don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 27 Gennaio 2026 10:10

4a Domenica T.O.

IV Domenica del tempo ordinario (anno A)  [1 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Rileggere e meditare le Beatitudini nel vangelo di Matteo è sempre un invito a riscoprire il cuore della fede evangelica e ad avere il coraggio di viverla fedelmente.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Sofonia (2,3; 3,12-13)

Il libro di Sofonia è sorprendente per i suoi forti contrasti: da una parte ci sono terribili minacce contro Gerusalemme, con il profeta che appare molto collerico; dall’altra, vi sono incoraggiamenti e promesse di un futuro felice, sempre rivolti alla città. La domanda è: a chi sono rivolte le minacce e a chi gli incoraggiamenti? Storicamente, siamo nel VII secolo a.C., nel regno di Giuda, il regno del Sud. Il giovane re Giosia sale al trono a otto anni, dopo l’assassinio del padre, in tempi molto turbolenti. L’impero assiro, con capitale Ninive, è in espansione e i re locali preferiscono spesso arrendersi per evitare la distruzione: Gerusalemme diventa vassalla di Ninive. I profeti, però, sostengono fermamente la libertà del popolo eletto: chiedere alleanza a un re terreno significa non confidare nel Re del cielo. Accettare la tutela assira non è solo un atto politico, ma comporta l’influenza culturale e religiosa del dominatore, con rischi di idolatria e perdita della missione di Israele. Sofonia denuncia tutto questo e profetizza la punizione: “Alzerò la mano contro Giuda e contro tutti gli abitanti di Gerusalemme… il Giorno dell’ira del Signore” (So 1,4-6), testo che ricorda il famoso Dies Irae. Cercate il Signore, voi tutti, gli umili del paese. Accanto alle minacce, Sofonia rivolge un messaggio di conforto agli “umili del paese” (in ebraico anawim, i curvi), che sono osservanti della legge e giusti, protetti quindi dal Giorno dell’ira del Signore: Dio stesso è con loro. È il giorno in cui la creazione sarà rinnovata e il male distrutto. Il messaggio non è per altri, ma per ciascuno di noi: siamo tutti chiamati alla conversione, a diventare “umili del paese”, il “Resto di Israele” che i profeti precedenti avevano annunciato. Dio, fedele, salverà sempre almeno un piccolo gruppo rimasto fedele. Sarà questo piccolo resto, povero e umile, a portare avanti la missione del popolo eletto: rivelare al mondo il progetto di Dio. Essere umili significa riconoscere la propria limitatezza (humus) e confidare totalmente in Dio. Così, il giudizio di Dio non è contro le persone, ma contro il male che corrompe. Il piccolo resto fedele sarà il fermento nel mondo, preservando la vera identità del popolo e la missione divina. l’ira di Dio colpisce solo il male, mai l’innocente. Sofonia critica anche l’adozione delle usanze assire, come l’abbigliamento straniero (So 1,8): non era solo moda, ma segno di imitazione dei pagani, rischio di perdere identità e fede.

 

*Salmo responsoriale (145/146)

Abbiamo qui tre versetti del Salmo come un inventario dei beneficiari della misericordia di Dio: gli oppressi, gli affamati, gli incatenati, i ciechi, gli afflitti, gli stranieri, le vedove e gli orfani—tutti coloro che gli uomini ignorano o disprezzano. Gli Israeliti conoscono queste situazioni perché le hanno vissute: oppressione in Egitto, poi a Babilonia. Il Salmo è stato scritto dopo il ritorno dall’esilio babilonese, forse per la dedica del Tempio ricostruito. La liberazione dal male e dall’oppressione è percepita come prova della fedeltà di Dio all’alleanza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi, il Signore scioglie gli incatenati”. Dio provvede anche ai bisogni materiali: durante l’Esodo, ha nutrito il popolo con manna e quaglie. Gradualmente, Dio rivela se stesso ai ciechi, rialza gli afflitti e guida il popolo verso la giustizia: “Dio ama i giusti”. Il Salmo è quindi un canto di riconoscenza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi / agli affamati dà il pane / scioglie gli incatenati / apre gli occhi ai ciechi / rialza gli afflitti / ama i giusti / protegge lo straniero / sostiene vedove e orfani. Il Signore è il tuo Dio per sempre.” L’insistenza sul nome Signore (7 volte) richiama il Tetragramma sacro YHVH, rivelato a Mosè al roveto ardente, simbolo della presenza costante e liberatrice di Dio. “Il Signore é il tuo Dio per sempre, la frase finale richiama l’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo guarda al futuro, rafforzando la speranza del popolo. Il nome di Dio Ehiè asher ehiè (Io sono colui che sono / Sarò colui che sarò) sottolinea la sua presenza eterna. Ripetere questo Salmo serve a riconoscere l’opera di Dio e a orientare la condotta: se Dio ha agito così verso Israele, il popolo deve comportarsi allo stesso modo verso gli altri, specialmente gli esclusi. La Legge di Israele prevedeva regole per proteggere vedove, orfani e stranieri, affinché il popolo fosse libero e rispettoso della libertà altrui. I profeti giudicavano la fedeltà all’Alleanza principalmente in base all’atteggiamento verso i poveri e gli oppressi: lotta contro l’idolatria, promozione della giustizia e della misericordia, come in Os 6,6 (Desidero misericordia, non sacrifici) e Mi 6,8 (Agisci con giustizia, ama la fedeltà, cammina umilmente con Dio). Anche il Siracide ricorda: “Le lacrime della vedova scorrono sul volto di Dio” (Si 35,18), sottolineando che chi è vicino a Dio deve sentire compassione per chi soffre.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san paolo apostolo ai Corinti (1,26-31).

