Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
30a Domenica T.O. (anno A) [25 ottobre 2026]
Prima Lettura dal Libro dell’Esodo 22,20-26
Questo testo appartiene al Libro dell'Alleanza, cioè alla legislazione che Dio consegna al Sinai subito dopo i Dieci Comandamenti. Non è una legge civile isolata, è la conseguenza pratica dell'Alleanza appena stretta. Israele è uscito dall'Egitto, ha conosciuto la schiavitù e la liberazione, e ora Dio gli dice: la vostra libertà deve diventare giustizia per i più deboli.
In questo testo vengono protette quattro figure: lo straniero, la vedova e l'orfano, il povero che chiede un prestito. Tre ambiti diversi ma uniti da un unico principio: chi è senza protezione deve trovare in Israele una protezione divina. Per lo straniero vale la memoria storica: voi foste stranieri nella terra d'Egitto. Chi ha conosciuto il vivere senza diritti non può permettere che altri restino senza diritti e Dio ricorda a Israele la propria storia per impedire che diventi oppressore. Per la vedova e l'orfano la motivazione è ancora più forte. Nella società patriarcale antica, senza marito e senza figli maschi adulti, queste persone erano esposte alla confisca dei beni, allo sfruttamento e alla fame. Per questo la legge dice: se tu li affliggi, quando essi grideranno a me, io ascolterò il loro grido e la mia ira si accenderà. Il verbo ascoltare è centrale. Il grido del povero, zaaq in ebraico, è la preghiera che Dio non può ignorare. Dio si costituisce parte offesa. Non affliggere la vedova e l'orfano non è solo un dovere sociale, è un atto di fedeltà a Dio stesso. Per il povero debitore la legge interviene su due fronti. Ordina di non fare usura: non imporre interessi a chi è già povero, non trasformare cioè il bisogno altrui in profitto. E restituisci il pegno prima del tramonto. Nel mondo antico il mantello per il povero era l'unico bene, coperta di notte e vestito di giorno per cui prenderlo in pegno significava lasciare l'uomo scoperto. La legge ordina di restituirlo perché la dignità umana vale più della garanzia economica. La conclusione poi è la chiave di tutto: quando il povero griderà, io l'ascolterò, perché sono misericordioso e Dio chiede la giustizia sociale perché se lui è misericordioso, anche il suo popolo deve esserlo. Ecco quindi il messaggio più profonda del testo: Dio non si presenta come legislatore freddo o giudice distante, ma come colui che ascolta e si commuove. La vera liturgia e il vero culto, non sono il sacrificio offerto sull'altare se poi il cuore resta indifferente di fronte al grido del debole. La santità di Dio non è potere, è compassione attiva, e la santità dell'uomo consiste nell'imitare questa sua compassione.
Questo messaggio è di bruciante attualità. Gli stranieri di oggi sono i migranti, i rifugiati, i senza documenti, ma anche il nuovo vicino, il diverso per cultura o per fede. Molte delle nostre famiglie sono state emigranti e sanno cosa significa essere accolti o respinti. La memoria del fummo stranieri deve interrogarci: le nostre case, le nostre parrocchie, il nostro paese sono una locanda che accoglie o una fortezza che respinge. Le nostre vedove e i nostri orfani sono le madri sole, gli anziani abbandonati, i bambini senza futuro, le vittime di violenza, i giovani senza lavoro. Quando un sistema li schiaccia con la burocrazia, affitti impossibili, precarietà, Dio ascolta il loro grido. Non possiamo dire di amare Dio restando indifferenti. I nostri poveri debitori sono le famiglie strozzate dai mutui, dai prestiti facili, dai tassi a tre cifre, dal gioco d'azzardo. Il principio biblico resta: nessun debito può togliere la dignità. Nemmeno oggi si può prendere il mantello a un uomo, cioè il suo ultimo bene, per garantirsi. L'economia deve conservare sempre un volto umano. Per questo Esodo 22,20-26 non è solo un testo antico, è una chiamata a tradurre la fede in gesti concreti. Accogliere lo straniero, visitare chi è solo, prestare senza sfruttare, restituire ciò che serve a vivere. Allora il grido del povero non sarà più un'accusa contro di noi, ma diventerà l'occasione per rispondere al grido di Dio, che ci invita a essere misericordiosi come lui è misericordioso.
