Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
IV domenica di Quaresima [15 marzo 2026] Domenica Laetare
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica è una pausa di luce nel cammino penitenziale. Nel vangelo Gesù dona la vista al cieco. Laetare significa questo: la luce sta già vincendo le ombre. Anche se siamo ancora in Quaresima, la Pasqua è vicina. La gioia del cieco è conquistata attraverso interrogatori, rifiuti e solitudine. Laetare non è evasione dal dolore, ma gioia che nasce dentro la prova. Laetare è il sorriso della Chiesa nel mezzo del deserto: se mi lascio illuminare da Cristo, la mia notte non è definitiva. Il cieco nato diventa così icona del catecumeno, ma anche di ogni credente che, nel cuore della Quaresima, scopre che la luce è già presente e che la gioia cristiana nasce dall’incontro con Lui.
*Prima Lettura dal primo libro di Samuele (16, 1b.6-7.10-13a)
Leggendo questo testo biblico si comprende che il grande profeta Samuele dovette imparare a cambiare il suo sguardo. Inviato da Dio a designare il futuro re tra i figli di Iesse a Betlemme, apparentemente aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iesse fece venire per primo il figlio maggiore, di nome Eliab: alto, bello, con l’aspetto degno di succedere all’attuale re, Saul. Ma no: Dio fece sapere a Samuele che la sua scelta non cadeva su di lui: Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… Dio non guarda come guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore (cf 1 Sam 16,7).
Allora Iesse fece passare i suoi figli uno dopo l’altro, in ordine di età, davanti al profeta. Ma la scelta di Dio non si posò su nessuno di loro. Alla fine dovette far chiamare l’ultimo, quello a cui nessuno aveva pensato: Davide, la cui unica occupazione era custodire il gregge. Ebbene, proprio lui Dio aveva scelto per custodire il suo popolo! Il racconto biblico sottolinea ancora una volta che la scelta di Dio si posa sul più piccolo: “Ciò che è debole nel mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”, dirà San Paolo (1 Cor 1,27), perché “la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Ecco una buona ragione per cambiare decisamente il nostro modo di guardare gli uomini! Da questo testo traiamo almeno tre insegnamenti sulla regalità in Israele:
Primo: il re è l’eletto di Dio, ma l’elezione è per una missione. Come Israele è scelto per il servizio dell’umanità, così il re è scelto per il servizio del popolo. Questo comporta anche la possibilità di essere destituito, come avvenne per Saul: se l’eletto non compie più la sua missione, viene sostituito. Secondo: il re riceve l’unzione con l’olio; è letteralmente il “messia”, cioè “l’unto”. Dio dice a Samuele: “Riempi d’olio il tuo corno e parti! Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re (1 Sam 16,1). Terzo: l’unzione conferisce lo Spirito di Dio. “Samuele prese il corno pieno d’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). Il re diventa così il rappresentante di Dio sulla terra, chiamato a governare secondo il pensiero di Dio e non secondo quello del mondo. C’è poi un grande altro insegnamento: Gli uomini si fermano all’apparenza, Dio guarda il cuore. Molti racconti biblici insistono su questo mistero: Dio sceglie spesso i più piccoli. Davide era l’ultimo dei figli di Iesse; nessuno pensava a lui per un grande futuro. Mosè si dichiarava impacciato nel parlare (Es 4,10). Geremia si riteneva troppo giovane (Ger 1,6).Lo stesso Samuele era inesperto quando fu chiamato. Timoteo era di salute fragile. E il popolo d’Israele era piccolo tra le nazioni. Queste scelte non si spiegano secondo criteri umani. Come dice Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). Il testo lo riassume così: “Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). Questa verità protegge da due pericoli: la presunzione e lo scoraggiamento. Non è questione di merito, ma di disponibilità. Nessuno possiede in sé le forze necessarie: sarà Dio a donarle nel momento opportuno.
*Salmo responsoriale (22/23)
Abbiamo appena ascoltato questo salmo per intero: è uno dei più brevi del salterio, ma è di una tale densità che i primi cristiani lo scelsero come salmo privilegiato della notte di Pasqua. In quella notte, i nuovi battezzati, risalendo dalla vasca battesimale, cantavano il salmo 22/23 mentre si dirigevano verso il luogo della loro Confermazione e della prima Eucaristia. Per questo fu chiamato il “salmo dell’iniziazione cristiana”. Se i cristiani vi hanno potuto leggere il mistero della vita battesimale, è perché già per Israele questo salmo esprimeva in modo privilegiato il mistero della vita nell’Alleanza, della vita nell’intimità con Dio. È il mistero della scelta di Dio, che ha eletto questo popolo preciso senza altra ragione apparente se non la sua sovrana libertà. Ogni generazione si meraviglia di questa elezione e di questa Alleanza proposta: “Interroga pure i tempi antichi che ti hanno preceduto, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra… è mai accaduta una cosa così grande?” (Dt 4,32-35). A questo popolo, liberamente scelto da Dio, è stato dato di entrare per primo nella sua intimità, non per goderne egoisticamente, ma per aprire la porta agli altri. Per esprimere la felicità del credente, il salmo 22/23 si riferisce a due esperienze: quella di un levita (un sacerdote) e quella di un pellegrino. Conosciamo l’istituzione dei leviti: secondo la Genesi, Levi era uno dei dodici figli di Giacobbe, da cui presero nome le dodici tribù d’Israele. Ma la tribù di Levi ebbe fin dall’inizio un posto particolare: al momento della divisione della terra promessa, non ricevette alcun territorio, perché consacrata al servizio del culto. Si dice che Dio stesso sia la loro eredità; immagine ripresa anche in un altro salmo: “Signore, mia parte di eredità e mio calice… per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi” (Sal 15/16,5). I leviti abitavano dispersi nelle città delle altre tribù e vivevano delle decime; a Gerusalemme erano dedicati al servizio del Tempio. Il levita del nostro salmo canta con tutto il cuore:”Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”. La sua esperienza è immagine dell’elezione d’Israele: come il levita è felice di essere consacrato al servizio di Dio, così Israele è consapevole della sua vocazione particolare in mezzo all’umanità. Inoltre Israele si presenta come un pellegrino che sale al Tempio per offrire un sacrificio di rendimento di grazie. Durante il cammino è come una pecora: il suo pastore è Dio. Nella cultura del vicino Oriente antico, i re erano chiamati “pastori del popolo”, e anche Israele usa questo linguaggio. Il re ideale è un buon pastore, attento e forte per proteggere il gregge. Ma in Israele si affermava con forza che l’unico vero re è Dio; i re della terra sono soltanto suoi rappresentanti. Così il vero pastore d’Israele è Dio stesso: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”. Il profeta Ezechiele ha sviluppato a lungo questa immagine. Allo stesso modo, l’Antico Testamento presenta spesso Israele come il gregge di Dio: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 94/95,7). Questo richiama l’esperienza dell’Esodo: è lì che Israele ha sperimentato la premura di Dio, che lo ha guidato e fatto sopravvivere tra mille ostacoli. Per questo, quando Gesù isse: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10), le sue parole ebbero un effetto sconvolgente: significavano “Io sono il Re-Messia, il vero re d’Israele”. Tornando al salmo: il pellegrinaggio può essere pericoloso. Il pellegrino può incontrare nemici (“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici”), può attraversare «la valle oscura” della morte; ma non teme, perché Dio è con lui: “Non temo alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Giunto al Tempio, offre il sacrificio di rendimento di grazie e partecipa al banchetto rituale che lo segue: una festa gioiosa, con calice traboccante e profumo d’olio sul capo. Si comprende allora perché i primi cristiani abbiano visto in questo salmo l’espressione della loro esperienza: Cristo è il vero Pastore (Gv 10); nel battesimo conduce fuori dalla valle della morte verso le acque della vita; la mensa e il calice evocano l’Eucaristia; l’olio profumato richiama la Confermazione. Ancora una volta, i cristiani scoprono con stupore che Gesù non abolisce l’esperienza di fede del suo popolo, ma la porta a compimento, donandole pienezza.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,8-14)
