Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
II Domenica Tempo Ordinario (anno A) [18 Gennaio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Oggi inizia la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e riprende il Tempo Ordinario.
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (49,3...6)
Questo passo appartiene a un gruppo di quattro testi del profeta Isaia, chiamati i “Canti del Servo”. Essi risalgono al periodo drammatico dell’Esilio a Babilonia (VI secolo a.C.) e sono rivolti a un popolo scoraggiato, che arriva a chiedersi se Dio lo abbia dimenticato. Il profeta annuncia invece una parola decisiva: Israele è ancora il servo di Dio. L’Alleanza non è spezzata; Dio non solo non ha abbandonato il suo popolo, ma gli affida ancora una missione più grande. In questo canto il Servo non è un individuo particolare, ma il popolo di Israele nel suo insieme, come afferma chiaramente il testo: “Mio servo tu sei, Israele”. La sua vocazione è altrettanto chiara: manifestare la gloria di Dio. Questa gloria non è astratta, ma concreta: è l’opera di salvezza di Dio, qui identificata con il ritorno dall’esilio. La liberazione del popolo sarà la prova visibile che Dio è salvatore. Così, chi è stato salvato diventa testimone della salvezza davanti al mondo. Nella mentalità antica, la sconfitta e la deportazione di un popolo potevano sembrare il fallimento del suo Dio; la liberazione, invece, manifesterà ai popoli pagani la superiorità del Dio d’Israele. Essere “servo” significa quindi, da una parte, la certezza del sostegno di Dio, dall’altra, una missione: continuare a credere nella salvezza e a testimoniarla, affinché anche gli altri popoli riconoscano Dio come salvatore. Si comprende così l’annuncio finale: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Il progetto di Dio non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Qui l’attesa messianica evolve profondamente: il Messia non è più un re individuale, ma un soggetto collettivo, il popolo di Israele, che non esercita un potere politico ma svolge una missione di servizio. Resta una difficoltà: se il Servo è Israele, come può “radunare Israele”? Isaia si rivolge in realtà al “Resto”, il piccolo gruppo dei fedeli che non ha perso la fede durante l’esilio. Questo Resto ha il compito di ricondurre il popolo a Dio, cioè di convertirlo. Ma questa è solo la prima tappa: il rialzarsi di Israele diventa il segno iniziale del progetto di salvezza universale. Infine, il profeta insiste sull’origine divina di questo messaggio: non è frutto di invenzione umana, ma parola del Signore. In mezzo allo scoraggiamento, risuona una confessione di fiducia umile e profonda: la forza del Servo non è in se stesso, ma in Dio.
decisivo del Resto fedele. +Fondamento di tutto: la forza viene da Dio solo, non dall’uomo.
*Salmo responsoriale (39/40)
L’affermazione del salmo 39/40 – “ sacrificio e offerta non gradisci” sorprende, perché i salmi erano cantati proprio nel tempio, mentre si offrivano sacrifici. In realtà il senso è chiaro: ciò che conta per Dio non è il rito in sé, ma l’atteggiamento del cuore che esso esprime. Per questo il salmista può dire: “Gli orecchi mi hai aperto”… allora ho detto: Ecco, io vengo”. Tutta la Bibbia racconta un lungo cammino educativo nella comprensione del sacrificio, che procede di pari passo con la rivelazione del vero volto di Dio. Sacrificare significa “rendere sacro”, entrare in comunione con Dio; ma il modo di farlo cambia man mano che si comprende chi Dio è davvero. Israele non ha inventato il sacrificio: era una pratica comune ai popoli del Vicino Oriente. Tuttavia, fin dall’inizio, la fede biblica introduce una differenza decisiva: i sacrifici umani sono assolutamente proibiti. Dio è il Dio della vita, e non può chiedere la morte per avvicinarsi a Lui. Anche il racconto di Abramo e Isacco mostra che “sacrificare” non significa uccidere, ma offrire. Col passare dei secoli, avviene una vera conversione del sacrificio, che riguarda prima di tutto il suo significato. Se Dio è pensato come un essere da placare o da comprare, il sacrificio diventa un gesto magico. Se invece Dio è riconosciuto come colui che ama per primo e dona gratuitamente, allora il sacrificio diventa risposta d’amore e di riconoscenza, segno dell’Alleanza e non merce di scambio. La pedagogia biblica conduce così dalla logica del “dare per avere” alla logica della grazia: tutto è dono, e l’uomo è chiamato a rispondere con il “sacrificio delle labbra”, cioè con il rendimento di grazie. Anche la materia del sacrificio cambia: i profeti insegnano che il vero sacrificio gradito a Dio è far vivere, non dare la morte. Come dice Osea (6,6): “Voglio l’amore e non il sacrificio”. L’ideale ultimo è il servizio dei fratelli, espresso nei Canti del Servo di Isaia: una vita donata perché altri vivano. Il salmo 39/40 riassume questo cammino: Dio apre l’orecchio dell’uomo per entrare in un dialogo d’amore; nell’Alleanza nuova, il sacrificio diventa totalmente spirituale: “Ecco, io vengo”.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1,1-3)
Questo testo celebra la dignità di noi battezzati. È scelto per questo domenica, che segna il ritorno al tempo ordinario nella liturgia: ordinario non significa banale, ma semplicemente nell’ordine dell’anno. Ogni domenica celebriamo eventi straordinari: qui San Paolo ci ricorda la grandezza del nostro titolo di cristiani. Secondo Paolo, siamo coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo, riconoscendolo come Dio. Dire “Signore” significa che Gesù è il centro della nostra vita, della storia e del mondo. Per questo Paolo ci chiama “popolo santo”: essere santi non vuol dire perfetti, ma appartenere a Dio. Il battesimo ci consacra a Lui, e la comunità merita di essere onorata nella celebrazione eucaristica. Se Gesù non è veramente il nostro Signore, dobbiamo interrogarci sulla nostra fede. Paolo sottolinea più volte il nome di Cristo nella lettera, mostrando che la relazione con Lui è il fondamento della vita cristiana. Tutti i cristiani sono “chiamati”: Paolo stesso non sceglie di essere apostolo, ma è chiamato da Dio sul cammino di Damasco. La parola Chiesa (ecclesia) significa “chiamata”, e ogni comunità locale è chiamata a riflettere l’amore universale di Dio. La missione è universale, ma accessibile: Dio non ci chiede gesti straordinari, solo disponibilità alla Sua volontà, come ricorda il Salmo di oggi: “Ecco, io vengo”. La liturgia eucaristica riprende le parole di Paolo: nel gesto della pace e nel saluto “Il Signore sia con voi”, siamo immersi nella grazia e nella pace di Cristo. Questo testo è particolarmente adatto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: ci ricorda ciò che unisce i cristiani di tutto il mondo, chiamati a essere semi di una nuova umanità, che un giorno si riunirà nella grazia e nella pace attorno a Gesù Cristo. Il contesto storico di questa lettera: Corinto era città di grandi ricchezze e povertà, crocevia tra Adriatico ed Egeo, con una popolazione mista e contrasti sociali marcati. La comunità cristiana fondata da Paolo rifletteva queste differenze. La lettera ai Corinzi che leggiamo oggi è probabilmente la prima a noi giunta, scritta intorno al 55-56 d.C., per rispondere a domande specifiche della comunità.
Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)
Giovanni Battista proclama con solennità: “Ho visto e ho testimoniato che questo è il Figlio di Dio”. All’epoca, il titolo “Figlio di Dio” era sinonimo di Messia: riconoscerlo in Gesù significava annunciare il Messia atteso da Israele. Ogni re di Gerusalemme riceveva l’unzione e il titolo di Figlio di Dio come segno che lo Spirito lo guidava; ma a differenza dei re precedenti, Gesù è colui su cui lo Spirito ”dorme” permanentemente, indicando che tutta la sua missione sarà condotta dallo Spirito Santo. Giovanni Battista descrive Gesù anche come “l’Agnello di Dio colui che toglie il peccato del mondo”. La figura dell’agnello richiama tre immagini: L’agnello pasquale, segno di liberazione; Il Servo sofferente di Isaia, innocente che porta i peccati degli altri; L’agnello offerto da Dio, come nella prova di Abramo con Isacco. Gesù è quindi il Messia, il liberatore dell’umanità, ma non elimina immediatamente il peccato: ci offre la possibilità di liberarci da esso vivendo guidati dallo Spirito, con amore, gratuità e perdono. La salvezza non è di un solo uomo, ma di tutto il popolo dei credenti, il “Corpo di Cristo”. L’umanità nuova inizia in Gesù, attraverso la sua obbedienza e la sua piena comunione con Dio, offrendo un modello di vita nuova.
