don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Sabato, 11 Luglio 2026 15:44

Prendere la propria croce

Non si tratta solo di sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane, ma di portare con fede e responsabilità quella parte di fatica, quella parte di sofferenza che la lotta contro il male comporta. La vita dei cristiani è sempre una lotta. La Bibbia dice che la vita del credente è una milizia: lottare contro il cattivo spirito, lottare contro il Male.

Così l’impegno di “prendere la croce” diventa partecipazione con Cristo alla salvezza del mondo. Pensando a questo, facciamo in modo che la croce appesa alla parete di casa, o quella piccola che portiamo al collo, sia segno del nostro desiderio di unirci a Cristo nel servire con amore i fratelli, specialmente i più piccoli e fragili. La croce è segno santo dell’Amore di Dio, è segno del Sacrificio di Gesù, e non va ridotta a oggetto scaramantico oppure a monile ornamentale. Ogni volta che fissiamo lo sguardo sull’immagine di Cristo crocifisso, pensiamo che Lui, come vero Servo del Signore, ha realizzato la sua missione dando la vita, versando il suo sangue per la remissione dei peccati. E non lasciamoci portare dall’altra parte, nella tentazione del Maligno. Di conseguenza, se vogliamo essere suoi discepoli, siamo chiamati a imitarlo, spendendo senza riserve la nostra vita per amore di Dio e del prossimo.

La Vergine Maria, unita al suo Figlio fino al calvario, ci aiuti a non indietreggiare di fronte alle prove e alle sofferenze che la testimonianza del Vangelo comporta per tutti noi.

[Papa Francesco, Angelus 30 agosto 2020]

Nella differenza tra religiosità comune e Fede

(Mt 13,1-23)

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito:

«Altri [grani] poi caddero sulla terra quella bella e davano frutto, chi cento, chi sessanta, chi trenta» (v.8).

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava chicchi a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura, e non consentissero ai grani di attecchire grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Il Seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là alligna e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità religiosa antica sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» [v.8 testo greco] frutti in maniera diversa: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

Con il termine «bello» (in senso orientale) s’intende il terreno pieno e fecondo [l’anima e l’opera dei discepoli più intimi, anche anonimi].

 

Il Signore vuol dire che un sapiente impegno di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è taccagno, né esclusivo - bensì magnanimo.

In tal guisa, la Chiesa suo Popolo nuovo è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive.

Il nuovo Rabbi non aveva intenzione di ritagliarsi discepoli migliori di altri - isolati dalla realtà della famiglia umana.

Proponeva un nuovo stile di vita, convivente.

Insomma, Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, in modo astratto; ma attende con pazienza.

Accetta perfino che nasca male o che non spunti affatto. Conosce dove andare.

 

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori (anche sull’asfalto), sa che verrà tacciato di essere poco accorto.

Ma Egli non si preoccupa della quantità, né dei frutti esteriori immediati della sua ‘semente’.

Non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza”!

Tale la amabile, umanizzante e divina, genitoriale Tolleranza che salva. Essa non ci sequestra ogni attimo, a pianificare.

Gl’interessa piuttosto farci capire che non è un Dio calcolatore e avaro, esteriore, taccagno e prevenuto; bensì Padre munifico e conciliante.

Signore del Regno che non attende prima le nostre piccole ‘perfezioni’.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, fin dalle prime generazioni di credenti, il richiamo positivo di Gesù è stato reinterpretato un po’ al contrario: con venature moraliste e individualiste (vv.10-23) che ne hanno intaccato la genuinità.

In tal guisa, la iniziale proposta di Fede personale si è contaminata con la consuetudinaria ottica purista e di ripiego [colpevolizzante] tipica delle filosofie e religioni circostanti, come del pensiero comune.

Alcune configurazioni di ordine ecclesiale hanno di seguito normalizzato la stessa potenza eccezionale del Messaggio; così inedito. In particolare, il nuovo senso di adeguatezza, fiducia e autostima che il Figlio di Dio intendeva comunicare ai suoi amici, e al mondo dei piccoli.

 

 

[15.a Domenica T.O. (anno A)  12 luglio 2026]

(Mt 13,1-23)

 

In un mondo che ha perduto i riferimenti ma forse tenta di crearne di più autentici e profondi, la missione di maternità e paternità di coloro che hanno esperienza non è solo un appoggio materiale: si allarga al discernimento più antico sulle cose dell’anima.

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava il seme a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura e non consentissero al seme di attecchire, grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito.

Il seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là attecchisce e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità perbene sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva [che pur sembrerebbe facile prevedere].

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» (v.8 testo greco) ossia pieno e fecondo [dei suoi discepoli e non] frutti in maniera diversa: «e davano frutto chi cento chi sessanta chi trenta».

Gesù vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è spilorcio, né esclusivo - bensì magnanimo.

La sua Chiesa è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive: non ha intenzione di ritagliarsi discepoli “migliori” di altri e isolati dalla realtà della famiglia umana.

Un nuovo stile di vita.

 

Dice il Tao Tê Ching (XL): «Il tornare è il movimento del Tao; la debolezza è quel che adopra il Tao. Le diecimila creature che sono sotto il cielo hanno vita dall’essere; l’essere ha vita dal non-essere».

E il maestro Wang Pi commenta: «L’essere ha per utilità il non-essere: questo è il suo tornare». Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «La radice è quella verso cui muove il Tao, che nel suo moto fa vivere le diecimila creature. Se esse lo contrastano, periscono. Il Tao s’avvale sempre della mollezza e della debolezza, per questo può durare a lungo».

Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, ma attende con pazienza. Accetta anche che nasca male, o che non spunti affatto.

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori [anche sull’asfalto] sa che verrà tacciato di essere poco accorto: non si preoccupa della quantità (!), né dei frutti esteriori immediati (!) della sua ‘semente’ - non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza” (!).

Ma gl’interessa farci capire che è Padre, non il Dio calcolatore delle più varie credenze: avaro, esteriore, taccagno, scostante, e prevenuto.

 

La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-9) denota la totale positività del suo Messaggio: Egli proclama un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.

Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui - Generoso e Sereno - fa per noi. Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.

Il Regno del Signore non va preparato e allestito [secondo le normali precomprensioni] bensì accolto.

Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al ‘lasciarsi salvare’.

La Redenzione ha radici d’inedito che spiazza i propostiti e le aspettative.

Essa non fonda sui binari tracciati.

Si delinea a partire da un’iniziativa provvidente, nella gratuita liberalità; per la calma tollerante del Cielo - che ci consente un processo e un tempo largo di crescita.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, la riflessione successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante [facendo scattare una ridicola competizione con le religioni].

Le aspettative puriste a contorno hanno intaccato via via sia il senso dell’annuncio del Regno vicino e sovrabbondante, sia la natura del Dono, nonché la trasparenza della sua remissiva disponibilità verso tutti.

Il Figlio proclamava esclusivamente la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di accogliere la Vocazione, e affrontare il cammino personale.

Nella rielaborazione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito.

Le allegorie sono in genere narrazioni tutto sommato banali, venate di considerazioni impersonali e primordiali [qui, sulla “qualità del terreno”].

Questo passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo Richiamo originario del Figlio di Dio.

Egli intendeva proporre a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il peso ansiogeno dell’archetipo oppressivo delle varie dottrine e casistiche comportamentali.

 

Il giogo eticista non parte dall’Amore: suppone spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque; anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, sempre e ovunque insufficiente].

Protagonista del brano (dal v.19) non è più Dio e il suo gesto munifico [che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio], bensì il tipo di terra: l’apostolo stesso - che diverrebbe così il soggetto del cammino spirituale.

Un disastro.

Colpevole sempre (vv.19-23): non hai vigilato su chi rapisce il Seme; hai avuto un fervore solo iniziale, non hai radice in te e sei incostante; e se preoccupato, sedotto o bramoso, sarai infruttuoso...

Infine, se anche tu fossi terreno «quello bello» (v.23) dovresti ancora stare attento... perché si possono avere diversi risultati: «chi cento chi sessanta chi trenta» (v.23).

Impossibile farcela. Insomma, devozione e ossessione sembra vadano a braccetto [contro la ‘natura’].

Ma si entra in un campo minato - contromano rispetto alle linee portanti di ogni inclinazione e talento personale, o carisma autentico perfino di gruppo.

Sembra che siano la donna e l’uomo [chi riceve la Parola] a doversi centrare su di sé, individuare i propri difetti, e - avendone finalmente contezza e capacità nitida - adoperarsi a «migliorare», sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.

Tutto ciò indurrebbe proprio le persone più motivate o euforiche alla spersonalizzazione del carattere stesso della Chiamata, alla negazione della loro vita intima, a un pazzesco dispendio di energie.

 

Cancellata la fiducia nella marea del Seme che Viene - ossia, smarrito il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria e delle sue opportunità di vita - ciascuno troverebbe sempre davanti a sé quelle imperfezioni che poi intralciano la strada.

Infatti, coloro che non conoscono le difformi e normalissime energie dell’uomo [tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie degli sviluppi; da percepire a tutto tondo, assumere e investire] trascurano la propria essenza e si trasformano in quelle alcove mortifere (di sé e degli altri) che a proclami non vorrebbero mai essere.

A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, proprio i “fenomeni” unilaterali, e gli sterilizzati, finiscono per smarrire la strada dello stupore di Dio che spiazza.

Ciò a partire dalla valorizzazione degli opposti.

Nonché, più delle anime spontanee, proprio tali primi della classe mettono in bilico la loro reale inclinazione dell’anima - magari scambiando la natura caratteriale per zavorra.

Risultato (storico): eccoci tutti pronti all’attacco, gli uni degli altri. È la foto delle lacerazioni odierne; dei soliti guelfi contro ghibellini.

Ciò per il fatto che siamo passati dall’affascinante proposta di Fede, alla fatica del ripiegamento religioso [e moralizzatore] sul “terreno”.

Landa paradossalmente sempre più superficiale, inconsistente, dura, sassosa, soffocata, non integrata - a senso unico ed esterno!

 

 

Parabole, e il mistero della cecità: Narrazione e trasmutazione

 

Smarrirsi, per la trasformazione

(Mt 13,10-17; cf. Mc 4,10-12.25; Lc 8,9-10.18)

 

San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.

Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.

Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le  energie della Vita rinnovata.

Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.

Dice Erich Fromm:

«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».

Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.

Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.

Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.

Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.

 

Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.

Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.

Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.

Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.

In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.

Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.

Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.

Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.

Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.

E Gesù lo sa.

 

 

Nuova interpretazione dei diversi Terreni

 

Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni

(Mt 13,18-23)

 

Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.

Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.

Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.

Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).

Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.

Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.

È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.

E forse tutto ciò ci ha portato troppo a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.

Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.

Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].

Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...

Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).

Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.

 

Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.

Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].

Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.

Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.

E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.

Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.

Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.

Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).

La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.

Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale [e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati].

Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).

Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.

E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.

Venerdì, 10 Luglio 2026 03:10

Parabola autobiografica

Nel Vangelo dell’odierna Domenica (Mt 13,1-23), Gesù si rivolge alla folla con la celebre parabola del seminatore. E’ una pagina in qualche modo “autobiografica”, perché riflette l’esperienza stessa di Gesù, della sua predicazione: Egli si identifica con il seminatore, che sparge il buon seme della Parola di Dio, e si accorge dei diversi effetti che ottiene, a seconda del tipo di accoglienza riservata all’annuncio. C’è chi ascolta superficialmente la Parola ma non l’accoglie; c’è chi l’accoglie sul momento ma non ha costanza e perde tutto; c’è chi viene sopraffatto dalle preoccupazioni e seduzioni del mondo; e c’è chi ascolta in modo recettivo come il terreno buono: qui la Parola porta frutto in abbondanza.