Salmo Responsoriale (17/18)
Il titolo del salmo lo attribuisce a Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto quando fu liberato dalla mano di tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. È un inno di ringraziamento reale, non una preghiera privata, ma un canto liturgico dopo una vittoria. Siamo probabilmente nella festa dell'Alleanza o nella commemorazione di una liberazione e il re parla in prima persona, ma rappresenta il popolo. Qi vengono ripresi solo alcuni dei 51 versetti del Salmo che si apre con una professione di fede “Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore: Sette titoli divini, come una corona. Dio non è descritto in astratto, ma in relazione alla salvezza concreta. Il Salmo prosegue narrando il pericolo e la preghiera ascoltata. Il re è alle prese con le acque della morte, i lacci dello Sheol, i torrenti di Belial. È l'esperienza dell'angoscia mortale, ma la preghiera dal tempio viene ascoltata: dal suo tempio ascoltò la mia voce. Poi la teofania, che costituisce il cuore del salmo. Dio interviene come guerriero cosmico. La terra trema, i monti fumano, il cielo si abbassa, Dio cavalca un cherubino, scaglia fulmini e grandine. Linguaggio è mutuato dal Sinai e dal mito del Dio guerriero che combatte il mare e il caos. Non è descrizione scientifica, è linguaggio poetico per dire: quando Dio agisce, l'universo intero partecipa alla salvezza del suo eletto. Segue la giustizia del re e la vittoria. Dopo la tempesta, Dio tende la mano e libera dalle acque profonde, dai nemici potenti. La motivazione è centrale: Il Signore mi ha ricompensato secondo la mia giustizia. Non è presunzione: Davide si presenta come osservante della Legge, integro. Il Salmo risponde alla teologia della retribuzione: a chi è fedele, Dio è fedele; con chi è buono tu sei buono, con l'uomo integro tu sei integro. Il salmo si chiude con una prospettiva universale: il re liberato non canta solo per Israele, ma annuncia il nome di Dio tra i popoli.
Per il credente oggi, questo Salmo insegna a pregare nella prova invocando i nomi di Dio, a riconoscere che la liberazione viene da lui e a vivere con coerenza perché la fedeltà attira la fedeltà. La teofania ci ricorda che la nostra storia personale è parte di un disegno cosmico: Dio non salva in piccolo, salva in modo da far tremare le acque del caos come guerriero vittorioso.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,5c-10)
Paolo esprime la sua gratitudine per la comunità di Tessalonica, che ha accolto il Vangelo con fede autentica, nonostante le difficoltà e le persecuzioni. Riconosce nei Tessalonicesi i frutti concreti dell'azione di Dio: la loro vita è stata trasformata dalla Parola e la loro testimonianza è diventata un esempio per gli altri credenti. Era una comunità nata da poco, in circostanze difficili, ma aveva saputo radicarsi nella fede. Paolo mostra così che la forza della Chiesa non dipende dall'assenza di problemi, bensì dalla capacità di accogliere e vivere il Vangelo nella potenza dello Spirito Santo. Innanzitutto Paolo ricorda che i Tessalonicesi channo accolto la Parola «con la gioia dello Spirito Santo», pur in mezzo alle tribolazioni. La loro fede non è rimasta un'adesione teorica, ma è diventata un'esperienza capace di affrontare le difficoltà. La gioia cristiana, infatti, non consiste nell'assenza della sofferenza, ma nella certezza della presenza di Dio anche nei momenti più difficili. E in tal modo i Tessalonicesi sono diventati un modello per i credenti della Macedonia e dell'Acaia. La loro fede si è diffusa oltre i confini della comunità, come annuncio vivente del Vangelo. Paolo sottolinea che la testimonianza cristiana non si esprime soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso una vita trasformata dall'incontro con Cristo e che i Tessalonicesi si sono convertiti ne è prova il loro abbandono degli idoli per servire il Dio vivo e vero e attendere il Figlio suo, Gesù, risorto dai morti. Si tratta di un cambiamento radicale: non cambia soltanto il modo di pensare, ma cambia il centro della propria esistenza. La fede cristiana comporta sempre una scelta concreta: lasciare ciò che allontana da Dio, vivere al suo servizio e mantenere lo sguardo rivolto a Cristo, nostra speranza.
San Paolo ci invita a interrogarci sulla qualità della nostra fede. Accogliere il Vangelo significa permettere alla Parola di trasformare le scelte quotidiane, le relazioni e il modo di affrontare le prove della vita e la gioia dello Spirito Santo ci ricorda che anche nella sofferenza possiamo trovare forza e speranza. Inoltre, come i Tessalonicesi, siamo chiamati a diventare testimoni credibili di Cristo, non tanto attraverso grandi discorsi, quanto mediante gesti concreti di amore, di servizio e solidarietà. Infine, abbandonare gli idoli è quanto mai necessario anche per il nostro tempo perché anche oggi possiamo mettere al centro della nostra vita gli idoli della cultura del consumo: il successo, il denaro, il potere o la ricerca del consenso. Convertirsi significa riconoscere che soltanto Dio può dare pienezza alla nostra esistenza e vivere nell'attesa fiduciosa del ritorno di Gesù. In conclusione, possiamo dire che qui san Paolo presenta un cammino di fede che conduce dall'ascolto della Parola alla conversione, dalla conversione alla testimonianza e dalla testimonianza alla speranza. La comunità cristiana diventa così un segno concreto della presenza di Dio nel mondo, capace di annunciare con la vita che Cristo è risorto e che in lui si trova la salvezza.
Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
Il comandamento più grande. Siamo a Gerusalemme, negli ultimi giorni della vita di Gesù. Dopo il confronto con i sadducei sulla risurrezione, i farisei si riuniscono in consiglio non per cercare la verità, bensì per trarlo in errore. Mandano un dottore della Legge, un esperto dei 613 precetti della Legge, con una domanda trappola: qual è il grande comandamento? Per i rabbini si tratta di una classica discussione fra diverse scuole rabbiniche. Molti rabbini della scuola di Shammai dicevano che il sabato era il più grande comandamento, altri la circoncisione, altri ancora lo studio della Torah. Gesù risponde tagliando corto, ma con una profondità sconvolgente. Non cita nessuno dei 613 comandamenti che troviamo nel Talmud babilonese Makkot 23b e nella tradizione rabbinica seguente (248 precetti positivi corrispondenti alle membra o parti del corpo umano e 365 precetti negativi corrispondenti ai giorni dell’anno), ma va a pescare due testi fondamentali per Israele: lo Shema: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la forza, che si trova nel Deuteronomio (cf.6,5) e che ogni giudeo recitava mattina e sera perché in definitiva è l'atto di fede fondamentale. Il secondo testo si trova nel libro del Levitico Amerai il tuo prossimo come te stesso (cf.19,18). Gesù compie qualcosa di mai visto: mette sullo stesso piano i due testi e dice che il secondo è simile al primo, usando il termine greco homoios, cioè uguale nella natura, non solo simile nell'importanza. E conclude: Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. L'immagine che ne risulta è quella di un edificio: tutta la Torah è sospesa a questi due chiodi e se togli questi due chiodi, crolla tutto. Gesù quindi non abolisce i 613 precetti, ma dice qual è il centro che li sostiene. La Legge non è quindi un peso di norme, è l'espressione concreta di un amore doppio e Gesù ci rivela che Dio non vuole religiosità, chiede amore, amore totale. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente significa non riservare a Dio un angolo della vita, ma il centro e la totalità della vita perché il cuore è la volontà, l'anima è la vita stessa, la mente è il pensiero. Non basta dire di credere, bisogna amare con le scelte, con il respiro, con la ragione.. Amare il prossimo come se stessi è la rivoluzione. Non dice di amare il prossimo più di se stessi, dice come se stessi, cioè con la stessa attenzione naturale con cui ci curiamo, ci nutriamo, cerchiamo il bene. Il prossimo pertanto non è un estraneo, è un altro me stesso. E chi è il prossimo? Nella parabola del buon samaritano, Gesù spiegherà che noi siamo chiamati a farci prossimo di chiunque incontriamo sul nostro cammino, anche del nemico e dello straniero. Amare Dio e amare il prossimo indicano due amori inseparabili perché non si può dire di amare Dio se si odia il fratello; non si può amare davvero il fratello se non si ama Dio, perché solo in Dio si trova la forza per amare chi non ci ama. Questi due pilastri sono come le ali di un uccello: senza un’ala nessun uccello può volare. Ma oggi come si vive questo nuovo comandamento? A ben vedere nel nostro mondo assistiamo a un capovolgimento di questa scala valoriale perché al centro ci siamo noi stessi mentre Dio e il prossimo diventano degli optional. Tradiamo il primo amore ogni volta che il nostro cuore è diviso tra mille idoli: lavoro, successo, denaro, immagine, potere. Amiamo Dio con la bocca, ma con la mente e con il cuore siamo altrove. Gesù oggi ci chiede: hai dato a Dio il primo posto o solo gli avanzi del tuo tempo? E’ facile tradire il secondo amore in quest’era paradossale della connessione e della solitudine. Sappiamo tutto di tutti sui social, ma non conosciamo il vicino di casa e forse nemmeno quelli di casa nostra. . Il prossimo diventa talvolta un disturbo, un competitor, uno da giudicare. Gesù ci ricorda che la misura dell'amore non è il sentimento, ma l'atto concreto. Amare il prossimo come se stessi significa trattare gli altri come vorresti essere trattato quando sei malato, povero, solo, straniero. La sfida è quindi concreta. L'amore a Dio si misura nell'amore al prossimo, e l'amore al prossimo trova la sua radice nell'amore di Dio. Non possiamo separarli e quando amiamo veramente, tutta la Legge e i Profeti trovano il loro compimento.
