Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia [12 Aprile 2026]
*Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)
Ecco uno scorcio della primissima comunità cristiana, come san Luca ama offrirne negli Atti degli Apostoli. Più volte, praticamente quattro, egli traccia, in poche righe, un ritratto di questo tipo; si direbbe quasi delle foto di famiglia, colte sul vivo. Messi insieme, questi quadri delineano un’immagine che ci appare quasi idilliaca della vita dei primi cristiani: assidui all’insegnamento degli apostoli e alla preghiera, vivono nella lode del Signore e mettono tutto in comune, seminano lungo il loro cammino numerose guarigioni e accolgono continuamente nuovi membri…Ciò non impedisce a Luca di raccontare, altrove, alcune difficoltà molto concrete di queste stesse comunità… Anania e Saffira, per esempio, che hanno fatto fatica a vivere fino in fondo la condivisione dei beni; e, cosa ancora più grave, le difficoltà di convivenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di origine pagana… Ci si può allora chiedere quale messaggio Luca voglia trasmetterci tracciando ritratti così belli, quasi irreali. Questo fa pensare alle foto di famiglia dei giorni di festa che adornano le pareti delle nostre case, gli album fotografici o i collage che amiamo guardare. Evidentemente, si sono scelte le immagini migliori; guardandole, prendiamo coscienza della bellezza delle nostre famiglie e della gioia di alcuni giorni privilegiati. Per san Luca è certamente questo, ma è anche molto di più: è la prova che i tempi messianici sono arrivati. Gli apostoli sono diventati capaci di vivere da fratelli grazie al dono dello Spirito. E? tutto ciò che lo Spirito ci rende capaci di fare: lui che prosegue la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione (secondo la splendida espressione della preghiera eucaristica). Questo è il segno dello Spirito effuso sul mondo dal Messia: è proprio ciò che avevano promesso i profeti. La fraternità, la pace, la giustizia, l’abolizione del male sono i valori del Regno di Dio che il Messia doveva instaurare e di cui i primi cristiani hanno dato più volte l’esempio. Questa è la prova che Gesù è davvero il Messia atteso, la prova che ha effuso sul mondo lo Spirito di Dio. Allora si comprende l’espressione: “Un senso di timore era in tutti”: è lo stupore davanti all’opera di Dio. Luca ci dice: vedete, fratelli miei, i primi segni del Regno sono già qui; ecco ciò che lo Spirito Santo ci permette di vivere nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità quando ci lasciamo guidare da lui nella luce di Pasqua. Dalla Risurrezione di Cristo è nata un’umanità nuova, quella che cresce lentamente attorno e all’immagine del Figlio di Dio. San Paolo direbbe: guardate, siamo davvero risorti! Cioè: viviamo realmente una vita nuova; l’uomo vecchio (il comportamento di un tempo) è morto. Luca, pagano convertito, si meraviglia dell’espansione irresistibile del Vangelo: Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Osservo, di passaggio, che è il Signore a far entrare nuovi membri nella comunità! A noi, che cosa è chiesto? Forse, semplicemente, di essere vere comunità cristiane, degne di questo nome. Perché è attraverso la sua vita molto concreta che la comunità rende testimonianza alla Risurrezione di Cristo: una vita fatta di condivisione della Parola e del pane, di preghiera, di condivisione di tutti i beni, il tutto nella gioia! È davvero un mondo capovolto! In particolare, lo spogliamento personale e la condivisione di tutti i beni: ecco qualcosa di irrealizzabile per uomini ordinari… a meno che non siano abitati dallo Spirito di Dio, quello che Cristo stesso ha donato loro. Gesù aveva detto: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. È questo che dimostrerà al mondo intero che Gesù è vivo; ed è questo che giudica una volta per tutte le nostre liti e maldicenze, le nostre intolleranze e divisioni, i nostri rifiuti di condividere. Naturalmente, non ci è vietato attingere da questi bei ritratti dei criteri per verificare la qualità delle nostre comunità (famiglie, gruppi, comunità cristiane). È un po’ come se Luca ci dicesse: chi ha orecchi per intendere, intenda! Perché, in fondo, quello che abbiamo ascoltato è proprio un programma di vita cristiana; se conto bene, ci sono quattro punti: ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere la comunione fraterna (fino alla condivisione dei beni), spezzare il pane e partecipare alle preghiere. Per concludere, mi sembra che la grande Buona Notizia di questo testo sia questa: questo comportamento nuovo, ispirato dallo Spirito Santo, è possibile! Proprio come le foto dei giorni di festa ci ricordano le possibilità di amore nelle nostre famiglie. Ma questo può anche suggerirci alcune domande: Luca annota che erano “perseveranti insieme” nel tempio e fedeli nello spezzare il pane nelle case con letizia semplicità di cuore. .Oggi diremmo: vivevano l’Eucaristia. Questo significa almeno tre cose: anzitutto, la Messa della domenica è molto più di un obbligo è una necessità vitale: la pratica eucaristica è indispensabile per ciascuno di noi nella vita di fede. Inoltre, cosa ancora più seria, ogni volta che uno di noi non partecipa all’Eucaristia, è la comunità stessa a essere privata di uno dei suoi membri. Infine, terzo aspetto, una comunità è gravemente penalizzata quando è privata di questo nutrimento regolare: ciò pone evidentemente il problema di tante comunità cristiane prive di sacerdote, talvolta da molto tempo, mentre alcune parrocchie nelle nostre regioni offrono un’ampia scelta di orari di Messe per rispondere a tutte le esigenze. Non possiamo che ammirare il dinamismo della fede di coloro che sanno far vivere le loro comunità nonostante l’assenza del sacerdote.
*Salmo responsoriale (117/118)
Abbiamo già cantato questo salmo 117/118 durante la notte pasquale e nel giorno stesso di Pasqua. E anzi, ogni domenica ordinaria, esso fa parte dell’Ufficio delle Lodi nella Liturgia delle Ore. Non c’è da stupirsi: per gli Ebrei, questo salmo riguarda il Messia; per noi cristiani, quando celebriamo la Risurrezione di Cristo, riconosciamo in lui il Messia atteso da tutto l’Antico Testamento, il vero re, il vincitore della morte. È dunque su questo duplice livello — dell’attesa ebraica e della fede cristiana — che occorre considerarlo. Per la fede ebraica è un salmo di lode: comincia infatti con la parola Alleluia, che significa lodate Dio e che dà bene il tono dell’insieme; inoltre, comprende ventinove versetti e, su questo insieme, compare più di trenta volte la parola “Signore” (il tetragramma YHWH) ho almeno “Yah” che ne è la prima sillaba… e sono altrettante espressioni di lode per la grandezza di Dio, l’amore di Dio, l’opera di Dio per il suo popolo… Una vera litania! Questo salmo di lode è previsto per accompagnare un sacrificio di azione di grazie durante la festa delle Capanne, festa importante e gioiosa che dura otto giorni in autunno: troviamo tracce della gioia di questa festa nel testo stesso del salmo. Per esempio: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo”.
Durante questa festa si abita per otto giorni sotto le tende, in memoria delle tende dell’Esodo dopo l’uscita dall’Egitto, per ritrovare il senso dell’Alleanza. Poi vi sono numerose celebrazioni nel Tempio di Gerusalemme e si compiono processioni attorno all’altare agitando rami e cantando “Osanna”, che significa “Dona, Signore, dona la salvezza” ed essendo l’attesa del Messia molto viva nello spirito di questa festa, si ripete “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, come una sorta di preghiera per affrettarne la venuta. Un altro rito significativo era una grande e spettacolare illuminazione del Tempio, nell’ultima sera. Tutti questi riti risuonano in questo salmo, a condizione di leggerlo per intero. Per esempio in altri versetti che non ascoltiamo nella liturgia della seconda domenica di Pasqua si proclama “Con rami in mano, formate il corteo fino all’altare… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, “Di, il Signore ci illumina” alludendo all’illuminazione dell’ultima sera. Tutto questo riguarda le parole della lode e questi sono i motivi: per parlare della storia d’Israele, il salmo racconta la vicenda di un re che ha appena affrontato una guerra senza pietà e ha ottenuto la vittoria. Questo re viene ora a rendere grazie al suo Dio per averlo sostenuto. Dice per esempio: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signor mi ha aiutato… e ancora tutte le nazioni mi hanno circondato: nel nome del Signore le ho sconfitte… e ancora: Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore””. Chi parla è dunque un re che è scampato miracolosamente a tutti gli attacchi dei popoli nemici; ma in realtà sappiamo cosa leggere tra le righe: è la storia del popolo d’Israele. Molte volte, nel corso della sua storia, ha sfiorato l’annientamento; ma ogni volta il Signore lo ha rialzato, ed esso lo celebra in questa grande festa delle Capanne: canta “Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. Questo ruolo di testimone delle opere del Signore è la vocazione propria d’Israele; ed è nella coscienza stessa di questa vocazione che ha trovato la forza di sopravvivere a tutte le sue prove lungo la storia. Per noi cristiani questo salmo richiama una parentela tra la festa ebraica delle Capanne e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che commemoriamo nella Domenica delle Palme. Ma soprattutto, la gioia che attraversa questo salmo si addice al Risorto nel mattino di Pasqua! Egli è quel re vittorioso e, a ben vedere, gli evangelisti, ciascuno a modo suo, ce lo presenta come il vero re. Matteo ad esempio, ha costruito l’episodio della visita dei Magi in modo da farci comprendere che il vero re non è quello indicato dagli storici ( Erode), ma il bambino di Betlemme… oppure Giovanni, che, nel racconto della Passione, presenta chiaramente Gesù come il vero re dei Giudei. Meditando il mistero di questo Messia rifiutato, disprezzato, crocifisso, gli apostoli hanno scoperto un nuovo senso di questo salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”. Gesù lo aveva già citato nella parabola dei vignaioli omicidi mostrando che è lui la pietra angolare, rifiutata dai costruttori e divenuta pietra fondamentale cioè, rifiutato dal suo popolo, è diventato la pietra di fondazione del nuovo Israele. Egli è veramente “colui che viene nel nome del Signore” come dice il salmo: questa stessa espressione è stata usata durante il suo ingresso solenne a Gerusalemme. Infine, sappiamo che questo salmo veniva cantato a Gerusalemme in occasione di un sacrificio di azione di grazie. Gesù, invece, ha appena compiuto il sacrificio di azione di grazie per eccellenza! Egli prende la guida del nuovo Israele che rende grazie a Dio suo Padre: ed è proprio questo che caratterizza Gesù. Tutto il suo atteggiamento verso il Padre è azione di grazie inaugurando così tra Dio e l’umanità l’Alleanza nuova: quella in cui l’umanità non è altro che risposta d’amore all’amore del Padre.
