don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 27 Gennaio 2026 10:10

4a Domenica T.O.

IV Domenica del tempo ordinario (anno A)  [1 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Rileggere e meditare le Beatitudini nel vangelo di Matteo è sempre un invito a riscoprire il cuore della fede evangelica e ad avere il coraggio di viverla fedelmente.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Sofonia (2,3; 3,12-13)

Il libro di Sofonia è sorprendente per i suoi forti contrasti: da una parte ci sono terribili minacce contro Gerusalemme, con il profeta che appare molto collerico; dall’altra, vi sono incoraggiamenti e promesse di un futuro felice, sempre rivolti alla città. La domanda è: a chi sono rivolte le minacce e a chi gli incoraggiamenti? Storicamente, siamo nel VII secolo a.C., nel regno di Giuda, il regno del Sud. Il giovane re Giosia sale al trono a otto anni, dopo l’assassinio del padre, in tempi molto turbolenti. L’impero assiro, con capitale Ninive, è in espansione e i re locali preferiscono spesso arrendersi per evitare la distruzione: Gerusalemme diventa vassalla di Ninive. I profeti, però, sostengono fermamente la libertà del popolo eletto: chiedere alleanza a un re terreno significa non confidare nel Re del cielo. Accettare la tutela assira non è solo un atto politico, ma comporta l’influenza culturale e religiosa del dominatore, con rischi di idolatria e perdita della missione di Israele. Sofonia denuncia tutto questo e profetizza la punizione: “Alzerò la mano contro Giuda e contro tutti gli abitanti di Gerusalemme… il Giorno dell’ira del Signore” (So 1,4-6), testo che ricorda il famoso Dies Irae. Cercate il Signore, voi tutti, gli umili del paese. Accanto alle minacce, Sofonia rivolge un messaggio di conforto agli “umili del paese” (in ebraico anawim, i curvi), che sono osservanti della legge e giusti, protetti quindi dal Giorno dell’ira del Signore: Dio stesso è con loro. È il giorno in cui la creazione sarà rinnovata e il male distrutto. Il messaggio non è per altri, ma per ciascuno di noi: siamo tutti chiamati alla conversione, a diventare “umili del paese”, il “Resto di Israele” che i profeti precedenti avevano annunciato. Dio, fedele, salverà sempre almeno un piccolo gruppo rimasto fedele. Sarà questo piccolo resto, povero e umile, a portare avanti la missione del popolo eletto: rivelare al mondo il progetto di Dio. Essere umili significa riconoscere la propria limitatezza (humus) e confidare totalmente in Dio. Così, il giudizio di Dio non è contro le persone, ma contro il male che corrompe. Il piccolo resto fedele sarà il fermento nel mondo, preservando la vera identità del popolo e la missione divina. l’ira di Dio colpisce solo il male, mai l’innocente. Sofonia critica anche l’adozione delle usanze assire, come l’abbigliamento straniero (So 1,8): non era solo moda, ma segno di imitazione dei pagani, rischio di perdere identità e fede.

 

*Salmo responsoriale (145/146)

Abbiamo qui tre versetti del Salmo come un inventario dei beneficiari della misericordia di Dio: gli oppressi, gli affamati, gli incatenati, i ciechi, gli afflitti, gli stranieri, le vedove e gli orfani—tutti coloro che gli uomini ignorano o disprezzano. Gli Israeliti conoscono queste situazioni perché le hanno vissute: oppressione in Egitto, poi a Babilonia. Il Salmo è stato scritto dopo il ritorno dall’esilio babilonese, forse per la dedica del Tempio ricostruito. La liberazione dal male e dall’oppressione è percepita come prova della fedeltà di Dio all’alleanza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi, il Signore scioglie gli incatenati”. Dio provvede anche ai bisogni materiali: durante l’Esodo, ha nutrito il popolo con manna e quaglie. Gradualmente, Dio rivela se stesso ai ciechi, rialza gli afflitti e guida il popolo verso la giustizia: “Dio ama i giusti”. Il Salmo è quindi un canto di riconoscenza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi / agli affamati dà il pane / scioglie gli incatenati / apre gli occhi ai ciechi / rialza gli afflitti / ama i giusti / protegge lo straniero / sostiene vedove e orfani. Il Signore è il tuo Dio per sempre.” L’insistenza sul nome Signore (7 volte) richiama il Tetragramma sacro YHVH, rivelato a Mosè al roveto ardente, simbolo della presenza costante e liberatrice di Dio. “Il Signore é il tuo Dio per sempre, la frase finale richiama l’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo guarda al futuro, rafforzando la speranza del popolo. Il nome di Dio Ehiè asher ehiè (Io sono colui che sono / Sarò colui che sarò) sottolinea la sua presenza eterna. Ripetere questo Salmo serve a riconoscere l’opera di Dio e a orientare la condotta: se Dio ha agito così verso Israele, il popolo deve comportarsi allo stesso modo verso gli altri, specialmente gli esclusi. La Legge di Israele prevedeva regole per proteggere vedove, orfani e stranieri, affinché il popolo fosse libero e rispettoso della libertà altrui. I profeti giudicavano la fedeltà all’Alleanza principalmente in base all’atteggiamento verso i poveri e gli oppressi: lotta contro l’idolatria, promozione della giustizia e della misericordia, come in Os 6,6 (Desidero misericordia, non sacrifici) e Mi 6,8 (Agisci con giustizia, ama la fedeltà, cammina umilmente con Dio). Anche il Siracide ricorda: “Le lacrime della vedova scorrono sul volto di Dio” (Si 35,18), sottolineando che chi è vicino a Dio deve sentire compassione per chi soffre.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san paolo apostolo ai Corinti (1,26-31).

