Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Mercoledì delle Ceneri [18 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ora invio i testi dei mercoledì delle ceneri e mercoledì quelli di domenica.
*Prima Lettura dal libro del profeta Joel (2,12-18)
“Ritornate al Signore con tutto il cuore”. Il libro del profeta Gioele è uno dei più brevi dell’Antico Testamento: conta appena settantatré versetti, distribuiti in quattro capitoli, ed è generalmente collocato intorno all’anno 600 a.C., poco prima dell’Esilio a Babilonia. In questo scritto si intrecciano costantemente tre grandi temi: l’annuncio di flagelli terribili, reali o simbolici; l’appello pressante al digiuno e alla conversione; e infine la proclamazione della salvezza che Dio concede al suo popolo. È soprattutto il secondo tema, quello della conversione, che la liturgia propone all’inizio del cammino quaresimale. L’invito alla conversione si apre in modo solenne con la formula tipica dei profeti: “Parola del Signore”. Essa richiama l’attenzione e chiede di prendere sul serio ciò che segue. E ciò che segue è una parola decisiva: “Ritornate”. È il verbo fondamentale del linguaggio penitenziale biblico. Dio invita il suo popolo a tornare a Lui, mentre il popolo, a sua volta, implora Dio di “ritornare”, cioè di concedere il perdono e la misericordia. Questo ritorno verso Dio deve esprimersi attraverso il digiuno, le lacrime e il lutto: segni tradizionali della penitenza. Tuttavia i profeti, e Gioele in particolare, mettono in guardia contro il rischio di fermarsi alle apparenze esteriori. Per questo il profeta afferma con forza: “Laceratevi il cuore e non le vesti”. La conversione autentica non è una questione di riti visibili, ma un cambiamento profondo dell’interiorità. Gioele si colloca così nella grande linea profetica inaugurata da Isaia, che denunciava un culto vuoto e formale, incapace di trasformare la vita: Dio rifiuta feste solenni e preghiere moltiplicate quando le mani restano macchiate di ingiustizia. Ciò che Egli chiede è una vera purificazione del cuore e delle azioni, l’abbandono del male e l’impegno concreto per il bene e la giustizia. Lo stesso messaggio è espresso in modo particolarmente intenso dal Salmo 50/51, che definisce la vera conversione come un “cuore spezzato e umiliato”. Alla luce di Ezechiele, questa immagine assume un significato ancora più profondo: è necessario che il cuore di pietra venga infranto perché possa nascere finalmente un cuore di carne, capace di ascoltare Dio e di vivere secondo la sua volontà. Quando Gioele invita a lacerare il cuore, intende proprio questa trasformazione radicale dell’essere umano. La conversione, nella prospettiva di Gioele, mira a ottenere il perdono di Dio e a scongiurare un castigo meritato. Il profeta ricorda che il Signore è “tenero e misericordioso, lento all’ira e ricco di amore” e lascia aperta una speranza: forse Dio tornerà sui suoi passi, rinuncerà al castigo e salverà il suo popolo dall’umiliazione davanti alle nazioni. Ma l’annuncio finale supera ogni attesa: il perdono non è solo possibile, è già concesso. La traduzione liturgica parla di un Dio che “si commuove” per il suo popolo, ma il testo ebraico è ancora più forte: “Il Signore arde di zelo per il suo paese e ha compassione del suo popolo”. Non si tratta di una pietà fredda o distante, ma di un amore appassionato e fedele. Resterà da scoprire, nella rivelazione biblica, che questa misericordia non è riservata solo a Israele. Il libro di Giona lo mostrerà in modo sorprendente, raccontando la conversione di Ninive, la città pagana: davanti al digiuno e al cambiamento di vita dei suoi abitanti, Dio rinuncia al castigo annunciato. Il messaggio è chiaro: il Signore “arde di zelo” per tutti gli uomini, anche per coloro che sembrano lontani o indegni.
Questa verità troverà la sua espressione definitiva nel Nuovo Testamento, quando san Paolo affermerà che Dio ha manifestato il suo amore in modo radicale: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5,8).
*Salmo responsoriale (50/51)
“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia colpa. Lavami tutto dalla mia colpa, purificami dal mio peccato”. Il popolo d’Israele è riunito nel Tempio di Gerusalemme per una grande celebrazione penitenziale. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. E, del resto, se si raduna per chiedere perdono, è proprio perché sa in anticipo che il perdono è già concesso. Questa fu la grande scoperta del re Davide che aveva fatto venire a palazzo la sua graziosa vicina Betsabea (sposa di un ufficiale, Uria, che in quel momento si trovava in guerra) e giacere con lei che restò incinta. Qualche tempo dopo, Betsabea fece sapere a Davide di aspettare un figlio da lui. A quel punto Davide organizzò la morte del marito tradito sul campo di battaglia, per potersi appropriare definitivamente della donna e del bambino che portava in grembo. Ora, ed è qui l’inaspettato di Dio, quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di strappargli una confessione di pentimento; cominciò invece ricordandogli tutti i doni ricevuti da Dio e annunciandogli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima ammissione di colpa (cf. 2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… e sappi che è pronto a darti ancora tutto quello che vorrai!”. Israele ha potuto sempre verificare che Dio è davvero il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di amore fedele, secondo la rivelazione fatta a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno rilanciato questo annuncio, e i versetti del salmo che abbiamo ascoltato sono impregnati delle scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio, fa dire a Dio: “Io, proprio io, cancello le tue ribellioni per amore di me stesso e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25). L’annuncio della gratuità del perdono di Dio talvolta ci sorprende: sembra forse troppo bello; per alcuni appare persino ingiusto. Se tutto è perdonabile, a che serve fare sforzi? È dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio: non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, perché, come dice Isaia, “i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. E nel perdonare – precisa Isaia - Dio ci sorprende più di ogni altra cosa. Di fronte all’annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele si riconosce peccatore. La confessione non è dettagliata, come non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. Del resto, la parola pietà ha la stessa radice della parola elemosina: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. A questo punto ci restano due cose da fare.
Ringraziare semplicemente per questo perdono continuamente donato. Israele, quando si rivolge a Dio, riconosce sempre la bontà con cui Egli lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia e questo mostra che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il riconoscimento dei doni e dei perdono di Dio: bisogna cominciare contemplando Lui; solo dopo, questa contemplazione, rivelandoci lo scarto tra Lui e noi, ci permette di riconoscerci peccatori: Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato. Allora il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra quando Dio ci apre il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Salmo 50/51). La lode e il grazie possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. La seconda cosa che Dio attende da noi è perdonare a nostra volta, senza indugi né condizioni… ed è tutto un programma.
