Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
23a Domenica T.O. (anno A) [6 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (33,7-9)
Il profeta Ezechiele, sacerdote di Gerusalemme nel VI secolo a.C., fu deportato a Babilonia nel 597 a.C. durante la prima deportazione voluta da Nabucodonosor. Visse presso il fiume Chebar, nel villaggio di Tel-Aviv, dove apprese la tragica notizia della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio nel 587 a.C. Nonostante queste catastrofi, Ezechiele non perse la speranza. Nei circa vent’anni del suo ministero durante l’esilio, dedicò la sua vita a sostenere il popolo e a mantenere viva la speranza del ritorno. Il nome della moderna città di Tel Aviv richiama proprio il villaggio in cui visse, come omaggio al profeta che contribuì alla sopravvivenza spirituale di Israele. La sua missione si sviluppò su due fronti: aiutare gli esiliati a stabilirsi e sopravvivere; mantenere viva la speranza del ritorno nella terra promessa. Dio gli affidò il compito di essere una sentinella (guardiano) per Israele (Ez 3,17). Come una sentinella che avverte la città del pericolo, Ezechiele doveva trasmettere gli avvertimenti di Dio e invitare il popolo alla conversione. Se avesse taciuto, sarebbe stato responsabile della loro rovina. Tuttavia il popolo spesso ascoltava senza mettere in pratica la Parola di Dio. Le persone apprezzavano la bellezza della sua predicazione, ma non cambiavano vita (Ez 33,31-32). Per questo il profeta sperimentò scoraggiamento, con l’impressione di “predicare nel deserto”. Nonostante ciò, rimase fedele alla sua missione. Ezechiele fu una sentinella in due sensi: attento alla Parola di Dio vigile nell’attendere l’alba della salvezza. Con immagini potenti e grande coraggio annunciò la speranza della rinascita, proclamando la promessa di Dio: Vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra d’Israele» (Ez 37,12). Anche quando sembrava che tutto fosse perduto, dopo la caduta di Gerusalemme, Ezechiele continuò ad annunciare che la restaurazione era possibile se il popolo fosse tornato a Dio. Dio infatti non desidera la morte del peccatore, ma la sua conversione: “Perché dovreste morire, casa d’Israele? Convertitevi e vivrete” (Ez 33,11). Il testo si collega all’odierna pagina del Vangelo, in cui Gesù affida ai discepoli una missione simile: vigilare gli uni sugli altri con amore fraterno, correggendo chi sbaglia perché, come insegna anche il Levitico (19,17-18), correggere con carità è autentico atto d’amore perché aiuta il fratello a evitare il male e a ritrovare la strada della vita. Come una sentinella veglia sulla città, così il profeta e ogni discepolo deve vegliare sul bene degli altri.
Salmo Responsoriale (94/95)
L’ultima strofa del Salmo 95/94 richiama l’episodio di Massa e Meriba (Es 17,1-7), quando il popolo d’Israele, nel deserto, rimase senz’acqua e dubitò di Dio. Dopo aver accusato Mosè pensando che Dio volesse lasciarli morire di sete, il Signore fece sgorgare abbondante acqua dalla roccia. Da allora Massa e Meriba sono il simbolo della mancanza di fiducia in Dio. Il Salmo invita: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il cuore”. Questa è la vita di fede e la vera domanda è: “Possiamo fidarci di Dio che è presente nella nostra vita?” La fede è fiducia e credere significa fidarsi. La parola ebraica per indicare la fede è appoggiarsi a Dio e dalla stessa radice deriva “Amen”, che significa “saldo”, “stabile”: è come dire: mi affido completamente a Dio. Per questo il profeta Isaia afferma: Se non crederete, non resterete saldi (Is 7,9). Ascoltare significa fidarsi. L’invito del Salmo: “Oggi ascolterete la sua Parola?”, non chiede solo di udire, ma di accogliere con fiducia. Chi si fida ascolta davvero. Per questo la preghiera dello Shema Israel (Dt 6,4) inizia con: “Ascolta, Israele” e amare Dio con tutto il cuore significa affidarsi totalmente a Lui. Anche il verbo obbedire deriva dall’idea di ascoltare: l’obbedienza biblica non è sottomissione cieca, ma ascolto fiducioso della Parola. La fiducia nasce dall’esperienza. Israele fonda la sua fede sull’esperienza concreta della liberazione dall’Egitto. Se Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, non può abbandonarlo nel deserto. Per questo il Salmo proclama: “Acclamiamo la Roccia della nostra salvezza.” La roccia non è immagine poetica: ricorda la roccia da cui Dio fece scaturire l’acqua a Massa e Meriba. Dio è roccia sicura su cui appoggiarsi ed è scelta da rinnovare ogni giorno La parola “Oggi” è fondamentale: ogni giorno è un nuovo inizio; ogni giorno possiamo tornare ad ascoltare Dio e fidarci di Lui. È lo stesso messaggio annunciato da Ezechiele agli esiliati scoraggiati: non perdere la speranza e confidare ancora nel Signore. La fede non è un fatto individuale, ma appartiene a un popolo che cammina insieme verso Dio e per questo il Salmo è sempre al