don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 11 Agosto 2025 04:41

Tutto è possibile nello Spirito

22. Amara è la conclusione del colloquio di Gesù con il giovane ricco: «Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze» (Mt 19,22). Non solo l'uomo ricco, ma anche gli stessi discepoli sono spaventati dall'appello di Gesù alla sequela, le cui esigenze superano le aspirazioni e le forze umane: «A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: "Chi si potrà dunque salvare?"«(Mt 19,25). Ma il Maestro rimanda alla potenza di Dio: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,26).

25. Il colloquio di Gesù con il giovane ricco continua, in un certo senso, in ogni epoca della storia, anche oggi. La domanda: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» sboccia nel cuore di ogni uomo, ed è sempre e solo Cristo a offrire la risposta piena e risolutiva. Il Maestro, che insegna i comandamenti di Dio, che invita alla sequela e dà la grazia per una vita nuova, è sempre presente e operante in mezzo a noi, secondo la promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La contemporaneità di Cristo all'uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo, che è la Chiesa. Per questo il Signore promise ai suoi discepoli lo Spirito Santo, che avrebbe loro «ricordato» e fatto comprendere i suoi comandamenti (cf Gv 14,26) e sarebbe stato il principio sorgivo di una vita nuova nel mondo (cf Gv 3,5-8; Rm 8,1-13).

[Papa Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor nn.22.25]

Lunedì, 11 Agosto 2025 04:31

Tutto e niente

«Contento, Señor, contento!»: il volto sorridente di un santo contemporaneo, il cileno Alberto Hurtado, il quale anche nelle difficoltà e nelle sofferenze assicura al Signore di essere «felice», si è contrapposto a quello «rattristato» del «giovane ricco» evangelico nella meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta, martedì 28 febbraio. Sono i due modi di rispondere al dono e alla proposta di vita che Dio fa all’uomo e che il Pontefice ha sintetizzato con un’espressione: «Tutto e niente».

L’omelia di Francesco ha preso le mosse da una considerazione sulla liturgia di questi «tre ultimi giorni prima della quaresima» nella quale è presentato il «rapporto fra Dio e le ricchezze». Nel vangelo di domenica, ha ricordato, «il Signore è stato chiaro: non si può servire Dio e le ricchezze. Non si possono servire due padroni, due signori: o tu servi Dio o servi le ricchezze». Lunedì, invece, «è stata proclamata la storia di quel giovane ricco, che voleva seguire il Signore ma alla fine era tanto ricco che ha scelto le ricchezze». Un passo evangelico (Marco, 10, 17-27) nel quale si sottolineava il monito di Gesù: «Quanto difficile è che un ricco entri nel regno dei cieli. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago», e la reazione dei discepoli «un po’ spaventati: “Ma chi si può salvare?”».

Martedì la liturgia ha continuato a proporre il brano di Marco prendendo in esame la reazione di Pietro (10, 28-31), che dice a Gesù: «Va bene e noi?». Sembra quasi, ha commento il Papa, che Pietro con la sua domanda — «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Cosa tocca a noi?» — presentasse «il conto al Signore», come in una «negoziazione di affari». In realtà, ha spiegato il Pontefice, non era probabilmente «quella l’intenzione di Pietro», il quale, evidentemente, «non sapeva cosa dire: “Sì, questo se ne è andato, ma noi?”». In ogni caso, «la risposta di Gesù è chiara: “Io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato tutto senza ricevere tutto”». Non ci sono mezze misure: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto», «Riceverete tutto». C’è invece «quella misura traboccante con la quale Dio dà i suoi doni: “Riceverete tutto. Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madri o padri o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora in questo tempo cento volte tanto in case, fratelli, sorelle, madri, campi, e la vita eterna nel tempo che verrà”. Tutto».

Questa è la risposta, ha detto il Pontefice: «Il Signore non sa dare meno di tutto. Quando lui dona qualcosa, dona se stesso, che è tutto».

Una risposta, però, dove emerge una parola che «ci fa riflettere». Gesù infatti afferma che si «riceve già ora in questo tempo cento volte in case, fratelli insieme a persecuzioni». Quindi «tutto e niente». Ha spiegato il Papa: «Tutto in croce, tutto in persecuzioni, insieme alle persecuzioni». Perché si tratta di «entrare in un altro modo di pensare, in un altro modo di agire». Infatti «Gesù dà se stesso tutto, perché la pienezza, la pienezza di Dio è una pienezza annientata in croce». Ecco quindi il «dono di Dio: la pienezza annientata». Ed ecco allora anche «lo stile del cristiano: cercare la pienezza, di ricevere la pienezza annientata e seguire per quella strada». Certamente un impegno che «non è facile».

Ma il Papa, seguendo la sua meditazione, è andato oltre e si è chiesto: «Qual è il segno, qual è il segnale che io vado avanti in questo dare tutto e ricevere tutto?». Cosa fa capire, insomma, che si è sulla strada giusta? La risposta, ha detto, si trova nella prima lettura del giorno (Siracide 35, 1-15), dove è scritto: «Glorifica il Signore con occhio contento. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, con gioia, consacra la tua decima. Dà all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto e con occhio contento secondo la tua volontà». Quindi, «occhi contenti, lieto il volto, gioia...». Ha spiegato il Pontefice: «Il segno che noi andiamo su questa strada del tutto e niente, della pienezza annientata, è la gioia». Non a caso «il giovane ricco si fece scuro in volto e se ne andò rattristato». Non era stato «capace di ricevere, di accogliere questa pienezza annientata». Invece, ha spiegato il Papa, «i santi, Pietro stesso, l’hanno accolta. E in mezzo alle prove, alle difficoltà avevano lieto il volto, l’occhio contento e la gioia del cuore. Questo è il segno».

Ed è a questo punto che il Papa è ricorso a un esempio tratto dalla vita della Chiesa contemporanea: «Mi viene in mente — ha detto — una frase piccolina di un santo, san Alberto Hurtado, cileno. Lavorava sempre, difficoltà dietro difficoltà, dietro difficoltà... Lavorava per i poveri». È un santo che «è stato perseguitato» e ha dovuto affrontare «tante sofferenze». Ma «lui quando era proprio lì, annientato in croce» diceva: «Contento, Señor, contento, “Felice, Signore, felice”».

Che sant’Alberto, ha concluso il Pontefice, «ci insegni ad andare su questa strada, ci dia la grazia di andare su questa strada un po’ difficile del tutto e niente, della pienezza annientata di Gesù Cristo e dire sempre, soprattutto nelle difficoltà: “Contento, Signore, contento”».

