don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Domenica delle Palme e della Passione del Signore  [29 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Entriamo nella Settimana Santa di cui la domenica delle Palme ci anticipa già la gioia e il dolore, il mistero dell’amore e dell’odio che conduce alla morte: tutta la passione morte e risurrezione di Cristo. Rivivere non è solo ricordare ma anche aprire sempre più il cuore a questo mistero di salvezza.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (50,4-7)

Isaia certamente non pensava a Gesù Cristo quando ha scritto questo testo, probabilmente nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia. Mi spiego: poiché il suo popolo si trova in esilio, in condizioni molto dure, e potrebbe facilmente lasciarsi andare allo scoraggiamento, Isaia gli ricorda che esso è sempre il servo di Dio. E che Dio conta su di lui, il suo servo (cioè il suo popolo), per portare a compimento il suo progetto di salvezza per l’umanità. Il popolo di Israele è dunque questo Servo di Dio nutrito ogni mattina dalla Parola, ma anche perseguitato proprio a causa della sua fede e capace, nonostante tutto, di resistere a tutte le prove. In questo testo Isaia descrive bene la relazione straordinaria che unisce il Servo (Israele) al suo Dio. La sua caratteristica principale è l’ascolto della Parola di Dio, «l’orecchio aperto», come dice Isaia. “Ascoltare” è una parola che nella Bibbia ha un significato molto particolare: vuol dire avere fiducia. Si è soliti contrapporre queste due attitudini fondamentali tra le quali la nostra vita oscilla continuamente:la fiducia verso Dio, l’abbandono sereno alla sua volontà perché sappiamo per esperienza che la sua volontà è sempre buona; oppure la diffidenza, il sospetto verso le intenzioni di Dio, e la ribellione davanti alle prove, una ribellione che può portarci a credere che Dio ci abbia abbandonati o, peggio, che possa trovare una qualche soddisfazione nelle nostre sofferenze.

I profeti ripetono: “Ascolta, Israele” oppure: “Oggi ascolterete la Parola di Dio?” E sulle loro labbra la raccomandazione “ascoltate” significa sempre: abbiate fiducia in Dio, qualunque cosa accada. E san Paolo spiega il motivo: Noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio (Rm 8,28).

Da ogni male, da ogni difficoltà, da ogni prova, Dio fa nascere un bene; a ogni odio oppone un amore ancora più forte; in ogni persecuzione dona la forza del perdono; e da ogni morte fa sorgere la vita, la risurrezione. È la storia di una fiducia reciproca. Dio si fida del suo Servo e gli affida una missione; a sua volta il Servo accetta la missione con fiducia. Ed è proprio questa fiducia che gli dà la forza necessaria per restare saldo anche nelle opposizioni che inevitabilmente incontrerà. Qui la missione è quella del testimone: “Perché io sappia sostenere con la parola chi è stanco”, dice il Servo. Affidandogli questa missione, il Signore dona anche la forza necessaria e il linguaggio adatto: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo”. E ancora di più: egli stesso alimenta questa fiducia che è la sorgente di ogni audacia al servizio degli altri: “Il Signore Dio fa attento il mio orecchio”, il che significa che l’ascolto (nel senso biblico, cioè la fiducia) è esso stesso un dono di Dio. Tutto è dono: la missione, la forza, e anche la fiducia che rende incrollabili. Questa è proprio la caratteristica del credente: riconoscere tutto come dono di Dio. Colui che vive in questo dono permanente della forza di Dio può affrontare tutto: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La fedeltà alla missione ricevuta comporta inevitabilmente la persecuzione. I veri profeti, coloro che parlano davvero nel nome di Dio, sono raramente apprezzati durante la loro vita. Concretamente Isaia dice ai suoi contemporanei: tenete duro. Il Signore non vi ha abbandonati; al contrario, siete in missione per lui. Non meravigliatevi dunque se siete maltrattati. Perché? Perché il Servo che ascolta davvero la Parola di Dio, cioè che la mette in pratica, diventa presto molto scomodo. La sua stessa conversione chiama gli altri alla conversione. Alcuni accolgono questo appello…altri lo rifiutano e, forti delle loro ragioni, perseguitano il Servo. E ogni mattina il Servo deve tornare alla sorgente, presso  Colui che gli permette di affrontare tutto. Isaia usa un’espressione un po’ strana: “rendo la mia faccia dura come pietra” per esprimere decisione e coraggio. Isaia parlava al suo popolo perseguitato e umiliato durante l’esilio a Babilonia; ma, naturalmente, quando si rilegge la passione di Cristo, questo testo appare in tutta la sua evidenza: Cristo corrisponde perfettamente a questo ritratto del Servo di Dio. Ascolto della Parola, fiducia incrollabile e quindi certezza della vittoria anche nel cuore della persecuzione: tutto questo caratterizzava Gesù proprio nel momento in cui le acclamazioni della folla nella domenica delle Palme segnavano e acceleravano la sua condanna.

