don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

(Mt 17,1-9; Mc 9,2-13; Lc 9,28-36)

 

«La montagna - il Tabor come il Sinai - è il luogo della vicinanza con Dio. È lo spazio elevato, rispetto all'esistenza quotidiana, dove respirare l'aria pura della creazione. È il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore, come Mosè e come Elia, che appaiono accanto a Gesù trasfigurato e parlano con Lui dell'"esodo" che lo attende a Gerusalemme, cioè della sua Pasqua. La Trasfigurazione è un avvenimento di preghiera: pregando Gesù si immerge in Dio, si unisce intimamente a Lui, aderisce con la propria volontà umana alla volontà di amore del Padre, e così la luce lo invade e appare visibilmente la verità del suo essere: Egli è Dio, Luce da Luce. Anche la veste di Gesù diventa candida e sfolgorante. Questo fa pensare al Battesimo, alla veste bianca che indossano i neofiti. Chi rinasce nel Battesimo viene rivestito di luce anticipando l'esistenza celeste, che l'Apocalisse rappresenta con il simbolo delle vesti candide (cfr Ap 7, 9.13). Qui è il punto cruciale: la trasfigurazione è anticipo della risurrezione, ma questa presuppone la morte. Gesù manifesta agli Apostoli la sua gloria, perché abbiano la forza di affrontare lo scandalo della croce, e comprendano che occorre passare attraverso molte tribolazioni per giungere al Regno di Dio. La voce del Padre, che risuona dall'alto, proclama Gesù suo Figlio prediletto come nel Battesimo nel Giordano, aggiungendo: "Ascoltatelo" (Mt 17, 5). Per entrare nella vita eterna bisogna ascoltare Gesù, seguirlo sulla via della croce, portando nel cuore come Lui la speranza della risurrezione. "Spe salvi", salvati nella speranza. Oggi possiamo dire: "Trasfigurati nella speranza"» [Papa Benedetto].

 

 

Nel linguaggio biblico, l’esperienza de «il Monte» è icona dell’Incontro fra Dio e l’uomo. È sì per noi come un perdere la testa, ma in modo assai pratico - niente affatto visionario.

Il Maestro la impone alle tre figure eminenti delle prime comunità, non perché li considera degli eletti, ma l’esatto contrario: si accorge che sono i suoi capitani che hanno bisogno d’una verifica.

I Vangeli sinottici non parlano di trasfigurazione alcuna, ma di «Metamorfosi» [testo greco di Mt 17,2 e Mc 9,2]: passaggio sotto una forma differente.

In particolare Lc 9,29 sottolinea che «l’aspetto del suo volto divenne altro» [testo greco]. Non per uno stato parossistico.

Sembra pazzesco, ma la ieratica magnificenza dell’Eterno si rivela controcorrente: nell’immagine del garzone dimesso.

 

L’esperienza della Gloria divina risulta per i discepoli eminenti insostenibile - non in riferimento a bagliori di luce fisici.

Come nelle icone orientali, si ritrovano faccia a terra. «E udendo i discepoli caddero sul loro volto e furono presi grandemente da timore» (Mt 17,6).

Nella cultura dell’oriente antico significava precisamente: “sconfitti” nelle loro aspirazioni - e spaventati. Timorosi di essere chiamati anche loro al dono di sé: Mt 17,6; Mc 9,6; Lc 9,34-36.

La vertigine dell’esperienza di Dio non era quella che coltivavano e volevano.

Il chiarore abbagliante cui si riferisce il passo (Mt 17,2.5; Mc 9,3; Lc 9,29) è quello d’una Rivelazione che fa aprire gli occhi sull’identità “impossibile” del Figlio.

Era popolarmente atteso come somigliante a Davide, sovrano potente, in grado di assicurare al popolo un agevole e pronto benessere.

Si svela al viceversa. Manifestazione lampante di Dio è: Comunione nella semplicità, che ci qualifica tutti.

La forma del “capo” è quella dell’inserviente, che ha la libertà di scendere di quota per mettere a proprio agio gli ultimi: l’umanamente sconfitto!

Pietro sgomita più di altri per dire la sua. Come solito, vuole emergere e ribadire le idee antiche, ma si svela come il più ridicolo di tutti (Mc 9,6; Lc 9,33): sproloquia.

Per lui [ancora!] al centro del trittico resta Mosè (Mt 17,4; Mc 9,5; Lc 9,33).

Con l’ausilio di profezie animate da zelo focoso [Elia], secondo Simone Gesù sarebbe uno dei tanti che avrebbe fatto praticare la tradizione legalista.

A fondamento restano i Comandamenti, non le Beatitudini.

Il primo degli apostoli proprio non vuol capire che il Signore non impone un’Alleanza fondata sull’obbedire, ma sul Somigliare!

Certo, anche gli altri “grandi” erano in dormiveglia. Chissà cosa sognavano... poi smarriti cercano tutti e ancora un Gesù secondo Mosè ed Elia (Mt 17,8; Mc 9,8-10; Lc 9,36).

 

Nella cultura del tempo, il nuovo Principe osservante e dirompente era atteso durante la festa delle Capanne.

Avrebbe inaugurato il dominio del popolo eletto su tutte le nazioni della terra (Zc 14,16-19); in pratica, l’età dell’oro.

Nel giudaismo, la festa delle Capanne faceva memoria delle «mirabilia Dei» dell’Esodo [Lc 9,31: qui, la nuova e personalistica liberazione dal paese delle schiavitù] celebrandone le prospettive di vittoria.

Ma il Regno del Signore non è un impero tutto da godere, prodigioso e immediato - badando per il resto a non farsi troppo del male, ossia tenendosi a distanza di sicurezza.

Nessuna proposta di vita scorrevole. Piuttosto, cambiamento di volto e di cosmo.

Sviluppo e passaggio inatteso, che però convince l’anima: invita all’introspezione e a prendere atto - così ci completa e fa trasalire (con virtù perfetta).

