Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
V Domenica di Quaresima (anno A) [22 marzo 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! In questa domenica si tocca il tema della morte e della vita che non muore. Dinanzi a tanta paura di morire possa questa parola di salvezza accendere in noi la speranza invincibile di vivere eternamente in Dio che è Amore
*Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (37,12-14)
Questo testo è molto breve, ma si vede chiaramente che forma un’unità: è incorniciato da due espressioni simili; all’inizio “Così dice il Signore Dio”, alla fine “Oracolo del Signore”. Una cornice che ha evidentemente lo scopo di solennizzare ciò che racchiude. Ogni volta che un profeta ritiene opportuno precisare che parla da parte del Signore, è perché il suo messaggio è particolarmente importante e difficile da ascoltare. Il messaggio di oggi è dunque ciò che sta dentro questa cornice: una promessa ripetuta due volte e rivolta al popolo di Dio, poiché Dio dice “o popolo mio”; entrambe le volte la promessa riguarda due punti: in primo luogo “Io apro i vostri sepolcri; in secondo luogo, “vi riconduco nella terra d’Israele”, oppure “vi farò riposare nella vostra terra”, che è la stessa cosa. Queste espressioni ci permettono di collocare il contesto storico: il popolo è in esilio a Babilonia, alla mercé dei Babilonesi, annientato (nel vero senso della parola, ridotto a nulla), come morto; per questo Dio parla di sepolcri. L’espressione “Io apro i vostri sepolcri” significa dunque che Dio rialzerà il suo popolo. Leggendo il capitolo 37 del libro di Ezechiele si nota che questo breve testo segue una visione del profeta chiamata “la visione delle ossa inaridite” e ne dà la spiegazione: il profeta vede un immenso esercito morto, disteso nella polvere; e Dio gli dice: i tuoi fratelli sono così disperati nel loro esilio che si credono morti, finiti… ebbene, io, Dio, li rialzerò. Tutta questa visione e la sua spiegazione evocano dunque la prigionia del popolo esiliato e il suo risollevamento da parte di Dio. Per il profeta Ezechiele è una certezza: il popolo non può essere eliminato, perché Dio gli ha promesso un’Alleanza eterna che nulla potrà distruggere; quindi, quali che siano le sconfitte, le rotture, le prove, si sa che il popolo sopravvivrà e ritroverà la sua terra, perché essa fa parte della promessa. “Io apro i vostri sepolcri… o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”: in fondo queste parole non hanno nulla di sorprendente; da sempre Israele sa che il suo Dio è fedele; e l’espressione “Saprete che io sono il Signore” dice proprio che è dalla sua fedeltà alle promesse che si riconosce il vero Dio. Ma perché ripetere due volte quasi le stesse cose? In realtà, la seconda promessa non si limita a ripetere la prima, ma la amplia: Riprende: Io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe e vi farò riposare nella vostra terra, e saprete che io sono il Signore: tutto questo è il ritorno alla situazione precedente al disastro dell’esilio babilonese. In questa seconda promessa c’è molto di più, di nuovo e mai visto prima: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”; qui si annuncia la nuova Alleanza: d’ora in poi la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori. Oppure, per riprendere un’altra espressione di Ezechiele, i cuori umani non saranno più di pietra, ma di carne.
Qui non c’è dubbio possibile: la ripetizione dell’espressione “o popolo mio” mostra chiaramente che queste due promesse annunciano una rinascita, una restaurazione del popolo. Non si tratta qui di una risurrezione individuale. La morte individuale non comprometteva il futuro del popolo; e per molto tempo è stato il futuro del popolo, e solo quello, a contare. Quando qualcuno moriva, si diceva che si era addormentato con i suoi padri, senza immaginare una sopravvivenza personale; al contrario, la sopravvivenza del popolo è sempre stata una certezza, perché il popolo è portatore delle promesse di Dio. Per credere nella risurrezione individuale occorrono due elementi: anzitutto interessarsi al destino dell’individuo — cosa che all’inizio della storia biblica non avveniva; l’interesse per la sorte personale è una conquista tardiva. In secondo luogo, è indispensabile credere in un Dio che non vi abbandona alla morte. La certezza che Dio non abbandona mai l’uomo non è nata all’improvviso; si è sviluppata al ritmo degli eventi concreti della storia del popolo eletto. L’esperienza storica dell’Alleanza è ciò che nutre la fede d’Israele, è l’esperienza di un Dio che libera l’uomo da ogni schiavitù e interviene incessantemente per liberarlo; un Dio fedele che non ritratta mai. È questa fede che guida tutte le scoperte d’Israele; anzi ne è il motore. Quattro secoli dopo Ezechiele, verso il 165 a.C., questi due elementi congiunti — la fede in un Dio che libera continuamente l’uomo e la scoperta del valore di ogni persona umana — hanno condotto alla fede nella risurrezione individuale. E’ apparso evidente che Dio libererà l’individuo dalla schiavitù più terribile e definitiva, quella della morte. Questa scoperta è così tardiva nel popolo ebraico che, al tempo di Cristo, non era ancora condivisa da tutti: i Sadducei, infatti, erano noti come coloro che non credono alla risurrezione. Forse però la profezia di Ezechiele potrebbe superare la sua stessa comprensione, senza esserne consapevole. Lo Spirito di Dio parlava per mezzo della sua bocca e potremmo pensare: Ezechiele non sapeva quanto fosse grande ciò che stava annunciando
*Salmo Responsoriale (129/130)
Nel Salterio esiste un gruppo di quindici salmi che portano un nome particolare: Canto delle ascese o salite. Ciascuno di essi comincia con le parole “Canto delle ascese o salite” che in ebraico indica andare a Gerusalemme in pellegrinaggio. Nei Vangeli, del resto, l’espressione “salire a Gerusalemme” ricorre più volte con lo stesso significato: evoca il pellegrinaggio per le tre feste annuali e, in particolare, la più importante tra esse, la festa delle Capanne. Questi quindici salmi accompagnavano dunque l’intero pellegrinaggio. Ancor prima di arrivare a Gerusalemme, anticipavano già lo svolgimento della festa. Per alcuni, si può perfino intuire in quale momento del pellegrinaggio venissero cantati; per esempio, il salmo (121/122) Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore… ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… era probabilmente il salmo dell’arrivo. Il salmo 129/130) è uno di questi Canti delle salite; veniva probabilmente cantato durante la festa delle Capanne nel corso di una celebrazione penitenziale ed ecco perché colpa e perdono sono particolarmente presenti nel salmo: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?”. Il peccatore che qui supplica, è certo di essere perdonato, è il popolo che riconosce insieme l’infinita bontà di Dio, la sua instancabile fedeltà (la sua Hesed) e l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere all’Alleanza. Queste infedeltà ripetute sono vissute come una vera morte spirituale: “Dal profondo a te grido”, grido che si rivolge a Colui il cui stesso essere è Perdono: questo è il senso dell’espressione “con. te è il perdono”. Dio è Amore ed è Dono, ed è la stessa cosa. Ora “per-dono” non è altro che un dono che va al di là di tutto. Perdonare significa continuare a proporre un’Alleanza, un futuro possibile, oltre le infedeltà dell’altro. Ricordiamo la storia di Davide: dopo l’uccisione del marito di Betsabea, il profeta Natan gli annunciò il perdono di Dio prima ancora che Davide avesse pronunciato una sola parola di pentimento o di confessione. L’idea che Dio perdona sempre però non piace a tutti; eppure è senza dubbio una delle affermazioni centrali della Bibbia, fin dall’Antico Testamento. E Gesù riprende con forza lo stesso insegnamento: per esempio, nella parabola del figlio prodigo nel Vangelo secondo Luca (capitolo 15), il padre è già sulla strada ad aspettare il figlio (segno che lo ha già perdonato) e gli apre le braccia prima ancora che il figlio abbia aperto bocca. E l’esempio del perdono totalmente gratuito di Dio ci è stato dato da Gesù stesso sulla croce: coloro che lo stavano uccidendo non hanno detto una sola parola di pentimento, eppure egli dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È proprio nel suo perdono, dice la Bibbia, che Dio manifesta la sua potenza. Anche questa è una grande scoperta di Israele; si pensi a quanto afferma il libro della Sapienza: “La tua forza, Signore, è principio di giustizia… tu che disponi della forza, giudichi con mitezza e ci governi con grande indulgenza” (Sap 12,16.18). La certezza della misericordia di Dio non genera presunzione né indifferenza verso il peccato, ma riconoscenza umile e stupita.: “con te è il perdono così avremo il tuo timore”. Questa formula concisa indica l’atteggiamento del credente davanti a Dio che è solo dono e perdono.. Questa certezza del per-dono, sempre offerto oltre ogni colpa, ispira a Israele un atteggiamento di speranza straordinaria. Israele pentito attende il perdono “più che le sentinelle l’aurora”. “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”: espressioni simili ricorrono spesso nei testi biblici. Annunciano a Israele la liberazione definitiva, la liberazione da tutte le colpe di tutti i tempi. Israele attende ancora di più: proprio perché il popolo dell’Alleanza sperimenta la propria debolezza e il peccato sempre ricorrente, ma anche la fedeltà di Dio, attende da Dio stesso il compimento definitivo delle sue promesse. Al di là del perdono immediato, ciò che attende di secolo in secolo è l’aurora definitiva, che spera contro ogni speranza, come Abramo: l’aurora del Giorno di Dio. Tutti i salmi sono attraversati da questa attesa messianica. I cristiani sanno con ancora maggiore certezza che il nostro mondo va verso il suo compimento: un compimento che ha un nome, Gesù Cristo: “L’anima nostra attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 8-11)
“Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”, annuncia Ezechiele nella prima lettura, ma dal battesimo, ricorda qui san Paolo, questo è realtà e usa un’espressione immaginata: Lo Spirito di Dio abita in voi. Prendendola alla lettera, un commentatore parla di cambio di proprietario. Siamo diventati dimora dello Spirito: è lui che ormai comanda. Sarebbe interessante domandarci, in tutti gli ambiti della nostra vita, personale e comunitaria, chi è ai comandi, chi è il padrone di casa in noi; oppure, se preferiamo, qual è il nostro obiettivo della vita. Secondo Paolo non ci sono molte alternative: o siamo sotto l’influsso dello Spirito, cioè ci lasciamo guidare da lui, oppure non ci lasciamo ispirare dallo Spirito e questo egli lo chiama essere sotto l’influsso della carne. Essere sotto l’influsso dello Spirito è facile da capire: basta sostituire alla parola Spirito la parola Amore come nella Lettera ai Galati mostra spiegando i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22-23), in una parola l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della nostra vita. Paolo è erede di tutta la tradizione dei profeti: e tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della nostra relazione con gli altri; nei «Canti del Servo», il libro di Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52–53) afferma con forza che vivere secondo lo Spirito di Dio significa amare e servire i fratelli. Una volta definita la vita secondo lo Spirito, cioè la vita secondo l’amore, si capisce facilmente che cosa Paolo intenda per vita secondo la carne: è il contrario, cioè l’indifferenza o l’odio; in altre parole, l’amore è il decentrarsi da sé, la vita sotto l’influsso della carne è il centrarsi su di sé. La domanda: Chi comanda? qui diventa Chi è il centro del nostro mondo? E quelli che sono sotto l’influsso della carne non possono piacere a Dio, dice Paolo. Al contrario, Cristo è il Figlio amato nel quale Dio si compiace, cioè è in perfetta armonia con Dio proprio perché è anch’egli tutto amore. In questo senso, il racconto delle Tentazioni, letto nella prima domenica di Quaresima (Matteo cap.4), è molto eloquente perché Gesù appare totalmente centrato su Dio e sulla sua Parola e rifiuta decisamente di centrarsi sulla propria fame o perfino sui bisogni della sua missione messianica. Se il testo delle tentazioni ci viene proposto ogni anno all’inizio della Quaresima, è perché la Quaresima è proprio un cammino di decentramento da noi stessi per ricentrarci su Dio e sugli altri. Più avanti, nella stessa Lettera ai Romani, Paolo dice che lo Spirito di Dio ci rende figli: è lui che ci spinge a chiamare Dio Padre. Ciò che in noi è amore viene da Dio, è la nostra eredità di figli. Lo Spirito è la vostra vita, dice ancora Paolo: traduciamo, l’amore è la vostra vita. Del resto sappiamo per esperienza che solo l’amore è creatore. Ciò che non è amore non viene da Dio e, proprio perché non viene da Dio, è destinato alla morte. La grande buona notizia di questo testo è che tutto ciò che in noi è amore viene da Dio e quindi non può morire. Come dice Paolo: “Se Dio ha risuscitato Gesù dai morti… darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
Dal Vangelo secondo Giovanni (11,1-45)
Abbiamo preso l’abitudine di chiamare questo brano la risurrezione di Lazzaro, ma, a dire il vero, non è il termine più appropriato; quando proclamiamo “Credo nella risurrezione dei morti e nella vita eterna”, intendiamo ben altro. La morte di Lazzaro è stata in qualche modo solo una parentesi nella sua vita terrena; dopo il miracolo di Gesù, la sua esistenza ha ripreso il corso ordinario ed è stata, più o meno, la stessa di prima. Lazzaro ha avuto semplicemente un prolungamento della vita terrena. Il suo corpo non è stato trasformato ed egli è dovuto morire una seconda volta; la sua prima morte non è stata ciò che sarà per noi, cioè il passaggio alla vera vita. Allora ci si può chiedere: a che scopo? Compiendo questo miracolo, Gesù ha corso grandi rischi, perché si era già fatto fin troppo notare… e per Lazzaro non si è trattato che di rimandare l’appuntamento definitivo. È san Giovanni a rispondere alla nostra domanda: “a che scopo questo miracolo?. Ci dice che è un segno molto importante: Gesù si manifesta come colui nel quale abbiamo la vita senza fine e nel quale possiamo credere, cioè sul quale possiamo puntare la nostra vita. Del resto, i sommi sacerdoti e i farisei non si sono sbagliati: hanno ben compreso la gravità del segno compiuto da Gesù perché il vangelo di Giovanni dice che molti molti cominciarono a credere in lui proprio a causa del risveglio di Lazzaro, ed è allora che decisero di farlo morire. Questo miracolo ha dunque firmato la condanna a morte di Gesù; a pensarci duemila anni dopo, sembra paradossale: essere capace di ridare la vita meritava la morte. Triste esempio delle aberrazioni a cui possono condurre le nostre certezze… Torniamo al racconto di quello che potremmo chiamare il “risveglio di Lazzaro”, perché non si tratta di una vera risurrezione ma piuttosto di un supplemento di vita terrena. Facciamo solo a due osservazioni.
Prima osservazione: per Gesù conta una sola cosa, la gloria di Dio; ma per vedere la gloria di Dio bisogna credere (Se credi, vedrai la gloria di Dio, dice a Marta). Fin dall’inizio del racconto, quando gli annunciano: Signore, colui che ami è malato, Gesù risponde ai discepoli: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”, cioè per la rivelazione del mistero di Dio. La fede ci apre gli occhi, toglie la benda della sfiducia che avevamo posto sul nostro sguardo. Seconda osservazione: qui la fede nella risurrezione compie il suo ultimo passo. In Israele la fede nella risurrezione è apparsa tardi; è affermata chiaramente solo nel II secolo a.C., al tempo della persecuzione di Antioco Epifane, e al tempo di Cristo non era ancora condivisa da tutti. Marta e Maria, evidentemente, fanno parte di coloro che vi credono. Ma nella loro mente si tratta ancora di una risurrezione alla fine dei tempi; quando Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù però corregge: non parla al futuro, ma al presente: “Io sono la risurrezione e la vita… Chi crede in me anche se muore vivrà ; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno” A ben comprendere, sentiamo che la Risurrezione è già adesso.” Io sono la risurrezione e la vita” significa che la morte come separazione da Dio non esiste più: è vinta nella risurrezione di Cristo per cui i credenti con Paolo possono dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. Ormai nulla potrà separarci dall’amore di Cristo, neppure la morte. La vera novità di questo Vangelo non è che un morto torna alla vita, ma che la vita stessa ha un volto: Gesù. Quando dice: Io sono la risurrezione e la vita, non promette soltanto un evento futuro; afferma che chi vive in comunione con Lui entra già ora in una vita che la morte non può distruggere. Lazzaro uscirà di nuovo dal sepolcro per poi morire ancora; ma chi è unito a Cristo non tornerà più nel sepolcro come in una prigione definitiva. La morte biologica diventa passaggio, non fine; soglia, non abisso. Se viviamo in comunione con Dio — cioè nell’amore — siamo già dentro l’eternità. Perché Dio non è soltanto Colui che dà la vita: è la Vita stessa. E ciò che è unito alla Vita non può essere annientato.
Come scrive sant’Agostino: “Temi la morte? Ama. L’amore uccide la morte”
E ancora san Paolo, nella Lettera ai Romani: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39). Ecco il cuore del segno di Lazzaro: chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui e questa comunione non conosce fine. La vera risurrezione comincia adesso.