plurale: “Noi siamo il popolo che Dio guida”.. Questa dimensione comunitaria è una caratteristica fondamentale della Bibbia e rappresenta anche una sfida per la Chiesa di oggi. Il testo conclude ricordando che la stessa questione della fiducia attraversa tutta la Bibbia: quando san Paolo invita a riconciliarsi con Dio, chiede di smettere di dubitare delle sue intenzioni; quando Gesù invita a convertirsi e a credere al Vangelo, chiede di credere alla Buona Notizia cioè che Dio ci ama e vuole il nostro bene. Anche il racconto di Adamo ed Eva può essere letto in questa prospettiva: la prova fondamentale non è l’obbedienza esteriore, ma la fiducia che Dio desideri sempre la nostra libertà, la nostra vita e la nostra felicità. La fede consiste nel credere che, anche nelle prove, nelle limitazioni e nelle sconfitte, Dio può far nascere una vita nuova, la libertà e la risurrezione.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 8-10)
Se vogliamo trovare un filo conduttore di questo testo è la “doppia fedeltà: buon cittadino e discepolo”. In altre parole, come vivere da cristiani in un mondo non cristiano. Per capire bisogna rimettere il testo nel suo contesto. Dal capitolo 12 della lettera ai Romani, Paolo dà consigli ai cristiani su come vivere da cristiani in un mondo che non è nostro. Vivere da cristiano è fare della vita un “sacrificio santo” (testo di Paolo di domenica scorsa dove aggiunge di non conformarsi alla mentalità mondana, ma trasformarsi rinnovando la mente per discernere qual è la volontà di Dio” (Rm 12,2). Oggi siamo al capitolo 13 e Paolo entra nel concreto della vita sociale, il rapporto con le autorità. Quando si legge tutto il capitolo, si constata con stupore le precisazioni che dà sugli obblighi dei cittadini: il rispetto dei tribunali, il pagamento dell’imposta e delle tasse, la sottomissione a tutte le autorità. In sintesi: un buon cristiano deve essere un buon cittadino “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite” (Rm 13,1). Siamo franchi, questa indicazione ha dovuto sorprenderne più di uno perché tra Ebrei e Romani c’erano due diverse concezioni del potere. Nel mondo ebraico dell’AT tali parole non avrebbero sorpreso nessuno, perché il potere politico era nelle mani delle autorità religiose; la legge civile non si distingueva dalla Legge di Dio. In quest’ottica Gesù aveva potuto dire alla folla e ai discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo” (Mt 23,1-2.) Ma non si poteva dire lo stesso del mondo romano; le autorità in questione erano gli imperatori romani e tutta la gerarchia dei loro governatori, magistrati e soldati, per i quali la volontà di Dio era ovviamente l’ultimo dei pensieri! E se Paolo scrive di con conformarsi a questo mondo, è perché l’ideale della società romana era spesso agli antipodi dell’ideale cristiano. Allora, obbedire a un’autorità immersa nel paganesimo è possibile? Questa domanda è all’origine del nostro testo. Paolo risponde in due punti:
Primo punto: non usare la fede per sfuggire alle responsabilità civili e ragiona così: “Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Rm 13,1) e qui Si risuona Gesù che dice a Pilato: “Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11). Altro argomento: siccome in tutti i Paesi la legge è di norma al servizio della giustizia e difesa dei deboli, Paolo dice: “L’autorità è al servizio di Dio per il tuo bene... è infatti vendicatrice e ministra di Dio per punire chi fa il male” (Rm 13,4). Gli ebrei come i primi cristiani - i Romani non facevano tra loro differenza - erano dispensati dalle leggi romane che urtavano la loro coscienza: per esempio bruciare incenso davanti alla statua dell’imperatore, o fare il servizio militare. Quindi, dice san Paolo di obbedite alle leggi romane poiché non si è esenti dalle leggi contrarie alla religione.
Secondo punto: essere in regola non basta, serve il “debito d’amore”. Non si è buon ebreo o buon cristiano se si è in regola con l’autorità civile perché qui non si arriva fino in fondo alla carità. Questo dice la prima frase della lettura di oggi: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Rm 13,8). “Non abbiate alcun debito con nessuno” cioè non basta essere in regola con tutti, ma occorre andare oltre. Il senso ultimo della Torah è amare i fratelli, cioè non basta non uccidere, rubare, commettere adulterio perché, osserva san Paolo, tutto questo si riassume in questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Rm 13,9) e questo vuol dire essere in regola con la Legge di Mosè. Paolo aggiunge che occorre una conversione profonda che Paolo indicandola con queste parole “Trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). La vera novità si scopre quando Cristo al giovane ricco, osservante della Torah, chiede di abbandonare tutto e seguirlo “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Scelta che può portare molto lontano!
Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
Gesù insegna che la correzione fraterna è salvare la persona, non condannarla. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda di non avere debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole essendo compimento perfetto della Legge l’amore (Rm 13,8.10). Tutto il capitolo 18 del Vangelo di Matteo tratta sotto diversi angoli il compimento di questo amore nelle relazioni all’interno della comunità cristiana. In particolare tocca due temi: la priorità data ai piccoli e ai deboli, e il perdono reciproco. Per introdurre queste raccomandazioni Gesù racconta la parabola della pecora perduta, un’immagine ben nota a chi lo ascoltava e paragona i capi della comunità a pastori delegati dal pastore supremo che è Dio e il Padre celeste non vuole che si perda nessuno di questi piccoli (Mt 18,14). Si tratta del dovere di vigilanza reciproca, secondo il modello che Ezechiele già indicava: “Guai ai pastori d’Israele... (Ez 34,2). Gesù affida ai discepoli vigilanza reciproca, di non lasciare smarrirsi i fratelli e questo dovere è prima di tutto dei responsabili della comunità, i pastori. Ma il dovere di vigilanza reciproca esiste anche all’interno del gregge; non solo i pastori hanno la responsabilità del buon andamento del gregge ma anche le pecore sono responsabili le une delle altre come scrive ancora Ezechiele: “Così parla il Signore Dio: io stesso giudicherò tra pecora grassa e pecora magra.. (Ez 34,20-22). Ezechiele annunciava allora che Dio stesso avrebbe ripreso in mano il suo gregge tramite il suo Messia: “Io susciterò per loro un pastore unico, che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le pascerà, egli sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Gesù è il buon pastore che conosce le sue pecore e da cui le pecore sono conosciute (cf Gv10) e dà indicazioni per la vita del gregge, in particolare riguardo al sostegno e all’aiuto fraterno perché nessuno “si perda”. Per riprendere chi si perde ci vuole un amore esigente perché se ami realmente qualcuno, sei disposto a tutto per soccorrerlo se è in pericolo. Dio è Amore e siamo chiamati a somigliargli, il che è terribilmente esigente. E se tra i cristiani qualcuno si smarrisce, Gesù indica la via da seguire: prima cercare personalmente il dialogo e fare tutto perché possa raggiungere il gregge e se non riesci alla fine consideralo come pagano e pubblicano, che non significa un’esclusione definitiva. Come allora interpretare la frase: Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano? Alla luce di tutto ciò che sappiamo su Gesù e sulla sua accoglienza continua ai pubblicani e ai peccatori, non può trattarsi di un rifiuto definitivo ma del rispetto della libertà di ciascuno... in attesa che Zaccheo o il pubblicano Matteo si converta. Ciò che emerge dalla progressione raccomandata da Cristo è la necessità assoluta del rispetto verso chiunque e in particolare verso chi si dice peccatore e tutti i passi per riannodare la comunione devono essere segnati da una delicata discrezione. Queste sono le regole base della vita nella Chiesa e rispettarle è seme di vita eterna: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18). Uno sguardo all’ultima frase: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Nelle massime dei Padri Ebrei (i Pirké Avot), leggiamo: “Quando due sono seduti insieme e si occupano delle parole della Torah, la Shekinah, cioè la presenza di Dio è in mezzo a loro” (Avot 3,2).
+Giovanni D’Ercole
Leggo sul giornale che dei pavoni che hanno invaso una cittadina.
La notizia è stata pubblicata tempo fa - solo che qualche giorno addietro il giornale riportava la notizia che un signore con l’auto ne ha travolto qualcuno.
E allora ecco lo spunto per una riflessione.
Il pavone è uno dei animali più affascinanti; da tempo rappresenta un simbolo di bellezza.
Raffigura generalmente l’autocompiacimento. E tutto si concentra sull’esteriorità.
La femmina del pavone è meno appariscente del maschio, è più piccola, e a differenza del maschio quando sfoggia la coda facendo la ruota non possiede le piume colorate.
È nota anche la favola di Esopo dove un corvo per apparire bello si adorna con le piume di un pavone.
Nella mitologia greca il pavone era il simbolo della dea Giunone: il piumaggio della coda deriverebbe dal gigante Argo Panoptes che aveva cento occhi.
Alla sua morte la dea pose i suoi occhi sulla coda del pavone.
Secondo tradizioni più antiche il pavone con gli occhi e gli splendidi colori della sua coda evoca il cielo stellato, e spesso veniva associato all’idea di immortalità.
Comportamenti da pavone esistono anche nella specie umana.
Anche gli uomini aprono la loro “coda”.
E anche qui tutto è una questione di quantità.
Un conto è mostrare la propria “coda” ogni tanto o se viene richiesta; un altro è vivere sempre con la coda aperta, e visibile perennemente.
Penso che sia anche stancante, prima per sé e poi anche per gli altri.
Come il pavone apre la sua coda per farsi notare e per attirare le pavone femmine, l’essere pavone ostenta tutte le sue “arti “ per attrarre su di se l’ammirazione, per procurarsi consenso del pubblico .
Anche qui preciso: il normale desiderio di mostrare il meglio di sé non coincide con l’aspetto psicopatologico contraddistinto da una assenza di empatia e da una grandezza demolitrice incessante.
Tali atteggiamenti non riguardano solo i singoli individui: spesso tali comportamenti riguardano anche gli individui quando diventano genitori.
Essi prima dei bisogni e le esigenze emotive del bambino mettono davanti a tutti la loro immagine, cercando l’ammirazione di figli, desiderando l’’approvazione delle persone circostanti.
Con simili genitori i bambini crescono male, devono cercare sempre l’affetto dell’adulto che invece dovrebbe essere donato gratuitamente.