Ma questo Vangelo insiste anche sul “metodo” della predicazione di Gesù, cioè, appunto, sull’uso delle parabole. “Perché a loro parli con parabole?” – domandano i discepoli (Mt 13,10). E Gesù risponde ponendo una distinzione tra loro e la folla: ai discepoli, cioè a coloro che si sono già decisi per Lui, Egli può parlare del Regno di Dio apertamente, invece agli altri deve annunciarlo in parabole, per stimolare appunto la decisione, la conversione del cuore; le parabole, infatti, per loro natura richiedono uno sforzo di interpretazione, interpellano l’intelligenza ma anche la libertà. Spiega San Giovanni Crisostomo: “Gesù ha pronunciato queste parole con l’intento di attirare a sé i suoi ascoltatori e di sollecitarli assicurando che, se si rivolgeranno a Lui, Egli li guarirà” (Comm. al Vang. di Matt., 45,1-2). In fondo, la vera “Parabola” di Dio è Gesù stesso, la sua Persona che, nel segno dell’umanità, nasconde e al tempo stesso rivela la divinità. In questo modo Dio non ci costringe a credere in Lui, ma ci attira a Sé con la verità e la bontà del suo Figlio incarnato: l’amore, infatti, rispetta sempre la libertà.

Cari amici, domani celebreremo la festa di San Benedetto, Abate e Patrono d’Europa. Alla luce di questo Vangelo, guardiamo a lui come maestro dell’ascolto della Parola di Dio, un ascolto profondo e perseverante. Dobbiamo sempre imparare dal grande Patriarca del monachesimo occidentale a dare a Dio il posto che Gli spetta, il primo posto, offrendo a Lui, con la preghiera del mattino e della sera, le attività quotidiane. La Vergine Maria ci aiuti ad essere, sul suo modello, “terra buona” dove il seme della Parola possa portare molto frutto.

[Papa Benedetto, Angelus 10 luglio 2011]

Venerdì, 10 Luglio 2026 03:05

Come un uomo che getta un seme

1. Come abbiamo detto nella catechesi precedente, non è possibile capire l’origine della Chiesa senza tener conto di tutto quello che Gesù predicò e operò (cf. At 1,1). E proprio su questo tema egli ha rivolto ai suoi discepoli e ha lasciato a noi tutti un fondamentale insegnamento nelle parabole sul Regno di Dio. Tra queste, hanno particolare importanza quelle che enunciano e ci fanno scoprire il carattere di sviluppo storico e spirituale che è proprio della Chiesa secondo il progetto dello stesso suo Fondatore.

2. Gesù dice: “Il Regno di Dio è come un uomo che getta un seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura” (Mc 4, 26-29). Dunque il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza. Questo è il senso della parabola riportata dal Vangelo di Marco.

3. Ritroviamo lo stesso concetto anche in altre parabole, specialmente in quelle riunite nel testo di Matteo (Mt 13, 3-50).

“Il regno dei cieli - leggiamo in questo Vangelo - si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo si annidano fra i suoi rami” (Mt 13, 31). È la crescita del regno in senso “estensivo”.

Un’altra parabola invece ne mostra la crescita in senso “intensivo” o qualitativo, paragonandolo al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” (Mt 13, 32).

4. Nella parabola del seminatore e della semina la crescita del Regno di Dio appare certamente come frutto dell’operato del seminatore, ma è in rapporto al terreno e alle condizioni climatiche che la semina produce raccolto: “dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta” (Mt 13, 8). Il terreno significa la disponibilità interiore degli uomini. Dunque, secondo Gesù, la crescita del Regno di Dio è condizionata anche dall’uomo. La libera volontà umana è responsabile di questa crescita. Per questo Gesù raccomanda a tutti di pregare: “Venga il tuo regno” (cf. Mt 6, 10; Lc 11, 2): è una delle prime domande del Pater noster.

5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.

6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cf. Mt 13, 36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio.

Egli dice ai suoi: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4, 11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera “prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l’ha preparato il Padre” (cf. Lc 22, 29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio” (cf. At 1, 3) sino al giorno in cui “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16, 19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l’Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.

7. Anche le parole rivolte a Pietro a Cesarea di Filippo si inscrivono nell’ambito della predicazione sul regno. Gli dice infatti: “A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 19), subito dopo averlo chiamato pietra, sulla quale edificherà la sua Chiesa, che sarà invincibile per “le porte degli inferi” (cf. Mt 16, 18). È una promessa espressa allora col verbo al futuro: “edificherò”, perché la fondazione definitiva del Regno di Dio in questo mondo doveva ancora compiersi mediante il sacrificio della Croce e la vittoria della Risurrezione. Dopo di che Pietro, con gli altri Apostoli, avrà la coscienza viva della loro chiamata a “proclamare le opere meravigliose di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (cf. 1 Pt 2, 9). Al tempo stesso, tutti avranno altresì la coscienza della verità che emerge dalla parabola del seminatore, e cioè che, “né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”, come scriverà San Paolo (1 Cor 3, 7).

8. L’autore dell’Apocalisse esprime questa stessa coscienza del regno quando riferisce il canto indirizzato all’Agnello: “Sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti” (Ap 5, 9-10). L’apostolo Pietro precisa che sono stati costituiti tali “per offrire sacrifici graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (cf. 1 Pt 2, 5). Sono tutte espressioni delle verità apprese da Gesù che, nelle parabole sul seminatore e sulla semina, sulla crescita del grano e dell’erba cattiva, sul granellino di senapa che viene seminato e diventa poi pianta abbastanza estesa, parlava di un Regno di Dio che, sotto l’azione dello Spirito, cresce nelle anime grazie alla forza vitale derivante dalla sua morte e dalla sua risurrezione: un regno che cresce sino al tempo previsto da Dio stesso.

9. “Poi sarà la fine - annuncia San Paolo - quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto a nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15, 24). Quando infatti “tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

In mirabile prospettiva escatologica del Regno di Dio è inscritta l’esistenza della Chiesa dall’inizio sino alla fine, e si svolge la sua storia dal primo all’ultimo giorno.

[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]

Venerdì, 10 Luglio 2026 02:47

Semente e tipi di terreno

Nel Vangelo di questa domenica (cfr Mt 13,1-23) Gesù racconta a una grande folla la parabola - che tutti conosciamo bene - del seminatore, che getta la semente su quattro tipi diversi di terreno. La Parola di Dio, simboleggiata dai semi, non è una Parola astratta, ma è Cristo stesso, il Verbo del Padre che si è incarnato nel grembo di Maria. Pertanto, accogliere la Parola di Dio vuol dire accogliere la persona di Cristo, lo stesso Cristo.

