Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Ossessione e Compulsione
Un signore mi confida che da tempo ha bisogno di controllare se ha chiuso il portone della sua casa. Una signora invece deve essere certa che ha chiuso il gas in cucina.
Dopo aver controllato, sia il gas che il portone stavano bene e in ordine.
Un altro signore di mezza età sente il bisogno di dover vedere se la sua auto è a posto, poi deve andare a controllarla, deve fare un giro intorno alla stessa, toccarla in diversi punti, e solo dopo aver compiuto queste sequenze comportamentali, può rientrare tranquillamente. A volte sente il bisogno di farlo più volte in una giornata.
Nel vocabolario Treccani al termine «ossessione» si legge: «rappresentazione mentale che la volontà non riesce ad eliminare accompagnata da ansia».
Alla voce «compulsione»: «costrizione, l’essere spinto da necessità a fare qualcosa».
Molte persone hanno dei pensieri verso i quali non hanno alcun interesse; spesso sono delle idee senza alcun senso, ma che richiedono loro un notevole sforzo mentale.
Senza volerlo queste idee ci invadono, e fanno “lambiccare” il cervello come se fossero questioni fondamentali.
Possono trattarsi di pensieri, immagini che generano preoccupazione - e di solito vengono seguiti da costrizioni che la persona deve compiere per calmare l’inquietudine.
Tra l’idea ”fissa” e il bisogno di compiere qualche atto, gesto per far sì che non succeda nulla di male, insorge spesso un dubbio, che intacca le nostre convinzioni più certe .
Il tutto sfocia in una indecisione sempre più grande che limita la propria libertà di azione: per fare una scelta anche semplice si impiega tanto tempo.
A volte ci fa giungere a non saper prendere una decisione. Il dubbio può riguardare un pensiero, un ricordo, un’azione, ecc. e può sconfinare da un contenuto all’altro.
Una persona con questi problemi, uscendo di casa a volte si sente costretta a tornarci per essere certa di non aver lasciato la luce accesa, e per essere sicura a volte lo deve fare parecchie volte.
In letteratura vengono citati esempi di persone che nello spedire una lettera sentivano poi il bisogno di riaprirla per controllare ciò che avevano scritto.
In quadri psicologici come questo si parla anche di «ruminazione», che è sempre associato al dubbio.
In campo biologico essa si configura quale processo digestivo di alcuni animali, tipo i bovini. Il cibo ingerito viene riportato in bocca per essere masticato nuovamente, in maniera migliore; quindi inghiottito di nuovo per ultimare la digestione.
In campo psicologico la «ruminazione» descrive un pensiero ripetitivo e durevole focalizzato su eventi passati, diverso dal «rimuginio» che invece riguarda più gli eventi futuri.
Vengono descritti anche dei cerimoniali. In essi l’individuo deve fare una sequenza di atti come lavarsi sovente le mani, pulire tante volte oggetti della vita quotidiana.
Interviene qui un aspetto del quadro psicologico descritto: la «rupofobia» e contaminazione. La rupofobia è la paura morbosa dello sporco e di poter essere infettati. Può riguardare qualsiasi aspetto della nostra vita: sia oggetti che persone, o luoghi pubblici. È un aspetto che può nuocere anche all’intimità.
Il periodo del Covid ha aumentato la paura del contagio, ma questo era un evento reale. Anche tanti anni fa intorno agli anni 1986 ci fu il fenomeno di Chernobyl e lì veramente dovevamo essere attenti a ciò che si mangiava poiché il cibo e soprattutto le verdure potevano essere state contaminate.
Chiunque ha queste idee, passeggiando potrà contare le auto nel parcheggio, o toccare i pali dei lampioni, oppure cercare di evitare le fenditure dei pavimenti, ecc.
Nei casi gravi queste persone possono sentire di far del male a qualcuno; così questi pensieri lo fanno “indietreggiare”. Costoro devono darsi uno “scossone” onde cercare di scacciare tali idee che terrorizzano.
Le persone con queste caratteristiche generalmente sono delle persone rigorose, si preoccupano dei particolari, osservano minuziosamente regole e formalità.
Tuttavia dando importanza ai dettagli, spesso trascurano l’essenziale.
Quanta gente nel loro ambito lavorativo sente il bisogno di mettere in fila e in eccessivo ordine i loro oggetti.
Ordine e controllo sono strettamente interconnessi, perché l’ordine esterno può essere una modalità per raggiungere un ordine interno che può ridurre lo stress.
Parliamo però di ordine eccessivo. Un minimo di ordine è necessario per non creare confusione e poter ritrovare le nostre cose
Anche la balbuzie è un’alterazione del linguaggio collegata a questo quadro psicologico.
La persona che balbetta si impegna all’inizio, alla prima lettera o sillaba, e la ripete finché non finisce la parola.
Come si sa, il suo linguaggio è sciolto quando è solo o quando recita, quando canta.
Altrimenti mortificato dal suo difetto tenderà a isolarsi e a parlare il meno possibile. Oppure insisterà ostinatamente a parlare con intensi sforzi fisici.
La balbuzie «è un conflitto tra la tendenza erotico uretrale all’espulsione e la tendenza erotico-anale alla ritenzione, spostata alla bocca» (Manuale di Psichiatria, Arieti, vol. I pag.353).
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Prima Domenica di Avvento (anno A) [30 Novembre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci progetta! Inizia con l’Avvento un nuovo anno liturgico (Anno A) accompagnati dall’evangelista Matteo che già c’invita a farci collaboratori del progetto di salvezza che Dio ha preordinato per la Chiesa. e il mondo. Una piccola novità: da ora offro ogni volta anche una sintesi degli elementi principali di ogni testo.
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (2, 1-5)
Si sa che gli autori biblici amano le immagini! Eccone due, bellissime, nella predicazione di Isaia: prima quella di una folla immensa in cammino, poi quella di tutte le armate del mondo che decidono di trasformare le armi in strumenti agricoli. Vediamo queste immagini una dopo l’altra. La folla in cammino sale su una montagna: alla fine del percorso c’è Gerusalemme e il Tempio. Isaia, invece, è già a Gerusalemme e vede arrivare questa folla, una vera e propria marea umana. È naturalmente un’immagine, un’anticipazione, probabilmente ispirata dai grandi pellegrinaggi degli Israeliti a Gerusalemme durante la festa delle Capanne (Succot). In questa occasione, per otto giorni si vive sotto capanne, anche in città, ricordando il soggiorno nel deserto durante l’Esodo. Tutte le comunità ebraiche vi affluiscono e il Deuteronomio invita a partecipare con gioia, anche con figli, servi, stranieri, orfani e vedove (Dt 16,14-15). il profeta Isaia, osservando questo straordinario raduno annuale, ne intuì uno futuro e, ispirato dallo Spirito Santo, annunciò che un giorno non solo Israele, ma tutte le nazioni parteciperanno a questo pellegrinaggio e il Tempio diventerà il luogo di raccolta di tutti i popoli, perché l’umanità intera conoscerà l’amore di Dio. Il testo intreccia Israele e le nazioni: “il monte del tempio del Signore s’innalzerà sopra i colli … e ad esso affluiranno tutte le genti”. Questa affluenza simboleggia l’ingresso delle altre nazioni nell’Alleanza. La legge uscirà da Sion e la parola del Signore da Gerusalemme: Israele è eletto da Dio, ma ha anche la responsabilità di collaborare all’inclusione delle nazioni nel progetto divino. Così l’Alleanza ha una dimensione doppia: particolare (Israele eletto) e universale (tutte le nazioni). L’ingresso delle nazioni nel Tempio non riguarda il sacrificio, ma l’ascolto della Parola di Dio e la vita secondo la sua Legge: “Venite, saliamo sul monte del Signore … perché c’insegni le sue vie e possiamo camminare peri suoi sentieri”. La seconda immagine mostra il frutto di questa obbedienza: le nazioni vivranno in pace, Dio sarà giudice e arbitro, e le armi saranno trasformate in strumenti di lavoro: Dalle loro spade forgeranno aratri, dalle loro lance falci. Non alzeranno più la spada contro un popolo. Infine Isaia invita Israele a camminare nella luce del Signore, a realizzare la propria vocazione e a guidare tutti verso la Luce: salire al Tempio significa celebrare l’Alleanza, camminare nella luce significa vivere secondo la Legge.
