Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
12ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [21 Giugno 2026]
Prima lettura dal libro del profeta Geremia (20,10-13)
Questo brano fa parte di quelli che vengono chiamati le «Confessioni di Geremia»; potremmo anche dire le «Confidenze di Geremia». Qui il profeta svela quanto ha di più intimo nel suo cuore e le poche righe di oggi riassumono bene i suoi sentimenti. La sua vita è un continuo paradosso: ciò che costituisce la sua gioia più profonda, la sua ragione di vivere, la sua sicurezza, è anche la fonte di tutte le sue sofferenze. Si tratta della Parola di Dio. Essa non viene nominata esplicitamente in questo testo, ma è chiaramente sottintesa. È perché proclama la Parola di Dio “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (come dirà san Paolo) che viene perseguitato; ma è proprio questa stessa Parola che gli dà la forza di andare avanti. Si dice spesso che nessuno è profeta nella propria patria e questo si applica perfettamente a Geremia. Fu un grandissimo profeta, ma se ne resero conto soltanto dopo la sua morte. Durante la sua vita la sua parola risultava troppo scomoda. Egli stesso indica con precisione il periodo della sua predicazione: dal tredicesimo anno del regno di Giosia fino alla deportazione di Gerusalemme, cioè dal 627 al 587 a.C. Quarant’anni durante i quali vide succedersi diversi re a Gerusalemme, ma ben pochi gli diedero ascolto. Che cosa gli si rimproverava? Semplicemente il coraggio di dire la verità. E la verità non era affatto rassicurante: dall’alto al basso della scala sociale, le infedeltà all’Alleanza si moltiplicavano in ogni ambito. Ecco un esempio della sua predicazione: “Sono tutti adulteri, una banda di traditori” (Ger 9,1)… “Dal più piccolo al più grande sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna” (Ger 8,10). In altre parole, la corruzione e l’amore per il denaro avevano corroso l’intera società e la religione non era più chesolo una facciata. Per questo trascorse gran parte della sua vita gridando, provocando, denunciando. Talvolta compiva anche gesti insoliti per mettere in guardia il re, la corte, i sacerdoti e tutti i responsabili che stavano conducendo il popolo verso la rovina. Sul piano politico cercava di aprire gli occhi ai suoi compatrioti e osava annunciare ciò che era ormai evidente: Nabucodonosor avrebbe presto travolto Gerusalemme. Per farsi comprendere meglio, compì un gesto spettacolare: spezzò pubblicamente una brocca nuova appena uscita dalle mani del vasaio, per annunciare il destino che attendeva Gerusalemme che sarebbe stata ridotta in frantumi (Ger 19,1-11). Ma invece di ascoltarlo, lo accusarono di essere complice del nemico perché, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.
Tuttavia nulla e nessuno riuscì a distoglierlo dalla sua missione e. il suo segreto fu semplicemente la consapevolezza di essere stato inviato da Dio. Il suo secondo segreto era di sapere di essere troppo piccolo per il compito ricevuto e perciò non cercava la forza in se stesso, ma in Dio. E sperimentò la presenza di Dio nel cuore di tutte le sue prove. Rimane al riguardo sorprendente questa sua preghiera “Signore, fammi vedere la vendetta che compirai contro di loro, perché a te ho affidato la mia causa”. Espressione che suggerisce tre osservazioni. Anzitutto, il desiderio di rivalsa è profondamente umano, e il profeta resta un uomo la sua missione particolare non lo rende né insensibile né un superuomo. In secondo luogo, non cerca di vendicarsi, ma affida tutto a Dio. Infine, al di là di una rivalsa personale, ciò che Geremia desidera ardentemente è il trionfo della verità. Come ogni autentico profeta, egli sa già che l’amore di Dio sarà più forte di tutto e che un giorno riuscirà a eliminare ogni male dalla terra. Ecco ciò che egli chiama la vendetta di Dio: il trionfo eterno di Dio sulle forze del male.
