don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Giovedì, 09 Luglio 2026 17:11

Sperimentare il rovesciamento

Rientrare per rigenerare: stendardi a contrario

(Mt 19,27-29)

 

Secondo s. Ignazio [Meditazione delle due bandiere], l’avidità delle cose fa nascere in noi il vano onore del mondo, e da esso si genera un’immensa superbia, che recide ogni possibilità d’interiorizzare.

Ma il distacco da certi vessilli è impossibile presso gli uomini. Gli stessi Apostoli sembrano restare legati alla mentalità del contraccambio: «che ne avremo?» [v.27].

L’idea di retribuzione era tipica della cultura religiosa arcaica. Purtroppo, il tornaconto affossava l’Amore, annientava la gratuità dei gesti, rinnegava il significato del Patto di Alleanza.

In tal guisa, nella sua libera proposta Gesù vuol far subentrare il sostegno di una convinzione intima e apparentemente irragionevole, ma che sgorga nitida dalle sorgenti dell’essere.

Affiora qui l’Eros fondante della Chiamata. Non tanto il carattere (placido e dimesso) del credente, bensì un Dono personale superiore: quello d’un discernimento irripetibile per ciascuno, legato alla natura profonda.

Per rigenerare [«palingenesi» v.28] bisogna rientrare con maggiore convinzione nelle proprie motivazioni.

 

«Monaco» è un termine che deriva dal greco «mònos», “unico” (in senso di «semplice» e «unito»); forse da «mènein», “rimanere”. Sembra anche affine al latino «mìnus», “meno”.

Quello dei contemplativi è un tipo di sapere che incontra la Sapienza di ogni cultura. Essi ritengono che lo Strumento ineffabile della propria crescita centuplicata sia l’assurdità di farsi valutare insignificanti.

L’Imitazione di Cristo sottolinea: «Ama nesciri et pro nihilo reputari».

Il nascondimento custodisce ciò che ci appartiene; la mancanza di fama ci stabilisce nella quintessenza - invece che sull’esteriore.

Anche la ricerca filosofica naturale di ogni tempo e latitudine ammette il distacco dalle opinioni, che tagliano il senso del Mistero e della Scoperta personale.

Lao-tzū ad es. distingue la realizzazione e il destino individuale sia dalle attese che dai propositi, i quali appunto rinchiudono il senso della vita in ciò che è già rappresentato:

«La Via che può esser detta, non è l’eterna Via» [Tao Tê Ching, i].

«Il santo pospone la sua persona, e la sua persona vien premessa; apparta la sua persona, e la sua persona perdura. Non è perché spoglio d’interessi? Per questo può realizzare il suo interesse» [vii].

 

Quando Dio vuole realizzare un progetto sorvola sempre le situazioni esterne. È un problema di senso, di radici della nostra scelta, di vitalità dal basso e «rinnovamento di tutte le cose» [v.28].

Una vita di obblighi o attaccamenti blocca la creatività, moltiplica gli idoli e le preoccupazioni artificiose; crea una camera buia, ove non si coglie ciò che ci appartiene. Via i retroscena.

Il significato dell’unicità monastica è dunque in ordine al mutamento e Risveglio sperato, qualitativo: quello del Cento per Uno, forza dei deboli. 

Paradossale allargamento di prospettiva.

 

 

[11 luglio,  s. Benedetto abate, patrono d’Europa]

Giovedì, 09 Luglio 2026 17:08

Paura di lasciar entrare Cristo dentro

Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa [Giovanni Paolo] voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen.

(Papa Benedetto, omelia inizio ministero petrino, 24 aprile 2005)

O san Benedetto abate!
Tu che non hai insegnato
diversamente da come sei vissuto,
fa’ sentire a noi tutti
la perenne attualità del tuo insegnamento,
perché continui a essere ispiratore di bene
per l’uomo contemporaneo.
O santa Scolastica,
a te affidiamo le fanciulle, le giovani,
le Religiose, le Madri,
perché sappiano vivere oggi
la loro dignità d’essere donne,
secondo il disegno di Dio.
Amen.

(Giovanni Paolo II)

 

Dio dei nostri Padri,grande e misericordioso,
tu hai progetti di pace
e non di afflizione,
condanni le guerre
e abbatti l’orgoglio dei violenti.
Tu hai inviato il tuo Figlio Gesù
ad annunziare la pace ai vicini e ai lontani,
a riunire gli uomini
di ogni razza e di ogni stirpe
in una sola famiglia.
Ascolta il grido unanime dei tuoi figli,
supplica accorata di tutta l’umanità:
mai più la guerra,
avventura senza ritorno,
mai più la guerra,
spirale di lutto e di violenza!
Parla ai cuori
dei responsabili delle sorti dei popoli,
ferma la logica della ritorsione
e della vendetta,
concedi al nostro tempo
giorni di pace!
Amen.

(Giovanni Paolo II)

Giovedì, 09 Luglio 2026 16:40

Papa Francesco e San Benedetto da Norcia

Raccogliamo anche qualcosa dalla lunga tradizione monastica. All’inizio essa favorì in un certo modo la fuga dal mondo, tentando di allontanarsi dalla decadenza urbana. Per questo i monaci cercavano il deserto, convinti che fosse il luogo adatto per riconoscere la presenza di Dio. Successivamente, san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unendo la preghiera e lo studio con il lavoro manuale (Ora et labora).
Questa introduzione del lavoro manuale intriso di senso spirituale si rivelò rivoluzionaria. Si imparò a cercare la maturazione e la santificazione nell’intreccio tra il raccoglimento e il lavoro. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo. (LS 126)

RIFLESSIONE
Come vivo gli incarichi che mi vengono affidati dai miei superiori?
In che modo il Signore mi chiede di svolgerli in modo “rivoluzionario”, che vada al di là del “si è sempre fatto così”, per un magis?

