Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
L’itinerario della creatura (e della Chiesa) che realizza in sé la vittoria della Vita sulla morte
Maria è Icona di come trovare la strada giusta, da cui le vicende della vita possono allontanarci o portar via.
Emblema di chi è sul proprio e conforme percorso di persona, Gemma di paragone per non tradire la nostra identità-carattere vocazionale e disposizione innata.
Come Lei però abbandonandosi; tuttavia mutando. E così realizzando la nostra vera natura, nel pellegrinaggio verso il Nucleo dell’essere - perché presenti alle cose, nei diversi modi di stare al mondo, nitidamente.
La sua anima possedeva una freschezza giovane, una capacità di avvicinarsi a se stessa senza tuttavia smarrire la portata dei riscontri: nell’accorgersi, vivendo d’ogni Dono.
Chi ne ricalca lo stile abbraccia e adora l’inatteso, e quando d’improvviso irrompe la Novità dello Spirito, immediatamente gli sa fare posto.
L’attitudine della sua anima non volgeva alla banale ripetitività: meravigliata da una Parola, sbalordita dall’Imprevisto, sorpresa da una Ferita.
Itinerante, insegnava ad aprire il cuore e la mente a nuovi percorsi che non solo schivavano ma addirittura sorvolavano il preponderante dei condizionamenti.
Ella spontaneamente attivava flussi di possibilità che si ponevano alle spalle tante abitudini, senza neppure combatterle.
Maria disponeva se stessa a cogliere le varianti, le sfumature dell’anima; anche i sentimenti non abituali che magari ripudiamo di attribuirgli e che invece provava. Talora anche perdendosi nei labirinti di una spaventosa lotta epocale col «drago», l’ideologia del potere.
Una vita piena, da mamma di famiglia, non da creatura incorporea che si ritrae, e solo vereconda.
Nulla d'ingenuo e asservito. Donna libera, Maria parte senza chiedere l'autorizzazione della società attardata, gerarchica e ancora patriarcale.
E non si associa a carovane rassicuranti, perché non è persona di branco ma di novità.
Non si è incamminata lungo il Giordano, che era la strada più battuta e sicura. Ma perché rischiare la vita in terra ostile? Perché l'amore non conosce ostacolo.
E l’esuberanza non ripete conformismi. Vita che scorre dalla Galilea alla Giudea, ossia dalla periferia al centro religioso ufficiale, mai viceversa.
Non di rado, per il devoto d'un territorio osservante ogni annuncio di vita e qualsiasi novità sono percepiti con estrema diffidenza [attentato alle proprie sicurezze e offesa personale, invece che servizio].
Ecco perché giunta nella casa dell'uomo del culto neanche lo “saluta”. Elisabetta (sembra anche lei una dimenticata) coltivava la promessa [«Elì-shébet» il Signore Mio-Personale ha giurato; come dire «Dio Mi è fedele»].
Lui Zaccaria [«Zachar-Ja» il Signore sì ma non mio bensì d'Israele «ricorda»; ok, Dio non soffre amnesia ma è stato, è stato... e chissà quando ‘Viene’]. Non riusciva a passare dalla religiosità alla Fede.
Cliché usuale, non capacità innata:
Nelle religioni antiche il sacerdote è l’anziano dalle grandi reminiscenze. Egli fa memoria devota - d'accordo - ma come ancora in un museo, che quasi imbalsama il decadimento temporale.
L’uomo del culto è parte d'un ceto che ama frequentare i posti che contano; refrattario a uno Spirito che insiste e fa appello, che butta all’aria la vita [anche degli istituti] facendo breccia e infiammando le coscienze, per smuovere situazioni.
Ecco invece la povera donna. Lei profetizza - come le prime comunità di evangelizzazione che vi sono rappresentate in filigrana.
Non era persona giuridica in quella cultura, piuttosto una non-persona, che doveva perfino chiedere permesso al figlio maschio, su tutto.
Il contrario dell'autorità e dell'ufficialità (dentro e fuori Casa), che permaneva incapace di comunicare alcunché: non «beato» ma infelice; «muto» perché non aveva più nulla da dire a chi era in attesa fuori del Tempio.
Niente di vitale e nessuna benedizione reale da trasmettere alla gente; zero con cui colmare l'esistenza del prossimo.
Quindi l’Anima Sposa ragazza è colei che sembra ignorare l’immobile professionista del sacro e del rito!
Neanche gli rivolge parola - perché destinata alla «gloria celeste», non a lasciarsi trascinare nelle minuzie dei ragionamenti e di una razionalità che fa impallidire l’amore.
Creatura e comunità autentica che riflette Gesù.
Insegna invece a fare la nostra parte, proprio tentando di lasciar coesistere le cose che piacciono e le difformità che si affacciano.
Tutto ciò, senza inibizioni - cercando il Senso delle contraddizioni invece di domarle a prescindere; perché l’unilateralità l’avrebbe resa fragile, arida, incompleta.
Così ha accettato di far coabitare in sé e rendere compresenti le situazioni variegate con le sfaccettature dei molti appelli, l’afflato della premura e lo spirito di decisione - da Donna emancipata.
Come recita la Liturgia di oggi, l’Assunta ha accettato il Deserto ma ha trovato un Rifugio, «dimenticando il suo popolo e la casa di suo padre».
Solidarietà, Sobrietà, Silenzio: l’esperienza dell’Esodo. Novità, Fraternità e Orizzonte di Persona che consentono la riscoperta del proprio seme - e il senso della Chiesa.
Maria è insegna dell’esistenza paradossale del credente, che conosce la sua bassezza e l’Imprevedibile di Dio: nella sua vicenda riconosciamo il tracciato ideale del nostro cammino.