[Papa Francesco, in L’Osservatore Romano 01.03.2017]

Domenica, 10 Agosto 2025 04:00

Spiritualità vuota, o dei beni-Relazione

Dalle usanze coi limiti alla Spiritualità dei beni-Relazione

(Mt 19,16-22)

 

Al tempo di Gesù si viveva un momento di collasso sociale e disgregazione della dimensione comunitaria della vita - nel passato più legata alla famiglia, al clan e alla comunità.

La politica di Erode garantiva all’Impero il controllo della situazione: una realtà di massimo sfruttamento e grave repressione economica e civile.

Le imposizioni religiose assicuravano persino l’asservimento delle coscienze - e le autorità spirituali si facevano volentieri garanti di questa più occulta forma di schiavitù.

La condizione di sottomissione totale (civile e religiosa) del popolo tendeva ovunque a sminuire il senso della fraternità interpersonale e di gruppo.

Non mancavano severe condizioni di esclusione sociale e cultuale, che accentuavano lo smarrimento della gente, emarginata, priva di dimora e di riferimenti - persino religiosi.

Alcuni movimenti tentavano di ritessere le lacerazioni e proporre forme di vita condivisa, certo - ma accomunate da un’idea di decontaminazione tormentosa [Esseni, Farisei, Zeloti].

Gesù sceglie la strada d’un riscatto vitale decisivo, rispetto alle ideologie della riscoperta del purismo ascetico e di costume.

Per un radicale compimento dello spirito della Legge bisognava andare oltre le dottrine. Esse eccitano alcuni, eppure non cancellano il nostro senso intimo di vuoto.

 

La comunità dei figli non si tiene nei ‘limiti’, e non vive separata; così non accentua i tormenti d’imperfezione, o la percezione d’incompiutezza, né le emarginazioni - bensì le accoglie.

Non si sente messa in pericolo dal contatto con le realtà che il legalismo esterno della devozione considerava pericolose e maledette o in peccato. Trepida per esse.

La Chiesa riconosce il valore delle povertà esistenziali: non gli basta cercare “cose buone” senza ‘fuoco’ dentro.

Confessa la ricchezza non di tutto ciò che risulta già riconoscibile e statico, bensì delle nuove posizioni e dei rapporti difformi, che aprono il presente e spalancano visioni creative di futuro.

La Fede insomma non è un credere popolaresco identificato e in grado di accreditare ruoli, mansioni e personaggi.

 

Ai vv.18-19 Gesù non enumera comandamenti che farebbero vivere l’interlocutore [come si diceva un tempo] ‘più da presso’ a ‘Dio solo’, ma i criteri che ci portano vicino e accanto a sorelle e fratelli.

L’onore riservato al Padre non è una delle tante forme di amore competitivo: la soglia è il prossimo.

Il Figlio neppure cita i primi comandamenti, identificativi del Signore eccelso del suo popolo.

Le nostre mani abbracciano il senza-tempo… nell’amore concreto.

Esse innescano i dinamismi che annientano i tormenti dei minimi, e così in modo impensabile aiutano a farci riscoprire il senso e la gioia di vivere - lasciando rinascere il mondo [assai più che con le solite forme assicurative].

La vita consapevole non ha a che fare con usanze e cliché [che producono alibi] ma con un’altra serenità e gioia: lo stupore dell’inconsueto e di nuovi gradi, posti, stati, relazioni, situazioni.

Non esiste altra ricchezza che possa riempire le nostre giornate, mentre non c’è che tristezza (v.22) nei vecchi legami senza umanità. Essi calano tutti noi in una realtà mentale ed emotiva artificiosa.

Distaccarsi dal calcolo immediato sembra una scelta assurda, campata per aria e destinata male, ma è viceversa la mossa vincente che apre le porte alla Vita nuova del Regno e alla Felicità, cui si accede appunto quando i beni materiali vengono trasformati in Relazione.

 

Liberiamoci dalla pletora di obbiettivi sbagliati, che schiacciano i nostri percorsi, rendendoli paludosi. Riflettiamo bene anche noi, dunque, su «ciò ch’è insigne» (v.17).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai imparato a cogliere la tua vita a partire dalla Bontà di Dio, o a cullarti e accontentarti di quanto c’è?

 

 

[Lunedì 20.a sett. T.O.  18 agosto 2025]

Domenica, 10 Agosto 2025 03:54

Spiritualità vuota, o dei beni-Relazione

Dalle usanze coi limiti alla Spiritualità dei beni-Relazione

 

(Mt 19,16-22)

 

Al tempo di Gesù si viveva un momento di collasso sociale e disgregazione della dimensione comunitaria della vita - nel passato più legata alla famiglia, al clan e alla comunità.

La politica di Erode garantiva all’Impero il controllo della situazione: una realtà di massimo sfruttamento e grave repressione economica e civile.

Le imposizioni religiose assicuravano persino l’asservimento delle coscienze - e le autorità spirituali si facevano volentieri garanti di questa più occulta forma di schiavitù.

La condizione di sottomissione totale (civile e religiosa) del popolo tendeva ovunque a sminuire il senso della fraternità interpersonale e di gruppo.

Non mancavano severe condizioni di esclusione sociale e cultuale, che accentuavano lo smarrimento della gente, emarginata, priva di dimora e di riferimenti - persino religiosi.

Alcuni movimenti tentavano di ritessere le lacerazioni e proporre forme di vita condivisa, certo - ma accomunate da un’idea di decontaminazione tormentosa [Esseni, Farisei, Zeloti].

Gesù sceglie la strada d’un riscatto vitale decisivo, rispetto alle ideologie della riscoperta del purismo ascetico e di costume, tradizionalista nazionalista fondamentalista.

Per un radicale compimento dello spirito della Legge bisognava andare oltre le dottrine. Esse eccitano alcuni, eppure non cancellano il nostro senso intimo di vuoto.

 

La comunità dei figli non si tiene nei ‘limiti’, e non vive separata; così non accentua i tormenti d’imperfezione, o la percezione d’incompiutezza, né le emarginazioni - bensì le accoglie.

Non si sente messa in pericolo dal contatto con le realtà che il legalismo esterno della devozione antica considerava pericolose e maledette o in peccato. Trepida per esse.

La Chiesa riconosce il valore delle povertà esistenziali: non gli basta cercare “cose buone” senza ‘fuoco’ dentro.

Confessa la ricchezza non di tutto ciò che risulta già riconoscibile e statico, bensì delle nuove posizioni e dei rapporti difformi, che aprono il presente e spalancano visioni creative di futuro.

La Fede insomma non è un credere popolaresco identificato e in grado di accreditare ruoli, mansioni e personaggi - e i loro vantaggi, da cui tutti dovrebbero dipendere [!].