*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 20-6,2)
“Lasciatevi riconciliare con Dio”, dice Paolo; ma riconciliazione implica che ci sia una lite: di quale lite si tratta? Gli uomini dell’Antico Testamento hanno scoperto proprio che Dio non è in lite con l’uomo. Il Salmo 102/103, per esempio, afferma: Il Signore non contesta sempre, non serba all’infinito il suo rimprovero; non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci rende secondo le nostre colpe… Anche Isaia invita il malvagio ad abbandonare la sua via, l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore, che avrà compassione di lui, al nostro Dio, che perdona abbondantemente (Is 55,7). E il libro della Sapienza aggiunge: “Tu hai pietà di tutti perché puoi tutto, e distogli lo sguardo dai peccati degli uomini per condurli al pentimento… Li risparmi tutti, perché sono tuoi, Signore che ami la vita… Il tuo dominio su tutto ti fa usare clemenza verso tutti» (Sap 11,23; 12,16). Gli uomini della Bibbia ne hanno fatto esperienza, a cominciare da Davide. Dio sapeva che aveva sangue sulle mani (dopo l’uccisione di Uria, marito di Betsabea, 2 Sam 12), eppure manda il profeta Natan a dirgli in sostanza: “Tutto ciò che possiedi te l’ho dato, e se non basta, sono pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai”. Dio sapeva anche che Salomone doveva il suo trono all’eliminazione dei rivali, eppure ascolta la sua preghiera a Gabaon e la esaudisce ben oltre ciò che il giovane re aveva osato chiedere (1 Re 3). Ancora, il nome stesso di Dio — il Misericordioso — significa che ci ama ancor di più quanto siamo miseri. Dio, dunque, non è in lite con l’uomo; eppure Paolo parla di riconciliazione, perché da sempre l’uomo fa causa a Dio. Il testo della Genesi (Gn 2-3) attribuisce al serpente la frase accusatrice: “Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,4). In altre parole, l’uomo sospetta che Dio sia geloso e non voglia il suo bene. Ma, poiché quella voce non è naturale all’uomo (è del serpente), si può guarire da questo sospetto. Ecco ciò che Paolo dice: “È Dio stesso che vi chiama; vi esortiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. E cosa ha fatto Dio per togliere dai nostri cuori questa lite, questo sospetto? Colui che non ha conosciuto il peccato, Dio l’ha fatto peccato per noi: Gesù non ha conosciuto il peccato nemmeno per un istante, non è mai stato in lite con il Padre. Paolo aggiunge: “Si è fatto obbediente” (Fil 2,8), cioè fiducioso anche attraverso sofferenza e morte. Egli ha cercato di comunicare agli uomini questa fiducia e la rivelazione di un Dio che è solo amore, perdono, aiuto dei piccoli. Paradossalmente, proprio per questo è stato considerato blasfemo, messo tra i peccatori ed eseguito come un maledetto (Dt 21,23). L’oscurità degli uomini si è abbattuta su di lui, e Dio l’ha permesso perché fosse il mezzo unico per farci toccare con mano fino a dove può arrivare il suo “zelo per il suo popolo”, come dice il profeta Gioele. Gesù ha subito nella carne il peccato degli uomini, la loro violenza, il loro odio, il loro rifiuto di un Dio d’amore. Sul volto di Cristo crocifisso contempliamo l’orrore del peccato umano, ma anche la dolcezza e il perdono di Dio. Da questa contemplazione può nascere la nostra conversione, la nostra “giustificazione”, come dice Paolo. Alzeranno gli occhi verso colui che hanno trafitto (cf Za 12,10; Gv 19,37). Scoprire in Gesù che perdona i suoi carnefici l’immagine stessa di Dio significa entrare nella riconciliazione offerta da Dio. Ci resta il compito di annunciarlo al mondo: “Siamo gli ambasciatori di Cristo”, dice Paolo, considerandosi inviato in missione presso i fratelli. Tocca a noi proseguire questa missione; ed è probabilmente il senso della citazione finale di Paolo: “Poiché dice nella Scrittura: Al tempo favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Paolo riprende qui una frase di Isaia, che esortava gli esiliati babilonesi ad annunciare che l’ora della salvezza di Dio era arrivata. A sua volta, Cristo ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare al mondo la remissione dei peccati.
*Dal Vangelo secondo Matteo (6, 1-6. 16-18)
Abbiamo qui due brevi estratti del Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5-7 di san Matteo; l’intero discorso è costruito attorno al cuore centrale, il Padre Nostro (6,9-13), che dà senso a tutto il resto. Le raccomandazioni che leggiamo oggi non sono solo consigli morali: riguardano il senso stesso della fede. Tutto il nostro agire si radica nella scoperta che Dio è Padre. Così, preghiera, elemosina e digiuno diventano percorsi per avvicinarci al Dio-Padre: digiunare significa imparare a uscire da se stessi, pregare significa centrarci su Dio, fare l’elemosina significa centrarci sui nostri fratelli. Tre volte Gesù ripete formulazioni simili, quasi polemiche: Non siate come coloro che fanno sfoggio della loro pietà…. È importante ricordare quanto fossero significative le manifestazioni religiose nella società ebraica dell’epoca, con il rischio inevitabile di attribuire troppo valore ai gesti esteriori; e probabilmente anche personaggi di spicco non vi sfuggivano! Matteo a volte riporta i rimproveri di Gesù verso chi si concentrava più sulla lunghezza delle frange che sulla misericordia e sulla fedeltà (Mt 23,5s). Qui, invece, Gesù invita i discepoli a un’operazione-verità: Se volete vivere come giusti, evitate di agire davanti agli uomini per essere ammirati. La giustizia era la grande preoccupazione dei credenti: e se Gesù cita la ricerca della giustizia due volte nelle Beatitudini, è perché quel termine, quella sete, erano familiari agli ascoltatori: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (5,6); “Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (5,10). La vera giustizia biblica consiste nell’armonia con il progetto di Dio, non nell’accumulo di pratiche, per quanto nobili possano sembrare. La famosa frase della Genesi — Abramo credette al Signore e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6) — ci insegna che la giustizia è prima di tutto giustezza, come in uno strumento musicale, un accordo profondo con la volontà di Dio.
Le tre pratiche — preghiera, digiuno, elemosina — sono percorsi di giustizia.
Preghiera: lasciamo che sia Dio a guidarci secondo il suo progetto: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo”. Attendiamo da Lui che ci insegni i veri bisogni del Regno. Gesù precede l’insegnamento del Padre Nostro con questa raccomandazione:” Quando pregate, non fate come i pagani…il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate (6,7-8).
Digiuno: smettendo di inseguire ciò che crediamo necessario alla nostra felicità, che rischia di assorbirci sempre di più, impariamo la libertà e riconosciamo le vere priorità; L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4).
Elemosina: La parola elemosina è della stessa famiglia di eleison: fare l’elemosina significa aprire il cuore alla pietà. Dio vuole il bene di tutti i suoi figli; la giustizia, intesa come armonia con Lui, comprende inevitabilmente una dimensione di giustizia sociale. La parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) lo conferma: “Venite, benedetti del Padre mio… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare… e i giusti entreranno nella vita eterna”. Le condotte che Gesù condanna — non siate come coloro che fanno sfoggio — sono l’opposto: mantengono l’uomo centrato su se stesso, chiudendo il cuore all’azione trasformante dello Spirito.
+Giovanni D’Ercole
(Lc 9,22-25)
Ieri abbiamo sottolineato come il tarlo della vanità nella ricerca della stima altrui spinga all’ipocrisia e all’ostentazione.
Ci chiediamo: Cosa rende intimi al Padre? Portare la Croce - nel senso di essere figlio devoto e obbediente? Bisogna rinunciare a vivere, accettando i vari mali?
No, la comunione con Dio consegue a un impegno liberamente assunto. Quel patibolo non è esigenza del Padre che vorrebbe essere ‘risarcito’ almeno da qualcuno.
Le vie tra cui scegliere non sono tante, ma solo due: vittoria o dono, e ogni istante è tempo di decisione.
I modelli non servono più.
Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca (ad es.) di Mc 8,34; Mt 10,38; Lc 9,23 e 14,27 [Gv 12,26] fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.
Dio non dà croce alcuna, né i figli sono chiamati a “sopportarla” o addirittura “offrirla”! La Croce va ‘presa’ attivamente, perché l’amico di Gesù si gioca l’onore.
La sua onda vitale raggiunge il dono completo anche sotto il profilo della pubblica considerazione.
Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio doveva caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.
Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.
Lo sventurato e già svergognato doveva così procedere al luogo della crocifissione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato, ritenuto maledetto da Dio.
Gesù non ci propone la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita che attraverso l’ascesi cesella animi più capaci di abbozzare [oggi si dice: ‘resilienti’].