Questi genitori vogliono apparire perfetti e pretendono che i figli li rispecchino: anche loro devono essere i migliori sugli altri, attraverso il successo scolastico, una forma fisica, un abbigliamento ricercato.
Ma questa facciata, questa bellissima “coda del pavone” nasconde delle criticità.
Simili genitori difficilmente si assumono la responsabilità dei propri comportamenti. Quando fanno qualcosa di inadeguato, quasi mai si scusano.
Si mostrano superiori per occultare le proprie debolezze.
A volte capita di avere comportamenti sbagliati coi nostri figli - ma non dobbiamo sempre far passare l’idea che abbiamo agito correttamente.
La reazione del figlio può essere giusta.
Se noi pretendiamo di avere sempre ragione rischiamo di creare confusione nei figli su come percepire fatti reali.
Il genitore pavone poi percepisce ogni richiesta di crescita e di autonomia del figlio come un’offesa.
E in età adulta, stabilire delle giuste distanze o distacchi diventa una lotta difficile.
Spesso questa tipologia di genitori pretende anche l’attenzione continua dei figli, e ogni relazione di essi diventa fonte di sospetto o di gelosia.
Questi genitori diventano manipolatori e spesso minano le basi dell’indipendenza e dell’autonomia.
Crescere con simili individui o genitori può far insorgere dei comportamenti insicuri, con probabilità’ di sviluppare atteggiamenti dubbiosi ansiogeni, poiché inconsapevolmente devono soddisfare le richieste altrui.
Ho toccato l’argomento genitori pavoni perché’ avendo lavorato nel settore dell’età evolutiva, sovente tali atteggiamenti li ho riscontrati maggiormente nelle figure genitoriali e solo di rimando nelle figure dei minori.
Vorrei dire o ricordare un concetto di Jung: l’inconscio del bambino deriva dall’inconscio genitoriale.
Ho anche notato che pavoneggiarsi era più frequente nelle figure genitoriali dei professionisti. Persone con un grado culturale elevato.
In questi casi, per questo loro modo di agire, risolvere la situazione diventava complicato.
Molte volte questi genitori decidevano loro quando terminare il trattamento psicoterapeutico, perché si stancavano di accompagnare il figlio alle sedute, o perché si sentivano chiamati in causa - e allora si allontanavano da esso.
Riguardando l’ultimo articoletto - titolato «l’istrione», mi viene in mente che fa rima con «pavone».
Come sempre queste riflessioni sono state ricavate dalla formazione specifica e dai riscontri vissuti nel lavoro professionale - principalmente nel campo dell’età evolutiva.
Dott. Francesco Giovannozzi - psicologo - psicoterapeuta
Sollecitudini diverse, e l’Azione Umanizzante
(Lc 6,6-11)
Procurare il bene e sollevare la persona reale - così com’è, nella propria unicità - è l’unico valore assoluto; criterio di tutto il Vangelo.
Anche la Torah nel suo nucleo e senso voleva essere un mezzo importante della pedagogia umana, personale, religiosa - non il fine.
Le norme ci accompagnano ben volentieri, quando facilitano la strada per dialogare con il Signore in noi e nei fratelli. Ma la “lettera” è fredda e immotivata.
Avvenuto l’Incontro, la precedenza va data al Progetto di Dio, sollecito a realizzarci e farci fiorire; non alle procedure.
Infatti, le prescrizioni mettono tutti e sempre in allerta nei confronti del ‘bisogno diverso’.
Per questo, solidarietà e fraternità sono poste al di sopra di qualsiasi ossequio devoto e identitario, o necessità dottrinale, nonché osservanza esteriore del culto (se vissuto da automi).
Le stesse norme vanno comprese affinché conducano alla vita con e in Cristo - per la realizzazione e pienezza di essere.
Altrimenti la virtù scrupolosa di religione si converte in azione maligna e vizio di fede - che perde la totalità della persona [v.9 testo greco].
In tal guisa, nel giorno della sinagoga non si deve celebrare una restaurazione che timbri il cartellino.
Piuttosto, ci si raduna in assemblea per meglio restituire la donna e l’uomo alla loro dignità di esseri sublimi, da promuovere in modo illimitato.
Il sabato del Messia non è giorno delle parzialità di costume: è tempo di benessere recuperato - di Liberazione e Creazione, di promozione delle energie vitali, secondo il Disegno originario e pieno del Padre.
Infatti, nel luogo del rito abitudinario, dove vige la mentalità compassata, Gesù non va a pregare, bensì a insegnare e curare.
Neppure il paralizzato aveva chiesto guarigione - tanto gli sembrava normale stare lì in quel modo e non ricevere attenzioni, né alcuno stimolo; neanche il bene.
Nondimeno l’Amore è nucleo ed essenza della Legge: anche in giorno di precetto l’aiuto era pur consentito dalle stesse prescrizioni, in caso di necessità estrema o ripercussione sugli altri.
Gesù sta dicendo che sbloccare la persona che non riesce a fare nulla di buono [«mano destra arida»: v.6] è questione di vita o di morte, anche per tutta la comunità [guarire o «annientare»: v.9].
