Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
XXIX Domenica Tempo Ordinario (anno C) [19 Ottobre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Ancora un forte richiamo a come vivere la fede in ogni situazione della vita.
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (17,8-13)
La prova della fede. Nel cammino di Israele nel deserto, l’incontro con gli Amaleciti segna una tappa decisiva: è la prima battaglia del popolo liberato dall’Egitto, ma anche la prima grande prova della sua fede. Gli Amaleciti, discendenti di Esaù, rappresentano nella tradizione biblica il nemico ereditario, figura del male che tenta di impedire al popolo di Dio di raggiungere la terra promessa. La loro aggressione improvvisa contro gli ultimi della carovana — i più deboli e stanchi — manifesta la logica del male: colpire dove la fede vacilla, dove la stanchezza e la paura aprono la breccia del dubbio. Questo episodio avviene a Refidim, lo stesso luogo di Massa e Meriba, dove Israele aveva già mormorato contro Dio per la mancanza d’acqua. Là il popolo aveva sperimentato la prova della sete, ora vive la prova del combattimento: in entrambi i casi, la tentazione è la stessa — pensare che Dio non sia più con lui. Ma ancora una volta Dio interviene, mostrando che la fede si purifica attraverso la lotta e che la fiducia deve restare salda anche nel pericolo. Mosè, mentre Giosuè combatte nella pianura, sale sul monte con in mano il bastone di Dio — segno della sua presenza e del suo potere. Il racconto non insiste sui movimenti delle truppe, ma sul gesto di Mosè: le mani levate verso il cielo. Non è un gesto magico: è la preghiera che sostiene il combattimento, la fede che diventa forza per tutto il popolo. Quando le braccia di Mosè si abbassano, Israele perde; quando restano alzate, Israele vince. La vittoria dipende dunque non solo dalla forza delle armi, ma dalla comunione con Dio e dalla preghiera perseverante. Mosè si stanca, Aronne e Cur gli sostengono le mani: ecco l’immagine della fraternità spirituale, della comunità che porta insieme il peso della fede. Così la preghiera non è isolamento, ma solidarietà: chi prega sostiene gli altri, e chi combatte attinge forza dalla preghiera dei fratelli. Questo episodio diventa quindi un paradigma della vita spirituale: Israele, fragile e ancora in cammino, impara che la vittoria non viene dalla forza umana, ma dalla fiducia in Dio. La preghiera, rappresentata dalle mani levate di Mosè, non sostituisce l’azione ma la accompagna e la trasfigura. L’orante e il combattente sono due volti dello stesso credente: uno lotta nel mondo, l’altro intercede davanti a Dio ed entrambi partecipano all’unica opera della salvezza. Infine, la comunità orante diventa il segno vivente della presenza di Dio che opera nel suo popolo e quando un credente non ha più la forza di pregare, la fede dei fratelli lo sostiene. La storia di Amalek a Refidim non è solo una pagina di cronaca, bensì un’icona della vita cristiana: viviamo tutti le nostre battaglie sapendo che la vittoria appartiene a Dio e la preghiera è sorgente di ogni forza e garanzia della presenza divina.
Salmo responsoriale (120/121)
Il Salmo 120/121 appartiene al gruppo dei “Salmi delle ascensioni” (Sal 120-134), composti per accompagnare i pellegrinaggi del popolo d’Israele verso Gerusalemme, la città santa situata in alto, simbolo del luogo dove Dio abita in mezzo al suo popolo. Il verbo “salire” indica non solo l’ascesa geografica ma anche e soprattutto un movimento spirituale, una conversione del cuore che porta il credente ad avvicinarsi a Dio. Ogni pellegrinaggio rappresentava per Israele un segno dell’Alleanza e un atto di fede: il popolo, in cammino da ogni parte del paese, rinnovava la propria fiducia nel Signore. Quando il salmo parla in prima persona — “alzo gli occhi verso i monti” — in realtà dà voce al “noi” collettivo di tutto Israele, il popolo in marcia verso Dio. Questo cammino è immagine dell’intera storia d’Israele, una lunga marcia nella quale si intrecciano fatica, attesa, pericolo e fiducia. Le vie che conducono a Gerusalemme, oltre ad essere strade di pietra, sono vie spirituali segnate da prove e rischi. La stanchezza, la solitudine, le minacce esterne — briganti, animali, sole cocente, notti fredde — diventano simboli delle difficoltà della fede. In questa situazione, la parola del salmo è una professione di fiducia assoluta: “Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.” Con queste parole si afferma che il vero aiuto non viene da potenze umane né da idoli muti, ma dal Dio vivente, Creatore dell’universo, che non dorme e non abbandona il suo popolo. Egli è chiamato “Custode d’Israele”: colui che veglia continuamente, che accompagna, che si fa vicino come un’ombra che protegge dal sole e dalla luna. L’espressione ebraica “alla tua destra” indica una presenza intima e fedele, come quella di un compagno inseparabile. Il popolo che prega questo salmo ricorda così la colonna di nube e di fuoco che guidava Israele nel deserto, segno di Dio che protegge di giorno e di notte, mentre accompagna il cammino e custodisce la vita. Perciò il salmista può dire: “Il Signore ti custodirà da ogni male, egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri da ora e per sempre” . Il pellegrino che “sale” a Gerusalemme diventa l’immagine del credente che si affida a Dio solo, rinunciando agli idoli e alle false sicurezze. Questo movimento è la conversione: distogliersi da ciò che è vano per orientarsi al Dio che salva. Nel Nuovo Testamento, Gesù stesso ha potuto pregare questo salmo mentre “saliva a Gerusalemme” (Lc 9,51). Egli compie il cammino di Israele e di ogni uomo, affidando la propria vita al Padre. Le parole “Il Signore custodirà la tua vita” trovano il loro pieno compimento nella Pasqua, quando il ritorno del pellegrino diventa risurrezione perché è ritorno alla vita nuova e definitiva. Così, il Salmo 121 è molto più di una preghiera di viaggio: è la confessione di fede di un popolo in cammino, la proclamazione che Dio è fedele e che la sua presenza accompagna ogni passo dell’esistenza. In esso si uniscono la memoria storica, la fiducia teologica e la speranza escatologica. Israele, il credente e Cristo stesso condividono la stessa certezza: Dio custodisce la vita e ogni salita, anche la più faticosa, conduce alla comunione con Lui.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo a Timoteo (3, 14 - 4, 2)
In questo brano della seconda lettera a Timoteo (3,14-4,2), Paolo consegna al suo discepolo l’eredità più preziosa: la fedeltà alla Parola di Dio. È un testo scritto in un momento difficile, segnato da confusioni dottrinali e da tensioni nella comunità di Efeso. Timoteo è chiamato a essere “custode della Parola”, in mezzo a un mondo che rischia di smarrire la verità ricevuta. Le prime parole, “Tu rimani saldo in quello che hai imparato”, fanno capire che altri hanno abbandonato l’insegnamento apostolico: la fedeltà diventa allora un atto di resistenza spirituale, un rimanere ancorati alla sorgente. Paolo parla dell’“abitare” nella Parola: la fede non è un oggetto da possedere, ma un ambiente in cui vivere. Timoteo vi è entrato fin da bambino grazie alla madre Eunice e alla nonna Loide, donne credenti che gli hanno trasmesso l’amore per le Scritture. Abbiamo qui un richiamo al carattere comunitario e tradizionale della fede: nessuno scopre da sé la Parola, ma sempre nella Chiesa. L’accesso alla Scrittura avviene dentro la Tradizione viva, quella “catena” che parte da Cristo, passa attraverso gli apostoli e continua nei credenti. “Tradere” in latino significa “trasmettere”: ciò che si riceve, si dona. In questa fedeltà, la Scrittura è sorgente d’acqua viva che rigenera il credente e lo radica nella verità. Paolo afferma che le Sacre Scritture possono istruire per la salvezza che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù (v.15). L’Antico Testamento è cammino che conduce a Cristo: l’intera storia di Israele prepara il compimento del mistero pasquale. “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio”: prima ancora che diventasse dogma, era la convinzione profonda del popolo d’Israele, da cui nasce il rispetto per i Libri santi custoditi nelle sinagoghe. L’ispirazione divina non annulla la parola umana, ma la trasfigura, facendone strumento dello Spirito. La Scrittura, dunque, non è un libro tra altri, ma una presenza viva di Dio che forma, educa, corregge e santifica: grazie a essa, l’uomo di Dio sarà perfetto, equipaggiato per ogni opera buona (vv16-17). Da questa sorgente nasce la missione e Paolo affida a Timoteo il comando decisivo: “Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno”(v.4,2) perché l’annuncio del Vangelo è una necessità, non un compito facoltativo. Il riferimento solenne al giudizio di Cristo sui vivi e sui morti mostra la gravità della responsabilità apostolica. Proclamare la Parola significa rendere presente il Logos, cioè Cristo stesso, Parola vivente del Padre. È Lui che si comunica attraverso la voce del predicatore e la vita del testimone. Ma l’annuncio esige coraggio e pazienza: occorre parlare quando è comodo e quando non lo è, ammonire, correggere, incoraggiare, sempre con spirito di carità e desiderio di edificare la comunità. La verità, senza amore, ferisce; l’amore, senza verità, svuota la Parola. Per Paolo, la Scrittura non è solo memoria, ma dinamismo dello Spirito. Essa modella la mente e il cuore, forma il giudizio, ispira le scelte. Chi vi dimora diventa “uomo di Dio”, cioè persona plasmata dalla Parola e resa capace di servire. Timoteo è invitato non solo a custodire la dottrina, ma a farne sorgente di vita per sé e per gli altri. Così la Parola, accolta e vissuta, diventa luogo d’incontro con Cristo e sorgente di rinnovamento per la Chiesa. L’apostolo non fonda nulla di suo, ma trasmette ciò che ha ricevuto; allo stesso modo, ogni credente è chiamato a diventare anello di questa catena viva, perché la Parola continui a scorrere nel mondo come acqua che disseta, purifica e feconda. In sintesi: La Scrittura è la sorgente della fede, la Tradizione ne è il fiume che la trasmette, la proclamazione ne è il frutto che alimenta la vita della Chiesa. Restare nella Parola significa restare in Cristo; proclamarla significa lasciarLo agire e parlare attraverso di noi. Solo così l’uomo di Dio diventa pienamente formato e la comunità cresce nella verità e nella carità.
Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)
Il contesto di questa parabola è quello della “fine dei tempi”: Gesù cammina verso Gerusalemme, verso la Passione, morte e Risurrezione. I discepoli percepiscono l’epilogo tragico e misterioso, sentono la necessità di maggiore fede (“Aumenta in noi la fede”) e sono ansiosi di comprendere la venuta del Regno di Dio. Il termine “Figlio dell’uomo”, già presente in Daniele (7), indica colui che viene sulle nubi, riceve la regalità universale e eterna, e rappresenta in senso originale anche un essere collettivo, il popolo dei Santi dell’Altissimo. Gesù lo adopera per riferirsi a sé stesso, rassicurando i discepoli sulla vittoria definitiva di Dio, pur in un contesto di difficoltà imminenti. Il riferimento al giudizio e al Regno sottolinea la prospettiva escatologica: Dio farà giustizia ai suoi eletti, il Regno è già iniziato, ma sarà pienamente realizzato alla fine. La parabola della vedova ostinata è al cuore del messaggio: davanti a un giudice ingiusto, la vedova non si scoraggia perché la sua causa è giusta. Quest’esempio unisce due virtù essenziali per il cristiano: umiltà, riconoscendo la propria povertà (prima beatitudine: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio”), e perseveranza, l’insistenza fiduciosa nella preghiera e nella giustizia. L’ostinazione della vedova diventa paradigma per la fede in attesa del Regno: anche la nostra causa, fondata sulla volontà di Dio, richiede tenacia. Il testo richiama inoltre il legame con l’episodio dell’Antico Testamento: durante la battaglia contro gli Amaleciti, Mosè prega con ostinazione sulla collina mentre Giosuè combatte in pianura. La vittoria del popolo dipende dalla presenza e dall’intervento di Dio, sostenuto dalla preghiera perseverante di Mosè. La parabola della vedova ha la stessa funzione: ricordare ai credenti, di ogni tempo, che la fede è un combattimento continuo, una prova di resistenza davanti alle difficoltà, alle opposizioni e ai dubbi. La domanda conclusiva di Gesù, “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”, è un monito universale: la fede non va mai data per scontata, deve essere custodita, nutrita e protetta. Dal primo mattino della Risurrezione fino alla venuta definitiva del Figlio dell’uomo, la fede è una lotta di costanza e fiducia, anche quando il Regno sembra lontano. La vedova insegna come affrontare l’attesa: umili, ostinati, fiduciosi, consapevoli della propria debolezza ma certi della giustizia e della volontà salvifica di Dio che mi delude le attese di chi in lui confida totalmente. Luca sembra scrivere a una comunità minacciata dallo scoraggiamento, come suggerisce la frase finale: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”. Questa frase, pur apparendo pessimistica, è in realtà un monito alla vigilanza: la fede va custodita e alimentata, non data per scontata. Il testo forma un’inclusione: la prima frase insegna cosa sia la fede — “Bisogna pregare sempre senza scoraggiarsi” — e la frase finale invita alla perseveranza. Tra le due, l’esempio della vedova ostinata, trattata ingiustamente ma che non si arrende, mostra concretamente come praticare questa fede. L’insegnamento complessivo è chiaro: la fede è un impegno costante, una resistenza attiva, che richiede ostinazione, umiltà e fiducia nella giustizia di Dio, anche di fronte alle difficoltà e all’apparente assenza di risposta.
+ Giovanni D’Ercole
XXVIII Domenica Tempo Ordinario (anno C) [12 Ottobre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Riflettere sulla gratitudine che è più facile notare fra coloro che sono lontani è un invito a rivedere la nostra personale relazione con Dio.
Prima Lettura dal secondo libro dei Re (5, 14-17)
La lettura di questa domenica comincia nel momento in cui il generale Naaman, apparentemente docile come un agnello, si immerge nell’acqua del Giordano, su ordine del profeta Eliseo; ma ci manca l’inizio della storia: ve lo racconto. Naaman è un generale siriano molto stimato dal re di Aram (l’attuale Damasco). Ovviamente, per il popolo di Israele, egli è uno straniero e in certi periodi addirittura un nemico e soprattutto essendo un pagano non appartiene al popolo eletto. Ancora più grave: è lebbroso, il che significa che presto tutti lo eviteranno e per lui è una vera maledizione. Fortunatamente per lui, sua moglie ha una schiava israelita la quale dice alla padrona: “A Samaria c’è un grande profeta che potrebbe sicuramente guarire Naaman”. La padrona lo riferisce al marito Naaman, il quale lo dice al re di Aram: il profeta di Samaria può guarirmi. E poiché Naaman gode di grande favore, il re scrive una lettera di presentazione al re di Samaria raccomandando Naaman affetto da lebbra perché vada dal profeta Eliseo. Il re di Israele non sa che il profeta Eliseo può guarire anzi è nel panico perché pensa che il re di Siria sta cercando un pretesto per fargli guerra. Eliseo viene a sapere e chiede di venire Naaman che arriva con tutta la sua scorta e i bagagli pieni di doni per il guaritore. In realtà, solamente un servo socchiude la porta e si limita a dirgli che il suo padrone gli ordina di immergersi sette volte nel Giordano per essere purificato. Naaman ritiene questo offensivo e a che serve tuffarsi nel Giordano dato che in Siria ci sono fiumi ben più belli del Giordano. Infuriato riprende la strada verso Damasco, ma fortunatamente i suoi servi gli dicono: Ti aspettavi che il profeta ti chiedesse cose straordinarie per guarirti e le avresti fatte. Ora ti ordina una cosa ordinaria perché non puoi farla? Naaman si lascia convincere e comincia da questo punto la lettura di oggi. Naaman obbedisce a un ordine semplice immergendosi sette volte nel Giordano ed è guarito. A noi sembra semplice, ma per un grande generale di un esercito straniero è proprio questa obbedienza che non è affatto semplice! Il seguito del testo lo dimostra. Naaman è guarito e torna da Eliseo per dirgli due cose. La prima: “Ora so che non c’è Dio, su tutta la terra, se non in Israele” e aggiungerà dopo che tornato nel suo paese, gli offrirà sacrifici. L’autore di questo passo approfitta per dire agli Ebrei: voi avete da secoli la protezione dell’unico Dio e ora vedete che Dio è anche per gli stranieri, mentre voi continuate a lasciarvi tentare dall’idolatria. Questo straniero, invece ha capito in fretta da dove gli viene la guarigione. Inoltre Naaman dice a Eliseo che vuole dargli un dono per ringraziarlo, ma il profeta rifiuta energicamente: i doni di Dio non si comprano.. Infine perché Naaman vuol portare con sé un po’ di terra d’Israele? Egli motiva la richiesta perché non vuole offrire olocausti e sacrifici ad altri dèi, ma solo al Dio d’Israele. Questo fa capire che, al tempo del profeta Eliseo, tutti i popoli vicini a Israele credevano che le divinità regnassero su territori specifici e per offrire sacrifici al Dio d’Israele, Naaman crede dunque di dover portare con sé della terra sulla quale regna questo Dio.