In sintesi ecco tutti gli elementi principali del testo:
+Due immagini simboliche di Isaia: la folla in pellegrinaggio e la trasformazione delle armi in strumenti di pace.
+Gerusalemme e il Tempio: meta del pellegrinaggio, simbolo della presenza di Dio e centro dell’Alleanza.
+Festa delle Capanne (Succot): riferimento storico al pellegrinaggio annuale degli Israeliti.
+Universalità della salvezza: Israele eletto guida tutte le nazioni, che saranno incluse nell’Alleanza.
+Dimensione dell’Alleanza: particolare (Israele) e universale (tutte le nazioni).
+Ascolto della Parola e vita secondo la Legge: la partecipazione non è solo rituale, ma impegno concreto di vita.
+Pace e trasformazione delle armi: simbolo della realizzazione del progetto divino di giustizia e concordia.
+Invito finale: Israele deve camminare nella luce del Signore e guidare l’umanità verso Dio.
+Profezia come promessa, non predizione: i profeti parlano della volontà di Dio, non del futuro in senso divinatorio.
Salmo responsoriale (121/122, 1-9)
Abbiamo qui la migliore traduzione possibile della parola ebraica “Shalom”: “Pace a chi ti ama! Che la pace regni nelle tue mura, la felicità nei tuoi palazzi…”. Quando si saluta qualcuno con questo termine, gli si augura tutto questo. Qui questo augurio è rivolto a Gerusalemme: “Chiedete pace per Gerusalemme… Per i miei fratelli e i miei amici, io dirò: Sia su di te pace! Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene”. Nel nome stesso di Gerusalemme è contenuta la parola shalom; essa è, dovrebbe essere, e sarà la città della pace. Questo augurio di pace e felicità è però ancora lontano dall’essere realizzato. La storia di Gerusalemme è turbolenta: intorno al 1000 a.C. era un piccolo villaggio chiamato Jebus, abitato dai Gebusei. Davide scelse questo luogo per la capitale del suo regno: inizialmente la capitale era Ebron, e Davide era re solo della tribù di Giuda; poi, con l’adesione delle altre tribù, fu scelta Jebus, che diventò Gerusalemme, “città di Davide”. Qui Davide trasferì l’Arca dell’Alleanza e acquistò il campo di Arauna per il Tempio, seguendo la volontà di Dio. La definizione di Gerusalemme come “città santa” significa che appartiene a Dio: è il luogo dove si deve vivere secondo Dio. Con Davide e Salomone, la città raggiunge il suo splendore culturale e spirituale, e diventa centro della vita religiosa con il Tempio, meta dei pellegrinaggi tre volte l’anno, in particolare per la festa delle Capanne. Il profeta Natan ricorda a Davide che Dio è più interessato al popolo che al Tempio: “Tu vuoi costruire una casa a Dio, ma è Dio che ti costruirà una casa (discendenza)”. Così Dio promette di mantenere per sempre la discendenza di Davide, da cui verrà il Messia. Alla fine, fu Salomone a costruire il Tempio, rendendo Gerusalemme il centro cultuale. La città conoscerà poi distruzioni e ricostruzioni: la conquista di Nabucodonosor nel 587 a.C., l’Esilio a Babilonia, il ritorno autorizzato da Ciro nel 538 a.C. e la ricostruzione del Tempio di Salomone. Anche dopo le persecuzioni di Antioco Epifane e la distruzione del Tempio nel 70 d.C., Gerusalemme resta la città santa, simbolo della presenza di Dio, e la speranza della sua piena restaurazione rimane viva. I credenti, ovunque siano, continuano a rivolgersi a Gerusalemme nelle preghiere quotidiane, ricordando la fedeltà di Dio alle promesse fatte a Davide. Questo salmo 121/122, cantico dei pellegrinaggi, celebrava questa centralità di Gerusalemme, invitando i fedeli a salire verso la casa del Signore e a camminare nella luce di Dio.
Sintesi dei punti principali
+Shalom e Gerusalemme: Shalom significa pace e felicità; Gerusalemme è la città della pace.
+Storia della città: da Jebus a capitale di Davide, trasferimento dell’Arca, costruzione del Tempio.
+Città santa: appartiene a Dio; vivere a Gerusalemme significa vivere secondo Dio.
+Natan e la discendenza di Davide: Dio più interessato al popolo che al Tempio; promessa del Messia.
+Pellegrinaggi e vita religiosa: Gerusalemme centro cultuale con pellegrinaggi tre volte l’anno.
+Distruzioni e ricostruzioni: Nabucodonosor, Esilio, Ciro, persecuzioni di Antioco, distruzione del Tempio nel 70 d.C.
+Speranza e fede: Gerusalemme resta simbolo della fedeltà di Dio; i fedeli pregano orientandosi verso di essa.
+Psalmo 121/122: cantico dei pellegrinaggi, invita a salire verso la casa del Signore e camminare nella luce divina.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 11 – 14)
In questo testo san Paolo sviluppa la classica contrapposizione fra “luce e tenebre”. “La nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”. Questa frase resta sempre vera! Uno degli articoli della fede cattolica è che la storia non è un continuo ripetersi, ma al contrario il progetto di Dio avanza inesorabilmente. Ogni giorno possiamo dire che il disegno provvidenziale di Dio è più avanti di ieri: si sta compiendo, procede… lentamente ma con sicurezza. Dimenticare di annunciare questo significa dimenticare un punto essenziale della fede cristiana. I cristiani non hanno diritto a essere tristi, perché ogni giorno “la salvezza è più vicina”, come dice Paolo. Questo disegno provvidenziale e misericordioso di Dio ha bisogno di noi: non è tempo di dormire. Chi conosce il progetto di Dio non può rischiare di ritardarlo. Come dice la seconda lettera di Pietro: «Il Signore non tarda nel compiere la sua promessa… ma è paziente verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione» (2 Pt 3,9). La nostra inattività, il nostro “sonno” ha conseguenze sul compiersi del progetto di Dio; lasciare dormienti le nostre capacità significa comprometterlo o almeno ritardarlo. Ecco perché i peccati di omissione sono gravi. Paolo dice: “La notte è avanzata, il giorno è vicino”; e altrove parla di un tempo breve, usando un termine marinaro: la nave ha spiegato le vele, si avvicina al porto (1 Cor 7,26.29). Può sembrare presuntuoso pensare che la nostra condotta influisca sul progetto di Dio, ma è proprio questo il valore e la gravità della nostra vita. Paolo ricorda: «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie”. Esistono comportamenti di luce e di tenebra, quando il battezzato non vive secondo il vangelo. Paolo non dice solo ci scegliere le opere della luce, ma di rifiutare quelle delle tenebre combattendo sempre per la luce. Ciò significa due cose: Ogni giorno dobbiamo scegliere la luce, un vero combattimento, soprattutto di fronte alle sfide antropologiche, sociali, al perdono, al rifiuto dei compromessi e dei privilegi (cfr. Fil 2,12). Anche altrove san Paolo parla delle armature della giustizia, della corazza della fede e dell’amore, del casco della speranza della salvezza (cf.2 Cor 6,7; 1 Tess 5,8). Qui la veste di luce è Gesù Cristo stesso, la cui luce ci avvolge come un mantello. Nel battesimo l’immersione simboleggia la morte al peccato e il rivestirsi di Cristo (Ga 3,27). Il combattimento cristiano non è solo nostro, ma è Cristo che combatte in noi e ci promette che quando siamo perseguitati, dobbiamo non prepararci perché è lui a dirci parole e darci saggezza che nessuno potrà contrastare.
Sintesi dei punti principali
+La salvezza è sempre più vicina: la storia non è un ciclo, ma un progresso del progetto di Dio.
+I credenti non possono essere passivi: la nostra inattività ritarda il compiersi del disegno divino e i peccati di omissione sono gravi perché ogni giorno dobbiamo realizzare il progetto di Dio.
+Esistono attività di luce e di tenebra: comportamenti cristiani e non cristiani che non coincidono sempre con la fede o il battesimo.
+Il combattimento cristiano è quotidiano: scegliere la luce, il perdono, rifiutare compromessi e immoralità.