Osservare il giorno del Signore significa, anche per noi: potenziare le possibilità espressive dell’umanità e reintegrarla in un ‘ordine nuovo’.
Per adempiere il “precetto” redentivo, gli atteggiamenti devianti vanno per primi anch’essi assunti, e salvati - al pari di energie preparatorie di nuovi assetti.
Non possiamo permetterci ulteriori trascuratezze.
La crisi che investe tutti fa trapelare la differenza tra… contenuti inconsci e verità, fossilizzazioni ed energie nascoste; religiosità e Fede - discrimine della vita in Cristo e nello Spirito.
Nei suoi lati di limitazione e Completezza, legalismo o Liberazione, stasi e Rinascita, ritorno a “come sempre” o Rigenerazione, formalismo e Letizia [così via], oggi il discernimento si fa più acuto.
[Lunedì 23.a sett. T.O. 7 settembre 2026]
Sollecitudini diverse: l’azione umanizzante, e quella secca dei gufi
(Lc 6,6-11)
Commentando il Tao Tê Ching (XLVII), il maestro Ho-shang Kung scrive: «Il santo conosce il grande basandosi sul piccolo, l’esteriore esaminando l’interiore».
E ribadisce: «Senza salire in cielo e senza scendere negli abissi, il santo conosce il Cielo e la Terra: li conosce con il cuore».
Procurare il bene e sollevare la persona reale - così com’è, nella propria unicità - è l’unico valore non negoziabile; criterio di tutto il Vangelo.
Anche la Torah nel suo nucleo e senso voleva essere un mezzo importante della pedagogia umana, personale, religiosa - non il fine.
Le norme ci accompagnano volentieri, quando esse facilitano la strada per dialogare con il Signore, incontrandolo in noi e nei fratelli.
Ma la “lettera” è fredda e immotivata.
Avvenuto l’Incontro, la precedenza va data al Progetto di Dio, sollecito a realizzarci e lasciar fiorire; non alle procedure.
Infatti, le prescrizioni mettono tutti e sempre in allerta nei confronti del “bisogno diverso”.
Per questo, solidarietà e fraternità sono poste al di sopra di qualsiasi ossequio devoto e identitario, o necessità dottrinale, nonché osservanza esteriore del culto [se vissuto da automi].
Le stesse norme vanno comprese affinché conducano alla vita con e in Cristo - per la realizzazione e pienezza di essere.
Altrimenti la virtù scrupolosa di religione si converte in azione maligna e vizio di fede - che perde la totalità della persona [v.9 testo greco].
In tal guisa, nel giorno della sinagoga non si deve celebrare una restaurazione che timbri il cartellino.
Piuttosto, ci si raduna in assemblea per meglio restituire l’uomo alla sua dignità di essere sublime, da promuovere in modo illimitato.
Il sabato del Messia non è il giorno delle parzialità di costume: gesti e parole esprimono il Volto del Padre, la sua sollecitudine.
È tempo insieme di Liberazione e Creazione, di promozione delle energie vitali, secondo il Disegno originario e pieno.
Ma nel luogo del rito abitudinario, dove vige la mentalità tradizionale [ovvero à la page] compassata, Gesù non va a pregare, bensì a insegnare e curare.
Neppure il paralizzato aveva chiesto guarigione - tanto gli sembrava normale stare lì in quel modo e non ricevere attenzioni, né alcuno stimolo; neanche il bene.
Nondimeno l’Amore è nucleo ed essenza della Legge: anche in giorno di precetto l’aiuto era pur consentito (dalle stesse prescrizioni) in caso di necessità estrema o ripercussione sugli altri.
Il Signore sta dicendo ai [suoi intimi] responsabili di chiesa:
Sbloccare la persona che non riesce a fare nulla di buono [«mano destra arida»: v.6] è questione di vita o di morte, anche per tutta la comunità [guarire o «annientare»: v.9].
Quando i parrucconi della religione indifferente e secca, e i primi della classe della devozione distorta, vengono provocati, la maschera pia scompare.
Diventano violenti anche di fronte al bene che Dio opera su chi è malmesso - e votato al peggio senza neanche accorgersi.
La mano [l’azione] da guarire resta anzitutto quella delle mummie unilaterali cui si rivolge l’insegnamento forte dell’episodio.
Osservare il giorno del Signore significa, anche per noi: potenziare le possibilità espressive dell’uomo e reintegrarlo in un ‘ordine nuovo’.
Ciò sgombrando l’ambiente incline al settarismo [o all’ideologismo] da gufi vecchi e nuovi che intendono salvare le apparenze per mantenere potere, finto prestigio dottrinale, sudditanza delle coscienze.
Ma per adempiere il “precetto” redentivo, gli atteggiamenti devianti vanno per primi anch’essi assunti, e salvati - al pari di energie preparatorie di nuovi assetti.
Ancora il maestro Ho-shang: «Quando chi sta in alto ama la Via, chi sta in basso ama la virtù; quando chi sta in alto ama la guerra, chi sta in basso ama la forza».
Le agenzie di plagio di alcune “chiesuole” particolari che vogliono le anime bloccate su rapporti di dominio, volentieri progetterebbero di far permanere i malati nel loro stato di dipendenza.
