don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 07 Aprile 2026 09:49

2a Domenica di Pasqua

Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia  [12 Aprile 2026]

 

*Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)

Ecco uno scorcio della primissima comunità cristiana, come san Luca ama offrirne negli Atti degli Apostoli. Più volte, praticamente quattro, egli traccia, in poche righe, un ritratto di questo tipo; si direbbe quasi delle foto di famiglia, colte sul vivo. Messi insieme, questi quadri delineano un’immagine che ci appare quasi idilliaca della vita dei primi cristiani: assidui all’insegnamento degli apostoli e alla preghiera, vivono nella lode del Signore e mettono tutto in comune, seminano lungo il loro cammino numerose guarigioni e accolgono continuamente nuovi membri…Ciò non impedisce a Luca di raccontare, altrove, alcune difficoltà molto concrete di queste stesse comunità… Anania e Saffira, per esempio, che hanno fatto fatica a vivere fino in fondo la condivisione dei beni; e, cosa ancora più grave, le difficoltà di convivenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di origine pagana… Ci si può allora chiedere quale messaggio Luca voglia trasmetterci tracciando ritratti così belli, quasi irreali. Questo fa pensare alle foto di famiglia dei giorni di festa che adornano le pareti delle nostre case, gli album fotografici o i collage che amiamo guardare. Evidentemente, si sono scelte le immagini migliori; guardandole, prendiamo coscienza della bellezza delle nostre famiglie e della gioia di alcuni giorni privilegiati. Per san Luca è certamente questo, ma è anche molto di più: è la prova che i tempi messianici sono arrivati. Gli apostoli sono diventati capaci di vivere da fratelli grazie al dono dello Spirito. E? tutto ciò che lo Spirito ci rende capaci di fare: lui che prosegue la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione (secondo la splendida espressione della preghiera eucaristica). Questo è il segno dello Spirito effuso sul mondo dal Messia: è proprio ciò che avevano promesso i profeti. La fraternità, la pace, la giustizia, l’abolizione del male sono i valori del Regno di Dio che il Messia doveva instaurare e di cui i primi cristiani hanno dato più volte l’esempio. Questa è la prova che Gesù è davvero il Messia atteso, la prova che ha effuso sul mondo lo Spirito di Dio. Allora si comprende l’espressione: “Un senso di timore era in tutti”: è lo stupore davanti all’opera di Dio. Luca ci dice: vedete, fratelli miei, i primi segni del Regno sono già qui; ecco ciò che lo Spirito Santo ci permette di vivere nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità quando ci lasciamo guidare da lui nella luce di Pasqua. Dalla Risurrezione di Cristo è nata un’umanità nuova, quella che cresce lentamente attorno e all’immagine del Figlio di Dio. San Paolo direbbe: guardate, siamo davvero risorti! Cioè: viviamo realmente una vita nuova; l’uomo vecchio (il comportamento di un tempo) è morto. Luca, pagano convertito, si meraviglia dell’espansione irresistibile del Vangelo: Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Osservo, di passaggio, che è il Signore a far entrare nuovi membri nella comunità! A noi, che cosa è chiesto? Forse, semplicemente, di essere vere comunità cristiane, degne di questo nome. Perché è attraverso la sua vita molto concreta che la comunità rende testimonianza alla Risurrezione di Cristo: una vita fatta di condivisione della Parola e del pane, di preghiera, di condivisione di tutti i beni, il tutto nella gioia! È davvero un mondo capovolto! In particolare, lo spogliamento personale e la condivisione di tutti i beni: ecco qualcosa di irrealizzabile per uomini ordinari… a meno che non siano abitati dallo Spirito di Dio, quello che Cristo stesso ha donato loro. Gesù aveva detto: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. È questo che dimostrerà al mondo intero che Gesù è vivo; ed è questo che giudica una volta per tutte le nostre liti e maldicenze, le nostre intolleranze e divisioni, i nostri rifiuti di condividere. Naturalmente, non ci è vietato attingere da questi bei ritratti dei criteri per verificare la qualità delle nostre comunità (famiglie, gruppi, comunità cristiane). È un po’ come se Luca ci dicesse: chi ha orecchi per intendere, intenda! Perché, in fondo, quello che abbiamo ascoltato è proprio un programma di vita cristiana; se conto bene, ci sono quattro punti: ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere la comunione fraterna (fino alla condivisione dei beni), spezzare il pane e partecipare alle preghiere. Per concludere, mi sembra che la grande Buona Notizia di questo testo sia questa: questo comportamento nuovo, ispirato dallo Spirito Santo, è possibile! Proprio come le foto dei giorni di festa ci ricordano le possibilità di amore nelle nostre famiglie. Ma questo può anche suggerirci alcune domande: Luca annota che erano “perseveranti insieme” nel tempio e fedeli nello spezzare il pane nelle case con letizia  semplicità di cuore. .Oggi diremmo: vivevano l’Eucaristia. Questo significa almeno tre cose: anzitutto, la Messa della domenica è molto più di un obbligo è una necessità vitale: la pratica eucaristica è indispensabile per ciascuno di noi nella vita di fede. Inoltre, cosa ancora più seria, ogni volta che uno di noi non partecipa all’Eucaristia, è la comunità stessa a essere privata di uno dei suoi membri. Infine, terzo aspetto, una comunità è gravemente penalizzata quando è privata di questo nutrimento regolare: ciò pone evidentemente il problema di tante comunità cristiane prive di sacerdote, talvolta da molto tempo, mentre alcune parrocchie nelle nostre regioni offrono un’ampia scelta di orari di Messe per rispondere a tutte le esigenze. Non possiamo che ammirare il dinamismo della fede di coloro che sanno far vivere le loro comunità nonostante l’assenza del sacerdote.

 

*Salmo responsoriale (117/118)  

 Abbiamo già cantato questo salmo 117/118 durante la notte pasquale e nel giorno stesso di Pasqua. E anzi, ogni domenica ordinaria, esso fa parte dell’Ufficio delle Lodi nella Liturgia delle Ore. Non c’è da stupirsi: per gli Ebrei, questo salmo riguarda il Messia; per noi cristiani, quando celebriamo la Risurrezione di Cristo, riconosciamo in lui il Messia atteso da tutto l’Antico Testamento, il vero re, il vincitore della morte. È dunque su questo duplice livello — dell’attesa ebraica e della fede cristiana — che occorre considerarlo. Per la fede ebraica è un salmo di lode: comincia infatti con la parola Alleluia, che significa lodate Dio e che dà bene il tono dell’insieme; inoltre, comprende ventinove versetti e, su questo insieme, compare più di trenta volte la parola “Signore” (il tetragramma YHWH) ho almeno “Yah” che ne è la prima sillaba… e sono altrettante espressioni di lode per la grandezza di Dio, l’amore di Dio, l’opera di Dio per il suo popolo… Una vera litania! Questo salmo di lode è previsto per accompagnare un sacrificio di azione di grazie durante la festa delle Capanne, festa importante e gioiosa che dura otto giorni in autunno: troviamo tracce della gioia di questa festa nel testo stesso del salmo. Per esempio: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo”.

