don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 24 Giugno 2026 03:59

Paralisi dello spirito

Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene.

[Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009]

Mercoledì, 24 Giugno 2026 03:56

Vocazione all’unione

1. Un testo di sant’Agostino ci offre la chiave per interpretare i miracoli di Cristo come segni del suo potere salvifico: “L’essersi fatto uomo per noi ha giovato alla nostra salvezza assai più dei miracoli che egli ha compiuto tra noi; ed è più importante che l’aver sanato le malattie del corpo destinato a morire” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1). In ordine a questa salute dell’anima e alla redenzione del mondo intero Gesù ha compiuto anche i miracoli di ordine corporale. E dunque il tema della presente catechesi è il seguente: mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio.

2. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati””. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cf. Mc 2, 1-12 e anche Mt 9, 1-8; Lc 5, 18-26; Lc 5, 25).

Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 11 novembre 1987]

Mercoledì, 24 Giugno 2026 03:45

Il paralitico non è un paralitico

Oggi il Signore a ognuno di noi dice: “Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella” – “Ma Signore, non è l’ultimo modello…”. Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita, è la tua gioia. “Vuoi guarire?”, prima domanda che oggi ci fa il Signore? “Sì, Signore” – “Alzati”. E nell’antifona all’inizio della messa c’era quell’inizio tanto bello: “Voi che avete sete venite alle acque - sono acque gratis, non a pagamento - Voi dissetatevi con gioia”. E se noi diciamo al Signore “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza.

[Papa Francesco, a s. Marta 28 marzo 2017]

(Mt 8,28-34)

 

In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.

Il dilemma delle assemblee giudaizzanti di Galilea e Siria - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.

E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.

Il brano associa le icone del mare (vv.27.32) e degli indemoniati che vagano, separati da Dio e dagli uomini; privi di una forza interna rigenerante.

L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.

In tal guisa: coloro che non hanno ancora incontrato Gesù procedono a casaccio, sono «furiosi» (v.28); senza criterio né mèta.

L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: vivono in situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).

Ma il fatto appariva nella norma (v.29).

 

Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.

Potenze che generano caos nella nostra esistenza.

È l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.

Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.

Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.

Il momento critico è la Presenza del Signore: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.

Subentra una sproporzione: fra ciò che sembra pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).

 

L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.

Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.

Il potere poi manipolava in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.

 

Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.

Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo, malgrado le sconfitte nella predicazione.

L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.

La chiesa si distaccava dalle credenze comuni, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.

Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre gli uomini oppressi vogliono essere liberati dalle loro alienazioni e tormenti.

 

Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.

Il suo Messaggio è decisivo e benefico. Ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.

 

 

[Mercoledì 13.a sett. T.O.  1 luglio 2026]

Martedì, 23 Giugno 2026 05:10

Il vero Potere

(Mt 8,28-34)

 

Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, le uniche scuole del giudaismo sopravvissute risultarono essere quelle dei farisei e dei giudeo cristiani.

Entrambe avevano sostenuto che l’avvento del Messia nulla avesse a che vedere con la lotta politica diretta contro i romani.

Tutto ciò - malgrado ne avversassero l’insostenibile ideologia di potere, di oppressione e sfruttamento degli umili.

Mentre però i Farisei andavano riorganizzandosi e iniziavano man mano a dominare la scena del giudaismo che desiderava ricostruirsi, a metà anni 70 in Siria e Galilea le comunità di Mt vivevano oppresse.

Tutto ciò nell’emarginazione dell’impero e nel rifiuto dei correligionari di provenienza [che li consideravano traditori delle radici].

 

Nel passo di Vangelo, l’evangelista vuole incoraggiare e motivare i membri di chiesa.

Mt pone l’accento sul ‘potere’ di vita di Gesù, che si manifesta Signore anche in territori, età, e momenti difficili.

In luogo impuro e di morte («sepolcri»), proprio sugl’immondi «porci» ossia i più separati da Dio [probabile immagine-epiteto di alcune legioni romane: Mc 5,9] il Signore esercita una forza interna rigenerante.

Lo scenario che fa da sfondo è figura della ‘immersione battesimale’ e dei suoi esiti, anche critici dal punto di vista famigliare e sociale.

Insomma: chi non ha ancora incontrato Gesù procede a casaccio, è «furioso» (v.28); senza criterio né mèta.

L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: si vive in una situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).

Ma il fatto sembrava nella norma (v.29)...

 

Il momento discrimine è la nuova Presenza: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.

Subentra una sproporzione: fra ciò che sembrava pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).

L’ideologia di dominio pareva a tutti chissà cosa; d’un tratto si disintegra.

Di fronte alla vera Potenza della Vita, i due spontaneamente si convertono e chiedono il Battesimo: gesto d’immersione nei flutti del caos primordiale, per far annegare (v.32) i loro spiriti autodistruttivi.

 

Insomma: Cristo e la sua energia vitale sono sempre in visita del nostro territorio, qualsiasi esso sia.

Con Lui si può recuperare; non siamo segnati a vita.

E non c’è bisogno di scalate o progressioni snervanti, trafile lunghissime e insostenibili: tutto può accadere in un attimo.

Ma l’autonomia mette paura alla società inerte, consolidata, abitudinaria - allertata dai guardiani del mondo antico (v.33).

Per alcuni, è meglio fare le pecore e ritagliarsi solite piccine sicurezze [pur non sentendosi accolti da Dio, né totalmente vivi] piuttosto che farsi carico di gestire la nuova Libertà.

Sembrano più succulente le vetuste “cipolle d’Egitto”: scelte per l’atavico timore d’una vita nuova.

Come dire: meglio una religione che ci sottomette e alimenta paure o ansie, che lo spirito d’intrapresa e rischio nella Fede.

Esistenza imprevedibile, che ci rimetterebbe in campo altrimenti, che farebbe leva sulla forza della vita stessa e dell’autonomia rigenerata, di persone in Cristo.

Non pochi viceversa preferiscono tenersi stretti i propri demonietti, e così Lo espellono come indesiderabile (v.34).

 

I Vangeli insistono a descrivere la vittoria dei credenti sulle forze maligne e di morte.

Al tempo di Mt esse erano il nerbo delle credenze misteriche orientali [che si andavano diffondendo].

Ciò per incoraggiarci a stravincere la palude dell’assuefazione e le incertezze sataniche inoculate da religioni che infondono ai cuori una spiritualità vuota.

E proseguire sul buon cammino che finalmente non aliena le persone semplici, né rende succube la società e il mondo - ancora oggi qua e là inoculato di terrori e castighi infondati.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Anche con delicatezza, quante volte hai pregato Gesù di stare a debita distanza dal tuo territorio?

Con Lui ci hai già fatto il callo, oppure ti senti attivare?

Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?

Quale esemplarità stupefacente ti appartiene?

 

 

Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva

 

In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.

Il dilemma delle assemblee romane - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.

E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.

Il brano di Mc associa le icone del mare, del cimitero, dell’indemoniato che vaga, e delle legioni romane.

L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.

 

Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.

Potenze che generano caos nella nostra esistenza.

«Cimitero» è l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.

Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.

Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.

«Legione» è nome d’ogni potere (qui religioso, politico e militare) che soffocava gli aneliti alla felicità, producendo smarrimento, emarginazione, divisione interiore.

Milieu e fattore determinante di processi che peggioravano le stesse indigenze congenite.

 

L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.

Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.

Le legioni poi manipolavano in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.

 

Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.

Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo - malgrado le sconfitte nella predicazione.

L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.

La chiesa si distaccava dalle credenze comuni nella capitale dell’impero, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.

Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre l’uomo oppresso vuol essere liberato dalle sue alienazioni e tormenti.

 

Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.

Il suo Messaggio è decisivo e benefico, ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.

 

 

Dio non è un controllore di biglietti

(Mc 5,18-20)

 

Siamo chiamati a un più intenso godimento dell’esistenza e ad una nuova “Testimonianza”.

Quest’ultima non riguarda sforzi, rinunce, o facili moralismi.

Il Signore non vuole che ci mischiamo con l’ufficialità malata di chi gli fa ressa attorno, bensì che percorriamo la nostra via.

L’invito di Gesù (Mc 5,19) sbalordisce.

