don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 21 Aprile 2026 17:19

4a Domenica di Pasqua

Quarta Domenica di Pasqua (anno A)  [26 Aprile 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 14a.36-41)

Continua la lettura del discorso di Pietro a Gerusalemme il mattino di Pentecoste, e poiché ormai è ricolmo di Spirito Santo, legge per così dire a libro aperto nel progetto di Dio. Tutto gli appare chiaro, si ricorda del profeta Gioele che aveva annunciato: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne” (Gle2,28) e per lui è evidente che siamo al mattino del compimento di questa promessa. Per mezzo di Gesù, rigettato, eliminato dagli uomini, ma risuscitato ed esaltato da Dio, lo Spirito si è effuso su ogni carne, e i pellegrini ebrei provenienti da tutti gli angoli dell’Impero Romano sono venuti per celebrare la festa di Pentecoste, la festa del dono della Legge. Durante il viaggio e anche quando giungono nel Tempio di Gerusalemme, i pellegrini cantano i salmi e invocano da Dio la venuta del Messia. Pietro cerca di aprire loro gli occhi: il Messia di cui parlate è quel Gesù che voi avete crocifisso, e quando definisce Gesù Signore e Messia, il Cristo, queste sue affermazioni appaiono senz’altro molto ardite. Se l’uomo di Nazaret è il Messia atteso, questo significa che su Gesù è posta tutta la speranza d’Israele. Gli ascoltatori di Pietro furono colpiti al cuore, dice Luca, e certamente Pietro ha saputo toccare i loro cuori. Che dobbiamo fare - si chiedono? La risposta è semplice: convertitevi per salvarvi da questa generazione perversa, e  convertirsi, nel linguaggio biblico, è proprio voltarsi, fare dietro front. Ci sono due strade davanti a noi e spesso capita di sbagliare cammino: occorre allora tornare sulla retta via. Pietro fa una semplice constatazione: la generazione contemporanea di Cristo e degli apostoli è stata messa di fronte a una vera sfida, riconoscere cioè in Gesù il Messia atteso da secoli. Purtroppo però Gesù non ha le caratteristiche e le speranze riposte nel Messia immaginato come liberatore del popolo ebreo ed allora si è commesso un errore di giudizio e si è smarrita la strada. Per questo Pietro chiama tutti a convertirsi e invita a ricevere il Battesimo: fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo promesso a voi, ai vostri figli e a tutti quelli che sono lontani, ma che chiamerà il Signore nostro Dio. Inoltre, per ebrei familiari nello studio delle Scritture, Pietro richiama l’annuncio del profeta Gioele - verserò il mio Spirito su ogni carne - come pure nelle sue parole c’è un’eco delle parole del profeta Isaia sulla pace e l’alleanza voluta da Dio con il popolo d’Israele (cfr. Is49,1; 57,19). Proprio grazie a quest’Alleanza Israele si sentiva legato a Dio: era il popolo scelto, il figlio, come dice il profeta Osea (11,1), mentre gli altri popoli sembravano lontani da Dio. Quando poi Isaia afferma  che la pace è anche per quelli che sono lontani ricorda ciò che il popolo eletto ha una missione di pace per l’umanità intera chiamata a entrare in quello che si potrebbe chiamare il piano di pace di Dio. Annota l’Autore che quel giorno tremila si fecero battezzare. E aggiunge che i tremila ebrei diventati cristiani, facevano parte di quelli che Pietro chiamava i vicini. A poco a poco, lungo il libro degli Atti anche i lontani raggiungeranno i “chiamati” da Dio. A loro san Paolo dirà, nella lettera agli Efesini: voi che un tempo eravate lontani, ora siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo. Ed è il Cristo, la nostra pace, perché “dei due, il giudeo e il pagano” ha fatto una sola realtà (Ef2,14-18).

 

Salmo Responsoriale (22/23)

