Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
V Domenica di Pasqua (anno A) [3 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)
Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa.
Salmo responsoriale (32/33)
Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5). Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)
In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)
Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre. Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.
+Giovanni D’Ercole
Divino nell’Umano: gesti forti, dignitosi e fraterni, non di repertorio
(Mt 13,54-58)
Il Divino nell’Umano si rende Presente nelle relazioni intense, accoglienti, che aprono a recuperi inspiegabili; quindi trapela nei gesti forti, dignitosi e fraterni - non di repertorio.
Nel passo di Vangelo di oggi c’è una differenza rilevante con la traduzione CEI (‘74) precedente (vv.54.58).
Il Signore ci aiuta a crescere con veri «prodigi», non con “miracoli”[eventi puntuali] bensì operando nell’intimo, modificando il cuore rattrappito e migliorandoci col suo Amore.
Il «profetico» non ha a che fare col clamoroso che s’impone.
Solo così non ci si stancherà del buono che non è brillante; né si disprezzerà l’esistenza della gente normale, perché senza prestigio e titoli.
Le opere potenti di Gesù si dispiegano nel tempo - educando, non impressionando e assoggettando.
I suoi ‘segni’, quei recuperi inspiegabili che compie, sono calibro e frutto d’un Incontro-per-Via che cresce.
Opera d’Arte (assai meglio di scorciatoie accidentali) è che il profittatore diventi giusto, il dubbioso più sicuro, l’infelice riprenda a sperare.
Ci vuole tempo, anche se lo stupore può essere immediato.
Il Mistero della potenza del nuovo Dio annunciato da Cristo si cela in ‘Qualcuno dentro qualcosa’.
È la trama ove si annidano i Segni d’una Realtà grande, cui malgrado le difficoltà abbiamo accesso e siamo partecipi.
Tale anche il vero artigianato di Giuseppe. La Persona e la Famiglia di Gesù narrano di un Padre il quale non teme che la sua santità sia messa in pericolo dal contatto col mondo.
Il Mistero sovreminente è già nell’uomo comune.
Quindi il conflitto non è coi forestieri, bensì con i soliti ostinati “vicini” colmi di pregiudizio - abitudinari e assuefatti, i quali già sanno come va a finire... Ma non inaugurano nulla.
Invece il Figlio non è più un bambinone del posto: un programma quieto del «villaggio», il prodotto d’idee arcaiche normali o di propositi già trasmessi, che nessun Incontro potrà destare e smuovere.
In patria il Maestro non sbalordisce come altrove: incontra una diffidenza che logora di giorni tutti contati quella sporgenza del credere che colmerebbe le indigenze.
Anche Giuseppe fabbricante comprende ciò che taglia il Sogno impossibile della Novità, nella Fede: il nostro vanto non è da condizione sociale, né da genere stabilito.
Essa coglie un suo peso specifico non nei balocchi del folklore, bensì appunto nel rigenerare - per l’incessante riattivarsi dell’interesse intrinseco.
In tal guisa, la Fede non è retorica. Con Gesù e Maria a fianco Giuseppe intuisce che lo stato di dubbio è più fecondo delle convinzioni.
Come si diventa dunque, un non-popolo?
Le sicurezze non lasciano respiro all’inventiva del fare inusuale, né al sentimento o alla crescita della Vita forte, non sfigurata dal repertorio di compimenti attesi.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come la tua esistenza ordinaria riscatta le vicende della gente malferma?
Come vivi il di più della Fede sulle abitudini e luoghi comuni?
[s. Giuseppe Lavoratore, 1 maggio]
Divino nell’Umano: gesti forti, dignitosi e fraterni, non di repertorio
(Mt 13,54-58)
«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!».
[Papa Benedetto, omelia 21 aprile 2011]
Il Divino nell’Umano si rende Presente nelle relazioni intense, accoglienti, che aprono a recuperi inspiegabili; quindi trapela nei gesti forti, dignitosi e fraterni - non di repertorio.
Nel passo di Vangelo di oggi c’è una differenza rilevante con la traduzione CEI (‘74) precedente (vv.54.58).
Il Signore ci aiuta a crescere con veri «prodigi», non con “miracoli”[eventi puntuali] bensì operando nell’intimo, modificando il cuore rattrappito e migliorandoci col suo Amore.
Il «profetico» non ha a che fare col clamoroso che s’impone.
Solo così non ci si stancherà del buono che non è brillante; né si disprezzerà l’esistenza della gente normale, perché senza prestigio e titoli.
Le opere potenti di Gesù si dispiegano nel tempo - educando, non impressionando e assoggettando.
I suoi ‘segni’, quei recuperi inspiegabili che compie, sono calibro e frutto d’un Incontro-per-Via che cresce.
Opera d’Arte (assai meglio di scorciatoie accidentali) è che il profittatore diventi giusto, il dubbioso più sicuro, l’infelice riprenda a sperare.
Ci vuole tempo, anche se lo stupore può essere immediato.
Il Mistero della potenza del nuovo Dio annunciato da Cristo si cela in ‘Qualcuno dentro qualcosa’.
È la trama ove si annidano i Segni d’una Realtà grande, cui malgrado le difficoltà abbiamo accesso e siamo partecipi.
La Persona di Gesù narra di un Padre il quale non teme che la sua santità sia messa in pericolo dal contatto col mondo.
Il Mistero sovreminente è già nell’uomo comune.
Quindi il conflitto non è coi forestieri, bensì con i soliti ostinati “vicini” colmi di pregiudizio - abitudinari e assuefatti, i quali già sanno come va a finire... Ma non inaugurano nulla.