Salmo Responsoriale (68/69)
Questo salmo nasce dal grido di un credente perseguitato a causa della sua fedeltà a Dio. Il salmista soffre umiliazioni, insulti e forse persino la prigionia, ma continua a confidare nel Signore, certo che Dio ascolta gli umili e non abbandona coloro che gli appartengono. La sua sofferenza deriva proprio dal suo amore per Dio: “L’amore per la tua casa mi divora” e gli oltraggi rivolti a Dio ricadono anche su di lui. Questa esperienza richiama la vicenda dei profeti di Israele, spesso perseguitati dal loro stesso popolo. Tra essi spicca Geremia, che, come tutti i veri profeti, ebbe il coraggio di annunciare la verità di Dio anche quando risultava scomoda. Il profeta è infatti la voce di Dio nel mondo e, poiché i pensieri di Dio non coincidono con quelli degli uomini, egli cammina inevitabilmente controcorrente. La sua parola richiama alla giustizia, alla santità, alla fraternità e alla conversione, mettendo in luce ciò che molti preferirebbero nascondere. Per questo i profeti sperimentano spesso rifiuto e scoraggiamento. Mosè, Elia e soprattutto Geremia attraversarono momenti di profonda sofferenza. Geremia arrivò perfino a maledire il giorno della propria nascita, sopraffatto dalle persecuzioni e dalle umiliazioni. La sua esperienza ricorda quella di Giobbe e, in senso più ampio, quella dell’intero popolo d’Israele nei momenti di prova. Il salmista descrive la propria condizione come quella di un uomo che sta annegando: le acque lo sommergono, il fango lo trascina verso il basso e sembra non esserci più alcuna speranza. Tuttavia, proprio nel momento più oscuro, egli continua a pregare. La stessa Parola di Dio che gli procura sofferenza è la fonte della sua forza. Le immagini del salmo richiamano la vicenda di Geremia, gettato in una cisterna per aver denunciato la corruzione religiosa del popolo e del Tempio. Allo stesso modo Gesù riprenderà questa tradizione profetica quando scaccerà i mercanti dal Tempio. e in quell’occasione l’evangelista Giovanni applicherà a Cristo le parole del salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Il salmo si conclude infine con una nota di fiducia e di rendimento di grazie. Nella tradizione biblica la supplica e il ringraziamento sono strettamente uniti: il credente loda Dio ancora prima di vedere realizzata la liberazione, perché è certo della sua fedeltà. Per questo il salmista annuncia già la vittoria di Dio, la salvezza dei poveri e la gioia di quanti cercano il Signore. Così il lamento si trasforma in speranza e la sofferenza del giusto diventa testimonianza della certezza che Dio non abbandona mai i suoi fedeli.
Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5,12-15)
San Paolo mette a confronto Adamo e Gesù Cristo, non come due persone storiche da paragonare, ma come due modi opposti di vivere.Adamo rappresenta l’umanità che cerca la felicità, la potenza e la pienezza lontano da Dio, confidando nelle proprie forze. Gesù Cristo rappresenta invece l’uomo che vive in piena comunione con Dio, accogliendo il suo amore e la sua vita. Secondo il racconto della Genesi, Dio ha creato l’uomo per partecipare alla sua stessa vita. Il “soffio di vita” ricevuto da Dio indica che l’essere umano vive veramente solo quando rimane unito a Lui. Il desiderio di grandezza, felicità e di infinito che abita il cuore umano è quindi buono e corrisponde al progetto di Dio. L’errore del serpente consiste nel far credere ad Adamo ed Eva che possano diventare “come Dio” senza Dio, attraverso la disobbedienza. Così facendo, essi spezzano volontariamente il legame vitale con il Creatore e cadono nella morte spirituale. Paolo parla infatti di morte e vita soprattutto in senso spirituale, non biologico.
Adamo simboleggia dunque il peccato originario: l’uomo che vuole appropriarsi di ciò che appartiene a Dio e finisce per allontanarsi dalla fonte della vita. Gesù Cristo, al contrario, non cerca di impadronirsi dell’uguaglianza con Dio, ma vive nell’accoglienza totale dell’amore del Padre. Per questo è senza peccato, “pieno di grazia e di verità”. Grazie a Cristo, l’umanità può essere ricondotta alla comunione con Dio. In Lui si realizza perfettamente il legame tra Dio e l’uomo: Egli attira tutti a sé e permette agli uomini di ricevere nuovamente la vita divina.
Paolo presenta quindi due scelte fondamentali: Vivere come Cristo, accogliendo il soffio e l’amore di Dio, crescendo nella vita spirituale. Oppure vivere come Adamo, cercando la felicità indipendentemente da Dio, con il risultato della morte spirituale. La grazia non è un oggetto che si possiede, ma la relazione d’amore tra Dio e l’umanità. Gesù Cristo ha ristabilito questa relazione vitale, per la quale siamo stati creati. Come afferma Sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.» Allo stesso modo, per San Giovanni, la vita eterna consiste nel conoscere e amare Dio e Gesù Cristo. La vera vita e la vera gioia si trovano soltanto nell’unione con Dio; cercarle altrove è un’illusione che conduce alla morte spirituale
Dal Vangelo secondo Matteo (10, 26-33)