 

Per edificare la Chiesa di Dio non vi sono scorciatoie, né punti di sicurezza intorpidita, e lì starsene tranquilli a coltivare consenso - al riparo dalle ferite, o senza vedere altre relazioni.

L’esperienza della Gloria è «sub contraria specie»: nella regalità che spinge verso il basso.

Ma nella parsimonia ci fa scoprire metamorfosi da stupore - così vicine alle nostre radici.

 

 

Elia, Giovanni, Gesù: Evoluzione del senso di Comunità

 

Traiettoria curva, e il modello che non è la “sfera”

(Mt 17,10-13)

 

All’esperienza de “il Monte” - cosiddetta Trasfigurazione -  segue l’episodio di Elia e Giovanni [cf. Mt 17,10-13 e parallelo Mc 9,2-13].

Gesù ha introdotto i discepoli in vista ma più testardi degli altri alla percezione della Metamorfosi (Mt 17,2 testo greco) del Volto divino e ad un’idea capovolta del Messia atteso (vv.4-7).

 

Gli esperti delle sacre Scritture ritenevano che il ritorno di Elia dovesse anticipare e preparare l’avvento del Regno di Dio.

Poiché il Signore era presente, i primi discepoli si chiedevano quale fosse il valore di quell’insegnamento.

 

Anche nelle comunità di Mt e Mc, tra i molti provenienti dal giudaismo sorgeva il quesito circa il peso delle dottrine antiche, in relazione al Cristo.

Il brano di Vangelo è dotato di una potente specificità personale, cristologica [il fratello più prossimo, che riscatta: Go’El del sangue].

A ciò si aggiunge una precisa accezione comunitaria, perché Gesù identifica la figura del profeta Elia con il Battista.

 

Al tempo, nell’area palestinese le difficoltà economiche e la dominazione romana costringevano le persone a ripiegare su un modello di vita individuale.

I problemi di sussistenza e assetto sociale avevano avuto come conseguenza uno sgretolamento della vita di relazione (e legami) sia di clan che nelle stesse famiglie.

Nuclei accorpanti, che avevano sempre assicurato assistenza, sostegno e difesa concreta ai membri più deboli e in difficoltà.

Tutti si attendevano che la venuta di Elia e del Messia potesse avere un esito positivo nella ricostruzione della vita fraterna, allora intaccata.

Come si diceva: «ricondurre il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» [Mal 3,22-24 annunciava proprio l’invio di Elia] per ricostruire la convivenza disintegrata.

Ovviamente il recupero del senso d'identità interno del popolo era malvisto dal sistema di dominazione. Figuriamoci la cifra gesuana della Chiamata per Nome, che avrebbe spalancato la vita pia popolare a mille possibilità.

Giovanni aveva predicato con forza un ripensamento dell’idea di libertà conquistata (passaggio del Giordano), il riassetto delle idee religiose consolidate (conversione e perdono dei peccati nella vita reale, fuori del Tempio) e giustizia sociale.

Avendo un progetto evoluto di riforma nella solidarietà (Lc 3,7-14), in pratica era il Battezzatore stesso che aveva già svolto la missione dell’Elia atteso [Mt 17,10-12; Mc 9,11-13].

Per questo motivo era stato tolto di mezzo: poteva riassemblare tutto un popolo di estromessi - emarginati sia dal giro del potere che della religiosità verticista, accomodante, servile, e collaborazionista.

Una devozione a compartimenti stagni, che non consentiva assolutamente né il “ricordo” di se stessi, né dell’antico assetto sociale comunitario, incline alla condivisione.

Insomma, il sistema di cose, interessi, gerarchie, forzava a radicarsi in quella configurazione insoddisfacente. Ma ecco Gesù, che non si piega.

 

Chi ha il coraggio d’intraprendere un cammino di spiritualità biblica e di Esodo impara ad apprendere che ciascuno ha un modo differente di scendere in campo e stare nel mondo.

Allora, esiste un saggio equilibrio tra rispetto di sé, del contesto, e altrui?

Gesù viene presentato da Mt alle sue comunità come Colui che ha voluto continuare l’opera di edificazione del Regno, sia sotto il profilo della qualità vocazionale che per quanto concerne la ricostruzione della coesistenza.

Con una differenza fondamentale: rispetto al portato delle concezioni etnico-religiose, il Maestro non propone a tutti una sorta di ideologia di corpo, che finisce per spersonalizzare i Doni eccentrici dei deboli - quelli imprevedibili per una mentalità consolidata, ma che tracciano futuro.

In clima di clan rinsaldato, non di rado sono proprio i senza peso e coloro che conoscono solo abissi (e non vertici) a venire come spinti all’assenso di una conformazione rassicurante d’idee - invece che dinamica - e fucina di accoglienza più larga.

Quanti non conoscono vette ma solo povertà, proprio nei momenti di crisi sono i primi invitati dalle circostanze avverse ad oscurare il proprio sguardo sull’avvenire.

 

I miseri restano gl’impossibilitati a guardare in un’altra direzione e spostarsi, tracciando un diverso destino - proprio a causa di tare esterne a loro: culturali, di tradizione, di reddito, o “spirituali”.

Tutte caselle riconoscibili, forse talora non allarmanti, ma lontane dalla nostra natura.

E subito: con la condanna a portata di giudizio comune [per mancata omologazione].

Sentenza che vuole tarpare le ali, annientare l’atmosfera nascosta e segreta che appartiene davvero all'unicità personale, e condurci tutti - anche in modo esasperato.

 

Il Signore propone una vita assembleare di carattere, ma non ostinata né targata - non disattenta... come nella misura in cui viene costretta ad andare nella medesima rotta antica di sempre. O nella stessa direzione dei capitribù.

Cristo vuole una collaborazione più rigogliosa, che faccia utilizzare bene le risorse (interne e non) e le differenze.

Assetto per l’inedito: nel modo che ad es. le cadute o le inesorabili tensioni non vengano camuffate - anzi, diventino opportunità, sconosciute e impensabili ma assai feconde di vita.

