Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Seconda Domenica di Quaresima (anno A) [1 Marzo 2026]
*Prima Lettura dal libro della Genesi (12,1- 4)
Le poche righe che abbiamo appena letto costituiscono il primo atto di tutta l’avventura della nostra fede: la fede degli ebrei, poi, in ordine cronologico, dei cristiani e dei musulmani. Siamo nel secondo millennio a.C. Abram* viveva in Caldea, cioè in Iraq, e più precisamente nell’estremo sud-est dell’Iraq, nella città di UR, nella valle dell’Eufrate, vicino al Golfo Persico. Viveva con sua moglie Sarai, presso suo padre Terach, e con i suoi fratelli (Nahor e Aran) e il suo nipote Lot. Abram aveva settantacinque anni, sua moglie Sarai sessantacinque; non avevano figli e, vista la loro età, non ne avrebbero mai più avuti. Un giorno il vecchio padre, Terach, prese la strada insieme ad Abram, Sarai e al suo nipote Lot. La carovana risale la valle dell’Eufrate dal sud-est al nord-ovest con l’intenzione di scendere poi verso la terra di Canaan; ci sarebbe una strada più corta, certo, per collegare il Golfo Persico al Mediterraneo, ma attraversava un enorme deserto; Terach e Abram preferirono percorrere il “Crescente Fertile”, che porta bene il suo nome. L’ultima tappa a nord-ovest si chiama Harran. È lì che il vecchio Terach muore. Ed è soprattutto lì che, per la prima volta, circa 4000 anni fa, intorno al 1850 a.C., Dio parlò ad Abram.
” Vattene dalla tua terra” dice la nostra traduzione liturgica, ma essa omette le due prime parole, probabilmente per evitare interpretazioni eccessive di cui non sempre ci si è astenuti. In realtà, in ebraico, le prime due parole sono “Tu, va!”. Grammaticalmente, non significano altro. È un appello personale, una messa da parte: si tratta di un vero e proprio racconto di vocazione. Ed è a questo semplice invito che Abram ha risposto. Spesso si traduce “Va per te”, ma si tratta già di una sovra-interpretazione di fede. “Va per te”: bisogna essere consapevoli che ci si allontana dalla letteralità del testo per entrare in un’interpretazione, in un commento spirituale. È Rashi, il grande commentatore ebreo dell’XI secolo (a Troyes in Champagne), che traduce “Va per te, per il tuo bene e per la tua felicità”. In effetti, è ciò che Abram sperimenterà nel corso dei giorni. Se Dio chiama l’uomo, è per il bene dell’uomo, non per altro! Il disegno misericordioso di Dio sull’umanità è racchiuso in queste due piccole parole: “Per te”. Già Dio si rivela come colui che desidera il bene dell’uomo, di tutti gli uomini**; se bisogna ricordare una cosa, è questa! “Va per te”: un credente è qualcuno che sa che, qualunque cosa accada, Dio lo conduce verso il suo compimento, verso la sua felicità. Ecco dunque la prima parola di Dio ad Abram, quella che ha scatenato tutta la sua avventura… e la nostra! Tu, va, lascia il tuo paese, la tua parentela e la casa di tuo padre, e va’ verso la terra che ti mostrerò. E il seguito sono solo promesse: Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome, e tu sarai una benedizione… In te saranno benedette tutte le famiglie della terra. Abram viene strappato al suo destino naturale, scelto, eletto da Dio, investito di una vocazione di portata universale. Abram, per il momento, è un nomade, forse ricco, ma sconosciuto, e non ha figli; sua moglie Sarai ha superato ampiamente l’età di avere figli. Eppure è lui che Dio sceglie per diventare il padre di un grande popolo. Ecco cosa significava quel “per te” di prima: Dio gli promette tutto ciò che, a quell’epoca, costituisce la felicità di un uomo: una numerosa discendenza e la benedizione di Dio. Ma questa felicità promessa ad Abram non è solo per lui: nella Bibbia, nessuna vocazione, nessuna chiamata è mai per l’interesse egoistico di chi è chiamato. È uno dei criteri di una vocazione autentica: ogni vocazione è sempre per una missione a servizio degli altri. Qui c’è questa frase: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Significa almeno due cose: primo, il tuo successo sarà tale che sarai preso come esempio: quando si vorrà augurare felicità, si dirà: Possa tu essere felice come Abram. Secondo, questo “in te” può significare attraverso te; e allora significa “attraverso di te, io, Dio, benedirò tutte le famiglie della terra”. Il progetto di felicità di Dio passa per Abram, ma lo supera, lo trabocca; riguarda tutta l’umanità: “In te, attraverso te, saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Per tutta la storia d’Israele, la Bibbia resterà fedele a questa prima scoperta: Abramo e i suoi discendenti sono il popolo eletto, scelto da Dio ma a beneficio di tutta l’umanità, fin dal primo giorno, dalla prima parola a Abram. Resta che le altre nazioni restano libere di non entrare in questa benedizione; è il senso della frase apparentemente curiosa: “Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”(12,3). È un modo per dire la nostra libertà: chiunque lo desideri può partecipare alla benedizione promessa ad Abram, ma nessuno è obbligato ad accettarla! L’ora della grande partenza è arrivata; il testo è straordinario per la sua sobrietà: dice semplicemente “Abram partì come gli aveva ordinato il Signore”(12,4) e Lot partì con lui. Non si può essere più laconici! Questa partenza, al semplice richiamo di Dio, è la prova più bella di fede; quattromila anni dopo, possiamo dire che la nostra fede trova la sua fonte in quella di Abramo; e se le nostre vite intere sono illuminate dalla fede, è grazie a lui!. E tutta la storia umana diventa il luogo del compimento delle promesse di Dio ad Abramo: compimento lento, progressivo, ma certo e sicuro.
Note: *All’inizio di questa grande avventura, colui che chiamiamo Abramo si chiamava ancora solo Abram; più tardi, dopo anni di pellegrinaggio, riceverà da Dio il nuovo nome, quello con cui lo conosciamo: Abramo, che significa “padre di moltitudini”.
**Questo “per te” non va inteso come esclusivo, anche se inizialmente non si era capito subito. Solo dopo una lunga scoperta dell’Alleanza di Dio i credenti hanno potuto accedere alla verità piena: il progetto di Dio non riguarda solo Abramo e i suoi discendenti, ma tutta l’umanità. Questo è ciò che chiamiamo l’universalità del progetto di Dio. Questa scoperta risale all’Esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C.
Aggiunta: In un altro momento della vita di Abramo, quando offrirà Isacco in sacrificio Dio userà la stessa espressione “Tu va” per dargli la forza d’affrontare la prova. ricordandogli il percorso già compiuto. La Lettera agli Ebrei prenderà la partenza di Abramo per dire che cosa è la fede (cf. Eb 11,8-12)
*Salmo responsoriale (32/33)
Torna tre volte la parola “amore” in questi pochi versetti; e questa insistenza risponde molto bene alla prima Lettura: Abramo è il primo di tutta la storia umana a scoprire che Dio è amore e che ha progetti di felicità per l’umanità. Bisognava però credere a questa straordinaria rivelazione. E Abramo ha creduto, ha accettato di fidars delle parole di futuro che Dio gli annunciava. Un vecchio senza figli, eppure, avrebbe avuto tutte le buone ragioni per dubitare di questa incredibile promessa di Dio. Dio gli dice: Lascia il tuo paese… Farò di te una grande nazione. E il testo della Genesi conclude che Abram partì come Signore gli aveva detto.
Un bellissimo esempio per noi all’inizio della Quaresima: bisognerebbe credere in ogni circostanza che Dio ha progetti di felicità per noi. Questo era proprio il senso della frase pronunciata su di noi il Mercoledì delle Ceneri: “Convertitevi e credete nel Vangelo”. Convertirsi significa credere una volta per tutte che la Novità è che Dio è Amore. Geremia diceva da parte di Dio: “Io conosco i pensieri che ho su di voi – oracolo del Signore – pensieri di pace e non di sventura, per darvi un futuro e una speranza” (Ger 29,11). Così, le prime due domeniche di Quaresima ci invitano a una scelta: per la prima domenica abbiamo letto nel libro della Genesi la storia di Adamo: l’uomo che sospetta di Dio davanti a un divieto (quello di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male), immaginando che Dio possa forse perfino essere geloso! Sono le insinuazioni del serpente, che significa veleno. Per questa seconda domenica di Quaresima, invece, leggiamo la storia di Abramo, il credente. Poco più avanti, il libro della Genesi dice di lui: Abram credette al Signore che lo reputò giusto. E, per aiutarci a seguire lo stesso cammino di Abramo, questo salmo ci suggerisce le parole della fiducia: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore per liberarlo dalla more”. All’inizio leggiamo: “Dell’amore è piena la terra… e poi l’espressione “chi lo teme” è spiegata nella riga successiva: è chi spera nel suo amore”, quindi ben lungi dalla paura, anzi proprio il contrario! La tentazione è voler essere liberi e fare tutto ciò che si vuole… obbedire solo a se stessi. Tutto questo nasce dall’esperienza e per questo il popolo eletto può dire: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore” perché Dio ha vegliato su di loro come un padre sui suoi figli. Quando si afferma che li libera dalla morte non si parla della morte biologica. Bisogna ricordare che all’epoca in cui questo salmo è composto, la morte individuale non era considerata un dramma; ciò che contava era la sopravvivenza del popolo nella certezza che Dio avrebbe fatto sopravvivere il suo popolo. In ogni momento, e specialmente nella prova, Dio accompagna il suo popolo e lo libera dalla morte. Mentre il riferimento al tempo di fame è certamente un’allusione alla manna che Dio fece cadere durante l’Esodo, quando la fame diventava minacciosa. Tutto il popolo può testimoniare questa sollecitudine di Dio in ogni epoca; e quando si canta “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” si ripete semplicemente il nome di Dio misericordioso e fedeleche si è rivelato a Mosè (Es 34,6). La conclusione è una preghiera di fiducia:”Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo” è un invito per il credente a offrirsi a questo amore.