Non possiamo ignorare che nel mondo talora la forza prevale sulla debolezza, il bisogno fa impallidire l’amore, il declino sembra ridicolizzare la vita…
Ma nella dialettica del perdere se stessi per ritrovarsi, introduciamo nuove energie; acquisiamo come Lei una capacità di vedere spalancate le tombe, scorgendo vita anche in luoghi di morte.
In tal guisa, Lc è l’evangelista che celebra i ribaltamenti di situazione [fariseo e pubblicano, primo e ultimo posto, figlio scapestrato e primogenito; così via].
In detti rovesci la Vita nello Spirito non si palesa come replica che rassicura o che sacralizza posizioni, ma come attitudine a un guadagno nella perdita; una fioritura nell’amarezza della croce.
Un saper scovare occasioni di crescita persino nell’apparente degrado del mondo corrotto [anche pio e perbene].
E in noi? La ridefinizione di ciò che è “affare o umiliazione” può diventare storia redenta, l’autentica forza dirompente nel corso degli eventi, e di qualsiasi vicenda.
Negli inermi e incapaci di miracolo si cela infatti la percezione di una potenza che sa recuperare tutto l’essere. Virtù che ricompone l’armonia dell’onda vitale.
Progetto che vuole innalzare il povero dalle immondizie, per trasformarci in capolavori - a partire dalla verità di pitocche radici [dove siamo noi stessi].
La sfida della Fede è aperta.
Cari fratelli e sorelle,
Nel cuore del mese di agosto i Cristiani d’Oriente e d’Occidente celebrano congiuntamente la Festa dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo. Nella Chiesa Cattolica, il dogma dell’Assunzione – come è noto – fu proclamato durante l’Anno Santo del 1950 dal mio venerato predecessore il Servo di Dio Papa Pio XII. Tale memoria, però, affonda le sue radici nella fede dei primi secoli della Chiesa.
In Oriente, viene chiamata ancora oggi “Dormizione della Vergine”. In un antico mosaico della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, che si ispira proprio all’icona orientale della “Dormitio”, sono raffigurati gli Apostoli che, avvertiti dagli Angeli della fine terrena della Madre di Gesù, sono raccolti attorno al letto della Vergine. Al centro c’è Gesù che tiene fra le braccia una bambina: è Maria, divenuta “piccola” per il Regno, e condotta dal Signore al Cielo.
Nella pagina del Vangelo di San Luca della liturgia odierna, abbiamo letto che Maria “in quei giorni si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda” (Lc 1,39). In quei giorni Maria si affrettava dalla Galilea verso una cittadina vicino a Gerusalemme, per andare a trovare la parente Elisabetta. Oggi la contempliamo salire verso la montagna di Dio ed entrare nella Gerusalemme celeste, “vestita di sole, con la luna sotto i piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1).
La pagina biblica dell’Apocalisse, che leggiamo nella liturgia di questa Solennità, parla di una lotta tra la donna e il drago, tra il bene e il male. San Giovanni sembra riproporci le primissime pagine del libro della Genesi, che narrano la vicenda tenebrosa e drammatica del peccato di Adamo ed Eva. I nostri progenitori furono sconfitti dal maligno; nella pienezza dei tempi, Gesù, nuovo Adamo, e Maria, nuova Eva, vincono definitivamente il nemico, e questa è la gioia di questo giorno! Con la vittoria di Gesù sul male, anche la morte interiore e fisica sono sconfitte. Maria è stata la prima a prendere in braccio il Figlio di Dio, Gesù, divenuto bambino, ora è la prima ad essere accanto a Lui nella Gloria del Cielo.
E’ un mistero grande quello che oggi celebriamo, è soprattutto un mistero di speranza e di gioia per tutti noi: in Maria vediamo la meta verso cui camminano tutti il coloro che sanno legare la propria vita a quella di Gesù, che lo sanno seguire come ha fatto Maria. Questa festa parla allora del nostro futuro, ci dice che anche noi saremo accanto a Gesù nella gioia di Dio e ci invita ad avere coraggio, a credere che la potenza della Risurrezione di Cristo può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo, la luce del bene.
[Papa Benedetto, Angelus 15 agosto 2011]
2. Veramente, sarebbe difficile trovare un momento in cui Maria avrebbe potuto pronunciare con maggiore trasporto le parole pronunciate una volta dopo l’annunciazione, quando, diventata Madre verginale del Figlio di Dio, ella visitò la casa di Zaccaria, per aver cura di Elisabetta;
“L’anima mia magnifica il Signore...
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” (Lc 1,46.49).
Se queste parole ebbero la loro motivazione piena e sovrabbondante sulla bocca di Maria quando lei, immacolata, diventò la madre del Verbo eterno, esse raggiungono oggi il culmine definitivo.
Maria che, grazie alla sua fede (così esaltata da Elisabetta) in quel momento ancora sotto il velo del mistero, entrò nel tabernacolo della santissima Trinità, oggi entra nella dimora eterna, in piena intimità col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, nella visione beatifica “a faccia a faccia”. E questa visione, come inesauribile sorgente dell’amore perfetto, colma tutto il suo essere con la pienezza della gloria e della felicità. Così dunque l’assunzione è, al tempo stesso, il “coronamento” di tutta la vita di Maria, della sua vocazione unica, fra tutti i membri dell’umanità, ad essere la Madre di Dio. È il “coronamento” della fede che essa, “piena di grazia”, ha dimostrato durante l’annunciazione e che Elisabetta, sua parente, ha così sottolineato ed esaltato durante la visitazione.