Gesù avverte i suoi discepoli che la missione di annunciare il Vangelo non sarà facile. Li manda “come pecore in mezzo ai lupi” e predice persecuzioni, processi, flagellazioni e persino l’odio di tutti a causa del suo Nome. Per questo ripete più volte: Non abbiate paura. La ragione di questo incoraggiamento è che la verità di Dio non può essere fermata. Tutto ciò che era nascosto sarà rivelato e ciò che Gesù ha confidato ai suoi discepoli dovrà essere annunciato apertamente. Con Cristo si manifesta pienamente il progetto d’amore di Dio, che nell’Antico Testamento era stato rivelato solo gradualmente attraverso profeti e sapienti. I discepoli, avendo visto e ascoltato Cristo, non possono tacere ciò che hanno sperimentato. Quando Matteo scrive il suo Vangelo, i cristiani stanno già subendo persecuzioni, soprattutto da parte di alcuni ambienti ebraici. Questo insegnamento serve quindi a rafforzare la loro fedeltà. Se oggi esiste la Chiesa, è anche perché quei primi credenti hanno superato la paura e sono rimasti saldi nella fede. Nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Gesù distingue due tipi di pericolo: La morte fisica, che i discepoli possono subire a causa della persecuzione. La morte spirituale, molto più grave, che consiste nel separarsi da Dio. Per questo dice: “ Non temete quelli che uccidono il corpo” » ma piuttosto chi può portare l’uomo a perdere la sua comunione con Dio. La vera paura deve essere quella di abbandonare la missione cedendo alla tentazione dell’infedeltà. Per rassicurare i suoi discepoli, Gesù ricorda loro che sono costantemente sotto la protezione del Padre: nessun passero cade a terra senza che Dio lo sappia e perfino i capelli del loro capo sono contati. Dio conosce e custodisce ciascuno personalmente. Gesù promette inoltre che chi lo riconoscerà davanti agli uomini sarà riconosciuto da Lui davanti al Padre. Essere cristiani significa perciò dichiararsi uniti a Cristo non solo a parole, ma con la vita poiché con il Battesimo siamo innestati in Lui e partecipiamo alla sua relazione con il Padre. Per questo San Paolo può affermare che nulla potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo. Quando Gesù dice: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre”, non pronuncia una condanna definitiva, ma ricorda la libertà umana. Come Pietro, che negò Gesù durante la Passione, anche chi si allontana può sempre tornare. E Cristo, come fece con Pietro dopo la risurrezione, continua a porre una sola domanda: Mi ami tu? Il discepolo di Cristo può incontrare ostilità e persecuzioni, ma non deve temere. La vera minaccia non è perdere la vita terrena, bensì allontanarsi da Dio. Chi rimane fedele a Cristo vive nella certezza che nulla potrà separarlo dal suo amore.
+Giovanni D’Ercole
11ma Domenica del tempo Ordinario (anno A) [14 Giugno 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (19,2-6a)
Questo brano dell’Esodo descrive il momento in cui Dio sta per stabilire l’Alleanza con Israele sul Sinai. Prima di dare i comandamenti, Dio ricorda al popolo ciò che ha già fatto per lui: lo ha liberato dall’Egitto e lo ha sempre guidato con amore e cura. L’immagine dell’aquila che porta i piccoli sulle proprie ali esprime bene il modo in cui Dio accompagna il suo popolo: non per renderlo dipendente, ma per educarlo alla libertà, come un genitore che insegna ai figli a camminare da soli. Anche il Deuteronomio presenta Dio come un’aquila che protegge, sostiene e istruisce i suoi piccoli. Su questa esperienza di amore e liberazione si fonda l’Alleanza: la fiducia del popolo nasce dal fatto che Dio ha già dimostrato la sua fedeltà. Per questo, nella Bibbia, la liberazione precede sempre i comandamenti. Dio promette a Israele: Sarete la mia proprietà particolare fra tutti i popoli, perché tutta la terra appartiene a me; sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. L’elezione di Israele non è pertanto un privilegio da vantare, ma una missione ricevuta per imparare ad amare. Israele è stato scelto non perché più forte o numeroso, ma perché amato da Dio. Con il tempo, il popolo comprenderà meglio che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, ma il Signore della terra. La vocazione di Israele è quindi universale: essere segno della presenza di Dio per tutti i popoli. L’espressione “regno di sacerdoti, nazione santa” indica che tutto il popolo è consacrato a Dio. Questa idea sarà ripresa dal Cristianesimo: secondo l’apostolo Pietro, tutti i battezzati partecipano a un “sacerdozio regale” e sono chiamati ad annunciare le meraviglie di Dio. Il messaggio centrale è che Dio libera, educa alla libertà e chiama il suo popolo a vivere una relazione di fiducia con Lui, non come privilegio esclusivo, ma come servizio e testimonianza per il bene di tutti.
Salmo responsoriale (99/100)
Questo Salmo è stato composto per accompagnare un sacrificio di ringraziamento nel Tempio di Gerusalemme. Già dalle sue parole emerge un clima liturgico: il popolo è invitato a lodare Dio, servirlo con gioia e ad entrare nella sua presenza per rendergli grazie. Il tema centrale del Salmo è pertanto l’Alleanza tra Dio e Israele. Ogni versetto richiama la memoria della liberazione dall’Egitto e dell’amore fedele con cui Dio ha scelto e guidato il suo popolo. Per Israele, rendere grazie significa anzitutto ricordare che Dio l’ha liberato quando era schiavo in Egitto e l’ha trasformato in un popolo. Ha stretto poi con questo popolo un patto di comunione. L’invocazione “Acclamate il Signore, voi tutti della terra” proclama che Dio è il vero Re e anticipa il giorno in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua signoria. Israele comprende così che la sua elezione non è un privilegio esclusivo, ma una missione al servizio di tutti i popoli. L’espressione “Servite il Signore nella gioia” assume quindi un significato particolare: dopo essere stati schiavi in Egitto, gli Israeliti imparano che il servizio a Dio non è schiavitù, ma una libera risposta d’amore. Quando il Salmo afferma “Egli ci ha fatti e noi siamo suoi”, non si riferisce anzitutto alla creazione dell’uomo, ma alla nascita di Israele come popolo dell’Alleanza. Dio ha dato identità e libertà a coloro che erano schiavi e dispersi. Le parole “Noi siamo il suo popolo” richiamano la promessa fondamentale dell’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo si conclude celebrando due caratteristiche essenziali di Dio: il suo amore eterno e la sua fedeltà senza fine. Nella Bibbia, infatti, “amore e verità o fedeltà” sono le espressioni che meglio descrivono il rapporto di Dio con il suo popolo. Il credente è chiamato a riconoscere il Signore come unico Dio, ricordando con gratitudine la sua opera di liberazione e confidando nel suo amore e nella sua fedeltà che durano per sempre.
Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Per san Paolo, la venuta di Gesù Cristo segna una svolta decisiva nella storia dell’umanità. Prima di Cristo, l’uomo, schiavo del peccato, non era capace di ritrovare da solo la strada verso Dio e si allontanava sempre più da Lui. La grande notizia del Vangelo è che Cristo ci ha rimessi sulla via giusta. Paolo afferma che siamo stati giustificati e riconciliati con Dio non per i nostri meriti, ma per pura grazia. È un dono gratuito: Dio prende l’iniziativa e offre la salvezza a tutti attraverso Gesù Cristo. L’espressione “Cristo è morto per noi” non significa che Dio abbia voluto o richiesto la morte violenta del Figlio come compensazione per i peccati dell’umanità. Dio è amore e non agisce secondo una logica di debiti e pagamenti. La morte di Gesù va compresa come la conseguenza della sua totale fedeltà alla missione ricevuta: annunciare l’amore, il perdono, la nonviolenza e la misericordia di Dio. Come un uomo che rischia la vita per salvare gli altri, Gesù ha accettato il rischio di essere rifiutato. È stato ucciso dagli uomini, vittima dell’odio e della violenza, non per volontà di Dio. Fino alla fine, però, ha continuato a testimoniare il perdono. Guardando alla croce, scopriamo allora il vero volto di Dio: non un Dio irato che cerca vendetta, ma un Dio di amore e di misericordia. In Gesù che perdona anche i suoi persecutori, si manifesta pienamente la bontà del Padre. La riconciliazione di cui parla Paolo consiste proprio nel superamento della sfiducia verso Dio, quella stessa sfiducia rappresentata da Adamo. Grazie allo Spirito Santo, l’uomo può finalmente vivere in pace con Dio e accogliere il suo amore. Per questo Paolo afferma che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori: attraverso Cristo siamo nuovamente introdotti nella comunione con Dio e diventiamo suoi figli. La salvezza dunque è un dono gratuito di Dio. La morte di Cristo non è un prezzo richiesto da Dio, ma la suprema testimonianza del suo amore e del suo perdono, che ci riconciliano con il Padre e ci aprono una vita nuova.
Dal Vangelo secondo Matteo (9,36-10,8)
Gli uomini dell’Antico Testamento avevano già scoperto che Dio è misericordioso, cioè si china sulla sofferenza umana. Mentre Gesù nel vangelo manifesta la stessa compassione, non si limita però a provare un sentimento di pietà, ma interviene concretamente per guarire e liberare. Per questo la missione di Gesù e dei suoi apostoli è anzitutto una missione di guarigione. Gesù annuncia il Regno di Dio e, nello stesso tempo, ne offre segni visibili: guarisce i malati, libera dagli spiriti maligni e ridona vita e speranza. Quando invia i discepoli, affida loro lo stesso compito: proclamate che il Regno è vicino e combattete il male in tutte le sue forme. Gesù è mosso da compassione non solo per le sofferenze individuali, ma anche per il popolo intero, che vede ”come pecore senza pastore”. In Lui si realizzano le promesse dell’Antico Testamento sul Messia-pastore che avrebbe radunato e guidato il suo popolo. Quando Gesù chiede agli apostoli di rivolgersi anzitutto alle pecore perdute della casa d’Israele, non esclude gli altri popoli, ma ricorda la missione particolare di Israele: essere il primo destinatario della salvezza e poi portarla a tutte le nazioni. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: in quest’espressione si riassume la vita del credente. Tutto ciò che riceviamo da Dio è infatti gratuito. La sua grazia non si compra e non si merita; è un dono d’amore. Tuttavia, spesso fatichiamo ad accettare questa gratuità e pensiamo di dover “guadagnare” il favore di Dio. Come Dio dona gratuitamente, così anche noi siamo chiamati a dare gratuitamente. Ciò significa aiutare, servire, amare e perdonare senza cercare ricompense, riconoscimenti o vantaggi personali. Addirittura Gesù invita i suoi discepoli ad amare senza condizioni persino i nemici e a non aspettare che gli altri meritino il nostro aiuto. Chi ha sperimentato il perdono gratuito di Dio è chiamato a diventare a sua volta strumento di perdono e di misericordia. Infine, Gesù insegna la fiducia: ha scelto apostoli molto diversi tra loro e ha affidato loro una grande missione senza pretendere garanzie. Così anche oggi Dio continua a chiamare persone fragili per collaborare alla sua opera. In fondo comprendiamo che il Regno di Dio si realizza malgrado le nostre fragilità e talora tradimenti. Si manifesta anche attraverso la guarigione, la compassione e soprattutto nella vittoria sul male. Chi ha ricevuto gratuitamente l’amore di Dio è chiamato a donarlo agli altri con la stessa gratuità, fiducia e misericordia, nella certezza che è Dio artefice di tutto e noi siamo solo strumenti nelle sue mani.
