don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 03 Marzo 2026 06:04

3a Domenica di Quaresima

Terza Domenica di Quaresima (anno A)  [8 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!  Buon cammino quaresimale sostando oggi con Gesù accanto al pozzo, luogo di incontri che cambiano la vita.

 

*Prima Lettura dal libro dell’Esodo (17, 3-7)

Cercando sulla carta del deserto del Sinai, Massa e Meriba non si trovano: non sono un luogo geografico preciso, ma un nome simbolico. Massa significa “sfida”, Meriba significa “accusa”. Quei nomi ricordano infatti un episodio di sfida, di contestazione, quasi di ammutinamento contro Dio. L’episodio si svolge a Refidim, in pieno deserto, tra l’Egitto e la terra promessa. Il popolo d’Israele, guidato da Mosè, avanzava di tappa in tappa, da un punto d’acqua all’altro. Ma a Refidim l’acqua venne a mancare. Nel deserto, sotto il sole cocente, la sete diventa subito una questione di vita o di morte: la paura cresce, il panico prende il sopravvento. La sola risposta giusta sarebbe stata la fiducia: “Dio ci ha voluti liberi, lo ha dimostrato, quindi non ci abbandonerà”. Invece il popolo cede alla paura e reagisce come spesso reagiamo anche noi: cerca un colpevole. E il colpevole sembra essere Mosè, il “governo” di allora. Che senso ha – dicono – essere usciti dall’Egitto per morire di sete nel deserto? Meglio schiavi ma vivi che liberi e morti. E, come accade sempre, il passato viene idealizzato: si ricordano le pentole piene e l’acqua abbondante dell’Egitto, dimenticando la schiavitù. In realtà, dietro l’accusa a Mosè, c’è un’accusa più profonda: contro Dio stesso. Che Dio è mai questo – si domandano – che libera un popolo per poi lasciarlo morire nel deserto? La protesta: Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto? Per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Diventa sempre più dura, fino a trasformarsi in un vero processo contro Dio: come se Dio avesse liberato il popolo solo per disfarsene.  Mosè allora grida al Signore: Che devo fare di questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!.

E Dio risponde: gli ordina di prendere il bastone con cui aveva colpito il Nilo, di andare sul monte Oreb e di colpire la roccia. L’acqua sgorga, il popolo beve e la vita è salva (cfr. Esodo 17). Quell’acqua non è solo sollievo fisico: è il segno che Dio è davvero presente in mezzo al suo popolo, che non lo ha abbandonato e che continua a guidarlo sulla via della libertà. Per questo quel luogo non si chiamerà più semplicemente Refidim, ma Massa e Meriba, “Prova ed Accusa”, perché lì Israele ha messo Dio alla prova, chiedendosi: Il Signore è in mezzo a noi oppure no? In linguaggio moderno: “Dio è per noi o contro di noi?” Questa tentazione è anche la nostra. Ogni prova, ogni sofferenza, riapre la stessa domanda originaria: possiamo fidarci davvero di Dio? È la stessa tentazione raccontata nel giardino dell’Eden (Genesi): il sospetto che Dio non voglia davvero il nostro bene avvelena la vita umana. Per questo Gesù Cristo, insegnando il Padre nostro, educa i discepoli alla fiducia filiale. Non abbandonarci alla tentazione potrebbe essere tradotto così: “Fa’ che i nostri Refidim non diventino Massa, che i nostri luoghi di prova non si trasformino in luoghi di dubbio.” Continuare a chiamare Dio “Padre”, anche nella difficoltà, significa proclamare che Dio è sempre con noi, anche quando l’acqua sembra mancare.

 

*Salmo responsoriale (94/95), 

Nella Bibbia, il testo originale del salmo dice così: “Oggi, se ascoltate la sua voce,

non indurite il vostro cuore come a Massa e Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove i vostri padri mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Questo salmo è profondamente segnato dall’esperienza di Massa e Meriba. Per questo la liturgia lo propone nella terza domenica di Quaresima, in sintonia con il racconto dell’Esodo: è un richiamo diretto alla grande questione della fiducia. In poche righe, il salmo riassume tutta l’avventura della fede, personale e comunitaria. La domanda è sempre la stessa: possiamo fidarci di Dio?

Per Israele, nel deserto, questa domanda tornava a ogni difficoltà: “Il Signore è davvero in mezzo a noi oppure no?” In altre parole: ci possiamo appoggiare a Lui? Ci sosterrà davvero? La fede, nella Bibbia, è prima di tutto fiducia. Non è un’idea astratta, ma l’atto di “appoggiarsi” a Dio. Non a caso la parola “Amen” significa “solido”, “stabile”: vuol dire “mi affido, mi fido”. Per questo la Bibbia insiste tanto sul verbo “ascoltare”: quando ci si fida, si ascolta. È il cuore della preghiera di Israele, lo Shema Israel: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio… Tu lo amerai, cioè ti fiderai di Lui. “Ascoltare” significa avere l’orecchio aperto. Il salmo dice: “Mi hai aperto l’orecchio” (Sal 40) e il profeta Isaia scrive: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio. Anche “obbedire” nella Bibbia significa questo: ascoltare con fiducia. Questa fiducia si fonda sull’esperienza. Israele ha visto l’“opera di Dio”: la liberazione dall’Egitto. Se Dio ha spezzato le catene della schiavitù, non può voler far morire il suo popolo nel deserto. Per questo Israele lo chiama “la Roccia”: non è poesia, è una professione di fede. A Massa e Meriba il popolo ha dubitato, ma Dio ha fatto sgorgare l’acqua dalla roccia: da allora Dio è la Roccia di Israele. Anche il racconto del paradiso terrestre (Genesi) si comprende alla luce di questa esperienza: ogni limite, ogni comando, ogni prova può diventare una domanda di fiducia. La fede è credere che, anche quando non capiamo, Dio ci vuole liberi, vivi e felici, e che dalle nostre situazioni di fallimento può far nascere vita nuova. A volte questa fiducia assomiglia a un “atto al buio”, quando non troviamo risposte. Allora possiamo dire con Simon Pietro, a Cafarnao: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Quando Paolo di Tarso scrive: “Lasciatevi riconciliare con Dio”, è come dire: smettete di sospettare di Dio, come a Massa e Meriba. E quando il vangelo di Marco dice: “Convertitevi e credete al Vangelo”, significa: credete che la Buona Notizia è davvero buona, che Dio vi ama. Infine, il salmo dice: “Oggi”. È una parola liberante: ogni giorno può essere un nuovo inizio. Ogni giorno possiamo reimparare ad ascoltare e a fidarci. Per questo il Salmo 94/95 apre ogni mattina la Liturgia delle Ore e Israele recita due volte al giorno lo Shema. E il salmo parla al plurale: la fede è sempre un cammino di popolo. “Noi siamo il popolo che Egli guida”. Non è poesia: è esperienza. La Bibbia conosce un popolo che, insieme, viene incontro al suo Dio: “Venite, acclamiamo il Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. È la fede che nasce dalla fiducia, rinnovata oggi, giorno dopo giorno.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (5, 1-2. 5-8)

Il capitolo 5 della Lettera ai Romani segna una svolta decisiva. Fin qui Paolo di Tarso aveva parlato del passato dell’umanità, dei pagani e dei credenti; ora guarda al futuro, un futuro trasfigurato per chi crede, grazie alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo. Per capire bene il pensiero di Paolo, possiamo riassumerlo in tre affermazioni fondamentali. 1. Cristo è morto per noi, mentre eravamo peccatori. Paolo afferma che Cristo è morto “per noi”. Questa espressione non significa “al nostro posto”, come se Gesù avesse semplicemente sostituito dei condannati, ma “a nostro favore”. Quando l’umanità era incapace di salvarsi, segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’avidità di potere e di denaro, Cristo ha preso su di sé questa realtà e l’ha combattuta fino a dare la vita.

L’umanità, creata per l’amore, la pace e la condivisione, si era smarrita. Gesù viene a dire, con la sua vita e con la sua morte: “Io vi mostro fino in fondo che cosa significa amare e perdonare. Seguitemi, anche se questo mi costerà la vita”.