*Origene nel commentario sul vangelo di Giovanni scrive: “Così Giovanni chiama Gesù Agnello di Dio: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Con queste parole Giovanni dichiara che Cristo, colui che era prima di lui, è colui che porta via i peccati del mondo.
+Giovanni D’Ercole
Otri nuovi e Libertà vocazionale
(Mc 2,18-22)
Il digiuno è un principio di rigenerazione che ha un potere curativo unico, sia disintossicante che essenziale.
Esso attiva le energie della propria ‘umanità’ e nel contempo della propria ‘diversità’.
Tale pratica silenziosa si rivolge agli strati profondi, alla dimensione interna, che diventa la guida e rischiamo d’ignorare.
Il digiuno era segno di religiosità profonda, perciò i discepoli di Gesù - che non digiunavano, anzi la loro vita aveva un carattere festivo - erano assimilati più o meno a dei peccatori.
Sebbene non esistessero prescrizioni formali, presso i circoli osservanti si trattava di pie pratiche diventate consuetudini [legate a giorni precisamente scanditi].
Nelle credenze semitiche il digiuno era in specie espressivo dell’imbarazzo e dell’afflizione dell’uomo devoto nell’aspettativa dei tempi messianici, che tardavano.
Per questo Gesù associa il digiuno al lutto - che non ha più senso nella vita come festa di Nozze senza remore che Egli inaugura.
Il digiuno rimane come segno di attesa del compimento, ma ora la mestizia non ha più significato.
Nel tempo della Chiesa che rende presente il Risorto, la rinuncia a ingozzare non è forma di penitenza ma di speranza (v.20).
E serve a tener sgombro il cuore degli amici dello Sposo dalle vanità, con una forma d’identificazione coi poveri.
In altre comunità, i giudaizzanti tentavano di ridurre la Fede pura - fondamento e partecipazione entusiasta - a credenze e praticucce qualsiasi [che non facevano sentire tutti liberi e adeguati].
Gran parte dei giudei convertiti a Cristo propendeva infatti per nostalgie che risultavano di freno e impedimento.
Nelle comunità di estrazione romano-pagana cui Mc si rivolge, c’era un forte desiderio di liberare il Risorto da pastoie [fissazioni disciplinari, orari, calendario].
I credenti Lo percepivano ‘vivo’ - complice del nuovo carattere umanizzante che sperimentavano giorno per giorno.
Sotto la confusione e le violenze della guerra civile in atto, l’evangelista ha voluto orientare le sue assemblee di fine anni 60 a non attaccarsi a finte sicurezze.
Ancora oggi la proposta del Signore si distingue - perché non pretende di preparare il Regno, bensì lo accoglie e lo ascolta.
Sarà unicamente il Cristo-in-noi ad alimentarci in modo ininterrotto e crescente, nell’impegno per ripartire nel compito di ‘ritrovarci’ ed emancipare il mondo - ma in un clima di austerità tranquilla.
Il Richiamo dei Vangeli permane al contempo equilibrato, concreto e fortemente profetico, perché suscita attenzione alle persone, alla realtà, alla nostra gioia - assai più che a norme di perfezionamento non richieste, o altri rattoppi (v.21).
Non soverchiando né imponendo carichi artificiosi ai credenti, la vita di Fede mette in gioco la libertà [e così ce la fa conoscere] affinché ne prendiamo coscienza e la assumiamo per poterla investire come Grazia, carica, risorsa di novità.
I meccanismi rinunciatari e mortificanti di affinamento individualista sono estranei in partenza - a meno che non siano pensati per la condivisione dei beni.
Gesù non viene per farsi un gruppetto di seguaci seduti sulla cattedra dell’austerità, ma per comunicare che il rapporto con Dio è una festa.
Il digiuno gradito al Padre sta nell’esperienza lucida della propria irripetibile eccentricità e Chiamata, nel liberarsi dall’egoismo dell’arraffare per sé, nel recare sollievo al prossimo.
Per questo motivo la Chiesa ha abolito quasi del tutto il precetto del digiuno esteriore, mentre intende impegnarsi maggiormente per forme di limitazione in favore dei malfermi, umili e bisognosi.
[Lunedì 2.a sett. T.O. 19 gennaio 2026]
(Mc 2,18-22)
Il digiuno ha percorso tutte le tradizioni religiose e mistiche, perché inteso ad avvicinare la donna e l’uomo alla propria essenza profonda - a un ascolto di sé, dei codici del sacro, del cosmo interiore, della propria vocazione, delle sacre Pagine - nell’attesa di trasformazioni.
Ci si affida a una diversa saggezza - meno rumorosa - che può attivare processi di metamorfosi, proprio facendo un vuoto dalle intrusioni del pensiero omologato, dalle abitudini o conformismi esterni che tendono a sopraffare la personalità.
Staccandosi, svaniranno i tormenti, sostituiti da altri interessi e sogni lucidi; suscitati dalla nuova breccia verso il nostro lato eterno, e da quell’affidarsi al nocciolo dell’essere che ancora ci sta creando.
L'unità psico-fisica e sovrannaturale sono un organismo prodigioso, che può diradare le nebbie ed esaltare le sue capacità con diverse forme di sospensione e pulizia anche mentale - la quale ci porterà dove dobbiamo andare.
Ma nello specifico dei figli di Dio, tutto ciò mira ad affinare lo sguardo nel senso della conoscenza, scoperta, sorpresa di capacità e qualità singolari e missionarie insospettabili. Quelle che sgorgano dal rinvenimento del Sé eminente, dalla propria Relazione fondante - per divenire unicità di rapporto eccezionale con gli altri, nell’Esodo che ci corrisponde.
Il digiuno è un principio di rigenerazione che ha un potere curativo unico, sia disintossicante che essenziale. Esso attiva le energie della propria umanità e nel contempo della propria diversità.
Tale pratica silenziosa si rivolge agli strati profondi, alla dimensione interna, che diventano la guida (e rischiamo di ignorare).
Ma qui capire le dissomiglianze resta indispensabile. Per noi è un gesto di apertura!
Altro genere di diete o atletismi sono non di rado devianti: il loro stesso nonsenso recherà tristezza e persino depressione.
Il digiuno rimane segno di attesa del compimento, ma ora la mestizia non ha più significato.
Nel tempo della Chiesa che rende presente il Risorto, la rinuncia a ingozzare non è forma di penitenza ma di speranza (v.20).
E serve a tener sgombro il cuore degli amici dello Sposo dalle vanità, con una forma d’identificazione coi poveri.
Ma Gesù non viene per farsi un gruppetto di seguaci seduti sulla cattedra dell’austerità, bensì per comunicare che il rapporto con Dio è una festa!
Insomma, il digiuno gradito al Padre sta nell’esperienza lucida della propria irripetibile eccentricità e Chiamata, nel liberarsi dall’egoismo dell’arraffare per sé, e recare sollievo al prossimo.
Clima che crea vita, non la decurta.
Il digiuno era segno di religiosità profonda, perciò i discepoli di Gesù - che non digiunavano, anzi la loro esistenza aveva un carattere festivo - erano assimilati più o meno a dei peccatori.
Sebbene non esistessero prescrizioni formali, si trattava di pie pratiche diventate consuetudini, presso i circoli osservanti [qui la seriosità era tutto] legate a giorni precisamente scanditi.
Nelle credenze semitiche il digiuno era in specie espressivo dell’imbarazzo e dell’afflizione dell’uomo devoto nell’aspettativa fremente dei tempi messianici, che tardavano.
Per questo Gesù associa il digiuno al lutto - che non ha più senso nella vita come festa di Nozze senza remore che Egli inaugura.