 

*Salmo Responsoriale (21/22)

Il Salmo 21(22) inizia con il celebre grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questa frase è stata spesso isolata dal suo contesto e interpretata come un grido di disperazione, mentre in realtà il salmo va letto per intero. Infatti, dopo aver descritto la sofferenza e l’angoscia, termina con un grande canto di ringraziamento: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”. Colui che all’inizio si sente abbandonato riconosce alla fine che Dio lo ha salvato e non lo ha lasciato solo. Alcune immagini del salmo sembrano descrivere la crocifissione: “Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi”, “si dividono le mie vesti”, “una banda di malvagi mi circonda”. Per questo il Nuovo Testamento applicherà questo salmo alla passione di Gesù. Tuttavia, il testo nasce in un contesto storico preciso: il ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia. L’esilio era stato come una condanna a morte per il popolo, che aveva rischiato di scomparire; il ritorno nella propria terra è quindi paragonato alla liberazione di un condannato che ha sfiorato la morte. L’immagine della crocifissione serve a esprimere l’umiliazione, la violenza e il senso di abbandono vissuti dal popolo, ma il centro del salmo non è la sofferenza bensì la salvezza ricevuta. Il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è dunque un grido di disperazione o di dubbio, ma la preghiera di chi soffre e continua a rivolgersi a Dio con fiducia. Anche nella prova Israele non smette di pregare e di ricordare l’alleanza e i benefici ricevuti dal Signore. Per questo il salmo può essere paragonato a un ex-voto: nel momento del pericolo si invoca l’aiuto di Dio e, una volta salvati, si rende grazie pubblicamente. Il salmo ricorda il dramma vissuto, ma soprattutto proclama la gratitudine verso Dio che ha liberato il suo popolo. Gli ultimi versetti diventano così un grande canto di lode: i poveri saranno saziati, coloro che cercano il Signore lo loderanno, e tutte le nazioni riconosceranno la sua signoria. La salvezza di Dio sarà annunciata anche alle generazioni future. Per questo, nella tradizione cristiana, questo salmo è stato riconosciuto come una profezia della passione di Cristo: sulla croce Gesù riprende il primo versetto del salmo, ma come per Israele anche per lui l’ultima parola non è il dolore, bensì la salvezza e la vita.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (2,6-11)

Durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C., il profeta Isaia aveva attribuito al popolo di Israele il titolo di Servo di Dio. La loro missione, nel mezzo delle prove dell’esilio, era rimanere fedeli alla fede dei padri e testimoniarla tra i pagani, anche a costo di umiliazioni e persecuzioni. Solo Dio poteva dare loro la forza per compiere questa missione. Quando i primi cristiani si trovarono davanti allo scandalo della croce, cercarono di comprendere il destino di Gesù e trovarono la spiegazione nelle parole di san Paolo: Gesù “svuotò se stesso prendendo la condizione di servo”. Anche lui affrontò opposizione, umiliazioni e persecuzioni, cercando la sua forza nel Padre e vivendo in una fiducia totale in Lui. Pur essendo di condizione divina, Gesù non cercò gloria e onori. Come dice Paolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Proprio perché è Dio, non rivendica nulla per sé, ma vive nell’amore gratuito e si fa uomo per mostrare agli uomini la via della salvezza. La sua esaltazione non è una ricompensa meritata, ma un dono gratuito di Dio. La logica di Dio non è quella del merito o del calcolo, ma quella della grazia, che è sempre dono gratuito. Secondo Paolo, il progetto di Dio è un disegno di amore: far entrare l’umanità nella sua vita, nella sua gioia e nella sua comunione. Questo dono non si conquista, ma si accoglie con gratitudine. Quando l’uomo pretende o rivendica, si chiude da solo alla grazia, come accadde simbolicamente con il peccato del giardino dell’Eden. Gesù invece vive nell’atteggiamento opposto: l’accoglienza totale della volontà del Padre, ciò che Paolo chiama obbedienza. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome: il nome di Signore, titolo che nell’Antico Testamento apparteneva solo a Dio. Davanti a lui “ogni ginocchio si piega”, riprendendo le parole del profeta Isaia (Is 45,23). Gesù ha vissuto tutta la sua vita nell’umiltà e nella fiducia, anche di fronte alla violenza degli uomini e alla morte. La sua obbedienza – che significa letteralmente “mettere l’orecchio davanti alla parola” – esprime un ascolto totale e fiducioso della volontà del Padre. Per questo l’inno di Paolo si conclude con la professione di fede della Chiesa: “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. In Cristo si manifesta pienamente la gloria di Dio, cioè la rivelazione del suo amore infinito. Vedendo Gesù amare fino alla fine e donare la vita, si può riconoscere, come il centurione sotto la croce, che egli è veramente il Figlio di Dio.

 

*Passione di Gesù Cristo secondo san Matteo (26, 14-27.66)

