don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 16 Giugno 2026 05:07

Il Verbo, e la voce che passa

«Tutti e quattro i Vangeli mettono all’inizio dell’attività di Gesù la figura di Giovanni Battista e lo presentano come il suo precursore. San Luca ha spostato indietro la connessione tra le due figure e le loro rispettive missioni … Già nel concepimento e nella nascita, Gesù e Giovanni sono messi in rapporto tra loro» (L’infanzia di Gesù, 23). Questa impostazione aiuta a comprendere che Giovanni, in quanto figlio di Zaccaria ed Elisabetta, entrambi di famiglie sacerdotali, non solo è l’ultimo dei profeti, ma rappresenta anche l’intero sacerdozio dell’Antica Alleanza e perciò prepara gli uomini al culto spirituale della Nuova Alleanza, inaugurato da Gesù (cfr ibid. 27-28). Luca inoltre sfata ogni lettura mitica che spesso si fa dei Vangeli e colloca storicamente la vita del Battista, scrivendo: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore … sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa» (Lc 3,1-2). All’interno di questo quadro storico si colloca il vero grande avvenimento, la nascita di Cristo, che i contemporanei non noteranno neppure. Per Dio i grandi della storia fanno da cornice ai piccoli!

Giovanni Battista si definisce come la «voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri» (Lc 3,4). La voce proclama la parola, ma in questo caso la Parola di Dio precede, in quanto è essa stessa a scendere su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto (cfr Lc 3,2). Egli quindi ha un grande ruolo, ma sempre in funzione di Cristo. Commenta sant’Agostino: «Giovanni è voce. Del Signore invece si dice: “In principio era il Verbo” (Gv 1,1). Giovanni è la voce che passa, Cristo è il Verbo eterno che era in principio. Se alla voce togli la parola, che cosa resta? Un vago suono. La voce senza parola colpisce bensì l’udito, ma non edifica il cuore» (Discorso 293, 3: PL 38, 1328). A noi il compito di dare oggi ascolto a quella voce per concedere spazio e accoglienza nel cuore a Gesù, Parola che ci salva. In questo Tempo di Avvento, prepariamoci a vedere, con gli occhi della fede, nell’umile Grotta di Betlemme, la salvezza di Dio (cfr Lc 3,6). Nella società dei consumi, in cui si è tentati di cercare la gioia nelle cose, il Battista ci insegna a vivere in maniera essenziale, affinché il Natale sia vissuto non solo come una festa esteriore, ma come la festa del Figlio di Dio che è venuto a portare agli uomini la pace, la vita e la gioia vera.

[Papa Benedetto, Angelus 9 dicembre 2012]

Martedì, 16 Giugno 2026 05:03

Uomo: chiamato, non succube

Le particolari circostanze della nascita di Giovanni ci sono state tramandate dall’evangelista Luca. Secondo un’antica tradizione, essa avvenne ad Ain-Karim, davanti alle porte di Gerusalemme. Le circostanze che accompagnarono questa nascita erano tanto inconsuete, che già a quell’epoca la gente si domandava: “Che sarà mai questo bambino?” (Lc 1, 66). Per i suoi genitori credenti, per i vicini e per i parenti era evidente, che la sua nascita fosse un segno di Dio. Essi vedevano chiaramente che la “mano del Signore” era su di lui. Lo dimostrava già l’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria, mentre questi provvedeva al servizio sacerdotale nel tempio di Gerusalemme. La madre, Elisabetta, era già avanti negli anni e si riteneva fosse sterile. Anche il nome “Giovanni” che gli fu dato era inconsueto per il suo ambiente. Il padre stesso dovette dare ordine che fosse chiamato “Giovanni” e non, come tutti gli altri volevano,“Zaccaria” (cf. Lc 1, 59-63).

Il nome Giovanni significa, in lingua ebraica “Dio è misericordioso”. Così già nel nome si esprime il fatto che il neonato un giorno annuncerà il piano di salvezza di Dio.

Il futuro avrebbe pienamente confermato le predizioni e gli avvenimenti che circondarono la sua nascita: Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, divenne la “voce di uno che grida nel deserto” (Mt 3, 3), che sulle rive del Giordano chiamava la gente alla penitenza e preparava la via a Cristo.

Cristo stesso ha detto di Giovanni il Battista che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande” (cf. Mt 11, 11). Per questo anche la Chiesa ha riservato a questo grande messaggero di Dio una venerazione particolare, fin dall’inizio. Espressione di questa venerazione è la festa odierna.

4. Cari fratelli e sorelle! Questa celebrazione, con i suoi testi liturgici, ci invita a riflettere sulla questione del divenire dell’uomo, delle sue origini e della sua destinazione. È vero, ci sembra di sapere già molto su questo argomento, sia per la lunga esperienza dell’umanità, sia per le sempre più approfondite ricerche biomediche. Ma è la parola di Dio che ristabilisce sempre di nuovo la dimensione essenziale della verità sull’uomo: l’uomo è creato da Dio e da Dio voluto a sua immagine e somiglianza. Nessuna scienza puramente umana può dimostrare questa verità. Al massimo essa può avvicinarsi a questa verità o supporre intuitivamente la verità su questo “essere sconosciuto” che è l’uomo fin dal momento del suo concepimento nel grembo materno.