Per alcuni perversi meccanismi di pastorale e catechesi di massa, i timorosi e insicuri devono restare anonimi; anche nel tempo del cammino sinodale.
I senza voce sono sempre utili, affinché i ben introdotti possano continuare a galleggiare sul mondo - con le loro immutate manfrine o teorie.
Per interesse devoto, moralista, o di parte [questa sì privata e glamour, ovvero colma d’insidie legaliste] ben volentieri li lascerebbero incerti e inconsapevoli, o peggio - anche se si presentasse Gesù in persona a liberarli.
Non ce lo possiamo più permettere.
Non possiamo più acconsentire trascuratezze: l’attuale scossone della crisi globale sta accelerando la caduta delle maschere, degli atteggiamenti paludosi o istrionici; e delle pratiche simboliche fini a se stesse.
L’emergenza che investe tutti fa comprendere meglio la differenza tra contenuti inconsci e verità, fossilizzazioni sedentarie ed energie nascoste; religiosità e Fede - discrimine della vita in Cristo e nello Spirito.
Nei suoi lati di limitazione e Completezza, legalismo e Liberazione, stasi e Rinascita, ritorno a come sempre o Rigenerazione, formalismo e Letizia, oggi il discernimento si fa più acuto.
Avendo già valutato inutile approfittare dell’istituzione religiosa ufficiale per immettere in essa la novità del Regno, [ad es. fin nel cap. 3 di Mc, primo dei Vangeli] si propugna un nuovo progetto di comunità.
Il Maestro vuole guidare le persone di ogni ceto a sentire e vivere profondamente la propria e altrui dimensione umana, segnata dalla paradossale feconda esperienza della fallibilità.
Solo quando ne interiorizzassero il senso e vivessero così, le autorità e i credenti farebbero davvero l’esperienza di provare compassione verso i limiti della carne - comprensione caratteristica dell’essere “umani”.
In tale opera il Signore parte sempre dalle masse abbandonate dai loro pastori.
L’incipit autentico viene da gente insignificante ma svincolata dalle autorità del tessuto religioso-politico, e dalle linee di successione dinastica ufficiali.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando hai notato virtù di religione convertite in vizi di fede?
Cosa intendi per Salvezza assicurata dal Regno di Dio?
Teologia e simbologia della Mano:
«Riflettiamo perciò nuovamente sui segni nei quali il Sacramento ci è stato donato. Al centro c'è il gesto antichissimo dell'imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: "Tu mi appartieni". Ma con ciò ha anche detto: "Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue".
Ricordiamo poi che le nostre mani sono state unte con l'olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La mano dell'uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore. Vuole che siano strumenti del servire e quindi espressione della missione dell'intera persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini. Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue facoltà e, generalmente, la tecnica come potere di disporre del mondo, allora le mani unte devono essere un segno della sua capacità di donare, della creatività nel plasmare il mondo con l'amore – e per questo, senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Nell'Antico Testamento l'unzione è segno dell'assunzione in servizio: il re, il profeta, il sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso. In un certo qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si mette a disposizione di uno più grande di lui. Se Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l'Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce per missione del Padre e nell'unità con lo Spirito Santo e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità, un nuovo sacerdozio, un nuovo modo d'essere profeta, che non cerca se stesso, ma vive per Colui, in vista del quale il mondo è stato creato. Mettiamo le nostre mani oggi nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di prenderci sempre di nuovo per mano e di guidarci».
[Papa Benedetto, omelia del Crisma 13 aprile 2006]
Riflettiamo perciò nuovamente sui segni nei quali il Sacramento ci è stato donato. Al centro c'è il gesto antichissimo dell'imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: "Tu mi appartieni". Ma con ciò ha anche detto: "Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue".
Ricordiamo poi che le nostre mani sono state unte con l'olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La mano dell'uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore. Vuole che siano strumenti del servire e quindi espressione della missione dell'intera persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini. Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue facoltà e, generalmente, la tecnica come potere di disporre del mondo, allora le mani unte devono essere un segno della sua capacità di donare, della creatività nel plasmare il mondo con l'amore – e per questo, senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Nell'Antico Testamento l'unzione è segno dell'assunzione in servizio: il re, il profeta, il sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso. In un certo qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si mette a disposizione di uno più grande di lui. Se Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l'Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce per missione del Padre e nell'unità con lo Spirito Santo e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità, un nuovo sacerdozio, un nuovo modo d'essere profeta, che non cerca se stesso, ma vive per Colui, in vista del quale il mondo è stato creato. Mettiamo le nostre mani oggi nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di prenderci sempre di nuovo per mano e di guidarci.
[Papa Benedetto, omelia del Crisma 13 aprile 2006]
2. Con il Vangelo del Regno, Cristo si collega alle Scritture Sacre che, attraverso l’immagine regale, celebrano la signoria di Dio sul cosmo e sulla storia. Così leggiamo nel Salterio: ‘Dite tra i popoli: Il Signore regna! Sorregge il mondo, perché non vacilli; governa le nazioni’ (Sal 96,10). Il Regno è, quindi, l’azione efficace ma misteriosa che Dio svolge nell’universo e nel groviglio delle vicende umane. Egli vince le resistenze del male con pazienza, non con prepotenza e clamore.