Dove appunto non c’è bisogno di aggiunte, né controlli o impronte, marchi e caratteri distintivi.
La Nuova Alleanza non è neppure ammodernamento di pratiche morali o prescrizioni pie che forniscano un lasciapassare religioso esterno.
Tutto è in rapporto alla presenza reale dello Sposo, che non punisce la vita.
Certo, colui che procede nel cammino dell’emancipazione e non si accontenta di un Gesù-Sposo parziale, già conosce in sé cosa lo attende…
Poi (v.20) nel confronto stridente con i capi religiosi - aggrappati al prestigio - ecco mestizie e umiliazioni a non finire. Altro che digiuno dai cibi.
Tuttavia, chi ha deciso di continuare il suo cammino di Libertà vocazionale sa che deve rivivere le medesime vicende di palese conflitto che ha contrapposto il Maestro alla mentalità e alle autorità del suo tempo; infine, in tale Incontro reale con Lui, sperimentare il dono totale della vita (v.20).
Sarà unicamente il Cristo-in-noi anche centellinato e non definitivo ad alimentare anima e corpo in modo ininterrotto e crescente.
Ciò con l’impegno per ripartire nella missione di trovarci e dare respiro al mondo.
In un clima di austerità tranquilla; senza freni artificiosi.
Nelle comunità di estrazione romano-pagana cui Mc si rivolge, c’era un forte desiderio di liberare il Risorto da pastoie [fissazioni disciplinari, orari, calendario].
I credenti Lo percepivano vivo - complice del nuovo carattere umanizzante che sperimentavano giorno per giorno.
Sotto la confusione e le violenze della guerra civile in atto, l’evangelista ha voluto orientare le sue assemblee di fine anni 60 a non attaccarsi a finte sicurezze.
Scrive il Tao Tê Ching (v):
«Lo spazio tra Cielo e Terra, come somiglia a un mantice!».
Commenta il maestro Wang Pi:
«Se il mantice avesse una sua volontà nell’emettere il soffio, non potrebbe attuare l’intento di chi lo fa soffiare».
E il maestro Ho-shang Kung aggiunge: «Le molte imprese nuocciono allo spirito».
Insomma, Cristo fa tesoro della sapienza naturale e non ci riduce a misura di religione artificiosa, qualsiasi: non confina i credenti in “trattative” mediante piccole procedure di atletismo e perfezione individuale.
Non insiste su mortificazioni eroiche, rinunce straordinarie, osservanza puntigliosa di leggi sterili - unilaterali - a meno che non siano pensate in ordine al ritrovarsi, all’umanizzazione, alla condivisione dei beni.
Il Richiamo dei Vangeli permane al contempo equilibrato, concreto e fortemente profetico.
Appello che suscita attenzione alle persone, alla realtà, alla nostra gioia - assai più che a norme di levigatura asettica non richieste, o altri rattoppi (v.21).
Non soverchiando né imponendo carichi artificiosi ai credenti, la vita di Fede mette in gioco l’autodeterminazione.
Così ce la fa conoscere - affinché ne prendiamo coscienza e la assumiamo per poterla investire come Grazia, carica (non diminuzione): risorsa di novità.
I meccanismi ascetici di affinamento individualista sono estranei in partenza: l’obbiettivo è creare Famiglia, non ritagliarsi una cerchia di duri e puri tutti esterni e fieri di sé, che si distacchino da fratelli più deboli.
Poi, autocompiaciuti, divenire sleali, usurpatori, intriganti: una storia di pecche, trame equivoche e ritardi pastorali, dietro una facciata impeccabile di dottrine cerebrali, discipline (a modo) e commemorazioni eclatanti sul corpo del “povero defunto”.
Per questo motivo la Chiesa ha abolito quasi del tutto il precetto del digiuno esteriore, mentre intende impegnarsi maggiormente per forme di limitazione in favore dei malfermi, emarginati, umili e bisognosi.
La scelta vuol continuare a essere nitida: la libertà non ha prezzo.
E non c’è amore se qualcuno - fosse anche Dio - tagliasse o sovrastasse l’altro, imponendo gioghi artificiosi, troppo uguali a sempre; insopportabili, strampalati, infecondi.
Così i vecchi contenitori non vanno più accoppiati al nuovo fermento. La pratica dei rappezzi danneggia sia le usanze che la Novità del Padre.
Certo, il vino vecchio e le talari hanno un’attrattiva fascinosa per i sensi e l’immaginario epidermico vintage…
Per questo continuano a piacere [Lc 5,39: «Il vecchio è eccellente!»]. Non pochi vogliono combinarlo con il Signore (Mc 2,22; Mt 9,17; Lc 5,37-38).
Il Maestro non era per sé avversario dello spirito dell’antico, ma combatteva le sue scorze irremovibili. Già allora gusci vuoti, i quali impedivano di fatto la manifestazione d’un inedito Volto dell’Eterno Vivente, e d’una più genuina idea di uomo riuscito - germe di società alternativa, fraterna.
Realtà ben separate da quelle intimiste o autoreferenziali tipiche dei culti ufficiali o fai-da-te. Tutte innovazioni che dovevano manifestarsi.
Il gusto e i retrogusti del vino vecchio ammantavano i riti devoti e le usanze stagionate con arte, leziosità e fascino evocativo, ma si piantavano lì e non graffiavano la vita.
Ricordavano ricordavano, ma non facevano memoriale - ossia non riattualizzavano per il popolo minuto.
Nella pratica dei molti culti, nelle sue imprese di catechesi senza nerbo pastorale, anche oggi in provincia notiamo [da decenni] un rigurgito pre-conciliare meccanico, che si ferma alle grandi icone.
Meraviglie e memorie della Storia della Salvezza... tutto lì.
Ai responsabili locali è sembrato più facile tornare alle usanze e catechismi abbreviati che affrontare il rischio educativo che lo stesso Magistero imporrebbe.
Il risultato immediato è stato valutato appetibile e redditizio, per il settore [sotto sotto] fondamentalista o glamour, e astuto - volentieri soppiantando l’effervescenza sconosciuta del vino novello.
Infatti, da parte di coloro che sanno “come si sta al mondo”, bisogna ancora subire tutta una superficialità di ripieghi e accomodature abitudinarie, le quali non riscattano nessuno e non recano gioia, perché non entrano nelle vicende umane personali.
Accontentandosi poi del menu di pesce il venerdì. Autentico superfluo.
Ma chi si ferma al passato di mortificazioni e cartapesta non potrà mai comprendere la Riforma che lo Spirito propone per edificare ogni anima nell’appagamento autentico, che ci stringe meglio gli uni gli altri.
Così, nella coesistenza e convivialità delle differenze, i vecchi contenitori non vanno più accoppiati al nuovo fermento.
La pratica delle rappezzature può da un lato danneggiare le usanze, perché esse hanno un loro gusto rifinito e spiccato (pertinente in sé) - dall’altro distogliere e attenuare la vita del mutamento, nell’Esodo che non ci spegne.
Insomma, il Signore non pensa per noi una pratica di rammendi e delimitazioni che rinchiudono: piuttosto, vuol rompere le gabbie.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Tieni al digiuno? Da cosa? E per quale scopo? Rompe le gabbie? È o no in ordine al conoscersi, ritrovarsi, e ascoltare, curare, condividere, abbracciarsi, stringersi meglio gli uni gli altri?
Quali conflitti interiori sperimenti attorno a pratiche religiose che ritieni rechino ancora sofferenza alle persone e non sono espressione sponsale o motivo di emancipazione per la donna e l’uomo?
Quale immagine di Dio e dell’umanità credente soggiace a preconcetti e proibizioni? Come dimostri il primato di Gesù in ogni settore della vita?
Mentre Gesù si trova a tavola in casa di Levi, il pubblicano, i farisei e i seguaci di Giovanni Battista gli domandano perché i suoi discepoli non stanno digiunando come loro. Gesù risponde che gli invitati a nozze non possono digiunare mentre lo sposo è con loro; digiuneranno quando lo sposo sarà loro tolto (cfr Mc 2, 18-20). Così dicendo, Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno.