+Giovanni D’Ercole
E conta il presente, non la genealogia
(Gv 7,1-2.10.25-30)
Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale. Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, creativo.
Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.
L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale. È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.
Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.
Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente. Sappiamo che rimutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?
Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?
Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.
Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo per conservare sicurezze nell’immediato. Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.
Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante. La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.
Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa; secondo il quarto Vangelo due o tre, in occasione della Pasqua.
È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.
Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua ‘presenza’ nei comuni fedeli, costretti a non rendere palese l’adesione del cuore - in specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ekklesia) di fine primo secolo.
La ‘conoscenza’ di Dio passa ora attraverso la sfida del ‘riconoscimento’ di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.
La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e guardava al futuro celebrando speranze di prestigio e vittoria su altre nazioni.
Ebbene, anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso, nonché all’influsso perverso d’una spiritualità vuota, di circostanza.
E se alcuni opportunisti volessero metterci le mani addosso per interesse o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine, e fantasie, il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).
Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.
L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora ‘sub contraria specie’: nella regalità che spinge verso il basso.
Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.
In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.
Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e ‘passaggio’ che convince l’anima.
[Venerdì 4.a sett. Quaresima, 20 marzo 2026]
E conta il presente, non la genealogia
(Gv 7,1-2.10.25-30)
Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire
«[Certo] e mi conoscete e conoscete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma è veritiero colui che mi ha mandato, che voi non conoscete. Io lo conosco, perché sono da lui ed egli mi ha mandato» (Gv 7,28-29).
Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale.
Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, personale, creativo.
Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.
L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale.
È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.
Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.
Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente.
Sappiamo bene che rifutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?
Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?
Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.
Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo, per conservare sicurezze nell’immediato - e magari guadagnarci sopra.
Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.
Tutta l’esistenza diverrà un inutile compromesso di sceneggiate, che nel giro degli eventi da allestire mascherano teatrini e tornaconto, facendo impallidire, annientando i risvolti vocazionali autentici.
Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante.
La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.
Anche oggi, intorno al Cristo vivente si costituisce come una intelaiatura di rispetto e costernazione.
Obbedire alla propria Chiamata per Nome significa sperimentare la chiusura e l’opposizione delle autorità.
Tutto ciò, tra lo smarrimento della gente - forse anch’essa confusa perché si attende tutt’altro, e fa fatica a riconoscerci.
Anche chi procede in incognito - eppure è in Cristo - non può passare inosservato. E conta il presente, non la genealogia.
Le cose forbite o le benemerenze attese [la fama, la grande città, la stirpe che conta...] non toccano il nocciolo della questione.
L’origine di Dio in noi è inesplicabile, enigmatica. Ma Egli ci presenta come suoi inviati.
Gli esperti della città eterna non conoscono il Padre (v.28), malgrado si vantino di possederlo in esclusiva: nelle credenze, nelle norme, nella loro storia, nel Tempio, nel loro tipo di vita particolare.
Sia nelle opinioni popolari che di élite, il Mistero avrebbe dovuto avere origine sconosciuta e occulta...
Come indovinarlo in ciascuno di noi [privi della vetrina di grandi titoli, passerelle, pretese, opere esteriori]?
Come coglierlo, se per l’opinione pubblica non siamo niente di eccezionale, nulla di ‘speciale’ - e pure inopportuni?
Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa.
Secondo il quarto Vangelo, due o tre, in occasione della Pasqua.
È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.
Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua sacra Presenza nei comuni fedeli.
In specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ecclesia) di fine primo secolo, i credenti nel Signore Gesù furono costretti a non rendere palese l’adesione del cuore.
La vocazione è nostro destino, il segreto della vita.
Queste idee che non riusciamo a rinchiudere lanciano opinioni e modi di essere nuovi.
Eccentricità che finiscono per generare dubbi negli altri, e opposizione aperta da parte di coloro che detengono le briglie del potere.
Tutti difensori raccogliticci, senza criticità di peso specifico: cooptati da rappresentazione; del mondo e modo antico o affermato, risaputo e quieto, ovvero à la page.
La conoscenza di Dio passa viceversa attraverso la sfida del riconoscimento di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi.
Cristo arcano e reale, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.
La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e spingeva lo sguardo verso un futuro glorioso.
Essa celebrava speranze di prestigio, l’attesa definitiva vittoria su altre nazioni (e il loro sfruttamento).
Ma gli amici del Figlio non hanno ambizioni predatorie.
Anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso.
Disdegniamo gli influssi perversi di ogni spiritualità vuota e opportunista, o spenta, di circostanza.
E se alcuni interessati volessero metterci le mani addosso per interesse [o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine e fantasie] il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).
Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.
L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora sub contraria specie: nella regalità che spinge verso il basso.
Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.
In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.
Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e passaggio che convince l’anima.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come tutelo in Cristo il mio vissuto comunitario e le mie trasposizioni di Fede?
Oppure ho lasciato che in me e fuori il Signore venisse ucciso per convenienza?
La conoscenza di Dio
La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza” s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.
[Papa Benedetto, omelia nella Cena del Signore 1 aprile 2010]
La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza” s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.
[Papa Benedetto, omelia nella Cena del Signore 1 aprile 2010]
“Il Padre vi ama”(cfr Gv 16, 27)
Cari giovani amici!
1. Nella prospettiva dell'ormai prossimo Giubileo, il 1999 assume la funzione di "dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del “Padre che è nei cieli” dal quale è stato mandato ed al quale è ritornato" (Tertio millennio adveniente, 49). Non è possibile, infatti, celebrare Cristo ed il suo giubileo senza volgersi, con lui, verso Dio, Padre suo e Padre nostro (cfr Gv 20, 17). Anche lo Spirito Santo rimanda al Padre e a Gesù: se lo Spirito ci insegna a dire “Gesù è il Signore” (cfr 1 Cor 12, 3), è per renderci capaci di parlare con Dio chiamandolo “Abbà, Padre!” (cfr Gal 4, 6).
Vi invito, dunque, insieme con tutta la Chiesa a rivolgervi verso Dio Padre e ad ascoltare con gratitudine e meraviglia la sorprendente rivelazione di Gesù: “Il Padre vi ama!” (cfr Gv 16,27). Sono queste le parole che vi affido come tema della XIV Giornata Mondiale della Gioventù. Cari giovani, accogliete l’amore che Dio per primo vi dona (cfr 1 Gv 4, 19). Rimanete ancorati a questa certezza, la sola capace di dare senso, forza e gioia alla vita: non si allontanerà mai da voi il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con voi (cfr Is 54, 10). Egli ha impresso il vostro nome sulle palme delle sue mani (cfr Is 49, 16).
2. Anche se non sempre cosciente e chiara, nel cuore dell’uomo esiste una profonda nostalgia di Dio, che sant’Ignazio di Antiochia ha così espresso, in modo eloquente: "Un’acqua viva mormora in me e mi dice dentro: “Vieni al Padre!”" (Ad Rom. 7). "Signore, mostrami la tua Gloria", supplica Mosè sulla montagna (Es 33,18).
"Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). È dunque sufficiente conoscere il Figlio per conoscere il Padre? Filippo non si lascia facilmente convincere: "Mostraci il Padre", domanda. La sua insistenza ci ottiene una risposta che supera la nostra attesa: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? . . . Chi ha visto me ha visto il Padre" (Ivi, 14, 8-11).
Dopo l’Incarnazione, esiste un volto di uomo nel quale è possibile vedere Dio: "Credetemi, io sono nel Padre e il Padre è in me", dice Gesù non più soltanto a Filippo, ma a tutti coloro che crederanno (Ivi, 14,11). Da allora, chi accoglie il Figlio di Dio accoglie Colui che lo ha mandato (cfr Ivi, 13,20). Al contrario: "Chi odia me, odia anche il Padre mio" (Ivi, 15, 23). Da allora, un nuovo rapporto è possibile tra il Creatore e la creatura, quello del figlio con il proprio Padre: ai discepoli che vogliono entrare nei segreti di Dio e chiedono di imparare a pregare per trovare sostegno nel cammino, Gesù risponde insegnando il Padre nostro, "sintesi di tutto il Vangelo" (Tertulliano, De oratione, 1). In esso trova conferma la nostra condizione di figli (cfr Lc 11, 1-4). "Da una parte, con le parole di questa preghiera, il Figlio Unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il Maestro della nostra preghiera. Dall’altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle di umanità, e ce li manifesta: è il Modello della nostra preghiera" (CCC 2765).