Ogni anno, nella domenica delle Palme, la liturgia legge il racconto della Passione in uno dei tre Vangeli sinottici; quest’anno è quello di Matteo. I quattro racconti della Passione sono simili nelle grandi linee, ma ogni evangelista mette in luce alcuni aspetti particolari. Matteo, in particolare, riferisce alcuni episodi e dettagli che gli altri non riportano. Anzitutto Matteo è l’unico a indicare la somma esatta per cui Giuda tradisce Gesù: trenta monete d’argento, che secondo la Legge era il prezzo di uno schiavo. Questo dettaglio mostra il disprezzo con cui gli uomini hanno trattato il Signore. In seguito lo stesso Giuda, preso dal rimorso, restituisce il denaro ai capi dei sacerdoti dicendo di aver consegnato alla morte un innocente. Essi però non vogliono assumersene la responsabilità. Giuda getta le monete nel tempio e si impicca; i sacerdoti utilizzano quel denaro per acquistare il campo del vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri, chiamato poi “Campo del sangue”, compiendo così una parola profetica. Durante il processo davanti a Pilato, Matteo racconta un episodio unico: l’intervento della moglie di Pilato, che manda a dire al marito di non avere nulla a che fare con “quel giusto”, perché ha sofferto molto in sogno a causa sua. Lo stesso Pilato appare inquieto e, vedendo che la folla si agita sempre di più, compie il gesto simbolico di lavarsi le mani, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. La folla risponde: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. Pilato allora libera Barabba e consegna Gesù perché sia crocifisso. Al momento della morte di Gesù, anche Matteo racconta che il velo del tempio si squarcia, ma aggiunge particolari straordinari: la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti giusti risorgono e appaiono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù. Infine Matteo sottolinea la preoccupazione delle autorità di sorvegliare il sepolcro, temendo che i discepoli possano rubare il corpo e dire che Gesù è risorto; proprio questa sarà la voce che essi diffonderanno dopo la Pasqua. Il racconto mette in evidenza un grande paradosso: l’accecamento delle autorità religiose, che perseguitano Gesù, mentre alcuni pagani, quasi senza volerlo, gli attribuiscono i titoli più alti. La moglie di Pilato lo chiama “giusto”, Pilato fa scrivere sulla croce “Re dei Giudei”, e perfino il titolo di “Figlio di Dio”, inizialmente usato per deriderlo, diventa alla fine una vera professione di fede quando il centurione romano esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Questa confessione anticipa già l’apertura della salvezza ai pagani e mostra che la morte di Cristo non è una sconfitta, ma una vittoria. Matteo mette in risalto il contrasto tra la debolezza del condannato e la sua vera grandezza: proprio nella sua apparente impotenza Gesù manifesta la grandezza di Dio, che è l’amore infinito. E sotto questo aspetto comprendiamo sempre più il valore della passione di Cristo che rivivremo anche visivamente in questa settimana e in particolare nel Triduo santo: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo e soprattutto nell’esplosione della gioia pasquale per la risurrezione di Cristo.

 

+Giovanni D’Ercole

Venerdì, 20 Marzo 2026 03:40

Viene alla Festa, ma da clandestino

(Gv 11,45-56)

 

Cristo è tutto quello che le feste ebraiche avevano promesso e proclamato.

Esse decifravano autorevolmente, ma in modo incosciente [i vv.47-52 si compiacciono di parole a doppio senso].

Il sommo sacerdote parlava infatti in nome di Dio: interpretava la situazione in modo divinamente ispirato.

In Cristo ci si avviava alla realizzazione della promessa fatta ad Abramo: si chiudeva l’epoca della dispersione degli uomini.

La Croce avrebbe realizzato la vocazione del Tempio: la ricomposizione del popolo e l’unità dell’essere umano dalla terra arida e lontana, nella condivisione e gratuità.

Ma quale poteva essere anche per Gesù il punto di partenza (energetico) per non ritirarsi dentro i limiti del proprio ambiente fin nei dettagli, e attivare un cammino di rinascita?

La comunità di Betania [«casa dei poveri»] è immagine delle prime realtà di fede, indigenti e composte di soli fratelli e sorelle.

A misura di persona. Dove ci si “guardava” e si potevano sciogliere quei legami che impedivano di andare oltre il già conosciuto.

Nido di relazioni sane, che riusciva a dare senso anche alle ferite.

 

La «casa dei poveri» è il solo luogo in cui Gesù si trovava a suo agio, ossia l’unica realtà in cui lo possiamo ancora riconoscere vivo e presente ‘in mezzo’ - disponibile, equidistante. Sorgente di vita per modesti e bisognosi.

Stride nel passo di Vangelo il confronto con la volgare astuzia dei direttori e la dimensione fuori-scala dei luoghi e feste comandate.

Come se lì nessuna linfa scorresse tra Santità di Dio e vita reale delle persone dimesse.

 

Malgrado il Maestro compisse il bene - come in tutti i regimi, non mancavano i delatori (v.46).

D’altro canto, buona parte degli abitanti di Gerusalemme trovavano nell’indotto delle attività del Tempio il loro sostentamento materiale.

Figuriamoci se i primi della classe si sarebbero convinti a seguire uno sconosciuto che intendeva soppiantare l’istituzione ufficiale e le posizioni di privilegio, con una utopia disadorna.

Il trono dei prìncipi della Casa fraterna era viceversa privo di ‘cuscini’, e la coordinatrice della comunità una donna: Marta [«signora»]. Leader a rovescio, servizievole.

In tal guisa, Betania dava spunti di vita nuova, a motivo della sua stessa composizione, e spirito intimo.

Focolare privo di standard e ruoli da primato.

Realtà scevra di lotte, difese, posizioni, interessi consolidati: tutte tensioni a “sistemare” le cose che ancora ci segnano al ribasso, verso la sciatteria.

 

Sotto Domiziano queste piccole realtà alternative - premurose verso i piccoli e lontani - dovettero vivere come Gesù: clandestine.

Pagavano l’unità con la croce. Ma rinnovavano la vita dell’impero.

 

 

[Sabato 5.a sett. Quaresima, 28 marzo 2026]

Venerdì, 20 Marzo 2026 03:36

Quale Unità

"Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in questa parola di Caifa una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, e dire che gli altri stiano bene così: i musulmani, gli induisti e via dicendo. La Chiesa non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi per tutti e di tutti.

[Papa Benedetto, omelia 7 maggio 2006]

Venerdì, 20 Marzo 2026 03:33

Il richiamo della condanna

1. Noi professiamo la nostra fede nella verità centrale della missione messianica di Gesù Cristo: egli è il redentore del mondo mediante la sua morte in croce. La professiamo con le parole del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, secondo il quale Gesù “fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto”. Nel professare questa fede, commemoriamo la morte di Cristo anche come un evento storico, che, come la sua vita, ci è dato conoscere da fonti storiche sicure e autorevoli. In base a queste stesse fonti noi possiamo e vogliamo conoscere e comprendere anche le circostanze storiche di quella morte, che crediamo essere stata “il prezzo” della redenzione dell’uomo di tutti i tempi.

