don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 16 Marzo 2026 11:44

5a Domenica di Quaresima

V Domenica di Quaresima (anno A)  [22 marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! In questa domenica si tocca il tema della morte e della vita che non muore. Dinanzi a tanta paura di morire possa questa parola di salvezza accendere in noi la speranza invincibile di vivere eternamente in Dio che è Amore

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (37,12-14)

Questo testo è molto breve, ma si vede chiaramente che forma un’unità: è incorniciato da due espressioni simili; all’inizio “Così dice il Signore Dio”, alla fine “Oracolo del Signore”. Una cornice che ha evidentemente lo scopo di solennizzare ciò che racchiude. Ogni volta che un profeta ritiene opportuno precisare che parla da parte del Signore, è perché il suo messaggio è particolarmente importante e difficile da ascoltare. Il messaggio di oggi è dunque ciò che sta dentro questa cornice: una promessa ripetuta due volte e rivolta al popolo di Dio, poiché Dio dice “o popolo mio”; entrambe le volte la promessa riguarda due punti: in primo luogo “Io apro i vostri sepolcri; in secondo luogo, “vi riconduco nella terra d’Israele”, oppure “vi farò riposare nella vostra terra”, che è la stessa cosa. Queste espressioni ci permettono di collocare il contesto storico: il popolo è in esilio a Babilonia, alla mercé dei Babilonesi, annientato (nel vero senso della parola, ridotto a nulla), come morto; per questo Dio parla di sepolcri. L’espressione “Io apro i vostri sepolcri” significa dunque che Dio rialzerà il suo popolo. Leggendo il capitolo 37 del libro di Ezechiele si nota che questo breve testo segue una visione del profeta chiamata “la visione delle ossa inaridite” e ne dà la spiegazione: il profeta vede un immenso esercito morto, disteso nella polvere; e Dio gli dice: i tuoi fratelli sono così disperati nel loro esilio che si credono morti, finiti… ebbene, io, Dio, li rialzerò. Tutta questa visione e la sua spiegazione evocano dunque la prigionia del popolo esiliato e il suo risollevamento da parte di Dio. Per il profeta Ezechiele è una certezza: il popolo non può essere eliminato, perché Dio gli ha promesso un’Alleanza eterna che nulla potrà distruggere; quindi, quali che siano le sconfitte, le rotture, le prove, si sa che il popolo sopravvivrà e ritroverà la sua terra, perché essa fa parte della promessa. “Io apro i vostri sepolcri… o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”: in fondo queste parole non hanno nulla di sorprendente; da sempre Israele sa che il suo Dio è fedele; e l’espressione “Saprete che io sono il Signore” dice proprio che è dalla sua fedeltà alle promesse che si riconosce il vero Dio. Ma perché ripetere due volte quasi le stesse cose? In realtà, la seconda promessa non si limita a ripetere la prima, ma la amplia:  Riprende: Io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe e vi farò riposare nella vostra terra, e saprete che io sono il Signore: tutto questo  è il ritorno alla situazione precedente al disastro dell’esilio babilonese. In questa seconda promessa c’è molto di più, di nuovo e mai visto prima: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”; qui si annuncia la nuova Alleanza: d’ora in poi la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori. Oppure, per riprendere un’altra espressione di Ezechiele, i cuori umani non saranno più di pietra, ma di carne.

Qui non c’è dubbio possibile: la ripetizione dell’espressione “o popolo mio” mostra chiaramente che queste due promesse annunciano una rinascita, una restaurazione del popolo. Non si tratta qui di una risurrezione individuale. La morte individuale non comprometteva il futuro del popolo; e per molto tempo è stato il futuro del popolo, e solo quello, a contare. Quando qualcuno moriva, si diceva che si era addormentato con i suoi padri, senza immaginare una sopravvivenza personale; al contrario, la sopravvivenza del popolo è sempre stata una certezza, perché il popolo è portatore delle promesse di Dio. Per credere nella risurrezione individuale occorrono due elementi: anzitutto interessarsi al destino dell’individuo — cosa che all’inizio della storia biblica non avveniva; l’interesse per la sorte personale è una conquista tardiva. In secondo luogo, è indispensabile credere in un Dio che non vi abbandona alla morte. La certezza che Dio non abbandona mai l’uomo non è nata all’improvviso; si è sviluppata al ritmo degli eventi concreti della storia del popolo eletto. L’esperienza storica dell’Alleanza è ciò che nutre la fede d’Israele, è l’esperienza di un Dio che libera l’uomo da ogni schiavitù e interviene incessantemente per liberarlo; un Dio fedele che non ritratta mai. È questa fede che guida tutte le scoperte d’Israele; anzi ne è il motore. Quattro secoli dopo Ezechiele, verso il 165 a.C., questi due elementi congiunti — la fede in un Dio che libera continuamente l’uomo e la scoperta del valore di ogni persona umana — hanno condotto alla fede nella risurrezione individuale. E’ apparso evidente che Dio libererà l’individuo dalla schiavitù più terribile e definitiva, quella della morte. Questa scoperta è così tardiva nel popolo ebraico che, al tempo di Cristo, non era ancora condivisa da tutti: i Sadducei, infatti, erano noti come coloro che non credono alla risurrezione. Forse però la profezia di Ezechiele potrebbe superare la sua stessa comprensione, senza esserne consapevole. Lo Spirito di Dio parlava per mezzo della sua bocca e potremmo pensare: Ezechiele non sapeva quanto fosse grande ciò che stava annunciando

 

*Salmo Responsoriale (129/130) 

Nel Salterio esiste un gruppo di quindici salmi che portano un nome particolare: Canto delle ascese o salite. Ciascuno di essi comincia con le parole “Canto delle ascese o salite” che in ebraico indica andare a Gerusalemme in pellegrinaggio. Nei Vangeli, del resto, l’espressione “salire a Gerusalemme” ricorre più volte con lo stesso significato: evoca il pellegrinaggio per le tre feste annuali e, in particolare, la più importante tra esse, la festa delle Capanne. Questi quindici salmi accompagnavano dunque l’intero pellegrinaggio. Ancor prima di arrivare a Gerusalemme, anticipavano già lo svolgimento della festa. Per alcuni, si può perfino intuire in quale momento del pellegrinaggio venissero cantati; per esempio, il salmo (121/122) Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore… ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… era probabilmente il salmo dell’arrivo. Il salmo 129/130) è uno di questi Canti delle salite; veniva probabilmente cantato durante la festa delle Capanne nel corso di una celebrazione penitenziale ed ecco perché colpa e perdono sono particolarmente presenti nel  salmo: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?”.  Il peccatore che qui supplica, è certo di essere perdonato, è il popolo che riconosce insieme l’infinita bontà di Dio, la sua instancabile fedeltà (la sua Hesed) e l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere all’Alleanza. Queste infedeltà ripetute sono vissute come una vera morte spirituale: “Dal profondo a te grido”,  grido che si rivolge a Colui il cui stesso essere è Perdono: questo è il senso dell’espressione “con. te è il perdono”. Dio è Amore ed è Dono, ed è la stessa cosa. Ora “per-dono” non è altro che un dono che va al di là di tutto. Perdonare significa continuare a proporre un’Alleanza, un futuro possibile, oltre le infedeltà dell’altro. Ricordiamo la storia di Davide: dopo l’uccisione del marito di Betsabea, il profeta Natan gli annunciò il perdono di Dio prima ancora che Davide avesse pronunciato una sola parola di pentimento o di confessione. L’idea che Dio perdona sempre però non piace a tutti; eppure è senza dubbio una delle affermazioni centrali della Bibbia, fin dall’Antico Testamento. E Gesù riprende con forza lo stesso insegnamento: per esempio, nella parabola del figlio prodigo nel Vangelo secondo Luca (capitolo 15), il padre è già sulla strada ad aspettare il figlio (segno che lo ha già perdonato) e gli apre le braccia prima ancora che il figlio abbia aperto bocca. E l’esempio del perdono totalmente gratuito di Dio ci è stato dato da Gesù stesso sulla croce: coloro che lo stavano uccidendo non hanno detto una sola parola di pentimento, eppure egli dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È proprio nel suo perdono, dice la Bibbia, che Dio manifesta la sua potenza. Anche questa è una grande scoperta di Israele; si pensi a quanto afferma il libro della Sapienza: “La tua forza, Signore, è principio di giustizia… tu che disponi della forza, giudichi con mitezza e ci governi con grande indulgenza” (Sap 12,16.18). La certezza della misericordia di Dio non genera presunzione né indifferenza verso il peccato, ma riconoscenza umile e stupita.: “con te è il perdono così avremo il tuo timore”. Questa formula concisa indica l’atteggiamento del credente davanti a Dio che è solo dono e perdono.. Questa certezza del per-dono, sempre offerto oltre ogni colpa, ispira a Israele un atteggiamento di speranza straordinaria. Israele pentito attende il perdono “più che le sentinelle l’aurora”. “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”: espressioni simili ricorrono spesso nei testi biblici. Annunciano a Israele la liberazione definitiva, la liberazione da tutte le colpe di tutti i tempi. Israele attende ancora di più: proprio perché il popolo dell’Alleanza sperimenta la propria debolezza e il peccato sempre ricorrente, ma anche la fedeltà di Dio, attende da Dio stesso il compimento definitivo delle sue promesse. Al di là del perdono immediato, ciò che attende di secolo in secolo è l’aurora definitiva, che spera contro ogni speranza, come Abramo: l’aurora del Giorno di Dio. Tutti i salmi sono attraversati da questa attesa messianica. I cristiani sanno con ancora maggiore certezza che il nostro mondo va verso il suo compimento: un compimento che ha un nome, Gesù Cristo: “L’anima nostra attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 8-11)

“Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”, annuncia Ezechiele nella prima lettura, ma dal battesimo, ricorda qui san Paolo, questo è realtà e usa un’espressione immaginata: Lo Spirito di Dio abita in voi. Prendendola alla lettera, un commentatore parla di cambio di proprietario. Siamo diventati dimora dello Spirito: è lui che ormai comanda. Sarebbe interessante domandarci, in tutti gli ambiti della nostra vita, personale e comunitaria, chi è ai comandi, chi è il padrone di casa in noi; oppure, se preferiamo, qual è il nostro obiettivo della vita. Secondo Paolo non ci sono molte alternative: o siamo sotto l’influsso dello Spirito, cioè ci lasciamo guidare da lui, oppure non ci lasciamo ispirare dallo Spirito e questo egli lo chiama essere sotto l’influsso della carne. Essere sotto l’influsso dello Spirito è facile da capire: basta sostituire alla parola Spirito la parola Amore come nella Lettera ai Galati  mostra spiegando  i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22-23), in una parola l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della nostra vita. Paolo è erede di tutta la tradizione dei profeti: e tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della nostra relazione con gli altri; nei «Canti del Servo», il libro di Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52–53) afferma con forza che vivere secondo lo Spirito di Dio significa amare e servire i fratelli. Una volta definita la vita secondo lo Spirito, cioè la vita secondo l’amore, si capisce facilmente che cosa Paolo intenda per vita secondo la carne: è il contrario, cioè l’indifferenza o l’odio; in altre parole, l’amore è il decentrarsi da sé, la vita sotto l’influsso della carne è il centrarsi su di sé. La domanda: Chi comanda? qui diventa Chi è il centro del nostro mondo? E quelli che sono sotto l’influsso della carne non possono piacere a Dio, dice Paolo. Al contrario, Cristo è il Figlio amato nel quale Dio si compiace, cioè è in perfetta armonia con Dio proprio perché è anch’egli tutto amore. In questo senso, il racconto delle Tentazioni, letto nella prima domenica di Quaresima (Matteo cap.4), è molto eloquente perché Gesù appare totalmente centrato su Dio e sulla sua Parola e  rifiuta decisamente di centrarsi sulla propria fame o perfino sui bisogni della sua missione messianica. Se il testo delle tentazioni ci viene proposto ogni anno all’inizio della Quaresima, è perché la Quaresima è proprio un cammino di decentramento da noi stessi per ricentrarci su Dio e sugli altri. Più avanti, nella stessa Lettera ai Romani, Paolo dice che lo Spirito di Dio ci rende figli: è lui che ci spinge a chiamare Dio Padre. Ciò che in noi è amore viene da Dio, è la nostra eredità di figli. Lo Spirito è la vostra vita, dice ancora Paolo: traduciamo, l’amore è la vostra vita. Del resto sappiamo per esperienza che solo l’amore è creatore. Ciò che non è amore non viene da Dio e, proprio perché non viene da Dio, è destinato alla morte. La grande buona notizia di questo testo è che tutto ciò che in noi è amore viene da Dio e quindi non può morire. Come dice Paolo: “Se Dio ha risuscitato Gesù dai morti… darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (11,1-45)

Abbiamo preso l’abitudine di chiamare questo brano la risurrezione di Lazzaro, ma, a dire il vero, non è il termine più appropriato; quando proclamiamo “Credo nella risurrezione dei morti e nella vita eterna”, intendiamo ben altro. La morte di Lazzaro è stata in qualche modo solo una parentesi nella sua vita terrena; dopo il miracolo di Gesù, la sua esistenza ha ripreso il corso ordinario ed è stata, più o meno, la stessa di prima. Lazzaro ha avuto semplicemente un prolungamento della vita terrena. Il suo corpo non è stato trasformato ed egli è dovuto morire una seconda volta; la sua prima morte non è stata ciò che sarà per noi, cioè il passaggio alla vera vita. Allora ci si può chiedere: a che scopo? Compiendo questo miracolo, Gesù ha corso grandi rischi, perché si era già fatto fin troppo notare… e per Lazzaro non si è trattato che di rimandare l’appuntamento definitivo. È san Giovanni a rispondere alla nostra domanda: “a che scopo questo miracolo?. Ci dice che è un segno molto importante: Gesù si manifesta come colui nel quale abbiamo la vita senza fine e nel quale possiamo credere, cioè sul quale possiamo puntare la nostra vita. Del resto, i sommi sacerdoti e i farisei non si sono sbagliati: hanno ben compreso la gravità del segno compiuto da Gesù perché il vangelo di Giovanni dice che molti molti cominciarono a credere in lui proprio a causa del risveglio di Lazzaro, ed è allora che decisero di farlo morire. Questo miracolo ha dunque firmato la condanna a morte di Gesù; a pensarci duemila anni dopo, sembra paradossale: essere capace di ridare la vita meritava la morte. Triste esempio delle aberrazioni a cui possono condurre le nostre certezze… Torniamo al racconto di quello che potremmo chiamare il “risveglio di Lazzaro”, perché non si tratta di una vera risurrezione ma piuttosto di un supplemento di vita terrena. Facciamo solo a due osservazioni. 

Prima osservazione: per Gesù conta una sola cosa, la gloria di Dio; ma per vedere la gloria di Dio bisogna credere (Se credi, vedrai la gloria di Dio, dice a Marta). Fin dall’inizio del racconto, quando gli annunciano: Signore, colui che ami è malato, Gesù risponde ai discepoli: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”, cioè per la rivelazione del mistero di Dio. La fede ci apre gli occhi, toglie la benda della sfiducia che avevamo posto sul nostro sguardo. Seconda osservazione: qui la fede nella risurrezione compie il suo ultimo passo. In Israele la fede nella risurrezione è apparsa tardi; è affermata chiaramente solo nel II secolo a.C., al tempo della persecuzione di Antioco Epifane, e al tempo di Cristo non era ancora condivisa da tutti. Marta e Maria, evidentemente, fanno parte di coloro che vi credono. Ma nella loro mente si tratta ancora di una risurrezione alla fine dei tempi; quando Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù però corregge: non parla al futuro, ma al presente: “Io sono la risurrezione e la vita… Chi crede in me anche se muore vivrà ; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno” A ben comprendere, sentiamo che la Risurrezione è già adesso.” Io sono la risurrezione e la vita” significa che la morte come separazione da Dio non esiste più: è vinta nella risurrezione di Cristo per cui i credenti con Paolo possono dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. Ormai nulla potrà separarci dall’amore di Cristo, neppure la morte. La vera novità di questo Vangelo non è che un morto torna alla vita, ma che la vita stessa ha un volto: Gesù. Quando dice: Io sono la risurrezione e la vita, non promette soltanto un evento futuro; afferma che chi vive in comunione con Lui entra già ora in una vita che la morte non può distruggere. Lazzaro uscirà di nuovo dal sepolcro per poi morire ancora; ma chi è unito a Cristo non tornerà più nel sepolcro come in una prigione definitiva. La morte biologica diventa passaggio, non fine; soglia, non abisso. Se viviamo in comunione con Dio — cioè nell’amore — siamo già dentro l’eternità. Perché Dio non è soltanto Colui che dà la vita: è la Vita stessa. E ciò che è unito alla Vita non può essere annientato.