PREGHIERA
Donaci Padre la capacità di essere avere uno sguardo di attenzione verso l’ambiente e i nostri fratelli nel realizzare i compiti che ci sono stati affidati. Donaci Signore la Grazia di avere la consapevolezza di «essere una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).

(https://www.assisiofm.it/news-papa-francesco-e-san-benedetto-da-norcia.html)

Mercoledì, 08 Luglio 2026 03:58

Valori e indipendenza emotiva

Collocarsi negli eventi di persecuzione

(Mt 10,16-23)

 

Il corso della storia è tempo in cui Dio compone il confluire della nostra libertà e delle circostanze.

In tali pieghe c’è spesso un vettore di vita, un aspetto essenziale, una sorte definitiva, che ci sfugge.

Ma all’occhio non mediocre della persona di Fede, anche i soprusi e perfino il martirio sono un dono.

Per imparare le lezioni importanti della vita, ogni giorno il credente si avventura in ciò che ha paura di fare, superando i timori.

L’amore sponsale e gratuito ricevuto colloca in una condizione di reciprocità, d’attivo desiderio di unire la vita al Cristo - sebbene nell’esiguità delle nostre risposte.

Continuando invece a lamentarsi degli insuccessi, pericoli, calamità, tutti vedranno in noi donne come le altre e uomini comuni - e ogni cosa terminerà a questo livello.

Non saremo sull’altro lato. Al massimo tenteremo di sottrarci alle asprezze, o si finirà per cercare alleati di circostanza (vv.19-20).

 

Mt intende aiutare le sue comunità a urtare la logica mondana e collocarsi negli eventi di persecuzione in maniera fervente.

Le angherie sociali non sono fatalità, bensì occasioni per la missione; luoghi di alta testimonianza eucaristica (vv.16-18).

I perseguitati non hanno bisogno di stampelle esterne, né devono vivere nell’angoscia del crollo.

Essi hanno il compito di essere segni del Regno di Dio, che man mano porta i lontani e gli stessi usurpatori a una diversa consapevolezza.

Nessuno è arbitro della realtà e tutti sono fuscelli soggetti a rovesci, ma nella condizione umanizzante degli apostoli traluce un’indipendenza emotiva.

Ciò avviene per il senso intimo, vivo, di una Presenza, e la lettura delle vicende esterne come azione eccezionale del Padre che si rivela.

In tale magma energetico plasmabile, ecco affiorare percorsi unici, inedite opportunità di crescita... anche nelle avversità.

Atteggiamento senz’alibi né certezze granitiche: con la sola convinzione che tutto verrà rimesso in gioco.

Tempo sacro e profano vengono a coincidere in un Patto fervente, che si annida e cova frutti persino nei momenti del travaglio e paradosso.

Qui unica risorsa necessaria è la forza spirituale di andare sino in fondo… nei controsensi d’altro versante.

È nel Signore e nella realtà insidiosa o sommaria il “posto” per ciascuno di noi. Non senza lacerazioni.

Eppure traiamo energia spirituale dalla conoscenza del Cristo, dal senso di legame profondo con Lui e la realtà anche minuta e variegata, o temibile - sempre personale (v.22b).

La nostra vicenda non sarà come un romanzo facile e a lieto fine.

Ma avremo possibilità di testimoniare nel presente le più genuine radici antiche: che in ogni istante Dio chiama, si manifesta - e ciò che sembra fallimento diviene Cibo e sorgente di Vita.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Che tipo di lettura fai, e come ti collochi negli eventi di persecuzione? 

Sei consapevole che gli intoppi non vengono per la disperazione, bensì per liberarti dalla chiusura in schemi culturali stagnanti (e non tuoi)?

 

 

[Venerdì 14.a sett. T.O.  10 luglio 2026]

Mercoledì, 08 Luglio 2026 03:55

Collocarsi negli eventi di persecuzione

Valori e indipendenza emotiva

(Mt 10,16-23)

 

Il corso della storia è tempo in cui Dio compone il confluire della nostra libertà e delle circostanze.

In tali pieghe c’è spesso un vettore di vita, un aspetto essenziale, una sorte definitiva, che ci sfugge.

Ma all’occhio non mediocre della persona di Fede, anche i soprusi e perfino il martirio sono un dono.

Per imparare le lezioni importanti della vita, ogni giorno il credente si avventura in ciò che ha paura di fare, superando i timori.

L’amore sponsale e gratuito ricevuto colloca in una condizione di reciprocità, d’attivo desiderio di unire la vita al Cristo - sebbene nell’esiguità delle nostre risposte.

Continuando invece a lamentarsi degli insuccessi, pericoli, calamità, tutti vedranno in noi donne come le altre e uomini comuni - e ogni cosa terminerà a questo livello.

Non saremo sull’altro lato.

Al massimo tenteremo di sottrarci alle asprezze, o si finirà per cercare alleati di circostanza (vv.19-20).

 

Mt intende aiutare le sue comunità a urtare la logica mondana e collocarsi negli eventi di persecuzione in maniera fervente.

Le angherie sociali non sono fatalità, bensì occasioni per la missione; luoghi di alta testimonianza eucaristica (vv.16-18).

I perseguitati non hanno bisogno di stampelle esterne, né devono vivere nell’angoscia del crollo.

Essi hanno il compito di essere segni del Regno di Dio, che man mano porta i lontani e gli stessi usurpatori a una diversa consapevolezza.

Nessuno è arbitro della realtà e tutti sono fuscelli soggetti a rovesci, ma nella condizione umanizzante degli apostoli traluce un’indipendenza emotiva.

