo e nei Dodici, è lo stesso che opera in voi e che vi permette di compiere tra la vostra gente, in questo territorio, i segni del Regno di amore, di giustizia e di pace che viene, anzi, che è già nel mondo. Ma la missione di Gesù si partecipa in diversi modi a tutti i membri del Popolo di Dio, per la grazia del Battesimo e della Confermazione. Penso alle persone consacrate che professano i voti di povertà, verginità e obbedienza; penso ai coniugi cristiani e a voi, fedeli laici, impegnati nella comunità ecclesiale e nella società sia personalmente che in forma associata. Cari fratelli e sorelle, tutti siete destinatari del desiderio di Gesù di moltiplicare gli operai nella messe del Signore (cfr Mt 9,38). Questo desiderio, che chiede di farsi preghiera, ci fa pensare in primo luogo ai seminaristi e al nuovo Seminario di questa Arcidiocesi; ci fa considerare che la Chiesa è, in senso lato, un grande “seminario”, incominciando dalla famiglia, fino alle comunità parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti di impegno apostolico. Tutti, nella varietà dei carismi e dei ministeri, siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore.

Cari fratelli e sorelle di Brindisi, proseguite il cammino intrapreso con questo spirito. Veglino su di voi i vostri Patroni, san Leucio e sant’Oronzo, giunti entrambi nel secondo secolo dall’Oriente per irrigare questa terra con l’acqua viva della Parola di Dio. Le reliquie di san Teodoro d’Amasea, venerate nella Cattedrale di Brindisi, vi ricordino che dare la vita per Cristo è la predica più efficace. San Lorenzo, figlio di questa Città, divenuto, sulle orme di san Francesco d’Assisi, apostolo di pace in un’Europa lacerata da guerre e discordie, vi ottenga il dono di un’autentica fraternità. Tutti vi affido alla protezione della Beata Vergine Maria, Madre della speranza e Stella dell’evangelizzazione. Vi aiuti la Vergine Santa a rimanere nell’amore di Cristo, perché possiate portare frutti abbondanti a gloria di Dio Padre e per la salvezza del mondo. Amen.

[Papa Benedetto, omelia porto di Brindisi 15 giugno 2008]

Venerdì, 30 Gennaio 2026 05:53

Riposatevi un po’

Care sorelle,

1. Durante i miei viaggi apostolici, sperimento una felicità profonda e sempre nuova quando incontro le religiose, la cui esistenza consacrata mediante i tre voti evangelici “appartiene inseparabilmente alla vita e alla santità della Chiesa” (Lumen Gentium, 44). Benediciamo insieme il Signore che ha permesso questo incontro! Benediciamolo per i frutti che ne deriveranno nella vostra vita personale, nelle vostre congregazioni, nel Popolo di Dio! Grazie di essere venute così numerose da tutti i quartieri di Parigi e della regione parigina, e perfino dalla provincia! Sono felice di esprimere a voi che siete qui, come a tutte le religiose di Francia, la mia stima, il mio affetto, il mio incoraggiamento.

Questo raduno, quasi campestre, mi fa pensare a quei momenti di pausa e di respiro che Gesù Cristo riservava ai suoi primi discepoli al ritorno da certi viaggi apostolici. Anche voi mie care sorelle giungete dalle vostre sedi e dai vostri compiti di evangelizzazione: dispensari o ospedali, scuole o collegi, centri di catechesi o di assistenza ai giovani, servizi parrocchiali o inserimento negli ambienti poveri. Sono lieto di ripetervi le parole del Signore: “Venite in disparte... e riposatevi un po’” (cf. Mc 6,31). Insieme mediteremo sul mistero e il tesoro evangelico della vostra vocazione.