Sembrerebbe la parabola del fariseo e del pubblicano: il mondo è “capovolto”. Chi appare saggio agli occhi degli uomini, come sottolinea Paolo, non riceve considerazione davanti a Dio. Questo non significa che Paolo disprezzi la saggezza: sin dal re Salomone essa è una virtù richiesta nella preghiera, e Isaia la presenta come dono dello Spirito di Dio: “Su di lui riposerà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento…” La Bibbia distingue due tipi di saggezza: la saggezza degli uomini e la saggezza di Dio. Ciò che agli occhi degli uomini sembra ragionevole può essere lontano dal progetto di Dio, e ciò che è saggio agli occhi di Dio può apparire folle agli uomini. La nostra logica è umana, quella di Dio è logica dell’amore: la follia dell’amore divino, come dice Paolo, supera ogni ragionamento umano. Per questo la vita e la morte di Cristo possono sembrare scandalose. Isaia lo dice chiaramente: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e i vostri modi non sono i miei modi” (Is 55,8). Questa distanza tra pensiero umano e divino è tale che Gesù arriva a rimproverare Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Dio è il “Tutto-Altro”: la gerarchia dei valori umani è capovolta davanti a lui. Spesso nella storia dell’Alleanza, Dio sceglie i più piccoli: pensiamo a Davide, il più giovane tra i figli di Iesse, o al popolo d’Israele, “il più piccolo di tutti” (Dt 7,7; Dt 9,6). Le scelte di Dio sono gratuite, indipendenti dal merito umano. La vera saggezza, la saggezza divina  è dono di Non possiamo comprendere Dio con le nostre forze: tutto ciò che sappiamo di Lui ci è rivelato da Lui. Paolo ricorda ai Corinzi che ogni conoscenza di Dio è un dono: “In lui avete ricevuto tutte le ricchezze… nessun dono di grazia vi manca” (1 Cor 1,4-7). Il dono della conoscenza di Dio non è motivo di orgoglio, ma di gratitudine. Come dice Geremia: “Il saggio non si vanti della sua saggezza… ma di avere intelligenza per conoscere me, il Signore” (Jr 9,22-23). Paolo applica questi principi ai Corinzi: essi, agli occhi del mondo, non erano né sapienti, né potenti, né nobili. Eppure Dio li chiama, creando la sua Chiesa dalla loro povertà e debolezza. La loro “nobiltà” è il Battesimo. Corinto diventa esempio dell’iniziativa sorprendente di Dio, che ricrea il mondo secondo la sua logica, invitando gli uomini non a vantarsi davanti a Dio, ma a renderGli gloria per il suo amore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)

 Mi fermo a riflettere sulla beatitudine che può sembrare più difficile: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Non si tratta di gioire per il pianto in sé, né di considerare la sofferenza come una fortuna. Gesù stesso ha dedicato gran parte della sua vita a consolare, guarire e incoraggiare le persone: Matteo ci ricorda che “Gesù proclamava la Buona Novella del Regno e guariva ogni malattia e infermità tra il popolo” (Mt 4,23). Le lacrime di cui parla Gesù sono, piuttosto, lacrime di pentimento e lacrime di compassione. Pensiamo a san Pietro, che dopo il suo rinnegamento pianse amaramente, trovando consolazione nella misericordia di Dio. Oppure ricordiamo la visione del profeta Ezechiele: al giorno ultimo, Dio “segnerà con una croce sulla fronte quelli che gemono e si lamentano per le abominazioni che si commettono” (Ez 9,4). Queste parole di Gesù erano rivolte ai suoi contemporanei ebrei, abituati alla predicazione dei profeti. Per noi, comprenderle significa rileggere l’Antico Testamento. Come ci invita il profeta Sofonia: “Cercate il Signore, voi tutti gli umili della terra” (So 2,3). E il salmo canta: “Ho chiesto una cosa al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 145/146,5). Questi sono i veri “poveri di cuore”, quelli che si affidano completamente a Dio, come il pubblicano della parabola: consapevoli dei propri peccati, si aprono alla salvezza del Signore. Gesù ci assicura: chi cerca Dio con tutto il cuore sarà esaudito: “Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). E i profeti chiamano “puri” coloro il cui cuore è rivolto unicamente a Dio. Le Beatitudini, dunque, sono Buona Notizia: non è il potere, il sapere o la ricchezza a guidarci al Regno, ma la dolcezza, la misericordia e la giustizia. Come dice Gesù ai suoi discepoli: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Ogni beatitudine indica un cammino verso il Regno: ogni “Beati” è un invito, un incoraggiamento: è come se dicesse, “coraggio sei sulla strada giusta”. Le nostre debolezze diventano terreno fertile per la presenza di Dio: la povertà del cuore, le lacrime, la fame di giustizia, la persecuzione. Paolo ci ricorda: “Chi vuol vantarsi, si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31). Infine, ricordiamo che Gesù è il modello perfetto: povero di cuore, dolce, misericordioso, compassionevole, giusto e perseguitato, sempre grato al Padre. La sua vita ci insegna a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi di Dio, e a scoprire il Regno dove meno ce lo aspettiamo.

Scrive sant’Agostino commentando questa beatitudine: «Beati, dice il Signore, quelli che piangono, perché saranno consolati. Non indica la tristezza del corpo, ma il dolore del cuore per i peccati, e la volontà di convertirsi a Dio» (Enarrationes in Psalmos, 30,5).

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

Domenica, 25 Gennaio 2026 09:00

3a Domenica T.O.

III Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [25 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Si chiude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La parola di Dio offre spunti per alcune considerazioni, specialmente  la seconda lettura  (narra la situazione della comunità a Corinto con le divisioni dovute alla presenza di vari predicatori).

Il vangelo mostra l’avvio della predicazione di Gesù con i discepoli, che lo accompagneranno lungo tutto il cammino fino a Gerusalemme.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (8, 23b - 9, 3)

Al tempo di Isaia, il regno di Israele era diviso in due: il Nord (Israele, capitale Samaria) e il Sud (Giuda, capitale Gerusalemme), legittimo perché erede della dinastia di Davide. Isaia predica a Gerusalemme ma parla soprattutto di luoghi del Nord, come Zabulon, Nephtali, la Galilea e la Transgiordania, territori che furono conquistati dall’impero assiro tra il 732 e il 721 a.C.Il profeta annuncia che Dio trasformerà la situazione: le regioni inizialmente umiliate saranno onorate, come un segno di liberazione e rinascita. Queste promesse interessano anche il Sud, perché la vicinanza geografica fa sì che le minacce sull’uno pesino sull’altro, e perché il Sud spera in una futura riunificazione sotto la propria guida. Isaia descrive la nascita di un re, associando la sua venuta a formule reali di incoronazione: “Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato”(Is.9,5-6). Si tratta del giovane Ezechia, associato al regno del padre, re Achaz, e considerato il «principe della pace». La certezza del profeta si fonda sulla fedeltà di Dio: anche nelle prove e nell’oppressione, Dio non abbandonerà mai la dinastia di Davide. La vittoria promessa ricorda quella di Gedeone sui Madianiti: pur con pochi mezzi, la fede in Dio porta alla liberazione. Il messaggio finale è di speranza: Non temere, Dio non abbandona il suo progetto d’amore sull’umanità, anche nei momenti più oscuri.