Abbiamo incontrato il salmo 22/23 nella quarta domenica di Quaresima.  Allora insistevo nel commento su tre punti: primo, nei salmi è di Israele intero che si tratta, anche se chi parla al singolare dicendo “io”; secondo, per definire la sua esperienza religiosa Israele usa due paragoni, quello del levita che trova la sua gioia ad abitare nella Casa di Dio e quello del pellegrino che partecipa al pasto sacro che segue i sacrifici di azione di grazie. Bisogna però leggere tra le righe che, attraverso questi due paragoni, il popolo eletto avverte di essere stupito e riconoscente per la gratuita Alleanza di Dio. In terzo luogo, i primi cristiani hanno riconosciuto in questo salmo il privilegio della propria esperienza di battezzati e il salmo 22/23 è diventato nella Chiesa primitiva il canto delle celebrazioni del Battesimo. Mi fermo semplicemente sul primo versetto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti. Il profeta Michea così prega: Signore, con il tuo bastone sii il pastore del tuo popolo, il gregge che ti appartiene, così che il popolo si percepisca patrimonio di Dio (cf. Mi 7,14). Nel salmo 15/16 s’incontra invece l’espressione inversa Signore, mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte, la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità. Quando si paragona Dio a un pastore e Israele al suo gregge, si osa pensare che il popolo eletto sia un tesoro per il suo Dio, il che è una bella audacia, e l’uso di un simile vocabolario è un invito alla fiducia, perché Dio è rappresentato come un buon pastore, cioè colui che raduna, guida, nutre, cura, protegge e difende il suo gregge vegliando su tutti i suoi bisogni. Il profeta Michea scrive che Dio radunerà tutto intero il resto d’Israele (cf. 2,12), e lo metterà insieme come un gregge radunando le pecore zoppe e quelle disperse. Sofonia riprende lo stesso tema: salverò la pecora zoppa (cf. 3,19), radunerò quelle che sono disperse, il che vuol dire che ogni volta che facciamo opera di divisione lavoriamo contro Dio. Il Dio, pastore attento, pastore-guida e difensore del suo gregge. Ritroviamo questo spesso nei salmi, in particolare nel salmo 94/95 che è la preghiera del mattino di ogni giorno nella liturgia delle Ore dove leggiamo: “Siamo il popolo che egli conduce, il gregge guidato dalla sua mano”. Nel salmo 77/78 si legge che, come un pastore, Dio conduce il suo popolo, spinge nel deserto il suo gregge, lo guida, lo difende, lo rassicura, e il salmo 79/80 comincia con un appello “Pastore d’Israele: ascolta, tu che conduci Giuseppe, il tuo gregge, rivela la tua forza e vieni a salvarci”. E’ chiaro che nei periodi difficili, quando il gregge cioè Israele si sente mal guidato, abbandonato, maltrattato o peggio malmenato, i profeti ricorrono spesso all’immagine del buon pastore per ridare speranza. E non stupisce dunque ritrovare questo tema nel secondo Isaia, nel Libro della Consolazione d’Israele: Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge, il suo braccio raduna gli agnelli, li porta sul suo cuore, conduce le pecore che allattano (cf.40,11), perché lungo le strade potranno ancora pascolare, sulle alture spoglie saranno i loro pascoli, non avranno né fame né sete, il vento bruciante e il sole non li colpiranno più, perché lui, pieno di compassione, li guiderà, li condurrà alle acque vive (cf. Is. 49,9-10). Infine anche Ezechiele riprende questo tema dicendo che così parla il Signore Dio: “Io stesso avrò cura delle mie pecore e le passerò in rassegna, come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le libererò da tutti i luoghi dove erano state disperse in un giorno di nuvole e di caligine, le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi migliori. Le farò pascolare in un buon pascolo e i loro prati saranno sulle alture d’Israele, là le mie pecore riposeranno in belle praterie, brucheranno in grassi pascoli. Sui monti d’Israele, io stesso farò pascolare il mio gregge e lo farò riposare, oracolo del Signore Dio, la pecora perduta, io la cercherò, la smarrita, la ricondurrò, quella ferita, la fascerò, quella malata, le ridarò forza” (cf. 34,11-16).  A nostra volta oggi noi cantiamo questo salmo 22/23 sapendo che Gesù si è presentato lui stesso come il pastore delle pecore perdute che ci invita a mettere la nostra fiducia nella tenerezza del Dio-pastore. In un tempo, come il nostro, in cui le nostre società attraversano giorni di nuvole e di caligine, siamo invitati a contemplare l’immagine del buon Pastore e a rinnovare la nostra fiducia: Dio, il vero buon Pastore non ci abbandona mai. 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 20b-25)

 San Pietro si rivolge a una categoria sociale particolare, gli schiavi, perché allora esisteva ancora la schiavitù e, nel diritto romano, lo schiavo era alla mercé del padrone, un oggetto nelle sue mani. Capitava dunque che gli schiavi subissero maltrattamenti secondo il capriccio dei padroni e uno schiavo cristiano presso un padrone non cristiano si esponeva a più dure vessazioni. Pietro in sostanza incoraggia a mitare Cristo, anche lui “schiavo per amore”(cf. Fil. 2,7) che ha messo la vita intera al servizio di tutti gli uomini. Come dunque si è comportato? Insultato, non rispondeva con insulti, messo a soffrire non minacciava, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia. San Pietro esorta a sopportare la sofferenza anche quando si fa il bene, sapendo che è una grazia agli occhi di Dio essere capaci di comportarsi come Cristo quando si è nella prova. Certamente non esiste una vocazione del cristiano alla sofferenza, ma nella sofferenza c’è una chiamata a comportarsi sull’esempio di Cristo. Allora non è soffrire per soffrire, ma imitare Cristo che anche lui  ha sofferto facendosi carico dei nostri peccati sul legno della croce, affinché, morti ai peccati, vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe infatti siamo stati guariti. Dio ci ha salvati perché viviamo per la giustizia. Siamo guariti dalle nostre ferite, che sono le incapacità ad amare e a donare, a perdonare, a condividere. A causa del peccato originale eravamo lontani da Dio e disorientati, erranti come pecore. In Cristo crocifisso per i nostri peccati, abbiamo recuperato la fedeltà al progetto di Dio e le sue piaghe ci hanno guariti. Cristo è morto per rendere testimonianza alla verità, restando fedele anche sulla croce al Padre. La croce, luogo dell’orrore assoluto, dell’odio umano scatenato, è diventata il trono dell’amore assoluto. Nel perdono di Gesù ai suoi carnefici ci è data la possibilità di contemplare e di credere all’amore di Dio per l’umanità, rivelato nella croce che può trasformarci e convertirci.  Il profeta Zaccaria ce lo ricorda: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cf. 12,10) e questo ci guarisce, ci salva, cioè ci rende di nuovo capaci di amare e di perdonare come Cristo. Quando ci si lascia intenerire da questo amore assoluto di Dio, i nostri cuori di pietra diventano cuori di carne, capaci di vivere come lui. Lasciamoci trasformare da questo contagio di misericordia perché Cristo possa proseguire, anche grazie a noi, l’opera di trasformazione dell’umanità intera: Egli continua a inviare discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi” (cf. Lc10,3; Mt 10,16) perché, seguendo le sue tracce, siamo ovunque testimoni della Misericordia infinita di Dio.  