Sembrerebbe la parabola del fariseo e del pubblicano: il mondo è “capovolto”. Chi appare saggio agli occhi degli uomini, come sottolinea Paolo, non riceve considerazione davanti a Dio. Questo non significa che Paolo disprezzi la saggezza: sin dal re Salomone essa è una virtù richiesta nella preghiera, e Isaia la presenta come dono dello Spirito di Dio: “Su di lui riposerà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento…” La Bibbia distingue due tipi di saggezza: la saggezza degli uomini e la saggezza di Dio. Ciò che agli occhi degli uomini sembra ragionevole può essere lontano dal progetto di Dio, e ciò che è saggio agli occhi di Dio può apparire folle agli uomini. La nostra logica è umana, quella di Dio è logica dell’amore: la follia dell’amore divino, come dice Paolo, supera ogni ragionamento umano. Per questo la vita e la morte di Cristo possono sembrare scandalose. Isaia lo dice chiaramente: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e i vostri modi non sono i miei modi” (Is 55,8). Questa distanza tra pensiero umano e divino è tale che Gesù arriva a rimproverare Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Dio è il “Tutto-Altro”: la gerarchia dei valori umani è capovolta davanti a lui. Spesso nella storia dell’Alleanza, Dio sceglie i più piccoli: pensiamo a Davide, il più giovane tra i figli di Iesse, o al popolo d’Israele, “il più piccolo di tutti” (Dt 7,7; Dt 9,6). Le scelte di Dio sono gratuite, indipendenti dal merito umano. La vera saggezza, la saggezza divina  è dono di Non possiamo comprendere Dio con le nostre forze: tutto ciò che sappiamo di Lui ci è rivelato da Lui. Paolo ricorda ai Corinzi che ogni conoscenza di Dio è un dono: “In lui avete ricevuto tutte le ricchezze… nessun dono di grazia vi manca” (1 Cor 1,4-7). Il dono della conoscenza di Dio non è motivo di orgoglio, ma di gratitudine. Come dice Geremia: “Il saggio non si vanti della sua saggezza… ma di avere intelligenza per conoscere me, il Signore” (Jr 9,22-23). Paolo applica questi principi ai Corinzi: essi, agli occhi del mondo, non erano né sapienti, né potenti, né nobili. Eppure Dio li chiama, creando la sua Chiesa dalla loro povertà e debolezza. La loro “nobiltà” è il Battesimo. Corinto diventa esempio dell’iniziativa sorprendente di Dio, che ricrea il mondo secondo la sua logica, invitando gli uomini non a vantarsi davanti a Dio, ma a renderGli gloria per il suo amore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)

 Mi fermo a riflettere sulla beatitudine che può sembrare più difficile: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Non si tratta di gioire per il pianto in sé, né di considerare la sofferenza come una fortuna. Gesù stesso ha dedicato gran parte della sua vita a consolare, guarire e incoraggiare le persone: Matteo ci ricorda che “Gesù proclamava la Buona Novella del Regno e guariva ogni malattia e infermità tra il popolo” (Mt 4,23). Le lacrime di cui parla Gesù sono, piuttosto, lacrime di pentimento e lacrime di compassione. Pensiamo a san Pietro, che dopo il suo rinnegamento pianse amaramente, trovando consolazione nella misericordia di Dio. Oppure ricordiamo la visione del profeta Ezechiele: al giorno ultimo, Dio “segnerà con una croce sulla fronte quelli che gemono e si lamentano per le abominazioni che si commettono” (Ez 9,4). Queste parole di Gesù erano rivolte ai suoi contemporanei ebrei, abituati alla predicazione dei profeti. Per noi, comprenderle significa rileggere l’Antico Testamento. Come ci invita il profeta Sofonia: “Cercate il Signore, voi tutti gli umili della terra” (So 2,3). E il salmo canta: “Ho chiesto una cosa al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 145/146,5). Questi sono i veri “poveri di cuore”, quelli che si affidano completamente a Dio, come il pubblicano della parabola: consapevoli dei propri peccati, si aprono alla salvezza del Signore. Gesù ci assicura: chi cerca Dio con tutto il cuore sarà esaudito: “Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). E i profeti chiamano “puri” coloro il cui cuore è rivolto unicamente a Dio. Le Beatitudini, dunque, sono Buona Notizia: non è il potere, il sapere o la ricchezza a guidarci al Regno, ma la dolcezza, la misericordia e la giustizia. Come dice Gesù ai suoi discepoli: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Ogni beatitudine indica un cammino verso il Regno: ogni “Beati” è un invito, un incoraggiamento: è come se dicesse, “coraggio sei sulla strada giusta”. Le nostre debolezze diventano terreno fertile per la presenza di Dio: la povertà del cuore, le lacrime, la fame di giustizia, la persecuzione. Paolo ci ricorda: “Chi vuol vantarsi, si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31). Infine, ricordiamo che Gesù è il modello perfetto: povero di cuore, dolce, misericordioso, compassionevole, giusto e perseguitato, sempre grato al Padre. La sua vita ci insegna a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi di Dio, e a scoprire il Regno dove meno ce lo aspettiamo.

Scrive sant’Agostino commentando questa beatitudine: «Beati, dice il Signore, quelli che piangono, perché saranno consolati. Non indica la tristezza del corpo, ma il dolore del cuore per i peccati, e la volontà di convertirsi a Dio» (Enarrationes in Psalmos, 30,5).

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

Domenica, 25 Gennaio 2026 09:00

3a Domenica T.O.

III Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [25 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Si chiude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La parola di Dio offre spunti per alcune considerazioni, specialmente  la seconda lettura  (narra la situazione della comunità a Corinto con le divisioni dovute alla presenza di vari predicatori).

