don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 09 Marzo 2026 12:58

4a Domenica di Quaresima, Laetare

IV domenica di Quaresima  [15 marzo 2026]  Domenica Laetare

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica è una pausa di luce nel cammino penitenziale. Nel vangelo Gesù dona la vista al cieco. Laetare significa questo: la luce sta già vincendo le ombre. Anche se siamo ancora in Quaresima, la Pasqua è vicina. La gioia del cieco è conquistata attraverso interrogatori, rifiuti e solitudine. Laetare non è evasione dal dolore, ma gioia che nasce dentro la prova. Laetare è il sorriso della Chiesa nel mezzo del deserto: se mi lascio illuminare da Cristo, la mia notte non è definitiva. Il cieco nato diventa così icona del catecumeno, ma anche di ogni credente che, nel cuore della Quaresima, scopre che la luce è già presente e che la gioia cristiana nasce dall’incontro con Lui.

 

*Prima Lettura dal primo libro di Samuele (16, 1b.6-7.10-13a)

 Leggendo questo testo biblico si comprende che il grande profeta Samuele dovette imparare a cambiare il suo sguardo. Inviato da Dio a designare il futuro re tra i figli di Iesse a Betlemme, apparentemente aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iesse fece venire per primo il figlio maggiore, di nome Eliab: alto, bello, con l’aspetto degno di succedere all’attuale re, Saul. Ma no: Dio fece sapere a Samuele che la sua scelta non cadeva su di lui: Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… Dio non guarda come guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore (cf 1 Sam 16,7).

Allora Iesse fece passare i suoi figli uno dopo l’altro, in ordine di età, davanti al profeta. Ma la scelta di Dio non si posò su nessuno di loro. Alla fine dovette far chiamare l’ultimo, quello a cui nessuno aveva pensato: Davide, la cui unica occupazione era custodire il gregge. Ebbene, proprio lui Dio aveva scelto per custodire il suo popolo! Il racconto biblico sottolinea ancora una volta che la scelta di Dio si posa sul più piccolo: “Ciò che è debole nel mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”, dirà San Paolo (1 Cor 1,27), perché “la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Ecco una buona ragione per cambiare decisamente il nostro modo di guardare gli uomini! Da questo testo traiamo almeno tre  insegnamenti sulla regalità in Israele:

Primo: il re è l’eletto di Dio, ma l’elezione è per una missione. Come Israele è scelto per il servizio dell’umanità, così il re è scelto per il servizio del popolo. Questo comporta anche la possibilità di essere destituito, come avvenne per Saul: se l’eletto non compie più la sua missione, viene sostituito. Secondo: il re riceve l’unzione con l’olio; è letteralmente il “messia”, cioè “l’unto”. Dio dice a Samuele: “Riempi d’olio il tuo corno e parti! Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re (1 Sam 16,1). Terzo: l’unzione conferisce lo Spirito di Dio. “Samuele prese il corno pieno d’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). Il re diventa così il rappresentante di Dio sulla terra, chiamato a governare secondo il pensiero di Dio e non secondo quello del mondo. C’è poi un grande altro insegnamento: Gli uomini si fermano all’apparenza, Dio guarda il cuore.  Molti racconti biblici insistono su questo mistero: Dio sceglie spesso i più piccoli. Davide era l’ultimo dei figli di Iesse; nessuno pensava a lui per un grande futuro. Mosè si dichiarava impacciato nel parlare (Es 4,10). Geremia si riteneva troppo giovane (Ger 1,6).Lo stesso Samuele era inesperto quando fu chiamato. Timoteo era di salute fragile. E il popolo d’Israele era piccolo tra le nazioni. Queste scelte non si spiegano secondo criteri umani. Come dice Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). Il testo lo riassume così: “Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). Questa verità protegge da due pericoli: la presunzione e lo scoraggiamento. Non è questione di merito, ma di disponibilità. Nessuno possiede in sé le forze necessarie: sarà Dio a donarle nel momento opportuno.    

 

*Salmo responsoriale (22/23) 

Abbiamo appena ascoltato questo salmo per intero: è uno dei più brevi del salterio, ma è di una tale densità che i primi cristiani lo scelsero come salmo privilegiato della notte di Pasqua. In quella notte, i nuovi battezzati, risalendo dalla vasca battesimale, cantavano il salmo 22/23 mentre si dirigevano verso il luogo della loro Confermazione e della prima Eucaristia. Per questo fu chiamato il “salmo dell’iniziazione cristiana”. Se i cristiani vi hanno potuto leggere il mistero della vita battesimale, è perché già per Israele questo salmo esprimeva in modo privilegiato il mistero della vita nell’Alleanza, della vita nell’intimità con Dio. È il mistero della scelta di Dio, che ha eletto questo popolo preciso senza altra ragione apparente se non la sua sovrana libertà. Ogni generazione si meraviglia di questa elezione e di questa Alleanza proposta: “Interroga pure i tempi antichi che ti hanno preceduto, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra… è mai accaduta una cosa così grande?” (Dt 4,32-35). A questo popolo, liberamente scelto da Dio, è stato dato di entrare per primo nella sua intimità, non per goderne egoisticamente, ma per aprire la porta agli altri. Per esprimere la felicità del credente, il salmo 22/23 si riferisce a due esperienze: quella di un levita (un sacerdote) e quella di un pellegrino. Conosciamo l’istituzione dei leviti: secondo la Genesi, Levi era uno dei dodici figli di Giacobbe, da cui presero nome le dodici tribù d’Israele. Ma la tribù di Levi ebbe fin dall’inizio un posto particolare: al momento della divisione della terra promessa, non ricevette alcun territorio, perché consacrata al servizio del culto. Si dice che Dio stesso sia la loro eredità; immagine ripresa anche in un altro salmo: “Signore, mia parte di eredità e mio calice… per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi” (Sal 15/16,5). I leviti abitavano dispersi nelle città delle altre tribù e vivevano delle decime; a Gerusalemme erano dedicati al servizio del Tempio. Il levita del nostro salmo canta con tutto il cuore:”Bontà e fedeltà mi saranno compagne  tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”. La sua esperienza è immagine dell’elezione d’Israele: come il levita è felice di essere consacrato al servizio di Dio, così Israele è consapevole della sua vocazione particolare in mezzo all’umanità. Inoltre Israele si presenta come un pellegrino che sale al Tempio per offrire un sacrificio di rendimento di grazie. Durante il cammino è come una pecora: il suo pastore è Dio. Nella cultura del vicino Oriente antico, i re erano chiamati “pastori del popolo”, e anche Israele usa questo linguaggio. Il re ideale è un buon pastore, attento e forte per proteggere il gregge. Ma in Israele si affermava con forza che l’unico vero re è Dio; i re della terra sono soltanto suoi rappresentanti. Così il vero pastore d’Israele è Dio stesso: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”. Il profeta Ezechiele ha sviluppato a lungo questa immagine. Allo stesso modo, l’Antico Testamento presenta spesso Israele come il gregge di Dio: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 94/95,7). Questo richiama l’esperienza dell’Esodo: è lì che Israele ha sperimentato la premura di Dio, che lo ha guidato e fatto sopravvivere tra mille ostacoli. Per questo, quando Gesù isse: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10), le sue parole ebbero un effetto sconvolgente: significavano “Io sono il Re-Messia, il vero re d’Israele”. Tornando al salmo: il pellegrinaggio può essere pericoloso. Il pellegrino può incontrare nemici (“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici”), può attraversare «la valle oscura” della morte; ma non teme, perché Dio è con lui: “Non temo alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Giunto al Tempio, offre il sacrificio di rendimento di grazie e partecipa al banchetto rituale che lo segue: una festa gioiosa, con calice traboccante e profumo d’olio sul capo. Si comprende allora perché i primi cristiani abbiano visto in questo salmo l’espressione della loro esperienza: Cristo è il vero Pastore (Gv 10); nel battesimo conduce fuori dalla valle della morte verso le acque della vita; la mensa e il calice evocano l’Eucaristia; l’olio profumato richiama la Confermazione. Ancora una volta, i cristiani scoprono con stupore che Gesù non abolisce l’esperienza di fede del suo popolo, ma la porta a compimento, donandole pienezza.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,8-14) 

Spesso, nelle Scritture, è la fine del testo che ne offre la chiave. Partiamo dall’ultima frase: “Per questo è detto: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La formula “Per questo è detto…” mostra chiaramente che l’autore non inventa questo canto, ma lo cita. Doveva essere un inno battesimale molto conosciuto nelle prime comunità cristiane. Svegliati… risorgi… e Cristo ti illuminerà era dunque un canto dei nostri primi fratelli nella fede: e questo non può lasciarci indifferenti. Così comprendiamo meglio l’inizio del testo: serve semplicemente a spiegare le parole di quel canto. È come se, dopo una celebrazione battesimale, qualcuno avesse chiesto al teologo di turno — Paolo, o uno dei suoi discepoli (poiché non è del tutto certo che la Lettera agli Efesini sia stata scritta personalmente da lui) —: “Che cosa significano le parole che abbiamo cantato durante il battesimo?” E la risposta è questa: Grazie al battesimo è iniziata una vita nuova, radicalmente nuova. Tanto che il nuovo battezzato veniva chiamato neofita, cioè “pianta nuova”. L’autore spiega così il canto: la pianta nuova che siete diventati è profondamente diversa. Quando si fa un innesto, il frutto dell’albero innestato è diverso da quello originario; ed è proprio per questo che si fa l’innesto. Dal colore si distingue facilmente ciò che appartiene alla nuova pianta e ciò che è residuo del passato. È lo stesso per il battesimo: i frutti dell’uomo nuovo sono opere di luce; prima dell’innesto, eravate tenebra, e i vostri frutti erano opere di tenebra. Ma può accadere che riaffiorino le vecchie abitudini: per questo è importante riconoscerle. Per l’autore la distinzione è semplice: i frutti dell’uomo nuovo sono bontà, giustizia e carità. Tutto ciò che non è bontà, giustizia e carità è un germoglio dell’albero vecchio. Chi può farvi produrre frutti di luce? Gesù Cristo. Egli è tutta bontà, tutta giustizia, tutta carità. Come una pianta ha bisogno del sole per fiorire, così noi dobbiamo esporci alla sua luce. Il canto esprime insieme l’opera di Cristo e la libertà dell’uomo: “Svegliati, risorgi” — è la libertà che viene chiamata in causa. “Cristo ti illuminerà” — solo lui può farlo. Per san Paolo, come per i profeti dell’Antico Testamento, la luce è attributo di Dio. Dire “Cristo ti illuminerà” significa due cose: anzitutto, Cristo è Dio. L’unico modo di vivere in armonia con Dio è restare uniti a Cristo, cioè vivere concretamente nella giustizia, nella bontà e nella carità. Viene in mente il testo di Isaia(Is 58): condividi il pane con l’affamato, accogli il povero, vesti chi è nudo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora. Si tratta della gloria del Signore, la sua luce che siamo chiamati a riflettere. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3,18): noi riflettiamo la gloria del Signore e veniamo trasformati nella sua immagine. Riflettere significa che Cristo è la luce; noi ne siamo il riflesso. Ecco la vocazione dei battezzati: riflettere la luce di Cristo. Per questo, nel battesimo, si consegna una candela accesa al cero pasquale. In secondo luogo, una luce non brilla per sé stessa: illumina ciò che la circonda. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive: “Voi brillate come astri nel mondo” (Fil 2,14-16). È il suo modo di tradurre le parole di Gesù Cristo “Voi siete la luce del mondo”. La Lettera agli Efesini, scritta direttamente da Paolo o da un suo discepolo (secondo il procedimento allora comune della “pseudepigrafia”), rimane per la Chiesa una testimonianza fondamentale della vocazione battesimale, chiamata a passare dalle tenebre alla luce.

   

*Dal Vangelo secondo Giovanni (9, 1-41)

La peggiore cecità non è quella che si pensa. Qui sentiamo come un’illustrazione di ciò che San Giovanni scrive all’inizio del suo Vangelo, nel cosiddetto Prologo:

“Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). È quello che potremmo chiamare il dramma dei Vangeli. Ma Giovanni continua: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È esattamente ciò che accade qui: il dramma di coloro che si oppongono a Gesù e rifiutano ostinatamente di riconoscerlo come l’Inviato di Dio; ma anche, e per fortuna, la salvezza di chi ha la grazia di aprire gli occhi, come il cieco nato.