Come scrive sant’Agostino: “Temi la morte? Ama. L’amore uccide la morte”

E ancora san Paolo, nella Lettera ai Romani: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39). Ecco il cuore del segno di Lazzaro: chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui e questa comunione non conosce fine. La vera risurrezione comincia adesso.

 

+Giovanni D’Ercole

Martedì, 10 Marzo 2026 04:53

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno incisivo e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

 

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina (v.18) in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

Gesù esprime l’immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci.

Dio sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo. Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devotissima, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo ‘manifesta’, anche nelle ‘infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

[Mercoledì 4.a sett. Quaresima, 18 marzo 2026]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:48

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno efficace e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

 

Dice il Tao Tê Ching (xxi): «Dai tempi antichi sino a oggi, il suo Nome non passa, e così acconsente a tutti gli inizi. Da che conosco il modo di tutti gli inizi? Da questo».

Gesù esprime l’intima immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci. Egli sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina [(v.18); cf. commento a Gv 10,31-42: Ti fai Dio, voi siete Dèi] in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

 

Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Indulgente sì, ma a motivo delle cadute nel rischio - di testimoniare almeno una sua briciola d’immagine dentro, senza minimo denominatore.

Nell’incontro con la Persona di Gesù ci accorgiamo della sua potenza di risuscitazione: priva di parzialità, consistente e oggettiva sia sul terreno della vita che della morte, della remissione, e del giudizio.

Incessantemente assimiliamo i suoi pensieri, impulsi, parole, azioni, vicende cariche: tutto diviene giovane esperienza di Dio che si rivela.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devota, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

Padre e Figlio non sono custodi della tranquillitas ordinis, né inducono al sopore della coscienza.

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza, e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo manifesta, anche nelle infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come essere volto del Padre, creatore di vita, amico e fratello, che fa risorgere?

Come riconoscerlo Alleanza nuova e corrispondere? Cosa significa per te credere nella vittoria della vita sulla morte?

 

 

Ti fai Dio

(Gv 10,31-42)

 

In Gv il termine Giudei indica non il popolo, bensì le guide spirituali. Un Gesù blasfemo rivendica la mutua immanenza col Padre, e osa dilatare a noi i confini del Mistero che lo avvolge e riempie.

Ma la condizione divina che si manifesta nella sua pienezza umana viene rifiutata dai capi religiosi proprio in nome dell’adesione all’Eterno.

Le autorità rigettano il Figlio in nome dell’Altissimo e della fedeltà all’idea tradizionale, all’immagine irriducibile del Dio vincitore (da cui scaturisce un certo tipo di società competitiva, spietata anche nella vita spirituale).

Secondo Gesù il Padre non è rivelato da ragionamenti e argomentazioni cerebrali, bensì dalla qualità indistruttibile delle opere «belle» (vv.32-33).

Il termine greco sta a indicare il senso di pienezza e meraviglia - verità, bontà, fascino, stupore - che emana dall’unica azione richiesta in qualsiasi opera (di rilievo o minuta): l'amore che risuscita il bisognoso.

E la Scrittura riconosce in ciascuno di noi questa sacra scintilla, che dà a tutti gli accadimenti e alle emozioni il passo della Vertigine che supera le cose circostanti, o come “dovrebbero” essere fatte.

Certo, a nostro sostegno abbiamo bisogno d’un Volto, di una relazione e di una vicenda di stretta parentela per identificare ciò che ci muove, per scrutare dentro quel che appare o viene suscitato.

L’Unità di nature - Lui in noi e noi col Padre - ci corrisponde nel Volto del Cristo, e si rende manifesta nell’ascoltare, accogliere, non precipitarsi a condannare, ma rendere forte il debole.

La simbiosi con Dio nelle nostre attività, col nostro modo di proporre o reagire, durante tutta la nostra vita, dispiega in ciascun Figlio la sua Somiglianza, anche nelle circostanze difficili.

Ogni cosa che accade, anche le persecuzioni e i tentativi di omicidio per incomprensione o invidia spirituale, può essere guardata in un’altra ottica.

Sono eventi, accadimenti esterni che attivano energie complessive: si fanno cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

Più che pericoli e fastidi, tracciano un destino di Esodo - come un fiume che trasporta, ma che in Cristo ci scampa dalle mani d’una stasi mortifera (v.39), e risintonizza mirabilmente sulle forze che guidano alle periferie - dove dobbiamo andare.

 

 

Da Figlio di Davide a Figlio dell’uomo

 

La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24), era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio. Davanti alla fede del Centurione a Cafarnao, Gesù esclama: «Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, allocuzione al Concistoro 24 novembre 2012]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:42

Spe salvi facti sumus

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore. Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. « Ora [il giudice] ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati ». Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

[Spe salvi]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:38

L'esperienza del Padre in Gesù

1. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 1, 3). Queste parole di Paolo ben ci introducono nella grande novità della conoscenza del Padre quale emerge dal Nuovo Testamento. Qui Dio appare nel suo volto trinitario. La sua paternità non si limita più ad indicare il rapporto con le creature, ma esprime la relazione fondamentale che caratterizza la sua vita intima; non è più un tratto generico di Dio, ma proprietà della prima Persona in Dio. Nel suo mistero trinitario, infatti, Dio è padre per essenza, padre da sempre, in quanto dall’eterno genera il Verbo a lui consustanziale e a lui unito nello Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio”. Con la sua incarnazione redentrice, il Verbo si fa solidale con noi proprio per introdurci a questa vita filiale che egli possiede dall’eternità. “A quanti l’hanno accolto - dice l’evangelista Giovanni - ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).

2. Alla base di questa specifica rivelazione del Padre c’è l’esperienza di Gesù. Dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti traspare che Egli sperimenta il rapporto col Padre in una maniera del tutto singolare. Nei Vangeli possiamo constatare come Gesù abbia differenziato “la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai ‘Padre nostro’ tranne che per comandar loro: ‘Voi dunque pregate così: Padre nostro’ (Mt 6, 9); e ha sottolineato tale distinzione: ‘Padre mio e Padre vostro’ (Gv 20, 17)” (CCC, 443).

Fin da piccolo, a Maria e a Giuseppe che lo stavano cercando con angoscia, risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 48s.). Ai Giudei che continuavano a perseguitarlo perché aveva operato di sabato una guarigione miracolosa, egli risponde: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5, 17). Sulla croce invoca il Padre perché perdoni i suoi carnefici e accolga il suo spirito (23, 34.46). La distinzione tra il modo con cui Gesù percepisce la paternità di Dio nei suoi confronti e quella che riguarda tutti gli altri esseri umani, è radicata nella sua coscienza e viene da lui ribadita con le parole che rivolge a Maria di Magdala dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17).

3. Il rapporto di Gesù con il Padre è unico. Egli sa di essere esaudito sempre, sa che il Padre manifesta attraverso di Lui la sua gloria, anche quando gli uomini possono dubitarne ed hanno bisogno di esserne da Lui stesso convinti. Constatiamo tutto questo nell'episodio della risurrezione di Lazzaro: “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato'” (Gv 11, 41s.). In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità, com'egli sottolinea nell'inno di giubilo: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27) (cfr CCC, 240). Da parte sua, il Padre manifesta questo rapporto singolare che il Figlio intrattiene con Lui chiamandolo il suo “prediletto”: così al battesimo nel Giordano (cfr Mc 1, 11) e nella Trasfigurazione (cfr Mc 9, 7). Gesù è anche adombrato come figlio in senso speciale nella parabola dei cattivi vignaioli che maltrattano prima i due servi e poi il “figlio prediletto” del padrone, inviati a riscuotere i frutti della vigna (cfr Mc 12, 1-11, spec. v. 6).