[Papa Benedetto, Angelus 26 febbraio 2006]
1. “Proclamate il digiuno!” (Gal 1,14). Sono le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura del Mercoledì delle Ceneri. Le ha scritte il profeta Gioele e la Chiesa conformemente ad esse stabilisce la pratica di Quaresima, ordinando il digiuno. Oggi la pratica della Quaresima, definita da Paolo VI nella Costituzione Paenitemini, è notevolmente mitigata rispetto a quelle di una volta. In questa materia il Papa ha lasciato molto alla decisione delle Conferenze Episcopali dei singoli paesi, alle quali, pertanto, spetta il compito di adattare le esigenze del digiuno secondo le circostanze in cui si trovano le rispettive società. Egli ha ricordato pure che l’essenza della penitenza quaresimale è costituita non soltanto dal digiuno, ma anche dalla preghiera e dall’elemosina (opera di misericordia). Bisogna quindi decidere secondo le circostanze, in quanto lo stesso digiuno può essere “sostituito” da opere di misericordia e dalla preghiera. Lo scopo di questo particolare periodo nella vita della Chiesa è sempre e dappertutto la penitenza, cioè la conversione a Dio. La penitenza, infatti, intesa come conversione, cioè “metànoia”, forma un insieme, che la tradizione del Popolo di Dio già nell’antica alleanza e poi Cristo stesso hanno legato, in un certo modo, alla preghiera, all’elemosina e al digiuno.
Perché al digiuno?
In questo momento ci vengono forse in mente le parole con cui Gesù ha risposto ai discepoli di Giovanni Battista quando lo interrogavano: “Perché i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù rispose: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto, mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno” (Mt 9,15). Difatti il tempo di Quaresima ci ricorda che lo sposo ci è stato tolto. Tolto, arrestato, imprigionato, schiaffeggiato, flagellato, incoronato di spine, crocifisso... Il digiuno nel tempo di Quaresima è l’espressione della nostra solidarietà con Cristo. Tale è stato il significato della Quaresima attraverso i secoli e così rimane oggi.
“L’amore mio è stato crocifisso e non c’è più in me la fiamma che desidera le cose materiali”, come scrive il Vescovo di Antiochia Ignazio nella lettera ai Romani (S. Ignazio di Antiochia, Ad Romanos, VII, 2).
2. Perché il digiuno?
A questa domanda bisogna dare una risposta più ampia e profonda, perché diventi chiaro il rapporto tra il digiuno e la “metànoia”, cioè quella trasformazione spirituale, che avvicina l’uomo a Dio. Cercheremo quindi di concentrarci non soltanto sulla pratica dell’astensione dal cibo o dalle bevande – ciò infatti significa “il digiuno” nel senso comune – ma sul significato più profondo di questa pratica che, del resto, può e deve alle volte essere “sostituita” da qualche altra. Il cibo e le bevande sono indispensabili all’uomo per vivere, egli se ne serve e deve servirsene, tuttavia non gli è lecito abusarne sotto qualsiasi forma. La tradizionale astensione dal cibo e dalle bevande ha come fine di introdurre nell’esistenza dell’uomo non soltanto l’equilibrio necessario, ma anche il distacco da quello che si potrebbe definire “atteggiamento consumistico”. Tale atteggiamento è divenuto nei nostri tempi una delle caratteristiche della civiltà e in particolare della civiltà occidentale. L’atteggiamento consumistico! L’uomo orientato verso i beni materiali, molteplici beni materiali, molto spesso ne abusa. Non si tratta qui unicamente del cibo e delle bevande. Quando l’uomo è orientato esclusivamente verso il possesso e l’uso di beni materiali, cioè delle cose, allora anche tutta la civiltà viene misurata secondo la quantità e la qualità delle cose che è in grado di fornire all’uomo, e non si misura con il metro adeguato all’uomo. Questa civilizzazione infatti fornisce i beni materiali non soltanto perché servano all’uomo a svolgere le attività creative e utili, ma sempre di più... per soddisfare i sensi, l’eccitazione che ne deriva, il piacere momentaneo, una sempre maggiore molteplicità di sensazioni.
Alle volte si sente dire che l’incremento eccessivo dei mezzi audio-visivi nei paesi ricchi non sempre giova allo sviluppo dell’intelligenza, particolarmente nei bambini; al contrario, talvolta contribuisce a frenarne lo sviluppo. Il bambino vive solo di sensazioni, cerca delle sensazioni sempre nuove... E diventa così, senza rendersene conto, schiavo di questa passione odierna. Saziandosi di sensazioni, rimane spesso intellettualmente passivo; l’intelletto non si apre alla ricerca della verità; la volontà resta vincolata dall’abitudine, alla quale non sa opporsi.
Da ciò risulta che l’uomo contemporaneo deve digiunare, cioè astenersi non soltanto dal cibo o dalle bevande, ma da molti altri mezzi di consumo, di stimolazione, di soddisfazione dei sensi. Digiunare significa astenersi, rinunciare a qualcosa.
3. Perché rinunciare a qualcosa? Perché privarsene? Abbiamo già in parte risposto a questo quesito. Tuttavia la risposta non sarà completa, se non ci rendiamo conto che l’uomo è se stesso anche perché riesce a privarsi di qualcosa, perché è capace di dire a se stesso: “no”. L’uomo è un essere composto di corpo e di anima. Alcuni scrittori contemporanei presentano questa struttura composta dell’uomo sotto la forma di strati e parlano, ad esempio, di strati esteriori in superficie della nostra personalità, contrapponendoli agli strati in profondità. La nostra vita sembra esser divisa in tali strati e si svolge attraverso di essi. Mentre gli strati superficiali sono legati alla nostra sensualità, gli strati profondi sono espressione invece della spiritualità dell’uomo, cioè: della volontà cosciente, della riflessione, della coscienza, della capacità di vivere i valori superiori.
Questa immagine della struttura della personalità umana può servire a comprendere il significato del digiuno per l’uomo. Non si tratta qui solamente del significato religioso, ma di un significato che si esprime attraverso la cosiddetta “organizzazione” dell’uomo come soggetto-persona. L’uomo si sviluppa regolarmente, quando gli strati più profondi della sua personalità trovano una sufficiente espressione, quando l’ambito dei suoi interessi e delle sue aspirazioni non si limita soltanto agli strati esteriori e superficiali, connessi con la sensualità umana. Per agevolare un tale sviluppo, dobbiamo alle volte consapevolmente distaccarci da ciò che serve a soddisfare la sensualità, vale a dire, da quegli strati esteriori superficiali. Quindi dobbiamo rinunciare a tutto ciò che li “alimenta”.
Ecco, in breve, l’interpretazione del digiuno al giorno d’oggi. La rinuncia alle sensazioni, agli stimoli, ai piaceri e anche al cibo o alle bevande, non è fine a se stessa. Essa deve soltanto, per così dire, spianare la strada per contenuti più profondi, di cui “si alimenta” l’uomo interiore. Tale rinuncia, tale mortificazione deve servire a creare nell’uomo le condizioni per poter vivere i valori superiori, di cui egli è, a suo modo, “affamato”.
Ecco, il “pieno” significato del digiuno nel linguaggio di oggi. Tuttavia, quando leggiamo gli autori cristiani dell’antichità o i Padri della Chiesa, troviamo in loro la stessa verità, spesso espressa con linguaggio così “attuale” che ci sorprende. Dice, per esempio, San Pietro Crisologo: “Il digiuno è pace del corpo, forza delle menti, vigore delle anime” (S. Pietro Crisologo, Sermo VII: “De Jejunio”, 3), e ancora: “Il digiuno è il timone della vita umana e regge l’intera nave del nostro corpo” (Ivi, 1).
E Sant’Ambrogio risponde così alle eventuali obiezioni contro il digiuno: “La carne, per la sua condizione mortale, ha alcune sue concupiscenze proprie: nei loro confronti ti è stato concesso il diritto di freno. La tua carne è sotto di te: non seguire le sollecitazioni della carne fino alle cose illecite, ma frenale alquanto anche per quanto riguarda quelle lecite. Infatti, chi non si astiene da nessuna delle cose lecite, è prossimo pure a quelle illecite” (S. Ambrogio, Sermo de utilitate jejunii, III. V. VII). Anche scrittori non appartenenti al cristianesimo dichiarano la stessa verità. Questa verità è di portata universale. Fa parte della saggezza universale della vita.