Giovanni insiste nel farci capire che esistono due tipi di cecità: la cecità fisica, che quest’uomo aveva dalla nascita e, molto più grave, la cecità del cuore.

Gesù incontra la prima volta il cieco e lo guarisce dalla cecità naturale. Lo incontra poi per la seconda volta e gli apre il cuore a un’altra luce, la vera luce. Non a caso Giovanni si premura di spiegare il significato del nome “Siloe”, che vuol dire “Inviato”. In altri casi non traduce i termini: qui lo fa perché è importante. Gesù è davvero l’Inviato del Padre per illuminare il mondo. Eppure torniamo alla stessa domanda: come mai colui che è stato mandato per portare la luce di Dio è stato rifiutato proprio da coloro che lo attendevano con più fervore? L’episodio del cieco nato avviene subito dopo la festa delle Capanne, grande solennità a Gerusalemme, durante la quale si invocava con ardore la venuta del Messia. E grande può essere il pericolo delle certezze. Al tempo di Gesù Cristo l’attesa del Messia era intensissima. La domanda era una sola: è davvero l’Inviato del Padre o è un impostore? È il Messia, sì o no? I suoi gesti erano paradossali: compiva le opere attese dal Messia — restituiva la vista ai ciechi, la parola ai muti — ma sembrava non rispettare il sabato. E proprio la guarigione del cieco avviene di sabato. Ora, se fosse davvero inviato da Dio, pensavano molti, dovrebbe osservare il sabato. Era “evidente”. Ma sono proprio queste “evidenze” il problema. Molti avevano idee troppo rigide su come doveva essere il Messia e non erano pronti alla sorpresa di Dio. Il cieco, invece, non è prigioniero di schemi. Ai farisei che gli chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango , me lo ha spalmato sugli occhi… mi sono lavato e ho acquistato la vista”. I farisei si dividono: Non viene da Dio, perché non osserva il sabato. Come può un peccatore compiere segni simili?  Il cieco ragiona con semplicità e libertà: Se costui non venisse da Dio, non potrebbe far nulla  (cfr. Gv 9,31-33). È sempre la stessa storia: chi si chiude nelle proprie certezze finisce per non vedere più nulla; chi invece fa un passo nella fede è pronto ad accogliere la grazia. E allora può ricevere da Gesù la vera luce. Questo episodio si inserisce in un contesto polemico tra Gesù e i farisei. Per due volte Gesù li aveva rimproverati di  “giudicare secondo l’apparenza” (Gv 7,24; 8,15). Viene spontaneo ricordare anche l’episodio della scelta di Davide: “L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7). La peggiore cecità, dunque, non è quella degli occhi, ma quella di un cuore che non vuole lasciarsi illuminare. Il cieco nato non riceve solo la vista: riceve uno sguardo nuovo. All’inizio vede Gesù come “un uomo”; poi come “profeta”; infine lo riconosce come “Signore” e si prostra davanti a Lui. Il vero miracolo non è soltanto l’apertura degli occhi, ma l’apertura del cuore. Qui si intreccia anche la sapienza del “piccolo principe” (romanzo di A.M. de Saint-Exupéry) : “L’essenziale è invisibile agli occhi”. I farisei vedono con gli occhi, ma restano ciechi dentro; il mendicante, invece, passando attraverso il rifiuto e la prova, arriva a vedere l’Invisibile. La conclusione è questa: la fede è un cammino dalla luce esterna alla luce interiore. Si può avere occhi sani e restare nelle tenebre; oppure essere stati ciechi e diventare testimoni della luce. Il cieco nato ci insegna che la vera vista è riconoscere Cristo come Luce del mondo e lasciarsi illuminare nel cuore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Martedì, 03 Marzo 2026 06:04

3a Domenica di Quaresima

Terza Domenica di Quaresima (anno A)  [8 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!  Buon cammino quaresimale sostando oggi con Gesù accanto al pozzo, luogo di incontri che cambiano la vita.

 

*Prima Lettura dal libro dell’Esodo (17, 3-7)

Cercando sulla carta del deserto del Sinai, Massa e Meriba non si trovano: non sono un luogo geografico preciso, ma un nome simbolico. Massa significa “sfida”, Meriba significa “accusa”. Quei nomi ricordano infatti un episodio di sfida, di contestazione, quasi di ammutinamento contro Dio. L’episodio si svolge a Refidim, in pieno deserto, tra l’Egitto e la terra promessa. Il popolo d’Israele, guidato da Mosè, avanzava di tappa in tappa, da un punto d’acqua all’altro. Ma a Refidim l’acqua venne a mancare. Nel deserto, sotto il sole cocente, la sete diventa subito una questione di vita o di morte: la paura cresce, il panico prende il sopravvento. La sola risposta giusta sarebbe stata la fiducia: “Dio ci ha voluti liberi, lo ha dimostrato, quindi non ci abbandonerà”. Invece il popolo cede alla paura e reagisce come spesso reagiamo anche noi: cerca un colpevole. E il colpevole sembra essere Mosè, il “governo” di allora. Che senso ha – dicono – essere usciti dall’Egitto per morire di sete nel deserto? Meglio schiavi ma vivi che liberi e morti. E, come accade sempre, il passato viene idealizzato: si ricordano le pentole piene e l’acqua abbondante dell’Egitto, dimenticando la schiavitù. In realtà, dietro l’accusa a Mosè, c’è un’accusa più profonda: contro Dio stesso. Che Dio è mai questo – si domandano – che libera un popolo per poi lasciarlo morire nel deserto? La protesta: Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto? Per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Diventa sempre più dura, fino a trasformarsi in un vero processo contro Dio: come se Dio avesse liberato il popolo solo per disfarsene.  Mosè allora grida al Signore: Che devo fare di questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!.

E Dio risponde: gli ordina di prendere il bastone con cui aveva colpito il Nilo, di andare sul monte Oreb e di colpire la roccia. L’acqua sgorga, il popolo beve e la vita è salva (cfr. Esodo 17). Quell’acqua non è solo sollievo fisico: è il segno che Dio è davvero presente in mezzo al suo popolo, che non lo ha abbandonato e che continua a guidarlo sulla via della libertà. Per questo quel luogo non si chiamerà più semplicemente Refidim, ma Massa e Meriba, “Prova ed Accusa”, perché lì Israele ha messo Dio alla prova, chiedendosi: Il Signore è in mezzo a noi oppure no? In linguaggio moderno: “Dio è per noi o contro di noi?” Questa tentazione è anche la nostra. Ogni prova, ogni sofferenza, riapre la stessa domanda originaria: possiamo fidarci davvero di Dio? È la stessa tentazione raccontata nel giardino dell’Eden (Genesi): il sospetto che Dio non voglia davvero il nostro bene avvelena la vita umana. Per questo Gesù Cristo, insegnando il Padre nostro, educa i discepoli alla fiducia filiale. Non abbandonarci alla tentazione potrebbe essere tradotto così: “Fa’ che i nostri Refidim non diventino Massa, che i nostri luoghi di prova non si trasformino in luoghi di dubbio.” Continuare a chiamare Dio “Padre”, anche nella difficoltà, significa proclamare che Dio è sempre con noi, anche quando l’acqua sembra mancare.

 

*Salmo responsoriale (94/95), 

Nella Bibbia, il testo originale del salmo dice così: “Oggi, se ascoltate la sua voce,

non indurite il vostro cuore come a Massa e Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove i vostri padri mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Questo salmo è profondamente segnato dall’esperienza di Massa e Meriba. Per questo la liturgia lo propone nella terza domenica di Quaresima, in sintonia con il racconto dell’Esodo: è un richiamo diretto alla grande questione della fiducia. In poche righe, il salmo riassume tutta l’avventura della fede, personale e comunitaria. La domanda è sempre la stessa: possiamo fidarci di Dio?

Per Israele, nel deserto, questa domanda tornava a ogni difficoltà: “Il Signore è davvero in mezzo a noi oppure no?” In altre parole: ci possiamo appoggiare a Lui? Ci sosterrà davvero? La fede, nella Bibbia, è prima di tutto fiducia. Non è un’idea astratta, ma l’atto di “appoggiarsi” a Dio. Non a caso la parola “Amen” significa “solido”, “stabile”: vuol dire “mi affido, mi fido”. Per questo la Bibbia insiste tanto sul verbo “ascoltare”: quando ci si fida, si ascolta. È il cuore della preghiera di Israele, lo Shema Israel: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio… Tu lo amerai, cioè ti fiderai di Lui. “Ascoltare” significa avere l’orecchio aperto. Il salmo dice: “Mi hai aperto l’orecchio” (Sal 40) e il profeta Isaia scrive: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio. Anche “obbedire” nella Bibbia significa questo: ascoltare con fiducia. Questa fiducia si fonda sull’esperienza. Israele ha visto l’“opera di Dio”: la liberazione dall’Egitto. Se Dio ha spezzato le catene della schiavitù, non può voler far morire il suo popolo nel deserto. Per questo Israele lo chiama “la Roccia”: non è poesia, è una professione di fede. A Massa e Meriba il popolo ha dubitato, ma Dio ha fatto sgorgare l’acqua dalla roccia: da allora Dio è la Roccia di Israele. Anche il racconto del paradiso terrestre (Genesi) si comprende alla luce di questa esperienza: ogni limite, ogni comando, ogni prova può diventare una domanda di fiducia. La fede è credere che, anche quando non capiamo, Dio ci vuole liberi, vivi e felici, e che dalle nostre situazioni di fallimento può far nascere vita nuova. A volte questa fiducia assomiglia a un “atto al buio”, quando non troviamo risposte. Allora possiamo dire con Simon Pietro, a Cafarnao: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Quando Paolo di Tarso scrive: “Lasciatevi riconciliare con Dio”, è come dire: smettete di sospettare di Dio, come a Massa e Meriba. E quando il vangelo di Marco dice: “Convertitevi e credete al Vangelo”, significa: credete che la Buona Notizia è davvero buona, che Dio vi ama. Infine, il salmo dice: “Oggi”. È una parola liberante: ogni giorno può essere un nuovo inizio. Ogni giorno possiamo reimparare ad ascoltare e a fidarci. Per questo il Salmo 94/95 apre ogni mattina la Liturgia delle Ore e Israele recita due volte al giorno lo Shema. E il salmo parla al plurale: la fede è sempre un cammino di popolo. “Noi siamo il popolo che Egli guida”. Non è poesia: è esperienza. La Bibbia conosce un popolo che, insieme, viene incontro al suo Dio: “Venite, acclamiamo il Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. È la fede che nasce dalla fiducia, rinnovata oggi, giorno dopo giorno.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (5, 1-2. 5-8)

Il capitolo 5 della Lettera ai Romani segna una svolta decisiva. Fin qui Paolo di Tarso aveva parlato del passato dell’umanità, dei pagani e dei credenti; ora guarda al futuro, un futuro trasfigurato per chi crede, grazie alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo. Per capire bene il pensiero di Paolo, possiamo riassumerlo in tre affermazioni fondamentali. 1. Cristo è morto per noi, mentre eravamo peccatori. Paolo afferma che Cristo è morto “per noi”. Questa espressione non significa “al nostro posto”, come se Gesù avesse semplicemente sostituito dei condannati, ma “a nostro favore”. Quando l’umanità era incapace di salvarsi, segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’avidità di potere e di denaro, Cristo ha preso su di sé questa realtà e l’ha combattuta fino a dare la vita.

L’umanità, creata per l’amore, la pace e la condivisione, si era smarrita. Gesù viene a dire, con la sua vita e con la sua morte: “Io vi mostro fino in fondo che cosa significa amare e perdonare. Seguitemi, anche se questo mi costerà la vita”.

