don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

“Il Padre vi ama(cfr Gv 16, 27) 

Cari giovani amici!

1. Nella prospettiva dell'ormai prossimo Giubileo, il 1999 assume la funzione di "dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del “Padre che è nei cieli” dal quale è stato mandato ed al quale è ritornato" (Tertio millennio adveniente, 49). Non è possibile, infatti, celebrare Cristo ed il suo giubileo senza volgersi, con lui, verso Dio, Padre suo e Padre nostro (cfr Gv 20, 17). Anche lo Spirito Santo rimanda al Padre e a Gesù: se lo Spirito ci insegna a dire “Gesù è il Signore” (cfr 1 Cor 12, 3), è per renderci capaci di parlare con Dio chiamandolo “Abbà, Padre!” (cfr Gal 4, 6).

Vi invito, dunque, insieme con tutta la Chiesa a rivolgervi verso Dio Padre e ad ascoltare con gratitudine e meraviglia la sorprendente rivelazione di Gesù: “Il Padre vi ama!” (cfr Gv 16,27). Sono queste le parole che vi affido come tema della XIV Giornata Mondiale della Gioventù. Cari giovani, accogliete l’amore che Dio per primo vi dona (cfr 1 Gv 4, 19). Rimanete ancorati a questa certezza, la sola capace di dare senso, forza e gioia alla vita: non si allontanerà mai da voi il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con voi (cfr Is 54, 10). Egli ha impresso il vostro nome sulle palme delle sue mani (cfr Is 49, 16).

2. Anche se non sempre cosciente e chiara, nel cuore dell’uomo esiste una profonda nostalgia di Dio, che sant’Ignazio di Antiochia ha così espresso, in modo eloquente: "Un’acqua viva mormora in me e mi dice dentro: “Vieni al Padre!”" (Ad Rom. 7). "Signore, mostrami la tua Gloria", supplica Mosè sulla montagna (Es 33,18).

"Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). È dunque sufficiente conoscere il Figlio per conoscere il Padre? Filippo non si lascia facilmente convincere: "Mostraci il Padre", domanda. La sua insistenza ci ottiene una risposta che supera la nostra attesa: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? . . . Chi ha visto me ha visto il Padre" (Ivi, 14, 8-11).

Dopo l’Incarnazione, esiste un volto di uomo nel quale è possibile vedere Dio: "Credetemi, io sono nel Padre e il Padre è in me", dice Gesù non più soltanto a Filippo, ma a tutti coloro che crederanno (Ivi, 14,11). Da allora, chi accoglie il Figlio di Dio accoglie Colui che lo ha mandato (cfr Ivi, 13,20). Al contrario: "Chi odia me, odia anche il Padre mio" (Ivi, 15, 23). Da allora, un nuovo rapporto è possibile tra il Creatore e la creatura, quello del figlio con il proprio Padre: ai discepoli che vogliono entrare nei segreti di Dio e chiedono di imparare a pregare per trovare sostegno nel cammino, Gesù risponde insegnando il Padre nostro, "sintesi di tutto il Vangelo" (Tertulliano, De oratione, 1). In esso trova conferma la nostra condizione di figli (cfr Lc 11, 1-4). "Da una parte, con le parole di questa preghiera, il Figlio Unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il Maestro della nostra preghiera. Dall’altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle di umanità, e ce li manifesta: è il Modello della nostra preghiera" (CCC 2765).

Trasmettendoci la testimonianza diretta della vita del Figlio di Dio, il Vangelo di Giovanni ci indica il cammino da seguire per conoscere il Padre. L’invocazione “Padre” è il segreto, il respiro, la vita di Gesù. Non è egli forse il Figlio unico, il primogenito, l’amato verso il quale tutto si rivolge, presente presso il Padre ancor prima che il mondo fosse, compartecipe della sua stessa gloria? (cfr 17, 5). Dal Padre Gesù riceve il potere su ogni cosa (cfr 17, 2), il messaggio da annunciare (cfr 12, 49), l’opera da compiere (cfr 14, 31). Gli stessi discepoli non gli appartengono: è il Padre che glieli ha dati (cfr 17, 9), affidandogli il compito di custodirli dal male, perché nessuno vada perduto (cfr 18, 9).

Nell’ora di passare da questo mondo al Padre, la "preghiera sacerdotale" rivela l’animo del Figlio: "Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (17, 5). In qualità di Sommo ed Eterno Sacerdote, Cristo si mette alla testa dell’immenso corteo dei redenti. Primogenito di una moltitudine di fratelli, egli riconduce all’unico ovile le pecore del gregge disperso, perché ci sia "un solo gregge e un solo pastore" (10, 16).

Grazie alla sua opera, la stessa relazione amorosa che esiste all'interno della Trinità viene trasferita nella relazione del Padre con l'umanità redenta: “Il Padre vi ama!”. Come potrebbe questo mistero d'amore essere compreso senza l'azione dello Spirito, effuso dal Padre sui discepoli grazie alla preghiera di Gesù (cfr 14, 16)? L'incarnazione del Verbo eterno nel tempo e la nascita per l'eternità di quanti vengono a lui incorporati mediante il battesimo non sarebbero concepibili senza l’azione vivificante del medesimo Spirito.

3. "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (3, 16). Il mondo è amato da Dio! E nonostante i rifiuti di cui è capace, esso resterà amato fino alla fine. “Il Padre vi ama” da sempre e per sempre: questa è la novità inaudita, "il semplicissimo e sconvolgente annuncio del quale la Chiesa è debitrice all’uomo" (cfr Christifideles laici, 34). Se anche il Figlio ci avesse detto questa sola parola, sarebbe sufficiente. "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). Non siamo orfani, l’amore è possibile. Perché - lo sapete - non si è capaci di amare se non si è amati.

Ma come annunciare questa buona notizia? Gesù indica il cammino da seguire: mettersi in ascolto del Padre per essere da Lui ammaestrati (6, 45) e osservare i comandamenti (cfr 14, 23). Tale conoscenza del Padre, poi, andrà crescendo: "Ho fatto conoscere loro il tuo nome, e lo farò conoscere ancora" (17, 26), e sarà opera dello Spirito Santo, che conduce alla verità tutta intera (cfr 16,13).

Nella nostra epoca, la Chiesa e il mondo hanno bisogno più che mai di “missionari” che sappiano proclamare con la parola e con l’esempio questa fondamentale, consolante certezza. Consapevoli di ciò voi, giovani di oggi e adulti del nuovo millennio, lasciatevi “formare” alla scuola di Gesù. Nella Chiesa e nei vari ambienti in cui si svolge la vostra esistenza quotidiana diventate testimoni credibili dell’amore del Padre! Rendetelo visibile nelle scelte e negli atteggiamenti, nel modo di accogliere le persone e di mettervi al loro servizio, nel fedele rispetto della volontà di Dio e dei suoi Comandamenti.

“Il Padre vi ama”. Questo annuncio meraviglioso viene deposto nel cuore del credente che, come il discepolo amato da Gesù, reclina il capo sul petto del Maestro e ne raccoglie le confidenze: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui" (14, 21), perché "questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (17, 3).

Riflesso dell’amore del Padre sono le diverse forme di paternità che incontrate sul vostro cammino. Penso in particolare ai vostri genitori, collaboratori di Dio nel trasmettervi la vita e nel prendersi cura di voi: onorateli (cfr Es 20, 12) e siate loro riconoscenti! Penso ai sacerdoti ed alle altre persone consacrate al Signore, che sono per voi amici, testimoni e maestri di vita, "per il progresso e la gioia della vostra fede" (Fil 1, 25). Penso agli educatori autentici che con la loro umanità, la loro sapienza e la loro fede contribuiscono in modo significativo alla vostra crescita cristiana e, dunque, pienamente umana. Per ognuna di queste valide persone, che vi sono accanto lungo le strade della vita, ringraziate sempre il Signore.