Salmo Responsoriale (97/98, 1-4)
Nella prima lettura Naaman, generale siriano quindi un pagano, viene guarito dal profeta Eliseo e, grazie a questo, scopre il Dio d’Israele. Naaman è dunque del tutto adatto a cantare questo salmo, nel quale si parla dell’amore di Dio sia per i pagani, quelli che la Bibbia chiama le nazioni (o le genti), sia per Israele. “Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia” (v.2) e subito dopo (v 3): “Si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele”, che è l’espressione consacrata per ricordare l’elezione d’Israele, la relazione del tutto privilegiata che lega questo piccolo popolo al Dio dell’universo. Le semplici parole “la sua fedeltà”, “il suo amore” sono il richiamo all’Alleanza: è attraverso queste parole che, nel deserto, Dio si è fatto conoscere al popolo che ha scelto. La frase “Dio di amore e di fedeltà” indica che Israele è il popolo eletto ma la frase precedente ricorda che, se Israele è stato scelto, non è per godere egoisticamente del privilegio, non per considerarsi figlio unico, ma per comportarsi come fratello maggiore e il suo ruolo è annunciare l’amore di Dio per tutti gli uomini, così da integrare a poco a poco tutta l’umanità nell’Alleanza. In questo salmo, questa certezza segna perfino la composizione del testo; se lo si guarda più da vicino, si nota la costruzione in inclusione dei versetti 2 e 3. Ricordo che l’inclusione è un procedimento letterario che si trova spesso nella Bibbia. È un po’ come un riquadro in un giornale o in una rivista; ovviamente, lo scopo è mettere in evidenza il testo scritto all’interno del riquadro. Nella Bibbia, funziona allo stesso modo: il testo centrale viene messo in risalto, incorniciato da due frasi identiche, una prima e una dopo. Qui, la frase centrale parla di Israele, il popolo eletto, ed è incorniciata da due frasi che parlano delle nazioni: la prima frase “Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia” e la seconda riguarda Israele: “Si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele” e la terza: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio”. Qui non compare il termine “le genti” ma è sostituito dall’espressione “tutti i confini della terra”. Il che significa che l’elezione d’Israele è centrale, ma non bisogna dimenticare che deve irradiare su tutta l’umanità. Una seconda sottolineatura di questo salmo è la proclamazione molto marcata della regalità di Dio. Per esempio, nel Tempio di Gerusalemme si canta: “Acclamate il Signore, terra intera, acclamate il vostro re”. Questo salmo è un grido di vittoria, il grido che si innalza sul campo di battaglia dopo il trionfo, la teru‘ah in onore del vincitore. La vittoria di Dio, di cui qui si parla, è duplice: è innanzitutto la vittoria della liberazione dall’Egitto e poi la vittoria attesa per la fine dei tempi, la vittoria definitiva di Dio contro tutte le forze del male. E già allora si acclamava Dio come un tempo si acclamava il nuovo re nel giorno della sua incoronazione, con grida di vittoria al suono delle trombe, dei corni e tra gli applausi della folla. Ma mentre con i re della terra si andava sempre verso la delusione, questa volta si sa che non si sarà delusi; ecco perché stavolta la teru‘ah deve essere particolarmente vibrante! I cristiani acclamano Dio con ancora più forza, perché hanno visto con i loro occhi il re del mondo: dall’Incarnazione del Figlio, essi sanno e affermano, contro ogni evento apparentemente contrario, che il Regno di Dio, cioè dell’amore, è già cominciato.
Seconda Lettura dalla seconda Lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (2, 8 – 13)
Il canto «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti; egli è la nostra salvezza, la nostra gloria eterna» si trova nel suo contesto originale nella seconda lettera a Timoteo, dove Paolo scrive: «Ricordati di Gesù Cristo, discendente di Davide». In ambiente ebraico era essenziale affermare che Gesù fosse davvero della stirpe di Davide per essere riconosciuto come Messia. Paolo aggiunge: «Egli è risorto dai morti: questo è il mio Vangelo». La questione è radicale: o Gesù è risorto, o non lo è. Paolo, inizialmente convinto che fosse un’invenzione, aveva cercato di impedire la diffusione di tale annuncio. Ma, dopo l’esperienza sulla via di Damasco, ha visto il Risorto e ne è diventato testimone. Gesù è vincitore della morte e del male, e con lui nasce il mondo nuovo, a cui i credenti devono partecipare con tutta la loro vita. Per questo Paolo si consacra all’annuncio del Vangelo e invita Timoteo a fare lo stesso, preparandolo alle opposizioni e incoraggiandolo a combattere la buona battaglia con coraggio, dolcezza e fiducia nello Spirito ricevuto. La risurrezione è il cuore della fede cristiana. Se per molti Ebrei la risurrezione della carne era credibile, per i Greci era difficile da accogliere, come mostra il fallimento della predicazione di Paolo ad Atene. Proprio per l’annuncio della risurrezione Paolo ha conosciuto più volte il carcere: «Cristo è risorto dai morti, questo è il mio Vangelo. Per lui soffro, fino a essere incatenato come un malfattore». Anche Timoteo, ammonisce Paolo, dovrà soffrire per il Vangelo. Le catene di Paolo non fermano la verità: «Sono incatenato, ma la Parola di Dio non è incatenata». Gesù stesso aveva detto che se taceranno loro, grideranno le pietre perché nulla può fermare la verità. Paolo aggiunge che sopporta tutto per gli eletti, affinché ottengano anch’essi la salvezza che è in Cristo Gesù, con la gloria eterna. Qui riecheggia il canto iniziale e .segue probabilmente un antico inno battesimale introdotto con la formula: Ecco una parola degna di fede:Se siamo morti con lui, con lui vivremo; se perseveriamo, con lui regnerem». È il mistero del Battesimo, già spiegato in Romani 6: con esso siamo immersi nella morte e risurrezione di Cristo, uniti a lui in modo inseparabile. Passione, morte e risurrezione costituiscono un unico evento che ha inaugurato una nuova epoca per l’umanità. Le ultime frasi mettono in luce la tensione tra libertà umana e fedeltà di Dio perché se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà: Dio rispetta il nostro rifiuto consapevole. Se manchiamo di fede, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso dato che Dio resta sempre fedele anche di fronte alle nostre fragilità.
Dal Vangelo secondo Luca (17, 11-19)
Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attendono passione, morte e risurrezione. Luca sottolinea l’itinerario perché ciò che narra è legato al mistero della salvezza. Durante il viaggio, incontra dieci lebbrosi che, costretti a restare a distanza secondo la Legge, gridano verso di lui chiamandolo “Maestro”: è segno insieme della loro debolezza e della fiducia che ripongono in lui. Diversamente da un altro episodio (Lc 5,12), questa volta Gesù non li tocca, ma ordina soltanto di andare a presentarvi ai sacerdoti, passo necessario per il riconoscimento ufficiale della guarigione. L’ordine è già promessa di salvezza. Il racconto richiama l’episodio di Naaman e del profeta Eliseo (2Re 5) della prima lettura perché mentre i dieci si mettono in cammino, la loro lebbra scompare: la loro fiducia li salva. La malattia li aveva uniti, ma la guarigione rivela la differenza dei cuori: nove Giudei vanno verso i sacerdoti, uno solo,- un Samaritano, considerato eretico — torna indietro. Egli riconosce che la vita e la guarigione vengono da Dio, glorifica Dio a gran voce, si prostra ai piedi di Gesù rendendogli grazie: un atteggiamento riservato a Dio. Così riconosce il Messia e comprende che il vero luogo per rendere gloria a Dio non è più il Tempio di Gerusalemme, ma Gesù stesso. Il suo ritorno è conversione, e Gesù lo proclama: “Àlzati e va’: la tua fede ti ha salvato”. Degli altri nove, Gesù chiede conto: hanno incontrato il Messia ma non lo hanno riconosciuto, scegliendo di correre subito verso il Tempio per compiere la Legge senza fermarsi a ringraziare. Il Vangelo sottolinea così un tema ricorrente: la salvezza è per tutti, ma spesso non sono i più vicini a Dio ad accoglierla: “Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno riconosciuto”. Già l’Antico Testamento affermava l’universalità della salvezza (cf. Sal 97/98). La prima lettura ricorda la conversione di Naaman, straniero, e Gesù aveva rimproverato a Nazaret, citando l’esempio del Siro guarito mentre molti lebbrosi in Israele non lo furono (Lc 4,27), suscitando la collera della sinagoga. Negli Atti, Luca mostrerà ancora il contrasto tra il rifiuto di parte d’Israele e l’accoglienza dei pagani. Questa questione era viva nelle prime comunità cristiane: bisognava essere Giudei per ricevere il battesimo, o anche i pagani potevano essere accolti? Il racconto del Samaritano convertito ricorda tre verità: la salvezza portata da Cristo con passione, morte e risurrezione è per tutti; il rendimento di grazie è spesso compiuto meglio dagli stranieri o dagli eretici; i poveri sono i più disponibili a incontrare Dio. In conclusione, sul cammino verso Gerusalemme, cioè verso la salvezza, Gesù conduce tutti gli uomini disposti a convertirsi, qualunque sia la loro origine o religione.
+ Giovanni D’Ercole
XXVII Domenica Tempo Ordinario (anno C) [5 Ottobre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Le raccomandazioni di Paolo a Timoteo sono quanto mai utili anche per noi. E la parola del vangelo apre il nostro cuore all’umile fiducia nel compimento della nostra missione.