 

Dal Vangelo secondo san Giovanni (10,1-10)

 La coerenza dei testi biblici di questa domenica è davvero evidente, perché il salmo, la seconda lettura e il vangelo ci portano in un ovile. I salmo paragona la relazione di Dio con Israele alla premura di un pastore per il suo gregge: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare”; nella seconda lettura san Pietro parla di uomini simili a pecore smarrite erranti, invitati a tornare “al vostro pastore, il custode delle vostre anime”. Qui, nel vangelo, leggiamo un passaggio del lungo discorso sul buon pastore e un ovile. Per comprendere  occorre fare lo sforzo di immaginare il paesaggio del vicino Oriente, dove il gregge è radunato per la notte in un recinto ben custodito e al mattino il pastore viene a liberare le pecore per condurle ai pascoli: scena all’epoca molto familiare agli ascoltatori di Gesù perché innanzitutto c’erano molti greggi in Israele, e poi perché i profeti dell’Antico Testamento avevano preso l’abitudine di paragonare il rapporto di Dio con il suo popolo al pastore che si prende cura del suo gregge. Nel salmo responsoriale abbiamo riletto alcuni brani a questo proposito e aggiungo un riferimento al  profeta Isaia che insiste sulla premura di Dio verso il suo popolo:  pieno di compassione, Egli “li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49,9-10). Inoltre del futuro Messia si diceva che sarebbe stato un pastore per Israele, ma allo stesso tempo i profeti non cessavano di mettere in guardia contro i cattivi pastori, un vero pericolo per le pecore, ed è questione di vita o di morte per il gregge. Gesù a sua volta si iscrive proprio nello stesso registro, indicando la premura del pastore per le sue pecore e il pericolo di falsi pastori, un argomento che riprende nel vangelo di questa domenica sotto forma di due piccoli paragoni successivi, quello del pastore, poi quello della porta. E’ interessante che si premura di introdurli entrambi con la formula solenne “in verità, in verità vi dico”, espressione che introduce sempre qualcosa di nuovo. Ma se il tema del pastore era ben noto, dov’è la novità? D’altra parte Giovanni precisa che queste due parabole sono rivolte ai farisei: Gesù racconta la prima, ma, come annota, non compresero ciò che Gesù voleva dire loro, allora Gesù prosegue con la seconda. I farisei non hanno capito la prima, o non hanno voluto capire, forse semplicemente perché, con ogni evidenza, Gesù lascia intuire che è lui stesso questo buon pastore capace di fare felice il suo popolo, e loro si vedono declassati di colpo al rango di cattivi pastori. Non è che hanno capito benissimo cosa vuole dire Gesù, ma non possono accettarlo perché sarebbe ammettere che questo Galileo è il Messia, l’Inviato di Dio? Gesù non assomiglia per nulla all’idea che se ne facevano, ed è forse la ragione per cui Gesù ha avuto cura di dire “in verità, in verità vi dico”. Quando egli introduce un discorso con questo incipit bisogna essere particolarmente attenti, perché equivale a espressioni idiomatiche che si incontrano spesso nei profeti dell’Antico Testamento. Quando infatti lo Spirito di Dio soffia loro parole dure da capire o da accettare, i profeti hanno sempre cura di cominciare e talvolta terminare la predicazione con formule come “oracolo del Signore” o “così parla il Signore”. Pur conoscendo questo e quindi avvertiti che Gesù parla di realtà molto importanti, i farisei non hanno capito o non hanno voluto capire; ciò nonostante Gesù insiste e Giovanni ci aiuta a capire quest’insistenza volontaria precisando che “allora Gesù disse di nuovo”. Si nota qui tutta la pazienza di Gesù, che tenta in ogni modo di convincere i suoi ascoltatori: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore” e chi entra passando per me, sarà salvo. Modi diversi per aiutare a capire che egli è il Messia, il salvatore, e, solo per mezzo di lui, il gregge accede alla vera vita, la vita in abbondanza. Possiamo trarre un’ultima lezione da questo vangelo: Gesù dice che le pecore seguono il pastore perché ne conoscono la voce, e dietro questa immagine, si può leggere una realtà della vita di fede: i nostri contemporanei non seguiranno Cristo, non saranno suoi discepoli se noi non facciamo risuonare la voce di Cristo, se non facciamo conoscere la Parola di Dio. Non è questo, ancora una volta, l’appello accorato di Gesù a far udire con tutti i mezzi il suono della sua voce? 

