don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Giovedì, 14 Maggio 2026 05:03

Mi ami? Ti voglio bene

Mistero dell’Amore e dell’Eros

Gv 21,15-19 (1-19)

 

Il medesimo segno della pesca sovrabbondante, in Lc 5,1-11 non riguarda la vicenda della Chiesa dopo la Pasqua, ma si colloca addirittura nel giorno in cui Gesù invita i primi discepoli a seguirlo per diventare “pescatori” di uomini.

Il prodigio della Vocazione espande il cammino del fedele in Cristo e interessa ogni esperienza che possiamo fare del Risorto nel lavoro ordinario - e quale Missione ci è affidata per sperimentarlo Vivente.

La Chiesa non è composta da fenomeni, ma da un cocciuto e smanioso a capo [Pietro]. Qualcuno sta dentro e fuori [Tommaso], altri restano legati al passato [Natanaele], e non mancano i fanatici [i figli di Zebedeo]; quindi gli anonimi, ossia tutti noi.

Pietro si rende conto che prima di dare ordini deve fare ed esporsi lui: se così, gli altri pur insubordinati decideranno spontaneamente (v.3), dilatando la loro vita.

Ma senza la fiaccola della Parola, nessun risultato. Seguire Pietro non basta e non salva nessuno.

Ecco Gesù: sulla Riva della condizione definitiva ci chiama e ci fa strada, fa da guida all’attività, ed è finalmente Luce - l’Alba.

 

La rete va gettata dalla «parte destra» (v.6), ossia dalla parte buona!

Per tirar su persone da abissi d’acque inquinate e flutti di morte verso una possibilità di respiro o stima di sé e vita piena, bisogna iniziare e puntare al meglio di ciascuno, far emergere il bene che sempre c’è.

Richiamo per noi. Ogni cultura possiede molte qualità: si faccia leva su di esse, invece di approcciare donne e uomini, etnie o situazioni, evidenziando limiti e problemi.

Quindi il Pietro - ciascun responsabile di comunità - non deve avere preconcetti, ma svestirsi della talare di capogruppo e cingersi il grembiule da servo [v.7: il verbo greco è quello della lavanda dei piedi].

Per un lavoro che doni risultato secondo Dio (l’amore) bisogna indossare la stessa veste di Cristo - unico distintivo: l’abito di chi non dà ordini, ma li riceve.

È il tratto della Chiesa autentica - nulla di grande: non arriva su un transatlantico, ma su una «barchetta» [v.8 testo greco].

E resta di bassa misura: come un poco di lievito, per abbracciare tutti.

 

Malgrado le difficoltà a credere, i discepoli vengono costituiti araldi della notizia di Dio favorevole all’umanità che intende viaggiare verso se stessa - senza più il bagaglio dei soverchianti accumuli di maniera.

Per la comunione con Dio e i fratelli, nel cammino della vita e nel senso di rinascita che vi si annida [ad es. dopo un dolore, i travagli, esperienze di rifiuto, pensieri di fallimento e morte...] Gesù aveva fatto emergere il portato delle capacità trasmutative già in dote a ciascuno.

La sua proposta aveva soppiantato il giogo oppressivo delle perfezioni esterne predicate dalla religione, sostituite appunto con le nostre semplici virtù famigliari, colte dal di dentro. Non: combattere, bensì accogliere. Non: obbedire, ma somigliare. E così via.

La chiesa non avrebbe dovuto diventare una comunione etica di santi, ma di peccatori e indecisi. La vicenda degli apostoli increduli ci conforta: siamo già abilitati, e con attitudine alla pienezza. Ma nel suo capovolgimento.

È la risurrezione che ci manda fra gli uomini, appunto da rigenerare; proprio come noi. Quindi la condizione di apostolo non è sottoposta alla solita trafila dottrinale, moralistica, di costume, e religiosa; non tarda più ad essere assunta.