Demoni ideologici mortificano l’essere, e sono da cacciar via - malgrado la massa devota sia soddisfatta così.

Forse la gente si è abituata a ospitarli nell’ambiente cui rimane affezionata; e ormai li considera parte dell’imprescindibile panorama (Mc 5,1-17).

Ecco allora contrapporsi l’avventura della Fede - sulla base della propria esperienza di Dio.

In tal guisa, l’Annuncio battesimale ha il “compito” di allargare gli orientamenti e dilatare la comunicazione Cielo-terra.

Ciò a partire dalla straordinarietà della persona. Per la gioia di tutti.

 

Il Profeta disturba gli equilibri antichi perché non si adatta al quieto vivere.

Egli procede controcorrente… per necessità di focolare intimo, che sente come un roveto acceso e inestinguibile.

Va incontro non al parere altrui, ma all’acqua sempre fresca e cristallina della Sorgente in atto.

Il paradigma innato che si annida nella Chiamata gli trasmette la visione di una rotta, un istinto del procedere. Perfino l’attrezzatura essenziale.

Impulso di vita - o esodo - che abilita a incamminarci verso quell’indirizzo, assoluto perché irripetibile.

L’interfaccia naturale del tragitto si annida nella identità profonda di ciascuno.

 

La sua unicità straordinaria, impareggiabile e insolita, si manifesta con inclinazioni emotive privilegiate - e nelle eccentricità personali - spesso già rilevabili in tenera età.

La Vocazione si svela all’anima in un desiderio bruciante e attraverso una vera e propria immagine [unica per ciascuno, anche trasognata ma durevole] percepibile dall’occhio interiore, che periodicamente fa capolino.

Si tratta magari del panorama di una situazione di futuro - non solo individualisticamente irripetibile e singolare (o altro).

Essa possiede l’autentica perfezione di carattere persino relazionale della condizione divina. Ma con proprio punto di vista - pur comunionale e festoso - il quale fa eco perseverante e accompagna la via da percorrere.

 

Interagendo con l’ambiente circostante e anche per contrapposizione, ogni radice farà il suo frutto.

Ma qualsiasi distrazione dal proprio carattere diventerà un faticoso labirinto...

Normalmente si crea una lotta fra la scintilla divina individuale e la restrizione dell’ambiente assuefatto, già dotato di sue contorte perizie.

Di conseguenza, la difficoltà di portare avanti il viaggio è garantita da quell’icona nascosta che è la nostra reale e ideale portata.

Ciò vale assai più che le rassicurazioni profuse da saperi preponderanti - in loco - o destrezza e disciplina.

Realizzarsi farà rima con affidarsi, però al contrario del senso antico.

Infatti, per giungere ad attuare le proprie aspirazioni non bisogna migliorare imitando modelli “giusti” e diventare abili, o imporsi sforzi maggiori.

 

Come ribadito da Papa Francesco: «Dio non è un controllore di biglietti».

Per avverare il sogno della vita non c’è da fissarsi, obbedire a voci esterne, e sudare.

Piuttosto ci si deve lasciar andare alla propria natura innata, alla propria quintessenza: lì c’è il segreto della nostra Felicità.

Qui, anche per tentativi parziali ed errori momentanei che ricalibrano, ognuno trova la propria strada e si realizza. Non resta sempre ai blocchi di partenza, né si sente inferiore agli amici più titolati.

Ha acquisito la sicurezza di come piacere a se stesso e al Padre.

Perché produce effetti attrattivi, la sua bellezza spontanea coinvolge anche gli altri.

Ed è quella che ha trovato il modo di buttar via tante zavorre: l’antico atteggiarsi artificioso, con le cose inutili e statiche.

Dando una svolta… ci rimettiamo in contatto con l’energia antica dell’inclinazione eccezionale - persino negli acciacchi.

 

Nella vita pia, per crescere bisogna di norma sottoporsi a un compito previsto, e - se proprio si vuole eccellere - estenuarsi in rigide procedure, che sono già state di altri.

Così si può sperare di fare “carriera” religiosa, anche spiritualmente atletica o di passerella - da cooptati nelle alte sfere del bon ton.

L’anima che invece corre nel binario della sua completezza toglie di mezzo la mentalità paludosa (scoraggiante l’insolito) per dirigersi verso una nuova nascita e infanzia.

Genesi e sviluppi che riattivano gli interessi, o il nostro “pallino” - e fanno spiegare ali di vivacità. Onda che ci appartiene.

 

Esemplarità stupefacente.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?

Tornare in te stesso o altro? Cosa t’importa in comunità? La guarigione dell’umanità dissipata o il consueto legame - inconsistente e da far precipitare - con idoli comuni?

 

 

 

Fede, caricature e Sequela differente

Mc 5,18-20 [Lc 9,57-62]

 

Per i semiti, le figure genitoriali indicano il legame con l’etnia, la tradizione, il passato e l’ambiente culturale.

Gesù sembra escludere la correlazione a tali figure, benché si rivolga ai suoi in modo esclusivo e singolare.

Mai parla di padri, ma del Padre - che non è un ripetitore.

Quindi impone a tutti un taglio orizzontale con le consuetudini che potrebbero ritardare o condizionare la sua Chiamata, la scoperta profonda del senso degli eventi, il sorgere d’una mentalità nuova, la Sequela.

Egli diversifica le Vocazioni, per far comprendere a ciascuno il carattere intimo, per Nome, del rapporto di Alleanza nella Fede - che non spersonalizza come nelle religioni.

La simbiosi con la mentalità circostante o la stessa conoscenza intellettuale possono paradossalmente offuscare proprio l’intelligenza delle irripetibili inclinazioni che nel nostro intimo manifestano la firma impareggiabile del Creatore.

L’Appello autentico coglie la donna e l’uomo in modo esclusivo e penetrante, nell’unicità del loro vissuto. Che Patto e Missione sarebbero, altrimenti?

A volte la cosa migliore da fare per se stessi e per il prossimo è tagliare un cordone ombelicale, e prendere le distanze dalle aspettative di persone frequentate abitualmente.

La decisione è essenziale per poter cercare il senso dello Spirito ch’è solo Amore personale - e diventa la vera Passione.

Qui lo stato interiore d’individuazione e indipendenza dev’essere ben presente all’anima.

Frequentando i medesimi ambienti conformisti, ci s’identifica in persone e situazioni: si blocca così il centro delle aspettative e dei sogni. Non si aprono le porte di altri mondi, d’un altro regno.

La personalità vuole il suo spazio d’autonomia, perché la vita in pienezza è sperimentare una fresca cascata di rinascite in Cristo - facendo festa insieme, ma stando sulle proprie gambe.

Impossibile per la nostra natura... ma la Fonte dell’essere ci conduce come abile regista, sempre di novità in novità. E la sua Sapienza profonda farà danzare - anche se non avessimo mai imparato a ballare in stile.

Che vita di Fede sarebbe quella che pretende di arginare le onde del mare aperto per farci restare sempre nella rada più conosciuta, rassicurante?

Appoggiarsi alla famiglia, agli amici, all’opinione assuefatta, all’insenatura del club o alla spiaggia del movimento [insomma, voler assomigliare per strappare subito consenso] non ci permette di vivere nuove genesi.

Gesù è perentorio, perché la scelta è decisiva.

Chi sta con la testa bassa o all’indietro - o nel confronto - non può sperimentare l’avventura della Fede; non vive, ma si trascina dietro la religione dei morti.

Chi sta solo nel futuro e non ha senso della realtà sperimenta illusioni. Ma chi rimane nel passato o coi modelli, sta con gli scheletri (non solo nell’armadio) e non percepisce il senso del mutamento.

Facilmente si ossessiona o rimugina, cronicizzando. Mentre la novità degli stimoli potrebbero introdurlo in una catena di balzi impensati.

Per questo i legami famigliari e culturali martellanti possono togliere intensità o carattere alla Chiamata per Nome.

Ne intaccano il necessario spazio, invaso da troppi Signorsì - che non ci appartengono e non vogliamo. Solo bloccano i meccanismi riposti.

Nell’esodo appassionato con Gesù, il piacere della Vocazione non può permettersi che siano le inclinazioni altrui [e conformi] a riversarsi, pervadere, occupare il nostro mondo e tempo personali.