Invece il Figlio non è più un bambinone del posto: un programma quieto del «villaggio», il prodotto d’idee arcaiche normali o di propositi già trasmessi, che nessun Incontro potrà destare e smuovere.
In patria il Maestro non sbalordisce come altrove: incontra una diffidenza che logora di giorni tutti contati quella sporgenza del credere che colmerebbe le indigenze.
La Fede invece comprende ciò che taglia il Sogno impossibile della Novità: il nostro vanto non è da condizione sociale, né da genere stabilito.
Essa coglie un suo peso specifico non nei balocchi del folklore, bensì appunto nel rigenerare - per l’incessante riattivarsi dell’interesse intrinseco.
In tal guisa, la Fede non è retorica: intuisce che lo stato di dubbio è più fecondo delle convinzioni.
Come si diventa un non-popolo?
Le sicurezze non lasciano respiro all’inventiva del fare inusuale, né al sentimento o alla crescita della Vita forte, non sfigurata dal repertorio di compimenti attesi.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come la tua esistenza ordinaria riscatta le vicende della gente malferma?
Come vivi il di più della Fede sulle abitudini e luoghi comuni?
[S. Giuseppe Lavoratore, 1 maggio]
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo ascoltato insieme una pagina famosa e bella del Libro dell'Esodo, quella in cui l'autore sacro narra la consegna a Israele del Decalogo da parte di Dio. Un particolare colpisce subito: l'enunciazione dei dieci comandamenti è introdotta da un significativo riferimento alla liberazione del popolo di Israele. Dice il testo: "Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù" (Es 20, 2). Il Decalogo dunque vuole essere una conferma della libertà conquistata. In effetti i comandamenti, a guardarli in profondità, sono il mezzo che il Signore ci dona per difendere la nostra libertà sia dai condizionamenti interni delle passioni che dai soprusi esterni dei malintenzionati. I "no" dei comandamenti sono altrettanti "sì" alla crescita di un'autentica libertà. C'è una seconda dimensione del Decalogo che pure va sottolineata: mediante la Legge data per mano di Mosè, il Signore rivela di voler stringere con Israele un patto di alleanza. La Legge, dunque, più che un'imposizione è un dono. Più che comandare ciò che l'uomo deve fare, essa vuol rendere manifesta a tutti la scelta di Dio: Egli sta dalla parte del popolo eletto; lo ha liberato dalla schiavitù e lo circonda con la sua bontà misericordiosa. Il Decalogo è testimonianza di un amore di predilezione.
Un secondo messaggio ci offre la Liturgia di oggi: la Legge mosaica ha trovato pieno compimento in Gesù, che ha rivelato la saggezza e l'amore di Dio mediante il mistero della Croce, "scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani - come ci ha detto san Paolo nella seconda lettura -, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci ... potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor 1, 23-24). Proprio a questo mistero fa riferimento la pagina evangelica poc'anzi proclamata: Gesù scaccia dal tempio i venditori e i cambiavalute. L'evangelista fornisce la chiave di lettura di questo significativo episodio attraverso il versetto di un Salmo: "Lo zelo per la tua casa mi divora" (cfr Sal 69, 10). È Gesù ad essere "divorato" da questo "zelo" per la "casa di Dio", usata per scopi diversi da quelli ai quali sarebbe destinata. Davanti alla richiesta dei responsabili religiosi, che pretendono un segno della sua autorità, tra lo stupore dei presenti Egli afferma: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2, 19). Parola misteriosa, incomprensibile in quel momento, ma che Giovanni riformula per i suoi lettori cristiani, osservando: "Egli parlava del tempio del suo Corpo" (Gv 2, 21). Quel "tempio" i suoi avversari l'avrebbero distrutto, ma Lui dopo tre giorni l'avrebbe ricostruito mediante la risurrezione. La dolorosa e "scandalosa" morte di Cristo sarebbe stata coronata dal trionfo della sua gloriosa risurrezione. Mentre in questo tempo quaresimale ci prepariamo a rivivere nel triduo pasquale questo evento centrale della nostra salvezza, noi già guardiamo al Crocifisso intravedendo in Lui il fulgore del Risorto.
Cari fratelli e sorelle, l'odierna Celebrazione Eucaristica, che unisce alla meditazione dei testi liturgici della terza domenica di Quaresima il ricordo di san Giuseppe, ci offre l'opportunità di considerare, alla luce del mistero pasquale, un altro aspetto importante dell'esistenza umana. Mi riferisco alla realtà del lavoro, posta oggi al centro di cambiamenti rapidi e complessi. La Bibbia in più pagine mostra come il lavoro appartenga alla condizione originaria dell'uomo. Quando il Creatore plasmò l'uomo a sua immagine e somiglianza, lo invitò a lavorare la terra (cfr Gn 2, 5-6). Fu a causa del peccato dei progenitori che il lavoro diventò fatica e pena (cfr Gn 3, 6-8), ma nel progetto divino esso mantiene inalterato il suo valore. Lo stesso Figlio di Dio, facendosi in tutto simile a noi, si dedicò per molti anni ad attività manuali, tanto da essere conosciuto come il "figlio del carpentiere" (cfr Mt 13, 55). La Chiesa ha sempre mostrato, specialmente nell'ultimo secolo, attenzione e sollecitudine per questo ambito della società, come testimoniano i numerosi interventi sociali del Magistero e l'azione di molteplici associazioni di ispirazione cristiana, alcune delle quali sono oggi qui convenute a rappresentare l'intero mondo dei lavoratori. Sono lieto di accogliervi, cari amici, e rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Un pensiero particolare va a Mons. Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea e Presidente della Commissione Episcopale Italiana per i Problemi Sociali e il Lavoro, la Giustizia e la Pace, che si è fatto interprete dei comuni sentimenti e mi ha rivolto cortesi espressioni augurali per la mia festa onomastica. Gliene sono vivamente grato.
