Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Ai discepoli Gesù rivolge l’invito a rallegrarsi, a vincere la tentazione della tristezza per la partenza del Maestro, perché questa partenza è condizione disposta nel disegno divino per la venuta dello Spirito Santo: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16, 7). Sarà il dono dello Spirito a procurare ai discepoli una gioia grande, anzi la pienezza della gioia, secondo l’intenzione espressa da Gesù. Il Salvatore, infatti, dopo aver invitato i discepoli a rimanere nel suo amore, aveva detto: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; cf. Gv 17, 13). È lo Spirito Santo a mettere nel cuore dei discepoli la stessa gioia di Gesù, gioia della fedeltà all’amore che viene dal Padre.
San Luca attesta che i discepoli, i quali al momento dell’Ascensione avevano ricevuto la promessa del dono dello Spirito Santo, “tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24, 52-53). Negli Atti degli Apostoli risulta che, dopo la Pentecoste, si era creato negli Apostoli un clima di profonda gioia, che si comunicava alla comunità, in forma di esultanza e di entusiasmo nell’abbracciare la fede, nel ricevere il battesimo e nel vivere insieme, come dimostra quel “prendere i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2, 46-47). Il libro degli Atti annota: “I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13, 52).
6. Ben presto sarebbero venute le tribolazioni e persecuzioni predette da Gesù proprio nell’annunciare la venuta del Paraclito-Consolatore (cf. Gv 16,1ss.). Ma secondo gli Atti la gioia perdura anche nella prova: vi si legge infatti che gli Apostoli, tradotti davanti al Sinedrio, fustigati, ammoniti e rimandati a casa, se ne tornarono “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo” (At 5, 41-42).
Questa, del resto, è la condizione e la sorte dei cristiani, come ricorda San Paolo ai Tessalonicesi: “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1, 6). I cristiani, secondo Paolo, ripetono in sé il mistero pasquale di Cristo, che ha come cardine la Croce. Ma il suo coronamento è la “gioia dello Spirito Santo” per coloro che perseverano nelle prove. È la gioia delle beatitudini, e più particolarmente della beatitudine degli afflitti, e dei perseguitati (cf. Mt 5, 4.10-12). Non affermava forse l’apostolo Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi . . .” (Col 1, 24)? E Pietro, per parte sua, esortava: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4, 13).
Preghiamo lo Spirito Santo perché accenda sempre più in noi il desiderio dei beni celesti e ce ne faccia godere un giorno la pienezza: “Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.
Amen.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 19 giugno 1991]
A spezzare le risate forzate di «una cultura non gioiosa che inventa di tutto per spassarsela», offrendo «dappertutto pezzettini di dolce vita», ci pensa la vera gioia del cristiano. Che «non si compra al mercato» ma è «un dono dello Spirito», custodito dalla fede e sempre «in tensione tra memoria della salvezza e speranza». È stata tutta incentrata sulla gioia come autentico «respiro del cristiano» l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la messa di lunedì 28 maggio a Santa Marta.
Prendendo spunto dal passo evangelico di Marco (10, 17-27), il Pontefice fatto notare che «questo giovane che voleva andare avanti nella vita del servizio di Dio, che aveva sempre vissuto secondo i comandamenti e anche che è stato capace di attirare a sé l’amore di Gesù, quando sentì la condizione che Gesù gli dà “si fece oscuro in volto e se ne andò rattristato”». In pratica «è uscito dal cuore l’atteggiamento, l’atteggiamento, le radici della sua personalità». Come a dire: «Sì, io voglio seguire il Signore, andare col Signore, ma le ricchezze non toccarle». Perché, ha insistito il Papa, quel giovane «era imprigionato nelle ricchezze, non era libero e per questo se ne andò triste».