+Giovanni D’Ercole
Solennità del Corpus Domini [7 giugno 2026]
Prima lettura dal Libro del Deuteronomio (8,2-3.14b-16°)
ll testo richiama il popolo d’Israele a ricordare la lunga traversata del deserto dopo l’uscita dall’Egitto guidato da Mosè. I quarant’anni nel deserto furono segnati da fame, sete, povertà, serpenti, scorpioni e solitudine. Ma il punto centrale non è la sofferenza in sé: è la presenza fedele di Dio nel mezzo delle prove. Dio nutrì il popolo con la manna; fece scaturire acqua dalla roccia; protesse Israele durante il cammino; concluse l’Alleanza sul Sinai. Le prove del deserto vengono presentate come una “pedagogia” divina: Dio educa il suo popolo come un padre educa il figlio. Attraverso la fragilità, Israele impara due verità: la propria povertà e dipendenza, e nel contempo la costante cura di Dio. Il messaggio fondamentale è che l’uomo non vive solo di pane, ma di tutto ciò che viene da Dio: la sua Parola, il suo Spirito, la sua presenza. Il testo insiste anche sul dovere della memoria: “Ricòrdati”, “non dimenticare”. Ricordare significa restare fedeli alle proprie radici e all’Alleanza. Dimenticare Dio porta all’idolatria e alla schiavitù di altri poteri. Quando Israele si stabilirà nella terra promessa di Canaan, il pericolo non sarà più il deserto, ma il benessere e l’oblio. Per questo l’obbedienza ai comandamenti diventa essenziale. L’ultima parte propone un’immagine significativa: la memoria è come le radici di un albero; un popolo senza memoria muore spiritualmente; il futuro dipende dalla fedeltà alle proprie radici. Infine il testo collega tutto a Gesù Cristo, che nel deserto riprende le parole del Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane”. Nella festa del Corpo e Sangue di Cristo, il credente è invitato ad accogliere Dio dentro di sé. La memoria di un popolo (o di una comunità, o di una coppia) è un po’ come le radici di un albero: oggi si vede l’albero, non si vedono le radici… eppure vive solo grazie a esse e deve tutto a esse in un certo senso. Immaginate un albero che dicesse: “mi separo dalle mie radici, mi impediscono di spostarmi, peggio, mi impediscono di volare. Il seguito della storia si sarebbe la morte dell’albero. Nel senso vero del termine, il futuro dell’albero sta nelle sue radici. Quando Mosè dice al suo popolo “Ricordati” o “non dimenticare”, è come se gli dicesse “non tagliarti le tue radici”, “il tuo futuro sta nella tua fedeltà alle radici”. Mosè non si volta al passato per sentimento; ma è proprio perché è tutto proteso verso il futuro che si preoccupa della fedeltà alle radici. Dice qualcosa come: ‘Se vuoi essere ancora in piedi domani, non dimenticare oggi ciò che sei e grazie a chi lo sei’. Di secolo in secolo, Israele si è costruito restando fedele alle sue radici. Gesù, a sua volta, per resistere al tentatore, ha ripreso semplicemente le parole del Deuteronomio: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Mt 4,4).
Salmo Responsoriale Salmo 147/148
Glorifica il Signore, Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Bisogna cogliere questo parallelismo: Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa. E, d’altronde, quando si parla di Sion o di Gerusalemme, qui, più che della città, si tratta degli abitanti, cioè del popolo d’Israele in definitiva. L’espressione: “Glorifica il Signore Gerusalemme!” può essere datata facilmente: siamo al ritorno dall’esilio a Babilonia, quindi alla fine del VI secolo quando fu necessario ricostruire la città e risollevare il Tempio. Senza l’aiuto di Dio nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile: Egli ha rafforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme! Nel salmo precedente, Dio è chiamato il “costruttore di Gerusalemme” e il “raccoglitore dei dispersi d’Israele” (Sal 146/147 A,2). Ma non si tratta soltanto di un lavoro da architetto che Dio ha compiuto: questo ritorno alla patria è una vera restaurazione del popolo, una vita nuova sta per cominciare; una vita nella pace e nella sicurezza: “Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento”. In esilio si è mangiato il pane delle lacrime e dell’amarezza; il ritorno alla patria è il tempo dell’abbondanza. Il secondo accento molto forte di questo salmo è la coscienza acuta del privilegio che rappresenta l’elezione d’Israele: il Signore non ha fatto così per nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere ad esse le sue leggi. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio: egli ti ha scelto per essere il suo popolo, il suo possesso particolare fra tutti i popoli della terra (Dt7,6; 10,15). Si tratta di una scelta libera e inspiegabile di Dio di cui non si cessa mai di meravigliarsi e di rendere grazie. A vista umana, questa scelta non si spiega; l’unica spiegazione che Mosè abbia trovato è perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro discendenza e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua presenza e la sua grande potenza (cf Dt 4,37). È dunque semplicemente una storia d’amore senza altra spiegazione. All’origine Israele non avvertiva di vivere un’Alleanza esclusiva con il Dio del Sinai e pensava che altri popoli avessero i propri dèi protettori: Israele non era ancora monoteista, ma “monolatra” (si dice anche “enoteista”), cioè rendeva culto a un solo Dio, il Dio del Sinai, che lo aveva liberato dall’Egitto. Divenne realmente “monoteista” solo durante l’esilio a Babilonia (nel VI secolo a.C.). Avvenne allora un nuovo salto nella fede insieme alla scoperta dell’universalismo: se il Dio del Sinai era l’unico Dio, allora era anche il Dio di tutti i popoli. Tuttavia l’elezione d’Israele non veniva per questo smentita, come si vede in alcuni testi del profeta Isaia: “Tu, Israele, mio servo che ho scelto, discendenza di Abramo mio amico…Non temere, perché io sono con te…io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is41,8-10). Sempre Isaia seppe far comprendere ai suoi contemporanei che la loro elezione assumeva ormai un altro volto, quello di una vocazione al servizio degli altri popoli per essere presso di loro testimoni di Dio. “Ti rendo luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is49,6).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (10,16-17)