Né la dimensione-ricchezza può fare ancora rima con differenziazione-sicurezza.

 

Ai vv.18-19 Gesù non enumera comandamenti che farebbero vivere l’interlocutore [come si diceva un tempo] ‘più da presso’ a ‘Dio solo’, ma i criteri che ci portano vicino e accanto a sorelle e fratelli.

L’onore riservato al Padre non è una delle tante forme di amore competitivo: la soglia è il prossimo.

Il Dio delle religioni è un ragazzino capriccioso che pretende il pezzo grande della torta, a merenda: ma il Figlio non c’inganna con le idee più infantili delle credenze diffuse.

Neppure cita i primi comandamenti, identificativi del Signore eccelso del suo popolo.

Le nostre mani abbracciano il senza-tempo nell’amore concreto.

Esse innescano i dinamismi che annientano i tormenti dei minimi, e così in modo impensabile aiutano a farci riscoprire il senso e la gioia di vivere - lasciando rinascere il mondo, assai più che con le solite forme assicurative (sacralizzanti titoli e livelli economici acquisiti).

La vita consapevole non ha a che fare con usanze e cliché [che producono alibi] ma con un’altra serenità e gioia: lo stupore dell’inconsueto e di nuovi gradi, posti, stati, relazioni, situazioni.

Non esiste altra ricchezza che possa riempire le nostre giornate, mentre non c’è che tristezza (v.22) nei vecchi legami senza umanità. Essi calano tutti noi in una realtà mentale ed emotiva artificiosa.

Distaccarsi dal calcolo immediato sembra una scelta assurda, campata per aria e destinata male, ma è viceversa la mossa vincente che apre le porte alla Vita nuova del Regno e alla Felicità, cui si accede appunto quando i beni materiali vengono trasformati in Relazione.

 

Non conosciamo disciplina religiosa che tenga [e che riesca a sfidare il tempo, le nostre emozioni].

Solo il rischio per la Vita completa - nostra, di tutti - fa da molla alla volontà e spinge a piena dedizione.

Dice il Tao (xiii): «A chi di sé fa pregio a pro del mondo, si può affidare il mondo; a chi di sé ha cura a pro del mondo, si può confidare il mondo».

E il maestro Ho-shang Kung commenta: «Se facessi sì da non tenere alla mia persona, avrei in me la spontaneità del Tao: mi solleverei con leggerezza innalzandomi fino alle nubi, entrerei e uscirei là dove non sono interstizi, porrei lo spirito in comunicazione col Tao. Allora quale sventura avrei?».

Liberiamoci dalla pletora di obbiettivi sbagliati, che schiacciano i nostri percorsi, rendendoli paludosi. Riflettiamo bene anche noi, dunque, su «ciò ch’è insigne» (v.17).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Grazie alle guide spirituali hai imparato a cogliere la tua vita a partire dalla Bontà di Dio, o a cullarti e accontentarti di quanto c’è?

Nella Chiesa hai trovato realizzato il criterio di Gesù, il forte desiderio di Bene anche altrui, in grado d’indicare un percorso? O più attenzione alle cose della terra?

 

 

Uno ti manca

 

Ereditare la Vita dell’Eterno

(Mc 10,17-27)

 

Cosa ci sfugge, malgrado la convinzione e il coinvolgimento? Per quale alto motivo abbiamo fatto alcune scelte comportamentali?

Anche se dedicassimo anni d’impegno al cammino spirituale in religione, ci accorgeremmo che infine non manca solo la ciliegina sulla torta, ma l’Uno globale.

Non è sufficiente accentuare o perfezionare le cose buone, bisogna fare un Balzo; non basta un passetto (anche alternativo) in più.

Paradossalmente si parte dalla percezione d’una ferita interiore che smuove (v.17) alla ricerca di quel Bene che unifica e dà senso alla vita.

Gesù fa riflettere su ciò che è da considerare «Insigne» (così il testo greco: vv.17-18).

Non è un magistero per i lontani, bensì per noi: «Uno ti manca!» - come se volesse sottolineare: «Ti manca il Tutto, non hai quasi niente!».

La vita normale procede, ma il cammino di fiducia difetta. Non c’è stupore.

Il nostro andare non si consolida né qualifica adeguandosi all’ambiente circostante, aggiungendo patrimonio a patrimonio e scansando peccatucci, o - soprattutto - le incognite.

Mancano troppe cose: la sfida del di più personale, la cura altrui, il confronto con la drammaticità del reale: non c’è unità, scarseggia la Presenza autentica che lancia l’amore nello spirito di avventura.

Non si tratta di avere uno spunto in aggiunta a quanto già possediamo, continuando a esserne schiavi (i titoli, il capitale o il soldo, che ci danno ordini come padroni; promettono, garantiscono, lusingano).

Non basta migliorare situazioni di relazione che conosciamo a memoria, facendosi approvare fin dal primo passo - né limitarsi ad approfondire pie curiosità saziando la gola spirituale.

Il passaggio dalla religiosità alla Fede che porta il nostro destino vocazionale e la piena realizzazione si gioca su una penuria di appoggi - in sistemi caotici di correlazione.

Per essere felici non vale “normalizzarsi” né rimanere persone perbene, devote, perché l’anima esige la sfida di cieli inesplorati.

Acque che non abbiamo sondato: lati di noi stessi, degli altri e della realtà che non abbiamo fatto emergere, e ancora forse non stiamo nemmeno scrutando.

Bisogna avventurarsi nei tratti basali e straordinari che oggi chiamano anche nel giorno dopo giorno; non attendere assicurazioni.

E il punto di partenza può anche essere l’accento del dubbio, una sana inquietudine dell’anima - il pericolo stesso... tipico dei testimoni critici.

 

Non tacitiamo il nostro essere malsicuro, né il senso d’insoddisfazione per una esistenza comune, senza scossoni: sono feconde sospensioni, che (quando pronti) ci attiveranno.

Sentirsi completo, realizzato, felice? Bisogna che sguardo e cuore cedano, non siano già occupati.

È assolutamente necessario lasciar andare le certezze dalla mente e dalla propria mano.

L’azzardo non è macerazione di sé o delle linee portanti della propria personalità - ma il temerario investire tutto per un altro regno, dove affiorano energie, si esplorano differenti rapporti; si tenta di sublimare i beni in matrice di vita (anche altrui: v.21).

 

Dopo che un senso d’incompletezza o persino l’infermità spirituale ci hanno spinti a una ricca sintonia con i codici dell’anima e condotti a tu per tu con Gesù (v.17) da Lui comprendiamo il segreto della Gioia.