Allo stesso tempo però ci troviamo ad essere testimoni di come, in nome di una presunta scienza, l’uomo venga “ridotto” in un drammatico processo e rappresentato in una triste semplificazione; e così accade che si adombrino anche quei diritti che si fondano sulla dignità della sua persona, che lo distingue da tutte le altre creature del mondo visibile. Quelle parole del libro della Genesi, che parlano dell’uomo come della creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio, mettono in rilievo, in modo conciso e al tempo stesso profondo, la piena verità su di lui.

5. Questa verità sull’uomo possiamo apprenderla anche dalla liturgia odierna, in cui la Chiesa prega Dio, il creatore, con le parole del salmista:

“Signore, tu mi scruti e mi conosci . . . 

Sei tu che hai creato le mie viscere 

e mi hai tessuto nel seno di mia madre . . . 

tu mi conosci fino in fondo. 

Quando venivo formato nel segreto . . . 

non ti erano nascoste le mie ossa . . . 

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio” (Sal 139 [138], 1. 13-15).

L’uomo quindi è consapevole di ciò che è - di ciò che è fin dall’inizio, fin dal grembo materno. Egli sa di essere una creatura che Dio vuole incontrare e con la quale vuole dialogare. Di più: nell’uomo vorrebbe incontrare l’intero creato.

Per Dio, l’uomo è un “qualcuno”: unico ed irripetibile. Egli, come dice il Concilio Vaticano II, “in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa” (cf. Gaudium et Spes, 24).

“Il Signore dal seno materno mi ha chiamato; fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome” (Is 49, 1); come il nome del bambino che è nato in Ain-Karim: “Giovanni”. L’uomo è quell’essere, che Dio chiama per nome. Per Iddio egli è il “tu” creato, Tra tutte le creature egli è quell’“io” personale, che può rivolgersi a Dio e chiamarlo per nome. Dio vuole nell’uomo quel partner che si rivolga a lui come al proprio creatore e Padre: “Tu, mio Signore e mio Dio”. Al “tu” divino.

6. Cari fratelli e sorelle! Come rispondiamo noi uomini a questa chiamata di Dio? Come intende l’uomo di oggi la sua vita? In nessuna altra epoca sono stati compiuti tanti sforzi mediante la tecnica e la medicina, per salvaguardare la vita umana contro la malattia, per prolungarla sempre più e per salvarla dalla morte. Allo stesso tempo, però, nessun’altra epoca, come la nostra, ha prodotto tanti luoghi e tanti metodi di disprezzo e di distruzione dell’uomo. Le amare esperienze del nostro secolo con le macchine di morte di due guerre mondiali, la persecuzione e la distruzione di interi gruppi di uomini a causa della loro appartenenza etnica o religiosa, la corsa agli armamenti atomici fino all’estremo limite, l’impotenza degli uomini di fronte alle grandi miserie in molte parti della terra potrebbero indurci a dubitare, se non addirittura a rinnegare, l’affetto e l’amore che Dio ha per l’uomo e per l’intero creato.

O non sarà piuttosto il caso di porci la domanda al contrario, quando consideriamo i terribili eventi che a causa degli uomini si sono abbattuti sul mondo e di fronte alle molteplici minacce del nostro tempo: non è l’uomo che si è allontanato da Dio, che è la sua origine, non si è forse discostato da lui, e non ha forse innalzato se stesso a centro e metro della propria vita? Non credete che negli esperimenti che si conducono sull’uomo, esperimenti che contraddicono la sua dignità, nell’atteggiamento mentale di molti verso l’aborto e l’eutanasia si esprima una preoccupante perdita del rispetto della vita? Non è forse evidente, anche nella vostra società, quando si guarda alla vita di molti - caratterizzata da vuoto interiore, paura e fuga - che l’uomo stesso ha reciso le proprie radici? Il sesso, l’alcol e la droga non debbono forse intendersi come segnali di allarme? Non indicano, forse, una grande solitudine dell’uomo odierno, un desiderio di cure, una fame di amore che un mondo ripiegato su se stesso non riesce a quietare?

In effetti, quando l’uomo non è più legato alla sua radice, che è Dio, egli si impoverisce di valori interiori e pian piano diventa succube di diverse minacce. La storia ci insegna che uomini e popoli che credono di poter esistere senza Dio sono immancabilmente destinati alla catastrofe dell’autodistruzione. Il poeta Ernst Wiechert lo ha espresso in questa frase: “Siate pur certi che nessuno cadrà fuori da questo mondo, che prima non sia caduto fuori da Dio”.

Al contrario, da un rapporto vivo con Dio l’uomo acquisisce la consapevolezza della unicità e del valore della propria vita e della propria coscienza personale. Nella sua vita vissuta concretamente egli sa di essere chiamato, sorretto e spronato da Dio. Nonostante le ingiustizie e le sofferenze personali egli comprende che la sua vita è un dono; egli ne è grato e sa di esserne responsabile davanti a Dio. In questo modo, Dio diventa per l’uomo fonte di forza e di fiducia, e a questa fonte l’uomo può rendere la sua vita degna e sa anche metterla generosamente al servizio dei fratelli.

7. Dio ha chiamato Giovanni il Battista già “nel grembo materno” perché divenisse “la voce di uno che grida nel deserto” e preparasse quindi la via a suo Figlio. In modo molto simile, Dio ha “posto la sua mano” anche su ciascuno di noi. Per ciascuno di noi ha una chiamata particolare, a ciascuno di noi viene affidato un compito pensato da lui per noi.