2. Lo Spirito Santo ci è stato donato: l’amore di Dio abita in noi. La seconda grande affermazione è questa: lo Spirito Santo ci è stato dato, e con Lui l’amore stesso di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Non è un caso che Paolo parli per la prima volta dello Spirito proprio quando parla della croce. Per lui, passione, croce e dono dello Spirito sono inseparabili. Qui Paolo è in piena sintonia con Giovanni evangelista. Nel suo Vangelo, durante la festa delle Capanne, Gesù promette l’“acqua viva”, spiegando che parlava dello Spirito (cfr. Vangelo di Giovanni (7,37-39). E al momento della croce, Giovanni scrive: Chinato il capo, Gesù consegnò lo Spirito (Gv 19,30). La promessa è compiuta: dalla croce nasce il dono dello Spirito. 3. Il nostro “vanto” è la speranza della gloria di Dio. Paolo parla anche di “orgoglio”, ma lo chiarisce bene: non possiamo vantarci di noi stessi, perché tutto è dono di Dio; possiamo però vantarci dei doni di Dio, del destino meraviglioso a cui siamo chiamati. Già ora lo Spirito abita in noi; e sappiamo che un giorno questo stesso Spirito trasformerà i nostri corpi e i nostri cuori a immagine del Cristo risorto.

Il racconto della Trasfigurazione ci ha offerto un’anticipazione di questa gloria.

Da Massa e Meriba alla gloria. Che cammino immenso rispetto a Massa e Meriba, dove il popolo dubitava di Dio! Ora, grazie alla fede in Cristo, possiamo dire con Paolo: “Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio” (5,2). In conclusione lo Spirito che Gesù ci ha donato è l’amore stesso di Dio. Questa certezza dovrebbe vincere ogni paura. Se l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, allora le forze di divisione non avranno l’ultima parola.

Per i credenti, e per tutta l’umanità, la speranza è fondata, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (4, 5 - 42) 

Gesù oggi ci viene incontro al pozzo. E questo dettaglio non è secondario. Nella Bibbia, il pozzo non è mai solo un luogo dove si prende acqua: è luogo di incontri decisivi, dove la vita cambia direzione. Presso un pozzo il servo di Abramo  incontra Rebecca, che diventerà la sposa di Isacco; presso un pozzo Giacobbe  si innamora di Rachele. Al pozzo nascono relazioni, alleanze, futuro. Quando Giovanni colloca Gesù presso un pozzo, ci sta dicendo che sta per accadere qualcosa di decisivo. Gesù arriva al pozzo di Giacobbe, in Samaria. È mezzogiorno. Gesù è stanco e si siede. Il Vangelo ci mostra subito un Dio che si ferma, che accetta la fatica, che entra nella nostra vita così com’è. La salvezza comincia da una sosta, non da un gesto spettacolare. A quell’ora arriva una donna. È sola. Gesù le dice: “Dammi da bere”. È una richiesta sorprendente. Gesù, Giudeo, parla a una Samaritana; uomo, parla a una donna; giusto, si rivolge a una persona dalla vita ferita. Dio non entra nella vita imponendo, ma chiedendo. Si fa mendicante del nostro cuore. Da quella richiesta semplice nasce un dialogo che va sempre più in profondità. Gesù conduce la donna dal pozzo esterno alla sete interiore:”Se tu conoscessi il dono di Dio…”.L’acqua che Gesù promette non è un’acqua da attingere ogni giorno, ma una sorgente che zampilla dentro, una vita che non si esaurisce. Non elimina la vita quotidiana, ma la trasfigura dall’interno.Poi Gesù tocca la verità della vita della donna. Non la giudica, non la umilia. La verità, nel Vangelo, non serve a schiacciare, ma a liberare. Solo chi accetta di essere conosciuto può accogliere il dono. La donna allora pone una domanda religiosa: dove bisogna adorare Dio? Sul monte o nel tempio?Gesù risponde spostando tutto: non più dove, ma come.”In Spirito e verità”.Dio non si incontra più in un luogo contrapposto a un altro, ma in una relazione viva. Il vero tempio è il cuore che si lascia abitare.Quando la donna parla del Messia, Gesù compie una delle rivelazioni più forti di tutto il Vangelo:”Sono io, che parlo con te”.Il Messia non si manifesta nel tempio, ma in un dialogo personale, presso un pozzo, a una donna considerata impura. Come nei racconti antichi dei pozzi, anche qui l’incontro apre a una promessa: ma ora lo Sposo è Gesù Cristo e l’alleanza è nuova. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma decisivo. La brocca rappresenta le vecchie sicurezze, i tentativi ripetuti di placare una sete che non passa. Chi ha incontrato Cristo non vive più per attingere, ma per testimoniare. La donna corre in città e dice: Venite a vedere. Non fa una lezione, racconta un incontro. E molti credono, fino a dire: Ora non crediamo più per quello che hai detto tu, ma perché noi stessi abbiamo ascoltato. Il Vangelo di oggi ci dice questo: Cristo non ci toglie dal pozzo della vita, ma trasforma il pozzo in luogo di salvezza.La nostra sete diventa incontro, l’incontro diventa dono, il dono diventa sorgente per altri. È questa la Quaresima: lasciarci incontrare da Cristo e diventare, a nostra volta, acqua viva per chi ha sete.

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

Sabato, 28 Febbraio 2026 04:38

Pozzo Sorgente

(Gv 4,5-42)

 

Nel brano della Samaritana Gv contrappone i meccanismi della religiosità e le dinamiche della Fede, comparando le immagini d’un Pozzo antico a una fresca Sorgente di Acqua [cf. testo greco].

Mentre su un pozzo ci si deve chinare per attingere con sforzo, la Fonte è lì a disposizione. Essa non assorbe energie, le attiva.

E in ottica di Fede, si fa complessiva, generatrice: cosmica fuori e acutamente divina nell’intimo.

Ci si può anche immergere senza pericolo di rimanervi in trappola e affogare.

La polla d’acqua corrente e sempre nuova è ogni proposta che la Provvidenza offre di cogliere nelle vicende della vita interiore e nella realtà in perenne divenire.

L’acqua del pozzo è in fondo a un cunicolo buio – solo animato da riflessi qua e là, provenienti da fonti di luce esterna e distante.

Essa è quasi stagnante e non cura definitivamente la sete, anzi chiede di essere attinta di nuovo, con immutato sudore.

A volte il secchio con cui si pretende di attingere la Persona del Cristo che già c’è, vien maltirato, oscilla e cade giù – senza possibilità di recupero.

Il senso religioso comune porta a dover continuamente recuperare o procacciarsi perfezioni – centrando l’esame, la terapia, e le relazioni, su di sé: esaminare, individuare, correggere, rifare; verificare e ricominciare daccapo.

Stremati, delusi, stizziti.

La devozione e gli adempimenti non producono sazietà – lo sappiamo bene – anzi paradossalmente accentuano l’arsura del Volto di Dio.

In tale lacerazione crescente, il desiderio non colmato rischia di rovinare le linee portanti della nostra personalità, e l’impulso al Cammino verso un’Altra realizzazione – imprecisa forse, ma Nostra.

Malgrado il continuo forzato ritorno ad abbeverarsi e nonostante la “certezza” delle dottrine e discipline, quando la pietà religiosa si avvita su di sé produce insoddisfazione esistenziale e smarrimento spirituale.

 

La Fede viva è una Relazione. Essa procede da un Dio che si rivela, c’interpella e chiama per nome.

Nell’evoluzione, tale dinamica stabilisce una Presenza invisibile nel Sé celato, fuoco inestinguibile del nostro Eros fondante.

La Relazione del credente con Dio ha diversi approcci. Un primo stadio è quello della Fede Assenso: la persona si riconosce in un mondo di saperi che gli corrisponde.

Ma la Fede già nel Primo Testamento dice un vincolo più forte: l’affidarsi della Sposa che ha piena fiducia nello Sposo.

La Fede vissuta nello Spirito del Risorto gode poi di altre sfaccettature, decisive per dare colore, maturazione, pienezza, e gioia di vivere.

Il figlio di Dio si rende fratello e intimo al Signore non semplicemente con un credere comune anche appassionato, ma con una azione interiore personale.