+L’immagine della veste di luce rappresenta Gesù Cristo che ci avvolge e guida la nostra vita. Il battesimo simboleggia il rivestirsi di Cristo e l’inizio del combattimento della luce.
+La forza del cristiano non è solo propria: Cristo combatte in noi, garantendo saggezza e parole contro le persecuzioni.
Dal Vangelo secondo Matteo (24, 37 – 44)
Una cosa è certa: questo testo non è stato scritto per spaventarci, ma per illuminarci. Testi come questo vengono definiti apocalittici, il che significa letteralmente che “sollevano un lembo del velo”: rivelano la realtà. E la realtà, l’unica che conta, è la venuta di Cristo. Notate il linguaggio: venire, venuta, avvento, sempre riferito a Gesù: Gesù parlava ai discepoli della sua venuta che sarà come ai tempi di Noè. Anche voi non conoscete il giorno in cui il Signore verrà perché sarà proprio all’ora in cui non pensate. Il cuore del messaggio è dunque l’annuncio che Gesù Cristo verrà. Curiosamente, Gesù parla al futuro: “Il Signore vostro verrà”. Sarebbe più logico parlare al passato perché Gesù era già venuto... Questo ci mostra che la “venuta” non è la nascita, ma qualcosa che riguarda il compimento del progetto di Dio. Molto spesso ci disturbano le immagini del giudizio, come la comparazione con il diluvio: “Due uomini saranno nel campo nei campi, uno verrà portato via e l’altro lasciato”. Questo non è un arbitrio divino, ma un invito alla fiducia: come Noè fu trovato giusto e salvato, così tutto ciò che è giusto sarà salvato. Il giudizio distingue il buono dal cattivo, il buon grano dalla zizzania, e questo avviene nel cuore di ciascuno. Gesù usa il titolo Figlio dell’Uomo per parlare di sé, ma non solo di sé come individuo: riprende la visione del profeta Daniele, in cui il “Figlio dell’Uomo” rappresenta anche il popolo dei santi, un essere collettivo. Così, la venuta di Cristo riguarda l’intera umanità. Come dice san Paolo, Cristo è la testa e noi siamo i membri; sant’Agostino parla del Cristo totale: testa nei cieli, membri sulla terra. Quando diciamo pregando che attendiamo il bene che Dio ci prometti, cioè l’avvento di Gesù Cristo, ci riferiamo a Cristo totale: l’uomo Gesù è già venuto, ma il Cristo totale è in crescita e compimento continuo. San Paolo e recentemente Teilhard de Chardin sottolineano che la creazione intera geme in attesa del compimento di Cristo, che si completa progressivamente nella storia e in ciascuno di noi. Quando Gesù invita a vegliare, è un invito a custodire il grande progetto di Dio, dedicando la nostra vita a farlo avanzare. Infine, questo discorso avviene poco prima della Passione: Gesù avverte della distruzione del Tempio, il simbolo della sua presenza e dell’Alleanza, ma non risponde a domande precise sulla fine del mondo; invita invece alla vigilanza, rassicurando i discepoli davanti alle prove.
Sintesi dei punti principali
+Scopo del testo: non spaventare, ma illuminare; rivelare la realtà della venuta di Cristo.
+Venuta di Cristo: Gesù parla al futuro perché la venuta completa riguarda Cristo totale, non solo la nascita storica di Gesù.
+Giudizio e giustizia: distinguere il buono dal cattivo avviene nel cuore di ciascuno; il giusto sarà salvato.
+Titolo Figlio dell’Uomo: indica non solo Gesù, ma il popolo dei santi, cioè l’umanità salvata. Cristo totale: Cristo come testa e i credenti come membri; il compimento è progressivo nella storia.
+Veglia e vigilanza: i discepoli sono chiamati a custodire il progetto di Dio e dedicare la loro vita al suo compimento.
+Tempio e passione: il discorso precede la Passione, annuncia la distruzione del Tempio e invita di discepoli alla fiducia nonostante le prove che dovranno subire.
+ Giovanni D’Ercole
Mt 24,37-44 (24-51)
Chiave di lettura del brano potrebbe essere la celebre espressione di s. Agostino: «Timeo Dominum transeuntem».
Incarnazione è filo diretto con la realtà e la condizione divina insieme.
Il tempo della persona di Fede è come stagione d’attesa, ma non di provvisorietà: piuttosto, capitalizzazione e rivolgimento continui.
Né il momento della Chiesa si configura come periodo istituzionale, un lasso di pausa - a orario, con scadenza.
Certo, non è neppure un’età d’allestimento a partire dalle nostre idee, bensì di accoglienza del Regno, che giunge nel suo Appello - oggi con proposte chiarissime (perfino nelle sue sottrazioni).
Siamo chiamati a essere pronti in ogni istante, e veloci come un ‘ladro di notte’…
Forse vuol portarci via qualcosa che crediamo assolutamente nostro, cui però siamo troppo legati.
Fin dalle prime generazioni di credenti sorgevano gruppi di visionari - purtroppo sprovveduti - collegati a un’idea di catastrofe imminente.
L’attesa del ‘ritorno’ subitaneo d’un Messia che doveva porre fine all’ingiustizia e realizzare il Giudizio finale, era aspettativa comune di quanti desideravano s’inaugurasse una nuova fase della storia.
Tuttavia, in nessun punto dei Vangeli è scritto: Gesù “torna”, come se si fosse allontanato.
Egli sopraggiunge, certo: «Viene» - non “ritorna”.
Nel Nuovo Testamento il Risorto è Veniente [‘o Erchòmenos] ossia Colui che irrompe, che incessantemente si rende Presente.
Il punto della Vita è accorgersi, percepire la Presenza di Qualcuno dentro qualcosa; nelle cose sommarie e nelle vicende di liberazione.
Anche nel dramma della rinascita dalla crisi globale.
Nessuna forma di alienazione proviene dai Vangeli: Cristo è «con-noi» in ogni momento; nel nostro impegno in favore della natura, delle culture, della vita di tutti.
L’esperienza piena, totale, di completezza, non è data nel tempo particolare.
Ma ad es. lo spirito di disinteresse che si diffonde e già rende nuove le relazioni e le cose rimane una garanzia del Regno.
Seme e preludio del nuovo mondo che la Chiesa è chiamata ad annunciare e costruire - includendolo a braccia aperte.
Con a centro il «Figlio dell’uomo» che «viene», passo dopo passo, non perdiamo l‘intesa.
Ogni momento è buono per acuire la perspicacia nello Spirito.
La flessibilità del cuore prevarrà sui pronostici, sugli imperativi della mente.
Ecco l’accorgersi e percepire le opportunità; aprire gli occhi, decifrare gli accadimenti, spostare lo sguardo - onde cogliere la Venuta del Signore, fiutarne il Senso, intuirla come Fonte di Speranza.
Nell’Eucaristia proclamiamo appunto la Venuta del Signore, perché la vita in Cristo è in ogni evento anticipazione e preparazione all’Incontro sponsale.
In ottica di Fede, qualsiasi istante critico coopera al bene.
È Chiamata e opportunità di risposta, non timore permanente.
[1.a Domenica Avvento (anno A), 30 novembre 2025]
La reinterpretazione del colore liturgico viola
Mt 24,37-44 (24-51)
«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro Viene» (v.42).
Chiave di lettura del brano è la celebre espressione di s. Agostino: «Timeo Dominum transeuntem». Incarnazione è filo diretto con la realtà e la condizione divina insieme.
Il tempo della persona di Fede è come stagione d’attesa, ma non di provvisorietà: piuttosto, capitalizzazione e rivolgimento continui.
Né il momento della Chiesa si configura come periodo istituzionale, un lasso di pausa - ad orario, con scadenza.
Certo, non è neppure un’età d’allestimento a partire dalle nostre idee, bensì di accoglienza del Regno, che giunge nel suo Appello - oggi con proposte chiarissime (perfino nelle sue sottrazioni).
Siamo chiamati a essere pronti in ogni istante, come un ladro di notte... il quale vuole portarci via qualcosa che crediamo assolutamente nostro, cui però ci siamo legati troppo.
Fin dalle prime generazioni di credenti sorgevano gruppi di visionari - purtroppo sprovveduti - collegati a un’idea di catastrofe imminente.