Ci sono diversi modi di ricevere la Parola di Dio. Possiamo farlo come una strada, dove subito vengono gli uccelli e mangiano i semi. Questa sarebbe la distrazione, un grande pericolo del nostro tempo. Assillati da tante chiacchiere, da tante ideologie, dalle continue possibilità di distrarsi dentro e fuori di casa, si può perdere il gusto del silenzio, del raccoglimento, del dialogo con il Signore, tanto da rischiare di perdere la fede, di non accogliere la Parola di Dio. Stiamo vedendo tutto, distratti da tutto, dalle cose mondane.

Un’altra possibilità: possiamo accogliere la Parola di Dio come un terreno sassoso, con poca terra. Lì il seme germoglia presto, ma presto pure si secca, perché non riesce a mettere radici in profondità. È l’immagine di quelli che accolgono la Parola di Dio con l’entusiasmo momentaneo che però rimane superficiale, non assimila la Parola di Dio. E così, davanti alla prima difficoltà, pensiamo a una sofferenza, a un turbamento della vita, quella fede ancora debole si dissolve, come si secca il seme che cade in mezzo alle pietre.

Possiamo, ancora – una terza possibilità di cui Gesù parla nella parabola – accogliere la Parola di Dio come un terreno dove crescono cespugli spinosi. E le spine sono l’inganno della ricchezza, del successo, delle preoccupazioni mondane... Lì la Parola cresce un po’, ma rimane soffocata, non è forte, muore o non porta frutto.

Infine – la quarta possibilità – possiamo accoglierla come il terreno buono. Qui, e soltanto qui il seme attecchisce e porta frutto. La semente caduta su questo terreno fertile rappresenta coloro che ascoltano la Parola, la accolgono, la custodiscono nel cuore e la mettono in pratica nella vita di ogni giorno.

Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole, perché parla dell’ascolto della Parola. Ci ricorda che essa è un seme fecondo ed efficace; e Dio lo sparge dappertutto con generosità, senza badare a sprechi. Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso. La Parola è data a ognuno di noi. Possiamo chiederci: io, che tipo di terreno sono? Assomiglio alla strada, alla terra sassosa, al roveto? Se vogliamo, con la grazia di Dio possiamo diventare terreno buono, dissodato e coltivato con cura, per far maturare il seme della Parola. Esso è già presente nel nostro cuore, ma il farlo fruttificare dipende da noi, dipende dall’accoglienza che riserviamo a questo seme. Spesso si è distratti da troppi interessi, da troppi richiami, ed è difficile distinguere, fra tante voci e tante parole, quella del Signore, l’unica che rende liberi. Per questo è importante abituarsi ad ascoltare la Parola di Dio, a leggerla. E torno, una volta in più, su quel consiglio: portate sempre con voi un piccolo Vangelo, un’edizione tascabile del Vangelo, in tasca, in borsa… E così, leggete ogni giorno un pezzetto, perché siate abituati a leggere la Parola di Dio, e capire bene qual è il seme che Dio ti offre, e pensare con quale terra io lo ricevo.

La Vergine Maria, modello perfetto di terra buona e fertile, ci aiuti, con la sua preghiera, a diventare terreno disponibile senza spine né sassi, affinché possiamo portare buoni frutti per noi e per i nostri fratelli.

[Papa Francesco, Angelus 12 luglio 2020]

Martedì, 07 Luglio 2026 10:53

15a Domenica T.O.

15a Domenica T.O.  (anno A)  [12 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55,10-11)

 

Il filo conduttore di questo brano è l’immagine della pioggia: la Parola di Dio è pioggia feconda, non ritorna senza aver compiuto la missione di perdono e riconciliazione. Quest’oracolo chiude il libretto del Second Isaia (Is 40-55) Come fanno spesso i profeti, Isaia usa un’immagine: pioggia e neve sono sogni a occhi aperti per un contadino orientale abituato a un terreo spesso arido. A Babilonia, dove è in esilio col popolo nel VI sec. a.C., si sperimenta il beneficio della pioggia. Un paese pieno di sole, come Israele o Babilonia, rifiorisce alla prima pioggia. Il profeta applica questa efficacia alla Parola di Dio: Così è della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto. Isaia insiste sull’efficacia per due ragioni. 1) Annuncia la fine dell’Esilio e il ritorno a Gerusalemme.  Da 50 anni gli abitanti di Gerusalemme sono deportati a Babilonia. Isaia promette da parte di Dio la liberazione e l’uscita da Babilonia. Per credere a una promessa attesa da così tanto tempo serve fiducia nella Parola di Dio. Per questo Isaia è così fermo: “la mia parola… non ritornerà a me senza effetto…”. Le affermazioni sull’efficacia della Parola (“Davar” significa insieme “parola” ed “evento”). sono sempre pronunciate nei momenti difficili della storia d’Israele, quando bisogna aggrapparsi alla fede.  Esempi: “Tutta la carne è come l’erba… l’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio rimane per sempre” (Is 40,6-8); “Veglio sulla mia parola per realizzarla” (Ger 1,12). Parole pronunciate per lottare contro l’idolatria poiché, durante l’esilio, forte era la tentazione degli abitanti di Gerusalemme, che, davanti alla sconfitta, pensavano che era meglio rivolgersi agli dèi dei vincitori babilonesi dato che erano efficaci. Esiste un passaggio sarcastico del profeta Isaia: povera gente che usa lo stesso legno per fare fuoco e per farsi statue; poi aspetta aiuto da quelle statue inerti fatte da loro stessi (cf. Is 44).  2) L’altra ragione per insistere sull’efficacia della parola è perché la “missione” della Parola è perdono e riconciliazione. Subito prima di questo testo annota: “Cercate il Signore, finché si fa trovare, invocatelo, finché è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri…” (Is 55,6-8).  La “missione” di cui si parla qui è quindi missione di annuncio del perdono gratuito di Dio e di riconciliazione dell’umanità con Lui: Dio alla fine riconcilierà l’umanità con sé. Più tardi Paolo dirà lo stesso: “Dio nostro Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Questo progetto di Dio si compie con l’incarnazione del Verbo e l’invio dei discepoli come ambasciatori di riconciliazione: “Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,18). 