Passo che è appunto una sorta di Appropriazione. Fede-Calamita: essa si configura come un colpo di mano.

L’anima-sposa legge il segno dei tempi, interpreta la realtà circostante, le proprie inclinazioni… e cogliendo la portata del Futuro, lo anticipa e attualizza.

Ma lo stadio ultimo (direi la vetta) forse ancor più “perfetto”, di tale Fede-Innesco, è quello della Fede-Meraviglia.

Rivelazione-Sbalordimento: configura il credere specifico dell’Incarnazione, perché riconosce i Tesori che si nascondono dietro i nostri lati oscuri.

Perle che sarà uno stupore scoprire.

In tal guisa, il bozzolo bucato farà la sua Farfalla, che non è “conferma”, o costruzione omologata a dei prototipi, bensì Incanto.

Magia e nuovo Patto di tramonti e albe. Svelamento, da un magma incandescente, che zampilla.

 

Cristo siede sulla Sorgente, non sul pozzo. Ad esso, piuttosto, si sovrappone.

 

 

[3.a Domenica di Quaresima (anno A), 8 marzo 2026]

Sabato, 28 Febbraio 2026 04:36

Pozzo Sorgente

Gv 4,5-42 (5-54)

 

Nel brano della Samaritana Gv contrappone i meccanismi della religiosità e le dinamiche della Fede, comparando le immagini d’un Pozzo antico a una fresca Sorgente di Acqua [cf. testo greco].

Mentre sopra un pozzo ci chiniamo e si deve attingere con sforzo, la Sorgente è a disposizione. E ci si può anche tuffare dentro, senza il pericolo di rimanervi in trappola e affogare.

La polla d’acqua corrente e sempre nuova è la Persona di Cristo: proposta che la Provvidenza offre di cogliere nelle circostanze della vita reale, in perenne divenire.

L’acqua del pozzo è in fondo a un cunicolo buio - solo animato da riflessi qua e là (provenienti da fonti di luce esterna e distante).

Essa è quasi stagnante - e non cura definitivamente la sete, anzi chiede di essere attinta di nuovo e con immutato sudore.

A volte il secchio con cui si pretende di attingere vien maltirato, oscilla e cade giù - senza possibilità di recupero.

Il senso religioso comune porta a dover continuamente riacciuffare o procacciarsi perfezioni - centrando l’esame, la terapia, e le relazioni, su di sé: esaminare, individuare, correggere, rifare; verificare e ricominciare daccapo.

Stremati, delusi, stizziti.

La devozione e gli adempimenti non producono sazietà - lo sappiamo bene - anzi paradossalmente accentuano l’arsura.

Il corteo di obbedienze esterne, e perbenismi di maniera, da porgere continuamente per ingraziarsi questo Dio muto e i suoi eletti (altrettanto indifferenti) snervano l’anima.

In tale lacerazione intima crescente, anche inespressa, il desiderio non colmato rischia di rovinare le linee portanti della nostra personalità - e l’impulso al Cammino verso un’Altra realizzazione, forse imprecisa ma Nostra.

Malgrado il continuo forzato ritorno ad abbeverarsi e nonostante la “certezza” delle dottrine e discipline, la pietà religiosa [che si avvita] produce infine totale insoddisfazione esistenziale, e smarrimento spirituale.

 

La Fede viva non è una sorta di oggetto né una ideologia (che si può avere o meno), bensì una Relazione.

Essa procede da un Dio che si rivela, c’interpella e chiama per nome. E si rivolge agli strati profondi dell’essere e della realtà.

Il suo volto variegato, ricco, aperto, non collima col pensiero comune, bensì intercetta il nostro desiderio di pienezza di vita. In tal guisa ci corrisponde e conquista.

In detto rapporto, la Fede che appunto nasce dall’ascolto si accende quando l’iniziativa del Padre che si manifesta e svela in una proposta che viene a noi, è accolta e non rifiutata.

Non si tratta di una circostanza puntuale, ma che appunto zampilla e procede di onda in onda nel corso dell’esistenza. Con tutto il carico delle sue sorprese nel tempo.

Magma incandescente, il quale di quando in quando contesta, sabotandoci, o sbalordisce.

Nell’evoluzione, tale dinamica stabilisce una Presenza invisibile nel Sé celato, fuoco vivo inestinguibile del nostro Eros fondante.

Eco percepibile - anche nel genio del tempo, nei solchi della storia personale, nelle pieghe delle vicende e relazioni, consigli, valutazioni (opposte) e persino fratture.

 

La Relazione di Fede ha diversi approcci. Un primo stadio è quello della Fede Assenso: la persona si riconosce in un mondo di saperi che gli corrisponde.

È un livello assai dignitoso, ma comune a tutte le religioni e filosofie.

Scrutando la Parola, comprendiamo che lo specifico della Fede biblica riguarda assai più l’esistere concreto che il pensiero o la disciplina: ha un carattere diverso dai codici, è sponsale.

La Fede già nel Primo Testamento è tipicamente quell’affidarsi della Sposa [in ebraico Israèl è di genere femminile] che ha piena fiducia nello Sposo.

Sa che poggiando sul Dio-Con fiorirà autenticamente e godrà di pienezza di vita, anche passando tra peripezie spiacevoli.

 

La Fede vissuta nello Spirito del Risorto gode di altre sfaccettature, decisive per dare colore al nostro andare nel mondo e alla maturazione piena, con gioia di vivere.

[In tutto è fondamentale sia l’ascolto della sacra Scrittura, che il passare dalla ridda di pensieri che frammentano il nostro occhio interiore alla percezione, ossia a uno sguardo contemplativo più intenso, che sappia posarsi su noi stessi e le cose].

 

Il figlio di Dio si rende fratello e intimo al Signore non semplicemente con un credere comune anche appassionato, ma con una azione interiore personale.

Il terzo passo della fede cristologica è appunto una sorta di Appropriazione: il soggetto riconosce negli eventi e in sé il Senso dei Vangeli.

Egli ormai s’identifica negli episodi del Signore, senza nevrosi né caricature. Dal Verbo dentro egli estrae soluzioni, in modo naturale, immediato.

Ormai sicuro della reciprocità amicale sperimentata nei Doni, prende possesso del cuore mite e forte del Vivente in lui, con un colpo di mano e senza alcun merito prescritto.

Citando s. Bernardo, Alfonso Maria de’ Liguori afferma: «Quel merito che manca a me per entrare nel Paradiso, io me l'usurpo da' meriti di Gesù Cristo».

Nessuna trafila o disciplina dell’arcano.

Attenzione: non si tratta di “prove” di sostituzione vicaria - come se Gesù avesse dovuto colmare un debito di peccati, perché il Padre aveva bisogno di sangue e di almeno uno che la pagasse cara.

Dio ci recupera con rischio educativo.

È vero che inviando un agnello in mezzo a lupi la sua fine è segnata. Ma è anche l’unico modo per convincere gli uomini - ancora in condizione preumana - che quella della competizione non è vita di persone, piuttosto di bestie feroci.

L’agnello è l’essere mansueto che fa riflettere persino i lupi: solo appropriandosene completamente, le belve si accorgono di essere tali.

Così possiamo cominciare a dire: “Io” da uomini invece che bestie. 

Certo, solo le persone conciliate con la propria vicenda fanno il bene. Ma il meglio autentico e pieno è critico e globale; fuori della nostra portata.

Non è produzione geniale o propria. Non siamo onnipotenti.

 

Una ulteriore tappa del percorso della vita in Cristo e nello Spirito è quella della cosiddetta Fede-Calamita.

Anch’essa si configura come un’azione, perché l’anima-sposa legge il segno dei tempi, interpreta la realtà circostante e le proprie inclinazioni... e cogliendo il peso specifico del Futuro, lo anticipa e attualizza.

Così evitando di sprecare la vita a sostegno di rami secchi.

Ma lo stadio ultimo (direi la vetta) forse ancor più “perfetto” di tale Fede-Innesco, è quello della Fede-Meraviglia.

Rivelazione-Sbalordimento: configura il credere specifico dell’Incarnazione, perché riconosce i Tesori che si nascondono dietro i nostri lati oscuri.