4. È ora certamente più facile per noi comprendere il perché Cristo Signore e la Chiesa uniscano il richiamo al digiuno con la penitenza, cioè con la conversione. Per convertirci a Dio, è necessario scoprire in noi stessi quello che ci rende sensibili a quanto appartiene a Dio, dunque: i contenuti spirituali, i valori superiori, che parlano al nostro intelletto, alla nostra coscienza, al nostro “cuore” (secondo il linguaggio biblico). Per aprirsi a questi contenuti spirituali, a questi valori, bisogna distaccarsi da quanto serve soltanto al consumismo, alla soddisfazione dei sensi. Nell’apertura della nostra personalità umana a Dio, il digiuno – inteso sia nel modo “tradizionale” che “attuale” – deve andare di pari passo con la preghiera perché essa ci dirige direttamente verso lui.
D’altronde il digiuno, cioè la mortificazione dei sensi, il dominio del corpo, conferiscono alla preghiera una maggiore efficacia, che l’uomo scopre in se stesso. Scopre infatti che è “diverso”, che è più “padrone di se stesso”, che è divenuto interiormente libero. E se ne rende conto in quanto la conversione e l’incontro con Dio, attraverso la preghiera, fruttificano in lui.
Da queste nostre riflessioni odierne risulta chiaro che il digiuno non è solo il “residuo” di una pratica religiosa dei secoli passati, ma che è anche indispensabile all’uomo di oggi, ai cristiani del nostro tempo.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 21 marzo 1979]
Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.
È questa in sintesi la riflessione che, all’inizio del cammino quaresimale, il Pontefice ha proposto ai fedeli durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 16 febbraio.
Parola chiave della meditazione, suggerita dalla liturgia del giorno, è stata “digiuno”: «Digiuno davanti a Dio, digiuno che è adorazione, digiuno sul serio», perché «digiunare è uno dei compiti da fare nella Quaresima». Ma non nel senso di chi dice: «Mangio soltanto i piatti della Quaresima». Infatti, ha commentato Francesco, «quei piatti fanno un banchetto! Non è cambiare dei piatti o fare il pesce in un modo, nell’altro, più saporito». Altrimenti non si fa altro che «continuare il carnevale».
È la parola di Dio, ha sottolineato, ad ammonire che «il nostro digiuno sia vero. Vero sul serio». E, ha aggiunto, «se tu non puoi fare digiuno totale, quello che fa sentire la fame fino alle ossa», almeno «fai un digiuno umile, ma vero».
Nella prima lettura (Isaia, 58, 1-9), a tale riguardo, «il profeta sottolinea tante incoerenze nella pratica della virtù». E proprio «questa è una delle incoerenze». L’elenco di Isaia è dettagliato: «Voi dite che mi cercate, parlate a me. Ma non è vero», e «nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari»: ossia, mentre «digiunare è un po’ spogliarsi», ci si preoccupa di «fare dei soldi». E ancora: «Angariate tutti i vostri operai»: Ovvero, ha spiegato il Papa, mentre si dice: «Ti ringrazio Signore perché io posso digiunare», si disprezzano gli operai che oltretutto «devono digiunare perché non hanno da mangiare». L’accusa del profeta è diretta: «Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».
È una doppia faccia inammissibile. Ha spiegato il Pontefice: «Se tu vuoi fare penitenza, falla in pace. Ma tu non puoi da una parte parlare con Dio e dall’altra parlare con il diavolo, invitare al digiuno tutte e due; questa è una incoerenza». E, seguendo sempre le indicazioni della Scrittura — «Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso» — Francesco ha messo in guardia dall’esibizionismo incoerente. È l’atteggiamento di chi, ad esempio, ricorda sempre: «noi siamo cattolici, pratichiamo; io appartengo a quella associazione, noi digiuniamo sempre, facciamo penitenza». A loro ha idealmente chiesto: «Ma, digiunate con coerenza o fate la penitenza incoerentemente come dice il Signore, con rumore, perché tutti la vedano, e dicano: “Ma che persona giusta, che uomo giusto, che donna giusta”?». Questo, infatti, «è un trucco; è truccare la virtù. È truccare il comandamento». Ed è, ha aggiunto, una «tentazione» che tutti qualche volta abbiamo sentito, «di truccarci invece di andare sul serio sulla virtù, su quello che il Signore ci chiede».
Al contrario, il Signore «consiglia ai penitenti, a quelli che digiunano di truccarsi, ma sul serio: “Digiunate, ma truccati perché la gente non veda che stai facendo penitenza. Sorridi, stai contento». Di fronte a tanti che «hanno fame e non possono sorridere», questo è il suggerimento al credente: «Tu cerca la fame per aiutare gli altri, ma sempre con il sorriso, perché tu sei un figlio di Dio e il Signore ti ama tanto e ti ha rivelato queste cose. Ma senza incoerenze».
A questo punto, la riflessione del Pontefice è scesa ancora più in profondità, sollecitata dalla domanda: “quale digiuno vuole il Signore?”. La risposta giunge ancora dalla Scrittura, dove innanzitutto si legge: «Piegare come un giunco il proprio capo». Cioè: umiliarsi. E a chi chiede: «Come faccio per umiliarmi?», il Papa ha risposto: «Ma pensa ai tuoi peccati. Ognuno di noi ne ha tanti». E «vergognati», perché anche se il mondo non li conosce, Dio li conosce bene. Questo, quindi, «è il digiuno che vuole il Signore: la verità, la coerenza».
C’è poi un’aggiunta: «Sciogliere le catene inique» e «togliere il legame del giogo». L’esame di coscienza, in questo caso punta l’obbiettivo sul rapporto con gli altri. Per farsi meglio comprendere, il Papa ha fatto un esempio molto pratico: «Io penso a tante domestiche che guadagnano il pane con il loro lavoro» e che vengono spesso «umiliate, disprezzate». Qui la sua riflessione ha lasciato spazio al ricordo personale: «Mai ho potuto dimenticare una volta che andai a casa di un amico da bambino. Ho visto la mamma dare uno schiaffo alla domestica. Ottantuno anni... Non ho dimenticato quello». Da qui una serie di domande rivolte idealmente a chi ha delle persone a servizio: «Come li tratti? Come persone o come schiavi? Le paghi il giusto, dai loro le vacanze? È una persona o è un animale che ti aiuta a casa tua?». Una richiesta di coerenza che vale anche per i religiosi, «nelle nostre case, nelle nostre istituzioni: come mi comporto io con la domestica che ho in casa, con le domestiche che sono in casa?». Qui il Pontefice ha aggiunto un’altra esperienza personale, ricordando un signore «molto colto» che però «sfruttava le domestiche». e che, messo di fronte alla considerazione che si trattava di «un peccato grave» contro persone che sono «immagine di Dio», obbiettava: «No, Padre dobbiamo distinguere: questa è gente inferiore».
Bisogna perciò «togliere il legame del giogo, sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi, spezzare ogni giogo». E, commentando il profeta che ammonisce: «dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto», il Papa ha contestualizzato: «Oggi si discute se diamo il tetto o no a quelli che vengono a chiederlo...»
E le indicazioni continuano: «Vestire uno che vedi nudo», ma «senza trascurare i tuoi parenti». È il digiuno vero, quello che coinvolge la vita di ogni giorno. «Dobbiamo fare penitenza, dobbiamo sentire un po’ la fame, dobbiamo pregare di più», ha detto Francesco; ma se «noi facciamo tanta penitenza» e non viviamo così il digiuno, «il germoglio che nascerà da lì» sarà «la superbia», quella di chi dice: «Ti ringrazio, Signore, perché posso digiunare come un santo». E questo, ha aggiunto, «è il trucco brutto», e non quello che Gesù stesso suggerisce «per non far vedere agli altri che io digiuno» (cfr. Matteo, 6, 16-18).