Il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell'uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell'umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l'uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Al riguardo, giunge opportuno l'invito contenuto nella prima lettura: "Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio" (Es 20, 8-9). Il sabato è giorno santificato, cioè consacrato a Dio, in cui l'uomo comprende meglio il senso della sua esistenza ed anche dell'attività lavorativa. Si può, pertanto, affermare che l'insegnamento biblico sul lavoro trova il suo coronamento nel comandamento del riposo. Opportunamente nota al riguardo il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: "All'uomo, legato alla necessità del lavoro, il riposo apre la prospettiva di una libertà più piena, quella del sabato eterno (cfr Eb 4, 9-10). Il riposo consente agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi essi stessi come opera Sua (cfr Ef 2, 10), di rendere grazie della propria vita e della propria sussistenza a lui, che ne è l'autore" (n. 258).
L'attività lavorativa deve servire al vero bene dell'umanità, permettendo "all'uomo come singolo o come membro della società di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione" (Gaudium et spes, 35). Perché ciò avvenga non basta la pur necessaria qualificazione tecnica e professionale; non è sufficiente nemmeno la creazione di un ordine sociale giusto e attento al bene di tutti. Occorre vivere una spiritualità che aiuti i credenti a santificarsi attraverso il proprio lavoro, imitando san Giuseppe, che ogni giorno ha dovuto provvedere alle necessità della Santa Famiglia con le sue mani e che per questo la Chiesa addita quale patrono dei lavoratori. La sua testimonianza mostra che l'uomo è soggetto e protagonista del lavoro. Vorrei affidare a lui i giovani che a fatica riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, i disoccupati e coloro che soffrono i disagi dovuti alla diffusa crisi occupazionale. Insieme con Maria, sua Sposa, vegli san Giuseppe su tutti i lavoratori ed ottenga per le famiglie e l'intera umanità serenità e pace. Guardando a questo grande Santo apprendano i cristiani a testimoniare in ogni ambito lavorativo l'amore di Cristo, sorgente di solidarietà vera e di stabile pace. Amen!
[Papa Benedetto, omelia per i lavoratori, 19 marzo 2006]
Carissimi fedeli!
1. Oggi, primo maggio, l’argomento del nostro incontro non può che essere la festa del lavoro. Desidero oggi onorare tutti i lavoratori.
Dal secolo scorso questa giornata del primo maggio ha sempre avuto un profondo significato di unità e di comunione tra tutti i lavoratori, per sottolineare il loro ruolo nella struttura della società e per difendere i loro diritti. Nel 1955, Pio XII, di venerata memoria, volle dare al primo maggio anche un’impronta religiosa, dedicandolo a san Giuseppe lavoratore, e da allora la festa civile del lavoro è diventata anche una festa cristiana.
Sono molto lieto di poter esprimere con voi oggi i sentimenti della più viva e cordiale partecipazione a questa festa, ricordando l’affetto che la Chiesa ha sempre avuto per i lavoratori e la sollecitudine con cui ha cercato e cerca di promuovere i loro diritti. È noto come specialmente dall’inizio dell’era industriale, la Chiesa, seguendo lo svolgersi della situazione e lo svilupparsi delle nuove scoperte e delle nuove esigenze, ha presentato un “corpus” di insegnamenti in campo sociale, che certamente hanno avuto e hanno tuttora il loro influsso illuminante, a cominciare dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891).
Chi onestamente cerca di conoscere e di seguire l’insegnamento della Chiesa, vede come in realtà essa abbia sempre amato i lavoratori, e abbia indicato e sostenuto la dignità della persona umana come fondamento e ideale di ogni soluzione dei problemi riguardanti il lavoro, la sua retribuzione, la sua protezione, il suo perfezionamento e la sua umanizzazione. Attraverso i vari documenti del magistero della Chiesa emergono gli aspetti fondamentali del lavoro, inteso come mezzo per guadagnarsi da vivere, come dominio sulla natura con le attività scientifiche e tecniche, come espressione creativa dell’uomo, come servizio per il bene comune e come impegno per la costruzione del futuro della storia.
Come ho detto nell’enciclica Laborem Exercens (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, n. 9), “il lavoro è un bene dell’uomo, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, diventa più uomo”.
La festa del primo maggio è molto opportuna per ribadire il valore del lavoro e della “civiltà” fondata sul lavoro, contro le ideologie che sostengono invece la “civiltà del piacere” o dell’indifferenza e della fuga. Ogni lavoro è degno di stima, anche il lavoro manuale, anche il lavoro ignoto e nascosto, umile e faticoso, perché ogni lavoro, se interpretato nel modo esatto, è un atto di alleanza con Dio per il perfezionamento del mondo; è un impegno di liberazione dalla schiavitù delle forze della natura; è un gesto di comunione e di fraternità con gli uomini; è una forma di elevazione, in cui si applicano le capacità intellettive e volitive. Gesù stesso, il Verbo divino incarnatosi per la nostra salvezza, volle prima di tutto e per tanti anni essere un umile e solerte lavoratore!
2. Nonostante la verità fondamentale del valore perenne del lavoro, sappiamo che molte sono le problematiche nella società di oggi. Già l’aveva notato il Concilio Vaticano II, quando così si esprimeva: “L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti, che progressivamente si estendono all’intero universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, su di lui si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e di agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa (Gaudium et Spes, 4).