Spesso, nelle Scritture, è la fine del testo che ne offre la chiave. Partiamo dall’ultima frase: “Per questo è detto: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La formula “Per questo è detto…” mostra chiaramente che l’autore non inventa questo canto, ma lo cita. Doveva essere un inno battesimale molto conosciuto nelle prime comunità cristiane. Svegliati… risorgi… e Cristo ti illuminerà era dunque un canto dei nostri primi fratelli nella fede: e questo non può lasciarci indifferenti. Così comprendiamo meglio l’inizio del testo: serve semplicemente a spiegare le parole di quel canto. È come se, dopo una celebrazione battesimale, qualcuno avesse chiesto al teologo di turno — Paolo, o uno dei suoi discepoli (poiché non è del tutto certo che la Lettera agli Efesini sia stata scritta personalmente da lui) —: “Che cosa significano le parole che abbiamo cantato durante il battesimo?” E la risposta è questa: Grazie al battesimo è iniziata una vita nuova, radicalmente nuova. Tanto che il nuovo battezzato veniva chiamato neofita, cioè “pianta nuova”. L’autore spiega così il canto: la pianta nuova che siete diventati è profondamente diversa. Quando si fa un innesto, il frutto dell’albero innestato è diverso da quello originario; ed è proprio per questo che si fa l’innesto. Dal colore si distingue facilmente ciò che appartiene alla nuova pianta e ciò che è residuo del passato. È lo stesso per il battesimo: i frutti dell’uomo nuovo sono opere di luce; prima dell’innesto, eravate tenebra, e i vostri frutti erano opere di tenebra. Ma può accadere che riaffiorino le vecchie abitudini: per questo è importante riconoscerle. Per l’autore la distinzione è semplice: i frutti dell’uomo nuovo sono bontà, giustizia e carità. Tutto ciò che non è bontà, giustizia e carità è un germoglio dell’albero vecchio. Chi può farvi produrre frutti di luce? Gesù Cristo. Egli è tutta bontà, tutta giustizia, tutta carità. Come una pianta ha bisogno del sole per fiorire, così noi dobbiamo esporci alla sua luce. Il canto esprime insieme l’opera di Cristo e la libertà dell’uomo: “Svegliati, risorgi” — è la libertà che viene chiamata in causa. “Cristo ti illuminerà” — solo lui può farlo. Per san Paolo, come per i profeti dell’Antico Testamento, la luce è attributo di Dio. Dire “Cristo ti illuminerà” significa due cose: anzitutto, Cristo è Dio. L’unico modo di vivere in armonia con Dio è restare uniti a Cristo, cioè vivere concretamente nella giustizia, nella bontà e nella carità. Viene in mente il testo di Isaia(Is 58): condividi il pane con l’affamato, accogli il povero, vesti chi è nudo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora. Si tratta della gloria del Signore, la sua luce che siamo chiamati a riflettere. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3,18): noi riflettiamo la gloria del Signore e veniamo trasformati nella sua immagine. Riflettere significa che Cristo è la luce; noi ne siamo il riflesso. Ecco la vocazione dei battezzati: riflettere la luce di Cristo. Per questo, nel battesimo, si consegna una candela accesa al cero pasquale. In secondo luogo, una luce non brilla per sé stessa: illumina ciò che la circonda. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive: “Voi brillate come astri nel mondo” (Fil 2,14-16). È il suo modo di tradurre le parole di Gesù Cristo “Voi siete la luce del mondo”. La Lettera agli Efesini, scritta direttamente da Paolo o da un suo discepolo (secondo il procedimento allora comune della “pseudepigrafia”), rimane per la Chiesa una testimonianza fondamentale della vocazione battesimale, chiamata a passare dalle tenebre alla luce.
*Dal Vangelo secondo Giovanni (9, 1-41)
La peggiore cecità non è quella che si pensa. Qui sentiamo come un’illustrazione di ciò che San Giovanni scrive all’inizio del suo Vangelo, nel cosiddetto Prologo:
“Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). È quello che potremmo chiamare il dramma dei Vangeli. Ma Giovanni continua: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È esattamente ciò che accade qui: il dramma di coloro che si oppongono a Gesù e rifiutano ostinatamente di riconoscerlo come l’Inviato di Dio; ma anche, e per fortuna, la salvezza di chi ha la grazia di aprire gli occhi, come il cieco nato.
Giovanni insiste nel farci capire che esistono due tipi di cecità: la cecità fisica, che quest’uomo aveva dalla nascita e, molto più grave, la cecità del cuore.
Gesù incontra la prima volta il cieco e lo guarisce dalla cecità naturale. Lo incontra poi per la seconda volta e gli apre il cuore a un’altra luce, la vera luce. Non a caso Giovanni si premura di spiegare il significato del nome “Siloe”, che vuol dire “Inviato”. In altri casi non traduce i termini: qui lo fa perché è importante. Gesù è davvero l’Inviato del Padre per illuminare il mondo. Eppure torniamo alla stessa domanda: come mai colui che è stato mandato per portare la luce di Dio è stato rifiutato proprio da coloro che lo attendevano con più fervore? L’episodio del cieco nato avviene subito dopo la festa delle Capanne, grande solennità a Gerusalemme, durante la quale si invocava con ardore la venuta del Messia. E grande può essere il pericolo delle certezze. Al tempo di Gesù Cristo l’attesa del Messia era intensissima. La domanda era una sola: è davvero l’Inviato del Padre o è un impostore? È il Messia, sì o no? I suoi gesti erano paradossali: compiva le opere attese dal Messia — restituiva la vista ai ciechi, la parola ai muti — ma sembrava non rispettare il sabato. E proprio la guarigione del cieco avviene di sabato. Ora, se fosse davvero inviato da Dio, pensavano molti, dovrebbe osservare il sabato. Era “evidente”. Ma sono proprio queste “evidenze” il problema. Molti avevano idee troppo rigide su come doveva essere il Messia e non erano pronti alla sorpresa di Dio. Il cieco, invece, non è prigioniero di schemi. Ai farisei che gli chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango , me lo ha spalmato sugli occhi… mi sono lavato e ho acquistato la vista”. I farisei si dividono: Non viene da Dio, perché non osserva il sabato. Come può un peccatore compiere segni simili? Il cieco ragiona con semplicità e libertà: Se costui non venisse da Dio, non potrebbe far nulla (cfr. Gv 9,31-33). È sempre la stessa storia: chi si chiude nelle proprie certezze finisce per non vedere più nulla; chi invece fa un passo nella fede è pronto ad accogliere la grazia. E allora può ricevere da Gesù la vera luce. Questo episodio si inserisce in un contesto polemico tra Gesù e i farisei. Per due volte Gesù li aveva rimproverati di “giudicare secondo l’apparenza” (Gv 7,24; 8,15). Viene spontaneo ricordare anche l’episodio della scelta di Davide: “L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7). La peggiore cecità, dunque, non è quella degli occhi, ma quella di un cuore che non vuole lasciarsi illuminare. Il cieco nato non riceve solo la vista: riceve uno sguardo nuovo. All’inizio vede Gesù come “un uomo”; poi come “profeta”; infine lo riconosce come “Signore” e si prostra davanti a Lui. Il vero miracolo non è soltanto l’apertura degli occhi, ma l’apertura del cuore. Qui si intreccia anche la sapienza del “piccolo principe” (romanzo di A.M. de Saint-Exupéry) : “L’essenziale è invisibile agli occhi”. I farisei vedono con gli occhi, ma restano ciechi dentro; il mendicante, invece, passando attraverso il rifiuto e la prova, arriva a vedere l’Invisibile. La conclusione è questa: la fede è un cammino dalla luce esterna alla luce interiore. Si può avere occhi sani e restare nelle tenebre; oppure essere stati ciechi e diventare testimoni della luce. Il cieco nato ci insegna che la vera vista è riconoscere Cristo come Luce del mondo e lasciarsi illuminare nel cuore.