Il nostro Nucleo rimane inquieto se non infonde corrispondenze che sorvolino - appunto - l’antico dominatore: i possedimenti, che fanno ristagnare.

Malgrado le garanzie promesse, essi rimangono stitici, privi di senso. 

Anzi, bloccandoci nella dipendenza fanno regredire quasi nel pre-umano - scippando la delizia delle relazioni aperte, nel rispetto di sé.

Le Radici profonde vogliono modificare il vettore dell’io paludoso e situato - “come si deve”, ben inserito o autoreferenziale - affinché dilati comprendendo il Tu e il tutto reale (vv.28-30).

È la Nascita della donna e dell’uomo nuovi, madri e padri dell’umanizzazione (in una comunità viva, che accetta la convivialità delle differenze). Ciò che sfiora la condizione divina.

In grado persino di rovesciare le posizioni (v.31). Segno escatologico e della Chiesa genuina. Nido e Focolare vero.

 

È la Genesi nell’autenticità delle energie cosmiche e delle potenze interiori, che stanno preparando tappe di crescita - altrove.

Via via si crea il calore e la reciprocità d’un rapporto comprensivo, lo scopo d’Amore in ciò che intraprendiamo o rifacciamo; come il tepore amico d’una Presenza non frigida.

Viviamo il discrimine colmo d’ebbrezza da cui non si torna indietro, perché ci colloca nella Vita stessa dell’Eterno (v.17). L’Uno che manca (v.21).

Mentre mi adopero per rimettermi in discussione o in favore degli altri, affiorano le risorse prima celate - che neppure sapevo.

Con stupore faccio esperienza d’una realtà che passo passo si dischiude... nonché del Padre che provvede a me (v.27).

In tale estensione, impariamo a riconoscere il (nuovo decisivo) Soggetto del cammino spirituale: il Disegno di Dio nell’essere stesso.

Sogno che conduce, e malgrado le traversie, le tempeste emotive, i nostri contorcimenti, si rivela via via Somigliante.

Come innato: schietto, genuino, limpido; inconfutabile, smagliante, scorrevole.

 

Inseriti nella Comunità che ode l’appello a “uscire”, ci smuoviamo dalle tortuosità dei ripiegamenti; ed ecco il Centuplo del Padre in tutto (vv.28-30).

Eccetto una cosa: siamo chiamati a essere Fratelli, sullo stesso piano. 

Non ci sarà nessun cento per uno di “padri” (nel senso antico), ossia di controllori condizionanti (vv. 29-30) che dettino il loro binario e ritmo, come a dei sottoposti.

Allora saremo nel nostro Centro, non perché identificati nel ruolo, bensì cesellati in modo stupefacente da sfaccettature d’Ignoto.

Una vita di attaccamenti o sottomessa a dirigismi blocca la creatività. 

Appiccicarsi un idolo,  lasciarsi plagiare o intimidire, ancorarsi alla paura di problemi o pre-occupazioni è come creare una camera buia.

Sentirsi programmabili, già progettati, senza un di più... subire i pareri ordinari o conformisti... esclude il vettore della Novità personale.

 

Chi si lascia inibire edifica una dimora artificiale, che non è casa sua, né la tenda del mondo.

Congetturando di riuscire a prevedere le avventure globali ci rattrappiamo, spaventiamo. Non si coglie ciò ch’è davvero nostro e altrui.

È quanto si palesa durante un processo - che diviene santo nell’esodo da se stessi e nella qualità di rapporti creativi.

Come ha detto il pontefice Francesco a Dublino: «Docili allo Spirito e non basati su piani tattici».

 

Sotto uno stimolo d’inedito e sconosciuto, sono le nuove genesi a permettere di spostare l’attenzione dal calcolo alla luminosità dell’anima, dal cervello all’occhio, dal ragionamento alla percezione.

 

Cosa devo «fare» (v.17)? Accogliere il Dono del diverso e delle differenze - persino nei miei stessi volti interiori, non di rado opposti; che completano.

Trasaliremo dell’Uno che manca, ma che ci raggiunge.

Non si fabbrica, ma si riceve, si «eredita» (v.17) gratuitamente - dal reale che preme.

 

«Dov’è l’Insigne per me?».

Per diventare ciò che autenticamente siamo nell’elezione della nostra sacra Sorgente, bisogna abbandonarsi alle cose, alle situazioni, persino agli ospiti emotivi inusitati - trattandoli con dignità, così come sono.

Dentro questo nuova terra antica c’è il segreto di quell’elevatezza che si staglia sui dilemmi, per ciascuno.

Con tutto il suo carico di stimolanti sorprese e appelli a rifiorire in pienezza umanizzante, il Buono sta nell’accogliere qualcosa che non so già cos’è o sarà, ma Viene.

 

«L’Unico ti manca!» - e il modo migliore per stimarne il contatto è una scommessa, matrice di essere: trasformare i beni (di ogni genere) in vita e relazione.

Il giovane del Vangelo - lo sappiamo - chiede a Gesù: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Oggi non è facile parlare di vita eterna e di realtà eterne, perché la mentalità del nostro tempo ci dice che non esiste nulla di definitivo: tutto muta, e anche molto velocemente. “Cambiare” è diventata, in molti casi, la parola d’ordine, l’esercizio più esaltante della libertà, e in questo modo anche voi giovani siete portati spesso a pensare che sia impossibile compiere scelte definitive, che impegnino per tutta la vita. Ma è questo il modo giusto di usare la libertà? E’ proprio vero che per essere felici dobbiamo accontentarci di piccole e fugaci gioie momentanee, le quali, una volta terminate, lasciano l’amarezza nel cuore? Cari giovani, non è questa la vera libertà, la felicità non si raggiunge così. Ognuno di noi è creato non per compiere scelte provvisorie e revocabili, ma scelte definitive e irrevocabili, che danno senso pieno all’esistenza. Lo vediamo nella nostra vita: ogni esperienza bella, che ci colma di felicità, vorremmo che non avesse mai termine. Dio ci ha creato in vista del “per sempre”, ha posto nel cuore di ciascuno di noi il seme per una vita che realizzi qualcosa di bello e di grande. Abbiate il coraggio delle scelte definitive e vivetele con fedeltà! Il Signore potrà chiamarvi al matrimonio, al sacerdozio, alla vita consacrata, a un dono particolare di voi stessi: rispondetegli con generosità!