*Seconda Lettura dalla prima lettera si san Pietro apostolo (1, 3-9)
Alcuni si chiedono se Pietro non abbia ripreso qui un inno che si cantava durante i battesimi… Non ne abbiamo la prova, ma è comunque un’ipotesi interessante che può aiutarci a comprendere meglio questo testo. Si riconoscono facilmente tre strofe di cui offro un breve riassunto: Prima strofa (vv. 3, 4, 5): “Benedetto sia Dio…”. Egli ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Cristo e ormai viviamo nella fede e nella speranza; come dice un canto ben conosciuto: Dio fa di noi, in Gesù Cristo, uomini liberi. Seconda strofa (vv. 6 e 7): la speranza ci fa già sussultare di gioia, ma siamo ancora nel tempo della prova della nostra fede. Terza strofa (vv. 8 e 9): beati quelli che credono senza aver visto; la nostra fede ci dona già una gioia inesprimibile che ci trasfigura. La parola fede compare cinque volte in queste poche righe. Non è sorprendente, se ci troviamo in una celebrazione battesimale; e vi è anche una gioia straordinaria, che egli definisce inesprimibile, nonostante le prove presenti (anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo da varie prove, v. 6): qui si rivolge evidentemente a comunità cristiane che vivono in un mondo ostile, probabilmente perseguitati e questo sembra proprio essere il caso dei destinatari di Pietro. Riprendo ora per comodità le tre strofe una per una: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”: la forma è giudaica, il contenuto è cristiano; iniziare con una grande benedizione di Dio è tipico della preghiera ebraica; ed è certamente qualcuno che ha molto cantato i salmi a poter scrivere un testo simile! Ma il contenuto è cristiano: nei salmi Dio è celebrato come il Dio dei Padri, Abramo, Isacco, Giacobbe… ormai la Rivelazione ha compiuto un passo decisivo: Dio è conosciuto come Padre di Gesù Cristo ed è per mezzo di Gesù Cristo che realizza il suo disegno sull’umanità. “Dio ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Gesù Cristo”: come Gesù stesso nel dialogo con Nicodemo, Pietro parla del battesimo come di una nuova nascita, e questa nuova nascita ha la sua sorgente nella risurrezione di Cristo; oggi noi, dopo ben oltre duemila anni di cristianesimo, siamo talmente abituati alla formula “Gesù Cristo è risorto” che forse non ne percepiamo più lo shock; ma i primi cristiani lo vivevano come una vera rivoluzione: ormai, per loro, il volto del mondo era cambiato; come dice Paolo, il mondo antico è passato, ne è nato uno nuovo (2 Cor 5).
Si ritrova anche molto forte in Pietro un altro tema tipico di Paolo: la tensione tra il presente e il futuro: tutto è già compiuto nella risurrezione di Cristo e dunque egli parla al passato: Dio ci ha fatto rinascere… tutto è già deciso, per così dire; ma tutto resta ancora da venire: siamo protesi verso la salvezza pronta a rivelarsi negli ultimi tempi, come dice Pietro. La parola “salvezza! si potrebbe tradurre con vita… che non conosce né corruzione, né macchia, né marcimento; si potrebbe tradurre anche con liberazione da tutto ciò che è appunto corruzione, macchia, marcimento. Una salvezza, una liberazione già compiuta in Gesù Cristo, ma nella quale tutta l’umanità non è ancora entrata: ed è questo ciò che resta da venire.
È il fatto che già tutto è compiuto fin d’ora fa sussultare di gioia, come dice Pietro; i giorni in cui siamo tristi sono forse quelli in cui perdiamo di vista questa grande notizia della Pasqua: la buona notizia che l’amore e la vita sono più forti di ogni odio e della morte anche se in certe situazioni, questa certezza tende ad affievolirsi e la nostra fede viene allora messa alla prova! E la seconda strofa lo dice bene: «Siete afflitti per un po’ di tempo da varie prove», dice Pietro. Il seguito della lettera lascia intravedere le difficoltà di cui si tratta, probabilmente l’ostilità incontrata da questi giovani cristiani che appaiono come marginali in un mondo pagano.
L’ultima strofa riprende questo tema della fede nel tempo dell’attesa; Pietro ha avuto il privilegio di conoscere e frequentare a lungo Gesù Cristo, ma si rivolge a cristiani che non lo hanno conosciuto e sviluppa per loro la beatitudine che Gesù aveva detto a Tommaso: “Beati quelli che credono senza aver visto” e li incoraggia: Voi lo amate senza averlo visto; e senza vederlo ancora, credete in lui… ed esultate di una gioia “indicibile e gloriosa”. Quando usa l’espressione gioia gloriosa, Pietro sa di cosa parla, lui che ha avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione di Gesù: e sul volto dei cristiani ritrova un riflesso della luce che irradiava Gesù stesso. Questa insistenza di Pietro sulla gioia dei cristiani, una gioia al tempo stesso inesprimibile e più forte di tutte le prove passeggere, risuona oggi come un appello a far sì che sul nostro volto tutti possano vedere la gioia del nostro battesimo, come riflesso di Gesù trasfigurato. Tradizionalmente, questa domenica si chiamava «in albis», cioè «in vesti bianche». Infatti i neobattezzati della notte di Pasqua portavano la loro veste battesimale per tutta la settimana pasquale. E questa domenica rappresentava per loro come una festa dei battezzati.
*Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)
Era dopo la morte di Gesù, la sera del primo giorno della settimana, cioè la domenica. Questa non è soltanto una precisazione temporale che san Giovanni ci offre, ma piuttosto un piccolo importante segnale. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, sono già passati circa cinquant’anni dai fatti, cioè dalla passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Cinquant’anni durante i quali i cristiani si riuniscono ogni domenica per celebrare la risurrezione di Gesù ed allora il messaggio che vuol dare è: “Capite allora perché ci raduniamo ogni domenica?” Il raduno dei cristiani ogni domenica era una caratteristica dei cristiani nel mondo giudaico ed era proprio per far memoria della risurrezione di Cristo. Per gli Ebrei, il primo giorno della settimana - la domenica - era un giorno lavorativo come gli altri, mentre il settimo giorno, il sabato (lo shabbat), era il giorno di festa, di riposo, di assemblea, di preghiera. Ora, è il giorno dopo lo shabbat che Gesù è risorto, e più volte si è mostrato vivo ai suoi apostoli dopo la risurrezione sempre il primo giorno della settimana: così, per i cristiani, quel giorno ha assunto un significato particolare. Questo primo giorno della settimana appare come il primo giorno dei tempi nuovi: come la settimana di sette giorni degli Ebrei ricordava i sette giorni della Creazione, così questa nuova settimana iniziata con la risurrezione di Cristo è stata compresa dai cristiani come l’inizio della nuova Creazione. I discepoli avevano chiuso le porte del luogo dove si trovavano, per paura dei Giudei quando Gesù venne e stette in mezzo a loro. Giovanni sottolinea che i discepoli sono chiusi dentro e per paura perché, se avevano ucciso il Maestro, potevano benissimo uccidere anche i suoi discepoli. ma anche questo mette bene in luce la libertà di Cristo. Tutto è chiuso, ma per lui non c’è problema: non ama chiavistelli e, soprattutto, non conosce la paura! E, proprio per questo, la sua prima parola è: “Pace a voi”!. Era il saluto giudaico abituale… ma è comunque un saluto sorprendente dopo tutto ciò che è accaduto! La paura, l’angoscia degli ultimi mesi prima dell’arresto di Gesù, l’orrore della sua passione e della sua morte, la notte del giovedì, il giorno del venerdì e quel silenzio del sabato, dopo che Gesù è stato deposto nel sepolcro… È possibile essere nella pace come se nulla fosse accaduto? Eppure, è incredibile ma vero: egli è davvero vivo… e, per dimostrarlo, mostra le sue piaghe, i segni permanenti della crocifissione. A questo proposito, si rimarca proprio che i segni sono ancora presenti nelle sue mani, nei piedi, nel costato: la Risurrezione non cancella la nostra morte. Allora, anche se può sembrare incredibile, san Giovanni annota che i discepoli gioirono. È qualcosa di inaudito ciò che stanno vivendo! E, a questo punto, Giovanni continua: “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi”. Ora possono davvero essere nella pace… non come se nulla fosse accaduto, ma nonostante ciò che è accaduto: perché questa pace del Risorto va ben oltre tutto ciò che può succedere. “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro ai quali non perdonerete non saranno perdonati”. Colpisce il legame tra il dono dello Spirito e la missione della riconciliazione: nella Bibbia, lo Spirito è sempre dato per una missione. Ma in definitiva, può esserci altra missione più importante che riconciliare gli uomini con Dio? Tutto il resto da questo deriva. È un ordine, che Gesù dà: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Andate ad annunciare che i peccati sono rimessi, cioè perdonati. Siate ambasciatori della riconciliazione universale. E se non andate, la Buona Notizia, il vangelo della Riconciliazione non sarà annunciata. Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me…”: dalla bocca stessa di Gesù Cristo, abbiamo un riassunto di tutta la sua missione perché è come se dicesse: Il Padre mi ha mandato per annunciare la riconciliazione universale, per proclamare che i peccati sono perdonati. e che Dio non tiene il conto dei peccati degli uomini; in altre parole sono venuto ad annunciare una sola cosa: che Dio è tutto Amore e Perdono. A vostra volta, io mando voi per la stessa missione. Pertanto occorre fare bene attenzione: l’unico vero peccato, che è alla radice di tutti gli altri, è non credere o rifiutare l’amore di Dio: io dunque vi mando perché annunciate a tutti gli uomini l’amore infinito di Dio, cioè che Dio è Misericordia infinita. Ma come far conoscere l’amore di Dio? Non basta annunciare la misericordia di Dio; occorre “dare la vita” per la “salvezza” delle anime. Quando comprenderemo che questo è tutto il vangelo e quanto grande è la nostra responsabilità?
NB Attenzione: Resta da comprendere bene la frase: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Mi sono lasciato prendere da un’analisi strutturale e teologica che con voi condivido.
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Greco |
Traslitterazione |
Traduzione italiana |
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ἄν |
an |
se / a chiunque |
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τινων |
tinōn |
di alcuni / di chiunque |
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ἀφῆτε |
aphēte |
rimettete / lasciate andare |
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τὰς |
tas |
i (femminile plurale, oggetto) |
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ἁμαρτίας |
hamartias |
peccati |
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ἀφέωνται |
apheōntai |
sono rimessi |
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αὐτοῖς |
autois |
a loro |
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ἄν |
an |
se / a chiunque |
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τινων |
tinōn |
di alcuni / di chiunque |
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κρατῆτε |
kratēte |
trattenete / tenete |
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κεκράτηνται |
kekratēntai |
sono trattenuti |
Testo greco completo con translitterazione ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας, ἀφέωνται αὐτοῖς· (an tinōn aphēte tas hamartias, apheōntai autois) ἄν τινων κρατῆτε, κεκράτηνται. (an tinōn kratēte, kekratēntai) Traduzione fluida del versetto: “A chi voi rimettete i peccati, essi sono già rimessi; a chi li trattenete, restano trattenuti.” La frase è costruita in due movimenti paralleli: ἀφῆτε (voi rimettete), ἀφέωνται (sono già rimessi da Dio); κρατῆτε (voi trattenete), κεκράτηνται (sono già trattenuti) Emergere subito: azione visibile e realtà divina. Verbi degli apostoli: ἀφῆτε / κρατῆτε che sono aoristo congiuntivo e il significato: atto puntuale e decisivo, evento reale. b) Verbi finali ἀφέωνται / κεκράτηνται sono perfetto passivo e significa: azione già compiuta e già stabilizzata da Dio, effetto duraturo. Perché Giovanni usa l’aoristo? Non usa il presente perché non indica un’azione continua, ma l’aoristo che significa:“Nel momento in cui rimettete o trattenete i peccati, accade un atto reale e decisivo” e l’atto degli apostoli entra dentro l’azione effettiva permanente di Dio. Conseguenze teologiche: Primato di Dio: solo Dio perdona. Ruolo della Chiesa: rendere visibile, applicare concretamente il perdono e il peccato o è tolto o resta. Intuizione spirituale Il perdono è evento reale, non simbolo e La Chiesa, strumento visibile, ma l’efficacia è di Dio. Sintesi finale: Quando la Chiesa rimette i peccati, accade un atto reale e decisivo nel quale si manifesta e si rende presente il perdono che è già operante di Dio; quando li trattiene, si constata che quel perdono non è purtroppo accolto. E qui sta il problema: perché non è accolto? Il perdono non è un’idea né un processo: è un evento di Dio, e la Chiesa lo rende visibile. Dio ci perdona sempre e noi siamo perdonati quando confessiamo con fede il nostro peccato. Dio è Misericordia infinita che non viene mai meno e desidera che tutti siano salvati; ma occorre che l’uomo accolga il suo amore gratuito nel cuore. La Chiesa è chiamata a rendere visibile questo perdono ogni giorno, senza sosta, e ogni cristiano è responsabilizzato a testimoniare e annunciare il perdono che è amore assolutamente gratuito di Dio affinché tutti possano credere, accoglierlo e sperimentarlo nella propria vita. In definitiva: Dio perdona sempre senza fine e chi crede lo annuncia e lo vive come vangelo che entra nel proprio sangue. Concludo con questo messaggio da Madjugorie 2 marzo 1997 “Cari figli! Pregate per i vostri fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore di Dio Padre e per quelli per i quali è più importante la vita sulla terra. Aprite i vostri cuori a loro e vedete in loro mio Figlio che li ama. Dovete essere la mia luce: illuminate tutte le anime in cui regna il buio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
Dipende da voi, dice Gesù, agli apostoli e oggi a noi, che i vostri fratelli conoscano e sperimentino l’amore di Dio e vivano nella sua misericordia. Il progetto di Dio sarà pienamente compiuto solo quando anche voi, a vostra volta, avrete portato a termine la vostra missione. Insomma, capite bene, come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E non avete molto tempo da perdere
+Giovanni D’Ercole
(Lc 24,35-48)
Non riconosciamo una persona da mani e piedi (v.39).
Il Risorto ha una vita che sfugge alla percezione dei sensi, tuttavia la Risurrezione non annulla la ‘persona’, bensì la dilata.
L’identità e l’essere che lo contraddistingue è di altra natura, ma il cuore è quello, caratterizzante. Amore sino in fondo: azione [mani] e cammino [piedi] senza risparmio, che la non-fede emargina, umilia, uccide.
Non si coglie Cristo fuori dall’esperienza di condivisione, testimonianza, Missione - punta del testo - che si estende fra tutti gli uomini.
Un’evangelizzazione a partire da araldi diretti e banditori entusiasti. Centrati nel nucleo dell’Annuncio, che smuove tutto e dà accesso (vv.35ss).
E finalmente, grazie all’intelligenza delle Scritture - che fa uscire da luoghi comuni e automatismi interpretativi vaghi.
Tutto ciò, nell’ascolto specifico e nel perdono che ci rende partecipi; nell’impegno che rischia, cammina, e parla.
Il progetto umano del Creatore ha assunto una configurazione pedagogica nella Legge; è stato ripreso, attualizzato e purificato dai profeti, e cantato nei salmi (v.44).
Ma coloro che «vedono e toccano» sono discepoli che si coinvolgono fino a far coincidere i loro moti dell’anima, i loro esodi verso le periferie, e i loro gesti appassionati, con le stesse piaghe d’amore del Maestro: «Palpatemi e vedete» (v.39).
Nei primi tempi, i credenti - qua e là - ce la facevano grazie all’aiuto di fraternità nelle quali la Persona del Signore si ‘manifestava’ persuasivo, perché «in mezzo» (v.36).
Non “sopra” o “davanti”, bensì da fratello a fratello: testimonianza del divino (v.48).
Egli ‘si svelava’ Vivente nella convivialità - Parola chiave, apice della Bibbia intera.
Condivisione che trovava anche le vie dell’intimità e confidenza sensibile, personale: «Essi gli porsero una porzione» (v.42).
