Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
L’istrione.
Nel vocabolario Treccani alla voce istrione si legge: “chi recita in azioni sceniche”. Nell’uso comune e in senso figurato: “chi nella vita assume atteggiamenti esageratamente teatrali; chi simula in modo plateale e poco dignitoso”.
Anni fa (tanti), quando ero ancora adolescente, Charles Aznavour pubblicò una bellissima canzone che pronunciava queste parole: “Io sono un istrione. Ma la genialità è nata insieme a me […] ma la teatralità scorre dentro di me”.
Canzone che se non erro dovrebbe essere stata riproposta dopo un lasso di tempo da Massimo Ranieri.
Forse i meno giovani ricorderanno anche la prima pubblicazione.
Giorni fa incontro un giovane con atteggiamento da Vip che conosco fin dalla sua nascita.
Egli si ferma, mi saluta cordialmente e inizia a raccontarmi della sua vita, del suo lavoro nel mondo della politica e dei suoi viaggi .
Dice che un suo obiettivo è quello di visitare le meraviglie del mondo e che è appena tornato da una di queste mete. Dice solennemente che ne ha già visitate diverse.
Il tutto senza che io avessi chiesto qualcosa, anche perché non me ne ha dato il tempo.
Era troppo impegnato nel suo soliloquio e io ero solo uno spettatore.
Al termine del suo discorso mi comunica che ha concluso una cura odontoiatrica per un dente che gli ha dato parecchi problemi e che è ancora sofferente […] mi elenca le medicine che sta assumendo. Poi mi guarda e ironicamente ribadisce che quando i medici trovano delle difficoltà nel loro lavoro, dicono sempre che è colpa della psiche .
E qui una fragorosa risata, unitamente a tutto il “pathos” con cui aveva tessuto la narrazione.
Mancava solo l’applauso finale, che non c’è stato. Solo un cordiale arrivederci. La mia deformazione professionale si è messa in moto, riflettendo su quanto era accaduto.
Ci sono delle persone che hanno bisogno più che di incontrare l’altro, di esibirsi e di cercare l’approvazione altrui.
Cosa che nei limiti accettabili, facciamo un po’ tutti e che ci dà piacere. Questi soggetti a volte vanno a caccia di un “pubblico” dove esternare ed esibire i propri sentimenti, vissuti, senza preoccuparsi di costruire una relazione, un incontro - e una volta comunicato le proprie emozioni, se ne vanno in modo rapido e spesso alla ricerca di un altro “pubblico”.
Devono stare sempre al centro dell’attenzione ed esprimono spesso le loro emozioni in maniera plateale. Tutto quello che realizzano è qualcosa di grandioso, tutto il loro operare è “un trionfo”.
Dietro questo atteggiamenti di solito si incontra una enorme paura di restare soli, di essere abbandonati. Certo tutti noi abbiamo un po’ queste paure, ma non ricorriamo a meccanismi compensatori di quel tipo.
A volte abbiamo timore di certe emozioni che proviamo, come se temessimo che quello che proviamo non sia salutare.
Dobbiamo tenere sempre presente che quello che succede nella nostra psiche non è tutto casuale e patologico, ma finalistico e costruttivo. Non ci sono solo i demoni, ci sono anche gli angeli.
Non ricordo se questo concetto lo ho già espresso, comunque lo ribadisco perché lo ritengo importante e perché penso che ci si spaventi meno se ci accorgiamo di provare certe sensazioni.
Senza citare manuali e classificazioni psicologiche… a noi tutti sarà capitato di aver provato in particolari periodi della vita sensazioni come quelle descritte sopra.
Gli individui che hanno queste caratteristiche sono “teatrali” e esprimono le loro esperienze in maniera ingrandita.
Possono essere seduttivi o anche provocatori.
Usano il loro aspetto fisico in maniera esagerata per essere notati e sembrare interessanti.
Si basano più sull’emozione che sulla riflessione, e tendono all’esteriorità, alla banalità.
Sono anche persone condizionabili e idealizzano le persone che ammirano; a volte fino ad imitarle.
Sognano l’amore ideale, ma spesso si coinvolgono in affetti inadatti e irrealizzabili.
Ingigantiscono ogni sensazione corporea, senza che ci sia un reale dolore organico.
In casi gravi diverse sono le persone che convertono e scaricano queste emozioni su parti del corpo psichicamente significative per il soggetto e per la sua storia.
E allora come umoristicamente diceva il giovane Vip di cui sopra entra in gioco la psiche .
Non vorrei annoiare i lettori o essere io stesso plateale, ma spesso diversi individui hanno manifestato il loro malessere col corpo.
Alcuni in maniera più visibile, altri in una forma più velata, ma forse più interessante e affascinante per un “addetto ai lavori”.
In letteratura si parla spesso di cecità isterica.
Questa gente non riesce a vedere bene - in misura più o meno grave. Ricordo che giunse all’osservazione psicologica del nostro servizio un adolescente con problemi visivi (mandato dal reparto oculistico).
Non sempre però si accetta che i problemi obiettivi possono avere una causa “interiore” e allora sovente o si abbandona l’ indagine psicologica ritenuta come offensiva, o si cercano altre soluzioni che possono dare l’illusione di una via d’uscita.
Capita anche che alcuni soggetti, avendo avuto come indicazione un’indagine “interiore” da centri di eccellenza italiani, poi non accettando ciò che e stato loro suggerito, si rivolgano a privati che propongono soluzioni a volte purtroppo dannose.
Dr. Francesco Giovannozzi, Psicologo Psicoterapeuta.
Il lebbroso e il Tocco creativo, che lo reintegra
(Mt 8,1-4)
Ci chiediamo: in che modo Gesù praticava la Legge? Il suo Tocco trasgressivo ne riassume vita ed esito, insegnamento e missione.
Gli emarginati arrivavano vicino a Cristo, che non allontanava nessuno - contravvenendo apertamente la norma della Torah (Lv 13) la quale imponeva di scacciare gl’immondi, e ad essi di lasciarsi escludere.
Per ogni rifiutato dal giro dei legalisti ipocriti c’è una sola via d’uscita, sempre: farsi curare da Dio stesso. E inventarsi il modo per aggirare la legge [anche devota] onde poter avere un rapporto personale - senza condizioni previe di purità.
Non ci si salva da soli: l’immacolatezza può essere solo donata. Ma spesso anche chi è chiamato ad aiutare si rifiuta di occuparsene - rinchiudendo proprio il bisognoso in un’assurda solitudine.
Per il Signore l’esclusivismo religioso è una squallida invenzione di potentati opportunisti e guide devianti, che distorcono il volto di Dio per soggiogare le coscienze.
Il Padre accoglie tutti come figli; Gesù come amici - e lo fa con violazione [anche Lui] di alcune disposizioni.
Così l’uomo di Fede abbraccia sorelle e fratelli, escludendo il vaglio cautelativo di condizioni a monte, giudizi moralisti o sacrali, e mentalità.
Ma in quella cultura era solo il certificato di sanità emesso dai sacerdoti (v.4) a significare: “ora puoi vivere riammesso in società”.
Nella composizione della pericope l’evangelista vuol dire: è l’incontro con Cristo che guarisce e diventa il gratuito lasciapassare anche per essere accettati in comunità - non le precauzioni, né la trafila di discipline dell’arcano [sempre dirette da coloro che si ritengono sani e non contagiati].
Non bisogna essere già perfetti e col certificato, per venire ammessi o reintegrati, e frequentare la chiesa come “non sgraditi”.
Il Salvatore mal sopporta le emarginazioni o le realtà esclusive, grazie alle quali mai recupereremmo l’innocenza originaria che pur promettono.
È invece il Gratis di Gesù che fa esistere senza condizioni, con normalità e pienezza.
Lui stesso obbliga le autorità a riconoscere il fatto che siamo puri, completi (per vivere la nostra vocazione) e sanati; abilitati in pieno a stare con gli altri e non esser mandati via.
Il Messaggio era proprio strano per le idee convenzionali, ma si diffondeva, suscitando entusiasmo proprio fra gli allontanati dal ‘centro’ [cf. parallelo Mc 1,45]: Dio non ha ripugnanze.
E laddove le disposizioni sul territorio risultassero contrarie al suo progetto umanizzante, bisognerebbe inventarsi qualcosa - pur di avere un rapporto personale, un incontro, un minimo di contatto a tu per tu.
Non di rado (purtroppo) senza faccia tosta nel trasgredire il precetto religioso, l’iniziativa d’amore che rinnova la faccia della terra non può scattare, e la morte torna a ghermirci, annientando ogni anelito di vita.