«Invece nella prima lettura san Pietro ci parla della gioia, non della tristezza ma della gioia cristiana» ha proseguito il Pontefice, ricordando il brano tratto dalla prima lettera dell’apostolo (1, 3-9). «Questo giovane se ne è andato triste perché non era libero, era schiavo» ha spiegato. E «san Pietro ci dice: “siate ricolmi di gioia”, esultate di gioia». È «forte» l’espressione di Pietro: «Ricolmi di gioia, esultare di gioia».
Ma «cosa è la gioia?» si è chiesto Francesco, riferendosi a quella gioia «che Pietro ci chiede di avere e che il giovane non ha potuto avere perché era prigioniero di altri interessi». Il Papa ha definito «la gioia cristiana» come «il respiro del cristiano». Perché «un cristiano che non è gioioso nel cuore — ha affermato — non è un buon cristiano».
La gioia dunque, ha affermato il Pontefice, «è il respiro, il modo di esprimersi del cristiano». Del resto, ha fatto notare, la gioia «non è una cosa che si compra o io la faccio con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito Santo». Perché, ha ricordato, a causare «la gioia nel cuore è lo Spirito Santo». C’è «la gioia cristiana se noi siamo in tensione fra il ricordo — la memoria di essere rigenerati, come dice san Pietro, che ci ha salvato Gesù — e la speranza di quello che ci aspetta». E «quando una persona è in questa tensione, è gioiosa».
Ma, ha avvertito il Papa, «se noi dimentichiamo quello che ha fatto il Signore per noi, dare la vita, rigenerarci — è forte la parola, “rigenerarci”, una nuova creazione come dice la liturgia — e se noi non guardiamo a quello che ci aspetta, l’incontro con Gesù Cristo, se noi non abbiamo memoria, non abbiamo speranza, non possiamo avere gioia». Magari «abbiamo sì sorrisi, sì, ma la gioia no».
Oltretutto, ha rilanciato Francesco, «non si può vivere cristianamente senza gioia, almeno nel suo primo grado che è la pace». Infatti «il primo scalino della gioia è la pace: sì, quando vengono le prove, come dice san Pietro, uno soffre; ma scende e trova la pace e quella pace non può toglierla nessuno». Ecco perché «il cristiano è un uomo, una donna di gioia, un uomo, una donna di consolazione: sa vivere in consolazione, la consolazione della memoria di essere rigenerato e la consolazione della speranza che ci aspetta». Proprio «questi due fanno quella gioia cristiana e l’atteggiamento».
«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla».
«Noi — ha riconosciuto il Papa — viviamo in una cultura non gioiosa, una cultura dove si inventano tante cose per divertirci, spassarsela; ci offrono dappertutto pezzettini di dolce vita». Ma «questa non è la gioia — ha spiegato — perché la gioia non è una cosa che si compra nel mercato: è un dono dello Spirito».
In questa prospettiva Francesco ha suggerito di guardare dentro se stessi, domandandosi: «Com’è il mio cuore? È pacifico, è gioioso, è in consolazione?». Di più, ha rilanciato il Pontefice, «anche nel momento del turbamento, nel momento della prova, quel mio cuore è un cuore non inquieto bene, con quella inquietudine che non è buona: c’è un’inquietudine buona ma ce n’è un’altra che non è buona, quella di cercare le sicurezze dappertutto, quella di cercare il piacere dappertutto». Come «il giovane del Vangelo: aveva paura che se lasciava le ricchezze non sarebbe stato felice».
Perciò «la gioia, la consolazione» sono «il nostro respiro di cristiani». E così, ha suggerito Francesco, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia sempre questa pace interiore, quella gioia che nasce dal ricordo della nostra salvezza, della nostra rigenerazione e dalla speranza di quello che ci aspetta». Perché «soltanto così si può dire “sono cristiano”». Infatti non ci può essere «un cristiano oscuro, rattristato, come questo giovane che “a queste parole si fece oscuro in volto, se ne andò rattristato”». Di certo «non era cristiano: voleva essere vicino a Gesù ma ha scelto la propria sicurezza, non quella che dà Gesù».
