don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 17 Aprile 2026 15:04

3a Domenica di Pasqua

Terza Domenica di Pasqua (anno A)  [19 aprile 2026] 

 

*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)

Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato.  Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia?  La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione.  Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo

 

*Salmo Responsoriale (15/16)

Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui  Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce  così  anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto.  L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo  prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)

Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato;  ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e  di conseguenza conoscevano  bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico.  Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La  seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù.  Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed  è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà,  una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora,  annota Pietro,  la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati   in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio  la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)

Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il  Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e  con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto  che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva  che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.

 

+Giovanni D’Ercole 

Considerazioni sul cibo

Diversi spunti mi hanno suggerito questa  riflessione.

Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”

E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.

Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.

Infine circa un mese fa  una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.

E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.

Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.

Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.

Il concetto ideale consiste nel  nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.

A volte  capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo.  Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro. 

Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è  intorno al 1600 circa che inizia  ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.

Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.

La  storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.

Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.

Le “mistiche” attuavano digiuni  per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.

Nel tempo attuale  i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.                                  

Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti.  Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.

La bulimia  consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.                                                                                                                                                                                                                                                                                       

Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.

Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture  meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.

Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva. 

Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le  giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.

Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani. 

Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.

In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.

Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso. 

Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità. 

Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.

Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .

Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.

Queste persone sono accumunate  in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.

Ma è una questione di  “quanto è forte questo sentire” perché ogni  persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.

Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una  falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.

Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.

 

Dr. Francesco Giovannozzi  Psicologo – Psicoterapeuta

Martedì, 07 Aprile 2026 09:49

2a Domenica di Pasqua

Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia  [12 Aprile 2026]

 

*Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)

Ecco uno scorcio della primissima comunità cristiana, come san Luca ama offrirne negli Atti degli Apostoli. Più volte, praticamente quattro, egli traccia, in poche righe, un ritratto di questo tipo; si direbbe quasi delle foto di famiglia, colte sul vivo. Messi insieme, questi quadri delineano un’immagine che ci appare quasi idilliaca della vita dei primi cristiani: assidui all’insegnamento degli apostoli e alla preghiera, vivono nella lode del Signore e mettono tutto in comune, seminano lungo il loro cammino numerose guarigioni e accolgono continuamente nuovi membri…Ciò non impedisce a Luca di raccontare, altrove, alcune difficoltà molto concrete di queste stesse comunità… Anania e Saffira, per esempio, che hanno fatto fatica a vivere fino in fondo la condivisione dei beni; e, cosa ancora più grave, le difficoltà di convivenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di origine pagana… Ci si può allora chiedere quale messaggio Luca voglia trasmetterci tracciando ritratti così belli, quasi irreali. Questo fa pensare alle foto di famiglia dei giorni di festa che adornano le pareti delle nostre case, gli album fotografici o i collage che amiamo guardare. Evidentemente, si sono scelte le immagini migliori; guardandole, prendiamo coscienza della bellezza delle nostre famiglie e della gioia di alcuni giorni privilegiati. Per san Luca è certamente questo, ma è anche molto di più: è la prova che i tempi messianici sono arrivati. Gli apostoli sono diventati capaci di vivere da fratelli grazie al dono dello Spirito. E? tutto ciò che lo Spirito ci rende capaci di fare: lui che prosegue la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione (secondo la splendida espressione della preghiera eucaristica). Questo è il segno dello Spirito effuso sul mondo dal Messia: è proprio ciò che avevano promesso i profeti. La fraternità, la pace, la giustizia, l’abolizione del male sono i valori del Regno di Dio che il Messia doveva instaurare e di cui i primi cristiani hanno dato più volte l’esempio. Questa è la prova che Gesù è davvero il Messia atteso, la prova che ha effuso sul mondo lo Spirito di Dio. Allora si comprende l’espressione: “Un senso di timore era in tutti”: è lo stupore davanti all’opera di Dio. Luca ci dice: vedete, fratelli miei, i primi segni del Regno sono già qui; ecco ciò che lo Spirito Santo ci permette di vivere nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità quando ci lasciamo guidare da lui nella luce di Pasqua. Dalla Risurrezione di Cristo è nata un’umanità nuova, quella che cresce lentamente attorno e all’immagine del Figlio di Dio. San Paolo direbbe: guardate, siamo davvero risorti! Cioè: viviamo realmente una vita nuova; l’uomo vecchio (il comportamento di un tempo) è morto. Luca, pagano convertito, si meraviglia dell’espansione irresistibile del Vangelo: Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Osservo, di passaggio, che è il Signore a far entrare nuovi membri nella comunità! A noi, che cosa è chiesto? Forse, semplicemente, di essere vere comunità cristiane, degne di questo nome. Perché è attraverso la sua vita molto concreta che la comunità rende testimonianza alla Risurrezione di Cristo: una vita fatta di condivisione della Parola e del pane, di preghiera, di condivisione di tutti i beni, il tutto nella gioia! È davvero un mondo capovolto! In particolare, lo spogliamento personale e la condivisione di tutti i beni: ecco qualcosa di irrealizzabile per uomini ordinari… a meno che non siano abitati dallo Spirito di Dio, quello che Cristo stesso ha donato loro. Gesù aveva detto: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. È questo che dimostrerà al mondo intero che Gesù è vivo; ed è questo che giudica una volta per tutte le nostre liti e maldicenze, le nostre intolleranze e divisioni, i nostri rifiuti di condividere. Naturalmente, non ci è vietato attingere da questi bei ritratti dei criteri per verificare la qualità delle nostre comunità (famiglie, gruppi, comunità cristiane). È un po’ come se Luca ci dicesse: chi ha orecchi per intendere, intenda! Perché, in fondo, quello che abbiamo ascoltato è proprio un programma di vita cristiana; se conto bene, ci sono quattro punti: ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere la comunione fraterna (fino alla condivisione dei beni), spezzare il pane e partecipare alle preghiere. Per concludere, mi sembra che la grande Buona Notizia di questo testo sia questa: questo comportamento nuovo, ispirato dallo Spirito Santo, è possibile! Proprio come le foto dei giorni di festa ci ricordano le possibilità di amore nelle nostre famiglie. Ma questo può anche suggerirci alcune domande: Luca annota che erano “perseveranti insieme” nel tempio e fedeli nello spezzare il pane nelle case con letizia  semplicità di cuore. .Oggi diremmo: vivevano l’Eucaristia. Questo significa almeno tre cose: anzitutto, la Messa della domenica è molto più di un obbligo è una necessità vitale: la pratica eucaristica è indispensabile per ciascuno di noi nella vita di fede. Inoltre, cosa ancora più seria, ogni volta che uno di noi non partecipa all’Eucaristia, è la comunità stessa a essere privata di uno dei suoi membri. Infine, terzo aspetto, una comunità è gravemente penalizzata quando è privata di questo nutrimento regolare: ciò pone evidentemente il problema di tante comunità cristiane prive di sacerdote, talvolta da molto tempo, mentre alcune parrocchie nelle nostre regioni offrono un’ampia scelta di orari di Messe per rispondere a tutte le esigenze. Non possiamo che ammirare il dinamismo della fede di coloro che sanno far vivere le loro comunità nonostante l’assenza del sacerdote.