Trasmettendoci la testimonianza diretta della vita del Figlio di Dio, il Vangelo di Giovanni ci indica il cammino da seguire per conoscere il Padre. L’invocazione “Padre” è il segreto, il respiro, la vita di Gesù. Non è egli forse il Figlio unico, il primogenito, l’amato verso il quale tutto si rivolge, presente presso il Padre ancor prima che il mondo fosse, compartecipe della sua stessa gloria? (cfr 17, 5). Dal Padre Gesù riceve il potere su ogni cosa (cfr 17, 2), il messaggio da annunciare (cfr 12, 49), l’opera da compiere (cfr 14, 31). Gli stessi discepoli non gli appartengono: è il Padre che glieli ha dati (cfr 17, 9), affidandogli il compito di custodirli dal male, perché nessuno vada perduto (cfr 18, 9).
Nell’ora di passare da questo mondo al Padre, la "preghiera sacerdotale" rivela l’animo del Figlio: "Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (17, 5). In qualità di Sommo ed Eterno Sacerdote, Cristo si mette alla testa dell’immenso corteo dei redenti. Primogenito di una moltitudine di fratelli, egli riconduce all’unico ovile le pecore del gregge disperso, perché ci sia "un solo gregge e un solo pastore" (10, 16).
Grazie alla sua opera, la stessa relazione amorosa che esiste all'interno della Trinità viene trasferita nella relazione del Padre con l'umanità redenta: “Il Padre vi ama!”. Come potrebbe questo mistero d'amore essere compreso senza l'azione dello Spirito, effuso dal Padre sui discepoli grazie alla preghiera di Gesù (cfr 14, 16)? L'incarnazione del Verbo eterno nel tempo e la nascita per l'eternità di quanti vengono a lui incorporati mediante il battesimo non sarebbero concepibili senza l’azione vivificante del medesimo Spirito.
3. "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (3, 16). Il mondo è amato da Dio! E nonostante i rifiuti di cui è capace, esso resterà amato fino alla fine. “Il Padre vi ama” da sempre e per sempre: questa è la novità inaudita, "il semplicissimo e sconvolgente annuncio del quale la Chiesa è debitrice all’uomo" (cfr Christifideles laici, 34). Se anche il Figlio ci avesse detto questa sola parola, sarebbe sufficiente. "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). Non siamo orfani, l’amore è possibile. Perché - lo sapete - non si è capaci di amare se non si è amati.
Ma come annunciare questa buona notizia? Gesù indica il cammino da seguire: mettersi in ascolto del Padre per essere da Lui ammaestrati (6, 45) e osservare i comandamenti (cfr 14, 23). Tale conoscenza del Padre, poi, andrà crescendo: "Ho fatto conoscere loro il tuo nome, e lo farò conoscere ancora" (17, 26), e sarà opera dello Spirito Santo, che conduce alla verità tutta intera (cfr 16,13).
Nella nostra epoca, la Chiesa e il mondo hanno bisogno più che mai di “missionari” che sappiano proclamare con la parola e con l’esempio questa fondamentale, consolante certezza. Consapevoli di ciò voi, giovani di oggi e adulti del nuovo millennio, lasciatevi “formare” alla scuola di Gesù. Nella Chiesa e nei vari ambienti in cui si svolge la vostra esistenza quotidiana diventate testimoni credibili dell’amore del Padre! Rendetelo visibile nelle scelte e negli atteggiamenti, nel modo di accogliere le persone e di mettervi al loro servizio, nel fedele rispetto della volontà di Dio e dei suoi Comandamenti.
“Il Padre vi ama”. Questo annuncio meraviglioso viene deposto nel cuore del credente che, come il discepolo amato da Gesù, reclina il capo sul petto del Maestro e ne raccoglie le confidenze: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui" (14, 21), perché "questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (17, 3).
Riflesso dell’amore del Padre sono le diverse forme di paternità che incontrate sul vostro cammino. Penso in particolare ai vostri genitori, collaboratori di Dio nel trasmettervi la vita e nel prendersi cura di voi: onorateli (cfr Es 20, 12) e siate loro riconoscenti! Penso ai sacerdoti ed alle altre persone consacrate al Signore, che sono per voi amici, testimoni e maestri di vita, "per il progresso e la gioia della vostra fede" (Fil 1, 25). Penso agli educatori autentici che con la loro umanità, la loro sapienza e la loro fede contribuiscono in modo significativo alla vostra crescita cristiana e, dunque, pienamente umana. Per ognuna di queste valide persone, che vi sono accanto lungo le strade della vita, ringraziate sempre il Signore.
4. Il Padre vi ama! La consapevolezza di questa predilezione da parte di Dio non può non spingere i credenti "a intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione . . . Ecco il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della Penitenza nel suo significato più profondo" (Tertio millennio adveniente, 50).
"Il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente" (CCC 387); è il rifiuto di vivere della vita di Dio ricevuta nel Battesimo, di lasciarsi amare dal vero Amore: l’uomo, infatti, ha il terribile potere di ostacolare Dio nella sua volontà di donare ogni bene. Il peccato, che trova origine nella volontà libera della persona (cfr Mc 7, 20), è una trasgressione dell’amore vero; ferisce la natura dell’uomo e dissolve la solidarietà umana, manifestandosi in atteggiamenti, parole ed azioni sature di egoismo (cfr CCC 1849-1850). È nell’intimo che la libertà si apre e si chiude all’amore. Questo è il dramma costante dell’uomo, che spesso sceglie la schiavitù, sottomettendosi a paure, a capricci, ad abitudini sbagliate, creandosi idoli che lo dominano, ideologie che ne avviliscono l'umanità. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni: "Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato" (8, 34).
Gesù dice a tutti: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1, 15). All’origine di ogni autentica conversione c’è lo sguardo di Dio sul peccatore. E' uno sguardo che si traduce in ricerca piena d’amore, in passione fino alla croce, in volontà di perdono che, manifestando al colpevole la stima e l’amore di cui continua ad essere oggetto, gli rivela per contrasto il disordine in cui è immerso, sollecitandolo alla decisione di cambiare vita. È il caso di Levi (cfr Mc 2, 13-17), di Zaccheo (cfr Lc 19, 1-10), dell’adultera (cfr Gv 8, 1-11), del ladrone (cfr Lc 23, 39-43), della samaritana (cfr Gv 4, 1-30): "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" (Redemptor hominis, 10). Quando ha scoperto e gustato il Dio della misericordia e del perdono, l'essere umano non può vivere altrimenti che convertendosi continuamente a Lui (cfr. Dives in misericordia, 13).
"Va’ e d’ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11): il perdono è dato gratuitamente, ma l’uomo è invitato a corrispondervi con un serio impegno di vita rinnovata. Dio conosce troppo bene le sue creature! Non ignora che la manifestazione sempre maggiore del suo amore finirà per suscitare nel peccatore il disgusto del peccato. Per questo l’amore di Dio si svolge nella continua offerta di perdono.
Quanto eloquente è la parabola del figlio prodigo! Dal momento in cui egli s'allontana da casa, il padre vive nella trepidazione: attende, spera, scruta l’orizzonte. Rispetta la libertà del figlio, ma soffre. E quando il figlio si decide a fare ritorno, egli lo vede da lontano e gli va incontro, lo stringe forte tra le braccia e pieno di gioia comanda: "Mettetegli l’anello al dito - simbolo dell’alleanza - portate qui il vestito più bello e rivestitelo - simbolo della vita nuova - mettetegli i calzari ai piedi - simbolo della dignità riacquistata - e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!" (Lc 15, 11-32).
5. Prima di salire presso il Padre, Gesù ha affidato alla sua Chiesa il ministero della riconciliazione (cfr Gv 20, 23). Non basta, quindi, un pentimento soltanto interiore per ottenere il perdono di Dio. La riconciliazione con Lui si ottiene attraverso la riconciliazione con la comunità ecclesiale. Per questo il riconoscimento della colpa passa attraverso un gesto sacramentale concreto: il pentimento e l’accusa dei peccati, col proposito di vita nuova, dinanzi al ministro della Chiesa.
L’uomo contemporaneo, purtroppo, quanto più smarrisce il senso del peccato tanto meno ricorre al perdono di Dio: da questo dipendono molti dei problemi e delle difficoltà del nostro tempo. In questo anno, vi invito a riscoprire la bellezza e la ricchezza di grazia del sacramento della Penitenza ripercorrendo attentamente la parabola del figlio prodigo, dove viene sottolineato non tanto il peccato, quanto la tenerezza di Dio e la sua misericordia. Ascoltando la Parola in atteggiamento di preghiera, di contemplazione, di meraviglia, di certezza, dite a Dio: "Ho bisogno di te, conto su di te per esistere e per vivere. Tu sei più forte del mio peccato. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità di salvarmi così come sono adesso. Ricordati di me. Perdonami!".