 

*Salmo responsoriale (26/(27)

“Il Signore è la mia luce e la mia salvezza” non è solo un’espressione individuale: riflette la fiducia invincibile del popolo d’Israele in Dio, in ogni circostanza della vita, dalle gioie alle difficoltà. Il salmo utilizza immagini concrete per raccontare la storia collettiva di Israele, un procedimento frequente nei Salmi chiamato rivestimento: il popolo è paragonato a un malato guarito da Dio, a un innocente ingiustamente condannato, a un bambino abbandonato o a un re assediato. Dietro queste immagini individuali si riconoscono situazioni storiche precise: minacce esterne, assedi di città e crisi interne del regno, come l’attacco degli Amaleciti nel deserto, i re di Samaria e Damasco contro Achaz, o il celebre assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib. Il popolo può reagire come Davide, uomo normale e peccatore, ma saldo nella fede, o come Achaz, che cede al panico e perde la fiducia in Dio. In ogni caso, il salmo mostra che la fede collettiva si nutre della fiducia in Dio e della memoria delle sue opere. Un’altra immagine chiave è quella del levita, servo del Tempio: così come i leviti servono Dio quotidianamente, tutto il popolo d’Israele è consacrato al servizio del Signore e appartiene a Lui. Infine, il salmo si conclude con una promessa di speranza: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”; la fiducia è radicata nella memoria delle azioni di Dio e si traduce in coraggio e speranza attiva: “Spera nel Signore, sii forte  si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore”. Questa speranza è come la “memoria del futuro”, cioè la certezza che Dio interverrà anche nelle circostanze più oscure. Il salmo è perciò molto adatto alle celebrazioni funebri, perché rinvigorisce la fede e la speranza dei fedeli anche nei momenti di dolore, ricordando loro che Dio non abbandona mai il suo popolo e sostiene sempre coloro che confidano in Lui.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1, 10 - 13. 17)

Il porto di Corinto, per la sua posizione strategica tra i due mari e per la vivacità dei traffici, era un vero crocevia di culture, idee e popoli. Questo spiega perché i cristiani appena convertiti reagivano in modi diversi agli insegnamenti dei predicatori: ogni viaggiatore portava testimonianze della fede cristiana secondo la propria esperienza, e i Corinzi erano molto sensibili, forse troppo, alle parole belle e alle argomentazioni persuasive. In questo contesto nacquero divisioni nella comunità: alcuni si richiamavano a Paolo, altri ad Apollos, altri a Pietro, e infine un gruppo si diceva “del Cristo”. Paolo non condanna solo i comportamenti sbagliati, ma vede nel fenomeno il rischio di compromettere il senso stesso del battesimo. Apollos, ebreo di Alessandria, è un esempio emblematico: intellettuale, colto nelle Scritture, eloquente e fervente, è stato battezzato con il solo battesimo di Giovanni e perfezionato da Priscilla e Aquila a Efeso. Giunto a Corinto, ottenne un grande successo, ma non cercò mai di diventare un leader personale e, per non alimentare le divisioni, si spostò poi a Efeso. Questo episodio mostra come la passione e le competenze non devono diventare fonte di divisione, ma essere messe al servizio della comunità. Paolo richiama i Corinzi alla verità del battesimo: essere battezzati significa appartenere a Cristo, non a un predicatore umano. Il battesimo è una unione reale e definitiva con Cristo, che agisce attraverso il sacramento: come dice il Concilio Vaticano II, “quando il sacerdote battezza, è Cristo che battezza”. Paolo sottolinea inoltre che la predicazione non deve basarsi sull’eloquenza o su argomenti persuasivi, perché la croce di Cristo e l’amore non si impongono con la forza della parola, ma si vivono e si testimoniano. L’immagine dell’innesto, chiarisce bene questo punto: l’importante è il risultato – l’unione a Cristo – non chi ha amministrato il battesimo. Ciò che conta è la fedeltà al messaggio e all’amore di Cristo, non la competenza retorica o il prestigio personale. In definitiva, il messaggio di Paolo ai Corinzi è universale e attuale: l’unità della comunità cristiana si fonda sulla fede comune in Cristo, non su leader o eloquenze umane, e la vera grandezza della Chiesa sta nella sua coesione spirituale, fondata sul battesimo e sull’appartenenza a Cristo.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (4, 12-23)

Siamo al capitolo 4 del Vangelo di Matteo. Nei tre capitoli precedenti, Matteo ci ha presentato: prima una lunga genealogia che colloca Gesù nella storia del suo popolo, in particolare nella discendenza di Davide; poi l’annuncio dell’angelo a Giuseppe: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio e gli sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”, citazione di Isaia, con la precisazione che tutto ciò avvenne perché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta, sottolineando che le promesse sono finalmente compiute e il Messia è arrivato. Gli episodi successivi ribadiscono questo messaggio di compimento: la visita dei Magi, la fuga in Egitto, il massacro dei bambini di Betlemme, il ritorno dall’Egitto e l’installazione a Nazareth, la predicazione di Giovanni Battista, il battesimo di Gesù e le Tentazioni. Tutti questi racconti sono pieni di citazioni e allusioni bibliche. Ora siamo pronti ad ascoltare il testo di oggi, anch’esso ricco di riferimenti: fin dall’inizio, Matteo cita Isaia per mostrare l’importanza dell’insediamento di Gesù a Cafarnao. Cafarnao si trova in Galilea, sulle rive del lago di Tiberiade. Matteo precisa che appartiene ai territori di Zabulon e Neftali: nomi antichi, non più di uso comune, legati alla promessa di Isaia secondo cui queste terre, un tempo umiliate, sarebbero state illuminate dalla gloria della Galilea, «crocevia dei pagani» (Is 8,23). Il profeta continua: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto sorgere una grande luce”, formula che ricordava il sacro rituale dell’incoronazione di un re, simbolo di una nuova era. Matteo applica queste parole all’arrivo di Gesù: il vero Re del mondo è venuto; la luce è sorta su Israele e sull’umanità. La Galilea, crocevia delle nazioni, diventa porta aperta al mondo, da cui il Messia diffonderà la salvezza. Inoltre, Matteo prefigura già gli eventi futuri: Gesù si dirige verso la Galilea dopo l’arresto di Giovanni Battista, mostrando che la vita di Cristo sarà segnata dalla persecuzione, ma anche dalla vittoria finale sul male: da ogni ostacolo, Dio farà nascere il bene. Giunto a Cafarnao, Matteo usa l’espressione “Da  allora” unica nel Vangelo insieme a un’altra al capitolo 16, segnalando un grande punto di svolta. Qui indica l’inizio della predicazione pubblica: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”. L’altro riferimento al capitolo 16 riguarderà la passione e la risurrezione. Questo episodio segna il passaggio dal tempo della promessa al tempo del compimento. Il Regno è presente, non solo a parole, ma in azione: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando inelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo  la del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. La profezia di Isaia si realizza pienamente: il Regno di Dio è tra noi. Per diffondere questa Buona Novella, Gesù sceglie dei testimoni, uomini comuni, da associare alla missione salvifica. Li chiama “pescatori di uomini”, cioè colui che salva dall’annegamento, simbolo del loro compito di salvezza. Così gli apostoli diventano partecipi della missione del Salvatore.