+Giovanni D’Ercole
(Lc 18,9-14)
Il meccanismo della retribuzione nega l’esperienza essenziale della vita di Fede: ‘lasciarsi salvare, vivendo di Mistero’ - invece del cerchio concluso d’anguste “giustizie” che non sanno dove andare.
Per introdursi nella novità di Cristo basta aver incontrato se stessi ed essere sinceri: strana santità, accessibile a tutti.
Essa giunge alla realtà, anche più intima: non siamo onnipotenti nel bene; non riusciamo a fare granché di buono a partire dalle sofisticazioni, dalle idee, dai muscoli.
Lasciando spazio all’intervento del Padre, impariamo a confidare in ciò che si riceve, assai più che poggiare sulle aspettative anche altrui, o su quel che ci si propone e impone.
La nostra storia concreta può riflettersi in forma di Preghiera. Ma se il dialogo con Dio non affiora da una percezione penetrante e s’accontenta dei traguardi esterni, l’Ascolto diventa vuoto.
Lo spirito di grandezza anche morale e spirituale, sprofonda inesorabile - e nella miseria vera: quella epidermica.
Non vede l’eccezionalità del Padre: Colui che trasmette vita.
Chi vive di paragoni e ha una sprezzante valutazione dei considerati inferiori, non gode di aperture.
Resta senza spazio né tempo per l’azione dell’essere poliedrico, nella varietà di situazioni.
Sbaglia posto davanti a Dio e al prossimo - negandosi la gioia del Gratis e della Novità.
In tal guisa, mai confida in ciò che è più affidabile di una visione del mondo, o delle proprie iniziative dirigiste.
Non coglie nulla che già non sa, perché non legge dentro.
È in costante monologo: con se stesso [mai giungendo sino in fondo di sé] e quelli della propria cerchia.
Così non contagia felicità - che deriva dallo stupore.
Ultimamente, trova solo teatro, un rimbombo d’eco di voci altrui e a contorno.
Non l'intimità di persona eccezionale e amata così com’è.
Il soggetto della vita religiosa arcaica è infatti il “nostro” - l’io.
Se Gesù avesse chiesto chi dei due potesse tornare a casa giustificato, tutti avrebbero immaginato il fariseo, il ritagliato a parte.
Nella vita di Fede il Soggetto è invece il Mistero, l’Eterno, il Vivente.
È Lui che opera, creando: e anche qui agisce solo Lui.
Giustifica, ossia pone giustizia dov’essa non c’è. L’autosufficiente non ha bisogno.
Questo il reale e regale Principio, motore della nostra realizzazione e della preghiera-ascolto autentica, spoglia di meriti e vanto ma capace di recuperare i ‘lati opposti’.
Dio teme le liturgie e le orazioni individuali inappuntabili, in cui non avviene nulla e da cui si esce senza aver sperimentato la sua «Azione Creatrice» e il suo perdono.
Opera non nostra. Energia e pungolo che anche nell’intimo ci porta Alleanza di ‘volti’, convivialità delle differenze.
Nella vita spirituale e sociale del “poliedro” e del sommario, siamo abilitati a tradurre l’esigenza del ‘con-sentimento’, che il Padre comunica in modo largo e dandoci tempo.
Ben più che una lotta fra opposte visioni del mondo: la Giustizia divina è inedita e crescente - non la si compera con le opere di maniera.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando mi colgo fariseo e quando pubblicano?
Come posso incontrare me stesso contemplando Dio? E incontrando gli altri?
[Sabato 3.a sett. Quaresima, 14 marzo 2026]
Fariseo-pubblicano: le due anime, e il Mistero essenziale
(Lc 18,9-14)
Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
Le tante raffigurazioni e interpretazioni convenzionali dell’episodio ci portano fuori strada.
L’unica parabola ambientata nel Tempio è un vulcano di portata paradossale, straordinaria, che non t’aspetti.
Gli Ebrei pregano in piedi, segno della disponibilità a porre immediatamente in atto ciò che il Signore chiede.
Per noi stare in piedi vuol dire che celebriamo come figli risorti.
Ma qui il fenomeno della religiosità e della morale «stando in piedi, pregava così verso se stesso» (v.11): non dialoga con Dio, né si accorge di nulla!
Forse è convinto di pregare, ma sta facendo tutt’altro: non ascolta, non presta attenzione, non percepisce il messaggio e il senso delle presenze, solo ne prende distanza.
Ricordo nel grande salone della Penitenzieria Apostolica l’epigrafe «Pax omnium rerum tranquillitas ordinis».
Mentalità che se mediata da moralismi approssimativi, non sta con noi; non ci porta, né infonde profondità e relazioni.
Su tale base, se in confessione si fossero presentati i due protagonisti del brano, avrei sentenziato: al fariseo manca l’umiltà, l’altro ripaghi i danni.
Persino la testata de L’Osservatore Romano ribadisce il motto-epigrafe «Unicuique Suum» - principio fondamentale del diritto di proprietà nel mondo latino.
Non basta la Giustizia? [Servirebbe Gesù?].
Il punto è: Conoscere l’Amore, realtà ricca: non scambio di favori con Dio. E assumere la posizione che non inquini né corrompa la vita. Questa tutta la partita.
«Io rinuncio, io lascio tutto, io parto, io penso, io dico, io progetto, io sarò impeccabile e fedele facendomi vedere dagli altri sempre “a modo” [ossia come non sono]»: è la filastrocca ideale che ribalta l’avventura di Fede.
Il soggetto dell’uomo religioso è se stesso e ciò che lui fa per Dio - nonché come si atteggia (in modo artificioso); così via.
Ridicolo - non solo profondamente riduttivo. Ma da quest’idea scaturisce la considerazione dell’altro e del diverso come un irrecuperabile.
Invece la vita di ciascuno è zeppa d’interiori antinomie e controfigure.
Proviamo a ribaltare la parabola da un livello moralistico a quello teologico, perché Lc - attenzione - mette in scena il meglio della spiritualità e il peggio della morale del tempo.
Ecco il suo boomerang: vuole avviare una riflessione su noi stessi.
«Ladri»: Gesù definisce tali proprio i leaders religiosi e i “farisei” [di ritorno], dentro pieni di rapina, sebbene al di fuori sembrino chissà cosa.