*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1,8b-10)
Paolo è in prigione a Roma, sa che presto sarà giustiziato e qui consegna le sue ultime raccomandazioni a Timòteo: “Figlio mio carissimo, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Questa sofferenza è la persecuzione che è inevitabile per un vero discepolo di Cristo. come Gesù aveva detto (cf. Mc 8,34-35). Sia all’inizio che alla fine del brano torna il riferimento al Vangelo che si presenta così come un’inclusione e al centro, incorniciato da questi due identici riferimenti, Paolo spiega che cosa sia questo Vangelo. Usa la parola Vangelo, nel suo senso etimologico di buona notizia, proprio come Gesù stesso all’inizio della sua predicazione in Galilea dice: “Convertitevi e credete al Vangelo, alla Buona Notizia” vuol dire che la predicazione cristiana è l’annuncio che il regno di Dio è finalmente inaugurato. Per Paolo, è nella frase centrale del nostro testo che scopriamo in che cosa consista il Vangelo: in definitiva, si riassume in poche parole: Dio ci ha salvati per mezzo di Gesù Cristo. *“Dio ci ha salvati”: è un passato compiuto, qualcosa di acquisito; ma nello stesso tempo, perché gli uomini entrino in questa salvezza, è necessario che il Vangelo sia loro annunciato. È dunque davvero una vocazione santa quella che ci è stata affidata: “Dio ci ha salvati e ci ha chiamati a una vocazione santa”(1,9). Vocazione santa perché affidata dal Dio che è santo; vocazione santa perché si tratta di annunciare il progetto di Dio; vocazione santa perché il progetto di Dio ha bisogno della nostra collaborazione: ciascuno deve prendervi la propria parte, come dice Paolo. Ma l’espressione “vocazione santa” significa anche qualcos’altro: il progetto di Dio su di noi, sull’umanità, è così grande da meritare pienamente questo nome. La vocazione particolare degli apostoli si inserisce in questa vocazione universale dell’umanità.
*”Dio ci ha salvati”: nella Bibbia, il verbo salvare significa sempre liberare. È stata necessaria una lunga scoperta progressiva di questa realtà da parte del popolo dell’Alleanza: Dio vuole l’uomo libero e interviene incessantemente per liberarci da ogni forma di schiavitù. Le schiavitù sono di molti tipi: schiavitù politiche, come la servitù in Egitto o l’Esilio a Babilonia; e ogni volta Israele ha riconosciuto nella sua liberazione l’opera di Dio; schiavitù sociali, e la Legge di Mosè come i profeti non cessano di chiamare alla conversione dei cuori affinché ogni uomo possa vivere in modo dignitoso e libero; schiavitù religiose, ancora più subdole. I profeti non hanno mai smesso di trasmettere questa volontà di Dio di vedere l’umanità finalmente liberata da tutte le sue catene. Paolo dice che Gesù ci ha liberati persino dalla morte: Gesù “ha vinto la morte e ha fatto rsplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”(1,10). Paolo lo afferma proprio
mentre si prepara a essere giustiziato. Gesù stesso è morto e anche noi moriremo tutti. Gesù dunque non parla della morte biologica. Di quale vittoria si tratta allora? Gesù ci dona, colmo di Spirito Santo, la sua stessa vita, che noi possiamo condividere spiritualmente, e che nulla può distruggere, nemmeno la morte biologica. La sua Risurrezione è la prova che la morte biologica non può annientarla per cui per noi la morte biologica non sarà che un passaggio verso la luce che non tramonta: nella liturgia dei funeraldiciamo: “La vita non è tolta, ma trasformata”. Se la morte biologica fa parte della nostra costituzione fisica, fatta di polvere – come dice il libro della Genesi – essa non riesce a separarci da Gesù Cristo (cf. Rm 8,39). In noi c’è una relazione con Dio, che nulla, nemmeno la morte biologica, può distruggere: è ciò che san Giovanni chiama “la vita eterna”.
*Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”: ci troviamo ancora una volta davanti al mistero delle scelte di Dio. È a Pietro che Gesù aveva detto poco prima, a Cesarea: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze della morte non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). Ma Pietro è accompagnato dai due fratelli, Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo. “E Gesù li condusse su un alto monte, in disparte”: su un alto monte Mosè aveva ricevuto la Rivelazione del Dio dell’Alleanza e le tavole della Legge; quella Legge che doveva educare progressivamente il popolo dell’Alleanza a vivere nell’amore di Dio e dei fratelli. Sullo stesso monte, Elia aveva avuto la rivelazione del Dio della tenerezza nella brezza leggera… Mosè ed Elia, le due colonne dell’Antico Testamento…Sull’alto monte della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della Chiesa, ricevono la rivelazione del Dio di tenerezza incarnato in Gesù: «Questi è il mio l’amato, nel quale mi sono compiaciuto». E questa rivelazione viene loro concessa per rafforzare la loro fede prima della tempesta della Passione. Pietro lo scriverà più tardi (cf. 2 Pt 1,16-18).
L’espressione “il mio Figlio amato: ascoltatelo” designa Gesù come il Messia: per orecchie ebraiche, questa semplice frase è una triplice allusione all’Antico Testamento, perché richiama tre testi molto diversi tra loro, ma ben presenti nella memoria di tutti; tanto più che l’attesa era intensa al tempo della venuta di Gesù e le ipotesi si moltiplicavano: ne abbiamo la prova nelle numerose domande rivolte a Gesù nei Vangeli. “Figlio” era il titolo abitualmente attribuito al re, e si attendeva il Messia con i tratti di un re discendente di Davide, che avrebbe finalmente regnato sul trono di Gerusalemme, rimasto senza re da molto tempo. L’amato, nel quale mi sono compiaciuto evocava invece un contesto del tutto diverso: si tratta dei “Canti del Servo” del libro di Isaia; era dire che Gesù è il Messia non più alla maniera di un re, ma di un Servo, nel senso di Isaia (Is 42,1). “Ascoltatelo” diceva ancora un’altra cosa: che Gesù è il Messia-Profeta nel senso in cui Mosè, nel libro del Deuteronomio, aveva annunciato al popolo: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta come me: a lui darete ascolto” (Dt 18,15). “Facciamo tre capanne”: questa frase di Pietro suggerisce che l’episodio della Trasfigurazione possa essere avvenuto durante la festa delle Capanne, o almeno in un clima legato a essa, festa che si celebrava in memoria della traversata del deserto durante l’Esodo e dell’Alleanza conclusa con Dio, nella fervente esperienza che i profeti chiameranno più tardi il fidanzamento del popolo con il Dio di tenerezza e di fedeltà. Durante questa festa si abitava nelle capanne per otto giorni attendendo e implorando una nuova manifestazione di Dio che si sarebbe compiuta con la venuta del Messia Sul monte della Trasfigurazione, i tre apostoli si trovano improvvisamente davanti a questa rivelazione del mistero di Gesù: nulla di sorprendente che siano presi dal timore che coglie ogni uomo davanti alla manifestazione del Dio santo; non sorprende neppure che Gesù li rialzi e li rassicuri: già l’Antico Testamento aveva rivelato al popolo dell’Alleanza che il Dio santissimo è il Dio vicino all’uomo e che la paura non è appropriata. Ma la rivelazione del mistero del Messia, in tutte le sue dimensioni, non è ancora alla portata di tutti; Gesù ordina loro di non raccontare nulla per il momento, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti. Dicendo quest’ultima frase, Gesù conferma la rivelazione che i tre discepoli hanno appena ricevuto: egli è davvero il Messia che il profeta Daniele vedeva sotto le sembianze di un uomo, venire sulle nubi del cielo (cf. Dn 7,13-14). Lo stesso Daniele presenta il Figlio dell’uomo non come un individuo solitario, ma come un popolo, che egli chiama “il popolo dei santi dell’Altissimo”. La realizzazione è ancora più bella della promessa: in Gesù, Uomo-Dio, è l’umanità intera che riceverà questa regalità eterna e sarà eternamente trasfigurata. Ma Gesù ha detto chiaramente: Non dite nulla a nessuno prima della Risurrezione. Solo dopo la Risurrezione di Gesù gli apostoli saranno capaci di esserne testimoni.
+Giovanni D’Ercole
Prima Domenica di Quaresima [22 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Mi scuso se mi dilungo oltre misura oggi nella presentazione dei testi, ma è centrale per la vita cristiana capire in profondità il dramma della Genesi (prima lettura) che san Paolo riprende nella seconda lettura portandolo a piena comprensione. Ugualmente il salmo responsoriale si capisce a partire dal dramma raccontato in Genesi cap.3 e ugualmente il vangelo ci mostra come reagire per vivere nel regno di Dio già su questa terra. Secondo me è una visione della vita che va ben focalizzata per capire il dramma del rigetto pratico e spesso inconsapevole di Dio che si consuma nel mondo davanti alla domanda cruciale: perché il male nel mondo? Perché Dio non lo distrugge?