Il vangelo mostra l’avvio della predicazione di Gesù con i discepoli, che lo accompagneranno lungo tutto il cammino fino a Gerusalemme.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (8, 23b - 9, 3)

Al tempo di Isaia, il regno di Israele era diviso in due: il Nord (Israele, capitale Samaria) e il Sud (Giuda, capitale Gerusalemme), legittimo perché erede della dinastia di Davide. Isaia predica a Gerusalemme ma parla soprattutto di luoghi del Nord, come Zabulon, Nephtali, la Galilea e la Transgiordania, territori che furono conquistati dall’impero assiro tra il 732 e il 721 a.C.Il profeta annuncia che Dio trasformerà la situazione: le regioni inizialmente umiliate saranno onorate, come un segno di liberazione e rinascita. Queste promesse interessano anche il Sud, perché la vicinanza geografica fa sì che le minacce sull’uno pesino sull’altro, e perché il Sud spera in una futura riunificazione sotto la propria guida. Isaia descrive la nascita di un re, associando la sua venuta a formule reali di incoronazione: “Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato”(Is.9,5-6). Si tratta del giovane Ezechia, associato al regno del padre, re Achaz, e considerato il «principe della pace». La certezza del profeta si fonda sulla fedeltà di Dio: anche nelle prove e nell’oppressione, Dio non abbandonerà mai la dinastia di Davide. La vittoria promessa ricorda quella di Gedeone sui Madianiti: pur con pochi mezzi, la fede in Dio porta alla liberazione. Il messaggio finale è di speranza: Non temere, Dio non abbandona il suo progetto d’amore sull’umanità, anche nei momenti più oscuri.

 

*Salmo responsoriale (26/(27)

“Il Signore è la mia luce e la mia salvezza” non è solo un’espressione individuale: riflette la fiducia invincibile del popolo d’Israele in Dio, in ogni circostanza della vita, dalle gioie alle difficoltà. Il salmo utilizza immagini concrete per raccontare la storia collettiva di Israele, un procedimento frequente nei Salmi chiamato rivestimento: il popolo è paragonato a un malato guarito da Dio, a un innocente ingiustamente condannato, a un bambino abbandonato o a un re assediato. Dietro queste immagini individuali si riconoscono situazioni storiche precise: minacce esterne, assedi di città e crisi interne del regno, come l’attacco degli Amaleciti nel deserto, i re di Samaria e Damasco contro Achaz, o il celebre assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib. Il popolo può reagire come Davide, uomo normale e peccatore, ma saldo nella fede, o come Achaz, che cede al panico e perde la fiducia in Dio. In ogni caso, il salmo mostra che la fede collettiva si nutre della fiducia in Dio e della memoria delle sue opere. Un’altra immagine chiave è quella del levita, servo del Tempio: così come i leviti servono Dio quotidianamente, tutto il popolo d’Israele è consacrato al servizio del Signore e appartiene a Lui. Infine, il salmo si conclude con una promessa di speranza: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”; la fiducia è radicata nella memoria delle azioni di Dio e si traduce in coraggio e speranza attiva: “Spera nel Signore, sii forte  si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore”. Questa speranza è come la “memoria del futuro”, cioè la certezza che Dio interverrà anche nelle circostanze più oscure. Il salmo è perciò molto adatto alle celebrazioni funebri, perché rinvigorisce la fede e la speranza dei fedeli anche nei momenti di dolore, ricordando loro che Dio non abbandona mai il suo popolo e sostiene sempre coloro che confidano in Lui.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1, 10 - 13. 17)

Il porto di Corinto, per la sua posizione strategica tra i due mari e per la vivacità dei traffici, era un vero crocevia di culture, idee e popoli. Questo spiega perché i cristiani appena convertiti reagivano in modi diversi agli insegnamenti dei predicatori: ogni viaggiatore portava testimonianze della fede cristiana secondo la propria esperienza, e i Corinzi erano molto sensibili, forse troppo, alle parole belle e alle argomentazioni persuasive. In questo contesto nacquero divisioni nella comunità: alcuni si richiamavano a Paolo, altri ad Apollos, altri a Pietro, e infine un gruppo si diceva “del Cristo”. Paolo non condanna solo i comportamenti sbagliati, ma vede nel fenomeno il rischio di compromettere il senso stesso del battesimo. Apollos, ebreo di Alessandria, è un esempio emblematico: intellettuale, colto nelle Scritture, eloquente e fervente, è stato battezzato con il solo battesimo di Giovanni e perfezionato da Priscilla e Aquila a Efeso. Giunto a Corinto, ottenne un grande successo, ma non cercò mai di diventare un leader personale e, per non alimentare le divisioni, si spostò poi a Efeso. Questo episodio mostra come la passione e le competenze non devono diventare fonte di divisione, ma essere messe al servizio della comunità. Paolo richiama i Corinzi alla verità del battesimo: essere battezzati significa appartenere a Cristo, non a un predicatore umano. Il battesimo è una unione reale e definitiva con Cristo, che agisce attraverso il sacramento: come dice il Concilio Vaticano II, “quando il sacerdote battezza, è Cristo che battezza”. Paolo sottolinea inoltre che la predicazione non deve basarsi sull’eloquenza o su argomenti persuasivi, perché la croce di Cristo e l’amore non si impongono con la forza della parola, ma si vivono e si testimoniano. L’immagine dell’innesto, chiarisce bene questo punto: l’importante è il risultato – l’unione a Cristo – non chi ha amministrato il battesimo. Ciò che conta è la fedeltà al messaggio e all’amore di Cristo, non la competenza retorica o il prestigio personale. In definitiva, il messaggio di Paolo ai Corinzi è universale e attuale: l’unità della comunità cristiana si fonda sulla fede comune in Cristo, non su leader o eloquenze umane, e la vera grandezza della Chiesa sta nella sua coesione spirituale, fondata sul battesimo e sull’appartenenza a Cristo.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (4, 12-23)