2. Lo Spirito Santo ci è stato donato: l’amore di Dio abita in noi. La seconda grande affermazione è questa: lo Spirito Santo ci è stato dato, e con Lui l’amore stesso di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Non è un caso che Paolo parli per la prima volta dello Spirito proprio quando parla della croce. Per lui, passione, croce e dono dello Spirito sono inseparabili. Qui Paolo è in piena sintonia con Giovanni evangelista. Nel suo Vangelo, durante la festa delle Capanne, Gesù promette l’“acqua viva”, spiegando che parlava dello Spirito (cfr. Vangelo di Giovanni (7,37-39). E al momento della croce, Giovanni scrive: Chinato il capo, Gesù consegnò lo Spirito (Gv 19,30). La promessa è compiuta: dalla croce nasce il dono dello Spirito. 3. Il nostro “vanto” è la speranza della gloria di Dio. Paolo parla anche di “orgoglio”, ma lo chiarisce bene: non possiamo vantarci di noi stessi, perché tutto è dono di Dio; possiamo però vantarci dei doni di Dio, del destino meraviglioso a cui siamo chiamati. Già ora lo Spirito abita in noi; e sappiamo che un giorno questo stesso Spirito trasformerà i nostri corpi e i nostri cuori a immagine del Cristo risorto.

Il racconto della Trasfigurazione ci ha offerto un’anticipazione di questa gloria.

Da Massa e Meriba alla gloria. Che cammino immenso rispetto a Massa e Meriba, dove il popolo dubitava di Dio! Ora, grazie alla fede in Cristo, possiamo dire con Paolo: “Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio” (5,2). In conclusione lo Spirito che Gesù ci ha donato è l’amore stesso di Dio. Questa certezza dovrebbe vincere ogni paura. Se l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, allora le forze di divisione non avranno l’ultima parola.

Per i credenti, e per tutta l’umanità, la speranza è fondata, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (4, 5 - 42) 

Gesù oggi ci viene incontro al pozzo. E questo dettaglio non è secondario. Nella Bibbia, il pozzo non è mai solo un luogo dove si prende acqua: è luogo di incontri decisivi, dove la vita cambia direzione. Presso un pozzo il servo di Abramo  incontra Rebecca, che diventerà la sposa di Isacco; presso un pozzo Giacobbe  si innamora di Rachele. Al pozzo nascono relazioni, alleanze, futuro. Quando Giovanni colloca Gesù presso un pozzo, ci sta dicendo che sta per accadere qualcosa di decisivo. Gesù arriva al pozzo di Giacobbe, in Samaria. È mezzogiorno. Gesù è stanco e si siede. Il Vangelo ci mostra subito un Dio che si ferma, che accetta la fatica, che entra nella nostra vita così com’è. La salvezza comincia da una sosta, non da un gesto spettacolare. A quell’ora arriva una donna. È sola. Gesù le dice: “Dammi da bere”. È una richiesta sorprendente. Gesù, Giudeo, parla a una Samaritana; uomo, parla a una donna; giusto, si rivolge a una persona dalla vita ferita. Dio non entra nella vita imponendo, ma chiedendo. Si fa mendicante del nostro cuore. Da quella richiesta semplice nasce un dialogo che va sempre più in profondità. Gesù conduce la donna dal pozzo esterno alla sete interiore:”Se tu conoscessi il dono di Dio…”.L’acqua che Gesù promette non è un’acqua da attingere ogni giorno, ma una sorgente che zampilla dentro, una vita che non si esaurisce. Non elimina la vita quotidiana, ma la trasfigura dall’interno.Poi Gesù tocca la verità della vita della donna. Non la giudica, non la umilia. La verità, nel Vangelo, non serve a schiacciare, ma a liberare. Solo chi accetta di essere conosciuto può accogliere il dono. La donna allora pone una domanda religiosa: dove bisogna adorare Dio? Sul monte o nel tempio?Gesù risponde spostando tutto: non più dove, ma come.”In Spirito e verità”.Dio non si incontra più in un luogo contrapposto a un altro, ma in una relazione viva. Il vero tempio è il cuore che si lascia abitare.Quando la donna parla del Messia, Gesù compie una delle rivelazioni più forti di tutto il Vangelo:”Sono io, che parlo con te”.Il Messia non si manifesta nel tempio, ma in un dialogo personale, presso un pozzo, a una donna considerata impura. Come nei racconti antichi dei pozzi, anche qui l’incontro apre a una promessa: ma ora lo Sposo è Gesù Cristo e l’alleanza è nuova. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma decisivo. La brocca rappresenta le vecchie sicurezze, i tentativi ripetuti di placare una sete che non passa. Chi ha incontrato Cristo non vive più per attingere, ma per testimoniare. La donna corre in città e dice: Venite a vedere. Non fa una lezione, racconta un incontro. E molti credono, fino a dire: Ora non crediamo più per quello che hai detto tu, ma perché noi stessi abbiamo ascoltato. Il Vangelo di oggi ci dice questo: Cristo non ci toglie dal pozzo della vita, ma trasforma il pozzo in luogo di salvezza.La nostra sete diventa incontro, l’incontro diventa dono, il dono diventa sorgente per altri. È questa la Quaresima: lasciarci incontrare da Cristo e diventare, a nostra volta, acqua viva per chi ha sete.

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

(Mt 18,21-35)

 

In tutto il medio Oriente antico la rappresaglia non sproporzionata uno a uno [non crudele] era legge sacra.

Perdonare era un atteggiamento umiliante e assurdo, principio incomprensibile per chiunque vivesse una qualsiasi ingiustizia.

Viceversa, nella dinamica della Fede, perdonare diventa un potere, che non solo rende l’aria respirabile, ma attiva il nostro destino personale.

Pietro invece vuole sapere i limiti del perdono (v.21).

Storicamente, al termine del primo secolo si riaffaccia nei credenti lo stile schizzinoso, severo, della sinagoga e dell’Impero [«divide et impera»]. 

Nasce la domanda: bisognerà fermarsi nell’accogliere?

In aggiunta, nelle stesse chiese si ricomincia a pensare che qualcuno abbia peccato di lesa maestà verso chi - ormai duro e senza cuore - è abituato a farsi riverire.

Veterani che ne combinano più di altri e poi fanno i puntigliosi su minuzie altrui (i fratelli deboli, considerati sottoposti e destinati al rigore fiscale dei moralismi, nonché delle penitenze).

 

Mentre la pratica religiosa esaspera i difetti minuti, l’esperienza stessa della sproporzione tra il perdono ricevuto dal Padre e quello che siamo in grado di offrire ai fratelli, fa capire la necessità della tolleranza.

La Chiesa dovrebbe essere questo spazio dell’esperienza di Dio che restituisce vita, luogo alternativo di fraternità.

 

La società imperiale era dura e senza compassione, priva di spazio per i piccoli e malfermi, i quali senza troppe pretese cercavano un qualsiasi rifugio per il cuore - ma nessuna Religione dava loro risposta.

Anche le sinagoghe identificavano benedizioni materiali e spirituali. Ammantate di esigenze, norme di purità e adempimenti, non offrivano il tepore d’un luogo accogliente per i deboli.

Il guaio era che nelle stesse prime comunità cristiane alcuni puntavano i piedi sul rigore delle norme, consuetudini e gerarchie, pretendendo convivenze improntate secondo il modello giudaizzante.

Inoltre, come testimonia la lettera di Giacomo, verso la fine del primo secolo già iniziavano a manifestarsi nelle chiese di Cristo le identiche divisioni della società, tra indigenti e benestanti!

Lo spazio di accoglienza delle comunità che nello Spirito avevano avuto il compito dal Signore d’illuminare il mondo con il loro germe di vita quali ‘case di tutti’ e di relazioni alternative, correva il rischio di ridiventare luogo di conflitti, giudizio, castigo, condanna.

«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non condonerete ciascuno al proprio fratello dal vostro cuore» (v.35).

 

Il Perdono divino diventa efficace e palese solo nella testimonianza della Chiesa dove sorelle e fratelli - invece che mostrarsi pignoli, si colgono sospinti e si lasciano guidare da una Visione di nuovi cieli e nuova terra.

Per questo - senza sforzo alcuno, anzi benedicendo le necessità altrui come territori di energie preparatorie - essi vivono la comunione delle risorse e condonano i debiti anche materiali, che poi sono una miseria.

In caso contrario, dovremmo sempre vivere nell’incombenza di un Dio indulgente forse, ma a tempo, che ritratta il fare misericordia.

Sarebbe una vita senza sviluppi da stupore, tutta appesantita nella palude dei pochi spiccioli.

È invece l’energia attiva della Fede quella che non ci condanna ad arrancare.

 

La magnanimità che esce dagli automatismi sposta il nostro sguardo e ci porta un’Onda ineffabile e crescente, molto più avanti di quanto possiamo immaginare.

I nostri cedimenti stanno preparando nuovi sviluppi - quelli che contano, senza limitazioni.

 

L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.

 

 

[Martedì 3.a sett. Quaresima, 10 marzo 2026]

(Mt 18,21-35)

 

In tutto il medio Oriente antico la rappresaglia non sproporzionata (uno a uno, non crudele) era legge sacra.

Perdonare era un atteggiamento umiliante e assurdo, principio incomprensibile per chiunque vivesse una qualsiasi ingiustizia o un dramma.

Viceversa, nella dinamica della Fede, perdonare diventa un potere, che non solo rende l’aria respirabile, ma attiva il nostro destino personale.

Il Vangelo secondo Mt dedica massima attenzione al tema del perdono e la necessità di ricomporre le frizioni interne alla chiesa, dove ciascuno sembra voler schiacciare l’altro - anche solo per invidia spirituale.

Ci si chiede: c’è una differente contropartita al principio pagano della giustizia retributiva [uncuique jus suum] che andando sino agli estremi finisce per accentuare le divisioni?

Qual è il comportamento più ragionevole per chi è stato accolto da Dio, e condonato anche in modo esorbitante?

Non è sufficiente contrapporre un valore bonario pur nobile, anzi eccelso - ma per questo motivo, fuori scala - se escludesse il tempo d’un cammino, l’orizzonte dello sviluppo che infine soppianta [e non semplicemente sorvoli: cosiddetto “essere positivi”].

Unica soluzione priva di vendette sopite è avere il senso dell’incommensurabile, del gratuito preveniente - ricevuto senza merito né condizioni; in vista di percorsi nuovi.

Bisogna anzitutto rendersi conto che l’elemento decisivo per vincere gli ostacoli non sono le nostre forze o un volontarismo indotto, che straziano sia noi stessi che i fratelli, e l’atmosfera di convivialità.

Solo un’emozione da capogiro può integrare le pulsioni e tutti gli affetti, e far affiorare i germi delle passioni che danno le vertigini.

Estasi personali o esterne; sconosciute e trascurate o inespresse, cui non abbiamo ancora concesso spazio.

Infatti, nel sommario di tutti i giorni ci pare normale opporre reazioni immediate e violare le situazioni con sfrontatezza, poi allestire il finimondo per lievi inosservanze altrui - con la pretesa pure di soffocare i responsabili dei nonnulla.

Ovviamente, anche subito dopo che nel rito abbiamo supplicato e promesso.

 

Mt propone sfumature anche paradossali sul perdono - sempre collocando le sue catechesi su un piano d’impagabile, nell’ottica della Fede sponsale e creativa.

E v’insiste in diversi passi, perché le comunità cui si rivolge sono ben misere; ancora radicate nella grettezza della religiosità antica.

Come capita non solo nei gruppi legati al bagaglio della tradizione dei “padri” - non del Padre - i membri delle comunità di Galilea e Siria vivevano come affronto la normalità degli screzi, delle opinioni diverse e tutti i conflitti.

Sembra incredibile, ma chi si sente in possesso d’una patente d’immunità [legata a miti futuribili o sacre inibizioni, freni vetusti e osservanze o progetti cosmici di sovvertimento astratto] fa più difficoltà a introdursi nella logica minuta della coesistenza, del confronto - della sproporzione, del senza-confine, del Dono che favorisce la stessa convivenza.

 

Pietro vuole sapere i limiti del perdono (v.21).

Storicamente, al termine del primo secolo si era riaffacciato nei credenti lo stile schizzinoso, severo, della sinagoga e dell’Impero [«divide et impera»].

Nasceva e si riproponeva la domanda: bisognerà fermarsi nell’accogliere?

In aggiunta, nelle stesse chiese si ricominciava a pensare che qualcuno avesse peccato di lesa maestà verso chi - ormai duro e senza cuore - era abituato a farsi riverire.

Veterani che ne combinavano più di altri e poi facevano i puntigliosi su minuzie altrui (i fratelli deboli, considerati sottoposti, e destinati al rigore fiscale dei moralismi nonché delle penitenze).

 

Il debitore insolvibile del Vangelo se la prende con chi gli deve pochi spiccioli?

Il Perdono eccessivo del Dio vivo e vero si può manifestare al mondo solo attraverso una comunità che innalza rancori e rapporti su un nuovo piano - semplicemente più normale.