La domanda da porsi, ha concluso il Pontefice, è: «Come mi comporto con gli altri? Il mio digiuno arriva per aiutare gli altri?». Perché se ciò non accade, quel digiuno «è finto, è incoerente e ti porta sulla strada di una doppia vita». Bisogna, perciò, «chiedere umilmente la grazia della coerenza».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 17/02/2018]
Rivoluzione della Tenerezza sana
(Gv 1,29-34)
Nel quarto Vangelo il Battista non è «il precursore», bensì un «testimone» della Luce Agnello che suscita interrogativi di fondo.
Allarmate, le autorità lo mettono sotto inchiesta.
Ma non è lui che spazza via «il peccato» ossia l’umiliazione delle distanze incolmabili - e l’incapacità di corrispondere alla Vocazione personale, per la Vita senza limite.
Impaccio addirittura sottolineato dalla logica «del mondo»: dal falso insegnamento, dalla struttura stessa dell’istituzione ufficiale antica, così legata all’intreccio fra religione e potere.
Condannato a «mezzogiorno» [culmine e piena luce] della vigilia di Pasqua, Gesù incrocia il suo volgere terreno con l’ora in cui i sacerdoti del Tempio iniziavano a immolare gli agnelli della propiziazione [in origine, un sacrificio apotropaico che precedeva la transumanza].
Come per l’Agnello dei padri in terra estranea, che li aveva risparmiati dall’eccidio - il suo Sangue dona impulso per valicare il paese delle aride schiavitù, privo di tepore e intima consonanza.
Come noto, l’effigie dell’Agnello appartiene al filone teologico sacrificale, scaturito dal celebre testo di Isaia 53 e da tutto l’immaginario sacrale dell’oriente antico [che aveva elaborato una letteratura e un pensiero diffuso sul Re Messia].
Secondo la concezione biblica, il sovrano riuniva in sé e rappresentava l’intero popolo. L’Unto avrebbe avuto il compito ideale di trascinar via ed espiare le iniquità umane.
Ma Gesù non “espia” bensì «estirpa». Neppure “propizia”: il Padre non rifiuta la condizione precaria delle sue creature.
In Cristo che «sostiene e toglie» tutte le nostre vergogne e debolezze, l’Azione del Padre si fa intima - per questo decisiva.
Egli non annienta le trasgressioni con una sorta di amnistia, addirittura vicaria: non sarebbe autentica salvezza toccare solo le periferie e non il Nucleo, per riattivarci.
Un abito esterno non ci appartiene e non sarà mai nostro; non è assimilato, né diventa vita reale. Le sanatorie non educano, tutt’altro.
È vero che un agnellino in un mondo di lupi astuti non ha scampo. Presentarlo, significa vederlo perire, ma non come vittima designata: era l’unico modo affinché le belve che si credono persone capissero di essere ancora solo delle bestie.
Essere considerati forti, capaci di comandare, eccellenti, incontaminati, magnifici, performanti, straordinari, gloriosi… danneggia le persone.
Ci mette una maschera, rende unilaterali; toglie la comprensione. Fa galleggiare il personaggio in cui siamo seduti, al di sopra della realtà.
Il Risorto introduce nel mondo una forza nuova, un dinamismo diverso, un modo d’istruire l’anima che si fa processo consapevole.
Solo educandoci, l’Altissimo-vicino annienta e vince l’istinto delle belve che si pappano a vicenda, credendosi esseri umani veri - addirittura spirituali.
Una terza allusione alla figura dell’Agnello insiste sull’icona votiva e categoria archetipa, associata al sacrificio di Abramo, ove Dio stesso provvede la vittima (Gn 22).
Certo che provvede: non ci ha creati angelici, bensì malfermi, transitori. Eppure, ogni Dono divino passa per la nostra ‘condizione’ traballante - che non è peccato, né colpa, bensì dato; nutrimento, e risorsa.
Siamo Perfetti nella molteplicità dei nostri versanti creaturali, persino nel limite: una bestemmia per l’uomo religioso antico… una realtà per l’uomo di Fede.
L’Agnello autentico non è solo rimando [morale]: la Mansuetudine di chi è chiamato a donare tutto di sé, persino la pelle.
È immagine del ‘confine’ palese di coloro che non ce la farebbero mai a rendere geniale la vita, quindi ‘si lasciano trovare’ e caricare sulle spalle.
In tal guisa, nessun delirio decisionista.
Sarà l’Amico del nostro nucleo vocazionale a trasmettere forza e ideare la strada per farci tornare alla Casa ch’è davvero nostra: la Tenda che ricuce le vicende disperse.
Dimora che riannoda tutto l’essere che avremmo dovuto - e forse anche potuto - portare a frutto.
Incarnazione qui significa che l’Agnello è raffigurazione d’una globalità accolta - inusuale - del Volto divino negli uomini.
Totalità finalmente salda - paradossale, conciliata - che recupera il suo opposto innocente, naturale, spontaneo, incapace di miracolo.
Così la Colomba, icona di energia dimessa, non aggressiva; esempio di attaccamento al «proprio» Nido.
Tenerezza sana, che parte dalla conoscenza di sé.
Agnello e Colomba: le differenze serene - tra religiosità volitiva, impropria, irritabile, e Fede personale.
[2.a Domenica T.O. (anno A), 18 gennaio 2026]
Ecco l’Agnello, negli agnelli
(Gv 1,29-34)
Nel quarto Vangelo il Battista non è «il precursore», bensì un «testimone» della Luce Agnello che suscita interrogativi di fondo.
Allarmate, le autorità lo mettono sotto inchiesta.
Ma non è lui che spazza via «il peccato» ossia l’umiliazione delle distanze incolmabili - e l’incapacità di corrispondere alla Vocazione personale, per la Vita senza limite.
Impaccio addirittura sottolineato dalla logica «del mondo»: dal falso insegnamento, dalla struttura stessa dell’istituzione ufficiale antica, così legata all’intreccio fra religione e potere.
Condannato a «mezzogiorno» [culmine e piena luce] della vigilia di Pasqua, Gesù incrocia il suo volgere terreno con l’ora in cui i sacerdoti del Tempio iniziavano a immolare gli agnelli della propiziazione [in origine, un sacrificio apotropaico che precedeva la transumanza].
Come per l’Agnello dei padri in terra estranea, che li aveva risparmiati dall’eccidio - il suo Sangue dona impulso per valicare il paese delle aride schiavitù.
“Egitto” dei faraoni, privo di tepore e intima consonanza (che ci guidano a morte anticipata).
Come noto, l’effigie dell’Agnello appartiene al filone teologico sacrificale, scaturito dal celebre testo di Isaia 53 e da tutto l’immaginario sacrale dell’oriente antico [che aveva elaborato una letteratura e un pensiero diffuso sul Re Messia].
Secondo la concezione biblica, il sovrano riuniva in sé e rappresentava l’intero popolo. L’Unto avrebbe avuto il compito ideale di trascinar via ed espiare le iniquità umane.
Ma Gesù non “espia” bensì «estirpa». Neppure “propizia”: il Padre non rifiuta la condizione precaria delle sue creature, né istituisce un protettorato favorevole a una cerchia (come il Dio delle religioni arcaiche).
In Cristo che «sostiene e toglie» tutte le nostre vergogne e debolezze, l’Azione del Padre si fa intima - per questo decisiva.
Egli non annienta le trasgressioni con una sorta di amnistia, addirittura vicaria: non sarebbe autentica salvezza toccare solo le periferie e non il Nucleo, per riattivarci.
Un abito esterno non ci appartiene e non sarà mai nostro; non è assimilato, né diventa vita reale. Le sanatorie non educano, tutt’altro.
È vero che un agnellino in un mondo di lupi astuti non ha scampo. Presentarlo, significa vederlo perire, ma non come vittima designata: era l’unico modo affinché le belve che si credono persone capissero di essere ancora solo delle bestie.
Essere considerati forti, capaci di comandare, eccellenti, incontaminati, magnifici, performanti, straordinari, gloriosi… danneggia le persone.
Ci mette una maschera, rende unilaterali; toglie la comprensione. Fa galleggiare il personaggio in cui siamo seduti, al di sopra della realtà.
Il Risorto introduce nel mondo una forza nuova, un dinamismo diverso, un modo d’istruire l’anima che si fa processo consapevole.