Ciò avviene per il senso intimo, vivo, di una Presenza, e la lettura delle vicende esterne come azione eccezionale del Padre che si rivela.

In tale magma energetico plasmabile, ecco affiorare percorsi unici, inedite opportunità di crescita... anche nelle avversità.

Atteggiamento senz’alibi né certezze granitiche: con la sola convinzione che tutto verrà rimesso in gioco (non per sforzo: per aver spostato lo sguardo, semplicemente).

Tempo sacro e profano vengono a coincidere in un Patto fervente, che si annida e cova frutti persino nei momenti del travaglio e paradosso.

Qui unica risorsa necessaria è la forza spirituale di andare sino in fondo… nei paradossi d’altro versante.

 

Così anche la famiglia o il “clan” di appartenenza vanno condotti a un differente mondo di convinzioni; non senza contrasti laceranti (v.21).

La Torah stessa obbligava alla denuncia degli infedeli alla religione dei padri - perfino parenti strettissimi - sino a metterli a morte (Dt 13,7-12).

L’Annuncio non poteva che causare divisioni estreme, e su temi di fondo come il successo, o il progresso in questa vita - la visione di un mondo nuovo, dell’utopia di altre e altrui esigenze.

Tutto sembrerà congiurare e farsi beffe del nostro ideale (v.22).

 

Il riferimento al Nome allude alla vicenda storica di Gesù di Nazaret, col suo carico non solo di bontà ideale ed esplicita, ma pure di attività di denuncia contro l’istituzione ufficiale e le false guide che avevano messo sotto sequestro il Dio dell’Esodo.

Malgrado le interferenze, l’essere fraintesi, calunniati, messi in ridicolo, ricattati e odiati... ancorati a Cristo sperimenteremo che le tappe della storia e della vita procedono verso la Speranza.

La “protezione” di Dio non preserva da tinte cupe, né dal subire danni, ma garantisce che nulla vada perduto (v.22b). Introduce alla Felicità che fa consapevoli di esistere in tutta la personale realtà.

Nel tempo delle scelte epocali, dell’emergenza che sembra mettere tutto in scacco - ma vuole farci meno artificiali - tale consapevolezza può rovesciare il nostro giudizio di sostanza, sul piccolo e il grande.

Infatti, per l’avventura d’amore non c’è contabilità né clamore.

È nel Signore e nella realtà insidiosa o sommaria il “posto” per ciascuno di noi. Non senza lacerazioni.

Eppure traiamo energia spirituale dalla conoscenza del Cristo, dal senso di legame profondo con Lui e la realtà anche minuta e variegata, o temibile - sempre personale (v.22b).

Il “Cielo” vince la morte. Il destino dell’unicità non va in rovina: è prezioso e caro. 

Bisogna scorgerne la Bellezza, futura e già attuale.

Neppure conterà collocarsi sopra e davanti: piuttosto sullo sfondo, già ricchi e perfetti, nel senso intimo della pienezza di essere.

 

Gesù ci mette in guardia: non potremo contare su amicizie inattaccabili, né su potenze umane schierate a difesa della trama terrestre.

Anche colui che credevamo vicino ci scruterà con sospetto: il prezzo della verità sta sempre nella scelta contraria al mondo della menzogna (anche sacrale-datata o effimera) tutto coalizzato contro.

La nostra vicenda non sarà come un romanzo facile e a lieto fine.

Ma avremo possibilità di testimoniare nel presente le più genuine radici antiche: che in ogni istante Dio chiama, si manifesta - e ciò che sembra fallimento diviene Cibo e sorgente di Vita.

Ostinati solo nel cambio di proporzioni, tra spogliamento ed elevazione. Nella contrapposizione dei criteri e dei fondamenti stessi del pensare.

 

 

 

Perseguitare e confinare, o Sincerità e Trasparenza

 

È questo di Mt 10,16-23 il medesimo passo di Vangelo della Festa di s. Stefano protomartire - ove celebriamo la forza disarmante del martirio dei figli. Scelta perfetta.

Il giorno successivo al Natale togliamo le tendine bianche del Tabernacolo per sostituirle con quelle rosse.

Paradossale consapevolezza: semplicità del Presepe e vicende di regalità-persecuzione s’intrecciano, per intima fedeltà alla Lieta Notizia (talora considerata una vera seccatura, proprio da chi ci ha fatto il callo).

Il passaggio è brusco, ma il senso è viscerale e acuto, anche per motivi storici e - diremmo così - teologici, cristologici, ecclesiali.

Infatti, gli amici biblisti discutono ancora sui reali responsabili della denuncia e dell’uccisione del leader della chiesa non giudaizzante: un fervoroso faccia tosta e impertinente, ma sincero e genuino - come una «colomba». 

Certo non a tutti è chiesto il martirio sino al momento cruento: spesso una lenta e anonima consumazione può assomigliarci al primo Testimone della Fede autentica.

Stefano osò infatti criticare le usanze, il monopolio del Tempio [cui la chiesa degli apostoli restava ancora legata] e l’interpretazione fondamentalista della Legge.

 

I testimoni critici urtano tutte le potestà della terra, anche le più prossime (v.21). Siamo esattamente la Parola squilibrata di Dio, che smantella le barriere tranquille.

Esse ci fanno strisciare; ma sembra una pazzia.

Se incapace di evolvere e desideroso di confinarsi, persino il potere famigliare si rivolterà contro, quando tenteremo di sostituire il calcolo tribale dei «lupi» con l’innocenza che elargisce e rinnova i rapporti.

Anche il clan di appartenenza va condotto a un differente mondo di convinzioni; non senza contrasti laceranti.