4. Il Vangelo di Marco ci ha conservato il termine aramaico “Abbà” (cfr Mc 14, 36), con cui Gesù, nell’ora dolorosa del Getsemani, ha invocato il Padre, pregandolo di allontanare da lui il calice della passione. Il Vangelo di Matteo ce ne ha riportato nello stesso episodio la traduzione “Padre mio” (cfr Mt 26, 39, cfr anche v. 42) mentre Luca ha semplicemente “Padre” (cfr Lc 22, 42). Il termine aramaico, che potremmo tradurre nelle lingue moderne con “papà”, “babbo caro”, esprime la tenerezza affettuosa di un figlio. Gesù lo usa in maniera originale per rivolgersi a Dio e per indicare, nella piena maturità della sua vita che sta per concludersi sulla croce, lo stretto rapporto che anche in quell’ora drammatica lo lega al Padre suo. “Abbà” indica la straordinaria vicinanza tra Gesù e Dio Padre, un’intimità senza precedenti nel contesto religioso biblico o extra-biblico. In forza della morte e risurrezione di Gesù, Figlio unico di questo Padre, anche noi, al dire di san Paolo, siamo elevati alla dignità di figli e possediamo lo Spirito Santo che ci spinge a gridare “Abbà, Padre!” (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6). Questa semplice espressione del linguaggio infantile, in uso quotidiano nell'ambiente di Gesù e presso tutti i popoli, ha assunto così un significato dottrinale di profonda rilevanza, per esprimere la singolare paternità divina nei riguardi di Gesù e dei suoi discepoli.

5. Nonostante si sentisse unito al Padre in modo così intimo, Gesù ha dichiarato di ignorare l'ora dell'avvento finale e decisivo del Regno: “Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24, 36). Questo aspetto ci mostra Gesù nella condizione di abbassamento propria dell'Incarnazione, che nasconde alla sua umanità il termine escatologico del mondo. In tal modo Gesù disillude i calcoli umani per invitarci alla vigilanza e alla fiducia nel provvido intervento del Padre. D’altra parte, nella prospettiva dei vangeli, l'intimità e l’assolutezza del suo essere “figlio” non vengono minimamente pregiudicate da questa non conoscenza. Al contrario, proprio l'essersi fatto tanto solidale con noi, lo rende decisivo per noi davanti al Padre: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32s.).

Riconoscere Gesù davanti agli uomini è indispensabile per poter essere riconosciuti da lui davanti al Padre. In altri termini, la nostra relazione filiale con il Padre celeste dipende dalla nostra coraggiosa fedeltà verso Gesù, Figlio prediletto.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 3 marzo 1999]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:29

Memoriale adesso: rifare il trionfo

Attraverso la celebrazione eucaristica lo Spirito Santo ci rende partecipi della vita divina che è capace di trasfigurare tutto il nostro essere mortale. E nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità, il Signore Gesù trascina anche noi con Lui a fare Pasqua. Nella Messa si fa Pasqua. Noi, nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna. Nella Messa ci uniamo a Lui. Anzi, Cristo vive in noi e noi viviamo in Lui. «Sono stato crocifisso con Cristo – dice San Paolo -, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Così pensava Paolo.

Il suo sangue, infatti, ci libera dalla morte e dalla paura della morte. Ci libera non solo dal dominio della morte fisica, ma dalla morte spirituale che è il male, il peccato, che ci prende ogni volta che cadiamo vittime del peccato nostro o altrui. E allora la nostra vita viene inquinata, perde bellezza, perde significato, sfiorisce.

Cristo invece ci ridà la vita; Cristo è la pienezza della vita, e quando ha affrontato la morte la annientata per sempre: «Risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita» (Preghiera eucaristica IV). La Pasqua di Cristo è la vittoria definitiva sulla morte, perché Lui ha trasformato la sua morte in supremo atto d’amore. Morì per amore! E nell’Eucaristia, Egli vuole comunicarci questo suo amore pasquale, vittorioso. Se lo riceviamo con fede, anche noi possiamo amare veramente Dio e il prossimo, possiamo amare come Lui ha amato noi, dando la vita.

Se l’amore di Cristo è in me, posso donarmi pienamente all’altro, nella certezza interiore che se anche l’altro dovesse ferirmi io non morirei; altrimenti dovrei difendermi. I martiri hanno dato la vita proprio per questa certezza della vittoria di Cristo sulla morte. Solo se sperimentiamo questo potere di Cristo, il potere del suo amore, siamo veramente liberi di donarci senza paura. Questo è la Messa: entrare in questa passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al calvario, lo stesso. Ma pensate voi: se noi nel momento della Messa andiamo al calvario – pensiamo con immaginazione – e sappiamo che quell’uomo lì è Gesù. Ma, noi ci permetteremo di chiacchierare, di fare fotografie, di fare un po’ lo spettacolo? No! Perché è Gesù! Noi di sicuro staremmo nel silenzio, nel pianto e anche nella gioia di essere salvati. Quando noi entriamo in chiesa per celebrare la Messa pensiamo questo: entro nel calvario, dove Gesù dà la sua vita per me. E così sparisce lo spettacolo, spariscono le chiacchiere, i commenti e queste cose che ci allontano da questa cosa tanto bella che è la Messa, il trionfo di Gesù.

Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì nel calvario. La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.

[Papa Francesco, Udienza Generale 22 novembre 2017]

Lunedì, 09 Marzo 2026 12:58

4a Domenica di Quaresima, Laetare

IV domenica di Quaresima  [15 marzo 2026]  Domenica Laetare

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica è una pausa di luce nel cammino penitenziale. Nel vangelo Gesù dona la vista al cieco. Laetare significa questo: la luce sta già vincendo le ombre. Anche se siamo ancora in Quaresima, la Pasqua è vicina. La gioia del cieco è conquistata attraverso interrogatori, rifiuti e solitudine. Laetare non è evasione dal dolore, ma gioia che nasce dentro la prova. Laetare è il sorriso della Chiesa nel mezzo del deserto: se mi lascio illuminare da Cristo, la mia notte non è definitiva. Il cieco nato diventa così icona del catecumeno, ma anche di ogni credente che, nel cuore della Quaresima, scopre che la luce è già presente e che la gioia cristiana nasce dall’incontro con Lui.

 

*Prima Lettura dal primo libro di Samuele (16, 1b.6-7.10-13a)

 Leggendo questo testo biblico si comprende che il grande profeta Samuele dovette imparare a cambiare il suo sguardo. Inviato da Dio a designare il futuro re tra i figli di Iesse a Betlemme, apparentemente aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iesse fece venire per primo il figlio maggiore, di nome Eliab: alto, bello, con l’aspetto degno di succedere all’attuale re, Saul. Ma no: Dio fece sapere a Samuele che la sua scelta non cadeva su di lui: Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… Dio non guarda come guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore (cf 1 Sam 16,7).