+ Giovanni D’Ercole

Giovedì, 22 Gennaio 2026 05:14

Ritmo di Natura. Il fattore evolutivo

Dal basso, non da su una vetta

(Mc 4,26-34)

 

Eccoci introdotti a una differente mentalità, in una nuova Famiglia, a un altro Regno, poco “elevato”; anzi, completamente rovesciato. Diverso, rispetto a quello atteso su un monte imponente (Ez 17,22).

Esso non sarà raffigurato dalla maestà del cedro del Libano [che un tempo ricopriva i pendii montuosi del Vicino Oriente] bensì da un semplice arbusto dell’orto di casa (Mc 4,32a). 

E le stesse origini di tale realtà novella non deriveranno dagli apici di un fusto altissimo, bensì da un piccolo seme, semplicemente piantato a terra.

Granellino come gli altri. Niente di ragguardevole in sé. Che sviluppa in orizzontale, piuttosto (v.32b).

 

Quanto gas bisogna dare per accelerare la diffusione del Regno? Secondo Gesù si deve attendere che ciascuno incontri se stesso, senza nevrosi.

Proposta che non conosce frontiere: si rivolge a tutti. Basta lasciar fare alla semente le sue cose normali - così integrando le energie; dando spazio, persino cedendo.

Il Seme cresce da solo, intrecciato al terreno e al clima, eppure secondo carattere-individuo profondo.

Sfugge alle spiegazioni cerebrali: «Come, egli stesso non sa» (v.27).

 

Dopo la seminagione, l’autore del gesto riprende la vita normale.

Lasciando fare, il piccolo granello nascosto percorre la sua strada, sino in fondo.

Questo il fattore evolutivo.

Nessun agricoltore calpesta il suo campo, né indaga cosa succede, importunando: sviluppo, crescita e maturazione sono per sé garantiti.

Chi volesse entrare disturberebbe i germogli.

Chi scavasse per controllare il chicco che sta intrecciando le sue radici col terreno, rovinerebbe tutto.

 

La nostra identità sacra è inestricabilmente legata alla singolarità personale: si aggroviglia a una irripetibile sensibilità e vicenda.

È il buio, il silenzio, l’attesa, che fanno spuntare i suoi teneri germogli, nella loro unicità e autenticità.

Li danneggerebbe solo colui che volesse interferire, modificando, sovrapponendo suoi schemi e andamenti - mai conformi alle realtà in sviluppo singolare spontaneo.

Attenzione alla precipitazione di chi vuole subito un risultato… che non sia quello di essere noi stessi in relazione all’essenza innata e missione personale, che sprizzano dalla Sorgente nascosta.

Il tempo dell’amore non è immediato: si svolge lungo un sentiero, i cui periodi non possono essere scanditi da disegni frettolosi - solo irritanti - se non dallo Spirito, affinché manifestiamo l’inedito intrinseco.

Nessuno può importunare tale eccezionale ricchezza, che nasce e sviluppa «automaticamente» (v.28), affinché siamo messi in grado di partorire il mondo interno, la quintessenza, il Gesù che cova in cuore; non altri.

 

«Metter mano alla falce» (v.29) significa che a questo punto l’anima è desta per il Regno, pronta a ‘dare vita’ a sé e ai fratelli, traboccando la sua completezza ad altri, anche lontani o vaganti come uccelli (v.32).

Insieme, una Chiesa che - senza troppo pensare “come dovrebbe essere” - convince tutti i bisognosi di riparo dalle arsure.

E il Seme potrà esser trasmesso ovunque dagli stessi «volatili» che vi si posano anche solo quanto basta a ciascuno per spiccare di nuovo il volo.

 

Le ‘parabole del regno’ in Mt 13 e qui in Mc 4 non narrano una realtà solenne, epocale, maestosa, che intestardisce e s’impone.

Piuttosto, il regno ‘novello’ sarà paragonabile a un arbusto comune, che cresce modestamente - silente, nell’orto di casa (v.32).

Come dire: evolviamo in segni minuscoli - niente di straordinario - però siamo persone, non facsimili.

Così annunciamo il Paradiso.

 

 

[Venerdì 3.a sett. T.O.  30 gennaio 2026]

Giovedì, 22 Gennaio 2026 05:11

Ritmo di Natura. Il fattore evolutivo

Dal basso, non da su una vetta

(Mc 4,26-34)

 

Eccoci introdotti a una differente mentalità, in una nuova Famiglia, a un altro Regno, poco “elevato”; anzi, completamente rovesciato. Diverso, rispetto a quello atteso su un monte imponente (Ez 17,22).

Esso non sarà raffigurato dalla maestà del cedro del Libano [che un tempo ricopriva i pendii montuosi del Vicino Oriente] bensì da un semplice arbusto dell’orto di casa (Mc 4,32a). 

E le stesse origini di tale realtà novella non deriveranno dagli apici di un fusto altissimo, bensì da un piccolo seme, semplicemente piantato a terra. Granellino come gli altri. Niente di ragguardevole in sé. Che sviluppa in orizzontale, piuttosto (v.32b).

 

Quanto gas bisogna dare per accelerare la diffusione del Regno? Secondo Gesù si deve attendere che ciascuno incontri se stesso, senza nevrosi.

Il Regno di Dio è l’ambito in cui Egli regna: la società alternativa che i credenti inaugurano qui, non guardando l’aldilà col nasino in su.

La nuova realtà supererà il tempo, perché caratterizzata dall’amore verso tutti: valicherà la cronaca e persino la storia.

Anche per questo motivo i Vangeli non prendono a prestito immagini mediate da un culto particolare e dal sacro.