Per ascoltare e fare proprio l’Appello alla Missione è necessario edificare una sfera del Sé eminente, inattaccabile, amicale; custodita - di cui nel tempo impareremo a prendere il passo e gli orizzonti.

Questo ambito individuante, dai confini tutelati da interferenze, ci aiuterà nel Dialogo della preghiera. E allontanerà dal pericolo di venire assorbiti dalla mentalità comune; impersonale, accomodante.

La difesa di tale riservatezza densa d’Inedito non istituzionale diventa la molla e grinta della nostra vita impegnata, che non fa retromarcia.

Col tempo tale Nido c’insegnerà a esprimere in modo non adibito, bensì genuino, la qualità delle relazioni - persino il pieno disaccordo con la mentalità esterna vincente e che ha potere, se banale.

Chi sceglie altrimenti, prima o poi dovrà compensare il taglio (di sé) con gratificazioni di varia natura, che lo allontaneranno dal proprio volto e dall’ideale che intimamente corrisponde.

[Persino una santa cattiveria sognante può servire a ritrovare l’intimo Nucleo di persona, il sacro di ciascuno].

Non siamo chiamati a adeguarci a un buonismo neutrale che vuole solo piacere fuori, magari perché ha timore di essere escluso dal giro o giudicato male - perfino al contrario.

Dietro le linee portanti della personalità di ciascuno si nasconde una Perla, che per poter dare contributi significativi secondo Disegno del Signore deve manifestare le proprie singolarissime sfumature.

Soprattutto nella relazione sponsale con Dio non bisogna adattarsi a ruoli che profondamente non ci appartengono.

Nel tempo, il compromesso diventa un habitus che fa smarrire le tendenze naturali: in esse sono annidati i cromosomi della Vocazione.

La realizzazione della irripetibile missionarietà non avviene secondo personaggio, o princìpi acclarati e diffusi - concordisti e di successo - né perché si va a braccetto con tutto il mondo dei reduci [o di quello “à la page”].

Al contrario dell’adattarsi e lasciarci influenzare dall’irenismo, a un certo punto si devia, per seguire l’Amico interiore che sa dove condurci e non conosce la recita dell’essere comunque d’accordo.

Altrimenti, smarrita l’energia-Persona e la mèta che portano a destinazione, l’Unicità impallidisce nelle mediazioni che ci tengono in ostaggio - dietro vicende, linee di pensiero e ruoli ormai tramontati.

Infine si perde di vista il proprio Eros fondante, che voleva muovere i desideri, il nostro modo di conoscere il mondo e le attività.

[Esito: un Nucleo ormai sfocato, Sorgente che ricicla e non zampilla come prima, dispersa nei mille rivoli dei trasformismi - astute scorciatoie per una carriera senza scossoni].

Ecco allora le grandi danze sul nulla: quello dei mancati pericoli - allestite come compensazione tranquilla proprio da coloro che Cristo definirebbe “gusci vuoti” [«facitori di cose vane»: Lc 13,27 testo originale].

Non di rado proprio gli obbiettivi di casta o di branco legati a un pensiero tribale e settoriale si consolidano - prendono il sopravvento sul peso specifico e sulla intimità dei valori, sostituiti da slogan faciloni e conformisti o adultoidi che plagiano l’esistenza.

Ogni missionario sa che affidare la vita a opinioni di maniera, seriose e quiete, iniziative rassicuranti o scelte da manuale, non sortisce frutto, anzi diventa controproducente.

Il concordismo sembra un rifugio che attrae, ma diventa solo una tana di lusinghe.

 

Secondo il pensiero cinese, per acquistare smalto e fuggire un servilismo inquinato e logoro, i Santi «si fanno insegnare dalle bestie l’arte di evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone».

Infatti: «Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale».

«Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante [mentre è opportuno] alternare i periodi di vita rallentata e di tripudio».

«Il Santo non si sottomette al ritiro o al digiuno se non al fine di giungere, grazie all’estasi, a evadere per lunghi viaggi. Questa liberazione è preparata da giochi vivificanti, che la natura insegna».

«Ci si allena alla vita paradisiaca imitando i sollazzi degli animali. Per santificarsi, bisogna prima abbrutirsi – si intenda: imparare dai bambini, dalle bestie, dalle piante, l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita».

[M. Granet, Il Pensiero Cinese, Adelphi 2019, kindle pp. 6904-6909].

 

La suggestione del passato da perpetuare, il laccio dei giudizi ristretti e i legami di cerchia possono sottrarci la ricchezza celata, rubando il presente e il futuro: questo il vero errore da evitare!

Ciò che conta non è ripristinare la situazione, copiare gli antichi o gli acclamati e forti, identificarsi per stare quieti e non sbagliare, bensì rinnovare se stessi per evolvere, crescere, espandere, stupire. 

Altrimenti i nostri goffi problemi saranno sempre identici e non ci sarà Cammino esuberante né Terra Promessa, ma solo un circolo vizioso di rimpianti o finte rassicurazioni.

Per vivere la Fede dell’attimo reale - non rinunciataria e che mette le cose in fila - non si può essere scolaretti ripetenti del luogo o delle mode, del tempo o del giorno prima.

Martedì, 23 Giugno 2026 05:06

Malattia, e l’essere fatti per la Vita

Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.

[Papa Benedetto, Angelus 8 febbraio 2009]

Martedì, 23 Giugno 2026 05:01

Luce di una Promessa sicura

1. Un testo di sant’Agostino ci offre la chiave per interpretare i miracoli di Cristo come segni del suo potere salvifico: “L’essersi fatto uomo per noi ha giovato alla nostra salvezza assai più dei miracoli che egli ha compiuto tra noi; ed è più importante che l’aver sanato le malattie del corpo destinato a morire” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1). In ordine a questa salute dell’anima e alla redenzione del mondo intero Gesù ha compiuto anche i miracoli di ordine corporale. E dunque il tema della presente catechesi è il seguente: mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio.

2. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati””. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cf. Mc 2, 1-12 e anche Mt 9, 1-8; Lc 5, 18-26; Lc 5, 25).

Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.

3. Con la stessa chiave si può spiegare quella categoria speciale dei miracoli di Cristo che è “scacciare i demoni”, “Esci, spirito immondo da quest’uomo!” intima Gesù, secondo il Vangelo di Marco, incontrando un indemoniato nel paese dei Geraseni (Mc 5, 8). In quella circostanza assistiamo a un colloquio insolito. Quando quello “spirito immondosi sente minacciato da parte di Cristo, urla contro di lui: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. A sua volta Gesù “gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”” (cf. Mc 5, 7-9). Siamo dunque sul margine di un mondo oscuro, dove giocano fattori fisici e psichici che senza dubbio hanno il loro peso nel causare delle condizioni patologiche in cui si inserisce quella realtà demoniaca, rappresentata e descritta variamente nel linguaggio umano, ma radicalmente ostile a Dio e quindi all’uomo e a Cristo venuto a liberarlo da quel potere maligno. Ma suo malgrado, anche lo “spirito immondo”, in quell’urto con l’altra presenza, prorompe in quella ammissione proveniente da una intelligenza perversa ma lucida: “Figlio del Dio altissimo“!

4. Nel Vangelo di Marco troviamo anche la descrizione dell’avvenimento qualificato abitualmente come guarigione dell’epilettico. Infatti i sintomi riferiti dall’evangelista sono caratteristici anche di questa malattia (“schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce”). Tuttavia il padre dell’epilettico presenta a Gesù il suo figlio come posseduto da uno spirito maligno, il quale lo scuote con convulsioni, lo fa cadere per terra e lui si rotola spumando. Ed è ben possibile che in uno stato di infermità come quello s’infiltri e operi il maligno, ma anche ad ammettere che si tratti di un caso di epilessia, dalla quale Gesù guarisce il ragazzo ritenuto indemoniato da suo padre, resta tuttavia significativo che egli effettui quella guarigione ordinando allo “spirito muto e sordo”: “Esci da lui e non rientrare più” (cf. Mc 9, 17-27). È una riaffermazione della sua missione e del suo potere di liberare l’uomo dal male dell’anima fino alle radici.