 

Qui anche le crisi diventano importanti, anzi fondamentali per far evolvere la qualità dello stare accanto - nella ricchezza del «poliedro» che come scrive Papa Francesco «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» [Evangelii Gaudium n.236].

Senza rigenerarsi, solo ripetendo e ricalcando modalità collettive - da modello sfera (ibidem) - o altrui, ossia da nomenclatura, non personalmente rielaborate o valicate, non si cresce; non ci si dirige verso la propria irripetibile missione.

Non si colma il senso lacerante di vuoto.

Tentando di manipolare caratteri e personalità per guidarle al “come devono essere”, non si sta bene con se stessi e neppure fianco a fianco. Non si trasmette ai tanti diversi la percezione di stima e adeguatezza, né il senso di benevolenza - tantomeno gioia di vivere.

Le traiettorie curve o a tentativo ed errore si confanno alla Prospettiva del Padre, e alla nostra crescita irripetibile.

Differenza tra religiosità e Fede.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando nella tua vita è cresciuto in modo sincero e non costretto dalle circostanze il tuo senso di comunità?

Come contribuisci in modo convinto alla fraternità concreta - talora profetica e critica (come Giovanni e Gesù)? O sei rimasto allo zelo fondamentalista di Elia e a quello accorpante ma purista dei precursori del Signore Gesù?

 

 

In tutti i Sinottici, al brano della Metamorfosi di Gloria segue l’episodio della guarigione del fanciullo epilettico [in Mt appunto dopo la questione del Ritorno di Elia che Mc include]. Tema che gli altri evangelisti traggono proprio da Mc 9,14-29. Andiamo direttamente a tale fonte, assai istruttiva per cogliere e precisare il significato profondo dell’argomento e della proposta essenziale comune, introdotta dagli Autori nella catechesi della cosiddetta “Trasfigurazione”:

 

 

Fede, Preghiera d’attenzione, Guarigioni: senza esclusione di colpi

(Mc 9,14-29)

 

Come regolarsi nell’impotenza di fronte ai drammi dell’umanità? Anche nel cammino di Fede, a un certo punto del nostro percorso cogliamo un bisogno insopprimibile di trasformarci.

Vogliamo realizzare il nostro essere in modo più completo, e fare il bene, perfino altrui. È una spinta innata.

Il bisogno di vita non nasce da ragionamenti: sorge spontaneo, affinché emergano nuove situazioni, altre parti di noi.

Cambiare è legge di natura, di ogni Seme.

Tale moto ci “chiama” dalle profondità del nostro Nucleo, affinché arriviamo a modificare equilibri, convincimenti, modi di scendere in campo che hanno fatto il loro tempo.

A tale vocazione si può rispondere rendendosi disponibili, onde scoprire differenti punti di vista. Anche esterni, ma a partire dal rinvenimento di una sorta di “nuovo io” che in realtà giaceva nell’ombra delle nostre virtù.

Energie cui non avevamo ancora concesso respiro.

Viceversa, a tale processo ci si può d’istinto opporre, causa varie paure, e allora ogni vicenda diventa ostica; come una corsa a ostacoli.

Infine, nel nostro itinerario di trasformazione si rinviene spesso anche l’opposizione degli altri, che magari appaiono più esperti di noi…

Sembrano periti e veterani, eppure anch’essi “spaventati” dal fatto che non intendiamo fermarci al palo già dettato.

In ogni caso la spinta al cambiamento non mollerà la presa intima.

Faremo azioni nuove, esprimeremo diverse opinioni, mostreremo lati opposti della personalità; lasceremo più spazio all’onda vitale.

Basta coi compromessi, anche se agli altri può sorgere il dubbio che siamo diventati “tortuosi”.

 

Insomma, che potere ha il sopraggiungere della scelta di Fede nella vita, persino fra l’incredulità della gente?

E - come nel passo di Vangelo - nello scetticismo incapace [degli stessi apostoli, che sarebbero i primi deputati a manifestarne lo spessore]?

Anche oggi alcuni vecchi “personaggi” e guide stanno tramontando, spiazzati dal nuovo incedere di consapevolezze, o da enigmi cangianti, e differenti unità di misura.

La vecchia “forma” non soddisfa più. Anzi, produce malessere. Ma c’è attorno - appunto - tutto un sistema di aspettative, anche “spirituali”, o almeno “religiose” piuttosto conformiste.

Qual è il punto, se anche noi preti non siamo più rassicuranti? E cosa ne pensa Dio?

 

La messianicità di Cristo e la stessa Salvezza appartengono alla sfera della Fede e della Preghiera.

Sono gli ambiti dell'ascolto intimo, della percezione acuta, della fiduciosa accoglienza sponsale, e della spinta liberatrice.

Il Maestro stesso - fluido e concreto - non si è immerso nel sistema delle rigide aspettative sociali [reciproche] del suo tempo, e ha deciso di uscire dal “gruppo”.

Su questo punto Gesù sbotta contro la mediocrità e l’azione senza picchi - tutta prevedibile - dei suoi (vv.18-19) ed è costretto a riprendere da zero (vv.28-29).

Certo, forse anche agli altri manca la Fede creativa senza flessioni e turbillon, ma almeno lo riconoscono (v.24) e con estrema riservatezza desiderano essere aiutati, ben prima di farsi insegnanti altrui (v.14).

Talora proprio gli intimi del vero Maestro, forse ancora scarsamente esperti dei grandi segni di Dio, ricercano solo l’osanna dei ruoli, e consenso nella spettacolarità.

Tanto che «entrato Egli in casa» ossia nella sua Chiesa (v.28) deve ricominciare a fare catechismo base [forse pre-catechismo, proprio ai suoi capi].

Senza voler concedere alle turbe nessun festival d’avanspettacolo esterno, come probabilmente avrebbero fatto gli “intimi”.

 

Il brano è strutturato sulla falsariga delle prime liturgie catecumenali.