Guardatevi “dentro”. Prima che contro una legge o una norma morale, il peccato è contro Dio (cfr Sal 50 [51], 6), contro i fratelli e contro voi stessi. Mettetevi di fronte a Cristo, Figlio unico del Padre e modello di tutti i fratelli. Lui solo ci rivela ciò che dobbiamo essere verso il Padre, verso il prossimo, verso la società per essere in pace con noi stessi. Ce lo rivela attraverso il Vangelo, che forma con Gesù Cristo una cosa sola. La fedeltà all’uno è misura della fedeltà all’altro.
Accostatevi con fiducia al sacramento della Confessione: con l'accusa delle colpe mostrerete di voler riconoscere l'infedeltà e interromperla; attesterete il bisogno di conversione e di riconciliazione, per ritrovare la pacificante e feconda condizione di figli di Dio in Cristo Gesù; esprimerete solidarietà verso i fratelli anch'essi provati dal peccato (cfr CCC 1445).
Ricevete, infine, con animo grato l’assoluzione da parte del sacerdote: è il momento in cui il Padre pronuncia sul peccatore pentito la parola che fa vivere: "Questo mio figlio è tornato in vita!". La Sorgente dell’amore rigenera e rende capaci di superare l'egoismo e tornare ad amare con intensità maggiore.
6. "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 37-40). Gesù non dice che il secondo comandamento è identico al primo, ma che gli è “simile”. I due comandamenti non sono dunque intercambiabili, come se si potesse soddisfare automaticamente al comandamento dell’amore di Dio osservando quello dell’amore del prossimo, o viceversa. Essi hanno consistenza propria, e devono essere ambedue osservati. Gesù però li affianca l'uno all'altro per render chiaro a tutti che essi sono tra loro strettamente connessi: impossibile osservare l’uno senza mettere in pratica l’altro. "La loro unità inscindibile è testimoniata da Gesù con le parole e con la vita: la sua missione culmina nella Croce che redime, segno del suo indivisibile amore al Padre e all’umanità" (Veritatis splendor, 14).
Per sapere se si ama veramente Dio, occorre verificare se si ama sul serio il prossimo. E se si vuole saggiare la qualità dell’amore per il prossimo, ci si deve domandare se si ama veramente Dio. Perché "chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4, 20), e "da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti" (ivi, 5, 2).
Nella Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente ho esortato i cristiani a "sottolineare più decisamente l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati" (n. 51). Si tratta di un'opzione “preferenziale”, non esclusiva. Gesù ci invita ad amare i poveri, perché ad essi si deve un'attenzione particolare in ragione proprio della loro vulnerabilità. Essi - è noto - sono sempre più numerosi, anche nei paesi cosiddetti ricchi, nonostante che i beni di questo mondo siano destinati a tutti! Ogni situazione di povertà interpella la carità cristiana di ciascuno. Essa, però, deve diventare anche impegno sociale e politico, perché il problema della povertà nel mondo dipende da condizioni concrete che devono essere trasformate da uomini e donne di buona volontà, costruttori della civiltà dell’amore. Sono “strutture di peccato” che non possono essere vinte se non con la collaborazione di tutti, nella disponibilità a “perdersi” per l’altro invece di sfruttarlo, a “servirlo” invece di opprimerlo (cfr. Sollicitudo rei socialis, 38).
Cari giovani, invito voi, in modo particolare, a prendere iniziative concrete di solidarietà e di condivisione accanto e con i più poveri. Prendete parte con generosità a qualcuno dei progetti che nei diversi paesi vedono impegnati altri vostri coetanei in gesti di fraternità e solidarietà: sarà un modo di “restituire” al Signore nella persona dei poveri almeno qualcosa di tutto ciò che Egli ha dato a voi, più fortunati. E potrà essere anche l’espressione immediatamente visibile di una scelta di fondo: quella di orientare decisamente la vita verso Dio ed i fratelli.
7. Maria riassume nella sua persona tutto il mistero della Chiesa, è la “figlia prescelta del Padre” (Tertio millennio adveniente, 54), che ha accolto liberamente e risposto con disponibilità al dono di Dio. “Figlia” del Padre ha meritato di divenire la Madre del suo Figlio: "“Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38). E' Madre di Dio, perché perfettamente figlia del Padre.
Nel suo cuore non c'è altro desiderio che quello di sostenere i cristiani nell'impegno di vivere come figli di Dio. Quale madre tenerissima, essa li conduce incessantemente a Gesù, affinché, seguendolo, imparino a coltivare la loro relazione con il Padre del cielo. Come alle nozze di Cana, li invita a fare quanto il Figlio dirà loro (cfr Gv 2, 5), sapendo che è questo il cammino per giungere alla casa del “Padre misericordioso” (cfr 2 Cor 1, 3).
La XIV Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà quest’anno nelle Chiese locali, è l’ultima prima del grande appuntamento giubilare. Essa assume, pertanto, una particolare rilevanza nella preparazione all'Anno Santo del 2000. Prego affinché divenga per ciascuno di voi occasione per un rinnovato incontro con il Signore della vita e con la sua Chiesa.
A Maria affido il vostro cammino e le chiedo di preparare i vostri cuori ad accogliere la grazia del Padre, per diventare testimoni del suo amore.
Con questi sentimenti, augurando un anno ricco di fede e di impegno evangelico, tutti di cuore vi benedico.
Dal Vaticano, 6 Gennaio 1999, Solennità dell'Epifania del Signore.
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio XIV GMG]
La paura è uno dei nemici più brutti della nostra vita cristiana. Gesù esorta: “Non abbiate paura”, “non abbiate paura”. E Gesù descrive tre situazioni concrete che essi si troveranno ad affrontare.
Anzitutto, la prima, l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio, edulcorandola, annacquandola, o mettendo a tacere chi la annuncia. In questo caso, Gesù incoraggia gli Apostoli a diffondere il messaggio di salvezza che Lui ha loro affidato. Per il momento, Lui lo ha trasmesso con cautela, quasi di nascosto, nel piccolo gruppo dei discepoli. Ma loro dovranno dire “nella luce”, cioè apertamente, e annunciare “dalle terrazze” – così dice Gesù – cioè pubblicamente, il suo Vangelo.
La seconda difficoltà che i missionari di Cristo incontreranno è la minaccia fisica contro di loro, cioè la persecuzione diretta contro le loro persone, fino all’uccisione. Questa profezia di Gesù si è realizzata in ogni tempo: è una realtà dolorosa, ma attesta la fedeltà dei testimoni. Quanti cristiani sono perseguitati anche oggi in tutto il mondo! Soffrono per il Vangelo con amore, sono i martiri dei nostri giorni. E possiamo dire con sicurezza che sono più dei martiri dei primi tempi: tanti martiri, soltanto per il fatto di essere cristiani.
[…] Non bisogna lasciarsi spaventare da quanti cercano di spegnere la forza evangelizzatrice con l’arroganza e la violenza. Nulla, infatti, essi possono contro l’anima, cioè contro la comunione con Dio: questa, nessuno può toglierla ai discepoli, perché è un dono di Dio. La sola paura che il discepolo deve avere è quella di perdere questo dono divino, la vicinanza, l’amicizia con Dio, rinunciando a vivere secondo il Vangelo e procurandosi così la morte morale, che è l’effetto del peccato.
Il terzo tipo di prova che gli Apostoli si troveranno a fronteggiare, Gesù la indica nella sensazione, che alcuni potranno sperimentare, che Dio stesso li abbia abbandonati, restando distante e silenzioso. Anche qui esorta a non avere paura, perché, pur attraversando queste e altre insidie, la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce.
Sono come le tre tentazioni: edulcorare il Vangelo, annacquarlo; seconda, la persecuzione; e terza, la sensazione che Dio ci ha lasciati da soli. Anche Gesù ha sofferto questa prova nell’orto degli ulivi e sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”, dice Gesù.
Alle volte si sente questa aridità spirituale; non ne dobbiamo avere paura. Il Padre si prende cura di noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi. Ciò che importa è la franchezza, è il coraggio della testimonianza, della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù davanti agli uomini” e andare avanti facendo del bene.
[Papa Francesco, Angelus 21 giugno 2020]
(Mt 1,16.18-21.24)
«Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande» [Patris Corde n.2].