Siamo al capitolo 4 del Vangelo di Matteo. Nei tre capitoli precedenti, Matteo ci ha presentato: prima una lunga genealogia che colloca Gesù nella storia del suo popolo, in particolare nella discendenza di Davide; poi l’annuncio dell’angelo a Giuseppe: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio e gli sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”, citazione di Isaia, con la precisazione che tutto ciò avvenne perché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta, sottolineando che le promesse sono finalmente compiute e il Messia è arrivato. Gli episodi successivi ribadiscono questo messaggio di compimento: la visita dei Magi, la fuga in Egitto, il massacro dei bambini di Betlemme, il ritorno dall’Egitto e l’installazione a Nazareth, la predicazione di Giovanni Battista, il battesimo di Gesù e le Tentazioni. Tutti questi racconti sono pieni di citazioni e allusioni bibliche. Ora siamo pronti ad ascoltare il testo di oggi, anch’esso ricco di riferimenti: fin dall’inizio, Matteo cita Isaia per mostrare l’importanza dell’insediamento di Gesù a Cafarnao. Cafarnao si trova in Galilea, sulle rive del lago di Tiberiade. Matteo precisa che appartiene ai territori di Zabulon e Neftali: nomi antichi, non più di uso comune, legati alla promessa di Isaia secondo cui queste terre, un tempo umiliate, sarebbero state illuminate dalla gloria della Galilea, «crocevia dei pagani» (Is 8,23). Il profeta continua: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto sorgere una grande luce”, formula che ricordava il sacro rituale dell’incoronazione di un re, simbolo di una nuova era. Matteo applica queste parole all’arrivo di Gesù: il vero Re del mondo è venuto; la luce è sorta su Israele e sull’umanità. La Galilea, crocevia delle nazioni, diventa porta aperta al mondo, da cui il Messia diffonderà la salvezza. Inoltre, Matteo prefigura già gli eventi futuri: Gesù si dirige verso la Galilea dopo l’arresto di Giovanni Battista, mostrando che la vita di Cristo sarà segnata dalla persecuzione, ma anche dalla vittoria finale sul male: da ogni ostacolo, Dio farà nascere il bene. Giunto a Cafarnao, Matteo usa l’espressione “Da  allora” unica nel Vangelo insieme a un’altra al capitolo 16, segnalando un grande punto di svolta. Qui indica l’inizio della predicazione pubblica: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”. L’altro riferimento al capitolo 16 riguarderà la passione e la risurrezione. Questo episodio segna il passaggio dal tempo della promessa al tempo del compimento. Il Regno è presente, non solo a parole, ma in azione: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando inelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo  la del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. La profezia di Isaia si realizza pienamente: il Regno di Dio è tra noi. Per diffondere questa Buona Novella, Gesù sceglie dei testimoni, uomini comuni, da associare alla missione salvifica. Li chiama “pescatori di uomini”, cioè colui che salva dall’annegamento, simbolo del loro compito di salvezza. Così gli apostoli diventano partecipi della missione del Salvatore.

+ Giovanni D’Ercole

(Mc 4,35-41)

 

Tutto il Vangelo di Mc è una risposta articolata alla domanda: ‘chi è Gesù?’ (v.41). Il suo senso di marcia sembra contromano, e infrange sfacciatamente le regole accettate da tutti.

Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia volgarmente atteso, restauratore del defunto impero di Davide [o dei Cesari, in lotta di successione sotto gli occhi della comunità romana di Mc: Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano].

Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento - straziata dalla guerra civile successiva alle follie di Nerone - cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento.

Ciascuno poteva trovarvi casa e riparo (v.32b).

Ma alcuni rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di Fraternità. La proposta del giovane Rabbi li spiazzava.

L’insegnamento e richiamo imposto agli intimi di Gesù è quello di passare all’altra riva (v.35) ossia di non trattenere per sé.

Le ricchezze del Padre dovevano essere comunicate ai pagani.

Eppure alcuni “reduci” non ne volevano sapere di ‘sproporzioni rischiose’. Erano tarati su consuetudini di religiosità comune, e un’ideologia di potere circoscritta.

Quindi per esorcizzare il pericolo della missione, già tentavano di prendere in ostaggio il Maestro (v.36).

Sin dagli esordi, la resistenza all’incarico divino e il dibattito interno lacerante che ne era derivato, scatenò una grande tempesta nelle assemblee dei credenti.

«E viene una grande burrasca di vento e le onde si rovesciavano nella barca, così che la barca già si riempiva» (v.37).

La bufera riguarda i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù - a poppa, ossia al timone, alla guida [v.38 - e sul «cuscino»: si tratta del Risorto].

 

Quel che accade ‘dentro’ non è il semplice riflesso di ciò che capita “fuori”! Questo l’errore da correggere.

Dalla pace della condizione divina che domina il caos (v.39) il Signore richiama l’attenzione e rimprovera gli apostoli, accusandoli di non avere «Fede» (v.40).

 

Insomma, siamo confusi, nell’imbarazzo, e infuria il caos degli schemi? Andiamo paradossalmente sulla strada giusta dell’Esodo - ma non bisogna farsi prendere dal timore.

Le situazioni emotivamente rilevanti hanno il loro senso, recano un appello significativo, introducono una diversa introspezione, il cambiamento decisivo; una nuova ‘Genesi’.