In ciascuna chiamata, che può giungerci nel modo più diverso, si avverte quella voce divina, che allora parlò attraverso Giovanni: “Preparate la via del Signore!” (Mt 3, 3).

Ogni uomo dovrebbe domandarsi in che modo può contribuire nell’ambito del proprio lavoro e della propria posizione, ad aprire a Dio la via in questo mondo. Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini.

[Papa Giovanni Paolo II, 24 giugno 1988]

Martedì, 16 Giugno 2026 04:43

Stupore, o niente si muove dentro?

Oggi la liturgia ci invita a celebrare la festa della Natività di San Giovanni Battista. La sua nascita è l’evento che illumina la vita dei suoi genitori Elisabetta e Zaccaria, e coinvolge nella gioia e nello stupore i parenti e i vicini. Questi anziani genitori avevano sognato e anche preparato quel giorno, ma ormai non l’aspettavano più: si sentivano esclusi, umiliati, delusi: non avevano figli. Di fronte all’annuncio della nascita di un figlio (cfr Lc 1,13), Zaccaria era rimasto incredulo, perché le leggi naturali non lo consentivano: erano vecchi, erano anziani; di conseguenza il Signore lo rese muto per tutto il tempo della gestazione (cfr. v. 20). E’ un segnale. Ma Dio non dipende dalle nostre logiche e dalle nostre limitate capacità umane. Bisogna imparare a fidarsi e a tacere di fronte al mistero di Dio e a contemplare in umiltà e silenzio la sua opera, che si rivela nella storia e che tante volte supera la nostra immaginazione.

E ora che l’evento si compie, ora che Elisabetta e Zaccaria sperimentano che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), grande è la loro gioia. L’odierna pagina evangelica (Lc 1,57-66.80) annuncia la nascita e poi si sofferma sul momento dell’imposizione del nome al bambino. Elisabetta sceglie un nome estraneo alla tradizione di famiglia e dice: «Si chiamerà Giovanni» (v. 60), dono gratuito e ormai inatteso, perché Giovanni significa “Dio ha fatto grazia”. E questo bambino sarà araldo, testimone della grazia di Dio per i poveri che aspettano con umile fede la sua salvezza. Zaccaria conferma inaspettatamente la scelta di quel nome, scrivendolo su una tavoletta – perché era muto –, e «all’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava normalmente, benedicendo Dio» (v. 64).

Tutto l’avvenimento della nascita di Giovanni Battista è circondato da un gioioso senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Stupore, sorpresa, gratitudine. La gente è presa da un santo timore di Dio «e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose» (v. 65). Fratelli e sorelle, il popolo fedele intuisce che è accaduto qualcosa di grande, anche se umile e nascosto, e si domanda: «Che sarà mai questo bambino?» (v. 66). Il popolo fedele di Dio è capace di vivere la fede con gioia, con senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Guardiamo quella gente che chiacchierava bene su questa cosa meravigliosa, su questo miracolo della nascita di Giovanni, e lo faceva con gioia, era contenta, con senso di stupore, di sorpresa e gratitudine. E guardando questo domandiamoci: come è la mia fede? E’ una fede gioiosa, o è una fede sempre uguale, una fede “piatta”? Ho senso dello stupore, quando vedo le opere del Signore, quando sento parlare dell’evangelizzazione o della vita di un santo, o quanto vedo tanta gente buona: sento la grazia, dentro, o niente si muove nel mio cuore? So sentire le consolazioni dello Spirito o sono chiuso? Domandiamoci, ognuno di noi, in un esame di coscienza: Come è la mia fede? E’ gioiosa? E’ aperta alle sorprese di Dio? Perché Dio è il Dio delle sorprese. Ho “assaggiato” nell’anima quel senso dello stupore che dà la presenza di Dio, quel senso di gratitudine? Pensiamo a queste parole, che sono stati d’animo della fede: gioia, senso di stupore, senso di sorpresa e gratitudine.

La Vergine Santa ci aiuti a comprendere che in ogni persona umana c’è l’impronta di Dio, sorgente della vita. Lei, Madre di Dio e Madre nostra, ci renda sempre più consapevoli che nella generazione di un figlio i genitori agiscono come collaboratori di Dio. Una missione veramente sublime che fa di ogni famiglia un santuario della vita e risveglia – ogni nascita di un figlio – la gioia, lo stupore, la gratitudine.

[Papa Francesco, Angelus 24 giugno 2018]

Lunedì, 15 Giugno 2026 23:43

12a Domenica T.O.

12ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [21 Giugno 2026]

 

Prima lettura dal libro del profeta Geremia (20,10-13)