Per questo motivo l’Annuncio doveva iniziare da Gerusalemme, primo dei «popoli pagani» [v.47 testo greco] da evangelizzare!
E in tal guisa non rendere Cristo un fantasma (v.37).
Nelle comunità dei primi tempi l’ascolto del mondo interiore personale e comune era particolarmente accentuato, perché il senso di marcia proposto dal Maestro sembrava tutto contromano.
Malgrado il caos delle sicurezze esterne, la traversata dal timore alla Libertà proveniva da una percezione tollerante - a partire da nuclei di esperienza viscerali.
Proprio le strettoie accentuavano il cambiamento e l’interiorizzazione, e strappavano i discepoli dall’abitudine ad allestire armonie conformiste.
Ci si affidava allora più volentieri ai tracciati dell’anima, incontrando così la propria natura profonda; nuovo asse della vita, a partire dalle ‘radici’.
La ricerca di una nuova bussola per i propri percorsi, la perdita dei riferimenti prevedibili, il disagio sociale, mettevano in contatto con se stessi e gli altri, in modo autentico.
Sentire l’ansia, il malessere e le piaghe, lasciava conoscere la propria Chiamata… anche se il modo esterno in cui si vedeva e affrontava l’esistenza normale o spirituale, “faceva per loro”.
Dovendosi spostare dalle abitudini, non ci si sottraeva più alla rivelazione preziosissima: dell’intimità primordiale e umanizzante depositata nella fraternità della nuova Via crocifissa.
Educati dal paradosso delle strettezze, gl’incerti apostoli diventavano così passo dopo passo i cercatori di una traccia, di una rotta più pertinente.
Pellegrini di codici inattesi. «Testimoni» (v.48): padri e madri di un’umanità nuova.
[Giovedì fra l’Ottava di Pasqua, 9 aprile 2026]
Non crea una gerarchia
(Lc 24,35-48)
Non riconosciamo una persona da mani e piedi (v.39).
Il Risorto ha una vita che sfugge alla percezione dei sensi, tuttavia la Risurrezione non annulla la persona, bensì la dilata.
L’identità e l’essere che lo contraddistingue è di altra natura, ma il cuore è quello, caratterizzante. Amore sino in fondo: azione [mani] e cammino [piedi] senza risparmio, che la non-fede emargina, umilia, uccide.
Non si coglie Cristo fuori dall’esperienza di condivisione, testimonianza, Missione - punta del testo - che si estende fra tutti gli uomini.
Un’evangelizzazione a partire da araldi diretti e banditori entusiasti. Centrati nel nucleo dell’Annuncio, che smuove tutto e dà accesso (vv.35-).
Finalmente grazie all’intelligenza delle Scritture, che fa uscire da luoghi comuni e automatismi interpretativi vaghi.
Nell’ascolto specifico e nel perdono che ci rende partecipi; nell’impegno che rischia, cammina, e parla.
Il progetto umano del Creatore ha assunto una configurazione pedagogica nella Legge. È stato ripreso, attualizzato e purificato dai profeti, e cantato nei salmi (v.44).
Ma la Conversione proposta da Cristo non è un ritorno alla religiosità, ma «cambiamento [di testa] in remissione» (v.47).
Il mutamento di convinzioni e mentalità è «per il perdono dei peccati»: ossia in superamento del senso d’inadeguatezza predicato dal centro religioso manipolatorio.
Le sue direzioni formali e vuote impediscono a donne e uomini di corrispondere alle proprie radici, al carattere, alla vocazione - alla gioia, alla pienezza di realizzazione personale, al Desiderio grande che pulsa dentro ciascuno.
In Gesù la storia della salvezza assume e riscatta la globalità dell’umano: essa diventa luogo privilegiato del vero suggello dell’Alleanza eterna tra il Padre e i figli. Solo in Lui la nostra vita va per il verso giusto.
Tale consapevolezza costituiva il nucleo di tutti i primi segni liturgici, i quali in parole e gesti esprimevano l’attitudine alla gratuità e accoglienza che animavano il credere.
In tal guisa, anche l’incontrare poliedrico; e il rischio della missione di Pace-Shalôm (v.36): Presenza del Messia stesso, attualizzato nello Spirito.
La Pasqua del Signore dava senso al passato del popolo ed era fondamento della libertà nell’amore, nella coesistenza - per l’opera personale ed ecclesiale.
Principio di nuove configurazioni. “Fatto” per eccellenza [in questo senso Lc ai vv.41-43 insiste sulla realtà della risurrezione].
Ecco l’inizio, fonte e culmine della storia autentica - nella stessa figura dell’Eucaristia come Mensa del «Pesce» [sigla acrostico, in greco, della condizione divina del Figlio dell’uomo].
Insomma, siamo testimoni oculari, non creduloni o vittime di allucinazioni collettive.
Nel Risorto non vediamo convergere proiezioni di angosce e frustrazioni; non lo cerchiamo per una compensazione.
Nei primi anni dopo la morte del Maestro, alcuni discepoli si difendevano effettivamente dagli scettici narrando di apparizioni.
La più convincente e genuina Manifestazione del Vivente era in realtà la saggezza e la qualità di vita espresse dalle prime comunità.
Coloro che «vedono e toccano» sono quei discepoli che si coinvolgono fino a far coincidere finalmente i loro moti dell’anima, i loro esodi verso le periferie, e i loro gesti appassionati, con le stesse piaghe d’amore del Maestro: «Palpatemi e vedete» (v.39).
Ciò additando un evento e vicenda di ammirabile luce per tutti, che si fa storia estesa, da fratello a fratello.
Testimonianza di peso, del divino (v.48) - nel Sì dell’essere, anche intaccato o distrutto dall’arcaica società sacrale dell’esterno.
Nei primi tempi i credenti - qua e là - ce la facevano grazie all’aiuto di fraternità nelle quali la Persona del Messia autentico si manifestava persuasivo, perché «in mezzo» (v.36).
Non “sopra” o “davanti” - né con un’etica e i dogmi.
Quindi nelle assemblee non avrebbe mai dovuto esistere nessun piazzato (a vita) che pretendesse di rappresentarLo e avesse titolo e posto di spicco, mentre altri destinati alle retrovie o sottoposti (altrettanto fissi).
Tutti avrebbero dovuto essere equidistanti da Dio: nessun privilegiato, nessun installato.
Nessuno che guidasse le fila - o più vicino al Signore, mentre altri lontani.
Il Signore si svelava Vivente nella convivialità - Parola chiave, apice della Bibbia intera.
Condivisione anche nel sommario, che trovava le vie dell’intimità e confidenza sensibile, personale: «Essi gli porsero una porzione» (v.42).
La prospettiva concreta e globale della Croce fonte di Vita era una trasmutazione del senso di “gloria” altezzosa e distante.
Talenti naturali o meno, chi rappresentava il Risorto era sempre a portata di mano: nessun eletto - zero gli spediti nelle retrovie.
Anche i primi compiti comunitari riflettevano il carattere d’un Gesù condivisibile, spontaneo, accessibile da chiunque - al centro e in posizione di reciprocità.
Nessun integro-nato, predestinato, al vertice.
Per questo motivo l’Annuncio doveva iniziare dalla Città Santa (v.47), configurata al vitalizio contrario - compromessa, inerte, omertosa; piramidale, cooptata, e assassina dei profeti.
Quello della Città Eterna... restava il primo dei ‘popoli pagani’ [v.47 testo greco] da evangelizzare!
Solo una forte identità di Fede stringente, di Speranza d’Altrove e Comunione reale poteva convertirla dal peccato e costituire un codice per la comprensione delle Scritture.
E non rendere Cristo un fantasma (v.37).
Nelle comunità dei primi tempi l’ascolto del mondo interiore personale e comune era particolarmente accentuato, perché il senso di marcia proposto dal Maestro sembrava tutto contromano.
Malgrado il caos delle sicurezze esterne, la traversata dal timore alla Libertà proveniva da una percezione tollerante - a partire da nuclei di esperienza viscerali.
Proprio le strettoie accentuavano il cambiamento, l’interiorizzazione, e strappavano i discepoli dall’abitudine ad allestire armonie conformiste.
Ci si affidava allora più volentieri ai tracciati dell’anima. Incontrando così la propria natura profonda - nuovo asse della vita, a partire dalle radici.
La ricerca di una bussola inedita per i propri percorsi, la perdita dei riferimenti prevedibili, e il disagio sociale, mettevano in contatto con se stessi e gli altri, in modo autentico.
Sentire l’ansia, il malessere, e le piaghe, lasciava conoscere la propria Chiamata - sebbene il modo esterno in cui si vedeva e affrontava l’esistenza normale o spirituale, faceva per loro.
Dovendosi spostare dalle abitudini, non ci si sottraeva più alla rivelazione preziosissima: dell’intimità primordiale e umanizzante depositata nella comunione fraterna della nuova Via crocifissa.