Incarnazione: il Padre si colloca a fianco dei suoi figli e figlie. Non solo non teme di rendersi impuro nel contatto con le cose che riguardano le dinamiche umane: addirittura si riconosce nella loro Condizione.
Per questo motivo, dall’imbarazzo di Giuseppe scaturisce addirittura il culmine dell’intera Storia di Salvezza.
Le fonti attestano che non era affatto un personaggio col giglio in mano, ma forse questo può interessarci sino a un certo punto.
La narrazione di Mt colpisce, perché il discrimine e le possibilità d’irruzione (della vetta stessa) del Disegno di Dio sull’umanità sembrano scaturiti non da una certezza, ma da un Dubbio.
Il punto interrogativo coinvolge. Il disagio semina dentro un nuovo Germe. Strappa e abbatte le pianticelle tutte uguali dell’erba infestante la vita piena - che era Legge cesellata sulle apparenze.
Il “problema” guida a sognare ben altri orizzonti da aprire, e in prima persona. L’esitazione conduce fuori dalle gabbie mentali che mortificano i rapporti, prima ridotti a casistiche.
La perplessità fa valicare l’opinione comune, che attenua e spegne la Novità di Dio.
L’esitazione cerca fenditure esistenziali, perché vuole introdurci in territori di vita - dove anche gli altri possono attingere esperienze differenti, percezioni variegate, e momenti in cui avere in dono intuizioni decisive.
La sua Energia sapiente trova brecce e piccoli varchi; agisce per farci evolvere come figli dell’Eternità - anche suscitando disagi, che inondano l’esistenza di sospensioni creative e nuova passione.
La sua lucida Azione s’introduce attraverso Sogni che scrollano di dosso i progetti consueti, o stati d’animo che mettono in bilico; e le strettoie di un pensiero emarginato che fa ritrovare il motivo per cui siamo nati, scoprire la nostra parte nel mondo.
Ogni oscillazione, ogni dolore, ogni pericolo, ogni trasloco, possono diventare un ‘parto’ verso l’Originalità - senza prima le identificazioni.
L’Unicità non fa smarrire la Fonte che ‘veglia’ in noi. Guai a sottrarsi: perderemmo la nostra destinazione.
Lo Spirito che s’infila nei pertugi delle mentalità standard trova un punto intimo che consente di fiorire diversamente adesso, in grado di far venir fuori l’essenza di chi siamo autenticamente, smettendo di copiare cliché.
Allora non continueremo a chiederci Ma di chi è la colpa? Come tamponare la situazione? A chi conviene appoggiarsi?. Bensì: Qual è la nuova ‘vita’ che devo esplorare? Cosa c’è ancora da scoprire?.
Infatti il morso dei dubbi non fa diventare credenti-spazzatura, come ipotizzato nelle religioni disciplinate, legaliste - nelle filosofie puritane dalla sapienza artificiosa - bensì amici, figli adottivi [ossia scelti] ed eredi.
Grazie alla Relazione di Fede, non siamo più persi nel deserto - perché le tante cose e gli azzardi diventano dialogo di peso specifico: siamo a Casa, nel rispetto del nostro misterioso carattere e Chiamata.
Iniziamo come Giuseppe a essere presenti a noi stessi. E cambiando sguardo, si godrà la Bellezza del Nuovo.
«San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine» [Patris Corde intr.].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In quale occasione il ‘dubbio’ ti ha aperto orizzonti da sbalordire? Nei momenti belli e colorati della vita sei forse partito da una tua certezza?
[S. Giuseppe, 19 marzo]
Contatto con la terra: devianze e Risalita
Incarnazione disinvolta, in tenuità e densità
(Mt 1,1-17)
Nell’oriente antico le genealogie indicavano solo uomini, e sorprende che Mt riporti il nome di ben cinque donne - considerate creature solo servili, inaffidabili, impure per natura.
Ma nella vicenda delle quattro compagne di Maria c’è non poco di a-normale [anche per il modello di vita scelto] che però vale la pena.
Eccoci allora interpellati dal Vangelo sul peso da dare alla rigidità delle norme, le quali nella storia della spiritualità hanno spesso divorato l’essere spontaneo dei chiamati dal Padre (semplicemente a esprimersi).
Anche le culture animate da Sapienza di Natura ne attestano il peso.
Scrive il Tao Tê Ching (LVII): «Quando con la correzione si governa il mondo, con la falsità s’adopran l’armi [...] Per questo il santo dice: io non agisco e il popolo da sé si trasforma [...] io non bramo e il popolo da sé si fa semplice».
Per giungere alla pienezza umana del Figlio, Dio non ha preteso superare le vicende concrete, viceversa le ha assunte e valorizzate.
Il cammino che porta a Cristo non è questione di scalate, né di risultati o performance da calibrare sempre meglio in un crescendo lineare quindi moralizzatore e dirigista (che non impone svolte che contano, né risolve i veri problemi).
Commentando il Tao (i) il maestro Ho-shang Kung scrive: «Mistero è il Cielo. Dice che tanto l’uomo che ha desideri quanto quello che non ne ha ricevono parimenti il ch’ì dal Cielo. All’interno del cielo c’è un altro cielo; nel ch’ì c’è densità e tenuità».
Nella storia, l’Eterno riesce a dare ali spiegate non tanto alla forza e al genio, ma a tutte le povere origini, alla pochezza della nostra natura, la quale d’improvviso si tramuta in ricchezza totalmente imprevedibile.
E se di continuo strappiamo il filo, il Signore lo riannoda - non per aggiustare, metterci una pezza e riprendere come prima, ma per rifare un’intera trama nuova. Proprio a partire dalle cadute.
Sono quei momenti del discrimine terra-terra che costringono l'umanità a cambiare direzione simbolo e non ripetersi, stagnando nel circuito dei soliti perimetri cerebrali e puristi - abitudinari, e dove tutto è normale.
In seguito a schianti interiori e ripensamenti, quante persone hanno realizzato il proprio destino, deviando il percorso tracciato, quieto, protetto e confortevole (Cottolengo, madre Teresa, così via)!
Dal fango della palude spuntano fiori splendidi e puliti, che neppure somigliano a quelli cui nelle varie fasi della vita avevamo mai immaginato di poter contemplare.
I ruzzoloni dei protagonisti della storia della salvezza non sono arrivati per debolezza. Erano segnali d’un cattivo o parziale utilizzo delle risorse; stimoli a modificare l’occhio, rivalutare il punto di vista e tante speranze.
Quei crolli hanno configurato nuove sfide: sono state interpretati come provocazioni forti: a spostare energie e cambiare binario.
Le Risalite conseguenti ai ribassi si sono tramutate in nuove opportunità, affatto impreviste, appieno discordanti con le soluzioni già pronte che spengono i caratteri.
Anche la nostra crisi diventa seria solo quando i fallimenti non sfociano in nuove cognizioni e differenti percorsi che non avevamo pensato (forse in nessuno dei nostri buoni propositi).
Strano questo legame tra i nostri abissi e gli apici dello Spirito: è l’Incarnazione, nessuna teoria - tutta realtà.
Non esiste Dono che ci rassomiglia al top divino e che giunga a noi senza passare e coinvolgere la dimensione della finitudine.
I buchi nell’acqua trasmettono la cifra tutta umana di quel che siamo - dietro le illusioni o le stesse apparenze che non vogliamo deporre, per autoconvincerci di essere invece “personaggi” identificati.
Ma le ambivalenze e le falle continuano a voler schiodare il nostro sguardo e destino altrove, rispetto alle attese comuni [oggi anche il parossismo del punto nei sondaggi].
Dietro la maschera e oltre le convinzioni acquisite dall’ambiente, dai modi o dalle procedure... c’è il grande Segreto del Padre su di noi.
Proprio le discese spiritualizzano, attraverso un lavorio dell’anima che viene speronata dalle vicende, affinché volga ad acquistare nuove consapevolezze, interiorizzi differenti valutazioni, veda e abbracci altri variegati orizzonti anche missionari.
Il crack che butta giù può essere più consistente di ogni progresso; non perché avvia un’ascesi: diventa contatto con la “terra” - dove troviamo la linfa che ci corrisponde davvero, per rigenerare.
Il calo o addirittura la rovina di uno status rassicurante ha in ogni accadimento una funzione propulsiva, rigenerativa, trasmutativa; normale, in fondo, e in cui la storia di Dio si riconosce totalmente.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali sono stati i tuoi momenti di svolta?
Quale deviazione ti ha realizzato?