*Prima Lettura dal Libro del profeta Abacuc (1, 2-3 ; 2, 2-4)
Il profeta Abacuc non è molto di moda oggi, ma certamente lo era al tempo del Nuovo Testamento, dal momento che viene citato più volte. Per esempio, la frase della Vergine Maria nel Magnificat: «Io gioisco nel Signore, esulto in Dio mio salvatore» si trovava già, secoli prima, nel libro di Abacuc (Ab 3,18); è da lui inoltre che san Paolo ha tratto e citato più volte una frase, che fa parte della nostra lettura di oggi: “Il giusto vivrà per la sua fed” (Rm 1,17; Gal 3,11). Questo piccolo libro è davvero un libretto, solo tre capitoli, di circa venti versetti ciascuno, ma che ricchezza di sentimenti! Dal lamento alla violenza, dall’invocazione di aiuto all’esultanza pura. I suoi gridi di angoscia fanno pensare a Giobbe: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi?» (Ab 1,2). Eppure la speranza non lo abbandona mai: quando san Pietro invita i suoi lettori alla pazienza, riprende un’espressione ispirata da Abacuc: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa…» (2 Pt 3,9). I primi versetti somigliano al libro di Giobbe: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti? A te alzerò il grido “Violenza!”, e non salvi?» È una supplica davanti al dilagare della violenza; ma soprattutto è il grido dell’angoscia estrema, quella del silenzio di Dio. Qui, come nel libro di Giobbe e in molti salmi, la Bibbia osa dire frasi in cui l’uomo sembra chiedere conto a Dio: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti? Griderò a te: “Violenza!” e non salvi?” La violenza di cui parla Abacuc è quella di Babilonia, la nuova potenza emergente del Medio Oriente. Da che mondo è mondo, le stesse atrocità della guerra si ripetono come possiamo ben constatare anche oggi. Eppure Abacuc non perde la fede. In un altro versetto afferma: “Starò in piedi al mio posto di guardia, mi metterò sul bastione e starò attento a vedere che cosa mi dirà il Signore” (Ab 2,1). In questa espressione ci sono almeno due cose: anzitutto è l’attesa della sentinella, sicuro che l’alba arriverà; è lo stesso tema del Salmo 129/130: “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora” e la seconda è la coscienza che la sua interpellanza è un po’ audace: il profeta ha chiesto conto a Dio e si aspetta di essere rimproverato. E invece la risposta di Dio non porta nessuna condanna; lo invita soltanto alla pazienza e alla fiducia: i giorni della vittoria del nemico non dureranno sempre (cf. Ab 2,2-3). Nel testo di oggi Abacuc non descrive il contenuto della visione, sarà oggetto del capitolo seguente; ma già si intuisce che riguarda la liberazione degli oppressi. Resta però un fatto: Dio non ha davvero risposto alla domanda; non ha detto perché a volte sembra sordo alle nostre preghiere. Ha solo riaffermato che non ci abbandona mai. Il messaggio di Abacuc sembra allora essere questo: nelle prove, anche le più terribili, l’unica strada possibile per il credente è custodire la fiducia in Dio: accettare di non capire, ma non accusare Dio. Ogni altra posizione distrugge perché la diffidenza verso Dio non porta che dolore. È probabilmente questo il senso della formula finale: “Il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4), o, detto in altro modo, è la fiducia in Dio che ci fa vivere, altrimenti il sospetto e la ribellione ci logorano. Al contrario, è lecito gridare il proprio dolore: se la Bibbia ci fa leggere, nel libro di Giobbe e nei salmi, grida di angoscia e perfino rimproveri rivolti a Dio, è perché il credente ha il diritto di gridare la propria sofferenza, la sua impazienza davanti alla violenza che lo schiaccia. Riprendiamo la frase finale: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4). L’orgoglioso è Babilonia che si vanta delle sue conquiste e pensa di fondare su di esse una prosperità duratura; il giusto, invece, sa che solo Dio dà vita. L’esempio più celebre nella storia d’Israele è Abramo: quando lasciò la sua terra e la sua famiglia per rispondere alla chiamata di Dio, non sapeva dove sarebbe stato condotto. Quando, sempre obbedendo a Dio, si preparava a offrire suo figlio unico, non capiva, ma continuò a fidarsi di Colui che glielo aveva dato. E ancora una volta la sua fede fece vivere lui e suo figlio (Gn 22). La Scrittura dice di lui: “Abramo ebbe fede nel Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Gn 15,6).
*Salmo Responsoriale (94/95, 1-2, 6-7ab, 7d-8a.9)
Siamo nel tempio di Gerusalemme, i pellegrini si affollano sui gradini del tempio per una grande celebrazione: “Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. La roccia della nostra salvezza: questa espressione, da sola, è una professione di fede. Israele ha scelto di poggiare su Dio e solo su di Lui, come nei primi giorni dell’Alleanza. La Bibbia paragona spesso la storia del popolo d’Israele a un fidanzamento con il suo Dio. Dopo lo slancio iniziale e le promesse, sono venuti i dubbi, le infedeltà. Dio, però, è sempre rimasto fedele, e dopo ogni tempesta e ogni infedeltà, Israele è sempre tornato a Lui, come una sposa pentita e riconoscente per l’Alleanza sempre rinnovata: Andiamo a Lui con rendimento di grazie. La parola ebraica qui è tôdah: indica un momento preciso del culto dell’Alleanza, il sacrificio di tôdah, che esprime insieme gratitudine, ringraziamento, lode, pentimento, desiderio di amare… In ebraico moderno, grazie si dice ancora tôdah. Un termine italiano che riassumerebbe bene questo salmo è proprio riconoscenza: riconoscere Dio, conoscere chi Egli è conoscere chi siamo noi, e allora la gratitudine ci invade.Riconoscere Dio, anzitutto: il nostro Creatore ma, ancor più, il nostro liberatore. Sembra semplice fidarsi di questo Dio che ci guida e ci protegge, di questo Dio che ci ha liberati dalla schiavitù d’Egitto. È semplice, finché non ci sono problemi. Ma quando arrivano le prove, sorgono i dubbi. Eppure proprio nella prova si verifica la nostra fiducia e qui viene posta precisamente la questione della fiduci. Ascoltare, nella Bibbia, significa avere fiducia; ascoltare la sua voce è anche il contrario di indurire il cuore. Il salmo infatti continua: “Oggi, se ascoltaste la sua voce! Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Massa e Meriba significano, appunto, tentazione e provocazione. L’episodio di Massa e Meriba è rimasto celebre nella memoria di Israele come il simbolo della tentazione del sospetto verso Dio non appena sopraggiunge la prima difficoltà. Il popolo cominciò a rimpiangere la schiavitù perché la libertà appena conquistata sembrava ben poco confortevole. In Egitto erano schiavi, certo, ma almeno sopravvivevano….nel deserto, il popolo ebbe sete e venne montata la rivolta. Il testo dice che il popolo mormorava, ma il termine è probabilmente più forte che nel nostro italiano di oggi, perché Mosè esclama a Dio: “Ancora un poco e mi lapideranno!” (Es 17,4). Dio interviene, e l’acqua sgorga dalla roccia (ritorna qui l’immagine: Dio, mia roccia). Quanto sarebbe stato più giusto fidarsi! Nella sofferenza, come abbiamo visto in Abacuc nella prima lettura, possiamo gridare, supplicare, interpellare Dio, ma mai dubitare di Lui. Massa e Meriba restano i nomi di quel sospetto che sempre può riaffiorare nei nostri cuori.
*Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo (1, 6-8. 13-14)
Quando Paolo scrive la sua seconda lettera a Timoteo, si trova in prigione a Roma, poco prima della sua esecuzione; egli stesso dice di essere incatenato come un malfattore e chiede a Timoteo di non vergognarsi di lui, come invece hanno fatto altri. Sa molto bene che non gli resta molto tempo e si sente molto solo. Questa seconda lettera a Timoteo è quindi una sorta di testamento:Timoteo dovrà prendere il suo posto e Paolo gli dà delle raccomandazioni in questo senso. Bisogna sapere che, per ragioni di stile, di vocabolario e persino di contenuto, si pensa generalmente che le lettere a Timoteo non siano di Paolo, ma di uno dei suoi discepoli dopo la sua morte. Non si è in grado di dirimere questa questione difficile e per essere fedeli all’insegnamento di queste lettere, non dobbiamo a nostra volta perderci in discussioni senza fine. Per comodità di linguaggio, continueremo quindi a parlare di Paolo e Timoteo. Del resto, che si tratti di Paolo e Timoteo o dei loro discepoli futuri ha ormai poca importanza per noi: ciò che conta è il contenuto di queste lettere che raccolgono le raccomandazioni di Paolo a un giovane responsabile cristiano, e dunque ci riguardano da vicino. La prima raccomandazione è forse la più importante: “Ravviva il dono gratuito di Dio”; questo dono di Dio, se leggiamo il seguito del testo, è evidentemente lo Spirito Santo. E, visibilmente, Timoteo ne avrà proprio bisogno! Paolo, incatenato per il Vangelo, lo sa fin troppo bene. Questo dono dello Spirito, Timoteo l’ha ricevuto con l’imposizione delle mani: le parole confermazione e ordinazione non esistevano ancora, ma sappiamo che, fin dall’inizio della Chiesa, il gesto dell’imposizione delle mani significava il dono dello Spirito. Ravviva in te il dono di Dio significa che i doni di Dio possono dunque dormire in noi. Altrove Paolo dice: “Non spegnete lo Spirito” (Cf 1 Tess 5,19). Anche qui, possiamo ascoltare un messaggio che incoraggia a portare in noi il fuoco dello Spirito, e anche se sembra che lo abbiamo ricoperto di cenere, esso è ancora in noi, arde sotto la cenere dato che nulla può spegnerlo. Questo Spirito non è spirito di paura, ma spirito di forza, di amore, di dominio di sé. Qui ritroviamo un tema caro a Paolo: quello della trasmissione della fede. Paolo ha trasmesso a Timoteo questo tesoro prezioso, che Timoteo deve trasmettere a sua volta e così via: Tieniti al modello delle sane parole che hai udito da me, nella fede e nell’amore che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi. Altrove, nella prima lettera ai Corinzi, Paolo scriveva: “Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto” (cf 15,3-4). Questo fa pensare a una corsa a staffetta, nella quale i corridori si trasmettono un testimone che rimane identico dall’inizio alla fine della corsa mentre il deposito della fede si esprime inevitabilmente in termini diversi lungo i secoli. La fede, infatti, non è un oggetto ben confezionato e imballato, intoccabile. Il problema è sapere però se la trasmissione sia davvero fedele. Molte controversie, nel corso dei secoli, sono nate dalle divergenze tra cristiani sul contenuto del deposito della fede. Ma, in realtà, non siamo noi i garanti ultimi di questa fedeltà: è lo Spirito Santo il custode supremo del deposito della fede. Per trasmettere fedelmente la fiaccola alle generazioni successive, ci basta dunque ravvivare in noi il dono di Dio, il fuoco dello Spirito che nulla può spegnere.
*Dal Vangelo secondo Luca (17, 5-10)
Troviamo qui diversi versetti che si susseguono e non si somigliano. Sembra quasi che ci siano due parti in questo testo: nella prima, un dialogo tra Gesù e i suoi apostoli sulla fede, con quella formula un po’ terribile di Gesù: «Se aveste fede quanto un granello di senape, direste a quest’albero: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”. Nella seconda parte, una specie di parabola sul servo, che si conclude anch’essa con una frase molto forte di Gesù: “Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Gesù non cerca certo di scoraggiarci; e, d’altra parte, se questi versetti si trovano così vicini, senza alcuna interruzione significa che c’è un legame tra di essi. Abbiamo qui un dialogo tra Cristo e i suoi apostoli cioè gli inviati, il che vuol dire che questa frase di Gesù riguarda l’attività di evangelizzazione. Gli inviati dicono a colui che li manda: Aumenta la nostra fede! Una preghiera che è anche molto spesso la nostra quando prendiamo coscienza della nostra debolezza, della nostra impotenza, e ci sembra che se fossimo più ricchi di fede saremmo più efficaci. Ma come armonizzare questo con la frase di Paolo: “Se avessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla” (1 Cor 13,2)? Nel suo linguaggio, Gesù risponde che non si tratta di misurare la nostra fede: il problema non è lì. Si tratta piuttosto di contare sulla potenza di Dio perché è Lui ad agire e non la nostra fede, piccola o grande che sia. Gesù accentua volutamente il paradosso: il granello di senape era considerato il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero di cui parla (in greco, sicomoro) era ritenuto impossibile da sradicare. La frase di Gesù significa dunque: Non serve avere tanta fede: basta un granello di senape, piccolissimo, per fare cose apparentemente impossibili. Si potrebbe allora tradurre così: Quando agite nel nome del Vangelo, ricordatevi che nulla è impossibile a Dio. C’è poi l’espressione “servi inutili” archreioi (17,10) che possiamo tradurre così: voi siete semplicemente dei servi nemmeno indispensabili chiamati al servizio di un compito che vi supera. E – direi - per fortuna perché chi si sentirebbe abbastanza forte per portare la responsabilità del Regno di Dio? Queste frasi di Gesù, dunque, non sono dure o scoraggianti, ma al contrario vogliono incoraggiarci: se noi non siamo che subalterni, la responsabilità non ricade su di noi, ma non per questo siamo inutili: se il servo fosse davvero inutile, nessun padrone lo terrebbe. Se Dio ci prende come servi, è perché vuole avere bisogno di noi. Se Gesù ha scelto degli apostoli e ha detto che “la messe è molta ma gli operai sono pochi” (Mt 9,37-38) e questa sua parola continua a risuonare da duemila anni, è perché vuole avere bisogno della nostra collaborazione. Noi siamo quel che siamo e Dio ci associa alla sua opera di salvezza. Dice Gesù: “Quando anche voi avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (17,10). Con ciò ci suggerisce due atteggiamenti: in primo luogo invita ancora una volta a uscire dalla logica dei meriti e delle ricompense, ma soprattutto invita a rimanere sereni nell’esercizio della nostra missione. È Lui il padrone della messe, non noi. Allora si capisce meglio il legame tra le due parti di questo testo: il messaggio è lo stesso: un po’ di fede, per quanto piccola, è sufficiente a Dio per compiere miracoli. A condizione, però, che ci mettiamo fedelmente al suo servizio.
+ Giovanni D’Ercole
XXVI Domenica Tempo Ordinario (anno C) [28 Settembre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Prosegue l’insegnamento sulla ricchezza e il rapporto con i poveri, campo quanto mai utile per la nostra riflessione di fronte alle grandi e piccole ingiustizie che la cronaca quotidianamente ci mostra.
Prima Lettura dal libro del profeta Amos (6, 1a. 4-7)
Nella Bibbia, Amos è il primo profeta “scrittore”, cioè il primo di cui ci è rimasto un libro. Altri grandi profeti anteriori sono rimasti molto celebri: Elia, ad esempio, o Eliseo, o Natan… ma non possediamo le loro predicazioni scritte, bensì soltanto ricordi tramandati dal loro ambiente. Amos ha predicato verso il 780-750 a.C. e di certo ha dovuto dire cose che non sono piaciute a tutti, visto che alla fine fu espulso per denuncia al re. Originario del Sud, ha predicato nel Nord in un periodo di grande prosperità economica. La settimana scorsa avevamo già letto un suo testo, in cui rimproverava alcuni ricchi di costruire la loro ricchezza a spese dei poveri il passo di oggi lascia immaginare il lusso che regnava a Samaria: “Distesi su letti d’avorio… mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla…canterellano al suono dell’arpa come Davide e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano”. I governanti non sanno o non vogliono sapere che una terribile minaccia pesa su di loro: “della rovina di Giuseppe non si preoccupano”. Saranno poi deportati, anzi saranno i primi dei deportati e la banda dei gaudenti non esisterà più. Non si è ascoltato questo profeta di sventura che cercava di avvertire il potere e la classe dirigente, anzi lo si è fatto tacere liberandosi di lui. Ma ciò che temeva, si è avverato. Amos dunque si rivolge qui ai ricchi e ai potenti, ai responsabili. Che cosa rimprovera loro precisamente? È la prima frase a darci la chiave: “Guai a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”. In altre parole: siete comodi, soddisfatti del vostro benessere e persino del vostro lusso… ebbene, io vi compiango perché non avete capito nulla: siete come gente che si infila sotto le coperte per non vedere arrivare il ciclone e crollerà tutta questa società, pochi anni più tardi schiacciata dagli Assiri, con molti morti mentre i superstiti saranno deportati. Guai a quelli che si credono sicuri sulla montagna di Samaria”… Ma che fanno di male? Il male è fondare la propria sicurezza su ciò che passa: qualche successo militare effimero, la prosperità economica e le apparenze della pietà… per non dispiacere a Dio e al suo profeta. Si vantano persino dei loro successi, credono di averne qualche merito, mentre tutto viene da Dio. Ora, l’unica sicurezza d’Israele è la fedeltà all’Alleanza. Questa è la grande insistenza di tutti i profeti come farà Michea predicando qualche anno più tardi a Gerusalemme. A Samaria regnava l’ipocrisia: quando offrono sacrifici, trasformano il banchetto che segue in gozzoviglia… perché i pasti che Amos descrive sono probabilmente pasti sacri, come quelli che seguivano certi sacrifici. Pasti sacrileghi dunque che nulla hanno a che fare con l’Alleanza. La difficoltà di questo passo sta nella sua concisione: infatti, per comprenderlo, bisogna avere in mente l’insieme della predicazione profetica; la logica di Amos, come quella di tutti i profeti, è la seguente: la felicità degli uomini e dei popoli passa inevitabilmente attraverso la fedeltà all’Alleanza con Dio; e fedeltà all’Alleanza significa giustizia sociale e fiducia in Dio e se ci si distacca da questi due punti ci si perde. Di questo Amos sta parlando e basta rileggere il testo della scorsa domenica, in cui rimproverava ai ricchi di arricchirsi sulle spalle dei poveri. Nel testo di oggi, i banchetti di lusso descritti non giovano ovviamente a tutti e non si sente più il bisogno di Dio. Dirà anche Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). Samaria si copriva di palazzi lussuosi, costruiti da alcuni a spese degli altri; una volta arricchitisi, grazie al commercio fiorente si faceva presto a espropriare un piccolo proprietario riducendo alcuni più poveri in schiavitù come nel testo di domenica scorsa. L’archeologia porta inoltre su questo punto precisazioni interessanti: mentre nel decimo secolo le case erano tutte sullo stesso modello e rappresentavano livelli di vita del tutto identici, nell’ottavo secolo, al contrario, si distinguono chiaramente quartieri ricchi e quartieri poveri.