4. Il Padre vi ama! La consapevolezza di questa predilezione da parte di Dio non può non spingere i credenti "a intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione . . . Ecco il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della Penitenza nel suo significato più profondo" (Tertio millennio adveniente, 50).

"Il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente" (CCC 387); è il rifiuto di vivere della vita di Dio ricevuta nel Battesimo, di lasciarsi amare dal vero Amore: l’uomo, infatti, ha il terribile potere di ostacolare Dio nella sua volontà di donare ogni bene. Il peccato, che trova origine nella volontà libera della persona (cfr Mc 7, 20), è una trasgressione dell’amore vero; ferisce la natura dell’uomo e dissolve la solidarietà umana, manifestandosi in atteggiamenti, parole ed azioni sature di egoismo (cfr CCC 1849-1850). È nell’intimo che la libertà si apre e si chiude all’amore. Questo è il dramma costante dell’uomo, che spesso sceglie la schiavitù, sottomettendosi a paure, a capricci, ad abitudini sbagliate, creandosi idoli che lo dominano, ideologie che ne avviliscono l'umanità. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni: "Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato" (8, 34).

Gesù dice a tutti: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1, 15). All’origine di ogni autentica conversione c’è lo sguardo di Dio sul peccatore. E' uno sguardo che si traduce in ricerca piena d’amore, in passione fino alla croce, in volontà di perdono che, manifestando al colpevole la stima e l’amore di cui continua ad essere oggetto, gli rivela per contrasto il disordine in cui è immerso, sollecitandolo alla decisione di cambiare vita. È il caso di Levi (cfr Mc 2, 13-17), di Zaccheo (cfr Lc 19, 1-10), dell’adultera (cfr Gv 8, 1-11), del ladrone (cfr Lc 23, 39-43), della samaritana (cfr Gv 4, 1-30): "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" (Redemptor hominis, 10). Quando ha scoperto e gustato il Dio della misericordia e del perdono, l'essere umano non può vivere altrimenti che convertendosi continuamente a Lui (cfr. Dives in misericordia, 13).

"Va’ e d’ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11): il perdono è dato gratuitamente, ma l’uomo è invitato a corrispondervi con un serio impegno di vita rinnovata. Dio conosce troppo bene le sue creature! Non ignora che la manifestazione sempre maggiore del suo amore finirà per suscitare nel peccatore il disgusto del peccato. Per questo l’amore di Dio si svolge nella continua offerta di perdono.

Quanto eloquente è la parabola del figlio prodigo! Dal momento in cui egli s'allontana da casa, il padre vive nella trepidazione: attende, spera, scruta l’orizzonte. Rispetta la libertà del figlio, ma soffre. E quando il figlio si decide a fare ritorno, egli lo vede da lontano e gli va incontro, lo stringe forte tra le braccia e pieno di gioia comanda: "Mettetegli l’anello al dito - simbolo dell’alleanza - portate qui il vestito più bello e rivestitelo - simbolo della vita nuova - mettetegli i calzari ai piedi - simbolo della dignità riacquistata - e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!" (Lc 15, 11-32).

5. Prima di salire presso il Padre, Gesù ha affidato alla sua Chiesa il ministero della riconciliazione (cfr Gv 20, 23). Non basta, quindi, un pentimento soltanto interiore per ottenere il perdono di Dio. La riconciliazione con Lui si ottiene attraverso la riconciliazione con la comunità ecclesiale. Per questo il riconoscimento della colpa passa attraverso un gesto sacramentale concreto: il pentimento e l’accusa dei peccati, col proposito di vita nuova, dinanzi al ministro della Chiesa.

L’uomo contemporaneo, purtroppo, quanto più smarrisce il senso del peccato tanto meno ricorre al perdono di Dio: da questo dipendono molti dei problemi e delle difficoltà del nostro tempo. In questo anno, vi invito a riscoprire la bellezza e la ricchezza di grazia del sacramento della Penitenza ripercorrendo attentamente la parabola del figlio prodigo, dove viene sottolineato non tanto il peccato, quanto la tenerezza di Dio e la sua misericordia. Ascoltando la Parola in atteggiamento di preghiera, di contemplazione, di meraviglia, di certezza, dite a Dio: "Ho bisogno di te, conto su di te per esistere e per vivere. Tu sei più forte del mio peccato. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità di salvarmi così come sono adesso. Ricordati di me. Perdonami!".

Guardatevi “dentro”. Prima che contro una legge o una norma morale, il peccato è contro Dio (cfr Sal 50 [51], 6), contro i fratelli e contro voi stessi. Mettetevi di fronte a Cristo, Figlio unico del Padre e modello di tutti i fratelli. Lui solo ci rivela ciò che dobbiamo essere verso il Padre, verso il prossimo, verso la società per essere in pace con noi stessi. Ce lo rivela attraverso il Vangelo, che forma con Gesù Cristo una cosa sola. La fedeltà all’uno è misura della fedeltà all’altro.

Accostatevi con fiducia al sacramento della Confessione: con l'accusa delle colpe mostrerete di voler riconoscere l'infedeltà e interromperla; attesterete il bisogno di conversione e di riconciliazione, per ritrovare la pacificante e feconda condizione di figli di Dio in Cristo Gesù; esprimerete solidarietà verso i fratelli anch'essi provati dal peccato (cfr CCC 1445).

Ricevete, infine, con animo grato l’assoluzione da parte del sacerdote: è il momento in cui il Padre pronuncia sul peccatore pentito la parola che fa vivere: "Questo mio figlio è tornato in vita!". La Sorgente dell’amore rigenera e rende capaci di superare l'egoismo e tornare ad amare con intensità maggiore.

6. "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 37-40). Gesù non dice che il secondo comandamento è identico al primo, ma che gli è “simile”. I due comandamenti non sono dunque intercambiabili, come se si potesse soddisfare automaticamente al comandamento dell’amore di Dio osservando quello dell’amore del prossimo, o viceversa. Essi hanno consistenza propria, e devono essere ambedue osservati. Gesù però li affianca l'uno all'altro per render chiaro a tutti che essi sono tra loro strettamente connessi: impossibile osservare l’uno senza mettere in pratica l’altro. "La loro unità inscindibile è testimoniata da Gesù con le parole e con la vita: la sua missione culmina nella Croce che redime, segno del suo indivisibile amore al Padre e all’umanità" (Veritatis splendor, 14).

Per sapere se si ama veramente Dio, occorre verificare se si ama sul serio il prossimo. E se si vuole saggiare la qualità dell’amore per il prossimo, ci si deve domandare se si ama veramente Dio. Perché "chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4, 20), e "da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti" (ivi, 5, 2).

Nella Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente ho esortato i cristiani a "sottolineare più decisamente l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati" (n. 51). Si tratta di un'opzione “preferenziale”, non esclusiva. Gesù ci invita ad amare i poveri, perché ad essi si deve un'attenzione particolare in ragione proprio della loro vulnerabilità. Essi - è noto - sono sempre più numerosi, anche nei paesi cosiddetti ricchi, nonostante che i beni di questo mondo siano destinati a tutti! Ogni situazione di povertà interpella la carità cristiana di ciascuno. Essa, però, deve diventare anche impegno sociale e politico, perché il problema della povertà nel mondo dipende da condizioni concrete che devono essere trasformate da uomini e donne di buona volontà, costruttori della civiltà dell’amore. Sono “strutture di peccato” che non possono essere vinte se non con la collaborazione di tutti, nella disponibilità a “perdersi” per l’altro invece di sfruttarlo, a “servirlo” invece di opprimerlo (cfr. Sollicitudo rei socialis, 38).