Buona Quaresima
*Prima Lettura dal libero della Genesi (2,7-9; 3,1-7a)
Nei primi capitoli della Genesi appaiono due diverse figure di uomo: il primo che vive felice in piena armonia con Dio, con la donna. e il creato (cap. 2) e invece poi l’uomo che rivendica la propria autonomia afferrando per sé il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (cp.3). Gesù riassume in sé “tutte le nostre debolezze” (Eb4,15), messo duramente alla prova sarà il segno della nuova umanità: “l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1Cor 15,45). Prima allora di affrontare questo testo, bisogna ricordare che il suo autore non ha mai preteso di fare opera di storico. La Bibbia non è stata scritta né da scienziati né da storici, ma da credenti per dei credenti. Il teologo che scrive queste righe, probabilmente al tempo di Salomone, nel X secolo prima di Cristo, cerca di rispondere alle domande che tutti si pongono: perché il male? Perché la morte? Perché le incomprensioni nelle coppie umane? Perché la difficoltà di vivere? Perché il lavoro è faticoso? Perché la natura è talvolta ostile? Per rispondere, egli si fonda su una certezza che è quella di tutto il suo popolo: la bontà di Dio. Dio ci ha liberati dall’Egitto, Dio ci vuole liberi e felici. Dalla celebre uscita dall’Egitto, sotto la guida di Mosè, dalla traversata del deserto, durante la quale ad ogni nuova difficoltà si è sperimentata la presenza e il sostegno di Dio, non si può più dubitarne. Il racconto che abbiamo appena letto si fonda dunque su questa certezza della benevolenza di Dio e cerca di rispondere a tutte le nostre domande sul male nel mondo. Con un Dio buono e benevolo, come è possibile che esista il male? Il nostro autore ha inventato una parabola per illuminarci: un giardino di delizie (questo è il significato della parola “Eden”) e l’umanità rappresentata da una coppia incaricata di coltivare e custodire il giardino. Il giardino è pieno di alberi, tutti più attraenti gli uni degli altri. Quello che sta in mezzo si chiama “albero della vita”; si può mangiare il suo frutto come quello di tutti gli altri. Ma c’è anche, da qualche parte nel giardino – il testo non precisa dove – un altro albero, il cui frutto invece è proibito. Si chiama “albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici”. Davanti a questo divieto, la coppia può avere due atteggiamenti: o fidarsi, sapendo che Dio è solo benevolenza, e gioire di avere accesso all’albero della vita; se Dio ci proibisce l’altro albero, è perché non è buono per noi. Oppure sospettare in Dio un calcolo malvagio, immaginare che voglia impedirci l’accesso alla conoscenza. È questo il discorso del serpente: si rivolge alla donna e si mostra falsamente comprensivo: “Allora? Dio vi ha davvero detto: non mangerete di nessun albero del giardino?”(3,1). La donna risponde: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare , ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non dovete mangiarne e non lo dovete toccare altrimenti morirete” (3, 2-4). Avete notato lo spostamento: semplicemente perché ha ascoltato la voce del sospetto, ella non parla più che di quell’albero e dice “l’albero che è in mezzo al giardino”; ormai, in buona fede, non vede più l’albero della vita al centro del giardino, ma quello “della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Il suo sguardo è già alterato, solo per il fatto di aver lasciato che il serpente le parlasse; allora il serpente può continuare il suo lento lavoro di demolizione: “No, non morirete affatto! Anzi Dio sa che, il giorno in cui voi ne mangerete, si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (3,5). Ancora una volta la donna ascolta troppo bene queste belle parole e il testo suggerisce che il suo sguardo è sempre più falsato: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza”(3,6). Il serpente ha vinto: la donna prende il frutto, ne mangia, lo dà a suo marito ed egli ne mangia a sua volta. E la storia finisce così: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”(v.7). Il serpente aveva detto bene: “i vostri occhi si aprirebbero”(3,5); l’errore della donna è stato quello di credere che parlasse nel suo interesse e che svelasse le cattive intenzioni di Dio. Non era che menzogna: lo sguardo è cambiato, è vero, ma è diventato falsato. Non è un caso che il sospetto gettato su Dio sia rappresentato con i tratti di un serpente: Israele, nel deserto, aveva fatto l’esperienza dei serpenti velenosi. Il nostro teologo della corte di Salomone richiama questa dolorosa esperienza e dice: esiste un veleno più grave di quello dei serpenti più velenosi; il sospetto gettato su Dio è un veleno mortale, avvelena le nostre vite. L’idea del nostro anonimo teologo è che tutte le nostre disgrazie provengano da questo sospetto che corrode l’umanità. Dire che l’albero della conoscenza del bene e del male è riservato a Dio significa dire che solo Dio conosce ciò che fa la nostra felicità o la nostra infelicità; il che, in fondo, è logico se è lui che ci ha creati. Voler mangiare a ogni costo il frutto di questo albero proibito significa pretendere di determinare noi stessi ciò che è bene per noi: l’avvertimento “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare , altrimenti morirete” indicava chiaramente che si trattava di una strada sbagliata.
Attenzione! Il racconto va ancora oltre: durante il cammino nel deserto, Dio ha dato la Legge (la torah) che da allora in poi bisognava osservare, quella che chiamiamo i comandamenti. Si sa che la pratica quotidiana di questa Legge è la condizione della sopravvivenza e della crescita armoniosa di questo popolo; se si sapesse davvero che Dio vuole unicamente la nostra vita, la nostra felicità, la nostra libertà, ci si fiderebbe e si obbedirebbe alla Legge di buon cuore. Essa è veramente “l’albero della vita” messo a nostra disposizione da Dio.
Dicevo all’inizio che si tratta di una parabola, ma di una parabola la cui lezione vale per ciascuno di noi; da quando il mondo è mondo, è sempre la stessa storia. San Paolo (che leggiamo questa domenica nella seconda lettura) prosegue la meditazione e dice: solo Cristo ha avuto fiducia nel Padre in ogni cosa; egli ci mostra la via della Vita.
Nota: Nel testo ebraico, la domanda del serpente è volutamente ambigua: «Davvero! Dio vi ha detto: non mangerete di ogni albero del giardino? «הֲכִי־אָמַר אֱלֹהִים לֹא תֹאכְלוּ מִכֹּל עֵץ הַגָּן?» “Ha-ki amar Elohim lo tochlu mikol etz ha-gan? Posta così, infatti, la domanda può essere intesa in senso restrittivo:“Davvero Dio ha detto: non mangerete di alcun albero del giardino?” interpretando “tutti gli alberi” come negazione totale. Oppure in senso generale e colloquiale: “Davvero Dio ha detto: non mangerete di tutti gli alberi del giardino?” interpretando “tutti” in senso assoluto, oppure come tutti gli alberi tranne uno, albero della vitao l’altro della conoscenza del bene e del male. l serpente usa questa ambiguità per seminare dubbio e sospetto, insinuando che Dio potrebbe mentire o trattenere qualcosa di buono. Nei manoscritti ebraici più antichi non ci sono segni di punteggiatura come oggi, quindi il gioco di parole e la doppia lettura era intenzionalmente più forte. Gli esegeti notano che il serpente non fa un’affermazione chiara, ma forma una domanda subdola, che sposta il focus sul dubbio: “Forse Dio vi sta ingannando?” Questo racconto della Genesi ha molte risonanze nella meditazione del popolo d’Israele. Una delle riflessioni suggerite dal testo riguarda l’albero della vita: piantato in mezzo al giardino di Eden, era accessibile all’uomo e il suo frutto era permesso. Si può pensare che il suo frutto permettesse all’uomo di rimanere in vita, di quella vita spirituale che Dio gli aveva insufflato: “IlSignore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Allora i rabbini hanno fatto il collegamento con la Legge data da Dio sul Sinai. Essa infatti è accolta dai credenti come un dono di Dio, un sostegno per la vita quotidiana: “Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento e il tuo cuore custodisca i miei precetti, perché prolungheranno i tuoi giorni, gli anni della tua vita e ti daranno pace” (Pr 3,1-2).
NB Per maggiore complemento aggiungo questo: C’è il primo divieto: l’albero della conoscenza del bene e del male in Gn 2,16-17, Dio pone un solo limite all’uomo: “Di tutti gli alberi del giardino puoi mangiare, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiar”. L’albero della vita non è proibito in questo momento. Il divieto riguarda solo l’albero della conoscenza del bene e del male perché Dio è colui che decide che cosa è bene e che cosa è male e l’uomo è chiamato a fidarsi, non a sostituirsi a Dio. Mangiare il frutto dell’albero della conoscenza significa dire: “Non mi fido di Dio, decido io ciò che è bene e ciò che è male”. Dopo il peccato c’è il secondo divieto (l’albero della vita) perché la situazione cambia radicalmente. In Genesi 3,22-24 leggiamo: “Ora, che non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre”. Solo dopo il peccato, Dio impedisce l’accesso all’albero della vita. Perché? perché l’uomo, separato da Dio dal peccato, non può vivere per sempre così. Vivere eternamente con le conseguenze del peccato sarebbe una condanna, non un dono. Dio quindi protegge l’uomo da un’immortalità deformata. In altre parole: Dio non toglie la vita per punire, ma per impedire che il male diventi eterno.
*Salmo responsoriale (50/51)
“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; secondo la tua grande misericordia cancella il mio peccato. Lavami interamente dalla mia colpa, purificami dalla mia offesa”. Il popolo d’Israele è riunito in una grande celebrazione penitenziale nel Tempio di Gerusalemme. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. Del resto, se è riunito per chiedere perdono, è perché sa già in anticipo che il perdono è stato concesso. Questa era stata, ricordiamolo, la grande scoperta del re Davide: Davide prese Betsabea di cui si era invaghito e fece uccidere Uria suo marito perché qualche giorno dopo, Betsabea aspettava un figlio da lui. Quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di ottenere da lui una parola di pentimento; cominciò invece col ricordargli tutti i doni di Dio e con l’annunciargli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima confessione (2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… ebbene, sappi che è pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai!”. E mille volte, nel corso della sua storia, Israele ha potuto verificare che Dio è davvero «il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà», secondo la rivelazione che ha concesso a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno trasmesso questo annuncio, e i pochi versetti del salmo che abbiamo appena ascoltato sono pieni di queste scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio: «Sono io, proprio io, che cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e dei tuoi peccati non mi ricorderò» (Is 43,25); oppure ancora: «Ho cancellato come una nube le tue ribellioni e come una nuvola i tuoi peccati. Ritorna a me, perché ti ho riscattato» (Is 44,22).
Questo annuncio della gratuità del perdono di Dio a volte ci sorprende: sembra troppo bello, forse; per alcuni appare persino ingiusto: se tutto è perdonabile, che senso ha fare degli sforzi? È forse dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio; non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, poiché, come dice Isaia, «i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri». E proprio Isaia precisa che è soprattutto in materia di perdono che Dio ci sorprende di più. La sola condizione richiesta è riconoscersi peccatori. Quando il figlio prodigo (Lc 15): ritorna dal padre, per motivi peraltro non molto nobili, Gesù gli mette sulle labbra una frase del salmo 50: “Contro di te, contro te solo ho peccato», e questa semplice frase ristabilisce il legame che il giovane ingrato aveva spezzato”. Di fronte a questo annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele — perché è lui che parla qui, come in tutti i salmi — si riconosce peccatore: la confessione non è dettagliata, non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, secondo la tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia, cioè come attirato dalla miseria, non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. La parola “pietà” ha la stessa radice della parola “elemosina”: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. Restano allora due cose da fare. Anzitutto, ringraziare semplicemente per il perdono accordato senza cessare; la lode che il popolo d’Israele rivolge a Dio è il riconoscimento delle bontà con cui lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia. Questo mostra bene che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il grazie per i doni e per i perdoni di Dio: bisogna cominciare col contemplare Lui, e solo dopo, quando questa contemplazione ci ha rivelato lo scarto tra Lui e noi, possiamo riconoscerci peccatori. Il rituale della riconciliazione lo dice chiaramente nella sua introduzione: “Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato”. E il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra: basta lasciare che Dio ci apra il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode”; alcuni riconoscono qui la prima frase della Liturgia delle Ore di ogni mattino; in effetti, essa è tratta dal salmo 50/51. Da sola è una vera lezione: la lode, la riconoscenza possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. San Paolo lo dice in altro modo: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: “Abbà!”, cioè: Padre!» (Gal 4,6). Questo fa irresistibilmente pensare a un gesto di Gesù nel vangelo di Marco: la guarigione di un sordomuto; toccandogli le orecchie e la lingua, Gesù disse: «Effatà», che significa «Apriti». E allora, spontaneamente, coloro che erano presenti applicarono a Gesù una frase che la Bibbia riservava a Dio: «Fa udire i sordi e parlare i muti» (cfr Is 35,5-6). Ancora oggi, in alcune celebrazioni del battesimo, il celebrante ripete questo gesto di Gesù sui battezzati dicendo: “Il Signore Gesù ha fatto udire i sordi e parlare i muti; ti conceda di ascoltare la sua parola e di proclamare la fede, a lode e gloria di Dio Padre”. La seconda cosa da fare, e che Dio attende da noi: perdonare a nostra volta, senza indugio né condizioni… ed è tutto un serio programma della nostra vita
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 12-19)
Adamo era figura di colui che doveva venire, ci dice Paolo; egli parla di Adamo al passato perché fa riferimento al libro della Genesi e alla storia del frutto proibito, ma per lui il dramma di Adamo non è una storia del passato: questa storia è la nostra, quotidianamente; tutti noi siamo Adamo a volte; i rabbini dicono: “ognuno è Adamo per se stesso”.