Tali Perle scenderanno in campo nel corso dell’esistenza [attiveranno quel che devono quando sarà necessario] e sarà uno stupore scoprirle.

Il bozzolo bucato farà la sua Farfalla, che non è “conferma”, o costruzione omologata a dei prototipi, bensì incanto. Svelamento.

Magia e nuovo Patto di tramonti e albe.

 

Per comparare l’opera variegata della Fede in noi, e la sua ricchezza poliedrica - e per sottolinearne (forse in modo gestuale e crudo, ma efficacemente paradossale) la specificità, citerei a contrappunto il dipinto di James Ensor «L’entrata di Cristo a Bruxelles nel 1888».

L’autore pone l’accento sul qualunquismo spersonalizzante della vita religiosa diffusa, dove nel minestrone della devozione indistinta, tutto fa brodo.

Nel folklore della massa variopinta, si confondono volti pii e ghigni caricaturali. Un effetto di contrasto in cui forse ci riconosciamo: gente pagana, dai molti «mariti» [ossia idoli].

Come a dire: nel senso religioso occidentale comune e più consuetudinario, desiderare che Gesù venga nella nostra vita o meno - seguire o tradire il Signore crocifisso - non fa poi molta differenza.

 

Cristo siede sulla Sorgente, non sul pozzo. Ad esso, piuttosto, si sovrappone.

 

 

Ciò che non sapevo ci fosse: Fede, occhio nudo, garanzia

(Gv 4, 43-54)

 

A partire dalla quarta settimana il cammino della liturgia quaresimale prende un deciso avvio verso Gerusalemme, che già si delinea nella luce pasquale.

L’evangelista vuole introdurci in una più intima famigliarità col mistero della persona e della vicenda del Figlio di Dio; una comunione sul piano dell’essere che bagna altre contrade.

Egli prende il ritmo del viaggio interiore del catecumeno (v.47) per introdurci nella sua Visione, la quale rigenera la nostra carne e ci rimette nell’Esodo (v.50) che scatena tutto un dinamismo attorno (v.51).

Sulla Via si restituisce ogni creatura a se stessa e alla bontà radicale del progetto originario - riscoperto prima dentro, poi fuori di sé.

Avere Fede è partire, e lasciarsi traumatizzare. «Infatti Gesù stesso aveva attestato che un profeta nella propria patria non ha onore» (v.44). Perché?

Con il termine «patria» i sinottici sottintendono Nazaret.

Il quarto Vangelo invece allude a una dimensione più teologica: quella propria del Verbo che valica i privilegi locali, prendendo di mira l’ideologia del centro religioso, nonché l’istituzione nazionale.

Dopo aver mostrato nell’episodio della samaritana (vv.1-42) il significato di Cristo come nuovo Tempio sia per ebrei che per “eretici”, Gv ne illustra il senso per i pagani.

Come se la dimensione di Risurrezione («dopo i due giorni»: v.43) spostasse la Casa di Dio a tutto il mondo.

Agli osservanti del giudaismo era fatto divieto passare per la Samaria e trattenersi coi samaritani (cf. Gv 4,9) considerati meticci (teologicamente poligami: Gv 4,17-18).

Gesù non si limita alla propria stirpe, e neppure alla sua religione.

In Galilea riceve un super-pagano, che implora aiuto perché si accorge che il mondo da cui proviene non è in grado di generare vita (vv.46-47.49.53).

 

Spesso la nostra pietà impedisce l’amicizia fra diverse culture e neutralizza la potenza di autoguarigione intima che ciascuno - di qualsiasi etnia o credo - porta con sé.

Gli auspici banali del bagaglio culturale bloccano la libertà di pensiero da ciò che ancora non si prevede, fissando stereotipi.

L’impregnato d’idoli non vede più nulla; non incontra neppure se stesso e i suoi intimi.

E non sperimenta forze ignote. Al massimo crede nel dio pagano protettore, che fa miracoli a lotteria.

Chi si regola a occhio nudo... suppone di vedere il Signore che guarisce attraverso gesti straordinari (v.48: «se non vedete segni e prodigi, non credete»).

Gli sfugge il potere vivificante della Parola, che tocca senza essere vista, ma rende presente Gesù nella sua opera e nella sua interezza incisiva, efficace.

Al Cristo interessa far capire come “funziona” la Fede nella sua pura qualità: quali dinamismi attiva - non lo show della religione spettacolo, tutta esterna, che fa rima con impressione, evasione, sensazione, devozione.

Queste espressioni epidermiche chiudono la folla nell’intimismo, o suscitano interesse per bizzarrie che fanno trasalire i sensi, destando sì un attimo di entusiasmo, non il centro di ciascuna persona.

 

La novità di Cristo non viene trasmessa per contatto, bensì accogliendo a fondo la sua inattesa Parola-evento. Non è soggetta a un principio di località o altra garanzia religiosa.

Lo sguardo esteriore si fa convincere da miracoli, ma non coglie il senso profondo del Segno che ci parla della Persona del Signore - il vero spettacolo. Tutto ancora da sperimentare.

A commento del Tao Tê Ching (xii) il maestro Wang Pi afferma: «Chi è per l’occhio, si fa schiavo delle creature. Per questo il santo non è per l’occhio».

Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «L’amante dei colori nuoce all’essenza e perde l’illuminazione (...) Lo sguardo disordinato fa traboccare l’essenza all’esterno».

I curiosi aspettano di vedere e constatare. Così muoiono di speranze relative, senza radice in se stessi.

Solo nella Fede si scopre ciò che a occhio nudo ancora non si vede, né sapevamo ci fosse.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come l’adesione alla Parola di Cristo aiuta a vincere il desiderio banale di clamore o evasione?

Tornando a “casa tua”, hai scoperto ciò che non sapevi ci fosse? Qualcuno ti ha annunciato la Novità?

Sabato, 28 Febbraio 2026 04:28

Itinerario d’Iniziazione e Felicità

Questa III Domenica di Quaresima è caratterizzata dal celebre dialogo di Gesù con la donna Samaritana, raccontato dall’evangelista Giovanni. La donna si recava tutti i giorni ad attingere acqua ad un antico pozzo, risalente al patriarca Giacobbe, e quel giorno vi trovò Gesù, seduto, “affaticato per il viaggio” (Gv 4,6). Sant’Agostino commenta: “Non per nulla Gesù si stanca … La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato … Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci” (In Ioh. Ev., 15, 2). La stanchezza di Gesù, segno della sua vera umanità, può essere vista come un preludio della passione, con la quale Egli ha portato a compimento l’opera della nostra redenzione. In particolare, nell’incontro con la Samaritana al pozzo, emerge il tema della “sete” di Cristo, che culmina nel grido sulla croce: “Ho sete” (Gv 19,28). Certamente questa sete, come la stanchezza, ha una base fisica. Ma Gesù, come dice ancora Agostino, “aveva sete della fede di quella donna” (In Ioh. Ev. 15, 11), come della fede di tutti noi. Dio Padre lo ha mandato a saziare la nostra sete di vita eterna, donandoci il suo amore, ma per farci questo dono Gesù chiede la nostra fede. L’onnipotenza dell’Amore rispetta sempre la libertà dell’uomo; bussa al suo cuore e attende con pazienza la sua risposta.

Nell’incontro con la Samaritana risalta in primo piano il simbolo dell’acqua, che allude chiaramente al sacramento del Battesimo, sorgente di vita nuova per la fede nella Grazia di Dio. Questo Vangelo, infatti, - come ho ricordato nella Catechesi del Mercoledì delle Ceneri - fa parte dell’antico itinerario di preparazione dei catecumeni all’iniziazione cristiana, che avveniva nella grande Veglia della notte di Pasqua. “Chi berrà dell’acqua che io gli darò – dice Gesù – non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Quest’acqua rappresenta lo Spirito Santo, il “dono” per eccellenza che Gesù è venuto a portare da parte di Dio Padre. Chi rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, cioè nel Battesimo, entra in una relazione reale con Dio, una relazione filiale, e può adorarLo “in spirito e verità” (Gv 4,23.24), come rivela ancora Gesù alla donna Samaritana. Grazie all’incontro con Gesù Cristo e al dono dello Spirito Santo, la fede dell’uomo giunge al suo compimento, come risposta alla pienezza della rivelazione di Dio.