 

+Giovanni D’Ercole

Venerdì, 17 Aprile 2026 15:04

3a Domenica di Pasqua

Terza Domenica di Pasqua (anno A)  [19 aprile 2026] 

 

*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)

Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato.  Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia?  La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione.  Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo

 

*Salmo Responsoriale (15/16)

Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui  Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce  così  anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto.  L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo  prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)

Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato;  ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e  di conseguenza conoscevano  bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico.  Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La  seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù.  Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed  è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà,  una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora,  annota Pietro,  la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati   in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio  la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)

Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il  Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e  con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto  che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva  che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.

 

+Giovanni D’Ercole 

Considerazioni sul cibo

Diversi spunti mi hanno suggerito questa  riflessione.

Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”

E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.

Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.

Infine circa un mese fa  una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.

E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.

Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.

Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.

Il concetto ideale consiste nel  nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.

A volte  capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo.  Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro. 

Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è  intorno al 1600 circa che inizia  ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.

Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.

La  storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.

Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.

Le “mistiche” attuavano digiuni  per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.

Nel tempo attuale  i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.                                  

Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti.  Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.

La bulimia  consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.                                                                                                                                                                                                                                                                                       

Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.

Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture  meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.

Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva. 

Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le  giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.

Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani. 

Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.

In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.

Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso. 

Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità. 

Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.

Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .

Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.

Queste persone sono accumunate  in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.

Ma è una questione di  “quanto è forte questo sentire” perché ogni  persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.

Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una  falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.

Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.

 

Dr. Francesco Giovannozzi  Psicologo – Psicoterapeuta

(Gv 6,44-51)

 

Dio non attira con forza perentoria o ricatti, bensì con l’invito (v.44).

E il credere sincero si attiva a partire da una prima testimonianza in se stessi (v.44).

Il Padre non ci lascia cronicizzare. Agisce nell’intimo di ciascuno per rimodulare convinzioni, adesioni, progetti.

Tutto opera in direzione di noi stessi, non in modo innaturale.

Egli agisce presente in ogni persona nel modo più spontaneo e insieme affine a principi individuanti; più rispettoso delle inclinazioni, delle caratteristiche reali, delle energie.

Tale insegnamento (v.45) è interiore: impersonato da Cristo nella Parola che non snatura nulla - implicito nella sua Persona e vicenda.

In tal guisa il dono della vita è legato all’assimilare e farsi Uno con quell’Alimento.

Cibo che non incrina la persona, ma la convince, sostiene, fermenta e orienta - in modo irripetibile, per Nome.

Quel Pane manducato uccide il conformismo e l’estinzione.

Possiede la virtù di riannodare i fili che contraddistinguono il carattere di Persona, la qualità innata, l’essenza vocazionale, la capacità propulsiva [Vita dell’Eterno].

 

Il pane della terra conserva la vita ma non aggiorna, non ci rigenera incessantemente, né apre una strada attraverso la morte.

Il Pane che riattualizza per noi il dono estremo del Figlio, nutre l’esistere d’una qualità indistruttibile che non sfuma, perché Oro divino del nostro essere sorgivo.

I profeti avevano annunciato: negli ultimi tempi non si sarebbe conosciuto Dio per sentito dire ma per esperienza personale.

Dopo il fallimento dei re e della classe sacerdotale gli uomini sarebbero stati ammaestrati direttamente dal Signore.

L’espressione «Pane disceso dal Cielo» designa Gesù stesso in relazione con il Padre e [appunto] nella sua missione di recare agli uomini Sapienza, e Vita esuberante.

Vita divina, priva di limiti, che si riversa immediatamente in ciascuno - senza le incertezze o interpretazioni velate dai difetti di vista dei “mediatori”, i quali viceversa porterebbero al crollo.

Presenza che nel tempo della complessità accende anche in noi il desiderio di essere istruiti da Dio-in-Persona, guidati dall’Amico interiore. Percorsi da intuizioni rigeneranti, nel suo Spirito.

Egli c’inclina a non dare ascolto a una natura che ricerca e «mormora» solo per il corrivo “sapore” del sostentamento: «manna nel deserto» (v.49); ovvero interesse, reputazione, titoli, banalità di soddisfazioni.

 

«Io Sono il Pane il Vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo Pane vivrà la Vita dell’Eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita piena del mondo» (v.51).

Lo Spirito che interiorizza e attualizza è principale Soggetto della storia anche domestica, sommaria, quotidiana, della salvezza. Facendosi nostro.