«Ingiusti»: [tanto per capirci in breve] s. Teresina diceva che Dio è giusto perché tiene conto delle nostre difficoltà.
«Adulteri»: ma l’adulterio teologico è proprio accodarsi a un idolo (qui l’io-padreterno che contempla il sé esterno).
Nel concetto biblico «adulterio» indica propriamente un rapporto devoto scorretto, come con un nume inautentico.
In tal guisa, anche una relazione formale impeccabile - e viceversa lo schierarsi dalla parte del feticcio.
Insomma, il “santo” non si rivolge al Padre, ma al Dio-forma che ha in mente lui - sebbene voglia persino stupirlo di esagerazioni (v.12).
Però non è d’accordo col pensiero dell’Eterno.
Non percepisce il progetto dell’Altissimo: edificare Famiglia umana. Soccorrerci, e arricchire insieme, l’un l’altro.
Quindi non si lascerà mai cambiare - addirittura convinto di riprodurre esattamente il suo genio tutelare.
Per i professionisti del sacro maniaci di falsa perfezione, la Salvezza è premio finale d’una scalata individuale.
Non l’Opera ri-creatrice e gratuita d’un Genitore che traghetta le nostre vicende complesse, lasciando spazio e modo affinché evolvano in vita da salvati.
Così l'esperienza sia personale che comunitaria incattivisce, perché la “religione” standard inculca e trattiene un’immagine deforme del proprio carattere, e dell’Ideale.
L’Onnipotente nell’Amore assume nell’inconscio le sembianze del Padrone del Cielo, della terra, e del sottoterra - distributore di premi e castighi.
Qui, devozione prima o poi farà rima con “separazione”.
Invece, Giustificazione allude a un più acuto, rispettoso, sapiente assetto.
Posizione verso Dio [che non è un notaio] e verso l’umanità ch’è tutta nostra; sarebbe puerile averne disprezzo.
Genuinità e Spirito vanno in sinergia.
A nessuno Cristo raccomanda di “farsi santo” ossia “separato”, come raccomandato dalla Legge antica (Lv 19,2) e da tutta una spiritualità inappuntabile arcaica.
Il nuovo criterio è comprensivo: la convivialità delle differenze e il recupero fecondo degli opposti. Appunto, l’Amore che fiorisce nella naturalezza.
Se proprio vogliamo, il senso del cammino nello Spirito potrebbe essere identificato nel passaggio critico dal Primo al Nuovo Testamento.
Ma sarebbe ancora troppo banale immaginare che nell’Antico Dio è Giudice forense e nel Nuovo “giudice del cuore”.
La Giustificazione che il Padre opera concerne la forma intima di ciò che “muove”, e il senso di quale motivazione e pungolo ci cambia.
Gl’inopportuni scienziati della vita pia hanno sempre tratteggiato la Salvezza quale premio finale di un’arrampicata estenuante.
Mi diceva una povera anima ben motivata, eppur plagiata, vessata e mal guidata: ‘chi più si pista di più s’acquista’.
Invece, quando Dio opera, crea, collocandoci nella giusta attitudine e traghettandoci verso una feconda direzione - non è detto in salita.
Tutto al fine di realizzarci e completarci, non per sfiancare e annientare le linee portanti della nostra personalità, irripetibile, impareggiabile.
Configurazione di equilibri che sappiamo bene essere non ordinaria, non meccanica, non prevedibile.
Il Padre non è un allenatore che si compiace solo del più forte dei suoi attaccanti.
Non è attratto dalle virtù di pochi, ma dalle molte necessità di tutti.
Nell’attesa di soluzioni irrisolte, non guarda i meriti delle persone, ma il loro bisogno di essere completate.
Pertanto chi fa il bene non merita assolutamente nulla: deve solo ringraziare la Provvidenza, che lo ha condotto anzitempo sulla strada di un’esperienza di pienezza di essere, sulla Via della Gioia.
Rimanendo appiccicato al suo tronetto, l'arrogante veterano del sacro e della disciplina (e dei modi perbene o da reduce) rimane lì.
Impantanato nell’io che si compiace del “suo” - ripiegato sull’ombelico delle opere di legge con cui voleva comprarsi il beneplacito di Dio - mostrandosi artificiosamente suo amico.
E torna a Casa, ossia in comunità (v.14), uguale a prima: unilaterale, come una sfinge.
Sono i sepolcri imbiancati davanti ai quali dobbiamo inchinarci per baciare le sacre pantofole, altrimenti non si passa.
Sono i separati dal resto della folla, perché per loro la gente può solo essere: utile, o seccante.
Non c’è nulla da fare. Certe persone compiaciute e autosufficienti, che non hanno mai fatto l’esperienza dell’humus e del gratis, Dio non riesce a farle giuste.
Non sono abituate a guardare la realtà, neppure la propria - ma a sottolineare ogni separazione che disdegna. E unicamente ciò ch’è prescritto; da cui non si esce.
Sembrano uomini tutti d’un pezzo e che posseggono un elevato senso della esclusività divina.
Tuttavia in loro non esistono energie spirituali profonde - quelle che sanno vedere oltre, sino a cogliere le fragranze più variegate.
Primi a non sapersi affidare al Mistero, continuano ad appestare l’aria, certissimi del loro rango spirituale e dei riconoscimenti - pretendendo (ovviamente) dazi ovunque si concedano.
Neppure il Padre riesce a giustificarli, ossia a collocarli nel punto giusto di fronte a Lui e ai fratelli.
Il senso di santità da cui si sentono ammantati li porta al disdegno altrui, e non c’è verso.
Come discernere anche in noi le tracce della presunzione religiosa? È il tema rilevante della parabola (v.9).
Dalla stessa Preghiera si capisce che il nostro stesso volto possiede un’immagine martellante e diabolica dell’Eterno.
Come fosse uno che fa il contabile, ossia che paga secondo i meriti e castiga secondo colpe.
Mentre il Dio biblico dona in pura perdita. Perché?
Nello Spirito cogliamo in noi un’energia che deve realizzare la sua opera nell’attimo [così frequentemente senza eguali], o nel ritmo anche sconnesso degli accadimenti molteplici e delle relazioni.
Qui intuiamo la deità parziale e paradossale dei ‘compagni di viaggio’ - come l’irreprensibile e il peccatore, che ci ricordano la Missione.
Personaggi compresenti nell’anima: deviazioni uniche, che integrano e perfezionano, diventando la nostra irripetibile Originalità.
La vita di Fede e la Preghiera portano sì a guarigione, ma talora paiono scomparire, come se ci avvicinassimo al trasgressore del Vangelo.
Danno risposte, ma a volte esse sembrano anche fortuite.
Hanno il medesimo passo disorganico e interrotto (il reale cambiamento arriva inaspettato) ma stessa composizione simbiotica, struttura, figura complessa, di un arbusto e dell’amore.
Una pianta bella rigogliosa ha le sue stagioni; neppure si sogna di possedere una connotazione senza sfumature e lati opposti.
Può sconcertare, ma le realtà di natura non fanno a meno delle radici per il fatto che queste parti basse si mescolano con il letame, la melma, il buio e i vermi - parassiti striscianti; come il pubblicano, immerso nel peccato fino al collo.
Se una rosa volesse tagliare le basi nascoste e infestate da cui sorge, tutta la pianta collasserebbe, perdendo anche la sua spettacolare individualità.
È la confusione - anche fetida e nauseante - che crea una terra feconda accogliente tutti i ruoli, e lo spazio di maturazione non monocromatico aperto a ogni filone di vita.