Sembra un paradosso, ma talora non ci si rimette in piedi altrimenti che aggirando gli ostacoli di alcune disposizioni, con estremo coraggio e a rischio di ulteriore emarginazione.
Lo vediamo nel Figlio che ci risolleva, contravventore delle procedure formali esclusive: un ‘divino eccentrico’ che ha il potere di vincere il male più lacerante: quello che corrode dentro ed esclude.
Anche oggi lo Spirito di risanamento irrompe nella nostra realtà, facendo breccia tra dure tavole di pietra esteriori, per poter dilagare - e occupare finalmente il centro del nostro cammino.
[Venerdì 12.a sett. T.O. 26 giugno 2026]
Il lebbroso e il Tocco creativo, che lo reintegra
(Mt 8,1-4)
Ci chiediamo: in che modo Gesù praticava la Legge? Il suo Tocco trasgressivo ne riassume vita ed esito, insegnamento e missione.
Gli emarginati arrivavano vicino a Cristo, che non allontanava nessuno - contravvenendo apertamente la norma della Torah (Lv 13) la quale imponeva di scacciare gl’immondi, e ad essi di lasciarsi escludere.
Per ogni rifiutato dal giro dei legalisti ipocriti c’è una sola via d’uscita, sempre: farsi curare da Dio stesso. E inventarsi il modo per aggirare la legge [anche devota] onde poter avere un rapporto personale - senza condizioni previe di purità.
Non ci si salva da soli: l’immacolatezza può essere solo donata. Ma spesso anche chi è chiamato ad aiutare si rifiuta di occuparsene - rinchiudendo proprio il bisognoso in un’assurda solitudine.
Per il Signore l’esclusivismo religioso è una squallida invenzione di potentati opportunisti e guide devianti, che distorcono il volto di Dio per soggiogare le coscienze.
Il Padre accoglie tutti come figli; Gesù come amici - e lo fa con violazione [anche Lui] di alcune disposizioni.
Così l’uomo di Fede abbraccia sorelle e fratelli, escludendo il vaglio cautelativo di condizioni a monte, giudizi moralisti o sacrali, e mentalità.
Ma in quella cultura era solo il certificato di sanità emesso dai sacerdoti (v.4) a significare: “ora puoi vivere riammesso in società”.
Nella composizione della pericope l’evangelista vuol dire: è l’incontro con Cristo che guarisce e diventa il gratuito lasciapassare anche per essere accettati in comunità - non le precauzioni, né la trafila di discipline dell’arcano [sempre dirette da coloro che si ritengono sani e non contagiati].
Non bisogna essere già perfetti e col certificato, per venire ammessi o reintegrati, e frequentare la chiesa come “non sgraditi”.
Il Salvatore mal sopporta le emarginazioni o le realtà esclusive, grazie alle quali mai recupereremmo l’innocenza originaria che pur promettono.
È invece il Gratis di Gesù che fa esistere senza condizioni, con normalità e pienezza.
Lui stesso obbliga le autorità a riconoscere il fatto che siamo puri, completi (per vivere la nostra vocazione) e sanati; abilitati in pieno a stare con gli altri e non esser mandati via.
Il Messaggio era proprio strano per le idee convenzionali, ma si diffondeva, suscitando entusiasmo proprio fra gli allontanati dal ‘centro’ [cf. parallelo Mc 1,45]: Dio non ha ripugnanze.
E laddove le disposizioni sul territorio risultassero contrarie al suo progetto umanizzante, bisognerebbe inventarsi qualcosa - pur di avere un rapporto personale, un incontro, un minimo di contatto a tu per tu.
Non di rado (purtroppo) senza faccia tosta nel trasgredire il precetto religioso, l’iniziativa d’amore che rinnova la faccia della terra non può scattare, e la morte torna a ghermirci, annientando ogni anelito di vita.
Sembra un paradosso, ma talora non ci si rimette in piedi altrimenti che aggirando gli ostacoli di alcune disposizioni, con estremo coraggio e a rischio di ulteriore emarginazione.
Lo vediamo nel Figlio che ci risolleva, contravventore delle procedure formali esclusive: un ‘divino eccentrico’ che ha il potere di vincere il male più lacerante: quello che corrode dentro ed esclude.
Anche oggi lo Spirito di risanamento irrompe nella nostra realtà, facendo breccia tra dure tavole di pietra esteriori, per poter dilagare - e occupare finalmente il centro del nostro cammino.
«Il Vangelo ci mostra Gesù a contatto con la forma di malattia considerata a quei tempi la più grave, tanto da rendere la persona “impura” e da escluderla dai rapporti sociali: parliamo della lebbra. Una speciale legislazione (cfr Lv 13-14) riservava ai sacerdoti il compito di dichiarare la persona lebbrosa, cioè impura; e ugualmente spettava al sacerdote constatarne la guarigione e riammettere il malato risanato alla vita normale.
Mentre Gesù andava predicando per i villaggi della Galilea, un lebbroso gli si fece incontro e gli disse: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale – e gli dice: “Lo voglio, sii purificato!”. In quel gesto e in quelle parole di Cristo c’è tutta la storia della salvezza, c’è incarnata la volontà di Dio di guarirci, di purificarci dal male che ci sfigura e che rovina le nostre relazioni. In quel contatto tra la mano di Gesù e il lebbroso viene abbattuta ogni barriera tra Dio e l’impurità umana, tra il Sacro e il suo opposto, non certo per negare il male e la sua forza negativa, ma per dimostrare che l’amore di Dio è più forte di ogni male, anche di quello più contagioso e orribile. Gesù ha preso su di sé le nostre infermità, si è fatto “lebbroso” perché noi fossimo purificati.
Uno splendido commento esistenziale a questo Vangelo è la celebre esperienza di san Francesco d’Assisi, che egli riassume all’inizio del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF, 110). In quei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati - come egli dice -, era presente Gesù; e quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova!»
[Papa Benedetto, Angelus del 12 febbraio 2012]
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Nella tua vicenda spirituale, cosa vince? Il Tocco di Cristo o quello delle circostanze, dei manierismi, della catena di comando?
Di che genere è il tuo Tocco? Sanante o a pugno chiuso? Sai collocare le persone nel loro Centro, e in tal guisa farle sentire adeguate?
Il lebbroso e il Tocco
(Mc 1,40-45)
«Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio, che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio. Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno» [Papa Francesco].
Il lebbroso senza nome ci rappresenta. E il Tocco di Gesù ne riassume vita, insegnamento e missione.
Si manifesta in specie quando l’ambiente emargina l’unicità dell'anima, e una parte di noi sembra insofferente, vuole il nuovo.
Alcuni aspetti consolidati non ci appartengono più. Tale certezza morale nell’anima è una spia preziosa, da non tacitare.
Nella persona inquieta e malgiudicata c’è spesso una avversione esterna - condizionata - e una anche intuitiva, interna.
Non siamo placati dallo stile di vita artificiosa che conduciamo, quasi costretti - e neppure dall’idea stessa di noi.
Allora chiediamo: c’è terapia ai meccanismi che non ci appartengono, e a quelli che d’istinto valutiamo nel nostro carattere, superati?
Sì, perché il disagio può diventare conoscenza: è un linguaggio primordiale in grado di guidarci verso il cambiamento.
La disaffezione e la percezione di straniamento fanno affiorare nuova consapevolezza.
Lo scontento genera urto, sogni d’attesa, quindi l’Esodo ormai non procrastinabile.
Dove cercare fiducia e trovare appoggio, onde superare gli automatismi?
Nel Vivente stesso, che è tutto fuori dei binari, e non teme di contaminarsi - neppure con un individuo coperto di malattia e incrinature [«lebbroso»: v.40].
Nessun affetto da “lebbra” o malattie della pelle poteva avvicinare qualcuno - tantomeno un uomo di Dio - ma Mc vuole sottolineare che è il modo consueto di intendere la religione [e il proprio “posto”] che rende impuri.
Le norme legaliste emarginano le persone e le colpevolizzano, le fanno sentire sporche dentro - inculcando quel senso d’indegnità che incide negativamente sulla loro evoluzione.
Certo, resi trasparenti in Dio, tutti ci cogliamo pieni di mali. Ma ciò non deve segnare la nostra storia, a motivo della fallibilità; con una cappa di identificazioni insuperabili.
In tal guisa, la percezione non disintegra nel tormento. Anzi, senza posa lo spostamento di sguardo presenta orizzonti, suggerisce percorsi, innesca reazioni anche trasgressive - almeno dal punto di vista dei capi d’imputazione intransigenti, tutti lontani dalla vita reale.