Evangelizzandoci e crescendo nell’Amicizia - «istruiti da Dio» (v.45) - l’azione nutriente del Maestro immette la nostra carne fermentata nella Vita nuova.

Il Figlio affianco cambia il nostro ‘gusto’ e familiarizza di Sé la stessa ‘Natura’.

Così anche noi assimilati e identificati al Pane-Persona fattosi intimo, sveliamo totalità in atto, eternità vivente, la Fonte originaria.

 

 

[Giovedì 3.a sett. di Pasqua, 23 aprile 2026]

Mercoledì, 15 Aprile 2026 04:27

Mistica della Carne dal Cielo

Anche in stile domestico

Gv 6,44-51 (41-51)

 

Gesù vuol far voltare pagina. Non intende puntellare il farraginoso, non più vitale.

Egli è fedele alla legge di mutamento della Vita piena, che senza posa cerca nuovi assetti - invece di ristagnare nella situazione.

Ciò (in ogni tempo) mentre le autorità religiose e gli habitué desiderano restare aggrappati al passato, a ciò che sanno, al senso di “giustizia” ordinario, alla morale di riferimento attorno...

Insomma, quando è il momento di Cristo, tutti se ne vanno. Ma il dissidio è cosa già scritta.

Dio non attira con forza perentoria o ricatti, bensì con l’invito (v.44).

E il credere sincero si attiva a partire da una prima testimonianza in se stessi (v.44).

Per la sua condizione sociale di piccolo artigiano [un senza terra] la «mormorazione» (vv.41.43) era ovvia, e rimandava alla medesima contrarietà espressa dal popolo di Dio vagante nel deserto.

Non solo la pretesa divina di essere autentica Manna, ma l’origine stessa di Gesù è incomprensibile per una mentalità devotamente quieta, normalizzata - che si lascia trascinar via priva di enigmi.

 

La contestazione è indispettita e radicale; predilige e ricalca ciò che dà immediatamente sicurezza - non l’originale. Ma il Signore non allenta, altrimenti ci lascerebbe cronicizzare.

Il dover sembrare, il dover essere, il dover fare, non danno spazio all’ascolto, alla percezione, al cambiamento che ci attende: paralizzano.

Il Padre agisce nell’intimo di ciascuno per rimodulare convinzioni, adesioni, progetti.

Tutto opera in direzione di noi stessi, non in modo innaturale o di altri - e neppure di Lui.

Egli agisce presente in ogni persona nel modo più spontaneo.

In tal guisa e insieme, affine a principi individuanti; più rispettoso delle inclinazioni, delle caratteristiche reali, delle energie anche del periodo.

Tale insegnamento (v.45) è interiore: impersonato da Cristo nella Parola che non snatura nulla - implicito nella sua Persona e vicenda.

Così il dono della vita è legato all’assimilare e farsi Uno con quell’Alimento. Cibo che non incrina la persona, bensì la convince, sostiene, fermenta, e orienta - in modo irripetibile, per Nome.

Quel Pane manducato coglie il sapore di un vuoto dall’esteriorità in fondo al quale non sussiste l’annientamento: siamo introdotti nella redenzione, immessi nella vita nuova.

Nel conformismo, la vita non uccide l’estinzione. Non possiede la virtù di riannodare i fili che contraddistinguono il carattere di Persona, né la qualità innata, l’essenza vocazionale, la capacità propulsiva [Vita dell’Eterno].

È l’implicito “culturale”, rituale e banale, senza ispirazione, poco genuino, che non diviene vivente - e non garantisce pienezza bensì assuefazione.

Come per noi, se ci abbiamo fatto il callo.

 

Il pane della terra conserva la vita ma non aggiorna, non ci rigenera incessantemente, né apre una strada attraverso la morte.

Il Pane che riattualizza per noi il dono estremo del Figlio, nutre l’esistere d’una qualità indistruttibile che non sfuma, perché Oro divino del nostro essere sorgivo.

I profeti avevano annunciato: negli ultimi tempi non si sarebbe conosciuto Dio per sentito dire ma per esperienza personale.

Dopo il fallimento dei re e della classe sacerdotale gli uomini sarebbero stati ammaestrati direttamente dal Signore.

L’espressione «Pane disceso dal Cielo» designa Gesù stesso in relazione con il Padre e [appunto] nella sua missione di recare agli uomini Sapienza e Vita esuberante.

Vita divina, priva di limiti, che si riversa immediatamente, a ciascuno. Senza incertezze o interpretazioni velate dai difetti di vista dei “mediatori”, i quali viceversa porterebbero al crollo.

Presenza che nel tempo della complessità accende anche in noi il desiderio di essere istruiti da Dio-in-Persona, guidati dall’Amico interiore. Percorsi da intuizioni rigeneranti, nel suo Spirito.

Egli c’inclina a non dare ascolto a una natura che ricerca e «mormora» solo per il corrivo “sapore” del sostentamento: «manna nel deserto» (v.49); ovvero interesse, reputazione, titoli, banalità di soddisfazioni.

 

Piuttosto ritroviamo Vita autentica nel dono d’una buona intuizione e interiore Visione.