2. E prima di tutto: come si è giunti alla morte di Gesù di Nazaret? Come si spiega il fatto che egli è stato dato a morte dai rappresentanti della sua nazione, che lo hanno consegnato al “procuratore” romano, il cui nome, trasmesso dai Vangeli, figura anche nei Simboli di fede? Per ora cerchiamo di raccogliere le circostanze, che “umanamente” spiegano la morte di Gesù. L’evangelista Marco, descrivendo il processo di Gesù davanti a Ponzio Pilato, annota che egli era stato “consegnato per invidia” e che Pilato era cosciente di questo fatto: “Sapeva . . . che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia” (Mc 15,10). Chiediamoci: perché questa invidia? Noi possiamo trovarne le radici nel risentimento non solo per ciò che Gesù insegnava, ma per il modo in cui lo faceva. Se, al dire di Marco, egli insegnava “come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 22), questa circostanza doveva mostrarlo agli occhi di questi ultimi come una “minaccia” per il loro proprio prestigio.

3. Di fatto, sappiamo che già l’inizio dell’insegnamento di Gesù nella sua città natale porta a un conflitto. Il trentenne nazareno infatti, prendendo la parola nella sinagoga, indica se stesso come colui sul quale si compie l’annunzio del Messia, pronunciato da Isaia. Ciò provoca negli uditori stupore e in seguito indignazione, così che essi vogliono gettarlo giù dal monte “sul quale la loro città era situata” . . . “ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò” (Lc 4, 29-30).

4. Questo incidente è solo l’inizio: è il primo segnale delle successive ostilità. Ricordiamo le principali. Quando Gesù fa capire di avere il potere di rimettere i peccati, gli scribi vedono in questo una bestemmia, perché solo Dio ha un tale potere (cf. Mc 2, 6). Quando compie i miracoli in giorno di sabato, asserendo che “il Figlio dell uomo è signore del sabato” (Mt 12, 8), la reazione è analoga alla precedente. Ed è già da allora che traspare l’intenzione di far morire Gesù (cf. Mc 3, 6): “Cercavano . . . di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5, 18). Che cosa altro potevano significare le parole: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse Io Sono”? (Gv 8, 58). Gli ascoltatori sapevano che cosa significava quella denominazione: “Io Sono”. Perciò di nuovo Gesù corre il rischio della lapidazione. Questa volta, però, egli “. . . si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8, 59).

5. Il fatto che in definitiva fece precipitare la situazione e portò alla decisione di far morire Gesù, fu la risurrezione di Lazzaro in Betania. Il Vangelo di Giovanni ci fa sapere che nella successiva riunione del sinedrio fu constatato: “Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Di fronte a queste previsioni e a questi timori Caifa, il sommo sacerdote, si pronunciò con questa sentenza: “Meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11, 47-50). L’evangelista aggiunge: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. E conclude: “Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11, 51-53).

Giovanni ci fa conoscere in questo modo un duplice aspetto di quella presa di posizione di Caifa. Dal punto di vista umano, che più precisamente si potrebbe dire opportunistico, essa era un tentativo di giustificare la decisione di eliminare un uomo ritenuto politicamente pericoloso, senza preoccuparsi della sua innocenza. Da un punto di vista più alto, fatto proprio e annotato dall’evangelista, le parole di Caifa, indipendentemente dalle sue intenzioni, avevano un contenuto autenticamente profetico, riguardante il mistero della morte di Cristo secondo il disegno salvifico di Dio.

6. Qui consideriamo lo svolgimento umano degli avvenimenti. In quella riunione del sinedrio fu presa la decisione di uccidere Gesù di Nazaret. Si approfittò della sua presenza a Gerusalemme durante le feste pasquali.

Giuda, uno dei dodici, per trenta monete d’argento, tradì Gesù, indicando il luogo dove si poteva arrestarlo. Una volta preso, Gesù fu condotto davanti al sinedrio. All’essenziale domanda del sommo sacerdote: “Ti scongiuro per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”, Gesù diede la grande risposta: “Tu l’hai detto” (Mt 26, 63-64; cf. Mc 14, 62; Lc 22, 70). In questa dichiarazione il sinedrio vide una bestemmia palese, e sentenziò che Gesù era “reo di morte!” (Mc 14, 64).

7. Il sinedrio non poteva però eseguire la condanna senza il consenso del procuratore romano. E Pilato è personalmente convinto che Gesù è innocente, e lo fa capire più volte. Dopo aver opposto una incerta resistenza alle pressioni del sinedrio, alla fine cede per timore di rischiare la disapprovazione di Cesare, tanto più che anche la folla, aizzata dai fautori della eliminazione di Gesù, ora pretende la crocifissione. “Crucifige eum!”. E così Gesù viene condannato a morte mediante la crocifissione.

8. Storicamente responsabili di questa morte sono gli uomini indicati dai Vangeli, almeno in parte, per nome. Lo dichiara Gesù stesso quando dice a Pilato durante il processo: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande” (Gv 19, 11). E in un altro passo; “Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mc 14, 21; Mt 26, 24; Lc 22, 22). Gesù allude alle varie persone che, in diversi modi, saranno gli artefici della sua morte: a Giuda, ai rappresentanti del sinedrio, a Pilato, agli altri . . . Anche Simon Pietro, nel discorso tenuto dopo la Pentecoste, contesterà ai capi del sinedrio l’uccisione di Gesù: “Voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso” (At 2, 23).

9. Tuttavia non si può allargare questa imputazione oltre la cerchia delle persone veramente responsabili. Leggiamo in un documento del Concilio Vaticano II: “Se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né (tanto meno) agli ebrei del nostro tempo” (Nostra Aetate, 4).