5. Gesù fa conoscere chiaramente questa sua missione di liberare l’uomo dal male e prima di tutto dal peccato, male spirituale. È una missione che comporta e spiega la sua lotta con lo spirito maligno che è il primo autore del male nella storia dell’uomo. Come leggiamo nei Vangeli, Gesù ripetutamente dichiara che tale è il senso della sua opera e di quella dei suoi apostoli. Così in Luca: “Io vedevo satana cadere dal cielo come folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (Lc 10, 18-19). E secondo Marco, Gesù dopo aver costituito i Dodici, li manda “a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 14-15). Secondo Luca anche i settantadue discepoli, dopo il ritorno dalla loro prima missione, riferiscono a Gesù: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc 10, 17).

Così si manifesta il potere del Figlio dell’uomo sul peccato e sull’autore del peccato. Il nome di Gesù, nel quale anche i demoni sono soggiogati, significa Salvatore. Tuttavia questa sua potenza salvifica avrà il suo adempimento definitivo nel sacrificio della croce. La croce segnerà la vittoria totale su satana e sul peccato, perché questo è il disegno del Padre che il suo Figlio unigenito esegue facendosi uomo: vincere nella debolezza e raggiungere la gloria della risurrezione e della vita attraverso l’umiliazione della croce. Anche in questo fatto paradossale rifulge il suo potere divino, che può giustamente chiamarsi la “potenza della croce”.

6. Fa parte di questa potenza, e appartiene alla missione del Salvatore del mondo manifestata dai “miracoli, prodigi e segni”, anche la vittoria sulla morte, drammatica conseguenza del peccato. La vittoria sul peccato e sulla morte segna la via della missione messianica di Gesù da Nazaret al Calvario. Tra i “segni” che indicano particolarmente il suo cammino verso la vittoria sulla morte, vi sono soprattutto le risurrezioni: “i morti risuscitano” (Mt 11, 5), risponde infatti Gesù alla domanda sulla sua messianità rivoltagli dai messaggeri di Giovanni Battista (cf. Mt 11,3). E tra i vari “morti” risuscitati da Gesù, merita un’attenzione particolare Lazzaro di Betania, perché la sua risurrezione è come un “preludio” alla croce e alla risurrezione di Cristo, in cui si compie la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte.

7. L’evangelista Giovanni ci ha lasciato una descrizione particolareggiata dell’avvenimento. A noi basti riferire il momento conclusivo. Gesù chiede di togliere il masso che chiude la tomba (“Togliete la pietra”). Marta, la sorella di Lazzaro osserva che il fratello è già da quattro giorni nel sepolcro e il corpo certamente ha iniziato a decomporsi. Tuttavia Gesù grida a gran voce: “Lazzaro vieni fuori!”. “E il morto uscì”, attesta l’evangelista (cf. Gv 11, 38-43). Il fatto suscita la fede in molti dei presenti. Altri invece si recano dai rappresentanti del Sinedrio, per denunciare l’avvenimento. Sommi sacerdoti e farisei ne restano preoccupati, pensano ad una possibile reazione dell’occupante romano (“verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (cf. Gv 11, 45-48). Proprio allora cadono sul Sinedrio le famose parole di Caifa: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. E l’evangelista annota: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò”. Di quale profezia si tratta? Ecco, Giovanni ci dà la lettura cristiana di quelle parole, che sono di una dimensione immensa: “Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (cf. Gv 11, 49-52).

8. Come si vede, la descrizione di Lazzaro contiene anche indicazioni essenziali riguardanti il significato salvifico di questo miracolo. Sono indicazioni definitive, perché proprio allora viene presa dal Sinedrio la decisione sulla morte di Gesù (cf. Gv 11, 53). E sarà la morte redentrice “per la nazione” e “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”: per la salvezza del mondo. Ma Gesù ha già detto che quella morte diventerà pure la vittoria definitiva sulla morte. In occasione della risurrezione di Lazzaro egli ha assicurato a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).

9. Alla fine della nostra catechesi torniamo ancora una volta al testo di sant’Agostino: “Se consideriamo adesso i fatti operati dal Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, vediamo che gli occhi dei ciechi, aperti miracolosamente, furono rinchiusi dalla morte, e le membra dei paralitici, sciolte dal miracolo, furono di nuovo immobilizzate dalla morte: tutto ciò che temporalmente fu sanato nel corpo mortale, alla fine fu disfatto; ma l’anima che credette, passò alla vita eterna. Con questo infermo il Signore ha voluto dare un grande segno all’anima che avrebbe creduto, per la cui remissione dei peccati era venuto, e per sanare le cui debolezze egli si era umiliato” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1).

Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo.

[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 11 novembre 1987]

 

1. “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21). Nelle parole di Marta si compendia l’universale aspirazione a una presenza che sconfigga questo nemico implacabile, di fronte a cui ogni tentativo di fare dell’uomo un assoluto crolla inevitabilmente: la morte.

Oggi, fratelli e sorelle carissimi, noi preghiamo per i defunti: in questi giorni ci rechiamo in visita ai cimiteri, quali pellegrini oranti, per implorare pace eterna ai nostri cari. Davanti a quelle tombe s’afferma dentro di noi l’aspirazione a vincere la morte, prende consistenza il respiro di eternità che abita nei nostri cuori.

Noi decoriamo, infioriamo, abbelliamo quelle tombe, perché il nostro cuore ci dice che un corpo avvolto nell’immobilità fredda della morte non è, non può essere, l’ultima parola di una vita. Un’immensa trama di progetti, di potenzialità solo parzialmente espressi, le attese di un mondo più giusto e più umano, il calore degli affetti, la fatica delle quotidiane fedeltà, tutto questo tesoro di bene non può essere murato nel silenzio implacabile del nulla.

2. Ecco perché l’umanità intera ha esultato di gioia, quando una pietra è stata rotolata dal sepolcro nuovo in un giardino di Gerusalemme, e una parola annunciata un giorno e attesa dai millenni della storia è divenuta realtà: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).

Il Signore glorioso che spalanca le porte della vita dà finalmente un senso a questo bisogno di eternità, di compimento, di pienezza che ciascuno di noi sente pulsare dentro di sé: il Dio fedele, che risuscita il Figlio solidale con gli uomini fino alla morte, infonde in noi la consolante certezza dell’immortalità.

Oggi la morte continua a mietere le sue vittime; la sofferenza e il dolore feriscono ogni giorno il corpo martoriato dell’umanità. Eppure, fra le tenebre del male, fisico o morale, risplende agli occhi del credente la luce di una promessa sicura: “Io sono la risurrezione e la vita”. Questa parola rende solida l’attesa, costante la pazienza, certa la speranza.

3. Su una così immensa moltitudine di morti oggi la Chiesa pronuncia il suo atto di fede nella vita, nel nome di Colui che è la vita. Su quanti si spensero quasi impercettibilmente in una saggia longevità, come sui bimbi, accolti nel seno del Padre prima che i loro occhi si aprissero alla luce; su coloro che la malattia ha consumato, associandoli al sacrificio dell’Agnello, come sui trafitti dalla violenza omicida; su tutti si leva, decisa, la voce della speranza: “Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 22).

Noi ne siamo certi: Cristo, che ci ama, è andato a prepararci un posto. Egli tornerà e ci prenderà con sé in un abbraccio eterno. Per questo oggi sale incessante la preghiera della Chiesa, sorella e madre, testimone del Risorto, per tutti i defunti, a qualsiasi tempo o popolo appartengano, perché dal chicco di grano caduto nella terra germogli un’attesa ricca di immortalità.

In questo giorno vogliamo ricordare in particolare tutte le vittime dell’odio e della violenza, invocando il Signore di concedere all’umanità quella pace a cui l’umanità tanto anela.

[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 2 novembre 1986]

Martedì, 23 Giugno 2026 04:48

Fede condizionata dall’interesse

«Come seguo Gesù?». È la semplice domanda che ogni cristiano dovrebbe porsi per comprendere se la sua è una fede autentica e sincera, o in qualche modo «interessata». Il rischio, infatti, è quello di annacquare la propria adesione a Cristo con i calcoli della convenienza. Lo ha sottolineato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata la mattina di lunedì 16 aprile a Santa Marta. Commentando la liturgia della parola, il Pontefice ha individuato le due possibili strade che si pongono di fronte a ogni battezzato: quella del protomartire Stefano, che, «pieno di grazia e di Spirito Santo» agiva «senza bilanciare le conseguenze» delle sue scelte, e quella della folla che si lasciava conquistare dai miracoli.