Siamo interpellati perfino dalla banalità delle concatenazioni, ma il nostro oggi e il domani possono non risultare dal nostro ieri [tessuto di condanne qualunque, prevedibili].
In Cristo la povertà diventa più che una speranza (vv.40-42). Dunque, attenzione ai modelli!
Non bisogna essere “mondi e precisi” per avere «poi» il diritto di presentarsi a Dio: il suo Amore è sintomatico e coinvolgente, perché non attende prima le perfezioni dell’altro.
La Fonte del Gratis trasforma e rende essa trasparenti: non modula la generosità sulla base di meriti - al contrario, dei bisogni.
La direttiva religiosa arcaista accentuava le esclusioni - così castigava i malfermi alla solitudine, all’emarginazione sociale.
Il lebbroso doveva vivere lontano. Ma avendo capito che solo la Persona del Signore poteva farlo “puro”, egli accantona la Legge che lo aveva messo in castigo per vacui pregiudizi.
Mc vuol dire: non bisogna aver timore di denunciare con la propria iniziativa che alcuni costumi sono contrari al progetto di Dio.
Di fatto, non c’è modo di arrivare vicino al Cristo (ossia avere un rapporto personale) senza inventarsi ciascuno di noi una chance che dribbli la solita gente attorno a Lui - e assolutamente non ne ricalchi la mentalità.
L’ambiente devoto o sofisticato tenterà di porre freno a qualsiasi eccentricità individuale.
Ma nel rapporto con Dio e per realizzare la vita è decisivo che restiamo amanti della comunicazione diretta.
In ogni condizione siamo nel dialogo eccentrico con la Fonte rigeneratrice e superiore; appassionati del vissuto d’amore, che non sussiste senza libertà.
Per aiutare il fratello precario su cui pende la sentenza d’impurità - “prossimo” visto inappellabilmente contaminato - anche il Figlio trasgredisce la prescrizione religiosa!
Per rimanere indefettibili, il precetto sacro imponeva di stare in guardia dai lebbrosi - affetti da un male che corrode dentro, immagine stessa del peccato.
Quel gesto spregiudicato impone anche a noi troppo riguardosi la pratica del rischio, della demistificazione.
Infatti, per norma di religione il Signore stesso col suo Tocco diventa un inquinato da sanare e tenere distante (v.45) - privo di diritti.
Tuttavia, reinterpretando le prescrizioni dei primordi (v.44) Gesù rivela il volto del Padre: vuole che ciascuno di noi possa vivere con gli altri ed essere accettato, non segregato.
Sta dicendo ai suoi, che già nelle prime comunità dimostravano tendenze strane: siete obbligati ad accogliere in tutto anche i disadattati, fuori del giro e miserabili, e lasciarli prendere parte attiva alle liturgie, agli incontri, alla gioia delle feste.
Il Risorto (v.45) continua a suggerirci, sfidando l’opinione pubblica:
«Il certificato di guarigione glielo fornisco io, alla gente che fate sentire in colpa. I miei responsabili di chiesa non devono avallare, bensì solo constatare che il difetto dei mancanti me lo sono assorbito io - anzi, in me diventerà sbalordimento».
Proposta davvero amabile, priva di forzature e dissociazioni.
Nell’attitudine d’una spiritualità capovolta - non selettiva né vuota - eccoci spinti all’annuncio entusiasta dell’esperienza concreta che ciascuno tiene con la persona del Cristo.
Ciò anche se in un primo tempo essa può risultare carente, perché Egli non ama essere considerato un re trionfante di questo mondo (v.44a).
Bella comunque, tale sovversione: quella che unisce i tratti divini e umani, in modo incomparabile.
Per ciascuno, senza tare isteriche.
Rovesciamento che offre a noi la purità di Dio e affida a Lui la nostra incertezza: appunto, unica “scandalosa” eversione che riunisce molte folle «da ogni parte» (v.45).
Dice infatti il Tao Tê Ching (LXIII):
«Progetta il difficile nel suo facile, opera il grande nel suo piccolo: le imprese più difficili sotto il cielo certo cominciano nel piccolo. Per questo il santo non opera il grande, e così può completar la sua grandezza».
Questa sì è Sapienza naturale, che trasmette autostima, e ci stupirà di fioriture. Complicità d’un Dio finalmente non sgradevole.
Eterno che si rende Presente nel fondamento e nel senso stesso del luogo divino-umano sulla terra, la sua Vigna d’inapparenti.
Così può abbattere le barriere dei difetti “religiosi”, e far sentire ciascuno adeguato.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come sfidi l’opinione pubblica del tuo tempo, per favorire la pratica dell’uguaglianza, della libertà, dell’amore conviviale?
Ti sei mai stupito dei tuoi lati in ombra, divenuti perle preziose, di valore inaudito?
Hai incontrato guide appassionate, che ti hanno insegnato a voler bene ai tuoi difetti religiosi?
La purità rituale è completamente accessoria
Il proclama evangelico di «beatitudine», di felicità, conserva ed accresce la sua piena validità oggi, in cui i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà del mondo intero sono invitati ad esprimere, con un gesto concreto e fattivo la loro solidarietà con i fratelli lebbrosi.
La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.
Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.
L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1, 40-42; cfr. Matth. 8, 2-4; Luc. 5, 12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17, 12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11, 5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10, 7 ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15, 10-20).
Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.
La Chiesa è stata sempre fedele alla missione di annunciare la Parola di Cristo, unita al gesto concreto di solidale misericordia verso gli ultimi. È stato nei secoli un crescendo travolgente e straordinario di dedizione nei confronti dei colpiti dalle malattie umanamente più ripugnanti, e in particolare dalla lebbra, la cui presenza tenebrosa continuava a sussistere nel mondo orientale ed occidentale. La storia pone in chiara luce che sono stati i cristiani ad interessarsi e a preoccuparsi per primi del problema dei lebbrosi. L’esempio di Cristo aveva fatto scuola ed è stato fecondo di solidarietà, di dedizione, di generosità, di carità disinteressata.
Nella storia dell’agiografia cristiana è rimasto emblematico l’episodio concernente Francesco d’Assisi: era giovane, come voi; come voi cercava la gioia, la felicità, la gloria; eppure egli voleva dare un significato totale e definitivo alla propria esistenza. Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande ribrezzo, ma, per non venir meno al suo impegno di diventare «cavaliere di Cristo», balzò di sella e, mentre il lebbroso gli stendeva la mano per ricevere l’elemosina, Francesco gli porse del denaro e lo baciò (Cfr. TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, I, V: «Fonti Francescane», I, p. 561, Assisi 1977; S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, I, 5: ed. cit., p. 842).
La grandiosa espansione delle Missioni nell’epoca moderna ha dato nuovo impulso al movimento in favore dei fratelli lebbrosi. In tutte le regioni del mondo i Missionari hanno incontrato questi malati, abbandonati, respinti, vittime di interdizioni sociali, legali e di discriminazioni, che degradano l’uomo e violano i diritti fondamentali della persona umana. I missionari, per amore di Cristo, hanno sempre annunziato il Vangelo anche ai lebbrosi, hanno cercato con ogni mezzo di aiutarli, di curarli con tutte le possibilità che la medicina, spesso primitiva, poteva offrire, ma specialmente li hanno amati, liberandoli dalla solitudine e dalla incomprensione e talvolta condividendo in pieno la loro vita, perché scorgevano nel corpo sfigurato del fratello l’immagine del Cristo sofferente. Vogliamo ricordare la figura eroica di Padre Damiano de Veuster, che spontaneamente scelse e chiese ai suoi Superiori di essere segregato in mezzo ai lebbrosi di Molokai, per rimanere insieme con loro e per comunicare ad essi la speranza evangelica, ed infine, colpito dal morbo, condivise la sorte dei suoi fratelli sino alla morte.
Ma vogliamo con lui ricordare e presentare all’ammirazione e all’esempio del mondo le migliaia di missionari, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, catechisti, medici, che hanno voluto farsi amici dei lebbrosi, e la cui edificante ed esemplare generosità ci è oggi di conforto e di sprone, per continuare l’umana e cristiana «lotta alla lebbra e a tutte le lebbre», che dilagano nella società contemporanea, come la fame, la discriminazione, il sottosviluppo.
[Papa Paolo VI, omelia XXV Giornata Mondiale per i Lebbrosi 29 gennaio 1978]
Il Vangelo ci mostra Gesù a contatto con la forma di malattia considerata a quei tempi la più grave, tanto da rendere la persona “impura” e da escluderla dai rapporti sociali: parliamo della lebbra. Una speciale legislazione (cfr Lv 13-14) riservava ai sacerdoti il compito di dichiarare la persona lebbrosa, cioè impura; e ugualmente spettava al sacerdote constatarne la guarigione e riammettere il malato risanato alla vita normale.