Ci sono fasi e presenze in apparenza oscuranti, di cui prendere atto, sulle quali siamo come seduti.
Quasi in un ribaltamento di piani, è l’incontro con le nostre ombre che ci fa svettare e affermare.
Merito del fariseo, e bisogno del pubblicano, sono aspetti in simbiosi.
Per antica educazione al credere ai codici, siamo quasi frastornati dalle novità.
Ma possiamo piantare il seme della crescita solo abbracciando la vita senza presuntuose aspettative.
Da certezze discriminanti, propositi maniacali indotti, ovvietà di luoghi comuni, non deriva sviluppo, realizzazione, fioritura con risultato esponenziale - in tutti i nostri lati.
Anche nell’amore ad es. non vogliamo fissarci su un’idea finta, fatta di pregiudizi, schemi ideologici, e divise.
Allora - ma proprio per salvarci - affiorano le fragilità.
Esse ci possono sì portare a dipendere, ma anche a cercare nuova comunicazione, per una migliore completezza.
Se il passato resta un totem primordiale, artificioso al pari delle ideologie sofisticate, disincarnate - tutto diventa fantasia, rimpianto, confusione, disastro.
Nel cammino spirituale, guai a rivolgersi ai grandi amori artefatti, col loro fascino avvolgente e straripante, ma asettico.
Frenesia che invade e occupa la vita, blocca e ripudia ogni progetto; non libera l’anima dai distinguo.
Non consente di notare nuovi destini. Fa abdicare. Ci assesta in superficie e non rovescia le sorti (cf. v.14).
Così il nostro organismo naturale, emotivo e sovrannaturale: convinto solo di qualcosa e incapace di rompere quei compartimenti.
Esso morirebbe - se perdesse la completezza delle polarità, la spontaneità più ovvia, e fosse sterilizzato. Trasmettendo la sua stessa morte, attorno.
Come nelle realtà create, anche nella vicenda spirituale sono i versanti contraddittori a comporre la ricchezza di facoltà, inclinazioni, destini, volti, e capacità.
A volte saranno proprio le crisi particolari da affrontare appunto con qualità speciali e risorse specifiche non in linea con le inclinazioni consuete o imperative - a riportarci sul nostro vero percorso.
È nell’incessante Incontro con la folla di personaggi a noi intima, e nel voltarsi attorno per accorgersi e percepire, che si decanta il caduco limitante, e si unifica l’uomo.
Tutto ciò affinché diventi solido e aperto, affidabile e creativo, capace di stare sia dentro che fuori casa.
E il Padre ci concede tempo per una formazione variegata, per attendere che nelle ambivalenze del processo incontriamo ogni sfaccettatura.
I troppi filtri, le censure, i molti freni, non preparerebbero la metamorfosi evolutiva che ci appartiene: quella in grado di superare i momenti difficili non con un faticoso pertugio o un sudato varco, bensì col sogno, e con la carezza d’un vero colpo di scena.
Nell’orazione-monologo, il narcisista che talora siamo noi, non fa che informare il Principio immobile delle sue conquiste, perché non vede altro che se stesso.
Ma non regge né regola quanto è umano o divino.
Neppure si chiede a quale Dio si stia rivolgendo, e in che posa si collochi.
Non ha pregato, non ha sintonizzato i propri pensieri su quelli del Padre. Ha solo stancato le anime, spento e rovinato i rapporti.
È in una posizione di cinismo e incapacità a cogliere la distanza fra l’uomo vero e il Creatore.
Ciò gl’impedisce di abbandonarsi a Lui, e il non cedere fa impallidire la capacità di recepire una nuova Vocazione all’interno della Vocazione [che non è mai “a posto” e soddisfacente].
Crede la perfezione come un porto sicuro; immagina di riflettere Dio sulla terra, di avere la medesima mentalità e le Sue stesse relazioni…
Del resto, gli amici poco benevoli, risoluti e a circolo chiuso che frequenta sarebbero gli stessi del suo Totem, ben foggiato ma senza valore.
Come lui, anch’essi restano nella sfera statica, priva di desiderio - però con una montagna di scrupoli. O senza un principio di realtà.
Un ambiente di gretti e ridicoli: uomini a misura, infantili come il loro oggetto (soggetto) di culto, ossia il sé - che non vede oltre lo stagno di acque morte a portata di mano.
Il “fariseo” da salotto o devoto è nemmeno sfiorato dal dubbio.
Posizione pericolosa, che mai consentirà di riflettere sui paradossi più intimi che avviano e riavviano l’Esodo, attivando nuove passioni.
Temendo ciò che finisce, mai proverà la Gioia ineffabile del Dono adesso, che accende la storia e cambia la vita.
Nulla in termini di stupore s’inaugura, sulla base di un'identità di caratteristiche o di vedute.
Ciò soprattutto se le linee distintive restano imprigionate nel passato (o futuro). Se permangono, nel modo di vivere e capire “di prima” (o “di poi”) che torna a dirigerci.
E non si fida dell’Amore che prepara il frutto dello Spirito: sta per arrivare; così com’è.
Chi non ha certezze lapidarie, non si fa guidare in modo artificioso.
Piuttosto, si lascia prendere come da una corrente d’insicurezza, che tuttavia lo porterà a conoscere la Felicità profonda, le grandi fioriture.
La rottura delle acque d’un parto ulteriore: la vita a tutto tondo.
Insomma, una volta messe sullo sfondo le abitudini, le idee astratte, le identificazioni, le opinioni comuni, le mode anche glamour, l’Eros fondante della nostra Chiamata personale potrà ancora scendere in campo.
Ottenendo migrazioni, manifestando tutto il suo Fuoco.
Nella vita siamo stati vittime, talora anche carnefici.
Dio lo sa e permette che la nostra libertà possa emergere: viceversa, in ogni recinto, in qualsivoglia scelta cadenzata, le possibilità del mondo interiore restano chiuse.
Allora - per rimetterci in discussione - dona i momenti no, le presenze e le preferenze contrapposte, nonché le voci dell’interno più inattese.
Altri profili, che pure ci appartengono; tutt’altro, rispetto ai modi di essere che già conosciamo [non si sono ancora espressi, ma prima o poi vorranno trovare spazio].
Semplicemente, è bene assumerne i tratti - e in noi ospitarli in modo assolutamente onesto.
Affinché non diventino disturbi laceranti, o da integrare con perversioni, affarismo, esercizio del potere, atteggiamenti settari: pessime abitudini, appena coperte da stilemi affabili.
I lati sepolti e forse ancora sconosciuti non vogliono disturbare l’opzione fondamentale al bene, ma l’esistenza inutile, tutta pronosticabile.
Essi sono altrettante Chiamate, sorprendenti, ma che per forza innata sanno dove condurci.
Esistono percorsi che ci appartengono e che non sono ancora emersi, o di cui abbiamo perso memoria.
Così, proprio in forza di tanta congerie interiore - fase dopo fase - il personaggio che è pertinente alla persona… traccia spontaneamente e provvidenzialmente la sua rotta.
Solo se saremo impregnati di ciò che è infinito e al contempo di quant’è sdraiato alla base dell’anima, il nostro io fariseo non si distaccherà dall’io pubblicano.
Energie plasmabili, volti che ci corrispondono profondamente e di fatto; maestri di pratica e di concetto; non di maniere.