Ognuno di noi può immedesimarsi con la donna Samaritana: Gesù ci aspetta, specialmente in questo tempo di Quaresima, per parlare al nostro, al mio cuore. Fermiamoci un momento in silenzio, nella nostra stanza, o in una chiesa, o in un luogo appartato. Ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Ci aiuti la Vergine Maria a non mancare a questo appuntamento, da cui dipende la nostra vera felicità.

[Papa Benedetto, Angelus 27 marzo 2011]

Sabato, 28 Febbraio 2026 04:19

Moriamo, se ne restiamo privi

L’anima assetata del Signore

1. Il Salmo 62, sul quale oggi ci fermiamo a riflettere, è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.  

Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo. 

2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.  

Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). 

3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28). 

4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56). 

5.Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9). 

6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene. 

Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti, 16-19 passim: SC 50 bis, 160-162).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 aprile 2001]

Sabato, 28 Febbraio 2026 04:03

Presso un pozzo, la siccità

Il brano evangelico di questa domenica, terza di Quaresima, presenta l’incontro di Gesù con una donna samaritana (cfr Gv 4,5-42). Egli è in cammino con i suoi discepoli e fanno sosta presso un pozzo, in Samaria. I samaritani erano considerati eretici dai Giudei, e molto disprezzati, come cittadini di seconda classe. Gesù è stanco, ha sete. Arriva una donna a prendere acqua e lui le chiede: «Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio. Infatti, alla reazione di sorpresa della donna, Gesù risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10).

Al centro di questo dialogo c’è l’acqua. Da una parte, l’acqua come elemento essenziale per vivere, che appaga la sete del corpo e sostiene la vita. Dall’altra, l’acqua come simbolo della grazia divina, che dà la vita eterna. Nella tradizione biblica Dio è la fonte dell’acqua viva – così si dice nei salmi, nei profeti –: allontanarsi da Dio, fonte di acqua viva, e dalla sua Legge comporta la peggiore siccità. È l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Nel lungo cammino verso la libertà, esso, arso dalla sete, protesta contro Mosè e contro Dio perché non c’è acqua. Allora, per volere di Dio, Mosè fa scaturire l’acqua da una roccia, come segno della provvidenza di Dio che accompagna il suo popolo e gli dà la vita (cfr Es 17,1-7).

E l’apostolo Paolo interpreta quella roccia come simbolo di Cristo. Dirà così: “E la roccia è Cristo” (cfr 1 Cor 10,4). È la misteriosa figura della sua presenza in mezzo al popolo di Dio che cammina. Cristo infatti è il Tempio dal quale, secondo la visione dei profeti, sgorga lo Spirito Santo, cioè l’acqua viva che purifica e dà vita. Chi ha sete di salvezza può attingere gratuitamente da Gesù, e lo Spirito Santo diventerà in lui o in lei una sorgente di vita piena ed eterna. La promessa dell’acqua viva che Gesù ha fatto alla Samaritana è divenuta realtà nella sua Pasqua: dal suo costato trafitto sono usciti «sangue ed acqua» (Gv 19,34). Cristo, Agnello immolato e risorto, è la sorgente da cui scaturisce lo Spirito Santo, che rimette i peccati e rigenera a vita nuova.

Questo dono è anche la fonte della testimonianza. Come la Samaritana, chiunque incontra Gesù vivo sente il bisogno di raccontarlo agli altri, così che tutti arrivino a confessare che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come dissero poi i compaesani di quella donna. Anche noi, generati a vita nuova mediante il Battesimo, siamo chiamati a testimoniare la vita e la speranza che sono in noi. Se la nostra ricerca e la nostra sete trovano in Cristo pieno appagamento, manifesteremo che la salvezza non sta nelle “cose” di questo mondo, che alla fine producono siccità, ma in Colui che ci ha amati e sempre ci ama: Gesù nostro Salvatore, nell’acqua viva che Lui ci offre.

Maria Santissima ci aiuti a coltivare il desiderio del Cristo, fonte di acqua viva, l’unico che può saziare la sete di vita e di amore che portiamo nel cuore.

[Papa Francesco, Angelus 15 marzo 2020]

Venerdì, 27 Febbraio 2026 03:36

Nessun avvilito

(Lc 15,1-3.11-32)

 

L’Amore è una Festa, non uno scambio di favori. Quindi non siamo segnati a vita, perché il Padre sa che le nostre fughe paradossali sono dettate da una necessità (o legittima fissazione): respirare.

E dobbiamo essere fieri di noi stessi.

Dentro casa non esiste libertà, perché i fratelli maggiori sono talora insopportabili.

Impongono prestazioni, capiscono tutto, controllano qualsiasi virgola; immaginano che ciascuno debba percepire stipendio secondo meriti, ritmo, capacità, fatica, ore di straordinario e Signorsì.

Arcigni su qualsiasi cosa, piagnucolano solo perché immaginano che si debba chiedere permesso all’autorità anche di gioire della vita e fare baccano gratuitamente. Il loro “dovere e obbedire” uccide la Tenerezza.

Il Padre viceversa impedisce che ci sentiamo dei degradati, perciò non vuole ascoltare l’elenco delle trasgressioni che il “puro” non sa ma immagina e scioccamente scandisce, perché le reprime dentro e nel segreto le coltiva [identificandole col piacere!].

Non vuole che facciamo l’errore che rovina la vita intera e non qualche tratto di cammino: sentirci salariati. Così educa a far prevalere il bene sul male, senza avvilire nessuno.

Dappertutto troviamo un padrone che sfrutta. E anche se poi torniamo a Casa solo per calcolo, Dio impedisce che ci mettiamo in ginocchio.

Recitiamo il Padre Nostro in piedi: con Lui siamo sempre dei valorosi faccia a faccia, e gradisce «sinfonie e cori».

 

Dice il Tao Tê Ching [x]: «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».

La contraddizione abita ciascuno di noi, e il Padre misericordioso non chiama nessuno a mettersi camicie di forza interiori o esteriori a pennello.

Non intende assorbire la vita delle nostre sottigliezze e sfumature, né ridurre la compresenza dei volti.

Sa che l’evoluzione di ciascuno si abbina a un linguaggio esperienziale variegato, in grado a suo tempo di coniugare ricchezza antica, inclinazioni personali anche momentanee, e novità impensate.

Se rinneghiamo l’universo molteplice dell’anima e la moltitudine delle sue antinomie, idiomi, e personaggi compresenti - come i due figli entrambi contraddittori ma infine complementari - mai avremmo a disposizione tutte le prospettive per una crescita della vita e per l’evoluzione nella forza espressiva della Fede.

Nell’Opera dello Spirito, Occasioni di Ricchezza per tutti, e… nessun umiliato.

Ormai tutti liberi. Che meraviglia, un ostensorio del genere! Un Corpo vivo di Cristo che profuma di Condivisione!

È questa la bella e regale consapevolezza che spiana e rende credibile il contenuto dell’Annuncio (vv.1-2).

D’ora in poi, la distinzione fra credenti o meno sarà assai più profonda che fra puri e impuri: tutta un’altra caratura - e principio di una vita da salvati.

Cristo chiama, accoglie e redime anche il figlio scombinato e quello preciso (in noi) ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.

Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato (quello rigido e quello distratto).

Li farà addirittura fiorire: diventeranno aspetti irrinunciabili e vincenti della futura testimonianza.

Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando mi colgo ipocrita e stretto di cuore? Quando mi accorgo invece di essere protagonista di quel che il Padre condivide?

 

 

[Sabato 2.a sett. Quaresima, 7 marzo 2026]

Venerdì, 27 Febbraio 2026 03:33

Parabole Misericordia

Lc 15,1-3.11-32  (Lc 15,1-32)

 

Valore dell’unicità imperfetta

 

Un Dio in ricerca dei perduti e disuguali, per dilatarci la vita

(Lc 15,1-10)

 

Perché Gesù parla di Gioia in riferimento all’unica pecorella?

Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».