Per questo il Regno è paragonato da Gesù al granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, destinato però a diventare un albero frondoso (cfr Mt 13,31-32), o al seme che un uomo ha deposto nella terra: ‘dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa’ (Mc 4,27). Il Regno è grazia, amore di Dio per il mondo, sorgente per noi di serenità e di fiducia: ‘Non temere, piccolo gregge - dice Gesù - perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno’ (Lc 12,32). Le paure, gli affanni, gli incubi si dissolvono, perché il Regno di Dio è in mezzo a noi nella persona di Cristo (cfr Lc 17,21).
3. Tuttavia l’uomo non è un inerte testimone dell’ingresso di Dio nella storia. Gesù ci invita a ‘cercare’ attivamente ‘il Regno di Dio e la sua giustizia’ e a fare di questa ricerca la nostra preoccupazione principale (Mt 6,33). A quelli che ‘credevano che il Regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro’ (Lc 10,11), egli prescrisse un atteggiamento attivo invece di una attesa passiva, raccontando loro la parabola delle dieci mine da far fruttare (cfr Lc 19,12-27). Dal canto suo, l’apostolo Paolo dichiara che ‘il Regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è - anzitutto – giustizia’ (Rm 14,17) ed invita pressantemente i fedeli a mettere le loro membra a servizio della giustizia in vista della santificazione (cfr Rm 6,13.19).
La persona umana è quindi chiamata a cooperare con le sue mani, la sua mente ed il suo cuore all’avvento del Regno di Dio nel mondo. Questo è vero specialmente di coloro che sono chiamati all’apostolato, e che sono, come dice Paolo, ‘cooperatori del Regno di Dio’ (Col 4,11), ma è anche vero di ogni persona umana.
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 6 dicembre 2000]
Vincere con il bene
1. All'inizio del nuovo anno, torno a rivolgere la mia parola ai responsabili delle Nazioni ed a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che avvertono quanto necessario sia costruire la pace nel mondo. Ho scelto come tema per la Giornata Mondiale della Pace 2005 l'esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (12, 21). Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male.
La prospettiva delineata dal grande Apostolo pone in evidenza una verità di fondo: la pace è il risultato di una lunga ed impegnativa battaglia, vinta quando il male è sconfitto con il bene. Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l'unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene (cfr Rm 12, 9), come suggerisce ancora san Paolo.
La pace è un bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni della terra e per l'intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene. Si comprende allora la profonda verità di un'altra massima di Paolo: « Non rendete a nessuno male per male » (Rm 12, 17). L'unico modo per uscire dal circolo vizioso del male per il male è quello di accogliere la parola dell'Apostolo: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (Rm 12, 21).
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2005]
La «speranza è una virtù» considerata «abitualmente di seconda classe. Non crediamo tanto — ha spiegato — nella speranza: parliamo della fede e della carità, ma la speranza è un po’, come diceva uno scrittore francese, la virtù umile, la serva delle virtù; e non la capiamo bene».
L’ottimismo, ha spiegato, è un atteggiamento umano che dipende da tante cose; ma la speranza è un’altra cosa: «È un dono, è un regalo dello Spirito Santo e per questo Paolo dirà che non delude mai». E ha anche un nome. E «questo nome è Gesù»: non si può dire di sperare nella vita se non si spera in Gesù. «Non si tratterebbe di speranza — ha precisato — ma sarebbe buonumore, ottimismo, come nel caso di quelle persone solari, positive, che vedono sempre la metà piena del bicchiere e non quella vuota».
Una conferma di questo concetto il Papa l’ha indicata nel brano del Vangelo di Luca (6, 6-11), nel riferimento al tema della libertà. Il racconto di Luca mette davanti agli occhi una duplice schiavitù: quella dell’uomo «con la mano paralizzata, schiavo della sua malattia», e quella «dei farisei, degli scribi, schiavi dei loro atteggiamenti rigidi, legalistici». Gesù «libera entrambi: fa vedere ai rigidi che quella non è la strada della libertà; e l’uomo dalla mano paralizzata lo libera dalla malattia». Cosa vuole dimostrare? Che «libertà e speranza vanno insieme: dove non c’è speranza, non può esserci libertà».
Tuttavia il vero insegnamento da trarre dalla liturgia odierna è che Gesù «non è un guaritore, è un uomo che ricrea l’esistenza. E questo — ha sottolineato il vescovo di Roma — ci dà speranza, perché Gesù è venuto proprio per questo grande miracolo, per ricreare tutto». Tanto che la Chiesa in una bellissima preghiera dice: «Tu, Signore, che sei stato tanto grande, tanto meraviglioso nella creazione, ma più meraviglioso nella redenzione...». Dunque, ha aggiunto il Papa, «la grande meraviglia è la grande riforma di Gesù. E questo ci dà speranza: Gesù che ricrea tutto». E quando «ci uniamo a Gesù nella sua passione — ha concluso il Papa — con lui rifacciamo il mondo, lo facciamo nuovo».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 9-10/09/2013]
In mezzo ai riconciliati: il cambiamento di rotta e di sorte nel Regno
(Mt 18,15-20)
«Il verbo che l'evangelista usa per "si accorderanno" è synphōnēsōsin: c'è il riferimento ad una "sinfonia" dei cuori» [Papa Benedetto].