Sono in varia miscela e secondo le età della vita, le reali sfaccettature della nostra variegata essenza spirituale.
Binari che corrono sottotraccia o paralleli, ma che talora s’intersecano e surclassano a vicenda, creando un magma che attende istante per istante di venire performato.
Per realizzare la Destinazione che è tutta nostra ci sono già state molte porte da aprire.
E abbiamo di frequente verificato che il Fiore cercato si nascondeva proprio fra i nostri disturbi.
Altro che già ritenersi vicini al Paradiso!
Bene: Dio c’introduce in un altro genere di coesistenza, dentro e fuori: equilibrio, serenità, Comunione.
Perché in ciò che davvero spinge all’eterno, tutto si recupera. Nella Pienezza, nulla si separa da nulla.
È l’autentica svolta, che dona dignità a ciò che accade. E apre la porta al Completamento.
Ribadisce il Tao (xxvii):
«Per questo il santo sempre ben soccorre gli uomini e perciò non vi son uomini respinti, sempre ben soccorre le creature e perciò non vi son creature respinte; ciò si chiama trasfondere l’illuminazione. Così l’uomo che è buono è maestro dell’uomo non buono, l’uomo che non è buono è profitto all’uomo buono. Chi non apprezza un tal maestro, chi non ha caro un tal profitto, anche se è sapiente cade in grave inganno: questo si chiama il mistero essenziale».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando mi colgo fariseo e quando pubblicano?
Come posso incontrare me stesso contemplando Dio? E incontrando gli altri?
Quando Dio ti viene vicino, ti abbandoni o temi ciò che finisce?
Quali sono state le esperienze di amore immeritato che ti hanno cambiato la vita?
Hai trovato maggiore comprensione dentro o fuori la Chiesa? Da parte di amici e conoscenti o di supertitolati del sacro? Come mai?
L’elemosina, la preghiera e il digiuno caratterizzano l’ebreo osservante della legge. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Nel riproporre queste prescrizioni, il Signore Gesù non chiede un rispetto formale ad una legge estranea all'uomo, imposta da un legislatore severo come fardello pesante, ma invita a riscoprire queste tre opere di pietà vivendole in modo più profondo, non per amore proprio, ma per amore di Dio, come mezzi nel cammino di conversione a Lui. Elemosina, preghiera e digiuno: è il tracciato della pedagogia divina che ci accompagna, non solo in Quaresima, verso l’incontro con il Signore Risorto; un tracciato da percorrere senza ostentazione, nella certezza che il Padre celeste sa leggere e vedere anche nel segreto del nostro cuore.
[Papa Benedetto, omelia s. Sabina 9 marzo 2011]
6. “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18, 10). Tuttavia soltanto uno tornò a casa giustificato. E fu proprio il pubblicano (cf. Lc 18, 14). Questo vuol dire che soltanto lui raggiunse il mistero interiore del tempio, il mistero unito alla sua consacrazione. Soltanto lui, benché tutti e due vi si fossero recati a pregare.
Così dunque risulta che lo stesso spazio sacro, il tempio, la cattedrale, deve essere ulteriormente riempito con un altro spazio totalmente interiore e spirituale: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi?” - scrive san Paolo (1 Cor 3, 16).
Di fatto la vostra cattedrale, come tante altre nel mondo, si riempie con un numero quasi infinito di quei templi interiori, che sono i “cuori” umani. A chi rassomigliano maggiormente questi “cuori” umani? Al fariseo oppure al pubblicano? Il tempio è segno della riconciliazione dell’uomo con Dio in Gesù Cristo. Tuttavia la realtà di tale riconciliazione - che è indicata dal segno esterno del tempio - in definitiva passa attraverso il cuore umano, attraverso questo santuario della giustificazione e della santità.
7. Il fariseo tornò “non giustificato” perché era “pieno di se stesso”. Nello “spazio” del suo cuore non c’era posto per Dio. Il fariseo era presente nel tempio materiale; ma Dio non era presente nel tempio del suo cuore. Perché invece, è tornato “giustificato” il pubblicano? Per il fatto che - a differenza del fariseo - egli riconosce umilmente di aver bisogno di essere giustificato. Egli non giudica gli altri. Giudica se stesso.
Il pubblicano “se ne sta a distanza”, eppure - e forse non se ne rende esattamente conto - è più che mai vicino al Signore, perché “il Signore, come dice il Salmo (33, 19), è vicino a chi ha il cuore ferito”. Dio non è affatto lontano dal peccatore, se questo peccatore ha il “cuore ferito”, cioè pentito, e confida, come il pubblicano, nella misericordia divina: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Il pubblicano, dunque, non si gloria in se stesso, ma nel Signore. Non si esalta. Non si mette al primo posto, ma riconosce a Dio la sua maestà, la sua trascendenza. Egli sa che Dio è grande e misericordioso, e che si piega al grido del povero e dell’umile.
Il pubblicano “sta a distanza”, ma nello stesso tempo confida. Ecco l’atteggiamento giusto verso Dio. Sentirsi indegni di lui, a causa dei propri peccati; ma confidare nella sua misericordia, proprio perché egli ama il peccatore pentito.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia Perugia 26 ottobre 1986]
Gesù vuole insegnarci qual è l’atteggiamento giusto per pregare e invocare la misericordia del Padre; come si deve pregare; l’atteggiamento giusto per pregare. E’ la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc 18,9-14).
Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Il fariseo prega «stando in piedi» (v. 11), e usa molte parole. La sua è, sì, una preghiera di ringraziamento rivolta a Dio, ma in realtà è uno sfoggio dei propri meriti, con senso di superiorità verso gli «altri uomini», qualificati come «ladri, ingiusti, adulteri», come, ad esempio, - e segnala quell’altro che era lì – «questo pubblicano» (v. 11). Ma proprio qui è il problema: quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a sé stesso. Prega se stesso! Invece di avere davanti agli occhi il Signore, ha uno specchio. Pur trovandosi nel tempio, non sente la necessità di prostrarsi dinanzi alla maestà di Dio; sta in piedi, si sente sicuro, quasi fosse lui il padrone del tempio! Egli elenca le buone opere compiute: è irreprensibile, osservante della Legge oltre il dovuto, digiuna «due volte alla settimana» e paga le “decime” di tutto quello che possiede. Insomma, più che pregare, il fariseo si compiace della propria osservanza dei precetti. Eppure il suo atteggiamento e le sue parole sono lontani dal modo di agire e di parlare di Dio, il quale ama tutti gli uomini e non disprezza i peccatori. Al contrario, quel fariseo disprezza i peccatori, anche quando segnala l’altro che è lì. Insomma, il fariseo, che si ritiene giusto, trascura il comandamento più importante: l’amore per Dio e per il prossimo.
Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia. Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Non come il fariseo che pregava con arroganza e ipocrisia. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro. Il fariseo si è incamminato verso il tempio, è sicuro di sé, ma non si accorge di aver smarrito la strada del suo cuore.