In questo testo Paolo inquadra tutto con due ammonizioni: “Carissimi, fuggite l’idolatria” (v. 14) “Vogliamo provocare la gelosia del Signore?” (v. 22) Nella Bibbia la “gelosia” di Dio è sempre un avvertimento contro l’idolatria. A Corinto alcuni cristiani, convertiti dal paganesimo, erano tentati di continuare a partecipare ai banchetti sacri nei templi degli idoli facendo sacrifici di animali. Per Paolo non ci sono mezze misure: o si entra in comunione con il Dio vivente nell’Eucaristia, o si cerca un’altra comunione. Non si può partecipare “alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni”. Altra questione pratica era se un cristiano poteva mangiare la carne dei sacrifici idolatrici venduta al mercato. Paolo risponde che si può magiare perché gli doli non esistono e allora non carne sacra , tuttavia occorre evitare di scandalizzare chi è debole nella fede.
Insiste poi sul pasto cristiano dell’Eucaristia che è al contrario comunione reale con Cristo Paolo insiste sul significato del pasto cristiano e si chiede: forse che il calice della benedizione non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» La parola greca è koinonia: comunione, partecipazione intima, appartenenza reciproca. Cristo stesso, nell’Ultima Cena, ha parlato di “Alleanza nuova nel mio sangue”. e nell’Alleanza biblica c’è appartenenza reciproca: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Tutta la Liturgia eucaristica è il luogo dove l’Alleanza si compie. L’Eucaristia è un pasto di comunione come nei culti antichi, ma cambia il valore del sacrificio. Dio non chiede più l’uccisione di animali, ma il dono della vita: “Sacrificio e offerta non gradisci, [...] allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39/40). Cristo ha offerto tutta la sua vita. e, partecipando all’Eucaristia, uniamo la nostra vita alla sua per offrirla al Padre. Paolo osa dire: “Il pane che spezziamo è comunione con il corpo di Cristo”, cioè formiamo un solo corpo con Lui, e per questo possiamo vivere come Lui. Sant’Agostino lo riassume: “Diventate ciò che ricevete, ricevete ciò che siete”. Ricevendo il Corpo e Sangue di Cristo diventiamo, a nostra volta, vite offerte per la nascita di una umanità nuova; scelta esclusiva perché non si può servire Dio e gli idoli e, nella logica del dono,
il sacrificio cristiano è offrire la propria vita unita a quella di Cristo. Diventiamo pane spezzato per gli altri per cui, in una sola frase: comprendiamo che l’Eucaristia è il luogo dove il Dio trascendente si fa intimamente a noi vicino e ci trasforma in dono per il mondo.
Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
Qui c’è un discorso inaccettabile che però è parola di Vita. Dopo il discorso sul Pane di vita molti discepoli abbandonano Gesù. Le sue parole sono umanamente incomprensibili. Gesù allora si rivolge direttamente ai Dodici: “Volete andarvene anche voi? e Pietro risponde: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. È il paradosso della fede: queste parole non si spiegano a rigor di logica, ma soltanto vivendole e la lezione è chiara: non è sui libri che si capisce cosa è l’Eucaristia, ma partecipandovi e lasciandosi coinvolgere nel mistero di Cristo. La parola “vita” torna ripetutamente in questo discorso: “Il pane che io darò è la mia carne, data per la vita del mondo” e, come si legge nella Lettera agli Ebrei: “entrando nel mondo Cristo dice «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». E la volontà di Dio è che il mondo abbia la vita. È un dono gratuito, come già Isaia aveva annunciato: “Voi tutti assetati, venite all’acqua… comprate senza denaro, senza pagamento» Is55,1-3) perché ciò che ci fa vivere è il dono della vita di Cristo, cioè il suo sacrificio. La pedagogia biblica sul sacrificio mostra una progressiva conversione: dall’idea di sacrifici cruenti, anche umani, al divieto assoluto dei sacrifici umani per accettare il sacrificio come offerta di pane e vino (Melchisedek Gn14,18). I Canti del Servo fanno inoltre comprendere che il vero sacrificio è donare la vita per gli altri. E Gesù dice che la sua vita è data tutta per gli uomini. Il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo abbia la vita. Nel sacrificio eucaristico, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, Cristo rimane in noi e noi in lui; in Gesù dunque accogliamo la vita stessa di Dio: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia me vivrà per me”. La conversione indispensabile è passare dal “fare il sacro” cioè offrire delle cose a Dio ad imparare ad accogliere la Vita che Dio ci dà in Cristo, per diventare a nostra volta vita donata agli altri. In sintesi: l’Eucaristia non si spiega ma va vissuta perché è il dono della vita di Cristo che ci fa entrare in Lui, ci trasforma e ci rende capaci di donare la vita per il mondo. Una nota finale: la parola carne che qui Gesù utilizza equivale a “vita” e si può quindi leggere che l’Eucarestia è la vita sua data perché il mondo abbia la vita. Come? Attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Immersi nel mistero pasquale con l’Eucarestia, ognuno di noi è chiamato ad accogliere la vita che Dio ci dona per essere a nostra volta Eucarestia, dono della vita per tutti.