Malgrado il credere in sé rimanga fragile, facciamo di continuo esperienza di risuscitazione dalle nostre macerie - risollevando o nel migliore dei casi rigenerando l’intero organismo dello spirito, e l’universo interiore.

Tutto ciò plasma una coscienza d’inadeguatezza differente: quella nella Fede - solo positiva, perché capisce i fratelli. Li riconosce nell’intimo di sé, e in tal guisa sa giustificare le resistenze all’Annuncio.

Infatti è nel recupero dei lati opposti e nella sinergia delle contraddizioni che siamo diventati - nel proprio - esperti della difficoltà. Più in grado di cogliere i disagi; perfino il sentimento di sentirsi svuotati, che presto o tardi darà spazio al capovolgimento; inedito felice.

Poi abbiamo imparato l’ascolto delle emozioni: l’intuirsi travolti - persino nelle idee. E la necessità di cogliere e perderci nei dolori, assurdi o insopportabili. Lati dignitosi; volti di noi stessi.

Insomma, al fine di una realizzazione vocazionale, ciascuno è già “perfetto”.

Nel suo portato di energie difformi, deve solo imparare a incontrare i rilievi di sé cui ancora non ha fatto largo.

Come se dentro di noi avessimo una molteplicità di aspetti, spesso tutti da scoprire, dietro un qualche guscio che resiste - i quali ci completano e guidano infallibilmente alla fioritura personale e sociale.

 

Così nell’esodo passiamo dall’esperienza di morte-risurrezione alla vera testimonianza - nella spontanea franchezza di venire abilitati come evangelizzatori.

Cosa che ci sorprende. Ma adesso il Messaggio fa corpo con noi stessi.

Diventa Richiamo di pace, però esplosivo - incredibile, e lo si vede più dai limiti (ora nulla da temere) che dall’abilità, o dallo stile esterno, dalla capacità di allestire cattedre sentenziose, nonché vetrine.

Dopo Cristo non bisogna più “migliorare” secondo accezione comune - né attesa, o proposito, che guardino e si abbeverino alla fonte del già detto da altri [in passato, o per la moda] che poi ricolloca nella medesima situazione prevedibile di sempre.

Per i malfermi apostoli, il consenso, la religione antica o glamour, l’identificazione, erano la negazione di se stessi nel cuore.

Viceversa la Chiamata per Nome diveniva lo sviluppo di ciò che ognuno era nel profondo e che non si era dato, manipolandosi.

Strada della realizzazione di sé, anche nel contributo ai fratelli. Anch’essi non intimamente dissociati.

Unica arma convincente, la genuinità - che arde dentro per farci santuari, inconsapevoli e incompleti ma viventi.

Contemplativi e in azione. Sola via per incontrare le anime.

 

Siamo collaboratori del grembiule, per dialogare con chi ha bisogno di recupero, in qualsiasi condizione di vortice o periferia si trovi.

Pertanto, «pascere» (vv.15-17) significa precedere e nutrire, non comandare.

Coloro che guidano devono essere segno di un Dio che non si stufa né ripicca.

Volto amabile e invitante di Colui che è capace di stupire e rimettere in piedi pure Simone. L’apostolo a capo, che era stato chiamato a libertà e aveva scelto la condizione di lacchè [cf. Gv 21,9; con il «fuoco di brace» in Gv 18,18].

 

Al termine d’un gioco di riproposte, nel dialogo con lo stesso Simone - «di Giovanni» perché ancora spiritualmente allievo del Battista (!) - è Gesù che si “accontenta” d’un amore di amicizia [cf. testo greco] modificando la doppia domanda «mi ami?» con la terza: «mi vuoi bene?».

L’amore umano attende un minimo di soddisfazione, non riesce a configurarsi in pura perdita - aspetta qualcosina, almeno un cenno di approvazione e gratitudine.

Nessun riconoscimento? Allora è il più Forte che cede.

‘Attendere’ è l’infinito del verbo ‘amare’, perché consente di nascere ancora.