Ma l’attesa del ritorno subitaneo d’un Messia che doveva porre fine all’ingiustizia e realizzare il Giudizio finale, era aspettativa comune di quanti desideravano s’inaugurasse una nuova fase della storia.
Tuttavia, in nessun punto dei Vangeli è scritto che Gesù deve “tornare”, come se si fosse allontanato. Egli sopraggiunge, Viene; non “ritorna”.
Nel Nuovo Testamento il Risorto è Veniente [‘o Erchòmenos] ossia Colui che irrompe, che incessantemente si rende Presente.
La fine del mondo e il ritorno del Signore su una nuvola bianca è una suggestione che ancora oggi viene usata per intimidire la gente semplice e condizionarla a gruppi di fanatici. I social networks ne sono colmi.
Il punto decisivo della vita è accorgersi, percepire la Presenza di Qualcuno dentro qualcosa: nelle cose sommarie della vita, nelle vicende di liberazione; anche nel dramma della rinascita dalla crisi globale.
In tal guisa, nessuna forma di alienazione proviene dai Vangeli. Cristo è «con-noi» in ogni momento, nel nostro impegno in favore della natura, delle culture, della vita di tutti.
L’esperienza piena di completezza non è data nel tempo particolare, ma ad es. lo spirito di disinteresse che si diffonde e già rende nuove le relazioni e le cose, rimane una garanzia del Regno - ossia del nuovo mondo che la Chiesa è chiamata ad annunciare ed edificare - includendolo a braccia aperte, passo passo.
Ogni momento è buono per acuire la visuale: accorgersi, percepire le opportunità; aprire gli occhi, o spostare lo sguardo, onde cogliere la Venuta del Signore e intuirla come fonte di Speranza.
Nell’Eucaristia proclamiamo la Presenza sempre nuova del Signore, perché la Vita in Cristo è anticipazione e preparazione all’Incontro [che già arreca il pane di cui l’anima nostra e il mondo hanno bisogno].
Ogni istante perfino oscuro è Chiamata penetrante e opportunità di risposta, di contatto, di alimento profondi; non una fonte di tormento e terrore permanenti.
La Sicurezza è nella Insicurezza
Che tipo di Avvento-Venuta è? Perché è associata all’idea di cataclismi? Non sembra istanza d’una buona notizia parlare di “diluvio”.
Nella tradizione osservante di tutti i popoli, l’insicurezza è percepita come uno svantaggio, e i maestri constatano il progresso della vita spirituale quando un’anima dall’esistenza mescolata e disordinata supera i suoi parapiglia per un ideale di “calma coerente”, in favore dell’ordine e della tranquillità.
Condizionati da un indottrinamento pio, omologato al saper “stare in società” e all’idea di Vittoria che precede la Pace, attendiamo d’incontrare nostro Signore nei momenti bui, ma affinché ci ridoni fortuna.
Lo aspettiamo nel tempo dei problemi economici, perché ci renda vantaggio con una vincita; nelle vicende umilianti, per farci risalire la china.
Nei pericoli desideriamo che almeno Lui trasmetta forza per ribaltare la situazione; nella malattia, immaginiamo ci ridoni vigore giovanile; nella babele, che comunichi relax (meglio, trionfo).
Nei Vangeli Gesù cerca di far capire ai suoi dove e quando incontrare autenticamente Dio. Ma nell’attesa delle sue “promesse” facciamo difficoltà a procedere oltre l’esteriore.
Proiettiamo le nostre idee anche in religione - però la Fede se ne distacca. Valuta con mentalità opposta.
Capita di non riuscire a incontrare un amico perché sbagliamo tempi e luoghi dell’appuntamento. Succede anche con Dio.
L’insicurezza proclamata dai Vangeli somiglia proprio a uno tsunami; ma si tratta di Lieta Novella!
Sebbene tendiamo spesso a dare un senso di permanenza a tutto ciò che abbiamo vissuto e credevamo di “essere”, ripetutamente sperimentiamo che le nostre certezze mutano - proprio come i flutti.
Gesù insegna che la dubbiosità la quale davvero annienta la sua Chiamata sorge da un nostro identificativo [ruoli, personaggi, mansioni] che tenta di pareggiare le onde della vita.
Invece l’essenza di ciascuno sgorga da una Sorgente vivace, che tutti i giorni fa quel che deve.
Abitudini, opinioni esterne, modi di essere rassicuranti di stare con le persone e affrontare le situazioni, tagliano fuori la ricchezza delle nostre sfumature preziose, buona parte dei nostri stessi volti.
E nascite e ringiovanimenti che ci appartengono.
L’impatto interiore delle molte sollecitazioni della Scaturigine dell’essere insinua uno squilibrio inevitabile e fecondo - che rischiamo però d’interpretare in modo negativo, appunto come fastidio.
Nella mente dell’uomo che schiva le oscillazioni, quel genere di onda che viene per farci ragionare sulle cose antiche (date per scontate) è subito identificata come pericolo identitario.
La stessa Provvidenza - l’onda che vede avanti - è forse bollata d’inquietudine, talora anche da chi ci “consiglia”.
Nell’uomo ideale come cesellato dai moralismi più normalizzanti, l’acqua paludosa delle pulsioni è quella che sporca e trascina a terra; e il Cielo sarebbe sempre limpido e netto sopra la terra.
Invece spesso è un’identificazione culturale a monte che produce insicurezza!
Tutto ciò, ben più della realtà oggettiva che scende in campo per rinfrescare la nostra anima e renderla lieve come la spuma del mare (crudamente incarnata).
Bisogna tuffarsi nei flutti, bisogna conoscere le onde dei maremoti, perché il nostro punto fermo non è nelle cose esterne.
La scorza delle apparenze condanna alla peggiore fluttuazione, alla meno vantaggiosa delle insicurezze: credere che mantenendo i livelli economici o il prestigio, raggiungendo quel traguardo, scalando il tabellone dei titoli, eviteremo frustrazioni, scanseremo angosce, saremo finalmente senza contrasti e persino felici.
Ma così la nostra anima perde respiro, non si rafforza, né vola verso territori ancora sconosciuti; si posa nel recinto dell’aia più omologante.
Invece siamo vivi, e la giovinezza che conquista il Regno viene dal caos.
I missionari sono animati da questa certezza: la migliore stabilità è l’instabilità: quel “diluvio” dove nessuna onda somiglia alle altre.
Insomma, sulla base della Parola di Dio anche il colore liturgico viola dovrebbe forse assumere una reinterpretazione (viva e graffiante) - assai più profonda di quella data per scontata.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Avvento: per quale motivo vuoi che il Signore venga e si renda presente nella tua vita?
Figlio dell’uomo
«Figlio dell’uomo» non è dunque un titolo “religioso” o selettivo, ma una possibilità per tutti coloro che danno adesione alla proposta di vita del Signore, e la reinterpretano in modo creativo.
Essi superano i fermi e propri confini naturali, facendo spazio al Dono; accogliendo da Dio pienezza di essere, nei suoi nuovi, irripetibili binari.
Sentendosi totalmente e immeritatamente amati, scoprono altre sfaccettature, cambiano il modo di stare con se stessi, e possono crescere: si realizzano, fioriscono e irradiano la completezza ricevuta.
Uscendo dall’idea scarsa o statica che abbiamo di noi - problema grave in molte anime sensibili e dedite - anche la personalità relazionale può iniziare a immaginare.
E sognare, scoprire di poter non dare più peso a coloro che vogliono plagiare il cammino di persona (in pienezza di essere e vocazione).
Chi attiva l’idea di potercela fare, trasmette poi la forza dello Spirito che ha ricevuto e accolto, e il mondo fiorisce.
Emanando una differente atmosfera, la persona integrata nei suoi lati anche opposti, sente nascere consapevolezze, crea progetti, emette e attrae altre energie; le fa attivare.
Dio vuole estendere l’ambito in cui “regna” - rapportandosi in modo interpersonale - a tutta l’umanità… Chiesa senza confini visibili, che inizierà con il «Figlio dell’uomo» (figura non esclusiva di Gesù).
Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33). Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.
[Papa Benedetto, Concistoro 24 novembre 2012]
Con l’immagine del Figlio d’uomo, già il profeta Daniele voleva indicare un ribaltamento dei criteri di autenticità (umana e divina): un uomo o un popolo, leader, finalmente dal cuore di carne invece che di belva.