Nel dialogo con il giovane, che possedeva molte ricchezze, Gesù indica qual è la ricchezza più importante e più grande della vita: l’amore. Amare Dio e amare gli altri con tutto se stessi. La parola amore - lo sappiamo - si presta a varie interpretazioni ed ha diversi significati: noi abbiamo bisogno di un Maestro, Cristo, che ce ne indichi il senso più autentico e più profondo, che ci guidi alla fonte dell’amore e della vita. Amore è il nome proprio di Dio. L'Apostolo Giovanni ce lo ricorda: “Dio è amore”, e aggiunge che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio”. E “se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,8.10.11). Nell’incontro con Cristo e nell’amore vicendevole sperimentiamo in noi la vita stessa di Dio, che rimane in noi con il suo amore perfetto, totale, eterno (cfr 1Gv 4,12). Non c'è nulla, quindi, di più grande per l'uomo, un essere mortale e limitato, che partecipare alla vita di amore di Dio. Oggi viviamo in un contesto culturale che non favorisce rapporti umani profondi e disinteressati, ma, al contrario, induce spesso a chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar prevalere l’egoismo che c’è nell’uomo. Ma il cuore di un giovane è per natura sensibile all’amore vero. Perciò mi rivolgo con grande fiducia a ciascuno di voi e vi dico: non è facile fare della vostra vita qualcosa di bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è possibile!

[Papa Benedetto, Incontro con i Giovani, Torino 2 maggio 2010]

Domenica, 10 Agosto 2025 03:44

Domanda di pienezza di significato

6. Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale: «Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi"«(Mt 19,16-21).

7. «Ed ecco un tale...». Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell'uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita. E, in effetti, è questa l'aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azione umana, la segreta ricerca e l'intimo impulso che muove la libertà. Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l'eco di una vocazione di Dio, origine e fine della vita dell'uomo. Proprio in questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha invitato a perfezionare la teologia morale in modo che la sua esposizione illustri l'altissima vocazione che i fedeli hanno ricevuto in Cristo, unica risposta che appaga pienamente il desiderio del cuore umano.

Perché gli uomini possano realizzare questo «incontro» con Cristo, Dio ha voluto la sua Chiesa. Essa, infatti, «desidera servire quest'unico fine: che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita».

[Papa Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor nn.6-7 cf.ss]

Domenica, 10 Agosto 2025 03:33

Aprirsi allo straordinario

l Signore Gesù regala il compimento, è venuto per questo. Quell’uomo doveva arrivare sulla soglia di un salto, dove si apre la possibilità di smettere di vivere di sé stessi, delle proprie opere, dei propri beni e – proprio perché manca la vita piena – lasciare tutto per seguire il Signore. A ben vedere, nell’invito finale di Gesù – immenso, meraviglioso – non c’è la proposta della povertà, ma della ricchezza, quella vera: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (v. 21).

Chi, potendo scegliere fra un originale e una copia, sceglierebbe la copia? Ecco la sfida: trovare l’originale della vita, non la copia. Gesù non offre surrogati, ma vita vera, amore vero, ricchezza vera! Come potranno i giovani seguirci nella fede se non ci vedono scegliere l’originale, se ci vedono assuefatti alle mezze misure? È brutto trovare cristiani di mezza misura, cristiani – mi permetto la parola – “nani”; crescono fino ad una certa statura e poi no; cristiani con il cuore rimpicciolito, chiuso. È brutto trovare questo. Ci vuole l’esempio di qualcuno che mi invita a un “oltre”, a un “di più”, a crescere un po’. Sant’Ignazio lo chiamava il “magis”, «il fuoco, il fervore dell’azione, che scuote gli assonnati».

La strada di quel che manca passa per quel che c’è. Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ma per dare compimento. Dobbiamo partire dalla realtà per fare il salto in “quel che manca”. Dobbiamo scrutare l’ordinario per aprirci allo straordinario.

[Papa Francesco, Udienza Generale 13 giugno 2018]

Fiamma e Pace, Immersione e divisione. Non quietismo tattico

(Lc 12,49-53)

 

La differenza tra religiosità e Fede si rende palese nella comparazione tra la mentalità che identifica il Fuoco biblico con il castigo, e quella d’una sacra Fiamma riversata con passione d’amore (v.49) che evoca il Dono a nostro favore.

 

Francesco proclamava: «Laudato sie, mi Signore, per frate focu,/ per lo quale ennalumini la notte:/ et ello è bello e iocundo/ et robustoso et forte».

Per il Poverello d’Assisi il fuoco era elemento «nobile e utile fra le creature dell’Altissimo» [Legenda antiqua].

Egli aveva con «frate focu» uno sconcertante rapporto di cortesia. Certo esso non scacciava la notte allo stesso modo del Sole, ma vi portava luce.

Invece la vampa dei discepoli non era granché: Giacomo e Giovanni volevano che incenerisse avversari o malcapitati (Lc 9,54).

Prima di Gesù, Giovanni il battezzatore attendeva ancora un Messia che immergesse tutti in un falò divoratore e giustiziere (Lc 3,17).

 

L’incendio della Fede annunciata dalla Persona e dall’attività del Figlio non consuma, non corrode.

È viceversa come un ‘Pane’: pienezza di energia per una «vita completa», non elemento distruttivo o separatore.

Tutto ciò fa Rinascere persone, rapporti e realtà circostante. Modifica la nostra Relazione con Dio, con noi stessi e il prossimo.

Tale la ‘divisione’ proclamata (v.51): discrimine della nostra Chiamata.

 

Nella devozione comune l’errore di valutazione o la condizione di debolezza è considerata un’infermità, da additare, correggere, punire.

Le “impurità” non andrebbero ‘fuse’ nel Fuoco divino e provvidente: solo normalizzate secondo ataviche prescrizioni, o più recenti idee sofisticate [à la page].

Per la vita nello Spirito, viceversa, l’attenzione è altrove: le oscillazioni personali diventano possibilità; gli abbattimenti una nuova Forza.

Senso d’incapacità, insuccesso e impedimenti suscitano intensità,  scambio, dialogo, nuove elaborazioni, ricerca di altri processi.

La Fede si accende onda su onda, nell’accogliere e corrispondere Dio che si rivela, chiama e ancora propone - addirittura mescolanze trasversali che impigliano i purismi.

Sono Alimento e Fiamma anche le nostre situazioni insoddisfacenti: i macigni che sembravano schiacciare e ci facevano negativi vengono assunti, diventano benzina che anima e proietta.

 

«Incarnazione» è il recupero dei lati opposti.

Su tale percorso, l’imperfezione diventa una molla, coi suoi Tesori che non vediamo, nascosti dietro lati oscuri.

Sono quei versanti che poi domineranno il nostro Desiderio.

In tal guisa, il Battesimo non è una rubrica o una mano di grigio e d’opinione comune.