2. La vita religiosa non è vostra proprietà, così come non è proprietà di un istituto. Essa è il “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva fedelmente” (Lumen Gentium, 43). Insomma la vita religiosa è un’eredità, una realtà vissuta nella Chiesa da secoli, da una moltitudine di uomini e di donne. E l’esperienza profonda che essi ne hanno fatto trascende le differenze socio-culturali che possono esistere da un paese all’altro, supera anche le descrizioni che essi ne hanno lasciato e si situa al di là della diversità delle realizzazioni e delle ricerche del nostro tempo. È importante rispettare ed amare questo ricco patrimonio spirituale. È importante ascoltare ed imitare quelli e quelle che hanno meglio incarnato l’ideale della perfezione evangelica e che così numerosi hanno santificato e nobilitato la terra di Francia.

Fino al tramonto della vostra vita conservatevi nello stupore e nella gratitudine per la chiamata misteriosa che risuonò un giorno nel profondo del vostro cuore: “Seguimi” (cf. Mt 9,9; Gv 1,43), “Vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Voi avete dapprima portato questo appello come un segreto, poi l’avete sottoposto al discernimento della Chiesa. In effetti è un rischio ben grande quello di lasciare tutto per seguire Cristo. Ma voi già sentivate - e poi l’avete sperimentato - che egli era capace di colmare il vostro cuore. La vita religiosa è un’amicizia, un’intimità di ordine mistico con Cristo. Il vostro itinerario personale deve essere quasi una riedizione del celebre poema del Cantico dei Cantici. Care suore, nel “cuore a cuore” della preghiera, assolutamente vitale per ciascuna di voi, come pure in occasione dei vostri diversi appuntamenti apostolici, ascoltate il Signore mormorarvi il medesimo invito: “Seguimi”. L’ardore della vostra risposta vi manterrà nella freschezza della vostra prima oblazione. Camminerete così di fedeltà in fedeltà!

3. Seguire Cristo è ben altra cosa che non la semplice ammirazione di un modello, anche se avete buona conoscenza delle sante scritture e della teologia. Seguire Cristo è qualcosa di esistenziale. È volerlo imitare al punto di lasciarsi configurare a lui, assimilare a lui, al punto di essergli - secondo le parole di suor Elisabetta della Trinità - “un’umanità supplementare”. E questo nel proprio mistero di castità, di povertà e di obbedienza. Un tale ideale supera la comprensione, supera le forze umane!

Non è realizzabile se non grazie a tempi forti di contemplazione silenziosa e ardente del Signore Gesù. Le religiose cosiddette “attive” devono essere in certe ore delle “contemplative”, sull’esempio delle monache alle quali mi rivolgerò a Lisieux.

La castità religiosa, mie sorelle, è veramente un voler essere come Cristo; tutte le altre ragioni che si possono avanzare svaniscono davanti a questa ragione essenziale: Gesù era casto. Questo stato di Cristo era non soltanto il superamento della sessualità umana, tale da prefigurare il mondo futuro, ma anche una manifestazione, un’“epifania” dell’universalità della sua oblazione redentrice. Il Vangelo non cessa di mostrare come Gesù ha vissuto la castità. Nelle sue relazioni umane, singolarmente ampie in rapporto alle tradizioni del suo ambiente e della sua epoca, egli raggiunge perfettamente la personalità profonda dell’altro. La sua semplicità, il suo rispetto, la sua bontà, la sua arte di suscitare il meglio nel cuore delle persone incontrate, sconvolgono la samaritana, la donna adultera e tante altre persone. Possa il vostro voto di verginità consacrata - approfondito e vissuto nel mistero della castità di Cristo - e che già trasfigura le vostre persone, possa spingervi a raggiungere davvero i vostri fratelli e sorelle nella loro umanità, nelle situazioni concrete proprie di ciascuno! Tanta gente nel nostro mondo è come sviata, schiacciata, disperata! Nella fedeltà alle regole della prudenza, fatele sentire che voi l’amate alla maniera di Cristo, attingendo al suo cuore la tenerezza umana e divina che egli le riserva.