Dice il Tao Tê Ching (x): «Fa’ vivere le creature e nutrile, falle vivere e non tenerle come tue; opera e non aspettarti nulla, falle crescere e non governarle. Questa è la misteriosa virtù».

A commento, scrive il maestro Wang Pi: «Il Tao in eterno non agisce, le creature da sé si trasformano. Non ostruire la loro sorgente, non ostacolare la loro natura. Le creature da sé s’accrescono e si soddisfano».

Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Il Tao fa crescere e nutre le diecimila creature, ma non le danneggia governandole come se fossero strumenti. L’attuazione della virtù da parte del Tao è misteriosa e oscura, né può essere scrutata. Vuole indurre gli uomini a essere come il Tao».

 

Ancora oggi, la pratica legalista esaspera i difetti minuti, ma l’esperienza stessa della sproporzione tra il perdono ricevuto dal Padre e quello che siamo in grado di offrire ai fratelli, fa capire la necessità dell’indulgenza.

Tolleranza vissuta, in situazione; non solo in linea di principio.

Ancor più nel tempo della crisi globale, la Chiesa dovrebbe essere questo spazio dell’esperienza di Dio che restituisce vita. Luogo alternativo di fraternità meno dozzinale, meno sofisticata.

 

La società imperiale era dura e senza compassione, priva di spazio per i piccoli e malfermi, che senza troppe pretese cercavano un qualsiasi rifugio per il cuore - ma nessuna religione dava risposta al loro bisogno di comprensione.

Anche le sinagoghe identificavano benedizioni materiali e spirituali. Ammantate di esigenze previe, norme di purità e adempimenti, esse non offrivano il tepore d’un luogo accogliente per i deboli.

Il guaio era che nelle stesse prime comunità cristiane alcuni puntavano i piedi sul rigore delle norme.

Consuetudini e gerarchie cui erano abituati, pretendendo convivenze improntate al modello giudaizzante - o secondo durezza di principi schematici, disincarnati, privi di presa.

Inoltre, come testimonia la lettera di Giacomo, verso la fine del primo secolo già iniziavano a manifestarsi nelle chiese di Cristo le identiche divisioni della società attorno, fra indigenti e benestanti!

Lo spazio di accoglienza delle comunità che nello Spirito avevano avuto il compito dal Signore d’illuminare il mondo con il loro germe di vita quali Case di tutti, di relazioni alternative, correva il rischio di ridiventare luogo di conflitti, giudizio, castigo, condanna.

Come al solito: nessuna Buona Novella per i minimi, ovunque sfiancati. 

E questo clima inqualificabile seminava morte anche per gli altri, persino più fortunati - ma intrappolati nella dura realtà.

Cosa fare?

Funzione educativa fondamentale della Chiesa è tuttora includere; far comprendere che l’iniziativa può essere solo del creditore (vv.21-22.27.33): anch’egli uno “smarrito” (v.25).

Unicamente per opera intima di consapevolezza nella Fede, si valica la spietatezza delle competizioni, della giustizia retributiva.

Non c’è saggezza nel fare i pretenziosi inclementi, pur di sentirsi qualcuno (vv.28-30).

 

I nostri cedimenti stanno preparando nuovi sviluppi - quelli che contano, senza limitazioni.

«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non condonerete ciascuno al proprio fratello dal vostro cuore» (v.35).

Il Perdono divino diventa efficace e palese nella testimonianza della Chiesa dove sorelle e fratelli, invece che mostrarsi puntigliosi, si colgono sospinti.

Si lasciano guidare da una Visione di nuovi cieli e nuova terra.

Per questo - senza sforzo alcuno, anzi benedicendo le necessità altrui come territori di energie preparatorie - essi vivono la comunione delle risorse e condonano i debiti anche materiali, che poi sono una miseria.

In caso contrario, dovremmo sempre vivere nell’incombenza di un Dio del contraccambio.

E in tal guisa lo riveleremmo: indulgente forse, ma a tempo; che ritratta il «misericordiare» - direbbe Papa Francesco.

Quindi: a vita sotto la sferza degli aguzzini, propugnatori anche dell’esistenza a modo, ma artificiosa. Fatta di scambi senza fantasia.

Un inferno di meschinità anticipato, che sottostima e ridicolizza la Misura dell’Evangelo. Lieta Novella che va insieme con le differenze.

 

Anche il pareggio delle remissioni non ci salverebbe dall’offesa (questa sì enorme) della stasi che livella le essenze - quindi dalla rovina.

È bello e fruttuoso vivere nello squilibrio della gratuità, piuttosto che nel dare e avere. Succede anche con Dio.

Mediante il perdono, non solo miglioriamo l’atmosfera ossessiva e attestiamo di credere - ad es. nella Croce - bensì costruiamo un’esperienza duttile e plasmabile, con pienezza di recuperi e di essere. 

Da stupore; apertura, flessibilità, sproporzione.

Il resto permane solo commento.

Eco d’un soggetto che si propone banalmente di ratificare il “contratto”.

Traccia d’un ambiente che permane lì dov’è - sino a quando non lascerà subentrare forze inedite.

Sarebbe una vita senza sviluppi meravigliosi, tutta appesantita nel «do ut des» e nella palude dei pochi spiccioli.

È invece l’energia attiva della Fede, quella che supera i patti definiti. E non ci condanna ad arrancare.

La magnanimità sempre in aumento che esce dagli automatismi sposta lo sguardo dei piccoli tagli.

Porta un’Onda ineffabile e crescente. Molto più avanti di quanto possiamo immaginare.

 

L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Sai vivere nello squilibrio della gratuità?

Acceleri e giudichi, o percepisci e attendi?

Costitutivo della tua vita di Fede è il dare e avere tipico della religione banale, o la consapevolezza che sei tenuto a riversare l’eco di ciò che il Padre ti ha già stra-donato?

Qual è lo spazio di conciliazione della tua realtà?

Cosa intendi in concreto per Vangelo?

 

 

Perdono e Fede: Incontro vivo

 

Gratis eccentrico, in avanti: Sacramento dell’umanità come tale

(Lc 17,1-6)

 

La conoscenza di Dio non è un bene di confisca o una scienza acquisita e già pignorata: muove da un’azione e un’altra, incessantemente; si realizza in un Incontro sempre vivo, che non ci blocca né dissolve.

Tipica, l’esperienza dei «piccoli» [mikròi v.2]. Sin dalle prime comunità di fede, essi sono stati coloro cui mancavano sicurezze ed energie; instabili e senz’appoggio.

Da sempre, «Piccoli» sono gli incipienti; i nuovi, che hanno sentito parlare di fraternità cristiana, ma che talora sono costretti a mettersi in fila, da parte, o rinunciare al cammino.

Ma il criterio di accoglienza, tolleranza, comunione anche di beni materiali, è stato il primo e principale catalizzatore della crescita delle assemblee.

Addirittura la scaturigine e il senso di tutte le formule e segni della liturgia.

Il centro esistenziale e ideale cui convergere. Per una Fede proattiva e in se stessa trasformativa.

 

Nello Spirito del Maestro, anche per noi la conciliazione degli attriti non si configura come semplice opera di magnanimità.

È inizio del mondo futuro. Principio di un’avventura imprevedibile e indicibile. E noi con esso d’improvviso rinati: venuti a un franco contatto nel Cristo. Colui che non ci spegne affatto.

Di qui il Perdono cristiano dei figli, che non è… “guardare positivo”, e “chiudere un occhio”: piuttosto, Novità di Dio che crea un ambiente di Grazia, propulsivo, con possibilità enormi.

Forza che irrompe e lascia incontrare paradossalmente i poli oscuri, invece di scuoterli di dosso. Eliminando in modo genuino paragoni, parole e zavorre inutili, che bloccano l’Esodo trasparente.

Dinamica che guida all’indispensabile e imprescindibile: onde spostare lo sguardo. Insegnando ad accorgersi dei propri isterismi, conoscersi, affrontare l’ansia, il suo motivo; a gestire situazioni e momenti di crisi.

Virtù plasmabile che pone in ascolto intimo dell’essenza personale.

Quindi Empatia solida, larga, che introduce nuove energie; fa incontrare i propri stati profondi, perfino la vita standard… suscitando altri saperi, diverse prospettive, relazioni inattese.

Così senza troppa lotta ci rinnova, e argina la perdita di veracità [tipica, quella in favore delle maniere di circostanza]. Accentua capacità e gli orizzonti della Pace - sgretolando primati, equilibri paludosi.

La scoperta di nuovi versanti dell’essere che siamo, trasmette un senso di migliore completezza, quindi spontaneamente argina influssi esterni, scioglie pregiudizi, non fa agire su base emotiva, impulsiva.

Colloca piuttosto nella posizione che mette in grado di rivelare il senso nascosto e sbalorditivo dell’essere. Dispiegando l’orizzonte cruciale.

 

Attivare «Perdono» è gratuitamente una restituzione in sovraggiunta del proprio ventaglio caratteriale, di tutta la dignità perduta, e ben oltre.

Deponendo le sentenze, l’arte della tolleranza dilata lo sguardo [anche intimo]. Migliora e potenzia i lati spenti; quelli che noi stessi avevamo detestato.

In tal guisa eccentrica trasforma i considerati lontani o mediocri [mikroi] in battistrada, e geniali inventori. Perché ciò che ieri era impensato, domani sarà di chiarificazione e traino.

Le confusioni acquisteranno un senso - proprio grazie al pensiero delle menti in crisi, e per l’azione dei disprezzati, intrusi, fuori d’ogni giro e prevedibilità.

Vita di pura Fede nello Spirito: ossia, la fantasia dei “fiacchi”… al potere.

Perché è il meccanismo paradossale che fa valutare i crocevia della storia, attiva le passioni, crea condivisione, risolve i veri problemi.

E dunque soppianta in avanti i momenti difficili (riportandoci al vero percorso) orientando la realtà al bene concreto.

Facendola volare verso se stessa.

 

L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne. È in tale “vuoto” e Silenzio che Dio si fa strada.

Mistero della Presenza, che trabocca. Nuova Alleanza.

Lunedì, 02 Marzo 2026 05:18

Creazione e nuovo Soffio

Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv 20, 21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo.

Riconosciamo qui, anzitutto, un'allusione al racconto della creazione dell'uomo nella Genesi: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita" (Gn 2, 7).
L'uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo  il soffio di Dio. La vita di Dio abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un'allusione al battesimo ed alla cresima  a questa nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona.

Il testo del Vangelo ci invita a questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica  la vita che nessuna morte può più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infrange le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il mondo con l'amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace.

Se paragoniamo i due eventi di Pentecoste, il vento potente del 50° giorno e il lieve alitare di Gesù nella sera di Pasqua, ci può tornare in mente il contrasto fra due episodi, accaduti al Sinai, di cui ci parla l'Antico Testamento. Da una parte c'è il racconto del fuoco, del tuono e del vento, che precedono la promulgazione dei 10 Comandamenti e la conclusione dell'alleanza (Es 19 ss); dall'altra, il misterioso racconto di Elia sull'Oreb. Dopo i drammatici avvenimenti del Monte Carmelo, Elia era fuggito dall'ira di Acab e Gezabele. Quindi, seguendo il comando di Dio, aveva pellegrinato fino al Monte Oreb. Il dono dell'alleanza divina, della fede nel Dio unico, sembrava scomparso in Israele. Elia, in un certo qual modo, deve riaccendere la fiamma della fede sul monte di Dio e riportarla ad Israele. Egli sperimenta, in quel luogo, vento, terremoto e fuoco. Ma Dio non è presente in tutto questo. Allora egli percepisce un mormorio dolce e leggero. E Dio gli parla da questo soffio leggero (1 Re 19, 11  18).

Non è forse proprio la sera di quella Pasqua che ci insegna cosa qui si vuol dire? Non possiamo forse vedere qui una prefigurazione del servitore di Jahwé, del quale Isaia dice: "Egli non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce" (42, 2)? Non appare forse così l'umile figura di Gesù come la vera rivelazione nella quale Dio si manifesta a noi e ci parla? Non sono forse l'umiltà e la bontà di Gesù la vera epifania di Dio? Elia, sul Monte Carmelo, aveva cercato di combattere l'allontanamento da Dio con il fuoco e con la spada, uccidendo i profeti di Baal. Ma in questo modo non aveva potuto ristabilire la fede. Sull'Oreb egli deve apprendere che Dio non è nel vento, nel terremoto, nel fuoco; Elia deve imparare a percepire la voce leggera di Dio e, così, a riconoscere in anticipo colui che ha vinto il peccato non con la forza ma con la sua Passione; colui che, con il suo patire, ci ha donato il potere del perdono. Questo è il modo con cui Dio vince.