 

Salmo Responsoriale (64/65)

 

Il Salmo 64 è l’ex-voto di un popolo scritto al ritorno dall’esilio per ringraziare Dio della liberazione: apparentemente un canto per la creazione rinnovata, ma non è solo un canto sulla natura. La liturgia ci propone solo gli ultimi versetti (10-14) che sembrano una contemplazione della natura, ma i versetti precedenti sono fondamentali e senza di loro si perde il senso vero del salmo. Questo è un ex-voto per il ritorno dall’esilio, voto fatto a Babilonia nel VI secolo a.C.: Se Dio ci libera e ci riporta in Israele, faremo festa nel suo tempio. La liberazione viene vissuta come perdono perché l’esilio era considerato castigo per i peccati del popolo e dei capi e il ritorno è un “ritorno in grazia”: Dio cancella il passato di peccato.  “Le nostre colpe ci hanno sopraffatti; tu le perdoni”. Si comprende che l’elezione d’Israele diventa missione e il popolo celebra la fedeltà di Dio: “Beato chi hai scelto e fatto avvicinare: abiterà nei tuoi atri”. Come i leviti avevano un posto speciale per servire Dio nel tempio, così Israele ha un posto speciale tra le nazioni: quando le altre nazioni vedranno la salvezza di Israele, riconosceranno che il Dio d’Israele è l’unico salvatore. Con il ritorno in patria inizia una vita nuova, è una vera ri-creazione. Per questo la parte finale bucolica non va separata dal tema centrale che è l’azione di grazie.  La natura rigogliosa è immagine della vita nuova e del dono più grande di Dio: il perdono

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (8,18-23)

 

La creazione non è finita, è un progetto in itinere ed attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Significa che la creazione non è un evento del passato: è un progetto in marcia, paragonabile a un’opera d’arte.  Immaginiamo la realizzazione di un’immensa scultura di bronzo. Fin dal primo giorno l’artista sa che ci vorranno pazienza e tempo: si passa per tante tappe successive.  Si devono affrontare fatiche, pene, rischi; occorre sapere bene dove questo lavoro a volte ingrato conduce e valutare ogni possibile difficoltà. Solo l’artista immagina già l’opera compiuta nella sua mente, ma il problema è come descrivere ai collaboratori la bellezza intravista, farla condividere con la stessa passione. Il progetto di Dio è paragonabile alla nascita di un’opera d’arte: Paolo parla proprio di parto. Solo Dio, per ora, può descrivere l’opera finita. E chi ha la missione di completarla? Noi, ciascuno per la sua piccola parte, ma soprattutto lo Spirito che soffia sul mondo per orientarlo a Dio. “Abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito, ma aspettiamo l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. In senso biblico “corpo” è il nostro essere intero. Redenzione del corpo: il nostro essere intero, oggi ancora incatenato, legato al peccato, sarà finalmente liberato e libero di vivere da figli di Dio. Si parla delle “primizie” che biblicamente sono la prima manciata di spighe o l’agnello primogenito del gregge in primavera. Erano insieme inizio e promessa del raccolto intero. Bella immagine per dire che possediamo già le caparre della salvezza definitiva: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ed è perché possediamo già le primizie, perché siamo già animati dallo Spirito, che gemiamo nell’attesa della nostra trasformazione definitiva. E’ tuttavia sempre lo Spirito che continua l’opera nel mondo.  Nella IV Preghiera Eucaristica diciamo: “Egli – tuo Figlio – ha inviato da te, Padre, come primo dono ai credenti, lo Spirito Santo che continua la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione”. “Ogni santificazione” cioè ogni trasformazione.  Per ora la creazione è ancora “sottomessa alla caducità”, ma nei cieli nuovi e terra nuova che attendiamo, verso cui tendiamo, questa energia diventerà passione per l’unità: “Secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13). Allora la creazione sarà “liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.  Paolo parla dell’insieme della creazione e del cosmo, non solo di noi. Riprende un tema familiare alla Bibbia: la disarmonia della cattiva scelta di Adamo trascina nel caos il giardino intero, cioè tutta la creazione: “Il suolo sarà maledetto per causa tua” (Gen 3,17).   All’inverso, quando la giustizia abiterà la terra, non solo gli uomini ma anche gli animali conosceranno la pace. L’uomo fa parte del cosmo e non si concepisce senza di esso. È uno dei sensi della magnifica “parabola” degli animali di Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello… il leone si ciberà di paglia come il bue… Non faranno più male né rovina su tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,6-9). Come dice Paolo in Efesini: è “l’universo intero, le cose del cielo e quelle della terra” che un giorno sarà ricapitolato in un solo capo, Cristo (Ef 1,9-10). E’ un nostro privilegio potere già intravedere l’opera compiuta. Riprendo il paragone dell’opera d’arte: noi impegnati nel progetto di Dio abbiamo un privilegio immenso rispetto ai collaboratori di un artista: intravediamo già l’opera compiuta: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).  Intanto questo grande lavoro di parto dell’umanità nuova prosegue ancora tra dolori e gemiti. Ragione in più perché i credenti trovino l’audacia di annunciare fin d’ora la gloria promessa a tutta la creazione.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23)

 

Gesù parla in parabole, perché. la “parabola” è un genere letterario della tradizione ebraica simile a una narrazione con scopo pedagogico, al fine di portare l’ascoltatore a cambiare punto di vista. Una parabola non è un’allegoria: non ogni dettaglio ha un significato preciso, la lezione viene dall’insieme del confronto.  