La prova infatti attiva le anime nel modo più efficace, perché ci sgancia dall’idea di stabilità, e pone in contatto con energie sottaciute, avviando il nuovo dialogo con gli eventi.

In Lui, eccoci dunque intrisi d’una ‘diversa visione del pericolo’.

Sembra infatti che Gesù voglia espressamente i “momenti scuri” del confronto e del dubbio (v.35).

Le attese da manuale e l’abitudine ad allestire armonie conformiste bloccano la fioritura di ciò che siamo e speriamo.

Quel che è seccante o addirittura ‘contro’ ha qualcosa di decisivo da dirci.

 

Così anche nella barchetta delle chiese (v.36) il disagio deve esprimersi.

La nostra è una stabilità invertita, capovolta, non pareggiabile - incerta, sconveniente - eppure energica, capace di reinventarsi.

Sarà perfino eccessiva, ma dai dissesti. E osservando negli altri i propri lati oscuri.

Per una proposta di Tenerezza senza un piano, non corrispondente; che non è zona relax.

Amore che fa rima con ansia terribile, la quale però ci pone a contatto immediato con i nostri strati profondi - e le ‘periferie’!

 

 

[Sabato 3.a sett. T.O.  31 gennaio 2025]

(Mc 4,35-41)

 

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente […]

Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce.

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni”. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera […] Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.

Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme. PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.

[Papa Benedetto, alla Curia romana 20 dicembre 2010]

 

Tutto il Vangelo di Mc è una risposta articolata alla domanda: ‘chi è Gesù?’ (v.41).

Il senso di marcia imposto da Gesù ai suoi sembra contromano, e infrange sfacciatamente le regole accettate da tutti.

Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia volgarmente atteso, restauratore del defunto impero di Davide.

[O dei Cesari, allora in lotta di successione sotto gli occhi della comunità romana di Mc: Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano].

Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento - straziata dalla rapida ma sanguinosa guerra civile successiva alle follie di Nerone - cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento.

Ciascuno poteva trovarvi casa e riparo (Mc 4,32b).

Ma gli apostoli ancora giudaizzanti e i veterani di chiesa sembravano avversi alle proposte di Cristo; rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di fraternità.

A paragone dell’insegnamento ricevuto dai padri della tradizione antica, la proposta del giovane Rabbi li spiazzava.

È un problema ancora vivo e gravissimo.

 

L’insegnamento e richiamo imposto agli intimi di Gesù è quello di passare all’altra riva (Mc 4,35; Lc 8,22) ossia di non trattenere per sé.

Le ricchezze del Padre dovevano essere comunicate ai pagani, comunemente considerati impuri e malfamati.

Eppure i suoi non ne volevano sapere di sproporzioni rischiose, che facessero risaltare l’azione imprevedibile del Figlio di Dio.

Erano tarati su consuetudini di religiosità comune e un’ideologia di potere circoscritta.

Quindi per esorcizzare il pericolo della missione - e dover ospitare persone, rielaborare situazioni, accogliere sorprese che li avrebbero agitati [mettendoli in discussione] - tentavano di prendere in ostaggio il Maestro (v.36).

 

Sin dagli esordi, la resistenza all’incarico divino e il dibattito interno lacerante che ne era derivato, scatenò una grande tempesta nelle assemblee dei credenti.

«Ed ecco venne una grande agitazione nel mare, così che la barca veniva coperta dalle onde» (Mt 8,24).

«E viene una grande burrasca di vento e le onde si rovesciavano nella barca, così che la barca già si riempiva» (Mc 4,37).

La bufera riguardava i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù: «ma dormiva» (Mt 8,24).

«A poppa» (Mc 4,38) ossia al timone, alla guida.

E «sul cuscino» (Mc 4,38): si tratta del Risorto - ben vivo sebbene in apparenza assente.

 

Quel che accade “dentro” non è il semplice riflesso di ciò che capita “fuori”! Questo l’errore da correggere.

Tale identificazione blocca e rende cronica la vita, a partire dalla gestione delle situazioni emotivamente rilevanti - che hanno il loro senso.

Esse recano un appello significativo, introducono un diverso occhio e dialogo.

Anche dalla pace della condizione divina che domina il caos, il Signore richiama l’attenzione e rimprovera gli apostoli, accusandoli di non avere «Fede» (v.40).

Qui per Fede s’intende un briciolo di rischio d’amore - come un «granello di senape» (v.31) - da portare all’umanità per rinnovarla.

 

Insomma, siamo confusi, nell’imbarazzo, e infuria il caos degli schemi, non escluso il sano egoismo per il nostro destino?

Andiamo paradossalmente sulla strada giusta dell’Esodo - ma non bisogna farsi prendere dal timore.

In Lui, eccoci intrisi d’una diversa visione del pericolo.

 

Dice il Tao Tê Ching (xxii): «Il santo non da sé vede, perciò è illuminato». Anche nelle strettoie.

Sembra infatti che Gesù voglia espressamente per gli apostoli i momenti scuri del confronto e del dubbio (Mc 4,35; Lc 8,22b).

Ciò vale anche per noi, persino se fossimo responsabili di chiesa; altrimenti non si farà pulizia da convinzioni ripetitive.

Le attese da manuale e l’abitudine ad allestire armonie conformiste bloccano la fioritura di ciò che siamo e speriamo.

Soprattutto quel che è seccante o addirittura “contro” ha qualcosa di decisivo da dirci.

 

Anche nella barchetta delle chiese (Mc 4,36) il disagio deve esprimersi:

«Ed Egli era a poppa, sul cuscino, addormentato. E lo svegliano e gli dicono: Maestro non t’importa che siamo perduti?» (v.38).