Durante questa festa si abita per otto giorni sotto le tende, in memoria delle tende dell’Esodo dopo l’uscita dall’Egitto, per ritrovare il senso dell’Alleanza. Poi vi sono numerose celebrazioni nel Tempio di Gerusalemme e si compiono processioni attorno all’altare agitando rami e cantando “Osanna”, che significa “Dona, Signore, dona la salvezza” ed essendo l’attesa del Messia molto viva nello spirito di questa festa, si ripete “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, come una sorta di preghiera per affrettarne la venuta. Un altro rito significativo era una grande e spettacolare illuminazione del Tempio, nell’ultima sera. Tutti questi riti risuonano in questo salmo, a condizione di leggerlo per intero. Per esempio in altri versetti che non ascoltiamo nella liturgia della seconda domenica di Pasqua si proclama “Con rami in mano, formate il corteo fino all’altare… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, “Di, il Signore ci illumina” alludendo all’illuminazione dell’ultima sera. Tutto questo riguarda le parole della lode e questi sono i motivi: per parlare della storia d’Israele, il salmo racconta la vicenda di un re che ha appena affrontato una guerra senza pietà e ha ottenuto la vittoria. Questo re viene ora a rendere grazie al suo Dio per averlo sostenuto. Dice per esempio: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signor mi ha aiutato… e ancora tutte le nazioni mi hanno circondato: nel nome del Signore le ho sconfitte… e ancora: Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore””.  Chi parla è dunque un re che è scampato miracolosamente a tutti gli attacchi dei popoli nemici; ma in realtà sappiamo cosa leggere tra le righe: è la storia del popolo d’Israele. Molte volte, nel corso della sua storia, ha sfiorato l’annientamento; ma ogni volta il Signore lo ha rialzato, ed esso lo celebra in questa grande festa delle Capanne: canta “Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. Questo ruolo di testimone delle opere del Signore è la vocazione propria d’Israele; ed è nella coscienza stessa di questa vocazione che ha trovato la forza di sopravvivere a tutte le sue prove lungo la storia. Per noi cristiani questo salmo richiama una parentela tra la festa ebraica delle Capanne e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che commemoriamo nella Domenica delle Palme. Ma soprattutto, la gioia che attraversa questo salmo si addice al Risorto nel mattino di Pasqua! Egli è quel re vittorioso e, a ben vedere, gli evangelisti, ciascuno a modo suo, ce lo presenta come il vero re. Matteo  ad esempio, ha costruito l’episodio della visita dei Magi in modo da farci comprendere che il vero re non è quello indicato dagli storici ( Erode), ma il bambino di Betlemme… oppure Giovanni, che,  nel racconto della Passione, presenta chiaramente Gesù come il vero re dei Giudei. Meditando il mistero di questo Messia rifiutato, disprezzato, crocifisso, gli apostoli hanno scoperto un nuovo senso di questo salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”.  Gesù lo aveva già citato nella parabola dei vignaioli omicidi mostrando che è lui la pietra angolare, rifiutata dai costruttori e divenuta pietra fondamentale cioè, rifiutato dal suo popolo, è diventato la pietra di fondazione del nuovo Israele. Egli è veramente “colui che viene nel nome del Signore” come dice il salmo: questa stessa espressione è stata usata durante il suo ingresso solenne a Gerusalemme. Infine, sappiamo che questo salmo veniva cantato a Gerusalemme in occasione di un sacrificio di azione di grazie. Gesù, invece, ha appena compiuto il sacrificio di azione di grazie per eccellenza! Egli prende la guida del nuovo Israele che rende grazie a Dio suo Padre: ed è proprio questo che caratterizza Gesù. Tutto il suo atteggiamento verso il Padre è azione di grazie inaugurando così tra Dio e l’umanità l’Alleanza nuova: quella in cui l’umanità non è altro che risposta d’amore all’amore del Padre.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera si san Pietro apostolo (1, 3-9)          

 Alcuni si chiedono se Pietro non abbia ripreso qui un inno che si cantava durante i battesimi… Non ne abbiamo la prova, ma è comunque un’ipotesi interessante che può aiutarci a comprendere meglio questo testo. Si riconoscono facilmente tre strofe di cui offro un breve riassunto: Prima strofa (vv. 3, 4, 5): “Benedetto sia Dio…”. Egli ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Cristo e ormai viviamo nella fede e nella speranza; come dice un canto ben conosciuto: Dio fa di noi, in Gesù Cristo, uomini liberi. Seconda strofa (vv. 6 e 7): la speranza ci fa già sussultare di gioia, ma siamo ancora nel tempo della prova della nostra fede. Terza strofa (vv. 8 e 9): beati quelli che credono senza aver visto; la nostra fede ci dona già una gioia inesprimibile che ci trasfigura. La parola fede compare cinque volte in queste poche righe. Non è sorprendente, se ci troviamo in una celebrazione battesimale; e vi è anche una gioia straordinaria, che egli definisce inesprimibile, nonostante le prove presenti (anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo da varie prove, v. 6): qui si rivolge evidentemente a comunità cristiane che vivono in un mondo ostile, probabilmente perseguitati e questo sembra proprio essere il caso dei destinatari di Pietro. Riprendo ora per comodità le tre strofe una per una: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”: la forma è giudaica, il contenuto è cristiano; iniziare con una grande benedizione di Dio è tipico della preghiera ebraica; ed è certamente qualcuno che ha molto cantato i salmi a poter scrivere un testo simile! Ma il contenuto è cristiano: nei salmi Dio è celebrato come il Dio dei Padri, Abramo, Isacco, Giacobbe… ormai la Rivelazione ha compiuto un passo decisivo: Dio è conosciuto come Padre di Gesù Cristo ed è per mezzo di Gesù Cristo che realizza il suo disegno sull’umanità. “Dio ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Gesù Cristo”: come Gesù stesso nel dialogo con Nicodemo, Pietro parla del battesimo come di una nuova nascita, e questa nuova nascita ha la sua sorgente nella risurrezione di Cristo; oggi noi, dopo ben oltre duemila anni di cristianesimo, siamo talmente abituati alla formula “Gesù Cristo è risorto” che forse non ne percepiamo più lo shock; ma i primi cristiani lo vivevano come una vera rivoluzione: ormai, per loro, il volto del mondo era cambiato; come dice Paolo, il mondo antico è passato, ne è nato uno nuovo (2 Cor 5).

Si ritrova anche molto forte in Pietro un altro tema tipico di Paolo: la tensione tra il presente e il futuro: tutto è già compiuto nella risurrezione di Cristo e dunque egli parla al passato: Dio ci ha fatto rinascere… tutto è già deciso, per così dire; ma tutto resta ancora da venire: siamo protesi verso la salvezza pronta a rivelarsi negli ultimi tempi, come dice Pietro. La parola “salvezza! si potrebbe tradurre con vita… che non conosce né corruzione, né macchia, né marcimento; si potrebbe tradurre anche con liberazione da tutto ciò che è appunto corruzione, macchia, marcimento. Una salvezza, una liberazione già compiuta in Gesù Cristo, ma nella quale tutta l’umanità non è ancora entrata: ed è questo ciò che resta da venire.