Non solo mediante uomini, bensì Con loro
Con l’odierna Liturgia entriamo nell’ultimo tratto del cammino dell’Avvento, che esorta ad intensificare la nostra preparazione, per celebrare con fede e con gioia il Natale del Signore, accogliendo con intimo stupore Dio che si fa vicino all’uomo, a ciascuno di noi.
La prima lettura ci presenta l’anziano Giacobbe che raduna i suoi figli per la benedizione: è un evento di grande intensità e commozione. Questa benedizione è come un sigillo della fedeltà all’alleanza con Dio, ma è anche una visione profetica, che guarda in avanti e indica una missione. Giacobbe è il padre che, attraverso le vie non sempre lineari della propria storia, giunge alla gioia di radunare i suoi figli attorno a sé e tracciare il futuro di ciascuno e della loro discendenza. In particolare, oggi abbiamo ascoltato il riferimento alla tribù di Giuda, di cui si esalta la forza regale, rappresentata dal leone, come pure alla monarchia di Davide, rappresentata dallo scettro, dal bastone del comando, che allude alla venuta del Messia. Così, in questa duplice immagine, traspare il futuro mistero del leone che si fa agnello, del re il cui bastone di comando è la Croce, segno della vera regalità. Giacobbe ha preso progressivamente coscienza del primato di Dio, ha compreso che il suo cammino è guidato e sostenuto dalla fedeltà del Signore, e non può che rispondere con adesione piena all’alleanza e al disegno di salvezza di Dio, diventando a sua volta, insieme con la propria discendenza, anello del progetto divino.
Il brano del Vangelo di Matteo ci presenta la "genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo" (Mt 1,1), sottolineando ed esplicitando ulteriormente la fedeltà di Dio alla promessa, che Egli attua non soltanto mediante gli uomini, ma con loro e, come per Giacobbe, talora attraverso vie tortuose e impreviste. Il Messia atteso, oggetto della promessa, è vero Dio, ma anche vero uomo; Figlio di Dio, ma anche Figlio partorito dalla Vergine, Maria di Nazaret, carne santa di Abramo, nel cui seme saranno benedetti tutti i popoli della terra (cfr Gen 22,18). In questa genealogia, oltre a Maria, vengono ricordate quattro donne. Non sono Sara, Rebecca, Lia, Rachele, cioè le grandi figure della storia d’Israele. Paradossalmente, invece, sono quattro donne pagane: Racab, Rut, Betsabea, Tamar, che apparentemente "disturbano" la purezza di una genealogia. Ma in queste donne pagane, che appaiono in punti determinanti della storia della salvezza, traspare il mistero della chiesa dei pagani, l’universalità della salvezza. Sono donne pagane nelle quali appare il futuro, l’universalità della salvezza. Sono anche donne peccatrici e così appare in loro anche il mistero della grazia: non sono le nostre opere che redimono il mondo, ma è il Signore che ci dà la vera vita. Sono donne peccatrici, sì, in cui appare la grandezza della grazia della quale noi tutti abbiamo bisogno. Queste donne rivelano tuttavia una risposta esemplare alla fedeltà di Dio, mostrando la fede nel Dio di Israele. E così vediamo trasparire la chiesa dei pagani, mistero della grazia, la fede come dono e come cammino verso la comunione con Dio. La genealogia di Matteo, pertanto, non è semplicemente l’elenco delle generazioni: è la storia realizzata primariamente da Dio, ma con la risposta dell’umanità. È una genealogia della grazia e della fede: proprio sulla fedeltà assoluta di Dio e sulla fede solida di queste donne poggia la prosecuzione della promessa fatta a Israele
[Papa Benedetto, omelia al Centro Aletti, 17 dicembre 2009]
L’uomo, cognome di Dio
L’uomo è il cognome di Dio: il Signore infatti prende il nome da ognuno di noi — sia che siamo santi, sia che siamo peccatori — per farlo diventare il proprio cognome. Perché incarnandosi il Signore ha fatto storia con l’umanità: la sua gioia è stata condividere la sua vita con noi, «e questo fa piangere: tanto amore, tanta tenerezza».
È con il pensiero rivolto al Natale ormai imminente che Papa Francesco ha commentato martedì 17 dicembre le due letture proposte dalla liturgia della parola, tratte rispettivamente dalla Genesi (49, 2.8-10) e dal Vangelo di Matteo (1, 1-17). Nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, il Santo Padre ha presieduto come di consueto la messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Ha concelebrato tra gli altri il cardinale decano Angelo Sodano, che gli ha espresso gli auguri di tutto il collegio cardinalizio.
All’omelia, incentrata sulla presenza di Dio nella storia dell’umanità, il vescovo di Roma ha individuato in due termini — eredità e genealogia — le chiavi per interpretare rispettivamente la prima lettura (riguardante la profezia di Giacobbe che raduna i propri figli e predice una discendenza gloriosa per Giuda) e il brano evangelico contenente la genealogia di Gesù. Soffermandosi in particolare su quest’ultima, ha sottolineato che non si tratta di «un elenco telefonico», ma di «un argomento importante: è pura storia», perché «Dio ha inviato il suo figlio» in mezzo agli uomini. E, ha aggiunto, «Gesù è consostanziale al padre, Dio; ma anche consostanziale alla madre, una donna. E questa è quella consostanzialità della madre: Dio si è fatto storia, Dio ha voluto farsi storia. È con noi. Ha fatto cammino con noi».
Un cammino — ha proseguito il vescovo di Roma — iniziato da lontano, nel Paradiso, subito dopo il peccato originale. Da quel momento, infatti, il Signore «ha avuto questa idea: fare cammino con noi». Perciò «ha chiamato Abramo, il primo nominato in questa lista, in questo elenco, e lo ha invitato a camminare. E Abramo ha cominciato quel cammino: ha generato Isacco, e Isacco Giacobbe, e Giacobbe Giuda». E così via, avanti nella storia dell’umanità. «Dio cammina con il suo popolo», dunque, perché «non ha voluto venire a salvarci senza storia; lui ha voluto fare storia con noi».
Una storia, ha affermato il Pontefice, fatta di santità e di peccato, perché nell’elenco della genealogia di Gesù ci sono santi e peccatori. Tra i primi il Papa ha ricordato «il nostro padre Abramo» e «Davide, che dopo il peccato si è convertito». Tra i secondi ha individuato «peccatori di alto livello, che hanno fatto peccati grossi», ma con i quali Dio ugualmente «ha fatto storia». Peccatori che non hanno saputo rispondere al progetto che Dio aveva immaginato per loro: come «Salomone, tanto grande e intelligente, finito come un poveraccio che non sapeva nemmeno come si chiamasse». Eppure, ha constatato Papa Francesco, Dio era anche con lui. «E questo è il bello: Dio fa storia con noi. Di più, quando Dio vuol dire chi è, dice: io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe».
Ecco perché alla domanda «qual è il cognome di Dio?» per Papa Francesco è possibile rispondere: «Siamo noi, ognuno di noi. Lui prende da noi il nome per farne il suo cognome». E nell’esempio offerto dal Pontefice non ci sono solo i padri della nostra fede, ma anche gente comune. «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Pedro, di Marietta, di Armony, di Marisa, di Simone, di tutti. Da noi prende il cognome. Il cognome di Dio è ognuno di noi», ha spiegato.
Da qui la constatazione che prendendo «il cognome dal nostro nome, Dio ha fatto storia con noi»; anzi, di più: «si è lasciato scrivere la storia da noi». E noi ancora oggi continuiamo a scrivere «questa storia», che è fatta «di grazia e di peccato», mentre il Signore non si stanca di venirci dietro: «questa è l’umiltà di Dio, la pazienza di Dio, l’amore di Dio». Del resto, anche «il libro della Sapienza dice che la gioia del Signore è tra i figli dell’uomo, con noi».
Ecco allora che «avvicinandosi il Natale», a Papa Francesco — com’egli stesso ha confidato concludendo la sua riflessione — è venuto naturale pensare: «Se lui ha fatto la sua storia con noi, se lui ha preso il suo cognome da noi, se lui ha lasciato che noi scrivessimo la sua storia», noi da parte nostra dovremmo lasciare che Dio scriva la nostra. Perché, ha chiarito, «la santità» è proprio «lasciare che il Signore scriva la nostra storia». E questo è l’augurio di Natale che il Pontefice ha voluto fare «per tutti noi». Un augurio che è un invito ad aprire il cuore: «Fa’ che il Signore ti scriva la storia e che tu lasci che te la scriva».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 18/12/2013]
Annunciazione a Giuseppe: senso e valore del Dubbio
(Mt 1,16.18-21.24)
«Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande» [Patris Corde n.2].