La Torah stessa obbligava i credenti in Dio alla denuncia degli infedeli alla religione dei padri - anche parenti strettissimi - sino a metterli a morte (Dt 13,7-12).

Per rimanere in sella e difendere il mondo antico in cui sono collocati, i poteri mondani della sinagoga e della reggia non esiteranno a usare esclusione, menzogna e intimidazioni: non hanno altro.

Gente come Stefano ha voluto che non solo la piramide dei culti, ma anche la situazione “ecclesiale” dominata dalle consuetudini ufficiali si capovolgesse.

Chi è chiamato a farsi alimento deve contare non sul potere d’influsso e sul timore della gerarchia, bensì sul Dono di sé credibile. Unica realtà amabile e convincente.

Il Testimone che riflette Gesù non può immaginare di giungere a compromesso, poi allearsi con gente che conta e ricorrere a sotterfugi, inganni, bustarelle o appoggi vergognosi (cf. vv.19-20).

Alleati di circostanza, per sottrarsi alle asprezze e mantenere la reputazione.

 

Mt intende aiutare le sue comunità - e noi oggi - a urtare la logica mondana o la guerra delle opinioni, e collocarsi negli eventi di persecuzione in maniera fervente.

Le angherie non sono fatalità, bensì occasioni per la Missione trasparente, senza espedienti; luoghi di alta testimonianza eucaristica.

I perseguitati non devono vivere nell’angoscia del crollo, perché hanno il compito di essere segni del Regno di Dio.

Essi man mano portano i lontani e gli stessi usurpatori interni a una diversa consapevolezza.

 

Dice il Tao Tê Ching (xvii):

«Dei grandi sovrani il popolo sapeva che esistevano; vennero poi quelli che amò ed esaltò, e poi quelli che temette, e poi quelli di cui si fece beffe: quando la sincerità venne meno, s’ebbe l’insincerità».

L’attrazione della Chiesa sta nel non trasformarsi in un potere come un altro, attaccato a egemonia e ricchezze.

Potestà ipocrita, molesta e sfruttatrice dell’ingenuità dei semplici, dei malfermi - rapidamente fatti sudditi e trattati da zerbino.

Più che in cosette pusillanimi [che non compromettono] o più che nella lotta e in un nuovo dirigismo, l’Altrove è solo nella trasparenza clemente e benevolente dello Spirito (v.20).

Per una Lealtà e Giustizia superiori: quelle disposte perfino a perdere amici, farsi deridere e rigettare. Tutelando solo l’essere se stessi, in naturalezza e semplicità.

Ma lasciando che nuove energie s’introducano, che spalanchino la porta al Mistero ineffabile.

Qui sacro e profano vengono a coincidere in un Patto fervente.

Alleanza che si annida e cova frutti, proprio nei momenti del travaglio e del paradosso.

Unica risorsa necessaria è la forza spirituale di andare sino in fondo.

 

L’Annuncio non poteva che causare divisioni estreme, e su temi di fondo come il successo, o il progresso in questa vita - in luogo della visione di un mondo nuovo; dell’utopia di altre e altrui esigenze.

E prima o poi forse tutto sembrerà congiurare e farsi beffe del nostro ideale.

Il riferimento al «Nome» (v.22) allude alla vicenda storica di Gesù di Nazaret, con tutto il suo carico non solo di bontà ideale ed esplicita, ma pure d’attività di denuncia contro l’istituzione ufficiale - e le false guide che avevano messo sotto sequestro il Dio dell’Esodo.

Malgrado le interferenze - l’essere fraintesi, calunniati, beffeggiati, ricattati e odiati... ancorati a Cristo sperimenteremo personalmente che le tappe della storia e della vita procedono verso una Speranza indispensabile, che scardina i blocchi.

[La cosiddetta “protezione” di Dio non ci preserva da tinte cupe, né dal subire danni, ma garantisce che nulla vada perduto].

Certo, Gesù ci mette in guardia: non potremo contare su amicizie inattaccabili, né su potenze umane schierate a difesa. Storia di autentica Incarnazione.

Anche colui che credevamo vicino scruterà con sospetto i testimoni critici.

Il prezzo della verità sta sempre nella scelta contraria al mondo della menzogna - anche sacrale omologante - tutto coalizzato contro.

La nostra vicenda non sarà come un romanzo facile e a lieto fine. Ma avremo la possibilità di manifestare che in ogni istante Dio si rivela, e ciò che sembra fallimento diviene Cibo e sorgente di Vita.

Solo questo è al di là del provvisorio ed ha forza di maturazione incisiva, rigenerante.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Che tipo di lettura fai, e come ti collochi negli eventi di persecuzione? 

Sei consapevole che gli intoppi non vengono per la disperazione, bensì per liberarti dalla chiusura in schemi culturali stagnanti (e non tuoi)?

 

 

 

Sull’altro versante del mondo

 

I cristiani devono dunque farsi trovare sempre sull’“altro versante” del mondo, quello scelto da Dio: non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verità; non impostori, ma onesti.

Questa fedeltà allo stile di Gesù – che è uno stile di speranza – fino alla morte, verrà chiamata dai primi cristiani con un nome bellissimo: “martirio”, che significa “testimonianza”. C’erano tante altre possibilità, offerte dal vocabolario: lo si poteva chiamare eroismo, abnegazione, sacrificio di sé. E invece i cristiani della prima ora lo hanno chiamato con un nome che profuma di discepolato. I martiri non vivono per sé, non combattono per affermare le proprie idee, e accettano di dover morire solo per fedeltà al vangelo. Il martirio non è nemmeno l’ideale supremo della vita cristiana, perché al di sopra di esso vi è la carità, cioè l’amore verso Dio e verso il prossimo. Lo dice benissimo l’apostolo Paolo nell’inno alla carità, intesa come l’amore verso Dio e verso il prossimo. Lo dice benissimo l’Apostolo Paolo nell’inno alla carità: «Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1Cor 13,3). Ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati “martiri”: non c’è nulla nella loro fine che possa essere avvicinato all’atteggiamento dei figli di Dio.