+Giovanni D’Ercole
Fiamma e Pace, Immersione e divisione. Non quietismo tattico
(Lc 12,49-53)
La differenza tra religiosità e Fede si rende palese nella comparazione tra la mentalità che identifica il Fuoco biblico con il castigo, e quella d’una sacra Fiamma riversata con passione d’amore (v.49) che evoca il Dono a nostro favore.
Francesco proclamava: «Laudato sie, mi Signore, per frate focu,/ per lo quale ennalumini la notte:/ et ello è bello e iocundo/ et robustoso et forte».
Per il Poverello d’Assisi il fuoco era elemento «nobile e utile fra le creature dell’Altissimo» [Legenda antiqua].
Egli aveva con «frate focu» uno sconcertante rapporto di cortesia. Certo esso non scacciava la notte allo stesso modo del Sole, ma vi portava luce.
Invece la vampa dei discepoli non era granché: Giacomo e Giovanni volevano che incenerisse avversari o malcapitati (Lc 9,54).
Prima di Gesù, Giovanni il battezzatore attendeva ancora un Messia che immergesse tutti in un falò divoratore e giustiziere (Lc 3,17).
L’incendio della Fede annunciata dalla Persona e dall’attività del Figlio non consuma, non corrode.
È viceversa come un ‘Pane’: pienezza di energia per una «vita completa», non elemento distruttivo o separatore.
Tutto ciò fa Rinascere persone, rapporti e realtà circostante. Modifica la nostra Relazione con Dio, con noi stessi e il prossimo.
Tale la ‘divisione’ proclamata (v.51): discrimine della nostra Chiamata.
Nella devozione comune l’errore di valutazione o la condizione di debolezza è considerata un’infermità, da additare, correggere, punire.
Le “impurità” non andrebbero ‘fuse’ nel Fuoco divino e provvidente: solo normalizzate secondo ataviche prescrizioni, o più recenti idee sofisticate [à la page].
Per la vita nello Spirito, viceversa, l’attenzione è altrove: le oscillazioni personali diventano possibilità; gli abbattimenti una nuova Forza.
Senso d’incapacità, insuccesso e impedimenti suscitano intensità, scambio, dialogo, nuove elaborazioni, ricerca di altri processi.
La Fede si accende onda su onda, nell’accogliere e corrispondere Dio che si rivela, chiama e ancora propone - addirittura mescolanze trasversali che impigliano i purismi.
Sono Alimento e Fiamma anche le nostre situazioni insoddisfacenti: i macigni che sembravano schiacciare e ci facevano negativi vengono assunti, diventano benzina che anima e proietta.
«Incarnazione» è il recupero dei lati opposti.
Su tale percorso, l’imperfezione diventa una molla, coi suoi Tesori che non vediamo, nascosti dietro lati oscuri.
Sono quei versanti che poi domineranno il nostro Desiderio.
In tal guisa, il Battesimo non è una rubrica o una mano di grigio e d’opinione comune.
Non è neppure un congegno che marchia, mettendo immediatamente all’angolo personalità e tensioni - bensì una Immersione (v.50 testo greco).
Accudendo le parti trascurate e fondendo i lati estranei o difformi, dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.
[Giovedì 29.a sett. T.O. 22 ottobre 2026]
Fiamma e Pace, Immersione e divisione. Non quietismo tattico
(Lc 12,49-53)
«Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!» (Lc 12,49).
La differenza tra religiosità e Fede si rende palese nella comparazione tra la mentalità che identifica il Fuoco biblico con il castigo, e quella d’una sacra Fiamma riversata con passione d’amore (v.49) che evoca il Dono a nostro favore.
Francesco proclamava: «Laudato sie, mi Signore, per frate focu,/ per lo quale ennalumini la notte:/ et ello è bello e iocundo/ et robustoso et forte».
Per il Poverello d’Assisi il fuoco era elemento «nobile e utile fra le creature dell’Altissimo» [Legenda antiqua].
Egli aveva con «frate focu» uno sconcertante rapporto di cortesia. Certo esso non scacciava la notte allo stesso modo del Sole, ma vi portava luce.
Invece la vampa dei discepoli non era granché: Giacomo e Giovanni volevano che incenerisse avversari o malcapitati (Lc 9,54).
Prima di Gesù, Giovanni il battezzatore attendeva ancora un Messia che immergesse tutti in un falò divoratore e giustiziere (Lc 3,17).
Nel passo ad es. di Mt 19,13-15 la medesima tematica si confonde con l’ardore purista e fondamentalista degli apostoli che a tutti i costi volevano distaccare Gesù dai suoi diletti, i quali non avevano la minima intenzione di stare sottomessi.
L’incendio della Fede annunciata dalla Persona e dall’attività del Figlio non consuma, non corrode; è viceversa come un cibo: pienezza di energia per una vita completa, non elemento distruttivo o separatore.