Ci sono, quindi, ha spiegato Francesco, «diversi modi, maniere di seguire Gesù». La gente descritta dal Vangelo di Giovanni (6, 22-29), che aveva appena assistito al miracolo della moltiplicazione dei pani, seguiva infatti Gesù non solo «perché aveva fame della parola di Dio e sentiva che Gesù arrivava al cuore, riscaldava il loro cuore», ma anche «perché Gesù faceva dei miracoli; anche, lo seguivano per essere guariti, per avere qualche visione nuova della vita». Tant’è che, ha ricordato il Papa, in un altro passo dello stesso evangelista (4, 48) Gesù rimprovera: «Voi, se non vedete miracoli, non credete». Come a sottolineare che «l’importante non sono i miracoli; l’importante è la parola di Dio, è la fede». Perciò Gesù «loda la gente che si avvicina a lui con fede». Infatti «a quel papà che chiese la guarigione del figlio», disse: «Tutto è possibile a quello che crede».

Dunque la gente, che «seguiva Gesù per ascoltarlo», dopo la moltiplicazione dei pani, voleva addirittura «farlo re». Perciò egli se ne andò «da solo, a pregare». Riassumendo il racconto evangelico, il Papa ha descritto quello che accadde, con la gente che cerca il Signore e lo trova, il giorno dopo, sull’altra riva del lago. Perché questa ricerca insistente? Anche per ascoltare Gesù, ma soprattutto «per interesse». Infatti arriva subito il rimprovero del Signore: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quel pane e vi siete saziati». Francesco è entrato nella psicologia della folla: «buona gente», che vuole «sentire la parola di Gesù, e sentire come quella parola arriva al cuore», ma anche spinta dall’interesse. La loro è dunque una fede che abbina «le due cose: una fede, una voglia di amare Gesù, ma un po’ interessata».

Costoro non sono gli unici nel Vangelo ad avere tale atteggiamento. Il Pontefice ha ricordato, ad esempio, l’episodio dell’indemoniato di Gerasa narrato da Luca (8, 26-39), nel quale i mandriani, quando hanno visto che per quel miracolo «avevano perso i porci», hanno fatto «il calcolo e hanno detto: “Sì, sì: questo fa dei miracoli, ma a noi non conviene; perdiamo dei soldi con questo”, e gli hanno detto cortesemente: “Vattene via, a casa tua”». Oppure si può pensare ai dieci lebbrosi di cui parla ancora Luca (17, 11-19), i quali «sono stati guariti e sono andati, ma soltanto uno è tornato a ringraziare: gli altri avevano avuto la guarigione e così si sono dimenticati di Gesù».

Di fronte a una fede condizionata dall’interesse, Gesù rimprovera e «dice: “Datevi da fare, non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Il cibo è la parola di Dio e l’amore di Dio».

[Papa Francesco, a s. Marta, in Osservatore Romano del 17.04.2018]

13a Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [28 Giugno 2026]

 

Prima Lettura dal secondo libro dei Re (4, 8-11.14-16a)

Ecco una lettura sintetica dei testi biblici di questa domenica a partire da questa storia di una bella amicizia umana. A Sunam, villaggio del regno del Nord verso l’850 a.C., Eliseo all’inizio del suo ministero stringe con una famiglia ricca un’amicizia forte e duratura. Gli autori biblici non raccontano questa storia per l’aneddoto: hanno uno scopo teologico e mostrano che l’alleanza tra Eliseo e i Sunamiti è l’immagine dell’Alleanza tra Dio e Israele. Questa storia si sviluppa in quattro atti:1La promessa di un figlio: Eliseo annuncia alla donna sterile: L’anno prossimo, a questa stessa data, terrai un figlio in braccio. Lei non ci crede e risponde: No, mio signore, uomo di Dio, non mentire alla tua serva. Come Sara a Mamre, dubita. Ma l’anno dopo il bambino nasce. 2.La risurrezione: Anni dopo, il bambino muore nei campi, colpito da un’insolazione. Senza perdere la fede, la madre depone il corpo sul letto di Eliseo, nella stanza sulla terrazza, e corre a cercarlo. Gli ricorda: Io non ti avevo chiesto nulla, non riprendermi questo figlio. Eliseo prega e risuscita il bambino. 3.L’avvertimento della carestia: Fedele a questa amicizia, Eliseo avverte la Sunamita di 7 anni di carestia e le consiglia di partire per la terra dei Filistei. Lei obbedisce e va in esilio. 4.La restituzione dei beni. Al ritorno, la sua casa e i suoi campi erano stati confiscati dagli ufficiali del re. Eliseo interviene ancora e le fa riavere le sue terre. Ma quale lezione teologica ci offre questo testo? Questa amicizia illustra 5 tratti dell’Alleanza Dio/Israele: 1Alleanza permanente e fedeltà: Dio resta fedele anche davanti all’incredulità.  2 Sollecitudine costante: Come Eliseo per la sua ospite, Dio veglia senza sosta sul suo popolo.  3.Dio abita con noi: Eliseo accetta la stanza sulla terrazza: Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, come nel Tempio di Salomone.  4. Dio restituisce: Eliseo rende la terra, Dio promette di rendere la terra a Israele, messaggio chiave scritto durante l’Esilio a Babilonia.  5. Dio è Dio della vita: Promessa di nascita e risurrezione del bambino perché Dio dona la vita. La Sunamita diventa per noi modello della fede: Accoglie il profeta “in quanto profeta”, come dirà Gesù nel vangelo di in Mt (10,41). La sua fiducia è totale: osa dire a Dio i suoi bisogni e persino la sua rivolta. Riconosce in Eliseo un “uomo santo di Dio”. Ecco una pratica applicazione: Dio abita nel cuore di ogni uomo ed è importante riconoscerlo. 

 

Salmo responsoriale (88/ 89)

Ecco un chiaro messaggio: Non bisogna mai dubitare. La prima lettura racconta la lunga amicizia tra una famiglia di Sunam e il profeta Eliseo, “uomo di Dio”. Attraverso questa relazione umana si medita sull’Alleanza eterna tra Dio e il suo popolo, e con tutta l’umanità. Il salmo 88/89, che oggi viene proclamato, sembra un canto scritto nella prova.  Anche se i pochi versetti del salmo responsoriale sembrano pieni di euforia, il salmo completo di ben 53 versetti, nasce probabilmente durante l’Esilio a Babilonia. È una sintesi di tutta la storia di Israele: inizio dell’Alleanza, promesse a Davide, attesa del Messia… e poi il crollo: niente più re a Gerusalemme, niente erede, quindi niente Messia. Da qui la domanda angosciata del v. 50: “Dov’è, Signore, il tuo primo amore, quello che giurasti a Davide sulla tua fedeltà?”. Ciò che si afferma con forza, in realtà si teme di averlo perduto. Il salmo è poi l’ultimo del terzo libro dei Salmi e si chiude con: “Benedetto il Signore per sempre! Amen! Amen!”. Ha quindi un carattere di conclusione. A ben vedere, questo salmo si presenta come una costruzione sapiente.  La prima strofa è molto curata, con parallelismi: L’amore del Signore, senza fine lo canto; la tua fedeltà, l’annuncio di età in età. Amore/fedeltà, canto/annuncio, senza fine/di età in età, costruito/stabile, per sempre/cieli: un meraviglioso parallelismo tra tempo e spazio che invita a curare il canto dei Salmi.  Il cuore del messaggio è Amore e fedeltà. Nel salmo completo la coppia “amore e fedeltà” ricorre 7 volte, numero simbolico. È la traduzione della rivelazione a Mosè sul Sinai: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6).   In ebraico “amore” cioè “gesti d’amore di Dio” indica che Dio non ama solo a parole, ma “con atti e verità”, come dirà san Giovanni nel Nuovo Testamento.  Proprio durante l’esilio Israele ricorda più che mai i “gesti d’amore di Dio” per non cadere nella tentazione di pensare che Dio l’abbia dimenticato. Il salmo insomma presenta un gruppo di credenti che compone inni per ricordare la fedeltà di Dio che non ha smesso di essere re d’Israele. La frase “perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele” viene cantata proprio quando non c’è più un re umano. Ed è interessante che il salmo usa un vocabolario regale e guerriero: “ovazione/terouah, potere, forza, vigore, scudo” perché il re guidava l’esercito. Sono accenti vittoriosi detti in un tempo di sconfitta. E il salmo si chiude ricordando gli oltraggi subiti dal Messia: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi oltraggiati… i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, il tuo Messia”.   Morale: è proprio nella notte, nel buio dell’esilio e della prova, che bisogna credere alla luce e al ribadirsi delle promesse di Dio.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3... 11)