A volte, leggendo le storie di tanti martiri di ieri e di oggi - che sono più numerosi dei martiri dei primi tempi -, rimaniamo stupiti di fronte alla fortezza con cui hanno affrontato la prova. Questa fortezza è segno della grande speranza che li animava: la speranza certa che niente e nessuno li poteva separare dall’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo (cfr Rm 8,38-39).

Che Dio ci doni sempre la forza di essere suoi testimoni. Ci doni di vivere la speranza cristiana soprattutto nel martirio nascosto di fare bene e con amore i nostri doveri di ogni giorno. Grazie.

(Papa Francesco, Udienza Generale 28 giugno 2017)

Mercoledì, 08 Luglio 2026 03:50

Caratteristica del martirio cristiano

Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni "ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori" (Orazione "colletta"). Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa. Nella Lettera Enciclica Spe salvi (cfr n. 37), ricordando l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), faccio notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede. Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, "accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita" (Omelia a Marienfeld - Colonia, 21 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte.

Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità.

[Papa Benedetto, Angelus 26 dicembre 2007]

Mercoledì, 08 Luglio 2026 03:47

Fortezza di confessare

Siamo chiamati alla fortezza dinanzi agli uomini e, nello stesso tempo, al timore dinanzi a Dio stesso, e questo deve essere il timore dell’amore, il timore filiale. E solo quando tale timore penetra nei nostri cuori, possiamo essere veramente forti con la fortezza degli apostoli, dei martiri, dei confessori. Forti con la fortezza dei pastori. L’invito alla fortezza si collega, in modo particolarmente profondo, con la tradizione del cardinalato, che, anche col colore della veste, ricorda il sangue dei martiri.

4. Cristo chiede da noi soprattutto la fortezza di confessare. dinanzi agli uomini, la sua verità, la sua causa, senza tener conto se questi uomini siano benevoli o meno nei riguardi di questa causa, se a questa verità apriranno le orecchie e i cuori o se “li chiuderanno” così da non poter sentire. Non possiamo scoraggiarci dinanzi ad alcun programma di chiusura delle orecchie e dell’intelletto. Dobbiamo confessare ed annunziare nella più profonda obbedienza allo Spirito di Verità. Egli stesso troverà le vie per giungere al profondo delle coscienze e dei cuori.

Noi invece dobbiamo confessare e rendere testimonianza con tale forza e capacità, che non cada su di noi la responsabilità per il fatto che la nostra generazione abbia rinnegato Cristo davanti agli uomini. Dobbiamo anche essere prudenti “come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10, 16).

Dobbiamo infine essere umili, con quell’umiltà della verità interiore, che permette all’uomo di vivere ed operare con magnanimità. Poiché “Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia” (Gc 4, 6). Quella magnanimità, fondata sull’umiltà, frutto della cooperazione con la grazia di Dio, è un segno particolare del nostro servizio nella Chiesa.

[Papa Giovanni Paolo II, Concistoro 30 giugno 1979]

Mercoledì, 08 Luglio 2026 03:20

Il fiuto dei cristiani

In una società contaminata dallo «smog della corruzione», il cristiano deve essere «furbo» e avere «fiuto»: infatti «non può permettersi di essere ingenuo» perché custodisce un «tesoro che è lo Spirito Santo». La riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 novembre, ha toccato una delle ferite aperte dell’uomo contemporaneo. E, nel rivolgersi alla coscienza di ogni persona, ha interpellato in particolare quanti nella società hanno responsabilità collettive di governo e di amministrazione.

Punto di partenza dell’omelia è stato il brano evangelico del giorno, nel quale Luca (16, 1-8) passa dalle «tre parabole della misericordia» a un argomento «totalmente diverso» attraverso la parabola dell’amministratore disonesto. Mentre le precedenti descrivevano «la storia di Dio, la storia dell’amore, la storia della misericordia», qui si arriva a «una storia di corruzione».

Il Pontefice ha riassunto la vicenda nella quale si parla di un uomo ricco che «aveva sentito come si amministrava la sua azienda» e si era accorto di «qualche cosa di sospetto nei confronti dell’amministratore». Un personaggio disonesto che, evidentemente, «aveva la mano lunga» e, sapendo ben destreggiarsi nelle truffe, «andò avanti tanto tempo, fino al momento che l’uomo ricco se ne accorse». E come ha reagito l’amministratore?. È lo stesso racconto evangelico, riportato dal Papa, a scandagliare i suoi pensieri: «Ma adesso con questa abitudine che io ho di guadagno facile, devo tornare a lavorare? A guadagnarmi il pane col sudore? Alzarmi tutti i giorni alle sei del mattino? No, no, no».

Da questa consapevolezza, ha spiegato il Pontefice, nasce l’escamotage dell’amministratore che incomincia a fare «la cordata con altri corrotti». E se pure «alcuni di questi non erano corrotti», però gli è ugualmente «piaciuta la proposta ed è entrato nella corruzione». Ha commentato Francesco: «Sono potenti questi! Quando fanno le cordate della corruzione sono potenti; persino arrivano anche ad atteggiamenti mafiosi». E ha sottolineato che quanto descritto in questa parabola «non è una favola», non è «una storia che dobbiamo cercare nei libri di storia antica: la troviamo tutti i giorni sui giornali, tutti i giorni». Infatti, ha aggiunto, «questo succede anche oggi, soprattutto con quelli che hanno la responsabilità di amministrare i beni del popolo». Del resto «con i propri beni nessuno è corrotto, li difende».