Rispetto alle solite proposte di sana disciplina - esteriore e interiore - uguali per tutti e utili solo per tenere buona la situazione (di privilegio altrui), il giovane Rabbi sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.
Il Signore propone un’ascetica totalmente differente da quella delle religioni - addirittura capovolta.
Il credente deve rinunciare alla ‘reputazione’. È lo spunto essenziale e dirimente della persona di Fede.
Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Figlio.
Neppure chi non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “famiglia”.
Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia creava divisioni: la ‘spada della sua Persona’ separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza o dall’idea stessa di rispettabilità, anche nazionale.
Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati della configurazione istituzionale abitudinaria.
In tal guisa, caricandosi della Croce di beffe conseguenti.
Una separazione e taglio nettissimo con i criteri di grandezza e successo, per l'Unità nuova; perseguitata: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze.
Provare per credere.
Sembra un sogno privo di senso, ma questo è ciò che unisce la Chiesa al suo Signore.
Un cammino crocifiggente, dove si guadagna quello che si perde - anzitutto in considerazione.
[Giovedì dopo le Ceneri, 19 febbraio 2026]
(Lc 9,22-25)
Ieri abbiamo sottolineato come il tarlo della vanità nella ricerca della stima altrui spinga all’ipocrisia e all’ostentazione.
Anche oggi la Parola - appello solenne e pressante a una scelta decisiva - invita alla totalità; a vivere la Quaresima con rettitudine, non esibendo troppi cerimoniali esteriori.
Ci chiediamo: Cosa rende intimi al Padre? Portare la Croce - nel senso di essere figlio devoto e obbediente? Bisogna rinunciare a vivere, accettando i vari mali?
No, la comunione con Dio consegue a un impegno liberamente assunto. Quel patibolo non è esigenza del Padre che vorrebbe essere risarcito almeno da qualcuno.
E nessun fatalismo: non si tratta di sopportare le inevitabili contrarietà della vita.
Non è questo che unisce, non è il fronteggiare che fa da collante al popolo di Dio che si riconosce nel Crocifisso.
Le vie tra cui scegliere non sono tante, ma solo due: vittoria e rivalsa, o percezione e dono.
Ogni istante è tempo di decisione. I modelli non servono più.
L'autenticità dell’uomo non è la sua grandezza, bensì la fedeltà nell’amore che si accorge.
Tale empatia e può collocarci su sentieri di persecuzione e derisione, invece di risultati accomodanti o plateali (sul sicuro e immediato).
Ma l'umanità vera non ha più bisogno di salire di quota, per trascendere i limiti della materia [mistica dualista].
Neppure dobbiamo identificarci - quasi sacramentalmente - con le forze dei processi cosmici sorgivi, profondi ma spersonalizzanti [religioni misteriche].
Non siamo chiamati a perfezionarci attraverso l’osservanza d’una legge o tradizioni sino alle minuzie [fariseismo].
La nostra vocazione non è neppure quella di sottrarci religiosamente all’abisso della miseria del mondo, nella speranza di una mèta che si avvicini per risolvere tutto [Apocalittica].
L’Unto del Signore era atteso come sovrano, sacerdote, taumaturgo, guerriero, giudice, profeta...
Gesù che sale al Calvario è ben altro paradigma: diverso modo di essere e tutt’altra Via.
Al titolo di Messia Lc preferisce quello di «Figlio dell’uomo» (v.22): espressione con cui il Maestro effettivamente designava se stesso.
Il Figlio dell’uomo è lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
Incredibilmente, Egli non si sente ostacolato da frequentatori dei luoghi di malaffare, piuttosto dagli habitué dei recinti sacri.
Nei Vangeli la crescita e umanizzazione del popolo non è contrastata da peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio.
Pertanto, il carattere dell’apostolo non è identificato con celebrità e personaggi di rilievo sociale. Viceversa, con la vita di Gesù di Nazaret - il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, e condannato.
Qui, spingendoci in basso, incontriamo Dio.
Quello della croce era infatti il supplizio imposto ai criminali emarginati. In ciò sta la “negazione di sé” (v.23) che purtroppo nella storia della spiritualità ha subìto pessime interpretazioni.
Il credente non è riconosciuto da gesti eroici e magnificenti, o ascetici; né per eccellenza e visibilità d’incarico, o carisma e credito, peso e prestigio - bensì a motivo di scelta sociale, che porta discredito alla propria fama.
Il missionario non è individuato per qualità straordinarie, bensì a motivo di piccolezza.
Chi apprezza solo cose grandi - anche sbalorditive e plateali sotto il profilo “spirituale” - ama la forza. E non edifica il nuovo Regno.
Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca (ad es.) di Mc 8,34; Mt 10,38; Lc 9,23 e 14,27 [Gv 12,26] fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.
Dio non dà croce alcuna, né i figli sono chiamati a “sopportarla”, o addirittura “offrirla”!
La Croce va presa attivamente, perché l’amico di Gesù si gioca l’onore.
La Fonte eminente e cristallina, l’intima onda vitale del suo Eros fondante, consente di raggiungere il dono totale anche sotto il tratto della pubblica considerazione.
Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio doveva caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.
Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.
Lo sventurato e già svergognato procedeva al luogo dell’esecuzione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato - ritenuto maledetto da Dio.
Gesù non propone la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’ascesi cesella animi più capaci di abbozzare... [oggi si dice: resilienti].
Rispetto alle solite manfrine sulla sana disciplina - esteriore e interiore - uguali per tutti (e utili solo per tenere buona la situazione, di privilegio) Lc sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.
Il Signore propone un’ascetica totalmente differente da quella delle religioni - addirittura capovolta.
Il credente rinuncia alla reputazione. È lo spunto essenziale, dirimente, del carattere della Fede.
Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore.
Neppure chi non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “famiglia”.
Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia ha creato divisioni: la spada della sua Persona separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza o dall’idea di rispettabilità, anche nazionale.
Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati dell’istituzione abitudinaria, attempata e di finto sangue blu sul territorio.
Caricandosi della Croce di beffe conseguenti.
Una separazione e taglio nettissimo coi criteri di grandezza e successo, per l'Unità nuova, perseguitata: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze.
Provare per credere.
Sembra un sogno privo di senso, ma questo è ciò che unisce la Chiesa al suo Signore: un cammino crocifiggente, dove si guadagna quello che si perde - anzitutto in considerazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali mutamenti senti come tua Chiamata?
La reputazione e l’opinione in comunità, favorisce o ti blocca? Per quale motivo?
La tua “famiglia” è rinchiusa in se stessa o agevola l’apertura d’orizzonte?
Ha rilevanza questo atteggiamento dei cristiani di allora anche per noi cristiani di oggi? Sì, vale anche per noi, che abbiamo bisogno di una relazione che ci sorregga e dia orientamento e contenuto alla nostra vita. Anche noi abbiamo bisogno del contatto con il Risorto, che ci sorregge fin oltre la morte. Abbiamo bisogno di questo incontro che ci riunisce, che ci dona uno spazio di libertà, che ci fa guardare oltre l’attivismo della vita quotidiana verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.