Non è neppure un congegno che marchia, mettendo immediatamente all’angolo personalità e tensioni - bensì una Immersione (v.50 testo greco).

Accudendo le parti trascurate e fondendo i lati estranei o difformi, dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.

 

 

[20a Domenica T.O. (anno C), 17 agosto 2025]

Sabato, 09 Agosto 2025 11:40

Pace senza tattica, Immersione, Segni

(Lc 12,49-59)

 

Chiesa funzionale? Il discernimento del Fuoco

 

Fiamma e Pace, Immersione e divisione. Non quietismo tattico

(Lc 12,49-53)

 

«Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!» (Lc 12,49).

 

La differenza tra religiosità e Fede si rende palese nella comparazione tra la mentalità che identifica il Fuoco biblico con il castigo, e quella d’una sacra Fiamma riversata con passione d’amore (v.49) che evoca il Dono a nostro favore.

Francesco proclamava: «Laudato sie, mi Signore, per frate focu,/ per lo quale ennalumini la notte:/ et ello è bello e iocundo/ et robustoso et forte».

Per il Poverello d’Assisi il fuoco era elemento «nobile e utile fra le creature dell’Altissimo» [Legenda antiqua].

Egli aveva con «frate focu» uno sconcertante rapporto di cortesia. Certo esso non scacciava la notte allo stesso modo del Sole, ma vi portava luce.

Invece la vampa dei discepoli non era granché: Giacomo e Giovanni volevano che incenerisse avversari o malcapitati (Lc 9,54).

Prima di Gesù, Giovanni il battezzatore attendeva ancora un Messia che immergesse tutti in un falò divoratore e giustiziere (Lc 3,17).

Nel passo ad es. di Mt 19,13-15 la medesima tematica si confonde con l’ardore purista e fondamentalista degli apostoli che a tutti i costi volevano distaccare Gesù dai suoi diletti, i quali non avevano la minima intenzione di stare sottomessi.

 

L’incendio della Fede annunciata dalla Persona e dall’attività del Figlio non consuma, non corrode; è viceversa come un cibo: pienezza di energia per una vita completa, non elemento distruttivo o separatore.

Tutto ciò fa rinascere persone, rapporti e realtà circostante. Modifica la nostra Relazione con Dio, con noi stessi e il prossimo. Tale la divisione proclamata (v.51): il discrimine della nostra Chiamata.

Nella devozione comune l’errore di valutazione o la condizione di debolezza è considerata un’infermità, da additare, correggere, punire.

Dottrina e disciplina costituiscono l’armatura esteriore delle coscienze, e il culto le celebra e inculca [non di rado, in modo conformista e scadente, sebbene pretenzioso].

Le “impurità” non andrebbero “fuse” nel Fuoco divino e provvidente: solo normalizzate secondo ataviche prescrizioni, o idee sofisticate à la page.

Per la vita nello Spirito, viceversa, l’attenzione è altrove: le oscillazioni personali diventano possibilità; gli abbattimenti una nuova Forza.

Senso d’incapacità, insuccesso e impedimenti suscitano intensità,  scambio, dialogo, nuove elaborazioni, ricerca di altri processi; anche rabbie di sdegno che divampano e stimolano al riscatto.

La Fede si accende onda su onda, nell’accogliere e corrispondere Dio che si rivela, chiama e ancora propone - addirittura mescolanze trasversali, che impigliano i purismi astratti.

 

«Sogniamo come un’unica umanità» - sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti (n.8), gioendo «per la diversità» che ci abita (cf. n.10).

Nell’imperfezione di situazioni critiche, il Padre non ci scaglia addosso pietre, ma Pane [non raffermo - come nelle ideologie antiche].

Sono Alimento e Fiamma anche le nostre situazioni insoddisfacenti: i macigni che sembravano schiacciare e ci facevano negativi vengono assunti, diventano benzina che proietta; giubilo, che - invece di “sistemarci” - fa crescere ancora.

Chiamati a collaborare, partecipiamo alla stessa azione creatrice, gratuita e rallegrante del Signore.

Egli orienta alla Pace inedita della completezza in divenire, dell’umanizzazione a tutto tondo ancora da acquisire.

 

Il Disegno d’Amore evolve e irrobustisce attraverso eventi concreti, non escluse le coinvolgenti dinamiche che scaturiscono dalla consapevolezza del proprio confine - di cui non va fatta piazza pulita.

La Fede non crea idoli disgreganti, che parificano eccentricità e peccato, solo vi posa lo sguardo per capire, lasciando che si sciolgano e sboccino da quel magma energetico plasmabile, trasfigurandoci.

Per le credenze vetuste era inimmaginabile che l’Altissimo non provasse ripugnanza della nostra condizione - e proprio sulle pieghe della precarietà carnale volesse edificare una storia di salvezza.

Invece il Figlio ci è complice. Strizza l’occhiolino persino a quegli aspetti che lo sguardo conformista gabella come squilibri, disturbi, malattie.

Vuol fare di ciascuno di noi non un censore o un buonista, bensì un irripetibile capolavoro - non costruito in provetta, ma che non t’aspetti.

Il Signore non standardizza né sterilizza, pretendendo recite o scalate fuori natura. È Lui che si umanizza - persino nelle nostre stranezze.

Si riconosce in ciò ch’è impastato di attese e sudori, sebbene ritenuto sconveniente per l’uomo [anche devoto, o viceversa, sofisticato] che brama innalzarsi.

Ci sentiamo accasati e “arrivati”? Solo qui non c’è ‘fuoco’, passione, scoperta, genesi, né terapia - e non siamo neanche alle soglie della Fede.

 

«Incarnazione» è il recupero dei lati opposti: l’imperfezione diventa una molla, coi suoi Tesori che non vediamo, nascosti dietro lati oscuri.

Sono quei versanti che poi domineranno il nostro Desiderio.

Questa è tutta la partita: si parte da dove siamo, e l'attenzione alle occasioni del presente scorretto - che non bisogna precipitarsi a disinfettare - ci farà trasalire per la vita inattesa che lì ri-sorge.

La Fiamma dello Spirito che sta edificando la Novità di Dio si annida nelle braci e nei lati ritenuti inconcludenti o contrapposti - non colloca se stessa in vetrina per soffocare subito l’istinto.

Così la Chiesa: non “funzionale”, bensì capace di dare vita. Regno e territorio non segnati da pacifismo tattico, che anestetizza.

In tal guisa, il Battesimo non è una rubrica o una mano di grigio e d’opinione comune, né un congegno che marchia, mettendo immediatamente all’angolo personalità e tensioni - bensì una Immersione (v.50 testo greco).