La conclusione del brano evangelico ha aperto la strada alle considerazioni del Pontefice. Innanzitutto si legge «che il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza». Infatti, ha spiegato il Papa, i corrotti in genere «sono furbi», sanno portare avanti bene la loro condotta disonesta: «Anche con cortesia, con guanti di seta, ma la fanno bene». E, soprattutto, nel racconto c’è la chiosa finale di Gesù che dice: «I figli di questo mondo infatti, verso i loro pari, con i pari, sono più scaltri dei figli della luce». Ecco allora «la conseguenza che Gesù prende da questa storia, che è una storia quotidiana. La scaltrezza di questi».

Proprio da qui Francesco ha iniziato ad approfondire la sua riflessione chiedendosi: «Ma se questi sono più scaltri dei cristiani — ma non dirò cristiani, perché anche tanti corrotti si dicono cristiani —, se questi sono più scaltri di quelli fedeli a Gesù, io mi domando: ma c’è una scaltrezza cristiana?».

La parabola ha quindi offerto al Papa lo spunto per considerare la vita concreta del cristiano, che quotidianamente deve confrontarsi con la piaga della corruzione. Francesco è partito da una questione: «Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»?. Qual è, insomma, «la scaltrezza cristiana», una scaltrezza, cioè, «che non sia peccato, ma che serva per portarmi avanti al servizio del Signore e anche all’aiuto degli altri?». Esiste «una furbizia cristiana»?

La risposta, ha detto il Papa, viene direttamente dal Vangelo, dove si incontrano «alcune parole, alcuni detti che ci aiutano a capire se esiste — io dirò — il fiuto cristiano per andare avanti senza cadere nelle cordate della corruzione». Gesù, infatti, a tale scopo utilizza delle «contrapposizioni», come quella tra «agnelli» e «lupi» («Io vi invio come agnelli tra i lupi») con la quale si capisce che «il cristiano è un agnello che deve cavarsela con i lupi». E perciò, attraverso un «altro paradosso», gli viene dato un consiglio: «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come la colomba».

Ma, ha proseguito Francesco, «come si fa per arrivare a questo atteggiamento di prudenza come i serpenti e di semplicità come le colombe?». Di nuovo il suggerimento viene da Gesù, che «ripete tante volte nel Vangelo: “State attenti, state attenti. Guardate, guardate i segni del tempo: quando l’albero dei fichi incomincia a fare delle foglie è perché è vicina la primavera; quando il mandorlo fiorisce è vicina la primavera». Occorre, cioè, stare «attenti a quello che succede», guardare bene, tenere «gli occhi aperti».

È proprio questo, ha spiegato il Pontefice, il primo atteggiamento che ci porta alla «scaltrezza cristiana»: l’attenzione a quello che succede. Coltivare, cioè, quel «senso della sfiducia sana», che ci porta, ad esempio, a dire: «Di questo non mi fido, parla troppo, promette troppo...». Come accade quando qualcuno propone: «Fa’ l’investimento nella mia banca io ti darò un interesse doppio di quello che danno gli altri” — “Oh, che bello!”». E invece lo scaltro capisce che «questo è troppo». Il cristiano, quindi, «sta attento, guarda i segni del tempo».

C’è poi un secondo suggerimento: «riflettere». Bisogna, ha suggerito Francesco, «non essere veloci nell’accettare certe proposte, perché il diavolo sempre fa così con noi; viene con una finta umiltà». La stessa cosa è accaduta a Eva: «Ma guarda questa mela, è bella, eh!” — “No, ma non posso mangiarla” — “Ma guarda, se tu la mangi diventerai...”». Una storia che tutti conoscono e che parla della «seduzione» del diavolo. Occorre quindi «stare attenti e riflettere», tenendo conto che «il diavolo sa per quale porta entrare nel nostro cuore, perché conosce le nostre debolezze. Ognuno ha la propria. E bussa a quella porta, entra per quella porta».

Infine, un terzo elemento: «pregare». Se si hanno questi tre atteggiamenti, ha affermato il Papa, «stai sicuro che arriverai a questa scaltrezza cristiana che non si lascia ingannare, non si lascia vendere un pezzettino di vetro credendo che siano pietre preziose. E così saremo, come dice Gesù: “Prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”». E «avremo il fiuto cristiano davanti alle cose che succedono».

In conclusione, come di consueto, il Pontefice ha suggerito un’intenzione di preghiera legata alla meditazione appena compiuta: «Preghiamo oggi il Signore che ci dia questa grazia di essere furbi, furbi cristiani, di avere questa scaltrezza cristiana», perché «se c’è una cosa che il cristiano non può permettersi è essere ingenuo». Infatti «come cristiani abbiamo un tesoro dentro: il tesoro che è Spirito Santo. Dobbiamo custodirlo». Chi «si lascia rubare lo Spirito» è un ingenuo. E un cristiano «non può permettersi di essere ingenuo».

Chiedere al Signore «questa grazia della scaltrezza cristiana e del fiuto cristiano», ha concluso il Papa, è anche «una buona occasione per pregare per i corrotti». Del resto, ha detto Francesco, «si parla dello smog che causa inquinamento», ma esiste anche «uno smog di corruzione nella società». Perciò «preghiamo per i corrotti: poveretti, che trovino l’uscita da quel carcere nel quale loro sono voluti entrare».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 11.11.2017]

Martedì, 07 Luglio 2026 10:53

15a Domenica T.O.