Se poi si tratta di valutare la responsabilità delle coscienze, non si possono dimenticare le parole di Cristo sulla croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Troviamo l’eco di quelle parole in un altro discorso pronunciato da Pietro dopo la Pentecoste: “Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi” (At 3, 17). Quale senso di riserbo dinanzi al mistero della coscienza umana, anche nel caso del più grande delitto commesso nella storia, l’uccisione di Cristo!

10. Sull’esempio di Gesù e di Pietro, anche se è difficile negare la responsabilità di quegli uomini che provocarono volutamente la morte di Cristo, anche noi guarderemo le cose alla luce dell’eterno disegno di Dio, che richiedeva dal suo Figlio prediletto l’offerta di sé come vittima per i peccati di tutti gli uomini. In questa superiore prospettiva ci rendiamo conto che tutti, a motivo dei nostri peccati, siamo responsabili della morte in croce di Cristo: tutti, nella misura in cui mediante il peccato abbiamo contribuito a far sì che Cristo morisse per noi come vittima di espiazione. Si possono intendere anche in questo senso le parole di Gesù: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini, e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà” (Mt 17, 22).

11. La croce di Cristo è dunque per tutti un richiamo realistico al fatto espresso dall’apostolo Giovanni con le parole: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1, 7-8). La croce di Cristo non cessa di essere per ciascuno di noi questo richiamo misericordioso e nello stesso tempo severo, a riconoscere e confessare la propria colpa. È una chiamata a vivere nella verità.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 28 settembre 1988]

Venerdì, 20 Marzo 2026 03:17

Per ciascuno

Nell’omelia il Santo Padre ha proposto una breve riflessione sulle letture liturgiche del giorno e, in particolare, sul brano del vangelo di Giovanni (11, 45-56) dove si leggono le parole del sommo sacerdote Caifa ai capi dei sacerdoti e ai farisei riuniti nel sinedrio e il commento dell’evangelista: «Gesù doveva morire per la nazione, e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi». Gesù è morto per il suo popolo ed è morto per tutti. Ma questo — ha notato il Papa — non va inteso nel senso della globalità: vuol dire che Gesù è morto per ciascun uomo singolarmente. Ogni cristiano deve dunque dire: «Cristo è morto per me».

È questa la massima espressione dell’amore di Gesù per ogni uomo. E dalla consapevolezza di questo amore — ha sottolineato Papa Francesco — dovrebbe nascere un grazie. Un grazie talmente profondo e appassionato che potrebbe anche trasformarsi in lacrime di gioia sul volto di ogni fedele.

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 24/03/2013]

Giovedì, 19 Marzo 2026 05:13

Ti fai Dio

(Gv 10,31-42)

 

L’intento del quarto Vangelo non è quello particolare di convertire Ebrei, piuttosto di rafforzare la Fede nella Persona del Consacrato del Signore che si proclamava «Figlio».

Il Richiamo è alle chiese giovannee dell’Asia Minore. E in Gv il termine «Giudei» indica non il popolo, bensì le guide spirituali.

A loro cospetto un Gesù “blasfemo” rivendica la mutua immanenza col Padre, e osa dilatare a noi i confini del Mistero che lo avvolge e riempie.

Ma la condizione divina che si manifesta nella pienezza umana viene rifiutata dai capi religiosi. Ciò in nome dell’adesione all’Eterno, immaginato distante e antico.

Il salmo 82 recita: «Io ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo».

Il riferimento poetico dell’inno è ai dirigenti e giudici d’Israele, ma Gesù [che amava autodefinirsi «Figlio dell’uomo»] lo estende agli ‘inviati del Padre’, a coloro che accolgono la sua Parola - fuori dell’élite.

Se la divinità può essere attribuita agli “agenti” di Dio non solo leaders, tanto più essa può essere assegnata alla Parola stessa di Dio - e ai figli che la recano, tutti degni di confidenza eminente.

Secondo Gesù, l’Eterno non è rivelato da ragionamenti e argomentazioni cerebrali, né da dottrine, codici orali e scritti, o discipline, bensì dalla qualità indistruttibile delle opere «belle» (vv.32-33) che sono «dal Padre» (v.32).

Il termine greco sta a indicare il senso di pienezza e meraviglia - verità, bontà, fascino, stupore - che emana dall’unica ‘azione’ richiesta in qualsiasi «opera» di rilievo o minuta: l'amore che risuscita il bisognoso.

E la Scrittura riconosce in ciascuno di noi questa sacra scintilla, che dà a tutti gli accadimenti e alle emozioni il passo della Vertigine: capogiro che supera le cose circostanti [o il “come dovrebbero essere” fatte].

Certo, a nostro sostegno abbiamo bisogno d’un Volto, di una relazione e vicenda di stretta parentela per identificare ciò che ci muove, per scrutare dentro quel che appare o viene suscitato.

L’Unità di nature - Lui in noi e noi col Padre - ci corrisponde nel Volto del Cristo.

Nessun cumulo di sassi (v.31) potrà seppellire l’anelito divino e la testimonianza di chi viene «da» Lui.

Anche se qualcuno uccidesse i figli, parlerebbero le loro «molte e splendide opere» (v.32).

Alcuni - interessati - tentano d’immobilizzare il Verbo che agisce in noi: il Logos partecipe di Comunione, fonte della Luce e della Vita.

 

I detrattori fanno ancora leva sull’atmosfera ostile della cruda e vanitosa religiosità di maniera [antica o alla moda]…

Ebbene, i figli intimi troveranno accoglienza altrove, in territorio straniero «al di là del Giordano» (v.40).