Il sentimento umano ha fretta: regola la sua condotta sulla base del successo o delle perfezioni dell’amato.

L’Amore divino recupera; aiuta a diventare un’altra ‘persona’, a tutto tondo - non rompe l’intesa.

La sua Chiamata non è legata a meriti e prestazioni: anche attraverso le opere, dire «ti amo» è (purtroppo non di rado) una dichiarazione fatua.

O un’espressione sincera, ma spesso animata dall’entusiasmo senza radice profonda, che ad una successiva prova dei fatti trasforma il giuramento di fedeltà in sentimento fragile e incerto.

È la consapevolezza della propria impresentabilità gratuitamente redenta e trasformata in terreno di assurda fiducia, che tramuta la presunzione di sé in apostolato!

Per questo Gesù chiede a Pietro d’iniziare cominciando dai piccoli del gregge (v.15).

E «pascere» (vv.15.17) o «pasturiare» (v.16) significa «alimentare»: nutrire, aver cura, proteggere, favorire; avviare, rischiare in prima persona, difendere e metterci la faccia - non “comandare”.

Pascere è farsi presente, in un continuo di rimandi. È questo clima che convince, educa, sfama e sostiene, lasciando crescere e fiorire.

 

«Pascere» non è [appunto] dominare, ma alimentare l’ideale. E cominciare dal gregge minuto (v.15).

Insomma, onde assicurarsi l’esito “felice”, il credente vero, l’amico del Signore, il figlio di Dio, non si allea con gente che conta, poi si vedrà.

Neppure deve “pescare” proseliti, bensì dilatare e rallegrare la vita.

La pienezza del ‘risultato’ è la Felicità di ogni singola persona reale - così com’è - non come “dovrebbe essere” secondo opinione acclarata.

Infatti Gesù non chiede a Pietro: sei un buon amministratore? sei un bravo organizzatore? sei un abile animatore? sei abbastanza attrezzato, intelligente, furbo e introdotto per tener testa agli avversari?

 

Dunque “nemico” di Dio non è l’incertezza o il peccato - ossessione che genera squilibrati - bensì la ricerca della “vita media”. Pantano ove non ci si getta.

 

[Una riflessione per il capo scout recita: «Ricorda, capo scout: se tu rallenti, essi si arrestano; se tu cedi, essi indietreggiano; se tu ti siedi, essi si sdraiano. Se tu cammini avanti, essi ti supereranno; se tu dai la tua mano, essi daranno la loro pelle»].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Sei un inviato o un semplice ammiratore?

Qual è la tua personale Sorgente?

Qual è la Fonte delle tue relazioni?

E la radice della fedeltà e di ogni generosità che ti trascina, e mostri?

 

 

Amore totale e non

 

La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta.

(Papa Benedetto, Udienza Generale 24 maggio 2006)

Giovedì, 14 Maggio 2026 05:00

Amore totale e non

La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 24 maggio 2006]

Giovedì, 14 Maggio 2026 04:57

Più di costoro

1. La promessa fatta da Gesù a Simon Pietro, di costituirlo pietra fondamentale della sua Chiesa, ha riscontro nel mandato che il Cristo gli affida dopo la risurrezione: “Pasci i miei agnelli”, “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17). Vi è un oggettivo rapporto tra il conferimento della missione attestato dal racconto di Giovanni, e la promessa riferita da Matteo (cf. Mt 16, 18-19). Nel testo di Matteo vi era un annuncio. In quello di Giovanni vi è l’adempimento dell’annuncio. Le parole: “Pasci le mie pecorelle” manifestano l’intenzione di Gesù di assicurare il futuro della Chiesa da lui fondata, sotto la guida di un pastore universale, ossia Pietro, al quale egli ha detto che, per sua grazia, sarà “pietra” e che avrà le “chiavi del regno dei cieli”, col potere “di legare e di sciogliere”. Gesù, dopo la risurrezione, dà una forma concreta all’annuncio e alla promessa di Cesarea di Filippo, istituendo l’autorità di Pietro come ministero pastorale della Chiesa, a raggio universale.