Anche nel cammino spirituale, Gesù si guarda bene dal proporre un universalismo dettato o pianificato, come se il suo fosse un modello ideale, «allo scopo di omogeneizzare» (Fratelli Tutti n.100).

Il tipo di Comunione che il Signore ci propone non mira a «un’uniformità unidimensionale che cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità».

Perché «il futuro non è “monocromatico” ma se ne abbiamo il coraggio è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» (da un Discorso ai giovani in Tokyo, novembre 2019).

 

Sebbene la pietà e la speranza dei rappresentanti della religiosità ufficiale fosse fondata su una struttura di sicurezze umane, etniche, culturali e una visione del Mistero consolidati da una grande tradizione, Gesù sgretola tutte le prevedibilità.

Nel Figlio, Dio viene rivelato non più come proprietà esclusiva, bensì Potenza d’Amore che perdona gli emarginati e smarriti: salva e crea, liberando. E mediante i discepoli dispiega il suo Volto che recupera, abbatte le barriere consuete, chiama moltitudini misere.

Sembra un’utopia impossibile da realizzare nel concreto (oggi della crisi sanitaria e globale) ma è il senso del passaggio di consegne alla Chiesa, chiamata a farsi incessante pungolo d’Infinito e fermento d’un mondo alternativo, per lo sviluppo umano integrale:

«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (FT n.8).

 

Attraverso una domanda assurda (formulata in modo retorico) Gesù vuole destare la coscienza dei “giusti”: c’è una controparte di noi che suppone di sé, molto pericolosa, perché porta all’esclusione, all’abbandono.

Invece l’Amore inesauribile cerca. E trova l’imperfetto e irrequieto.

La palude di energia stagnante che si genera accentuando i confini non fa crescere nessuno: blocca nelle solite posizioni e lascia che ciascuno si arrangi o si perda. Per disinteresse interessato - che impoverisce tutti.

Tutto ciò faceva cadere le virtù creative nella disperazione.

E faceva precipitare chi era fuori del giro degli eletti - anteposti che non avevano nulla di superiore. Infatti Lc li tratteggia del tutto incapaci di trasalire di gioia umana per il progresso altrui.

Calcolatori, recitanti e conformi - i dirigenti (fondamentalisti o sofisticati) non sanno della realtà, e usano la religione come un’arma.

Invece Dio è agli antipodi degli sterilizzati finti - o del pensiero disincarnato - e alla ricerca di colui che vaga malfermo, facilmente si disorienta, smarrisce la strada. 

Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino. Per questo motivo il Padre è alla ricerca dell’insufficiente.

La persona così limpida e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro i lati apparentemente detestabili. Forse ch’egli stesso non apprezza.

Questo il principio di Redenzione che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore” - nella Fede generando però autostima, credito, pienezza e gioia.

 

L’impegno del purificatore e l’impeto del riformatore sono “mestieri” che in apparenza si contrappongono, ma facili facili… e tipici di chi pensa che le cose da contestare e cambiare siano sempre fuori di sé.

Ad esempio nei meccanismi, nelle regole generali, nell’assetto giuridico, nelle visioni del mondo, negli aspetti formali (o istrionici) invece che nell’artigianato del bene particolare concreto; così via.

Sembrano scuse per non guardarsi dentro e mettersi in gioco, per non incontrare i propri stati profondi in tutti i versanti e non solo nelle linee guida. E recuperare o rallegrare individui concretamente smarriti, tristi, in tutti i lati oscuri e difficili.

Ma Dio è agli antipodi degli sterilizzati di maniera o degli idealisti finti, e alla ricerca dell’insufficiente: colui che vaga e smarrisce la strada. Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino.

La persona trasparente e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro gli aspetti apparentemente detestabili (forse ch’egli stesso non apprezza).

Chiediamo allora soluzione alle nuove energie interpersonali misteriose, imprevedibili, che entrano in gioco; da dentro le cose.

Senza interferire con idee di passato o di futuro che non vediamo, ovvero opponendosi ad esse. Piuttosto possedendone l’anima, il suo farmaco spontaneo.

Questo il principio della Salvezza che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi [spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore”] - generando infine autostima, credito e gioia.

 

L’idea che l’Altissimo sia un notaio o principe di un foro, e che operi netta distinzione fra giusti e trasgressori, è caricatura.

Del resto, una vita da salvati non è produzione propria, né possesso esclusivo o proprietà privata - che si capovolge in doppiezza.

Non è l’atteggiamento schizzinoso, né quello cerebrale, che unisce a Lui. Il Padre non blandisce amicizie supponenti, né ha interessi esterni.

Egli si rallegra con tutti, ed è il bisogno che lo attira a noi. Quindi non temiamo di farci trovare e lasciarci riportare (v.5)... in Casa sua, che è casa nostra.

Se c’è uno smarrimento, vi sarà un ritrovamento, e questo non è una perdita per nessuno - salvo per gli invidiosi nemici della libertà (v.2).

L’Eterno infatti non si compiace di emarginazioni, né intende spegnere il lucignolo fumigante.

Gesù non viene per puntare il dito sui momenti no, ma per recuperare, facendo leva sul coinvolgimento intimo. Forza invincibile di fedeltà.

Questo lo stile d’una Chiesa dal Cuore Sacro, amabile, elevato e benedetto.

[Ciò che attira a partecipare ed esprimersi è sentirsi capiti, restituiti a dignità piena - non condannati].

Diceva Carlo Carretto: «È sentendosi amato, non criticato, che l’uomo inizia il suo cammino di trasformazione».

 

Come sottolinea ancora l’enciclica Fratelli Tutti:

Gesù - nostro Motore e Motivo - «aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri» (n.84).

E aggiunge ad esempio della nostra grande Tradizione:

«Le persone possono sviluppare alcuni atteggiamenti che presentano come valori morali: fortezza, sobrietà, laboriosità e altre virtù. Ma per orientare adeguatamente gli atti [...] bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione [...] Altrimenti avremo solo apparenza».

«San Bonaventura spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti come Dio li intende» (n.91).

 

Nelle sètte o nei gruppi d’ispirazione unilaterale, per emarginazione saccente le ricchezze umane e spirituali vengono depositate in luogo appartato, così invecchiano e sviliscono.

Nelle assemblee dei figli sono invece condivise: si accrescono e comunicano; moltiplicandosi rinverdiscono, con beneficio universale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa ti attira della Chiesa? Nei confronti coi primi della classe, ti senti giudicato o adeguato?

Provi l’Amore che salva, anche se permani incerto?

 

 

Fierezza reciproca, nessun avvilito

(Lc 15,11-32)

 

Non avevo mai capito cosa c’entrava la Misericordia di Dio con la mia dignità: come mai la posa dei figli [che prima o poi tornano] doveva essere quella raffigurata da Rembrandt - uno ritto, l’altro in ginocchio?

Se il giovane scappa perché l’atmosfera allestita dalle pretese dei fratelli maggiori è insopportabile, dovrebbe pure radersi la testa e stare in penitenza - sperando al massimo di essere oggetto di compassione?

No, altrimenti il padrone di casa non avrebbe rivestito il figlio fuggito con talare e anello, ossia nominandolo - dissennato - nuovo responsabile dell’amministrazione della casa. Come fosse tutto regolare.

 

Nell’Anno del Padre ammiravo sì l’arte cromatica dell’opera ora all’Ermitage, ma la composizione e il senso delle figure non mi tornava.

Piedi consunti, calzature inservibili, potevo anche capirli. Ma non la posizione da scapestrato, alla ricerca d’una empatia assurda e forzata.

L’abito lacero in più punti, senza una cintura dignitosa - forse venduta per necessità - e sostituita da un misero cordino da sguattero, d’accordo.

Però lo spadino appeso al fianco destro mi sembrava illustrasse che malgrado in disgrazia e con la testa rasata da schiavo, il giovanotto non avesse perduto il suo cinico opportunismo.

Nella mia grammatica spirituale di allora, invece, la pelata alludeva già all’idea del nascituro.

In Seminario mi rendevo conto che al di là degli accadimenti, siamo generati incessantemente come creature fresche e pulite; mai umiliate.