Cari giovani, invito voi, in modo particolare, a prendere iniziative concrete di solidarietà e di condivisione accanto e con i più poveri. Prendete parte con generosità a qualcuno dei progetti che nei diversi paesi vedono impegnati altri vostri coetanei in gesti di fraternità e solidarietà: sarà un modo di “restituire” al Signore nella persona dei poveri almeno qualcosa di tutto ciò che Egli ha dato a voi, più fortunati. E potrà essere anche l’espressione immediatamente visibile di una scelta di fondo: quella di orientare decisamente la vita verso Dio ed i fratelli.

7. Maria riassume nella sua persona tutto il mistero della Chiesa, è la “figlia prescelta del Padre” (Tertio millennio adveniente, 54), che ha accolto liberamente e risposto con disponibilità al dono di Dio. “Figlia” del Padre ha meritato di divenire la Madre del suo Figlio: "“Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38). E' Madre di Dio, perché perfettamente figlia del Padre.

Nel suo cuore non c'è altro desiderio che quello di sostenere i cristiani nell'impegno di vivere come figli di Dio. Quale madre tenerissima, essa li conduce incessantemente a Gesù, affinché, seguendolo, imparino a coltivare la loro relazione con il Padre del cielo. Come alle nozze di Cana, li invita a fare quanto il Figlio dirà loro (cfr Gv 2, 5), sapendo che è questo il cammino per giungere alla casa del “Padre misericordioso” (cfr 2 Cor 1, 3).

La XIV Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà quest’anno nelle Chiese locali, è l’ultima prima del grande appuntamento giubilare. Essa assume, pertanto, una particolare rilevanza nella preparazione all'Anno Santo del 2000. Prego affinché divenga per ciascuno di voi occasione per un rinnovato incontro con il Signore della vita e con la sua Chiesa.

A Maria affido il vostro cammino e le chiedo di preparare i vostri cuori ad accogliere la grazia del Padre, per diventare testimoni del suo amore.

Con questi sentimenti, augurando un anno ricco di fede e di impegno evangelico, tutti di cuore vi benedico.

Dal Vaticano, 6 Gennaio 1999, Solennità dell'Epifania del Signore.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio XIV GMG]

La paura è uno dei nemici più brutti della nostra vita cristiana. Gesù esorta: “Non abbiate paura”, “non abbiate paura”. E Gesù descrive tre situazioni concrete che essi si troveranno ad affrontare.

Anzitutto, la prima, l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio, edulcorandola, annacquandola, o mettendo a tacere chi la annuncia. In questo caso, Gesù incoraggia gli Apostoli a diffondere il messaggio di salvezza che Lui ha loro affidato. Per il momento, Lui lo ha trasmesso con cautela, quasi di nascosto, nel piccolo gruppo dei discepoli. Ma loro dovranno dire “nella luce”, cioè apertamente, e annunciare “dalle terrazze” – così dice Gesù – cioè pubblicamente, il suo Vangelo.

La seconda difficoltà che i missionari di Cristo incontreranno è la minaccia fisica contro di loro, cioè la persecuzione diretta contro le loro persone, fino all’uccisione. Questa profezia di Gesù si è realizzata in ogni tempo: è una realtà dolorosa, ma attesta la fedeltà dei testimoni. Quanti cristiani sono perseguitati anche oggi in tutto il mondo! Soffrono per il Vangelo con amore, sono i martiri dei nostri giorni. E possiamo dire con sicurezza che sono più dei martiri dei primi tempi: tanti martiri, soltanto per il fatto di essere cristiani.

[…] Non bisogna lasciarsi spaventare da quanti cercano di spegnere la forza evangelizzatrice con l’arroganza e la violenza. Nulla, infatti, essi possono contro l’anima, cioè contro la comunione con Dio: questa, nessuno può toglierla ai discepoli, perché è un dono di Dio. La sola paura che il discepolo deve avere è quella di perdere questo dono divino, la vicinanza, l’amicizia con Dio, rinunciando a vivere secondo il Vangelo e procurandosi così la morte morale, che è l’effetto del peccato.

Il terzo tipo di prova che gli Apostoli si troveranno a fronteggiare, Gesù la indica nella sensazione, che alcuni potranno sperimentare, che Dio stesso li abbia abbandonati, restando distante e silenzioso. Anche qui esorta a non avere paura, perché, pur attraversando queste e altre insidie, la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce.

Sono come le tre tentazioni: edulcorare il Vangelo, annacquarlo; seconda, la persecuzione; e terza, la sensazione che Dio ci ha lasciati da soli. Anche Gesù ha sofferto questa prova nell’orto degli ulivi e sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”, dice Gesù.

Alle volte si sente questa aridità spirituale; non ne dobbiamo avere paura. Il Padre si prende cura di noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi. Ciò che importa è la franchezza, è il coraggio della testimonianza, della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù davanti agli uomini” e andare avanti facendo del bene.

[Papa Francesco, Angelus 21 giugno 2020]

(Gv 5,31-47)

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni» (Gv 5,36). «Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà» [Papa Benedetto].

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini o da “perimetri”, perché non è impregnato di aspettative ‘normali’.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno, della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; nella completezza di essere che ci appartiene.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità, perché vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini sono stranamente incardinate sul bisogno di riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi.

«Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica ‘peso’ specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la ‘gloria’ che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: un umile e grato riconoscimento, di ‘peso’ famigliare e umanizzante.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose. La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

 

La Via nello Spirito è ispirata da una dimensione di Mistero e Libertà tutta da scoprire: Esodo.

Le gabbie [anche “spirituali”] colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto; e anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro originalità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare. Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

 

[Giovedì 4.a sett. Quaresima, 3 aprile 2025]

La Testimonianza più grande

(Gv 5,31-47)

 

«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui».

«Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà».

[Papa Benedetto]

 

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini a modo o da perimetri antichi, perché non è impregnato di aspettative umane culturali religiose normali.

Esse impediscono la percezione di ciò che non sappiamo, quindi occultano l’eccezionalità del nome particolare; inzuppano la testa e lo sguardo di normalità correnti e pedestri, le quali condizionano, dissociano, plagiano, rendono esterni.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno di Dio e della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; di altre qualità interpersonali, nella completezza di essere che ci appartiene.

Il peso specifico di questo inaudito presente e futuro che corrisponde perché fa parte della nostra intima essenza, resta altrimenti in mano a opinioni ovvie e al solito trascinarsi dozzinale, che non espone.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato e convenzionale testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità: vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

Nella paradossale divinizzazione del Dio che viene, la mentalità tutta mondana di ogni cerchia di puristi o conformisti vive un ribaltamento. Cifra della grande Sapienza di natura.

Così il maestro Lü Hui-ch’ing commenta un celebre passo del Tao Tê Ching (LXXVI): «Il Cielo sta in alto per il ch’ì, la Terra sta in basso per la forma: il ch’ì è molle e debole, la forma è dura e forte».

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù [anche nei suoi intimi] è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini pii antichi sono stranamente incardinate sul bisogno di fare corpo e riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi. «Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica peso specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la gloria che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: principio e valutazione tipici dell’eroe tutto impettito, “libero”, indipendente e sicuro di sé [a motivo del prestigio attorno].

Viceversa, ecco la ‘gloria’ come umile e grato riconoscimento, ma di peso nel senso cristiano: famigliare e umanizzante.

La donna e l’uomo chiamati a una missione particolare scoprono in sé e nella realtà le condizioni di perfezione e imperfezione.

Esse ci guidano alla realizzazione innata - non volatile - e al bene comune, secondo contributo specifico, personale.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose, aggiungendo qualcosa all’onore di ciò che già è nella propria essenza vocazionale - talora nella paradossale completezza, per una convivialità delle differenze.

La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro - anche nel senso della crescita, dell’importanza in sé, più di “chi si accorge”.