Il Signore vuole che le persone schiavizzate da pensieri normali, dall’ideologia di potere e dalla falsa religione vengano portate a Lui (v.19) ed esige la Fede di coloro che le guidano (vv.23-24).

Il principiante passa attraverso una revisione di vita che «contorce» e «conduce a terra».

Questo perché si può rimanere appunto plagiati da guide “spirituali” dirigiste, poco sagge, nascostamente manipolanti - malgrado inefficaci e sotto sotto insicure.

Poi è un vero strazio scoprire di essersi fin dall’infanzia (v.21) regolati su un modello mortificante - fatto di facili classificazioni, che però non realizzano, bensì disumanizzano.

Forse anche noi siamo stati condizionati da direttori poco accorti.

E solo con faticose, strazianti esperienze, abbiamo scoperto che proprio quanto ci era stato insegnato come sublime - e in grado di assicurarci comunione con Dio - era viceversa la prima causa del distacco da Lui, nonché da un’esistenza personale ed ecclesiale più armonica e colma.

 

Per essere liberato e risorgere a nuova vita (v.27) il candidato del cammino di Fede passa come attraverso una morte - sorta d’immersione battesimale, che affoga la sua antica formazione [di fatto] paganeggiante.

Al tempo di Mc molti parlavano di espulsione dei demoni.

Nella tipologia del nuovo Battesimo, la comunità di Roma voleva esprimere l’obbiettivo della Lieta Notizia dei Vangeli: aiutare le persone a levarsi su - liberandosi dalle paure condizionanti del male.

Non è quello il vero potere.

 

Nel brano, sordità e mutismo del fanciullo stanno a indicare la mancanza della «Parola» che si fa «evento» - vita incessante, crescente, in grado di tramutare la sorte segnata, standard, di “terra”.

Carenza che sussiste sia in mezzo al popolo disorientato che - purtroppo - in primis tra i discepoli, malati di protagonismo e unilateralità.

Lo stesso comportamento del giovane (vv.18.20.26) ricalca le modalità esistenziali di persone soggiogate da forze invincibili, perché autodistruttive - quindi in preda a lacerazioni ossessive, senza posa.

Contrarie alla quintessenza del carattere personale.

È una situazione appunto straziante: quella di chi scopre di essere stato ingannato da una religiosità di convincimenti troppo comuni - col trucco epidermico, persuasivo, delle direzioni di branco o di massa.

 

L’avvento del Regno di Dio significava sin d’allora la venuta d’un potere “interno” più forte dello stesso esercito romano, le cui legioni venivano usate appunto per mantenere situazioni d’oppressione civile, persino di timore religioso.

Anche oggi, tra le spinte che inducono malattie profonde [come un qualcosa che si è impadronito di noi] e la presenza del Messia, si scatena una lotta senza esclusione di colpi.

I due poli opposti non si sopportano; fanno scintille.

Ma la soluzione non è meravigliare le folle, né viceversa tentare di rifare cose che infine tornino a sacralizzare lo status quo.

Così, talora sembra che non siamo in condizione di avviare processi di guarigione autentica (v.18b).

Eppure il male non cede per miracolo e con clamore, né per forza o insistenza dell’uomo, bensì per sintonia e Dono (v.29). A partire da potenze-evento interne.

Ecco lo spazio dell’orazione-ascolto.

La preghiera fa uscire dai confini e pone in contatto con altre energie e sorprese di cui non ci si è accorti: virtù innate e della Grazia, le quali permettono di vedere ogni situazione con altri occhi, liberati.

 

Per le soluzioni che risolvono i veri problemi, da dentro, abbiamo bisogno costante non di regole conformiste, bensì di una nuova Lettura

Ecco lo sguardo dissimmetrico.

Dice il Tao Tê Ching (i): «Il Tao [modo di condursi] che può esser detto non è l’Eterno Tao. Il nome che può esser nominato, non è l’Eterno Nome». Commenta il maestro Wang Pi: «Un Tao effabile indica una pratica».

La nostra vita non si gioca sull’iniziativa di ciò che siamo già in grado di allestire e praticare - o interpretare, disegnare e prevedere (vv.14-19) - ma sull’Attenzione (v.29).

Il «monte» da smuovere [v. parallelo Mt 17,20 - cf. Mt 19,20ss; Mc10,20ss; Lc 18,21ss] non è fuori, ma dentro di noi.

In tal guisa, l’idea conformista che ci scoraggia, o tutti gli ostacoli (invece di nuocere) saranno preziose occasioni di crescita.

 

Saremo al centro della realtà d’Incarnazione: come un mettere la carne al fuoco.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come vivi i tuoi conflitti? Qual è la tua esperienza di guarigione?

 

 

Superare quel “qualcosa di incredulità”,

e “mettere la carne al fuoco”

 

I miracoli esistono ancora oggi. Ma per consentire al Signore di compierli c'è bisogno di una preghiera coraggiosa, capace di superare quel "qualcosa di incredulità" che alberga nel cuore di ogni uomo, anche se uomo di fede. Una preghiera soprattutto per coloro che soffrono a causa delle guerre, delle persecuzioni e di ogni altro dramma che scuote la società di oggi. Ma la preghiera deve "mettere carne al fuoco", cioè coinvolgere la nostra persona e impegnare tutta la nostra vita, per superare l'incredulità [...]

Tornando all'episodio evangelico, il Santo Padre ha riproposto la domanda dei discepoli che non erano riusciti a scacciare lo spirito maligno dal giovane: "Ma perché noi non abbiamo potuto cacciarlo? Questa specie di demoni, spiega Gesù, non si può cacciare in alcun modo se non con la preghiera". E il padre del fanciullo "ha detto: Credo Signore, aiuta la mia incredulità". La sua è stata "una preghiera forte; e questa preghiera, umile e forte, fa sì che Gesù possa fare il miracolo. La preghiera per chiedere un'azione straordinaria - ha spiegato il Pontefice - deve essere una preghiera che ci coinvolge tutti, come se impegnassimo tutta la nostra vita in quel senso. Nella preghiera bisogna mettere la carne al fuoco".