Il problema primo e più grave è certamente quello della disoccupazione, causato da tanti fattori, come l’introduzione su vasta scala dell’informatica, che per mezzo dei robot e dei computer elimina molta manodopera; la saturazione di alcuni prodotti; l’inflazione che arresta il consumo e quindi la produzione; la necessità della riconversione di macchine e di tecniche; la competizione.
Un altro problema è il pericolo che l’uomo diventi schiavo delle macchine da lui stesso inventate e costruite. È necessario infatti dominare e guidare la tecnologia, altrimenti essa si mette contro l’uomo.
Infine possiamo citare anche la grave questione dell’alienazione professionale, per cui si perde il significato autentico del lavoro, lo si intende solo come merce, in una fredda logica di guadagno per poter acquistare benessere, consumare e così ancora produrre, cedendo alla tentazione della disaffezione, dell’assenteismo, dell’egoismo individualista, dell’avvilimento, della frustrazione e facendo prevalere le caratteristiche del cosiddetto “uomo ad una dimensione”, vittima della tecnica, della pubblicità e della produzione.
Sono problemi assai complessi sui quali manca il tempo per soffermarsi. Ma oggi, primo maggio, vogliamo accennare alla necessità della “solidarietà” umana e cristiana, a livello nazionale e universale, per risolvere tali difficoltà in modo esauriente e convincente. Paolo VI diceva nella Populorum Progressio (Pauli VI, Populorum Progressio, n. 17): “Ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità tutta intera. Non soltanto questo o quell’uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario... La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere”. Parlando a Ginevra alla Conferenza internazionale del lavoro, io stesso dissi che “la soluzione positiva del problema dell’impiego presuppone una grande solidarietà nell’insieme della popolazione e nell’insieme dei popoli: che ciascuno sia disposto ad accettare i sacrifici necessari, che ciascuno collabori all’attuazione dei programmi e degli accordi miranti a fare della politica economica e sociale un’espressione tangibile della solidarietà” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad eos qui LXVIII conventui Conferentiae ab omnibus de humano labore interfuere habita, 10, die 15 iunii 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/2 [1982] 2261).
3. Oggi, festa del lavoro,
memoria liturgica di san Giuseppe lavoratore,
invoco di cuore la sua celeste protezione
su quanti lavorando
trascorrono la loro vita
e su quanti purtroppo
si trovano senza lavoro,
ed esorto tutti
a pregare ogni giorno
il padre putativo di Gesù,
umile e semplice lavoratore,
affinché sul suo esempio e con il suo aiuto
ogni cristiano
porti nella vita
il suo contributo di diligente impegno
e di gioiosa comunione.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 1 maggio 1984]
Oggi, primo maggio, celebriamo san Giuseppe lavoratore e iniziamo il mese tradizionalmente dedicato alla Madonna. In questo nostro incontro, vorrei soffermarmi allora su queste due figure così importanti nella vita di Gesù, della Chiesa e nella nostra vita, con due brevi pensieri: il primo sul lavoro, il secondo sulla contemplazione di Gesù.
1. Nel Vangelo di san Matteo, in uno dei momenti in cui Gesù ritorna al suo paese, a Nazaret, e parla nella sinagoga, viene sottolineato lo stupore dei suoi paesani per la sua sapienza, e la domanda che si pongono: «Non è costui il figlio del falegname?» (13,55). Gesù entra nella nostra storia, viene in mezzo a noi, nascendo da Maria per opera di Dio, ma con la presenza di san Giuseppe, il padre legale che lo custodisce e gli insegna anche il suo lavoro. Gesù nasce e vive in una famiglia, nella santa Famiglia, imparando da san Giuseppe il mestiere del falegname, nella bottega di Nazaret, condividendo con lui l’impegno, la fatica, la soddisfazione e anche le difficoltà di ogni giorno.
Questo ci richiama alla dignità e all’importanza del lavoro. Il libro della Genesi narra che Dio creò l’uomo e la donna affidando loro il compito di riempire la terra e soggiogarla, che non significa sfruttarla, ma coltivarla e custodirla, averne cura con la propria opera (cfr Gen 1,28; 2,15). Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione. E qui penso alle difficoltà che, in vari Paesi, incontra oggi il mondo del lavoro e dell’impresa; penso a quanti, e non solo giovani, sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicista della società, che cerca il profitto egoista, al di fuori dei parametri della giustizia sociale.
Desidero rivolgere a tutti l’invito alla solidarietà, e ai Responsabili della cosa pubblica l’incoraggiamento a fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione; questo significa preoccuparsi per la dignità della persona; ma soprattutto vorrei dire di non perdere la speranza; anche san Giuseppe ha avuto momenti difficili, ma non ha mai perso la fiducia e ha saputo superarli, nella certezza che Dio non ci abbandona. E poi vorrei rivolgermi in particolare a voi ragazzi e ragazze a voi giovani: impegnatevi nel vostro dovere quotidiano, nello studio, nel lavoro, nei rapporti di amicizia, nell’aiuto verso gli altri; il vostro avvenire dipende anche da come sapete vivere questi preziosi anni della vita. Non abbiate paura dell’impegno, del sacrificio e non guardate con paura al futuro; mantenete viva la speranza: c’è sempre una luce all’orizzonte.
Aggiungo una parola su un’altra particolare situazione di lavoro che mi preoccupa: mi riferisco a quello che potremmo definire come il “lavoro schiavo”, il lavoro che schiavizza. Quante persone, in tutto il mondo, sono vittime di questo tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro ad offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità. Chiedo ai fratelli e sorelle nella fede e a tutti gli uomini e donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il “lavoro schiavo”.