  I discepoli chiedono perché Gesù parli con parabole e Gesù risponde con tre ragioni: in primo luogo la distinzione tra i discepoli e la folla: “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”. In secondo luogo per consolarli perché gli oppositori “guardano senza vedere, ascoltano senza ascoltare né comprendere”. Gesù applica loro un testo di Isaia: “Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri d’orecchio, hanno chiuso gli occhi…” (Is 6,9-10). In terzo luogo per ricordare il tema delle due vie dell’Antico Testamento: “A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. In Matteo e Marco questo insegnamento in parabole segue subito le polemiche con i farisei e con chi rifiuterà di riconoscere Gesù come Messia mostrando il cuore indurito e un’impermeabilità alla Parola.  Più infatti gli ascoltatori si chiudono nelle loro certezze, più diventano impermeabili alla Parola. Le parabole sono pedagogia per toccare quei cuori induriti. È però decisiva la disposizione del cuore per capire Gesù. Riprendo ora queste parole. “A chi ha sarà dato” che è il tema delle due vie presente già nell’A.T. e mostra sempre l’esistenza umana come un bivio. Se prendi la buona via, ogni passo ti avvicina alla meta: “Dà al saggio ed egli diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli accrescerà il suo sapere” (Pr 9,9). Se invece scegli la cattiva direzione, ogni passo ti allontana. Occorre allora una scelta chiara: o ascoltare, aprire le orecchie per lasciarsi istruire e trasformare dalla Parola; o rifiutare di ascoltare e diventare sempre più duri d’orecchio. Nella parabola del seminatore, Gesù mostra quali sono gli ostacoli alla predicazione.  Gesù è la Parola di Dio fatta carne Gv 1,14; e comunica solo la Parola del Padre: “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,24). Ma trova difficilmente terreno favorevole.  Quali sono le difficoltà legate all’ascolto della Parola? In primo luogo le preoccupazioni del mondo che soffocano le esigenze del Regno (Mt 6,25-34). Difficoltà più profonda è non fidarsi di Gesù e riconoscerlo come Messia. I discepoli stessi hanno inciampato: dopo il discorso sul pane di vita molti dicono “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? Da quel momento molti discepoli si tirarono indietro e Gesù disse ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Pietro rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,60-68). Malgrado le difficoltà Gesù annuncia che il raccolto “cento, sessanta o trenta per uno” è certo, ma a caro prezzo. Il regno di Dio si stabilirà attraverso molti fallimenti. Entrare nell’intelligenza del Regno è unicamente dono di Dio: A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli… Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano… Chi ha ricevuto il seme nella buona terra è chi ascolta la Parola e la comprende con un cuore disponibile, capace di ricevere da Dio la luce che viene solo da Lui. Anche questa disponibilità è dono. Farisei e folla non erano ancora pronti. Gesù pensava a Ezechiele quando dice “Chi ha ricevuto il seme tra le spine è chi ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola” Scrive Ezechiele: “Vengono da te come si raduna il popolo; ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica; la loro bocca è piena di passioni, il loro cuore va dietro al guadagno. Tu sei per loro come un canto d’amore, di voce soave, ben suonato” (Ez 33,30-32).  

 

+ Giovanni D’Ercole

Martedì, 30 Giugno 2026 15:00

14a Domenica T.O.

14ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [5 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Zaccaria (9, 9-10)

Questo testo potrebbe essere riassunto così: per il profeta Zaccaria il Messia è Re di pace, non di guerra e umile come il Servo. “Figlia di Sion, esulta” è un oracolo di consolazione in tempo di guerra. Così infatti parla il Signore: Esulta, grida di gioia, figlia di Gerusalemme! “Figlia di Sion/Gerusalemme” non è una ragazza, è la città stessa: è come dire “Gerusalemme, rallegrati”. Il paradosso è che mentre il tono è trionfale, in realtà si è in tempo di guerra perché il profeta Zaccaria, svolge la sua missione all’inizio del dominio greco 330 a.C. dopo le conquiste di Alessandro, ed è un “oracolo di consolazione”. Da qui si comprendono alcune espressioni come “Farà sparire da Efraim i carri da guerra e da Gerusalemme i cavalli da combattimento; spezzerà l’arco di guerra e annuncerà la pace alle nazioni”. In un momento in cui tutto sembra perduto, Zaccaria conduce Israele alla speranza in un intervento di Dio. E quando Zaccaria parla del Messia usa i termini classici del Messia atteso: un re che porta giustizia e pace: “Dio, affida al re il tuo giudizio… Domini da mare a mare, dal Fiume ai confini della terra” (Sal 71/72).  L’audacia è proclamare questa speranza proprio quando ogni speranza umana è crollata. Ecco tre affermazioni di Zaccaria, delle quali l’ultima è decisiva. Prima: “Annuncerà la pace alle nazioni”: solo dopo l’esilio a Babilonia Israele ha capito che il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità.  Seconda: “Farà sparire… da Efraim… da Gerusalemme”: nominare insieme Efraim-Nord e Gerusalemme-Sud è un modo discreto per annunciare la restaurazione e riunificazione dell’antico regno di Davide. Quando Zaccaria scrive, Nord e Sud hanno perso da tempo unità e sovranità. La terza: La vera novità: “povero e montato su un asino, un puledro figlio d’asina”. L’asino è cavalcatura modesta. I conquistatori di Alessandro montavano ben altro. A Gerusalemme Salomone aveva introdotto il cavallo da guerra e da parata e gli fu rimproverato il gusto della grandezza. Un re sull’asino non si era mai visto.  Gesù si presenta Messia “alla maniera di Zaccaria”. Già Isaia aveva già intravisto un Messia umile (Is50,6; 53,7). Il Servo non porta il titolo di “re”, ma compie l’opera del Messia ed è pieno dello Spirito di Dio.  Zaccaria invece presenta subito il Messia come Re: riprende l’attesa tradizionale del Messia-Re. La novità è la combinazione di innestare sull’attesa regale l’umiltà del Servo di Isaia. Poiché il suo re è umile: finiscono i sogni di grandezza, guerra, potenza. Conta una cosa sola: instaurare la pace per il suo popolo. I quattro Vangeli descrivono l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme proprio come la venuta di questo re sull’asinello. Matteo (Mt 21,5) e Giovanni (12,15) citano Zaccaria. Forse lo stesso Gesù l’ha citato ai discepoli di Emmaus, mentre “spiegava nelle Scritture tutto ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). 