Il Pontefice ha poi raccontato un episodio avvenuto in Argentina: "Mi ricordo una cosa che è successa tre anni fa nel santuario di Luján". Una bambina di sette anni si era ammalata, ma i medici non trovavano la soluzione. Andava peggiorando sempre, sino a quando, una sera, i medici dissero che non c'era più niente da fare e che le rimanevano poche ore di vita. "Il papà, che era un elettricista, un uomo di fede, è diventato come pazzo. E spinto da quella pazzia ha preso il bus ed è andato al santuario di Luján, due ore e mezzo di bus, a settanta chilometri di distanza. È arrivato alle nove di sera e ha trovato tutto chiuso. E lui ha cominciato a pregare con le mani aggrappate al cancello di ferro. Pregava e piangeva. Così è rimasto tutta la notte. Quest'uomo lottava con Dio. Lottava proprio con Dio per la guarigione della sua fanciulla. Poi alle sei di mattina è andato al terminal e ha preso il bus. È arrivato all'ospedale alle nove, più o meno. Ha trovato la moglie che piangeva e ha pensato al peggio: cosa è successo? Non capisco. Cosa è successo? Sono venuti i dottori, gli ha risposto la moglie, e mi hanno detto che la febbre è scomparsa, respira bene, non c'è niente... La terranno ancora solo due giorni. Ma non capiscono quello che è successo. E questo - ha commentato il Papa - succede ancora. I miracoli ci sono. Ma serve la preghiera! Una preghiera coraggiosa, che lotta per arrivare a quel miracolo, non quelle preghiere per cortesia: Ah, io pregherò per te! Poi un Pater Noster, un'Ave Maria e mi dimentico. No! Ci vuole una preghiera coraggiosa, come quella di Abramo che lottava con il Signore per salvare la città; come quella di Mosè che pregava con le mani in alto e si stancava pregando il Signore; come quella di tanta gente che ha fede e con la fede prega, prega".

La preghiera fa miracoli, "ma - ha concluso Papa Francesco - dobbiamo crederlo. Io penso che noi possiamo fare una bella preghiera, non una preghiera per cortesia, ma una preghiera con il cuore, e dirgli oggi per tutta la giornata: Credo Signore! Aiuta la mia incredulità. Tutti noi abbiamo nel cuore qualcosa di incredulità. Diciamo al Signore: Credo, credo! Tu puoi! Aiuta la mia incredulità. E quando ci chiedono di pregare per tanta gente che soffre nelle guerre, nelle loro condizioni di rifugiati, in tutti questi drammi preghiamo, ma con il cuore, e diciamo: Signore, fallo. Credo, Signore. Ma aiuta la mia incredulità".

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 20-21/05/2013]

Sabato, 21 Febbraio 2026 05:49

Monte. Struttura della vita cristiana

Quest'oggi, seconda domenica di Quaresima, proseguendo il cammino penitenziale, la liturgia, dopo averci presentato domenica scorsa il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, ci invita a riflettere sull'evento straordinario della Trasfigurazione sul monte. Considerati insieme, entrambi gli episodi anticipano il mistero pasquale: la lotta di Gesù col tentatore prelude al grande duello finale della Passione, mentre la luce del suo Corpo trasfigurato anticipa la gloria della Risurrezione. Da una parte vediamo Gesù pienamente uomo, che condivide con noi persino la tentazione; dall'altra lo contempliamo Figlio di Dio, che divinizza la nostra umanità. In tal modo, potremmo dire che queste due domeniche fungono da pilastri su cui poggia tutto l'edificio della Quaresima fino alla Pasqua, ed anzi l'intera struttura della vita cristiana, che consiste essenzialmente nel dinamismo pasquale: dalla morte alla vita.

La montagna - il Tabor come il Sinai - è il luogo della vicinanza con Dio. È lo spazio elevato, rispetto all'esistenza quotidiana, dove respirare l'aria pura della creazione. È il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore, come Mosè e come Elia, che appaiono accanto a Gesù trasfigurato e parlano con Lui dell'"esodo" che lo attende a Gerusalemme, cioè della sua Pasqua. La Trasfigurazione è un avvenimento di preghiera: pregando Gesù si immerge in Dio, si unisce intimamente a Lui, aderisce con la propria volontà umana alla volontà di amore del Padre, e così la luce lo invade e appare visibilmente la verità del suo essere: Egli è Dio, Luce da Luce. Anche la veste di Gesù diventa candida e sfolgorante. Questo fa pensare al Battesimo, alla veste bianca che indossano i neofiti. Chi rinasce nel Battesimo viene rivestito di luce anticipando l'esistenza celeste, che l'Apocalisse rappresenta con il simbolo delle vesti candide (cfr Ap 7, 9.13). Qui è il punto cruciale: la trasfigurazione è anticipo della risurrezione, ma questa presuppone la morte. Gesù manifesta agli Apostoli la sua gloria, perché abbiano la forza di affrontare lo scandalo della croce, e comprendano che occorre passare attraverso molte tribolazioni per giungere al Regno di Dio. La voce del Padre, che risuona dall'alto, proclama Gesù suo Figlio prediletto come nel Battesimo nel Giordano, aggiungendo: "Ascoltatelo" (Mt 17, 5). Per entrare nella vita eterna bisogna ascoltare Gesù, seguirlo sulla via della croce, portando nel cuore come Lui la speranza della risurrezione. "Spe salvi", salvati nella speranza. Oggi possiamo dire: "Trasfigurati nella speranza".

Rivolgendoci ora in preghiera a Maria, riconosciamo in Lei la creatura umana trasfigurata interiormente dalla grazia di Cristo, e affidiamoci alla sua guida per percorrere con fede e generosità l'itinerario della Quaresima.