Ogni cosa che accade, anche le persecuzioni e i tentativi di omicidio per incomprensione o invidia [perfino spirituale] può essere guardata in un’altra ottica: di Fede inclusiva che riavvicina alle Radici.

Sono eventi, accadimenti esterni che attivano energie complessive: si fanno cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

Più che pericoli e fastidi, tracciano un destino di Esodo - come un fiume che trasporta, ma che in Cristo ci scampa dalle mani d’una stasi mortifera (v.39), e risintonizza mirabilmente sulle forze che guidano alle periferie - dove dobbiamo andare.

È Presenza divina e Azione fuori del comune. Guida infallibile del mondo interiore - che ricolloca in missione e alla ricerca della libertà più sacra.

 

 

[Venerdì 5.a sett. Quaresima, 27 marzo 2026]

Giovedì, 19 Marzo 2026 05:08

Ti fai Dio

(Gv 10,31-42)

 

L’intento del quarto Vangelo non è quello particolare di convertire Ebrei, piuttosto di rafforzare la Fede nella Persona del Consacrato del Signore che si proclamava «Figlio».

Il Richiamo è alle chiese giovannee dell’Asia Minore. E in Gv il termine «Giudei» indica non il popolo, bensì le guide spirituali.

A loro cospetto un Gesù “blasfemo” rivendica la mutua immanenza col Padre, e osa dilatare a noi i confini del Mistero che lo avvolge e riempie.

Ma la condizione divina che si manifesta nella pienezza umana viene rifiutata dai capi religiosi. Ciò in nome dell’adesione all’Eterno, immaginato distante e antico.

Il salmo 82 recita: «Io ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo».

Il riferimento poetico dell’inno è ai dirigenti e giudici d’Israele, ma Gesù [che amava autodefinirsi «Figlio dell’uomo»] lo estende agli ‘inviati del Padre’, a coloro che accolgono la sua Parola - fuori dell’élite.

Se la divinità può essere attribuita agli “agenti” di Dio non solo leaders, tanto più essa può essere assegnata alla Parola stessa di Dio - e ai figli che la recano, tutti degni di confidenza eminente.

Secondo Gesù, l’Eterno non è rivelato da ragionamenti e argomentazioni cerebrali, né da dottrine, codici orali e scritti, o discipline, bensì dalla qualità indistruttibile delle opere «belle» (vv.32-33) che sono «dal Padre» (v.32).

Il termine greco sta a indicare il senso di pienezza e meraviglia - verità, bontà, fascino, stupore - che emana dall’unica ‘azione’ richiesta in qualsiasi «opera» di rilievo o minuta: l'amore che risuscita il bisognoso.

E la Scrittura riconosce in ciascuno di noi questa sacra scintilla, che dà a tutti gli accadimenti e alle emozioni il passo della Vertigine: capogiro che supera le cose circostanti [o il “come dovrebbero essere” fatte].

Certo, a nostro sostegno abbiamo bisogno d’un Volto, di una relazione e vicenda di stretta parentela per identificare ciò che ci muove, per scrutare dentro quel che appare o viene suscitato.

L’Unità di nature - Lui in noi e noi col Padre - ci corrisponde nel Volto del Cristo.

Nessun cumulo di sassi (v.31) potrà seppellire l’anelito divino e la testimonianza di chi viene «da» Lui.

Anche se qualcuno uccidesse i figli, parlerebbero le loro «molte e splendide opere» (v.32).

Alcuni - interessati - tentano d’immobilizzare il Verbo che agisce in noi: il Logos partecipe di Comunione, fonte della Luce e della Vita.

 

I detrattori fanno ancora leva sull’atmosfera ostile della cruda e vanitosa religiosità di maniera [antica o alla moda]…

Ebbene, i figli intimi troveranno accoglienza altrove, in territorio straniero «al di là del Giordano» (v.40).

Ogni cosa che accade, anche le persecuzioni e i tentativi di omicidio per incomprensione o invidia [perfino spirituale] può essere guardata in un’altra ottica: di Fede inclusiva che riavvicina alle Radici.

Sono eventi, accadimenti esterni che attivano energie complessive: si fanno cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

Più che pericoli e fastidi, tracciano un destino di Esodo - come un fiume che trasporta, ma che in Cristo ci scampa dalle mani d’una stasi mortifera (v.39), e risintonizza mirabilmente sulle forze che guidano alle periferie - dove dobbiamo andare.

È Presenza divina e Azione fuori del comune. Guida infallibile del mondo interiore - che ricolloca in missione e alla ricerca della libertà più sacra.

 

 

[Venerdì 5.a sett. Quaresima, 27 marzo 2026]

Giovedì, 19 Marzo 2026 05:03

Azione permanente e sommessa

Il Vangelo […] propone un duplice comandamento sulla fede: credere in Dio e credere in Gesù. Il Signore, infatti, dice ai suoi discepoli: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Non sono due atti separati, ma un unico atto di fede, la piena adesione alla salvezza operata da Dio Padre mediante il suo Figlio Unigenito. Il Nuovo Testamento ha posto fine all’invisibilità del Padre. Dio ha mostrato il suo volto, come conferma la risposta di Gesù all’apostolo Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il Figlio di Dio, con la sua incarnazione, morte e risurrezione, ci ha liberati dalla schiavitù del peccato per donarci la libertà dei figli di Dio e ci ha fatto conoscere il volto di Dio che è amore: Dio si può vedere, è visibile in Cristo. Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6: Opere Complete, Milano 1998, 1001). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia: «In verità, in verità io vi dico – dice il Signore –: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio» (Gv 14,12).