Allora Iesse fece passare i suoi figli uno dopo l’altro, in ordine di età, davanti al profeta. Ma la scelta di Dio non si posò su nessuno di loro. Alla fine dovette far chiamare l’ultimo, quello a cui nessuno aveva pensato: Davide, la cui unica occupazione era custodire il gregge. Ebbene, proprio lui Dio aveva scelto per custodire il suo popolo! Il racconto biblico sottolinea ancora una volta che la scelta di Dio si posa sul più piccolo: “Ciò che è debole nel mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”, dirà San Paolo (1 Cor 1,27), perché “la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Ecco una buona ragione per cambiare decisamente il nostro modo di guardare gli uomini! Da questo testo traiamo almeno tre  insegnamenti sulla regalità in Israele:

Primo: il re è l’eletto di Dio, ma l’elezione è per una missione. Come Israele è scelto per il servizio dell’umanità, così il re è scelto per il servizio del popolo. Questo comporta anche la possibilità di essere destituito, come avvenne per Saul: se l’eletto non compie più la sua missione, viene sostituito. Secondo: il re riceve l’unzione con l’olio; è letteralmente il “messia”, cioè “l’unto”. Dio dice a Samuele: “Riempi d’olio il tuo corno e parti! Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re (1 Sam 16,1). Terzo: l’unzione conferisce lo Spirito di Dio. “Samuele prese il corno pieno d’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). Il re diventa così il rappresentante di Dio sulla terra, chiamato a governare secondo il pensiero di Dio e non secondo quello del mondo. C’è poi un grande altro insegnamento: Gli uomini si fermano all’apparenza, Dio guarda il cuore.  Molti racconti biblici insistono su questo mistero: Dio sceglie spesso i più piccoli. Davide era l’ultimo dei figli di Iesse; nessuno pensava a lui per un grande futuro. Mosè si dichiarava impacciato nel parlare (Es 4,10). Geremia si riteneva troppo giovane (Ger 1,6).Lo stesso Samuele era inesperto quando fu chiamato. Timoteo era di salute fragile. E il popolo d’Israele era piccolo tra le nazioni. Queste scelte non si spiegano secondo criteri umani. Come dice Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). Il testo lo riassume così: “Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). Questa verità protegge da due pericoli: la presunzione e lo scoraggiamento. Non è questione di merito, ma di disponibilità. Nessuno possiede in sé le forze necessarie: sarà Dio a donarle nel momento opportuno.    

 

*Salmo responsoriale (22/23) 

Abbiamo appena ascoltato questo salmo per intero: è uno dei più brevi del salterio, ma è di una tale densità che i primi cristiani lo scelsero come salmo privilegiato della notte di Pasqua. In quella notte, i nuovi battezzati, risalendo dalla vasca battesimale, cantavano il salmo 22/23 mentre si dirigevano verso il luogo della loro Confermazione e della prima Eucaristia. Per questo fu chiamato il “salmo dell’iniziazione cristiana”. Se i cristiani vi hanno potuto leggere il mistero della vita battesimale, è perché già per Israele questo salmo esprimeva in modo privilegiato il mistero della vita nell’Alleanza, della vita nell’intimità con Dio. È il mistero della scelta di Dio, che ha eletto questo popolo preciso senza altra ragione apparente se non la sua sovrana libertà. Ogni generazione si meraviglia di questa elezione e di questa Alleanza proposta: “Interroga pure i tempi antichi che ti hanno preceduto, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra… è mai accaduta una cosa così grande?” (Dt 4,32-35). A questo popolo, liberamente scelto da Dio, è stato dato di entrare per primo nella sua intimità, non per goderne egoisticamente, ma per aprire la porta agli altri. Per esprimere la felicità del credente, il salmo 22/23 si riferisce a due esperienze: quella di un levita (un sacerdote) e quella di un pellegrino. Conosciamo l’istituzione dei leviti: secondo la Genesi, Levi era uno dei dodici figli di Giacobbe, da cui presero nome le dodici tribù d’Israele. Ma la tribù di Levi ebbe fin dall’inizio un posto particolare: al momento della divisione della terra promessa, non ricevette alcun territorio, perché consacrata al servizio del culto. Si dice che Dio stesso sia la loro eredità; immagine ripresa anche in un altro salmo: “Signore, mia parte di eredità e mio calice… per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi” (Sal 15/16,5). I leviti abitavano dispersi nelle città delle altre tribù e vivevano delle decime; a Gerusalemme erano dedicati al servizio del Tempio. Il levita del nostro salmo canta con tutto il cuore:”Bontà e fedeltà mi saranno compagne  tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”. La sua esperienza è immagine dell’elezione d’Israele: come il levita è felice di essere consacrato al servizio di Dio, così Israele è consapevole della sua vocazione particolare in mezzo all’umanità. Inoltre Israele si presenta come un pellegrino che sale al Tempio per offrire un sacrificio di rendimento di grazie. Durante il cammino è come una pecora: il suo pastore è Dio. Nella cultura del vicino Oriente antico, i re erano chiamati “pastori del popolo”, e anche Israele usa questo linguaggio. Il re ideale è un buon pastore, attento e forte per proteggere il gregge. Ma in Israele si affermava con forza che l’unico vero re è Dio; i re della terra sono soltanto suoi rappresentanti. Così il vero pastore d’Israele è Dio stesso: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”. Il profeta Ezechiele ha sviluppato a lungo questa immagine. Allo stesso modo, l’Antico Testamento presenta spesso Israele come il gregge di Dio: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 94/95,7). Questo richiama l’esperienza dell’Esodo: è lì che Israele ha sperimentato la premura di Dio, che lo ha guidato e fatto sopravvivere tra mille ostacoli. Per questo, quando Gesù isse: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10), le sue parole ebbero un effetto sconvolgente: significavano “Io sono il Re-Messia, il vero re d’Israele”. Tornando al salmo: il pellegrinaggio può essere pericoloso. Il pellegrino può incontrare nemici (“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici”), può attraversare «la valle oscura” della morte; ma non teme, perché Dio è con lui: “Non temo alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Giunto al Tempio, offre il sacrificio di rendimento di grazie e partecipa al banchetto rituale che lo segue: una festa gioiosa, con calice traboccante e profumo d’olio sul capo. Si comprende allora perché i primi cristiani abbiano visto in questo salmo l’espressione della loro esperienza: Cristo è il vero Pastore (Gv 10); nel battesimo conduce fuori dalla valle della morte verso le acque della vita; la mensa e il calice evocano l’Eucaristia; l’olio profumato richiama la Confermazione. Ancora una volta, i cristiani scoprono con stupore che Gesù non abolisce l’esperienza di fede del suo popolo, ma la porta a compimento, donandole pienezza.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,8-14) 

Spesso, nelle Scritture, è la fine del testo che ne offre la chiave. Partiamo dall’ultima frase: “Per questo è detto: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La formula “Per questo è detto…” mostra chiaramente che l’autore non inventa questo canto, ma lo cita. Doveva essere un inno battesimale molto conosciuto nelle prime comunità cristiane. Svegliati… risorgi… e Cristo ti illuminerà era dunque un canto dei nostri primi fratelli nella fede: e questo non può lasciarci indifferenti. Così comprendiamo meglio l’inizio del testo: serve semplicemente a spiegare le parole di quel canto. È come se, dopo una celebrazione battesimale, qualcuno avesse chiesto al teologo di turno — Paolo, o uno dei suoi discepoli (poiché non è del tutto certo che la Lettera agli Efesini sia stata scritta personalmente da lui) —: “Che cosa significano le parole che abbiamo cantato durante il battesimo?” E la risposta è questa: Grazie al battesimo è iniziata una vita nuova, radicalmente nuova. Tanto che il nuovo battezzato veniva chiamato neofita, cioè “pianta nuova”. L’autore spiega così il canto: la pianta nuova che siete diventati è profondamente diversa. Quando si fa un innesto, il frutto dell’albero innestato è diverso da quello originario; ed è proprio per questo che si fa l’innesto. Dal colore si distingue facilmente ciò che appartiene alla nuova pianta e ciò che è residuo del passato. È lo stesso per il battesimo: i frutti dell’uomo nuovo sono opere di luce; prima dell’innesto, eravate tenebra, e i vostri frutti erano opere di tenebra. Ma può accadere che riaffiorino le vecchie abitudini: per questo è importante riconoscerle. Per l’autore la distinzione è semplice: i frutti dell’uomo nuovo sono bontà, giustizia e carità. Tutto ciò che non è bontà, giustizia e carità è un germoglio dell’albero vecchio. Chi può farvi produrre frutti di luce? Gesù Cristo. Egli è tutta bontà, tutta giustizia, tutta carità. Come una pianta ha bisogno del sole per fiorire, così noi dobbiamo esporci alla sua luce. Il canto esprime insieme l’opera di Cristo e la libertà dell’uomo: “Svegliati, risorgi” — è la libertà che viene chiamata in causa. “Cristo ti illuminerà” — solo lui può farlo. Per san Paolo, come per i profeti dell’Antico Testamento, la luce è attributo di Dio. Dire “Cristo ti illuminerà” significa due cose: anzitutto, Cristo è Dio. L’unico modo di vivere in armonia con Dio è restare uniti a Cristo, cioè vivere concretamente nella giustizia, nella bontà e nella carità. Viene in mente il testo di Isaia(Is 58): condividi il pane con l’affamato, accogli il povero, vesti chi è nudo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora. Si tratta della gloria del Signore, la sua luce che siamo chiamati a riflettere. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3,18): noi riflettiamo la gloria del Signore e veniamo trasformati nella sua immagine. Riflettere significa che Cristo è la luce; noi ne siamo il riflesso. Ecco la vocazione dei battezzati: riflettere la luce di Cristo. Per questo, nel battesimo, si consegna una candela accesa al cero pasquale. In secondo luogo, una luce non brilla per sé stessa: illumina ciò che la circonda. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive: “Voi brillate come astri nel mondo” (Fil 2,14-16). È il suo modo di tradurre le parole di Gesù Cristo “Voi siete la luce del mondo”. La Lettera agli Efesini, scritta direttamente da Paolo o da un suo discepolo (secondo il procedimento allora comune della “pseudepigrafia”), rimane per la Chiesa una testimonianza fondamentale della vocazione battesimale, chiamata a passare dalle tenebre alla luce.