 

I gruppi devotissimi si muovevano purtroppo non di rado a un livello di aspirazioni mondane - proprio con una strana mescolanza di criteri.

Quindi finivano per apprezzarsi a circolo, scambiandosi pacche sulle spalle gli uni gli altri.

Così - accontentandosi di essere confermati - essi ancora tendono ad accentuare le caratteristiche di ciò che normalmente viene identificato come dimensione spirituale, e che facilmente si contamina col compromesso del look artificiale esterno.

L’equilibrio interiore del Chiamato per Nome si ristabilisce invece attraversando sogni e il carattere congenito - più che con il soppesare e gli influssi crudi della vita conscia, i quali distraggono e livellano l’anima.

Su tale china ciascuno tende infatti ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla vocazione originalissima; anzi, espongono la coscienza a dissociazioni e condizionamenti che la snaturano.

La Via nello Spirito di Libertà, Amore, Novità, è ispirata da una dimensione di Mistero e spontaneità tutta da scoprire: Esodo.

Tale caratura procede oltre i compartimenti, le denominazioni ricolme di soluzioni assodate, di pensiero conforme agganciato a un modo univoco di leggere le Scritture e le testimonianze.

Le gabbie anche “spirituali” colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Per garantire la compattezza “ecclesiale”, le diverse stie fanno ovunque leva sull’inadeguatezza all’interpretazione maggioritaria - e sensi di colpa tipici del “contenitore” particolare.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

 

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto.

Anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro atipicità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante che non sappiamo già.

I libretti d’istruzione ci vessano di progressioni e mete altrui da raggiungere, le quali si rivelano tutte ancora da superare - e al di fuori del proprio gusto e senso intimo; proiettate nel futuro, impersonali.

La via “spirituale” del branco riflette la vita, il giudizio o l’idea del leader e il suo cerchio “magico”; la forma mentis d’una generazione o di un ceto.

In tal guisa, le traiettorie assodate non annunciano cambiamenti e incontri autentici, i quali si svolgono nella semplicità propulsiva, trasversale, dell’imprevedibile concreto. 

I modelli ostinati non ci fanno accorgere di un Dio Persona: Egli chiama alla vita, mediante impulsi che sarebbero nuova linfa per la trasmutazione.

L’Eterno si comunica in ciò che parla dentro.

Proprio nei bisogni - non ossessionando le energie conosciute solo all’anima, di conflitti per doveri inutili, i quali non risolvono nulla, né trasmettono felicità.

L’ideologia religiosa “egocentrica” e ogni pensiero indirizzato bollano le crisi come inadeguatezze alle azioni collettive finalizzate - quindi condannano gl’istinti.

Ma le pulsioni si manifestano quali fughe del cuore individuale che cerca nuovo ascolto, desidera affiorare e realizzare; vuole integrarsi a modo suo, o tracciare strade che preparano futuro.

 

Non di rado l’evocazione dei soliti rituali delimitati - ad es. di “carisma” - nonché la concatenazione delle costituzioni normative, mortificano il carattere in un’atmosfera livellata, che si bea di sintonie raccogliticce.

Non sono la nostra terra.

L’aia del ‘sistema’ opera secondo direttive e ruoli.

Ma i compartimenti limitano il raggio d’azione, sebbene apparentemente lo dilatino.

Le inclusioni banali ci “insegnano” ad accontentarsi dei mezzi passi già tutti cesellati nel poco e non oltre le righe.

Ciò per non consentire d’introdursi nelle rigenerazioni che contano.

 

Il clan autoreferenziale spesso toglie spazio a qualsiasi possibilità che sposti da lì.

Ciò fa diventare dipendenti dal plauso. Frena, quando viceversa potremmo osare... 

Per non continuare a percepire sane inquietudini. Difformità che riscatterebbero dalla subordinazione.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare.

Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

 

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (che non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni, perché le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le opere stesse che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come tuteli in Cristo il vissuto comunitario e le tue trasposizioni di Fede?

Qual è il punto di omologazione nelle soddisfazioni, e dove collochi la tua Preziosità?

 

 

Dito che indica: provvisorio ma sicuro e forte

 

L’impegno di tutti i cristiani è quello di «essere testimoni di Gesù», di riempire la vita di «quel gesto» che fu tipico di Giovanni il Battista: «indicare Gesù». Una «vocazione» comune sulla quale si è soffermato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta venerdì mattina, 16 dicembre.

Seguendo il percorso liturgico che negli ultimi tre giorni ha fatto riflettere «su Giovanni, l’ultimo dei profeti, l’uomo più grande nato da donna» il Pontefice ha approfondito il brano del Vangelo (Giovanni 5, 33-36) nel quale il precursore «è presentato, è mostrato come il testimone». È Gesù stesso che parla chiaramente: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza». Proprio questa, ha sottolineato Francesco, «è la vocazione di Giovanni: essere testimone».

Una vocazione resa ancora più comprensibile da alcuni esempi concreti. Gesù infatti, ha ricordato il Papa, ha detto che Giovanni «era la lampada». Però, ha spiegato, «lui era la lampada ma non la luce, la fiaccola che indicava dov’era la luce, lampada che indica dov’è la luce, dà testimonianza della luce». Allo stesso modo, Giovanni «era la voce», tant’è che egli stesso «dice di sé: “Io sono la voce che grida nel deserto”». Però non era la Parola, infatti «lui era la voce ma che dà testimonianza della Parola, indica la Parola, il Verbo di Dio. Lui soltanto voce». E così il Battista che «era il predicatore della penitenza» dice chiaramente: «Dopo di me viene un altro che è più forte di me, è più grande di me, al quale non sono degno di allacciare i calzari. E questo vi battezzerà in fuoco e Spirito Santo». Riassumendo: «Lampada che indica la luce, voce che indica la Parola, predicatore di penitenza e battezzatore che indica il vero battezzatore in Spirito Santo». Giovanni, ha concluso il Papa, «è il provvisorio e Gesù è il definitivo. Giovanni è il provvisorio che indica il definitivo».

Ma proprio questa provvisorietà, questo suo “essere per”, è «la grandezza di Giovanni». Un uomo «sempre col dito lì», a indicare un altro. Infatti nel Vangelo si legge che «la gente si domandava in cuor suo se Giovanni non fosse il Messia. E lui, chiaro: “Io non sono”». E anche quando i dottori, i capi del popolo gli fecero chiedere: «Ma sei tu o dobbiamo aspettare un altro?» lui sempre ha ripetuto: «Io non sono. Viene un altro», ricordando nuovamente che sarebbe arrivato uno al quale lui non era degno di allacciare i calzari: «Io non sono. Un altro, che vi battezzerà».

È proprio questa, secondo il Pontefice, l’immagine più eloquente che ci dice chi fu Giovanni il Battista, la sua «testimonianza provvisoria ma sicura, forte», il suo essere «fiaccola che non si è lasciata spegnere dal vento della vanità» e «voce che non si è lasciata diminuire dalla forza dell’orgoglio». Giovanni, ha chiarito il Papa, è «sempre uno che indica l’altro e apre la porta all’altra testimonianza, quella del Padre, quella che Gesù dice oggi: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni, quella del Padre». E, ha aggiunto il Pontefice, quando nel Vangelo si legge che si sentì «la voce del Padre: “Questo è il mio Figlio”», dobbiamo comprendere che «è stato Giovanni ad aprire questa porta».

Perciò Giovanni «è grande», perché «sempre si lascia da parte». Lui, ha spiegato Francesco, è grande perché «è umile e prende la strada di abbassarsi, di annientarsi, la stessa che prenderà Gesù dopo». E anche in questo «offre una grande testimonianza: apre quella strada dell’annientamento, dello svuotarsi di sé stesso» che fu poi anche di Gesù.