«E avvicinatisi lo svegliarono dicendo: Signore, salva, siamo perduti!» (Mt 8,25).

Tutto ciò è per far rinascere l’essenza di ciascuno e della stessa comunità.

Per introdurre il cambiamento nascosto o represso, e attivarlo nel modo più efficace.

In ogni situazione, è bene attivarsi dal contatto con le energie sottaciute o primordiali.

Più degli opposti attriti e degli eventi esterni in conflitto, l’ansia,  l’impressione e l’angoscia vengono infatti dal timore stesso di affrontare le normali o decisive questioni dell’esistenza.

Ciò per sfiducia: sentendosi in pericolo forse solo perché ci cogliamo intimamente poco cresciuti, incapaci di altro colloquio, di avere fegato per scoprire e rielaborare, convertirci, o rimodulare.

 

La fatica di mettersi in discussione e la sofferenza che l’avventura della Fede riservano, sfumeranno anche tra i fastidi del mare mosso - che appunto non vuole farci tornare “quelli di prima”.

Basta sganciarsi dall’idea di stabilità, anche religiosa, e ascoltare la vita così com’è, abbracciandola.

Riconoscendola propria perfino nella sua folla di urti, amarezze, speranze di armonia infrante, dispiaceri…

Intrattenendosi con questa fiumana di nuove emergenze, e incontrando la propria natura profonda.

Il miglior vaccino contro gli affanni dell’avventura insieme a Cristo sulle onde mutevoli dell’inatteso, sarà proprio non evitare a monte le preoccupazioni - anzi, andare loro incontro e accoglierle; riconoscersi, lasciarle fare.

 

Anche nel tempo della crisi globale, le apprensioni che sembra vogliano devastarci, vengono a noi come energie preparatorie di altre gioie che desiderano irrompere.

Gli sconvolgimenti stanno disponendo nuove sintonie cosmiche; per lo stupore a partire da noi stessi. Come guida presente, e appello dell’aldilà.

La nostra barchetta è in una stabilità invertita, capovolta, non pareggiabile - incerta, sconveniente - eppure energica, pungente, capace di reinventarsi.

Sarà perfino eccessiva, ma dai dissesti. E osservando negli altri i propri lati oscuri.

Per una proposta di Tenerezza senza un piano, non corrispondente; che non è zona relax.

Amore che fa rima con ansia terribile, la quale però ci pone a contatto immediato con i nostri strati profondi - e le periferie!

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In quali occasioni hai trovato facile ciò che prima sembrava impossibile?

Infastidisci mai il senso di marcia?

La tua vita è uguale oppure diversa - capace di rivolgersi e ospitare lontani o novità?

 

 

Qualche altra provvidenza, che tu ignori

 

«È bene non cadere, oppure cadere e risollevarsi. E se accade di cadere, è bene non disperare e non rendersi estranei all’amore che il Sovrano ha per l’uomo. Se lo vuole può infatti fare misericordia alla nostra debolezza. Soltanto non allontaniamoci da lui, non sentiamoci angustiati se siamo forzati dai comandamenti e non avviliamoci se non arriviamo a niente […]

Non dobbiamo né aver fretta né ripiegarci, ma sempre ricominciare di nuovo […]

Aspettalo, ed egli ti farà misericordia, sia con la conversione sia con delle prove, sia con qualche altra provvidenza che tu ignori».

[Pietro Damasceno, libro secondo, ottavo discorso, in La Filocalia, Torino 1982, I,94]

Abbiamo appena ascoltato il Vangelo della tempesta sedata, al quale è stato accostato un breve ma incisivo testo del Libro di Giobbe, in cui Dio si rivela come il Signore del mare. Gesù minaccia il vento e ordina al mare di calmarsi, lo interpella come se esso si identificasse con il potere diabolico. In effetti, secondo quanto ci dicono la prima Lettura e il Salmo 106/107, il mare nella Bibbia è considerato un elemento minaccioso, caotico, potenzialmente distruttivo, che solo Dio, il Creatore, può dominare, governare e tacitare.

C'è però un'altra forza - una forza positiva - che muove il mondo, capace di trasformare e rinnovare le creature: la forza dell'"amore del Cristo", (2 Cor 5, 14) - come la chiama san Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi -: non quindi essenzialmente una forza cosmica, bensì divina, trascendente. Agisce anche sul cosmo ma, in se stesso, l'amore di Cristo è un potere "altro", e questa sua alterità trascendente, il Signore l'ha manifestata nella sua Pasqua, nella "santità" della "via" da Lui scelta per liberarci dal dominio del male, come era avvenuto per l'esodo dall'Egitto, quando aveva fatto uscire gli Ebrei attraverso le acque del Mar Rosso. "O Dio - esclama il salmista -, santa è la tua via... Sul mare la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque" (Sal 77/76, 14.20). Nel mistero pasquale, Gesù è passato attraverso l'abisso della morte, poiché Dio ha voluto così rinnovare l'universo: mediante la morte e risurrezione del suo Figlio "morto per tutti", perché tutti possano vivere "per colui che è morto e risorto per loro" (2 Cor 5, 16), e non vivano solo per se stessi.

Il gesto solenne di calmare il mare in tempesta è chiaramente segno della signoria di Cristo sulle potenze negative e induce a pensare alla sua divinità: "Chi è dunque costui - si domandano stupiti e intimoriti i discepoli -, che anche il vento e il mare gli obbediscono?" (Mc 4, 41). La loro non è ancora fede salda, si sta formando; è un misto di paura e di fiducia; l'abbandono confidente di Gesù al Padre è invece totale e puro. Perciò, per questo potere dell'amore, Egli può dormire durante la tempesta, completamente sicuro nelle braccia di Dio. Ma verrà il momento in cui anche Gesù proverà paura e angoscia: quando verrà la sua ora, sentirà su di sé tutto il peso dei peccati dell'umanità, come un'onda di piena che sta per rovesciarsi su di Lui. Quella sì, sarà una tempesta terribile, non cosmica, ma spirituale. Sarà l'ultimo, estremo assalto del male contro il Figlio di Dio.