Nell’icona del “Figlio dell’uomo” gli evangelisti desiderano far trapelare e innescare il trionfo dell’umano sul disumano, la progressiva scomparsa di tutto ciò che blocca la comunicazione di vita piena.
Il Popolo che riluce in modo divino non si trova più impigliato da paure o isterismi, anzi porta al massimo tutta la sua variegata potenzialità d’amore, di effusione di vita.
«Figlio dell’uomo» - realtà possibile - è chiunque raggiunga pienezza, fioritura della capacità di essere, nell’estensione dei rapporti… entrando in sintonia con la sfera di Dio Creatore, Amante della vita.
Lo fa nelle sue variegate sfaccettature, e si fonde con Lui - diventando Uno. Creando abbondanza.
«Figlio dell’uomo» è l’uomo che si comporta sulla terra come farebbe Dio stesso, che rende presente il divino e la sua forza nella storia.
Quindi può permettersi di sostituire la cupa seriosità dell’essere pio e sottoposto, con la sapiente spensieratezza che rende tutto lieve.
«Figlio dell’uomo» raffigura il massimo dell’umano, la Persona per eccellenza - che diventa liberante invece che opprimente.
Le conseguenze sono inimmaginabili, perché ciascuno di noi in Cristo (e per i fratelli) non ha più percorsi morti da rifare.
«"Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà" (Mt 24,42). Gesù, che nel Natale è venuto tra noi e tornerà glorioso alla fine dei tempi, non si stanca di visitarci continuamente, negli eventi di ogni giorno. Ci chiede e ci avverte di attenderlo vegliando, poiché la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa e imprevedibile. Solo chi è desto non è colto alla sprovvista. Che non vi succeda, Egli avverte, quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente, e furono colti impreparati dal diluvio (cfr Mt 24,37-38). Che cosa il Signore vuole farci comprendere con questo ammonimento, se non che non dobbiamo lasciarci assorbire dalle realtà e preoccupazioni materiali sino al punto da restarne irretiti?
"Vegliate dunque…". Ascoltiamo l’invito di Gesù nel Vangelo e prepariamoci a rivivere con fede il mistero della nascita del Redentore, che ha riempito l’universo di gioia; prepariamoci ad accogliere il Signore nel suo incessante venirci incontro negli eventi della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; prepariamoci ad incontrarlo nell’ultima sua definitiva venuta. Il suo passaggio è sempre fonte di pace e, se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, con l’avvento del Salvatore "la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode" (Enc. Spe salvi, 37)».
[Papa Benedetto, omelia all’ospedale romano s. Giovanni Battista, 2 dicembre 2007]
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, prima domenica di Avvento, la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, un nuovo cammino di fede che, da una parte, fa memoria dell’evento di Gesù Cristo e, dall’altra, si apre al suo compimento finale. E proprio di questa duplice prospettiva vive il Tempo di Avvento, guardando sia alla prima venuta del Figlio di Dio, quando nacque dalla Vergine Maria, sia al suo ritorno glorioso, quando verrà “a giudicare i vivi e i morti”, come diciamo nel Credo. Su questo suggestivo tema dell’“attesa” vorrei ora brevemente soffermarmi, perché si tratta di un aspetto profondamente umano, in cui la fede diventa, per così dire, un tutt’uno con la nostra carne e il nostro cuore.
L’attesa, l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono… Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.
Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore? E questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna? Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, cioè di un Consacrato, discendente del re Davide, che avrebbe finalmente liberato il popolo da ogni schiavitù morale e politica e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. Neppure lei lo avrebbe mai pensato, eppure nel suo cuore l’attesa del Salvatore era così grande, la sua fede e la sua speranza erano così ardenti, che Egli poté trovare in lei una madre degna. Del resto, Dio stesso l’aveva preparata, prima dei secoli. C’è una misteriosa corrispondenza tra l’attesa di Dio e quella di Maria, la creatura “piena di grazia”, totalmente trasparente al disegno d’amore dell’Altissimo. Impariamo da Lei, Donna dell’Avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con il sentimento di un’attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare.
[Papa Benedetto, Angelus 28 novembre 2010]
Sono le parole del Salmo responsoriale che accompagna l'odierna liturgia della prima domenica di Avvento, tempo liturgico che rinnova di anno in anno l'attesa della venuta di Cristo. L'Avvento ha acquistato, in questi anni che stiamo vivendo nella prospettiva del terzo millennio, una nuova e singolare dimensione. Tertio millennio adveniente: il 1998, che volge al suo termine, ed il prossimo 1999 ci pongono sulla soglia di un nuovo secolo e di un nuovo millennio.
"Sulla soglia" ha avuto inizio anche l'odierna nostra celebrazione: sulla soglia della Basilica Vaticana, dinanzi alla Porta Santa, con la consegna e la lettura della Bolla di indizione del Grande Giubileo del Duemila.
"Andiamo con gioia incontro al Signore" è un ritornello che si intona perfettamente al Giubileo. E', per così dire, un "ritornello giubilare", secondo l'etimologia della parola latina iubilare, che contiene in sé il riferimento alla gioia. Andiamo, dunque, con gioia! Camminiamo lieti e vigilanti nell'attesa del tempo che ricorda la venuta di Dio nella carne umana, tempo giunto alla sua pienezza quando nella stalla di Betlemme nacque Cristo. Si compì allora il tempo dell'attesa.
Vivendo l'Avvento, attendiamo un avvenimento che si situa nella storia ed insieme la trascende. Come ogni anno, esso avverrà nella notte del Natale del Signore. Nella stalla di Betlemme accorreranno i pastori; più tardi verranno i Magi dall'Oriente. Gli uni e gli altri simboleggiano in un certo senso l'intera famiglia umana. L'esortazione che risuona nell'odierna liturgia: "Andiamo con gioia incontro al Signore" si diffonde in tutti i paesi, in tutti i continenti, in mezzo ad ogni popolo e nazione. La voce della liturgia - cioè la voce della Chiesa - risuona dappertutto e tutti invita al Grande Giubileo.
2. Questi ultimi tre anni che precedono il Duemila formano un tempo di attesa molto intenso, orientato alla meditazione sul significato dell'imminente evento spirituale e sulla necessaria preparazione. Il contenuto di tale preparazione è modellato sulla formula trinitaria, che si ripete al termine di ogni preghiera liturgica. Andiamo pertanto con gioia verso il Padre, per la via che è il Nostro Signore Gesù Cristo, il quale vive e regna con Lui nell'unità dello Spirito Santo.
Per questo il primo anno è stato dedicato al Figlio, il secondo allo Spirito Santo e quello che inizia oggi - l'ultimo anno prima del Grande Giubileo - sarà l'anno del Padre. Invitati dal Padre, andiamo verso di Lui mediante il Figlio, nello Spirito Santo. Questo triennio di preparazione immediata al nuovo millennio, per il suo carattere trinitario ci parla non soltanto di Dio in se stesso, come mistero ineffabile di vita e di santità, ma anche di Dio che viene incontro a noi.
3. E' per questo che il ritornello "Andiamo con gioia incontro al Signore" suona così appropriato. Noi possiamo incontrare Dio, poiché Lui ci è venuto incontro. Lo ha fatto, come il padre della parabola del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-32), perché è ricco di misericordia, dives in misericordia, e vuole incontrarci da qualunque parte veniamo e dovunque ci porti il nostro cammino. Dio ci viene incontro sia che l'abbiamo cercato, o che l'abbiamo ignorato, o che addirittura l'abbiamo evitato. Egli ci viene incontro per primo, con le braccia aperte come un padre amoroso e misericordioso.
Se Dio si muove per venirci incontro, potremo noi volgergli le spalle? Ma incontro al Padre non possiamo andare da soli. Dobbiamo farci compagnia con quanti fanno parte della "famiglia di Dio". Per prepararci convenientemente al Giubileo dobbiamo disporci all'accoglienza di ogni persona. Tutti sono nostri fratelli e sorelle, perché figli dello stesso Padre celeste.
[…]
Maria, che il tempo dell'Avvento ci esorta a contemplare in operosa attesa del Redentore, vi aiuti tutti ad essere generosi apostoli del suo Figlio Gesù.