Educati dal paradosso delle strettezze, gl’incerti apostoli diventavano passo dopo passo i cercatori di una traccia, di una rotta più pertinente; i pellegrini di codici inattesi.
«Testimoni» (v.48): padri e madri di un’umanità nuova.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come sperimenti l’identità del Crocifisso Risorto? E la sua Gloria? Di cosa arde il tuo cuore, e Chi irraggi?
Sei uno che si mette alla testa del gruppo? Oppure “con Gesù in mezzo” concorri alla felicità di tutti?
Presenza Reale
Mutato, non cancella i segni della crocifissione
Quest’oggi […] incontriamo – nel Vangelo secondo Luca – Gesù risorto che si presenta in mezzo ai discepoli (cfr Lc 24,36), i quali, increduli e impauriti, pensano di vedere un fantasma (cfr Lc 24,37). Scrive Romano Guardini: «Il Signore è mutato. Non vive più come prima. La sua esistenza…non è comprensibile. Eppure è corporea, comprende…tutta quanta la sua vita vissuta, il destino attraversato, la sua passione e la sua morte. Tutto è realtà. Sia pure mutata, ma sempre tangibile realtà» (Il Signore. Meditazioni sulla persona e la vita di N.S. Gesù Cristo, Milano 1949, 433). Poiché la risurrezione non cancella i segni della crocifissione, Gesù mostra agli Apostoli le mani e i piedi. E per convincerli, chiede persino qualcosa da mangiare. Così i discepoli «gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (Lc 24,42-43). San Gregorio Magno commenta che «il pesce arrostito al fuoco non significa altro che la passione di Gesù Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli, infatti, si degnò di nascondersi nelle acque del genere umano, accettò di essere stretto nel laccio della nostra morte e fu come posto al fuoco per i dolori subiti al tempo della passione» (Hom. in Evang. XXIV, 5: CCL 141, Turnhout 1999, 201).
Grazie a questi segni molto realistici, i discepoli superano il dubbio iniziale e si aprono al dono della fede; e questa fede permette loro di capire le cose scritte sul Cristo «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Lc 24,44). Leggiamo, infatti, che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati… Di questo voi siete testimoni”» (Lc 24,45-48). Il Salvatore ci assicura della sua presenza reale tra noi, per mezzo della Parola e dell’Eucaristia. Come, perciò, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù nello spezzare il pane (cfr Lc 24,35), così anche noi incontriamo il Signore nella Celebrazione eucaristica. Spiega, a tale proposito, san Tommaso d’Aquino che «è necessario riconoscere secondo la fede cattolica, che tutto il Cristo è presente in questo Sacramento… perché mai la divinità ha lasciato il corpo che ha assunto» (S.Th. III, q. 76, a. 1).
[Papa Benedetto, Regina Coeli 22 aprile 2012]
Come con un vivo
1. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto! (cf. Sal 4,7)
Con tali parole prega la Chiesa nell’odierna liturgia. Chiede la luce divina. Chiede il dono di conoscere la Verità. Chiede la fede.
La fede è la conoscenza della Verità, che nasce dalla testimonianza di Dio stesso.
Al centro della nostra fede si trova la risurrezione di Cristo, mediante la quale Dio stesso ha reso testimonianza al Crocifisso. La testimonianza del Dio Vivo ha confermato nella risurrezione la verità del Vangelo, che Gesù di Nazaret proclamava. Ha confermato la verità di tutte le sue opere e di tutte le sue parole. Ha confermato la verità della sua missione. La risurrezione ha dato la definitiva e più completa espressione di quella potenza messianica, che era in Gesù Cristo. Veramente egli è l’inviato da Dio. E divina è la parola che proviene dalle sue labbra.
Quando, oggi, terza domenica di Pasqua, invochiamo: “risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto” (cf. Sal 4,7), chiediamo che mediante la risurrezione di Cristo si rinnovi in noi la fede, che illumina le vie della nostra vita e le indirizza verso il Dio Vivo.
2. Contemporaneamente, la liturgia dell’odierna domenica ci indica come si costruiva – e continua a costruirsi – questa fede, la quale, essendo un vero dono di Dio, ha al tempo stesso la sua umana dimensione e forma.
La risurrezione di Gesù di Nazaret è la principale sorgente di irradiazione di questa luce, dalla quale si sviluppa in noi la conoscenza della Verità rivelata da Dio. La conoscenza e l’accettazione di essa come verità divina.
Per formare l’umana dimensione di fede, Cristo stesso ha scelto tra gli uomini i testimoni della risurrezione. Questi testimoni dovevano diventare coloro che, sin dall’inizio erano a lui legati come discepoli, tra i quali lui solo aveva scelto i Dodici facendoli suoi apostoli.
Anche a loro Gesù di Nazaret, a loro che erano testimoni della sua morte in croce, appariva vivo dopo la sua risurrezione. Con loro parlava e in diversi modi li convinceva dell’identità della sua persona, della realtà del suo corpo umano.
“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24,38-39).
Così parlava loro quando “stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma” (Lc 24,37).
“Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24,41-43).
Così si formava la schiera dei testimoni della risurrezione. Furono gli uomini che personalmente conobbero Cristo, ascoltarono le sue parole, videro le sue opere, vissero la sua morte in croce e, in seguito, lo videro vivo e si intrattennero con lui come con un vivo, dopo la risurrezione.
3. Quando questi uomini, gli apostoli e i discepoli del Signore, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo cominciarono a parlare pubblicamente di Cristo, quando cominciarono ad annunziarlo agli uomini (prima a Gerusalemme) innanzitutto si richiamarono ai fatti comunemente conosciuti.
Lo “avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo – così diceva Pietro agli abitanti di Gerusalemme – voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino” (cioè Barabba)! (At 3,13-14).
Dagli eventi riguardanti la morte di Cristo l’oratore passa alla Risurrezione: “... avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni” (At 3,15).
Pietro prende la parola da solo – ma al tempo stesso parla a nome di tutto il collegio apostolico: “siamo testimoni” (At 3,15). Ed aggiunge: “Ora fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi” (At 3,17).
4. Dalla descrizione degli eventi, dalla testimonianza della risurrezione, l’apostolo passa all’esegesi profetica.
A tale esegesi della morte e della risurrezione i suoi discepoli erano stati preparati da Cristo stesso.
Ne abbiamo la prova nell’incontro descritto dall’odierno Vangelo (secondo Luca). Il Risorto dice ai discepoli: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44).
“... E disse: Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,46-48).
E l’evangelista aggiunge: “Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45).
Dal discorso di Pietro desunto dagli Atti degli Apostoli, che leggiamo nell’odierna liturgia, si vede quanto efficace sia stata questa “apertura della loro mente”.
Pietro, dopo aver presentato gli avvenimenti collegati con la morte e la risurrezione di Cristo continua: “Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati...” (At 3,18-20).
Troviamo in queste parole dell’apostolo la chiara eco delle parole di Cristo: dell’illuminazione, che i discepoli hanno sperimentato nell’incontro con il Signore Risorto.
Così dunque si edificava la fede della prima generazione dei confessori di Cristo: della generazione dei discepoli degli apostoli. Germogliava direttamente dalla dichiarazione dei testimoni oculari della Croce e della Risurrezione.
5. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Vuol dire: continuare ad accettare la testimonianza degli Apostoli, testimoni oculari. Vuol dire: credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole del Signore Risorto.
Scrive l’apostolo Giovanni (è questa la seconda lettura dell’odierna liturgia):
“Da questo sappiamo d’averlo conosciuto (cioè Cristo) se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto” (1Gv 2,3-5).
L’apostolo parla di fede viva. La fede è viva mediante le opere che sono ad essa conformi. Sono queste le opere di carità. La fede è viva mediante l’amore di Dio. L’amore si esprime nell’osservanza dei comandamenti. Non ci può essere contraddizione tra la conoscenza (“lo conosco”) e l’azione di un confessore di Cristo. Solo colui che completa la sua fede con le opere rimane nella verità.
Così dunque l’apostolo Giovanni si rivolge ai destinatari della sua prima lettera con l’affettuosa parola “figlioli”, e li invita “a non peccare” (cf. 1Gv 2,1). Contemporaneamente però scrive: “Ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati: non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,1s).
Giovanni, apostolo ed evangelista, proclama nelle parole della sua lettera, scritta verso la fine del I secolo, la stessa verità, che Pietro proclamava poco dopo l’ascensione del Signore. È questa la verità sulla conversione e sulla remissione dei peccati con la forza della morte e della risurrezione di Cristo.
6. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Essere cristiano – oggi allo stesso modo come allora, nella prima generazione dei confessori di Cristo – vuol dire continuare ad accettare la testimonianza degli apostoli, testimoni oculari. Vuol dire credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole di Cristo, confermate con la sua morte e la risurrezione.
Anche noi, appartenenti alla presente generazione di confessori di Cristo, dobbiamo chiedere di avere la stessa esperienza dei due discepoli di Emmaus: “Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; che ci arda il cuore nel petto quando ci parli” (cf. Lc 24,32).