Per far comprendere come le Chiese non si limitino neppure alla dimensione spazio-temporale terrena, il Maestro fa finta di non sapere che - anche a ritmo rallentato - dopo la semina il contadino pulisce il campo, protegge il seme sparso, irriga.

Non è amnesia la sua, ma una speciale sottolineatura di ciò che conta e distingue la vicenda dell’anima, contesa fra religiosità e Fede.

L’immagine è semplice, paradossalmente mediata dalla cultura dei campi - per spiegare il ritmo della vita nello Spirito.

Vuole che spuntiamo dal terreno, germogliamo e giungiamo a fiorire su base non malferma, fondamenta genuine senza dissidi vocazionali, lontane da pregiudizi esterni - che sotto sotto detestiamo.

Poi, all’orizzonte di ogni tratto di cammino c’è sempre una nuova pianta, un’altra genesi, una differente fioritura nel tempo delle stagioni, una diversa effervescenza da introdurre nell’antico assetto già capitalizzato.

A commento del Tao Tê Ching (ix) il maestro Wang Pi scrive: «Le quattro stagioni si succedono l’una all’altra. Quando la loro opera è compiuta, passano».

Proposta che non conosce frontiere, si rivolge a tutti. Basta lasciar fare alla semente le sue cose normali - così integrando le energie; dando spazio, e persino cedendo.

[Ciò garantirebbe l’attrazione e maturazione continua di persone e comunità].

Non un ideale esoterico, misurato su gente messa a parte, eccezionalmente dotata, particolare, e titolata: è per l’uomo “qualunque” (v.26) - ma non sparagnino, e che nel momento in cui deve attivarsi getta a spaglio, ossia destinando a tutta l’umanità.

Poi attende, ed è qui che depone il volontarismo e apre le porte al lato sognante - senza più cercare di correggere i processi spontanei e mettere le cose a posto secondo la sua testa.

Infatti nei vv. 26-29 l’opera dell’agricoltore si riduce a: seminare e metter mano alla falce [nel mondo antico, non il tempo della verifica e resa dei conti, ma la svolta della festa che faceva sentire ciascuno realizzato, e tutti trasalire di gioia].

L’attenzione della vita nello Spirito sfugge al lavoro cocciutamente attivo della persona.

Il seme-Parola-evento è piantato sotterra, sta al buio, marcisce e radica, senza che qualcuno possa accelerarne lo sviluppo, o in seguito tirare in su l’arbusto per farlo spicciare.

Come dice il Tao (ix): «Chi colma ciò che possiede, meglio farebbe a desistere» - e persino «ad opera compiuta, ritrarsi è la Via del Cielo».

 

Gesù non dice che la Benedizione di Dio si possa eventualmente lanciare in campo ristretto, come farebbe un attento taccagno: il Messaggio di Salvezza dev’essere irradiato senza risparmi.

Il suo Verbo apre il cervello e limita pensieri settari, invitando a sorvolare ogni tentazione d’esclusivismo e definizione di confini. Perché?

Il Seme ha una vitalità propria, che non dipende dall’esterno. Un’edera si arrampica, una quercia si radica; un fiore di sottobosco sa stare in penombra, un girasole svetta; così via.

Il Chicco è capace persino di autorigenerarsi - quindi condurre a un processo di più solida autoguarigione.

Questo Granello della Parola (in noi: la Chiamata personale) possiede una potenza silenziosa, una direzione e forza nascoste, ma irresistibili - che non dipendono da altalene emotive o situazioni vantaggiose.

Facilmente si può calpestare, però la vocazione ributta.

Più la si soffoca, più rientra con energie rinnovate.

Non possiamo rinnegare la nostra inclinazione, se non potenziandola - o creando e accentuando disagi su base identitaria [non caratteriale] ossia non nostra.

Una Missione non vale l’altra.

 

Il Seme cresce da solo, intrecciato al terreno e al clima, eppure secondo carattere-individuo profondo.

Sfugge alle spiegazioni cerebrali: «Come, egli stesso non sa» (v.27).

Dopo la stagione della semina, inutile - anzi, dannoso - tentare di drogare il cammino di crescita.

Null’altro che un ritmo di sviluppo spontaneo può opportunamente dirigere l’esistenza.

Infatti l’autore del gesto riprende la vita normale.

 

Lasciando fare, il piccolo granello nascosto percorre la sua strada, sino in fondo.

Questo il fattore evolutivo.

Nessun agricoltore calpesta il suo campo, né indaga cosa succede, importunando: sviluppo, crescita e maturazione sono per sé garantiti.

Chi volesse entrare disturberebbe i germogli.

Chi scavasse per controllare il chicco che sta intrecciando le sue radici col terreno, rovinerebbe tutto.

 

La nostra identità sacra è inestricabilmente legata alla singolarità personale: si aggroviglia a una irripetibile sensibilità e vicenda.

Qui, diventando Uno con il Cristo perenne Infante, lo riconosciamo in noi - e allora porgiamo frutto.

 

È il buio, il silenzio, l’attesa, che fanno spuntare i teneri germogli, nella loro unicità e autenticità.

Li danneggerebbe solo colui che volesse interferire, modificando, sovrapponendo schemi e andamenti… mai conformi alle realtà in sviluppo singolare spontaneo.

Sono le classiche forzature di quanti devono a tutti i costi condizionarci, e imporre il credo che non c’entra.

Il risultato è un aborto, causato dall’influsso esterno [appunto, di “guide” ficcanaso] che facilmente arena lo sviluppo.

Quando metteremo fra parentesi pregiudizi e convinzioni e ci lasceremo andare all’istinto che vede l’io divino, fedele nella crescita e nelle sorprese, saremo incantati e stupefatti.

Avremo conferma di ciò che intuivamo: la nostra - così vissuta, intensa, fragrante - è una intelligenza profonda e sensibile.

 

L’assimilazione della Parola di Dio e il richiamo della vocazione creaturale s’intrecciano nel tempo.

Attenzione alla precipitazione di chi vuole subito un “risultato” che non sia quello di essere noi stessi in relazione alla quintessenza innata e missione personale, che sprizzano dalla Sorgente nascosta.

[Anche la rabbia che a volte scatta fa venire allo scoperto l’autenticità. Affinché manifestiamo il nocciolo dell’inclinazione irripetibile].

Insomma, il tempo dell’amore non è immediato, si svolge lungo un sentiero, i cui periodi non possono essere scanditi da disegni frettolosi o guide spirituali, solo irritanti - se non dallo «Spirito».