2. Accenno al secondo pensiero: nel silenzio dell’agire quotidiano, san Giuseppe, insieme a Maria, hanno un solo centro comune di attenzione: Gesù. Essi accompagnano e custodiscono, con impegno e tenerezza, la crescita del Figlio di Dio fatto uomo per noi, riflettendo su tutto ciò che accadeva. Nei Vangeli, san Luca sottolinea due volte l’atteggiamento di Maria, che è anche quello di san Giuseppe: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19.51). Per ascoltare il Signore, bisogna imparare a contemplarlo, a percepire la sua presenza costante nella nostra vita; bisogna fermarsi a dialogare con Lui, dargli spazio con la preghiera. Ognuno di noi, anche voi ragazzi, ragazze e giovani, così numerosi questa mattina, dovrebbe chiedersi: quale spazio do al Signore? Mi fermo a dialogare con Lui? Fin da quando eravamo piccoli, i nostri genitori ci hanno abituati ad iniziare e a terminare la giornata con una preghiera, per educarci a sentire che l’amicizia e l’amore di Dio ci accompagnano. Ricordiamoci di più del Signore nelle nostre giornate!
E in questo mese di maggio, vorrei richiamare all’importanza e alla bellezza della preghiera del santo Rosario. Recitando l'Ave Maria, noi siamo condotti a contemplare i misteri di Gesù, a riflettere cioè sui momenti centrali della sua vita, perché, come per Maria e per san Giuseppe, Egli sia il centro dei nostri pensieri, delle nostre attenzioni e delle nostre azioni. Sarebbe bello se, soprattutto in questo mese di maggio, si recitasse assieme in famiglia, con gli amici, in Parrocchia, il santo Rosario o qualche preghiera a Gesù e alla Vergine Maria! La preghiera fatta assieme è un momento prezioso per rendere ancora più salda la vita familiare, l’amicizia! Impariamo a pregare di più in famiglia e come famiglia!
Cari fratelli e sorelle, chiediamo a san Giuseppe e alla Vergine Maria che ci insegnino ad essere fedeli ai nostri impegni quotidiani, a vivere la nostra fede nelle azioni di ogni giorno e a dare più spazio al Signore nella nostra vita, a fermarci per contemplare il suo volto. Grazie.
[Papa Francesco, Udienza Generale 1 maggio 2013]
Comunione: Radice dell’essere, Energia sognante che rilegge la storia
(Gv 13,16-20)
Nel contesto della lavanda dei piedi, Gesù ricorda che il discepolo autentico non deve farsi illusioni: non avrà meno persecuzioni del Maestro.
Un «inviato» non è più di colui che lo manda (v.16). La nuova traduzione CEI precisa che Gesù non elegge Dodici Apostoli come si trattasse di capi destinati ad avere posizioni favolose.
Gli apostoli sono “mandati” in tal senso, come il Figlio dal Padre. Dentro tale flusso divengono luce rivelatrice, pienamente, senza chiusure.
Insomma, uno dei modi di lavarsi i piedi gli uni gli altri (v.14) è proprio quello di venire e sentirsi propriamente «inviati» - raffigurando una sorta di concatenazione sognante: Gesù e Dio stesso, che ci attraversano.
Possiamo diventare continuazione del Mistero che avvolge la Persona di Cristo solo se consapevoli che non siamo “più” di altri - figuriamoci del Maestro.
Ne I Promessi Sposi Manzoni narra che il marchese successore di don Rodrigo [«brav’uomo, non un originale»] serve a tavola gli invitati alle nozze di Renzo e Lucia.
Poi però si ritira a pranzare in disparte con don Abbondio: «d’umiltà n’aveva quanta bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar in loro pari».
Un tempo si faceva così: lo imponeva l’etichetta sociale.
Stile a modo, grazie al quale per voler piacere si accettava di adattarsi a gesti (estemporanei) di elemosina e benevolenza, fra ottime persone ben educate - ovviamente tutelando il protagonismo delle posizioni.
L’allinearsi ai modelli non fa uscire dalle gabbie; anzi, ci nasconde nell’illusione di un cambiamento che in realtà non è in atto, perché l’ordine fasullo resta, malgrado l’altruismo delle apparenze.
Il portento cui siamo chiamati e inviati non è quello di fare spazio a sentimenti convenienti, ma passare dalla nostra vetta all’altrui livello e starci gomito a gomito, per donare a tutti l’emozione di sentirsi adeguati.
Dal servizio alla Comunione: unico clima [non sempre “secondo etichetta” ma autenticamente nostro e sognante] d’intima potenza che sviluppa fioriture, innescando recuperi impossibili.
Da qui si rilegge la storia.
È la via della Beatitudine (v.17) - quella del Signore vivo. Il nucleo della Chiesa in uscita: aggiungere a insegnamenti belli e pratici la dimensione essenziale, che punta verso il basso.
Nell’azione si esprimerà l’essere profondo dell’Amico che ha la libertà di scendere. Egli si rivela promotore dei malfermi, non sottile prevaricatore.
Tale il cammino plausibile e amabile, evangelizzatore delle nostre Radici. Che non chiede “resilienza” nei rapporti, solo agli “inferiori” del mondo.
«Io Sono» di Es 3,14 diviene - senza sforzo - il Popolo comunionale e accogliente dei servitori ricolmi di dignità donata.
L’elemento eterno del Verbo è conservato e sviluppato dai suoi inviati e dalla chiesa ministeriale, ‘apostolica’: sia nel suo carattere originario e fondante, che di legame alla storia di ciascuno.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa significa per te passare dal servire a fare comunione? Lo ritieni un eccesso fastidioso?
Ti basta far stare bene gli altri a tratti, da protagonista e in modo compiaciuto, o t’impegni a farli sentire adeguati?