Se, tuttavia, prestiamo ora ascolto all’odierno brano evangelico, al Signore che in esso ci parla, ci spaventiamo. “Chi non rinuncia ad ogni sua proprietà e non lascia anche tutti i legami familiari, non può essere mio discepolo.” Vorremmo obiettare: ma cosa stai dicendo, Signore? Non ha forse il mondo bisogno proprio della famiglia? Non ha forse bisogno dell’amore paterno e materno, dell’amore tra genitori e figli, tra uomo e donna? Non abbiamo noi bisogno dell’amore della vita, bisogno della gioia di vivere? E non occorrono forse anche persone che investano nei beni di questo mondo ed edifichino la terra che ci è stata data, cosicché tutti possano aver parte dei suoi doni? Non ci è stato affidato forse anche il compito di provvedere allo sviluppo della terra e dei suoi beni? Se ascoltiamo meglio il Signore e soprattutto lo ascoltiamo nell’insieme di tutto ciò che Egli ci dice, allora comprendiamo che Gesù non esige da tutti la stessa cosa. Ognuno ha il suo compito personale e il tipo di sequela progettato per lui. Nel Vangelo di oggi Gesù parla direttamente di ciò che non è compito dei molti che gli si erano associati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, ma che è chiamata particolare dei Dodici. Questi devono innanzitutto superare lo scandalo della Croce e devono poi essere pronti a lasciare veramente tutto ed accettare la missione apparentemente assurda di andare sino ai confini della terra e, con la loro scarsa cultura, annunciare ad un mondo pieno di presunta erudizione e di formazione fittizia o vera – come certamente in particolare anche ai poveri e ai semplici – il Vangelo di Gesù Cristo. Devono essere pronti, sul loro cammino nella vastità del mondo, a subire in prima persona il martirio, per testimoniare così il Vangelo del Signore crocifisso e risorto. Se la parola di Gesù in questo pellegrinaggio verso Gerusalemme, in cui una gran folla lo accompagna, è rivolta anzitutto ai Dodici, la sua chiamata naturalmente raggiunge, al di là del momento storico, tutti i secoli. In tutti i tempi Egli chiama delle persone a contare esclusivamente su di Lui, a lasciare tutto il resto e ad essere totalmente a sua disposizione e così a disposizione degli altri: a creare delle oasi di amore disinteressato in un mondo, in cui tanto spesso sembrano contare solo il potere ed il denaro. Ringraziamo il Signore, perché in tutti i secoli ci ha donato uomini e donne che per amor suo hanno lasciato tutto il resto, rendendosi segni luminosi del suo amore! Basti pensare a persone come Benedetto e Scolastica, come Francesco e Chiara di Assisi, Elisabetta di Turingia e Edvige di Slesia, come Ignazio di Loyola, Teresa di Avila fino a Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio! Queste persone, con l’intera loro vita, sono diventate un’interpretazione della parola di Gesù, che in loro si rende vicina e comprensiva per noi. E preghiamo il Signore, affinché anche nel nostro tempo doni a tante persone il coraggio di lasciare tutto, per essere così a disposizione di tutti.
Se, però, ci dedichiamo ora di nuovo al Vangelo, possiamo accorgerci che il Signore non vi parla solo di alcuni pochi e del loro compito particolare; il nocciolo di ciò che Egli intende vale per tutti. Di che cosa si tratti in ultima istanza, lo esprime un’altra volta così: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 24s). Chi vuol soltanto possedere la propria vita, prenderla solo per se stesso, la perderà. Solo chi si dona riceve la sua vita. Con altre parole: solo colui che ama trova la vita. E l’amore richiede sempre l’uscire da se stessi, richiede sempre di lasciare se stessi. Chi si volge indietro per cercare se stesso e vuol avere l’altro solo per sé, perde proprio in questo modo se stesso e l’altro. Senza questo più profondo perdere se stesso non c’è vita. L’irrequieta brama di vita che oggi non dà pace agli uomini finisce nel vuoto della vita persa. “Chi perderà la propria vita per me…”, dice il Signore: un lasciare se stessi in modo più radicale è possibile solo se con ciò alla fine non cadiamo nel vuoto, ma nelle mani dell’Amore eterno. Solo l’amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi, rende possibile anche a noi di diventare liberi, di lasciar perdere e così trovare veramente la vita. Questo è il centro di ciò che il Signore vuole comunicarci nel brano evangelico apparentemente così duro di questa Domenica. Con la sua parola Egli ci dona la certezza che possiamo contare sul suo amore, sull’amore del Dio fatto uomo. Riconoscere questo è la saggezza di cui ci ha parlato la prima lettura. Vale, infatti, anche qui che tutto il sapere del mondo non ci giova a nulla, se non impariamo a vivere, se non apprendiamo che cosa conta veramente nella vita.
[Papa Benedetto, omelia Vienna 9 settembre 2007]
Ti adoriamo o Cristo e ti lodiamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo. Alleluia.
Cari fratelli e sorelle.
1. Come rappresentanti del popolo di Dio nell’arcidiocesi di Halifax, di Cap Breton, di tutta la Nuova Scozia e dell’Isola Principe Edward, siete riuniti in questa acclamazione della liturgia con l’arcivescovo Hayes, con gli altri vescovi e con la Chiesa in tutto il mondo. La Chiesa cattolica celebra oggi la festa dell’Esaltazione della croce di Cristo. Come il Cristo crocifisso è innalzato dalla fede nei cuori di tutti coloro che credono, così egli innalza quegli stessi cuori con una speranza che non può essere distrutta. Poiché la croce è il segno della redenzione, e nella redenzione è contenuta la promessa della risurrezione e l’inizio della nuova vita: l’elevazione dei cuori umani.
All’inizio del mio ufficio nella sede di san Pietro ho cercato di proclamare questa verità con l’enciclica Redemptor Hominis. In questa stessa verità desidero oggi essere unito a tutti voi nell’adorazione della croce di Cristo:
“Non dimenticate le opere di Dio” (cf. Sal 78, 7).
2. Per conformarci all’acclamazione dell’odierna liturgia, seguiamo attentamente il sentiero tracciato da queste sante parole nelle quali ci viene annunciato il mistero dell’Esaltazione della croce.
In primo luogo, in queste parole è contenuto il significato del Vecchio Testamento. Secondo sant’Agostino, il Vecchio Testamento contiene ciò che è pienamente rivelato nel nuovo. Qui abbiamo l’immagine del serpente di bronzo al quale si riferì Gesù nella sua conversazione con Nicodemo. Il Signore stesso ha rivelato il significato di quest’immagine dicendo: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).
Durante il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa - poiché la gente si lamentava - Dio mandò un’invasione di serpenti velenosi a causa della quale molti perirono. Quando i sopravvissuti compresero la loro colpa chiesero a Mosè di intercedere presso Dio: “Prega il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21, 7).
Mosè pregò e ricevette dal Signore quest’ordine: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta. Chiunque dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21, 8). Mosè obbedì all’ordine. Il serpente di bronzo posto sull’asta rappresentò la salvezza dalla morte per tutti coloro che venivano morsi dai serpenti.
Nel libro della Genesi il serpente era il simbolo dello spirito del male. Ma adesso, per una sorprendente inversione, il serpente di bronzo issato nel deserto diventa una raffigurazione del Cristo, issato sulla croce.
La festa dell’Esaltazione della croce richiama alle nostre menti e, in un certo senso, rende attuale, l’elevazione di Cristo sulla croce. La festa è l’elevazione del Cristo redentore: chiunque crede nel Cristo crocifisso avrà la vita eterna.
L’elevazione di Cristo sulla croce costituisce l’inizio dell’elevazione dell’umanità attraverso la croce. E il compimento ultimo dell’elevazione è la vita eterna.
3. Questo evento del Vecchio Testamento è richiamato nel tema centrale del Vangelo di san Giovanni.
Perché la croce e il Cristo crocifisso sono la porta alla vita eterna?
Perché in lui - nel Cristo crocifisso - è manifestato nella sua pienezza l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Nella stessa conversazione con Nicodemo Cristo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3, 16-17).
La salvezza del Figlio di Dio attraverso l’elevazione sulla croce ha la sua sorgente eterna nell’amore. È l’amore del Padre che manda il Figlio; egli offre suo Figlio per la salvezza del mondo. Nello stesso tempo è l’amore del Figlio il quale non “giudica” il mondo, ma sacrifica se stesso per l’amore verso il Padre e per la salvezza del mondo. Dando se stesso al Padre per mezzo del sacrificio della croce egli offre al contempo se stesso al mondo: ad ogni singola persona e all’umanità intera.