Mentre Gesù andava predicando per i villaggi della Galilea, un lebbroso gli si fece incontro e gli disse: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale – e gli dice: “Lo voglio, sii purificato!”. In quel gesto e in quelle parole di Cristo c’è tutta la storia della salvezza, c’è incarnata la volontà di Dio di guarirci, di purificarci dal male che ci sfigura e che rovina le nostre relazioni. In quel contatto tra la mano di Gesù e il lebbroso viene abbattuta ogni barriera tra Dio e l’impurità umana, tra il Sacro e il suo opposto, non certo per negare il male e la sua forza negativa, ma per dimostrare che l’amore di Dio è più forte di ogni male, anche di quello più contagioso e orribile. Gesù ha preso su di sé le nostre infermità, si è fatto “lebbroso” perché noi fossimo purificati.
Uno splendido commento esistenziale a questo Vangelo è la celebre esperienza di san Francesco d’Assisi, che egli riassume all’inizio del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF, 110). In quei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati - come egli dice -, era presente Gesù; e quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova!»
[Papa Benedetto, Angelus del 12 febbraio 2012]
Miei amati fratelli e sorelle in Gesù Cristo,
La vostra presenza suscita in me tenerezza e compassione, alcuni dei sentimenti che provava Gesù Cristo, quando riceveva gli ammalati. Egli si chinava sulla sofferenza umana, sulle ferite del corpo e faceva rinascere, nel cuore degli uomini, la serenità, la fiducia e il coraggio. Io vorrei che anche questa visita avesse lo stesso effetto spirituale; e mi piacerebbe avere più tempo per parlare con ognuno, perché vi amo molto, soffro nel vedervi soffrire e voglio confortarvi tutti.
E per quale motivo vi amo? Perché siete persone umane, amati da Dio, e da suo figlio Gesù Cristo, che ha sofferto tanto per voi, perché la Chiesa Cattolica, come Gesù Cristo, vi ama e farà tutto ciò che potrà per voi.
Io parto; ma chiedo al Monsignor Vescovo - che è vostro grande amico e al quale si deve quest’opera di Cumura - e ai medici, agli infermieri e a quanti vi assistono, che vi facciano tutto il bene che il Papa desidererebbe farvi se potesse rimanere qui con voi. E vi lascio, come ricordo, il messaggio che, da qui e ora, rivolgo a tutta la Chiesa, con un appello in vostro favore.
Non lasciatevi abbattere! La sofferenza ha sempre un valore. Può insegnare al mondo che cosa significhi un amore come l’amore di Gesù. E questa vostra vita serva per aiutare il prossimo, per ricevere e trasmettere forza morale; e, se siete cristiani, potete trasmettere la forza del rinnovamento e la gioia di Cristo. Egli è risuscitato affinché tutti potessero accedere alla vita eterna. La vostra sofferenza potrà rendere migliore il mondo, se sarete amici di Dio ed amici l’uno dell’altro, se unirete la serenità, la fiducia e il coraggio al progresso della medicina ed alla buona volontà di quelli che vi assistono con amore.
Io non vi dimenticherò mai e confido nel vostro amichevole ricordo. Pregherò per voi e mi affido alla vostra preghiera. Vi imparto di tutto cuore la Benedizione Apostolica.
[Papa Giovanni Paolo II, lebbrosario in Cumura, Guinea Bissau, 28 gennaio 1990]
«Signore se tu vuoi, puoi». È una preghiera semplice, «un atto di fiducia» e allo stesso tempo «una vera sfida», quella che il lebbroso rivolge a Gesù per guarirlo. Una supplica che viene dal profondo del suo cuore e che racconta, allo stesso tempo, il modo di agire del Signore, all’insegna della compassione, «del patire con e per noi», del «prendere la sofferenza dell’altro su di sé» per lenirla e guarirla in nome dell’amore di Padre. Papa Francesco, nell’omelia della messa a Casa Santa Marta […] si è soffermato sull’episodio evangelico della guarigione del lebbroso, e ha esortato a guardare alla compassione di Gesù, venuto a dare la vita per noi peccatori.
Il Papa ha posto l’accento sulla «storia semplice» del lebbroso che chiede a Gesù la guarigione. In quel «se vuoi» c’è la preghiera che «attira l’attenzione di Dio» e c’è la soluzione. «È una sfida — ha affermato Francesco — ma anche è un atto di fiducia. Io so che Lui può e per questo mi affido a Lui».
«Ma perché — si è chiesto il Pontefice — quest’uomo sentì dentro di fare questa preghiera? Perché vedeva come agiva Gesù. Quest’uomo aveva visto la compassione di Gesù». «Compassione», non pena, è un «ritornello nel Vangelo» che ha i volti della vedova di Nain, del Buon Samaritano, del padre del figliol prodigo: «La compassione coinvolge, viene dal cuore e coinvolge e ti porta a fare qualcosa. Compassione è patire con, prendere la sofferenza dell’altro su di sé per risolverla, per guarirla. E questa è stata la missione di Gesù. Gesù non è venuto a predicare la legge e poi se ne è andato. Gesù è venuto in compassione, cioè a patire con e per noi e a dare la propria vita. È tanto grande l’amore di Gesù che la compassione lo ha portato fino alla croce, a dare la vita».
L’invito del Papa è di ripetere «questa piccola frase»: «Ne ebbe compassione». Gesù — ha spiegato Francesco — «è capace di coinvolgersi nei dolori, nei problemi degli altri perché è venuto per questo, non per lavarsene le mani e fare tre, quattro prediche e andarsene», è accanto a noi sempre. «“Signore se tu vuoi puoi guarirmi; se tu vuoi, puoi perdonarmi; se tu vuoi puoi aiutarmi”. O se volete un po’ più lunga: “Signore, sono peccatore, abbi pietà di me, abbi compassione di me”. Semplice preghiera, che si può dire tante volte al giorno. “Signore, io peccatore ti chiedo: abbi pietà di me”. Tante volte al giorno, dal cuore interiormente, senza dirlo ad alta voce: “Signore se tu vuoi, puoi; se vuoi, puoi. Abbi compassione di me”. Ripetere questo».
Il lebbroso, con la sua preghiera semplice e miracolosa, è riuscito a ottenere la guarigione grazie alla compassione di Gesù, che ci ama anche nel peccato: «Lui non si vergogna di noi. “O, padre, io sono un peccatore, come andrò a dire questo...”. Meglio! Perché Lui è venuto proprio per noi peccatori, e quanto più gran peccatore tu sei, più il Signore è vicino a te, perché è venuto per te, il più grande peccatore, per me, il più grande peccatore, per tutti noi. Prendiamo l’abitudine di ripetere questa preghiera, sempre: “Signore, se vuoi, puoi. Se vuoi, puoi”, con la fiducia che il Signore è vicino a noi e la sua compassione prenderà su di sé i nostri problemi, i nostri peccati, le nostre malattie interiori, tutto».
[Papa Francesco, omelia a s. Marta; in L’Osservatore Romano del 17.01.20]
Casa sulla Roccia o praticanti di cose vane
(Mt 7,21-29)
Papa Francesco ha affermato: «Dio per donarsi a noi sceglie spesso delle strade impensabili, magari quelle dei nostri limiti, delle nostre lacrime, delle nostre sconfitte».
I costruttori frettolosi si accontentano di edificare direttamente sul terreno; badando solo a quanto si vede e sperimentano (su due piedi). Non scavano la casa sino al sodo - nel profondo, nell’oro di sé.
Nel mondo interiore tutto si rovescia: il primato è della Grazia, che spiazza, perché tiene conto solo della realtà essenziale, inspiegabile - e della nostra dignitosa autonomia.
«L’acqua troppo pura non ha pesci» [Ts’ai Ken T’an]. Accettarsi ci completerà: farà recuperare i lati compresenti, opposti e in ombra. È il balzo della Fede profonda.
Con l’intero Discorso della Montagna - qui agli sgoccioli - Gesù punta a suscitare nelle persone una coscienza critica riguardo a soluzioni banali ed esterne, cosa comune fra i leaders della religiosità antica.
Per edificare un nuovo Regno non bastano le pubbliche liturgie sovrabbondanti di bei segni, e ossequi sociali clamorosi - neppure i doni più appariscenti.