   

*Dal Vangelo secondo Giovanni (9, 1-41)

La peggiore cecità non è quella che si pensa. Qui sentiamo come un’illustrazione di ciò che San Giovanni scrive all’inizio del suo Vangelo, nel cosiddetto Prologo:

“Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). È quello che potremmo chiamare il dramma dei Vangeli. Ma Giovanni continua: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È esattamente ciò che accade qui: il dramma di coloro che si oppongono a Gesù e rifiutano ostinatamente di riconoscerlo come l’Inviato di Dio; ma anche, e per fortuna, la salvezza di chi ha la grazia di aprire gli occhi, come il cieco nato.

Giovanni insiste nel farci capire che esistono due tipi di cecità: la cecità fisica, che quest’uomo aveva dalla nascita e, molto più grave, la cecità del cuore.

Gesù incontra la prima volta il cieco e lo guarisce dalla cecità naturale. Lo incontra poi per la seconda volta e gli apre il cuore a un’altra luce, la vera luce. Non a caso Giovanni si premura di spiegare il significato del nome “Siloe”, che vuol dire “Inviato”. In altri casi non traduce i termini: qui lo fa perché è importante. Gesù è davvero l’Inviato del Padre per illuminare il mondo. Eppure torniamo alla stessa domanda: come mai colui che è stato mandato per portare la luce di Dio è stato rifiutato proprio da coloro che lo attendevano con più fervore? L’episodio del cieco nato avviene subito dopo la festa delle Capanne, grande solennità a Gerusalemme, durante la quale si invocava con ardore la venuta del Messia. E grande può essere il pericolo delle certezze. Al tempo di Gesù Cristo l’attesa del Messia era intensissima. La domanda era una sola: è davvero l’Inviato del Padre o è un impostore? È il Messia, sì o no? I suoi gesti erano paradossali: compiva le opere attese dal Messia — restituiva la vista ai ciechi, la parola ai muti — ma sembrava non rispettare il sabato. E proprio la guarigione del cieco avviene di sabato. Ora, se fosse davvero inviato da Dio, pensavano molti, dovrebbe osservare il sabato. Era “evidente”. Ma sono proprio queste “evidenze” il problema. Molti avevano idee troppo rigide su come doveva essere il Messia e non erano pronti alla sorpresa di Dio. Il cieco, invece, non è prigioniero di schemi. Ai farisei che gli chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango , me lo ha spalmato sugli occhi… mi sono lavato e ho acquistato la vista”. I farisei si dividono: Non viene da Dio, perché non osserva il sabato. Come può un peccatore compiere segni simili?  Il cieco ragiona con semplicità e libertà: Se costui non venisse da Dio, non potrebbe far nulla  (cfr. Gv 9,31-33). È sempre la stessa storia: chi si chiude nelle proprie certezze finisce per non vedere più nulla; chi invece fa un passo nella fede è pronto ad accogliere la grazia. E allora può ricevere da Gesù la vera luce. Questo episodio si inserisce in un contesto polemico tra Gesù e i farisei. Per due volte Gesù li aveva rimproverati di  “giudicare secondo l’apparenza” (Gv 7,24; 8,15). Viene spontaneo ricordare anche l’episodio della scelta di Davide: “L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7). La peggiore cecità, dunque, non è quella degli occhi, ma quella di un cuore che non vuole lasciarsi illuminare. Il cieco nato non riceve solo la vista: riceve uno sguardo nuovo. All’inizio vede Gesù come “un uomo”; poi come “profeta”; infine lo riconosce come “Signore” e si prostra davanti a Lui. Il vero miracolo non è soltanto l’apertura degli occhi, ma l’apertura del cuore. Qui si intreccia anche la sapienza del “piccolo principe” (romanzo di A.M. de Saint-Exupéry) : “L’essenziale è invisibile agli occhi”. I farisei vedono con gli occhi, ma restano ciechi dentro; il mendicante, invece, passando attraverso il rifiuto e la prova, arriva a vedere l’Invisibile. La conclusione è questa: la fede è un cammino dalla luce esterna alla luce interiore. Si può avere occhi sani e restare nelle tenebre; oppure essere stati ciechi e diventare testimoni della luce. Il cieco nato ci insegna che la vera vista è riconoscere Cristo come Luce del mondo e lasciarsi illuminare nel cuore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Lunedì, 09 Marzo 2026 06:21

L’acqua vanesia, e la vera Sorgente

(Gv 5,1-3.5-16)

 

Nella ‘devozione’ dei trofei competitivi, solo il più svelto guarisce, non il più bisognoso.

Gesù preferisce trasgredire la legge che allinearsi al mondo spietato che emargina i disgraziati.

 

Nei luoghi “santi” il culto dei sacrifici esigeva molta acqua [per gli animali da lavare, quindi sgozzare e macellare] in specie nelle grandi feste.

Ampie cisterne raccoglievano l’acqua piovana, e terme pubbliche agglomeravano i malati in attesa di aiuto o guarigione.

Le piscine al di fuori erano utilizzate per tergere gli agnelli prima del sacrificio al Tempio, e questo metodo di utilizzo conferiva all’acqua stessa un alone di santità risanatrice.

Molti malati accorrevano per bagnarsi nel «moto dell’acqua» [v.3: forse per una fonte intermittente].

Si narrava che un angelo agitasse le acque delle terme popolari e che il primo a entrarvi nell’unico momento che si rendevano irrequiete sarebbe guarito.

Simbolo di una religione che porge alle masse escluse speranze fasulle, le quali pure attraggono l’immaginario dei malfermi che non conoscono l’uomo-Dio del loro destino.

«Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse, perché Gesù si era allontanato, essendoci folla in quel luogo» (v.13).

Il Volto del Figlio è inconoscibile nella ressa attorno, che solo distrae e si accontenta delle forme abitudinarie, esageratamente solenni.

 

Condotte abbondanti purificavano il Tempio e trascuravano le persone. 

L’acqua fluiva, ma non mondava nessuno - anzi, peggiorava la situazione.

Icona di una religiosità ricca e misera: vanesia, inutile, dannosa; che abbandona a se stessi coloro che è chiamata a sostenere.

Gli scribi insegnavano la legge agli studenti nel recinto sacro e i rabbini ricevevano i clienti sotto il portico di Salomone: in alto la Torah e i suoi commerci, in basso e fuori - vicino - il tradimento dei poveracci.

L’istituzione religiosa ufficiale teneva la folla a distanza di sicurezza, rivelando solo una ridicola e brutale caricatura del Volto amico, ospitale e compartecipe del Padre.

La turba dei bisognosi cui giungeva acqua magica solo a caso e a sorpresa è parabola dell’umanità indigente, drammaticamente sprovvista di tutto - persino d’un conforto spirituale autentico.

Gesù invece avvicina i bisognosi di sua iniziativa (vv.6.14) e si coinvolge - a rischio della vita - con chi è più solo, impacciato e goffo; impossibilitato persino a ricevere miracoli.

 

Siamo ‘inviati’ non a meritevoli e autosufficienti, ma proprio a coloro non in grado di usare i propri mezzi per farsi avanti.