Tutto ciò fa rinascere persone, rapporti e realtà circostante. Modifica la nostra Relazione con Dio, con noi stessi e il prossimo. Tale la divisione proclamata (v.51): il discrimine della nostra Chiamata.
Nella devozione comune l’errore di valutazione o la condizione di debolezza è considerata un’infermità, da additare, correggere, punire.
Dottrina e disciplina costituiscono l’armatura esteriore delle coscienze, e il culto le celebra e inculca [non di rado, in modo conformista e scadente, sebbene pretenzioso].
Le “impurità” non andrebbero “fuse” nel Fuoco divino e provvidente: solo normalizzate secondo ataviche prescrizioni, o idee sofisticate à la page.
Per la vita nello Spirito, viceversa, l’attenzione è altrove: le oscillazioni personali diventano possibilità; gli abbattimenti una nuova Forza.
Senso d’incapacità, insuccesso e impedimenti suscitano intensità, scambio, dialogo, nuove elaborazioni, ricerca di altri processi; anche rabbie di sdegno che divampano e stimolano al riscatto.
La Fede si accende onda su onda, nell’accogliere e corrispondere Dio che si rivela, chiama e ancora propone - addirittura mescolanze trasversali, che impigliano i purismi astratti.
«Sogniamo come un’unica umanità» - sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti (n.8), gioendo «per la diversità» che ci abita (cf. n.10).
Nell’imperfezione di situazioni critiche, il Padre non ci scaglia addosso pietre, ma Pane [non raffermo - come nelle ideologie antiche].
Sono Alimento e Fiamma anche le nostre situazioni insoddisfacenti: i macigni che sembravano schiacciare e ci facevano negativi vengono assunti, diventano benzina che proietta; giubilo, che - invece di “sistemarci” - fa crescere ancora.
Chiamati a collaborare, partecipiamo alla stessa azione creatrice, gratuita e rallegrante del Signore.
Egli orienta alla Pace inedita della completezza in divenire, dell’umanizzazione a tutto tondo ancora da acquisire.
Il Disegno d’Amore evolve e irrobustisce attraverso eventi concreti, non escluse le coinvolgenti dinamiche che scaturiscono dalla consapevolezza del proprio confine - di cui non va fatta piazza pulita.
La Fede non crea idoli disgreganti, che parificano eccentricità e peccato, solo vi posa lo sguardo per capire, lasciando che si sciolgano e sboccino da quel magma energetico plasmabile, trasfigurandoci.
Per le credenze vetuste era inimmaginabile che l’Altissimo non provasse ripugnanza della nostra condizione - e proprio sulle pieghe della precarietà carnale volesse edificare una storia di salvezza.
Invece il Figlio ci è complice. Strizza l’occhiolino persino a quegli aspetti che lo sguardo conformista gabella come squilibri, disturbi, malattie.
Vuol fare di ciascuno di noi non un censore o un buonista, bensì un irripetibile capolavoro - non costruito in provetta, ma che non t’aspetti.
Il Signore non standardizza né sterilizza, pretendendo recite o scalate fuori natura. È Lui che si umanizza - persino nelle nostre stranezze.
Si riconosce in ciò ch’è impastato di attese e sudori, sebbene ritenuto sconveniente per l’uomo [anche devoto, o viceversa, sofisticato] che brama innalzarsi.
Ci sentiamo accasati e “arrivati”? Solo qui non c’è ‘fuoco’, passione, scoperta, genesi, né terapia - e non siamo neanche alle soglie della Fede.
«Incarnazione» è il recupero dei lati opposti: l’imperfezione diventa una molla, coi suoi Tesori che non vediamo, nascosti dietro lati oscuri.
Sono quei versanti che poi domineranno il nostro Desiderio.
Questa è tutta la partita: si parte da dove siamo, e l'attenzione alle occasioni del presente scorretto - che non bisogna precipitarsi a disinfettare - ci farà trasalire per la vita inattesa che lì ri-sorge.
La Fiamma dello Spirito che sta edificando la Novità di Dio si annida nelle braci e nei lati ritenuti inconcludenti o contrapposti - non colloca se stessa in vetrina per soffocare subito l’istinto.
Così la Chiesa: non “funzionale”, bensì capace di dare vita. Regno e territorio non segnati da pacifismo tattico, che anestetizza.
In tal guisa, il Battesimo non è una rubrica o una mano di grigio e d’opinione comune, né un congegno che marchia, mettendo immediatamente all’angolo personalità e tensioni - bensì una Immersione (v.50 testo greco).
«Ora, perché non giudicate anche da voi stessi ciò che è giusto?» (v.57).
In Cristo abbiamo capacità di pensiero e veniamo fatti autonomi, per una fraternità solida con noi stessi, che si è ‘fermata’ - e che si dispiega rivitalizzando l’Unicità.
Accudendo le parti trascurate e fondendo i lati estranei o difformi, dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.