Cari ordinandi! In questo modo il messaggio di Pentecoste si rivolge ora direttamente a voi. La scena pentecostale del Vangelo di Giovanni parla di voi ed a voi. A ciascuno di voi, in modo personalissimo, il Signore dice: pace a voi  pace a te! Quando il Signore dice questo, non dona qualcosa ma dona se stesso. Infatti egli stesso è la pace (Ef 2, 14). In questo saluto del Signore, possiamo intravedere anche un richiamo al grande mistero della fede, alla Santa Eucaristia, nella quale egli continuamente ci dona se stesso e, in tal modo, la vera pace. Questo saluto si colloca così al centro della vostra missione sacerdotale: il Signore affida a voi il mistero di questo sacramento.

Nel suo nome voi potete dire: questo è il mio corpo  questo è il mio sangue. Lasciatevi attirare sempre di nuovo nella Santa Eucaristia, nella comunione di vita con Cristo. Considerate come centro di ogni giornata il poterla celebrare in modo degno. Conducete gli uomini sempre di nuovo a questo mistero. Aiutateli, a partire da essa, a portare la pace di Cristo nel mondo.

Risuona poi, nel Vangelo appena udito, una seconda parola del Risorto: "come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (Gv 20, 21). Cristo dice questo, in modo molto personale, a ciascuno di voi. Con l'ordinazione sacerdotale voi vi inserite nella missione degli apostoli. Lo Spirito Santo è vento, ma non è amorfo. E' uno Spirito ordinato. E si manifesta proprio ordinando la missione, nel sacramento del sacerdozio, con cui continua il ministero degli apostoli. Attraverso questo ministero, voi siete inseriti nella grande schiera di coloro che, a partire dalla Pentecoste, hanno ricevuto la missione apostolica. Voi siete inseriti nella comunione del presbiterio, nella comunione con il vescovo e con il Successore di San Pietro, che qui in Roma è anche il vostro vescovo.

Tutti noi siamo inseriti nella rete dell'obbedienza alla parola di Cristo, alla parola di colui che ci dà la vera libertà, perché ci conduce negli spazi liberi e negli ampi orizzonti della verità. Proprio in questo comune legame col Signore noi possiamo e dobbiamo vivere il dinamismo dello Spirito. Come il Signore è uscito dal Padre e ci ha donato luce, vita ed amore, così la missione deve continuamente rimetterci in movimento, renderci inquieti, per portare a chi soffre, a chi è nel dubbio, ed anche a chi è riluttante, la gioia di Cristo.

Infine, vi è il potere del perdono. Il sacramento della penitenza è uno dei tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo trasforma. Ciò può avvenire solo con la sofferenza ed è realmente avvenuto con l'amore sofferente di Cristo, dal quale noi attingiamo il potere del perdono.

[Papa Benedetto, omelia Pentecoste con ordinazioni presbiterali 15 maggio 2005]

Lunedì, 02 Marzo 2026 05:15

Spazio che si apre davanti

2. Il perdono! Cristo ci ha insegnato a perdonare. Molte volte e in vari modi Egli ha parlato di perdono. Quando Pietro gli chiese quante volte avrebbe dovuto perdonare al suo prossimo, "fino a sette volte?", Gesù rispose che doveva perdonare "fino a settanta volte sette" (Mt 18,21s). Ciò vuol dire, in pratica, sempre: infatti il numero "settanta" per "sette" è simbolico, e significa, più che una quantità determinata, una quantità incalcolabile, infinita. Rispondendo alla domanda su come bisogna pregare, Cristo pronunciò quelle magnifiche parole indirizzate al Padre: "Padre nostro che sei nei cieli"; e tra le richieste che compongono questa preghiera, l’ultima parla del perdono: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo" a coloro che sono colpevoli nei nostri riguardi (= "ai nostri debitori"). Infine Cristo stesso confermò la verità di queste parole sulla Croce, quando, volgendosi al Padre, supplicò: "Perdonali!", "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).

"Perdono" è una parola pronunciata dalle labbra di un uomo, al quale è stato fatto del male. Anzi, essa è la parola del cuore umano. In questa parola del cuore ognuno di noi si sforza di superare la frontiera dell’inimicizia, che può separarlo dall’altro, cerca di ricostruire l’interiore spazio d'intesa, di contatto, di legame. Cristo ci ha insegnato con la parola del Vangelo, e soprattutto col proprio esempio, che questo spazio si apre non solo davanti all’altro uomo, ma in pari tempo davanti a Dio stesso. Il Padre, che è Dio di perdono e di misericordia, desidera agire proprio in questo spazio del perdono umano, desidera perdonare coloro, che sono reciprocamente capaci di perdonare, coloro che cercano di mettere in pratica quelle parole: "Rimetti a noi... come noi rimettiamo".

Il perdono è una grazia, alla quale si deve pensare con umiltà e gratitudine profonde. Esso è un mistero del cuore umano, sul quale è difficile diffondersi.

5. Cristo ci ha insegnato a perdonare. Il perdono è indispensabile anche perché Dio possa porre alla coscienza umana degli interrogativi, ai quali attende risposta in tutta la verità interiore.

In questo tempo, in cui tanti uomini innocenti periscono per le mani di altri uomini, pare imporsi uno speciale bisogno di avvicinarsi a ciascuno di coloro che uccidono, avvicinarsi col perdono nel cuore ed insieme con la stessa domanda che Dio, Creatore e Signore della vita umana, pose al primo uomo che aveva attentato alla vita del fratello e gliel aveva tolta – aveva tolto ciò che è proprietà solo del Creatore e del Signore della vita.

Cristo ci ha insegnato a perdonare. Ha insegnato a Pietro a perdonare "fino a settanta volte sette" ( Mt 18,22). Dio stesso perdona quando l’uomo risponde alla domanda rivolta alla sua coscienza e al suo cuore con tutta linteriore verità della conversione.

Lasciando a Dio stesso il giudizio e la sentenza nella sua dimensione definitiva, non cessiamo di chiedere: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 21 ottobre 1981]

Nella parabola che leggiamo nel Vangelo di oggi, quella del re misericordioso (cfr Mt 18,21-35), troviamo per due volte questa supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò» (vv. 26.29). La prima volta è pronunciata dal servo che deve al suo padrone diecimila talenti, una somma enorme, oggi sarebbero milioni e milioni di euro. La seconda volta viene ripetuta da un altro servo dello stesso padrone. Anche lui è in debito, non verso il suo padrone, ma verso lo stesso servo che ha quel debito enorme. E il suo debito è piccolissimo, forse come lo stipendio di una settimana.

Il cuore della parabola è l’indulgenza che il padrone dimostra verso il servo con il debito più grande. L’evangelista sottolinea che «il padrone ebbe compassione – non dimenticare mai questa parola che è proprio di Gesù: “Ebbe compassione”, Gesù sempre ebbe compassione – [ebbe compassione] di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito» (v. 27). Un debito enorme, dunque un condono enorme! Ma quel servo, subito dopo, si dimostra spietato con il suo compagno, che gli deve una somma modesta. Non lo ascolta, inveisce contro di lui e lo fa gettare in prigione, finché non avrà pagato il debito (cfr v. 30), quel piccolo debito. Il padrone viene a saperlo e, sdegnato, richiama il servo malvagio e lo fa condannare (cfr vv. 32-34): “Io ti ho perdonato tanto e tu sei incapace di perdonare questo poco?”.

Nella parabola, troviamo due atteggiamenti differenti: quello di Dio – rappresentato dal re – che perdona tanto, perché Dio perdona sempre, e quello dell’uomo. Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia lo sappiamo. C’è bisogno di quell’amore misericordioso, che è anche alla base della risposta del Signore alla domanda di Pietro che precede la parabola. La domanda di Pietro suona così: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?» (v. 21). E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22). Nel linguaggio simbolico della Bibbia, questo significa che noi siamo chiamati a perdonare sempre!

Quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate, se il perdono e la misericordia fossero lo stile della nostra vita! Anche in famiglia, anche in famiglia: quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi, quanti fratelli e sorelle che hanno questo rancore dentro. È necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica.

Oggi, al mattino, mentre celebravo la Messa, mi sono fermato, sono stato colpito da una frase della prima Lettura, nel libro del Siracide. La frase dice così: “Ricorda la fine e smetti di odiare”. Bella frase! Pensa alla fine! Pensa che tu sarai in una bara… e ti porterai l’odio lì? Pensa alla fine, smetti di odiare! Smetti il rancore. Pensiamo a questa frase, tanto toccante: “Ricorda la fine e smetti di odiare”.

Non è facile perdonare, perché nei momenti tranquilli uno dice: “Sì, questo me ne ha fatte di tutti i colori ma anch’io ne ho fatte tante. Meglio perdonare per essere perdonato”. Ma poi il rancore torna, come una mosca fastidiosa d’estate che torna e torna e torna... Perdonare non è soltanto una cosa di un momento, è una cosa continua contro questo rancore, questo odio che torna. Pensiamo alla fine, smettiamola di odiare.

La parabola di oggi ci aiuta a cogliere in pienezza il significato di quella frase che recitiamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo. È una condizione: pensa alla fine, al perdono di Dio, e smettila di odiare; caccia via il rancore, quella mosca fastidiosa che torna e torna. Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati.

Affidiamoci alla materna intercessione della Madre di Dio: Lei ci aiuti a renderci conto di quanto siamo debitori verso Dio, e a ricordarlo sempre, così da avere il cuore aperto alla misericordia e alla bontà.

[Papa Francesco, Angelus 13 settembre 2020]

Domenica, 01 Marzo 2026 03:09

Persona, estemporaneità, sinagoghe

Due Nomi di Dio

(Lc 4,24-30)

 

Gesù è fastidioso e genera sospetto in coloro che amano schemi esteriori, perché proclama solo Giubileo, invece che confronto duro e vendetta.

In sinagoga il suo ‘villaggio’ resta perplesso su questo amore troppo comprensivo - proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Il luogo di culto è quello in cui i credenti meno consapevoli sono stati educati al contrario!

Il loro carattere scontroso è frutto acerbo d’una religiosità martellante, che nega il diritto di esprimere idee e sentimenti.

Il codice “sinagogale” ha prodotto fedeli finti, condizionati da una personalità disarmonica e scissa.

Ancora oggi e sin da piccoli, quest’intima lacerazione si manifesta nell’eccesso di controllo sull’apertura verso gli altri.

Conseguenza: un’accentuazione dell’incertezza giovanile - sotto la quale cova chissà cosa - e un carattere rigido da adulti.

Insomma, il martellamento che non fa il balzo della Fede ci blocca, impedisce di capire, e inquina tutta la vita.

 

Anche ai tempi di Gesù l’insegnamento arcaico acuiva nazionalismi, la percezione stessa di traumi o violazioni, e paradossalmente proprio le situazioni ingabbiate da cui si voleva uscire.

Spiritualità esclusiva: è vuota - rozza o sofisticata che sia.

Il pensiero selettivo è la peggiore malattia delle visioni del mondo, che poi stanno sempre a dirci ‘come dobbiamo essere’.

 

Di fronte a convinzioni spigolose e illusioni da conventicola, il Profeta marca distanza, opera per diffondere consapevolezze, non immagini rassicuranti - né idee disincarnate.

Ma gli araldi critici irritano violentemente la folla degli abituali, i quali d’improvviso passano da una sorta di curiosità allo sdegno vendicativo.

Come nel paesino, così - si legge in filigrana - nella Città Santa [Monte Sion], da cui subito ti vogliono buttare giù (Lc 4,29). Dovunque si parli di persona reale e i suoi sogni eterni.

 

Nell’ostilità che li attornia, gli intimi del Signore sfidano a viso aperto le convinzioni normalizzate - acquisite dall’ambiente e non rielaborate.

Per loro non conta solo l’analogia calcolata a un contorno meschino. Vedono altri obbiettivi e non vogliono solo “arrivare”.