Cristo stesso non opera al fine di farsi riconoscere e acclamare: «si era allontanato» (v.13). E neppure ha cura di noi, solo per attivare una conversione religiosa.

Egli guarisce avendo percepito il bisogno, non affinché il malato creda in Dio.

Lasciamo le persone libere di attraversare le loro stagioni, non stereotipi.

Entriamo nel vivo della Quaresima.

 

 

[Martedì 4.a sett. Quaresima, 17 marzo 2026]

(Gv 5,1-3.5-16)

 

«Egli, invece, compie su di lui diversi gesti: prima di tutto lo condusse in disparte lontano dalla folla. In questa occasione, come in altre, Gesù agisce sempre con discrezione. Non vuole fare colpo sulla gente, Lui non è alla ricerca della popolarità o del successo, ma desidera soltanto fare del bene alle persone. Con questo atteggiamento, Egli ci insegna che il bene va compiuto senza clamori, senza ostentazione, senza “far suonare la tromba”. Va compiuto in silenzio.

[…] La guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo.

Questo racconto del Vangelo sottolinea l’esigenza di una duplice guarigione. Innanzitutto la guarigione dalla malattia e dalla sofferenza fisica, per restituire la salute del corpo; anche se questa finalità non è completamente raggiungibile nell’orizzonte terreno, nonostante tanti sforzi della scienza e della medicina. Ma c’è una seconda guarigione, forse più difficile, ed è la guarigione dalla paura. La guarigione dalla paura che ci spinge ad emarginare l’ammalato, ad emarginare il sofferente, il disabile. E ci sono molti modi di emarginare, anche con una pseudo pietà o con la rimozione del problema; si resta sordi e muti di fronte ai dolori delle persone segnate da malattie, angosce e difficoltà. Troppe volte l’ammalato e il sofferente diventano un problema, mentre dovrebbero essere occasione per manifestare la sollecitudine e la solidarietà di una società nei confronti dei più deboli».

[Papa Francesco, Angelus 9 settembre 2018]

 

Gesù preferisce trasgredire la legge che allinearsi al mondo spietato e alla società inviolabile dell’esterno, che emargina i disgraziati.

Nella religione dei trofei competitivi, degli abbandoni reali e delle speranze false o banali, qualcuno a lotteria viene sanato, tutti gli altri no. Solo il più svelto guarisce, non il più bisognoso.

In ogni caso, la stragrande maggioranza rimane a guardare, paralizzata dalla solitudine - viceversa chi ne è affetto chiede vita, refrigerio; il canto gorgogliante di una storia autenticamente sacra.

 

In quel tempo, nei luoghi “santi” il culto dei sacrifici esigeva molta acqua [per gli animali da lavare, quindi sgozzare e macellare] in specie nelle grandi feste.

Ampie cisterne raccoglievano l’acqua piovana, e terme pubbliche (verso nord) agglomeravano i malati in attesa di aiuto o guarigione dallo stesso isolamento cui erano condannati - secondo norme di purità.

Le piscine al di fuori erano utilizzate per tergere gli agnelli prima del sacrificio al Tempio, e questo metodo di utilizzo conferiva all’acqua stessa un alone di santità risanatrice.

 

Molti malati accorrevano per bagnarsi nel «moto dell’acqua» (v.3).

Si narrava che un angelo agitasse le acque delle terme popolari [forse per una fonte intermittente] e che il primo a entrarvi nell’unico momento che si rendevano irrequiete sarebbe guarito.

Simbolo di una religione che porge ai malfermi speranze fasulle, le quali pure attraggono l’immaginario delle masse escluse, vessate da calamità - che non conoscono l’uomo-Dio del loro destino.

 

«Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse, perché Gesù si era allontanato, essendoci folla in quel luogo» (v.13).

Il Volto del Figlio è inconoscibile nella ressa attorno, malgrado la pletora di guide e devoti impeccabili - che solo distraggono, e si accontentano delle forme abitudinarie dell’organizzazione, esageratamente solenni.

 

Condotte abbondanti purificavano il Tempio e trascuravano le persone.

Icona di una religiosità ricca e misera: vanesia, inutile, dannosa; che abbandona a se stessi coloro che è chiamata a sostenere.

Gli scribi insegnavano la legge agli studenti nel recinto sacro e i rabbini ricevevano i clienti sotto il portico di Salomone, sulla spianata del Tempio, verso est.

In alto la Torah e i suoi commerci; in basso e fuori - lì vicino - il tradimento dei poveracci.

 

L’acqua fluiva nel Tempio, ma non mondava nessuno - anzi, peggiorava la situazione.

Ciò perdurava da tutta un’era - una «generazione» (v.5). Simbologia dei 38 anni (Dt 2,14) che appunto mancava di mentalità accogliente.

 

L’istituzione religiosa ufficiale teneva la folla a distanza di sicurezza, rivelando solo una ridicola e brutale caricatura del Volto amico, ospitale e compartecipe del Padre.

La turba dei bisognosi cui giungeva acqua magica solo a caso e a sorpresa è appunto parabola dell’umanità indigente, drammaticamente sprovvista di tutto - persino d’un conforto spirituale autentico.

Gesù invece avvicina i bisognosi di sua iniziativa (vv.6.14) e si coinvolge - a rischio della vita - con chi è più solo, impacciato e goffo.

Lui in noi: volti accoglienti e presenza attiva del Padre, d’istinto accostati non alla gente che conta, ma al trascurato, agli infermi - impossibilitati persino a ricevere miracoli.

Siamo inviati non a meritevoli e autosufficienti, ma proprio a coloro non in grado di usare i propri mezzi per farsi avanti.

Quelli che traballano - e su ciò non c’è bisogno d’imprimatur: tale norma è di diritto divino.

 

Alcuna gioia da parte delle autorità... solo inchieste.

Non importa: nessun timore reverenziale. Dio non è desideroso di farsi obbedire; piuttosto, di realizzarci.

Cristo stesso non opera al fine di farsi riconoscere e acclamare [«si era allontanato»]. E neppure ha cura di noi, solo per attivare una conversione religiosa.

Egli guarisce avendo percepito il bisogno, non affinché il malato creda in Dio.

 

Dice il Tao Tê Ching [x]: «Fa’ vivere le creature e nutrile, falle vivere e non tenerle come tue». «Parlar molto e scrutar razionalmente val meno che mantenersi vuoto» (v).

 

Lasciamo le persone libere di attraversare le loro stagioni, non stereotipi.

Solo, aiutiamo ad aprire porte più genuine e commisurate al cammino personale, anche inopinato o scontrollato.

Siamo interpellati e mandati ad accompagnare ciascuno nell’inaudito, tutto originale - guidando non a una sacralità già redatta, bensì alla plasticità di consapevolezze sane.

 

Entriamo nel vivo della Quaresima.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come mai vivi nella comunità cristiana e questo Vangelo ti sorprende? 

Sei rimasto molto tempo senza aiuto? L’Eucaristia ti fa diventare “qualcuno per tutti” e che si spende, o ti ripiega nelle devozioni vanesie?

 

 

Specialisti nel chiudere. Psicologia di dottori della legge

 

La quaresima è tempo propizio per chiedere al Signore, «per ognuno di noi e per tutta la Chiesa», la «conversione alla misericordia di Gesù». Troppe volte, infatti, i cristiani «sono specialisti nel chiudere le porte alle persone» che, fiaccate dalla vita e dai loro errori, sarebbero invece disposte a ricominciare, «persone alle quali lo Spirito Santo muove il cuore per andare avanti».

La legge dell’amore è al centro della riflessione che Papa Francesco ha svolto, nella messa di martedì 17 marzo a Santa Marta, a partire dalla liturgia del giorno. Un parola di Dio che parte da un’immagine: «l’acqua che risana». Nella prima lettura il profeta Ezechiele (47, 1-9.12) parla infatti dell’acqua che scaturisce dal tempio, «un’acqua benedetta, l’acqua di Dio, abbondante come la grazia di Dio: abbondante sempre». Il Signore, infatti, ha spiegato il Papa, è generoso «nel dare il suo amore, nel risanare le nostre piaghe».