Falsa sicurezza è quella di chi si sente a posto. Non vi è malato o recluso peggiore di colui che si ritiene sano, arrivato e non contagiato: solo qui non c’è terapia, né rilancio.
Lo si vedrà nel momento della tormenta, quando sarà evidente la necessità di tradurre in vita il rapporto personale col Signore, a partire dalla capacità di accogliere l’azzardo.
I meriti non radicati nelle convinzioni intimamente salde non reggeranno il turbine della prova.
«Praticanti di cose vane» ossia inconsistenti [è il senso del testo greco che introduce il passo di Vangelo (v.23)].
Sono gli alfieri d’una spiritualità vuota, che malgrado la vernice - con lati anche spettacolari - nulla hanno a che fare con Dio.
Ci sono fondamenta dietro una facciata di farfalle? Lo si capisce nella bufera, e se si diventa «roccia» anche per gl’invisibili - non turisti dello “spirito” che lodano lodano e non rischiano.
La sicurezza non viene dall’adeguarsi a costumanze e adempimenti, né da quel farsi ammirare (almeno) al pari di altri, che rende insana la Casa comune.
Nostro specifico e cifra della Fede non è un’identità tratta da protocolli o dalle maniere - che gioca sulle apparenze e non sull’unico punto forte: l’attitudine dei pellegrini in Cristo.
Siamo saldi solo nella dignità sacerdotale profetica regale, che ci è data in Dono irripetibile e mai sarà frutto del derivare dal consenso.
Viviamo per seguire una Vocazione profonda: Radice, Molla e Motore delle nostre fibre più intime; apparentata ai sogni e alla naturalezza di ciascuno.
Solo affidarsi all’anima è piattaforma autentica, vera salvezza e medicina.
La Missione giungerà alle periferie esistenziali, partendo dal Nucleo.
Sembra insensato, paradossale, incredibile, ma per ogni Chiamato la Roccia sulla quale può e deve edificare il suo modo di scendere in campo… è la Libertà.
[Giovedì 12.a sett. T.O. 25 giugno 2026]
Casa sulla Roccia o praticanti di cose vane
(Mt 7,21-29)
Papa Francesco ha affermato: «Dio per donarsi a noi sceglie spesso delle strade impensabili, magari quelle dei nostri limiti, delle nostre lacrime, delle nostre sconfitte».
Il Richiamo del Signore non è manicheo, bensì profondo.
Il nostro comportamento ha radici affascinanti. Luci e ombre del nostro essere permangono in relazione dinamica.
Talora però i nostri disagi o storture sono il frutto di un eccesso di “luce” - disancorato dal suo opposto.
Tale eccesso si associa volentieri alla pretesa di esorcizzare l’aspetto buio in noi, che vorremmo celare per motivi sociali.
Ci sembra che il biglietto da visita debba essere riflesso solo del nostro aspetto brillante, sciolto, serio, e performante.
Magari, uno stile morale tutto d’un pezzo - almeno a prima vista.
Chi si affeziona al suo lato luminoso e addirittura tenta di promuoverlo per motivi di look (anche ecclesiale), di cultura affermata, di abitudine (anche religiosa) , rischia però di potenziare la controparte.
Attenzione: in ciascun uomo c’è sempre un versante che fa cilecca, che non ce la fa; e non unilaterale.
Forse proprio in chi predica il bene esiste il pericolo più accentuato di trascurare il suo opposto compresente - che prima o poi irromperà, troverà il suo spazio.
Facendo saltare tutto il castello di carte. Ma per realizzare qualcosa di alternativo e assolutamente non artificioso.
Per chi intraprende un cammino di “perfezione”, la sua stessa controparte sembra solo un pericolo.
E condizionati dai modelli, continuiamo a recitare [la “nostra” parte già identificata].
Eppure nel lato oscuro si celano risorse che il lato in sola luce non ha.
Nel lato oscuro leggiamo il nostro seme caratteriale.
Qui c’è la terapia e la guarigione dai disagi che ci affrettiamo a celare (in famiglia, con gli amici, in comunità, sul lavoro).
Gli aspetti oscuri [egoismo, freddezza, chiusura, introversione, tristezza] si annidano dentro; inutile negarlo.
Vale la pena piuttosto considerarli fonte di energie primordiali caratterizzanti.
È infatti il nascondimento - talora la depressione stessa - che ci fa pescare soluzioni inimmaginabili.
Come fossimo un grano piantato in terra, che vuole la sua esistenza. E vuole infine vita naturale, che sviluppi le sue capacità.
Proprio le emozioni che non piacciono e noi stessi detestiamo - come la terra infangata e buia - ci riconnettono con la nostra essenza profonda.
Insomma, gli stati emotivi poco simpatici saranno il pozzo dal quale giungono a noi altre idee, altre “immagini” guida, nuove intuizioni; diversa linfa. E i cambiamenti.
La luce non possiede tutte le possibilità, tutte le dinamicità. Anzi, non di rado sembra declinata [dalle stesse tradizioni] in modo fittizio, riduttivo.
Nel chiaroscuro, viceversa, non fingiamo più. Perché è il fondamento della casa dell’anima.
Tutto ciò consideriamo, per un’armonia solida, che nasca dal di dentro.
Paradossi della Vocazione personale: se non la seguissimo a tutto tondo, continueremmo a ricalcare idee sbagliate, o stili altrui.
E ci ammaleremmo. Il male prenderà il sopravvento.
Se strutturati su una identità astratta, locale, o fasulla, qui sì che la bufera potrebbe distruggere tutto.
Nei nostri tentativi ed errori, accanto dobbiamo tenere tutti gli aspetti - che nel corso del tempo abbiamo imparato a conoscere, e ci siamo resi conto che sono parte di noi.
Questo cambierà la solidità di rapporto con noi stessi, gli altri, la natura, la storia, e il mondo.
La sintonia tra condotta e intenzione del cuore supera l'ipocrisia, ma la conformità tra Parola e vita non si allestisce esercitandosi negli automatismi, né consegnandosi a convinzioni altrui.
Nel post-lockdown ce ne stiamo accorgendo nitidamente.
Un tempo si pensava che la formazione (in specie dei giovani) cesellasse anche l’anima, e tutto sfociasse naturalmente nelle scelte; nei mezzi, nei risultati, nelle opere esterne, e persino nei sogni: “Dimmi ciò che fai e ti dirò chi sei”.
Invece la sintonia qualitativa con il Mistero e la Parola del Cristo non la si ottiene allestendo, bensì la si trova dentro (ciascuno di noi) enigmaticamente, e a partire dagli abissi - come puro Dono segreto, per l’indipendenza creativa.
Fretta, timore di fallire, cultura della concatenazione e stabilità, propositi (anche “spirituali”) o viceversa lusinghe di tranquillità; mire, smanie di essere riconosciuti, mancanza di distacco, ambizione, paura di essere esclusi, difficoltà a spostare lo sguardo... portano all’ignoranza del Mistero.
Privi di spessore, saremo condannati a non scavare sino in fondo neppure dentro noi stessi; in balia perenne dei ruoli particolari, di ambiti e dei suoi eventi; delle relazioni occasionali o locali.
I costruttori frettolosi si accontentano di edificare direttamente sul terreno; badando solo a quanto si vede e sperimentano (su due piedi). Non scavano la casa sino al sodo - nel profondo, nell’oro di sé.
Nel mondo interiore e nella sua potenza nascosta tutto si rovescia: il primato è della Grazia, che spiazza, perché tiene conto solo della realtà essenziale, inspiegabile - e della nostra dignitosa autonomia.
Il resto sarà purtroppo destinato a crollare rovinosamente, perché non rimane fondato sulla Parola, sul carattere (pur magmatico, ma fortemente potenziale)… né sul rapporto vocazionale con Dio e le cose, o sulla più genuina comunione (convivialità e ricchezza condivisa delle differenze).
Viviamo una lacerazione, anche nel tempo dell’emergenza: il mondo interiore è più forte e convincente, eppure l’esteriorità non vuole cedere il passo dei traguardi immediati. Infatti ne siamo ancora attratti.
Ma questi ultimi sappiamo bene che non riattivano alcuna tappa di peso specifico, come invece spontaneamente fa il nostro giovane essere interiore - quasi un Bimbo che portiamo in gestazione.
In genere, anche nel cammino “spirituale” subito precipitiamo nel personaggio ambìto che vorremmo essere: qui non si cresce, non ci si accende che per delle futilità, né ci s’accorge che non sono esse le nostre “proprietarie”.
Certo, il traguardo esteriore immediato non soffre l’attesa della lunga necessaria evoluzione del dover partorire se stessi (perfino nell’angoscia e solitudine) tappa dopo tappa; che si attiva e riattiva senza comfort e sicurezze.