*Salmo responsoriale (145/146, 6c.7, 8.9a, 9bc-10)
Questa splendida litania è solo una parte del Salmo 145/146 e la liturgia oggi non propone gli Alleluia che lo incorniciano nel testo ebraico essendo un Salmo alleluiatico. Questo significa che ci troviamo, come domenica scorsa, davanti a un salmo di lode. A parlare in questo salmo sono gli oppressi, gli affamati, i ciechi, i piegati, gli stranieri, le vedove, gli orfani che riconoscono la sollecitudine di Dio per loro. In realtà, è il popolo d’Israele che parla di se stesso: è la propria storia che racconta e ringrazia per la protezione di Dio avendo conosciuto tutte queste situazioni: l’oppressione in Egitto, dalla quale Dio lo ha liberato con mano potente e braccio teso e l’oppressione a Babilonia dove ancora una volta Dio è intervenuto. Ha conosciuto la fame nel deserto e Dio ha mandato la manna e le quaglie. A questi ciechi Dio apre gli occhi rivelandosi progressivamente attraverso i suoi profeti. Sono questi piegati che Dio rialza instancabilmente e fa stare in piedi; sono il popolo in cerca di giustizia che Dio guida. È dunque un canto di riconoscenza: Il Signore rende giustizia agli oppressi, agli affamati dà il pane, libera i prigionieri, apre gli occhi ai ciechi, rialza chi è caduto, ama i giusti, protegge lo straniero e sostiene la vedova e l’orfano. Il Signore, che ritorna in maniera litanica è la traduzione del Nome di Dio in 4 lettere, Il Tetragramma: YHVH, che dice la sua presenza operante e liberatrice. Il versetto che precede quelli di oggi li riassume tutti: “Felice chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi ripone la sua speranza nel Signore (YHVH) suo Dio”: il segreto della felicità è appoggiarsi a Dio e attendere tutto da Lui. Questo salmo è scelto per questa domenica come risposta al testo di Amos che avvertiva la gente di Samaria a ben sapere su chi porre la fiducia, fuggendo le false sicurezze perché solo Dio è degno di fiducia. Riconoscere la nostra dipendenza da Dio e viverla con piena fiducia, perché Egli è totale benevolenza: ecco la definizione della fede e il segreto della felicità, come predicano i profeti. Non bisogna dimenticare l’esperienza unica di cui i figli d’Israele hanno avuto il privilegio: lungo tutto il loro cammino verso la libertà, hanno sperimentato accanto a sé la presenza di Colui che hanno riconosciuto come il Signore che li ha condotti alla ricerca della libertà e della giustizia per tutti, anzi a più grande giustizia, rispetto e difesa dei piccoli e dei deboli. Se si guarda più da vicino, si constata che la legge d’Israele non ha altro obiettivo: fare di Israele un popolo libero, rispettoso della libertà altrui. Su questo lungo cammino di liberazione Dio conduce il suo popolo. E’ bene per noi rileggere questo salmo non solo per riconoscere ciò che Dio compie a favore del suo popolo, ma anche per darci una linea di condotta: se Dio ha agito così verso Israele, a nostra volta, noi che siamo eredi di questo lungo cammino di Alleanza, siamo tenuti a fare altrettanto per gli altri.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san paolo Apostolo a Timoteo (6,11-16)
Non si potrebbe immaginare una sintesi più completa di tutto ciò che costituisce la fede e la vita del cristiano. Allo stesso tempo, sorprende le formule solenni di Paolo: “Davanti a Dio e… a Cristo Gesù, ti ordino”. A una prima lettura, sembra di percepire gli echi di difficoltà nella comunità di Efeso, dove Timoteo aveva delle responsabilità: “Combatti la buona battaglia della fede”. Poco più sopra, nella stessa lettera, Paolo aveva già parlato del combattimento per la fede nel primo capitolo (1 Tm 1,18-19). C’è dunque un combattimento da affrontare per affermare la propria fede. Il momento è grave, il che spiega il tono solenne: è in gioco la fedeltà della giovane comunità cristiana al proprio Battesimo. Il passo che leggiamo oggi è incorniciato da due testi molto simili che precisano ancora meglio i due pericoli da evitare: le false dottrine e la ricerca delle ricchezze. Bisogna credere che ci fossero problemi reali sulle false dottrine: Timoteo, custodisci il deposito, evita chiacchiere empie e obiezioni di una pseudo-scienza. Per averla professata (sottinteso questa pseudo-scienza), alcuni si sono allontanati dalla fede (cf.1 Tm 6,20-21). E nello stesso senso, pochi versetti più su: Se qualcuno insegna un’altra dottrina, se non si attiene alle parole del Signore Gesù Cristo e alla dottrina conforme alla pietà, è accecato dall’orgoglio. È ignorante, malato, in cerca di controversie e di dispute verbali (1 Tm 6,3-4). Questo problema era già apparso all’inizio della lettera e Paolo aveva raccomandato a Timoteo di rimanere a Efeso (cf.1 Tm 1,3-4) e poi insiste con la stessa forza sul rischio della ricerca delle ricchezze perché la radice di tutti i mali è l’amore del denaro (cf.1 Tm 6,10). Ecco dunque i due peggiori pericoli per la fede agli occhi di Paolo che invita Timoteo a restare aggrappato al suo battesimo. All’epoca di Paolo, i battesimi erano amministrati davanti all’intera comunità e nel rito stesso battesimale la professione di fede era un momento molto importante perché il “sì” del nostro battesimo è radicato nel “sì” di Cristo al Padre e questo “sì”, bisognerà essere capaci di ripeterlo giorno per giorno. Timoteo avrà bisogno di tutte le sue forze ed è per questo che Paolo moltiplica le raccomandazioni perché perseveri nel combattere per la fede per ottenere la vita eterna. Le armi del combattimento sono la fede, l’amore, la perseveranza e la dolcezza che è l’arma principale. Il vero combattimento non ha nulla a che fare con guerre di religione e la storia mostra che le guerre di religione non hanno mai convertito nessuno. L’obiettivo su cui dobbiamo sempre tenere gli occhi fissi è la vita eterna che è anche la manifestazione («epifania») di Cristo. Paolo conclude con una sorta di professione di fede, che è precisamente ciò che Timoteo deve continuare ad affermare contro ogni avversità: “Dio è il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile, nessuno fra gli uomini l’ha mai visto né può vederlo”. Dio è il Tutto-Altro, tema che ritroviamo nell’Antico Testamento: è la trascendenza di Dio, il Tutto Altro che si rende però vicino a noi e al tempo stabilito renderà manifesto il Signore Gesù Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca (16, 19-31)
L’ultima frase è doppiamente terribile: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Un’affermazione che sembra disperata, come se nulla possa cambiare un cuore di pietra, ed è ancora più terribile sulla bocca di Gesù. Quando infatti Luca scrive il vangelo sapeva bene che la Risurrezione di Cristo non aveva convertito tutti, anzi, aveva indurito ancor più il cuore di alcuni. Passiamo alla storia del ricco epulone e del povero Lazzaro: del ricco non sappiamo molto, nemmeno il nome; non è detto che sia malvagio, anzi, più tardi penserà a salvare i suoi fratelli dalla sventura nell’aldilà. Vive però nel suo mondo così immerso nel suo comfort, come i Samaritani di cui parla Amos nella prima lettura, da non vedere nemmeno il mendicante che muore di fame sulla sua porta e che si accontenterebbe dei suoi avanzi. Il nome del povero è Lazzaro, che significa Dio aiuta, e questo già dice molto: Dio lo aiuta, non perché sia virtuoso, ma semplicemente perché è povero. Questa forse è la prima sorpresa che Gesù riserva ai suoi ascoltatori: questa storia era un noto racconto proveniente dall’Egitto, parla di due personaggi un ricco pieno di peccati e un povero pieno di virtù: giunti nell’aldilà, pesati sulla bilancia, vengono valutate le azioni buone e cattive sia dei ricchi che dei poveri . I buoni, sia ricchi che poveri, erano premiati, mentre i cattivi, ricchi o poveri, puniti. Anche i rabbini, prima di Gesù, raccontavano storie simili : il ricco era figlio di un pubblicano peccatore mentre il povero un uomo molto devoto; anche loro pesati sulla bilancia e valutati accuratamente i meriti degli uni e degli altri, il devoto risultava più meritevole del figlio del pubblicano. Gesù sconvolge un po’ questa logica: non calcola i meriti e le buone azioni perché non si dice che Lazzaro sia virtuoso e il ricco cattivo ma constata semplicemente che il ricco è rimasto ricco tutta la vita, mentre il povero è rimasto povero, alla sua porta: ciò significa l’abisso di indifferenza che si è creato tra ricco e povero, semplicemente perché il ricco non ha mai aperto il portone. Altro dettaglio importante nel racconto di Gesù: non è del tutto vero che non sappiamo nulla del ricco, perché ci dice come era vestito: di porpora e lino, chiara allusione ai vestiti dei sacerdoti.Il colore porpora, originariamente colore dei vestiti reali, era diventato dei sommi sacerdoti perché servivano il re del mondo; il lino era il tessuto della tunica del sommo sacerdote. Gesù vuol dire che puoi essere anche il Sommo Sacerdote ma se disprezzi i tuoi fratelli, non meriti il titolo di figli di Abramo. Infatti, Abramo è citato sette volte ed è certamente una chiave del testo. La domanda di Gesù è: “Chi è veramente figlio di Abramo?” e risponde che se non si ascolta la Legge e i Profeti, se si è indifferenti alla sofferenza dei fratelli, nonsi è figli di Abramo. E va oltre: il povero avrebbe voluto mangiare le briciole del ricco, ma erano piuttosto i cani a leccare le sue piaghe. I cani erano animali impuri… quindi anche se il ricco pio si fosse preso la briga di aprire il portone, sarebbe stato comunque scandalizzato e avrebbe fuggito quell’uomo impuro leccato dai cani… La lezione di Gesù è dunque: Vi preoccupate dei meriti, cercate di rimanere puri, siete orgogliosi di essere discendenti di Abramo… ma dimenticate l’essenziale.. Non servono segni straordinari per convertirsi: basta la Legge con i Profeti e per noi basta il Vangelo: ma occorre viverli!