È il fatto che già tutto è compiuto fin d’ora  fa sussultare di gioia, come dice Pietro; i giorni in cui siamo tristi sono forse quelli in cui perdiamo di vista questa grande notizia della Pasqua: la buona notizia che l’amore e la vita sono più forti di ogni odio e della morte anche se in certe situazioni, questa certezza tende ad affievolirsi e la nostra fede viene allora messa alla prova! E la seconda strofa lo dice bene: «Siete afflitti per un po’ di tempo da varie prove», dice Pietro. Il seguito della lettera lascia intravedere le difficoltà di cui si tratta, probabilmente l’ostilità incontrata da questi giovani cristiani che appaiono come marginali in un mondo pagano.

L’ultima strofa riprende questo tema della fede nel tempo dell’attesa; Pietro ha avuto il privilegio di conoscere e frequentare a lungo Gesù Cristo, ma si rivolge a cristiani che non lo hanno conosciuto e sviluppa per loro la beatitudine che Gesù aveva detto a Tommaso: “Beati quelli che credono senza aver visto” e li incoraggia: Voi lo amate senza averlo visto; e senza vederlo ancora, credete in lui… ed esultate di una gioia “indicibile e gloriosa”. Quando usa l’espressione gioia gloriosa, Pietro sa di cosa parla, lui che ha avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione di Gesù: e sul volto dei cristiani ritrova un riflesso della luce che irradiava Gesù stesso. Questa insistenza di Pietro sulla gioia dei cristiani, una gioia al tempo stesso inesprimibile e più forte di tutte le prove passeggere, risuona oggi come un appello a far sì che sul nostro volto tutti possano vedere la gioia del nostro battesimo, come riflesso di Gesù trasfigurato. Tradizionalmente, questa domenica si chiamava «in albis», cioè «in vesti bianche». Infatti i neobattezzati della notte di Pasqua portavano la loro veste battesimale per tutta la settimana pasquale. E questa domenica rappresentava per loro come una festa dei battezzati.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)

 Era dopo la morte di Gesù, la sera del primo giorno della settimana, cioè la domenica. Questa non è soltanto una precisazione temporale che san Giovanni ci offre, ma piuttosto un piccolo importante segnale. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, sono già passati circa cinquant’anni dai fatti, cioè dalla passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Cinquant’anni durante i quali i cristiani si riuniscono ogni domenica per celebrare la risurrezione di Gesù ed allora il messaggio che vuol dare è: “Capite allora perché ci raduniamo ogni domenica?” Il raduno dei cristiani ogni domenica era una caratteristica dei cristiani nel mondo giudaico ed era proprio per far memoria della risurrezione di Cristo. Per gli Ebrei, il primo giorno della settimana - la domenica - era un giorno lavorativo come gli altri, mentre il settimo giorno, il sabato (lo shabbat), era il giorno di festa, di riposo, di assemblea, di preghiera. Ora, è il giorno dopo lo shabbat che Gesù è risorto, e più volte si è mostrato vivo ai suoi apostoli dopo la risurrezione sempre il primo giorno della settimana: così, per i cristiani, quel giorno ha assunto un significato particolare. Questo primo giorno della settimana appare come il primo giorno dei tempi nuovi: come la settimana di sette giorni degli Ebrei ricordava i sette giorni della Creazione, così questa nuova settimana iniziata con la risurrezione di Cristo è stata compresa dai cristiani come l’inizio della nuova Creazione. I discepoli avevano chiuso le porte del luogo dove si trovavano, per paura dei Giudei quando Gesù venne e stette in mezzo a loro. Giovanni sottolinea che i discepoli sono chiusi dentro e per paura  perché, se avevano ucciso il Maestro, potevano benissimo uccidere anche i suoi discepoli. ma anche questo mette bene in luce la libertà di Cristo. Tutto è chiuso, ma per lui non c’è problema: non ama chiavistelli e, soprattutto, non conosce la paura! E, proprio per questo, la sua prima parola è: “Pace a voi”!. Era il saluto giudaico abituale… ma è comunque un saluto sorprendente dopo tutto ciò che è accaduto! La paura, l’angoscia degli ultimi mesi prima dell’arresto di Gesù, l’orrore della sua passione e della sua morte, la notte del giovedì, il giorno del venerdì e quel silenzio del sabato, dopo che Gesù è stato deposto nel sepolcro… È possibile essere nella pace come se nulla fosse accaduto? Eppure, è incredibile ma vero: egli è davvero vivo… e, per dimostrarlo, mostra le sue piaghe, i segni permanenti della crocifissione. A questo proposito, si rimarca proprio che i segni sono ancora presenti nelle sue mani, nei piedi, nel costato: la Risurrezione non cancella la nostra morte. Allora, anche se può sembrare incredibile, san Giovanni annota che i discepoli gioirono. È qualcosa di inaudito ciò che stanno vivendo! E, a questo punto, Giovanni continua: “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi”. Ora possono davvero essere nella pace… non come se nulla fosse accaduto, ma nonostante ciò che è accaduto: perché questa pace del Risorto va ben oltre tutto ciò che può succedere. “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui  perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro ai quali non perdonerete non saranno perdonati”. Colpisce il legame tra il dono dello Spirito e la missione della riconciliazione: nella Bibbia, lo Spirito è sempre dato per una missione. Ma in definitiva, può esserci altra missione più importante che riconciliare gli uomini con Dio? Tutto il resto da questo deriva. È un ordine, che Gesù dà: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Andate ad annunciare che i peccati sono rimessi, cioè perdonati. Siate ambasciatori della riconciliazione universale. E se non andate, la Buona Notizia, il vangelo della Riconciliazione non sarà annunciata. Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me…”: dalla bocca stessa di Gesù Cristo, abbiamo un riassunto di tutta la sua missione perché è come se dicesse: Il Padre mi ha mandato per annunciare la riconciliazione universale, per proclamare che i peccati sono perdonati. e che Dio non tiene il conto dei peccati degli uomini; in altre parole sono venuto ad annunciare una sola cosa: che Dio è tutto Amore e Perdono. A vostra volta, io mando voi per la stessa missione. Pertanto occorre fare bene attenzione: l’unico vero peccato, che è alla radice di tutti gli altri, è non credere o rifiutare l’amore di Dio: io dunque vi mando perché annunciate a tutti gli uomini l’amore infinito di Dio, cioè che Dio è Misericordia infinita. Ma come far conoscere l’amore di Dio? Non basta annunciare la misericordia di Dio; occorre “dare la vita” per la “salvezza” delle anime. Quando comprenderemo che questo è tutto il vangelo e quanto grande è la nostra responsabilità? 

 

NB Attenzione: Resta da comprendere bene la frase: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Mi sono lasciato prendere da un’analisi strutturale e teologica che con voi condivido.  