Il pubblicano invece – l’altro – si presenta nel tempio con animo umile e pentito: «fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto» (v. 13). La sua preghiera è brevissima, non è così lunga come quella del fariseo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Niente di più. Bella preghiera! Infatti, gli esattori delle tasse – detti appunto, “pubblicani” – erano considerati persone impure, sottomesse ai dominatori stranieri, erano malvisti dalla gente e in genere associati ai “peccatori”. La parabola insegna che si è giusti o peccatori non per la propria appartenenza sociale, ma per il modo di rapportarsi con Dio e per il modo di rapportarsi con i fratelli. I gesti di penitenza e le poche e semplici parole del pubblicano testimoniano la sua consapevolezza circa la sua misera condizione. La sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà. Se il fariseo non chiedeva nulla perché aveva già tutto, il pubblicano può solo mendicare la misericordia di Dio. E questo è bello: mendicare la misericordia di Dio! Presentandosi “a mani vuote”, con il cuore nudo e riconoscendosi peccatore, il pubblicano mostra a tutti noi la condizione necessaria per ricevere il perdono del Signore. Alla fine proprio lui, così disprezzato, diventa un’icona del vero credente.
Gesù conclude la parabola con una sentenza: «Io vi dico: questi – cioè il pubblicano –, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (v. 14). Di questi due, chi è il corrotto? Il fariseo. Il fariseo è proprio l’icona del corrotto che fa finta di pregare, ma riesce soltanto a pavoneggiarsi davanti a uno specchio. E’ un corrotto e fa finta di pregare. Così, nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza, è un corrotto e un ipocrita. La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri. Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca. Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore. E’ questa umiltà che la Vergine Maria esprime nel cantico del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva. […] di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1,48.50). Ci aiuti lei, la nostra Madre, a pregare con cuore umile. E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
[Papa Francesco, Udienza Generale 1 giugno 2016]
Nessuna arrendevolezza forzata
(Mc 12,28b-34)
Quella del ‘comandamento grande’ era la norma di catechismo più conosciuta, persino dagli infanti.
Gesù viene interrogato solo per ribattergli: e tu perché non osservi l’unico comandamento che anche Dio adempie - il riposo del sabato?
La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, non un qualche precetto particolare - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro fa propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio avvolge la creatura in ogni decisione [cuore], ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, tutte le proprie risorse [forze].
Mt 22,37 non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni (v.30) - l’aspetto mentale e d’intelligenza profonda che integra Dt 6.
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le nostre energie o potenzialità, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno oscillante proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale in merito alle questioni.
Qui c’è un Appuntamento decisivo dell’Amore a tutto tondo.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro e viceversa ci sovrasta con un suo obbiettivo, a noi estrinseco e che rende marginali.
Amare «Come [e Perché] te stesso»: è una nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù è che amiamo per il fatto che abbiamo cura d’incontrarci - e amiamo noi stessi - dilatando l’io nel Tu.
Il «comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando le sfide anche intellettuali che rimettono in discussione le credenze, le opere, la propria visione del mondo, il linguaggio, lo stile, e il pensiero stesso.
Valore aggiunto.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano o approfondiscono, e permangono nei luoghi comuni ereditati [o nelle voghe] lentamente decadono, quindi scompaiono.
Per questo alle note antiche del vero amore il Figlio di Dio aggiunge la ‘qualità della mente’: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
[Venerdì 3.a sett. Quaresima, 13 marzo 2026]
Il comandamento grande: Amore
(Mc 12,28b-34)
«Qual è primo comandamento di tutti? Rispose Gesù […] Primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è unico Signore, e amerai il Signore Dio tuo da tutto tuo cuore e da tutta tua vita e da tutta tua mente e da tutto tuo molto» (vv.28-30; Dt 6,4-5).
Gesù trasforma in questione cruciale quella che era la più banale delle domande di catechismo: qual è il «grande» comandamento?
Malgrado le diverse scuole teologiche, la risposta era ben nota a tutti: il riposo del sabato, unica prescrizione osservata (persino) da Dio.
La questione posta al Maestro dall’esperto della Legge non era così innocente, ma «per metterlo alla prova» (Mt 22,35; Lc 10,25) - ossia per ribattergli: e allora come mai tu non adempi il precetto del sabato?
Cristo semplifica il groviglio delle dispute, circa l’allargamento o la riduzione delle casistiche teoriche, e va al punto.
Sempre allergico ai bisticci sulle dottrine, Egli fa una proposta di vita come momento unitivo delle esigenze dell’Alleanza.
Tutte le norme hanno un’essenza, altrimenti restano un coacervo dispersivo. Trovano fondamento spontaneo e significato naturale nel dono di sé - però motivato.
Ma qual è il punto solido e il contesto di un simile invito? Un sentimento vago, un’emozione fra le tante, un moto passeggero? Filantropia? O un’esperienza?
Siamo assetati d’affetto e concediamo amicizia a corrente alternata, tanto da far diventare l’amore una fonte di equivoci, radicati nel bisogno di completarsi.
Ecco perché il secondo comandamento appare come una spiegazione del primo, non una sua riduzione [Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27].
Nel mondo antico non aveva senso parlare di amore verso Dio, Mistero ineffabile.
Era l’Altissimo che prediligeva qualcuno donandogli fortuna materiale, e costui gli riconosceva un dovere di culto, e sacrifici.
Idem per gli sfortunati, almeno per evitare ritorsioni (e tenerselo buono).
Con Gesù si parla apertamente di gratuità - non semplice gratitudine - come nucleo unificante, sia della persona che della storia della salvezza.
Finisce l’idea dello scambio di favori.
Il Padre non ha bisogno di nulla; non gode di vederci sottomessi e sentirsi riconosciuto [schema della religiosità pagana] come farebbe un sovrano nei confronti dei sudditi.
La Relazione con l’Eterno rimane concreta, ma l’onore verso l’Altissimo si manifesta facendo proprio il suo progetto di bene e di crescita nei confronti dell’uomo, e riconoscendosi in esso.
Il piano di Dio si dispiega... con una esigenza viva. Ma c’è una Partenza, un Centro e un Arrivo. In realtà, una nuova Genesi.
In ogni caso, solo l’iniziativa di Dio estrae da noi il meglio: più talento, più desiderio, più interessi, più capacità inespresse, più inedito - invece di tormenti che fanno male all’anima.
È la differenza tra religiosità che affievolisce la personalità, e Fede.
Per via di Fede scatta una Relazione creativa speciale: quella di colui che accoglie la Chiamata per Nome, nonché le proposte della stessa Fonte dell’essere - onda su onda.
Esse anticipano le nostre iniziative e ci guidano infallibilmente alla perfetta fioritura del personale e altrui Seme.
Soprattutto in Mt (22,38-39) e Mc (12,29-31) è chiaro che l’amore al prossimo deriva dall’esperienza e dalla consapevolezza di essere amati prima e senza condizioni previe da Dio - guardati, accettati, valorizzati, promossi, rallegrati, completati.
Si ama non per sforzo [la forza è una leva dirigista: produce episodi che fanno peggiorare la vita] ma sulla base di quanto ci sentiamo amati - e con immediatezza, ripetutamente, senza condizioni.
Si ama sull’argomento del “a perdere” già sperimentato a proprio favore dalla Provvidenza, che dà senso e valore agli atti umani.
Non per infatuazione di aspettative esterne, indotte, comunque altrui.
Anche in campo spirituale, non pochi comportamenti ritenuti in grado di risolvere problemi, spesso li cronicizzano.
In tal guisa, essi fanno leva su un’idea di permanenza - non sulla dinamica di gratuità vocazionale, sul Dono inimmaginabile, da accogliere.
Dunque il punto è regolarsi secondo risorse che vengono, o la distorsione dei modelli, tipica della mentalità moralista.
Infatti lo schema d’onnipotenza nel bene, paradossalmente, ripiega l’io e le sue forze, e ne distorce lo sguardo.