L’accento di questo Vangelo nelle liturgie penitenziali mi tintinnava d’ambiguo: protagonista è il Padre cedevole, non l’agire sbilenco del figlio che scappa e torna per calcolo (e scapperà di nuovo).

Mani affusolate e robuste: solo le Sue sono così complete.

Nei corsi di Liturgia avevo anche imparato il senso del “rosso”: regalità in grado di riavvolgere il perduto; colore all’unisono con la tenerezza della carne e la sua viva generosità.

Ed è tutto carnale il suo chinarsi per stra-baciare [cadendo sul collo: così il testo greco] il ritrovato e rinato.

Non è un gesto da notaio che riscontra, ma che accorcia le distanze e toglie il disonore delle fratture, incolmabili con la Perfezione.

Giustifica: crea il giusto dove giustizia non c’è.

Il contrario del figlio maggiore, ritto e certo del suo dare e avere; non sollecito a rialzare nessuno, figuriamoci il debole.

Ha uno sguardo che vede il misero solo nell’esteriore, non coglie la scena dal di dentro.

Il fratello maggiore resta rigido e indignato: niente sinfonie e cori, ma si rende conto solo del suo efficiente servigio.

E piagnucola perfino, perché in tutto immagina di dover chiedere permesso, anche di poter fare festa (v.29): l’infantilismo dell’obbediente... formalista e tarato.

 

All’icona ufficiale dell’anno del Padre preferivo il focus del quadro di Andrea Palma alla Galleria Borghese - sebbene meno esteticamente creativo e affascinante.

Compresi oltre approfondendo il testo. Ed ebbi percezione del senso biblico d’un comandamento soppresso [ma punto di forza e distinzione nell’approccio con Dio, specificità della spiritualità evangelicale]: «non ti farai immagine» (Es 20,3-4ss; Dt 5,8ss).

Il precetto antico suppone che le raffigurazioni tolgano smalto al Logos e al Tu-per-tu, spersonalizzando la relazione col Padre: esse forse la deviano e confondono.

Proprio le fattezze più attraenti, descrittive o decorative, sono talora in grado di smorzare la forza dirompente della Parola missionaria, dal tono crudo e graffiante, affatto intimista.

[Nell’arte sacra, soprattutto il figurativo latino ha pretese che fanno impallidire l’impulso del Testo, non di rado normalizzato secondo cliché “culturale” e morale].

 

Il figlio non torna perché intimamente pentito, bensì per opportunismo e sola fame - e si prepara un discorso che potrebbe convincere il genitore. In effetti ha commosso molte generazioni.

Il Padre impedisce di terminare la frase già pronta (vv.18-19), proprio nel punto in cui il figlio intendeva esprimersi quale servo messo a salario (vv.21-22). Questa è tutta la partita.

Grazie alla sua esperienza radicale nel cammino di fede, Andrea Palma, l’artista di secondo piano, meno quotato ma religioso dei frati di s. Domenico, intuiva ciò che tutta l’iconografia tradizionale - catturata da luoghi comuni - non aveva mai colto.

Il Richiamo della celebre parabola non è per il giovanottino irritato, disinibito e spendaccione, poi pentito per finta - bensì destinato ai “primogeniti” (vv.2-3) che ancora rapiscono il Gratis.

Il Padre si era dimostrato rispettoso della coscienza e addirittura cedevole, ma con gesto fermo non consente d’inginocchiarsi.

Egli impedisce con decisione di fare l’unico errore che davvero gli preme che evitiamo, perché rovineremmo non solo la caratura morale d’un tratto di esistenza, ma la vita intera anche del prossimo - divenendo ridicoli, dissociati e ostili come i “maggiori”.

Al cospetto di Dio siamo pari, non sotto. Non umilia, non discredita, non pretende che ci pieghiamo di fronte a Lui o a qualche guru che impone artifici esterni.

Bello sapere che - malgrado gli sguardi arcigni dei gendarmi maggiori - anch’io sarei sempre caduto in piedi.

Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.

 

 

Nessun avvilito

 

L’Amore è una Festa, non uno scambio di favori.

Quindi non siamo segnati a vita, perché Egli sa che le nostre fughe paradossali sono dettate da una necessità (o legittima fissazione): respirare.

E dobbiamo essere fieri di noi stessi.

Dentro casa non esiste libertà, perché i “fratelli maggiori” sono talora insopportabili.

Impongono prestazioni, capiscono tutto, controllano qualsiasi virgola; immaginano che ciascuno debba percepire stipendio secondo meriti, ritmo, capacità, fatica, ore di straordinario, (maniere e) Signorsì.

Arcigni su qualsiasi cosa, piagnucolano solo perché immaginano che si debba chiedere permesso all’autorità anche di gioire della vita e fare baccano gratuitamente.

Il loro “dovere e obbedire” uccide la Tenerezza.

Il Padre viceversa impedisce che ci sentiamo dei degradati, perciò non vuole ascoltare l’elenco delle trasgressioni che il “puro” non sa ma immagina e scioccamente scandisce, perché le reprime dentro e nel segreto le coltiva [identificandole col piacere!].

Non vuole che facciamo l’errore che rovina la vita intera e non qualche tratto di cammino: sentirci salariati.

In tal guisa, ci educa a far prevalere il bene sul male, senz’avvilire nessuno.

 

Dappertutto troviamo un padrone che sfrutta. E anche se poi torniamo a Casa solo per calcolo, Dio impedisce che ci mettiamo in ginocchio.

Recitiamo il Padre Nostro in piedi: con Lui siamo sempre dei valorosi faccia a faccia, e gradisce «sinfonie e cori».

 

 

Per una interiorizzazione del discernimento

 

Sebbene il Padre non sia compreso da nessuno dei suoi intimi, svetta restando cedevole senza contegno alcuno.

Non perché buonista e perbene, bensì Sapiente: la vita di entrambi i figli non sarebbe avanzata esasperandone i fulcri, rinnegando forze, poli, lati dell’anima, ma integrando tali potenze e assumendole a supplemento. Riconoscendole e coalizzandole.

La celebre parabola è priva di esito per il fatto che la conclusione certa della trama non esiste e non deve.

I due [che siamo ciascuno di noi, in contemporanea, nell’intimo] continueranno la solita storia indecente, ossia a essere dentro e fuori Casa.

Tutto ciò in modo sfacciato. Ma così conosceranno le tante pendici di se stessi - anche in opposizione.

 

È l’aspetto forse più rilevante: sulla base dei differenti moti dell’anima e degli accadimenti, ciascuno è chiamato alla sua (imprevedibile) sintesi.

Essa può variare non solo in situazione, ma anche rispetto alle diverse età, nello Spirito.

Via via la soluzione si fa strada, ma non affiora ricalcando regolarità di vicende decorose - da donne e uomini alienati.

Figlio maggiore e minore sono aspetti compresenti in ciascuno.

È una condizione paradossale, che però consente di essere più ricchi: ad es. non sempre nevrotici, gretti, stressanti e impegnatissimi come il figlio maggiore; non solo scapestrati, epidermici e impulsivi come il minore.

Il cambiamento e il calibro variegato sono risorse che innescano sia pause che fughe in avanti, e il Padre lo sa.

Dio ci vuole completi: capaci d’immaginare e pensare, ma anche solidi.

Mentre un padre padrone ci collocherebbe dove gli occorre e gli basterebbe che fossimo dei servili portaborse del capo.

Così staremmo buoni e collocati lì dove ci mette per i suoi bisogni. 

Funzionari... senza quella duttile collaborazione che spalanca l’esperienza variegata e un correlativo valore aggiunto - in grado di elaborare e di essere.

Così e nell’Esodo di ciascun carattere.

Evolvendo il poliedro della personalità, e crescendo nella libertà; verso un’alleanza e integrazione sempre più convinte, e il suo compimento nell’Amore.

 

In situazioni che ristagnano, la spinta della comprensione senza condizioni e l’amicizia che rende forte il debole fanno da terapia insuperabile - stimolo a continuare il percorso.

In Viaggio, esse sono relazioni che accettano e accolgono, ospitano e benedicono i contrasti (nel caso dei due, affidabilità e fantasia, ad es.).