 

Greco

Traslitterazione

Traduzione italiana

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

ἀφῆτε

aphēte

rimettete / lasciate andare

τὰς

tas

i (femminile plurale, oggetto)

ἁμαρτίας

hamartias

peccati

ἀφέωνται

apheōntai

sono rimessi

αὐτοῖς

autois

a loro

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

κρατῆτε

kratēte

trattenete / tenete

κεκράτηνται

kekratēntai

sono trattenuti

 

Testo greco completo con translitterazione ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας, ἀφέωνται αὐτοῖς· (an tinōn aphēte tas hamartias, apheōntai autois) ἄν τινων κρατῆτε, κεκράτηνται. (an tinōn kratēte, kekratēntai) Traduzione fluida del versetto: “A chi voi rimettete i peccati, essi sono già rimessi; a chi li trattenete, restano trattenuti.”  La frase è costruita in due movimenti paralleli: ἀφῆτε (voi rimettete),  ἀφέωνται (sono già rimessi da Dio); κρατῆτε (voi trattenete), κεκράτηνται (sono già  trattenuti)  Emergere subito: azione visibile e realtà divina.  Verbi degli apostoli: ἀφῆτε / κρατῆτε  che sono aoristo congiuntivo e il significato: atto puntuale e decisivo, evento reale. b) Verbi finali ἀφέωνται / κεκράτηνται sono perfetto passivo e significa: azione già compiuta e già stabilizzata da Dio, effetto duraturo. Perché Giovanni usa l’aoristo? Non usa il presente perché non indica un’azione continua, ma l’aoristo che significa:“Nel momento in cui rimettete o trattenete i peccati, accade un atto reale e decisivo” e l’atto degli apostoli entra dentro l’azione effettiva permanente di Dio. Conseguenze teologiche: Primato di Dio: solo Dio perdona. Ruolo della Chiesa: rendere visibile, applicare concretamente il perdono e il peccato o è tolto o resta. Intuizione spirituale Il perdono è evento reale, non simbolo e La Chiesa, strumento visibile, ma l’efficacia è di Dio. Sintesi finale: Quando la Chiesa rimette i peccati, accade un atto reale e decisivo nel quale si manifesta e si rende presente il perdono che è già operante di Dio; quando li trattiene, si constata che quel perdono non è purtroppo accolto. E qui sta il problema: perché non è accolto? Il perdono non è un’idea né un processo: è un evento di Dio, e la Chiesa lo rende visibile. Dio ci perdona sempre e noi siamo perdonati quando confessiamo con fede il nostro peccato. Dio è Misericordia  infinita che non viene mai meno e desidera che tutti siano salvati; ma occorre che l’uomo  accolga il suo amore gratuito nel cuore. La Chiesa è chiamata a rendere visibile questo perdono ogni giorno, senza sosta, e ogni cristiano è responsabilizzato a testimoniare e annunciare il perdono che è amore assolutamente gratuito di Dio affinché tutti possano credere, accoglierlo e sperimentarlo nella propria vita. In definitiva: Dio perdona sempre senza fine e chi crede lo annuncia e lo vive come vangelo che entra nel proprio sangue. Concludo con questo messaggio da Madjugorie 2 marzo 1997 “Cari figli! Pregate per i vostri fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore di Dio Padre e per quelli per i quali è più importante la vita sulla terra. Aprite i vostri cuori a loro e vedete in loro mio Figlio che li ama. Dovete essere la mia luce: illuminate tutte le anime in cui regna il buio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Dipende da voi, dice Gesù, agli apostoli e oggi a noi, che i vostri fratelli conoscano e sperimentino l’amore di Dio e vivano nella sua misericordia. Il progetto di Dio sarà pienamente compiuto solo quando anche voi, a vostra volta, avrete portato a termine la vostra missione. Insomma, capite bene, come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E non avete molto tempo da perdere

 

+Giovanni D’Ercole

Martedì, 31 Marzo 2026 05:29

Spezzato: diversa Perfezione

(Lc 24,13-35)

 

Dopo le prime persecuzioni (64), la sanguinosa guerra civile a Roma (68-69) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70), i ribelli dell’impero tendevano a diminuire - insieme ai cristiani di seconda generazione, testimoni diretti dell’insegnamento Apostolico.

In tale realtà, del tutto nuova e insidiata dal pericolo della routine, dopo forse più d’una dozzina d’anni dalla caduta di Masada (73), Lc redige un Vangelo per ellenisti convertiti - ma educati all’ideale di ‘uomo greco’.

Il suo scopo era porre argine alle defezioni, incoraggiare nuovi fedeli, consentire ai culturalmente lontani un’esperienza viva del Signore.

 

Il Risorto ha una Vita non più assoggettata ai sensi, perché piena.

Ora è la comunità che lo manifesta Presente [o - purtroppo - inutile e assente].

Condizionati da una falsa visuale inoculata da pessimi maestri e valori pagani, i discepoli provavano ancora sconcerto di fronte al “fallimento”.

Le aspettative della religione, delle filosofie, della vita nell’impero, li rendevano foschi e smarriti durante le prove di Fede.

 

Tutti attendevano l’«uomo divino»: dominatore, possidente, riverito, vendicatore, titolato e super-affermato. Capace di trascinare i suoi a medesima “fortuna”.

Lc ribalta la prospettiva banale, perché dentro ciascuno di noi esiste una saggezza innata, talora soffocata d’idee esterne, ma diversa.

Solo una differente intelligenza delle sacre Scritture che ancora risuonano colme di profezia critica - ci scalda il cuore e rende riconoscibili, in Cristo.

Sapienza che si abbina alla qualità di vita sperimentata in una fraternità poliedrica e pur indigente, ma che non abbandona nessuno.

Nella chiesa autentica, infatti, la sinergia delle differenze e dei lati opposti configura una ‘nuova alleanza’; apre gli occhi a tutti, manifestando intensamente il Figlio.

E il Risorto non si appiccica agli ultimi arrivati in modo paternalistico (vv.28.31) ma chiama con fiducia a reinterpretarlo nell’amore, senza confini e ruoli identificati.

La sua Presenza in spirito e azioni consente a chiunque un calibro di vita coniata-spezzata senza previe condizioni di compiutezza.

Da qui il Ritorno (v.33) e l’Annuncio personale (v.35), invece d’indifferenza o fuga.

 

Il passo di Lc è una delle testimonianze più profonde della Pasqua di Gesù.

La tragedia della Croce spaventa, così l’insuccesso. Ma non incontriamo schiettamente il Signore come giustiziere, o nel fervore di una guerra vittoriosa.

Cristo non è un condottiero. Liberatore sì.

L’ordine nuovo sognato non sarà artificioso, procedurale, foraneo; né raggiunto con trionfo militare: Lo disconoscerebbe.

Incontriamo il Risorto fuori del sepolcro, Lo cogliamo in un cammino e nel senso autentico delle «Scritture viventi»; nello «spezzare il Pane» che illumina il senso della vita ecclesiale.

«Vediamo» personalmente il ‘Figlio innalzato’ edificando la nuova comunità dei discepoli che fioriscono a motivo dei rovesci - facendo sì che anche i fratelli possano incontrarsi con la Pasqua.

Apostoli che non si perdono nella storia.

Nel loro «iniziare incessante» c’è una ‘scoperta’ e qualcosa di speciale, anormale, irrompente; che getta continue fondamenta.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando hai fatto esperienza di un Gesù che si accosta delicatamente e prende il tuo passo? Per te la Croce è una catastrofe?

 

 

[Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua, 8 aprile 2026]

Martedì, 31 Marzo 2026 05:26

Chiave e Testamento

Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. L’insegnamento di Cristo – la spiegazione delle profezie – fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, “ma lui sparì dallo loro vista” (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). 