Solo educandoci, l’Altissimo-vicino annienta e vince l’istinto delle belve che si pappano a vicenda, credendosi esseri umani veri - addirittura spirituali.
Una terza allusione alla figura dell’Agnello insiste sull’icona votiva e categoria archetipa, associata al sacrificio di Abramo, ove Dio stesso provvede la vittima (Gn 22).
Certo che provvede: non ci ha creati angelici, bensì malfermi, transitori. Eppure, ogni Dono divino passa per la nostra condizione traballante - che non è peccato, né colpa, bensì dato; nutrimento, e risorsa.
Siamo Perfetti nella molteplicità dei nostri versanti creaturali, persino nel limite: una bestemmia per l’uomo religioso antico… una realtà per l’uomo di Fede.
L’Agnello autentico non è solo rimando (morale): la mansuetudine di chi è chiamato a donare tutto di sé, persino la pelle.
È immagine del confine palese di coloro che non ce la farebbero mai a rendere geniale la vita, quindi si lasciano trovare e caricare sulle spalle.
In tal guisa, nessun delirio decisionista.
Sarà l’Amico del nostro nucleo vocazionale a trasmettere forza e ideare la strada per farci tornare alla Casa ch’è davvero nostra: la Tenda che ricuce le vicende disperse.
Dimora che riannoda tutto l’essere che avremmo dovuto - e forse anche potuto - portare a frutto.
I diversi percorsi che conducono all’Eros fondante che ci appartiene, intimo e superiore, sono autentici e al contempo unici per ciascuno.
La Perfezione che affiorerà lungo la Via ci corrisponde già.
Allora il desiderio di migliorare secondo paradigma antico o altrui, non sarà più un tormento che snerva l’anima, attenuandone la completezza.
Incarnazione qui significa che l’Agnello è raffigurazione d’una globalità accolta - inusuale - del Volto divino negli uomini.
Totalità finalmente salda - paradossale, conciliata - che recupera il suo opposto innocente, naturale, spontaneo, incapace di miracolo.
Differenza tra religiosità e Fede.
Quello dell’Agnello non è un io già con una sua rotta; attrezzato, sicuro di sé e in grado di orientarsi nel mondo. Magari per farsi accettare, non essere da meno, stare sempre in primo piano.
Sono le virtù passive e i lati deboli - non quelli artificiosi e posti in vetrina - ad attivare le parti migliori di noi, più feconde, in grado di farci guardare dentro.
Tutto ciò, onde percorrere noi stessi e i fratelli, superando i lati segreti e le ansie; trasmettendo vita.
Agnello: non un voler esserci a tutti i costi e da protagonisti, sempre a proprio agio, con certezze esibite; troppo esposte a proiezioni, ad altri desideri di protagonismo - e non perdere posizioni.
Quando ci mettiamo in scena, restiamo del tutto esteriori e spostiamo le nostre facoltà, le altre capacità del cuore - come ad es. il bisogno di cedere, lasciar scorrere per preparare altro che non sappiamo. E volgere lo sguardo, scoprire nuovi orientamenti, o la simbiosi con il diverso.
Per questo si parla di «rivoluzione della tenerezza» [v. sotto] - che non può essere una maschera culturale guidata, o un condizionamento ch’espropria.
Alla fine ci si accorge delle persone artificiose: recitano la santità - alcuni solo per ottenere il sopravvento spirituale su ingenui e innocenti presi dallo sguardo autenticamente interiore e fraterno.
L’Agnello è immagine d’una stabilità nel bene anzitutto ricevuta in dono e forse neppure invocata, ma riconoscibile - che quindi fa scoprire sia il tacere innato che gli inattesi colori dell’anima, e delle vicende.
Passo dopo passo diventa conoscenza profonda di noi stessi, figura-orientamento e di solido dialogo cui affidarsi, attivando quella singolare speranza colma d’intensità che strappa dalle infatuazioni.
Pendiamo dalle sue labbra universali e semplici.
Esse aprono la coscienza - superando di slancio sia i nostri dèmoni che le risonanze stridule di coloro che si affiancano per sentirsi importanti (e governare le relazioni).
Incorporati all’Agnello, entriamo nello spirito giusto del viaggio interiore. Poi proseguiamo volentieri - mai soli e orfani; come Insieme - nella ricerca del proprio modo irripetibile di completarsi e farci Alimento.
Si chiede il Tao Tê Ching (xv):
«Chi è capace d’esser motoso per far illimpidire pian piano riposando? Chi è capace d’esser placido per far vivere pian piano, rimuovendo a lungo?».
Il maestro Wang Pi commenta:
«L’uomo dalla virtù somma è così: i suoi presagi non sono scrutabili, la direzione della sua virtù non è manifesta. Se perfeziona le creature restando oscuro, perviene a illuminarle; se fa riposare le creature essendo motoso, perviene a illimpidirle; se rimuove le creature mantenendosi placido, perviene a farle vivere».
È decisamente Cristo Agnello l’effigie terapeutica benefica dell’anima che cerca nutrimento - e della nostra sorte energetica, anche durante le normali occupazioni.
Allora sembreranno quasi un canto, che vibra attorno.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Che senso ha per te l’espressione «l'Agnello che toglie il peccato del mondo»?
Tenerezza sana: egoismo senza riduzioni
Il santo è colui che percorrendo la propria via nella scia del Risorto ha imparato a «identificarsi con l'altro, senza badare a dove [né] da dove [...] in definitiva sperimentando che gli altri sono sua stessa carne» (cf. FT 84).
Nessuna pianta vive solo alla luce: morirebbe. Nessun animale: perirebbe - se non avesse la sua tana in ombra.
L’uomo che nega il suo lato oscuro, mente. E non godrebbe mai Gioia, frutto di Allenza tra le nostre sfaccettature poliedriche.
La spiritualità biblica non è vuota; anzi, molto sobria e legata alla vita concreta e multiforme, talora opposta - per nulla incline a ripiegamenti sentimentalistici consolatori o unilaterali.
In Dt 6,4-5 [testo ebraico] l’amore dovuto al Signore investe «tutto il cuore» ossia tutte le decisioni, «tutta la vita» ossia ogni istante dell’esistenza, e «tutto il tuo molto». Ossia condivisione dei beni; che il Figlio di Dio intende in senso universale.
La proposta di Gesù evolve in modo decisivo verso il superamento degli steccati, la libertà, e la consapevolezza.
Essa tende a recuperare l’intero essere creaturale - e non è neppure incline alla liturgia degli adempimenti, né a valorizzare performances.
Il Figlio di Dio definisce le coordinate del vero Amore verso il Padre in termini che ci sorprendono, perché al criterio antico aggiunge il mettersi in discussione nell’intelligenza delle cose dell’uomo, di Dio e di Chiesa.
Rendersi conto, cercare di capire, dialogare per arricchirsi, aggiornarsi, vagliare tutto... non sono orpelli cerebrali e individuali, ma passi decisivi per la comunione con gli altri e col Padre [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27].
Nelle religioni pagane non aveva senso parlare di amore per gli dèi.
Essi vivevano una vita capricciosa e decidevano a lotteria chi favorire tra gli uomini e chi invece dovesse sopportare una vita di stenti, insignificante.
I fortunati (materialmente benedetti) ringraziavano adempiendo prescrizioni, ad es. obblighi di culto; gli altri idem - almeno per tenersi buone le schiere celesti e non essere così oggetto di ritorsioni dall’alto.
Il timore crea piramidi gerarchiche. L’amore mette alla pari.
Ovvio che - con la cappa delle molte incombenze da osservare (per strapparne il favore) - fosse impossibile avere tanta passione per gli abitatori dell’Olimpo, o semidei, ninfe, eroi - insomma, per chiunque sovrastasse.
Agli invisibili e senza terra era ovviamente riservato il disprezzo personale e sociale - sacralizzato dall’indiscutibile volontà superna, identificata con la destinazione al ceto dei bassifondi; nel caso, punitiva. Comunque, paludosa.
[Altro che «viscere di Misericordia»: espressione materna, comune sin dal Primo Testamento!].
Poi l’idea arcaica di castigo o benedizione (addirittura senza fine) per meriti ammucchiati in vita ha costituito il tessuto della mentalità religiosa di tutti i tempi.