 

*Salmo responsoriale (117/118)  

 Abbiamo già cantato questo salmo 117/118 durante la notte pasquale e nel giorno stesso di Pasqua. E anzi, ogni domenica ordinaria, esso fa parte dell’Ufficio delle Lodi nella Liturgia delle Ore. Non c’è da stupirsi: per gli Ebrei, questo salmo riguarda il Messia; per noi cristiani, quando celebriamo la Risurrezione di Cristo, riconosciamo in lui il Messia atteso da tutto l’Antico Testamento, il vero re, il vincitore della morte. È dunque su questo duplice livello — dell’attesa ebraica e della fede cristiana — che occorre considerarlo. Per la fede ebraica è un salmo di lode: comincia infatti con la parola Alleluia, che significa lodate Dio e che dà bene il tono dell’insieme; inoltre, comprende ventinove versetti e, su questo insieme, compare più di trenta volte la parola “Signore” (il tetragramma YHWH) ho almeno “Yah” che ne è la prima sillaba… e sono altrettante espressioni di lode per la grandezza di Dio, l’amore di Dio, l’opera di Dio per il suo popolo… Una vera litania! Questo salmo di lode è previsto per accompagnare un sacrificio di azione di grazie durante la festa delle Capanne, festa importante e gioiosa che dura otto giorni in autunno: troviamo tracce della gioia di questa festa nel testo stesso del salmo. Per esempio: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo”.