In tutto l’anno liturgico, particolarmente nella Settimana Santa e nella Settimana di Pasqua, il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza. I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena, dove Gesù spezzò il pane e così anticipò la sua morte e la sua risurrezione, dando se stesso ai discepoli. Gesù spezza il pane anche con noi e per noi, si fa presente con  noi nella Santa Eucaristia, ci dona se stesso e apre i nostri cuori. Nella Santa Eucaristia, nell’incontro con la sua Parola, possiamo anche noi incontrare e conoscere Gesù, in questa duplice Mensa della Parola e del Pane e del Vino consacrati. Ogni domenica la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno. Cari fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni renda ancor più salda la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli. Ancora a tutti voi cordiali auguri di Buona Pasqua.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 26 marzo 2008]

Martedì, 31 Marzo 2026 05:22

Testimoni che Egli Rimane

2. Cari fratelli e sorelle! Anche noi, in questa ora, preghiamo il Signore: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino” (Lc 24, 29). Questo invito che i discepoli di Emmaus rivolgono al Signore guidi la nostra odierna liturgia festiva; infatti, il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua ci conduce sulla via di Emmaus. Questo luogo ha una grande importanza nel contesto degli avvenimenti pasquali: è un luogo d’incontro con Cristo, un luogo dell’apparizione del Signore risorto.

Nell’interpretazione dei popoli veterotestamentari, la festa pasquale ricorda il “passaggio” del Signore, l’esodo degli Israeliti dalla “casa della servitù” dell’Egitto sulla via della terra promessa. Dio stesso guida, libera e salva il suo popolo. All’inizio di quest’esodo vi era stato il segno dell’agnello: il suo sangue avrebbe contraddistinto le case degli Israeliti ed avrebbe salvato i loro abitanti dalla punizione della morte; la sua carne rifocillò gli Israeliti nell’ultima cena prima della partenza.

Animati da questa fede del loro popolo, i due discepoli di Emmaus avevano partecipato alla festa pasquale degli Ebrei di Gerusalemme, ed avevano anche visto la crocifissione di Gesù Cristo. Quando, sulla strada del ritorno, era apparso loro il Signore senza che lo riconoscessero immediatamente, egli spiegò loro in quale modo la festa pasquale della nuova alleanza fosse stata preannunciata negli avvenimenti dell’Antico Testamento; e precisamente nell’esodo dalla servitù verso la libertà. Quest’esodo si compie ora nel passaggio dalla morte alla vita, dal peccato all’amicizia con Dio. E questo nuovamente avviene con l’ausilio di un agnello: l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, Gesù Cristo, il nostro Redentore. Di lui e del suo destino parlano già Mosè ed i profeti, addirittura l’“intera Scrittura”. Per questo il Signore risorto poté domandare a buon diritto: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 25s.).

3. In effetti, molte affermazioni contenute nell’Antico Testamento predicono gli eventi dell’Ultima Cena e del Golgota. Questi annunci, però, non si sarebbero adempiuti se gli avvenimenti pasquali non si fossero svolti nei tempi e nei modi prestabiliti da Dio a Gerusalemme. E nonostante tutto ciò, i discepoli di Gesù non hanno riconosciuto l’evento così drammatico e toccante, vissuto con il loro Maestro durante la festa di Pasqua degli Ebrei, immediatamente nel suo vero significato e nella sua più profonda verità. Riuscì loro difficile “credere alla parola dei profeti” (Lc 24, 25s.). Questa verità era così difficile da riconoscere per loro, che erano abituati ad un’altra comprensione delle sacre Scritture. Per quale motivo il Messia avrebbe dovuto soffrire, essere condannato e morire sulla croce, essere disprezzato e schernito come un reietto? Così, in un primo momento, sono come accecati, scoraggiati e tristi, come paralizzati.

Per l’uomo è e rimarrà sempre incomprensibile perché la via della salvezza debba passare attraverso la sofferenza. Per questo l’incontro sulla via da Gerusalemme ad Emmaus è così significativo; non solo in relazione agli eventi pasquali di allora, ma per sempre, per tutti i tempi - anche per noi. Su questa via i discepoli hanno imparato da Gesù un nuovo modo di leggere le sacre Scritture ed a scoprire in esse una testimonianza profetica su di lui, una predizione su di lui, sul suo messaggio e sulla sua missione di salvezza. Attraverso questo insegnamento i discepoli vengono istruiti dal Signore stesso per diventare suoi testimoni. Così Pietro, nella liturgia odierna, rende testimonianza della risurrezione del Signore da questa nuova, più profonda comprensione dell’evento pasquale davanti agli uomini. In questa luce di Cristo, del Risorto, egli comprende ed annuncia anche il salmo di Davide: “Perché tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi” (At 2, 27).

Quando Gesù rivela ai due discepoli sulla via di Emmaus il vero senso della sacra Scrittura, gli apostoli che sono a Gerusalemme già sanno, che questo salmo si è realizzato concretamente: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24, 26).

4. L’incontro sulla via di Emmaus ha una grande importanza anche perché in questo modo Gesù ha sottolineato ai suoi discepoli, dopo la sua morte sulla croce, che egli rimane con loro. Egli è con loro nonostante o proprio a causa del venerdì, di passione e rimarrà per sempre con la sua Chiesa secondo la sua promessa: “Non vi lascerò orfani tornerò da voi” (Gv 14, 18).

Cristo non è solamente colui che è stato, ma molto di più colui che è. Egli fu presente sulla via per Emmaus, ed egli è anche presente su tutte le vie del mondo, per le quali camminano, attraverso le generazioni ed i secoli, i suoi discepoli.

5. Cari fratelli e sorelle! Dall’incontro con il Signore risorto sulla via di Emmaus, nuova luce è scesa per i due discepoli sulle sacre Scritture e sugli avvenimenti del Calvario, nuova luce scese nel buio della loro stessa vita. Luce scende anche sulla storia e sui destini dell’umanità e della Chiesa, e quindi anche sulla Chiesa di Augusta. Cristo ha dimostrato come il Messia “dovesse” soffrire, per poter compiere la sua missione salvifica. Non è forse vero che proprio in questa luce riusciamo a vedere ed a comprendere, a volte, il buio e le sofferenze che i discepoli di Cristo e la Chiesa hanno affrontato nel loro cammino attraverso la storia? Attraverso di essa spesso si riesce a riconoscere, nelle prove e nelle sofferenze, la mano buona e premurosa di Dio, che attraverso l’esperienza della croce ci porta alla salvezza ed alla resurrezione.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia in Augusta 3 maggio 1987]

Martedì, 31 Marzo 2026 05:09

Inizia e finisce in Cammino

Il Vangelo di oggi, ambientato nel giorno di Pasqua, racconta l’episodio dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). È una storia che inizia e finisce in cammino. C’è infatti il viaggio di andata dei discepoli che, tristi per l’epilogo della vicenda di Gesù, lasciano Gerusalemme e tornano a casa, a Emmaus, camminando per circa undici chilometri. È un viaggio che avviene di giorno, con buona parte del tragitto in discesa. E c’è il viaggio di ritorno: altri undici chilometri, ma fatti al calare della notte, con parte del cammino in salita dopo la fatica del percorso di andata e tutta la giornata. Due viaggi: uno agevole di giorno e l’altro faticoso di notte. Eppure il primo avviene nella tristezza, il secondo nella gioia. Nel primo c’è il Signore che cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono; nel secondo non lo vedono più, ma lo sentono vicino. Nel primo sono sconfortati e senza speranza; nel secondo corrono a portare agli altri la bella notizia dell’incontro con Gesù Risorto.