2. Diciamo subito che in tale missione pastorale s’integra il compito di “confermare i fratelli” nella fede, di cui abbiamo trattato nella precedente catechesi. “Confermare i fratelli” e “pascere le pecore” costituiscono congiuntamente la missione di Pietro: si direbbe il proprium del suo ministero universale. Come afferma il Concilio Vaticano I, la costante tradizione della Chiesa ha giustamente ritenuto che il primato apostolico di Pietro “comprende pure la suprema potestà di magistero” (cf. Denz.-S. 3065). Sia il primato che la potestà di magistero sono conferiti direttamente da Gesù a Pietro come persona singolare, anche se ambedue le prerogative sono ordinate alla Chiesa, senza però derivare dalla Chiesa, ma solo da Cristo. Il primato è dato a Pietro (cf. Mt 16, 18) come - l’espressione è di Agostino - “totius Ecclesiae figuram gerenti” (Epist., 53,1.2), ossia in quanto egli personalmente rappresenta la Chiesa intera; e il compito e potere di magistero gli è conferito come fede confermata perché sia confermante per tutti i “fratelli” (cf. Lc 22, 31 s). Ma tutto è nella Chiesa e per la Chiesa, di cui Pietro è fondamento, clavigero e pastore nella sua struttura visibile, in nome e per mandato di Cristo.

3. Gesù aveva preannunciato questa missione a Pietro non solo a Cesarea di Filippo, ma anche nella prima pesca miracolosa, quando, a Simone che si riconosceva peccatore, aveva detto: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10). In tale circostanza, Gesù aveva riservato a Pietro personalmente questo annuncio, distinguendolo dai suoi compagni e soci, tra i quali i “figli di Zebedeo”, Giacomo e Giovanni (cf. Lc 5, 10). Anche nella seconda pesca miracolosa, dopo la risurrezione, emerge la persona di Pietro in mezzo agli altri Apostoli, secondo la descrizione dell’avvenimento fatta da Giovanni (Gv 21, 2 ss), quasi a tramandarne il ricordo nel quadro di una simbologia profetica della fecondità della missione affidata da Cristo a quei pescatori.

4. Quando Gesù sta per conferire la missione a Pietro, si rivolge a lui con un appellativo ufficiale: “Simone, figlio di Giovanni” (Gv 21, 15), ma assume poi un tono familiare e d’amicizia: “Mi ami tu più di costoro?”. Questa domanda esprime un interesse per la persona di Simon Pietro e sta in rapporto con la sua elezione per una missione personale. Gesù la formula a tre riprese, non senza un implicito riferimento al triplice rinnegamento. E Pietro dà una risposta che non è fondata sulla fiducia nelle proprie forze e capacità personali, sui propri meriti. Ormai sa bene che deve riporre tutta la sua fiducia soltanto in Cristo: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21, 17). Evidentemente il compito di pastore richiede un amore particolare verso Cristo. Ma è lui, è Dio che dà tutto, anche la capacità di rispondere alla vocazione, di adempiere la propria missione. Sì, bisogna dire che “tutto è grazia”, specialmente a quel livello!