Per questo, ha concluso il Papa, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia gioia, che ci dia la consolazione, almeno nel primo grado: la pace». Consapevoli che «essere uomo e donna di gioia significa essere uomo e donna di pace, significa essere uomo e donna di consolazione: che lo Spirito Santo ci dia questo».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 29/05/2018]
Senza paura
Paura e tristezza fanno ammalare le persone e anche la Chiesa, perché paralizzano, rendono egocentrici e finiscono per viziare l’aria delle comunità che sulla porta espongono il cartello «vietato» perché hanno paura di tutto. È invece la gioia, che nel dolore arriva a essere pace, l’atteggiamento coraggioso del cristiano, sostenuto dal timor di Dio e dallo Spirito Santo. È quanto ha detto il Papa nella messa celebrata, venerdì 15 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.
Nella liturgia della parola, ha fatto subito notare Francesco commentando le letture del giorno, «ci sono due parole forti che la Chiesa ci fa meditare: paura e gioia». E così — si legge negli Atti degli apostoli (18, 9-18) — il Signore dice a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare».
«La paura — ha spiegato il Papa — è un atteggiamento che ci fa male, ci indebolisce, ci rimpiccolisce, ci paralizza anche». Tanto che «una persona sotto paura non fa nulla, non sa cosa fare: è timorosa, paurosa, concentrata su se stessa affinché non le succeda qualcosa di male, di brutto». Dunque «la paura porta a un egocentrismo egoistico e paralizza». Proprio «per questo Gesù dice a Paolo: non aver paura, continua a parlare».
La paura, infatti, «non è un atteggiamento cristiano», ma «è un atteggiamento, possiamo dire, di un’anima incarcerata, senza libertà, che non ha libertà di guardare avanti, di creare qualcosa, di fare del bene». E così chi ha paura continua a ripetere: «No, c’è questo pericolo, c’è quell’altro, quell’altro», e così via. «Che peccato, la paura fa male!» ha commentato ancora Francesco.
La paura, però, «va distinta dal timore di Dio, con la quale non ha nulla a che vedere». Il timore di Dio, ha affermato il Pontefice, «è santo, è il timore dell’adorazione davanti al Signore e il timore di Dio è una virtù». Esso, infatti, «non rimpiccolisce, non indebolisce, non paralizza»; al contrario, «porta avanti verso la missione che il Signore dà». E in proposito il Pontefice ha aggiunto: «Il Signore, nel capitolo 18 del Vangelo di Luca, parla di un giudice che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno, e faceva quello che voleva». Questo «è un peccato: la mancanza di timore di Dio e anche l’autosufficienza». Perché «distoglie dal rapporto con Dio e anche dall’adorazione».
Perciò, ha detto Francesco, «una cosa è il timore di Dio, che è buono; ma un’altra cosa è la paura». E «un cristiano pauroso è poca cosa: è una persona che non ha capito quale sia il messaggio di Gesù».
L’«altra parola» proposta dalla liturgia, «dopo l’Ascensione del Signore», è «gioia». Nel passo del Vangelo di Giovanni (16, 20-23), «il Signore parla del passaggio dalla tristezza alla gioia», preparando i discepoli «al momento della passione: “Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”». Gesù suggerisce «l’esempio della donna nel momento del parto, che ha tanto dolore ma dopo, nato il bambino, si dimentica del dolore» per lasciare spazio alla gioia. «E nessuno potrà togliervi la vostra gioia» assicura dunque il Signore.
Ma «la gioia cristiana — ha avvertito il Papa — non è un semplice divertimento, non è un’allegria passeggera». Piuttosto, «la gioia cristiana è un dono dello Spirito Santo: è avere il cuore sempre gioioso perché il Signore ha vinto, il Signore regna, il Signore è alla destra del Padre, il Signore ha guardato me e mi ha inviato e mi ha dato la sua grazia e mi ha fatto figlio del Padre». Ecco cosa è davvero «la gioia cristiana».