I due cammini diversi di quei primi discepoli dicono a noi, discepoli di Gesù oggi, che nella vita abbiamo davanti due direzioni opposte: c’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto sé stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita, cioè i fratelli che attendono che noi ci prendiamo cura di loro. Ecco la svolta: smettere di orbitare attorno al proprio io, alle delusioni del passato, agli ideali non realizzati, a tante cose brutte che sono accadute nella propria vita. Tante volte noi siamo portati a orbitare, orbitare… Lasciare quello e andare avanti guardando alla realtà più grande e vera della vita: Gesù è vivo, Gesù mi ama. Questa è la realtà più grande. E io posso fare qualcosa per gli altri. È una bella realtà, positiva, solare, bella! L’inversione di marcia è questa: passare dai pensieri sul mio io alla realtà del mio Dio; passare – con un altro gioco di parole – dai “se” al “sì”. Dai “se” al “sì”. Cosa significa? “Se fosse stato Lui a liberarci, se Dio mi avesse ascoltato, se la vita fosse andata come volevo, se avessi questo e quell’altro…”, in tono di lamentela. Questo “se” non aiuta, non è fecondo, non aiuta noi né gli altri. Ecco i nostri se, simili a quelli dei due discepoli. I quali passano però al sì: “sì, il Signore è vivo, cammina con noi. Sì, ora, non domani, ci rimettiamo in cammino per annunciarlo”. “Sì, io posso fare questo perché la gente sia più felice, perché la gente migliori, per aiutare tanta gente. Sì, sì, posso”. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia e alla pace, perché quando noi ci lamentiamo, non siamo nella gioia; siamo in un grigio, in un grigio, quell’aria grigia della tristezza. E questo non aiuta neppure ci fa crescere bene. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia del servizio.

Questo cambio di passo, dall’io a Dio, dai se al sì, com’è accaduto nei discepoli? Incontrando Gesù: i due di Emmaus prima gli aprono il loro cuore; poi lo ascoltano spiegare le Scritture; quindi lo invitano a casa. Sono tre passaggi che possiamo compiere anche noi nelle nostre case: primo, aprire il cuore a Gesù, affidargli i pesi, le fatiche, le delusioni della vita, affidargli i “se”; e poi, secondo passo, ascoltare Gesù, prendere in mano il Vangelo, leggere oggi stesso questo brano, al capitolo ventiquattro del Vangelo di Luca; terzo, pregare Gesù, con le stesse parole di quei discepoli: “Signore, «resta con noi» (v. 29). Signore, resta con me. Signore, resta con tutti noi, perché abbiamo bisogno di Te per trovare la via. E senza di Te c’è la notte”.

Cari fratelli e sorelle, nella vita siamo sempre in cammino. E diventiamo ciò verso cui andiamo. Scegliamo la via di Dio, non quella dell’io; la via del sì, non quella del se. Scopriremo che non c’è imprevisto, non c’è salita, non c’è notte che non si possano affrontare con Gesù. La Madonna, Madre del cammino, che accogliendo la Parola ha fatto di tutta la sua vita un “sì” a Dio, ci indichi la via.

[Papa Francesco, Regina Coeli 26 aprile 2020]

Lunedì, 30 Marzo 2026 10:42

Triduo Pasquale e Pasqua

Triduo Pasquale e Pasqua  [2-5 aprile 2026]

La Settimana Santa, la settimana più importante dell’anno per noi cristiani, permette ai credenti di immergersi negli eventi centrali della Redenzione rivivendo il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. Sono i giorni del Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, che ci aiutano ad aprire il cuore alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Dono immenso che troviamo narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cf2,6-11), che in Quaresima si ha l’occasione di meditare spesso, nel quale san Paolo ripercorre tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po' nel nostro essere, l'umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell'essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell'ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell'amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2,10-1). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (cfr Is 45,23)  Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega. Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana - Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo - fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).

Fermiamoci ora a meditare brevemente sui vari momenti del Triduo Santo Pasquale Preludio al Triduo pasquale, con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo.

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, - egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso - nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte.

Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (cfr Mc14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.

La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo” (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!” .

Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali.

Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione.

Disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti  (Cfr 19,25-27). Insieme a Maria entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, anche se in anticipo formulo a voi tutti ogni più caro augurio di una lieta e santa Pasqua, che estendete alle vostre famiglie, alle vostre parrocchie e alle vostre comunità.

 

+Giovanni D’Ercole

La Nuova Creazione, dall’Ascolto

(Gv 20,11-18)

 

Mc narra di un giovane vestito di bianco, Mt di un angelo, Lc di due uomini vestiti di bianco, Gv di due angeli.

I racconti sull’annunciazione e sugli annunciatori della Risurrezione non si conciliano secondo il nostro modo di raccontare.

Per evitare una limitata visuale circa la vittoria della Vita, è opportuno comprendere che non stiamo celebrando la settimana delle apparizioni del Risorto, ma delle sue Manifestazioni [testo greco].

Non appare solo a qualcuno - ad altri no: si Manifesta. Lo sperimentiamo.

E c’è una nuova Creazione: ora non si riconosce Gesù quando lo si vede, ma allorché si ‘ascolta’ (v.16).

Il Signore si fa ‘vedere’ non nel momento della visione, bensì nel tempo della Parola, dell’Appello personale che fa «voltare» lo sguardo dal senso di marcia irrilevante che si aggrappa all’immagine di “ieri”.

L’esperienza del Cristo vivo esclude i ricordi da custodire piangendo.

È relazione attuale e fondata, convincente, ricca di sfaccettature e accessibile - diretta.

La stessa osservanza della legge antica [v.1: nel caso particolare, del sabato] sembra ritardare l’esperienza della forza dirompente della rinascita, nello Spirito.

 

Man mano, nelle prime comunità si stavano riattivando quelle energie personali primordiali che neppure i ricatti, le intimidazioni e le emarginazioni dell’apparato istituzionale potevano sfiorare.

L’Incarnazione continuava, dispiegandosi nei credenti; risvegliando in essi nuovi stati creativi.

I fedeli erano sull’onda virtuosa ed entusiasmante di una ulteriore modifica fondamentale: adesso si sentivano «fratelli» del Risorto (v.17).

Il rapporto di ‘discepolato’ (Gv 13,13) cresciuto in ‘amicizia’ (Gv 15,15) diventava quello dei consanguinei che si sentivano ‘figli’.

[Gv 1,11-12: «Venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero. Ma a quanti lo ricevettero diede loro ‘potere’ di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo Nome» - ossia aderiscono a tutta la sua parola, vicenda e azione; anche problematica, dolorosa, di denuncia].

Iniziava così l’Annuncio esplicito, malgrado la parte di “chiesa” davvero vitale e sempre più determinata si dimostrava essere quella periferica e proveniente dai pagani [nella figura della Maddalena].

Donna: Assemblea autentica nello Spirito.

Campo sterminato di umiliati, che tuttavia in Cristo Risorto «si vede» e si sblocca; acquista nuovo respiro, supera lo sconforto, il disorientamento, l’incertezza.

 

Ancora oggi la ricerca del nostro Rabbunì può nascere anche dal senso di perdita, o dalle percosse subite - ma è scandita d’incontri pasquali e tappe di nuova consapevolezza.