Questo brano fa parte di quelli che vengono chiamati le «Confessioni di Geremia»; potremmo anche dire le «Confidenze di Geremia». Qui il profeta svela quanto ha di più intimo nel suo cuore e le poche righe di oggi riassumono bene i suoi sentimenti. La sua vita è un continuo paradosso: ciò che costituisce la sua gioia più profonda, la sua ragione di vivere, la sua sicurezza, è anche la fonte di tutte le sue sofferenze. Si tratta della Parola di Dio. Essa non viene nominata esplicitamente in questo testo, ma è chiaramente sottintesa. È perché proclama la Parola di Dio “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (come dirà san Paolo) che viene perseguitato; ma è proprio questa stessa Parola che gli dà la forza di andare avanti. Si dice spesso che nessuno è profeta nella propria patria e questo si applica perfettamente a Geremia. Fu un grandissimo profeta, ma se ne resero conto soltanto dopo la sua morte. Durante la sua vita la sua parola risultava troppo scomoda. Egli stesso indica con precisione il periodo della sua predicazione: dal tredicesimo anno del regno di Giosia fino alla deportazione di Gerusalemme, cioè dal 627 al 587 a.C. Quarant’anni durante i quali vide succedersi diversi re a Gerusalemme, ma ben pochi gli diedero ascolto. Che cosa gli si rimproverava? Semplicemente il coraggio di dire la verità. E la verità non era affatto rassicurante: dall’alto al basso della scala sociale, le infedeltà all’Alleanza si moltiplicavano in ogni ambito. Ecco un esempio della sua predicazione: “Sono tutti adulteri, una banda di traditori” (Ger 9,1)… “Dal più piccolo al più grande sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna” (Ger 8,10). In altre parole, la corruzione e l’amore per il denaro avevano corroso l’intera società e la religione non era più chesolo  una facciata. Per questo trascorse gran parte della sua vita gridando, provocando, denunciando. Talvolta compiva anche gesti insoliti per mettere in guardia il re, la corte, i sacerdoti e tutti i responsabili che stavano conducendo il popolo verso la rovina. Sul piano politico cercava di aprire gli occhi ai suoi compatrioti e osava annunciare ciò che era ormai evidente: Nabucodonosor avrebbe presto travolto Gerusalemme. Per farsi comprendere meglio, compì un gesto spettacolare: spezzò pubblicamente una brocca nuova appena uscita dalle mani del vasaio, per annunciare il destino che attendeva Gerusalemme che sarebbe stata ridotta in frantumi (Ger 19,1-11). Ma invece di ascoltarlo, lo accusarono di essere complice del nemico perché, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

Tuttavia nulla e nessuno riuscì a distoglierlo dalla sua missione e. il suo segreto fu semplicemente la consapevolezza di essere stato inviato da Dio. Il suo secondo segreto era di sapere di essere troppo piccolo per il compito ricevuto e perciò non cercava la forza in se stesso, ma in Dio. E sperimentò la presenza di Dio nel cuore di tutte le sue prove. Rimane al riguardo sorprendente questa sua preghiera “Signore, fammi vedere la vendetta che compirai contro di loro, perché a te ho affidato la mia causa”. Espressione che suggerisce tre osservazioni. Anzitutto, il desiderio di rivalsa è profondamente umano, e il profeta resta un uomo la sua missione particolare non lo rende né insensibile né un superuomo. In secondo luogo, non cerca di vendicarsi, ma affida tutto a Dio. Infine, al di là di una rivalsa personale, ciò che Geremia desidera ardentemente è il trionfo della verità. Come ogni autentico profeta, egli sa già che l’amore di Dio sarà più forte di tutto e che un giorno riuscirà a eliminare ogni male dalla terra. Ecco ciò che egli chiama la vendetta di Dio: il trionfo eterno di Dio sulle forze del male.

 

Salmo Responsoriale (68/69)      

Questo salmo nasce dal grido di un credente perseguitato a causa della sua fedeltà a Dio. Il salmista soffre umiliazioni, insulti e forse persino la prigionia, ma continua a confidare nel Signore, certo che Dio ascolta gli umili e non abbandona coloro che gli appartengono. La sua sofferenza deriva proprio dal suo amore per Dio: “L’amore per la tua casa mi divora” e gli oltraggi rivolti a Dio ricadono anche su di lui. Questa esperienza richiama la vicenda dei profeti di Israele, spesso perseguitati dal loro stesso popolo. Tra essi spicca Geremia, che, come tutti i veri profeti, ebbe il coraggio di annunciare la verità di Dio anche quando risultava scomoda. Il profeta è infatti la voce di Dio nel mondo e, poiché i pensieri di Dio non coincidono con quelli degli uomini, egli cammina inevitabilmente controcorrente. La sua parola richiama alla giustizia, alla santità, alla fraternità e alla conversione, mettendo in luce ciò che molti preferirebbero nascondere. Per questo i profeti sperimentano spesso rifiuto e scoraggiamento. Mosè, Elia e soprattutto Geremia attraversarono momenti di profonda sofferenza. Geremia arrivò perfino a maledire il giorno della propria nascita, sopraffatto dalle persecuzioni e dalle umiliazioni. La sua esperienza ricorda quella di Giobbe e, in senso più ampio, quella dell’intero popolo d’Israele nei momenti di prova. Il salmista descrive la propria condizione come quella di un uomo che sta annegando: le acque lo sommergono, il fango lo trascina verso il basso e sembra non esserci più alcuna speranza. Tuttavia, proprio nel momento più oscuro, egli continua a pregare. La stessa Parola di Dio che gli procura sofferenza è la fonte della sua forza. Le immagini del salmo richiamano la vicenda di Geremia, gettato in una cisterna per aver denunciato la corruzione religiosa del popolo e del Tempio. Allo stesso modo Gesù riprenderà questa tradizione profetica quando scaccerà i mercanti dal Tempio. e in quell’occasione l’evangelista Giovanni applicherà a Cristo le parole del salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Il salmo si conclude infine con una nota di fiducia e di rendimento di grazie. Nella tradizione biblica la supplica e il ringraziamento sono strettamente uniti: il credente loda Dio ancora prima di vedere realizzata la liberazione, perché è certo della sua fedeltà. Per questo il salmista annuncia già la vittoria di Dio, la salvezza dei poveri e la gioia di quanti cercano il Signore. Così il lamento si trasforma in speranza e la sofferenza del giusto diventa testimonianza della certezza che Dio non abbandona mai i suoi fedeli.