C’è un’espressione di Gesù, nel Vangelo di questa domenica, che attira ogni volta la nostra attenzione e richiede di essere ben compresa. Mentre è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attende la morte di croce, Cristo confida ai suoi discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione". E aggiunge: "D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera" (Lc 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza; Gesù stesso, come scrive san Paolo, "è la nostra pace" (Ef 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la "divisione", o – secondo quella di san Matteo – la "spada" (Mt 10,34)?
Questa espressione di Cristo significa che la pace che Egli è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano "strumenti della sua pace", secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.
La Vergine Maria, Regina della Pace, ha condiviso fino al martirio dell’anima la lotta del suo Figlio Gesù contro il Maligno, e continua a condividerla sino alla fine dei tempi. Invochiamo la sua materna intercessione, perché ci aiuti ad essere sempre testimoni della pace di Cristo, mai scendendo a compromessi con il male.
[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2007]
1. Quest'anno la Giornata Mondiale della Pace viene celebrata sullo sfondo dei drammatici eventi dell'11 settembre scorso. In quel giorno, fu perpetrato un crimine di terribile gravità: nel giro di pochi minuti migliaia di persone innocenti, di varie provenienze etniche, furono orrendamente massacrate. Da allora, la gente in tutto il mondo ha sperimentato con intensità nuova la consapevolezza della vulnerabilità personale ed ha cominciato a guardare al futuro con un senso fino ad allora ignoto di intima paura. Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane. La storia della salvezza, delineata nella Sacra Scrittura, proietta grande luce sull'intera storia del mondo, mostrando come questa sia sempre accompagnata dalla sollecitudine misericordiosa e provvida di Dio, che conosce le vie per toccare gli stessi cuori più induriti e trarre frutti buoni anche da un terreno arido e infecondo.
È questa la speranza che sostiene la Chiesa all'inizio del 2002: con la grazia di Dio il mondo, in cui il potere del male sembra ancora una volta avere la meglio, sarà realmente trasformato in un mondo in cui le aspirazioni più nobili del cuore umano potranno essere soddisfatte, un mondo nel quale prevarrà la vera pace.
La pace: opera di giustizia e di amore
2. Quanto è recentemente avvenuto, con i terribili fatti di sangue appena ricordati, mi ha stimolato a riprendere una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, al ricordo di eventi storici che hanno segnato la mia vita, specialmente negli anni della mia giovinezza.
Le immani sofferenze dei popoli e dei singoli, tra i quali anche non pochi miei amici e conoscenti, causate dai totalitarismi nazista e comunista, hanno sempre interpellato il mio animo e stimolato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell'ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l'ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell'amore che è il perdono.
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la xxxv Giornata Mondiale della Pace]
[Il Vangelo di] (Lc 12,49-53) fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (v.49). Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso – il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
In questo momento, penso anche con ammirazione soprattutto ai numerosi sacerdoti, religiosi e fedeli laici che, in tutto il mondo, si dedicano all’annuncio del Vangelo con grande amore e fedeltà, non di rado anche a costo della vita. La loro esemplare testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di burocrati e di diligenti funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’ardore di portare a tutti la consolante parola di Gesù e la sua grazia. Questo è il fuoco dello Spirito Santo. Se la Chiesa non riceve questo fuoco o non lo lascia entrare in sé, diviene una Chiesa fredda o soltanto tiepida, incapace di dare vita, perché è fatta da cristiani freddi e tiepidi. Ci farà bene, oggi, prendere cinque minuti e domandarci: “Ma come va il mio cuore? È freddo? È tiepido? È capace di ricevere questo fuoco?” Prendiamoci cinque minuti per questo. Ci farà bene a tutti.
[Papa Francesco, Angelus 14 agosto 2016]
Presenza e Venuta senza contese
(Lc 12,39-48)
Gesù tira le orecchie a quelli di Casa, non per autolesionismo: non è amore né libertà non poter capire in quale direzione andare, non avere una mèta che trasmetta senso al nostro pellegrinare in ricerca.
Già nelle comunità dei primi secoli era viva l’idea della fine del mondo e dell’immediatamente successivo «ritorno» del Risorto ad aggiustare le cose - come un qualsiasi Messia. Così qualcuno non s’impegnava più. Altri rimanevano col nasino all’insù, per scrutare il cielo.
Ma la Venuta del Cristo è sempre imminente, e il Giudizio sulle cose del mondo è già stato pronunciato sulla Croce.
Nel suo Spirito che fa nuove tutte le cose, e nei suoi intimi, il Signore non si è mai trasferito (altrove; o in alto) [cf. Mt 28,20].
La fase finale della storia inizia appunto da questo germe di Fede non alienata, di Persona non repressa, e di società alternativa; ma la storia da scrivere è compito della Chiesa.