Nei Vangeli dell’infanzia di Mt Dio assume due Nomi: Redentore [Yeshua: Dio è Salvatore] e Con-noi. Il senso di tali prerogative divine non è meccanico, bensì teologico.
Il Nome proprio del Figlio Gesù descrive la sua Opera di recupero di tutto l’essere. E l’attributo caratteristico Immanu’el (tratto da Isaia) ne puntualizza i molti recapiti - i suoi tanti indirizzi, che siamo ciascuno di noi, in crescita nel tempo.
Incarnazione: il Padre si colloca a fianco dei suoi figli e figlie. Non solo non teme di rendersi impuro nel contatto con le cose che riguardano le dinamiche umane: addirittura si riconosce nella loro Condizione.
Per questo motivo, dall’imbarazzo di Giuseppe scaturisce addirittura il culmine dell’intera Storia di Salvezza.
Le fonti attestano che non era affatto un personaggio col giglio in mano, ma forse questo può interessarci sino a un certo punto.
La narrazione di Mt colpisce, perché il discrimine e le possibilità d’irruzione (della vetta stessa) del Disegno di Dio sull’umanità sembrano scaturiti non da una certezza, ma da un Dubbio.
Il punto interrogativo coinvolge. Il disagio semina dentro un nuovo Germe. Strappa e abbatte le pianticelle tutte uguali dell’erba infestante la vita piena - che era Legge cesellata sulle apparenze.
Il “problema” guida a sognare ben altri orizzonti da aprire, e in prima persona; perché la soluzione non è a portata di mano.
La perplessità conduce fuori dalle gabbie mentali che mortificano i rapporti prima ridotti a casistiche - sorvolando gl’ingranaggi che spersonalizzano.
La perplessità fa valicare l’opinione comune, che attenua e spegne la Novità di Dio.
L’esitazione cerca fenditure esistenziali, perché vuole introdurci in territori di vita - dove anche gli altri possono attingere esperienze differenti, percezioni variegate, e momenti in cui avere in dono intuizioni decisive.
La sua Energia sapiente trova brecce e piccoli varchi; agisce per farci evolvere come figli dell’Eternità - anche suscitando disagi che inondano l’esistenza di sospensioni creative e nuova passione.
La sua lucida Azione s’introduce attraverso Sogni che scrollano di dosso i progetti consueti, o stati d’animo che mettono in bilico; e le strettoie di un pensiero emarginato che fa ritrovare il motivo per cui siamo nati, scoprire la nostra parte nel mondo.
Ogni oscillazione, ogni dolore, ogni pericolo, ogni trasloco, possono diventare un parto verso l’Originalità - senza prima le identificazioni.
L’Unicità non fa smarrire la Fonte che “veglia” in noi. Guai a sottrarsi: perderemmo la nostra destinazione.
Ciò mentre le cerchie dei risoluti restano lì e inaridiscono, proprio perché sempre pronte alla spiegazione di tutto.
Così ad es. come per la Famiglia di Nazaret, la vita in solitudine - costretta o non - diventa rigenerante, più che terribile.
Lo Spirito che s’infila nei pertugi delle mentalità standard trova un “punto” intimo che consente di fiorire diversamente adesso, in grado di far venir fuori l’essenza di chi siamo autenticamente, smettendo di copiare cliché.
Così invece di chiedersi come mai sia capitato qualcosa, dopo la prima esperienza discriminante che non teme la paura di restare isolati, forse rientriamo più di frequente nel nostro Nucleo, il quale senza posa zampilla per un Dialogo superiore.
Allora non continueremo a chiederci ‘Ma di chi è la colpa? Come tamponare la situazione? A chi conviene appoggiarsi?’. Bensì: ‘Qual è la nuova vita che devo esplorare? Cosa c’è ancora da scoprire?’.
Si uscirà con ben altra virtù di vocazione, perché lo Spirito Santo che fa breccia nelle crepe delle norme che rendono conformisti, poi smantella e rovescia quei muri. Infine dilaga, per costruire la sua storia - che non è prevedibile, “a modo” come quella di tutti i legati alla comparazione.
Sentire il fastidio di partecipare a rituali di composta identificazione causa molti problemi, ma può essere la grande occasione della vita per dilatare gli orizzonti... anche di coloro che non gradiscono percorrere la via mediocre dell’assicurarsi - rendendosi per timore dipendenti dall’opinione, dai luoghi comuni, dal sentirsi subito festeggiati.
Felicità apparente. Infatti il morso dei dubbi non fa diventare credenti-spazzatura, come ipotizzato nelle religioni disciplinate, legaliste - nelle filosofie puritane dalla sapienza artificiosa - bensì amici, figli adottivi [ossia scelti] ed eredi.
Grazie alla Relazione di Fede, non siamo più persi nel deserto - perché le tante cose e gli azzardi diventano dialogo di peso specifico: siamo a Casa, nel rispetto del nostro misterioso carattere e Chiamata.
Già qui e ora ci spostiamo dalle tante cose che vincolano di costrizioni e pretese il nostro Centro - e sia il pensiero che l’azione.
Solo in tal guisa non siamo più folla mitologica o assuefatta, stracolma di colpe, doveri e appartenenze - bensì Famiglia e informalità colloquiale delle dissonanze.
Non più massa, ma (a tutto tondo) Persone: proprio nel nostro essere nel limite facciamo rima con grande-Missione.
Iniziamo come Giuseppe a essere presenti a noi stessi. E cambiando sguardo, si godrà la Bellezza del Nuovo.
«San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine» [Patris Corde intr.].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali sono stati i tuoi momenti di svolta? Quale deviazione ti ha realizzato?
In quale occasione il dubbio ti ha aperto orizzonti da sbalordire?
Quando e se hai cambiato lo sguardo conformista, hai conosciuto o meno l’accendersi nel tuo mondo interiore di prospettive, relazioni ed energie rigeneranti?
Come hai percepito accanto e “visto” o “sognato” ciò che prima restava Invisibile e Altrove?
Sei forse partito da una tua certezza?
Quest'oggi, 19 marzo, ricorre la solennità di San Giuseppe, ma, in coincidenza con la terza Domenica di Quaresima, la sua celebrazione liturgica è posticipata a domani. Tuttavia, il contesto mariano dell'Angelus invita a soffermarsi oggi con venerazione sulla figura dello sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Mi piace ricordare che di San Giuseppe era molto devoto anche l'amato Giovanni Paolo II, il quale gli dedicò l'Esortazione apostolica Redemptoris Custos - Custode del Redentore e sicuramente ne sperimentò l'assistenza nell'ora della morte.
La figura di questo grande Santo, pur rimanendo piuttosto nascosta, riveste nella storia della salvezza un'importanza fondamentale. Anzitutto, appartenendo egli alla tribù di Giuda, legò Gesù alla discendenza davidica, così che, realizzando le promesse sul Messia, il Figlio della Vergine Maria può dirsi veramente "figlio di Davide". Il Vangelo di Matteo, in modo particolare, pone in risalto le profezie messianiche che trovarono compimento mediante il ruolo di Giuseppe: la nascita di Gesù a Betlemme (2, 1-6); il suo passaggio attraverso l'Egitto, dove la santa Famiglia si era rifugiata (2, 13-15); il soprannome di "Nazareno" (2, 22-23). In tutto ciò egli si dimostrò, al pari della sposa Maria, autentico erede della fede di Abramo: fede nel Dio che guida gli eventi della storia secondo il suo misterioso disegno salvifico. La sua grandezza, al pari di quella di Maria, risalta ancor più perché la sua missione si è svolta nell'umiltà e nel nascondimento della casa di Nazaret. Del resto, Dio stesso, nella Persona del suo Figlio incarnato, ha scelto questa via e questo stile - l'umiltà e il nascondimento - nella sua esistenza terrena.
Dall'esempio di San Giuseppe viene a tutti noi un forte invito a svolgere con fedeltà, semplicità e modestia il compito che la Provvidenza ci ha assegnato. Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Protegga i lavoratori di tutto il mondo, perché contribuiscano con le loro varie professioni al progresso dell'intera umanità, e aiuti ogni cristiano a realizzare con fiducia e con amore la volontà di Dio, cooperando così al compimento dell'opera della salvezza.
[Papa Benedetto, Angelus 19 marzo 2006]
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Each of us can discover in Joseph – the man who goes unnoticed, a daily, discreet and hidden presence – an intercessor, a support and a guide in times of trouble. Saint Joseph reminds us that those who appear hidden or in the shadows can play an incomparable role in the history of salvation. A word of recognition and of gratitude is due to them all [Patris Corde, intr.]
Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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