+ Giovanni D’Ercole
25a Domenica del Tempo Ordinario (anno C) [21 settembre 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Riprendendo le attività pastorali la parola di Dio ci guida a comprendere dove sta la vera ricchezza della vita.
*Prima Lettura dal libro del profeta Amos (8, 4 – 7)
L’ora è certamente grave, poiché questo testo del profeta Amos si conclude con una formula solenne: “Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe”(v.7) . “Il vanto di Giacobbe” è Dio stesso, perché è lui che è (o che dovrebbe essere) l’unico vanto del suo popolo; in altre parole, il Signore giura per sè stesso. Dio non può impegnarsi che per se stesso! Ma a proposito di cosa Dio giura? Assicura di non dimenticare “tutte le loro opere “, cioè tutte le malefatte d’Israele che il profeta Amos stigmatizza perché cercano solo di arricchirsi a spese degli altri. Amos è un profeta dell’VIII secolo a.C., quando la Palestina è divisa in due regni. Piccolo pastore di un villaggio del Sud (Téqoa, vicino a Betlemme), fu scelto da Dio per andare a predicare nel regno del Nord, chiamato anche Samaria dal nome della sua capitale. Sotto il regno di Geroboamo II, verso il 750 a.C, la Samaria vive un periodo di prosperità economica ma questa prosperità non giova a tutti; al contrario, Amos constata che l’arricchimento degli uni nasce dall’impoverimento degli altri, semplicemente perché i prodotti di prima necessità, come il pane quotidiano o i sandali, sono nelle mani di venditori senza scrupoli. Così si arriva al punto che i poveri non hanno altra soluzione, per non morire di fame o di freddo, se non quella di vendersi come schiavi “ comprare con denaro gli indigenti e il povero con un paio di sandali” (v.6). Chi subisce un torto può tentare di rivolgersi alla giustizia, ma ogni volta che c’è un processo per frodi o truffe manifeste, i tribunali prendono le parti dei ricchi contro i poveri semplicemente perché i ricchi pagano i giudici. Amos lo dice chiaramente: “Cambiano il diritto in veleno e gettano a terra la giustizia”(5,7). La stessa giustizia è falsata, corrotta. Il testo che abbiamo ascoltato è dunque uno di quelli in cui Amos prende la parola per annunciare il giudizio di Dio ed è un vero e proprio atto d’accusa: enuncia i fatti, poi rende il suo verdetto: Voi schiacciate i poveri, annientate gli umili della terra e vi domandate quando passerà la festa della luna nuova perché possiamo vendere il nostro grano? La luna nuova, il primo giorno del mese (detta «neomenia»), era un giorno festivo: nessun lavoro, nessuno spostamento, nessuna attività commerciale era autorizzata perché giorno del riposo come il sabato. Questo tempo di sospensione negli affari serviva a rivolgere l’uomo verso Dio. Ma qui sembra che lo si viva con impazienza, perché ormai l’uomo ha un altro padrone: il denaro e, per chi ha come unico pensiero il guadagno, un giorno festivo è una perdita. Per questo Amos rimprovera: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero…e dite: quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? (v.7). Prende di mira i venditori disonesti, per i quali commercio significa truffa, con prezzi esorbitanti e bilance falsate. L’immagine della bilancia falsata è a doppio senso: da una parte si capisce come un bilanciere storto possa falsare una misura, ma, più profondamente, significa che tutta la società vive su bilance truccate. In fondo, Amos rimprovera al popolo di Samaria di vivere nella menzogna e nell’ingiustizia: le bilance sono falsate, la giustizia è corrotta, si rispettano controvoglia i giorni festivi e con un secondo fine; tutto è falsato, insomma. Ecco dunque il giudizio: «Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mi tutte le loro opere” (v.7). In altre parole: Voi che vi arricchite ingiustamente, dimenticate in fretta i vostri delitti, e i tribunali vi seguono; ma il Signore vi dichiara che tutto questo non va dimenticato e non dovete abituarvi all’ingiustizia. Amos pronuncia la sua ammonizione nel modo più solenne possibile, perché c’è una lezione molto seria: la prima cosa che Dio chiede al suo popolo è di vivere nella giustizia e la società fondata su ingiustizie e miserie di ogni genere, non può che offendere Dio. Amos è tanto più severo perché, da cent’anni, il regno del Nord si vanta di aver eliminato l’idolatria abolendo i culti dei Baal; ma in realtà, ciò che Amos rimprovera è di essere caduti in un’idolatria ancora più pericolosa: quella del denaro.
*Salmo responsoriale (113/[112])
Questo salmo è il primo di quelli che Gesù ha cantato la sera del Giovedì Santo prima di partire per il Monte degli Ulivi. La prima parola che ha cantato è Alleluia che significa letteralmente Lodate Dio: Allelu è l’imperativo, lodate; e Ya la prima sillaba del Nome santo. Dunque, si tratta di un salmo di lode e si capisce dalla prima parola: Alleluia. Interessante è la composizione di questo salmo, formato da due parti di quattro versetti ciascuna, che incorniciano un versetto centrale. Il versetto centrale è una domanda: “Chi è come il Signore nostro Dio? (v.5) e le due parti contemplano le due facce del mistero di Dio: la sua santità e la sua misericordia. Nella sua rivelazione Dio si è fatto conoscere come il Trascendente, il tutto Santo e come il Misericordioso il Tutto Vicino. Per manifestare la sua santità, si ripete il suo Nome, “il Signore”, il Nome di Dio, rivelato da Lui stesso in quattro lettere (YHWH) che però non viene mai pronunciato. E come sappiamo, nella Bibbia, quando compaiono queste quattro lettere, spontaneamente il lettore ebreo le sostituisce con «Adonai», che significa Mio Signore, e che non pretende descrivere né definire Dio. Il termine “Signore”, che esprime bene la distanza tra Dio e noi, è usato cinque volte mentre “il Nome” tre volte, e il verbo lodare tre volte. La grande scoperta si trova nel versetto centrale: ”Chi è come il Signore nostro Dio?”: il Dio della gloria è nello stesso tempo il Dio della misericordia. e la seconda parte del salmo descrive l’azione di Dio a favore dei più piccoli, dei più poveri: solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero (v.7). Tra i deboli e i poveri, vi era la donna sterile, che viveva con la continua paura di essere ripudiata: “Fa abitare nella casa la sterile, come madre gioiosa di figli” (v.9). Sara, moglie di Abramo, ha conosciuto questo miracoloso rovesciamento: la gioia della sterile che si ritrova, dopo alcuni anni, con la casa piena di figli. La Bibbia ama sottolineare questi rovesciamenti di situazione: perché nulla è impossibile a Dio. Il Magnificat di Maria è pieno di questa certezza fiduciosa. Quando dopo l’Ultima Cena Gesù ha cantato questo salmo con i discepoli salendo verso il Monte degli Ulivi, ha sentito in modo particolare il versetto “solleva dalla polvere il debole”. Si avviava alla sua morte, e ha certamente riconosciuto qui un annuncio della sua risurrezione.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (2, 1-8)
Nel cuore di questo brano si trova una frase che riassume tutta la Bibbia, è al centro del pensiero di Paolo, e soprattutto è il centro della storia dell’umanità: “Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (v.4). Ogni parola è importante: “Dio vuole”: è il mistero della sua volontà, quel progetto di misericordia che aveva già prestabilito in se stesso per condurre i tempi alla loro pienezza, come dice la lettera agli Efesini (cf. 1,9-10). La volontà di Dio è una volontà di salvezza che riguarda tutti gli uomini. Paolo insiste sulla dimensione universale del progetto di Dio: “Dio, nostro Salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. In frasi di questo genere la parola “e” può essere sostituita da “cioè”; bisogna quindi intendere: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, cioè che giungano a conoscere pienamente la verità. E che cos’è la verità? È che Dio ci ama ed è sempre con noi per colmarci del suo amore. Essere salvati significa conoscere questa verità secondo il senso biblico del “conoscere”: cioè viverne, lasciarsi amare e trasformare da essa. Finché gli uomini non conoscono l’amore di Dio restano come prigionieri e Cristo è venuto per liberarci. Ecco perché troviamo l’espressione “ha dato se stesso in riscatto per tutti”(v.6) : ogni volta si può sostituire la parola riscatto con liberazione: credere nell’amore di Dio per tutti gli uomini e vivere di questo amore, significa essere salvati. Allora, la vera preghiera, – come dice Paolo – è entrare nel progetto di Dio per essere capaci di diffondere il vangelo come una scintilla che si propaga. Nell’ultima frase, l’insistenza di Paolo non riguarda tanto la posizione esteriore, ma lo stato d’animo con cui ci si deve presentare nella preghiera: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese”. Come entrare nel progetto d’amore di Dio per tutti se il cuore è pieno di collera e di cattive intenzioni? Molto probabilmente qui si intravedono segni di difficoltà gravi, di opposizioni, di divisioni, forse persino di persecuzioni, nella comunità alla quale era destinata questa lettera. Non possiamo avanzare ipotesi precise, poiché non siamo nemmeno sicuri della data di composizione della lettera, né se sia interamente di Paolo o di un suo discepolo. Ma poco importa: ciò che conta, in ogni epoca e in qualunque difficoltà non bisogna dimenticare mai che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla piena conoscenza della verità, cioè dell’amore di Dio.