L’acqua torna nel vangelo di Giovanni (5, 1-16) dove si narra di una piscina — «in ebraico si chiamava betzaetà» — caratterizzata da «cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi: ciechi, zoppi e paralitici». In quel luogo, infatti, «c’era una tradizione» secondo la quale «di volta in volta, scendeva dal cielo un angelo» a muovere le acque, e gli infermi «che si buttavano lì» in quel momento «venivano risanati».

Perciò, ha spiegato il Pontefice, «c’era tanta gente». E perciò si trovava lì anche «un uomo che da trentotto anni era malato». Era lì che aspettava, e a lui Gesù domandò: «Vuoi guarire?». Il malato rispose: «Ma, Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita, quando viene l’angelo. Mentre, infatti, sto per andarvi, un altro scende prima di me». A Gesù, cioè, si presenta «un uomo sconfitto» che «aveva perso la speranza». Ammalato, ma — ha sottolineato Francesco — «non solo paralitico»: era infatti ammalato di un’«altra malattia tanto cattiva», l’accidia.

«È l’accidia che lo rendeva triste, pigro» ha notato. Un’altra persona avrebbe infatti «cercato la strada per arrivare in tempo, come quel cieco a Gerico che gridava, gridava, e volevano farlo tacere e gridava di più: ha trovato la strada». Ma lui, prostrato dalla malattia da trentotto anni, «non aveva voglia di guarirsi», non aveva «forza». Allo stesso tempo, aveva «amarezza nell’anima: “Ma l’altro arriva prima di me e io sono lasciato da parte”». E aveva «anche un po’ di risentimento». Era «davvero un’anima triste, sconfitta, sconfitta dalla vita».

«Gesù ha misericordia» di quest’uomo e lo invita: «Alzati! Alzati, finiamo questa storia; prendi la tua barella e cammina». Francesco ha quindi descritto la scena seguente: «All’istante quell’uomo guarì e prese la sua barella e incominciò a camminare, ma era tanto ammalato che non riusciva a credere e forse camminava un po’ dubitante con la sua barella sulle spalle». A questo punto entrano in gioco altri personaggi: «Era sabato e cosa trova quell’uomo? I dottori della legge», i quali gli chiedono: «Ma perché porti questo? Non si può, oggi è sabato». È l’uomo a rispondere: «Ma tu sai, sono stato guarito!». E aggiunge: «E quello che mi ha guarito, mi ha detto: “porta la tua barella”».

Accade quindi un fatto strano: «questa gente invece di rallegrarsi, di dire: “Ma che bello! Complimenti!”», si chiede: «Ma chi è quest’uomo?». I dottori, cioè, cominciano «un’indagine» e discutono: «Vediamo cosa è successo qui, ma la legge... Dobbiamo custodire la legge». L’uomo, da parte sua, continua a camminare con la sua barella, «ma un po’ triste». Ha commentato il Papa: «Io sono cattivo, ma alcune volte penso a cosa sarebbe successo se quest’uomo avesse dato un bell’assegno a quei dottori. Avrebbero detto: “Ma, vai avanti, sì, sì, per questa volta vai avanti!”».

Continuando nella lettura del Vangelo, si incontra Gesù che «trova quest’uomo un’altra volta e gli dice: “Ecco, sei guarito, ma non tornare indietro — cioè non peccare più — perché non ti accada qualcosa di peggio. Vai avanti, continua ad andare avanti”». E quell’uomo va dai dottori della legge, per dire: «La persona, l’uomo che mi ha guarito si chiama Gesù. È quello». E si legge: «Per questo i giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato». Di nuovo ha commentato Francesco: «Perché faceva il bene anche il sabato, e non si poteva fare».

Questa storia, ha detto il Papa attualizzando la sua riflessione, «avviene tante volte nella vita: un uomo — una donna — che si sente malato nell’anima, triste, che ha fatto tanti sbagli nella vita, a un certo momento sente che le acque si muovono, c’è lo Spirito Santo che muove qualcosa; o sente una parola». E reagisce: «Io vorrei andare!». Così «prende coraggio e va». Ma quell’uomo «quante volte oggi nelle comunità cristiane trova le porte chiuse». Forse si sente dire: «Tu non puoi, no, tu non puoi; tu hai sbagliato qui e non puoi. Se vuoi venire, vieni alla messa domenica, ma rimani lì, ma non fare di più». Succede così che «quello che fa lo Spirito Santo nel cuore delle persone, i cristiani con psicologia di dottori della legge distruggono».

Il Pontefice si è detto dispiaciuto per questo, perché, ha sottolineato, la Chiesa «è la casa di Gesù e Gesù accoglie, ma non solo accoglie: va a trovare la gente», così come «è andato a trovare» quell’uomo. «E se la gente è ferita — si è chiesto — cosa fa Gesù? La rimprovera, perché è ferita? No, viene e la porta sulle spalle». Questa, ha affermato il Papa, «si chiama misericordia». Proprio di questo parla Dio quando «rimprovera il suo popolo: “Misericordia voglio, non sacrificio!”».

Come di consueto il Pontefice ha concluso la riflessione suggerendo un impegno per la vita quotidiana: «Siamo in quaresima, dobbiamo convertirci». Qualcuno, ha detto, potrebbe ammettere: «Padre, ci sono tanti peccatori sulla strada: quelli che rubano, quelli che sono nei campi rom... — per dire una cosa — e noi disprezziamo questa gente». Ma a costui va detto: «E tu? Chi sei? E tu chi sei, che chiudi la porta del tuo cuore ad un uomo, a una donna, che ha voglia di migliorare, di rientrare nel popolo di Dio, perché lo Spirito Santo ha agitato il suo cuore?». Anche oggi ci sono cristiani che si comportano come i dottori della legge e «fanno lo stesso che facevano con Gesù», obiettando: «Ma questo, questo dice un’eresia, questo non si può fare, questo va contro la disciplina della Chiesa, questo va contro la legge». E così chiudono le porte a tante persone. Perciò, ha concluso il Papa, «chiediamo oggi al Signore» la «conversione alla misericordia di Gesù»: solo così «la legge sarà pienamente compiuta, perché la legge è amare Dio e il prossimo, come noi stessi».

(Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 18/03/2015)

 

[Diversa opinione]

In tutti i commenti del Vangelo, che io conosco, questo episodio della piscina di Betsaida (Giovanni 5, 1-16) è il simbolo della PERSEVERANZA di questo poveretto che resta lì, sul bordo dell’acqua per trentotto anni nella speranza di guarire, senza mai allontanarsene.

È simbolo anche della pazienza che dobbiamo avere con noi stessi nella lotta interiore contro i difetti dominanti.

Un autore, riferendosi a questo passo del Vangelo, spiegava che il Signore ci può chiedere anche trentotto anni per crescere in una virtù, avendo Egli pazienza con i nostri difetti.

Se il paralitico fosse stato un pigro indolente lamentoso (e un po’ ipocondriaco, sembra di capire…), il Signore non lo avrebbe aiutato.

L’uomo protagonista del Vangelo di oggi PERSEVERA trentotto anni, non PECCA DI ACCIDIA per trentotto anni.

Non solo, sarebbe rimasto li fino alla fine dei suoi giorni, se non avesse avuto il premio di di incontrare Gesù, proprio per la sua costanza.

Sempre questo episodio spiega l’importanza dell’evangelizzazione (proselitismo per papa Bergoglio).

Infatti questo passo evangelico è sempre stato utilizzato per spiegare che nessuno dovrebbe confessare “Signore non ho nessuno”, poiché il passo evangelico si riferisce – e deve essere interpretato come riferimento – agli infermi nello spirito.

L’espressione del paralitico “HOMINEM NON HABEO” (“non ho l’uomo “) è diventata, o forse è sempre stata nei secoli, in ogni commento evangelico, il significato della INDIFFERENZA SPIRITUALE verso il prossimo bisognoso nell’anima.

Significa che tutti sono stati indifferenti davanti i bisogni della sua anima, tranne il Salvatore, e l’esortazione è infatti l’evangelizzazione.

(https://www.marcotosatti.com/2020/03/25/ics-al-papa-il-paralitico-a-betsaida-non-era-pigro-ipocondriaco/)

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Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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