Se vengono sopraffatti, lasciano dietro sé quella scia d’intuizioni che prima o poi farà riflettere.

Quindi nei suoi Amici è il Risorto che scampa e riprende il cammino, attraversando chi vuol farlo fuori (v. 30).

 

In ogni tempo, i testimoni fanno pensare: non cercano complimenti e risultati piacevoli, ma recuperano i ‘lati opposti’ e accettano la felicità altrui.

Sanno che l’Unicità deve fare la sua corsa: sarà ricchezza per tutti, e su questo punto non si lasciano inibire.

Sulla base della personale esperienza del Padre, i fedeli ispirati valorizzano diversi approcci.

Essi creano una stima sconosciuta, caldeggiando nuovi atteggiamenti - differenti modi di rapportarsi con Dio.

Non per aggiungere proseliti e considerarsi indispensabili.

 

Anche se «in patria» (v. 24) sono personaggi scomodi per la mentalità ratificata, i nessuno-Profeti fanno sopravvivere il Personalismo di Gesù, strappandolo da chi lo vuole sopito e sequestrato.

Come Lui, a rischio d’impopolarità e senza mendicare approvazioni.

 

Con le cicatrici di quel che è andato via, per un nuovo Viaggio.

 

 

[Lunedì 3.a sett. Quaresima, 9 marzo 2026]

Domenica, 01 Marzo 2026 03:06

Gesù in sinagoga. Due Nomi di Dio

Lc 4,24-30 (16-37)

 

Trasgressioni di Gesù e nostre (che rinsaldano la trama)

(Lc 4,14-22)

 

«Lo Spirito del Signore su di me, perciò mi ha unto per annunciare la Buona Notizia ai poveri» (Lc 4,18).

 

Anticamente in Israele la famiglia patriarcale, il clan e la comunità erano la base della convivenza sociale.

Garantivano la trasmissione dell’identità di popolo e assicuravano protezione agli afflitti.

Difendere il clan era anche un modo concreto di confermare la Prima Alleanza.

Ma al tempo di Gesù la Galilea soffriva sia la segregazione dettata dalla politica di Erode Antipas che l'oppressione della religiosità ufficiale.

Il collaborazionismo smidollato del sovrano aveva accentuato il numero dei senza tetto e privi d’impiego.

La congiuntura politica ed economica obbligava le persone a ripiegarsi su problemi materiali e individuali o di famiglia ristretta.

Un tempo, il collante identitario del clan e della comunità garantivano un carattere (interno) di nazione solidale, espresso nella difesa e soccorso prestati ai meno abbienti del popolo.

Ora tale legame fraterno risultava indebolito, un po’ ingessato, quasi contraddetto - anche a motivo dell’atteggiamento severo delle autorità religiose, fondamentaliste e amanti d’un purismo saccente, contrario al mischiarsi coi ceti meno agiati.

La Legge [scritta e orale] finiva per essere usata non per favorire l’accoglienza degli emarginati e bisognosi, ma per accentuare i distacchi e la ghettizzazione.

Situazioni che stavano portando al collasso le fasce di popolazione meno tutelate.

Insomma la devozione tradizionale - amante dell’alleanza fra trono e altare - invece di rafforzare il senso comunitario veniva usata per accentuare le gerarchie; come arma che legittimasse tutta una mentalità di esclusioni (e confermasse la logica imperiale del dividi et impera).

 

Gesù vuole invece tornare al Sogno del Padre: quello ineliminabile della fraternità, unico suggello alla storia della salvezza.

Per questo il suo criterio non fugace era quello di allacciare la Parola di Dio alla vita della gente, e in tal modo superare le divisioni.

Così, secondo Lc la prima volta che Gesù entra in una Sinagoga combina un bel pasticcio.

Non va a pregare, ma a insegnare cosa sia la Grazia di Dio (non svigorita da chiose e falsi insegnamenti) nell’esistenza reale delle persone.

Sceglie un passo che riflette appunto la situazione della gente di Galilea, oppressa dal potere dei dominatori, che ai deboli stava facendo patire confusione e povertà.

Ma la sua prima Lettura non tiene conto del calendario liturgico.

Poi osa predicare a modo suo e personalizzando il brano d’Isaia, da cui si permette di censurare il versetto che annuncia la Vendetta di Dio.

Quindi neanche proclama il passo previsto della Legge.

E si atteggia come fosse Lui il padrone del luogo di culto - in realtà lo è: il Risorto che «siede» sta dando un insegnamento ai suoi [ancora giudaizzanti].

Inoltre - si comprende dal tono del passo di Vangelo - per il Figlio di Dio lo Spirito non si rivela nei fenomeni straordinari del cosmo, ma nell’Anno di Grazia («un anno accetto al Signore»: v.19).

È divina perché personale e sociale l’energia nuova, che crea l’uomo autentico.

Questa la piattaforma che opera la svolta.

Essa si fa motore, motivo e contesto, per una trasformazione dell’anima e dei rapporti - a quel tempo appesantiti dal servilismo anche teologico [dei meriti].

 

In un ordito di relazioni vitali, la migliore capacità di comprensione del Dono si fa molla per un futuro armonico, di liberazione e giustizia.

Cristo ritiene che il Regno del Padre sorga facendo crescere dal di dentro il presente, allora impastato di oppressione, angoscia e schiavitù.

Dice il Tao Tê Ching (XLVI): «Quando nel mondo vige la Via, i cavalli veloci sono mandati a concimare i campi».

L’emancipazione offerta dallo Spirito è indirizzata non ai grandi, ma proprio a chi subisce forme di necessità, difetto e penuria: in Gesù... ora tutti aperti alla cifra giubilare della nuova Creazione.

Insomma, sembra ci sia totale antagonismo e inadattabilità fra il Signore e i praticanti della religione tradizionale - pesante, selettiva, votata a legalismi e rappresaglie; piramidale, senza possibilità d’uscita.

Ovvio che sia i capi che gli abitudinari si chiedano - su base rituale e veneranda: possibile che la somiglianza divina possa manifestarsi in un uomo premuroso verso i meno facoltosi, che disattende le consuetudini ufficiali, non crede alle ritorsioni, e palesa forme di spontaneità incontrollata?

È un richiamo per noi. La persona di Fede autentica non si lascia condizionare dalle conformità all’abitudine, inutile e quieta.

Il pensiero comune - assuefatto e concordato ma sottilmente competitivo - diventa un’energia al contrario, troppo normale e paludosa; non propulsiva per l’anima personale e sociale.

Se invece ci lasciamo accompagnare dal Sogno d’una sovreminente gestazione dal Padre, saremo animati attraverso la Presenza regale e Sacra che orienta a sorvolare ripetizioni, o selezioni, emarginazioni e recriminazioni fallaci.

Come se spostassimo il nostro essere in un orizzonte e in un mondo di relazioni amicali che poi fa da calamita alla realtà e anticipa futuro.

 

Al pari del Maestro e Signore, invece di ragionare con pensieri indotti e farci sequestrare dalla pesantezza di rifiuti e timori, iniziamo a pensare con le immagini della Vocazione personale, con i codici empatici della nostra Chiamata che irrompe.

Le risorse evolutive sconosciute che scattano, immediatamente dipanano una rete di percorsi che ai “locali” forse non piacciono, ma evitano il conflitto perenne con l’identità missionaria e il proprio carattere.

La Visione-Relazione (v.18a) irripetibile e a maglie larghe - senza riduzioni - diventa allora strategica, perché possiede in se stessa il richiamo della Quintessenza, e tutte le risorse per risolvere i veri problemi.

 

Ascoltare la proclamazione dei Vangeli (v.18b) è ascoltare l’eco di se stessi e del popolo minuto: scelta intima e sociale.

E starci dentro senza le foglie morte dell’unilateralità - per vagare liberamente in quel medesimo Appello; non trascurando parti preziose di sé, né amputando le eccentricità, o l’intuito proprio dei ceti subalterni.

Ciò per poter manifestare la Radice quieta (ma nel suo stato energico), il nostro Personaggio (nell’Amico amabile e non separatista) - per evitare di stordirlo con un’altra schiavitù.

Tutto nell’istinto di essere e fare felici, senza mai lasciarsi imprigionare dalla brama di sicurezze a contorno; ricerca stagnante.

 

Il Regno nello Spirito (cf. vv.14.18) - che sa cosa ci serve - ha cessato di essere una mèta di semplice avvenire.

È la sorpresa che Cristo in noi suscita intorno alla sua proposta dalla marcia in più.

 

Egli non ci trascura: spegne il rimuginare accusatorio e ridisegna in modo creativo.

Fa nascere ancora e motiva, recupera le dispersioni, e rinsalda la trama.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come allaccio la Fede con la situazione culturale e sociale?

Qual è l’Oggi di Cristo con il tuo oggi, nello Spirito?

Qual è la tua forma di apostolato che libera i fratelli dall’avvilimento della dignità e li promuove?

 

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me (et vult Cubam)

 

3. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Ogni ministro di Dio deve far sue nella propria vita queste parole pronunciate da Gesù di Nazareth. Per questo, trovandomi qui tra voi, voglio recarvi la buona notizia della speranza in Dio. Come servitore del Vangelo, vi porto questo messaggio d'amore e di solidarietà che Gesù Cristo, con la sua venuta, offre agli uomini di ogni tempo. Non si tratta né di un'ideologia né di un sistema economico o politico nuovo, bensì di un cammino di pace, giustizia e libertà autentiche.

4. I sistemi ideologici ed economici succedutisi negli ultimi secoli hanno spesso enfatizzato lo scontro come metodo, poiché contenevano nei propri programmi i germi dell'opposizione e della disunione. Questo ha condizionato profondamente la concezione dell'uomo e i rapporti con gli altri. Alcuni di questi sistemi hanno preteso anche di ridurre la religione alla sfera meramente individuale, spogliandola di ogni influsso o rilevanza sociale. In tal senso, è bene ricordare che uno Stato moderno non può fare dell'ateismo o della religione uno dei propri ordinamenti politici. Lo Stato, lontano da ogni fanatismo o secolarismo estremo, deve promuovere un clima sociale sereno e una legislazione adeguata, che permetta ad ogni persona e ad ogni confessione religiosa di vivere liberamente la propria fede, esprimerla negli ambiti della vita pubblica e poter contare su mezzi e spazi sufficienti per offrire alla vita della Nazione le proprie ricchezze spirituali, morali e civiche.

D'altro canto, in vari luoghi si sviluppa una forma di neoliberalismo capitalista che subordina la persona umana e condiziona lo sviluppo dei popoli alle forze cieche del mercato, gravando dai propri centri di potere sui popoli meno favoriti con pesi insopportabili. Avviene così che, spesso, vengono imposti alle Nazioni, come condizione per ricevere nuovi aiuti, programmi economici insostenibili. In tal modo si assiste, nel concerto delle Nazioni, all'arricchimento esagerato di pochi al prezzo dell'impoverimento crescente di molti, cosicché i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

5. Carissimi fratelli: la Chiesa è maestra in umanità. Perciò, di fronte a questi sistemi, essa propone la cultura dell'amore e della vita, restituendo all'umanità la speranza e il potere trasformante dell'amore, vissuto nell'unità voluta da Cristo. Per questo è necessario percorrere un cammino di riconciliazione, di dialogo e di accoglienza fraterna del prossimo, chiunque esso sia. Questo si può dire il Vangelo sociale della Chiesa.

La Chiesa, nel portare a termine la propria missione, propone al mondo una giustizia nuova, la giustizia del Regno di Dio (cfr Mt 6, 33). In diverse occasioni ho fatto riferimento ai temi sociali. È necessario continuarne a parlare fino a quando nel mondo ci sarà un'ingiustizia, per piccola che sia, dato che in caso contrario la Chiesa non si dimostrerebbe fedele alla missione affidatale da Gesù Cristo. La posta in gioco è l'uomo, la persona in carne ed ossa. Anche se i tempi e le circostanze cambiano, ci sono sempre persone che hanno bisogno della voce della Chiesa perché vengano riconosciute le loro angosce, i loro dolori e le loro miserie. Coloro che si trovano in simili situazioni possono essere sicuri che non verranno defraudati, poiché la Chiesa è con loro e il Papa abbraccia, con il cuore e con la sua parola di incoraggiamento, tutti coloro che subiscono l'ingiustizia.