15a Domenica T.O.  (anno A)  [12 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55,10-11)

 

Il filo conduttore di questo brano è l’immagine della pioggia: la Parola di Dio è pioggia feconda, non ritorna senza aver compiuto la missione di perdono e riconciliazione. Quest’oracolo chiude il libretto del Second Isaia (Is 40-55) Come fanno spesso i profeti, Isaia usa un’immagine: pioggia e neve sono sogni a occhi aperti per un contadino orientale abituato a un terreo spesso arido. A Babilonia, dove è in esilio col popolo nel VI sec. a.C., si sperimenta il beneficio della pioggia. Un paese pieno di sole, come Israele o Babilonia, rifiorisce alla prima pioggia. Il profeta applica questa efficacia alla Parola di Dio: Così è della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto. Isaia insiste sull’efficacia per due ragioni. 1) Annuncia la fine dell’Esilio e il ritorno a Gerusalemme.  Da 50 anni gli abitanti di Gerusalemme sono deportati a Babilonia. Isaia promette da parte di Dio la liberazione e l’uscita da Babilonia. Per credere a una promessa attesa da così tanto tempo serve fiducia nella Parola di Dio. Per questo Isaia è così fermo: “la mia parola… non ritornerà a me senza effetto…”. Le affermazioni sull’efficacia della Parola (“Davar” significa insieme “parola” ed “evento”). sono sempre pronunciate nei momenti difficili della storia d’Israele, quando bisogna aggrapparsi alla fede.  Esempi: “Tutta la carne è come l’erba… l’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio rimane per sempre” (Is 40,6-8); “Veglio sulla mia parola per realizzarla” (Ger 1,12). Parole pronunciate per lottare contro l’idolatria poiché, durante l’esilio, forte era la tentazione degli abitanti di Gerusalemme, che, davanti alla sconfitta, pensavano che era meglio rivolgersi agli dèi dei vincitori babilonesi dato che erano efficaci. Esiste un passaggio sarcastico del profeta Isaia: povera gente che usa lo stesso legno per fare fuoco e per farsi statue; poi aspetta aiuto da quelle statue inerti fatte da loro stessi (cf. Is 44).  2) L’altra ragione per insistere sull’efficacia della parola è perché la “missione” della Parola è perdono e riconciliazione. Subito prima di questo testo annota: “Cercate il Signore, finché si fa trovare, invocatelo, finché è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri…” (Is 55,6-8).  La “missione” di cui si parla qui è quindi missione di annuncio del perdono gratuito di Dio e di riconciliazione dell’umanità con Lui: Dio alla fine riconcilierà l’umanità con sé. Più tardi Paolo dirà lo stesso: “Dio nostro Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Questo progetto di Dio si compie con l’incarnazione del Verbo e l’invio dei discepoli come ambasciatori di riconciliazione: “Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,18). 

 

Salmo Responsoriale (64/65)

 

Il Salmo 64 è l’ex-voto di un popolo scritto al ritorno dall’esilio per ringraziare Dio della liberazione: apparentemente un canto per la creazione rinnovata, ma non è solo un canto sulla natura. La liturgia ci propone solo gli ultimi versetti (10-14) che sembrano una contemplazione della natura, ma i versetti precedenti sono fondamentali e senza di loro si perde il senso vero del salmo. Questo è un ex-voto per il ritorno dall’esilio, voto fatto a Babilonia nel VI secolo a.C.: Se Dio ci libera e ci riporta in Israele, faremo festa nel suo tempio. La liberazione viene vissuta come perdono perché l’esilio era considerato castigo per i peccati del popolo e dei capi e il ritorno è un “ritorno in grazia”: Dio cancella il passato di peccato.  “Le nostre colpe ci hanno sopraffatti; tu le perdoni”. Si comprende che l’elezione d’Israele diventa missione e il popolo celebra la fedeltà di Dio: “Beato chi hai scelto e fatto avvicinare: abiterà nei tuoi atri”. Come i leviti avevano un posto speciale per servire Dio nel tempio, così Israele ha un posto speciale tra le nazioni: quando le altre nazioni vedranno la salvezza di Israele, riconosceranno che il Dio d’Israele è l’unico salvatore. Con il ritorno in patria inizia una vita nuova, è una vera ri-creazione. Per questo la parte finale bucolica non va separata dal tema centrale che è l’azione di grazie.  La natura rigogliosa è immagine della vita nuova e del dono più grande di Dio: il perdono

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (8,18-23)

 