[Giovedì 4.a sett. di Pasqua, 30 aprile 2026]
Puntando verso il basso, dal servizio alla Comunione
Gv 13,16-20 (.21-38)
Un «inviato» non è più di colui che lo manda (v.16). La nuova traduzione CEI precisa che Gesù non elegge Dodici Apostoli come si trattasse di capi e fenomeni destinati ad avere posizioni favolose.
I suoi sono persone del tutto comuni, mandate ad annunciare; non direttori forniti di carica, bensì di un umile incarico: essere se stessi e lavare i piedi agli altri. Questa la loro stoffa.
La Chiesa ministeriale non è quella dei personaggi con titolo e ruoli, ma del servizio autentico, non di maniera: dimesso e anticonformista.
Possiamo diventare continuazione del Mistero che avvolge la Persona di Cristo solo se consapevoli che non siamo fotocopie duali, né “più” di altri - figuriamoci del Maestro.
Ne I Promessi Sposi Manzoni narra che il marchese successore di don Rodrigo [«brav’uomo, non un originale»] serve a tavola gli invitati alle nozze di Renzo e Lucia.
Poi però si ritira a pranzare in disparte con don Abbondio: «d’umiltà n’aveva quanta bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar in loro pari».
Un tempo si faceva così: lo imponeva l’etichetta sociale.
Stile a modo, grazie al quale per voler piacere si accettava di adattarsi a gesti (estemporanei) di elemosina e benevolenza, fra ottime persone assai educate - ovviamente tutelando il protagonismo delle posizioni.
Ma allinearsi ai modelli non fa uscire dalle solite gabbie; anzi, ci nasconde nell’illusione d’un cambiamento che in realtà non è in atto. Ciò perché l’ordine fasullo resta, malgrado l’altruismo delle apparenze - indossate per buonismi di circostanza.
Il portento cui siamo chiamati e mandati non è quello di fare spazio a sentimenti convenienti.
L’autentica ‘cifra’ è passare dalla nostra vetta esterna all’altrui livello e starci gomito a gomito, per donare a tutti l’emozione di sentirsi adeguati.
Dal servizio alla Comunione: unico clima [non sempre “secondo etichetta” ma autenticamente nostro e sognante] d’intima potenza che sviluppa fioriture, innescando recuperi impossibili.
Da qui si rilegge la storia.
Eppure tutti si chiedono con quali energie attuarla, se talora noi stessi ci sentiamo incompleti, incerti nell’operare; non all’altezza.
Nel contesto della lavanda dei piedi, Gesù ricorda che il discepolo non deve farsi illusioni: non avrà in dote una splendida carriera, riconoscimenti mondani, o meno persecuzioni del Maestro.
Secondo mentalità antica, maltrattare un ambasciatore o un messaggero significava offendere chi rappresentava; accettarlo significava riconoscergli onore.
Si giunge qui alla radice della Missione di svelamento: accogliendo l’inviato si onora Cristo, e in lui Dio stesso (v.20).
Gli apostoli sono ‘mandati’ in tal senso, come il Figlio dal Padre. Dentro tale flusso divengono luce rivelatrice, pienamente, senza chiusure.
Insomma, uno dei modi di lavarsi i piedi gli uni gli altri (v.14) è proprio quello di venire e sentirsi propriamente «inviati» - raffigurando Gesù e Dio stesso, che ci attraversano.
È la via della Beatitudine (v.17) - quella del Signore vivo. Il nucleo della Chiesa in uscita: aggiungere a insegnamenti belli e pratici la dimensione essenziale.
Tale il cammino plausibile e amabile, evangelizzatore delle nostre Radici. Viaggio il quale non chiede “resilienza” nei rapporti, solo agli “inferiori” del mondo.
Salvezza in dimensione divina, che assume valore. Redenzione operata dal di dentro della coscienza, la quale trova stima e volto, e libero fermento che apre la speranza, orientando.
Nell’azione si esprimerà l’essere profondo dell’Amico che ha la libertà di scendere.
Egli si rivela promotore dei malfermi, non sottile prevaricatore.
Facendo ogni esodo, il nostro tratto vocazionale porta in sé uno scrigno prezioso, la consapevolezza della Sorgente intima dell’apostolato, e la sua preziosa concatenazione che tramuta il passato in futuro.
Il senso di completezza e significato radicale che ne deriva è efficace.
Lo è per chi scova, incontra, sente viva, la propria Fonte missionaria - e ne è il testimone.
Esprimendo semplicemente e con naturalezza se stesso, senza forzature o artificiosità - lo è al contempo per i fratelli da riconoscere.
Insomma, il servizio della comunità ministeriale non è nella dimensione del servaggio, bensì d’un flusso di energie primigenie, di stoffa; onda su onda genuine.
In tutto ciò, sviluppo dopo sviluppo, riattualizziamo l’epifania del Logos in Cristo. Nell’oggi dell’essere persone [malferme eppure convinte, tenaci] legate da una cifra fraterna di peso.
«Io Sono» di Es 3,14 diviene - senza sforzo - il Popolo comunionale e accogliente dei servitori ricolmi di dignità donata.
L’elemento eterno del Verbo è conservato e sviluppato dai suoi inviati e dalla chiesa ministeriale, ‘apostolica’: sia nel suo carattere originario e fondante, che di legame alla storia di ciascuno.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa significa per te passare dal servire a fare comunione? Lo ritieni un eccesso fastidioso?
Ti basta far stare bene gli altri a tratti, da protagonista e in modo compiaciuto, o t’impegni a farli sentire adeguati?
Dare la vita e rapidamente tradire
(Gv 13,21-33.36-38)
«Darò la mia vita per te» - pur di comandare.