 

Salmo Responsoriale (144/145)

In questo salmo appare chiaramente che la regalità di Dio è misericordia verso tutti. Intanto il Salmo 144/145 è l’unico intitolato “Lode”. Se è vero che tutto il Salterio ebraico si chiama “lodi”, questo è l’unico salmo intitolato proprio “lode”. Il tono è stupito, il motivo è la regalità del Dio dell’Alleanza. In una celebrazione di rinnovo dell’Alleanza, Israele contempla il Re che lo protegge gratis, senza meriti. Da qui il lessico regale: “Ti esalterò, mio Dio, mio Re… i tuoi fedeli diranno la gloria del tuo regno, parleranno delle tue prodezze”. Possiamo scorgere in questo salmo un “alfabeto” della tenerezza perché è un salmo “alfabetico” e da Aleph a Tav, cioè “tutta la vita, dalla A alla Z, è immersa nell’Alleanza, nella tenerezza di Dio”. Il parallelismo versetto per versetto è molto marcato: andrebbe letto a due cori alternati. E proprio il parallelismo è istruttivo perché nella liturgia sono unite due coppie di versetti che a prima vista sorprendono: “Fedele il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere, il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”.  “Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere / È vicino a chi lo invoca, a chi lo invoca con sincerità”. Significa che la giustizia, la verità, la fedeltà di Dio non sono altro che la sua misericordia. La più grande giustizia del mondo non è quella della bilancia, è quella dell’amore. Se viviamo “secondo lo Spirito di Dio” come raccomanda Paolo ai Romani – seconda lettura di domenica – entriamo proprio su questa via: una giustizia che è sinonimo di misericordia. Il Re di cui si parla nel salmo non è come i re della terra; è onnipotente e buono: vuole solo la nostra felicità. Israele quando parla della potenza di questo Re “non come gli altri”, sa che la sua potenza è solo amore: “Buono “Il Signore è pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di amore_”. È il miglior riassunto di tutta la rivelazione biblica. Israele parla per esperienza: quante volte, soprattutto durante l’esilio a Babilonia, ha invocato Dio e supplicato perdono e ritorno… Ora il popolo radunato nel Tempio ricostruito canta: “Misericordioso e pietoso è il Signore. “Ti lodino Signore tutte le tue opere, e ti benedicano i tuoi fedeli” ti benedicano!... O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre”. La missione è cantarlo abbastanza forte perché tutti lo sappiano: la ricchezza di perdono, la tenerezza e la pietà del Signore sono per tutti perché Dio ama l’umanità e il suo “disegno misericordioso” riguarda l’intera umanità e tutta la creazione. Si capisce perché il Samo  144/145 sia diventato la preghiera del mattino del popolo che per primo ha imparato a parlare a Dio come a un padre. Per l’ebreo credente, il mattino – l’alba del giorno nuovo – evoca irresistibilmente l’alba del Giorno definitivo, del mondo a venire, della creazione rinnovata. La tradizione rabbinica del Talmud dice che chi recita questo salmo tre volte al giorno “può essere sicuro di essere figlio del mondo a venire”.  

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 9.11-13)

Vivere secondo lo Spirito per san Paolo è lasciare che l’Amore di Dio abiti in noi. 

La difficoltà del testo è la parola “carne”. Per Paolo non ha il senso che ha nel nostro italiano del XXI secolo. Noi opponiamo “corpo” e “anima” e rischiamo un fraintendimento enorme. Quando Paolo dice “carne” non intende il corpo; quando dice “Spirito” non intende l’anima. E non oppone due parole “carne” contro “Spirito”, ma due espressioni: “vivere secondo la carne” e “vivere secondo lo Spirito”. Per lui si tratta di scegliere due stili di vita, due padroni, una linea di condotta. Per Paolo vivere “secondo la carne” è vivere senza Dio, con le sole nostre forze, chiusi nei limiti dell’intelligenza e delle forze umane. Ovviamente non porta lontano! O meglio, può portare molto lontano, ma nel senso sbagliato. È il tema delle “due vie” che torna sempre in Paolo. Vivere senza Dio finisce sempre col significare vivere lontano da Dio, in un allontanamento che non può che peggiorare. L’ha descritto nei primi capitoli della lettera ai Romani. Con le immagini della Genesi: vivere secondo la carne è vivere come Adamo: vuole diventare come Dio, ma senza l’aiuto di Dio. Si sbaglia. Anche noi, a volte, cerchiamo la felicità da soli, senza Lui o contro di Lui, senza accorgerci che è il modo migliore per farci del male. “Vivere secondo lo Spirito” è la grande novità  

perché vivere “secondo lo Spirito” è lasciarsi guidare da Lui, quindi vivere della forza di Dio: cambia tutto!  La grande notizia del testo è: “Lo Spirito di Dio abita in voi”, quindi “non siete sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito”.  Il verbo “abitare” ritorna tre volte oggi: chi abita la casa è il padrone, è lui che dirige. Siamo diventati letteralmente case dello Spirito: è Lui che comanda ormai. La nostra libertà è aprirgli la porta. Bisogna però vedere che posto gli lasciamo in casa, perché siamo liberi di aprire più o meno la porta. In molti testi Paolo insiste sulla nostra libertà: “non siete sotto il dominio della carne” significa che non siamo più schiavi delle forze del male; ora abbiamo la forza di far trionfare i veri valori: amore, pace, verità, giustizia. Ne abbiamo la forza, ma non siamo obbligati: ad ogni istante la scelta va rifatta. Più spazio lasciamo allo Spirito Santo nella nostra casa – cioè più facciamo ciò che ci suggerisce sulla via dell’amore, della benevolenza, del perdono – più saremo vivi. Prima della conversione Paolo applicava tante regole morali e religiose con fedeltà, ma lo Spirito di Cristo non abitava in lui; viveva ancora “sotto il dominio della carne”. E questo poteva portarlo alla violenza e all’omicidio, in perfetta buona fede. Ora tutta la sua vita è ispirata dallo Spirito di Cristo, fino a dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal2,20). Si possono trarre due conseguenze per noi battezzati: 1) Risusciteremo con Cristo: promessa per il futuro. Lo Spirito eserciterà in noi la sua potenza e realizzerà in noi ciò che ha realizzato in Gesù” (Rm 8,11).  2) Già ora la vita è trasformata come lo fu quella di Paolo, perché ormai siamo “sotto il dominio dello Spirito”. “Metterò il mio spirito in voi e voi vivrete” annunciava Ezechiele (37,14). Paolo parla spesso della nuova vita spirituale che scaturisce dal Battesimo: pur rimanendo nel corpo mortale, possiamo già vivere dello Spirito di Cristo. È ciò che Giovanni chiama “vita eterna”. Concretamente: Spirito è uguale a Amore. Basta sostituire “Spirito” con “Amore” e vivere secondo lo Spirito è lasciarci suggerire da Lui parole e gesti d’amore.  Pochi capitoli prima Paolo scriveva ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm5,5). E ai Galati spiega i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal5,22): in una parola è l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della vita.  Paolo è erede dei profeti: tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della relazione con gli altri. Nei canti del Servo, Isaia afferma che vivere secondo lo Spirito di Dio è amare e servire i fratelli. Come dice Giovanni: “Chi non ama rimane nella morte… Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). 