La fede in Gesù comporta seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che compongono la nostra giornata. «È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di “vedere”» (Gesù di Nazareth II, 2011, 306). Sant’Agostino afferma che «era necessario che Gesù dicesse: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), perché una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta» (Tractatus in Ioh., 69, 2: CCL 36, 500), e la meta è il Padre. Per i cristiani, per ciascuno di noi, dunque, la Via al Padre è lasciarsi guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, e accogliere il dono della sua Vita. Facciamo nostro l’invito di San Bonaventura: «Apri dunque gli occhi, tendi l’orecchio spirituale, apri le tue labbra e disponi il tuo cuore, perché tu possa in tutte le creature vedere, ascoltare, lodare, amare, venerare, glorificare, onorare il tuo Dio» (Itinerarium mentis in Deum, I, 15).

[Papa Benedetto, Angelus 22 maggio 2011]

Giovedì, 19 Marzo 2026 04:59

Voi siete i santi del terzo Millennio

Carissimi giovani!

1. Nella mia memoria resta vivo il ricordo dei momenti straordinari che abbiamo vissuto insieme a Roma, durante il Giubileo dell'Anno 2000, allorché siete venuti in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. In lunghe file silenziose avete varcato la Porta Santa e vi siete preparati a ricevere il sacramento della Riconciliazione; nella veglia serale e nella Messa del mattino a Tor Vergata avete poi vissuto un'esperienza spirituale ed ecclesiale intensa; rafforzati nella fede, avete fatto ritorno a casa con la missione che vi ho affidato: divenire, in quest'aurora del nuovo millennio, testimoni coraggiosi del Vangelo.

L'evento della Giornata Mondiale della Gioventù è diventato ormai un momento importante della vostra vita, come pure della vita della Chiesa. Vi invito dunque a cominciare a prepararvi alla XVII edizione di questo grande evento, che vedrà la sua celebrazione internazionale a Toronto, in Canada, nell'estate del prossimo anno. Sarà una nuova occasione per incontrare Cristo, rendere testimonianza della sua presenza nella società contemporanea e diventare costruttori della "civiltà dell'amore e della verità".

2. "Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13-14): questo è il tema che ho scelto per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Le due immagini del sale e della luce utilizzate da Gesù sono complementari e ricche di senso. Nell'antichità, infatti, sale e luce erano ritenuti elementi essenziali della vita umana.

"Voi siete il sale della terra...". Una delle funzioni primarie del sale, come ben si sa, è quella di condire, di dare gusto e sapore agli alimenti. Quest'immagine ci ricorda che, mediante il battesimo, tutto il nostro essere è stato profondamente trasformato, perché "condito" con la vita nuova che viene da Cristo (cfr Rm 6,4). Il sale, grazie al quale l'identità cristiana non si snatura, anche in un ambiente fortemente secolarizzato, è la grazia battesimale che ci ha rigenerati, facendoci vivere in Cristo e rendendoci capaci di rispondere alla sua chiamata ad "offrire i [nostri] corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rm 12,1). Scrivendo ai cristiani di Roma, san Paolo li esorta ad evidenziare chiaramente il loro modo diverso di vivere e di pensare rispetto ai contemporanei: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2).

Per lungo tempo il sale è stato anche il mezzo abitualmente usato per conservare gli alimenti. Come sale della terra, siete chiamati a conservare la fede che avete ricevuto e a trasmetterla intatta agli altri. La vostra generazione è posta con particolare forza di fronte alla sfida di mantenere integro il deposito della fede (cfr 2 Ts 2,15; 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14).

Scoprite le vostre radici cristiane, imparate la storia della Chiesa, approfondite la conoscenza dell'eredità spirituale che vi è stata trasmessa, seguite i testimoni e i maestri che vi hanno preceduto! Solo restando fedeli ai comandamenti di Dio, all'Alleanza che Cristo ha suggellato con il suo sangue versato sulla Croce, potrete essere gli apostoli ed i testimoni del nuovo millennio.

È proprio della condizione umana e, in particolar modo, della gioventù, cercare l'Assoluto, il senso e la pienezza dell'esistenza. Cari giovani, nulla vi accontenti che stia al di sotto dei più alti ideali! Non lasciatevi scoraggiare da coloro che, delusi dalla vita, sono diventati sordi ai desideri più profondi e più autentici del loro cuore. Avete ragione di non rassegnarvi a divertimenti insipidi, a mode passeggere ed a progetti riduttivi. Se conservate grandi desideri per il Signore, saprete evitare la mediocrità e il conformismo, così diffusi nella nostra società.

3. "Voi siete la luce del mondo...". Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano.

Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto!

La luce di cui Gesù ci parla nel Vangelo è quella della fede, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l'intelligenza: "Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse anche nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). Ecco perché le parole di Gesù assumono uno straordinario rilievo allorché spiega la sua identità e la sua missione: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).

L'incontro personale con Cristo illumina di luce nuova la vita, ci incammina sulla buona strada e ci impegna ad essere suoi testimoni. Il nuovo modo, che da Lui ci viene, di guardare al mondo e alle persone ci fa penetrare più profondamente nel mistero della fede, che non è solo un insieme di enunciati teorici da accogliere e ratificare con l'intelligenza, ma un'esperienza da assimilare, una verità da vivere, il sale e la luce di tutta la realtà (cfr Veritatis splendor, 88).

Nel contesto attuale di secolarizzazione, in cui molti dei nostri contemporanei pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forme di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermiate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l'esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita! Diventerete così missionari con i gesti e le parole e, dovunque lavoriate e viviate, sarete segni dell'amore di Dio, testimoni credibili della presenza amorosa di Cristo. Non dimenticate: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)!

Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all'imitazione di tutti. Tra i molti basti ricordare: Agnese di Roma, Andreas di Phú Yên, Pedro Calungsod, Giuseppina Bakhita, Teresa di Lisieux, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Francisco Castelló Aleu o ancora Kateri Tekakwitha, la giovane irochese detta "il giglio dei Mohawks". Prego il Dio tre volte Santo che, per l'intercessione di questa folla immensa di testimoni, vi renda santi, cari giovani, i santi del terzo millennio!

4. Carissimi, è tempo di prepararsi per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Vi rivolgo uno speciale invito a leggere e ad approfondire la Lettera apostolica Novo millennio ineunte, che ho scritto all'inizio dell'anno per accompagnare i battezzati in questa nuova tappa della vita della Chiesa e degli uomini: "Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono alla luce di Cristo. Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo di esserne il «riflesso»" (n. 54).

Sì, è l'ora della missione! Nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti, associazioni e comunità il Cristo vi chiama, la Chiesa vi accoglie come casa e scuola di comunione e di preghiera. Approfondite lo studio della Parola di Dio e lasciate che essa illumini la vostra mente ed il vostro cuore. Traete forza dalla grazia sacramentale della Riconciliazione e dell'Eucarestia. Frequentate il Signore in quel «cuore a cuore» che è l'adorazione eucaristica. Giorno dopo giorno, riceverete nuovo slancio che vi consentirà di confortare coloro che soffrono e di portare la pace al mondo. Sono tante le persone ferite dalla vita, escluse dallo sviluppo economico, senza un tetto, una famiglia o un lavoro; molte si perdono dietro false illusioni o hanno smarrito ogni speranza. Contemplando la luce che risplende sul volto di Cristo risorto, imparate a vostra volta a vivere come "figli della luce e figli del giorno" (1 Ts 5,5), manifestando a tutti che "il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità" (Ef 5,9).

5. Cari giovani amici, per tutti coloro che possono l'appuntamento è a Toronto! Nel cuore di una città multiculturale e pluriconfessionale diremo l'unicità di Cristo Salvatore e l'universalità del mistero di salvezza di cui la Chiesa è sacramento. Pregheremo per la piena comunione tra i cristiani nella verità e nella carità, rispondendo all'invito pressante del Signore che desidera ardentemente "che tutti siano una cosa sola" (Gv 17,11).

Venite a far risuonare nelle grandi arterie di Toronto l'annuncio gioioso di Cristo che ama tutti gli uomini e porta a compimento ogni segno di bene, di bellezza e di verità presente nella città umana. Venite a dire davanti al mondo la vostra gioia di aver incontrato Cristo Gesù, il vostro desiderio di conoscerlo sempre meglio, il vostro impegno di annunciarne il Vangelo di salvezza fino agli estremi confini della terra!

I vostri coetanei canadesi si preparano già ad accogliervi con calore e grande ospitalità, insieme ai loro Vescovi e alle Autorità civili. Per questo li ringrazio fin d'ora vivamente. Possa questa prima Giornata Mondiale dei Giovani all'inizio del terzo millennio trasmettere a tutti un messaggio di fede, di speranza e d'amore!

La mia benedizione vi accompagna, mentre a Maria, Madre della Chiesa, affido ciascuno di voi, la vostra vocazione e la vostra missione.

Da Castel Gandolfo, 25 Luglio 2001

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XVII GMG, Toronto]

Pagina 1 di 37
If, in his prophecy about the shepherd, Ezekiel was aiming to restore unity among the dispersed tribes of Israel (cf. Ez 34: 22-24), here it is a question not only of the unification of a dispersed Israel but of the unification of all the children of God, of humanity - of the Church of Jews and of pagans [Pope Benedict]
Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani [Papa Benedetto]
St Teresa of Avila wrote: «the last thing we should do is to withdraw from our greatest good and blessing, which is the most sacred humanity of Our Lord Jesus Christ» (cf. The Interior Castle, 6, ch. 7). Therefore, only by believing in Christ, by remaining united to him, may the disciples, among whom we too are, continue their permanent action in history [Pope Benedict]
Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia [Papa Benedetto]
Just as he did during his earthly existence, so today the risen Jesus walks along the streets of our life and sees us immersed in our activities, with all our desires and our needs. In the midst of our everyday circumstances he continues to speak to us; he calls us to live our life with him, for only he is capable of satisfying our thirst for hope (Pope Benedict)
Come avvenne nel corso della sua esistenza terrena, anche oggi Gesù, il Risorto, passa lungo le strade della nostra vita, e ci vede immersi nelle nostre attività, con i nostri desideri e i nostri bisogni. Proprio nel quotidiano continua a rivolgerci la sua parola; ci chiama a realizzare la nostra vita con Lui, il solo capace di appagare la nostra sete di speranza (Papa Benedetto)
"Beloved" of God (cf. Lk 1: 28). Origen observes that no such title had ever been given to a human being, and that it is unparalleled in all of Sacred Scripture (cf. In Lucam 6: 7). It is a title expressed in passive form, but this "passivity" of Mary, who has always been and is for ever "loved" by the Lord, implies her free consent, her personal and original response:  in being loved, in receiving the gift of God, Mary is fully active, because she accepts with personal generosity the wave of God's love poured out upon her [Pope Benedict]
"Amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta: nell’essere amata, nel ricevere il dono di Dio, Maria è pienamente attiva, perché accoglie con personale disponibilità l’onda dell’amore di Dio che si riversa in lei [Papa Benedetto]
Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)

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