Veramente possiamo ripetere oggi, seguendo l’Apocalisse: “Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza... Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”” (Ap 11,19; 12,1O).
Il regno di Dio in colei che sempre ha desiderato di essere soltanto “la serva del Signore”. La potenza del suo Unto, cioè di Cristo, la potenza dell’amore che egli ha portato sulla terra come un fuoco (cf. Lc 12,49); la potenza rivelata nella glorificazione di colei che mediante il suo “fiat” gli ha reso possibile di venire su questa terra, di diventare uomo; la potenza rivelata nella glorificazione dell’Immacolata, nella glorificazione della sua propria madre.
3. “...Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché, se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la resurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo” (1Cor 15,20-23).
L’assunzione di Maria è un particolare dono del Risorto alla madre sua. Se, infatti, “quelli che sono di Cristo” “riceveranno la vita” “alla sua venuta”, allora è giusto e comprensibile che questa partecipazione alla vittoria sulla morte, la provi per prima proprio lei, la Madre; lei che è “di Cristo” in maniera più piena: infatti anche lui appartiene ad essa come il figlio alla Madre. Ed essa appartiene a lui: è, in modo particolare, “di Cristo”, perché è stata amata e redenta in modo del tutto singolare. Colei che nel suo stesso concepimento umano fu immacolata - cioè libera dal peccato, la cui conseguenza è la morte, - per lo stesso fatto, non doveva forse essere libera dalla morte, che è la conseguenza del peccato? Quella “venuta” di Cristo, di cui parla l’apostolo nella seconda lettura di oggi, non “doveva” forse compiersi, in questo unico caso in modo eccezionale, per così dire, “subito”, cioè nel momento della conclusione della vita terrestre? Per lei, ripeto, nella quale si era compiuta la sua prima “venuta”, a Nazaret e nella notte di Betlemme? Perciò quel termine della vita che per tutti gli uomini è la morte, nel caso di Maria la tradizione giustamente lo chiama piuttosto dormizione.
“Assumpta est Maria in caelum, gaudent Angeli! Et gaudet Ecclesia!”
4. Per noi l’odierna solennità è quasi una continuazione della pasqua: della risurrezione e della ascensione del Signore. Ed è, contemporaneamente, il segno e la sorgente della speranza della vita eterna e della futura risurrezione. Di questo segno leggiamo nell’Apocalisse di Giovanni: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap 12,1).
E benché la nostra vita sulla terra si svolga, costantemente, nella tensione di quella lotta tra il drago e la donna, di cui parla lo stesso libro della santa Scrittura; benché noi siamo quotidianamente sottoposti alla lotta tra il bene e il male, alla quale l’uomo partecipa sin dal peccato originale - dal tempo, cioè in cui ha mangiato “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, come leggiamo nel libro della Genesi (Gen 2,17; 3,12): benché questa lotta assuma talvolta forme pericolose e spaventose, tuttavia quel segno della speranza permane e si rinnova costantemente nella fede della Chiesa -.
E l’odierna festività ci permette di guardare questo segno, il grande segno dell’economia divina della salvezza, con fiducia e con gioia tanto più grande.
Ci permette di aspettare da questo segno di vincere, di non soccombere, in definitiva, al male e al peccato, in attesa del giorno in cui sarà tutto compiuto da colui, il quale ha riportato la vittoria sulla morte: il Figlio di Maria; allora egli “consegnerà” il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1Cor 15,24) e porrà tutti i nemici sotto i suoi piedi ed annienterà, ultimo nemico, la morte (cf. 1Cor 15,25).
Cari fratelli e sorelle, partecipiamo con gioia all’eucaristia di oggi! Riceviamo con fiducia il corpo di Cristo, memori delle sue parole: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).
E veneriamo oggi colei che ha dato a Cristo il nostro corpo umano: l’Immacolata e l’Assunta, che è la sposa dello Spirito Santo e la nostra madre!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 15 agosto 1980]
Nel Vangelo di oggi, solennità dell’Assunzione di Maria Santissima, la Vergine Santa prega dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47). Guardiamo ai verbi di questa preghiera: magnifica ed esulta. Due verbi: “magnifica” ed “esulta”. Si esulta quando accade una cosa così bella che non basta gioire dentro, nell’animo, ma si vuole esprimere la felicità con tutto il corpo: allora si esulta. Maria esulta a motivo di Dio. Chissà se anche a noi è capitato di esultare per il Signore: esultiamo per un risultato ottenuto, per una bella notizia, ma oggi Maria ci insegna a esultare in Dio. Perché? Perché Lui - Dio - fa «grandi cose» (cfr v. 49).
Le grandi cose sono richiamate dall’altro verbo: magnificare. “L’anima mia magnifica”. Magnificare. Infatti magnificare significa esaltare una realtà per la sua grandezza, per la sua bellezza… Maria esalta la grandezza del Signore, lo loda dicendo che Lui è davvero grande. Nella vita è importante cercare cose grandi, altrimenti ci si perde dietro a tante piccolezze. Maria ci dimostra che, se vogliamo che la nostra vita sia felice, al primo posto va messo Dio, perché Lui solo è grande. Quante volte, invece, viviamo inseguendo cose di poco conto: pregiudizi, rancori, rivalità, invidie, illusioni, beni materiali superflui… Quante meschinità nella vita! Lo sappiamo. Maria oggi invita ad alzare lo sguardo alle «grandi cose» che il Signore ha compiuto in lei. Anche in noi, in ognuno di noi, il Signore fa tante grandi cose. Bisogna riconoscerle ed esultare, magnificare Dio, per queste grandi cose.