 

Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5,12-15)

 San Paolo mette a confronto Adamo e Gesù Cristo, non come due persone storiche da paragonare, ma come due modi opposti di vivere.Adamo rappresenta l’umanità che cerca la felicità, la potenza e la pienezza lontano da Dio, confidando nelle proprie forze. Gesù Cristo rappresenta invece l’uomo che vive in piena comunione con Dio, accogliendo il suo amore e la sua vita. Secondo il racconto della Genesi, Dio ha creato l’uomo per partecipare alla sua stessa vita. Il “soffio di vita” ricevuto da Dio indica che l’essere umano vive veramente solo quando rimane unito a Lui. Il desiderio di grandezza, felicità e di infinito che abita il cuore umano è quindi buono e corrisponde al progetto di Dio. L’errore del serpente consiste nel far credere ad Adamo ed Eva che possano diventare “come Dio” senza Dio, attraverso la disobbedienza. Così facendo, essi spezzano volontariamente il legame vitale con il Creatore e cadono nella morte spirituale. Paolo parla infatti di morte e vita soprattutto in senso spirituale, non biologico.

Adamo simboleggia dunque il peccato originario: l’uomo che vuole appropriarsi di ciò che appartiene a Dio e finisce per allontanarsi dalla fonte della vita. Gesù Cristo, al contrario, non cerca di impadronirsi dell’uguaglianza con Dio, ma vive nell’accoglienza totale dell’amore del Padre. Per questo è senza peccato, “pieno di grazia e di verità”. Grazie a Cristo, l’umanità può essere ricondotta alla comunione con Dio. In Lui si realizza perfettamente il legame tra Dio e l’uomo: Egli attira tutti a sé e permette agli uomini di ricevere nuovamente la vita divina.

Paolo presenta quindi due scelte fondamentali: Vivere come Cristo, accogliendo il soffio e l’amore di Dio, crescendo nella vita spirituale. Oppure vivere come Adamo, cercando la felicità indipendentemente da Dio, con il risultato della morte spirituale. La grazia non è un oggetto che si possiede, ma la relazione d’amore tra Dio e l’umanità. Gesù Cristo ha ristabilito questa relazione vitale, per la quale siamo stati creati. Come afferma Sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.» Allo stesso modo, per San Giovanni, la vita eterna consiste nel conoscere e amare Dio e Gesù Cristo.  La vera vita e la vera gioia si trovano soltanto nell’unione con Dio; cercarle altrove è un’illusione che conduce alla morte spirituale

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 26-33)

Gesù avverte i suoi discepoli che la missione di annunciare il Vangelo non sarà facile. Li manda “come pecore in mezzo ai lupi” e predice persecuzioni, processi, flagellazioni e persino l’odio di tutti a causa del suo Nome. Per questo ripete più volte: Non abbiate paura. La ragione di questo incoraggiamento è che la verità di Dio non può essere fermata. Tutto ciò che era nascosto sarà rivelato e ciò che Gesù ha confidato ai suoi discepoli dovrà essere annunciato apertamente. Con Cristo si manifesta pienamente il progetto d’amore di Dio, che nell’Antico Testamento era stato rivelato solo gradualmente attraverso profeti e sapienti. I discepoli, avendo visto e ascoltato Cristo, non possono tacere ciò che hanno sperimentato. Quando Matteo scrive il suo Vangelo, i cristiani stanno già subendo persecuzioni, soprattutto da parte di alcuni ambienti ebraici. Questo insegnamento serve quindi a rafforzare la loro fedeltà. Se oggi esiste la Chiesa, è anche perché quei primi credenti hanno superato la paura e sono rimasti saldi nella fede. Nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Gesù distingue due tipi di pericolo: La morte fisica, che i discepoli possono subire a causa della persecuzione. La morte spirituale, molto più grave, che consiste nel separarsi da Dio. Per questo dice: “ Non temete quelli che uccidono il corpo” » ma piuttosto chi può portare l’uomo a perdere la sua comunione con Dio. La vera paura deve essere quella di abbandonare la missione cedendo alla tentazione dell’infedeltà. Per rassicurare i suoi discepoli, Gesù ricorda loro che sono costantemente sotto la protezione del Padre: nessun passero cade a terra senza che Dio lo sappia e perfino i capelli del loro capo sono contati. Dio conosce e custodisce ciascuno personalmente. Gesù promette inoltre che chi lo riconoscerà davanti agli uomini sarà riconosciuto da Lui davanti al Padre. Essere cristiani significa perciò  dichiararsi uniti a Cristo non solo a parole, ma con la vita poiché con il Battesimo siamo innestati in Lui e partecipiamo alla sua relazione con il Padre. Per questo San Paolo può affermare che nulla potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo. Quando Gesù dice: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre”, non pronuncia una condanna definitiva, ma ricorda la libertà umana. Come Pietro, che negò Gesù durante la Passione, anche chi si allontana può sempre tornare. E Cristo, come fece con Pietro dopo la risurrezione, continua a porre una sola domanda: Mi ami tu? Il discepolo di Cristo può incontrare ostilità e persecuzioni, ma non deve temere. La vera minaccia non è perdere la vita terrena, bensì allontanarsi da Dio. Chi rimane fedele a Cristo vive nella certezza che nulla potrà separarlo dal suo amore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Lunedì, 15 Giugno 2026 12:42

Perle e porci: Agnello, non scemo

Fermezza non convenzionale

(Mt 7,6.12-14)

 

La Lieta Notizia è Perla (v.6). Gemma che non andrebbe dispensata a quanti la userebbero solo come strumento.