E se si dovesse riassumere la storia del giardino dell’Eden (che rileggiamo nella prima lettura di questa domenica), si potrebbe dire questo: ascoltando la voce del serpente piuttosto che il comando di Dio, lasciando che il sospetto sulle intenzioni di Dio invada il loro cuore, credendo di potersi permettere tutto, di poter “conoscere” tutto – come dice la Bibbia – l’uomo e la donna si pongono da soli sotto il dominio della morte. E quando si dice: “ ognuno è Adamo per se stesso “, significa che ogni volta che ci allontaniamo da Dio, lasciamo che le potenze di morte invadano la nostra vita. San Paolo, nella lettera ai Romani, prosegue la stessa meditazione e annuncia che l’umanità ha compiuto un passo decisivo in Gesù Cristo; tutti noi siamo fratelli di Adamo e siamo tutti fratelli di Gesù Cristo; siamo fratelli di Adamo quando lasciamo che il veleno del sospetto infesti il nostro cuore, quando pretendiamo di farci noi stessi la legge. Siamo invece fratelli di Cristo quando confidiamo abbastanza in Dio da lasciargli guidare le nostre vite. Siamo sotto il dominio della morte quando ci comportiamo alla maniera di Adamo; quando invece ci comportiamo come Gesù, cioè come lui “obbedienti” (cioè fiduciosi), siamo risorti già nel regno della vita, quella di cui parla Giovanni : “Colui che crede in me, anche se muore, vivrà”, vita che la morte biologica non interrompe. Torniamo al racconto del libro della Genesi: Il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo; soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Questo soffio di Dio che fa dell’uomo un essere vivente – come dice il testo – gli animali non l’hanno ricevuto: eppure sono ben vivi in senso biologico; se ne può dunque dedurre che l’uomo gode di una vita diversa dalla vita biologica. San Paolo afferma che a causa di Adamo la morte ha regnato: utilizza più volte i termini “regno”, “regnare” mostrando che ci sono due regni che si affrontano: il regno del peccato quando l’umanità agisce come Adamo, che porta morte, giudizio, condanna. C’è poi il regno di Cristo cioè con lui l’umanità nuova, che è il regno della grazia, della vita, dono gratuito, della giustificazione. Nessuno uomo è però interamente nel regno di Cristo e Paolo stesso lo riconosce: “Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,19). Adamo, cioè l’umanità, è creata per essere re per coltivare e custodire il giardino, come leggiamo nel libro della Genesi, ma, mal consigliata dal serpente, vuole fare tutto da sé stessa, con le proprie forze, tagliandosi fuori da Dio. Gesù Cristo, al contrario, non “rivendica” questa regalità: gli è data. Come scrive Paolo nella lettera ai Filippesi: “pur essendo di natura divina, non considerò un privilegio l’essere come Dio, ma si fece obbediente » (2,6 trad. TOB). Il racconto del giardino dell’Eden dice la stessa cosa in immagini: prima della colpa, l’uomo e la donna potevano mangiare il frutto dell’albero della vita; dopo la colpa, non vi hanno più accesso. Ciascuno a modo suo, questi due testi – quello della Genesi da una parte e quello della lettera ai Romani dall’altra – ci dicono la verità più profonda della nostra vita: con Dio tutto è grazia, tutto è dono gratuito; e Paolo qui insiste sull’abbondanza, sulla profusione della grazia, parla persino della “sproporzione” della grazia: Non è come per la caduta il dono gratuito… molto più la grazia di Dio si è riversata in abbondanza sulla moltitudine, questa grazia data in un solo uomo, Gesù Cristo. Tutto è dono e non c’è da stupirsi poiché, come dice san Giovanni, Dio è Amore. Non perché Cristo si è ben comportato che ha ricevuto una ricompensa e Adamo a causa di una cattiva condotta ha ricevuto il castigo. Il discorso di Paolo è più profondo: Cristo vive nella totale fiducia che in Dio tutto gli sarà dato… e tutto gli è dato nella Risurrezione. Adamo, cioè ciascuno di noi, spesso vuole impadronirsi da solo di ciò che può essere accolto solamente come dono e per questo si ritrova “nudo”, cioè privo di tutto. Potremmo dire che per nascita siamo cittadini del regno di Adamo; mediante il battesimo abbiamo chiesto di essere naturalizzati nel regno di Cristo. Obbedienza e disobbedienza nel senso di Paolo potrebbero sostituirsi così: “obbedienza” con fiducia e “disobbedienza” con diffidenza; come dice Kierkegaard: “Il contrario del peccato non è la virtù; il contrario del peccato è la fede”. Se rileggiamo il racconto della Genesi, possiamo notare che, intenzionalmente, l’autore non aveva dato nomi propri all’uomo e alla donna; parlava di Adamo (deriva da adamah che significa terra, polvere) che significa “essere umano tratto dalla terra”, mentre Eva (deriva da Chavah che indica vita) è colei che dà la vita. Non dando loro dei nomi, voleva farci capire che il dramma di Adamo ed Eva non è la storia di individui particolari, ma è la storia di ogni essere umano e questo da sempre.
*Dal Vangelo secondo Matteo (4, 1-11)
Ogni anno, la Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto: bisogna credere che si tratti di un testo davvero fondamentale! Quest’anno lo leggiamo secondo san Matteo. Dopo aver raccontato il battesimo di Gesù, Matteo continua subito: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. L’evangelista ci invita quindi a fare un collegamento tra il battesimo di Gesù e le tentazioni che seguono immediatamente. Matteo aveva detto qualche versetto prima: Gesù “salverà il suo popolo dai suoi peccati”, che è proprio il senso del nome Gesù. Giovanni Battista battezza Gesù nel Giordano anche se lui non era d’accordo e aveva detto: “Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me!”(Mt 3,14)… E accadde che quando dopo il battesimo Gesù risalì dall’acqua i cieli si aprirono: vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. E dai cieli si udì una voce: “Questi è il Figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto”.
Questa frase, da sola, annuncia pubblicamente che Gesù è davvero il Messia: perché l’espressione “Figlio di Dio” era sinonimo di Re-Messia e la frase “l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento”(3,17) si riferisce a uno dei canti del Servo in Isaia. In poche parole, Matteo ci ricorda tutto il mistero della persona di Gesù; ed è lui, precisamente, il Messia, il salvatore,il servo che affronterà il Tentatore. Come il suo popolo, qualche secolo prima, è condotto nel deserto; come il suo popolo, conosce la fame; come il suo popolo, deve scoprire quale sia la volontà di Dio sui suoi figli; come il suo popolo, deve scegliere davanti a chi prostrarsi. “Se tu sei Figlio di Dio”, ripete il Tentatore, manifestando così qual è il vero problema; e Gesù vi è confrontato, non solo tre volte, ma per tutta la sua vita terrena. Essere il Messia, concretamente, cosa significa? La questione prende varie forme: risolvere i problemi degli uomini a colpi di miracoli, come trasformare le pietre in pane? Provocare Dio per verificare le sue promesse? … Lanciandosi dal tempio, ad esempio, perché il Salmo 91 prometteva che Dio avrebbe soccorso il suo Messia… Possedere il mondo, dominare, regnare a qualunque prezzo, persino adorando qualsiasi idolo? Persino smettendo di essere Figlio? va notato che alla terza tentazione, il Tentatore non ripete più “Se tu sei Figlio di Dio”.
Il culmine di queste tentazioni è che esse mirano a promesse di Dio: non promettono altro che ciò che Dio stesso ha promesso al suo Messia. E i due interlocutori, Tentatore e Gesù, lo sanno bene. Ma ecco… le promesse di Dio sono nell’ordine dell’amore; esse possono essere ricevute solo come doni; l’amore non si esige, non ci si impadronisce, si riceve in ginocchio, con gratitudine. In fondo, succede la stessa cosa del Giardino della Genesi: Adamo sa, e ha ragione, di essere creato per essere re, per essere libero, per essere padrone della creazione; ma invece di accogliere i doni come doni, con gratitudine e riconoscenza, esige, rivendica, si pone alla pari di Dio… Esce dall’ordine dell’amore e non può più ricevere l’amore offerto… si ritrova povero e nudo. Gesù fa la scelta opposta: “Vattene Satana!” come dirà una volta a Pietro aggiungendo “I tuoi pensieri non sono quelli di Dio, ma quelli degli uomini” (Mt 16,23. Inoltre, più volte in questo testo, Matteo chiama il Tentatore “diavolo”, che in greco significa colui che divide. Satana è per ciascuno di noi, come lo è per Gesù stesso, colui che tende a separarci da Dio, a vedere le cose alla maniera di Adamo e non alla maniera di Dio. A ben vedere tutto sta nello sguardo: quello di Adamo è falsato; per mantenere lo sguardo chiaro, Gesù scruta la Parola di Dio: le tre risposte al Tentatore sono citazioni dal libro del Deuteronomio (cap. 8), in un passo che è proprio una meditazione sulle tentazioni del popolo d’Israele nel deserto. Allora, precisa Matteo, il diavolo (il divisore) lo lascia; non è riuscito a dividere, a distogliere il cuore del Figlio. Questo richiama ila frase di san Giovanni nel Prologo (Gv 1,1): “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio (pros ton Theon, che significa rivolto a Dio), e il Verbo era Dio”. Il diavolo non è riuscito a distogliere il cuore del Figlio, e questi è allora tutto disponibile per accogliere i doni di Dio: ”Ecco degli angeli si avvicinarono e lo servivano”.