Un cristiano, perciò, «vive nella gioia». Ma, si è chiesto Francesco, «dov’è questa gioia nei momenti più tristi, nei momenti del dolore? Pensiamo a Gesù sulla Croce: aveva gioia? Eh no! Ma sì, aveva pace!». Infatti, ha spiegato il Papa, «la gioia, nel momento del dolore, della prova, diviene pace». Invece «un divertimento nel momento del dolore diviene oscurità, diviene buio».
Ecco perché «un cristiano senza gioia non è cristiano; un cristiano che vive continuamente nella tristezza non è cristiano». A «un cristiano che perde la pace, nel momento delle prove, delle malattie, di tante difficoltà, manca qualcosa».
Francesco ha invitato a «non avere paura e avere gioia», spiegando: «Non avere paura è chiedere la grazia del coraggio, il coraggio dello Spirito Santo; e avere gioia è chiedere il dono dello Spirito Santo, anche nei momenti più difficili, con quella pace che il Signore ci dà».
È ciò che «accade nei cristiani, accade nelle comunità, nella Chiesa intera, nelle parrocchie, in tante comunità cristiane». Infatti «ci sono comunità paurose, che vanno sempre sul sicuro: “No, no, non facciamo questo... No, no, questo non si può, questo non si può”». A tal punto che «sembra che sulla porta d’entrata abbiano scritto “vietato”: tutto è vietato per paura». Così «quando si entra in quella comunità l’aria è viziata, perché la comunità è malata: la paura ammala una comunità; la mancanza di coraggio ammala una comunità».
Ma «anche una comunità senza gioia è una comunità ammalata, perché quando non c’è la gioia c’è il vuoto. No, anzi: c’è il divertimento». E così, in fin dei conti, «sarà una bella comunità divertente, ma mondana, ammalata di mondanità perché non ha la gioia di Gesù Cristo». E «un effetto, fra gli altri, della mondanità — ha messo in guardia il Pontefice — è quello di sparlare degli altri». Dunque, «quando la Chiesa è paurosa e quando la Chiesa non riceve la gioia dello Spirito Santo, la Chiesa si ammala, le comunità si ammalano, i fedeli si ammalano».
Nella preghiera all’inizio della messa, ha ricordato il Papa, «abbiamo chiesto al Signore la grazia di innalzarci verso il Cristo seduto alla destra del Padre». Proprio «la contemplazione del Cristo seduto alla destra del Padre — ha affermato — ci darà il coraggio, ci darà la gioia, ci toglierà la paura e ci aiuterà anche a non cadere in una vita superficiale e divertente».
«Con questa intenzione di innalzare il nostro spirito verso Cristo seduto alla destra del Padre — ha concluso Francesco — continuiamo la nostra celebrazione, chiedendo al Signore: innalza il nostro spirito, toglici ogni paura e dacci la gioia e la pace».
[Papa Francesco, omelia s. Marta 15 maggio 2015; (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.109, 16/05/2015)]
VI Domenica di Pasqua (anno A) [10 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)
Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia
Salmo responsoriale (65/66)
Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo. Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)
Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.
Da dove verrà questa resistente audacia? I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)
La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.
E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).
+Giovanni D’Ercole
V Domenica di Pasqua (anno A) [3 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)
Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa.
Salmo responsoriale (32/33)
Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5). Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)
In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)
Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre. Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.