Voi avete anche promesso a Cristo di essere povere con lui e come lui. Certo la società produttrice e consumistica pone problemi complessi alla pratica della povertà evangelica. Non è questo il luogo e il tempo di parlarne. Mi sembra che ogni congregazione debba vedere in questo fenomeno economico un invito provvidenziale a dare una risposta, nel contempo tradizionale e tutta nuova, al Cristo povero. Contemplandolo spesso e a lungo nella sua vita radicalmente povera, frequentando assiduamente gli umili e i poveri che sono anche il suo volto, voi sarete capaci di donare tutto ciò che siete e tutto ciò che avete. La Chiesa ha bisogno di essere come coinvolta dalla vostra testimonianza. Misurate la vostra responsabilità.

Quanto all’obbedienza di Gesù, essa occupa un posto centrale nella sua opera redentrice. Voi avete spesso meditato le pagine in cui san Paolo parla della disobbedienza iniziale, che fu come la porta di entrata del peccato e della morte nel mondo e parla del mistero dell’obbedienza di Cristo che innesca la risalita dell’umanità verso Dio. La spoliazione di se stessi, l’umiltà, sono più difficili alla nostra generazione solleticata dall’autonomia e pure dalla fantasia. Tuttavia non si può immaginare una vita religiosa senza obbedienza alle superiore che sono custodi della fedeltà all’ideale dell’istituto. San Paolo sottolinea il legame di causa e di effetto tra l’obbedienza di Cristo fino alla morte di croce (cf. Fil 2,6-11) e la sua gloria di risorto e di signore dell’universo. Nello stesso modo l’obbedienza di ogni religiosa - che è sempre un sacrificio della volontà fatto per amore - porta abbondanti frutti di salvezza per il mondo intero.

4. Voi avete dunque accettato di seguire Cristo e di imitarlo da vicino, per manifestare il suo vero volto a coloro che lo conoscono già come a quelli che non lo conoscono. E ciò mediante tutte le attività apostoliche alle quali facevo allusione all’inizio di questo incontro. Sul piano degli impegni da assumere, fatta salva la spiritualità particolare del vostro istituto, io vi esorto vivamente ad integrarvi nell’immenso reticolo dei compiti pastorali della Chiesa universale e delle diocesi (cf. Perfectae Caritatis, 20). So che certe congregazioni, per mancanza di soggetti, non possono rispondere a tutti gli appelli che giungono loro dai Vescovi e dai sacerdoti. Fate tuttavia il possibile al fine di assicurare i servizi vitali delle parrocchie e delle diocesi. Quante religiose, debitamente preparate, collaborano alla pastorale delle realtà nuove che sono numerose! In una parola, investite al massimo i vostri talenti naturali e soprannaturali nell’evangelizzazione contemporanea. Siate sempre e dovunque presenti al mondo senza essere del mondo (cf. Gv 17,15-16). Non temete mai di lasciar chiaramente riconoscere la vostra identità di donne consacrate al Signore. I cristiani e quelli che non lo sono hanno il diritto di sapere chi voi siete. Cristo, maestro di noi tutti, ha fatto della sua vita una manifestazione coraggiosa della sua identità (cf. Lc 9,26).

Coraggio e fiducia mie care sorelle! So che da anni andate riflettendo parecchio sulla vita religiosa, sulle vostre costituzioni. È giunto il tempo di vivere nella fedeltà al Signore e ai vostri compiti apostolici. Prego di tutto cuore che la testimonianza della vostra vita consacrata e il volto delle vostre congregazioni religiose sveglino nel cuore di tante giovani il progetto di seguire Cristo come voi. Io benedico voi e tutte le religiose di Francia che operano sul suolo della patria o in altri continenti. E benedico anche tutti coloro che portate nel vostro cuore e nella vostra preghiera.

[Papa Giovanni Paolo II, alle Religiose, Rue de Bac 31 maggio 1980]

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And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…

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