C’è infatti chi mantiene l’antica mentalità competitiva, pagana - talora sino a mirare di suffragare le proprie concezioni di dominio, con belle maniere [che prima o poi lasciano cadere le maschere]. Qualcuno forse con la copertura della stessa Parola di Dio, ma senza il balzo della Fede.

Essa non consente di rovesciare i valori.

Molti sono i trucchi che gli opportunisti della religione possono mettere in campo per attirare l’occhio e sfruttare l’ingenuità dei piccoli - quindi rivoltarsi contro di essi.

I semplici hanno sempre il cuore in mano, e spontaneamente si fidano del prossimo.

Di fronte a vecchi e nuovi imbonitori, i figli di Dio spesso danno tutto per oro colato - facendosi talora plagiare e sfruttare.

Però conosciamo i meccanismi delle sette, che garantiscono felicità, chiudendo gli adepti in gabbie mentali.

 

Il Signore non ci promette vita nuova… solo quando finalmente avremo dissipato i nostri dubbi, risolto definitivamente problemi, realizzato sogni e ambizioni.

Cristo non desidera esautorare le anime sensibili al punto d’espropriarle e non renderle consapevoli, coinvolgendole in battaglie inutili.

Il Padre vuole che ciascuno esprima le proprie capacità creative, i diversi personaggi che lo abitano dentro - in cui prende forma la personale natura profonda di figlio, tutta da scoprire. E che ha il suo senso in ordine alla Salvezza.

Purtroppo qua e là affiorano individui pericolosissimi e vere e proprie agenzie di manipolazione, che alienano le persone.

Li si riconosce, ormai: in chi presume di sé ed è talmente gonfio che non passerà mai attraverso un pertugio (vv.13-14) - quindi non traccerà mai nuove strade. E purtroppo farà di tutto affinché anche gli altri non le esplorino.

 

La valutazione dev’essere costantemente tenuta in esercizio, per evitare che i finti santi [nei quali da inesperti rischiamo di cadere in braccio] riescano a profanare la nostra persona e Chiamata.

Quindi - come ha precisato Papa Francesco - «Agnello... con l’astuzia cristiana. Agnello, non scemo».

Come diceva Papa Benedetto: «è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze».

Allora, come individuare coloro che intendono disumanizzarci, chiudendoci in paragoni ossessivi - usandoci solo per tornaconto - ovunque porgendosi con argomenti apparentemente elevatissimi?

Sulla base del ‘passato’ o del ‘futuro’ [tutto loro], le false guide ci costringono a fare guerra a noi stessi - e criticarci - invece di moltiplicare le forze, e proseguire ad esplorare altri mondi.

 

Seguire modelli esterni significa gettare la nostra Perla davanti ai «porci» (v.6): buttarsi ai piedi di chi - per carpirci l'anima - non ha rispetto, ci giudica, ci sgrida, e svaluta.

Mentre i piccoli vivono nel presente. Fermezza non convenzionale.

 

 

[Martedì 12.a sett. T.O.  23 giugno 2026]

Lunedì, 15 Giugno 2026 12:40

Perle e porci: Agnello, non scemo

Fermezza non convenzionale

(Mt 7,6.12-14)

 

Anche noi dopo una bella liturgia eucaristica siamo forse pronti a calpestare, condannare, azzannare?

Ci chiudiamo in congreghe unilaterali che facciano sentire forti, rivoltando l’Annuncio del Vangelo?

Significa che viviamo nel timore di non essere personalmente all’altezza della situazione; così ci lasciamo mettere i piedi in testa da qualcuno o dal branco.

Bisogna cambiare registro, partendo dall’anima e dalle più intime dinamiche degli approcci.

La Lieta Notizia è Perla (v.6). Gemma che non andrebbe dispensata a quanti la userebbero solo come strumento.

C’è infatti chi mantiene l’antica mentalità competitiva, pagana - talora sino a mirare di suffragare le proprie concezioni di dominio, con belle maniere [che prima o poi lasciano cadere le maschere].

Qualcuno forse con la copertura della stessa Parola di Dio.

Al tempo di Gesù ad es. la stessa Legge (scritta e orale) finiva per essere usata non per favorire l’accoglienza degli emarginati e bisognosi, ma per accentuare i distacchi e la ghettizzazione.

Situazioni che non valorizzavano i doni personali, e stavano portando perfino al collasso le fasce di popolazione meno tutelate.

Insomma, l’alleanza fra trono e altare - invece di rafforzare il senso comunitario - veniva usata per accentuare le gerarchie. Come arma che legittimasse tutta una mentalità di esclusioni, e confermasse la logica imperiale del dividi et impera.

Gesù vuole invece tornare al Sogno del Padre: quello ineliminabile della fraternità, unico suggello alla storia della salvezza.