Che “arda il cuore”!: perché la fede non può essere solo un freddo calcolo dell’intelletto. Essa deve essere vivificata dall’amore. Viva mediante le opere in cui si esprime la verità rivelata da Dio come verità interiore dell’uomo.
Allora anche noi – anche se non siamo stati testimoni oculari delle opere e delle parole, della morte e della risurrezione – ereditiamo dagli Apostoli la loro testimonianza. E noi stessi diventiamo anche testimoni di Cristo.
Essere cristiano è essere anche testimone di Cristo.
7. Allora anche la fede – la fede viva – si forma come un dialogo tra il Dio Vivo e l’uomo vivo; di tale dialogo troviamo alcune espressioni nel Salmo dell’odierna liturgia:
“Quando ti invoco, rispondimi, Dio, / mia giustizia: / dalle angosce mi hai liberato; / pietà di me, ascolta la mia preghiera” (Sal 4,2). “... il Signore mi ascolta quando lo invoco. / Tremate e non peccate, / sul vostro giaciglio riflettete e placatevi. / Offrite sacrifici di giustizia / e confidate nel Signore. / Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?" / Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. / Hai messo più gioia nel mio cuore / di quando abbondano vino e frumento. / In pace mi corico e subito mi addormento: / tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4,4-9).
E lo stesso salmista aggiunge:
“Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal 4,4).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia ai ss. Marcellino e Pietro 25 aprile 1982]
Quest’oggi […] incontriamo – nel Vangelo secondo Luca – Gesù risorto che si presenta in mezzo ai discepoli (cfr Lc 24,36), i quali, increduli e impauriti, pensano di vedere un fantasma (cfr Lc 24,37). Scrive Romano Guardini: «Il Signore è mutato. Non vive più come prima. La sua esistenza…non è comprensibile. Eppure è corporea, comprende…tutta quanta la sua vita vissuta, il destino attraversato, la sua passione e la sua morte. Tutto è realtà. Sia pure mutata, ma sempre tangibile realtà» (Il Signore. Meditazioni sulla persona e la vita di N.S. Gesù Cristo, Milano 1949, 433). Poiché la risurrezione non cancella i segni della crocifissione, Gesù mostra agli Apostoli le mani e i piedi. E per convincerli, chiede persino qualcosa da mangiare. Così i discepoli «gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (Lc 24,42-43). San Gregorio Magno commenta che «il pesce arrostito al fuoco non significa altro che la passione di Gesù Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli, infatti, si degnò di nascondersi nelle acque del genere umano, accettò di essere stretto nel laccio della nostra morte e fu come posto al fuoco per i dolori subiti al tempo della passione» (Hom. in Evang. XXIV, 5: CCL 141, Turnhout 1999, 201).
Grazie a questi segni molto realistici, i discepoli superano il dubbio iniziale e si aprono al dono della fede; e questa fede permette loro di capire le cose scritte sul Cristo «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Lc 24,44). Leggiamo, infatti, che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati… Di questo voi siete testimoni”» (Lc 24,45-48). Il Salvatore ci assicura della sua presenza reale tra noi, per mezzo della Parola e dell’Eucaristia. Come, perciò, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù nello spezzare il pane (cfr Lc 24,35), così anche noi incontriamo il Signore nella Celebrazione eucaristica. Spiega, a tale proposito, san Tommaso d’Aquino che «è necessario riconoscere secondo la fede cattolica, che tutto il Cristo è presente in questo Sacramento… perché mai la divinità ha lasciato il corpo che ha assunto» (S.Th. III, q. 76, a. 1).
[Papa Benedetto, Regina Coeli 22 aprile 2012]
1. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto! (cf. Sal 4,7)
Con tali parole prega la Chiesa nell’odierna liturgia. Chiede la luce divina. Chiede il dono di conoscere la Verità. Chiede la fede.
La fede è la conoscenza della Verità, che nasce dalla testimonianza di Dio stesso.
Al centro della nostra fede si trova la risurrezione di Cristo, mediante la quale Dio stesso ha reso testimonianza al Crocifisso. La testimonianza del Dio Vivo ha confermato nella risurrezione la verità del Vangelo, che Gesù di Nazaret proclamava. Ha confermato la verità di tutte le sue opere e di tutte le sue parole. Ha confermato la verità della sua missione. La risurrezione ha dato la definitiva e più completa espressione di quella potenza messianica, che era in Gesù Cristo. Veramente egli è l’inviato da Dio. E divina è la parola che proviene dalle sue labbra.
Quando, oggi, terza domenica di Pasqua, invochiamo: “risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto” (cf. Sal 4,7), chiediamo che mediante la risurrezione di Cristo si rinnovi in noi la fede, che illumina le vie della nostra vita e le indirizza verso il Dio Vivo.
2. Contemporaneamente, la liturgia […] ci indica come si costruiva – e continua a costruirsi – questa fede, la quale, essendo un vero dono di Dio, ha al tempo stesso la sua umana dimensione e forma.
La risurrezione di Gesù di Nazaret è la principale sorgente di irradiazione di questa luce, dalla quale si sviluppa in noi la conoscenza della Verità rivelata da Dio. La conoscenza e l’accettazione di essa come verità divina.
Per formare l’umana dimensione di fede, Cristo stesso ha scelto tra gli uomini i testimoni della risurrezione. Questi testimoni dovevano diventare coloro che, sin dall’inizio erano a lui legati come discepoli, tra i quali lui solo aveva scelto i Dodici facendoli suoi apostoli.
Anche a loro Gesù di Nazaret, a loro che erano testimoni della sua morte in croce, appariva vivo dopo la sua risurrezione. Con loro parlava e in diversi modi li convinceva dell’identità della sua persona, della realtà del suo corpo umano.
“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24,38-39).
Così parlava loro quando “stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma” (Lc 24,37).
“Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24,41-43).
Così si formava la schiera dei testimoni della risurrezione. Furono gli uomini che personalmente conobbero Cristo, ascoltarono le sue parole, videro le sue opere, vissero la sua morte in croce e, in seguito, lo videro vivo e si intrattennero con lui come con un vivo, dopo la risurrezione.
3. Quando questi uomini, gli apostoli e i discepoli del Signore, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo cominciarono a parlare pubblicamente di Cristo, quando cominciarono ad annunziarlo agli uomini (prima a Gerusalemme) innanzitutto si richiamarono ai fatti comunemente conosciuti.
Lo “avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo – così diceva Pietro agli abitanti di Gerusalemme – voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino” (cioè Barabba)! (At 3,13-14).
Dagli eventi riguardanti la morte di Cristo l’oratore passa alla Risurrezione: “... avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni” (At 3,15).
Pietro prende la parola da solo – ma al tempo stesso parla a nome di tutto il collegio apostolico: “siamo testimoni” (At 3,15). Ed aggiunge: “Ora fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi” (At 3,17).
4. Dalla descrizione degli eventi, dalla testimonianza della risurrezione, l’apostolo passa all’esegesi profetica.
A tale esegesi della morte e della risurrezione i suoi discepoli erano stati preparati da Cristo stesso.
Ne abbiamo la prova nell’incontro descritto dall’odierno Vangelo (secondo Luca). Il Risorto dice ai discepoli: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44).
“... E disse: Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,46-48).
E l’evangelista aggiunge: “Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45).
Dal discorso di Pietro desunto dagli Atti degli Apostoli, che leggiamo nell’odierna liturgia, si vede quanto efficace sia stata questa “apertura della loro mente”.
Pietro, dopo aver presentato gli avvenimenti collegati con la morte e la risurrezione di Cristo continua: “Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati...” (At 3,18-20).
Troviamo in queste parole dell’apostolo la chiara eco delle parole di Cristo: dell’illuminazione, che i discepoli hanno sperimentato nell’incontro con il Signore Risorto.
Così dunque si edificava la fede della prima generazione dei confessori di Cristo: della generazione dei discepoli degli apostoli. Germogliava direttamente dalla dichiarazione dei testimoni oculari della Croce e della Risurrezione.
5. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Vuol dire: continuare ad accettare la testimonianza degli Apostoli, testimoni oculari. Vuol dire: credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole del Signore Risorto.
Scrive l’apostolo Giovanni (è questa la seconda lettura dell’odierna liturgia):
“Da questo sappiamo d’averlo conosciuto (cioè Cristo) se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto” (1Gv 2,3-5).
L’apostolo parla di fede viva. La fede è viva mediante le opere che sono ad essa conformi. Sono queste le opere di carità. La fede è viva mediante l’amore di Dio. L’amore si esprime nell’osservanza dei comandamenti. Non ci può essere contraddizione tra la conoscenza (“lo conosco”) e l’azione di un confessore di Cristo. Solo colui che completa la sua fede con le opere rimane nella verità.
Così dunque l’apostolo Giovanni si rivolge ai destinatari della sua prima lettera con l’affettuosa parola “figlioli”, e li invita “a non peccare” (cf. 1Gv 2,1). Contemporaneamente però scrive: “Ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati: non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,1s).