Un ruolo che il Battista incarnò, si potrebbe dire, anche fisicamente: «ai discepoli, ai propri discepoli, una volta che passava Gesù» indicava con il dito: «Quello è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Quello, non io, quello». E, di fronte «all’insistenza dei capi, del popolo, dei dottori» Giovanni ribadiva sempre: «È necessario che Lui cresca, a Lui tocca crescere, a me diminuire». Nell’umiltà, ha detto il Pontefice, «è la grandezza di Giovanni». Tant’è che egli «diminuisce, si annienta, fino alla fine: nell’oscuro di una cella, in carcere, decapitato, per il capriccio di una ballerina, l’invidia di un’adultera e la debolezza di un ubriaco».

Più volte il Papa, per rimarcare il concetto, ha ripetuto l’espressione «Grande Giovanni!». Un grande che, ha aggiunto, se dovessimo raffigurarlo in un dipinto, dovremmo semplicemente disegnare un dito che indica.

A conclusione dell’omelia, il Papa ha portato, come di consueto, la sua meditazione alla realtà concreta degli uomini di oggi. Vedendo che nella cappella di Santa Marta erano presenti alcuni vescovi, sacerdoti, religiosi, e coppie che celebravano il cinquantesimo, ha detto loro: «È una bella giornata per domandarsi» se «la propria vita cristiana ha sempre aperto la strada a Gesù, se la propria vita è stata piena di quel gesto: indicare Gesù». Occorre, ha proseguito, «ringraziare» per tutte le volte che ciò è stato fatto, ma anche «ricominciare». Sempre ricominciare, con quella che il Pontefice ha definito «vecchiaia giovane o gioventù invecchiata, come il buon vino!» e fare sempre un «passo in avanti per continuare a essere testimoni di Gesù». Con l’aiuto di Giovanni «il grande testimone».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 17/12/2016]

I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!

[Papa Benedetto, omelia Crisma 21 aprile 2011]

1. L’ammonimento, carissimi fratelli e sorelle, è contenuto nella parte della Lettera di San Paolo ai Romani che quest’anno viene proposta alla comune riflessione nella ricorrenza della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”.

La prospettiva in cui si pone la “Settimana” è quella di un’umanità concorde nel levare la sua lode al Signore, creatore dell’uomo e suo redentore: “Lodate il Signore, popoli tutti” (Sal 117, 1; cf. Rm 15, 5-13), recita il salmo citato nel brano di San Paolo. Un contributo fondamentale all’attuazione di una simile lode universale sarà certo offerto dalla ricomposizione dell’unità dei discepoli di Cristo.

Il movimento, “sorto per grazia dello Spirito Santo” e “ogni giorno più ampio” (Unitatis redintegratio, 1), che si propone il ristabilimento della piena unità dei cristiani, è per sua natura molto complesso. Implica una profonda motivazione spirituale, un atteggiamento di religiosa obbedienza alle esigenze del Vangelo, la preghiera perseverante, il contatto fraterno con gli altri cristiani per superare, mediante il dialogo della verità e nel rispetto dell’integrità della fede, le divergenze esistenti, ed infine la cooperazione nei vari campi possibili per una testimonianza comune.

Questa ricerca di unità nella fede e nella testimonianza cristiana trova in San Paolo un’indicazione realistica e mirabilmente feconda, oltre che sempre attuale: l’accoglienza reciproca fra cristiani. L’Apostolo raccomanda: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi per la gloria di Dio” (Rm 15, 7).

Lo spirito di accoglienza è una dimensione essenziale e unificante dell’intero movimento ecumenico; è una espressione vitale dell’esigenza della comunione. San Paolo indica alcuni elementi importanti di questa accoglienza: essa deve essere un’accoglienza nella fede in Gesù Cristo, deve essere reciproca, deve realizzarsi per la gloria di Dio.

2. Come Cristo accolse voi, esorta San Paolo, così voi accoglietevi gli uni gli altri, nel perdono sincero e nell’amore fraterno. È nella fede in Cristo che si raccoglie la comunità cristiana. È nell’ambito del comune battesimo che l’accoglienza reciproca può contare sulla forza agglutinante della grazia, la cui efficacia perdura nonostante le gravi divergenze in atto. Lo sottolinea il Concilio Vaticano II quando afferma che quanti “credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica” (Unitatis redintegratio, 3). Essi pertanto “giustificati nel battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore” (Unitatis redintegratio, 3).

3. L’accoglienza tra cristiani, per generare comunione vera, deve inoltre essere reciproca: “Accoglietevi gli uni gli altri” (Rm 15, 7). Ciò suppone la reciproca conoscenza e la disponibilità ad apprezzare e accettare i valori autenticamente cristiani vissuti e sviluppati dagli altri. È quanto ancora ricorda il Concilio Vaticano II: “È necessario che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, provenienti dal comune patrimonio, che si trovano tra i fratelli da noi separati. Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo talora fino all’effusione del sangue, è cosa giusta e salutare: perché Dio è sempre mirabile e sublime nelle sue opere” (Unitatis redintegratio, 4). Il Concilio si spinge ancor oltre aggiungendo che “quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene fatto nei fratelli separati può contribuire alla nostra edificazione” (Unitatis redintegratio, 4). È perciò doveroso saper apprezzare quanto di autenticamente evangelico si realizza tra gli altri cristiani. Infatti “tutto ciò che è veramente cristiano, mai è contrario ai benefici della fede, anzi può far sì che lo stesso mistero di Cristo e della Chiesa sia raggiunto più perfettamente” (Unitatis redintegratio, 4).

Scaturisce di qui la “regola aurea” dell’ecumenismo, il principio cioè del rispetto della legittima varietà, purché non lesiva dell’integrità della fede (cf. Unitatis redintegratio, 16-17). Alcuni aspetti del mistero rivelato infatti, come rileva il Concilio a proposito delle Chiese Orientali, possono talvolta essere percepiti in modo più adeguato dagli uni che non dagli altri (cf. Unitatis redintegratio, 17). L’apertura all’accoglienza degli altri con il loro patrimonio cristiano si rivela così la via per meglio attingere alla sovrabbondante ricchezza della grazia di Dio.

4. Conseguenza di ciò è che, come dice San Paolo, tutto si compia “per la gloria di Dio” (Rm 15, 7). Nella comunità cristiana, unita nel nome di Cristo e guidata dalla parola evangelica, si riflette l’azione di Dio in favore dell’umanità e risplende in qualche modo la sua gloria. Lo rivela Gesù stesso quando, nella preghiera sacerdotale, rivolta al Padre, per l’unità dei suoi discepoli, afferma: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 22).

La reciproca accoglienza per la gloria di Dio si mostra particolarmente in due momenti: nella preghiera che i cristiani elevano insieme rendendo lode al comune Signore, e nella concorde testimonianza di carità, da cui traspare l’amorevole sollecitudine di Cristo per gli uomini del nostro tempo.

5. Considerando oggi la situazione ecumenica alla luce delle esigenze della reciproca accoglienza, dobbiamo rendere gloria a Dio per le nuove condizioni di fraternità cristiana che sono venute consolidandosi. I contatti, lentamente ripresi e talvolta faticosamente portati avanti, il dialogo teologico sempre arduo ed esigente, gli avvenimenti di collaborazione pastorale e di cooperazione pratica, hanno creato una situazione veramente nuova tra i cristiani. Si è chiaramente percepito che la divisione è antievangelica e si cerca insieme di ristabilire l’unità nella fedeltà.