Per questo il suo criterio non fugace è quello di allacciare la Parola di Dio alla vita della gente e di ciascuno; in tal modo superare le divisioni.

L’apostolo deve fare quel che deve - non la “perfezione” di facciata che cela i problemi.

 

In tal guisa, il discepolo dev’essere autenticamente motivato, non avere una doppia vita; e neppure inviato a disperdere le energie.

Anche per noi stessi, è indispensabile fare attenzione agli imbroglioni e pataccari dell’anima.

Bisogna fare il balzo della Fede - che non consente di rovesciare i valori.

 

Molti sono i trucchi che gli opportunisti della religione possono mettere in campo per attirare l’occhio e sfruttare l’ingenuità dei piccoli - quindi rivoltarsi contro di essi.

I semplici hanno sempre il cuore in mano, e spontaneamente si fidano del prossimo.

Di fronte a vecchi e nuovi imbonitori, i figli di Dio spesso danno tutto per oro colato - facendosi talora plagiare e sfruttare, o invischiare in club dai giri di pubbliche e private relazioni poco limpide.

Di recente anche la Santa Sede è stata costretta a provvedimenti disciplinari severissimi contro marpioni dello “spirito” che propugnano ai deboli una falsa disciplina mistica.

Conosciamo i meccanismi delle sette, che garantiscono felicità, chiudendo gli adepti in gabbie mentali.

Il Signore non ci promette vita nuova… solo quando finalmente avremo dissipato i nostri dubbi, risolto definitivamente problemi, realizzato sogni e ambizioni.

Cristo non desidera esautorare le anime sensibili al punto d’espropriarle e non renderle consapevoli, coinvolgendole in battaglie inutili.

Neppure ammette che qualcuno tra i suoi intimi possa “a fin di bene” tentare di ingannare i malfermi, incantandoli di luoghi comuni spacciati per solenni verità. Evitando accuratamente che capiscano i Vangeli, la vita odierna e la loro stessa anima; che studino, si confrontino, si aggiornino - e approfondiscano le tematiche.

Il Padre vuole che ciascuno esprima le proprie capacità creative, i diversi personaggi che lo abitano dentro - in cui prende forma la personale natura profonda di figlio, tutta da scoprire. E che ha il suo senso, in ordine alla Salvezza.

 

Alcuni gruppi usano emotivizzare le proposte con un arrembaggio di idee antiquate o sofisticate [tutte parziali] - condite di retropensieri o attività praticone, le quali esautorano le coscienze.

Circoli che si appropriano dell’esistenza globale, del lavoro, delle speranze e dei beni dei semplici - anche di giovani, e creduloni vari.

Purtroppo qua e là affiorano individui pericolosissimi e vere e proprie agenzie di manipolazione, con lo scopo di alienare le persone.

Esse galleggiano sfruttando la gratuità degli innocenti che cercano Dio, nonché le risorse del bene comune.

È giusto avere fiducia nella donna, nell’uomo e nelle comitive, ma esiste il male (anche spirituale) subdolo, che è assassino.

Lo si riconosce ormai: in chi presume di sé ed è talmente gonfio che non passerà mai attraverso un pertugio (vv.13-14) - quindi non traccerà mai nuove strade.

E purtroppo farà di tutto affinché anche gli altri non le esplorino, esorcizzandole di narrazioni à la page o slogan fatti; imponendo modelli; sentendosi cordata o club privilegiato.

Galleggiando sull’ignoranza delle argomentazioni, qualcuno magari potrà mantenere il suo finto prestigio e uno stile di vita da satrapo.

A volte però le maschere cadono.

Ciò capita ad es. quando nelle difficoltà il branco degli invidiosi carrieristi affaristi in veste di pecore (v.15) che sanno di poter condizionare più facilmente chi cade in stato di smarrimento e debolezza - non recupera né accompagna, ma si gode lo spettacolo attendendo la rovina... riservandosi d’intimidire i comunque non omologabili, aggiungendo male al male senza briciole di pietà umana.

La valutazione dev’essere costantemente tenuta in esercizio, onde  evitare che i finti santi [nei quali da inesperti rischiamo di cadere in braccio] riescano a profanare la nostra persona e Chiamata.

Quindi - come ha precisato Papa Francesco - «Agnello... con l’astuzia cristiana. Agnello, non scemo».

Non sono altri che devono decidere per noi.

Ci sono opportunisti della religione disposti a riempire il cuore sano altrui di disturbi, per ideologia e tornaconto.

 

I primi cristiani avevano ben compreso che la fede nella vittoria della vita sulla morte è incompatibile con l’attaccamento all’effimero o a qualsiasi influsso.

A tale riguardo è significativa la testimonianza indiretta di Luciano di Samosata (125-192) autore di satire contro superstizioni e credulonerie tra le quali annovera anche il ‘Cristianesimo’.

Con linguaggio scanzonato, l’autore descrive in «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] l’impatto che la fede esercitava sulla vita dei semplici del suo tempo:

«Il loro primo legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».

 

La sfida è aperta, perché il medesimo paragone può essere traslato su aspetti dirimenti - purtroppo anche laceranti - della vita interiore, quando viene resa tormentosa e poco limpida in modo artificioso.

Pertanto, la «porta stretta» non è un passaggio riservato ad alcuni “integri” o eletti a vita; non di rado poco genuini e impegnati a esercitare influsso, scompigliando la trasparenza delle anime e delle cose.