Durante questa festa si abita per otto giorni sotto le tende, in memoria delle tende dell’Esodo dopo l’uscita dall’Egitto, per ritrovare il senso dell’Alleanza. Poi vi sono numerose celebrazioni nel Tempio di Gerusalemme e si compiono processioni attorno all’altare agitando rami e cantando “Osanna”, che significa “Dona, Signore, dona la salvezza” ed essendo l’attesa del Messia molto viva nello spirito di questa festa, si ripete “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, come una sorta di preghiera per affrettarne la venuta. Un altro rito significativo era una grande e spettacolare illuminazione del Tempio, nell’ultima sera. Tutti questi riti risuonano in questo salmo, a condizione di leggerlo per intero. Per esempio in altri versetti che non ascoltiamo nella liturgia della seconda domenica di Pasqua si proclama “Con rami in mano, formate il corteo fino all’altare… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, “Di, il Signore ci illumina” alludendo all’illuminazione dell’ultima sera. Tutto questo riguarda le parole della lode e questi sono i motivi: per parlare della storia d’Israele, il salmo racconta la vicenda di un re che ha appena affrontato una guerra senza pietà e ha ottenuto la vittoria. Questo re viene ora a rendere grazie al suo Dio per averlo sostenuto. Dice per esempio: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signor mi ha aiutato… e ancora tutte le nazioni mi hanno circondato: nel nome del Signore le ho sconfitte… e ancora: Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore””.  Chi parla è dunque un re che è scampato miracolosamente a tutti gli attacchi dei popoli nemici; ma in realtà sappiamo cosa leggere tra le righe: è la storia del popolo d’Israele. Molte volte, nel corso della sua storia, ha sfiorato l’annientamento; ma ogni volta il Signore lo ha rialzato, ed esso lo celebra in questa grande festa delle Capanne: canta “Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. Questo ruolo di testimone delle opere del Signore è la vocazione propria d’Israele; ed è nella coscienza stessa di questa vocazione che ha trovato la forza di sopravvivere a tutte le sue prove lungo la storia. Per noi cristiani questo salmo richiama una parentela tra la festa ebraica delle Capanne e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che commemoriamo nella Domenica delle Palme. Ma soprattutto, la gioia che attraversa questo salmo si addice al Risorto nel mattino di Pasqua! Egli è quel re vittorioso e, a ben vedere, gli evangelisti, ciascuno a modo suo, ce lo presenta come il vero re. Matteo  ad esempio, ha costruito l’episodio della visita dei Magi in modo da farci comprendere che il vero re non è quello indicato dagli storici ( Erode), ma il bambino di Betlemme… oppure Giovanni, che,  nel racconto della Passione, presenta chiaramente Gesù come il vero re dei Giudei. Meditando il mistero di questo Messia rifiutato, disprezzato, crocifisso, gli apostoli hanno scoperto un nuovo senso di questo salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”.  Gesù lo aveva già citato nella parabola dei vignaioli omicidi mostrando che è lui la pietra angolare, rifiutata dai costruttori e divenuta pietra fondamentale cioè, rifiutato dal suo popolo, è diventato la pietra di fondazione del nuovo Israele. Egli è veramente “colui che viene nel nome del Signore” come dice il salmo: questa stessa espressione è stata usata durante il suo ingresso solenne a Gerusalemme. Infine, sappiamo che questo salmo veniva cantato a Gerusalemme in occasione di un sacrificio di azione di grazie. Gesù, invece, ha appena compiuto il sacrificio di azione di grazie per eccellenza! Egli prende la guida del nuovo Israele che rende grazie a Dio suo Padre: ed è proprio questo che caratterizza Gesù. Tutto il suo atteggiamento verso il Padre è azione di grazie inaugurando così tra Dio e l’umanità l’Alleanza nuova: quella in cui l’umanità non è altro che risposta d’amore all’amore del Padre.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera si san Pietro apostolo (1, 3-9)          

 Alcuni si chiedono se Pietro non abbia ripreso qui un inno che si cantava durante i battesimi… Non ne abbiamo la prova, ma è comunque un’ipotesi interessante che può aiutarci a comprendere meglio questo testo. Si riconoscono facilmente tre strofe di cui offro un breve riassunto: Prima strofa (vv. 3, 4, 5): “Benedetto sia Dio…”. Egli ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Cristo e ormai viviamo nella fede e nella speranza; come dice un canto ben conosciuto: Dio fa di noi, in Gesù Cristo, uomini liberi. Seconda strofa (vv. 6 e 7): la speranza ci fa già sussultare di gioia, ma siamo ancora nel tempo della prova della nostra fede. Terza strofa (vv. 8 e 9): beati quelli che credono senza aver visto; la nostra fede ci dona già una gioia inesprimibile che ci trasfigura. La parola fede compare cinque volte in queste poche righe. Non è sorprendente, se ci troviamo in una celebrazione battesimale; e vi è anche una gioia straordinaria, che egli definisce inesprimibile, nonostante le prove presenti (anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo da varie prove, v. 6): qui si rivolge evidentemente a comunità cristiane che vivono in un mondo ostile, probabilmente perseguitati e questo sembra proprio essere il caso dei destinatari di Pietro. Riprendo ora per comodità le tre strofe una per una: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”: la forma è giudaica, il contenuto è cristiano; iniziare con una grande benedizione di Dio è tipico della preghiera ebraica; ed è certamente qualcuno che ha molto cantato i salmi a poter scrivere un testo simile! Ma il contenuto è cristiano: nei salmi Dio è celebrato come il Dio dei Padri, Abramo, Isacco, Giacobbe… ormai la Rivelazione ha compiuto un passo decisivo: Dio è conosciuto come Padre di Gesù Cristo ed è per mezzo di Gesù Cristo che realizza il suo disegno sull’umanità. “Dio ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Gesù Cristo”: come Gesù stesso nel dialogo con Nicodemo, Pietro parla del battesimo come di una nuova nascita, e questa nuova nascita ha la sua sorgente nella risurrezione di Cristo; oggi noi, dopo ben oltre duemila anni di cristianesimo, siamo talmente abituati alla formula “Gesù Cristo è risorto” che forse non ne percepiamo più lo shock; ma i primi cristiani lo vivevano come una vera rivoluzione: ormai, per loro, il volto del mondo era cambiato; come dice Paolo, il mondo antico è passato, ne è nato uno nuovo (2 Cor 5).