Eppure siamo nati per spiccare il volo, non per ricalcare e diventare fotocopie nell’anima.
Così tutto ciò che vale sarà nell’oscillazione, perché un percorso di peso specifico personale si configura secondo il dono della nostra eccezionalità.
E l’Unicità si potrà ottenere nel processo di ogni nostro lato, d’ogni versante della personalità - anche apparentemente meschina o sommaria; anche poco lusinghiera dal punto di vista della tranquillità religiosa (che pure avrà avuto il suo valore).
Gesù non intende distinguere i buoni dai cattivi [cf. vv.15-20 e passo parallelo di Lc 6,43-45] in modo banale: vuole che viviamo appieno, nell’unicità integrale, e percepiamo bene.
Il Signore non propone un destino imprigionato; piuttosto, un ribaltamento di senso.
Il suo è un monito ad acuire lo sguardo, e posarlo dentro - non lasciarlo fuori, a osservare risultati effimeri, quelli da ovvietà e clamore; e poi basta, non vivere troppi scossoni… come fossimo in una zona relax.
L'Unità di misura in Cristo non è l’immediatamente percepibile all’occhio, e non è in sé neppure il “progredire”, bensì: «il valore di ogni parte».
Proprio la consapevolezza di limite diventa in noi principio trasformativo. E ogni imperfezione chiama all’Esodo.
Rinnegare i propri confini significa lasciarsi sequestrare da opinioni comuni, prive di Mistero - con orizzonti ridotti a una “parola” sola.
È ad es. la forte crisi che stimola il rivolgimento d’un sistema (anche economico) appariscente ma competitivo e disumanizzante, dai principi intimi corrotti - sebbene un tempo ci apparissero come degli assoluti.
Perché non accontentarsi, se grosso modo ce la caviamo? Perché l’identificazione forzata ha tolto Libertà, anche quella di ammettere che siamo fatti di luci e ombre.
Non è il disturbo che priva donne e uomini di emancipazione vocazionale eloquente.
Anche ciascuno che si batte il petto, lo fa in modo particolare; e si riconosce in simbiosi col proprio Nome.
Poi ad ogni età della vita - come a ciascuna era - tocca il suo “peccato”, che non è un mostro bensì un sintomo che parla proprio della Chiamata personale, morale, culturale, sociale.
Anche se non piacesse, l’oscillazione va compresa, non criticata e accusata.
Direi addirittura accolta e rielaborata - non semplicisticamente rifiutata, con atteggiamenti di artificiosa lontananza o gesti di ambigua virtù, che rendono esterni e fanno tornare al punto di partenza.
Oggi la mancanza di vita completa e relazioni belle, il rivolgimento generale, l’inquietudine dell'anima - il nervosismo, l’insoddisfazione - costringono ad abbandonare sia le antiche e fascinose sicurezze devote, che le sofisticazioni disincarnate “à la page”.
Tutto in favore delle situazioni concrete e personali, nell’orizzonte della vocazione irripetibile e del balzo di Fede che apre alla convivenza.
«L’acqua troppo pura non ha pesci» [Ts’ai Ken T’an].
Accettarsi senza riserve c’introdurrà in un’esperienza vertiginosa, da stupore: con lo sbalordimento prodotto dal recupero dei lati compresenti, opposti e in ombra. Tanti quanti i fratelli e sorelle.
Forse constateremo che sono essi i più attivanti e fecondi.
Non l'etica della perfezione e delle distinzioni omologate, bensì il vituperato caos e i nostri demoni interiori diventeranno paradossalmente i migliori compagni di cammino, e gli unici veri; corifei di una stupefacente Missione.
Del resto,le opere sono frutto dei nostri pensieri e desideri. Questi ultimi scaturiscono certo anche da una buona, variegata formazione, ma non in senso meccanico.
È fondamentale anche qui non essere sventati. Un cattivo discernimento annienta l’autentica Roccia, che coincide con la propria Guida spontanea alla completezza.
Fondamento stabile del nostro itinerario è la Libertà di accogliere e la Libertà di corrispondere all’irripetibile carattere - proprio - dell’istinto a realizzarci.
Infatti Gesù si distacca non solo dalla religione antica, ma persino dai filoni messianici - piuttosto crudi - dei primi tempi (es. Gc 3,11-12).
Non per questo il Maestro rinnega lo spirito profondo delle Sacre Scritture antiche, anzi ne coglie il cuore: Qo 3,14; 7,13-18; Sir 37,13-15 [e tanti altri passi (incredibili per la mentalità in cui siamo stati educati)].
Quindi non basta dire: «Signore, Signore» (vv.21-22). Non è sufficiente riconoscere formalmente il Figlio di Dio.
Bisogna vagliare il suo Richiamo nell’essere, farlo proprio e comprenderlo appieno, affinché non venga corrotto e deturpato in forme inessenziali, di puerile conformismo esterno.
Nell’insicurezza, molta gente domanda espressioni di potenza, cerca la forza palese; si accontenta dei paradigmi morali, guarda forme di assicurazione immediata, o brama guide rinomate (che perpetuino e confortino il loro sentiero difensivo).
Illusioni paralizzanti… anche nel cammino di Fede.
Su questa strada non si costruisce la felicità prevista, né solidità alcuna, bensì giorno dopo giorno la propria tristezza - com’è palese da troppe vicende, infine dalle più occulte forme di compensazione (oggi smascherate).
Non c’è guru che possa rimettere le cose a posto in radice.
Il nostro Seme è ciò che è: bisogna scoprirne le virtù, anche e soprattutto quelle inattese - che derivano dall’essenza e da forme magmatiche e plastiche di energie persino contrapposte.
Inutile “curarsi” secondo una omologazione conforme che non appartiene al Nucleo personale.
L’anima ha una vita autonoma, sospensiva dei contesti, delle distanze; esiste dentro e anche fuori dello scandire del tempo - come l’Amore.
Ognuno è una molteplicità di volti coesistenti - cui dare spazio per una maggiore completezza.
Questo conta, e allearsi coi propri limiti: abbracciare ciò che l’ambiente circostante o il paradigma culturale convenzionalista - il quale difende il suo territorio - ritiene magari inconcludente (così via).
Presidiamo altri confini.
Ciò che non piace è forse la nostra parte migliore.
In ogni caso, dar voce alle tensioni significa poter finalmente denominarle, ospitarle degnamente - affinché dispongano gioie più complete.
E lascino varcare la soglia della letizia di vivere, quindi dell’autentica affidabilità.
Spazzando via l’ansia dell’imperfezione, troveremo una più armonica fermezza, energetica.
Accogliendo le fragilità insieme alle ribellioni, non vivremo a metà; anzi, faremo esperienza di pienezza di essere (vitale e scattante).
Non sentendoci sempre intrappolati, potremo volar via.
Ma che certe situazioni tranquille siano ristrettezze contraffatte e tagliole dell’anima, possiamo accorgercene subito: nei disagi radicali, che affiorano.
Molti continuano invano a cercare futili conferme: nella ricerca di doni straordinari o nella meticolosità delle osservanze.
Tuttavia non è questa la pedagogia che educa e lancia la vita nello Spirito fuori da meccanismi estrinseci.
Né per vincere davvero le tormente basta “fare la volontà di Dio” (in modo disciplinato ma) senza consapevolezze amicali con noi stessi.
Nessuna forma di esteriorità inculcata potrà convincerci.
Tantomeno, farci diventare «roccia» - o piccolo baluardo - per persuadere, capacitare, rafforzare altri.
La differenza tra religiosità comune e Fede personale?
La Vita nella condizione umanizzante e divina di preziosità apre percorsi variegati - di abisso perfino, ma colmi di esperienze interiori; di ricerca e scoperte inimmaginabili, ove possiamo essere noi stessi.
Nella sfera di Fede non esistono più sacri tempi, luoghi, saperi, modelli - tutti epidermici, se ingessati - che non siano anche inediti e personali.
L’unione col Signore, Roccia da cui siamo stati come tagliati ed estratti, non è un binario né un solco, bensì un’opzione fondamentale.
Essa lascia briglie sciolte sull’inclinazione e colore particolari di ciascuno.
Con l’intero Discorso della Montagna - qui agli sgoccioli - Gesù punta a suscitare nelle persone una coscienza critica riguardo a soluzioni banali ed esterne. Cosa comune fra i leaders della religiosità popolare e ufficiale antica.
Per edificare un nuovo Regno non bastano le pubbliche liturgie sovrabbondanti di bei segni col giusto credo, e ossequi sociali clamorosi - neppure i doni più appariscenti.