Gli apostoli darebbero tutto per vincere, non per perdere; per trionfare, non per farsi beffeggiare o darsi in alimento, e curare il mondo.
Meglio negoziare. Altro che lavarsi i piedi a vicenda!
Perciò il Signore desidera che ciascuno di noi commensali si ponga il quesito se per caso non siamo implicati in qualche tradimento.
Non per colpevolizzare e piantarsi lì, ma per incontrarci: ciascuno è ammiratore e avversario del Maestro.
Siamo fulgore e tenebra - fianchi compresenti, più o meno integrati, anche competitivi.
È la Risurrezione che si annida nell’effervescenza della vita, a riscattare poi le motivazioni egoistiche, e trasfigurare in energie collimanti altrove i lati oscuri e in attrito.
Aspetti che diventano come cibi da neonato, per ogni nuova genesi - i quali una volta emersi [piantati sulla terra e accostati alle radici] possono diventare punti di forza.
La strada si blocca solo davanti alla persona che continua a farsi condizionare l’anima da opinioni e mali antichi o à la page.
Lì non si rivela nulla; non avverrà il prodigio della trasmutazione del nostro abisso.
La liturgia della Parola ci mette a contatto con un Gesù pervaso dal senso di debolezza; la sua solitudine si fa acuta.
In missione, anche noi siamo talvolta in balia dello sconforto: forse Dio ci ha ingannati, trascinandoci in una impresa assurda?
No, non siamo ingaggiati e abbandonati a una logica ignobile, a una generazione perversa: la stessa forza della vita è disseminata di pietre tombali ed ha varie facce. Influssi benefici.
Il cammino favorevole è spoglio di prestigio, di mansioni riconosciute e maestà: esse tendono a placarci, e non scavare.
Spesso sono proprio i disturbi che migliorano la capacità di giudizio.
Lo stillicidio può suscitare la voce della parte più autentica di noi stessi, farsi eco incisivo per ritrovarsi, e completarsi - portando avanti il cuore pioniere, invece di trattenerlo.
La strada della prova e dello squilibrio ci desta dall’invecchiamento nocivo dello spirito.
Essa recupera le energie contrarie, i versanti opposti, e i desideri incompatibili, le passioni (alleate) cui non abbiamo dato spazio.
Anche nell’esperienza torturante del limite, Dio vuole raggiungere la nostra semente variegata, affinché essa non si lasci depredare - neppure dallo sgomento di aver attinto insieme il boccone ed essere stati noi i traditori.
Nulla è invalidante.
C’è un solo ambito tossico, cronico, di morte, che annienta tutto e non ha insito nessun germe attivo: quello che offusca e detesta il cambiamento primario.
Lì l’orizzonte si stringe e rimane solo un baratro - o il blando che contagia per farci mollare, e arretrare senza posa, rinnegare e regredire ancora.
Restano infine solo le paure, le mezze scelte, le nevrosi tacitate dal compromesso che tenta di colmare il prezioso senso di vuoto.
Siamo davanti a un Signore ridotto a niente, affinché anche noi ci comprendiamo nelle nostre defezioni; negli episodi in cui accampiamo inutili e devianti artifici, tutti misurati, che affaticano invano.
La storia dell’incomprensibile solitudine del Cristo accanto al traditore e al rinnegato ci sta scritta nel cuore.
È tutta realtà, ma per la salvezza, per una rinnovata intimità e convinzione.
La vocazione missionaria si spegne e ristagna solo per zavorre di calcolo e mentalità comune - ove non si scuote (né tintinna) la nuda povertà dell’essere discorde che siamo.
Senza l’abbandono subìto, l’uomo non diventa universale, anzi tende ad attenuare i migliori strumenti della potenza di Dio.
Su quel terreno stepposo Egli ci sta donando l’amicizia di uno spostamento di sguardo.
Senza l’inquietudine del turbamento profondo e umiliante - senza la consegna della propria umanità nell’estrema debolezza - la nostra marionetta insoddisfatta indugia, accontentandosi.
Malgrado l’ammirazione per i valori, diviene anch’essa larva residuale. Una caricatura dell’essere che potevamo: donne e uomini dall’occhio contemplativo.
Compiuti a partire da dentro, come Gesù.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa tramo quando il Signore mi chiede di rischiare?
Cos’hanno significato per te i gesti non amici, e il rigetto, negli esiti paradossali?
Amare è creare: Gloria che volta pagina
Comandamento Liberazione. Causa Fonte
(Gv 13,31-35)
L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.
L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).
Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie.
Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.
L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.
Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni e mansioni da espletare o sfruttare.
Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione e della vita intima di Dio, del rapporto fra il Padre e il Figlio, assunto.
È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.
Il comandamento «nuovo» dell’amore - unica consegna del Cristo - è cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).
Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.
Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine - già in se stessi.
È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.
E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.
Ora non vale più la morale delle religioni: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.
Ogni proposito, ciascun ruolo, qualsiasi ministero, viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte.
In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.
Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire misurata.
L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.
Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.
Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.
«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.
Ecco i dissidi fra comunità e umanità (persone in pienezza); liturgia e realtà, preghiera e ascolto, teologia e vita, proclami e dietro le quinte.
Mentre i Sinottici annunciano Amore universale, l’autore del quarto Vangelo è preoccupato che la testimonianza inespressa dei figli non sia una clamorosa smentita della santità predicata agli altri [dagli “eletti”].
Come diceva Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Non solo per un’opportuna e dovuta valutazione di coerenza morale, ma perché rimandano al Mistero, all’Oro divino.
Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.