5. E avuta la risposta desiderata, Gesù conferisce a Simon Pietro la missione pastorale: “Pasci i miei agnelli”; “Pasci le mie pecorelle”. È come un prolungamento della missione di Gesù, che ha detto di sé: “Io sono il buon Pastore” (Gv 10, 11). Gesù, che ha partecipato a Simone la sua qualità di “pietra”, gli comunica anche la sua missione di “pastore”. È una comunicazione che implica una comunione intima, che traspare anche dalla formulazione di Gesù: “Pasci i miei agnelli . . . le mie pecorelle”; come aveva già detto: “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). La Chiesa è proprietà di Cristo, non di Pietro. Agnelli e pecorelle appartengono a Cristo, e a nessun altro. Gli appartengono come a “buon Pastore”, che “offre la vita per le sue pecore” (Gv 10, 11). Pietro deve assumersi il ministero pastorale nei riguardi degli uomini redenti “con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1, 19). Sul rapporto tra Cristo e gli uomini, diventati sua proprietà mediante la redenzione, si fonda il carattere di servizio che contrassegna il potere annesso alla missione conferita a Pietro: servizio a Colui che solo è “pastore e guardiano delle nostre anime” (1 Pt 2, 25), e nello stesso tempo a tutti coloro che Cristo-buon Pastore ha redento a prezzo del sacrificio della croce. È chiaro, peraltro, il contenuto di tale servizio: come il pastore guida le pecore verso i luoghi in cui possono trovare cibo e sicurezza, così il pastore delle anime deve offrir loro il cibo della parola di Dio e della sua santa volontà (cf. Gv 4, 34), assicurando l’unità del gregge e difendendolo da ogni ostile incursione.

6. Certo, la missione comporta un potere, ma per Pietro - e per i suoi successori - è una potestà ordinata al servizio, a un servizio specifico, un ministerium. Pietro la riceve nella comunità dei Dodici. Egli è uno della comunità degli Apostoli. Ma non c’è dubbio che Gesù, sia mediante l’annuncio (cf. Mt 16, 18-19), sia mediante il conferimento della missione dopo la sua risurrezione, riferisce in modo particolare a Pietro quanto trasmette a tutti gli Apostoli, come missione e come potere. Solo a lui Gesù dice: “Pasci”, ripetendoglielo tre volte. Ne deriva che, nell’ambito del comune compito dei Dodici, si delineano per Pietro una missione e un potere, che toccano soltanto a lui.

7. Gesù si rivolge a Pietro come a persona singola in mezzo ai Dodici, non soltanto come a un rappresentante di questi Dodici: “Mi ami tu più di costoro?” (Gv 21, 15). A questo soggetto - il tu di Pietro - è chiesta la dichiarazione d’amore ed è conferita questa missione e autorità singolare. Pietro è dunque distinto tra gli altri Apostoli. Anche la triplice ripetizione della domanda sull’amore di Pietro, probabilmente in rapporto con il suo triplice rinnegamento di Cristo, accentua il fatto del conferimento a lui di un particolare ministerium, come decisione di Cristo stesso, indipendentemente da qualunque qualità o merito dell’Apostolo, e anzi nonostante la sua momentanea infedeltà.

8. La comunione nella missione messianica, stabilita da Gesù con Pietro mediante quel mandato: “Pasci i miei agnelli . . .”, non può non comportare una partecipazione dell’Apostolo-Pastore allo stato sacrificale di Cristo-buon Pastore “che offre la vita per le sue pecore”. Questa è la chiave di interpretazione di molte vicende, che si ritrovano nella storia del pontificato dei successori di Pietro. Su tutto l’arco di questa storia aleggia quella predizione di Gesù: “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18). Era la predizione della conferma che Pietro avrebbe dato al suo ministero pastorale con la morte per martirio. Come dice Giovanni, con tale morte Pietro “avrebbe glorificato Dio” (Gv 21, 19). Il servizio pastorale, affidato a Pietro nella Chiesa, avrebbe avuto la sua consumazione nella partecipazione al sacrificio della croce, offerto da Cristo per la redenzione del mondo. La croce, che aveva redento Pietro, sarebbe così diventata per lui il mezzo privilegiato per esercitare fino in fondo il suo compito di “Servo dei servi di Dio”.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 dicembre 1992]

Giovedì, 14 Maggio 2026 04:49

Come mi guarda?

«Come mi guarda oggi Gesù?». La domanda suggerita da Francesco raggiunge e interpella direttamente ciascun cristiano con la stessa forza dei «tre sguardi che il Signore ha avuto per Pietro». Sguardi che raccontano «l’entusiasmo della vocazione, il pentimento e la missione», ha spiegato il Papa nella messa celebrata venerdì 22 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.