San Paolo indica una nuova maniera di vivere e risponde all’obiezione  di chi gli rimprovera che insistendo troppo sulla gratuità della salvezza, tu incoraggi il peccato. Lui ribatte: la grazia non rende il peccato irrilevante, ma non ha più potere su di lui perché dal Battesimo il credente è “creatura nuova”: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Cor 5,17). Paolo spiega il senso della parola chiave “morte” che non è biologica. e usa questa parola in senso teologico: quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte… siamo perciò morti al peccato, e ora viviamo per Dio in Cristo Gesù. È una rottura radicale col passato che non ha più paura della morte fisica.  Paolo parla per esperienza: sulla via di Damasco è “morto” all’uomo vecchio, al suo modo di vedere, agire, credere. Il “battesimo” di Israele serve così a Paolo come chiave per spiegare il Battesimo cristiano come ben lo richiama nella prima lettera ai Corinti (cf1 Cor10,1-2). Israele “battezzato” da Mosè nella nube e nel mare con il passaggio del Mar Rosso ha conosciuto la morte della schiavitù d’Egitto: lavoro forzato, stragi, malafede del Faraone ed ecco un taglio netto con l’ingranaggio dell’oppressione.  Così Cristo compie la rottura decisiva: l’uomo schiavo del peccato, dei dubbi, della violenza, è liberato. Gesù “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) spezza il circolo infernale. La sua morte è trionfo: “morto al peccato una volta per tutte, vivo per Dio”. Vivere alla maniera di Cristo è dunque “Morire al peccato” cioè morire alla vecchia maniera di vivere: odio, violenza, sete di potere e denaro per “Vivere per e in Dio”  cioè scegliere Cristo come unico Signore ed entrare in una vita nuova fatta di amore e servizio ai fratelli. Il Battesimo inaugura questo cambiamento radicale: è una vera liberazione. Paolo dice ai battezzati: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù”. Il dono è già compiuto, ma resta da realizzarlo ogni giorno. Ed ecco l’esigenza che ne nasce: se infatti entrare nella salvezza è semplice perché basta crederci, diventa però esigentissimo viverlo perché chiede di conformare la vita quotidiana allo Spirito di Cristo. Lo ripete nella lettera agli Efesini: “Spogliatevi dell’uomo vecchio… lasciatevi rinnovare nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”(Ef4,22-24.  Il segreto è uno solo: restare con gli occhi fissi sulla croce di Cristo. Solo la sua obbedienza e dolcezza spezzano la catena della violenza. Come dice Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv15,4).

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-42)

 Questo testo ci aiuta a Imparare come acconsentire alle rinunce necessarie. A prima vista Mt 10,37-42 sembra un elenco di massime scollegate. In realtà è un unico invito: sono i distacchi richiesti dalla fedeltà al Vangelo. Dopo il Discorso della Montagna sull’amore, Gesù parla qui di altre esigenze. Occorre imparare ad amare Dio in tempo di persecuzione della Chiesa: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”.  Amare Dio non comporta smettere di volere bene alla famiglia anche se poco prima aveva avvertito: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (cf Mt10,21). “Non sono venuto a portare pace, ma la spada… dividerò l’uomo dal padre” (Mt 10,34-35; cf. Michea 7,6). Come spiegare questo?  Ogni persecuzione crea drammi personali perché occorre scegliere tra fedeltà e morte. Anche senza violenze, è in famiglia e tra amici che testimoniare è più difficile e può nascere la lacerazione. Imparare ad amare è quindi prendere la propria croce: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”.  Per Gesù e i suoi ascoltatori la crocifissione era un supplizio infamante, di massa lungo le strade romane perché esponeva all’orrore, all’obbrobrio, alla derisione. Nel Deuteronomio si legge che il crocifisso è “maledetto da Dio” (Dt21,22-23). E con il Sal 21/22 Gesù proclama: “Sono un verme, non un uomo, scherno degli uomini, rifiutato dal popolo” anche se l’interpretazione di questo passaggio porta a capire meglio quel che Gesù (Nella nota mi permetto di unire in nota un testo che ho trovato).  Gesù sa che lui e i discepoli saranno perseguitati, disprezzati, umiliati. “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). “Prendere la croce” comporta accettare di essere messi ai margini, di perdere reputazione per fedeltà a Cristo. Infine ecco l’unica ricompensa che risponde a ogni nostra obiezione: “Chi accoglie voi accoglie me; chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato… Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà ricompensa di profeta; chi accoglie un giusto perché è giusto, avrà ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.  Sembra un “dare-avere”, ma non è così. Non siamo nel campo dell’“avere”, ma dell’“essere”. Dio non dà quantità di beni, ma la vita eterna: la vita nella sua intimità. Tutti i santi testimoniano una qualità di felicità, non una quantità.  Gesù stesso promette: “Chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per causa mia, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29).  Paolo lo vive: “Tutto ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo… per conoscere Cristo, avere comunione con le sue sofferenze, diventare conforme a lui nella sua morte” (Fil 3,7-10). “Essere afferrati da Cristo” è la posta in gioco vitale. Se si vuole un filo conduttore di questo testo lo si può cogliere facilmente nel legame tra tutte queste frasi proprio in questo verbo; “essere afferrati da Cristo” come fuoco interiore che rende possibili tutte le rinunce per fedeltà al Vangelo: rinuncia agli affetti, alla stima, all’avere, alla vita. Risuonano con vigore nel nostro animo le Beatitudini: “Beati voi quando vi insulteranno… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!” (Mt 5,11-12).

 

Nota Gesù “verme” sulla croce Sulla croce GESÙ SI È PARAGONATO A UN INSETTO PER RIVELARE IL SEGRETO DELLA SUA MORTE. È IL MISTERO DEL SALMO 22…Agonizzando in croce, Gesù ha recitato il Salmo 22. È il salmo profetico della crocifissione per eccellenza. Ma al v. 6 c’è una frase umiliante e sconcertante: “Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, disprezzato dal popolo”. .Perché il Re dell’universo, nel momento più glorioso della redenzione, si definisce “verme”?  La zoologia del Medio Oriente rivela uno dei ritratti d’amore più commoventi della natura. IL TOLA’ATH SHANI תּוֹלַעַת שָׁנִי parola ebraica usata da Davide non è il termine comune per “verme di terra”. Ha usato Tola’ath Shani cioè “verme cremisi”, da cui si ricavava un colorante rosso. Quando la femmina di questo verme cremisi è pronta a partorire, compie un gesto istintivo e radicale: cerca il tronco di un albero e vi si attacca per sempre. Vi si aggrappa con tale forza che, se qualcuno prova a staccarla, il suo corpo si squarcia.  Lì, ancora attaccata al legno, partorisce i suoi piccoli. Per proteggerli dai predatori, la madre secerne un fluido rosso cremisi che copre tutto il suo corpo, tinge di rosso il legno e ricopre completamente i suoi piccoli. In questo processo di dono della vita e di protezione, la madre muore.  

Ecco il fenomeno straordinario: tre giorni dopo, il corpo senza vita della madre, sempre attaccato all’albero, perde il colore rosso, diventa bianco come la neve e cade dolcemente a terra (Is 1,18). GESU’ SI È CONFICCATO ALL’ALBERO PER DARTI LA VITA: Gesù non usava una metafora di umiliazione, ma proclamava la sua missione ed è un messaggio per noi.  Gesù ti diceva dalla croce: “Io sono il Tola’ath Shani”. Ha scelto di andare all’albero volontariamente. Si è lasciato inchiodare alla croce, sapendo che se ne fosse sceso, i suoi “figli” – noi saremmo morti in mano al predatore. Ha versato il suo fluido cremisi – il suo sangue – per coprirti, proteggerti e darti la vita, offrendo la sua.  Quando ti senti inutile, quando pensi che nessuno si curi di te o che il nemico ti divorerà, guarda il legno della croce. Hai un Salvatore che ha scelto di morire inchiodato a un albero piuttosto che perderti. Il suo sangue ti ha ricoperto interamente e, tre giorni dopo, è risorto per renderti bianco come la neve. Tu sei il frutto del suo sacrificio perfetto!