Questa energia plasmabile ha una misteriosa presa sul nucleo della realtà - che sempre è più forte di noi; svolge la trama e propone, ma qui viceversa ci accoglie.
Ovvero ci disturba con un disagio… che però è già la terapia. Perché ogni lacrima guida verso gli strati profondi del nostro essere primordiale, del nostro seme e del suo mondo di relazioni proprie.
E allora l’anima si scioglie, diventa meno tortuosa, segue un’indicazione che non pensava; ritrova la strada inebriante delle sintonie profonde, abbandona il sentiero scadente.
Predilige la Via che le corrisponde, più delle identificazioni: tutti gli idoli che prima avevano il sopravvento, i quali - malgrado le apparenze - battagliavano con la nostra destinazione essenziale.
E senza fuggire da se stessi, ma solo dalle convenzioni esterne, ‘insieme’ si può passare dall’unilateralità alla completezza, dalla banalità alla pienezza; al motivo per cui siamo al mondo; al destino dell’essere che siamo.
Forse non riuscivamo prima a percepirlo, perché l’occhio rimbalzava tra le pareti della solita domesticazione.
E il pensiero effimero, assuefatto, non distruggeva l’idea [senza percezione] di noi stessi; idea senz’ascolto, che non svaniva.
La correzione fraterna ci stringe alla gola, ma è quell’amarezza che riporta l’essenziale; è quell’ansia (se accolta) che ci cura davvero.
Mt suggerisce il dialogo, che tenta di capire i motivi dell’altro.
In effetti, nelle prime realtà giudeo cristiane il clima era forse eccessivamente scrupoloso.
Quindi era previsto pure il distacco dalla comunità, ma permaneva la consapevolezza che il peccatore non era comunque un separato da Dio, anche ‘fuori’ della chiesa particolare: «Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome» (v.20).
È il centro della nuova concezione pedagogica - non più “religiosa” e di massa, ma di Fede viva e personale.
L’espressione «nel mio Nome» sta a indicare che Gesù stesso ha avuto il suo bel daffare coi giudicanti del suo tempo.
Tutto reale. Anche una esclusione può unire a Lui e farlo rivivere concretamente, altroché.
Se il Cristo vero - non vago - resta il perno della fraternità, il Padre concederà il ritorno del fratello che si è escluso.
Ovviamente, ciò può avvenire solo se l’allontanato sperimenta che per primi i responsabili di comunità cercano il confronto umano - ricalcando la stessa posizione del Maestro: «in mezzo».
Equidistanti da tutti, e ogni tanto con un bel ricambio di mansioni, che appunto rinsalda il ‘concerto’ e l’autentica consonanza.
Chi ancora oggi ci fa vedere Gesù vivo non sta “al di sopra” degli altri. Non si fa capofila, né si colloca “davanti” - in modo che qualcuno sia vicino e altri sempre a distanza di sicurezza.
Gente fra la gente, e turnover.
Siamo chiamati a ritrovare la saldatura tra onore a Dio e intesa umanizzante per sorelle e fratelli.
L’amore chiama amore, il perdono attira spontaneamente perdono - non per sforzo, non per buone maniere o dovere, bensì come canale per far entrare nel mondo nuove energie preparatorie e colpi di scena.
Fragrante segno della Chiesa è il rovesciamento dei ruoli e delle sorti.
[23.a Domenica T.O. (anno A), 6 settembre 2026]
Luke’s passage puts before the eyes a double slavery: that of man «with his hand paralyzed, slave of his illness», and that of the «Pharisees, scribes, slaves of their rigid, legalistic attitudes» (Pope Francis)
Il racconto di Luca mette davanti agli occhi una duplice schiavitù: quella dell’uomo «con la mano paralizzata, schiavo della sua malattia», e quella «dei farisei, degli scribi, schiavi dei loro atteggiamenti rigidi, legalistici» (Papa Francesco)
Origen says “we should practise this symphony” (Commentary on the Gospel according to Matthew, 14,1), in other words this harmony within the Christian community [Pope Benedict]
Dice Origene che “dobbiamo esercitarci in questa sinfonia” (Commento al Vangelo di Matteo 14, 1), cioè in questa concordia all’interno della comunità cristiana [Papa Benedetto]
Thus in communion with Christ, in a faith that creates charity, the entire Law is fulfilled. We become just by entering into communion with Christ who is Love (Pope Benedict)
Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore (Papa Benedetto)
«Francis was reproaching his brethren too harsh towards themselves, and who came to exhaustion by means of vigils, fasts, prayers and corporal penances» [FS 1470]
«Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali» [FF 1470]
From a human point of view, he thinks that there should be distance between the sinner and the Holy One. In truth, his very condition as a sinner requires that the Lord not distance Himself from him, in the same way that a doctor cannot distance himself from those who are sick (Pope Francis)
Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato (Papa Francesco)
The life of the Church in the Third Millennium will certainly not be lacking in new and surprising manifestations of "the feminine genius" (Pope John Paul II)
Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile » (Papa Giovanni Paolo II)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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