Certo, sembra impossibile amare «come» Lui (v.34), ma qui l’espressione greca ha un’altra possibilità di lettura. Il termine originario non indica solo un orizzonte ideale o la misura alta - irraggiungibile per sforzo.
«Kathòs» [avverbio e congiunzione] è dotato di valore generativo, oltre che comparativo.
L’espressione chiave del brano si può intendere: «Amatevi gli uni gli altri per il fatto che Io vi ho amati senza condizioni» ovvero «Perché Io vi ho amati gratuitamente, proprio su tale onda di vita, ora potete amarvi».
Vuol dire: far sentire il prossimo già abilitato - adeguato e libero - è l’unico contrassegno non ridotto della Fede in Cristo.
Insomma, il Padre non è il Dio delle prescrizioni: non assorbe le nostre energie, ma le genera e dilata.
Non pretende di soffocare e sfiancarci.
Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.
Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.
Non è opera di fanatici spartiacque pro e contro, né d’un individualismo devoto che predica la “salvezza della propria anima” - esasperazione della pietà religiosa e della pedestre morale retributiva dei «meriti».
È il dispiegarsi dell’azione del Figlio dell’uomo (v. 31) che rende potente il calpestato e meschino.
Il Maestro non s’accontenta di fare il gregario accodato, come l’eterodiretto Giuda, apostolo zelante in apparenza.
«Figlio dell’uomo» indica Gesù che manifesta il Padre, l’uomo che rende palese la condizione divina.
La Persona che nella sua pienezza umana riflette il disegno sano delle Origini - possibilità per tutti i rinati in Cristo.
Il sentimento carnale ha fretta di regolarsi sulla base di traguardi e titoli; delle imprese e del successo, o di perfezioni e prestigio dell’amato.
Stabilisce confini.
L’Amore divino (e quello dei figli) è sproporzionato, ha un’altra condotta: previene, recupera; non rompe l’intesa, aiuta.
L’Amore non vagabondo conosce il piccolo, l’incerto e il debole. Sa che essi crescono solo attraverso l’esperienza del Dono, altrimenti si bloccano.
Se il Gratis non soppianta il merito, nessuno si rafforza; anzi, tutti - anche gli energici - rattrappiscono. Condannati a una cappa esterna di norme e dottrine, o di astrazioni e sofisticazioni disincarnate.
Per questo il «Figlio dell’uomo» - lo sviluppo genuino e pieno del progetto divino sull’umanità - non è ostacolato da pubblici peccatori, bensì da coloro che suppongono di sé e avrebbero il ministero di farlo conoscere!
La Gloria divina non ha a che fare con divise, paltò, coccarde o distintivi epidermici; si palesa nella Comunione senza previe interdizioni, nel servizio che si porge agli insufficienti e non ammanicati - da cui sperare... zero.
Nulla che possa essere integrato poi, aggiungendo qualcosina - un semplice “completamento” - alle norme della Prima Alleanza [che non insisteva sulla somiglianza con Dio ma sull’obbedienza di massa].
Le inclinazioni di natura fondamentalista, o le maniere di circostanza e à la page, la brama di prestigio mondano - in realtà - dividono.
La convivialità delle differenze comprende, dilata, accentua l’amalgama e unisce, arricchendo. Apre all’inconsueto e inimmaginabile.
I fondatori di religioni propongono una visione del mondo e sono modelli statici di comportamento.
Non prospettano un’offerta crescente (Gv 14,12: «opere più grandi»). Invito diffusamente personale - profondo e nitido, più del loro.
Gesù non è un “modello” prevedibile da imitare.
È anzitutto - ribadiamo - un Motivo e un Motore: amiamo come e perché Cristo. Vivendo di Lui, ciascuno.
Rischiamo tutto perché siamo all’interno d’un Evento che abbiamo visto, d’una Relazione che non solo persuade, ma ci porta e genera oltre; non in calando.
Non siamo più sotto una Legge che nomina Dio per obbligo, ma nella sfida d’un gesto che ri-crea e via via realizza, rendendo forte la nostra debolezza.
Tanto da stupire dei lati in ombra divenuti risorse e sbalordimento. Tutto senza spersonalizzare; anzi, sottolineando l’unicità.
Questo il comandamento «nuovo».
«Kainòs» è un termine greco che marca differenza, eclissa il resto - nel senso che riassume, supera e sostituisce. Soppianta tutti i comandamenti: ovvi e sotto condizione.
E non ce ne sarà uno migliore, perché la nostra speranza non è il Cielo (già pronto), ma il Cielo sulla terra.
Più del troppo in là del vecchio Paradiso finale a tariffa invariabile e compimento prevedibile. Modico, conformista, a settori; perfino lì articolato secondo ruoli.
E piramidale.
Work is part of God’s loving plan, we are called to cultivate and care for all the goods of creation and in this way share in the work of creation! Work is fundamental to the dignity of a person. Work, to use a metaphor, “anoints” us with dignity, fills us with dignity, makes us similar to God, who has worked and still works, who always acts (cf. Jn 5:17); it gives one the ability to maintain oneself, one’s family, to contribute to the growth of one’s own nation [Pope Francis]
Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione [Papa Francesco]
Dear friends, the mission of the Church bears fruit because Christ is truly present among us in a quite special way in the Holy Eucharist. His is a dynamic presence which grasps us in order to make us his, to liken us to him. Christ draws us to himself, he brings us out of ourselves to make us all one with him. In this way he also inserts us into the community of brothers and sisters: communion with the Lord is always also communion with others (Pope Benedict)
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri (Papa Benedetto)
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Pope Pius II, Canonization Edict]
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Papa Pio II, Bolla di Canonizzazione]
In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd: he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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