Nella grazia che ci fa capaci di accogliere la Chiamata.

Nella virtù che permane in ascolto - per fedeltà attiva alla Vocazione, mediante un’abnegazione e rettitudine d’intenzioni che si appropriano di virtù e meriti di Cristo.

 

«Io Sono il Pane il Vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo Pane vivrà la Vita dell’Eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita piena del mondo» (v.51).

Lo Spirito che interiorizza e attualizza è principale Soggetto della storia anche sommaria, quotidiana, della salvezza. Facendosi nostro.

Evangelizzandoci e crescendo nell’Amicizia [«istruiti da Dio» (v.45)] l’azione nutriente del Maestro immette la nostra carne fermentata nella Vita nuova.

The Son beside us changes our 'taste' and familiarises of Himself the same 'Nature'.

In tal guisa, anche noi assimilati e identificati al Pane-Persona fattosi intimo, sveliamo totalità in atto, eternità vivente, la Fonte originaria.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come entri nel dono di redenzione mediante l’Eucaristia?

Quali propositi “contrari” alla morale di riferimento attorno, il Pane della Vita cerca di trasmetterti?

Ti sei mai sentito un ‘reciso dalla terra’ a motivo del tuo diverso Alimento dal Cielo?

Quali sono state le occasioni per fare il salto, che forse hai trascurato?

Mercoledì, 15 Aprile 2026 04:22

Il pane disceso dal cielo

7. La prima realtà della fede eucaristica è il mistero stesso di Dio, amore trinitario. Nel dialogo di Gesù con Nicodemo, troviamo un'espressione illuminante a questo proposito: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui » (Gv 3,16-17). Queste parole mostrano la radice ultima del dono di Dio. Gesù nell'Eucaristia dà non « qualche cosa » ma se stesso; egli offre il suo corpo e versa il suo sangue. In tal modo dona la totalità della propria esistenza, rivelando la fonte originaria di questo amore. Egli è l'eterno Figlio dato per noi dal Padre. Nel Vangelo ascoltiamo ancora Gesù che, dopo aver sfamato la moltitudine con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ai suoi interlocutori che lo avevano seguito fino alla sinagoga di Cafarnao, dice: « Il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo » (Gv 6,32-33), ed arriva ad identificare se stesso, la propria carne e il proprio sangue, con quel pane: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,51). Gesù si manifesta così come il pane della vita, che l'eterno Padre dona agli uomini.

[Papa Benedetto, Sacramentum Caritatis]

Mercoledì, 15 Aprile 2026 04:19

Ma esiste anche la fame dell’anima

1. “Io sono il pane vivo” (Gv 6, 51). Nel deserto gli Apostoli dicono a Gesù: “Congeda la folla” (cf. Lc 9, 12). Questa folla seguiva il Maestro, ascoltando le sue parole sul Regno di Dio; ma si avvicinava ormai la notte e l’ora della cena. La folla rimaneva lì nel silenzio e nell’attesa. Già un tempo nel deserto, quando era venuto a mancare il pane, i figli d’Israele si erano ribellati contro Mosè. Avevano ricevuto allora il cibo, che cadeva ogni mattina sull’accampamento, e lo avevano chiamato “manna”. Così il popolo, proveniente dalla terra di Egitto, aveva potuto continuare il cammino dalla regione della schiavitù verso la terra promessa. Ora Gesù dice agli Apostoli: “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13), e poiché essi non riescono a trovare alcuna soluzione, Cristo moltiplica i pani: benedice quel poco che hanno, lo spezza e lo dà ai discepoli; e questi, a loro volta, al popolo. “Tutti mangiarono e furono saziati”.

2. La moltiplicazione dei pani nel deserto è un annunzio, così come lo fu la manna Le folle seguono Gesù, quando sperimentano il suo potere sul cibo e sulla fame umana. Sono pronte perfino a proclamarlo re. Il Salmo di Davide non parla forse del dominio del Messia e del giorno del suo trionfo? “A te il principato - esso dice - nel giorno della tua potenza” (cf. Sal 110, 3). Contemporaneamente, il medesimo Salmo chiama Sacerdote il Messia regale: Egli è Sacerdote per sempre al modo di Melchisedek (cf. Sal 110,4). Melchisedek fu re e al tempo stesso Sacerdote del Dio Altissimo. A differenza dei Sacerdoti dell’Antica Alleanza, egli offerse a Dio non il sangue di animali immolati, ma pane e vino.