Sono le «grandi cose» che festeggiamo oggi. Maria è assunta in cielo: piccola e umile, riceve per prima la gloria più alta. Lei, che è una creatura umana, una di noi, raggiunge l’eternità in anima e corpo. E lì ci aspetta, come una madre aspetta che i figli tornino a casa. Infatti il popolo di Dio la invoca come “porta del cielo”. Noi siamo in cammino, pellegrini verso la casa di lassù. Oggi guardiamo a Maria e vediamo il traguardo. Vediamo che una creatura è stata assunta alla gloria di Gesù Cristo risorto, e quella creatura non poteva essere che lei, la Madre del Redentore. Vediamo che nel paradiso, insieme a Cristo, il Nuovo Adamo, c’è anche lei, Maria, la nuova Eva, e questo ci dà conforto e speranza nel nostro pellegrinaggio quaggiù.
La festa dell’Assunzione di Maria è un richiamo per tutti noi, specialmente per quanti sono afflitti da dubbi e tristezze, e vivono con lo sguardo rivolto in basso, non riescono ad alzare lo sguardo. Guardiamo in alto, il cielo è aperto; non incute timore, non è più distante, perché sulla soglia del cielo c’è una madre che ci attende ed è nostra madre. Ci ama, ci sorride e ci soccorre con premura. Come ogni madre vuole il meglio per i suoi figli e ci dice: “Voi siete preziosi agli occhi di Dio; non siete fatti per i piccoli appagamenti del mondo, ma per le grandi gioie del cielo”. Sì, perché Dio è gioia, non noia. Dio è gioia. Lasciamoci prendere per mano dalla Madonna. Ogni volta che prendiamo in mano il Rosario e la preghiamo facciamo un passo avanti verso la grande meta della vita.
Lasciamoci attirare dalla bellezza vera, non facciamoci risucchiare dalle piccolezze della vita, ma scegliamo la grandezza del cielo. La Vergine Santa, Porta del cielo, ci aiuti a guardare ogni giorno con fiducia e gioia là, dove è la nostra vera casa, dove è lei, che come madre ci aspetta.
[Papa Francesco, Angelus 15 agosto 2019]
19a Domenica T.O. (anno A) [9 agosto 2026]
Prima Lettura dal primo libro dei Re (19, 9a.11-13a)
Nel IX secolo a.C., nel regno d’Israele, la regina Gezabele, moglie del re Acab, introduce il culto del dio Baal a Samaria,. Di fronte alla diffusione dell’idolatria, il profeta Elia si erge con grande zelo per difendere la fede del suo popolo ed è convinto che la superiorità di Dio debba manifestarsi attraverso segni di potenza, Elia annuncia una lunga siccità e successivamente organizza una sfida sul Monte Carmelo tra i sacerdoti di Baal e il Dio d’Israele. Vengono preparati due altari e si decide che il vero Dio sarà colui che risponderà con il fuoco dal cielo. I sacerdoti di Baal pregano invano; quando invece Elia invoca il Signore, il fuoco divino consuma il sacrificio. Il popolo riconosce la vittoria del Dio d’Israele. Tuttavia, Elia, spinto dal suo fervore, fa uccidere i sacerdoti di Baal, un gesto che Dio non gli aveva chiesto. Quando Gezabele viene a sapere l’accaduto, giura di vendicarsi e di uccidere Elia. Il profeta fugge nel deserto e, stremato, arriva a desiderare la morte. Durante il cammino verso il Monte Oreb, inizia una profonda crisi interiore che diventa il punto di partenza della sua conversione. Elia comprende gradualmente di aver immaginato Dio come una divinità della forza e della potenza, non molto diversa da quelle che combatteva. Sul monte Oreb, dove un tempo anche Mosè aveva incontrato Dio, il Signore gli si manifesta in modo inatteso. Non è nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel “mormorio di una brezza leggera” Il testo ebraico usa l’espressione: קוֹל דְּמָמָה דַקָּה
Qôl demāmāh daqqāh Letteralmente significa: qôl = voce, suono; demāmāh = silenzio, quiete profonda, calma daqqāh = sottile, delicata, tenue. Una traduzione molto fedele potrebbe essere: “una voce di silenzio sottile”,oppure “il suono di un silenzio delicato”.
Elia scopre così che la vera potenza divina non si esprime nella violenza, nel fragore o nella coercizione, ma nella mitezza, nella pazienza, nella misericordia e nella discrezione. Il racconto rappresenta una tappa fondamentale della rivelazione biblica: Dio educa il suo profeta a passare da una religiosità fondata sulla forza a una fede basata sulla fiducia e sulla dolcezza. La grande scoperta di Elia è che Dio non conquista con la paura, ma con l’amore..