Ma in quell'ora Gesù non dubitò del potere di Dio Padre e della sua vicinanza, anche se dovette sperimentare pienamente la distanza dell'odio dall'amore, della menzogna dalla verità, del peccato dalla grazia. Sperimentò questo dramma in se stesso in maniera lacerante, specialmente nel Getsemani, prima dell'arresto, e poi durante tutta la passione, fino alla morte in croce. In quell'ora, Gesù da una parte fu un tutt'uno con il Padre, pienamente abbandonato a Lui; dall'altra, in quanto solidale con i peccatori, fu come separato e si sentì come abbandonato da Lui.

[Papa Benedetto, omelia 21 giugno 2009]

Venerdì, 23 Gennaio 2026 05:03

Segno di costante Presenza

La tempesta sedata sul lago di Genesaret può essere riletta come “segno” di una costante presenza di Cristo nella “barca” della Chiesa, che molte volte nel corso della storia viene esposta alla furia dei venti nelle ore di tempesta. Gesù, svegliato dai discepoli, comanda ai venti e al mare e si fa una grande bonaccia. Poi dice loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 40). In questo, come in altri episodi, si vede la volontà di Gesù di inculcare negli apostoli e nei discepoli la fede nella sua presenza operatrice e protettrice anche nelle ore più tempestose della storia, nelle quali potrebbe infiltrarsi nello spirito il dubbio sulla sua divina assistenza. Di fatto nella omiletica e nella spiritualità cristiana il miracolo è stato spesso interpretato come “segno” della presenza di Gesù e garanzia della fiducia in lui da parte dei cristiani e della Chiesa.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]

Nella liturgia di oggi si narra l’episodio della tempesta sedata da Gesù (Mc 4,35-41). La barca su cui i discepoli attraversano il lago è assalita dal vento e dalle onde ed essi temono di affondare. Gesù è con loro sulla barca, eppure se ne sta a poppa sul cuscino e dorme. I discepoli, pieni di paura, gli urlano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38).

E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce; o quando siamo in balìa delle onde insistenti dell’ansia; oppure quando ci sentiamo sommersi dai problemi o persi in mezzo al mare della vita, senza rotta e senza porto. O ancora, nei momenti in cui viene meno la forza di andare avanti, perché manca il lavoro oppure una diagnosi inaspettata ci fa temere per la salute nostra o di una persona cara. Sono tanti i momenti nei quali ci sentiamo in una tempesta, ci sentiamo quasi finiti.

In queste situazioni e in tante altre, anche noi ci sentiamo soffocare dalla paura e, come i discepoli, rischiamo di perdere di vista la cosa più importante. Sulla barca, infatti, anche se dorme, Gesù c’è, e condivide con i suoi tutto quello che sta succedendo. Il suo sonno, se da una parte ci stupisce, dall’altra ci mette alla prova. Il Signore è lì, presente; infatti, attende – per così dire – che siamo noi a coinvolgerlo, a invocarlo, a metterlo al centro di quello che viviamo. Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!”. Stavo vedendo, nel programma “A sua immagine”, oggi, Giorno del Rifugiato, tanti che vengono in barconi e nel momento di annegare gridano: “Salvaci!”. Anche nella nostra vita succede lo stesso: “Signore, salvaci!”, e la preghiera diventa un grido.

Oggi possiamo chiederci: quali sono i venti che si abbattono sulla mia vita, quali sono le onde che ostacolano la mia navigazione e mettono in pericolo la mia vita spirituale, la mia vita di famiglia, la mia vita psichica pure? Diciamo tutto questo a Gesù, raccontiamogli tutto. Egli lo desidera, vuole che ci aggrappiamo a Lui per trovare riparo contro le onde anomale della vita. Il Vangelo racconta che i discepoli si avvicinano a Gesù, lo svegliano e gli parlano (cfr v. 38). Ecco l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla, che abbiamo bisogno di Gesù come i marinai delle stelle per trovare la rotta. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Quando vinciamo la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, quando superiamo la falsa religiosità che non vuole scomodare Dio, quando gridiamo a Lui, Egli può operare in noi meraviglie. È la forza mite e straordinaria della preghiera, che opera miracoli.

Gesù, pregato dai discepoli, calma il vento e le onde. E pone loro una domanda, una domanda che riguarda anche noi: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). I discepoli si erano fatti catturare dalla paura, perché erano rimasti a fissare le onde più che a guardare a Gesù. E la paura ci porta a guardare le difficoltà, i problemi brutti e non a guardare il Signore, che tante volte dorme. Anche per noi è così: quante volte restiamo a fissare i problemi anziché andare dal Signore e gettare in Lui i nostri affanni! Quante volte lasciamo il Signore in un angolo, in fondo alla barca della vita, per svegliarlo solo nel momento del bisogno! Chiediamo oggi la grazia di una fede che non si stanca di cercare il Signore, di bussare alla porta del suo Cuore. La Vergine Maria, che nella sua vita non ha mai smesso di confidare in Dio, ridesti in noi il bisogno vitale di affidarci a Lui ogni giorno.

[Papa Francesco, Angelus 20 giugno 2021]

Giovedì, 22 Gennaio 2026 05:14

Ritmo di Natura. Il fattore evolutivo

Dal basso, non da su una vetta

(Mc 4,26-34)

 

Eccoci introdotti a una differente mentalità, in una nuova Famiglia, a un altro Regno, poco “elevato”; anzi, completamente rovesciato. Diverso, rispetto a quello atteso su un monte imponente (Ez 17,22).