Il dialogo teologico tra i cristiani sta raggiungendo mete importanti per il chiarimento delle reciproche posizioni e per il raggiungimento di alcune convergenze su temi che nel passato erano aspramente controversi. Ma il dialogo deve proseguire per raggiungere la meta: il pieno accordo sulla comune professione di fede. Al riguardo, vorrei esprimere apprezzamento e gratitudine ai teologi cattolici e delle altre Chiese e comunità ecclesiali che, nell’ambito delle varie commissioni miste, dedicano la loro attenzione e i loro sforzi alla ricerca della via per superare le divergenze ereditate dalla storia, facilitando così al Magistero della Chiesa l’assolvimento del dovere che gli compete nel servizio alla verità rivelata. Un lavoro prezioso, dunque, quello dei teologi, che va accolto con riconoscenza e sostenuto con la preghiera.

6. Il tema della presente “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” si pone nella prospettiva della dossologia universale, che deve levarsi da tutti i popoli a lode dell’unico Signore.

Ciascuno si senta impegnato a contribuirvi nei modi a lui possibili. La preghiera insistente non mancherà di affrettare il ristabilimento della piena unità di tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Cristo. Diciamo perciò anche noi col Salmista: “Lodate il Signore, popoli tutti. / Voi tutte, nazioni, dategli gloria; / perché forte è il suo amore per noi / e la fedeltà del Signore dura in eterno” (Sal 117, 1-2). Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 23 gennaio 1991]

Papa Francesco […] è tornato su una delle sue idee madri: l'importanza per il cristiano, e non solo, di leggere ogni giorno qualche riga del vangelo. Per un credente il vangelo non è un libro come gli altri ma, essendo Gesù la Parola Incarnata del Padre, la raccolta delle sue parole rende possibile una particolare efficacia dell'azione dello Spirito Santo dentro ciascuno di noi.

Alla prova dei fatti però noi ce ne dimentichiamo spesso e questo accade perché non sappiamo coniugare le parole dette duemila anni fa con la nostra vita quotidiana. Il segreto per riuscire a rendere il vangelo una presenza quotidiana è scoprire che esso è già in se stesso "una presenza quotidiana".

La domenica in cui il Papa chiedeva di tornare a dare importanza al vangelo era, per esempio, quella dove si concludeva il girone d'andata del campionato di calcio: ovvero il girone d'andata di un campionato che è il primo (e speriamo l'ultimo) senza pubblico.

Ci sono stati moltissimi gol e risultati sorprendenti e, secondo gli esperti, tutto ciò sarebbe dovuto in gran parte all'assenza di pubblico: ci sono giocatori, soprattutto i più giovani - ha dichiarato per esempio Fabio Capello - che senza pubblico segnano più gol, rendono di più, perché hanno più coraggio.

È, in maniera macroscopica, il problema che abbiamo tutti: dare un'enorme importanza al giudizio degli altri su di noi. Tutti sentiamo la spinta a stare nel gruppo perché stare nel gruppo, nell'organizzazione sociale, ci fa sentire protetti, "dalla parte giusta", non siamo soli ad affrontare la vita. Ma proprio questa atmosfera di sicurezza è spesso la catena che ci tiene in prigione, che ci impedisce di essere noi stessi e che ci spinge a tradire le nostre aspirazioni.

Ciascuno di noi, ecco l’insegnamento che ci arriva da un campionato come questo, ha "un pubblico" al quale rendere conto in misura più o meno conscia: e il vangelo potrebbe aiutarci proprio a liberarci in buona misura di tutto ciò. Gesù Cristo, che si creda o meno che fosse Dio, è stato certamente una persona che è andata contro le attese del suo “ pubblico”: sia che fossero i parenti, gli amici o i potenti del suo tempo.

In una discussione, Cristo dice ai farisei che per loro è impossibile seguirlo non perché non sappiano, nel loro intimo, che lui abbia ragione ma perché, seguendolo, avrebbero perso il consenso del loro gruppo. "Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?" (Gv 5,44).

Comprendiamo da soli che leggere una frase come questa la mattina prima di andare in ufficio o di entrare in una dinamica relazionale importante, sarebbe infinitamente liberante: e ciò a prescindere che si sia credenti e praticanti. Ecco perché le parole di Bergoglio sul vangelo hanno un loro valore universale.

[https://www.agi.it/blog-italia/idee/post/2021-01-28/campionato-senza-pubblico-papa-francesco-vangelo-11184640/

Martedì, 25 Marzo 2025 12:26

4a Domenica di Quaresima (anno C)

Oggi 25 marzo, siamo nel cuore del Giubileo contemplando il mistero dell’Annunciazione e Incarnazione del Verbo. Era prima una festa prevalentemente mariana, come appare tuttora in tante tradizioni religiose popolari. Con la riforma liturgica è stata evidenziata come solennità cristologica importante che c’immerge nel cuore dell’Incarnazione del Verbo eterno: il Dio che si fa uomo per la nostra salvezza. Resta sempre forte la presenza di Maria – L’Annunziata - come colei che con il suo “sì” ha reso possibile il mistero della nostra salvezza, il prodigio appunto dell’Incarnazione; e invita ognuno di noi a unire il nostro “sì” al suo, consapevoli che, soltanto nell’umiltà, il cuore umano è capace di rispondere alla chiamata di Dio.

 

IV Domenica di Quaresima anno C (30 Marzo 2025) 

 

*Prima Lettura Dal libro di Giosuè (5, 9a 10- 12)

Mosè non è entrato nella terra promessa perché è morto sul monte Nebo, in corrispondenza del Mar Morto, sul lato che oggi corrisponde alla riva giordana. Non è quindi lui che ha introdotto il popolo d’Israele in Palestina, ma il suo servitore e successore Giosuè. Tutto il libro di Giosuè racconta l’ingresso del popolo nella terra promessa, a partire dalla traversata del Giordano dato che le tribù d’Israele sono entrate in Palestina da est. L’obiettivo di chi ha scritto questo libro è abbastanza chiaro: se l’autore ricorda l’opera di Dio a favore d’Israele è per esortare il popolo alla fedeltà. Nelle poche righe del testo odierno si nasconde un vero e proprio sermone che si articola in due insegnamenti: in primo luogo, non bisogna mai dimenticare che Dio ha liberato il popolo dall’Egitto; e in secondo luogo, se l’ha liberato è per dargli questa terra come aveva promesso ai nostri padri. Tutto riceviamo da Dio, ma quando lo dimentichiamo, ci mettiamo da soli in situazioni senza uscita. Per tale ragione il testo fa continui paralleli tra l’uscita dall’Egitto, la vita nel deserto e l’ingresso in Canaan. Ad esempio, nel capitolo 3 del libro di Giosuè, la traversata del Giordano è raccontata in modo solenne come la ripetizione del miracolo del Mar Rosso. Nel testo di questa domenica, l’autore insiste sulla Pasqua: “celebrarono la Pasqua, al quattordici del mese, alla sera”. Come la celebrazione della Pasqua aveva segnato l’uscita dall’Egitto e il miracolo del Mar Rosso, anche ora la Pasqua segue l’ingresso nella terra promessa e il miracolo del Giordano. Si tratta di paralleli intenzionali con i quali l’autore vuol dire che, dall’inizio alla fine di questa incredibile avventura, è lo stesso Dio che agisce per liberare il suo popolo, in vista della terra promessa. Il libro di Giosuè viene immediatamente dopo il Deuteronomio. “Giosuè” non è il suo nome, ma il soprannome datogli da Mosè: all’inizio, si chiamava semplicemente “Hoshéa”, “Osea” che significa “Egli salva” e Il nuovo nome, “Giosuè” (“Yeoshoua”) contiene il nome di Dio a indicare più esplicitamente che solo Dio salva. Giosuè del resto ha ben compreso che lui da solo non può liberare il suo popolo. La seconda parte dell’odierno testo è sorprendente perché all’apparenza si parla solo di cibo, ma c’è ben altro: “Il giorno dopo la Pasqua, mangiarono i prodotti di quella terra: azzimi e frumento abbrustolito. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna: quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.” Questo cambiamento di cibo fa pensare a uno svezzamento: si volta pagina, inizia una nuova vita e finisce il periodo del deserto con le sue difficoltà, recriminazioni e anche soluzioni miracolose. Ora Israele, arrivato nella terra donata da Dio, non sarà più nomade, ma popolo sedentario di agricoltori nutrendosi dei prodotti del suolo; un popolo adulto e responsabile della propria sussistenza. Avendo i mezzi per provvedere da solo ai propri bisogni, Dio non si sostituisce a lui perché nutre grande rispetto per la sua libertà. Questo popolo però non dimenticherà la manna e ne conserverà la lezione: come il Signore ha provveduto nel deserto, così Israele deve diventare sollecito verso chi per varie ragioni è in difficoltà. E’ detto chiaramente nel Libro del Deuteronomio: Dio ci ha insegnato a nutrire i poveri per aver fatto scendere il pane dal cielo per i figli d’Israele e adesso a noi tocca fare altrettanto (cf Dt.34, 6). Infine, la traversata del Giordano e l’ingresso nella terra promessa, terra della libertà, aiuta a meglio comprendere il battesimo di Gesù nel Giordano che diventerà l segno della nuova entrata nella vera terra della libertà. 