+Giovanni D’Ercole
Quarta Domenica di Pasqua (anno A) [26 Aprile 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 14a.36-41)
Continua la lettura del discorso di Pietro a Gerusalemme il mattino di Pentecoste, e poiché ormai è ricolmo di Spirito Santo, legge per così dire a libro aperto nel progetto di Dio. Tutto gli appare chiaro, si ricorda del profeta Gioele che aveva annunciato: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne” (Gle2,28) e per lui è evidente che siamo al mattino del compimento di questa promessa. Per mezzo di Gesù, rigettato, eliminato dagli uomini, ma risuscitato ed esaltato da Dio, lo Spirito si è effuso su ogni carne, e i pellegrini ebrei provenienti da tutti gli angoli dell’Impero Romano sono venuti per celebrare la festa di Pentecoste, la festa del dono della Legge. Durante il viaggio e anche quando giungono nel Tempio di Gerusalemme, i pellegrini cantano i salmi e invocano da Dio la venuta del Messia. Pietro cerca di aprire loro gli occhi: il Messia di cui parlate è quel Gesù che voi avete crocifisso, e quando definisce Gesù Signore e Messia, il Cristo, queste sue affermazioni appaiono senz’altro molto ardite. Se l’uomo di Nazaret è il Messia atteso, questo significa che su Gesù è posta tutta la speranza d’Israele. Gli ascoltatori di Pietro furono colpiti al cuore, dice Luca, e certamente Pietro ha saputo toccare i loro cuori. Che dobbiamo fare - si chiedono? La risposta è semplice: convertitevi per salvarvi da questa generazione perversa, e convertirsi, nel linguaggio biblico, è proprio voltarsi, fare dietro front. Ci sono due strade davanti a noi e spesso capita di sbagliare cammino: occorre allora tornare sulla retta via. Pietro fa una semplice constatazione: la generazione contemporanea di Cristo e degli apostoli è stata messa di fronte a una vera sfida, riconoscere cioè in Gesù il Messia atteso da secoli. Purtroppo però Gesù non ha le caratteristiche e le speranze riposte nel Messia immaginato come liberatore del popolo ebreo ed allora si è commesso un errore di giudizio e si è smarrita la strada. Per questo Pietro chiama tutti a convertirsi e invita a ricevere il Battesimo: fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo promesso a voi, ai vostri figli e a tutti quelli che sono lontani, ma che chiamerà il Signore nostro Dio. Inoltre, per ebrei familiari nello studio delle Scritture, Pietro richiama l’annuncio del profeta Gioele - verserò il mio Spirito su ogni carne - come pure nelle sue parole c’è un’eco delle parole del profeta Isaia sulla pace e l’alleanza voluta da Dio con il popolo d’Israele (cfr. Is49,1; 57,19). Proprio grazie a quest’Alleanza Israele si sentiva legato a Dio: era il popolo scelto, il figlio, come dice il profeta Osea (11,1), mentre gli altri popoli sembravano lontani da Dio. Quando poi Isaia afferma che la pace è anche per quelli che sono lontani ricorda ciò che il popolo eletto ha una missione di pace per l’umanità intera chiamata a entrare in quello che si potrebbe chiamare il piano di pace di Dio. Annota l’Autore che quel giorno tremila si fecero battezzare. E aggiunge che i tremila ebrei diventati cristiani, facevano parte di quelli che Pietro chiamava i vicini. A poco a poco, lungo il libro degli Atti anche i lontani raggiungeranno i “chiamati” da Dio. A loro san Paolo dirà, nella lettera agli Efesini: voi che un tempo eravate lontani, ora siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo. Ed è il Cristo, la nostra pace, perché “dei due, il giudeo e il pagano” ha fatto una sola realtà (Ef2,14-18).