Si ritrova anche molto forte in Pietro un altro tema tipico di Paolo: la tensione tra il presente e il futuro: tutto è già compiuto nella risurrezione di Cristo e dunque egli parla al passato: Dio ci ha fatto rinascere… tutto è già deciso, per così dire; ma tutto resta ancora da venire: siamo protesi verso la salvezza pronta a rivelarsi negli ultimi tempi, come dice Pietro. La parola “salvezza! si potrebbe tradurre con vita… che non conosce né corruzione, né macchia, né marcimento; si potrebbe tradurre anche con liberazione da tutto ciò che è appunto corruzione, macchia, marcimento. Una salvezza, una liberazione già compiuta in Gesù Cristo, ma nella quale tutta l’umanità non è ancora entrata: ed è questo ciò che resta da venire.

È il fatto che già tutto è compiuto fin d’ora  fa sussultare di gioia, come dice Pietro; i giorni in cui siamo tristi sono forse quelli in cui perdiamo di vista questa grande notizia della Pasqua: la buona notizia che l’amore e la vita sono più forti di ogni odio e della morte anche se in certe situazioni, questa certezza tende ad affievolirsi e la nostra fede viene allora messa alla prova! E la seconda strofa lo dice bene: «Siete afflitti per un po’ di tempo da varie prove», dice Pietro. Il seguito della lettera lascia intravedere le difficoltà di cui si tratta, probabilmente l’ostilità incontrata da questi giovani cristiani che appaiono come marginali in un mondo pagano.

L’ultima strofa riprende questo tema della fede nel tempo dell’attesa; Pietro ha avuto il privilegio di conoscere e frequentare a lungo Gesù Cristo, ma si rivolge a cristiani che non lo hanno conosciuto e sviluppa per loro la beatitudine che Gesù aveva detto a Tommaso: “Beati quelli che credono senza aver visto” e li incoraggia: Voi lo amate senza averlo visto; e senza vederlo ancora, credete in lui… ed esultate di una gioia “indicibile e gloriosa”. Quando usa l’espressione gioia gloriosa, Pietro sa di cosa parla, lui che ha avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione di Gesù: e sul volto dei cristiani ritrova un riflesso della luce che irradiava Gesù stesso. Questa insistenza di Pietro sulla gioia dei cristiani, una gioia al tempo stesso inesprimibile e più forte di tutte le prove passeggere, risuona oggi come un appello a far sì che sul nostro volto tutti possano vedere la gioia del nostro battesimo, come riflesso di Gesù trasfigurato. Tradizionalmente, questa domenica si chiamava «in albis», cioè «in vesti bianche». Infatti i neobattezzati della notte di Pasqua portavano la loro veste battesimale per tutta la settimana pasquale. E questa domenica rappresentava per loro come una festa dei battezzati.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)

 Era dopo la morte di Gesù, la sera del primo giorno della settimana, cioè la domenica. Questa non è soltanto una precisazione temporale che san Giovanni ci offre, ma piuttosto un piccolo importante segnale. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, sono già passati circa cinquant’anni dai fatti, cioè dalla passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Cinquant’anni durante i quali i cristiani si riuniscono ogni domenica per celebrare la risurrezione di Gesù ed allora il messaggio che vuol dare è: “Capite allora perché ci raduniamo ogni domenica?” Il raduno dei cristiani ogni domenica era una caratteristica dei cristiani nel mondo giudaico ed era proprio per far memoria della risurrezione di Cristo. Per gli Ebrei, il primo giorno della settimana - la domenica - era un giorno lavorativo come gli altri, mentre il settimo giorno, il sabato (lo shabbat), era il giorno di festa, di riposo, di assemblea, di preghiera. Ora, è il giorno dopo lo shabbat che Gesù è risorto, e più volte si è mostrato vivo ai suoi apostoli dopo la risurrezione sempre il primo giorno della settimana: così, per i cristiani, quel giorno ha assunto un significato particolare. Questo primo giorno della settimana appare come il primo giorno dei tempi nuovi: come la settimana di sette giorni degli Ebrei ricordava i sette giorni della Creazione, così questa nuova settimana iniziata con la risurrezione di Cristo è stata compresa dai cristiani come l’inizio della nuova Creazione. I discepoli avevano chiuso le porte del luogo dove si trovavano, per paura dei Giudei quando Gesù venne e stette in mezzo a loro. Giovanni sottolinea che i discepoli sono chiusi dentro e per paura  perché, se avevano ucciso il Maestro, potevano benissimo uccidere anche i suoi discepoli. ma anche questo mette bene in luce la libertà di Cristo. Tutto è chiuso, ma per lui non c’è problema: non ama chiavistelli e, soprattutto, non conosce la paura! E, proprio per questo, la sua prima parola è: “Pace a voi”!. Era il saluto giudaico abituale… ma è comunque un saluto sorprendente dopo tutto ciò che è accaduto! La paura, l’angoscia degli ultimi mesi prima dell’arresto di Gesù, l’orrore della sua passione e della sua morte, la notte del giovedì, il giorno del venerdì e quel silenzio del sabato, dopo che Gesù è stato deposto nel sepolcro… È possibile essere nella pace come se nulla fosse accaduto? Eppure, è incredibile ma vero: egli è davvero vivo… e, per dimostrarlo, mostra le sue piaghe, i segni permanenti della crocifissione. A questo proposito, si rimarca proprio che i segni sono ancora presenti nelle sue mani, nei piedi, nel costato: la Risurrezione non cancella la nostra morte. Allora, anche se può sembrare incredibile, san Giovanni annota che i discepoli gioirono. È qualcosa di inaudito ciò che stanno vivendo! E, a questo punto, Giovanni continua: “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi”. Ora possono davvero essere nella pace… non come se nulla fosse accaduto, ma nonostante ciò che è accaduto: perché questa pace del Risorto va ben oltre tutto ciò che può succedere. “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui  perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro ai quali non perdonerete non saranno perdonati”. Colpisce il legame tra il dono dello Spirito e la missione della riconciliazione: nella Bibbia, lo Spirito è sempre dato per una missione. Ma in definitiva, può esserci altra missione più importante che riconciliare gli uomini con Dio? Tutto il resto da questo deriva. È un ordine, che Gesù dà: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Andate ad annunciare che i peccati sono rimessi, cioè perdonati. Siate ambasciatori della riconciliazione universale. E se non andate, la Buona Notizia, il vangelo della Riconciliazione non sarà annunciata. Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me…”: dalla bocca stessa di Gesù Cristo, abbiamo un riassunto di tutta la sua missione perché è come se dicesse: Il Padre mi ha mandato per annunciare la riconciliazione universale, per proclamare che i peccati sono perdonati. e che Dio non tiene il conto dei peccati degli uomini; in altre parole sono venuto ad annunciare una sola cosa: che Dio è tutto Amore e Perdono. A vostra volta, io mando voi per la stessa missione. Pertanto occorre fare bene attenzione: l’unico vero peccato, che è alla radice di tutti gli altri, è non credere o rifiutare l’amore di Dio: io dunque vi mando perché annunciate a tutti gli uomini l’amore infinito di Dio, cioè che Dio è Misericordia infinita. Ma come far conoscere l’amore di Dio? Non basta annunciare la misericordia di Dio; occorre “dare la vita” per la “salvezza” delle anime. Quando comprenderemo che questo è tutto il vangelo e quanto grande è la nostra responsabilità? 