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

 

Solennità Ss. Pietro e Paolo  [29 Giugno 2026]

 

Prima lettura dagli Atti degli Apostoli (12, 1-11)

Il filo conduttore di questo testo è: “Dio libera sempre per la missione”. In quel tempo  la Chiesa giovane è sotto pressione e il  miracolo della liberazione di Pietro non deve far dimenticare l’atmosfera della Chiesa nascente. Gesù è morto intorno al 30 d.C. e all’inizio i discepoli erano pochi e inoffensivi. I problemi iniziano con le guarigioni “troppo spettacolari”che portano Pietro in prigione due volte per mano delle autorità religiose: la prima volta con Giovanni, processo e minacce, mentre la seconda con altri apostoli, liberati di notte dall’Angelo: “Andate, state nel Tempio e annunciate al popolo tutte queste parole di vita” (At 5,17-20).  Poi viene l’esecuzione di Stefano e la persecuzione che spinge gli “Ellenisti” a fuggire da Gerusalemme verso Samaria e la costa. Giacomo, Pietro e Giovanni restano. Nell’episodio di At 12 è il potere politico ad agire. Siamo sotto Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re solo dal 41 al 44 d.C. Per questo possiamo datare l’episodio con precisione.  Agrippa “Romano a Cesarea, ebreo a Gerusalemme”: cerca consenso sia con Roma che con i Giudei. In entrambi i casi i cristiani sono nemici da eliminare. Per piacere ai Giudei fa uccidere Giacomo di Zebedeo e imprigiona Pietro durante la Pasqua ebraica, la settimana degli Azzimi. Ciò che interessa Luca è la missione non solo Pietro.   che ancora una volta scampa miracolosamente, perché per Luca il punto centrale è l’evangelizzazione. L’Angelo non libera per salvarli, ma perché “il mondo ha bisogno di loro”. Dio non abbandona gli apostoli: nessuna dominazione cieca potrà bloccare l’annuncio della Parola di vita. C’è un parallelo tra Pasqua-Esodo-Passione. Si ripete in qualche modo la storia della Pasqua ebraica: Israele schiavo e minacciato di genocidio, viene liberato miracolosamente da Dio. Di secolo in secolo il popolo ricorda che la liberazione è opera di Dio. E che dire di questo paradosso: chi è chiamato ad annunciare e compiere l’opera liberatrice di Dio può farsi complice di una nuova dominazione? Nessuna Chiesa è immune. Gesù è morto proprio per la perversione del potere religioso del suo tempo: durante la Pasqua, memoriale del Dio liberatore, il Figlio di Dio è ucciso dai “difensori di Dio”. A vincere però è l’amore e il perdono del Dio “mite e umile di cuore”: Gesù risorge. Ora è la giovane Chiesa ad affrontare il potere religioso e politico, come Gesù 10-15 anni prima, ancora durante la Pasqua a Gerusalemme.  L’Angelo a Pietro dice: “Àlzati in fretta! Mettiti la cintura, lega i sandali…”. Sono le stesse parole date a Israele nella notte dell’Esodo: “Cinti ai fianchi, sandali ai piedi, bastone in mano. Mangerete in fretta” (Es 12,11). Luca vuole dire: Dio continua l’opera di liberazione.  Tutto il racconto è costruito sul modello della Passione-Risurrezione di Cristo: notte, prigione, soldati, “rullo compressore” della dominazione. Pietro dorme passivo, come Gesù nel sonno della morte. Per entrambi nella notte si leva la luce: agisce Dio. Ed ecco la conclusione: Gesù l’aveva detto a Pietro: “Le forze della morte, cioè dell’odio, non prevarranno” e questo insegna che il carattere miracoloso non è fine a sé stesso. Dio libera perché la missione continui nei secoli. La liberazione d’Egitto, la Pasqua di Cristo, la prigione di Pietro: è un unico disegno di Dio che salva per mandare ad annunciare la vita che nessuno può distruggere.

 

Salmo Responsoriale (33/34)

 In questo salmo siamo guidati da questo filo conduttore: Dio ascolta il grido del povero e risponde con Spirito e fratelli.  Dopo la liberazione di Pietro il salmo ci ricorda: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, per liberarli”. E si capisce che, mentre tutta la Chiesa era in preghiera insistente per Pietro in carcere, il Signore lo ha liberato: “Un povero grida – dice il Salmo - e il Signore ascolta…”. La fede è questo: osare gridare a Dio sapendo che, in ogni circostanza, Lui sente il nostro grido. La comunità ha gridato, Pietro è stato liberato. Resta però sempre una domanda: e quando non la liberazione non avviene?  Gesù in croce non è scampato alla morte. Pietro stesso, anni dopo, sarà imprigionato a Roma e giustiziato. Allora Dio non ascoltava più?  È la domanda che torniamo a farci: dov’è Dio quando soffriamo? A che serve pregare e  se non siamo esauditi come vorremmo, vuol dire che abbiamo pregato male? Troppi dicono dicono “se preghi bene tutto si aggiusta”, ma sappiamo che non è sempre così. Quanti hanno pregato, fatto novene, pellegrinaggi per una guarigione che non è arrivata. Questo salmo ci offre tre risposte. 1.Dio ascolta il nostro grido. Come al roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido sotto gli aguzzini. Conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Il credente sa che il Signore è vicino nella sofferenza, “dalla nostra parte”. Il Sal 33/34 lo dice: “Ho cercato il Signore, mi ha risposto… mi ha liberato. Ascolta, salva, il suo angelo si accampa, è un rifugio”. 2.Dio risponde donandoci il suo Spirito. “Chiedete, vi sarà dato… Quale padre… darà un serpente al figlio che chiede un pesce?” (Lc 11,9-13). Gesù non promette che tutto si risolve “per magia”. Quando preghiamo, Dio non toglie il problema, ma ci riempie del suo Spirito. Con lo Spirito possiamo affrontare le prove. Ogni preghiera fatta con fede ci apre all’azione trasformante dello Spirito. La risposta al grido disperato è quindi la forza interiore dello Spirito  per cambiare la situazione, per superare la prova. “Un povero grida; il Signore ascolta: lo salva da tutte le sue angosce… Ho cercato il Signore, mi ha risposto: da tutte le mie paure mi ha liberato”. Qualunque colpo arrivi, il credente sa di essere ascoltato e l’angoscia può cadere. 3.Dio suscita attorno a noi dei fratelli.  Ecco la seconda lezione del roveto: appena Dio dice a Mosè “Ho visto… ho udito il grido… conosco le sofferenze”, suscita in Mosè l’impulso per liberare il popolo: “Va’, ti mando dal Faraone, fa’ uscire d’Egitto il mio popolo” (Es 3,9-10).  Israele ha vissuto tante volte questo schema: sofferenza, grido, preghiera e Dio suscita profeti e capi per riprendere in mano il destino. È proprio questa l’esperienza storica d’Israele. 4. La fede è come una doppia parola, un  doppio grido: l’uomo grida la sua miseria a Dio, come Giobbe. Dio ascolta e lo libera dall’angoscia. E l’uomo riprende la parola per rendere grazie.  La vocazione di Israele nei secoli è stata far risuonare questa polifonia fatta di sofferenza, lode e speranza e nelle vicende della sua storia nulla ha potuto spegnere la speranza d’Israele. È questo che caratterizza il credente:  “Io benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino!”.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 6-8.17-18)