Salmo Responsoriale (84/85) Il Salmo 84/85 nasce dopo quasi 50 anni dal ritorno del popolo d’Israele dall’esilio di Babilonia (538 a.C.). Quando gli esuli rientrano nella loro terra pieni di entusiasmo e di speranza: credono che stia iniziando una vita nuova, che Dio abbia cancellato il passato e che tutto possa ricominciare da zero. Tuttavia la realtà si rivela più difficile del previsto. Le infedeltà all’Alleanza riappaiono, la conversione non è automatica e i rimpatriati, spesso nati in esilio o partiti da giovani, trovano ostacoli, incomprensioni e resistenze, persino nella ricostruzione del Tempio. Per questo il salmista esprime sentimenti contrastanti. Da una parte ringrazia Dio per aver riportato il suo popolo nella terra promessa e per aver perdonato i peccati; dall’altra, vedendo che le difficoltà continuano, si chiede se l’ira divina non sia ancora presente e supplica: «Mostraci il tuo amore, Signore, e donaci la tua salvezza». Il tema centrale del salmo è il doppio significato del verbo “ritornare”: il popolo è già tornato fisicamente nella propria terra, ma deve ancora compiere il ritorno più importante, quello del cuore verso Dio. La vera conversione è un dono di Dio, ma richiede anche l’impegno dell’uomo, disposto ad ascoltare e a seguire la sua parola. Per questo il salmista afferma: «Ascolterò ciò che dice il Signore», riconoscendo che la pace nasce dall’obbedienza fiduciosa a Dio. La parte finale del salmo è un magnifico canto di speranza. Il poeta contempla in anticipo il giorno in cui il progetto di Dio sarà pienamente realizzato: «Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Non si tratta di un sogno ingenuo, ma della certezza che Dio conduce la storia verso un futuro di riconciliazione, fraternità e pace tra gli uomini.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (9,1-5)
Nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani, san Paolo affronta una questione che gli sta particolarmente a cuore: se molti ebrei non hanno riconosciuto Gesù Cristo come Messia, significa forse che Dio ha rigettato il suo popolo? Paolo conosce bene questo problema perché lui stesso, prima della sua conversione sulla via di Damasco, era stato un ebreo rigoroso e persino persecutore dei cristiani. Dopo l’incontro con Cristo, comprese che la fede cristiana non contraddice la fede d’Israele, ma ne rappresenta il compimento. Tuttavia la maggioranza del popolo ebraico non accoglie questa convinzione e, anzi, spesso si oppone alla predicazione di Paolo. Da qui nasce la sua domanda: se Israele non riconosce il Messia, è forse escluso dall’Alleanza? E se Dio potesse revocare le sue promesse a Israele, come potrebbero i cristiani confidare nella sua fedeltà? Per rispondere, Paolo ripercorre tutta la storia sacra. Ricorda che Israele ha ricevuto doni unici: l’adozione come figlio di Dio, la gloria della sua presenza, le alleanze, la Legge, il culto, le promesse, i patriarchi e persino il privilegio che il Messia sia nato dal suo popolo. Tutta la storia biblica testimonia l’impegno irrevocabile di Dio verso Israele. La conclusione di Paolo è netta: Dio non ha abbandonato il popolo ebraico. Le sue promesse sono definitive, perché Dio è fedele a se stesso. L’Alleanza non è stata annullata. Per Paolo, il rifiuto di Gesù da parte di molti ebrei rimane un mistero, ma non mette in discussione l’elezione di Israele. La certezza finale è espressa da una frase decisiva: «Dio rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13). Il messaggio centrale del testo è dunque che la fedeltà di Dio è più forte delle infedeltà umane.
Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
Questo episodio evangelico si svolge subito dopo la moltiplicazione dei pani. Dopo aver sfamato la folla, Gesù Cristo ordina ai discepoli di allontanarsi e sale da solo sul monte a pregare. Da una parte, la sua missione non può fermarsi al successo del momento; dall’altra, Gesù vuole evitare il rischio del trionfalismo e dello spettacolare, una tentazione che aveva già affrontato nel deserto. La preghiera gli permette di rimanere in profonda comunione con il Padre e di discernere la strada da seguire. Nel frattempo, la barca dei discepoli è agitata dalle onde del Lago di Tiberiade. Durante la notte vedono una figura camminare sulle acque e, terrorizzati, pensano a un fantasma. Ma Gesù li rassicura con parole che attraversano tutto il Vangelo: «Coraggio! Sono io, non abbiate paura». A quel punto Pietro, fidandosi della voce del Maestro, chiede di poter andare verso di lui camminando sulle acque. Gesù gli risponde semplicemente: «Vieni». Pietro compie allora l’impossibile e cammina sull’acqua, ma quando distoglie lo sguardo da Gesù e si concentra sulla forza del vento, viene preso dalla paura e comincia ad affondare. In questo gesto Pietro rappresenta ogni discepolo: generoso e sincero nel suo slancio, ma fragile nella prova. La sua caduta non nasce dalla mancanza di amore, bensì dal dubbio e dalla paura. Tuttavia compie la scelta giusta: grida «Signore, salvami!». Gesù tende la mano, lo afferra e lo mette in salvo, chiedendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Il racconto insegna che la fede consiste nel mantenere lo sguardo fisso su Cristo anche quando le difficoltà sembrano travolgerci. Le fragilità, i dubbi e persino le cadute non sono l’ultima parola: ciò che conta è continuare a invocare il suo aiuto. Quando Gesù sale sulla barca, il vento si calma e i discepoli comprendono più profondamente chi egli sia. Si prostrano davanti a lui e proclamano: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”. Il messaggio centrale del brano è che la vita di fede alterna slanci e debolezze, come accadde a Pietro. Ma ogni volta che l’uomo rischia di affondare, può affidarsi a Cristo e la mano di Dio è sempre pronta a sostenerlo.
+Giovanni D’Ercole
Concezione legalista e durezza di cuore
(Mt 19,3-12)
La polemica coi fanatici del diritto mette in rilievo la necessità di una nuova comunità messianica, che superi la concezione morale esclusivamente legalista.
Il tema scelto dai farisei si prestava a mettere Gesù in difficoltà sull’ideale dell’amore.
Il diritto matrimoniale imponeva alla moglie di farsi proprietà del marito.
Quindi in ogni caso il divorzio ridondava a sfavore della donna, sempre vista come essere inferiore.
Nella società del tempo, dominio maschilista ed emarginazione dei deboli erano situazioni assodate.