Come diceva Papa Benedetto: «è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze».

Allora, come individuare coloro che intendono disumanizzarci, chiudendoci in paragoni ossessivi - usandoci solo per banale interesse - ovunque porgendosi con argomenti apparentemente elevatissimi?

Sulla base del ‘passato’ o del ‘futuro’ [tutto loro], le false guide ci costringono a fare guerra a noi stessi - e criticarci - invece di moltiplicare le forze, e proseguire ad esplorare altri mondi.

Seguire modelli esterni significa gettare la nostra Perla davanti ai «porci» (v.6): buttarsi ai piedi di chi - per carpirci l'anima - non ha rispetto, ci giudica, sgrida e svaluta.

 

Mentre i piccoli vivono nel presente. Fermezza non convenzionale.

Lunedì, 15 Giugno 2026 12:37

Porta stretta

"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Lc 13, 23-24). Che significa questa "porta stretta"? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.

Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l'unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un'unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. Nell'ultimo giorno - ricorda ancora Gesù nel Vangelo - non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli "operatori di iniquità" si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi "amici" di Cristo vantando falsi meriti: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" (Lc 13, 26). La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l'umiltà, la mitezza e la misericordia, l'amore per la giustizia e la verità, l'impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la "carta d'identità" che ci qualifica come suoi autentici "amici"; questo è il "passaporto" che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della Croce ed è stata assunta nella gloria del Cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale Ianua Caeli, Porta del Cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla "porta del Cielo".

[Papa Benedetto, Angelus 26 agosto 2007]

Lunedì, 15 Giugno 2026 12:34

Prospettiva anticonformista non a breve

Le beatitudini pronunciate così solennemente da Gesù si collocano, da una parte, in antitesi con alcuni valori che sono invece onorati dal mondo e, dall’altra, nella prospettiva di una sorte futura e definitiva, in cui le situazioni vengono ribaltate. Esse stanno o cadono tutte insieme; non se ne può estrarre una sola e coltivarla a scapito delle altre. Tutti i santi sono sempre stati e sono contemporaneamente, anche se in varia misura, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati a causa del Vangelo. E così dobbiamo essere anche noi. In più, sulla base di questa pagina evangelica, è evidente che la beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà: non è facile essere o voler essere poveri, miti, puri; né si vorrebbe essere perseguitati, neppure per causa della giustizia. Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (cf. Rm 12,2), e valgono anche per noi le parole di san Pietro: “Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi.

Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome” (1Pt 4,14-16). Infatti, la nostra prospettiva non è a breve termine, ma senza fine. Sono scritte per noi le parole illuminanti dell’apostolo Paolo: “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2Cor 4,17-18).

[Papa Giovanni Paolo II, al Verano 1 novembre 1980]

Lunedì, 15 Giugno 2026 12:21

Porta e Salvezza

Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo.

Gesù oggi ci rivolge, ancora una volta, un pressante invito ad andare da Lui, a varcare la porta della vita piena, riconciliata e felice. Egli aspetta ciascuno di noi, qualunque peccato abbiamo commesso, per abbracciarci, per offrirci il suo perdono. Lui solo può trasformare il nostro cuore, Lui solo può dare senso pieno alla nostra esistenza, donandoci la gioia vera. Entrando per la porta di Gesù, la porta della fede e del Vangelo, noi potremo uscire dagli atteggiamenti mondani, dalle cattive abitudini, dagli egoismi e dalle chiusure. Quando c’è il contatto con l’amore e la misericordia di Dio, c’è il cambiamento autentico. E la nostra vita è illuminata dalla luce dello Spirito Santo: una luce inestinguibile!

Vorrei farvi una proposta. Pensiamo adesso, in silenzio, per un attimo alle cose che abbiamo dentro di noi e che ci impediscono di attraversare la porta: il mio orgoglio, la mia superbia, i miei peccati. E poi, pensiamo all’altra porta, quella spalancata dalla misericordia di Dio che dall’altra parte ci aspetta per dare il perdono.

Il Signore ci offre tante occasioni per salvarci ed entrare attraverso la porta della salvezza. Questa porta è l’occasione che non va sprecata: non dobbiamo fare discorsi accademici sulla salvezza, come quel tale che si è rivolto a Gesù, ma dobbiamo cogliere le occasioni di salvezza. Perché a un certo momento «il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta» (v.25), come ci ha ricordato il Vangelo. Ma se Dio è buono e ci ama, perché chiuderà la porta a un certo punto? Perché la nostra vita non è un videogioco o una telenovela; la nostra vita è seria e l’obiettivo da raggiungere è importante: la salvezza eterna.

[Papa Francesco, Angelus 21 agosto 2016]

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In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)
The drama of prayer is fully revealed to us in the Word who became flesh and dwells among us. To seek to understand his prayer through what his witnesses proclaim to us in the Gospel is to approach the holy Lord Jesus as Moses approached the burning bush: first to contemplate him in prayer, then to hear how he teaches us to pray, in order to know how he hears our prayer (Catechism of the Catholic Church n.2598)
L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera (Catechismo della Chiesa Cattolica n.2598)
“Love is an excellent thing”, we read in the book the Imitation of Christ. “It makes every difficulty easy, and bears all wrongs with equanimity…. Love tends upward; it will not be held down by anything low… love is born of God and cannot rest except in God” (III, V, 3) [Pope Benedict]
«Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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