[Papa Benedetto, Angelus 17 febbraio 2008]

Sabato, 21 Febbraio 2026 05:44

Questa anche la Via dei suoi

Il mistero della Trasfigurazione si compie in un momento ben preciso della predicazione di Cristo della sua missione, quando cioè egli inizia a confidare ai discepoli di dover “salire a Gerusalemme e soffrire molto... e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16, 21). Con riluttanza essi accolgono il primo annuncio della passione e il divino Maestro, prima di ribadirlo e confermarlo, vuole dar loro la prova del suo totale radicamento nella volontà del Padre perché davanti allo scandalo della croce essi non abbiano a soccombere. La passione e la morte saranno infatti la via per la quale il padre celeste farà giungere alla gloria “il Figlio prediletto”, risuscitato dai morti. Questa sarà d’ora innanzi anche la via dei suoi discepoli. Nessuno giungerà alla luce se non attraverso la croce, simbolo delle sofferenze che affliggono l’umana esistenza. La croce viene, così, trasformata in strumento di espiazione dei peccati dell’intera umanità. Unito al suo Signore nell’amore, il discepolo partecipa alla sua passione redentrice.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 7 marzo 1993]

Sabato, 21 Febbraio 2026 05:27

Per il dono

Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima (cfr Mt 17,1-9) ci presenta il racconto della Trasfigurazione di Gesù. Egli prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale su un monte alto, simbolo della vicinanza con Dio, per aprirli ad una comprensione più piena del mistero della sua persona, che dovrà soffrire, morire e poi risorgere. Infatti, Gesù aveva iniziato a parlare loro delle sofferenze, della morte e della risurrezione che lo attendevano, ma essi non potevano accettare quella prospettiva. Per questo, giunti in cima al monte, Gesù si immerge in preghiera e si trasfigura davanti ai tre discepoli: «il suo volto – dice il Vangelo – brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (v. 2).

Attraverso l’evento meraviglioso della Trasfigurazione, i tre discepoli sono chiamati a riconoscere in Gesù il Figlio di Dio splendente di gloria. Essi avanzano così nella conoscenza del loro Maestro, rendendosi conto che l’aspetto umano non esprime tutta la sua realtà; ai loro occhi è rivelata la dimensione ultraterrena e divina di Gesù. E dall’alto risuona una voce che dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato […]. Ascoltatelo» (v. 5). È il Padre celeste che conferma l’“investitura” – chiamiamola così – di Gesù già fatta nel giorno del battesimo al Giordano e invita i discepoli ad ascoltarlo e seguirlo.

Va sottolineato che, in mezzo al gruppo dei Dodici, Gesù sceglie di portare con sé sul monte Pietro, Giacomo e Giovanni. Riserva a loro il privilegio di assistere alla trasfigurazione. Ma perché fa questa elezione di questi tre? Perché sono i più santi? No. Eppure Pietro, nell’ora della prova, lo rinnegherà; e i due fratelli Giacomo e Giovanni chiederanno di avere i primi posti nel suo regno (cfr Mt 20,20-23). Gesù però non sceglie secondo i nostri criteri, ma secondo il suo disegno di amore. L’amore di Gesù non ha misura: è amore, e Lui sceglie con quel disegno di amore. Si tratta di una scelta gratuita, incondizionata, un’iniziativa libera, un’amicizia divina che non chiede nulla in cambio. E come chiamò quei tre discepoli, così anche oggi chiama alcuni a stargli vicino, per poter testimoniare. Essere testimoni di Gesù è un dono che non abbiamo meritato: ci sentiamo inadeguati, ma non possiamo tirarci indietro con la scusa della nostra incapacità.

Noi non siamo stati sul monte Tabor, non abbiamo visto con i nostri occhi il volto di Gesù brillare come il sole. Tuttavia, a noi pure è stata consegnata la Parola di salvezza, è stata donata la fede e abbiamo sperimentato, in forme diverse, la gioia dell’incontro con Gesù. Anche a noi Gesù dice: «Alzatevi e non temete» (Mt 17,7). In questo mondo, segnato dall’egoismo e dall’avidità, la luce di Dio è offuscata dalle preoccupazioni del quotidiano. Diciamo spesso: non ho tempo per pregare, non sono capace di svolgere un servizio in parrocchia, di rispondere alle richieste degli altri... Ma non dobbiamo dimenticare che il Battesimo che abbiamo ricevuto ci ha fatto testimoni, non per nostra capacità, ma per il dono dello Spirito.

Nel tempo propizio della Quaresima, la Vergine Maria ci ottenga quella docilità allo Spirito, che è indispensabile per incamminarci risolutamente sulla via della conversione.

[Papa Francesco, Angelus 8 marzo 2020]

Giovedì, 19 Febbraio 2026 12:35

1a Domenica di Quaresima

Prima Domenica di Quaresima [22 febbraio 2026] 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Mi scuso se mi dilungo oltre misura  oggi nella presentazione dei testi, ma è centrale per la vita cristiana capire in profondità il dramma della Genesi (prima lettura) che san Paolo riprende nella seconda lettura portandolo a piena comprensione. Ugualmente il salmo responsoriale si capisce a partire dal dramma raccontato in Genesi cap.3 e ugualmente il vangelo ci mostra come reagire per vivere nel regno di Dio già su questa terra. Secondo me è una visione della vita che va ben focalizzata per capire il dramma del rigetto pratico e spesso inconsapevole di Dio che si consuma nel mondo davanti alla domanda cruciale: perché il male nel mondo? Perché Dio non lo distrugge?  