Giovanni, apostolo ed evangelista, proclama nelle parole della sua lettera, scritta verso la fine del I secolo, la stessa verità, che Pietro proclamava poco dopo l’ascensione del Signore. È questa la verità sulla conversione e sulla remissione dei peccati con la forza della morte e della risurrezione di Cristo.
6. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Essere cristiano – oggi allo stesso modo come allora, nella prima generazione dei confessori di Cristo – vuol dire continuare ad accettare la testimonianza degli apostoli, testimoni oculari. Vuol dire credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole di Cristo, confermate con la sua morte e la risurrezione.
Anche noi, appartenenti alla presente generazione di confessori di Cristo, dobbiamo chiedere di avere la stessa esperienza dei due discepoli di Emmaus: “Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; che ci arda il cuore nel petto quando ci parli” (cf. Lc 24,32).
Che “arda il cuore”!: perché la fede non può essere solo un freddo calcolo dell’intelletto. Essa deve essere vivificata dall’amore. Viva mediante le opere in cui si esprime la verità rivelata da Dio come verità interiore dell’uomo.
Allora anche noi – anche se non siamo stati testimoni oculari delle opere e delle parole, della morte e della risurrezione – ereditiamo dagli Apostoli la loro testimonianza. E noi stessi diventiamo anche testimoni di Cristo.
Essere cristiano è essere anche testimone di Cristo.
7. Allora anche la fede – la fede viva – si forma come un dialogo tra il Dio Vivo e l’uomo vivo; di tale dialogo troviamo alcune espressioni nel Salmo dell’odierna liturgia:
“Quando ti invoco, rispondimi, Dio, / mia giustizia: / dalle angosce mi hai liberato; / pietà di me, ascolta la mia preghiera” (Sal 4,2). “... il Signore mi ascolta quando lo invoco. / Tremate e non peccate, / sul vostro giaciglio riflettete e placatevi. / Offrite sacrifici di giustizia / e confidate nel Signore. / Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?" / Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. / Hai messo più gioia nel mio cuore / di quando abbondano vino e frumento. / In pace mi corico e subito mi addormento: / tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4,4-9).
E lo stesso salmista aggiunge:
“Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal 4,4).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia ai ss. Marcellino e Pietro 25 aprile 1982]
Al centro […] c’è l’esperienza del Risorto fatta dai suoi discepoli, tutti insieme. Ciò è evidenziato specialmente dal Vangelo che ci introduce ancora una volta nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli Apostoli, rivolgendo loro questo saluto: «Pace a voi!» (Lc 24,36). E’ il saluto del Cristo Risorto, che ci dà la pace: «Pace a voi!» Si tratta sia della pace interiore, sia della pace che si stabilisce nei rapporti tra le persone. L’episodio raccontato dall’evangelista Luca insiste molto sul realismo della Risurrezione. Gesù non è un fantasma. Infatti, non si tratta di un’apparizione dell’anima di Gesù, ma della sua reale presenza con il corpo risorto.
Gesù si accorge che gli Apostoli sono turbati nel vederlo, che sono sconcertati perché la realtà della Risurrezione è per loro inconcepibile. Credono di vedere un fantasma; ma Gesù risorto non è un fantasma, è un uomo con corpo e anima. Per questo, per convincerli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi – fa vedere loro le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (v. 39). E poiché questo non sembra bastare a vincere l’incredulità dei discepoli. Il Vangelo dice anche una cosa interessante: era tanta la gioia che avevano dentro che questa gioia non potevano crederla: “No, non può essere! Non può essere così! Tanta gioia non è possibile!”. E Gesù, per convincerli, disse loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (v. 41). Essi gli offrono del pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro, per convincerli.
L’insistenza di Gesù sulla realtà della sua Risurrezione illumina la prospettiva cristiana sul corpo: il corpo non è un ostacolo o una prigione dell’anima. Il corpo è creato da Dio e l’uomo non è completo se non è unione di corpo e anima. Gesù, che ha vinto la morte ed è risorto in corpo e anima, ci fa capire che dobbiamo avere un’idea positiva del nostro corpo. Esso può diventare occasione o strumento di peccato, ma il peccato non è provocato dal corpo, bensì dalla nostra debolezza morale. Il corpo è un dono stupendo di Dio, destinato, in unione con l’anima, ad esprimere in pienezza l’immagine e la somiglianza di Lui. Pertanto, siamo chiamati ad avere grande rispetto e cura del nostro corpo e di quello degli altri.
Ogni offesa o ferita o violenza al corpo del nostro prossimo, è un oltraggio a Dio creatore! Il mio pensiero va, in particolare, ai bambini, alle donne, agli anziani maltrattati nel corpo. Nella carne di queste persone noi troviamo il corpo di Cristo. Cristo ferito, deriso, calunniato, umiliato, flagellato, crocifisso… Gesù ci ha insegnato l’amore. Un amore che, nella sua Risurrezione, si è dimostrato più potente del peccato e della morte, e vuole riscattare tutti coloro che sperimentano nel proprio corpo le schiavitù dei nostri tempi.
In un mondo dove troppe volte prevalgono la prepotenza contro i più deboli e il materialismo che soffoca lo spirito, il Vangelo di oggi ci chiama ad essere persone capaci di guardare in profondità, piene di stupore e di gioia grande per avere incontrato il Signore risorto. Ci chiama ad essere persone che sanno raccogliere e valorizzare la novità di vita che Egli semina nella storia, per orientarla verso i cieli nuovi e la terra nuova. Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, alla cui materna intercessione ci affidiamo con fiducia.
[Papa Francesco, Regina Coeli 15 aprile 2018]
(Lc 24,13-35)
Dopo le prime persecuzioni (64), la sanguinosa guerra civile a Roma (68-69) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70), i ribelli dell’impero tendevano a diminuire - insieme ai cristiani di seconda generazione, testimoni diretti dell’insegnamento Apostolico.
In tale realtà, del tutto nuova e insidiata dal pericolo della routine, dopo forse più d’una dozzina d’anni dalla caduta di Masada (73), Lc redige un Vangelo per ellenisti convertiti - ma educati all’ideale di ‘uomo greco’.
Il suo scopo era porre argine alle defezioni, incoraggiare nuovi fedeli, consentire ai culturalmente lontani un’esperienza viva del Signore.
Il Risorto ha una Vita non più assoggettata ai sensi, perché piena.
Ora è la comunità che lo manifesta Presente [o - purtroppo - inutile e assente].
Condizionati da una falsa visuale inoculata da pessimi maestri e valori pagani, i discepoli provavano ancora sconcerto di fronte al “fallimento”.
Le aspettative della religione, delle filosofie, della vita nell’impero, li rendevano foschi e smarriti durante le prove di Fede.
Tutti attendevano l’«uomo divino»: dominatore, possidente, riverito, vendicatore, titolato e super-affermato. Capace di trascinare i suoi a medesima “fortuna”.
Lc ribalta la prospettiva banale, perché dentro ciascuno di noi esiste una saggezza innata, talora soffocata d’idee esterne, ma diversa.
Solo una differente intelligenza delle sacre Scritture che ancora risuonano colme di profezia critica - ci scalda il cuore e rende riconoscibili, in Cristo.
Sapienza che si abbina alla qualità di vita sperimentata in una fraternità poliedrica e pur indigente, ma che non abbandona nessuno.
Nella chiesa autentica, infatti, la sinergia delle differenze e dei lati opposti configura una ‘nuova alleanza’; apre gli occhi a tutti, manifestando intensamente il Figlio.
E il Risorto non si appiccica agli ultimi arrivati in modo paternalistico (vv.28.31) ma chiama con fiducia a reinterpretarlo nell’amore, senza confini e ruoli identificati.
La sua Presenza in spirito e azioni consente a chiunque un calibro di vita coniata-spezzata senza previe condizioni di compiutezza.
Da qui il Ritorno (v.33) e l’Annuncio personale (v.35), invece d’indifferenza o fuga.
Il passo di Lc è una delle testimonianze più profonde della Pasqua di Gesù.
La tragedia della Croce spaventa, così l’insuccesso. Ma non incontriamo schiettamente il Signore come giustiziere, o nel fervore di una guerra vittoriosa.
Cristo non è un condottiero. Liberatore sì.
L’ordine nuovo sognato non sarà artificioso, procedurale, foraneo; né raggiunto con trionfo militare: Lo disconoscerebbe.
Incontriamo il Risorto fuori del sepolcro, Lo cogliamo in un cammino e nel senso autentico delle «Scritture viventi»; nello «spezzare il Pane» che illumina il senso della vita ecclesiale.
«Vediamo» personalmente il ‘Figlio innalzato’ edificando la nuova comunità dei discepoli che fioriscono a motivo dei rovesci - facendo sì che anche i fratelli possano incontrarsi con la Pasqua.
Apostoli che non si perdono nella storia.