 

«Ora, perché non giudicate anche da voi stessi ciò che è giusto?» (v.57).

In Cristo abbiamo capacità di pensiero e veniamo fatti autonomi, per una fraternità solida con noi stessi, che si è ‘fermata’ - e che si dispiega rivitalizzando l’Unicità.

Accudendo le parti trascurate e fondendo i lati estranei o difformi, dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.

 

 

Segni del tempo e motivo (Persona) presente

 

La stanza della Felicità, nell’orizzonte decisivo

(Lc 12,54-59)

 

«Ora, perché non giudicate anche da voi stessi ciò che è giusto?» (v.57).

Dalla natura e dagli accadimenti bisogna saper trarre lezione - anche per l’orizzonte del Mistero.

In Cristo abbiamo capacità di pensiero e veniamo fatti autonomi: dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.

L’appello di Gesù sui Segni del Tempo fu il testo ispiratore di Papa Giovanni per la convocazione del Concilio Vaticano II, affinché fosse la Chiesa finalmente a interrogarsi, prestando maggiore attenzione alle Chiamate di Dio nella storia e alle speranze dell’umanità.

La sicurezza autocelebrativa e la pompa delle grandi forme avevano attenuato il sentimento ardente e l’entusiasmo liberatorio del Risorto.

La prevedibilità non faceva cambiare passo spirituale; in ciascuno, il suo pronosticare non concedeva all’anima di vedere lontano.

Le certezze dei codici spegnevano la carica e facevano sì che i fedeli si lasciassero travolgere solo dalla routine e dai problemucci.

Anche oggi, le sicurezze di struttura e di circostanza - tutte stabilite - affievoliscono lo sbocciare nel presente; non consentono di percepire e vivere ciò che si fa Evento.

 

I luoghi comuni sono capaci di spostare la Vocazione dal magico territorio dove sorge (e bussa dentro), volgendola a una quotidianità sacramentale tutta pronosticabile - approvata dal contorno sociale o ecclesiale consolidati sul territorio.

Invece, il nostro Eros fondante va speso adesso e in uscita, perché vive di passioni, non di stallo; poggia sul desiderio e sulle complicità con lo Spirito, che col suo Fuoco rinnova la faccia della terra.

Ma esso si spegne se ci lasciamo trascinare da valutazioni ponderate circa le forze in campo: calcoli dare-avere, situazionalismi opportunistici... perfino propositi altrui, o puristi, e di circostanza.

Lo slancio convinto e personale impallidisce nelle forzature, nella programmazione, nelle ossessioni di controllo e nelle verifiche, senza svolte decisive - come se fossimo all’asilo.

L’Amore infatti non è mai secondo aspettative o convinzioni concatenate, normali, senza nuove  soddisfazioni da sbigottimento - né ricalca idee di massa distratta da soliti pensieri conformisti, che inaridiscono lo sguardo.

Le convinzioni mai vagliate né sottoposte a prova collocano gl’impeti caratteriali su binari morti.

 

Le certezze inculcate generano vie che girano attorno, sospendono l’accorgersi, affievoliscono ogni capacità di percepire possibilità del mondo interiore; nonché le occasioni di comunione.

È il cuore che vede le minime possibilità. Le coglie su interrogativi perenni in rapporto di reciprocità col senso della vita presente.

E Gesù vuole che la nostra pianta ributti ancora nuove foglie, tutte verdi (non stagionate). 

Non muffa: ciò che riteniamo ci appartenga, è già perso.

Allora l’invito alla Conversione - invece di arenare l'anima e il pensiero su modelli antichi o utopie astratte, unilaterali - rende attenti al poliedro dell’Amicizia con se stessi, con i fratelli anche lontani, e tutte le cose, ora.

Mondo di relazione che nulla ritiene irrilevante - e può farci arricchire (sbloccati) con difformità avventurose, fresche, vivaci, le quali si affacciano da libere energie che non vogliono la vita standard, né troppo il legame dei ricordi, bensì il mutamento radicale, insieme.

Come sottolinea l’enciclica Fratelli Tutti: «questo implica la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere se stesso e di essere diverso» (n.218).

 

Mutamento radicale è… non pensare solo al consenso veloce, al proprio tornaconto prossimo (addirittura banale) che in fondo non desideriamo davvero - e sappiamo non funziona: non modificherebbe nulla.

Tale Appello intimo e sociale dev’essere colto immediatamente, qui e adesso, sino a che dura il tempo umano di grazia - momento di Dio a nostro favore.

L’Attimo per scoprire i contenuti e non lasciarci frastornati, la chance presente, lo spirito del pellegrino, il riconoscimento delle culture... hanno un carattere decisivo per l'evoluzione della vita nello Spirito.

Essa non poggia sul protagonismo codificato, arruolato, che sa già dove arrivare - e così incaglia, adegua, ci perde di vista, rende interdetti; miete vittime d’illusioni, di attriti esterni; intossicando la strada d’approcci muscolari e pensieri.

Cose caduche, come ad es. l’idolo fisso e poco affascinante che spesso pedina le anime: il “ciò che abbiamo ottenuto” - coi suoi traguardi conformisti, le promozioni strappate, gli altri che ci guardano...

I complimenti fuori non riportano l’io e il tu alle Radici, né esplodono per il vero futuro, quello da vivere intensamente, che farà vibrare.

L’«Attimo presente» è semplicemente la porta da aprire per introdursi nella stanza dell’energia felice, che permane magmatica - dono incessante, “unzione” e Visione che non sappiamo.

Stupore che invita e conduce ben oltre l’aspetto omologante, unilaterale, codino - di frastuono, cliché, tatticismo, o età altrui da riprodurre.

 

«Teatranti! L’aspetto della terra e del cielo sapete discernere, ma questo tempo come non sapete discernere?» (Lc 12,56).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come vivi la tensione fra visione del genio del tempo e momento presente?

Quale relazione cogli fra Promessa di Dio e nostre speranze?

 

 

Fede e segno dei tempi

 

La Fede non è una sorta di oggetto né una ideologia (che si può avere o meno), bensì una Relazione.

Essa procede da un Dio che si rivela, c’interpella e chiama per nome.

Il suo Volto variegato e ricco non collima col pensiero comune, ma intercetta il nostro desiderio di pienezza di vita, e in tal modo ci corrisponde e conquista.

Non si tratta di una vicenda puntuale, ma che zampilla e procede di onda in onda nel corso dell’esistenza – con tutto il carico delle sue sorprese nel tempo [esse di quando in quando contestano, sabotandoci, o sbalordiscono].