NB Su richiesta di qualcuno mi permetto anche di presentarvi l’omelia che io sto preparando per questa prima domenica di Quaresima
Omelia – I Domenica di Quaresima
Ogni anno, la Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto: bisogna credere che si tratti di un testo davvero fondamentale! Quest’anno lo leggiamo secondo san Matteo. Dopo aver raccontato il battesimo di Gesù, Matteo continua subito: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. L’evangelista ci invita quindi a fare un collegamento tra il battesimo di Gesù e le tentazioni che seguono immediatamente. Quando Gesù risalì dall’acqua i cieli si aprirono: vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. E dai cieli si udì una voce: “Questi è il Figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto”. Gesù è il “Figlio di Dio”, il Messia, il salvatore, il servo di Dio che affronterà il Tentatore. Satana dirà proprio così: “Se tu sei Figlio di Dio” mostrando così qual è il vero problema; e cioè il tentativo di separare in Gesù la sua identità divina dal suo modo di viverla o meglio ancora spingere Gesù a utilizzare la sua potenza divina senza la fiducia di figlio e la sua umanità senza l’obbedienza. Per capire meglio , dobbiamo tornare alla prima Lettura tratta libro della Genesi dove il serpente tentatore promette a Eva: “Sarete come Dio” (Gen 3,5). La tentazione non riguarda solo un frutto da non mangiare, ma l’autonomia da Dio, il desiderio di decidere da soli ciò che è bene e male, senza fidarsi del Padre. Adamo ed Eva si lasciarono convincere e si ritrovarono nudi. Hanno perso tutto!
Nel deserto, il diavolo trenta ora con Gesù, nuovo Adamo, vero uomo come noi eccetto il peccato e lancia tre provocazioni: 1. “Di’ che queste pietre diventino pane”. La tentazione di vivere senza dipendere da Dio, di cercare soddisfazione immediata. C’è una fame che va oltre il pane e che solo Dio può soddisfare. Ma questo significa fidarsi di Dio e Gesù risponde: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,4). 2a tentazione. Il diavolo rilancia: “Gettati giù” dal tempio e gli angeli ti accoglieranno. Ecco la tentazione di manipolare Dio, di chiedere segni spettacolari per confermare la propria fede. Una tentazione oggi molto sottile ma assai frequente quando si crede di spettacolarizzare la liturgia, l’evangelizzazione e gli eventi ecclesiali. Gesù insegna a diffondere il vangelo come lievito nella pasta e piccolo seme nel terreno: tutto avviene nel silenzio perché. non bisogna credere di essere protagonisti ma vite sempre nascoste in Dio anche quando si agisce pubblicamente. Non è opera nostra convertire il mondo. Ascoltiamo Gesù che ribatte: “Sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo” (Mt 4,7). 3. Alla terza tentazione va notato che il Tentatore non ripete più “Se tu sei Figlio di Dio” e questo perché satana si crede lui il padrone del mondo e allora può dirgli: “Ti darò tutto se ti prostri” E’ la tentazione del potere e del compromesso, di piegare la propria vita ai vantaggi immediati. Molto pericolosa perché assai spesso passa attraverso l’idea di credere che si può accettare tutto pur di evangelizzare, ma non siamo noi i padroni! . Gesù risponde: “Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto” (Mt 4,10).
Notiamo qualcosa di decisivo: Gesù non risponde con la propria intelligenza o forza, ma sempre rifacendosi alla Parola di Dio, che è l’unica vera luce che può guidare il cammino dell’uomo nel deserto della vita, cammino spesso buio e pieno di insidie. Questo perché la Parola di Dio è luce di verità che non si spegne mai. San Giovanni Crisostomo ci ricorda: «Nella Scrittura non troviamo solo parole, ma la forza che serve per vincere il male; essa è il nutrimento dell’anima e la luce che guida chi cammina tra le tenebre» (Omelie su Matteo, IV secolo). Anche quando il mondo rifiuta Dio, anche quando le scelte giuste sembrano scomode o perdenti, la Scrittura resta la guida sicura. Come applicare questo alla nostra vita? Oggi, essere cristiani è spesso difficile:la fede può essere derisa o ignorata, il Vangelo sembra inutile, Cristo è combattuto e talora tollerato, ma non accolto. La Quaresima ci invita a fare una scelta quotidiana: chi guida la nostra vita? Vogliamo fare tutto da soli, come Eva e Adamo nell’Eden scegliendo ciò che ci sembra più comodo? Oppure ci affidiamo a Dio, lasciando che la sua Parola illumini le nostre decisioni e dia senso anche alle difficoltà? Seguire Cristo significa scegliere la fedeltà, anche quando il mondo va contro. Significa vivere la propria vita da cristiani senza compromessi, basandoci non sulla forza personale, ma sulla Parola viva di Dio. Ci sostiene sempre una speranza certa e concreta: Il Vangelo termina con una promessa silenziosa: “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4,11). Chi si affida a Dio non resta solo nelle prove. La tentazione può apparire potente, ma chi cammina alla luce della Parola non è mai vinto. Gesù, il nuovo Adamo, vince là dove Adamo ed Eva cedettero. Il tempo della Quaresima ci invita a tornare all’essenziale: a non allontanarci mai da Dio, a non piegare la vita al potere o al piacere immediato, a lasciarci guidare dalla Parola di Dio, che è la vera luce nel deserto. Chiediamo oggi la grazia di rispondere sempre con fedeltà alla Scrittura, come Gesù. Essere testimoni del Vangelo non è facile, ma è sorgente di coraggio e di pace nel cuore.
+Giovanni D’Ercole
e manifestazioni del potere di Dio sulla terra: nulla di esteriore
(Lc 11,29-32)
La corrispondenza umana non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro. Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore.
La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Signore.
La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.
Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto, senza involucri.
L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico: il Segno emozionante di Dio è la vicenda di Gesù vivo in noi.
Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.
È il senso della nuova Creazione: abbandono allo Spirito, ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.
Egli è Segno unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati che vorrebbero imprigionarlo in un “alleato” facitore di miracoli seducenti; immediatamente risolutivi.
Alcuni membri di comunità sembrava volessero inquadrare il Messia nello schema delle normali attese sacrali e scenografiche.
Già se la intendevano e si mostravano stufi...
In questi “veterani” di Lc non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.
In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse un tramonto della società plateale, disumanizzante, cui erano abituati.
C’è sempre chi rimane legato a una ideologia di potere. Quindi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi in modo banale.
A costoro il Signore non riserva mai conferme impressionanti - che sarebbero la paradossale convalida dei convincimenti antichi.
Unico ‘segnale’ è la sua Chiesa vivente e lo stesso Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio; ad es. nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.
Ma nessun fulmine a scorciatoia.
Guidati dall’Amico invisibile, saremo una sola umanità inventiva ‘nel Maestro’.
La nostra testimonianza libera e vivificante alimenterà una esperienza di Fede rigeneratrice, singolarmente incisiva.
Assai più dei miracoli, gli appelli della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.
Il Padre vuole che i suoi figli producano ben altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana che visioni e sentimentalismi, o magie.
Unico «segno» di salvezza è Cristo in noi, senza cuciture isteriche; immagine e somiglianza dell’umanità nuova.
Per l’autentica ‘conversione’: potenza nativa - e nulla di esteriore.
[Mercoledì 1.a sett. Quaresima, 25 febbraio 2026]
Quale strada conduce al Padre?
(Lc 11,29-32)
Gesù si scontra con l’incredulità. Essa viene da vari accecamenti e partiti presi, o (soprattutto nei discepoli) nasce da disattenzione.
Il Signore si allontana da chi lo mette alla prova e da coloro che rifiutano ciò ch’è donato da Dio, pretendendo di fissare come debba agire.
Il Figlio dell’uomo rispetta ogni persona che lo segue, ma fa comprendere che le decisioni e ancor prima la mancanza di percezione acuta impediscono l’Incontro e la redenzione della vita.
In tale ottica, i credenti non vivono per “dimostrare”. Cristo stesso non ci aspetta in manifestazioni subliminali e mirabolanti, ma sulla sponda d’una spiritualità terrestre.
Il Valore non ha bisogno di applausi (arma a doppio taglio) - maschera della proposta artificiosa, e della vita inautentica.
La corrispondenza umanizzante non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro.
Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore nella crescita.
La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Primogenito: potenza nativa, portentosa e rigeneratrice - solida e reale.
La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.
Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni - con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto [quello senza involucri].
L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico.
Il segno dell’Altissimo è la vicenda di Gesù vivo in noi. Essa apre la strada emozionante che conduce verso il Padre.
Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.
È il senso della nuova Creazione: nell’abbandono allo Spirito - ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.
La sua Persona è segnale unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati.
Tare che vorrebbero imprigionarlo in “alleato” facitore di miracoli seducenti e immediatamente risolutivi.
Qualcuno in semplice purificatore del tempio o in un personaggio da mulino bianco - e così noi, se ci lasciamo manipolare.
Infatti, i leaders religiosi cui Gesù si rivolge sono quelli di ritorno nelle sue comunità!
Si trattava di giudaizzanti i quali volevano inquadrare il Messia nello schema delle normali attese cui erano stati da sempre abituati.
O già se la intendevano e si mostravano stufi...
In questi “veterani” non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.
In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse tramonto della società plateale, disumanizzante, e anche sacrale - dell’esterno.
Ai leaders popolari talora sfugge il significato dell’unico Segno vivo: Gesù Alimento della vita.
Per causa loro, non dei lontani, il Signore «geme nello spirito» [cf. Mc 8,12 testo greco] - ancora oggi, rattristato da tanta cecità.
La vita è infatti preclusa a chi non sa spostare lo sguardo.