Ma al di là di tutte le sfumature, siamo rallegrati che primo e secondo comandamento riguardino l’Amore: ciò che più desideriamo fare e ricevere. È un’urgenza della vita.
Eppure bisogna essere sapienti, affinché lo schema dei paradigmi o gli stimoli dell’affetto naturale e delle precipitazioni non travolgano e trascinino via - capovolgendo - ogni buona intenzione.
L’Amore non sopporta l’eccesso di aspettative, perché scaturisce da una esperienza di Perfezione che giunge; offerta, inattesa, imprevedibile. Non già allestita secondo propositi concatenati e normali.
Se autentica, nel tempo sperimenteremo la fioritura; non nell’attesa di un ritorno, ma anzitutto in un Dono fuori del tempo. Perché esso ci ha già saziati e convinti - con stupore contemplativo - e fatti trasalire di gioia.
Così l’Eros vocazionale e fondante continuerà a plasmarci, con la sua virtù perennemente esplorativa e capace di attivare nuove Nascite.
Energia personale - senza i soliti bagagli di tormento, riserve, esteriorità... e (di nuovo) corrucci.
Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga
La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, a tutto spiano e a tutto tondo; non un qualche precetto particolare.
Per Gesù non vi sono classifiche nelle cose di Dio e dell’uomo - infatti Egli mostrava una spiccata tendenza a riassumere le molte disposizioni - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro faceva propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio deve avvolgere la creatura in ogni decisione [cuore].
Parimenti, in ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, nonché coinvolgere tutte le proprie risorse [forze: cf. Mc 12,30; Lc 10,27].
Dt 6,5 (testo ebraico) recita infatti: «con tutto il tuo “molto”», intendendo una partecipazione concreta sia alla vita cultuale che alla fraternità materiale - provvedendo e aiutando coi propri beni.
Mt non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27] accompagnate dall’aspetto mentale e d’intelligenza profonda (escluso in Dt 6).
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le potenzialità o energie, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
È un risvolto capitale della nostra dignità e promozione - anche umana - e discrimine specifico nel discernimento della Fede in Cristo, rispetto a tutte le soluzioni devote alla ricerca dell’Assoluto (qualunque).
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Non di rado si fugge il confronto a tutto campo che arricchirebbe ciascuno - proprio per incompetenza.
Ma non siamo dei creduloni unilaterali. Essere attenti e aggiornati, avere capacità di pensiero anche critico è dilatazione richiesta in ordine allo sviluppo della propria vocazione umana, morale, culturale e spirituale.
Banalità, identificazioni, scopiazzature impersonali e ripetizioni assembleari poco vigili intralciano la marea della vita, questa cascata divina di energia perenne che pulsa e non si spegne.
Anzi, essa viene con appelli che smuovono: chiama a spalancarci verso nuove attrattive di relazione e altri interessi, anche intellettuali; perfino denominazionali.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno incerta proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale, in merito alle questioni.
La devozione ingoia tutto. Invece, la Fede non si lascia plagiare dalla civiltà locale o dell’esterno: suppone una capacità di entrare in modo competente nelle valutazioni personali o inerenti il dibattito comunitario e d’insieme - storico e aggiornato.
La testimonianza della nostra Speranza non disdegna di lasciarsi fecondare dal dialogo con chi ha maggiore perizia psicologica o biblica, pastorale specialistica e sociale, nonché archeologica, bioetica, economica, scientifica e così via.
Un impegno che dimostra vero interesse al Sacro [certo, tutti aspetti da sottoporre a valutazione non come si trattasse di opzioni scolastiche].
Ma bisogna ammettere che una delle più organiche espressioni della grande teologia cattolica è quella che un tempo si denominava “dottrina” dei sette Doni dello Spirito Santo.
Nell’esistenza d’Amore si riconosceva il primato (anche relazionale) del Dono dello Spirito, che completava le possibilità di espressione “naturale” delle virtù cardinali e teologali, conducendole a pienezza.
Ben quattro dei sette Doni venivano correlati ad un carattere di profondo sapere: Sapienza, Intelletto, Consiglio e Scienza.
Insomma: qui c’è ancora un Appuntamento decisivo per l’Amore a tutto tondo.
Lasciarsi andare a qualche battuta sulla falsariga credente è dominio di tutti [individualista o di cerchia] ma la capacità di entrare in merito è solo di quanti hanno voluto vagliare e vivere le tematiche - perché più interessati a comprendere il Volto di Dio e il suo Disegno sull’umanità che a ribadire finte sicurezze narrative.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro; come se ci sovrastasse con un “suo” obbiettivo (a noi estrinseco) e così rendesse tutti marginali.
[Nelle sètte - perfino quelle dall’aspetto bonario - è fatto divieto l’approfondire, per capire: la posizione c’è già, il candidato deve “solo” adeguarsi].
«Come (e perché) te stesso» [senso del testo greco: Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27]: è una nuova Nascita di vita, nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù supera la norma antica di Lv 19,18.
Amiamo non solo i figli del nostro popolo, «per il fatto che» abbiamo cura d’incontrarci e vogliamo arricchire noi stessi insieme, dilatando l’io nel Tu.
Il «Comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo, ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando sfide analitiche oltre quelle “organiche” - quelle di lungo periodo.
Tutte rimettono in discussione credenze, opere, la propria visione del mondo; linguaggio, stile, e pensiero stesso.
Abbiamo ancora un gran bisogno di allargare la mente e diventare vasti come un panorama. E riarmonizzare gli opposti che ci trasciniamo dentro.
Lati e Perle nascoste cui ancora non abbiamo dato respiro, o visibilità - e forse mai considerato Alleati.
Resta unica la sorte travagliata che accomuna i profeti, ma non sono le certezze (antiche, o sofisticate, alla moda, à la page) il valore aggiunto dell’avventura di Fede nell’Amore - bensì il rischio del mettersi in bilico e la rielaborazione a tutto campo.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano, e permangono nei luoghi comuni ereditati, lentamente decadono, quindi scompaiono.
A dispetto del loro patrimonio eclatante e dei fiabeschi eventi.
In tal guisa, il «dottore della legge» è forse già vicino [Mc 12,34; Lc 10,28] ma deve ancora tenere d’occhio Gesù, per comprendere in Lui il senso più dilatato del dono totale, nello specifico personalizzante, che non è ingenuo.
Il Signore riporta il senso delle norme alla loro funzione profonda e originaria: farsi viatico di ogni Incontro che solleva accadimenti, persone di qualsiasi estrazione, e il creato.
In conclusione, esperienza e rito hanno il loro fulcro nella reciprocità dell’amore.
La vita in tutte le sue sfaccettature diventa Liturgia più significativa del gesto di culto accreditato; il suo Pane davvero spezzato si fa appello convincente alla Comunione e Missione.
Anche se non fa notizia, termometro autentico del nostro cammino non sarà il volume o il mucchio di cose importanti che facciamo, bensì un pulsare di cuore e mente rigenerati.
Per questo alle note antiche del vero Amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità del pensiero: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Titoli? Avere, potere, apparire?
Qual è nella tua esperienza dell’Amore il punto di Partenza, il Centro e l’Arrivo?
Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
Relazione profonda
Cari fratelli e sorelle!
Il Vangelo […] ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all’inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all’amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita.
Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.
Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell’unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo.
(Papa Benedetto, Angelus 4 novembre 2012)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
don Giuseppe Nespeca
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