3. La moltiplicazione dei pani nel deserto è, per questo, un messaggio profetico: Cristo sa che Egli stesso realizzerà un giorno la profezia contenuta nel sacrificio di Melchisedek. Quale Sacerdote della Nuova Alleanza - dell’Eterna Alleanza - Gesù entrerà nel santuario eterno, dopo aver compiuto l’opera della Redenzione del mondo grazie al proprio sangue. Agli Apostoli nel cenacolo darà in sostanza, ancora una volta, lo stesso comando: “Dategli voi stessi da mangiare! - Fate questo in memoria di me!”. Esistono diverse categorie di fame, che tormentano la grande famiglia umana. C’è stata la fame che ha trasformato in cimiteri intere città e paesi. C’è stata la fame dei campi di sterminio, prodotti dai sistemi totalitari. In diverse parti del globo c’è ancor oggi la fame del terzo e del “quarto” mondo: là muoiono di fame gli uomini, le madri e i bambini, gli adulti e gli anziani. È terribile la fame dell’organismo umano, la fame che stermina. Ma esiste anche la fame dell’anima, dello spirito. L’anima umana non muore sui sentieri della storia presente. La morte dell’anima umana ha un altro carattere: essa assume la dimensione dell’eternità. È la “seconda morte” (Ap 20, 14). Moltiplicando i pani per gli affamati, Cristo ha posto il segno profetico dell’esistenza di un altro Pane: “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51).

4. Ecco il grande mistero della fede. Le stesse persone per le quali il Cristo ha moltiplicato i pani, quelle che “mangiarono e si saziarono” (Lc 9, 17), non sono state, però, in grado di credere alle sue parole, quando egli ha parlato del cibo che è la sua Carne, e della bevanda che è il suo Sangue. Per questo, le medesime persone hanno chiesto in seguito la sua morte sulla Croce. Così è avvenuto. E quando tutto si è compiuto, si è svelato proprio allora il mistero dell’ultima Cena: “Questo è il mio corpo, che è per voi . . . Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue” (1 Cor 11, 24-25). Dal cenacolo è uscito il Sacerdote “al modo di Melchisedek”. Egli cammina ora con il suo popolo attraverso la storia.

5. Tale è il contenuto che la Solennità del Corpus Domini intende esprimere, e che noi vogliamo proclamare con questa processione eucaristica per le vie di Roma, dalla Basilica del Santissimo Salvatore in Laterano alla Basilica Mariana sull’Esquilino. “Ave verum Corpus natum de Maria Virgine”. La via che percorriamo diventi un’immagine concreta delle tante altre vie della Chiesa nel mondo di oggi. Il Vescovo di Roma, servo di tutti i servi dell’Eucaristia, segue con il pensiero e con il cuore tutti coloro che oggi danno testimonianza a questo Mistero, dal nord al sud, dal sorgere del sole al suo tramonto. Dappertutto dove si trova il Popolo di Dio della Nuova Alleanza, si trova anche Lui, “il pane vivo, disceso dal cielo”.

Dappertutto. “Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno”.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia Corpus Domini 18 giugno 1992]

Mercoledì, 15 Aprile 2026 04:06

Non relegandolo a contorno, non vivacchiamo

Nel Vangelo della Liturgia odierna, Gesù continua a predicare alla gente che ha visto il prodigio della moltiplicazione dei pani. E invita quelle persone a fare un salto di qualità: dopo aver rievocato la manna, con cui Dio aveva sfamato i padri nel lungo cammino attraverso il deserto, ora applica il simbolo del pane a sé stesso. Dice chiaramente: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48).

Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona. Non un pane tra tanti altri, ma il pane della vita. In altre parole, noi, senza di Lui, più che vivere, vivacchiamo: perché solo Lui ci nutre l’anima, solo Lui ci perdona da quel male che da soli non riusciamo a superare, solo Lui ci fa sentire amati anche se tutti ci deludono, solo Lui ci dà la forza di amare, solo Lui ci dà la forza di perdonare nelle difficoltà, solo Lui dà al cuore quella pace di cui va in cerca, solo Lui dà la vita per sempre quando la vita quaggiù finisce. E’ il pane essenziale della vita.

“Io sono il pane della vita”, dice. Restiamo su questa bella immagine di Gesù. Avrebbe potuto fare un ragionamento, una dimostrazione, ma – lo sappiamo – Gesù parla in parabole, e in questa espressione: “Io sono il pane della vita”, riassume veramente tutto il suo essere e tutta la sua missione. Lo si vedrà pienamente alla fine, nell’Ultima Cena. Gesù sa che il Padre gli chiede non solo di dare da mangiare alla gente, ma di dare sé stesso, di spezzare sé stesso, la propria vita, la propria carne, il proprio cuore perché noi possiamo avere la vita. Queste parole del Signore risvegliano in noi lo stupore per il dono dell’Eucaristia. Nessuno in questo mondo, per quanto ami un’altra persona, può farsi cibo per lei. Dio lo ha fatto, e lo fa, per noi. Rinnoviamo questo stupore. Facciamolo adorando il Pane di vita, perché l’adorazione riempie la vita di stupore.