Nuovi Ascolti, che infrangono le rassicurazioni. Il Risorto è radicale novità: ferita dentro e slancio.

Solo nell’esperienza del «rinascere trasmettendolo» si scatena lo Spirito che appassiona e carica - e il Vivente non resta un estraneo o qualcuno di cui ci si è già fatta un’idea.

C’è una situazione senza precedenti.

Ma chi se ne accorge? Malgrado la trascuratezza che subiscono, solo le anime spose - le poco considerate.

 

 

[Martedì fra l’Ottava di Pasqua, 7 aprile 2026]

La Nuova Creazione, dall’Ascolto

(Gv 20,11-18)

 

«A quei tempi, in Israele, la testimonianza delle donne non poteva avere valore ufficiale, giuridico, ma le donne hanno vissuto un’esperienza di legame speciale con il Signore, che è fondamentale per la vita concreta della comunità cristiana, e questo sempre, in ogni epoca, non solo all’inizio del cammino della Chiesa» [Papa Benedetto, Regina Coeli 9 aprile 2012].

 

Mc narra di un giovane vestito di bianco, Mt di un angelo, Lc di due uomini vestiti di bianco, Gv di due angeli.

I racconti sull’annunciazione e sugli annunciatori della Risurrezione non si conciliano secondo il nostro modo di raccontare.

Per evitare una limitata visuale circa la vittoria della Vita, è opportuno comprendere che non stiamo celebrando la settimana delle apparizioni del Risorto, ma delle sue Manifestazioni [testo greco].

Non appare solo a qualcuno - ad altri no (dipende dalla lotteria): si Manifesta. Lo sperimentiamo.

E c’è una nuova Creazione: ora non si riconosce Gesù quando lo si vede, ma allorché si ascolta (v.16).

Il Signore si fa vedere non nel momento della visione, bensì nel tempo della Parola, dell’Appello personale che fa «voltare» lo sguardo antico dal senso di marcia irrilevante che si aggrappa all’immagine di “ieri”.

L’esperienza del Cristo vivo esclude i ricordi da custodire piangendo.

È relazione attuale e fondata, convincente, ricca di sfaccettature e accessibile - diretta. Decisamente migliore di quella offerta più tardi dagli apostoli, senza cuori trafitti (né proclamazioni).

Ma il tu per tu restava ancora chiuso, fino a che sembrava si cercassero defunti o lontani pezzi da museo - da ritrovare quasi come prima e al massimo trattenere senza troppe scosse.

Condizionati da aspettative troppo “usuali”, pretenderemmo di rintracciare Gesù in camposanti e luoghi sbagliati. Ma in Gv l’Ascensione si colloca lo stesso giorno di Pasqua (v.17).

La stessa osservanza della legge religiosa arcaica [v.1: nel caso particolare, del sabato] sembra ritardare l’esperienza della forza dirompente della rinascita, nello Spirito.

 

 

Man mano, nelle prime comunità si stavano riattivando quelle energie personali primordiali che neppure i ricatti, le intimidazioni e le emarginazioni dell’apparato istituzionale potevano sfiorare.

L’Incarnazione continuava, dispiegandosi nei credenti; risvegliando in essi nuovi stati creativi.

I fedeli erano sull’onda virtuosa ed entusiasmante di una ulteriore modifica fondamentale: adesso si sentivano «fratelli» del Risorto (v.17).

Il rapporto di ‘discepolato’ (Gv 13,13) cresciuto in ‘amicizia’ (Gv 15,15) diventava quello dei consanguinei che si sentivano ‘figli’.

[Gv 1,11-12: «Venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero. Ma a quanti lo ricevettero diede loro potere di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo Nome» - ossia aderiscono a tutta la sua parola, vicenda e azione; anche problematica, dolorosa, di denuncia].

Iniziava così l’Annuncio esplicito, malgrado la parte di “chiesa” davvero vitale e sempre più determinata si dimostrava essere quella periferica e proveniente dai pagani [nella figura della Maddalena].

Essa voleva il riscatto ravvivante, e così indicava la strada giusta agli stessi dirigenti di assemblea.

La comunità giudeo cristiana degli apostoli era infatti tutta protesa alla ricerca di compromessi proprio con l’istituzione religiosa distante e conflittuale, quella di potere, che aveva voluto distruggere il Maestro.

Zoccolo duro “apostolico” sempre in ritardo e da evangelizzare: lo converte solo colei che si sente un nulla (vv.2.18). E quando diventa consapevole che il regno delle cose morte non la ghermirà più.

Donna: Assemblea autentica nello Spirito.

Campo sterminato di umiliati, che tuttavia in Cristo Risorto «si vede» e si sblocca; acquista nuovo respiro, supera lo sconforto, il disorientamento, l’incertezza.

 

Ancora oggi colmi d’Infinito, come pellegrini, i sognatori dal basso e di periferia cercano la loro strada.

Si attivano con passione, per riaccendere e far risuonare ogni piega dell’essere umano - prima comandato da un mondo di alternative calcolate.

È di nuovo l’esperienza di «Maria di Magdala», che prendendo fiducia, può completare le percezioni e i pensieri anche dei primi della classe.

Il Risorto è sempre da tutt’altra parte… rispetto a quanto l’esperto o un animo mediamente religioso non pronto al cambiamento si attende.

La sua Persona ha fisionomie impreviste, non convenzionali e fuori schema - come la vita, tutta da scoprire.

Sono profili inediti - da cogliere e interiorizzare, talvolta quasi senza lotta.

Solo una chiamata per nome - la sua Parola diretta, l’Appello personale - ci fa accorgere che per influsso esterno stavamo forse inseguendo un Signore [del passato, o alla moda] troppo riconoscibile, da commemorare uguale a prima.

Da portare in bisaccia come sempre, con amore chiuso e normale, figlio del dolore.

La ricerca del nostro Rabbunì può nascere anche dal senso di perdita, o dalle percosse subite - ma è scandita d’incontri pasquali e tappe di nuova consapevolezza.

Nuovi ascolti, che infrangono le rassicurazioni.

Rimane uno sconosciuto tiepido - a temperatura ambiente - per chi si lascia suggestionare da idee limitate (confezionate) e pretende di capirlo col sapere, riconoscerlo con gli occhi, o usarlo come sonnifero.

 

Il Risorto è radicale novità: ferita dentro e slancio. Itinerario che accoglie e assume tutto l’umano e la storia.

Egli agisce in noi infrangendo ogni sicurezza; proprio quella che ancora non ci fa uscire dal piccolo cerchio.

E pur travagliando nella tensione dell’inafferrabile [che non si può far proprio] è nell’emozione di percepire i tesori delle intuizioni atipiche e personali che la vita rigenerata attrae e spalanca, stupisce.

Solo nell’esperienza del rinascere trasmettendolo si scatena lo Spirito che appassiona e carica - e il Vivente non resta un estraneo o qualcuno di cui ci si è già fatta un’idea.

«Ho cercato e visto il Signore!» [v.18: senso del testo greco].

Non si sperimenta Cristo con l’intimismo, né con rievocazioni e gingilli; neppure in modo cerebrale o accontentandosi di adempiere pietosi uffici commemorativi sul corpo.