Salmo Responsoriale (22/23)
Abbiamo incontrato il salmo 22/23 nella quarta domenica di Quaresima. Allora insistevo nel commento su tre punti: primo, nei salmi è di Israele intero che si tratta, anche se chi parla al singolare dicendo “io”; secondo, per definire la sua esperienza religiosa Israele usa due paragoni, quello del levita che trova la sua gioia ad abitare nella Casa di Dio e quello del pellegrino che partecipa al pasto sacro che segue i sacrifici di azione di grazie. Bisogna però leggere tra le righe che, attraverso questi due paragoni, il popolo eletto avverte di essere stupito e riconoscente per la gratuita Alleanza di Dio. In terzo luogo, i primi cristiani hanno riconosciuto in questo salmo il privilegio della propria esperienza di battezzati e il salmo 22/23 è diventato nella Chiesa primitiva il canto delle celebrazioni del Battesimo. Mi fermo semplicemente sul primo versetto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti. Il profeta Michea così prega: Signore, con il tuo bastone sii il pastore del tuo popolo, il gregge che ti appartiene, così che il popolo si percepisca patrimonio di Dio (cf. Mi 7,14). Nel salmo 15/16 s’incontra invece l’espressione inversa Signore, mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte, la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità. Quando si paragona Dio a un pastore e Israele al suo gregge, si osa pensare che il popolo eletto sia un tesoro per il suo Dio, il che è una bella audacia, e l’uso di un simile vocabolario è un invito alla fiducia, perché Dio è rappresentato come un buon pastore, cioè colui che raduna, guida, nutre, cura, protegge e difende il suo gregge vegliando su tutti i suoi bisogni. Il profeta Michea scrive che Dio radunerà tutto intero il resto d’Israele (cf. 2,12), e lo metterà insieme come un gregge radunando le pecore zoppe e quelle disperse. Sofonia riprende lo stesso tema: salverò la pecora zoppa (cf. 3,19), radunerò quelle che sono disperse, il che vuol dire che ogni volta che facciamo opera di divisione lavoriamo contro Dio. Il Dio, pastore attento, pastore-guida e difensore del suo gregge. Ritroviamo questo spesso nei salmi, in particolare nel salmo 94/95 che è la preghiera del mattino di ogni giorno nella liturgia delle Ore dove leggiamo: “Siamo il popolo che egli conduce, il gregge guidato dalla sua mano”. Nel salmo 77/78 si legge che, come un pastore, Dio conduce il suo popolo, spinge nel deserto il suo gregge, lo guida, lo difende, lo rassicura, e il salmo 79/80 comincia con un appello “Pastore d’Israele: ascolta, tu che conduci Giuseppe, il tuo gregge, rivela la tua forza e vieni a salvarci”. E’ chiaro che nei periodi difficili, quando il gregge cioè Israele si sente mal guidato, abbandonato, maltrattato o peggio malmenato, i profeti ricorrono spesso all’immagine del buon pastore per ridare speranza. E non stupisce dunque ritrovare questo tema nel secondo Isaia, nel Libro della Consolazione d’Israele: Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge, il suo braccio raduna gli agnelli, li porta sul suo cuore, conduce le pecore che allattano (cf.40,11), perché lungo le strade potranno ancora pascolare, sulle alture spoglie saranno i loro pascoli, non avranno né fame né sete, il vento bruciante e il sole non li colpiranno più, perché lui, pieno di compassione, li guiderà, li condurrà alle acque vive (cf. Is. 49,9-10). Infine anche Ezechiele riprende questo tema dicendo che così parla il Signore Dio: “Io stesso avrò cura delle mie pecore e le passerò in rassegna, come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le libererò da tutti i luoghi dove erano state disperse in un giorno di nuvole e di