(Giovanni Paolo II, dopo essere stato a lungo applaudito, ha aggiunto)

Io non sono contrario agli applausi, perché quando applaudite il Papa può riposarsi un po'.

Gli insegnamenti di Gesù conservano integro il loro vigore alle soglie dell'anno 2000. Sono validi per tutti voi, miei cari fratelli. Nella ricerca della giustizia del Regno, non possiamo fermarci di fronte a difficoltà e incomprensioni. Se l'invito del Maestro alla giustizia, al servizio e all'amore viene accolto come Buona Novella, allora il cuore si allarga, si trasformano i criteri e nasce la cultura dell'amore e della vita. Questo è il grande cambiamento che la società attende e di cui ha bisogno; lo si potrà raggiungere solo se prima avrà luogo la conversione del cuore di ognuno come condizione per i necessari mutamenti nelle strutture della società.

6. «Lo Spirito del Signore mi ha mandato per proclamare ai prigionieri la liberazione (...) per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4, 18). La buona novella di Gesù deve essere accompagnata da un annuncio di libertà, basato sul solido fondamento della verità: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32). La verità a cui si riferisce Gesù non è solo la comprensione intellettuale della realtà, bensì la verità sull'uomo e la sua condizione trascendente, sui suoi diritti e doveri, sulla sua grandezza e i suoi limiti. È la stessa verità che Gesù proclamò con la sua vita, riaffermò di fronte a Pilato e, con il suo silenzio, di fronte ad Erode; è la stessa che lo portò alla croce salvifica e alla risurrezione gloriosa.

La libertà che non è fondata sulla verità condiziona l'uomo a tal punto che a volte lo rende oggetto anziché soggetto del contesto sociale, culturale, economico e politico, lasciandolo quasi totalmente privo d'iniziativa riguardo allo sviluppo personale. Altre volte, questa libertà è di tipo individualistico e, non tenendo conto della libertà degli altri, chiude l'uomo nel proprio egoismo. La conquista della libertà nella responsabilità rappresenta un compito imprescindibile per ogni persona. Per i cristiani, la libertà dei figli di Dio non è soltanto un dono e un compito; il suo conseguimento implica pure un'inestimabile testimonianza e un genuino contributo nel cammino di liberazione di tutto il genere umano. Questa liberazione non si riduce agli aspetti sociali e politici, ma raggiunge la sua pienezza nell'esercizio della libertà di coscienza, base e fondamento degli altri diritti umani.

(Rispondendo all'invocazione elevata dalla folla: «Il Papa vive e ci vuole tutti liberi!», Giovanni Paolo II ha aggiunto:)

Sì, vive con quella libertà alla quale Cristo vi ha liberato.

Per molti dei sistemi politici ed economici vigenti oggi, la sfida più grande continua ad essere rappresentata dal coniugare libertà e giustizia sociale, libertà e solidarietà, senza che nessuna di esse venga relegata ad un livello inferiore. In tal senso, la Dottrina sociale della Chiesa costituisce uno sforzo di riflessione e una proposta che cerca di illuminare e di conciliare i rapporti tra i diritti inalienabili di ogni uomo e le esigenze sociali, in modo che la persona porti a compimento le sue aspirazioni più profonde e la propria realizzazione integrale secondo la sua condizione di figlio di Dio e di cittadino. Di conseguenza, il laicato cattolico deve contribuire a questa realizzazione mediante l'applicazione degli insegnamenti sociali della Chiesa nei diversi ambienti, aperti a tutti gli uomini di buona volontà.

7. Nel Vangelo proclamato oggi la giustizia appare intimamente legata alla verità. È quello che si osserva anche nel pensiero lucido dei padri della Patria. Il Servo di Dio Padre Félix Varela, animato dalla fede cristiana e dalla fedeltà al ministero sacerdotale, pose nel cuore del popolo cubano i semi della giustizia e della libertà che egli sognava di veder germogliare in una Cuba libera e indipendente.

La dottrina di José Martí sull'amore tra tutti gli uomini ha radici profondamente evangeliche, superando così il falso conflitto tra la fede in Dio e l'amore e il servizio alla Patria. Scrive Martí: «Pura, disinteressata, perseguitata, martirizzata, poetica e semplice, la religione del Nazareno ha sedotto tutti gli uomini onesti... Ogni popolo ha bisogno di essere religioso. Lo deve essere non solo nella sua essenza, ma anche per sua utilità... Un popolo non religioso è destinato a morire, poiché in esso nulla alimenta la virtù. Le ingiustizie umane la disprezzano; è necessario che la giustizia celeste la garantisca».

Come sapete, Cuba possiede un'anima cristiana, e questo l'ha portata ad avere una vocazione universale. Chiamata a vincere l'isolamento, deve aprirsi al mondo e il mondo deve avvicinarsi a Cuba, al suo popolo, ai suoi figli, che ne rappresentano senza dubbio la maggiore ricchezza. È giunta l'ora di intraprendere i nuovi cammini che i tempi di rinnovamento in cui viviamo esigono, all'approssimarsi del Terzo millennio dell'era cristiana!

8. Carissimi fratelli: Dio ha benedetto questo popolo con autentici formatori della coscienza nazionale, chiari e fermi esponenti della fede cristiana, che è il più valido sostegno della virtù e dell'amore. Oggi i Vescovi, insieme ai sacerdoti, ai consacrati, alle consacrate e ai fedeli laici, si sforzano di costruire ponti per avvicinare le menti e i cuori, propiziando e consolidando la pace, preparando la civiltà dell'amore e della giustizia. Sono qui fra voi come messaggero della verità e della speranza. Per questo desidero ripetere il mio appello a lasciarvi illuminare da Gesù Cristo, ad accettare senza riserve lo splendore della sua verità, affinché tutti possano seguire il cammino dell'unità attraverso l'amore e la solidarietà, evitando l'esclusione, l'isolamento e lo scontro, che sono contrari alla volontà del Dio-Amore.

Che lo Spirito Santo illumini con i suoi doni quanti hanno responsabilità diverse nei confronti di questo popolo, che ho nel cuore. Che la «Virgen de la Caridad de El Cobre», Regina di Cuba, ottenga per i suoi figli i doni della pace, del progresso e della felicità.

Questo vento di oggi è molto significativo, perché il vento simboleggia lo Spirito Santo. «Spiritus spirat ubi vult, Spiritus vult spirare in Cuba». Le ultime parole sono in lingua latina perché Cuba appartiene anche alla tradizione latina. America latina, Cuba latina, lingua latina! «Spiritus spirat ubi vult et vult Cubam». Arrivederci.

(Giovanni Paolo II, omelia Piazza «José Martí» L’Avana 25 gennaio 1998)

 

 

Persona, estemporaneità, sinagoghe

 

Due Nomi di Dio

(Lc 4,21-30)

 

Il Vangelo di oggi – tratto dal capitolo quarto di san Luca – è la prosecuzione di quello di domenica scorsa. Ci troviamo ancora nella sinagoga di Nazaret, il paese dove Gesù è cresciuto e dove tutti conoscono lui e la sua famiglia. Ora, dopo un periodo di assenza, Egli è ritornato in un modo nuovo: durante la liturgia del sabato legge una profezia di Isaia sul Messia e ne annuncia il compimento, lasciando intendere che quella parola si riferisce a Lui, che Isaia ha parlato di Lui. Questo fatto suscita lo sconcerto dei nazaretani: da una parte, «tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22); san Marco riferisce che molti dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?» (6,2). D’altra parte, però, i suoi compaesani lo conoscono troppo bene: E’ uno come noi – dicono –. La sua pretesa non può essere che una presunzione » (cfr L’infanzia di Gesù, 11). «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22), come dire: un carpentiere di Nazaret, quali aspirazioni può avere?

Proprio conoscendo questa chiusura, che conferma il proverbio «nessun profeta è bene accetto nella sua patria», Gesù rivolge alla gente, nella sinagoga, parole che suonano come una provocazione. Cita due miracoli compiuti dai grandi profeti Elia ed Eliseo in favore di persone non israelite, per dimostrare che a volte c’è più fede al di fuori d’Israele. A quel punto la reazione è unanime: tutti si alzano e lo cacciano fuori, e cercano persino di buttarlo giù da un precipizio, ma Egli, con calma sovrana, passa in mezzo alla gente inferocita e se ne va. A questo punto viene spontaneo chiedersi: come mai Gesù ha voluto provocare questa rottura? All’inizio la gente era ammirata di lui, e forse avrebbe potuto ottenere un certo consenso… Ma proprio questo è il punto: Gesù non è venuto per cercare il consenso degli uomini, ma – come dirà alla fine a Pilato – per «dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37). Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio. Nella liturgia odierna risuonano anche queste parole di san Paolo: «La carità …non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità» (1 Cor 13,4-6). Credere in Dio significa rinunciare ai propri pregiudizi e accogliere il volto concreto in cui Lui si è rivelato: l’uomo Gesù di Nazaret. E questa via conduce anche a riconoscerlo e a servirlo negli altri.

In questo è illuminante l’atteggiamento di Maria. Chi più di lei ebbe familiarità con l’umanità di Gesù? Ma non ne fu mai scandalizzata come i compaesani di Nazaret. Ella custodiva nel suo cuore il mistero e seppe accoglierlo sempre di più e sempre di nuovo, nel cammino della fede, fino alla notte della Croce e alla piena luce della Risurrezione. Maria aiuti anche noi a percorrere con fedeltà e con gioia questo cammino.

[Papa Benedetto, Angelus 3 febbraio 2013]

 

Gesù è fastidioso e genera sospetto in coloro che amano schemi esteriori, perché proclama solo Giubileo, invece che confronto duro e vendetta. 

In sinagoga il suo villaggio resta perplesso su questo amore troppo comprensivo - proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Il luogo di culto è quello in cui i credenti sono stati educati al contrario!

Il loro carattere scontroso è frutto acerbo d’una religiosità martellante, che nega il diritto di esprimere idee e sentimenti.

Il codice “sinagogale” ha prodotto fedeli finti, condizionati da una personalità disarmonica e scissa.

Ancora oggi e sin da piccoli, quest’intima lacerazione si manifesta nell’eccesso di controllo sull’apertura verso gli altri.

Conseguenza: un’accentuazione dell’incertezza giovanile - sotto la quale cova chissà cosa - e un carattere rigido da adulti.

Insomma, il martellamento religioso che non fa il balzo della Fede ci blocca, impedisce di capire, e inquina tutta la vita.

 

Anche ai tempi di Gesù l’insegnamento arcaico acuiva nazionalismi, la percezione stessa di traumi o violazioni, e paradossalmente proprio le situazioni ingabbiate da cui si voleva uscire.

Spiritualità esclusiva: è vuota - rozza o sofisticata che sia.

Il pensiero selettivo è la peggiore malattia delle visioni del mondo - che poi stanno sempre a dirci come dobbiamo essere.

Così nella vita concreta non pochi fedeli preferiscono avere amici senza cecità conformiste o gli stessi vincoli di appartenenza.

 

A ben guardare, persino le realtà laicali più devote manifestano un’accentuata e strana dicotomia di relazioni - tribali e altro.

Papa Francesco si è espresso in modo nitido:

«È uno scandalo quello di persone che vanno in chiesa, che stanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente: meglio vivere come ateo anziché dare una contro-testimonianza dell'essere cristiani».

Il mondo reale sveglia e stimola alla flessibilità degli standard, non inculca qualche vetero-esattezza, in clima d’ipnosi.

Oggi la realtà globale aiuta a smussare gli spigoli di conventicola [i quali hanno i loro rigurgiti, in termini di seduzione e risucchio].

Di fronte a tali convinzioni e illusioni il Profeta marca distanza; opera per diffondere consapevolezze, non immagini rassicuranti - né idee disincarnate.

Ma gli araldi critici irritano violentemente la folla degli abituali, i quali d’improvviso passano da una sorta di curiosità allo sdegno vendicativo.

Come nel paesino, così - si legge in filigrana - nella Città Santa [Monte Sion] da cui subito ti vogliono buttare giù (Lc 4,29).

Dovunque si parli di persona reale e sogni eterni: i suoi, non altrui.

 

Nell’ostilità che li attornia, gl’intimi del Signore sfidano a viso aperto le convinzioni normalizzate, acquisite dall’ambiente e non rielaborate.

Per loro non conta solo l’analogia calcolata a un contorno meschino. Vedono altri obbiettivi e non vogliono solo “arrivare”.