Il nuovo cielo e la nuova terra della Presenza che divinizza è già palpitante. In tal guisa, Egli è accanto a noi quando lottiamo per la realizzazione e la vita piena di tutti.
Poi, in nessun passo dei Vangeli è scritto che Gesù «tornerà»: sebbene non percepibile ai sensi, non si è mai allontanato.
Gode di una Vita piena, non condizionata da coordinate spazio temporali come la nostra.
Egli è ‘il Veniente’ [testo greco, passim]: colui che Viene senza posa, e si fa compagno di viaggio - non solo in figura eccezionale.
L’attenzione delle persone impressionabili già negli anni 80 si spostava (purtroppo) sul Ritorno invece che sulla «Venuta incessante»: ossia, percezione della sua Amicizia nelle cose anche comuni, nell’Appello dei bisognosi; nel Richiamo delle intuizioni, della Parola, degli accompagnatori del nostro viaggio; nel genio del tempo, e persino nelle vicende di tutti i giorni.
«Venuta» è: nei traguardi che sorridono, ma persino e forse ancor più negli scogli da vivere - o aggirare, spostando lo sguardo; nelle delusioni, che ci guidano a cercare una gioia meno esteriore.
Così - secondo il desiderio del Signore - la buona guida della comunità cristiana si farà servitrice degli smarriti, non si approprierà dei beni della Chiesa, diverrà vigilante anche in favore altrui.
È fondamentale che i primi della classe non si lascino trascinare dal desiderio adolescenziale di autoaffermarsi, con avidità di privilegi e incetta di mansioni rilevanti.
La fedeltà è atteggiamento richiesto specialmente a coloro che nelle assemblee hanno un compito particolare e preciso, di guida: vietato abusarne!
L’unica smania da cui devono sentirsi presi è quella di affrettare l’ora della Comunione e introdurre un’energia rigeneratrice, anche nei ruoli.
Pietro è però condizionato dal falso insegnamento tradizionale, del tutto antitetico, e non riesce a concepirlo.
Secondo il Maestro, invece, capi e responsabili di comunità non sono dei privilegiati o eletti esclusivi, bensì coloro cui è chiesto di fare più e meglio.
Gente libera.
Unico obbiettivo plausibile del cammino particolare nella potenza del Risorto è di carattere materno e universale: «partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli» [FT n.278].
[Mercoledì 29.a sett. T.O. 21 Ottobre 2026]
(Lc 12,39-48)
«Anche voi siate pronti perché, nell’ora che non credete il Figlio dell’uomo viene» (Lc 12,40).
Gesù tira le orecchie a quelli di Casa, non per autolesionismo: non è amore né libertà non poter capire in quale direzione andare, non avere una mèta che trasmetta senso al nostro pellegrinare in ricerca.
Già nelle comunità dei primi secoli era viva l’idea della fine del mondo e dell’immediatamente successivo «ritorno» del Risorto ad aggiustare le cose - come un qualsiasi Messia.
Così qualcuno non si impegnava più. Altri rimanevano col nasino all’insù, per scrutare il cielo.
Ma la Venuta del Cristo è sempre imminente, e il Giudizio sulle cose del mondo è già stato pronunciato sulla Croce.
Nel suo Spirito che fa nuove tutte le cose, e nei suoi intimi, il Signore non si è mai trasferito (altrove; o in alto) [cf. Mt 28,20].
La fase finale della storia inizia appunto da questo germe di Fede non alienata, di Persona non repressa, e di società alternativa; ma la storia da scrivere è compito della Chiesa.
Il nuovo cielo e la nuova terra della Presenza che divinizza è già palpitante. In tal guisa, Egli è accanto a noi quando lottiamo per la realizzazione e la vita piena di tutti.
Per tale motivo, in epigrafe all’enciclica Fratelli Tutti, ecco stagliarsi la figura pratica ed eloquente di s. Francesco «che si sentiva fratello del sole, del mare e del vento, sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne. Dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi» [n.2].
I Vangeli e il Magistero recente - non più neutrale - intonano il de profundis alla spiritualità periferica, intimista e vuota che ha segnato il cattolicesimo di massa in Occidente.
Chiaro il motivo per cui in nessun passo dei Vangeli è scritto che Gesù «tornerà»: sebbene non percepibile ai sensi, non si è mai allontanato.
Gode di una Vita piena, non condizionata da coordinate spazio temporali.
Egli è ‘il Veniente’ [testo greco, passim]: colui che Viene senza posa, e si fa compagno di viaggio - non solo nelle figure eccezionali come il Santo d’Assisi.
Tuttavia già negli anni 80 del primo secolo l’attenzione delle persone impressionabili si stava spostando (purtroppo) sul Ritorno invece che sulla Venuta provvidente - perno della Fede positiva nella vita stessa, che rivela il Volto del Dio-Con.