caligine, le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi migliori. Le farò pascolare in un buon pascolo e i loro prati saranno sulle alture d’Israele, là le mie pecore riposeranno in belle praterie, brucheranno in grassi pascoli. Sui monti d’Israele, io stesso farò pascolare il mio gregge e lo farò riposare, oracolo del Signore Dio, la pecora perduta, io la cercherò, la smarrita, la ricondurrò, quella ferita, la fascerò, quella malata, le ridarò forza” (cf. 34,11-16). A nostra volta oggi noi cantiamo questo salmo 22/23 sapendo che Gesù si è presentato lui stesso come il pastore delle pecore perdute che ci invita a mettere la nostra fiducia nella tenerezza del Dio-pastore. In un tempo, come il nostro, in cui le nostre società attraversano giorni di nuvole e di caligine, siamo invitati a contemplare l’immagine del buon Pastore e a rinnovare la nostra fiducia: Dio, il vero buon Pastore non ci abbandona mai.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 20b-25)
San Pietro si rivolge a una categoria sociale particolare, gli schiavi, perché allora esisteva ancora la schiavitù e, nel diritto romano, lo schiavo era alla mercé del padrone, un oggetto nelle sue mani. Capitava dunque che gli schiavi subissero maltrattamenti secondo il capriccio dei padroni e uno schiavo cristiano presso un padrone non cristiano si esponeva a più dure vessazioni. Pietro in sostanza incoraggia a mitare Cristo, anche lui “schiavo per amore”(cf. Fil. 2,7) che ha messo la vita intera al servizio di tutti gli uomini. Come dunque si è comportato? Insultato, non rispondeva con insulti, messo a soffrire non minacciava, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia. San Pietro esorta a sopportare la sofferenza anche quando si fa il bene, sapendo che è una grazia agli occhi di Dio essere capaci di comportarsi come Cristo quando si è nella prova. Certamente non esiste una vocazione del cristiano alla sofferenza, ma nella sofferenza c’è una chiamata a comportarsi sull’esempio di Cristo. Allora non è soffrire per soffrire, ma imitare Cristo che anche lui ha sofferto facendosi carico dei nostri peccati sul legno della croce, affinché, morti ai peccati, vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe infatti siamo stati guariti. Dio ci ha salvati perché viviamo per la giustizia. Siamo guariti dalle nostre ferite, che sono le incapacità ad amare e a donare, a perdonare, a condividere. A causa del peccato originale eravamo lontani da Dio e disorientati, erranti come pecore. In Cristo crocifisso per i nostri peccati, abbiamo recuperato la fedeltà al progetto di Dio e le sue piaghe ci hanno guariti. Cristo è morto per rendere testimonianza alla verità, restando fedele anche sulla croce al Padre. La croce, luogo dell’orrore assoluto, dell’odio umano scatenato, è diventata il trono dell’amore assoluto. Nel perdono di Gesù ai suoi carnefici ci è data la possibilità di contemplare e di credere all’amore di Dio per l’umanità, rivelato nella croce che può trasformarci e convertirci. Il profeta Zaccaria ce lo ricorda: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cf. 12,10) e questo ci guarisce, ci salva, cioè ci rende di nuovo capaci di amare e di perdonare come Cristo. Quando ci si lascia intenerire da questo amore assoluto di Dio, i nostri cuori di pietra diventano cuori di carne, capaci di vivere come lui. Lasciamoci trasformare da questo contagio di misericordia perché Cristo possa proseguire, anche grazie a noi, l’opera di trasformazione dell’umanità intera: Egli continua a inviare discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi” (cf. Lc10,3; Mt 10,16) perché, seguendo le sue tracce, siamo ovunque testimoni della Misericordia infinita di Dio.