Subito dopo Lc (12,1) si riferisce infatti al pericolo dell’ideologia dominante che faceva perdere alle stesse guide la percezione obiettiva degli accadimenti.
Un «lievito» grossolano ma radicato nell’esperienza penosa della gente; che stimolava gonfiori persino nei discepoli, contaminandoli.
Ai primi della classe poteva sembrare che Gesù fosse un leader come Mosè, per il fatto che aveva appena alimentato il popolo affamato nel deserto [cf. Mt 15,32-39; Mc 8,1-9].
Ma il rifiuto è netto: in specie Mc (8,12) lo rende acuto sottolineando il senso di sofferenza del Maestro.
Quindi come anche Mt e Lc nell’episodio appunto di Giona - il suo radicale, perentorio diniego.
Per salvare il popolo bisognoso di tutto non c’è altra via che partire da dentro.
Poi procedere verso una pienezza di essere che dilaga, ci approva, e sfociando consente di spezzare la vita in favore dei fratelli.
Non c’è scappatoia.
Unicamente la comunione con la sorgente celata del proprio Sé eminente e il dialogo rispettoso e fattivo con gli altri, salva da una mentalità di gruppo chiuso.
In tal guisa, nessun club è ammesso - che rivendicasse l’esclusiva monopolista su Dio e sulle anime (Lc 9,49-50) con esplicita pretesa a disciplinare le moltitudini.
La comunità del Risorto aborrisce la concezione competitiva della stessa vita religiosa, se riflesso sacrale del mondo imperiale e d’una società che angustia e amareggia l’esistenza dei piccoli.
Sarebbe una vita malata nella ricerca di prestigio purchessia, anche solo apparente.
Viceversa, nelle realtà fraterne «il più piccolo tra tutti, questi è grande» (Lc 9,48).
Quindi bisogna assolutamente evitare che nei fedeli s’insinui una mentalità piramidale e dello scarto.
Spirito di competizione che poi inesorabilmente finisce per cercare rifugio nel miracolismo ipocrita, surrogato della vita di Fede.
Lo stesso fa il Maestro per educare i membri di Chiesa che restano [alcuni tuttora] affetti da senso di superiorità nei confronti delle folle e degli estranei.
Sentimento di popolo eletto e privilegiato (Lc 9,54-55) che si stava infiltrando persino nelle comunità primitive.
A chi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi da fenomeni tutti da discernere - perché malgrado il credo ufficiale che professa rimane legato a una ideologia di potere - il Signore non riserva mai conferme impressionanti venute «dal cielo» (Lc 11,16) che ne sarebbero la paradossale convalida.
Unico segnale è e sarà la sua Chiesa vivente: “vittoria” del Risorto, che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio.
Senza gerarchie fisse - sotto la guida infallibile della Chiamata e della Parola - i figli sanno reinterpretare, anche in modo inedito.
Tale il prodigio, incarnato nelle mille vicende della storia, della vita personale e comunitaria; nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.
L’autentico Messia non elargisce alcuna esibizione cosmica.
Nessun festival che obblighi gli spettatori a chinare il capo, a cospetto di tanta gloria sconvolgente e degnazione - come se fosse un dittatore celeste.
E nessun fulmine a scorciatoia.
Nel corso dei secoli le Chiese sono cadute spesso in questa tentazione “apologetica”, tutta interna alle devozioni dall’impulso arido: cercare segni meravigliosi e sbandierarli per mettere a tacere gli avversari.
Stratagemmi per un banale tentativo di chiudere la bocca a coloro che chiedono non esperienze di parapsicologia, bensì testimonianze poco avvizzite e senza trucco o escamotage: di concreta disalienazione.
Niente male, questa nostra attività di liberazione in favore degli ultimi, e che tiene duro; non avvinghiata all’idea d’un arruffapopolo dagli aspetti trionfalistici o consolatori.
Preferiamo l’onda del Mistero.
Aneliamo essere guidati da una energia sconosciuta, che ha in serbo un obbiettivo non artificioso - condotti dall’Amico eminente ma intimo e nascosto. Esclusivo in noi.
Saremo una sola umanità nel Maestro, sulla Via giusta e che ci appartiene. Anche percorrendo sentieri interrotti e incompleti, persino di smarrimento.
A commento del Tao Tê Ching (i) il maestro Ho-shang Kung scrive:
«L’eterno Nome vuol essere come l’infante che ancora non ha parlato, come il pulcino che ancora non s’è sgusciato.
La perla luminosa sta dentro l’ostrica, la bella gemma sta in mezzo alla roccia: per quanto all’interno esso risplenda, all’esterno esso è stolto e insipiente».
Tutto ciò è forse valutato “incoscienza” e “inconcludenza”... ma porta ciò che siamo - esprimendo un altro modo di vedere il mondo.
In noi stessi e dentro il Richiamo dei Vangeli abbiamo una potenza fresca, che approva il percorso differente dall’immediatamente normale e dal vistoso lampante.
Un Appello che è incanto, delizia e splendore, perché ci attiva rimettendo in discussione.
Verbo che non ragiona secondo gli schemi.
Istanza accorata, che non si fa impressionare dalle cose eccezionali, dalle recite che soffocano l’anima in ricerca di senso e autenticità.
Genuina Meraviglia, impulso indomabile annidato nella dimensione di pienezza umana, e che non si arrende: vuole esprimersi nella sua trasparenza e farsi realtà.
Una sorta d’Infante intimo: si muove in modo giudicato “astruso”, ma rimette le cose a posto, dentro e fuori.
La testimonianza libera e vivificante, attenta e sempre personalmente geniale, sarà innata e inedita, graffiante, inventiva senz’accorgimenti, imprevedibile e affatto conformista.
Essa farà scaturire e incessantemente rialimenterà una esperienza di Fede convinta, singolare, incisiva - malgrado possa apparire perdente e non di successo, poco onorevole e insensazionale.
Assai più dei miracoli, le suppliche della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.
Inviti che possono germinare altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana, che visioni parossistiche condite di nevrosi e sentimentalismi vuoti o magie.
Unico segno di salvezza è Cristo in noi - senza cuciture, né grandi gesti isterici.
Persona immagine e somiglianza dell’umanità nuova; manifestazione del potere di Dio sulla terra.
Per l’autentica conversione: nulla di esteriore.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Di che genere è la tua ricerca di prove?
In cosa si discosta il tuo Segno che fa credere dagli espedienti, da atti di forza, o da quello che altri vorrebbero che diffondessi?
2) Il libro di Giona ci annuncia l’avvenimento di Gesù Cristo – Giona è una prefigurazione della venuta di Gesù. Il Signore stesso ci dice questo nel Vangelo del tutto chiaramente.
Richiesto dai giudei di dar loro un segno che lo riveli apertamente come il Messia, risponde, secondo Matteo: "Nessun segno sarà dato a questa generazione se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt12,39s).
La versione di Luca delle parole di Gesù è più semplice: "Questa generazione [...] cerca un segno ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione" (Lc 11,29s). Vediamo due elementi in entrambi i testi: lo stesso Figlio dell’uomo, Cristo, l’inviato di Dio, è il segno. Il mistero pasquale indica Gesù come il Figlio dell’uomo, egli è il segno in e attraverso il mistero pasquale.
Nel racconto veterotestamentario proprio questo mistero di Gesù traspare del tutto chiaramente.
Nel primo capitolo del libro di Giona si parla di una triplice discesa del profeta: egli scende al porto di Giaffa; scende nella nave; e nella nave egli si mette nel luogo più riposto. Nel suo caso, però, questa triplice discesa è una tentata fuga davanti a Dio. Gesù è colui che scende per amore, non per fuggire, ma per giungere nella Ninive del mondo: scende dalla sua divinità nella povertà della carne, dell’essere creatura con tutte le sue miserie e sofferenze; scende nella semplicità del figlio del carpentiere, e scende nella notte della croce, infine persino nella notte dello Sheòl, il mondo dei morti. Così facendo egli ci precede sulla strada della discesa, lontano dalla nostra falsa gloria da re; la via della penitenza, che è via verso la nostra stessa verità: via della conversione, via che ci allontana dall’orgoglio di Adamo, dal volere essere Dio, verso l’umiltà di Gesù che è Dio e per noi si spoglia della sua gloria (Fil 2,1-10). Come Giona, Gesú dorme nella barca mentre la tempesta infuria. In un certo senso nell’esperienza della croce egli si lascia gettare in mare e così placa la tempesta. I rabbini hanno interpretato la parola di Giona "Gettatemi in mare" come offerta di sé del profeta che voleva con questo salvare Israele: egli aveva timore davanti alla conversione dei pagani e al rifiuto della fede da parte di Israele, e per questo – così dicono – voleva farsi gettare in mare. Il profeta salva in quanto egli si mette al posto degli altri. Il sacrificio salva. Questa esegesi rabbinica è diventata verità in Gesù.
[Papa Benedetto card. Ratzinger, Lectio in s. Maria in Traspontina, 24 gennaio 2003; in “30Giorni” febbraio 2003]
4. In effetti Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo. Come sottolinea l'apostolo Paolo, "mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani" (1 Cor 1,22-23).
Come primogenito tra molti fratelli (cfr Rm 8,29), Cristo per primo ha vinto in se stesso la "tentazione" diabolica di servirsi di mezzi mondani per realizzare la venuta del Regno di Dio. Ciò è avvenuto dal momento delle prove messianiche nel deserto alla sarcastica sfida rivoltagli mentre era inchiodato alla croce: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione. Per discernere i segni della sua presenza nella storia, occorre liberarsi d'ogni mondana pretesa ed accogliere lo Spirito che "scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio" (1 Cor 2,10).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 23 settembre 1998]
Ecco la sindrome di Giona, che «colpisce quelli che non hanno lo zelo per la conversione della gente, cercano una santità — mi permetto la parola — una santità di tintoria, cioè tutta bella, tutta ben fatta ma senza lo zelo che ci porta a predicare il Signore». Il Papa ha ricordato che il Signore «davanti a questa generazione, malata della sindrome di Giona, promette il segno di Giona». E ha aggiunto: «Nell’altra versione, quella di Matteo, si dice: ma Giona è stato nella balena tre notti e tre giorni... Il riferimento è a Gesù nel sepolcro, alla sua morte e alla sua risurrezione. E questo è il segno che Gesù promette: contro l’ipocrisia, contro questo atteggiamento di religiosità perfetta, contro questo atteggiamento di un gruppo di farisei».