Ciò sino a poco tempo fa, anche nella civitas christiana in cui viviamo.
Quindi la «teologia della retribuzione» ha di fatto annientato ogni passione personale, con l’idea ipocrita di scambio. Nonché di meritocrazia proiettata addirittura al rango di Paradiso - peggiore degli egoismi.
Livellandoci tutti all’apporre “crocette”.
Sono note le complesse procedure della «pesatura del cuore» e del «Giudizio divino» sulle anime dei defunti, fin nei sarcofagi e nel Libro dei morti dell’antico Egitto.
Concatenazioni di stampo forense, che hanno umiliato l’idea di Giustizia divina, la quale pone condizioni e rapporti giusti dov’essi non sono. Ma opinioni e procedure divenute comuni a tutte le credenze del bacino mediterraneo e del medio oriente antico.
Ormai distaccati dall’invasione d’un tempo di catechesi ossessive sul terribile giudizio finale popolato d’accoliti armati con forcone, ci sentiamo finalmente capiti in modo personale; con criterio esclusivamente vocazionale, non massificato.
Per dato creaturale, siamo anime chiamate e attivate a un percorso che può dare frutto irripetibile - un contributo decisivo e non omologabile all’intera storia della salvezza. Ciascuno di noi.
Nella Visione-proposta di Gesù l’Agnello, il nostro essere non è onnipotente nel bene; questo non reca condanna alcuna, neanche agli incapaci.
Siamo conformati sulla necessità di ricevere amore - come fossimo dei bambini di fronte a Genitori che appunto fanno crescere sani i propri figli con una sovrabbondanza d’iniziative, le quali li portano a superarsi.
Ciò, malgrado i capricci; anzi, a motivo di essi: magma di energie contrapposte eppure plasmabili, che vedono più lontano delle facili identificazioni, e stanno preparando i successivi sviluppi.
L’esperienza della Tenerezza evangelica non deriva dal buon carattere e dalla mansuetudine sociale. Ma dall’aver sperimentato in prima persona il valore delle eccentricità - e aver sviluppato la comprensione dei propri lati oscuri, o rielaborato e fatto scendere in campo deviazioni che a un certo punto della vita sono diventate risorse stupefacenti.
Addirittura, medesima evoluzione e trasmutazione possiamo notare negli aspetti di noi stessi che non piacciono e vorremmo correggere… poi nell’andare dei giorni stupiscono, e scopriamo essere la parte migliore di noi stessi: la vera inclinazione e il motivo per cui siamo nati.
Il carattere deviante e sbilanciato di ciascuno contiene un segreto essenziale della Chiamata per Nome e del proprio destino.
Da ciò si parte per riconoscere il peso specifico delle differenze e le stesse dissonanze di sorelle e fratelli, ugualmente arricchenti.
Non è buonismo, quello degli Agnelli (oscillante in situazione, e collegato a modi artificiosi, subdoli interessi o partigianerie): il contrario!
Come ha detto Papa Francesco: «Agnelli, non stupidi; però agnelli».
Nella vita personale e di comunione, Tenerezza evangelica è reale comprensione e autentica inclusione del “diverso” - a partire non da una ideologia erratica, momentanea e di cerchia (volubile) ma dalla propria esperienza di vita intima e relazionale.
Ci porterà a sperimentare un Padre che ben provvede a noi, proprio mentre rallegriamo la vita altrui - arricchendo la nostra! - nella confluenza e riarmonizzazione dei nostri molti volti.
Tenerezza a tutto tondo, convinta sul serio; senza le maschere omologate dei soliti “punti saldi” della banale (recitata) “tenerezza” forse obbligata e che si attiva da un’identità conforme indebolita.
È questo il contagio sapiente che ci farà rinascere dalla grande crisi globale: l’indulgenza che non si fa indolenza isterica.
E che non rimane settoriale - perché parte non dalle maniere o dai nodi esterni, ma dall’essere se stessi e qui riconoscere il Tu.
Così la Colomba, icona di energia dimessa, non aggressiva; esempio di attaccamento al «proprio» Nido.
Tenerezza sana, che parte dalla conoscenza di sé.
Agnello e Colomba: le differenze serene - tra religiosità volitiva, impropria, irritabile, e Fede personale.
Insieme fratelli tutti, semi del Logos.
Per una Tenerezza del Dialogo senza nevrosi.
Ma perché Gesù, in cui non c’era ombra di peccato, andò a farsi battezzare da Giovanni? Perché volle compiere quel gesto di penitenza e conversione, insieme con tante persone che così volevano prepararsi alla venuta del Messia? Quel gesto – che segna l’inizio della vita pubblica di Cristo – si pone nella stessa linea dell’Incarnazione, della discesa di Dio dal più alto dei cieli all’abisso degli inferi. Il senso di questo movimento di abbassamento divino si riassume in un’unica parola: amore, che è il nome stesso di Dio. Scrive l’apostolo Giovanni: «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui», e lo ha mandato «come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,9-10). Ecco perché il primo atto pubblico di Gesù fu ricevere il battesimo di Giovanni, il quale, vedendolo arrivare, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Narra l’evangelista Luca che mentre Gesù, ricevuto il battesimo, «stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”» (3,21-22). Questo Gesù è il Figlio di Dio che è totalmente immerso nella volontà di amore del Padre. Questo Gesù è Colui che morirà sulla croce e risorgerà per la potenza dello stesso Spirito che ora si posa su di Lui e lo consacra. Questo Gesù è l’uomo nuovo che vuole vivere da figlio di Dio, cioè nell’amore; l’uomo che, di fronte al male del mondo, sceglie la via dell’umiltà e della responsabilità, sceglie non di salvare se stesso ma di offrire la propria vita per la verità e la giustizia. Essere cristiani significa vivere così, ma questo genere di vita comporta una rinascita: rinascere dall’alto, da Dio, dalla Grazia. Questa rinascita è il Battesimo, che Cristo ha donato alla Chiesa per rigenerare gli uomini a vita nuova. Afferma un antico testo attribuito a sant’Ippolito: «Chi scende con fede in questo lavacro di rigenerazione, rinuncia al diavolo e si schiera con Cristo, rinnega il nemico e riconosce che Cristo è Dio, si spoglia della schiavitù e si riveste dell’adozione filiale» (Discorso sull’Epifania, 10: PG 10, 862).
[Papa Benedetto, Angelus 13 gennaio 2013]
It is not an anecdote. It is a decisive historical fact! This scene is decisive for our faith; and it is also decisive for the Church’s mission (Pope Francis)
Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa (Papa Francesco)
Being considered strong, capable of commanding, excellent, pristine, magnificent, performing, extraordinary, glorious… harms people. It puts a mask on us, makes us one-sided; takes away understanding. It floats the character we are sitting in, above reality
Essere considerati forti, capaci di comandare, eccellenti, incontaminati, magnifici, performanti, straordinari, gloriosi… danneggia le persone. Ci mette una maschera, rende unilaterali; toglie la comprensione. Fa galleggiare il personaggio in cui siamo seduti, al di sopra della realtà
The paralytic is not a paralytic
Il paralitico non è un paralitico
The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
To repent and believe in the Gospel are not two different things or in some way only juxtaposed, but express the same reality (Pope Benedict)
Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà (Papa Benedetto)
The fire of God's creative and redeeming love burns sin and destroys it and takes possession of the soul, which becomes the home of the Most High! (Pope John Paul II)
Il fuoco dell’amore creatore e redentore di Dio brucia il peccato e lo distrugge e prende possesso dell’anima, che diventa abitazione dell’Altissimo! (Papa Giovanni Paolo II)
«The Spirit of the Lord is upon me, because he has anointed me to preach good news to the poor» (Lk 4:18). Every minister of God has to make his own these words spoken by Jesus in Nazareth [John Paul II]
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Ogni ministro di Dio deve far sue nella propria vita queste parole pronunciate da Gesù di Nazareth [Giovanni Paolo II]
It is He himself who comes to meet us, who lowers Heaven to stretch out his hand to us and raise us to his heights [Pope Benedict]
È Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza [Papa Benedetto]
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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