Dal Vangelo secondo san Giovanni (10,1-10)
La coerenza dei testi biblici di questa domenica è davvero evidente, perché il salmo, la seconda lettura e il vangelo ci portano in un ovile. I salmo paragona la relazione di Dio con Israele alla premura di un pastore per il suo gregge: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare”; nella seconda lettura san Pietro parla di uomini simili a pecore smarrite erranti, invitati a tornare “al vostro pastore, il custode delle vostre anime”. Qui, nel vangelo, leggiamo un passaggio del lungo discorso sul buon pastore e un ovile. Per comprendere occorre fare lo sforzo di immaginare il paesaggio del vicino Oriente, dove il gregge è radunato per la notte in un recinto ben custodito e al mattino il pastore viene a liberare le pecore per condurle ai pascoli: scena all’epoca molto familiare agli ascoltatori di Gesù perché innanzitutto c’erano molti greggi in Israele, e poi perché i profeti dell’Antico Testamento avevano preso l’abitudine di paragonare il rapporto di Dio con il suo popolo al pastore che si prende cura del suo gregge. Nel salmo responsoriale abbiamo riletto alcuni brani a questo proposito e aggiungo un riferimento al profeta Isaia che insiste sulla premura di Dio verso il suo popolo: pieno di compassione, Egli “li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49,9-10). Inoltre del futuro Messia si diceva che sarebbe stato un pastore per Israele, ma allo stesso tempo i profeti non cessavano di mettere in guardia contro i cattivi pastori, un vero pericolo per le pecore, ed è questione di vita o di morte per il gregge. Gesù a sua volta si iscrive proprio nello stesso registro, indicando la premura del pastore per le sue pecore e il pericolo di falsi pastori, un argomento che riprende nel vangelo di questa domenica sotto forma di due piccoli paragoni successivi, quello del pastore, poi quello della porta. E’ interessante che si premura di introdurli entrambi con la formula solenne “in verità, in verità vi dico”, espressione che introduce sempre qualcosa di nuovo. Ma se il tema del pastore era ben noto, dov’è la novità? D’altra parte Giovanni precisa che queste due parabole sono rivolte ai farisei: Gesù racconta la prima, ma, come annota, non compresero ciò che Gesù voleva dire loro, allora Gesù prosegue con la seconda. I farisei non hanno capito la prima, o non hanno voluto capire, forse semplicemente perché, con ogni evidenza, Gesù lascia intuire che è lui stesso questo buon pastore capace di fare felice il suo popolo, e loro si vedono declassati di colpo al rango di cattivi pastori. Non è che hanno capito benissimo cosa vuole dire Gesù, ma non possono accettarlo perché sarebbe ammettere che questo Galileo è il Messia, l’Inviato di Dio? Gesù non assomiglia per nulla all’idea che se ne facevano, ed è forse la ragione per cui Gesù ha avuto cura di dire “in verità, in verità vi dico”. Quando egli introduce un discorso con questo incipit bisogna essere particolarmente attenti, perché equivale a espressioni idiomatiche che si incontrano spesso nei profeti dell’Antico Testamento. Quando infatti lo Spirito di Dio soffia loro parole dure da capire o da accettare, i profeti hanno sempre cura di cominciare e talvolta terminare la predicazione con formule come “oracolo del Signore” o “così parla il Signore”. Pur conoscendo questo e quindi avvertiti che Gesù parla di realtà molto importanti, i farisei non hanno capito o non hanno voluto capire; ciò nonostante Gesù insiste e Giovanni ci aiuta a capire quest’insistenza volontaria precisando che “allora Gesù disse di nuovo”. Si nota qui tutta la pazienza di Gesù, che tenta in ogni modo di convincere i suoi ascoltatori: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore” e chi entra passando per me, sarà salvo. Modi diversi per aiutare a capire che egli è il Messia, il salvatore, e, solo per mezzo di lui, il gregge accede alla vera vita, la vita in abbondanza. Possiamo trarre un’ultima lezione da questo vangelo: Gesù dice che le pecore seguono il pastore perché ne conoscono la voce, e dietro questa immagine, si può leggere una realtà della vita di fede: i nostri contemporanei non seguiranno Cristo, non saranno suoi discepoli se noi non facciamo risuonare la voce di Cristo, se non facciamo conoscere la Parola di Dio. Non è questo, ancora una volta, l’appello accorato di Gesù a far udire con tutti i mezzi il suono della sua voce?
+Giovanni D’Ercole
Terza Domenica di Pasqua (anno A) [19 aprile 2026]
*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)
Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato. Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia? La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione. Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo
*Salmo Responsoriale (15/16)
Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce così anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto. L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.
*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)
Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato; ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e di conseguenza conoscevano bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico. Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù. Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà, una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora, annota Pietro, la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.
*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)
Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.
+Giovanni D’Ercole
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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