4. Nel Vangelo di oggi abbiamo ascoltato l'invito del Signore alla vigilanza: "Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà". E subito dopo: "State pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà" (Mt 24,42.44). L'esortazione a vegliare risuona molte volte nella liturgia, specialmente in Avvento, tempo di preparazione non soltanto al Natale, ma anche alla definitiva e gloriosa venuta di Cristo alla fine dei tempi. Esso ha quindi un significato spiccatamente escatologico ed invita il credente a trascorrere ogni giorno, ogni momento alla presenza di Colui "che è, che era e che viene" (Ap 1,4), a cui appartiene il futuro del mondo e dell'uomo. Ecco la speranza cristiana! Senza questa prospettiva, la nostra esistenza si ridurrebbe ad un vivere per la morte.
Cristo è il nostro Redentore: Redemptor mundi et hominis, Redentore del mondo e dell'uomo. Egli è venuto fra noi per aiutarci a varcare la soglia che conduce alla porta della vita, la "porta santa" che è Lui stesso.
5. Questa consolante verità sia sempre ben presente ai nostri occhi, mentre andiamo pellegrini verso il grande Giubileo. Essa costituisce la ragione ultima della gioia alla quale ci esorta l'odierna liturgia: "Andiamo con gioia incontro al Signore". Credendo in Cristo crocifisso e risorto, crediamo nella risurrezione della carne e nella vita eterna.
Tertio millennio adveniente. In questa prospettiva, gli anni, i secoli ed i millenni acquistano quel senso definitivo dell'esistenza che il Giubileo dell'Anno Duemila vuole svelarci.
Guardando a Cristo, facciamo nostre le parole di un antico canto popolare:
"La salvezza è venuta mediante la croce,
questo è un grande mistero.
Ogni sofferenza ha un senso:
porta alla pienezza di vita".
Con questa fede nel cuore, che è la fede della Chiesa, apro oggi, quale Vescovo di Roma, il terzo anno di preparazione al grande Giubileo. Lo apro nel nome del Padre celeste, che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui... abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 29 novembre 1998]
Oggi, prima domenica del tempo di Avvento, inizia un nuovo Anno liturgico. In queste quattro settimane di Avvento, la liturgia ci conduce a celebrare il Natale di Gesù, mentre ci ricorda che Egli viene ogni giorno nella nostra vita, e ritornerà gloriosamente alla fine dei tempi. Tale certezza ci induce a guardare con fiducia al futuro, come ci invita a fare il profeta Isaia, che con la sua voce ispirata accompagna tutto il cammino dell’Avvento.
Nella prima Lettura di oggi, Isaia profetizza che «alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli; ad esso affluiranno tutte le genti» (2,2). Il tempio del Signore a Gerusalemme è presentato come il punto di convergenza e di incontro di tutti i popoli. Dopo l’Incarnazione del Figlio di Dio, Gesù stesso si è rivelato come il vero tempio. Pertanto, la visione meravigliosa di Isaia è una promessa divina e ci spinge ad assumere un atteggiamento di pellegrinaggio, di cammino verso Cristo, senso e fine di tutta la storia. Quanti hanno fame e sete di giustizia, la possono trovare soltanto percorrendo le vie del Signore; mentre il male e il peccato provengono dal fatto che gli individui e i gruppi sociali preferiscono seguire strade dettate da interessi egoistici, che provocano conflitti e guerre. L’Avvento è il tempo propizio per accogliere la venuta di Gesù, che viene come messaggero di pace per indicarci le vie di Dio.
Nel Vangelo di oggi, Gesù ci esorta ad essere pronti per la sua venuta: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Mt 24,42). Vegliare non significa avere materialmente gli occhi aperti, ma avere il cuore libero e rivolto nella direzione giusta, cioè disposto al dono e al servizio. Questo è vegliare! Il sonno da cui dobbiamo svegliarci è costituito dall’indifferenza, dalla vanità, dall’incapacità di instaurare rapporti genuinamente umani, dell’incapacità di farsi carico del fratello solo, abbandonato o malato. L’attesa di Gesù che viene si deve tradurre, dunque, in un impegno di vigilanza. Si tratta anzitutto di meravigliarsi davanti all’azione di Dio, alle sue sorprese, e di dare a Lui il primato. Vigilanza significa anche, concretamente, essere attenti al nostro prossimo in difficoltà, lasciarsi interpellare dalle sue necessità, senza aspettare che lui o lei ci chiedano aiuto, ma imparare a prevenire, ad anticipare, come fa sempre Dio con noi.
Maria, Vergine vigilante e Madre della speranza, ci guidi in questo cammino, aiutandoci a rivolgere lo sguardo verso il “monte del Signore”, immagine di Gesù Cristo, che attira a sé tutti gli uomini e tutti i popoli.
[Papa Francesco, Angelus 1 dicembre 2019]
Attenti a non appesantire, Vegliate «pregando in ogni momento»
(Lc 21,34-36)
Il nuovo mondo piomba addosso in modo alternativo, e s’impone da un momento all’altro, senza preavvisi concatenati o troppo educati.
Tale Vento impetuoso sembra stia sgretolando tutto, invece agisce per radunarci.
Oltre lo scoraggiamento, di fronte agli eventi-lampo sconvolgenti c’è il pericolo di perdita della coscienza critica, e la fuga (anche da noi stessi).
Viceversa, la donna e l’uomo di Fede scoprono la Venuta di Cristo fra la gente e i molti “congiunti” dell’anima, tutti autentici compagni di ‘viaggio’.
I credenti esercitano la percezione, si accorgono dei vagiti della vita nuova; non s’abbattono.
Non ricercano palliativi o idee cerebrali à la page, che ci disperdono le energie e confondono, o ancor più fanno abbassare la guardia.
D’altro canto, ecco il pericolo di adagiarsi in un tempo istituzionale - e lo spuntare di compensazioni oscure: soluzioni fasulle, che rendono insensibili; buone solo a distrarci.
E pure affannose (vv.34-35). Le evasioni o i mezzucci anestetizzano l’anima. Idoli-trappola [«laccio» del v.35].
Sono da tenere a distanza: non consentono di accorgersi del Signore che Viene.
La Preghiera si fa qui terapia, Presenza, Motivo e Motore; fonte e culmine. Medicina e Pane per il viaggio di coloro che desiderano rimanere svegli, avanzare, attivare futuro.
Assimilando il punto di vista sacro sui rivolgimenti del mondo, nell’orazione otterremo buona disposizione, sposteremo l’occhio verso orizzonti in cui non compare una sola forma e un solo colore.
Capiremo che la Provvidenza ha ragione, che lo Spirito lavora bene: ci sta avvicinando al progetto pieno del Padre.
Accostandoci in tal guisa anche al desiderio di vita dei fratelli, staremo «ritti in piedi» (v.36) ossia attenderemo e accoglieremo senza paura l’avvento del «Figlio dell’uomo».
Autentica Presenza di Dio - sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
Ci si aspettava che tale lato profondo fosse assoluto, performante, e selettivo. Da primo piano.
L’Incarnazione sorprende. Rivaluta perfino il nostro essere scheletrito e carente.
Lo trasforma in Perla preziosa, «fiuto senza cittadinanza, ma non meno efficace [che] non si lascia limitare dalle appartenenze» [Udienza, Roma 18.9.21].
Gli accadimenti - anche quelli opposti (e inseparabili) - parlano, in noi; sviluppano per energia interiore.
Sono scrigni di realtà coinvolgenti; contengono un segreto da stupore, una destinazione che sorprende.
Vigilanza e Preghiera ci preparano a questo inatteso Incontro, che è crescita e umanizzazione del popolo: il traboccare tranquillo, vero e pieno del progetto Eterno, trasferito a maglie larghe.
Ciò senza rassegnarsi… pur nel sommario del quotidiano - nonché per la visione e azione di profeti che non biasimano la propria finitudine. Anzi, la considerano terreno di svolta.
Quindi non dividiamo il panorama in modo isterico, tra emozioni belle e brutte: per il ‘nuovo’ di dove siamo e saremo, anche perigli o amarezze, soste o deviazioni, avranno avuto senso.
[Sabato 34.a sett. T.O. 29 novembre 2025]
Attenti a non appesantire, Vegliate «pregando in ogni momento»
(Lc 21,34-36)
Il nuovo mondo piomba addosso in modo alternativo, e s’impone da un momento all’altro, senza preavvisi concatenati o troppo educati.