 

 Buona Quaresima

 

*Prima Lettura dal libero della Genesi (2,7-9; 3,1-7a)

Nei primi capitoli della Genesi appaiono due diverse figure di uomo: il primo che vive felice in piena armonia con Dio, con la donna. e il creato (cap. 2) e invece poi l’uomo che rivendica la propria autonomia afferrando per sé il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (cp.3). Gesù riassume in sé “tutte le nostre debolezze” (Eb4,15), messo duramente alla prova sarà il segno della nuova umanità: “l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1Cor 15,45).  Prima allora di affrontare questo testo, bisogna ricordare che il suo autore non ha mai preteso di fare opera di storico. La Bibbia non è stata scritta né da scienziati né da storici, ma da credenti per dei credenti. Il teologo che scrive queste righe, probabilmente al tempo di Salomone, nel X secolo prima di Cristo, cerca di rispondere alle domande che tutti si pongono: perché il male? Perché la morte? Perché le incomprensioni nelle coppie umane? Perché la difficoltà di vivere? Perché il lavoro è faticoso? Perché la natura è talvolta ostile? Per rispondere, egli si fonda su una certezza che è quella di tutto il suo popolo: la bontà di Dio. Dio ci ha liberati dall’Egitto, Dio ci vuole liberi e felici. Dalla celebre uscita dall’Egitto, sotto la guida di Mosè, dalla traversata del deserto, durante la quale ad ogni nuova difficoltà si è sperimentata la presenza e il sostegno di Dio, non si può più dubitarne. Il racconto che abbiamo appena letto si fonda dunque su questa certezza della benevolenza di Dio e cerca di rispondere a tutte le nostre domande sul male nel mondo. Con un Dio buono e benevolo, come è possibile che esista il male? Il nostro autore ha inventato una parabola per illuminarci: un giardino di delizie (questo è il significato della parola “Eden”) e l’umanità rappresentata da una coppia incaricata di coltivare e custodire il giardino. Il giardino è pieno di alberi, tutti più attraenti gli uni degli altri. Quello che sta in mezzo si chiama “albero della vita”; si può mangiare il suo frutto come quello di tutti gli altri. Ma c’è anche, da qualche parte nel giardino – il testo non precisa dove – un altro albero, il cui frutto invece è proibito. Si chiama “albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici”. Davanti a questo divieto, la coppia può avere due atteggiamenti: o fidarsi, sapendo che Dio è solo benevolenza, e gioire di avere accesso all’albero della vita; se Dio ci proibisce l’altro albero, è perché non è buono per noi. Oppure sospettare in Dio un calcolo malvagio, immaginare che voglia impedirci l’accesso alla conoscenza. È questo il discorso del serpente: si rivolge alla donna e si mostra falsamente comprensivo: “Allora? Dio vi ha davvero detto: non mangerete di nessun albero del giardino?”(3,1). La donna risponde: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare , ma del  frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non dovete mangiarne e non lo dovete toccare altrimenti morirete” (3, 2-4). Avete notato lo spostamento: semplicemente perché ha ascoltato la voce del sospetto, ella non parla più che di quell’albero e dice “l’albero che è in mezzo al giardino”; ormai, in buona fede, non vede  più l’albero della vita al centro del giardino, ma quello “della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Il suo sguardo è già alterato, solo per il fatto di aver lasciato che il serpente le parlasse; allora il serpente può continuare il suo lento lavoro di demolizione: “No, non morirete affatto! Anzi Dio sa che, il giorno in cui voi ne mangerete, si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (3,5). Ancora una volta la donna ascolta troppo bene queste belle parole e il testo suggerisce che il suo sguardo è sempre più falsato: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza”(3,6). Il serpente ha vinto: la donna prende il frutto, ne mangia, lo dà a suo marito ed egli ne mangia a sua volta. E la storia finisce così: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”(v.7).  Il serpente aveva detto bene: “i vostri occhi si aprirebbero”(3,5);  l’errore della donna è stato quello di credere che parlasse nel suo interesse e che svelasse le cattive intenzioni di Dio. Non era che menzogna: lo sguardo è cambiato, è vero, ma è diventato falsato. Non è un caso che il sospetto gettato su Dio sia rappresentato con i tratti di un serpente: Israele, nel deserto, aveva fatto l’esperienza dei serpenti velenosi. Il nostro teologo della corte di Salomone richiama questa dolorosa esperienza e dice: esiste un veleno più grave di quello dei serpenti più velenosi; il sospetto gettato su Dio è un veleno mortale, avvelena le nostre vite. L’idea del nostro anonimo teologo è che tutte le nostre disgrazie provengano da questo sospetto che corrode l’umanità. Dire che l’albero della conoscenza del bene e del male è riservato a Dio significa dire che solo Dio conosce ciò che fa la nostra felicità o la nostra infelicità; il che, in fondo, è logico se è lui che ci ha creati. Voler mangiare a ogni costo il frutto di questo albero proibito significa pretendere di determinare noi stessi ciò che è bene per noi: l’avvertimento “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare , altrimenti morirete” indicava chiaramente che si trattava di una strada sbagliata. 

Attenzione! Il racconto va ancora oltre: durante il cammino nel deserto, Dio ha dato la Legge (la torah) che da allora in poi bisognava osservare, quella che chiamiamo i comandamenti. Si sa che la pratica quotidiana di questa Legge è la condizione della sopravvivenza e della crescita armoniosa di questo popolo; se si sapesse davvero che Dio vuole unicamente la nostra vita, la nostra felicità, la nostra libertà, ci si fiderebbe e si obbedirebbe alla Legge di buon cuore. Essa è veramente “l’albero della vita” messo a nostra disposizione da Dio.

Dicevo all’inizio che si tratta di una parabola, ma di una parabola la cui lezione vale per ciascuno di noi; da quando il mondo è mondo, è sempre la stessa storia. San Paolo (che leggiamo questa domenica nella seconda lettura) prosegue la meditazione e dice: solo Cristo ha avuto fiducia nel Padre in ogni cosa; egli ci mostra la via della Vita.