«Santo» perché con la sua Azione taglia i germi di morte; aiuta a distinguere ciò ch’è vita, e vuole che manifestiamo l’inedito intrinseco.

«Ruah haQodesh»: Unico Maestro affidabile, insito, riguardoso, dotato di una mente non chiusa. Dalla forza dirompente - che butta all’aria tutta la realtà organizzata, “sicura” e troppo cerebrale; quindi prossima al decesso.

Il dinamismo può essere lentissimo, ma nessuno lo arresterà più, malgrado le distruzioni subìte. Riprenderà foga dopo le umiliazioni e i buchi nell’acqua.

Momenti laceranti, ma che vengono reinterpretati dall’anima in cammino come preziose indicazioni: divieti d’accesso e vie d’uscita, se non proprio segnali precisi.

 

Per questo - dopo aver trasmesso il Messaggio - bando alla corsa: bisogna avere rispetto di spazi e tempi di crescita.

Se la Parola di Dio non intreccia il suo corso vitale con la vicenda del singolo soggetto, si rischia di anestetizzare o estraniare proprio le anime più motivate - sebbene sprovvedute in termini di astuzie; deboli, sensibili.

Inutile poi disinnescare i sintomi di malessere quando qualcuno si sentirà tenuto in ostaggio - estraneo a se stesso.

Se ai pareri omologanti dei “migliori” saremo costretti a rimuovere o nascondere le emozioni autentiche, assomiglieremo loro vanamente  - disperdendo la ricchezza del nostro Nome.

Se l’esperto invece di aiutare ad allargare il panorama imponesse di non accettare cambiamenti, la persona che si lascia plagiare non ritroverebbe la propria semplicità.

E la vita (anche quella spesa più nobilmente, nel dono di sé) diverrebbe prima o poi un incubo, costantemente soggetta a manipolazioni, appena dietro l’angolo.

Gesù infatti non sopportava i manager che pretendevano di intervenire coi loro conformismi e stili di vita “adeguati”.

Basta dunque a “reggenti” che mettono sotto una cappa asfissiante il sentiero che ci spetta secondo natura.

 

Ci sono momenti in cui il lavoro febbrile e pressante deve andare sullo sfondo, perché il capolavoro che siamo dentro cresca da solo.

Così il frutto stupirà e supererà le aspettative normali o prescritte.

Se l’inizio è piccolo e nascosto, l’Appello interiore andrà in simbiosi con quello della Parola.

In tal guisa, anche il richiamo degli accadimenti e il genio del tempo saranno ben interpretati e assimilati, all’interno della straordinarietà di ciascuno.

Gesù sembra contrario all’opera dei direttori che controllano il movimento e il modo di comportarsi [di tutti gli altri - salvo il loro].

Essi devono solo dispiegare il Messaggio, non il loro parere; poi tacere e non impicciarsi delle vicende altrui.

Solo - cercare di favorire l'assimilazione della Parola, e la ricerca poliedrica del proprio carattere schietto.

 

Il sentiero naturale va ed evolve in simbiosi con un processo di radicamento in noi dell’Annuncio di Dio sulle nostre sporgenze.

Nessuno può importunare tale eccezionale ricchezza, che nasce e sviluppa appunto «automaticamente» (v.28 testo greco) affinché siamo messi in grado di partorire il mondo interno, l’essenza, il Gesù che cova in cuore; non altri.

Incarnazione: essa continua e arricchisce solo se non deleghiamo l’impareggiabile libertà di movimento.

Respiro senza eguali che agisce da catalizzatore delle potenzialità eccezionali, irripetibili, singolarmente individuali sebbene in relazione; sino a maturazione piena.

La vita sviluppa sempre in modo tale che a noi stessi può far difficoltà capire - ma nell’esperienza di pienezza di essere e nella sintonia interiore con se stessi non c’è molto da comprendere, quanto da sperimentare.

Il risultato sarà un fuori scala che realizza a tutto tondo, su ogni versante l’inclinazione della persona.

Come uno svolgimento progressivo che poi s’incanala in una particolare traiettoria - ora fatta stupefacente anche sotto il profilo dei rapporti: già beata; esuberante, rigogliosa.

Personale e altruista.

 

«Metter mano alla falce» (v.29) significa che a questo punto la persona di Fede è desta per il Regno, pronta a dare vita a sé e ai fratelli. Traboccando la sua esperienza di completezza ad altri, anche lontani o vaganti come uccelli (v.32).

Insieme, Chiesa che - senza troppo pensare “come dovrebbe essere” - convince tutti i bisognosi di riparo dalle arsure.

Esperienza che li convincerà, solo se da figli e fratelli avremo ascoltato quel bisogno di ascolto e comprensione - talora così inespresso.  Ricaricando la passione, riaccendendo le intuizioni e la vita.

Il Seme potrà esser trasmesso ovunque dagli stessi “volatili” (un tempo solo distanti) che vi si posano più o meno quanto basta a ciascuno per spiccare di nuovo il volo e riproporsi ad altri - altrove - con interesse.

Il Regno di Dio è una comunità viva, composta di credenti che si muovono e aspettano, si trasformano e tirano fuori dal campo ogni variegata, inconsapevole e sopita risorsa.

[Il lato inesplorato - infatti - non attira l'attenzione del maestro qualsiasi. E la qualità non designata dall’esterno rischia di essere anche trascurata, perché poco magnificente (spesso neppure esplicita)].

 

«E diceva: Come paragoneremo il Regno di Dio? O in quale parabola lo metteremo? Come a un granello di senapa che quando è seminato sulla terra è più piccolo di tutti i semi sulla terra» (Mc 4,30-31).

Insomma, le parabole del regno in Mt 13 e qui in Mc 4 non narrano una realtà solenne, epocale, maestosa, perentoria, che intestardisce e s’impone.

Piuttosto, il regno novello sarà paragonabile a un arbusto comune, che cresce modestamente - silente, nell’orto di casa (v.32) - fra melanzane, insalata e cetrioli; margherite, erbe parassite e violette.

Ma per ciascuno e senza confini.

A dire: evolviamo ciascuno in segni minuscoli - niente di straordinario - però siamo persone a tutto tondo, non fantocci o facsimili, né solo prolungamenti del passato.

Non lo siamo per carattere - vogliamo svincolarci da modelli altrui - né per prestigio o inarrivabile (ma banale) eccellenza e vistosa grandiosità.

Permaniamo niente di che, come i fiori di sottobosco, o al massimo gli spinaci; ma vogliamo esprimerci senza forzature.