Non tutti concordano che le Lettere a Timoteo siano di Paolo, ma queste righe sono sicuramente sue: anzi sono il suo testamento, l’ultimo addio da prigioniero a Roma. Sa che uscirà solo per essere giustiziato. Il “momento della partenza” è arrivato: usa il termine greco anàlysis, “sciogliere gli ormeggi, levare l’ancora”.  Considerandola vita come una maratona Paolo fa il bilancio con l’immagine sportiva a lui cara: il fondista che taglia il traguardo. Il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo da ricevere la corona della giustizia.  A Roma il vincitore non prendeva una coppa, ma una corona d’alloro. C’è una corona per tutti, quindi Paolo non si vanta: egli sa che il Signore, giudice giusto, la assegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione gloriosa. Dio, giudice imparziale, vede le disposizioni del cuore e tutti gli apostoli, tutti i credenti che hanno desiderato con amore la venuta del Cristo, avranno la corona. Non è dunque presunzione, ma fiducia incrollabile nella bontà di Dio. Perché la stessa forza di correre viene da Lui: “Il Signore mi è stato vicino, mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”.  Occorre imparare ad attendere tutto da Dio: è Lui che dà la forza di correre ed è Lui che dà la ricompensa a tutti coloro che corrono perché la vita non è una gara di competizione. Ognuno al suo posto, al suo ritmo, basta “desiderare con amore l’avvento del Cristo”. Non è questa la “beata speranza” che professiamo a Messa: “Aspettiamo la tua venuta nella gloria”? Per Paolo la “manifestazione” definitiva di Cristo è sempre stato l’orizzonte verso cui correre e riconosce di essere stato abbandonato dagli uomini, ma sempre sostenuto dal Signore. Ccome Cristo in croce e poi Stefano, Paolo perdona perché proprio nell’abbandono degli uomini ha sperimentato la presenza e la forza del Signore.  Le ultime frasi stupiscono: sa che morirà, eppure dice “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà salvo nel suo regno celeste”. Non parla quindi di morte fisica, che attende da un giorno all’altro; parla del pericolo peggiore: dichiarare forfait, abbandonare la corsa, perdere la fedeltà. Da questo “leone” il Signore l’ha preservato. La sua fedeltà non è merito suo, ma forza ricevuta e la morte per lui è solo biologica,bensì il passaggio per entrare nella gloria per cui già intona il cantico della felicità: “A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-19)

 A Cesarea si compie come una svolta, avviene un passaggio importante nella visione di Cristo: da Gesù potente a Gesù Figlio di Dio crocifisso.  Per Matteo l’episodio di Cesarea di Filippo è una tappa decisiva: subito dopo Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. “A partire da questo momento”: quindi si chiude una fase è ciò che sorprende è che nulla di nuovo avvenga nei titoli, ma tutto è posto in una nuova luce. Non si dice nulla di inedito: Gesù si dà il titolo di “Figlio dell’uomo”, che usa già 9 volte in Matteo. Pietro lo proclama “Figlio di Dio”, titolo già usato prima. La novità è il salto di comprensione: il “Figlio dell’uomo” nella Bibbia è il capo del popolo di Dio,  titolo tratto dal libro di  Daniele: “Ecco, sulle nubi del cielo veniva come un Figlio dell’uomo… gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo potere è eterno, il suo regno non sarà distrutto” (Dn 7,13-14). Daniele precisa che il “Figlio dell’uomo” non è un individuo solo, ma un popolo: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre… il regno, il potere e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7,18.27).  Quando Gesù si applica questo titolo si presenta come colui che sta alla testa del popolo di Dio. “Figlio di Dio” è invece un titolo che esprime fiducia, non potenza.  Questo titolo è già usato: al cap. 4 quando il diavolo tenta Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio”. Ha ragione sul titolo, sbaglia sul contenuto: immagina un Figlio potente e invulnerabile che usa il potere per sé. Per Gesù “essere Figlio di Dio” è fidarsi totalmente del Padre e nutrirsi della sua Parola.   Dopo che Gesù cammina sulle acque, i discepoli gli dicono: “Davvero tu sei Figlio di Dio”. Erano colpiti dalla potenza sul mare. Mancava ancora un passo per capire chi è davvero Gesù. La novità di Cesarea è che Pietro proclama “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” non davanti a un miracolo e così l’ambiguità cade e inizia il cammino verso la fede vera. “Beato sei, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.  La novità sta nella congiunzione dei due titoli: “Chi è il Figlio dell’uomo?” chiede Gesù, e Pietro risponde “È il Figlio di Dio”. Gesù farà lo stesso collegamento davanti al sommo sacerdote: “Tu lo dici. Ma io vi dico: d’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,63). Qui non ci si sbaglia più: Dio si rivela non come potenza e maestà, ma come Amore consegnato nelle mani degli uomini. Appena Pietro scopre chi è Gesù,  Gesù gli affida un mandato  per la Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il Figlio dell’uomo è un popolo, non un individuo isolato.  Su cosa costruisce Cristo Dio fatto uomo la sua Chiesa? Su Pietro, persona fragile la cui unica virtù è aver ascoltato ciò che il Padre gli ha rivelato. Il solo pilastro della Chiesa è la fede in Gesù Cristo.  “Ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non significa che Pietro e i successori sono onnipotenti. Significa che Dio si impegna con loro. Se restiamo in comunione con la Chiesa siamo in comunione con Dio. La rassicurazione finale è Cristo che costruisce la Chiesa e sta qui l’ultimo motivo di fiducia: Gesù dice “Io edificherò la mia Chiesa”. Non siamo noi incaricati di costruirla, ma solo di ascoltare ciò che il Dio vivente vuole rivelarci. E perché è Cristo risorto, Figlio del Dio vivente, a costruirla, possiamo esserne certi: “Le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”.

 

+Giovanni D’Ercole

(Mt 8,23-27)

 

La nostra vita procede come su una barchetta sballottata da sismi. Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la vita.

Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Mt cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù.

Non pochi giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.

Altrove, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana - una sorta di accordo fra Gesù e Impero.

Ma Chi poteva placare le tempeste?

La situazione delle minuscole famiglie cristiane di Galilea e Siria era ancora buia. Cristo pareva non del tutto presente, e il mare agitato, il vento contrario.

Si poteva ri-creare l’Esodo?

Proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nell’accostarsi alla sua Persona si faceva esperienza di una strana e diversa stabilità: il perdurare controcorrente.

Una traversata verso la libertà che proveniva dall’aggrapparsi al solo Gesù, nel caos delle sicurezze. Per una discorde permanenza.

 

Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia volgarmente atteso, restauratore del defunto impero di Davide o dei Cesari.

Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento. Ciascuno poteva trovarvi casa e riparo (Mt 13,32c; Mc 4,32b).

Ma gli apostoli e i veterani di chiesa sembravano avversi alle proposte di Cristo; rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di fraternità - che li spiazzava.

L’insegnamento e richiamo imposto ai discepoli è quello di passare all’altra riva (cf. Mc 4,35; Lc 8,22) ossia di non trattenere per sé.

Gli Apostoli hanno il compito di comunicare le ricchezze del Padre anche ai pagani, considerati impuri e malfamati.

Eppure proprio gli intimi del Maestro non ne volevano sapere di sproporzioni rischiose, che facessero effettivamente risaltare l’azione a maglie larghe del Figlio di Dio.

Erano volentieri tarati su consuetudini di religiosità comune, e un’ideologia di potere circoscritta.

La resistenza all’incarico divino nonché il dibattito interno lacerante che ne era derivato, già negli anni 70 aveva scatenato una grande tempesta nelle assemblee dei credenti.

«Ed ecco venne una grande agitazione nel mare, così che la barca veniva coperta dalle onde» (Mt 8,24).

La bufera riguardava i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù: «ma dormiva» (v.24c) [si tratta del Risorto].

Quel che accadeva “dentro” la barchetta della Chiesa non era il semplice riflesso di ciò che capitava “fuori”! Questo l’errore da correggere.

 

Le situazioni emotivamente rilevanti hanno il loro senso, recano un appello significativo, introducono una diversa introspezione, il cambiamento decisivo; una nuova ‘genesi’.

La prova infatti attiva le anime nel modo più efficace, perché ci sgancia dall’idea di stabilità, e pone in contatto con energie sottaciute, avviando il nuovo dialogo con gli eventi.

In Lui, eccoci dunque intrisi d’una diversa visione del pericolo.

 

 

[Martedì 13.a sett. T.O.  30 giugno 2026]

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This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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