    

Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25 -30)

In questo testo troviamo il filo conduttore nel “giogo dolce e il peso leggero” di Gesù che è poi la Legge dell’amore che dà riposo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo”. Che cos’è il “giogo”.  Il giogo è un pezzo di legno pesante e solido che unisce due buoi per arare. Uniscono le forze e il più forte impone il passo. In senso figurato “prendere il giogo” è legarsi a qualcuno per camminare allo stesso passo, aggiogati allo stesso compito. Nell’Antico Testamento e nel giudaismo l’espressione era comune per l’Alleanza: “prendere il giogo della Torah” cioè impegnarsi a seguire la Legge di Dio, sapendo che tutta la forza dell’“attacco” viene da Dio stesso. Per un ebreo il servizio della Torah non è un peso insopportabile, è la via della vera felicità. Ben Sirac diceva: “Troverai in essa il tuo riposo, e diventerà la tua gioia” (Si 6,28). Gesù riprende l’immagine, collegandosi al giogo della Torah e al riposo: “Prendete su di voi il mio giogo, diventate miei discepoli praticate i miei comandamenti e troverete riposo per la vostra anima”.  E aggiunge: “Sì, il mio giogo è dolce da portare e il mio peso leggero”. Si percepisce una critica ad alcuni farisei che avevano trasformato la Legge in un corteo di obblighi minuziosi. Di loro Gesù dice: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (Mt 23,4). Intanto la maggioranza del popolo faceva fatica a osservare tutti i comandamenti imposti dalle autorità religiose e sentiva il disprezzo che ricadeva su di loro. Gesù propone ai discepoli di deporre questi pesi troppo gravi: “Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”. Il suo giogo è semplicemente la legge dell’amore, ed è Lui che ci dà la forza per portarla. Anche “riposo” era parola familiare. L’Antico Testamento presentava la Terra Promessa come il luogo del riposo donato da Dio al suo popolo. E, al contrario, quando il popolo era infedele, il Sal 94/95 esprimeva la tristezza di Dio: “Questo popolo ha il cuore traviato… non entreranno nel mio riposo”. Riprendendo quel salmo, la Lettera agli Ebrei annuncia un giorno nuovo in cui con Cristo entreremo con fiducia nel riposo di Dio: “Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo” (Eb4,11). La novità assoluta è che Gesù si identifica con Dio e solo Lui può dire “Io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce…”. I rappresentanti della religione ne erano infastiditi, mentre quelli che erano stanchi sotto il peso del fardello, venivano attratti dal rispetto e l’attenzione che aveva per ciascuno.

 

+Giovanni D’Ercole 

 

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These divisions are seen in the relationships between individuals and groups, and also at the level of larger groups: nations against nations and blocs of opposing countries in a headlong quest for domination [Reconciliatio et Paenitentia n.2]
Queste divisioni si manifestano nei rapporti fra le persone e fra i gruppi, ma anche a livello delle più vaste collettività: nazioni contro nazioni, e blocchi di paesi contrapposti, in un'affannosa ricerca di egemonia [Reconciliatio et Paenitentia n.2]
Mary "Girl" [...] point of convergence and arrival of a complex of divine promises, mysteriously echoed in the very heart of history (Pope John Paul II)
Maria “Bambina” […] punto di convergenza e di arrivo di un complesso di promesse divine, echeggiate misteriosamente nel cuore stesso della storia (Papa Giovanni Paolo II)
Luke’s passage puts before the eyes a double slavery: that of man «with his hand paralyzed, slave of his illness», and that of the «Pharisees, scribes, slaves of their rigid, legalistic attitudes» (Pope Francis)
Il racconto di Luca mette davanti agli occhi una duplice schiavitù: quella dell’uomo «con la mano paralizzata, schiavo della sua malattia», e quella «dei farisei, degli scribi, schiavi dei loro atteggiamenti rigidi, legalistici» (Papa Francesco)
Origen says “we should practise this symphony” (Commentary on the Gospel according to Matthew, 14,1), in other words this harmony within the Christian community [Pope Benedict]
Dice Origene che “dobbiamo esercitarci in questa sinfonia” (Commento al Vangelo di Matteo 14, 1), cioè in questa concordia all’interno della comunità cristiana [Papa Benedetto]
Thus in communion with Christ, in a faith that creates charity, the entire Law is fulfilled. We become just by entering into communion with Christ who is Love (Pope Benedict)
Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore (Papa Benedetto)
«Francis was reproaching his brethren too harsh towards themselves, and who came to exhaustion by means of vigils, fasts, prayers and corporal penances» [FS 1470]
«Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali» [FF 1470]
From a human point of view, he thinks that there should be distance between the sinner and the Holy One. In truth, his very condition as a sinner requires that the Lord not distance Himself from him, in the same way that a doctor cannot distance himself from those who are sick (Pope Francis)
Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato (Papa Francesco)
The life of the Church in the Third Millennium will certainly not be lacking in new and surprising manifestations of "the feminine genius" (Pope John Paul II)
Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile » (Papa Giovanni Paolo II)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)

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