Esso non sarà raffigurato dalla maestà del cedro del Libano [che un tempo ricopriva i pendii montuosi del Vicino Oriente] bensì da un semplice arbusto dell’orto di casa (Mc 4,32a). 

E le stesse origini di tale realtà novella non deriveranno dagli apici di un fusto altissimo, bensì da un piccolo seme, semplicemente piantato a terra.

Granellino come gli altri. Niente di ragguardevole in sé. Che sviluppa in orizzontale, piuttosto (v.32b).

 

Quanto gas bisogna dare per accelerare la diffusione del Regno? Secondo Gesù si deve attendere che ciascuno incontri se stesso, senza nevrosi.

Proposta che non conosce frontiere: si rivolge a tutti. Basta lasciar fare alla semente le sue cose normali - così integrando le energie; dando spazio, persino cedendo.

Il Seme cresce da solo, intrecciato al terreno e al clima, eppure secondo carattere-individuo profondo.

Sfugge alle spiegazioni cerebrali: «Come, egli stesso non sa» (v.27).

 

Dopo la seminagione, l’autore del gesto riprende la vita normale.

Lasciando fare, il piccolo granello nascosto percorre la sua strada, sino in fondo.

Questo il fattore evolutivo.

Nessun agricoltore calpesta il suo campo, né indaga cosa succede, importunando: sviluppo, crescita e maturazione sono per sé garantiti.

Chi volesse entrare disturberebbe i germogli.

Chi scavasse per controllare il chicco che sta intrecciando le sue radici col terreno, rovinerebbe tutto.

 

La nostra identità sacra è inestricabilmente legata alla singolarità personale: si aggroviglia a una irripetibile sensibilità e vicenda.

È il buio, il silenzio, l’attesa, che fanno spuntare i suoi teneri germogli, nella loro unicità e autenticità.

Li danneggerebbe solo colui che volesse interferire, modificando, sovrapponendo suoi schemi e andamenti - mai conformi alle realtà in sviluppo singolare spontaneo.

Attenzione alla precipitazione di chi vuole subito un risultato… che non sia quello di essere noi stessi in relazione all’essenza innata e missione personale, che sprizzano dalla Sorgente nascosta.

Il tempo dell’amore non è immediato: si svolge lungo un sentiero, i cui periodi non possono essere scanditi da disegni frettolosi - solo irritanti - se non dallo Spirito, affinché manifestiamo l’inedito intrinseco.

Nessuno può importunare tale eccezionale ricchezza, che nasce e sviluppa «automaticamente» (v.28), affinché siamo messi in grado di partorire il mondo interno, la quintessenza, il Gesù che cova in cuore; non altri.

 

«Metter mano alla falce» (v.29) significa che a questo punto l’anima è desta per il Regno, pronta a ‘dare vita’ a sé e ai fratelli, traboccando la sua completezza ad altri, anche lontani o vaganti come uccelli (v.32).

Insieme, una Chiesa che - senza troppo pensare “come dovrebbe essere” - convince tutti i bisognosi di riparo dalle arsure.

E il Seme potrà esser trasmesso ovunque dagli stessi «volatili» che vi si posano anche solo quanto basta a ciascuno per spiccare di nuovo il volo.

 

Le ‘parabole del regno’ in Mt 13 e qui in Mc 4 non narrano una realtà solenne, epocale, maestosa, che intestardisce e s’impone.

Piuttosto, il regno ‘novello’ sarà paragonabile a un arbusto comune, che cresce modestamente - silente, nell’orto di casa (v.32).

Come dire: evolviamo in segni minuscoli - niente di straordinario - però siamo persone, non facsimili.

Così annunciamo il Paradiso.

 

 

[Venerdì 3.a sett. T.O.  30 gennaio 2026]

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And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself, which continues to cultivate the Church down the centuries. The scythe of sacrifice is also present in God's action with regard to the Kingdom: the development of the Kingdom cannot be achieved without suffering (John Paul II)
Il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza (Giovanni Paolo II)
For those who first heard Jesus, as for us, the symbol of light evokes the desire for truth and the thirst for the fullness of knowledge which are imprinted deep within every human being. When the light fades or vanishes altogether, we no longer see things as they really are. In the heart of the night we can feel frightened and insecure, and we impatiently await the coming of the light of dawn. Dear young people, it is up to you to be the watchmen of the morning (cf. Is 21:11-12) who announce the coming of the sun who is the Risen Christ! (John Paul II)
Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano. Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto! (Giovanni Paolo II)
Christ compares himself to the sower and explains that the seed is the word (cf. Mk 4: 14); those who hear it, accept it and bear fruit (cf. Mk 4: 20) take part in the Kingdom of God, that is, they live under his lordship. They remain in the world, but are no longer of the world. They bear within them a seed of eternity a principle of transformation [Pope Benedict]
Cristo si paragona al seminatore e spiega che il seme è la Parola (cfr Mc 4,14): coloro che l’ascoltano, l’accolgono e portano frutto (cfr Mc 4,20) fanno parte del Regno di Dio, cioè vivono sotto la sua signoria; rimangono nel mondo, ma non sono più del mondo; portano in sé un germe di eternità, un principio di trasformazione [Papa Benedetto]
In one of his most celebrated sermons, Saint Bernard of Clairvaux “recreates”, as it were, the scene where God and humanity wait for Mary to say “yes”. Turning to her he begs: “[…] Arise, run, open up! Arise with faith, run with your devotion, open up with your consent!” [Pope Benedict]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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