In detto rapporto, la Fede che appunto nasce dall’ascolto si accende quando l’iniziativa del Padre che si manifesta e svela in una proposta che viene a noi, è accolta e non rifiutata.

Nell’evoluzione, tale dinamica stabilisce una Presenza invisibile nel Sé celato, fuoco inestinguibile del nostro Eros fondante; Eco percepibile – anche nel genio del tempo, nei solchi della storia personale, nelle pieghe delle vicende e relazioni, consigli, valutazioni opposte e persino fratture.

 

La Relazione di Fede ha diversi approcci. Un primo stadio è quello della Fede Assenso: la persona si riconosce in un mondo di saperi che gli corrisponde. È un livello assai dignitoso, ma comune a tutte le religioni e filosofie.

Scrutando la Parola, si comprende che lo specifico della Fede biblica riguarda assai più l’esistere concreto che il pensiero o la disciplina: ha un carattere diverso dai codici, è Sponsale.

La Fede già nel Primo Testamento è tipicamente quell’affidarsi della Sposa [in ebraico Israèl è termine di genere femminile] che ha piena fiducia nello Sposo.

Sa che poggiando sul Dio-Con fiorirà autenticamente e godrà di pienezza di vita, anche passando tra vicende spiacevoli.

La Fede vissuta nello Spirito del Risorto gode di altre sfaccettature, decisive per dare colore al nostro andare nel mondo e alla nostra maturazione piena e gioia di vivere.

[In tutto è fondamentale sia l’ascolto della Sacra Scrittura, che il passare dalla ridda di pensieri che frammentano il nostro occhio interiore alla percezione, ossia a uno sguardo contemplativo, che sappia posarsi su noi stessi e le cose].

 

Il terzo passo della fede cristologica è appunto una sorta di Appropriazione: il soggetto s’identifica e – sicuro della reciprocità amicale sperimentata nei Doni – s’impossessa del cuore mite e forte del Signore con un colpo di mano e senza alcun merito prescritto.

Citando s. Bernardo, Alfonso Maria de’ Liguori afferma: “Quel merito che manca a me per entrare nel Paradiso, io me l’usurpo da’ meriti di Gesù Cristo”. Nessuna trafila o disciplina dell’arcano.

Attenzione: non si tratta di “prove” di sostituzione vicaria, come se Gesù avesse dovuto colmare un debito di peccati, perché il Padre aveva bisogno di sangue e di almeno uno che la pagasse cara.

La persona si rende intima al Cristo non semplicemente con un credere comune, ma con una azione interiore personale.

Dio ci recupera educandoci.

È vero che inviando un agnello in mezzo ai lupi la sua fine è segnata. Ma è anche l’unico modo per insegnare agli uomini – ancora in condizione preumana – che quella della competizione non è vita da persone, ma di bestie feroci.

L’agnello è l’essere mansueto che fa riflettere persino i lupi: solo appropriandosene completamente, le belve si accorgono di essere tali.

Così possiamo cominciare a dire: “Io” da uomini invece che bestie. 

Certo, solo le persone conciliate con la propria vicenda fanno il bene. Ma il meglio autentico e pieno è fuori della nostra portata; non produzione propria. Non siamo onnipotenti.

 

Una ulteriore tappa del percorso della vita in Cristo e nello Spirito è quella della Fede-Calamita.

Anch’essa si configura come un’Azione, perché l’anima-sposa legge il segno dei tempi, interpreta la realtà circostante e le proprie inclinazioni. E cogliendo la portata del Futuro, lo anticipa e attualizza.

Così evitiamo di sprecare la vita a sostegno di rami secchi.

 

Ma lo stadio ultimo e forse ancor più perfetto (direi la vetta) di tale Fede-Innesco, è quello della Fede-Meraviglia.

Essa è il credere specifico dell’Incarnazione, perché riconosce proprio i Tesori che si nascondono dietro i nostri lati oscuri.

Tali Perle scenderanno in campo nel corso dell’esistenza [faranno quel che devono quando sarà necessario] e sarà uno stupore scoprirle.

Il bozzolo bucato genererà la nostra Farfalla, che non è costruzione omologata a dei prototipi, ma Sbalordimento.

Sabato, 09 Agosto 2025 11:36

Divisione e Spada

C’è un’espressione di Gesù, nel Vangelo di questa domenica, che attira ogni volta la nostra attenzione e richiede di essere ben compresa. Mentre è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attende la morte di croce, Cristo confida ai suoi discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione". E aggiunge: "D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera" (Lc 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza; Gesù stesso, come scrive san Paolo, "è la nostra pace" (Ef 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la "divisione", o – secondo quella di san Matteo – la "spada" (Mt 10,34)?

Questa espressione di Cristo significa che la pace che Egli è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano "strumenti della sua pace", secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.

La Vergine Maria, Regina della Pace, ha condiviso fino al martirio dell’anima la lotta del suo Figlio Gesù contro il Maligno, e continua a condividerla sino alla fine dei tempi. Invochiamo la sua materna intercessione, perché ci aiuti ad essere sempre testimoni della pace di Cristo, mai scendendo a compromessi con il male.

[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2007]

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We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
These words are full of the disarming power of truth that pulls down the wall of hypocrisy and opens consciences [Pope Benedict]
Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze [Papa Benedetto]
While the various currents of human thought both in the past and at the present have tended and still tend to separate theocentrism and anthropocentrism, and even to set them in opposition to each other, the Church, following Christ, seeks to link them up in human history, in a deep and organic way [Dives in Misericordia n.1]
Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda [Dives in Misericordia n.1]
Jesus, however, reverses the question — which stresses quantity, that is: “are they few?...” — and instead places the question in the context of responsibility, inviting us to make good use of the present (Pope Francis)
Gesù però capovolge la domanda – che punta più sulla quantità, cioè “sono pochi?...” – e invece colloca la risposta sul piano della responsabilità, invitandoci a usare bene il tempo presente (Papa Francesco)
The Lord Jesus presented himself to the world as a servant, completely stripping himself and lowering himself to give on the Cross the most eloquent lesson of humility and love (Pope Benedict)
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore (Papa Benedetto)
More than 600 precepts are mentioned in the Law of Moses. How should the great commandment be distinguished among these? (Pope Francis)
Nella Legge di Mosè sono menzionati oltre seicento precetti. Come distinguere, tra tutti questi, il grande comandamento? (Papa Francesco)
The invitation has three characteristics: freely offered, breadth and universality. Many people were invited, but something surprising happened: none of the intended guests came to take part in the feast, saying they had other things to do; indeed, some were even indifferent, impertinent, even annoyed (Pope Francis)
L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio (Papa Francesco)
Those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" (Pope Benedict)
Proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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