«Venuta incessante»: è percezione della sua Amicizia nelle cose, anche comuni, nell’Appello dei bisognosi; nel Richiamo delle intuizioni, della Parola, e degli accompagnatori del nostro viaggio.
«Venuta» è: nei traguardi che sorridono, ma persino e forse ancor più negli scogli da vivere - o aggirare, spostando lo sguardo; nelle delusioni, che ci guidano a cercare una gioia meno esteriore.
È «Avvento» del Cristo: l’istinto vocazionale che ci attiva, il senso della fraternità vitale, l’amicizia sensibile di tutti coloro che sanno comprendere, introdurre e coordinare - nonché la predilezione per le relazioni di qualità; la Fiducia nel genio del tempo, persino nelle vicende di tutti i giorni.
In tal guisa e secondo il desiderio del Signore, la buona guida della comunità cristiana si farà servitrice degli smarriti, non si approprierà dei beni della Chiesa, e diverrà vigilante anche in favore altrui.
È fondamentale che i primi della classe non si lascino trascinare dal desiderio adolescenziale di autoaffermarsi, con avidità di privilegi e incetta di mansioni rilevanti.
La fedeltà è atteggiamento richiesto specialmente a coloro che nelle assemblee hanno un compito particolare e preciso, di guida: vietato abusarne!
L’unica smania da cui devono sentirsi presi è quella di affrettare l’ora della Comunione e introdurre un’energia rigeneratrice, anche nei ruoli.
Pietro è però condizionato dal falso insegnamento tradizionale, del tutto antitetico; e non riesce a concepirlo.
Secondo il Maestro, invece, i capi e responsabili di comunità non sono dei privilegiati o eletti esclusivi, bensì coloro cui è chiesto di fare più e meglio - non in favore loro!
Il mondo e la Chiesa hanno bisogno di meno finti padroni - piuttosto, di servitori diligenti e convinti, che attirino per testimonianza diretta. Non per prestigio di titoli e ruoli.
Gente libera.
Unico obbiettivo plausibile del cammino particolare nella potenza del Risorto è di carattere materno e universale: «partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli» [FT n.278].
Dice il Tao (LXVI): «La ragione per cui fiumi e mari possono essere sovrani di cento valli è che ben se ne tengono al disotto: perciò possono essere sovrani di cento valli. Così chi vuol stare disopra al popolo con i detti se ne pone al disotto, chi vuol stare davanti al popolo con la persona ad esso si pospone».
E il maestro Ho shang-Kung commenta: «Il mondo non si sazia del santo, perché costui non contende con gli altri per il primo o l’ultimo posto».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Nella tua comunità hai incontrato servitori o padroni?
Le guide ti aiutano a cercare il balzo, la realizzazione autentica, la gioia interiore?
La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee un'immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e a percuotere i dipendenti, tradendo così l'essenza del suo incarico. In greco, la parola che indica "fedeltà" coincide con quella che indica "fede". La fedeltà del servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse sono il bene più prezioso che ci è stato affidato. Una tale fedeltà non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma è ispirata dall'amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per far aumentare in esso la presenza di Dio.
[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione episcopale 12 settembre 2009]
Addressing this state of mind, the Church testifies to her hope, based on the conviction that evil, the mysterium iniquitatis, does not have the final word in human affairs (Pope John Paul II)
Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane (Papa Giovanni Paolo II)
Jesus reminds us today that the expectation of the eternal beatitude does not relieve us of the duty to render the world more just and more liveable (Pope Francis)
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo (Papa Francesco)
Those who open to Him will be blessed, because they will have a great reward: indeed, the Lord will make himself a servant to his servants — it is a beautiful reward — in the great banquet of his Kingdom He himself will serve them [Pope Francis]
E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli [Papa Francesco]
The fool in the Bible, the one who does not want to learn from the experience of visible things, that nothing lasts for ever but that all things pass away, youth and physical strength, amenities and important roles. Making one's life depend on such an ephemeral reality is therefore foolishness (Pope Benedict)
L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza (Papa Benedetto)
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (Pope John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Papa Giovanni Paolo II)
And blasphemy, the sin against the Holy Spirit, is the one unforgivable sin — as Jesus said — because it comes from closing the heart to God’s mercy which acts in Jesus (Pope Francis)
E la bestemmia, il peccato contro lo Spirito Santo, è l’unico peccato imperdonabile – così dice Gesù –, perché parte da una chiusura del cuore alla misericordia di Dio che agisce in Gesù (Papa Francesco)
The great thinker Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Il grande pensatore Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
The present-day mentality, more perhaps than that of people in the past, seems opposed to a God of mercy, and in fact tends to exclude from life and to remove from the human heart the very idea of mercy (Pope John Paul II)
don Giuseppe Nespeca
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