La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8).
4. All’avvento del Vangelo di Giovanni la liturgia della festa di oggi aggiunge la presentazione fatta da Paolo nella sua lettera ai Filippesi. L’apostolo parla di uno svuotamento di Cristo attraverso la croce; e allo stesso tempo dell’elevazione di Cristo al di sopra di tutte le cose; e anche questo ha avuto il suo inizio nella stessa croce:
“Gesù Cristo . . . spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana, umiliò se stesso ancora di più facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11).
La croce è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato.
Nello stesso tempo anche la croce è innalzata. Essa cessa di essere il segno di una morte infamante e diventa il segno della risurrezione, cioè della vita. Attraverso il segno della croce, non è il servo o lo schiavo che parla, ma il Signore di tutta la creazione.
5. Questi tre elementi dell’odierna liturgia, il Vecchio Testamento, l’inno cristologico di Paolo e il Vangelo di Giovanni, formano assieme la grande ricchezza del mistero del trionfo della croce.
Trovandoci immersi in questo mistero con la Chiesa, che attraverso il mondo celebra oggi l’Esaltazione della santa croce, desidero dividere con voi, in una maniera speciale, le sue ricchezze, cari fratelli e sorelle dell’arcidiocesi di Halifax, caro popolo della Nuova Scozia, dell’Isola Edward e di tutto il Canada.
Sì, desidero dividere con voi tutte le ricchezze di quella croce santa - che, quale stendardo di salvezza - fu piantata sul vostro suolo 450 anni fa. Da allora la croce ha trionfato in questa terra e, attraverso la collaborazione di migliaia di canadesi, il messaggio di liberazione e di salvezza della croce, è stato diffuso ai confini della terra.
6. Nello stesso tempo desidero rendere omaggio al contributo missionario dei figli e delle figlie del Canada che hanno dato la loro vita così “perché la parola del Signore si diffonda, e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2 Ts 3,1). Rendo omaggio alla fede e all’amore che li ha motivati, e al potere della croce che ha dato loro la forza di andare avanti ed eseguire il comando di Cristo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 20).
E nel rendere omaggio ai vostri missionari, rendo parimenti omaggio alle comunità sparse per il mondo che hanno accolto il loro messaggio e segnato le loro tombe con la croce di Cristo. La Chiesa è grata per l’ospitalità loro concessa di un luogo di sepoltura, da dove essi attendono la definitiva esaltazione della croce santa nella gloria della risurrezione e della vita eterna.
Esprimo profonda gratitudine per lo zelo che ha caratterizzato la Chiesa in Canada e vi ringrazio per le preghiere, i contributi e le varie attività attraverso le quali voi sorreggete la causa missionaria. In particolare vi ringrazio per la vostra generosità verso la missione di aiuto delle società da parte della Santa Sede.
7. L’evangelizzazione resta per sempre il sacro retaggio del Canada, che vanta realmente una storia gloriosa dell’attività missionaria in patria e all’estero. L’evangelizzazione deve continuare ad essere esercitata attraverso l’impegno personale, predicando la speranza nelle promesse di Gesù e con la proclamazione dell’amore fraterno. Sarà sempre connessa con l’impianto e l’edificazione della Chiesa e avrà una profonda relazione con lo sviluppo e la libertà come espressione del progresso umano. Al centro di questo messaggio, tuttavia, c’è un’esplicita proclamazione di salvezza in Gesù Cristo, quella salvezza determinata dalla croce. Ecco le parole di Paolo VI: “L’evangelizzazione conterrà sempre - anche come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo - una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 27).
La Chiesa in Canada sarà se stessa se proclamerà fra tutti i suoi membri, con parole e fatti, l’esaltazione della croce, e sempre che, in patria e all’estero, essa sia una Chiesa evangelizzante.
Anche se queste parole vengono da me, c’è un altro che parla ovunque ai cuori dei giovani. È lo stesso Spirito Santo, ed è lui che fa pressione su ciascuno di noi, come membro di Cristo, per indurci ad abbracciare e a portare la buona novella dell’amore di Dio. Ma ad alcuni lo Spirito Santo sta proponendo il comando di Gesù nella sua forma specifica missionaria: andate a reclutare discepoli di tutte le nazioni. Dinanzi alla Chiesa intera, io, Giovanni Paolo II, proclamo ancora una volta l’assoluto valore della vocazione missionaria. E assicuro tutti i chiamati alla vita ecclesiastica e religiosa che nostro Signore Gesù Cristo è pronto ad accettare e rendere fruttuoso il sacrificio speciale delle loro vite, nel celibato, per l’esaltazione della croce.
8. Oggi la Chiesa, annunciando il Vangelo, rivive in un certo qual modo tutto il periodo che ha inizio il mercoledì delle Ceneri, raggiunge il suo apice durante la Settimana Santa e a Pasqua e prosegue nelle settimane successive fino alla Pentecoste. La festa dell’Esaltazione della santa croce è come il compendio di tutto il mistero pasquale di nostro Signore Gesù Cristo.
La croce è gloriosa perché su di essa il Cristo si è innalzato. Attraverso di essa, il Cristo ha innalzato l’uomo. Sulla croce ogni uomo è veramente elevato alla sua piena dignità, alla dignità del suo fine ultimo in Dio.
Attraverso la croce, inoltre, è rivelata la potenza dell’amore che eleva l’uomo, che lo esalta.
Veramente tutto il disegno di Dio sulla vita cristiana è condensato qui in un modo meraviglioso: il disegno di Dio e il suo senso! Diamo la nostra adesione al disegno di Dio e al suo senso! Ritroviamo il posto della croce nella nostra vita e nella nostra società.
Parliamo della croce in modo particolare a tutti coloro che soffrono, e trasmettiamo il suo messaggio di speranza ai giovani. Continuiamo a proclamare fino ai confini della terra il suo potere salvifico: “Exaltatio Crucis!”: la gloria della santa croce!
Fratelli e sorelle: “Non dimenticate mai le opere del Signore”! Amen.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia Halifax (Canada) 14 settembre 1984]
Dopo aver concluso il dialogo con gli Apostoli, Gesù si rivolge a tutti dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (v. 23). Non si tratta di una croce ornamentale, o di una croce ideologica, ma è la croce della vita, è la croce del proprio dovere, la croce del sacrificarsi per gli altri con amore – per i genitori, per i figli, per la famiglia, per gli amici, anche per i nemici -, la croce della disponibilità ad essere solidali con i poveri, a impegnarsi per la giustizia e la pace. Nell’assumere questo atteggiamento, queste croci, sempre si perde qualcosa. Non dobbiamo mai dimenticare che «chi perderà la propria vita [per Cristo], la salverà» (v. 24). E’ un perdere per guadagnare. E ricordiamo tutti i nostri fratelli che ancora oggi mettono in pratica queste parole di Gesù, offrendo il loro tempo, il loro lavoro, la loro fatica e perfino la loro vita per non rinnegare la loro fede in Cristo. Gesù, mediante il suo Santo Spirito, ci dà la forza di andare avanti nel cammino della fede e della testimonianza: fare quello in cui crediamo; non dire una cosa e farne un’altra. E in questo cammino sempre ci è vicina e ci precede la Madonna: lasciamoci prendere per mano da lei, quando attraversiamo i momenti più bui e difficili.
[Papa Francesco, Angelus 19 giugno 2016]
Trombe, grancasse e recitanti, o strumenti perfetti
(Mt 6,1-6.16-18)
Le astuzie esterne non possiedono sapienza: diventano un boomerang.
Chi tenta di splendere, oscura la sua stessa luce. Chi si preoccupa dell’opinione delle folle, ne sarà prigioniero.