 

NB Attenzione: Resta da comprendere bene la frase: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Mi sono lasciato prendere da un’analisi strutturale e teologica che con voi condivido.  

 

Greco

Traslitterazione

Traduzione italiana

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

ἀφῆτε

aphēte

rimettete / lasciate andare

τὰς

tas

i (femminile plurale, oggetto)

ἁμαρτίας

hamartias

peccati

ἀφέωνται

apheōntai

sono rimessi

αὐτοῖς

autois

a loro

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

κρατῆτε

kratēte

trattenete / tenete

κεκράτηνται

kekratēntai

sono trattenuti

 

Testo greco completo con translitterazione ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας, ἀφέωνται αὐτοῖς· (an tinōn aphēte tas hamartias, apheōntai autois) ἄν τινων κρατῆτε, κεκράτηνται. (an tinōn kratēte, kekratēntai) Traduzione fluida del versetto: “A chi voi rimettete i peccati, essi sono già rimessi; a chi li trattenete, restano trattenuti.”  La frase è costruita in due movimenti paralleli: ἀφῆτε (voi rimettete),  ἀφέωνται (sono già rimessi da Dio); κρατῆτε (voi trattenete), κεκράτηνται (sono già  trattenuti)  Emergere subito: azione visibile e realtà divina.  Verbi degli apostoli: ἀφῆτε / κρατῆτε  che sono aoristo congiuntivo e il significato: atto puntuale e decisivo, evento reale. b) Verbi finali ἀφέωνται / κεκράτηνται sono perfetto passivo e significa: azione già compiuta e già stabilizzata da Dio, effetto duraturo. Perché Giovanni usa l’aoristo? Non usa il presente perché non indica un’azione continua, ma l’aoristo che significa:“Nel momento in cui rimettete o trattenete i peccati, accade un atto reale e decisivo” e l’atto degli apostoli entra dentro l’azione effettiva permanente di Dio. Conseguenze teologiche: Primato di Dio: solo Dio perdona. Ruolo della Chiesa: rendere visibile, applicare concretamente il perdono e il peccato o è tolto o resta. Intuizione spirituale Il perdono è evento reale, non simbolo e La Chiesa, strumento visibile, ma l’efficacia è di Dio. Sintesi finale: Quando la Chiesa rimette i peccati, accade un atto reale e decisivo nel quale si manifesta e si rende presente il perdono che è già operante di Dio; quando li trattiene, si constata che quel perdono non è purtroppo accolto. E qui sta il problema: perché non è accolto? Il perdono non è un’idea né un processo: è un evento di Dio, e la Chiesa lo rende visibile. Dio ci perdona sempre e noi siamo perdonati quando confessiamo con fede il nostro peccato. Dio è Misericordia  infinita che non viene mai meno e desidera che tutti siano salvati; ma occorre che l’uomo  accolga il suo amore gratuito nel cuore. La Chiesa è chiamata a rendere visibile questo perdono ogni giorno, senza sosta, e ogni cristiano è responsabilizzato a testimoniare e annunciare il perdono che è amore assolutamente gratuito di Dio affinché tutti possano credere, accoglierlo e sperimentarlo nella propria vita. In definitiva: Dio perdona sempre senza fine e chi crede lo annuncia e lo vive come vangelo che entra nel proprio sangue. Concludo con questo messaggio da Madjugorie 2 marzo 1997 “Cari figli! Pregate per i vostri fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore di Dio Padre e per quelli per i quali è più importante la vita sulla terra. Aprite i vostri cuori a loro e vedete in loro mio Figlio che li ama. Dovete essere la mia luce: illuminate tutte le anime in cui regna il buio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Dipende da voi, dice Gesù, agli apostoli e oggi a noi, che i vostri fratelli conoscano e sperimentino l’amore di Dio e vivano nella sua misericordia. Il progetto di Dio sarà pienamente compiuto solo quando anche voi, a vostra volta, avrete portato a termine la vostra missione. Insomma, capite bene, come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E non avete molto tempo da perdere