 

*Salmo responsoriale (33 (34) 2-3, 4-5, 6-7)

In questo salmo, come in altri, ogni versetto è costruito in due righe in dialogo e l’ideale sarebbe cantarlo a due cori alternati, riga per riga. E’ composto da 22 versetti corrispondenti alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico, in poesia chiamato acrostico: ogni lettera dell’alfabeto è posta verticalmente davanti a ogni versetto, che inizia con la lettera corrispondente nel margine. Questo procedimento, abbastanza frequente nei salmi, indica che ci troviamo di fronte a un salmo di ringraziamento per l’Alleanza. Potremmo dire che è la risposta alla prima lettura tratta dal libro di Giosuè, dove pur raccontando una storia, in realtà c’è un invito a rendere grazie per tutto ciò che Dio ha compiuto per Israele.  Il linguaggio del ringraziamento è onnipresente, come si nota già nei primi versetti: “Benedirò il Signore in ogni tempo… sulla mia bocca sempre la sua lode…magnificate con me il Signore… esaltiamo insieme il suo nome”. A parlare è Israele, testimone dell’opera di Dio: un Dio che risponde, libera, ascolta, salva: “Ho cercato il Signore: mi ha risposto; da ogni paura mi ha liberato… questo povero grida e il Signore lo ascolta: lo salva da tutte le sue angosce.”  Quest’attenzione di Dio emerge nel passo del capitolo 3 dell’Esodo, che era la prima lettura della scorsa domenica, terza di Quaresima cioè l’episodio del roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo… il suo grido è giunto fino a me… conosco le sue sofferenze”. Israele è il povero liberato della misericordia di Dio, come leggiamo in questo salmo e che ha scoperto la sua duplice missione: anzitutto insegnare a tutti gli umili la fede, intesa come dialogo tra Dio e l’uomo che grida la sua angoscia e Dio lo ascolta, lo libera e viene in suo aiuto; in secondo luogo essere disposti a collaborare con l’opera di Dio. Come Mosè e Giosuè sono stati strumenti di Dio per liberare il suo popolo e introdurlo nella terra promessa, così Israele sarà l’orecchio attento ai poveri e lo strumento della sollecitudine di Dio per loro: “i poveri ascoltino e si rallegrino”. Israele deve far risuonare lungo i secoli questo grido, che è una polifonia intrecciata di sofferenza, lode e speranza per alleviare ogni forma di povertà. Occorre però essere poveri nel cuore con il realismo di riconoscersi piccoli e invocare Dio in aiuto nella certezza che ci accompagna in ogni circostanz per aiutarci ad affrontare gli ostacoli della vita. 

 

*Seconda Lettura dalla seconda Lettera di san Paolo ai Corinti (5, 17-21)

Si può comprendere questo testo in due modi e tutto ruota attorno alla frase centrale: “non imputando (Dio) agli uomini le loro colpe” (v.19) che può avere due significati. Il primo: fin dall’inizio del mondo, Dio ha tenuto il conto dei peccati degli uomini, ma, nella sua grande misericordia, ha accettato di cancellarli grazie al sacrificio di Gesù Cristo e questa è la cosiddetta “sostituzione”, cioè Gesù si è fatto carico al nostro posto di un debito troppo grande per noi. Secondo: Dio non ha mai contato i peccati degli uomini e Cristo è venuto nel mondo per mostrarci che Dio è da sempre amore e perdono, come leggiamo nel salmo 102 (103): “Dio allontana da noi i nostri peccati”. L’intero cammino della rivelazione biblica ci fa passare dalla prima ipotesi alla seconda e, per capire meglio, occorre rispondere a queste tre domande: Dio tiene il conto dei nostri peccati? Si può parlare di «sostituzione» nella morte di Cristo? Se Dio non fa calcoli con noi e se non possiamo parlare di «sostituzione», come interpretare questo testo di Paolo?

Primo: Dio tiene il conto dei nostri peccati? All’inizio della storia dell’Alleanza, sicuramente Israele  ne era convinto e si capisce perché. L’uomo non può scoprire Dio se Dio stesso non gli si rivela. Ad Abramo Dio non parla di peccato, ma di alleanza, di promessa, di benedizione, di discendenza, e mai appare la parola “merito”. “Abramo ebbe fede nel Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia” (Gen 15,6), dunque la fede è l’unica cosa che conta. Dio non tiene i conti delle nostre azioni, il che però non significa che possiamo fare qualsiasi cosa, perché siamo responsabili della costruzione del Regno. A Mosè il Signore si rivela come misericordioso e clemente, lento all’ira e ricco di amore (cf. Es 34,6). Davide, proprio in occasione del suo peccato, capisce che il perdono di Dio precede persino il nostro pentimento ed Isaia osserva  che Dio ci sorprende perché i suoi pensieri non sono i nostri pensieri: Egli è solo perdono per i peccatori (cf Is 55,6-8). Nell’Antico Testamento il popolo eletto sapeva già che Dio è tenerezza e perdono e l’ha chiamato Padre molto prima di noi. La parabola di Giona, ad esempio, è stata scritta proprio per mostrare che Dio si prende cura persino dei Niniviti, nemici storici di Israele.

Secondo: Si può parlare di «sostituzione» nella morte di Cristo? Se Dio non tiene il conto dei peccati e quindi non abbiamo un debito da pagare, non c’è bisogno che Gesù si sostituisca a noi. Inoltre, i testi del Nuovo Testamento parlano di solidarietà, mai di sostituzione e Gesù non agisce al nostro posto e non è nemmeno il nostro rappresentante. Egli è il «primogenito» come dice Paolo, che ci apre la strada e cammina davanti a noi. Mescolato con i peccatori ha chiesto il Battesimo da Giovanni e sulla croce ha accettato di dare la vita sulla croce per noi. Si è avvicinato a noi affinché noi potessimo avvicinarci a Lui.

Terzo: Come va quindi interpretato questo testo di Paolo? Anzitutto, Dio non ha mai tenuto il conto dei peccati degli uomini e Cristo è venuto nel mondo per farcelo comprendere. Quando a Pilato dice: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37), afferma che la sua missione è rivelare il volto di Dio che è da sempre amore e perdono. E quando Paolo scrive: “… non imputando (Dio) agli uomini le loro colpe” intende chiarire che Dio cancella le nostre false idee su di Lui, quelle che lo dipingono come un contabile.  Gesù è venuto per mostrare il volto di Dio Amore, ma è stato rifiutato e per questo ha accettato di morire. Era diventato troppo scomodo per le autorità religiose del tempo, che pensavano di sapere meglio di lui chi fosse Dio ed è dunque morto in croce a causa dell’orgoglio umano che si è trasformato in odio implacabile. A Filippo nel cenacolo disse: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9) e pur in mezzo all’umiliazione e all’odio ha proferito solamente parole di perdono. Si comprende a questo punto la frase con cui si chiude questo brano: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (v. 21). Sul volto di Cristo crocifisso contempliamo fino a che punto arriva l’orrore del nostro peccato, ma anche fino a che punto giunge il perdono di Dio e da questa contemplazione può nascere la nostra conversione: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”, testo del profeta  Zaccaria (12,10), che troviamo nel IV vangelo (Gv 19,37). Da qui nasce per noi la vocazione di ambasciatori dell’amore di Dio: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (v.20).