Se vengono sopraffatti, lasciano dietro sé quella scia d’intuizioni che prima o poi farà riflettere sia clan dannosissimi che opportunisti inutili.

In tal guisa, negli Amici e Fratelli è il Risorto stesso che scampa. E riprende il cammino, attraversando chi vuol farlo fuori (v. 30) per motivi d’interesse personale o tornaconto di quartiere.

 

In ogni tempo, i testimoni fanno pensare: non cercano complimenti e risultati piacevoli, ma recuperano i lati opposti e accettano la felicità altrui.

Sanno che l’Unicità deve fare la sua corsa: sarà ricchezza per tutti, e su questo punto non si lasciano inibire dalla nomenclatura.

Pur circondati dall’odio invidioso e mortale d’idioti astuti e sinagoghe consolidate, annunciano l’Amore in Verità - né bufale burine (approvate quanto vuote) né secondi fini (utilità in solido).

Infatti, senza mungere e tosare gli sprovveduti, tali missionari danno impulso al coraggio e alla crescita altrui, all’autonomia delle scelte.

Tutto ciò, favorendo la coesistenza degli invisibili e disprezzati; in un clima di comprensione e spontaneità.

Essi amano il rigoglio della vita, perciò discriminano tra religione e Fede: non si ergono a ripetitori di dottrine, prescrizioni, consuetudini.

Sulla base della personale esperienza del Padre, i fedeli ispirati valorizzano i diversi approcci, creando una stima sconosciuta.

Affrontano giovani mostri settari [direbbe il Pontefice], vecchi marpioni e i loro steccati, a viso aperto, caldeggiando nuovi atteggiamenti - differenti modi di rapportarsi con Dio.

Non per aggiungere proseliti e considerarsi indispensabili.

Anche se «in patria» (v. 24) sono personaggi scomodi per la mentalità ratificata, i nessuno-Profeti fanno sopravvivere il personalismo di Gesù, strappandolo da chi lo vuole sopito e sequestrato.

Come Lui, a rischio d’impopolarità e senza mendicare approvazioni.

 

Con le cicatrici di quel che è andato via, per un nuovo Viaggio.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In “patria” sei considerato un bambinone del luogo, o un profeta? Un personaggio ratificato, o scomodo? A modo, o impopolare?

La tua testimonianza è trasgressiva o conformista? Fa sopravvivere il personalismo di Gesù, strappandolo da chi lo vuole sopito e sequestrato?

 

 

Dio vuole la fede, loro i miracoli: Dio a proprio vantaggio

Domenica scorsa la liturgia ci aveva proposto l’episodio della sinagoga di Nazaret, dove Gesù legge un passo del profeta Isaia e alla fine rivela che quelle parole si compiono “oggi”, in Lui. Gesù si presenta come colui sul quale si è posato lo Spirito del Signore, lo Spirito Santo che lo ha consacrato e lo ha mandato a compiere la missione di salvezza in favore dell’umanità. Il Vangelo di oggi (cfr Lc 4,21-30) è la prosecuzione di quel racconto e ci mostra lo stupore dei suoi concittadini nel vedere che uno del loro paese, «il figlio di Giuseppe» (v. 22), pretende di essere il Cristo, l’inviato del Padre.

Gesù, con la sua capacità di penetrare le menti e i cuori, capisce subito che cosa pensano i suoi compaesani. Essi ritengono che, essendo Lui uno di loro, debba dimostrare questa sua strana “pretesa” facendo dei miracoli lì, a Nazaret, come ha fatto nei paesi vicini (cfr v. 23). Ma Gesù non vuole e non può accettare questa logica, perché non corrisponde al piano di Dio: Dio vuole la fede, loro vogliono i miracoli, i segni; Dio vuole salvare tutti, e loro vogliono un Messia a proprio vantaggio. E per spiegare la logica di Dio, Gesù porta l’esempio di due grandi profeti antichi: Elia ed Eliseo, che Dio aveva mandato a guarire e salvare persone non ebree, di altri popoli, ma che si erano fidate della sua parola.

Di fronte a questo invito ad aprire i loro cuori alla gratuità e alla universalità della salvezza, i cittadini di Nazaret si ribellano, e addirittura assumono un atteggiamento aggressivo, che degenera al punto che «si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero sul ciglio del monte […], per gettarlo giù» (v. 29). L’ammirazione del primo istante si è mutata in un’aggressione, una ribellione contro di Lui.

E questo Vangelo ci mostra che il ministero pubblico di Gesù comincia con un rifiuto e con una minaccia di morte, paradossalmente proprio da parte dei suoi concittadini. Gesù, nel vivere la missione affidatagli dal Padre, sa bene che deve affrontare la fatica, il rifiuto, la persecuzione e la sconfitta. Un prezzo che, ieri come oggi, la profezia autentica è chiamata a pagare. Il duro rifiuto, però, non scoraggia Gesù, né arresta il cammino e la fecondità della sua azione profetica. Egli va avanti per la sua strada (cfr v. 30), confidando nell’amore del Padre.

Anche oggi, il mondo ha bisogno di vedere nei discepoli del Signore dei profeti, cioè delle persone coraggiose e perseveranti nel rispondere alla vocazione cristiana. Persone che seguono la “spinta” dello Spirito Santo, che le manda ad annunciare speranza e salvezza ai poveri e agli esclusi; persone che seguono la logica della fede e non del miracolismo; persone dedicate al servizio di tutti, senza privilegi ed esclusioni. In poche parole: persone che si aprono ad accogliere in sé stesse la volontà del Padre e si impegnano a testimoniarla fedelmente agli altri.

Preghiamo Maria Santissima, perché possiamo crescere e camminare nello stesso ardore apostolico per il Regno di Dio che animò la missione di Gesù.

[Papa Francesco, Angelus 3 febbraio 2019]

 

 

La Liberazione dal quietismo e dalla mentalità automatica

(Lc 4,31-37)

 

Nel terzo Vangelo i primi segni del Signore sono il tranquillo scampare alle minacce di morte (agitate dalla sua gente!) e la guarigione del posseduto.

In tale modo di narrare la vicenda di Gesù, Lc indica le priorità che le sue comunità vivevano: anzitutto, bisognava sospendere le lotte intime, inculcate dalla tradizione giudaizzante e dal suo “saper stare al mondo”.

Nel paesino cocciuto e conformista di Nazaret il Maestro non riesce a comunicare la sua novità, e si vede costretto a cambiare residenza.

Non si rassegna, anzi: Cafarnao era all’incrocio di strade importanti, il che facilitava contatti e divulgazione.

Fra persone di tutti i ceti, il Figlio di Dio desiderava creare una coscienza fortemente critica verso le dottrine omologate dei capi religiosi.

Egli non citava meccanicamente gl’insegnamenti - modesti - delle autorità, ma partiva dalla sua esperienza di vita e dal rapporto vivo col Padre.

Non cercava appoggi, né per vivere sicuro e neppure per l’Annuncio - così creava menti sgombre e un fremito inconsueto.

In tal modo, nelle anime sospendeva i consueti dubbi di coscienza, le solite battaglie inoculate dalla cappa costume-dottrina-morale, e le sue lacerazioni interiori.

In modo trasparente e totalmente non artificioso, ancora oggi Cristo [nei suoi] scampa il male e lotta contro le forze plagianti, riduttive della nostra personalità.

Nella mentalità degli automatismi privi di Fede personale, a quel tempo sembrava che ci si trovasse quasi a dover subire le potenze del convincimento esterno.

Tutto ciò per evitare di esser emarginati dalla “nazione” [e da “gruppi” regolati sul conformismo].

Vale anche per noi.

Il dovere di partecipare a rituali collettivi - qui il sabato in sinagoga - rischia di attenuare la nostalgia intima del “noi stessi” che fornisce nutrimento all’eccezionalità vocazionale.

Originalità della storia della salvezza che viceversa potremmo diventare, senza la palla al piede di alcune regole del quieto vivere, al minimo - ritmato di momenti sociali consuetudinari e giorni simbolici [talora svuotati di senso].

(Tutto nei modi trasandati e meccanici che sappiamo a memoria, e non vogliamo più, perché sentiamo che non ci fanno raggiungere un livello superiore).

Il Maestro in noi ancora oggi fronteggia il potere che riduce le persone nella condizione di faciloneria senza originalità: un grigio e perpetuo tran-tran allergico alle differenze.

Apatia che produce paludi e camposanti anticipati, dove nessuno protesta ma neppure stupisce.

 

Nel Vangelo, la persona che d’improvviso fa scintille era da sempre un tranquillo frequentatore di assemblea, che stancamente trascinava la sua vita spirituale in piccoli ambiti senza colore, privi di largo respiro e ritmo.

Ma la Parola del Signore ha in sé una carica reale: la forza della beatitudine del vivere, del creare, dell’amare in verità - che non odia le caratteristiche eccentriche.

Dove giunge tale Appello vengono smascherati e saltano fuori dalle tane [prima simulate, concordiste, assuefatte, artificiosamente omologate] tutti i demoni che non t’aspetti.

Chi incontra Cristo è rovesciato dallo strapuntino abulico, seduta stante; vede le sue certezze buttate all’aria

Rivolgimento che consente alle sfaccettature celate o represse di fare la loro parte - anche se non sono “come dovrebbero essere”.

Insomma, il Vangelo invita ad accogliere tutto ciò che c’è in noi, così com’è, non attenuato; moltiplicando le energie - perché dentro si annida il meglio della nostra Chiamata alla personale Missione.

In Cristo, i nostri poliedrici volti (pur contraddittori) possono scendere in campo insieme, senza più reprimere i territori preziosi dell’anima, dell’essenza, del carattere, di un’altra persuasione - anche lontana o irripetibilmente singolare.

L’habitué delle assemblee viene sì scomodato e interpellato, ma almeno non rimane imbambolato come prima: fa un progresso vistoso dall’esistenza assopita e rituale - piegata, ripetitiva, spenta e finta.

È liberato faccia a faccia da tutte le propagande e luoghi comuni che prima lo tenevano buono, soggiogato, a guinzaglio delle “autorità” e dell’ambiente conservativo che respingeva ogni entusiasmo.

La nenia del luogo e tempo sacri era una litania che tutto sommato ci poteva stare, ma la proposta critica di Gesù restituisce coscienza e libertà da territori inculcati, infondendo stima, capacità di pensiero e voglia di fare.

Ora non più in disparte, ma in mezzo alla gente (v.35).

Dalla stanchezza dell’assuefazione prettamente cultuale, e persino attraverso una protesta che rompe l’apatia, la Persona divina e il suo Richiamo ci destano. Costringono a una vita da salvati, di nuova testimonianza che sembrava impossibile.

Senza tanti complimenti e per farci correre privi d’ipocrisie celate dentro, anche a noi il Signore tira fuori tutte le rabbie, i disaccordi e le alienazioni.

Non basta più fare numero (allineati e coperti), ormai bisogna scegliere.

 

La differenza tra religiosità comune e Fede? Lo stupore d’una Felicità profonda, personale, inattesa.

Infatti, via da pesi abitudinari e mentali, spegneremo le guerre con noi stessi e andremo a braccetto perfino coi nostri difetti - scoprendone la nascosta fecondità.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

L’incontro con Gesù vivo nella Chiesa ti ha liberato da forme di alienazione e restituito a te stesso o ti ha fatto tornare a chiedere appoggi, conferme sacrali e quiete - come frequentassi una zona-relax?

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In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
The image of the vineyard is clear: it represents the people whom the Lord has chosen and formed with such care; the servants sent by the landowner are the prophets, sent by God, while the son represents Jesus. And just as the prophets were rejected, so too Christ was rejected and killed (Pope Francis)
L’immagine della vigna è chiara: rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso (Papa Francesco)
‘Lazarus’ means ‘God helps’. Lazarus, who is lying at the gate, is a living reminder to the rich man to remember God, but the rich man does not receive that reminder. Hence, he will be condemned not because of his wealth, but for being incapable of feeling compassion for Lazarus and for not coming to his aid. In the second part of the parable, we again meet Lazarus and the rich man after their death (vv. 22-31). In the hereafter the situation is reversed [Pope Francis]
“Lazzaro” significa “Dio aiuta”. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo. Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte (vv. 22-31). Nell’al di là la situazione si è rovesciata [Papa Francesco]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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