A tutela della libertà proprio della donna [Dt 24,1-4] la legge imponeva che il marito stufo (anche per una sciocchezza o capriccio) scrivesse comunque una “lettera” di divorzio che la sancisse libera.
A differenza della società romana, la moglie non aveva il medesimo diritto: una piaga sociale, che ne oscurava la dignità. In pratica era come un oggetto e schiava anche in casa propria.
Ma nel creare l’essere umano, non era questo l’intento del Creatore. Così Gesù toglie i privilegi - anche domestici - chiedendo massima uguaglianza di diritti e doveri.
Sapeva che gli stessi apostoli preferivano non sposarsi che rinunciare all’esclusiva del comando [Mt 19,10: «Se la situazione dell’uomo con la donna è così, non conviene sposarsi»].
Il Maestro non consente il dominio del forte sul debole, pertanto l’uomo deve perdere l’egemonia sulla donna. La legge nuova è l'amore, e l'amore non consente possessi, sfruttamenti affettivi, catene fisse di comando.
Sia matrimonio che celibato sono scelte che riconoscono il valore della Persona. Opzioni da stupore a motivo del Regno di Dio - non a servizio di alcun compromesso, supremazie, o altri interessi che accampino pretese.
Il progetto divino sull'umanità è trasparente, ampio e generoso. La stessa unione matrimoniale è chiamata a esprimere la mèta di una pienezza.
Il più forte non acquista il più debole in proprietà, ma entrambi si arricchiscono a vicenda - con lealtà e anche nelle divergenze, colte come punte avanzate di una proposta di crescita e dilatazione.
Cristo pretende una nuova impostazione dell’etica. Ciò al di là delle regolamentazioni, che cercano di adattare all’ordine.
Quindi l’insegnamento del Signore fa qui appello all’Atto creativo divino che nella natura di persona ha inciso una capacità di dono e crescita - e che non può essere regolato da clausole di contratto, né sottomesso a condizionamenti e soggezioni.
Il passo della Fede costruisce persone e comunità, completandole (senza troppe accelerazioni, o restrizioni d’imperio). Per un Amore che senza posa ci origina.
La Famiglia diventa così una ‘piccola Chiesa domestica’ perché insieme autonoma e comprensiva; senza più nomenclature, compromessi, maschere, bavagli o camicie di forza.
Allora la complementarietà vissuta in modo autentico - senza esteriorità - può andare oltre le casistiche degli ordinamenti.
In tal guisa essa ha buoni esiti personali e sociali, evocando la stessa Presenza di Dio nel mondo.
[Venerdì 19.a sett. T.O. 14 agosto 2026]
Mt 19,3-12 (cf. Gen 2,18-24)
Conosciamo le oscillazioni della nostra emotività: la persona che ora mi fa perdere la testa, tra una settimana forse mi darà urto di nervi. Ogni mattina ci alziamo con umore differente; dopo un po’ la psiche dà segnali opposti, quindi torna sulle posizioni precedenti.
Ovvio che il filo invisibile del rapporto di coppia non possa riuscire felice e saldo, se i presupposti sono unicamente seduttivi: si finirà in una escalation di apatia o discussioni.
La Parola di Dio propone uno spunto di discernimento assai sapiente per i fidanzati: la nuova Nascita.
Una ragazza lascerà il padre se nella fiammante relazione scopre una prospettiva di migliorate sicurezze, e paternità o possibilità di protezione inedite ancora maggiori; un giovane lascerà sua madre se nella fiaccola del nuovo rapporto scorge un principio di accoglienza, ascolto e comprensione ignoti o superiori alla propria mamma.
Nuova Genesi: è la prospettiva vocazionale irrinunciabile, unica in grado d’integrare la fatica del mettersi in gioco e accogliere l’idea a due di poter anche uscire dalle proprie posizioni - perfino quelle d’inizio relazione.
Nell’innamoramento ci si lascia attivare e attraversare da una Forza misteriosa che [persino al di là del fascino del partner] vuole condurci a una sorta di sprigionamento delle energie nascoste, nell’incessante ricerca dell’identità-carattere.
L’amore ci origina, fa compiere un sentiero non privo d’interruzioni, che costringono incessantemente all’Inizio; a ri-scegliere i valori su cui ci siamo giocati. Quindi nascere e principiare di nuovo, inopinatamente diventando sempre più “giovani”.
Quella fiaccola ardente ci farà fare incontri straordinari, anzitutto nella direzione significativa dell’intimo rigenerato; così non ci sarà più bisogno di catturare il coniuge, per tenerlo fermo o vicino a sé.
È il desiderio sacro che ci crea; poi - a Due - esso diventa ancor più efficacemente sostanza di ciò che ciascuno è chiamato a essere - attraverso passi di felicità che preparano un nuovo originarsi, un distinto abbozzo e destino.
Tutto ciò affinché di onda in onda, di nascita in nascita, e sotto lo stimolo del continuo Dialogo, la nostra essenza si compia, lasciando fiorire la Chiamata per Nome profonda.
La naturale complementarietà può consumarsi con l’età, la fatica, le frustrazioni. Invece un riflesso di Amore assoluto, che rimanda e dà le vertigini [perché ci colloca in trame fuori del tempo] è spettacolo che scuote, commuove e conquista.
Irradiare Dio che crea (dentro di noi e nella relazione), riflettere una grande incessante Origine dentro l’unità umana, ci fa essere insieme - a due ma con noi stessi presenti, ed essere-Con la nostra Radice.
Una Sorgente innata che non si esprime in camicie di forza o in una identificazione: dona senso e respiro anche al secondario, al ripetitivo e quotidiano che insidia - e sembra voler farci sfiorire nel disincanto.