Ma è proprio questa l’opera dello Spirito che pungola l’unilateralità, che butta all’aria le connessioni categoriche (anche della vita pia).
Tale Vento impetuoso sembra stia sgretolando tutto, invece agisce per radunarci.
Come dice il Pontefice, i cambiamenti nella Chiesa non si fanno «come se fosse una ditta, per maggioranza o minoranza».
Oltre lo scoraggiamento, di fronte agli eventi-lampo sconvolgenti c’è il pericolo di perdita della coscienza critica plurale che ci riporterebbe davvero a casa, e la fuga (anche da noi stessi).
Viceversa, la donna e l’uomo di Fede scoprono la Venuta di Cristo fra la gente e i molti “congiunti” dell’anima, tutti autentici compagni di ‘viaggio’.
Egli interpella sempre la nostra libertà su una speranza larga e inclusiva, che raduna i moti interiori - persino i più disparati; una sorta di nuova «sinodalità».
I discepoli veri intuiscono il nuovo Regno che irrompe improvviso - non secondo una procedura di «partito» [continuando a citare Papa Francesco in Udienza generale: v. sotto].
Donne e uomini di Fede esercitano la percezione, si accorgono dei vagiti della vita nuova; non s’abbattono.
Non ricercano palliativi o idee cerebrali à la page, che ci disperdono le energie e confondono, o ancor più fanno abbassare la guardia.
D’altro canto, ecco il pericolo di adagiarsi in un tempo istituzionale - e lo spuntare di compensazioni oscure: soluzioni fasulle, che rendono insensibili; buone solo a distrarci, e pure affannose (vv.34-35).
Le evasioni o i mezzucci anestetizzano l’anima.
In fondo, i compromessi permangono espressione del senso d’impotenza e fallimento che talora attanaglia la vita - anche spirituale - partigiana [oggi coi suoi piccini orientamenti disincarnati; o di recupero del terreno perduto, o di eccesso di sofisticazione].
E le tragiche dissolutezze non sono che una spia del tentativo di evasione, o ritorno indietro - d’irresolubili attaccamenti.
Idoli-trappola [«laccio» del v.35] da tenere a distanza: non consentono di accorgersi del Signore che Viene.
Limitano la ricchezza che vuole sopraggiungere. Dovizia che in verità già conteniamo: nei lati cui ancora non abbiamo dato spazio. In essi dimora un Sé eminente, autentico e nascosto.
Lì - nel Mistero - brulica vita nuova. Vene inesplorate che attendono. Versanti d’inconscio che vogliono esprimersi. A contatto con la nostra Chiamata per Nome ed essenza profonda.
Risorse intime da valorizzare e innescare per sapiente dilatazione; persino con frutto amaro - da eventi che appaiono minacciosi, e però attivano uno scavo, una scoperta, un Esodo.
Quindi non dividiamo il panorama in modo isterico, tra emozioni belle e brutte: per il ‘nuovo’ di dove siamo e saremo, anche perigli o amarezze, soste o deviazioni, avranno avuto senso.
Insomma non ci lasciamo ridurre né ghermire dalla lotta lacerante tra bianco e nero… però non rinunciamo alla virtù di gettare zavorre, superando i timori, per allargare lo sguardo.
La Preghiera si fa qui terapia, Presenza, Motivo e Motore; fonte e culmine. Medicina e Pane per il viaggio di coloro che non vogliono lasciarsi mettere a nanna, ma desiderano rimanere svegli, anzi avanzare, e attivare futuro.
Assimilando il punto di vista sacro sui rivolgimenti del mondo, nell’orazione otterremo buona disposizione, sposteremo l’occhio verso orizzonti in cui non compare una sola forma e un solo colore.
Capiremo che la Provvidenza ha ragione, che lo Spirito lavora bene: ci sta avvicinando al progetto pieno del Padre.
Accostandoci in tal guisa anche al desiderio di vita dei fratelli, staremo «ritti in piedi» (v.36) ossia attenderemo e accoglieremo senza paura l’avvento del «Figlio dell’uomo».
Autentica Presenza di Dio - sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
Forse ancora oggi facciamo difficoltà a credere che il Messia possa identificarsi con Colui che crea abbondanza dov’essa non c’è e prima non sembrava lecito potesse espandersi.
«Figlio dell’uomo» è invece Chi avendo raggiunto il massimo della completezza umana, giunge a riflettere la condizione divina e la irradia in modo diffuso.
Ci si aspettava che tale lato profondo fosse assoluto, performante, e selettivo. Da primo piano.
L’Incarnazione sorprende. Rivaluta perfino il nostro essere scheletrito e carente.
Lo trasforma in Perla preziosa, «fiuto senza cittadinanza»:
«Nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del sensus fidei, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze. Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre, non vi limitate a prendere in considerazione solo chi frequenta o la pensa come voi – che saranno il 3, 4 o 5%, non di più. Permettete a tutti di entrare… Permettete a voi stessi di andare incontro e lasciarsi interrogare, che le loro domande siano le vostre domande, permettete di camminare insieme: lo Spirito vi condurrà, abbiate fiducia nello Spirito. Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza.
La sua profondità è radicata non nella “perfezione” più algida, bensì in tutto ciò che non è seduto - e sorpassa le categorie della religiosità antica, unilaterale, perbene» [Papa Francesco, Discorso alla Diocesi di Roma, 18 settembre 2021].
Gli accadimenti - anche quelli opposti (e inseparabili) - parlano, in noi; sviluppano per energia interiore.
Sono scrigni di realtà coinvolgenti; contengono un segreto da stupore, una destinazione che sorprende.
Vigilanza e Preghiera ci preparano a questo inatteso Incontro, che è crescita e umanizzazione del popolo: il traboccare tranquillo, vero e pieno del progetto Eterno, trasferito a maglie larghe.
Ciò senza rassegnarsi… pur nel sommario del quotidiano - nonché per la visione e azione di profeti che non biasimano la propria finitudine. Anzi, la considerano terreno di svolta.
Questo rende veniente e presente il Figlio incarnato, animando «ogni cosa» pur nell’età dell’incertezza - sostenuti da preghiera «fuoco vivo dello Spirito, che dà forza alla testimonianza e alla missione».
Tutto ciò apre a una ecclesialità sana e non dissociata:
Coordinate della Ecclesialità
I primi passi della Chiesa nel mondo sono stati scanditi dalla preghiera. Gli scritti apostolici e la grande narrazione degli Atti degli Apostoli ci restituiscono l’immagine di una Chiesa in cammino, una Chiesa operosa, che però trova nelle riunioni di preghiera la base e l’impulso per l’azione missionaria. L’immagine della primitiva Comunità di Gerusalemme è punto di riferimento per ogni altra esperienza cristiana. Scrive Luca nel Libro degli Atti: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (2,42). La comunità persevera nella preghiera.
Troviamo qui quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale: l’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, primo; secondo, la custodia della comunione reciproca; terzo, la frazione del pane e, quarto, la preghiera. Esse ci ricordano che l’esistenza della Chiesa ha senso se resta saldamente unita a Cristo, cioè nella comunità, nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera. È il modo di unirci, noi, a Cristo. La predicazione e la catechesi testimoniano le parole e i gesti del Maestro; la ricerca costante della comunione fraterna preserva da egoismi e particolarismi; la frazione del pane realizza il sacramento della presenza di Gesù in mezzo a noi: Lui non sarà mai assente, nell’Eucaristia è proprio Lui. Lui vive e cammina con noi. E infine la preghiera, che è lo spazio del dialogo con il Padre, mediante Cristo nello Spirito Santo.
Tutto ciò che nella Chiesa cresce fuori da queste “coordinate”, è privo di fondamenta. Per discernere una situazione dobbiamo chiederci come, in questa situazione, ci sono queste quattro coordinate: la predicazione, la ricerca costante della comunione fraterna – la carità –, la frazione del pane – cioè la vita eucaristica – e la preghiera. Qualsiasi situazione dev’essere valutata alla luce di queste quattro coordinate. Quello che non entra in queste coordinate è privo di ecclesialità, non è ecclesiale. È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. La Chiesa non è un mercato; la Chiesa non è un gruppo di imprenditori che vanno avanti con questa impresa nuova. La Chiesa è opera dello Spirito Santo, che Gesù ci ha inviato per radunarci. La Chiesa è proprio il lavoro dello Spirito nella comunità cristiana, nella vita comunitaria, nell’Eucaristia, nella preghiera, sempre. E tutto quello che cresce fuori da queste coordinate è privo di fondamento, è come una casa costruita sulla sabbia (cfr Mt 7,24-27). È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. È la parola di Gesù che riempie di senso i nostri sforzi. È nell’umiltà che si costruisce il futuro del mondo.