Falsa sicurezza è quella di chi professa… ma compie atti solo conformi e riflette idee allineate - quindi si sente a posto.
Non c’è malato o recluso peggiore di colui che si ritiene sano, arrivato e non contagiato: solo qui non c’è terapia, né rilancio.
Lo si vedrà nel momento della tormenta, quando sarà evidente la necessità di tradurre in vita il rapporto personale col Signore, a partire da se stessi e dalla capacità di accogliere l’azzardo dell’Amore.
I meriti non radicati nelle convinzioni intimamente salde - gesti prodotti d’intrigo, calcolo e atteggiamenti artificiosi - non reggeranno il turbine della prova.
«Praticanti di cose vane» ossia inconsistenti [è il senso del testo greco che introduce il passo di Vangelo (v.23)] sono gli alfieri d’una spiritualità vuota, che malgrado la vernice, con lati anche spettacolari, nulla hanno a che fare con Dio.
Secondo convenienza, i “maestri” che si frappongono al percorso dei risvolti personali sembrano disposti a rimangiarsi qualsiasi adesione, tramando il rovescio dei loro stessi proclami - perché prigionieri in merito (invece di come appaiono: condottieri).
Non rivelano ancora il Volto divino, bensì un contrario qualunquista e calcolante.
Campano per tirare avanti - insieme al club cui sono iscritti - e ottenere solo riconoscimenti immediati, ossequi, elemosine di consenso attorno.
E ciò malgrado le grandi discipline di censura che propugnano:
Non correggono la separazione fra insegnare e impegno personale: magari predicano tutti i giorni il Dio vero e (sempre) grandi cose - ma come per mestiere.
Gl’intriganti moltiplicano formule e gesti simbolici, al pari di droghe soporifere… ma sono i primi a non credere a ciò che dicono e a più riprese impongono agli altri.
Pieni di ottuse pretese sulla gente, non comprendono il Padre, Dio dei disperati, esiliati e derisi, che risuscita i non eletti - i privati di futuro; non gli assicurati a vita, comandati dal tornaconto e dall’apparire.
Ci sono fondamenta dietro una facciata di farfalle? Lo si capisce nella bufera, e se si diventa «roccia» anche per gli invisibili - non turisti dello “spirito” che lodano lodano e non rischiano.
Pertanto la sicurezza non viene dall’adeguarsi a costumanze e adempimenti, né da quel farsi ammirare (almeno) al pari di altri. Fiction che rende insana la Casa comune.
Nostro specifico e cifra della Fede non è un’identità “culturale” tratta da protocolli o maniere - trama che gioca sulle apparenze e non sull’unico punto forte: l’attitudine dei pellegrini in Cristo.
Siamo saldi solo nella dignità sacerdotale profetica regale, ch’è data in Dono irripetibile e mai sarà frutto del derivare dal consenso.
Né dell’apparire, del dire e non dire, del costruirsi; dell’adeguarsi alle forze in campo, dell’arrabattarsi per galleggiare.
Viviamo per seguire una Vocazione profonda: Radice, Molla e Motore delle nostre fibre intime; apparentata ai sogni e alla naturalezza di ciascuno.
Solo affidarsi all’anima è piattaforma autentica, vera salvezza e medicina.
La Missione giungerà alle periferie esistenziali, partendo dal Nucleo.
Sembra insensato, paradossale, incredibile, ma per ogni Chiamato la Roccia sulla quale può edificare il suo modo di scendere in campo è la Libertà.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando la tormenta urterà la tua casa, immagini una caduta grande? Qual è la roccia su cui è costruita la tua comunità? È interessata alla tua naturalezza o vuole omologarti?
Conosci persone dalla forte attività profetica, apostolica o taumaturgica, che danno la sensazione d’una famigliarità con Dio solo straordinaria o di circostanza, forse apparente?
Qual è il motivo, secondo te? Pensi che si siano davvero mai arresi a se stessi e alla quintessenza della propria Chiamata per Nome?
Cari giovani amici,
vi porgo il mio cordiale benvenuto! La vostra presenza mi rallegra. Sono grato al Signore per questo incontro con il calore della vostra cordialità. Sappiamo che "dove due o tre sono uniti nel nome di Gesù, Egli è in mezzo a loro" (cfr Mt 18, 20). Ma voi siete qui oggi ben più numerosi! Ringrazio per questo ciascuno e ciascuna di voi. Gesù dunque è qui con noi. Egli è presente tra i giovani della terra polacca, per parlare loro di una casa, che non crollerà mai, perché edificata sulla roccia. È la parola evangelica che abbiamo poc'anzi ascoltato (cfr Mt 7, 24-27).
Nel cuore di ogni uomo c'è, amici miei, il desiderio di una casa. Tanto più in un cuore giovane c'è il grande anelito ad una casa propria, che sia solida, nella quale non soltanto si possa tornare con gioia, ma anche con gioia si possa accogliere ogni ospite che viene. È la nostalgia di una casa nella quale il pane quotidiano sia l'amore, il perdono, la necessità di comprensione, nella quale la verità sia la sorgente da cui sgorga la pace del cuore. È la nostalgia di una casa di cui si possa essere orgogliosi, di cui non ci si debba vergognare e della quale non si debba mai piangere il crollo. Questa nostalgia non è che il desiderio di una vita piena, felice, riuscita. Non abbiate paura di questo desiderio! Non lo sfuggite! Non vi scoraggiate alla vista delle case crollate, dei desideri vanificati, delle nostalgie svanite. Dio Creatore, che infonde in un giovane cuore l'immenso desiderio della felicità, non lo abbandona poi nella faticosa costruzione di quella casa che si chiama vita.
Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?". È una domanda che sicuramente si è già affacciata molte volte al vostro cuore e che ancora tante volte ritornerà. È una domanda che è doveroso porre a se stessi non una volta soltanto. Ogni giorno deve stare davanti agli occhi del cuore: come costruire quella casa chiamata vita? Gesù, le cui parole abbiamo ascoltato nella redazione dell'evangelista Matteo, ci esorta a costruire sulla roccia. Soltanto così infatti la casa non crollerà. Ma che cosa vuol dire costruire la casa sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire prima di tutto: costruire su Cristo e con Cristo. Gesù dice: "Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia" (Mt 7, 24). Non si tratta qui di parole vuote dette da una persona qualsiasi, ma delle parole di Gesù. Non si tratta di ascoltare una persona qualunque, ma di ascoltare Gesù. Non si tratta di compiere una cosa qualsiasi, ma di compiere le parole di Gesù.
Costruire su Cristo e con Cristo significa costruire su un fondamento che si chiama amore crocifisso. Vuol dire costruire con Qualcuno che, conoscendoci meglio di noi stessi, ci dice: "Tu sei prezioso ai miei occhi, ...sei degno di stima e io ti amo" (Is 43, 4). Vuol dire costruire con Qualcuno che è sempre fedele, anche se noi manchiamo di fedeltà, perché egli non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2, 13). Vuol dire costruire con Qualcuno che si china costantemente sul cuore ferito dell'uomo e dice: "Non ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (cfr Gv 8, 11). Vuol dire costruire con Qualcuno, che dall'alto della croce stende le sue braccia, per ripetere per tutta l'eternità: "Io do la mia vita per te, uomo, perché ti amo". Costruire su Cristo vuol dire infine fondare sulla sua volontà tutti i propri desideri, le attese, i sogni, le ambizioni e tutti i propri progetti. Significa dire a se stessi, alla propria famiglia, ai propri amici e al mondo intero e soprattutto a Cristo: "Signore, nella vita non voglio fare nulla contro di Te, perché Tu sai che cosa è il meglio per me. Solo Tu hai parole di vita eterna" (cfr Gv 6, 68). Amici miei, non abbiate paura di puntare su Cristo! Abbiate nostalgia di Cristo, come fondamento della vita! Accendete in voi il desiderio di costruire la vostra vita con Lui e per Lui! Perché non può perdere colui che punta tutto sull'amore crocifisso del Verbo incarnato.