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 30 Marzo 2026 10:42

Triduo Pasquale e Pasqua

Triduo Pasquale e Pasqua  [2-5 aprile 2026]

La Settimana Santa, la settimana più importante dell’anno per noi cristiani, permette ai credenti di immergersi negli eventi centrali della Redenzione rivivendo il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. Sono i giorni del Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, che ci aiutano ad aprire il cuore alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Dono immenso che troviamo narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cf2,6-11), che in Quaresima si ha l’occasione di meditare spesso, nel quale san Paolo ripercorre tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po' nel nostro essere, l'umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell'essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell'ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell'amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2,10-1). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (cfr Is 45,23)  Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega. Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana - Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo - fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).

Fermiamoci ora a meditare brevemente sui vari momenti del Triduo Santo Pasquale Preludio al Triduo pasquale, con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo.

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, - egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso - nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte.

Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (cfr Mc14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.

La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo” (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!” .

Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali.

Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione.

Disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti  (Cfr 19,25-27). Insieme a Maria entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, anche se in anticipo formulo a voi tutti ogni più caro augurio di una lieta e santa Pasqua, che estendete alle vostre famiglie, alle vostre parrocchie e alle vostre comunità.

 

+Giovanni D’Ercole

Domenica delle Palme e della Passione del Signore  [29 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Entriamo nella Settimana Santa di cui la domenica delle Palme ci anticipa già la gioia e il dolore, il mistero dell’amore e dell’odio che conduce alla morte: tutta la passione morte e risurrezione di Cristo. Rivivere non è solo ricordare ma anche aprire sempre più il cuore a questo mistero di salvezza.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (50,4-7)

Isaia certamente non pensava a Gesù Cristo quando ha scritto questo testo, probabilmente nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia. Mi spiego: poiché il suo popolo si trova in esilio, in condizioni molto dure, e potrebbe facilmente lasciarsi andare allo scoraggiamento, Isaia gli ricorda che esso è sempre il servo di Dio. E che Dio conta su di lui, il suo servo (cioè il suo popolo), per portare a compimento il suo progetto di salvezza per l’umanità. Il popolo di Israele è dunque questo Servo di Dio nutrito ogni mattina dalla Parola, ma anche perseguitato proprio a causa della sua fede e capace, nonostante tutto, di resistere a tutte le prove. In questo testo Isaia descrive bene la relazione straordinaria che unisce il Servo (Israele) al suo Dio. La sua caratteristica principale è l’ascolto della Parola di Dio, «l’orecchio aperto», come dice Isaia. “Ascoltare” è una parola che nella Bibbia ha un significato molto particolare: vuol dire avere fiducia. Si è soliti contrapporre queste due attitudini fondamentali tra le quali la nostra vita oscilla continuamente:la fiducia verso Dio, l’abbandono sereno alla sua volontà perché sappiamo per esperienza che la sua volontà è sempre buona; oppure la diffidenza, il sospetto verso le intenzioni di Dio, e la ribellione davanti alle prove, una ribellione che può portarci a credere che Dio ci abbia abbandonati o, peggio, che possa trovare una qualche soddisfazione nelle nostre sofferenze.

I profeti ripetono: “Ascolta, Israele” oppure: “Oggi ascolterete la Parola di Dio?” E sulle loro labbra la raccomandazione “ascoltate” significa sempre: abbiate fiducia in Dio, qualunque cosa accada. E san Paolo spiega il motivo: Noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio (Rm 8,28).