C’è una situazione senza precedenti.

Ma chi se ne accorge? Malgrado la trascuratezza che subiscono, solo le anime spose - le poco considerate.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale trasmutazione si è operata in te e nel prossimo quando hai accolto la Chiamata e l’invito all’Annuncio?

Come la Persona del Cristo ti ha reso consapevole di essere voluto a pieno titolo: soggetto inalienabile, per Nome?

 

 

Manifestazione Personale: legge che troviamo scolpita in molte pagine dei Vangeli. Ma… felicità soffice oppure onda che travolge tutto?

 

In queste settimane la nostra riflessione si muove, per così dire, nell’orbita del mistero pasquale. Oggi incontriamo colei che, secondo i vangeli, per prima vide Gesù risorto: Maria Maddalena. Era terminato da poco il riposo del sabato. Nel giorno della passione non c’era stato tempo per completare i riti funebri; per questo, in quell’alba colma di tristezza, le donne vanno alla tomba di Gesù con gli unguenti profumati. La prima ad arrivare è lei: Maria di Magdala, una delle discepole che avevano accompagnato Gesù fin dalla Galilea, mettendosi a servizio della Chiesa nascente. Nel suo tragitto verso il sepolcro si rispecchia la fedeltà di tante donne che sono devote per anni ai vialetti dei cimiteri, in ricordo di qualcuno che non c’è più. I legami più autentici non sono spezzati nemmeno dalla morte: c’è chi continua a voler bene, anche se la persona amata se n’è andata per sempre.

Il vangelo (cfr Gv 20,1-2.11-18) descrive la Maddalena mettendo subito in evidenza che non era una donna di facili entusiasmi. Infatti, dopo la prima visita al sepolcro, lei torna delusa nel luogo dove i discepoli si nascondevano; riferisce che la pietra è stata spostata dall’ingresso del sepolcro, e la sua prima ipotesi è la più semplice che si possa formulare: qualcuno deve aver trafugato il corpo di Gesù. Così il primo annuncio che Maria porta non è quello della risurrezione, ma di un furto che ignoti hanno perpetrato, mentre tutta Gerusalemme dormiva.

Poi i vangeli raccontano di un secondo viaggio della Maddalena verso il sepolcro di Gesù. Era testarda lei! E’ andata, è tornata … perché non si convinceva! Questa volta il suo passo è lento, pesantissimo. Maria soffre doppiamente: anzitutto per la morte di Gesù, e poi per l’inspiegabile scomparsa del suo corpo.

E’ mentre sta china vicino alla tomba, con gli occhi pieni di lacrime, che Dio la sorprende nella maniera più inaspettata. L’evangelista Giovanni sottolinea quanto sia persistente la sua cecità: non si accorge della presenza di due angeli che la interrogano, e nemmeno s’insospettisce vedendo l’uomo alle sue spalle, che lei pensa sia il custode del giardino. E invece scopre l’avvenimento più sconvolgente della storia umana quando finalmente viene chiamata per nome: «Maria!» (v. 16).

Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. E’ vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza.

E Gesù la chiama: «Maria!»: la rivoluzione della sua vita, la rivoluzione destinata a trasformare l’esistenza di ogni uomo e donna, comincia con un nome che riecheggia nel giardino del sepolcro vuoto. I vangeli ci descrivono la felicità di Maria: la risurrezione di Gesù non è una gioia data col contagocce, ma una cascata che investe tutta la vita. L’esistenza cristiana non è intessuta di felicità soffici, ma di onde che travolgono tutto. Provate a pensare anche voi, in questo istante, col bagaglio di delusioni e sconfitte che ognuno di noi porta nel cuore, che c’è un Dio vicino a noi che ci chiama per nome e ci dice: “Rialzati, smetti di piangere, perché sono venuto a liberarti!”. E’ bello questo.

Gesù non è uno che si adatta al mondo, tollerando che in esso perdurino la morte, la tristezza, l’odio, la distruzione morale delle persone… Il nostro Dio non è inerte, ma il nostro Dio – mi permetto la parola – è un sognatore: sogna la trasformazione del mondo, e l’ha realizzata nel mistero della Risurrezione.

Maria vorrebbe abbracciare il suo Signore, ma Lui è ormai orientato al Padre celeste, mentre lei è inviata a portare l’annuncio ai fratelli. E così quella donna, che prima di incontrare Gesù era in balìa del maligno (cfr Lc 8,2), ora è diventata apostola della nuova e più grande speranza. La sua intercessione ci aiuti a vivere anche noi questa esperienza: nell’ora del pianto, e nell’ora dell’abbandono, ascoltare Gesù Risorto che ci chiama per nome, e col cuore pieno di gioia andare ad annunciare: «Ho visto il Signore!» (v. 18). Ho cambiato vita perché ho visto il Signore! Adesso sono diverso da prima, sono un’altra persona. Sono cambiato perché ho visto il Signore. Questa è la nostra forza e questa è la nostra speranza.

[Papa Francesco, Udienza Generale 17 maggio 2017]

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There is the path of those who, like those two on the outbound journey, allow themselves to be paralysed by life’s disappointments and proceed sadly; and there is the path of those who do not put themselves and their problems first, but rather Jesus who visits us, and the brothers who await his visit (Pope Francis)
C’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita (Papa Francesco)
So that Christians may properly carry out this mandate entrusted to them, it is indispensable that they have a personal encounter with Christ, crucified and risen, and let the power of his love transform them. When this happens, sadness changes to joy and fear gives way to missionary enthusiasm (John Paul II)
Perché i cristiani possano compiere appieno questo mandato loro affidato, è indispensabile che incontrino personalmente il Crocifisso risorto, e si lascino trasformare dalla potenza del suo amore. Quando questo avviene, la tristezza si muta in gioia, il timore cede il passo all’ardore missionario (Giovanni Paolo II)
This is the message that Christians are called to spread to the very ends of the earth. The Christian faith, as we know, is not born from the acceptance of a doctrine but from an encounter with a Person (Pope Benedict)
È questo il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo. La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona (Papa Benedetto)
From ancient times the liturgy of Easter day has begun with the words: Resurrexi et adhuc tecum sum – I arose, and am still with you; you have set your hand upon me. The liturgy sees these as the first words spoken by the Son to the Father after his resurrection, after his return from the night of death into the world of the living. The hand of the Father upheld him even on that night, and thus he could rise again (Pope Benedict)
Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere (Papa Benedetto)
The Church keeps watch. And the world keeps watch. The hour of Christ's victory over death is the greatest hour in history (John Paul II)
Veglia la Chiesa. E veglia il mondo. L’ora della vittoria di Cristo sulla morte è l’ora più grande della storia (Giovanni Paolo II)
Before the Cross of Jesus, we apprehend in a way that we can almost touch with our hands how much we are eternally loved; before the Cross we feel that we are “children” and not “things” or “objects” [Pope Francis, via Crucis at the Colosseum 2014]
Di fronte alla Croce di Gesù, vediamo quasi fino a toccare con le mani quanto siamo amati eternamente; di fronte alla Croce ci sentiamo “figli” e non “cose” o “oggetti” [Papa Francesco, via Crucis al Colosseo 2014]
The devotional and external purifications purify man ritually but leave him as he is replaced by a new bathing (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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