Costruire sulla roccia significa costruire su Cristo e con Cristo, che è la roccia. Nella Prima Lettera ai Corinzi san Paolo, parlando del cammino del popolo eletto attraverso il deserto, spiega che tutti "bevvero ... da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo" (1 Cor 10, 4). I padri del popolo eletto certamente non sapevano che quella roccia era Cristo. Non erano consapevoli di essere accompagnati da Colui il quale, quando sarebbe venuta la pienezza dei tempi, si sarebbe incarnato, assumendo un corpo umano. Non avevano bisogno di comprendere che la loro sete sarebbe stata soddisfatta dalla Sorgente stessa della vita, capace di offrire l'acqua viva per dissetare ogni cuore. Bevvero tuttavia a questa roccia spirituale che è Cristo, perché avevano nostalgia dell'acqua della vita, ne avevano bisogno. In cammino sulle strade della vita, forse a volte non siamo consapevoli della presenza di Gesù. Ma proprio questa presenza, viva e fedele, la presenza nell'opera della creazione, la presenza nella Parola di Dio e nell'Eucaristia, nella comunità dei credenti e in ogni uomo redento dal prezioso Sangue di Cristo, questa presenza è la fonte inesauribile della forza umana. Gesù di Nazaret, Dio che si è fatto Uomo, sta accanto a noi nella buona e nella cattiva sorte e ha sete di questo legame, che è in realtà il fondamento dell'autentica umanità. Leggiamo nell'Apocalisse queste significative parole: "Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3, 20).
Amici miei, che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia significa anche costruire su Qualcuno che è stato rifiutato. San Pietro parla ai suoi fedeli di Cristo come di una "pietra viva rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1 Pt 2, 4). Il fatto innegabile dell'elezione di Gesù da parte di Dio non nasconde il mistero del male, a causa del quale l'uomo è capace di rigettare Colui che lo ha amato sino alla fine. Questo rifiuto di Gesù da parte degli uomini, menzionato da san Pietro, si protrae nella storia dell'umanità e giunge anche ai nostri tempi. Non occorre una grande acutezza di mente per scorgere le molteplici manifestazioni del rigetto di Gesù, anche lì dove Dio ci ha concesso di crescere. Più volte Gesù è ignorato, è deriso, è proclamato re del passato, ma non dell'oggi e tanto meno del domani, viene accantonato nel ripostiglio di questioni e di persone di cui non si dovrebbe parlare ad alta voce e in pubblico. Se nella costruzione della casa della vostra vita incontrate coloro che disprezzano il fondamento su cui voi state costruendo, non vi scoraggiate! Una fede forte deve attraversare delle prove. Una fede viva deve sempre crescere. La nostra fede in Gesù Cristo, per rimanere tale, deve spesso confrontarsi con la mancanza di fede degli altri.
Cari amici, che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire essere consapevoli che si avranno delle contrarietà. Cristo dice: "Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono sulla casa..." (Mt 7, 25). Questi fenomeni naturali non sono soltanto l'immagine delle molteplici contrarietà della sorte umana, ma ne indicano anche la normale prevedibilità. Cristo non promette che su una casa in costruzione non cadrà mai un acquazzone, non promette che un'onda rovinosa non travolgerà ciò che per noi è più caro, non promette che venti impetuosi non porteranno via ciò che abbiamo costruito a volte a prezzo di enormi sacrifici. Cristo comprende non solo l'aspirazione dell'uomo ad una casa duratura, ma è pienamente consapevole anche di tutto ciò che può ridurre in rovina la felicità dell'uomo. Non vi meravigliate dunque delle contrarietà, qualunque esse siano! Non vi scoraggiate a motivo di esse! Un edificio costruito sulla roccia non equivale ad una costruzione sottratta al gioco delle forze naturali, iscritte nel mistero dell'uomo. Aver costruito sulla roccia significa poter contare sulla consapevolezza che nei momenti difficili c'è una forza sicura su cui fare affidamento.
Amici miei, consentitemi di insistere: che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Vuol dire costruire con saggezza. Non senza un motivo Gesù paragona coloro che ascoltano le sue parole e le mettono in pratica a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. È stoltezza, infatti, costruire sulla sabbia, quando si può farlo sulla roccia, avendo così una casa in grado di resistere ad ogni bufera. È stoltezza costruire la casa su un terreno che non offre le garanzie di reggere nei momenti più difficili. Chissà, forse è anche più facile fondare la propria vita sulle sabbie mobili della propria visione del mondo, costruire il proprio futuro lontano dalla parola di Gesù, e a volte perfino contro di essa. Resta tuttavia che chi costruisce in questo modo non è prudente, perché vuol persuadere se stesso e gli altri che nella sua vita non si scatenerà alcuna tempesta, che nessuna onda colpirà la sua casa. Essere saggio significa sapere che la solidità della casa dipende dalla scelta del fondamento. Non abbiate paura di essere saggi, cioè non abbiate paura di costruire sulla roccia!
Amici miei, ancora una volta: che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire anche costruire su Pietro e con Pietro. A lui infatti il Signore disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16, 16). Se Cristo, la Roccia, la pietra viva e preziosa, chiama il suo Apostolo pietra, significa che egli vuole che Pietro, e insieme a lui la Chiesa intera, siano segno visibile dell'unico Salvatore e Signore. Qui, a Cracovia, la città prediletta del mio Predecessore Giovanni Paolo II, le parole sul costruire con Pietro e su Pietro non stupiscono certo nessuno. Perciò vi dico: non abbiate paura a costruire la vostra vita nella Chiesa e con la Chiesa! Siate fieri dell'amore per Pietro e per la Chiesa a lui affidata. Non vi lasciate illudere da coloro che vogliono contrapporre Cristo alla Chiesa! C'è un'unica roccia sulla quale vale la pena di costruire la casa. Questa roccia è Cristo. C'è solo una pietra su cui vale la pena di poggiare tutto. Questa pietra è colui a cui Cristo ha detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16, 18). Voi giovani avete conosciuto bene il Pietro dei nostri tempi. Perciò non dimenticate che né quel Pietro che sta osservando il nostro incontro dalla finestra di Dio Padre, né questo Pietro che ora sta dinanzi a voi, né nessun Pietro successivo sarà mai contro di voi, né contro la costruzione di una casa durevole sulla roccia. Anzi, impegnerà il suo cuore ed entrambe le mani nell'aiutarvi a costruire la vita su Cristo e con Cristo.
Cari amici, meditando le parole di Cristo sulla roccia come fondamento adeguato per la casa, non possiamo non rilevare che l'ultima parola è una parola di speranza. Gesù dice che, nonostante lo scatenarsi degli elementi, la casa non è crollata, perché era fondata sulla roccia. In questa sua parola c'è una straordinaria fiducia nella forza del fondamento, la fede che non teme smentite perché confermata dalla morte e risurrezione di Cristo. Questa è la fede che, dopo anni, verrà confessata da san Pietro nella sua lettera: "Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso" (1 Pt 2, 6). Certamente "Non resterà confuso...". Cari giovani amici, la paura dell'insuccesso può a volte frenare perfino i sogni più belli. Può paralizzare la volontà e rendere incapaci di credere che possa esistere una casa costruita sulla roccia. Può persuadere che la nostalgia della casa è soltanto un desiderio giovanile e non un progetto per la vita. Insieme a Gesù dite a questa paura: "Non può cadere una casa fondata sulla roccia"! Insieme con san Pietro dite alla tentazione del dubbio: "Chi crede in Cristo non resterà confuso!". Siate testimoni della speranza, di quella speranza che non teme di costruire la casa della propria vita, perché sa bene di poter contare sul fondamento che non crollerà mai: Gesù Cristo nostro Signore.
[Papa Benedetto, Discorso ai giovani Cracovia 27 maggio 2006]
3. Che cosa Cristo, dice in proposito, nella pagina dell’odierno Vangelo? Terminando il discorso della montagna, disse: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 24-25). L’opposto di colui che costruì sulla roccia è l'uomo che costruì sulla sabbia. La sua costruzione si dimostrò poco resistente. Di fronte alle prove e alle difficoltà crollò. Cristo ci insegna questo.
Una casa costruita sulla roccia. L'edificio della vita. Come costruirlo affinché non crolli sotto la pressione degli avvenimenti di questo mondo? Come costruire questo edificio perché da ”abitazione sulla terra” diventi un’”abitazione ricevuta da Dio?, una dimora eterna nei cieli non costruita da mani di uomo” (cfr. 2 Cor 5, 1)? Oggi udiamo la risposta a questi interrogativi essenziali della fede: alla base della costruzione cristiana c’è l’ascolto e il compimento della parola di Cristo. E dicendo “la parola di Cristo” abbiamo in mente non soltanto il suo insegnamento, le parabole, le promesse, ma anche le sue opere, i segni, i miracoli. E soprattutto la sua morte, la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo. Più ancora: abbiamo in mente il Figlio di Dio stesso, l’eterno Verbo del Padre, nel mistero dell’incarnazione. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).
[Papa Giovanni Paolo II, Biskupia Góra (Pelplin), 6 giugno 1999]
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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