Da ogni male, da ogni difficoltà, da ogni prova, Dio fa nascere un bene; a ogni odio oppone un amore ancora più forte; in ogni persecuzione dona la forza del perdono; e da ogni morte fa sorgere la vita, la risurrezione. È la storia di una fiducia reciproca. Dio si fida del suo Servo e gli affida una missione; a sua volta il Servo accetta la missione con fiducia. Ed è proprio questa fiducia che gli dà la forza necessaria per restare saldo anche nelle opposizioni che inevitabilmente incontrerà. Qui la missione è quella del testimone: “Perché io sappia sostenere con la parola chi è stanco”, dice il Servo. Affidandogli questa missione, il Signore dona anche la forza necessaria e il linguaggio adatto: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo”. E ancora di più: egli stesso alimenta questa fiducia che è la sorgente di ogni audacia al servizio degli altri: “Il Signore Dio fa attento il mio orecchio”, il che significa che l’ascolto (nel senso biblico, cioè la fiducia) è esso stesso un dono di Dio. Tutto è dono: la missione, la forza, e anche la fiducia che rende incrollabili. Questa è proprio la caratteristica del credente: riconoscere tutto come dono di Dio. Colui che vive in questo dono permanente della forza di Dio può affrontare tutto: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La fedeltà alla missione ricevuta comporta inevitabilmente la persecuzione. I veri profeti, coloro che parlano davvero nel nome di Dio, sono raramente apprezzati durante la loro vita. Concretamente Isaia dice ai suoi contemporanei: tenete duro. Il Signore non vi ha abbandonati; al contrario, siete in missione per lui. Non meravigliatevi dunque se siete maltrattati. Perché? Perché il Servo che ascolta davvero la Parola di Dio, cioè che la mette in pratica, diventa presto molto scomodo. La sua stessa conversione chiama gli altri alla conversione. Alcuni accolgono questo appello…altri lo rifiutano e, forti delle loro ragioni, perseguitano il Servo. E ogni mattina il Servo deve tornare alla sorgente, presso  Colui che gli permette di affrontare tutto. Isaia usa un’espressione un po’ strana: “rendo la mia faccia dura come pietra” per esprimere decisione e coraggio. Isaia parlava al suo popolo perseguitato e umiliato durante l’esilio a Babilonia; ma, naturalmente, quando si rilegge la passione di Cristo, questo testo appare in tutta la sua evidenza: Cristo corrisponde perfettamente a questo ritratto del Servo di Dio. Ascolto della Parola, fiducia incrollabile e quindi certezza della vittoria anche nel cuore della persecuzione: tutto questo caratterizzava Gesù proprio nel momento in cui le acclamazioni della folla nella domenica delle Palme segnavano e acceleravano la sua condanna.

 

*Salmo Responsoriale (21/22)

Il Salmo 21(22) inizia con il celebre grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questa frase è stata spesso isolata dal suo contesto e interpretata come un grido di disperazione, mentre in realtà il salmo va letto per intero. Infatti, dopo aver descritto la sofferenza e l’angoscia, termina con un grande canto di ringraziamento: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”. Colui che all’inizio si sente abbandonato riconosce alla fine che Dio lo ha salvato e non lo ha lasciato solo. Alcune immagini del salmo sembrano descrivere la crocifissione: “Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi”, “si dividono le mie vesti”, “una banda di malvagi mi circonda”. Per questo il Nuovo Testamento applicherà questo salmo alla passione di Gesù. Tuttavia, il testo nasce in un contesto storico preciso: il ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia. L’esilio era stato come una condanna a morte per il popolo, che aveva rischiato di scomparire; il ritorno nella propria terra è quindi paragonato alla liberazione di un condannato che ha sfiorato la morte. L’immagine della crocifissione serve a esprimere l’umiliazione, la violenza e il senso di abbandono vissuti dal popolo, ma il centro del salmo non è la sofferenza bensì la salvezza ricevuta. Il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è dunque un grido di disperazione o di dubbio, ma la preghiera di chi soffre e continua a rivolgersi a Dio con fiducia. Anche nella prova Israele non smette di pregare e di ricordare l’alleanza e i benefici ricevuti dal Signore. Per questo il salmo può essere paragonato a un ex-voto: nel momento del pericolo si invoca l’aiuto di Dio e, una volta salvati, si rende grazie pubblicamente. Il salmo ricorda il dramma vissuto, ma soprattutto proclama la gratitudine verso Dio che ha liberato il suo popolo. Gli ultimi versetti diventano così un grande canto di lode: i poveri saranno saziati, coloro che cercano il Signore lo loderanno, e tutte le nazioni riconosceranno la sua signoria. La salvezza di Dio sarà annunciata anche alle generazioni future. Per questo, nella tradizione cristiana, questo salmo è stato riconosciuto come una profezia della passione di Cristo: sulla croce Gesù riprende il primo versetto del salmo, ma come per Israele anche per lui l’ultima parola non è il dolore, bensì la salvezza e la vita.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (2,6-11)

Durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C., il profeta Isaia aveva attribuito al popolo di Israele il titolo di Servo di Dio. La loro missione, nel mezzo delle prove dell’esilio, era rimanere fedeli alla fede dei padri e testimoniarla tra i pagani, anche a costo di umiliazioni e persecuzioni. Solo Dio poteva dare loro la forza per compiere questa missione. Quando i primi cristiani si trovarono davanti allo scandalo della croce, cercarono di comprendere il destino di Gesù e trovarono la spiegazione nelle parole di san Paolo: Gesù “svuotò se stesso prendendo la condizione di servo”. Anche lui affrontò opposizione, umiliazioni e persecuzioni, cercando la sua forza nel Padre e vivendo in una fiducia totale in Lui. Pur essendo di condizione divina, Gesù non cercò gloria e onori. Come dice Paolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Proprio perché è Dio, non rivendica nulla per sé, ma vive nell’amore gratuito e si fa uomo per mostrare agli uomini la via della salvezza. La sua esaltazione non è una ricompensa meritata, ma un dono gratuito di Dio. La logica di Dio non è quella del merito o del calcolo, ma quella della grazia, che è sempre dono gratuito. Secondo Paolo, il progetto di Dio è un disegno di amore: far entrare l’umanità nella sua vita, nella sua gioia e nella sua comunione. Questo dono non si conquista, ma si accoglie con gratitudine. Quando l’uomo pretende o rivendica, si chiude da solo alla grazia, come accadde simbolicamente con il peccato del giardino dell’Eden. Gesù invece vive nell’atteggiamento opposto: l’accoglienza totale della volontà del Padre, ciò che Paolo chiama obbedienza. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome: il nome di Signore, titolo che nell’Antico Testamento apparteneva solo a Dio. Davanti a lui “ogni ginocchio si piega”, riprendendo le parole del profeta Isaia (Is 45,23). Gesù ha vissuto tutta la sua vita nell’umiltà e nella fiducia, anche di fronte alla violenza degli uomini e alla morte. La sua obbedienza – che significa letteralmente “mettere l’orecchio davanti alla parola” – esprime un ascolto totale e fiducioso della volontà del Padre. Per questo l’inno di Paolo si conclude con la professione di fede della Chiesa: “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. In Cristo si manifesta pienamente la gloria di Dio, cioè la rivelazione del suo amore infinito. Vedendo Gesù amare fino alla fine e donare la vita, si può riconoscere, come il centurione sotto la croce, che egli è veramente il Figlio di Dio.

 

*Passione di Gesù Cristo secondo san Matteo (26, 14-27.66)

Ogni anno, nella domenica delle Palme, la liturgia legge il racconto della Passione in uno dei tre Vangeli sinottici; quest’anno è quello di Matteo. I quattro racconti della Passione sono simili nelle grandi linee, ma ogni evangelista mette in luce alcuni aspetti particolari. Matteo, in particolare, riferisce alcuni episodi e dettagli che gli altri non riportano. Anzitutto Matteo è l’unico a indicare la somma esatta per cui Giuda tradisce Gesù: trenta monete d’argento, che secondo la Legge era il prezzo di uno schiavo. Questo dettaglio mostra il disprezzo con cui gli uomini hanno trattato il Signore. In seguito lo stesso Giuda, preso dal rimorso, restituisce il denaro ai capi dei sacerdoti dicendo di aver consegnato alla morte un innocente. Essi però non vogliono assumersene la responsabilità. Giuda getta le monete nel tempio e si impicca; i sacerdoti utilizzano quel denaro per acquistare il campo del vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri, chiamato poi “Campo del sangue”, compiendo così una parola profetica. Durante il processo davanti a Pilato, Matteo racconta un episodio unico: l’intervento della moglie di Pilato, che manda a dire al marito di non avere nulla a che fare con “quel giusto”, perché ha sofferto molto in sogno a causa sua. Lo stesso Pilato appare inquieto e, vedendo che la folla si agita sempre di più, compie il gesto simbolico di lavarsi le mani, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. La folla risponde: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. Pilato allora libera Barabba e consegna Gesù perché sia crocifisso. Al momento della morte di Gesù, anche Matteo racconta che il velo del tempio si squarcia, ma aggiunge particolari straordinari: la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti giusti risorgono e appaiono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù. Infine Matteo sottolinea la preoccupazione delle autorità di sorvegliare il sepolcro, temendo che i discepoli possano rubare il corpo e dire che Gesù è risorto; proprio questa sarà la voce che essi diffonderanno dopo la Pasqua. Il racconto mette in evidenza un grande paradosso: l’accecamento delle autorità religiose, che perseguitano Gesù, mentre alcuni pagani, quasi senza volerlo, gli attribuiscono i titoli più alti. La moglie di Pilato lo chiama “giusto”, Pilato fa scrivere sulla croce “Re dei Giudei”, e perfino il titolo di “Figlio di Dio”, inizialmente usato per deriderlo, diventa alla fine una vera professione di fede quando il centurione romano esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Questa confessione anticipa già l’apertura della salvezza ai pagani e mostra che la morte di Cristo non è una sconfitta, ma una vittoria. Matteo mette in risalto il contrasto tra la debolezza del condannato e la sua vera grandezza: proprio nella sua apparente impotenza Gesù manifesta la grandezza di Dio, che è l’amore infinito. E sotto questo aspetto comprendiamo sempre più il valore della passione di Cristo che rivivremo anche visivamente in questa settimana e in particolare nel Triduo santo: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo e soprattutto nell’esplosione della gioia pasquale per la risurrezione di Cristo.

 

+Giovanni D’Ercole

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Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)

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