La vita nello Spirito si distacca dalla pratica delle cose (accidentali) da mostrare per mendicare riconoscimenti:
Le elemosine artificiali:
Pure agli uomini di spettacolo cui inizia a mancare lo spunto piace farsi considerare benefattori dell’umanità, ma il loro vero obbiettivo è andare in scena - non la diffusione d’uno spirito di disinteresse.
Intendono essere riconosciuti e di nuovo acclamati - per questo usano un modo assolutamente vistoso, esibizionista e pacchiano.
Raggiunta la mèta individualista, malgrado l’altruismo di facciata pianterebbero tutto lì.
Ben altro sarebbe se la sinistra non sapesse cosa fa la destra, ossia se ogni gesto fiorisse spontaneo e nel nascondimento invece che nel sovraccarico - ma figuriamoci che gusto, non farlo sapere.
Un medesimo orientamento vale per la Preghiera, molto meglio se inapparente. La vita interiore non è recita innaturale.
Nel Tempio i sacrifici erano accompagnati da pubbliche formule. A tale effetto, anche le sinagoghe erano considerate un prolungamento del Tempio. E nelle ore stabilite si faceva orazione anche per strada.
Chi era in grado di recitare lunghe litanie a memoria poteva così ostentare la propria virtù e farsi ammirare.
Ma il Dialogo con Dio non è prestazione, bensì Ascolto essenziale: radice del rinnovamento; distinguo di criteri e azione.
Preghiera è percezione intima e lettura profonda delle cose. Intesa ed empatia che ci recuperano al senso della vita personale - discrimine della nostra crescita e dell’amore per i fratelli.
L’anima sovrastata di fracassi non coglie la guida dell’Amico innato, né la sua stessa qualità essenziale.
L’orazione aperta stabilisce le persone in questa atmosfera intima, segreta, nascosta, che nello Spirito s’intreccia alle fibre più profonde e ancestrali.
Ancora, la preghiera personale è creativa. Non solo cancella l’idea che ci siamo fatti della vita, dei dolori, delle mète, delle relazioni, delle sconfitte, dei giudizi…
[Le amarezze sembra non facciano volare la vita - ma invitano a spostare l’occhio].
E l’Ascolto d’attenzione ci trasmette una nuova Lettura; fa uscire dai confini. Mette in contatto con altre energie e virtù.
Un più alto livello di umanità ‘viene’ a noi solo nello stupore di tale consiglio differente, dell’intuizione inattesa; d’una realtà che spiazza.
Principio di Liberazione che lascia incontrare i nostri lati profondi, e li ricorda a noi stessi, facendo percorrere il territorio affine - che ancora non sappiamo.
La donna e l’uomo che si raccolgono in preghiera vengono strappati dall’omologazione dei codici interpretativi, e dalla malattia della società dell’apparire - tutta seduta nei pareri e nel tempo del minimale.
Infine l’aria (forzatamente) pensosa e disfatta:
Forse ancora oggi alcuni usano atteggiarsi in modo stravagante, mettendosi in vetrina.
Ma così i credenti percorrono solo la via delle rinunce di maniera [quelle che Dio non chiede], artefatte. E per l’esatto contrario, rendendo isterica l’onda vitale.
Siamo invece chiamati a essere in compagnia: di se stessi e dei fratelli.
Perfino la rinuncia è per la convivenza armonica, senza forzature che dissocino le linee portanti della personalità.
Anche qui il discernimento degli spiriti diventa occasione propizia per creare spazio alla vocazione umanizzante, e mettere sullo sfondo il tempo del chiasso ambiguo.
Insomma, il senso della imposizione delle Ceneri sul capo dei fedeli non è quello della mortificazione, ma della Nuova Vita e vivificazione: come nelle antiche pratiche agricole.
Infatti durante la stagione fredda i contadini accumulavano la cenere, e al termine dell’inverno essi la spargevano sui campi, onde concimarli.
Così il nuovo senso delle Ceneri, intese come feconda fioritura.
Esse non vogliono condurci al Venerdì Santo, bensì alla Pasqua di Risurrezione.
Nel tempo di una rinnovata scoperta delle nostre capacità celate, quindi della libertà di ‘scendere’.
Recuperando tutto e tutti alla Vita piena.
Nella Visione vivente e personale, già qui e ora, del Risorto.
[Mercoledì delle Ceneri, 18 febbraio 2026]
L’io inferiore senza Fede, teatrante
Mt 6,1-6.16-18 (.19-23)
«Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro» (Mt 6,1). Gesù, nel Vangelo di oggi, rilegge le tre opere fondamentali di pietà previste dalla legge mosaica. L’elemosina, la preghiera e il digiuno caratterizzano l’ebreo osservante della legge. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Nel riproporre queste prescrizioni, il Signore Gesù non chiede un rispetto formale ad una legge estranea all'uomo, imposta da un legislatore severo come fardello pesante, ma invita a riscoprire queste tre opere di pietà vivendole in modo più profondo, non per amore proprio, ma per amore di Dio, come mezzi nel cammino di conversione a Lui. Elemosina, preghiera e digiuno: è il tracciato della pedagogia divina che ci accompagna, non solo in Quaresima, verso l’incontro con il Signore Risorto; un tracciato da percorrere senza ostentazione, nella certezza che il Padre celeste sa leggere e vedere anche nel segreto del nostro cuore».
[Papa Benedetto, omelia 9 marzo 2011]
«Ma tu quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la tua porta [Is 26,20; 2Re 4,33] prega il Padre tuo che è nel segreto» (Mt 6,6).
Dice il Tao: «Chi tenta di splendere, oscura la sua stessa Luce» e «Se ti preoccupi delle opinioni della gente, sarai loro prigioniero».
I discepoli sono chiamati a una rettitudine d’intenzione (perfezione) superiore a quella di scribi e farisei - i quali adempivano in funzione dell’apparenza, dell’opinione pubblica, della retribuzione.
Gesù non mette in forse le pratiche religiose in sé, ma il loro scopo e modo.
Obbiettivo: [fra i veterani ancora giudaizzanti, delle sue comunità di Galilea e Siria] smascherare gli insistenti dell’adempiere esteriore.
Perché scaltrezza e recita della santità riescono a imbrogliare l’immaginario di molti... almeno per un periodo.
Ma le astuzie che siamo abilissimi allestire per mendicare riconoscimenti non possiedono il passo della Sapienza.
Digiuno, penitenza e preghiera sono opere fondamentali, eppure del tutto prive di valore e significato, se non sono rese vive dalla carità e accompagnate da giustizia.
La vita nello Spirito si distacca dalla pratica delle cose “spirituali” - da mostrare… per illudere anche se stessi.
Infine, l’artificio (tutto accidentale) della santa doppiezza diventa vago; prima o poi un boomerang.
A quel tempo l’impegno per le Elemosine era tenuto in gran conto, ma era divenuto generale l’uso di annunciare le iniziative più importanti - in sinagoga e perfino nelle strade.
Per Gesù la pubblicità intacca quel che ci appartiene profondamente [non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra] ed è onorevole.
Pure agli uomini di spettacolo anche “devotamente” funambolo, o politici di mestiere cui inizia a mancare lo spunto, piace farsi considerare benefattori dell’umanità. Ma il loro vero obbiettivo è andare in scena - non la diffusione d’uno spirito di disinteresse.
Intendono essere riconosciuti e di nuovo acclamati - per questo usano un modo assolutamente vistoso, esibizionista e pacchiano.
Raggiunta la loro vera mèta opportunista e individualista, malgrado l’altruismo di facciata pianterebbero tutto lì.
Ogni adempimento convinto dovrebbe fiorire spontaneo e nascosto, invece che nel sovraccarico - ma figuriamoci che gusto, non farlo sapere [...].