Se l’idea del Principio è sempre di casa, non sarà più necessario che la scorza della vita di tutti i giorni modifichi, né che troppe situazioni cambino: è quello sguardo sull’Eternità che fa ri-nascere nel progetto umano (personale ma completo) di Genesi.
È una Presenza… e una Fonte che genera, e l’Orizzonte vitale di Chi si mette dentro le cose… che cambia tanto le nostre piccole cose.
L’Azione di Colui che partorisce alla luminosità antica e nuova dell’anima ci fa crescere e rinascere ancora, per stare sia con se stessi che più saldamente insieme.
La Famiglia diventa una piccola «chiesa domestica» dalla quale «nascono i nuovi cittadini della società umana» (Lumen Gentium n.11).
Essa così manifesta e dispiega l’icona di un Dio che non si esprime in modo rigido, ma nel creare.
Grazie a Genitori in grado di secondare la «vocazione propria di ognuno», nei nuovi albori e nell’incalzare di successivi getti e gemme ciascun virgulto «lascerà suo padre e sua madre».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
L’esperienza ecclesiale cosa ti ha dato in più nella comprensione del rapporto uomo-donna? E circa la comunione e l’autonomia?
Concezione legalista e durezza di cuore
(Mt 19,3-12)
La polemica coi fanatici del diritto mette in rilievo la necessità di una nuova comunità messianica, che superi la concezione morale esclusivamente legalista.
Il tema scelto dai farisei si prestava a mettere Gesù in difficoltà sull’ideale dell’amore.
Il diritto matrimoniale del tempo imponeva alla moglie di farsi proprietà del marito.
Quindi in ogni caso il divorzio ridondava a sfavore della donna, sempre vista come essere inferiore.
Nella società del tempo, dominio maschilista ed emarginazione dei deboli erano situazioni assodate.
A tutela della libertà proprio della donna (Dt 24,1-4) la legge imponeva che il marito stufo [anche per una sciocchezza o capriccio] scrivesse comunque una “lettera” di divorzio che la sancisse libera.
A differenza della società romana, la moglie non aveva il medesimo diritto: una piaga sociale, che ne oscurava la dignità. In pratica era come un oggetto e una schiava anche in casa propria.
Ma nel creare l’essere umano, non era questo l’intento del Creatore. Così Gesù toglie i privilegi - anche domestici - chiedendo massima uguaglianza di diritti e doveri.
Sapeva che gli stessi apostoli preferivano non sposarsi che rinunciare all’esclusiva del comando, anche solo per scapricciarsi: «Se la situazione dell’uomo con la donna è così, non conviene sposarsi» (Mt 19,10).
Il Maestro non consente il dominio del forte sul debole; pertanto l’uomo deve perdere l’egemonia sulla donna.
La legge nuova è l'amore, e l'amore non consente possessi, sfruttamenti affettivi, catene fisse di comando.
Sia matrimonio che celibato sono scelte che riconoscono il valore della Persona. Opzioni da stupore a motivo del Regno di Dio - non a servizio di alcun compromesso, supremazie, o altri interessi che accampino pretese.
Il progetto divino sull'umanità è trasparente, ampio e generoso. La stessa unione matrimoniale - senza per questo sentirsi vincolati a dominazioni o settori - è chiamata a esprimere la mèta di una Pienezza.
Il più forte non acquista il più debole in proprietà, ma [sfumando da quelle rigide posizioni, senza ipocrisie e compromessi di campo] entrambi si arricchiscono a vicenda - con lealtà e anche nelle divergenze, colte come punte avanzate di una proposta di crescita e dilatazione.
Cristo pretende una nuova impostazione dell’etica [un tempo “a giurisdizione”], ora segnata dai valori primari. Ciò al di là delle regolamentazioni, che cercano di adattare all’ordine... arginando forse le nostre parodie, o mediocrità.
Quindi l’insegnamento di Cristo fa qui appello all’Atto creativo divino che nella natura di persona ha inciso una capacità di dono e crescita - e che non può essere regolato da clausole di contratto, né sottomesso a condizionamenti e soggezioni.
Il seme dell’amore va affidato alla terra, anche melmosa; consci della propria debolezza e della potenza di altre forze provvidenziali.
Anche col terreno scosceso o incerto, se non ci si precipita in pregiudizi artificiosi (o lamenti d’ingratitudine) l’intreccio stesso delle radici produrrà genuinamente la sua fioritura.
In tale corrente energetica spontanea, non subordinata, si edificherà una differente abnegazione - ove il dato di fatto da regolare diviene superamento che sprigiona altre virtù o visuali.
Qui il passo di Fede costruisce persone e comunità, completandole (senza troppe accelerazioni, o restrizioni d’imperio). Per un Amore che senza posa ci origina.
La Famiglia diventa così una ‘piccola Chiesa domestica’ perché insieme autonoma e comprensiva; senza più nomenclature, compromessi, maschere, bavagli o camicie di forza.
Allora la complementarietà vissuta in modo autentico - senza esteriorità - può andare oltre le casistiche degli ordinamenti: essa ha buoni esiti personali e sociali, evocando la stessa Presenza di Dio nel mondo.
Il Vangelo ci presenta le parole di Gesù sul matrimonio. A chi gli domandava se fosse lecito al marito ripudiare la propria moglie, come prevedeva un precetto della legge mosaica (cfr Dt 24, 1), Egli rispose che quella era una concessione fatta da Mosè a motivo della "durezza del cuore", mentre la verità sul matrimonio risaliva "all'inizio della creazione", quando "Dio - come sta scritto nel Libro della Genesi - li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola" (Mc 10, 6-7; cfr Gn 1, 27; 2, 24). E Gesù aggiunse: "Sicché non sono più due, ma una carne sola. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto" (Mc 10, 8-9). È questo il progetto originario di Dio, come ha ricordato anche il Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et spes: "L'intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale... Dio stesso è l'autore del matrimonio" (n. 48).