Per rendere più chiaro il concetto il vescovo di Roma si è riferito a un’altra parabola del Vangelo «che rappresenta bene quello che Gesù vuole dire. È la parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio (Luca 14, 10-14). Il fariseo è talmente sicuro davanti all’altare che dice: ti ringrazio Dio che non sono come tutti questi di Ninive e neppure come quello che è là! E quello che era là era il pubblicano, che diceva soltanto: Signore abbi pietà di me che sono peccatore».
Il segno che Gesù promette «è il suo perdono — ha precisato Papa Francesco — tramite la sua morte e la sua risurrezione. Il segno che Gesù promette è la sua misericordia, quella che già chiedeva Dio da tempo: misericordia voglio e non sacrifici». Dunque «il vero segno di Giona è quello che ci dà la fiducia di essere salvati dal sangue di Cristo. Ci sono tanti cristiani che pensano di essere salvati solo per quello che fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva». Le opere da sole, senza questo amore misericordioso, non sono sufficienti.
Dunque «la sindrome di Giona colpisce quelli che hanno fiducia solo nella loro giustizia personale, nelle loro opere». E quando Gesù dice «questa generazione malvagia», si riferisce «a tutti quelli che hanno in sé la sindrome di Giona». Ma c’è di più: «La sindrome di Giona — ha affermato il Papa — ci porta all’ipocrisia, a quella sufficienza che crediamo di raggiungere perché siamo cristiani puliti, perfetti, perché compiamo queste opere osserviamo i comandamenti, tutto. Una grossa malattia, la sindrome di Giona!». Mentre «il segno di Giona» è «la misericordia di Dio in Gesù Cristo morto e risorto per noi, per la nostra salvezza».
«Ci sono due parole nella prima lettura — ha aggiunto — che si collegano con questo. Paolo dice di se stesso che è apostolo, non perché ha studiato, ma è apostolo per chiamata. E ai cristiani dice: siete voi chiamati da Gesù Cristo. Il segno di Giona ci chiama». La liturgia odierna, ha concluso il Pontefice, ci aiuti a capire e a fare una scelta: «Vogliamo seguire la sindrome di Giona o il segno di Giona?».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 15.10.13]
Mercoledì delle Ceneri [18 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ora invio i testi dei mercoledì delle ceneri e mercoledì quelli di domenica.
*Prima Lettura dal libro del profeta Joel (2,12-18)
“Ritornate al Signore con tutto il cuore”. Il libro del profeta Gioele è uno dei più brevi dell’Antico Testamento: conta appena settantatré versetti, distribuiti in quattro capitoli, ed è generalmente collocato intorno all’anno 600 a.C., poco prima dell’Esilio a Babilonia. In questo scritto si intrecciano costantemente tre grandi temi: l’annuncio di flagelli terribili, reali o simbolici; l’appello pressante al digiuno e alla conversione; e infine la proclamazione della salvezza che Dio concede al suo popolo. È soprattutto il secondo tema, quello della conversione, che la liturgia propone all’inizio del cammino quaresimale. L’invito alla conversione si apre in modo solenne con la formula tipica dei profeti: “Parola del Signore”. Essa richiama l’attenzione e chiede di prendere sul serio ciò che segue. E ciò che segue è una parola decisiva: “Ritornate”. È il verbo fondamentale del linguaggio penitenziale biblico. Dio invita il suo popolo a tornare a Lui, mentre il popolo, a sua volta, implora Dio di “ritornare”, cioè di concedere il perdono e la misericordia. Questo ritorno verso Dio deve esprimersi attraverso il digiuno, le lacrime e il lutto: segni tradizionali della penitenza. Tuttavia i profeti, e Gioele in particolare, mettono in guardia contro il rischio di fermarsi alle apparenze esteriori. Per questo il profeta afferma con forza: “Laceratevi il cuore e non le vesti”. La conversione autentica non è una questione di riti visibili, ma un cambiamento profondo dell’interiorità. Gioele si colloca così nella grande linea profetica inaugurata da Isaia, che denunciava un culto vuoto e formale, incapace di trasformare la vita: Dio rifiuta feste solenni e preghiere moltiplicate quando le mani restano macchiate di ingiustizia. Ciò che Egli chiede è una vera purificazione del cuore e delle azioni, l’abbandono del male e l’impegno concreto per il bene e la giustizia. Lo stesso messaggio è espresso in modo particolarmente intenso dal Salmo 50/51, che definisce la vera conversione come un “cuore spezzato e umiliato”. Alla luce di Ezechiele, questa immagine assume un significato ancora più profondo: è necessario che il cuore di pietra venga infranto perché possa nascere finalmente un cuore di carne, capace di ascoltare Dio e di vivere secondo la sua volontà. Quando Gioele invita a lacerare il cuore, intende proprio questa trasformazione radicale dell’essere umano. La conversione, nella prospettiva di Gioele, mira a ottenere il perdono di Dio e a scongiurare un castigo meritato. Il profeta ricorda che il Signore è “tenero e misericordioso, lento all’ira e ricco di amore” e lascia aperta una speranza: forse Dio tornerà sui suoi passi, rinuncerà al castigo e salverà il suo popolo dall’umiliazione davanti alle nazioni. Ma l’annuncio finale supera ogni attesa: il perdono non è solo possibile, è già concesso. La traduzione liturgica parla di un Dio che “si commuove” per il suo popolo, ma il testo ebraico è ancora più forte: “Il Signore arde di zelo per il suo paese e ha compassione del suo popolo”. Non si tratta di una pietà fredda o distante, ma di un amore appassionato e fedele. Resterà da scoprire, nella rivelazione biblica, che questa misericordia non è riservata solo a Israele. Il libro di Giona lo mostrerà in modo sorprendente, raccontando la conversione di Ninive, la città pagana: davanti al digiuno e al cambiamento di vita dei suoi abitanti, Dio rinuncia al castigo annunciato. Il messaggio è chiaro: il Signore “arde di zelo” per tutti gli uomini, anche per coloro che sembrano lontani o indegni.
Questa verità troverà la sua espressione definitiva nel Nuovo Testamento, quando san Paolo affermerà che Dio ha manifestato il suo amore in modo radicale: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5,8).
*Salmo responsoriale (50/51)
“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia colpa. Lavami tutto dalla mia colpa, purificami dal mio peccato”. Il popolo d’Israele è riunito nel Tempio di Gerusalemme per una grande celebrazione penitenziale. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. E, del resto, se si raduna per chiedere perdono, è proprio perché sa in anticipo che il perdono è già concesso. Questa fu la grande scoperta del re Davide che aveva fatto venire a palazzo la sua graziosa vicina Betsabea (sposa di un ufficiale, Uria, che in quel momento si trovava in guerra) e giacere con lei che restò incinta. Qualche tempo dopo, Betsabea fece sapere a Davide di aspettare un figlio da lui. A quel punto Davide organizzò la morte del marito tradito sul campo di battaglia, per potersi appropriare definitivamente della donna e del bambino che portava in grembo. Ora, ed è qui l’inaspettato di Dio, quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di strappargli una confessione di pentimento; cominciò invece ricordandogli tutti i doni ricevuti da Dio e annunciandogli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima ammissione di colpa (cf. 2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… e sappi che è pronto a darti ancora tutto quello che vorrai!”. Israele ha potuto sempre verificare che Dio è davvero il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di amore fedele, secondo la rivelazione fatta a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno rilanciato questo annuncio, e i versetti del salmo che abbiamo ascoltato sono impregnati delle scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio, fa dire a Dio: “Io, proprio io, cancello le tue ribellioni per amore di me stesso e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25). L’annuncio della gratuità del perdono di Dio talvolta ci sorprende: sembra forse troppo bello; per alcuni appare persino ingiusto. Se tutto è perdonabile, a che serve fare sforzi? È dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio: non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, perché, come dice Isaia, “i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. E nel perdonare – precisa Isaia - Dio ci sorprende più di ogni altra cosa. Di fronte all’annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele si riconosce peccatore. La confessione non è dettagliata, come non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. Del resto, la parola pietà ha la stessa radice della parola elemosina: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. A questo punto ci restano due cose da fare.
Ringraziare semplicemente per questo perdono continuamente donato. Israele, quando si rivolge a Dio, riconosce sempre la bontà con cui Egli lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia e questo mostra che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il riconoscimento dei doni e dei perdono di Dio: bisogna cominciare contemplando Lui; solo dopo, questa contemplazione, rivelandoci lo scarto tra Lui e noi, ci permette di riconoscerci peccatori: Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato. Allora il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra quando Dio ci apre il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Salmo 50/51). La lode e il grazie possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. La seconda cosa che Dio attende da noi è perdonare a nostra volta, senza indugi né condizioni… ed è tutto un programma.