Nel loro «iniziare incessante» c’è una ‘scoperta’ e qualcosa di speciale, anormale, irrompente; che getta continue fondamenta.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando hai fatto esperienza di un Gesù che si accosta delicatamente e prende il tuo passo? Per te la Croce è una catastrofe?
[Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua, 8 aprile 2026]
Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. L’insegnamento di Cristo – la spiegazione delle profezie – fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, “ma lui sparì dallo loro vista” (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).
In tutto l’anno liturgico, particolarmente nella Settimana Santa e nella Settimana di Pasqua, il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza. I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena, dove Gesù spezzò il pane e così anticipò la sua morte e la sua risurrezione, dando se stesso ai discepoli. Gesù spezza il pane anche con noi e per noi, si fa presente con noi nella Santa Eucaristia, ci dona se stesso e apre i nostri cuori. Nella Santa Eucaristia, nell’incontro con la sua Parola, possiamo anche noi incontrare e conoscere Gesù, in questa duplice Mensa della Parola e del Pane e del Vino consacrati. Ogni domenica la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno. Cari fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni renda ancor più salda la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli. Ancora a tutti voi cordiali auguri di Buona Pasqua.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 26 marzo 2008]
2. Cari fratelli e sorelle! Anche noi, in questa ora, preghiamo il Signore: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino” (Lc 24, 29). Questo invito che i discepoli di Emmaus rivolgono al Signore guidi la nostra odierna liturgia festiva; infatti, il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua ci conduce sulla via di Emmaus. Questo luogo ha una grande importanza nel contesto degli avvenimenti pasquali: è un luogo d’incontro con Cristo, un luogo dell’apparizione del Signore risorto.
Nell’interpretazione dei popoli veterotestamentari, la festa pasquale ricorda il “passaggio” del Signore, l’esodo degli Israeliti dalla “casa della servitù” dell’Egitto sulla via della terra promessa. Dio stesso guida, libera e salva il suo popolo. All’inizio di quest’esodo vi era stato il segno dell’agnello: il suo sangue avrebbe contraddistinto le case degli Israeliti ed avrebbe salvato i loro abitanti dalla punizione della morte; la sua carne rifocillò gli Israeliti nell’ultima cena prima della partenza.
Animati da questa fede del loro popolo, i due discepoli di Emmaus avevano partecipato alla festa pasquale degli Ebrei di Gerusalemme, ed avevano anche visto la crocifissione di Gesù Cristo. Quando, sulla strada del ritorno, era apparso loro il Signore senza che lo riconoscessero immediatamente, egli spiegò loro in quale modo la festa pasquale della nuova alleanza fosse stata preannunciata negli avvenimenti dell’Antico Testamento; e precisamente nell’esodo dalla servitù verso la libertà. Quest’esodo si compie ora nel passaggio dalla morte alla vita, dal peccato all’amicizia con Dio. E questo nuovamente avviene con l’ausilio di un agnello: l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, Gesù Cristo, il nostro Redentore. Di lui e del suo destino parlano già Mosè ed i profeti, addirittura l’“intera Scrittura”. Per questo il Signore risorto poté domandare a buon diritto: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 25s.).
3. In effetti, molte affermazioni contenute nell’Antico Testamento predicono gli eventi dell’Ultima Cena e del Golgota. Questi annunci, però, non si sarebbero adempiuti se gli avvenimenti pasquali non si fossero svolti nei tempi e nei modi prestabiliti da Dio a Gerusalemme. E nonostante tutto ciò, i discepoli di Gesù non hanno riconosciuto l’evento così drammatico e toccante, vissuto con il loro Maestro durante la festa di Pasqua degli Ebrei, immediatamente nel suo vero significato e nella sua più profonda verità. Riuscì loro difficile “credere alla parola dei profeti” (Lc 24, 25s.). Questa verità era così difficile da riconoscere per loro, che erano abituati ad un’altra comprensione delle sacre Scritture. Per quale motivo il Messia avrebbe dovuto soffrire, essere condannato e morire sulla croce, essere disprezzato e schernito come un reietto? Così, in un primo momento, sono come accecati, scoraggiati e tristi, come paralizzati.
Per l’uomo è e rimarrà sempre incomprensibile perché la via della salvezza debba passare attraverso la sofferenza. Per questo l’incontro sulla via da Gerusalemme ad Emmaus è così significativo; non solo in relazione agli eventi pasquali di allora, ma per sempre, per tutti i tempi - anche per noi. Su questa via i discepoli hanno imparato da Gesù un nuovo modo di leggere le sacre Scritture ed a scoprire in esse una testimonianza profetica su di lui, una predizione su di lui, sul suo messaggio e sulla sua missione di salvezza. Attraverso questo insegnamento i discepoli vengono istruiti dal Signore stesso per diventare suoi testimoni. Così Pietro, nella liturgia odierna, rende testimonianza della risurrezione del Signore da questa nuova, più profonda comprensione dell’evento pasquale davanti agli uomini. In questa luce di Cristo, del Risorto, egli comprende ed annuncia anche il salmo di Davide: “Perché tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi” (At 2, 27).
Quando Gesù rivela ai due discepoli sulla via di Emmaus il vero senso della sacra Scrittura, gli apostoli che sono a Gerusalemme già sanno, che questo salmo si è realizzato concretamente: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24, 26).
4. L’incontro sulla via di Emmaus ha una grande importanza anche perché in questo modo Gesù ha sottolineato ai suoi discepoli, dopo la sua morte sulla croce, che egli rimane con loro. Egli è con loro nonostante o proprio a causa del venerdì, di passione e rimarrà per sempre con la sua Chiesa secondo la sua promessa: “Non vi lascerò orfani tornerò da voi” (Gv 14, 18).
Cristo non è solamente colui che è stato, ma molto di più colui che è. Egli fu presente sulla via per Emmaus, ed egli è anche presente su tutte le vie del mondo, per le quali camminano, attraverso le generazioni ed i secoli, i suoi discepoli.
5. Cari fratelli e sorelle! Dall’incontro con il Signore risorto sulla via di Emmaus, nuova luce è scesa per i due discepoli sulle sacre Scritture e sugli avvenimenti del Calvario, nuova luce scese nel buio della loro stessa vita. Luce scende anche sulla storia e sui destini dell’umanità e della Chiesa, e quindi anche sulla Chiesa di Augusta. Cristo ha dimostrato come il Messia “dovesse” soffrire, per poter compiere la sua missione salvifica. Non è forse vero che proprio in questa luce riusciamo a vedere ed a comprendere, a volte, il buio e le sofferenze che i discepoli di Cristo e la Chiesa hanno affrontato nel loro cammino attraverso la storia? Attraverso di essa spesso si riesce a riconoscere, nelle prove e nelle sofferenze, la mano buona e premurosa di Dio, che attraverso l’esperienza della croce ci porta alla salvezza ed alla resurrezione.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia in Augusta 3 maggio 1987]
There is the path of those who, like those two on the outbound journey, allow themselves to be paralysed by life’s disappointments and proceed sadly; and there is the path of those who do not put themselves and their problems first, but rather Jesus who visits us, and the brothers who await his visit (Pope Francis)
C’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita (Papa Francesco)
So that Christians may properly carry out this mandate entrusted to them, it is indispensable that they have a personal encounter with Christ, crucified and risen, and let the power of his love transform them. When this happens, sadness changes to joy and fear gives way to missionary enthusiasm (John Paul II)
Perché i cristiani possano compiere appieno questo mandato loro affidato, è indispensabile che incontrino personalmente il Crocifisso risorto, e si lascino trasformare dalla potenza del suo amore. Quando questo avviene, la tristezza si muta in gioia, il timore cede il passo all’ardore missionario (Giovanni Paolo II)
This is the message that Christians are called to spread to the very ends of the earth. The Christian faith, as we know, is not born from the acceptance of a doctrine but from an encounter with a Person (Pope Benedict)
È questo il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo. La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona (Papa Benedetto)
From ancient times the liturgy of Easter day has begun with the words: Resurrexi et adhuc tecum sum – I arose, and am still with you; you have set your hand upon me. The liturgy sees these as the first words spoken by the Son to the Father after his resurrection, after his return from the night of death into the world of the living. The hand of the Father upheld him even on that night, and thus he could rise again (Pope Benedict)
Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere (Papa Benedetto)
The Church keeps watch. And the world keeps watch. The hour of Christ's victory over death is the greatest hour in history (John Paul II)
Veglia la Chiesa. E veglia il mondo. L’ora della vittoria di Cristo sulla morte è l’ora più grande della storia (Giovanni Paolo II)
Before the Cross of Jesus, we apprehend in a way that we can almost touch with our hands how much we are eternally loved; before the Cross we feel that we are “children” and not “things” or “objects” [Pope Francis, via Crucis at the Colosseum 2014]
We may ask ourselves: who is a witness? A witness is a person who has seen, who recalls and tells. See, recall and tell: these are three verbs which describe the identity and mission (Pope Francis, Regina Coeli April 19, 2015)
Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione (Papa Francesco, Regina Coeli 19 aprile 2015)
don Giuseppe Nespeca
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