*Dal Vangelo secondo Luca (16, 1-13)
Questo testo riserva una sorpresa: Gesù sembra fare i complimenti ai truffatori: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”(v.8). Attenzione a non sbagliare! Gesù lo definisce disonesto, cioè malvagio perché l’onestà faceva parte della morale più elementare. Dunque, l’intenzione di Gesù non è certo quella di andare contro la morale di base e si premura di precisare che il padrone loda quell’uomo per la sua scaltrezza. Se Gesù usa un esempio provocatorio, è per farci riflettere su qualcosa di serio, come mostra l’ultima frase: c’è una scelta urgente da fare tra Dio e il denaro perché non si può servire Dio e il denaro. Gesù elenca una serie di opposizioni: tra i figli di questo mondo e i figli della luce, tra una piccola cosa e una grande cosa, tra il denaro ingannevole e il bene autentico, tra i beni altrui e ciò che è veramente nostro. Tutte queste opposizioni hanno un unico scopo: farci scoprire che il denaro è un inganno e che dedicare la vita a fare soldi è una strada sbagliata; è grave quanto l’idolatria, che i profeti hanno sempre combattuto. Nella frase: “Non potete servire Dio e il denaro”, il verbo servire ha un senso religioso. C’è un solo Dio: non fatevi idoli, perché ogni idolatria vi rende schiavi e il denaro può diventare un fine a se stesso e non più un mezzo. Quando si è ossessionati dal desiderio di guadagnare, si diventa presto schiavi: è importante guardarsi da ciò che si possiede per non esserne posseduti, dice la saggezza popolare. Il sabato era stato istituito anche per riscoprire, una volta alla settimana, il gusto della gratuità, un modo per restare liberi. Il denaro è ingannevole in due sensi: anzitutto, ci fa credere che ci assicurerà la felicità, ma un giorno dovremo lasciare tutto. Nella frase di Gesù l’espressione “quando verrà a mancare” (v.9) è un’allusione alla morte e certamente non c’è grande interesse a essere il più ricco del cimitero! Inoltre, il denaro ci inganna se pensiamo che ci appartenga solo per noi. Gesù non disprezza il denaro, ma lo mette al servizio del Regno, cioè per il bene degli altri e nessuno ne è proprietario, bensì amministratore. Se è vero che non serve a nulla essere il più ricco del cimitero, ha però molto senso essere ricchi per farne beneficiare anche gli altri. La domanda “se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi affiderà quella vera?” (v.11) aiuta a capire che nell’uso del denaro è importante la fiducia: Dio si fida di noi, ci affida del denaro di cui siamo amministratori e responsabili. Ogni nostra ricchezza, di qualunque genere, ci è stata affidata come a degli amministratori perché la condividiamo trasformandola in felicità per chi ci circonda. Così si comprende meglio la parabola precedente, la storia di quell’amministratore minacciato di licenziamento che, per salvarsi, fa ancora una volta dei regali con i beni del suo padrone per farsi degli amici che lo accolgano. Era del tutto disonesto, ma ha saputo trovare rapidamente una soluzione ingegnosa per assicurarsi un futuro. L’astuzia, qui, consiste nell’usare il denaro come un mezzo e non come un fine. Non è quindi la disonestà che Gesù ammira, ma l’abilità: che cosa aspettiamo anche noi a trovare soluzioni creative per assicurare l’avvenire di tutti? La sete di guadagnare rende molte persone piene di inventiva; Gesù vorrebbe che la passione per la giustizia o la pace ci rendesse altrettanto inventivi! Il giorno in cui dedicheremo tanto tempo e tanta intelligenza a ricercare vie di pace, di giustizia e di condivisione quanto ne dedichiamo ad accumulare denaro oltre il necessario, il volto del mondo cambierà. In fondo, la morale della parabola può essere riassunta così: scegliete Dio, con decisione, e mettete al servizio del Regno la stessa intelligenza che mettereste nel fare soldi. I figli della luce sanno che il denaro è solo una piccola cosa; il Regno è la grande cosa e per questo non servono il denaro come una divinità, ma se ne servono per il bene di tutti.
+ Giovanni D’Ercole
Raw life is full of powers: «Be grateful for everything that comes, because everything was sent as a guide to the afterlife» [Gialal al-Din Rumi]
La vita grezza è colma di potenze: «Sii grato per tutto quel che arriva, perché ogni cosa è stata mandata come guida dell’aldilà» [Gialal al-Din Rumi]
It is not enough to be a pious and devoted person to become aware of the presence of Christ - to see God himself, brothers and things with the eyes of the Spirit. An uncomfortable vision, which produces conflict with those who do not want to know
Non basta essere persone pie e devote per rendersi conto della presenza di Cristo - per vedere Dio stesso, i fratelli e le cose con gli occhi dello Spirito. Visione scomoda, che produce conflitto con chi non ne vuol sapere
An eloquent and peremptory manifestation of the power of the God of Israel and the submission of those who did not fulfill the Law was expected. Everyone imagined witnessing the triumphal entry of a great ruler, surrounded by military leaders or angelic ranks...
Ci si attendeva una manifestazione eloquente e perentoria della potenza del Dio d’Israele e la sottomissione di coloro che non adempivano la Legge. Tutti immaginavano di assistere all’ingresso trionfale d’un condottiero, circondato da capi militari o schiere angeliche…
May the Holy Family be a model for our families, so that parents and children may support each other mutually in adherence to the Gospel, the basis of the holiness of the family (Pope Francis)
La Santa Famiglia possa essere modello delle nostre famiglie, affinché genitori e figli si sostengano a vicenda nell’adesione al Vangelo, fondamento della santità della famiglia (Papa Francesco)
John is the origin of our loftiest spirituality. Like him, ‘the silent ones' experience that mysterious exchange of hearts, pray for John's presence, and their hearts are set on fire (Athinagoras)
Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma (Atenagora)
Stephen's story tells us many things: for example, that charitable social commitment must never be separated from the courageous proclamation of the faith. He was one of the seven made responsible above all for charity. But it was impossible to separate charity and faith. Thus, with charity, he proclaimed the crucified Christ, to the point of accepting even martyrdom. This is the first lesson we can learn from the figure of St Stephen: charity and the proclamation of faith always go hand in hand (Pope Benedict)
La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme (Papa Benedetto)
“They found”: this word indicates the Search. This is the truth about man. It cannot be falsified. It cannot even be destroyed. It must be left to man because it defines him (John Paul II)
“Trovarono”: questa parola indica la Ricerca. Questa è la verità sull’uomo. Non la si può falsificare. Non la si può nemmeno distruggere. La si deve lasciare all’uomo perché essa lo definisce (Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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