In realtà, rinunciando alla propaganda di facciata per promuovere dimensioni contrarie, si spegnerebbero lacerazioni intime e conflitti; si libererebbero energie nascoste. Si allargherebbe la consapevolezza più feconda.
Un medesimo orientamento vale per la Preghiera, molto meglio se inapparente. La vita interiore non è recita innaturale.
L'orazione dei figli non si riduce a una ripetizione di nenie, né a una richiesta di favori; tantomeno passerella esibizionista e affettata, per farsi considerare persone pie, “a modo” e “a posto”.
Nel Tempio i sacrifici erano accompagnati da pubbliche formule. A tale effetto, anche le sinagoghe erano considerate un prolungamento del Tempio. E nelle ore stabilite si faceva orazione anche per strada.
Chi era in grado di recitare lunghe litanie a memoria poteva così ostentare la propria virtù e farsi ammirare.
Ma il Dialogo con Dio non è prestazione, bensì Ascolto essenziale: radice del rinnovamento; distinguo di criteri e azione.
Intesa ed empatia, percezione intima e intelligenza profonda delle cose ci recuperano al senso della vita personale - discrimine della nostra crescita e dell’amore per i fratelli.
Perché abbiamo sete di questo sapere, che si coglie nella sua purezza esclusiva unicamente in uno spazio di solitudine?
Per il fatto che l’anima - sovrastata di fracassi - non coglierebbe altrimenti la guida dell’Amico innato, né la sua stessa qualità essenziale.
Ci sono domande ineludibili, fuori della portata del nostro io inferiore, ossia delle nostre attività cerebrali o pratiche.
Qual è la nostra Via? Come accogliere ciò che ha peso specifico e caratterizza?
Non vale la pena risolvere i problemi precipitosamente, a tutti i costi, in modo conformista o esasperato.
Certo, non sempre si va d’accordo con Dio che pure vuole farci fiorire. Qual è l’antidoto?
L’orazione aperta stabilisce le persone in questa atmosfera intima, segreta, nascosta, che ci appartiene radicalmente,
Nello Spirito s’intreccia alle fibre più profonde, ancestrali - e via via fa affiorare il percorso e destino celato.
La preghiera personale è creativa.
Non solo cancella l’idea che ci siamo fatti della vita, dei dolori, delle mète, delle relazioni, delle sconfitte, dei giudizi…
(Le amarezze sembra non facciano volare la vita - ma invitano a spostare l’occhio).
E l’Ascolto d’attenzione ci trasmette una nuova Lettura; fa uscire dai confini. Mette in contatto con altre energie e virtù.
Un più alto livello di umanità viene a noi solo nello stupore di tale consiglio differente, dell’intuizione inattesa; d’una realtà che spiazza.
Principio di Liberazione che lascia incontrare i nostri stessi lati profondi, e li ricorda a noi stessi, facendo percorrere il territorio affine - che ancora non sappiamo.
Bisogna comprendere più a fondo di quanto consentono i meccanismi azione-reazione, ricolmi di tensione distratta - assente dalla propria Chiamata per Nome, che ci donerebbe entusiasmo.
Non di rado, l’anima stessa - che detesta certi esiti con cui la società [anche ecclesiale] dell’esterno vorrebbe lasciarci convivere - si rivolta, attacca e porta al fallimento degli obbiettivi troppo normali.
Persino i disagi giungono per il semplice fatto che non siamo sulla Via delle profonde sintonie: “punta” che flette le sue contrazioni verso di noi, per aver scelto la strada larga ma artificiale dei compromessi.
Vi sono inclinazioni fondamentali per ciascuno: ad esse sarebbe costruttivo cedere - e lasciarsi guidare.
Il nostro esistere completo non è un percorso tracciato dal “dove dovremmo andare”.
È opportuno non intestardire, e imparare a ospitare l'attività di metamorfosi che vuole vivere; esprimersi in noi - per guidarci e talora deviare dal “come dovremmo essere”.
La donna e l’uomo che si raccolgono in preghiera vengono strappati dall’omologazione dei codici interpretativi, e dalla malattia della società dell’apparire - tutta seduta nei pareri e nel tempo del minimale.
Identica impostazione di visuale per il tema del Digiuno: pratica considerata manifestazione della conversione a Dio.
Ma con sorpresa notiamo che il richiamo di Gesù vale in specie per i religiosi dall’aria forzatamente pensosa e disfatta.
Non pochi devoti d’ogni credo usano atteggiarsi in modo stravagante - pacchiana espressione dei propri problemi affettivi.
Infatti, qua e là, anche in ambiti giovanili, sembra ci sia qualche rigurgito di ascesi artificiosa.
Ma così i credenti percorrono solo la via delle rinunce di maniera [quelle che Dio non chiede], artefatte. E per l’esatto contrario, rendendo isterica l’onda vitale.
Siamo invece chiamati ad essere in compagnia: di se stessi e dei fratelli. Perfino la rinuncia è per la convivenza armonica, senza forzature che dissocino le linee portanti della personalità.
Anche qui il discernimento degli spiriti diventa occasione propizia per creare spazio alla vocazione umanizzante.
Già il profeta Isaia aveva distinto fra digiuno autentico e falso [Is 58] ossia non finalizzato alla vita di giustizia e comunione, quindi alla festa e alla gioia.
Inutile sottoporsi a pratiche che non cambiano il cuore.
Lungo la strada poco spontanea o col trucco - abnorme, o adultoide (del plagio subìto o imposto di testa propria all’anima) il belare dell’agnellino prima o poi diverrà un ruggire o un ragliare. Questione di tempo.
Nel discernimento degli spiriti, è l’atteggiamento che rivela la fiction di chi in realtà pensa solo il potere (nell’avidità) e grandi cose, proprio quelle da superiori megalomani, o eletti.
Tutto ciò usando il povero Gesù e i piccoli, ovvero un qualsiasi credo purchessia, come paraventi - appunto, per il viceversa.
Elemosina, digiuno e preghiera sono attitudini, non pratiche conoscibili fuori del linguaggio irripetibile di Dio stesso e del suo modo eccezionale di comunicare con ogni persona.
Dialogo d’una eccentrica, preziosa, ineffabile, fantastica, insuperabile unicità, che non si lascia attrarre da esteriorità di vetrine, né dal livellamento da branco, o grancasse.
Mettendo sullo sfondo il tempo del chiasso ambiguo.
«Proprio perché grande, la mia Via sembra non sia simile a nulla [...] Non ardisco esser primo nel mondo, perciò posso essere capo degli strumenti perfetti» [Tao Tê Ching, Lxvii].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
La tua vita spirituale è tempo di chiasso... o periodo e terreno fecondo, occasione propizia per interiorizzare, incontrare se stessi, la propria essenza, e Dio nei fratelli?
Conclusione:
Dov’è il cuore ecclesiale?
(Mt 6,19-23)
«Dove è il tuo Tesoro, là sarà il tuo cuore» (v.21). Non è un problema personale o istituzionale abusato, insipido; da facili ironie.
Ignorarlo significa concedergli ulteriore respiro, facendolo crescere a dismisura; rendendolo ancor più fuori tempo e difficile leggerlo (e individuarne le terapie).
Tutto ciò, però, va fatto mettendo fra parentesi le precipitazioni… nello spirito di comprensione più largo. Fermo restando che per comprendersi e attivare differenti risorse ogni comunità deve attraversare i momenti della verifica più severa.
Anche per chiese denominazionali di ampia e prestigiosa tradizione, la coscienza di essere oggi perdenti sotto questo aspetto è indispensabile per ritrovarsi. Superando l’incaglio… in avanti, “in uscita”.