Il brano che racconta il dialogo tra Gesù e Pietro, ha fatto notare il Pontefice, «è quasi alla fine» del vangelo di Giovanni» (21, 15-19) «Ricordiamo sempre — ha proseguito — la storia di quella notte di pesca», quando «i discepoli non hanno preso alcun pesce, niente». E per questo «erano un po’ arrabbiati». Perciò «quando si avvicinarono alla riva» e si sentirono domandare da un uomo se avessero «qualcosa da mangiare», ecco che «loro arrabbiati» risposero: «No!». Perché veramente «non avevano pescato niente». Ma quest’uomo gli disse di gettare la rete dall’altra parte: i discepoli l’hanno fatto «e la rete si riempì di pesce».

È «Giovanni, l’amico più vicino, a riconoscere il Signore». Da parte sua «Pietro, l’entusiasta, si butta in mare per arrivare prima dal Signore». Questa è davvero «una pesca miracolosa», ha osservato Francesco, ma «quando sono arrivati — qui incomincia il passo di oggi del Vangelo — trovano che Gesù aveva preparato la colazione: sulla griglia c’era il pesce». Così mangiano insieme. Poi «dopo aver mangiato, incomincia il dialogo fra Gesù e Pietro».

«Oggi nella preghiera — ha confidato il Papa — mi veniva al cuore, mi tornava com’era lo sguardo di Gesù su Pietro». E nel Vangelo, ha aggiunto, «ho trovato tre differenti sguardi di Gesù su Pietro».

«Il primo sguardo», ha fatto notare Francesco, si incontra «all’inizio del vangelo di Giovanni, quando Andrea va da suo fratello Pietro e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia”». E «lo porta da Gesù», il quale «fissa il suo sguardo su di lui e dice: “Tu sei Simone, figlio di Giona. Sarai chiamato Pietro”». È «il primo sguardo, lo sguardo della missione che, più avanti a Cesarea di Filippo, spiega la missione: “Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia Chiesa”: questa sarà la tua missione».

«Nel frattempo — ha affermato il Pontefice — Pietro era diventato un entusiasta di Gesù: seguiva Gesù. Ricordiamo quel passo del sesto capitolo del vangelo di Giovanni, quando Gesù parla del mangiare il suo corpo e tanti discepoli in quel momento dicevano: “Ma è duro questo, questa parola è difficile”». Tanto che «incominciarono a tirarsi indietro». Allora «Gesù guarda i discepoli e dice: “Anche voi volete andarvene”?». Ed «è l’entusiasmo di Pietro che risponde: “No! Ma dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”». Dunque, ha spiegato Francesco, «c’è il primo sguardo: la vocazione e un primo annuncio della missione». E «com’è l’anima di Pietro in quel primo sguardo? Entusiasta». È «il primo tempo di andare con il Signore».

Poi, ha aggiunto il Papa, «ho pensato al secondo sguardo». Lo troviamo «la tarda notte del Giovedì santo, quando Pietro vuol seguire Gesù e si avvicina dove lui è, nella casa del sacerdote, in prigione, ma viene riconosciuto: “No, io questo non lo conosco!”». Lo rinnega «per tre volte». Poi «sente il canto del gallo e si ricorda: ha rinnegato il Signore. Ha perso tutto. Ha perso il suo amore». Proprio «in quel momento Gesù è portato in un’altra stanza, attraverso il cortile, e fissa lo sguardo su Pietro». Il vangelo di Luca dice che «Pietro pianse amaramente». Così «quell’entusiasmo di seguire Gesù è diventato pianto, perché lui ha peccato, lui ha rinnegato Gesù». Però «quello sguardo cambia il cuore di Pietro, più di prima». Dunque «il primo cambiamento è il cambio di nome e anche di vocazione». Invece «questo secondo sguardo è uno sguardo che cambia il cuore ed è un cambio di conversione all’amore».