 

Desideriamo sentir circolare la nostra energia vitale, che porta fuori del branco tedioso e rasoterra.

Del resto, si può amare anche poveramente - non qualcosa di prevedibile, o qualcuno che condiziona e ci sovrasta.

 

Gli incubi si dissolvono. Così annunciamo il Paradiso.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Che senso ha per il concerto sociale e culturale - oggi globale - la piccola speranza di pochi credenti privi d’un patrimonio appariscente, sicuro di sé, dottrinale, e volontarista?

Giovedì, 22 Gennaio 2026 05:08

Ritmo Crescita Contrasto

Cari fratelli e sorelle,

la liturgia odierna ci propone due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura, il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno.

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà infecondo. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti. Il raccolto finale ci fa pensare all’intervento conclusivo di Dio alla fine dei tempi, quando Egli realizzerà pienamente il suo Regno. Il tempo presente è tempo di semina, e la crescita del seme è assicurata dal Signore. Ogni cristiano, allora, sa bene di dover fare tutto quello che può, ma che il risultato finale dipende da Dio: questa consapevolezza lo sostiene nella fatica di ogni giorno, specialmente nelle situazioni difficili. A tale proposito scrive Sant’ Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio» (cfr Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola, Milano 1998).

Anche la seconda parabola utilizza l’immagine della semina. Qui, però, si tratta di un seme specifico, il granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi. Pur così minuto, però, esso è pieno di vita; dal suo spezzarsi nasce un germoglio capace di rompere il terreno, di uscire alla luce del sole e di crescere fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (cfr Mc 4,32): la debolezza è la forza del seme, lo spezzarsi è la sua potenza. E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola, composta da chi è povero nel cuore, da chi non confida nella propria forza, ma in quella dell’amore di Dio, da chi non è importante agli occhi del mondo; eppure proprio attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è apparentemente insignificante.

L’immagine del seme è particolarmente cara a Gesù, perché esprime bene il mistero del Regno di Dio. Nelle due parabole di oggi esso rappresenta una «crescita» e un «contrasto»: la crescita che avviene grazie a un dinamismo insito nel seme stesso e il contrasto che esiste tra la piccolezza del seme e la grandezza di ciò che produce. Il messaggio è chiaro: il Regno di Dio, anche se esige la nostra collaborazione, è innanzitutto dono del Signore, grazia che precede l’uomo e le sue opere. La nostra piccola forza, apparentemente impotente dinanzi ai problemi del mondo, se immessa in quella di Dio non teme ostacoli, perché certa è la vittoria del Signore. È il miracolo dell’amore di Dio, che fa germogliare e fa crescere ogni seme di bene sparso sulla terra. E l’esperienza di questo miracolo d’amore ci fa essere ottimisti, nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male che incontriamo. Il seme germoglia e cresce, perché lo fa crescere l’amore di Dio. La Vergine Maria, che ha accolto come «terra buona» il seme della divina Parola, rafforzi in noi questa fede e questa speranza.

[Papa Benedetto, Angelus 17 giugno 2012]

Giovedì, 22 Gennaio 2026 05:03

Regno: Fondazione che viene da Dio

1. Come abbiamo detto nella catechesi precedente, non è possibile capire l’origine della Chiesa senza tener conto di tutto quello che Gesù predicò e operò (cf. At 1,1). E proprio su questo tema egli ha rivolto ai suoi discepoli e ha lasciato a noi tutti un fondamentale insegnamento nelle parabole sul Regno di Dio. Tra queste, hanno particolare importanza quelle che enunciano e ci fanno scoprire il carattere di sviluppo storico e spirituale che è proprio della Chiesa secondo il progetto dello stesso suo Fondatore.

2. Gesù dice: “Il Regno di Dio è come un uomo che getta un seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura” (Mc 4, 26-29). Dunque il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza. Questo è il senso della parabola riportata dal Vangelo di Marco.

3. Ritroviamo lo stesso concetto anche in altre parabole, specialmente in quelle riunite nel testo di Matteo (Mt 13, 3-50).

“Il regno dei cieli - leggiamo in questo Vangelo - si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo si annidano fra i suoi rami” (Mt 13, 31). È la crescita del regno in senso “estensivo”.

Un’altra parabola invece ne mostra la crescita in senso “intensivo” o qualitativo, paragonandolo al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” (Mt 13, 32).

4. Nella parabola del seminatore e della semina la crescita del Regno di Dio appare certamente come frutto dell’operato del seminatore, ma è in rapporto al terreno e alle condizioni climatiche che la semina produce raccolto: “dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta” (Mt 13, 8). Il terreno significa la disponibilità interiore degli uomini. Dunque, secondo Gesù, la crescita del Regno di Dio è condizionata anche dall’uomo. La libera volontà umana è responsabile di questa crescita. Per questo Gesù raccomanda a tutti di pregare: “Venga il tuo regno” (cf. Mt 6, 10; Lc 11, 2): è una delle prime domande del Pater noster.

5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.

6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cf. Mt 13, 36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio.

Egli dice ai suoi: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4, 11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera “prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l’ha preparato il Padre” (cf. Lc 22, 29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio” (cf. At 1, 3) sino al giorno in cui “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16, 19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l’Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.

7. Anche le parole rivolte a Pietro a Cesarea di Filippo si inscrivono nell’ambito della predicazione sul regno. Gli dice infatti: “A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 19), subito dopo averlo chiamato pietra, sulla quale edificherà la sua Chiesa, che sarà invincibile per “le porte degli inferi” (cf. Mt 16, 18). È una promessa espressa allora col verbo al futuro: “edificherò”, perché la fondazione definitiva del Regno di Dio in questo mondo doveva ancora compiersi mediante il sacrificio della Croce e la vittoria della Risurrezione. Dopo di che Pietro, con gli altri Apostoli, avrà la coscienza viva della loro chiamata a “proclamare le opere meravigliose di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (cf. 1 Pt 2, 9). Al tempo stesso, tutti avranno altresì la coscienza della verità che emerge dalla parabola del seminatore, e cioè che, “né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”, come scriverà San Paolo (1 Cor 3, 7).

8. L’autore dell’Apocalisse esprime questa stessa coscienza del regno quando riferisce il canto indirizzato all’Agnello: “Sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti” (Ap 5, 9-10). L’apostolo Pietro precisa che sono stati costituiti tali “per offrire sacrifici graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (cf. 1 Pt 2, 5). Sono tutte espressioni delle verità apprese da Gesù che, nelle parabole sul seminatore e sulla semina, sulla crescita del grano e dell’erba cattiva, sul granellino di senapa che viene seminato e diventa poi pianta abbastanza estesa, parlava di un Regno di Dio che, sotto l’azione dello Spirito, cresce nelle anime grazie alla forza vitale derivante dalla sua morte e dalla sua risurrezione: un regno che cresce sino al tempo previsto da Dio stesso.