A volte, sento una grande tristezza quando vedo qualche comunità che, con buona volontà, sbaglia la strada perché pensa di fare la Chiesa in raduni, come se fosse un partito politico: la maggioranza, la minoranza, cosa pensa questo, quello, l’altro… “Questo è come un Sinodo, una strada sinodale che noi dobbiamo fare”. Io mi domando: dov’è lo Spirito Santo, lì? Dov’è la preghiera? Dov’è l’amore comunitario? Dov’è l’Eucaristia? Senza queste quattro coordinate, la Chiesa diventa una società umana, un partito politico – maggioranza, minoranza – i cambiamenti si fanno come se fosse una ditta, per maggioranza o minoranza… Ma non c’è lo Spirito Santo. E la presenza dello Spirito Santo è proprio garantita da queste quattro coordinate. Per valutare una situazione, se è ecclesiale o non è ecclesiale, domandiamoci se ci sono queste quattro coordinate: la vita comunitaria, la preghiera, l’Eucaristia…[la predicazione], come si sviluppa la vita in queste quattro coordinate. Se manca questo, manca lo Spirito, e se manca lo Spirito noi saremo una bella associazione umanitaria, di beneficienza, bene, bene, anche un partito, diciamo così, ecclesiale, ma non c’è la Chiesa. E per questo la Chiesa non può crescere per queste cose: cresce non per proselitismo, come qualsiasi ditta, cresce per attrazione. E chi muove l’attrazione? Lo Spirito Santo. Non dimentichiamo mai questa parola di Benedetto XVI: “La Chiesa non cresce per proselitismo, cresce per attrazione”. Se manca lo Spirito Santo, che è quello che attrae a Gesù, lì non c’è la Chiesa. C’è un bel club di amici, bene, con buone intenzioni, ma non c’è la Chiesa, non c’è sinodalità.
Leggendo gli Atti degli Apostoli scopriamo allora come il potente motore dell’evangelizzazione siano le riunioni di preghiera, dove chi partecipa sperimenta dal vivo la presenza di Gesù ed è toccato dallo Spirito. I membri della prima comunità – ma questo vale sempre, anche per noi oggi – percepiscono che la storia dell’incontro con Gesù non si è fermata al momento dell’Ascensione, ma continua nella loro vita. Raccontando ciò che ha detto e fatto il Signore – l’ascolto della Parola – pregando per entrare in comunione con Lui, tutto diventa vivo. La preghiera infonde luce e calore: il dono dello Spirito fa nascere in loro il fervore.
A questo proposito, il Catechismo ha un’espressione molto densa. Dice così: «Lo Spirito Santo […] ricorda Cristo alla sua Chiesa orante, la conduce anche alla Verità tutta intera e suscita nuove formulazioni, le quali esprimeranno l’insondabile Mistero di Cristo, che opera nella vita, nei sacramenti e nella missione della sua Chiesa» (n. 2625). Ecco l’opera dello Spirito nella Chiesa: ricordare Gesù. Gesù stesso lo ha detto: Lui vi insegnerà e vi ricorderà. La missione è ricordare Gesù, ma non come un esercizio mnemonico. I cristiani, camminando sui sentieri della missione, ricordano Gesù mentre lo rendono nuovamente presente; e da Lui, dal suo Spirito, ricevono la “spinta” per andare, per annunciare, per servire. Nella preghiera il cristiano si immerge nel mistero di Dio, che ama ogni uomo, quel Dio che desidera che il Vangelo sia predicato a tutti. Dio è Dio per tutti, e in Gesù ogni muro di separazione è definitivamente crollato: come dice san Paolo, Lui è la nostra pace, cioè «colui che di due ha fatto una cosa sola» (Ef 2,14). Gesù ha fatto l’unità.
Così la vita della Chiesa primitiva è ritmata da un continuo susseguirsi di celebrazioni, convocazioni, tempi di preghiera sia comunitaria sia personale. Ed è lo Spirito che concede forza ai predicatori che si mettono in viaggio, e che per amore di Gesù solcano mari, affrontano pericoli, si sottomettono a umiliazioni.
Dio dona amore, Dio chiede amore. È questa la radice mistica di tutta la vita credente. I primi cristiani in preghiera, ma anche noi che veniamo parecchi secoli dopo, viviamo tutti la medesima esperienza. Lo Spirito anima ogni cosa. E ogni cristiano che non ha paura di dedicare tempo alla preghiera può fare proprie le parole dell’apostolo Paolo: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). La preghiera ti fa conscio di questo. Solo nel silenzio dell’adorazione si sperimenta tutta la verità di queste parole. Dobbiamo riprendere il senso dell’adorazione. Adorare, adorare Dio, adorare Gesù, adorare lo Spirito. Il Padre, il Figlio e lo Spirito: adorare. In silenzio. La preghiera dell’adorazione è la preghiera che ci fa riconoscere Dio come inizio e fine di tutta la storia. E questa preghiera è il fuoco vivo dello Spirito che dà forza alla testimonianza e alla missione.
[Papa Francesco, Udienza Generale 25 novembre 2020]
What kind of Coming is it? A shortcut or an act of power to equalize our stormy waves? The missionaries are animated by this certainty: the best stability is instability: that «Deluge» Coming, where no wave resembles the others
Che tipo di Venuta è? Una scorciatoia o un atto di potenza che pareggi le nostre onde in tempesta? I missionari sono animati da questa certezza: la migliore stabilità è l’instabilità: quel «Diluvio» che Viene, dove nessuna onda somiglia alle altre
The community of believers is a sign of God’s love, of his justice which is already present and active in history but is not yet completely fulfilled and must therefore always be awaited, invoked and sought with patience and courage (Pope Benedict)
La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio (Papa Benedetto)
"In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet". This refers to the solidity of the Word. It is solid, it is the true reality on which one must base one's life (Pope Benedict)
«In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet». Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita (Papa Benedetto)
It has made us come here the veneration of martyrdom, on which, from the beginning, the kingdom of God is built, proclaimed and begun in human history by Jesus Christ (Pope John Paul II)
Ci ha fatto venire qui la venerazione verso il martirio, sul quale, sin dall’inizio, si costruisce il regno di Dio, proclamato ed iniziato nella storia umana da Gesù Cristo (Papa Giovanni Paolo II)
The evangelization of the world involves the profound transformation of the human person (Pope John Paul II)
L'opera evangelizzatrice del mondo comporta la profonda trasformazione delle persone (Papa Giovanni Paolo II)
The Church, which is ceaselessly born from the Eucharist, from Jesus' gift of self, is the continuation of this gift, this superabundance which is expressed in poverty, in the all that is offered in the fragment (Pope Benedict)
La Chiesa, che incessantemente nasce dall’Eucaristia, dall’autodonazione di Gesù, è la continuazione di questo dono, di questa sovrabbondanza che si esprime nella povertà, del tutto che si offre nel frammento (Papa Benedetto)
He is alive and wants us to be alive; he is our hope (Pope Francis)
È vivo e ci vuole vivi. Cristo è la nostra speranza (Papa Francesco
The Sadducees, addressing Jesus for a purely theoretical "case", at the same time attack the Pharisees' primitive conception of life after the resurrection of the bodies; they in fact insinuate that faith in the resurrection of the bodies leads to admitting polyandry, contrary to the law of God (Pope John Paul II)
I Sadducei, rivolgendosi a Gesù per un "caso" puramente teorico, attaccano al tempo stesso la primitiva concezione dei Farisei sulla vita dopo la risurrezione dei corpi; insinuano infatti che la fede nella risurrezione dei corpi conduce ad ammettere la poliandria, contrastante con la legge di Dio (Papa Giovanni Paolo II)
Are we disposed to let ourselves be ceaselessly purified by the Lord, letting Him expel from us and the Church all that is contrary to Him? (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
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