Lasciando affiorare i declivi in conflitto, tutte le disposizioni e talenti... sia la migliore conoscenza di sé che i rapporti esterni, diventano territori di nuova espressione.

Dilatazione di vita, per energie plastiche innate, che fanno ricca l’anima e confermano [o contestano e denunciano, in caso di conformismo] le inclinazioni personali.

Le guide spirituali legate alla religiosità consuetudinaria e dozzinale tendono a farci rinnegare le contraddizioni. Ma questo taglio ripiega la persona, snerva le forze e impoverisce la situazione anche intima, annientando le sue normali pulsioni.

E inoculando l’idea che Dio stesso sia un totem riduzionista, non la Sorgente, l’esuberanza della vita e la piattaforma dell’Essere che sperimentiamo nelle particolari essenze.

Non di rado la religiosità moralisteggiante riduce la vita nello Spirito a bazzecole, infangandoci dentro pozzanghere.

Viceversa, la comunione con il Padre gode di percepire la forza della Totalità piena, che fa incontrare il giorno e la notte.

 

L’anima si sente in forma solo se il magma delle potenze in contrasto che intuisce e coglie vengono riconosciute, benedette.

Le tante sfumature consentono di misurarci su diverse unità, e avere consapevolezza dei risvolti opposti - da cui germineranno versanti intermedi.

Trascurare di dare loro il benvenuto è infruttuoso: non potremmo affrontare in modo incondizionato le sfaccettature della realtà e la moltitudine di personaggi che portiamo dentro.

Sono forze che ci soccorrono, recuperano, integrano, completano, secondo le vicende o la personale sensibilità.

Se rimaniamo chiusi in un idolo, in un’idea cesellata, in una mansione, in un ruolo, in delle maniere, in vezzi anche iperattivi e perbene, o fintamente trasgressivi, da recitare, perderemmo opportunità e capacità di ricreare noi stessi, la Chiesa, il mondo.

L’evangelizzazione stessa deve poter assumere variazioni impreviste; così l’attività missionaria, che fa spesso il paio con un’anima intraprendente, ricca di discrepanze che aprono la ricerca del dialogo e il rischio dell’empatia; travalicando il cosiddetto “carisma”.

 

La contraddizione abita ciascuno di noi e il Padre misericordioso non chiama nessuno a mettersi camicie di forza interiori o esteriori a pennello.

Non intende assorbire la vita delle nostre sottigliezze e sfumature, né ridurre la compresenza dei volti.

Sa che l’evoluzione di ciascuno si abbina a un linguaggio esperienziale variegato; in grado a suo tempo di coniugare ricchezza antica, inclinazioni personali anche momentanee, e novità impensate.

Se rinneghiamo l’universo molteplice dell’anima e la moltitudine delle sue antinomie, idiomi e personaggi compresenti - come i due figli entrambi contraddittori ma infine complementari - mai avremmo a disposizione tutte le prospettive per una crescita dell’onda vitale e per l’evoluzione nella forza espressiva della Fede.

 

Dice il Tao Tê Ching (xix): «V’è altro cui attenersi: mostrati semplice e mantieniti grezzo».

Nell’Opera dello Spirito, Occasioni di Ricchezza per tutti, e... nessun avvilito.

Ormai tutti liberi. Che meraviglia, un ostensorio del genere! Un Corpo vivo del Cristo che profuma di Condivisione!

È questa la bella e regale consapevolezza che spiana e rende credibile ogni contenuto dell’Annuncio (vv.1-2).

D’ora in poi, la distinzione fra credenti o meno sarà assai più profonda che fra puri e impuri, performanti o meno.

Tutta un’altra caratura - e principio di una esistenza da salvati.

 

Cristo chiama, accoglie e redime anche il figlio scombinato e quello preciso (in noi) ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.

Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato (quello rigido e quello distratto).

Li farà addirittura fiorire: diventeranno aspetti irrinunciabili e vincenti della futura testimonianza.

Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».

 

Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando mi colgo ipocrita e stretto di cuore? Quando mi accorgo invece di essere protagonista di quel che il Padre condivide?

Venerdì, 27 Febbraio 2026 03:19

Libertà fuori di Dio?

La parabola del figliol prodigo è uno dei passi più apprezzati delle Sacre Scritture. La sua profonda illustrazione della misericordia di Dio e l'importante desiderio umano di conversione e di riconciliazione, come pure la ripresa dei rapporti interrotti, parlano agli uomini e alle donne di ogni età. La tentazione dell'uomo di esercitare la propria libertà allontanandosi da Dio è frequente. Ora, l'esperienza del figliol prodigo ci fa constatare sia nella storia sia nella nostra vita che quando la libertà viene ricercata al di fuori di Dio il risultato è negativo: perdita della dignità personale, confusione morale e disgregazione sociale. Al contrario, l'amore appassionato del Padre per l'umanità vince l'orgoglio umano. Donato gratuitamente, è un amore che perdona e che porta le persone a entrare più profondamente nella comunione della Chiesa di Cristo. Offre veramente a tutti i popoli l'unità in Dio e, come mostra in maniera perfetta il Cristo sulla Croce, riconcilia la giustizia e l'amore" (cfr Deus caritas est, n. 10).

E che dire del fratello maggiore? Non è forse egli, in un certo senso, anche tutti gli uomini e tutte le donne? Forse, soprattutto quelli che si allontanano tristemente dalla Chiesa? La sua razionalizzazione del proprio atteggiamento e delle proprie azioni suscita una certa simpatia, ma, in ultima analisi, descrive la sua incapacità di comprendere l'amore incondizionato. Incapace di pensare al di là dei limiti della giustizia naturale, resta intrappolato nell'invidia e nell'orgoglio, staccato da Dio, isolato dagli altri e a disagio con se stesso.

Cari Fratelli, che la riflessione sui tre personaggi di questa parabola, ossia il Padre nella sua abbondante misericordia, il figlio più giovane nella sua gioia di essere perdonato e il fratello maggiore nel suo tragico isolamento, vi confermi nel vostro desiderio di affrontare la perdita del senso del peccato, a cui avete fatto riferimento nei vostri resoconti. Questa priorità pastorale riflette la grande speranza che i fedeli sperimentino l'amore infinito di Dio quale chiamata ad approfondire la loro unità ecclesiale e a superare la divisione e la frammentazione che tanto spesso feriscono le famiglie e le comunità di oggi. Da questo punto di vista, la responsabilità del Vescovo di indicare la presenza distruttiva del peccato è prontamente intesa quale servizio di speranza: rafforza i credenti affinché evitino il male e scelgano la perfezione dell'amore e la pienezza della vita cristiana.

[Papa Benedetto, Discorso ai Vescovi del Canada 9 ottobre 2006]

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“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
The image of the vineyard is clear: it represents the people whom the Lord has chosen and formed with such care; the servants sent by the landowner are the prophets, sent by God, while the son represents Jesus. And just as the prophets were rejected, so too Christ was rejected and killed (Pope Francis)
L’immagine della vigna è chiara: rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso (Papa Francesco)
‘Lazarus’ means ‘God helps’. Lazarus, who is lying at the gate, is a living reminder to the rich man to remember God, but the rich man does not receive that reminder. Hence, he will be condemned not because of his wealth, but for being incapable of feeling compassion for Lazarus and for not coming to his aid. In the second part of the parable, we again meet Lazarus and the rich man after their death (vv. 22-31). In the hereafter the situation is reversed [Pope Francis]
“Lazzaro” significa “Dio aiuta”. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo. Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte (vv. 22-31). Nell’al di là la situazione si è rovesciata [Papa Francesco]
Brothers and sisters, a frequent flaw of those in authority, whether civil or ecclesiastic authority, is that of demanding of others things — even righteous things — that they do not, however, put into practise in the first person. They live a double life. Jesus says: “They bind heavy burdens, hard to bear, and lay them on men’s shoulders; but they themselves will not move them with their finger (v.4). This attitude sets a bad example of authority, which should instead derive its primary strength precisely from setting a good example. Authority arises from a good example, so as to help others to practise what is right and proper, sustaining them in the trials that they meet on the right path (Pope Francis)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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