Leggiamo nell’Enciclica «Spe Salvi» n.2 («La Fede è Speranza»):
«Speranza è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole “fede” e “speranza” sembrano interscambiabili […]
Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l'aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l'esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni […]
I loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza. Nonostante gli dèi, essi erano “senza Dio” e conseguentemente si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro. “In nihil ab nihilo quam cito recidimus” (Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo) dice un epitaffio di quell'epoca […]
Compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto.
Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una “buona notizia” – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti.
Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita.
La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova».
Nella forma della Relazione, tutto apre la vita intensa - che integra e valica l’amor proprio, la sete di dominio.
Ciò libera dal “vecchio”, ossia chiude un ciclo di percorsi già messi a punto - per farci tornare come neonati.
La Speranza che ha peso smantella l’inessenziale; espelle il rumore dei pensieri che non sono più in sintonia con la nostra crescita, e introduce energie sognanti, una ricchezza di possibilità.
Ci saranno resistenze iniziali, ma lo sviluppo si predispone.
La Speranza sacrifica le zavorre e ci attiva secondo il “divino interiore”. Spalanca le porte a una nuova fase, più luminosa e corrispondente.
I tesori della terra rapidamente accecano; allo stesso modo passano: d’improvviso. L’età della crisi globale ce lo sbatte in faccia.
Eppure, è un dolore necessario.
Capiamo: i nuovi percorsi non sono tracciati dai beni, né da memorie devote, ma dal Vuoto che fa da intercapedine a facilonerie comuni, scontate, rassicuranti.
La religiosità buona per tutte le stagioni cede il passo alla vita inedita di Fede.
Qui si colloca l’Arte del discernimento e della pastorale: dovrebbe saper introdurre nuove energie competitive, difformi - cosmiche e personali - che preparano sintesi inedite, aperte, gratuite.
Lo sappiamo, eppure in alcune cerchie (prestigiose e già straricche) la bramosia di possedere sotto parvenza di necessità non consente di vedere chiaro.
Capita anche a dei consacrati di lungo corso - non si capisce perché tale avida, sommaria doppiezza.
Vogliamo ancora emergere, sollevando altre confusioni? In fondo siamo scontenti delle nostre scelte mediocri.
All’inizio della Vocazione sentivamo la necessità d’una Relazione che infondesse Senso e un Centro alla ferialità…
Poi abbiamo deviato, forse per insoddisfazione o motivi di calcolo e comodo - e l’ottundimento degli occhi malati di rapina ha prevalso. Prima qua e là, via via occupando l’anima.
Anche in alcuni dirigenti e ambiti di spicco ecclesiale, la base dell’esistenza è diventato il conto corrente a molti zeri.
Così… la scena vanitosa, il sacchetto del commercio, l’ebbrezza del salire sul tabellone, in diverse realtà hanno soppiantato i cuori veri - e gli occhi stessi.
Come dire: c’è un’altra esperienza del “divino”, dozzinale: fra un Salmo e l’altro, meglio dell’Amore diventa il sentirsi potente, sicuro e rispettato attorno.
(Dio e l’accumulo danno ordini diversi? Non c’è problema: facciamo intendere che lo si fa per la “sua” Gloria).
E bando al bene comune.
Non pochi si stanno accorgendo che il far di conto è lo sport più frequentato in diverse aziende pie multimpianti, fantasticamente imbellettate di eventi e iniziative (a copertura di quel che vale).
E cartina al tornasole è proprio quello scrutare meschino (vv.22-23) che dietro fitte quinte, trattiene, giudica persino, e si tiene a distanza dagli altri. Con lo sguardo che chiude l’orizzonte dell’esistenza: conta l’immediatamente a portata di mano, e di circostanza.
Un credere in apparenza sovrabbondante - guarda caso senza il rilievo della Speranza - ci sta condannando al peggiore tasso di denatalità mondiale.
Il panorama dei nostri devotissimi paesini e cittadine vuoti è sconfortante. Ma ci si bea del proprio loculo, e della piccina situazione.
L’importante è che tutto sia epidermicamente adornato.
Sotto il campanile particolare che dà il ritmo alle solite cose, molta gente trattiene il “suo” (troppo) per sé, accontentandosi di sacralizzare egoismi con l’esibizione di belle statue, usi, stendardi, costumi variopinti e manierismi.
Invece, secondo i Vangeli, nei tentativi e nei percorsi di Fede che non si accontentano d’una spiritualità vuota, la vita diventa luminosa d’Amore creativo che rifiorisce, e mette tutti a proprio agio.
Anche il vecchio potrà riemergere in questo nuovo spirito, stavolta perenne. Perché ci sono altre Altezze. Perché ciò che rende intimi a Dio non è nulla di esterno.
L’autentica Chiesa suscitata da “visioni” limpide - senza cartapesta e doppiezze - rivela sempre qualcosa di portentoso: la fecondità dalla nullità, la vita dall’effusione di essa, la nascita dall’apparente sterilità.
Un fiume di sintonie impensate riallaccerà la lettura degli accadimenti e l’azione dei credenti all’opera dello Spirito, senza barriere.
Perché quando qualcuno cede il pensiero normalizzato e si deposita, il nuovo avanza.
La scelta è ormai inesorabile: tra morte e vita; fra bramosia e «tenebra» (v.23), o Felicità.
Il primo passo è ammettere di dover fare un cammino.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Dov’è il tuo Tesoro? Il tuo cuore e il tuo occhio sono semplici?
Hai mai fatto esperienza di lati che altri giudicano inconcludenti (dal punto di vista materiale) e che invece hanno preparato i tuoi nuovi percorsi?
Ceneri senza mortificazione
Insomma, il senso della imposizione delle Ceneri sul capo dei fedeli non è quello della mortificazione, ma della Nuova Vita e vivificazione: come nelle antiche pratiche agricole.
Infatti durante la stagione fredda i contadini accumulavano la cenere, e al termine dell’inverno essi la spargevano sui campi, onde concimarli.
Così il nuovo senso delle Ceneri, intese come feconda fioritura.
Esse non vogliono condurci al Venerdì Santo, bensì alla Pasqua di Risurrezione.
Nel tempo di una rinnovata scoperta delle nostre capacità celate, quindi della libertà di ‘scendere’.
Recuperando tutto e tutti alla Vita piena.
Nella Visione vivente e personale, già qui e ora, del Risorto.
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Papa Benedetto)
And He continues: «Think of salvation, of what God has done for us, and choose well!». But the disciples "did not understand why the heart was hardened by this passion, by this wickedness of arguing among themselves and seeing who was guilty of that forgetfulness of the bread" (Pope Francis)
E continua: «Pensate alla salvezza, a quello che anche Dio ha fatto per noi, e scegliete bene!». Ma i discepoli «non capivano perché il cuore era indurito per questa passione, per questa malvagità di discutere fra loro e vedere chi era il colpevole di quella dimenticanza del pane» (Papa Francesco)
[Faith] is the lifelong companion that makes it possible to perceive, ever anew, the marvels that God works for us. Intent on gathering the signs of the times in the present of history […] (Pope Benedict, Porta Fidei n.15)
[La Fede] è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia […] (Papa Benedetto, Porta Fidei n.15)
But what do this “fullness” of Christ’s Law and this “superior” justice that he demands consist in? Jesus explains it with a series of antitheses between the old commandments and his new way of propounding them (Pope Benedict)
Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige? Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli (Papa Benedetto)
The Cross is the sign of the deepest humiliation of Christ. In the eyes of the people of that time it was the sign of an infamous death. Free men could not be punished with such a death, only slaves, Christ willingly accepts this death, death on the Cross. Yet this death becomes the beginning of the Resurrection. In the Resurrection the crucified Servant of Yahweh is lifted up: he is lifted up before the whole of creation (Pope John Paul II)
La croce è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato (Papa Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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