9. “Poi sarà la fine - annuncia San Paolo - quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto a nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15, 24). Quando infatti “tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

In mirabile prospettiva escatologica del Regno di Dio è inscritta l’esistenza della Chiesa dall’inizio sino alla fine, e si svolge la sua storia dal primo all’ultimo giorno.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]

Giovedì, 22 Gennaio 2026 04:50

Ragioni della speranza e dell’impegno

Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi la ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.

La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.

Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.

La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.

[Papa Francesco, Angelus 14 giugno 2015]

Mercoledì, 21 Gennaio 2026 04:26

Lucerna, Misura e pregiudizi

(Mc 4,21-25)

 

Quella di Mc è una catechesi narrativa e popolare, che riflette le problematiche di una comunità di Fede molto primitiva - rispetto a quelle degli altri Vangeli.

Il suo modo di esprimersi è correlativo a tali origini poco sofisticate.

Ai tempi, ancora a Roma non mancava un forte dibattito interno alle chiese, su tematiche essenziali.

Alcuni fedeli restavano attaccati alla mentalità mummificata del Messia potente, che avrebbe dovuto calarsi come un fulmine e rimanere a sé.

Un Re glorioso, paragonabile all’imperatore, il quale assicurava vittorie ai suoi. Risolvendo ogni problema in modo dirompente e immediato.

Coloro che leggevano le Scritture con tale criterio - o anche come testo scarsamente popolare (v.22), da interpretare a piccole dosi, misteriche, cerebrali, moraliste; tipiche - facevano difficoltà a interiorizzare il senso dell’Insegnamento nuovo. E a ben disporsi nel confronto reale con gl’inevitabili rischi della verità evangelica.

 

Il Messaggio di Cristo apre invece all’apostolato ininterrotto; anche travagliato. E va proclamato in faccia al mondo, altrimenti lo Spirito non si scatena dentro il discepolo, né opera fuori di lui.

L’Annuncio porta con sé la consapevolezza di aver molto ricevuto, e di essere stati introdotti senza condizioni di perfezione nel Segreto di Dio; quindi, col desiderio che tutti ne siano partecipi.

 

In Mc il linguaggio delle parabole e delle immagini che il Signore usa per esplicitare il suo insegnamento trasmettono il senso di una lettura non esoterica né difficilmente decifrabile delle cose del Regno di Dio - sempre ricollocato dentro gli elementi normali della vita.

Trasmettendo Cristo anche nel modo nuovo che ci sta insegnando il Magistero [pratico e largo] apriamo i segreti del Padre (v.22) - non più legato a chiose, né opinioni rielaborate su mode e costumanze, o consigli devoti.

Certo, chi si aggiorna e rimane attento, avanza.

Nessuno si sorprenderà che i tattici, i poco volenterosi o i nostalgici che si attardano e permangono impaludati nelle loro posizioni [antiche o all’ultimo grido] finiscano per estinguere il loro influsso e man mano sparire dalla scena (vv.24-25).

 

La «lucerna» che Viene e ‘orienta nell'oscurità della sera’ è solo la Parola di Dio, che non va soffocata di consuetudini o idee à la page.

Nel buio dev’essere sempre accesa, ossia non può rimanere chiusa in un libro (v.21).

È ‘lampada che illumina’ solo quando viene unita alla vita - e ad una chiave di lettura non trionfalista, né a circuito fisso (v.21).

In caso contrario, resta ambivalente (vv.23-24). Bisogna fare massima attenzione ai codici con cui interpretiamo la Scrittura, e le nostre stesse pulsioni o pregiudizi.

Spesso le idee radicate [o senza spina dorsale] deviano la comprensione del senso degli accadimenti, delle emozioni che suscitano, e la Persona stessa del Figlio di Dio.

La sua è una Luce ‘fuori Misura’ - che irrompe con l’inevitabile rischio della fragranza evangelica.

«Misura» che non ha “limite”. Sproporzione propria dell’Annuncio.

 

 

[Giovedì 3.a sett. T.O.  29 gennaio 2026]

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The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself, which continues to cultivate the Church down the centuries. The scythe of sacrifice is also present in God's action with regard to the Kingdom: the development of the Kingdom cannot be achieved without suffering (John Paul II)
Il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza (Giovanni Paolo II)
For those who first heard Jesus, as for us, the symbol of light evokes the desire for truth and the thirst for the fullness of knowledge which are imprinted deep within every human being. When the light fades or vanishes altogether, we no longer see things as they really are. In the heart of the night we can feel frightened and insecure, and we impatiently await the coming of the light of dawn. Dear young people, it is up to you to be the watchmen of the morning (cf. Is 21:11-12) who announce the coming of the sun who is the Risen Christ! (John Paul II)
Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano. Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto! (Giovanni Paolo II)
Christ compares himself to the sower and explains that the seed is the word (cf. Mk 4: 14); those who hear it, accept it and bear fruit (cf. Mk 4: 20) take part in the Kingdom of God, that is, they live under his lordship. They remain in the world, but are no longer of the world. They bear within them a seed of eternity a principle of transformation [Pope Benedict]
Cristo si paragona al seminatore e spiega che il seme è la Parola (cfr Mc 4,14): coloro che l’ascoltano, l’accolgono e portano frutto (cfr Mc 4,20) fanno parte del Regno di Dio, cioè vivono sotto la sua signoria; rimangono nel mondo, ma non sono più del mondo; portano in sé un germe di eternità, un principio di trasformazione [Papa Benedetto]
In one of his most celebrated sermons, Saint Bernard of Clairvaux “recreates”, as it were, the scene where God and humanity wait for Mary to say “yes”. Turning to her he begs: “[…] Arise, run, open up! Arise with faith, run with your devotion, open up with your consent!” [Pope Benedict]
San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «[…] Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» [Papa Benedetto]
«The "blasphemy" [in question] does not really consist in offending the Holy Spirit with words; it consists, instead, in the refusal to accept the salvation that God offers to man through the Holy Spirit, and which works by virtue of the sacrifice of the cross [It] does not allow man to get out of his self-imprisonment and to open himself to the divine sources of purification» (John Paul II, General Audience July 25, 1990)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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