«Non sappiamo come sia stato lo sguardo in quell’incontro, da soli, dopo la risurrezione» ha affermato Francesco. «Sappiamo che Gesù ha incontrato Pietro, dice il Vangelo, ma non sappiamo cosa hanno detto». E così quello raccontato nella liturgia di oggi «è un terzo sguardo: la conferma della missione; ma anche lo sguardo nel quale Gesù chiede conferma dell’amore di Pietro». Infatti «per tre volte — tre volte! — Pietro aveva rinnegato»; e ora il Signore «per tre volte chiede la manifestazione del suo amore». E «quando Pietro, ogni volta, dice di sì, che gli vuole bene, che lo ama, lui dà la missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore”». Di più, alla terza domanda — «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» — Pietro «rimase addolorato, quasi piange». È dispiaciuto perché «per la terza volta» il Signore «gli domandava “Mi vuoi bene?”». E gli risponde: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene». E di rimando Gesù: «Pasci le mie pecore». Ecco «il terzo sguardo: lo sguardo della missione».

Francesco ha quindi riproposto l’essenza dei «tre sguardi» del Signore su Pietro: «Il primo, lo sguardo della scelta, con l’entusiasmo di seguire Gesù; il secondo, lo sguardo del pentimento nel momento di quel peccato tanto grave di avere rinnegato Gesù; il terzo sguardo è lo sguardo della missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore, pasci le mie pecore”». Ma «non finisce lì. Gesù va più avanti: tu fai tutto questo per amore e poi? Sarai incoronato re? No». Anzi, il Signore afferma chiaramente: «Ti dico: quando eri più giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Come a dire: «Anche tu, come me, sarai in quel cortile nel quale io ho fissato il mio sguardo su di te: vicino alla croce».

Proprio su questo il Papa ha proposto un esame di coscienza. «Anche noi possiamo pensare: qual è oggi lo sguardo di Gesù su me? Come mi guarda Gesù? Con una chiamata? Con un perdono? Con una missione?». Siamo certi che «sulla strada che lui ha fatto, tutti noi siamo sotto lo sguardo di Gesù: lui ci guarda sempre con amore, ci chiede qualcosa, ci perdona qualcosa e ci dà una missione».

Prima di proseguire la celebrazione — «adesso Gesù viene sull’altare» ha ricordato — Francesco ha invitato a pregare: «Signore, tu sei qui, tra noi. Fissa il tuo sguardo su me e dimmi cosa debbo fare; come devo piangere i miei sbagli, i miei peccati; quale sia il coraggio con il quale devo andare avanti sulla strada che tu hai fatto per primo». E «durante questo sacrificio eucaristico», è opportuno «che ci sia questo nostro dialogo con Gesù». Poi, ha concluso, «ci farà bene pensare durante tutta la giornata allo sguardo di Gesù su di me».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano  23/05/2015]

Ascensione del Signore (anno A)  [Giovedì 14 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)

I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1)  ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e  metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).

La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).

 

Salmo responsoriale (46/ 47)

Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa  più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e  doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia” 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)

La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione.  Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5).  E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo.  Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.

 

 

VII Domenica di Pasqua Anno  [17 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)

La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna! 

 

Salmo Responsoriale (26/ 27)

Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.

 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)

All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”  parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)

Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”.  In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr  “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 11 Maggio 2026 12:40

Ascensione

Martedì, 05 Maggio 2026 09:46

6a Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua (anno A)  [10 Maggio 2026] 

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)

Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia 

 

Salmo responsoriale (65/66) 

Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo.  Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)

Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.

Da dove verrà questa resistente audacia?  I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.

E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 27 Aprile 2026 10:55

5a Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua  (anno A) [3 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)

Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa. 

 

Salmo responsoriale (32/33)

Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5).  Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)

In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)

Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre.  Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta   sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.

 

+Giovanni D’Ercole

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Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)

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