*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 20-6,2)
“Lasciatevi riconciliare con Dio”, dice Paolo; ma riconciliazione implica che ci sia una lite: di quale lite si tratta? Gli uomini dell’Antico Testamento hanno scoperto proprio che Dio non è in lite con l’uomo. Il Salmo 102/103, per esempio, afferma: Il Signore non contesta sempre, non serba all’infinito il suo rimprovero; non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci rende secondo le nostre colpe… Anche Isaia invita il malvagio ad abbandonare la sua via, l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore, che avrà compassione di lui, al nostro Dio, che perdona abbondantemente (Is 55,7). E il libro della Sapienza aggiunge: “Tu hai pietà di tutti perché puoi tutto, e distogli lo sguardo dai peccati degli uomini per condurli al pentimento… Li risparmi tutti, perché sono tuoi, Signore che ami la vita… Il tuo dominio su tutto ti fa usare clemenza verso tutti» (Sap 11,23; 12,16). Gli uomini della Bibbia ne hanno fatto esperienza, a cominciare da Davide. Dio sapeva che aveva sangue sulle mani (dopo l’uccisione di Uria, marito di Betsabea, 2 Sam 12), eppure manda il profeta Natan a dirgli in sostanza: “Tutto ciò che possiedi te l’ho dato, e se non basta, sono pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai”. Dio sapeva anche che Salomone doveva il suo trono all’eliminazione dei rivali, eppure ascolta la sua preghiera a Gabaon e la esaudisce ben oltre ciò che il giovane re aveva osato chiedere (1 Re 3). Ancora, il nome stesso di Dio — il Misericordioso — significa che ci ama ancor di più quanto siamo miseri. Dio, dunque, non è in lite con l’uomo; eppure Paolo parla di riconciliazione, perché da sempre l’uomo fa causa a Dio. Il testo della Genesi (Gn 2-3) attribuisce al serpente la frase accusatrice: “Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,4). In altre parole, l’uomo sospetta che Dio sia geloso e non voglia il suo bene. Ma, poiché quella voce non è naturale all’uomo (è del serpente), si può guarire da questo sospetto. Ecco ciò che Paolo dice: “È Dio stesso che vi chiama; vi esortiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. E cosa ha fatto Dio per togliere dai nostri cuori questa lite, questo sospetto? Colui che non ha conosciuto il peccato, Dio l’ha fatto peccato per noi: Gesù non ha conosciuto il peccato nemmeno per un istante, non è mai stato in lite con il Padre. Paolo aggiunge: “Si è fatto obbediente” (Fil 2,8), cioè fiducioso anche attraverso sofferenza e morte. Egli ha cercato di comunicare agli uomini questa fiducia e la rivelazione di un Dio che è solo amore, perdono, aiuto dei piccoli. Paradossalmente, proprio per questo è stato considerato blasfemo, messo tra i peccatori ed eseguito come un maledetto (Dt 21,23). L’oscurità degli uomini si è abbattuta su di lui, e Dio l’ha permesso perché fosse il mezzo unico per farci toccare con mano fino a dove può arrivare il suo “zelo per il suo popolo”, come dice il profeta Gioele. Gesù ha subito nella carne il peccato degli uomini, la loro violenza, il loro odio, il loro rifiuto di un Dio d’amore. Sul volto di Cristo crocifisso contempliamo l’orrore del peccato umano, ma anche la dolcezza e il perdono di Dio. Da questa contemplazione può nascere la nostra conversione, la nostra “giustificazione”, come dice Paolo. Alzeranno gli occhi verso colui che hanno trafitto (cf Za 12,10; Gv 19,37). Scoprire in Gesù che perdona i suoi carnefici l’immagine stessa di Dio significa entrare nella riconciliazione offerta da Dio. Ci resta il compito di annunciarlo al mondo: “Siamo gli ambasciatori di Cristo”, dice Paolo, considerandosi inviato in missione presso i fratelli. Tocca a noi proseguire questa missione; ed è probabilmente il senso della citazione finale di Paolo: “Poiché dice nella Scrittura: Al tempo favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Paolo riprende qui una frase di Isaia, che esortava gli esiliati babilonesi ad annunciare che l’ora della salvezza di Dio era arrivata. A sua volta, Cristo ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare al mondo la remissione dei peccati.
*Dal Vangelo secondo Matteo (6, 1-6. 16-18)
Abbiamo qui due brevi estratti del Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5-7 di san Matteo; l’intero discorso è costruito attorno al cuore centrale, il Padre Nostro (6,9-13), che dà senso a tutto il resto. Le raccomandazioni che leggiamo oggi non sono solo consigli morali: riguardano il senso stesso della fede. Tutto il nostro agire si radica nella scoperta che Dio è Padre. Così, preghiera, elemosina e digiuno diventano percorsi per avvicinarci al Dio-Padre: digiunare significa imparare a uscire da se stessi, pregare significa centrarci su Dio, fare l’elemosina significa centrarci sui nostri fratelli. Tre volte Gesù ripete formulazioni simili, quasi polemiche: Non siate come coloro che fanno sfoggio della loro pietà…. È importante ricordare quanto fossero significative le manifestazioni religiose nella società ebraica dell’epoca, con il rischio inevitabile di attribuire troppo valore ai gesti esteriori; e probabilmente anche personaggi di spicco non vi sfuggivano! Matteo a volte riporta i rimproveri di Gesù verso chi si concentrava più sulla lunghezza delle frange che sulla misericordia e sulla fedeltà (Mt 23,5s). Qui, invece, Gesù invita i discepoli a un’operazione-verità: Se volete vivere come giusti, evitate di agire davanti agli uomini per essere ammirati. La giustizia era la grande preoccupazione dei credenti: e se Gesù cita la ricerca della giustizia due volte nelle Beatitudini, è perché quel termine, quella sete, erano familiari agli ascoltatori: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (5,6); “Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (5,10). La vera giustizia biblica consiste nell’armonia con il progetto di Dio, non nell’accumulo di pratiche, per quanto nobili possano sembrare. La famosa frase della Genesi — Abramo credette al Signore e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6) — ci insegna che la giustizia è prima di tutto giustezza, come in uno strumento musicale, un accordo profondo con la volontà di Dio.
Le tre pratiche — preghiera, digiuno, elemosina — sono percorsi di giustizia.
Preghiera: lasciamo che sia Dio a guidarci secondo il suo progetto: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo”. Attendiamo da Lui che ci insegni i veri bisogni del Regno. Gesù precede l’insegnamento del Padre Nostro con questa raccomandazione:” Quando pregate, non fate come i pagani…il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate (6,7-8).
Digiuno: smettendo di inseguire ciò che crediamo necessario alla nostra felicità, che rischia di assorbirci sempre di più, impariamo la libertà e riconosciamo le vere priorità; L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4).
Elemosina: La parola elemosina è della stessa famiglia di eleison: fare l’elemosina significa aprire il cuore alla pietà. Dio vuole il bene di tutti i suoi figli; la giustizia, intesa come armonia con Lui, comprende inevitabilmente una dimensione di giustizia sociale. La parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) lo conferma: “Venite, benedetti del Padre mio… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare… e i giusti entreranno nella vita eterna”. Le condotte che Gesù condanna — non siate come coloro che fanno sfoggio — sono l’opposto: mantengono l’uomo centrato su se stesso, chiudendo il cuore all’azione trasformante dello Spirito.
+Giovanni D’Ercole
Orazione dei figli: prestazione o Ascolto?
Mt 6,7-15 (v.13)
«Pregando, non blaterate come i pagani, infatti essi credono di venire esauditi per la loro verbosità» (Mt 6,7; cf. Lc 11,1).
Il Dio delle religioni era nominato con sovrabbondanza di epiteti onorifici altisonanti, come se bramasse schiere sempre più nutrite d’incensatori.
Il «Padre» non si fa accompagnare da titoli prestigiosi. Un figlio non si rivolge al genitore come a un altissimo, eterno o eccelso, ma come a colui che gli trasmette vita.
E il figlio non immagina di dover porgere grida e riconoscimenti esterni: il Padre guarda i bisogni, non i meriti.
«Et ne nos inducas in tentationem»: antica Preghiera dei figli
«Non c’indurre» è [nel senso latino e greco: «introdurre sino in fondo»] un antico Simbolo dei ‘rinati in Cristo’, nell’esperienza della vita reale.
Nelle religioni esistono demoni e angeli nettamente contrapposti: potenze disordinate e oscure, contrarie a quelle luminose e “a posto”.
Ma a forza di far retrocedere le prime, le peggiori continuamente riaffiorano, sino a vincere la partita e dilagare.
Nelle vite dei santi vediamo questi grandi uomini stranamente sempre sotto tentazione - perché disdegnano il male, quindi non lo conoscono. Man mano, i continui assilli diventano però frotte incontenibili.
La donna e l’uomo di Fede non agiscono secondo corrivi e superficiali modelli prestabiliti, neppure religiosi; hanno consapevolezza di non essere eroi o fenomeni da paradigma.
Ecco perché si affidano. Essi lasciano trascorrere i problemi intimi: ne hanno compreso la forza!
È questo il significato della formula del Padre Nostro, nel suo senso originario: «non portarci sino in fondo nella prova, perché conosciamo la nostra debolezza».
Se viceversa la nostra ‘controparte’ diventa protagonista, perno unilaterale, costante retropensiero, e blocco, siamo fritti.
Dolori, fallimenti, tristezze, frustrazioni, debolezze, mille angosce, troppe cadute, ci abituano a vivere il male come parte di noi stessi: Condizione da valutare, non “colpa” da tagliare in orizzontale.
Nel processo di vera trasmutazione salvifica, quel segnale parla di noi: dentro una deviazione o l’eccentricità c’è un segreto o una conoscenza da rinvenire, per ‘ri-nascere personalmente’.
Posando lo sguardo sui disagi e le opposizioni, ci accorgiamo che questi lati critici dell’essere diventano come un magma plasmabile, il quale più speditamente accosta la guarigione. Come attraverso una conversione, permanente, radicale… perché coinvolge e ci appartiene; non artificiosa e di periferia, ma di fondo, di Seme e Natura.
Schemi e convinzioni assorbite non lasciano comprendere che la vita appassionata è composta di stati contrapposti, di energie competitive - che non bisogna mascherare per farci considerare gente perbene.
Percependo e integrando tali profondità, deponiamo l’idea e l’atmosfera di pericolo incombente, privo d’ulteriori occasioni; solo per la morte.
Diventiamo maturi, senza dissociazioni o stati isterici derivanti da identificazioni artificiose, né disistima per una parte importante di noi.
Insomma, le ristrettezze e le “croci” hanno qualcosa da dirci.
Esse scuotono l’anima alla radice, spazzano via le maschere assorbite, accendono la persona, e salvano la vita.
In tal guisa, gli inconvenienti e le ansie ci aiutano. Nascondono capacità e possibilità che ancora non vediamo.
Nella virtù dell’eccezionalità malferma eppure unica per ciascuno, ecco aprirsi la vera strada.
Percorso del Padre e del cuore, Via che vuole guidarci verso traiettorie alternative, nuove dimensioni dell’esistenza.
La differenza della Fede, rispetto alla religiosità antica [nel senso della ‘croce-dentro’]?
È nella coscienza che solo i malati guariscono, solo gli incompleti crescono.
Solo i claudicanti riprendono espressione, evolvono. E cadendo, scattano avanti.
[Martedì 1.a sett. Quaresima, 24 febbraio 2026]
In the crucified Jesus, a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God” (John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio" (Giovanni Paolo II)
Only through Christ can we converse with God the Father as children, otherwise it is not possible, but in communion with the Son we can also say, as he did, “Abba”. In communion with Christ we can know God as our true Father. For this reason Christian prayer consists in looking constantly at Christ and in an ever new way, speaking to him, being with him in silence, listening to him, acting and suffering with him (Pope Benedict)
Solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero. Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui (Papa Benedetto)
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
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