 

*Dal Vangelo secondo Luca (15, 1-3. 11-32)

La chiave interpretativa di questo testo si trova proprio nelle prime parole. Scrive san Luca che “si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo” mentre “i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. I primi sono pubblici peccatori da evitare, mentre gli altri sono persone oneste, che cercano di fare ciò che piace a Dio. In verità i farisei erano in genere persone rette, pie e fedeli alla Legge di Mosè, scioccate però dal comportamento di Gesù che sembra non capire con chi ha a che fare se persino mangia e si mescola con i peccatori. Dio è il Santo e per loro c’era un’incompatibilità totale tra Dio e i peccatori e pertanto Gesù, se era veramente da Dio, doveva evitare di frequentarli. Questa parabola intende aiutare a scoprire il vero volto di Dio che è Padre. In effetti, il personaggio principale di questa storia è Dio stesso, il padre che ha due tipi di figli, entrambi con almeno un punto in comune, cioè il modo di concepire  la relazione con il padre in termini di meriti e contabilità anche se si comportano in maniera differente: il minore l’offende gravemente, a differenza del maggiore, e alla fine però riconosce il suo peccato: “Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”; il maggiore  invece si vanta di aver sempre obbedito si lamenta però di non aver mai ricevuto nemmeno un capretto come meriterebbe. Il Padre è fuori da questi calcoli e non vuole sentir parlare di meriti perché ama i suoi figli e in questa relazione non c’è spazio per il calcolo della contabilità. Al minore, che aveva preteso “la mia parte di patrimonio che mi spetta”, si era spinto ben oltre la richiesta, come alla fine dirà a entrambi: tutto ciò che è mio è vostro. Al figlio prodigo che torna non lascia nemmeno il tempo di esprimere un qualche pentimento, non esige spiegazioni; al contrario vuole subito fare festa, perché “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”. Chiara la lezione: con Dio non è questione di calcoli, meriti, anche se facciamo fatica a debellare questa mentalità e tutta la Bibbia, fin dall’Antico Testamento, mostra la lenta e paziente pedagogia con cui Dio cerca di farsi conoscere come Padre, pronto a far festa ogni volta che ritorniamo da lui.

Due piccoli commenti per concludere:

1. Nella prima lettura, tratta dal libro di Giosuè, Israele viene nutrito dalla manna durante la traversata del deserto, mentre qui non c’è manna per il figlio che rifiuta di vivere con suo padre e si ritrova in un deserto esistenziale, perché si è tagliato fuori da solo. 

2. Circa invece il legame con la parabola della pecora smarrita, che si trova sempre in questo capitolo di Luca, si osserva che il pastore va a cercare la pecora smarrita e la riporta indietro mettendola sulle spalle, il padre invece non impedisce al figlio di partire e non lo costringe a tornare perché rispetta fino in fondo la sua libertà.

+Giovanni D’Ercole

Martedì, 25 Marzo 2025 04:59

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno incisivo e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

 

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina (v.18) in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

Gesù esprime l’immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci.

Dio sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo. Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devotissima, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo ‘manifesta’, anche nelle ‘infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

[Mercoledì 4.a sett. Quaresima, 2 aprile 2025]

Martedì, 25 Marzo 2025 04:53

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno efficace e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

 

Dice il Tao Tê Ching (xxi): «Dai tempi antichi sino a oggi, il suo Nome non passa, e così acconsente a tutti gli inizi. Da che conosco il modo di tutti gli inizi? Da questo».

Gesù esprime l’intima immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci. Egli sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina [(v.18); cf. commento a Gv 10,31-42: Ti fai Dio, voi siete Dèi] in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

 

Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Indulgente sì, ma a motivo delle cadute nel rischio - di testimoniare almeno una sua briciola d’immagine dentro, senza minimo denominatore.

Nell’incontro con la Persona di Gesù ci accorgiamo della sua potenza di risuscitazione: priva di parzialità, consistente e oggettiva sia sul terreno della vita che della morte, della remissione, e del giudizio.

Incessantemente assimiliamo i suoi pensieri, impulsi, parole, azioni, vicende cariche: tutto diviene giovane esperienza di Dio che si rivela.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devota, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

Padre e Figlio non sono custodi della tranquillitas ordinis, né inducono al sopore della coscienza.

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza, e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo manifesta, anche nelle infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come essere volto del Padre, creatore di vita, amico e fratello, che fa risorgere?

Come riconoscerlo Alleanza nuova e corrispondere? Cosa significa per te credere nella vittoria della vita sulla morte?

 

 

Ti fai Dio

(Gv 10,31-42)

 

In Gv il termine Giudei indica non il popolo, bensì le guide spirituali. Un Gesù blasfemo rivendica la mutua immanenza col Padre, e osa dilatare a noi i confini del Mistero che lo avvolge e riempie.

Ma la condizione divina che si manifesta nella sua pienezza umana viene rifiutata dai capi religiosi proprio in nome dell’adesione all’Eterno.

Le autorità rigettano il Figlio in nome dell’Altissimo e della fedeltà all’idea tradizionale, all’immagine irriducibile del Dio vincitore (da cui scaturisce un certo tipo di società competitiva, spietata anche nella vita spirituale).

Secondo Gesù il Padre non è rivelato da ragionamenti e argomentazioni cerebrali, bensì dalla qualità indistruttibile delle opere «belle» (vv.32-33).

Il termine greco sta a indicare il senso di pienezza e meraviglia - verità, bontà, fascino, stupore - che emana dall’unica azione richiesta in qualsiasi opera (di rilievo o minuta): l'amore che risuscita il bisognoso.

E la Scrittura riconosce in ciascuno di noi questa sacra scintilla, che dà a tutti gli accadimenti e alle emozioni il passo della Vertigine che supera le cose circostanti, o come “dovrebbero” essere fatte.

Certo, a nostro sostegno abbiamo bisogno d’un Volto, di una relazione e di una vicenda di stretta parentela per identificare ciò che ci muove, per scrutare dentro quel che appare o viene suscitato.

L’Unità di nature - Lui in noi e noi col Padre - ci corrisponde nel Volto del Cristo, e si rende manifesta nell’ascoltare, accogliere, non precipitarsi a condannare, ma rendere forte il debole.

La simbiosi con Dio nelle nostre attività, col nostro modo di proporre o reagire, durante tutta la nostra vita, dispiega in ciascun Figlio la sua Somiglianza, anche nelle circostanze difficili.

Ogni cosa che accade, anche le persecuzioni e i tentativi di omicidio per incomprensione o invidia spirituale, può essere guardata in un’altra ottica.

Sono eventi, accadimenti esterni che attivano energie complessive: si fanno cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

Più che pericoli e fastidi, tracciano un destino di Esodo - come un fiume che trasporta, ma che in Cristo ci scampa dalle mani d’una stasi mortifera (v.39), e risintonizza mirabilmente sulle forze che guidano alle periferie - dove dobbiamo andare.

 

 

Da Figlio di Davide a Figlio dell’uomo

 

La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24), era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio. Davanti alla fede del Centurione a Cafarnao, Gesù esclama: «Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, allocuzione al Concistoro 24 novembre 2012]

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The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). (Pope Francis)

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