Il mio pensiero va a tutti gli sposi cristiani: ringrazio con loro il Signore per il dono del Sacramento del matrimonio, e li esorto a mantenersi fedeli alla loro vocazione in ogni stagione della vita, "nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia", come hanno promesso nel rito sacramentale. Consapevoli della grazia ricevuta, possano i coniugi cristiani costruire una famiglia aperta alla vita e capace di affrontare unita le molte e complesse sfide di questo nostro tempo. C'è oggi particolarmente bisogno della loro testimonianza. C'è bisogno di famiglie che non si lascino travolgere da moderne correnti culturali ispirate all'edonismo e al relativismo, e siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella Chiesa e nella società.
Nell'Esortazione apostolica Familiaris consortio, il servo di Dio Giovanni Paolo II ha scritto che "il sacramento del matrimonio costituisce i coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo "fino agli estremi confini della terra", veri e propri "missionari" dell'amore e della vita" (cfr n. 54). Questa missione è diretta sia all'interno della famiglia - specialmente nel servizio reciproco e nell'educazione dei figli -, sia all'esterno: la comunità domestica, infatti, è chiamata ad essere segno dell'amore di Dio verso tutti. È missione, questa, che la famiglia cristiana può portare a compimento solo se sorretta dalla grazia divina. Per questo è necessario pregare senza mai stancarsi e perseverare nel quotidiano sforzo di mantenere gli impegni assunti il giorno del matrimonio. Su tutte le famiglie, specialmente su quelle in difficoltà, invoco la materna protezione della Madonna e del suo sposo Giuseppe. Maria, Regina della famiglia, prega per noi!
[Papa Benedetto, Angelus 8 ottobre 2006]
1. La famiglia nei tempi odierni è stata, come e forse più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell'istituto familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell'umanità, la Chiesa vuole far giungere la sua voce ed offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia, cerca di viverlo fedelmente a chi, incerto ed ansioso, è alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di vivere liberamente il proprio progetto familiare. Sostenendo i primi, illuminando i secondi ed aiutando gli altri, la Chiesa offre il suo servizio ad ogni uomo pensoso dei destini del matrimonio e della famiglia («Gaudium et Spes», 52).
In modo particolare essa si rivolge ai giovani, che stanno per iniziare il loro cammino verso il matrimonio e la famiglia, al fine di aprire loro nuovi orizzonti, aiutandoli a scoprire la bellezza e la grandezza della vocazione all'amore e al servizio della vita.
[Papa Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio]
Il Vangelo […] ci offre la parola di Gesù sul matrimonio. Il racconto si apre con la provocazione dei farisei che chiedono a Gesù se sia lecito a un marito ripudiare la propria moglie, così come prevedeva la legge di Mosè (cfr vv. 2-4). Gesù anzitutto, con la sapienza e l’autorità che gli vengono dal Padre, ridimensiona la prescrizione mosaica dicendo: «Per la durezza del vostro cuore egli – cioè l’antico legislatore – scrisse per voi questa norma» (v. 5). Si tratta cioè di una concessione che serve a tamponare le falle prodotte dal nostro egoismo, ma non corrisponde all’intenzione originaria del Creatore.
E qui Gesù riprende il Libro della Genesi: «Dall’inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola» (vv. 6-7). E conclude: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (v. 9). Nel progetto originario del Creatore, non c’è l’uomo che sposa una donna e, se le cose non vanno, la ripudia. No. Ci sono invece l’uomo e la donna chiamati a riconoscersi, a completarsi, ad aiutarsi a vicenda nel matrimonio.
Questo insegnamento di Gesù è molto chiaro e difende la dignità del matrimonio, come unione di amore che implica la fedeltà. Ciò che consente agli sposi di rimanere uniti nel matrimonio è un amore di donazione reciproca sostenuto dalla grazia di Cristo. Se invece prevale nei coniugi l’interesse individuale, la propria soddisfazione, allora la loro unione non potrà resistere.
Ed è la stessa pagina evangelica a ricordarci, con grande realismo, che l’uomo e la donna, chiamati a vivere l’esperienza della relazione e dell’amore, possono dolorosamente porre gesti che la mettono in crisi. Gesù non ammette tutto ciò che può portare al naufragio della relazione. Lo fa per confermare il disegno di Dio, in cui spiccano la forza e la bellezza della relazione umana. La Chiesa, da una parte non si stanca di confermare la bellezza della famiglia come ci è stata consegnata dalla Scrittura e dalla Tradizione; nello stesso tempo, si sforza di far sentire concretamente la sua vicinanza materna a quanti vivono l’esperienza di relazioni infrante o portate avanti in maniera sofferta e faticosa.
Il modo di agire di Dio stesso con il suo popolo infedele – cioè con noi – ci insegna che l’amore ferito può essere sanato da Dio attraverso la misericordia e il perdono. Perciò alla Chiesa, in queste situazioni, non è chiesta subito e solo la condanna. Al contrario, di fronte a tanti dolorosi fallimenti coniugali, essa si sente chiamata a vivere la sua presenza di amore, di carità e di misericordia, per ricondurre a Dio i cuori feriti e smarriti.
Invochiamo la Vergine Maria, perché aiuti i coniugi a vivere e rinnovare sempre la loro unione a partire dal dono originario di Dio.
[Papa Francesco, Angelus 7 ottobre 2018]
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
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