Nel Vangelo, però, anziché stupirsi, la gente si scandalizza, si strappa le vesti. Pensano: “Questo Gesù noi lo conosciamo, conosciamo la sua famiglia, come può dire: Sono il pane disceso dal cielo?” (cfr vv. 41-42). Anche noi forse ci scandalizziamo: ci farebbe più comodo un Dio che sta in Cielo senza immischiarsi nella nostra vita, mentre noi possiamo gestire le faccende di quaggiù. Invece Dio si è fatto uomo per entrare nella concretezza del mondo, per entrare nella nostra concretezza, Dio si è fatto uomo per me, per te, per tutti noi, per entrare nella nostra vita. E tutto della nostra vita gli interessa. Gli possiamo raccontare gli affetti, il lavoro, la giornata, i dolori, le angosce, tante cose. Gli possiamo dire tutto perché Gesù desidera questa intimità con noi. Che cosa non desidera? Essere relegato a contorno – Lui che è il pane –, essere trascurato e messo da parte, o chiamato in causa solo quando ne abbiamo bisogno.

Io sono il pane della vita. Almeno una volta al giorno ci troviamo a prendere cibo insieme; magari la sera, in famiglia, dopo una giornata di lavoro o di studio. Sarebbe bello, prima di spezzare il pane, invitare Gesù, pane di vita, chiedergli con semplicità di benedire quello che abbiamo fatto e quello che non siamo riusciti a fare. Invitiamolo a casa, preghiamo in stile “domestico”. Gesù sarà a mensa con noi e saremo sfamati da un amore più grande.

La Vergine Maria, nella quale il Verbo si è fatto carne, ci aiuti a crescere giorno dopo giorno nell’amicizia di Gesù, pane di vita.

[Papa Francesco, Angelus 8 agosto 2021]

Martedì, 14 Aprile 2026 04:06

Ciò che conferisce valore ad ogni momento

Pane della Vita. Mistica della Visione e Fede

(Gv 6,35-40)

 

A fine primo secolo le chiese sentono il rischio del crollo. Lo sguardo ottuso dintorno alle prime fraternità sigillava già il Mistero.

Ma contrariamente al Primo Testamento (Es 33,22-23) per Fede ora si ‘vede’ Dio ‘e’ si vive, senza più paura (Es 3,6).

Chi «vede» il Figlio «ha» la stessa Vita dell’Eterno (v.40).

La Visione di Fede, la Visione del Figlio, la Visione dell’esito glorioso di colui che è stato rigettato dalle autorità religiose e considerato maledetto da Dio, fa divenire Uno con Lui.

È Risurrezione attuale, pur nell’esperienza rapida e greve dell’esistenza dispersiva.

L’Immagine considerata impossibile e che non si poteva reggere, cede il passo a un processo d’interpretazione, azione, riassetto, che attira futuro.

Cede il passo alla completezza del mondo umanizzante e diverso di Dio.

Lo spostamento di sguardo rompe la trama delle apparenze, delle convinzioni banali, ereditate o à la page.

Insomma: ‘coglierlo’ diventa motore di salvezza, fondamento che supera il pre-umano.

Percepirlo si fa Incontro; nella dimensione propria e perenne. Principio di eternità beata.

 

Secondo i credenti in Gesù la Sorgente della vita piena e indistruttibile [«Vita dell’Eterno»: v.40 testo greco] non è il pane materiale.

Già su questa terra l’Alimento totalizzante non sta in alcuna certezza banale.

Bisogna piuttosto «Vedere il Figlio» (v.40): cogliere nel Maestro una vicenda che non finisce nel fallimento.

Nonostante il rifiuto dei capi, l’esito della sua-nostra storia è la Gloria indistruttibile.

E «Credere in Lui» (v.40) non dipende dall’estrazione culturale o dalla posizione sociale concorde, ma da una elaborazione irripetibile.

Vedere’ e avere Fede è affidarsi alla luminosa [sembra assurda] Visione che si comunica nelle fibre più intime e fin dalla prima ‘Nascita’. Certi della piena sintonia e realizzazione in quella Figura sovreminente.

Si tratta di una Fede-Visione che legge il senso e abilita a un’appropriazione diretta: sorvola gli ostacoli insormontabili.

Una Fede-Gesto che zampilla, una Fede-Azione che diviene fermento di dilatazione, perché ha già suscitato acume, attenzione globale, intimo consenso.

 

Non aderiamo per entusiasmo o iniziative [la “Chiesa degli eventi”].

La vita dell’Eterno in noi inizia nell’occhio dell’anima; eco del Sogno primordiale.

Essa s’introduce nel cogliere la traiettoria del Padre. Egli vuole per i suoi minimi una pienezza d’impronta e carattere, senza conformismi.

Solo grazie al Dono nel quale ci riconosciamo fin dalle nostre radici e in essenza, intuiamo consonanze liete che identificano desideri, parole, azioni e tipo di cammino del Risorto stesso, che pulsa in noi.

La Persona del Cristo è l’unico Cibo senza omologazione.

Sostentati dal Pane-Persona possiamo evitare sia la ricerca di finte sicurezze che la smania di appoggi, preferendo il Pane Spezzato.

L’alimento della terra conserva la vita fisica, ma non può far rivivere attraverso Genesi personali uniche, né aprirci una strada valicando la morte.

Ciò conferisce valore ad ogni momento.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa significa per te ‘vedere’ il Figlio e ‘credere’ in Lui?

 

 

[Mercoledì 3.a sett. di Pasqua, 22 aprile 2026]

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What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo:  la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)

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