+Giovanni D’Ercole
Solennità della Santissima Trinità (anno A) [31 Maggio 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (34, 4-6.8-9)
Il testo presenta uno dei momenti più preziosi della rivelazione biblica: Dio parla di sé e proclama il proprio nome davanti a Mosè, che si prostra riconoscendo la grandezza di ciò che ascolta. Dio si definisce «il Signore (YHWH), Dio tenero e misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Questo nome, già rivelato nel roveto ardente, è il fondamento della fede d’Israele. Già allora Dio aveva mostrato il suo volto: vede la miseria del suo popolo in Egitto, ascolta il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende per liberarlo, suscitando in Mosè la forza necessaria. Questo significa che l’uomo non è mai solo nella prova: Dio è presente, accompagna e sostiene. La Pasqua ebraica ricorda ogni anno questo intervento liberatore. Nel testo odierno si compie però un passo ulteriore: Dio non prova soltanto compassione, ma ama profondamente. Il suo “passare” davanti a Mosè richiama il passaggio durante l’Esodo: ogni volta che Dio passa, libera. Questa seconda rivelazione è ancora più importante perché libera l’uomo dalle false immagini di Dio. Non è l’uomo ad aver inventato un Dio buono: è Dio stesso che si è rivelato così in modo inatteso. Mosè comprende bene il significato di “lento all’ira” e chiede perdono per il popolo, consapevole della sua infedeltà. Israele è descritto come “popolo dalla dura cervice”, immagine presa dal giogo agricolo: come animali che resistono al giogo, così il popolo fatica a camminare al passo con Dio nell’alleanza. Nonostante ciò, Mosè confida che Dio continuerà a perdonare e a mantenere il popolo come sua eredità. Infine, la fedeltà (“verità”) di Dio rimane il fondamento della speranza: Egli non abbandona il suo popolo e non dimentica l’alleanza. Per questo Israele resta il popolo eletto e, come ricorda anche il Nuovo Testamento, Dio rimane sempre fedele, anche quando l’uomo è infedele.
Salmo Responsoriale Cantico di Daniele (3,52-56)
Per comprendere il libro di Daniele, si può usare un paragone moderno: negli anni ’80, durante la dominazione sovietica in Cecoslovacchia, una giovane attrice mise in scena un’opera su Giovanna d’Arco. In apparenza parlava della Francia del XV secolo, ma tra le righe il messaggio era chiaro: come Giovanna, anche il popolo ceco poteva resistere all’oppressione. Allo stesso modo, il libro di Daniele, scritto nel II secolo a.C. durante la persecuzione del re greco Antioco IV Epifane è un testo di resistenza. Racconta storie ambientate in epoca più antica, sotto il re babilonese Nabucodonosor, ma in realtà parla della situazione contemporanea dell’autore. Il suo scopo è incoraggiare i fedeli a rimanere saldi, fino al martirio. Un episodio centrale è quello dei tre giovani Sidrac, Misac e Abdenago, condannati a essere bruciati vivi per aver rifiutato di adorare una statua. Gettati in una fornace ardente, sono miracolosamente salvati: le fiamme uccidono i loro carnefici, mentre essi camminano indenni nel fuoco, lodando Dio. Il miracolo più grande è però la loro fede: riconoscono i peccati del popolo e si affidano umilmente alla misericordia di Dio. Nel loro canto proclamano: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri”. È un richiamo all’alleanza con Abramo, Isacco e Israele, alle promesse divine e alla storia di salvezza, ma anche ai continui perdoni di Dio nonostante le infedeltà del popolo. Quando si parla del “Nome” di Dio, si indica Dio stesso con rispetto. Il riferimento al “tempio santo” riflette il contesto storico della persecuzione: anche quando il culto viene profanato, si afferma che Dio solo è il vero Signore. Le immagini del trono e dei cherubini richiamano il Santo dei Santi del Tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è un messaggio di speranza: anche nelle prove più dure, Dio è presente e il male non avrà l’ultima parola. Il canto diventa così un inno di fiducia e di vittoria: nonostante la violenza e la persecuzione, la fede resta salda. Questo messaggio di resistenza e speranza rimane attuale anche oggi.
Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti (13,11-13)
L’ultima frase: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, è la formula con cui inizia la celebrazione eucaristica, e non è un caso: san Paolo conclude così la seconda lettera ai Corinzi, riassumendo l’intero progetto di Dio. Questa espressione, pronunciata dal celebrante a nome di Dio, indica che Dio invita l’umanità a entrare nella sua intimità, cioè nella comunione d’amore della Trinità. “Grazia”, “amore” e “comunione” esprimono la stessa realtà: la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il verbo al congiuntivo “siano con voi” non indica un dubbio su Dio, che è sempre fonte di perdono, benedizione e presenza, ma richiama la libertà dell’uomo: Dio offre continuamente il suo amore, ma l’uomo è libero di accoglierlo o rifiutarlo. Questa chiara espressione della Trinità è rara nella Bibbia e segna il compimento della rivelazione in Gesù Cristo. Da qui nascono le esortazioni di Paolo, a cominciare dalla gioia: “Fratelli, siate nella gioia”. Nella Bibbia la gioia è legata all’esperienza della liberazione, come alla fine di una guerra o il ritorno dall’esilio, quando il popolo sperimenta la salvezza di Dio. Queste liberazioni che avvengono nella storia anticipano la gioia definitiva promessa da Dio, quella di una creazione nuova. Gesù stesso parla di questa gioia piena e definitiva al termine del suo discorso nell’ultima cena: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” e promette una gioia che nessuno potrà togliere, anche attraverso le prove. La seconda esortazione di Paolo riguarda l’unità e la pace: “Siate concordi… vivete in pace”. L’unità tra i credenti è essenziale, perché è la testimonianza di Dio al mondo ed è l’eco della preghiera di Gesù: “Che siano una cosa sola”. Paolo insiste su un’unica fede, un solo Signore, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. Questa comunione si esprime anche nel gesto liturgico del bacio di pace, già presente nelle prime comunità cristiane. Testimonianze antiche, come quella di san Giustino e di sant’Ippolito, mostrano come questo gesto fosse parte integrante della celebrazione, segno concreto di unità e fraternità.
Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: in questa frase si esprime il grande passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Che Dio ami l’umanità era già noto, ed era la grande scoperta di Israele; la novità è il dono del Figlio per la salvezza di tutti. Dio ha tanto amato il mondo… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Secondo il Vangelo di Giovanni, basta credere per essere salvati: chi accoglie Cristo diventa figlio di Dio e possiede già la vita eterna. Questa “vita eterna” è la vita dello Spirito ricevuta nel Battesimo: è la vera salvezza, cioè vivere in pace con sé stessi, con gli altri, come fratelli tra gli uomini e figli di Dio. Per essere salvati basta rivolgersi a Gesù, lasciarsi trasformare da lui, passare da un cuore di pietra a un cuore di carne. In linguaggio biblico: “alzare lo sguardo verso di lui”. È una notizia straordinaria, se presa sul serio perché sul volto del Crocifisso si rivela il vero volto di Dio Nel volto di Cristo crocifisso, che dona liberamente la vita, l’umanità scopre infatti il vero volto di Dio: non un Dio dominatore o vendicatore, ma un Dio che è amore e misericordia. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. Ciò che è richiesto è solo la fede: credere in Dio che salva per essere salvati. Nei Vangeli, infatti, Gesù ripete spesso: “La tua fede ti ha salvato”. L’evangelista Giovanni collega questo mistero alla profezia di Zaccaria: guardare colui che è stato trafitto porta alla conversione e alla purificazione. Questa visione ritorna anche nell’Apocalisse: tutti vedranno colui che hanno trafitto. L’espressione Figlio unico indica che Gesù è la pienezza della grazia e della verità, l’unica fonte della vita eterna e il capo dell’umanità nuova. Il progetto di Dio è che tutta l’umanità sia unita in Cristo e partecipi alla vita della Trinità: questa è la salvezza, la vera vita, già presente fin d’ora. La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo: conoscere Dio significa riconoscerlo come misericordia ed entrare in contatto profondo con lui secondo il significato che “conoscere “riveste in san Giovanni. “Evitare il giudizio” significa evitare la separazione da Dio: basta credere nel suo perdono. Come nelle relazioni umane, se si crede nel perdono si può tornare e riconciliarsi; se non si crede, si resta chiusi nel proprio errore. Così anche con Dio. Dio offre la salvezza, ma non la impone e l’uomo resta sempre libero. Chi crede si salva; chi rifiuta la fede si autoesclude. Lo mostra in maniera straordinaria il buon ladrone quando si rivolge a Gesù crocifisso insieme a lui. Pur avendo vissuto una vita sbagliata, all’ultimo istante prima di morire si affida a Gesù e riceve una sorprendente promessa: Oggi stesso sarai con me nel Paradiso.
+Giovanni D’Ercole
Domenica di Pentecoste (anno A) [24 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)
Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret.
Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.
Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.
Salmo responsoriale (103/104)
Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo, creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore” Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione del Dio dell’Alleanza.
Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)
Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”. Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste, Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)
Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso i miseri cioè verso tutti noi. Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!
+Giovanni D’Ercole
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
don Giuseppe Nespeca
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