La creazione non è finita, è un progetto in itinere ed attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Significa che la creazione non è un evento del passato: è un progetto in marcia, paragonabile a un’opera d’arte.  Immaginiamo la realizzazione di un’immensa scultura di bronzo. Fin dal primo giorno l’artista sa che ci vorranno pazienza e tempo: si passa per tante tappe successive.  Si devono affrontare fatiche, pene, rischi; occorre sapere bene dove questo lavoro a volte ingrato conduce e valutare ogni possibile difficoltà. Solo l’artista immagina già l’opera compiuta nella sua mente, ma il problema è come descrivere ai collaboratori la bellezza intravista, farla condividere con la stessa passione. Il progetto di Dio è paragonabile alla nascita di un’opera d’arte: Paolo parla proprio di parto. Solo Dio, per ora, può descrivere l’opera finita. E chi ha la missione di completarla? Noi, ciascuno per la sua piccola parte, ma soprattutto lo Spirito che soffia sul mondo per orientarlo a Dio. “Abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito, ma aspettiamo l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. In senso biblico “corpo” è il nostro essere intero. Redenzione del corpo: il nostro essere intero, oggi ancora incatenato, legato al peccato, sarà finalmente liberato e libero di vivere da figli di Dio. Si parla delle “primizie” che biblicamente sono la prima manciata di spighe o l’agnello primogenito del gregge in primavera. Erano insieme inizio e promessa del raccolto intero. Bella immagine per dire che possediamo già le caparre della salvezza definitiva: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ed è perché possediamo già le primizie, perché siamo già animati dallo Spirito, che gemiamo nell’attesa della nostra trasformazione definitiva. E’ tuttavia sempre lo Spirito che continua l’opera nel mondo.  Nella IV Preghiera Eucaristica diciamo: “Egli – tuo Figlio – ha inviato da te, Padre, come primo dono ai credenti, lo Spirito Santo che continua la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione”. “Ogni santificazione” cioè ogni trasformazione.  Per ora la creazione è ancora “sottomessa alla caducità”, ma nei cieli nuovi e terra nuova che attendiamo, verso cui tendiamo, questa energia diventerà passione per l’unità: “Secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13). Allora la creazione sarà “liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.  Paolo parla dell’insieme della creazione e del cosmo, non solo di noi. Riprende un tema familiare alla Bibbia: la disarmonia della cattiva scelta di Adamo trascina nel caos il giardino intero, cioè tutta la creazione: “Il suolo sarà maledetto per causa tua” (Gen 3,17).   All’inverso, quando la giustizia abiterà la terra, non solo gli uomini ma anche gli animali conosceranno la pace. L’uomo fa parte del cosmo e non si concepisce senza di esso. È uno dei sensi della magnifica “parabola” degli animali di Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello… il leone si ciberà di paglia come il bue… Non faranno più male né rovina su tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,6-9). Come dice Paolo in Efesini: è “l’universo intero, le cose del cielo e quelle della terra” che un giorno sarà ricapitolato in un solo capo, Cristo (Ef 1,9-10). E’ un nostro privilegio potere già intravedere l’opera compiuta. Riprendo il paragone dell’opera d’arte: noi impegnati nel progetto di Dio abbiamo un privilegio immenso rispetto ai collaboratori di un artista: intravediamo già l’opera compiuta: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).  Intanto questo grande lavoro di parto dell’umanità nuova prosegue ancora tra dolori e gemiti. Ragione in più perché i credenti trovino l’audacia di annunciare fin d’ora la gloria promessa a tutta la creazione.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23)

 

Gesù parla in parabole, perché. la “parabola” è un genere letterario della tradizione ebraica simile a una narrazione con scopo pedagogico, al fine di portare l’ascoltatore a cambiare punto di vista. Una parabola non è un’allegoria: non ogni dettaglio ha un significato preciso, la lezione viene dall’insieme del confronto.  

  I discepoli chiedono perché Gesù parli con parabole e Gesù risponde con tre ragioni: in primo luogo la distinzione tra i discepoli e la folla: “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”. In secondo luogo per consolarli perché gli oppositori “guardano senza vedere, ascoltano senza ascoltare né comprendere”. Gesù applica loro un testo di Isaia: “Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri d’orecchio, hanno chiuso gli occhi…” (Is 6,9-10). In terzo luogo per ricordare il tema delle due vie dell’Antico Testamento: “A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. In Matteo e Marco questo insegnamento in parabole segue subito le polemiche con i farisei e con chi rifiuterà di riconoscere Gesù come Messia mostrando il cuore indurito e un’impermeabilità alla Parola.  Più infatti gli ascoltatori si chiudono nelle loro certezze, più diventano impermeabili alla Parola. Le parabole sono pedagogia per toccare quei cuori induriti. È però decisiva la disposizione del cuore per capire Gesù. Riprendo ora queste parole. “A chi ha sarà dato” che è il tema delle due vie presente già nell’A.T. e mostra sempre l’esistenza umana come un bivio. Se prendi la buona via, ogni passo ti avvicina alla meta: “Dà al saggio ed egli diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli accrescerà il suo sapere” (Pr 9,9). Se invece scegli la cattiva direzione, ogni passo ti allontana. Occorre allora una scelta chiara: o ascoltare, aprire le orecchie per lasciarsi istruire e trasformare dalla Parola; o rifiutare di ascoltare e diventare sempre più duri d’orecchio. Nella parabola del seminatore, Gesù mostra quali sono gli ostacoli alla predicazione.  Gesù è la Parola di Dio fatta carne Gv 1,14; e comunica solo la Parola del Padre: “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,24). Ma trova difficilmente terreno favorevole.  Quali sono le difficoltà legate all’ascolto della Parola? In primo luogo le preoccupazioni del mondo che soffocano le esigenze del Regno (Mt 6,25-34). Difficoltà più profonda è non fidarsi di Gesù e riconoscerlo come Messia. I discepoli stessi hanno inciampato: dopo il discorso sul pane di vita molti dicono “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? Da quel momento molti discepoli si tirarono indietro e Gesù disse ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Pietro rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,60-68). Malgrado le difficoltà Gesù annuncia che il raccolto “cento, sessanta o trenta per uno” è certo, ma a caro prezzo. Il regno di Dio si stabilirà attraverso molti fallimenti. Entrare nell’intelligenza del Regno è unicamente dono di Dio: A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli… Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano… Chi ha ricevuto il seme nella buona terra è chi ascolta la Parola e la comprende con un cuore disponibile, capace di ricevere da Dio la luce che viene solo da Lui. Anche questa disponibilità è dono. Farisei e folla non erano ancora pronti. Gesù pensava a Ezechiele quando dice “Chi ha ricevuto il seme tra le spine è chi ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola” Scrive Ezechiele: “Vengono da te come si raduna il popolo; ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica; la loro bocca è piena di passioni, il loro cuore va dietro al guadagno. Tu sei per loro come un canto d’amore, di voce soave, ben suonato” (Ez 33,30-32).  

 

+ Giovanni D’Ercole

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This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)

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