 

Nota: Nel testo ebraico, la domanda del serpente è volutamente ambigua: «Davvero! Dio vi ha detto: non mangerete di ogni albero del giardino? «הֲכִי־אָמַר אֱלֹהִים לֹא תֹאכְלוּ מִכֹּל עֵץ הַגָּן?» “Ha-ki amar Elohim lo tochlu mikol etz ha-gan? Posta così, infatti, la domanda può essere intesa in senso restrittivo:“Davvero Dio ha detto: non mangerete di alcun albero del giardino?” interpretando “tutti gli alberi” come negazione totale. Oppure in senso generale e colloquiale: “Davvero Dio ha detto: non mangerete di tutti gli alberi del giardino?” interpretando “tutti” in senso assoluto, oppure come tutti gli alberi tranne uno, albero della vitao l’altro della conoscenza del bene e del male. l serpente usa questa ambiguità per seminare dubbio e sospetto, insinuando che Dio potrebbe mentire o trattenere qualcosa di buono. Nei manoscritti ebraici più antichi non ci sono segni di punteggiatura come oggi, quindi il gioco di parole e la doppia lettura era intenzionalmente più forte. Gli esegeti notano che il serpente non fa un’affermazione chiara, ma forma una domanda subdola, che sposta il focus sul dubbio: “Forse Dio vi sta ingannando?” Questo racconto della Genesi ha molte risonanze nella meditazione del popolo d’Israele. Una delle riflessioni suggerite dal testo riguarda l’albero della vita: piantato in mezzo al giardino di Eden, era accessibile all’uomo e il suo frutto era permesso. Si può pensare che il suo frutto permettesse all’uomo di rimanere in vita, di quella vita spirituale che Dio gli aveva insufflato: “IlSignore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Allora i rabbini hanno fatto il collegamento con la Legge data da Dio sul Sinai. Essa infatti è accolta dai credenti come un dono di Dio, un sostegno per la vita quotidiana: “Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento e il tuo cuore custodisca i miei precetti, perché prolungheranno i tuoi giorni, gli anni della tua vita e ti daranno pace” (Pr 3,1-2). 

NB Per maggiore complemento aggiungo questo: C’è il primo divieto: l’albero della conoscenza del bene e del male in Gn 2,16-17, Dio pone un solo limite all’uomo: “Di tutti gli alberi del giardino puoi mangiare, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiar”. L’albero della vita non è proibito in questo momento. Il divieto riguarda solo l’albero della conoscenza del bene e del male perché Dio è colui che decide che cosa è bene e che cosa è male e l’uomo è chiamato a fidarsi, non a sostituirsi a Dio. Mangiare il frutto dell’albero della conoscenza significa dire: “Non mi fido di Dio, decido io ciò che è bene e ciò che è male”. Dopo il peccato c’è il secondo divieto (l’albero della vita) perché la situazione cambia radicalmente. In Genesi 3,22-24 leggiamo: “Ora, che non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre”. Solo dopo il peccato, Dio impedisce l’accesso all’albero della vita. Perché? perché l’uomo, separato da Dio dal peccato, non può vivere per sempre così. Vivere eternamente con le conseguenze del peccato sarebbe una condanna, non un dono. Dio quindi protegge l’uomo da un’immortalità deformata. In altre parole: Dio non toglie la vita per punire, ma per impedire che il male diventi eterno.

 

*Salmo responsoriale (50/51)

 

“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; secondo la tua grande misericordia cancella il mio peccato. Lavami interamente dalla mia colpa, purificami dalla mia offesa”. Il popolo d’Israele è riunito in una grande celebrazione penitenziale nel Tempio di Gerusalemme. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. Del resto, se è riunito per chiedere perdono, è perché sa già in anticipo che il perdono è stato concesso. Questa era stata, ricordiamolo, la grande scoperta del re Davide: Davide prese Betsabea di cui si era invaghito e fece uccidere Uria suo marito perché qualche giorno dopo, Betsabea aspettava un figlio da lui. Quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di ottenere da lui una parola di pentimento; cominciò invece col ricordargli tutti i doni di Dio e con l’annunciargli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima confessione (2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… ebbene, sappi che è pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai!”. E mille volte, nel corso della sua storia, Israele ha potuto verificare che Dio è davvero «il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà», secondo la rivelazione che ha concesso a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno trasmesso questo annuncio, e i pochi versetti del salmo che abbiamo appena ascoltato sono pieni di queste scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio: «Sono io, proprio io, che cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e dei tuoi peccati non mi ricorderò» (Is 43,25); oppure ancora: «Ho cancellato come una nube le tue ribellioni e come una nuvola i tuoi peccati. Ritorna a me, perché ti ho riscattato» (Is 44,22).

Questo annuncio della gratuità del perdono di Dio a volte ci sorprende: sembra troppo bello, forse; per alcuni appare persino ingiusto: se tutto è perdonabile, che senso ha fare degli sforzi? È forse dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio; non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, poiché, come dice Isaia, «i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri». E proprio Isaia precisa che è soprattutto in materia di perdono che Dio ci sorprende di più. La sola condizione richiesta è riconoscersi peccatori. Quando il figlio prodigo (Lc 15): ritorna dal padre, per motivi peraltro non molto nobili, Gesù gli mette sulle labbra una frase del salmo 50: “Contro di te, contro te solo ho peccato», e questa semplice frase ristabilisce il legame che il giovane ingrato aveva spezzato”. Di fronte a questo annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele — perché è lui che parla qui, come in tutti i salmi — si riconosce peccatore: la confessione non è dettagliata, non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, secondo la tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia, cioè come attirato dalla miseria, non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. La parola “pietà” ha la stessa radice della parola “elemosina”: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. Restano allora due cose da fare. Anzitutto, ringraziare semplicemente per il perdono accordato senza cessare; la lode che il popolo d’Israele rivolge a Dio è il riconoscimento delle bontà con cui lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia. Questo mostra bene che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il grazie per i doni e per i perdoni di Dio: bisogna cominciare col contemplare Lui, e solo dopo, quando questa contemplazione ci ha rivelato lo scarto tra Lui e noi, possiamo riconoscerci peccatori. Il  rituale della riconciliazione lo dice chiaramente nella sua introduzione: “Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato”. E il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra: basta lasciare che Dio ci apra il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode”; alcuni riconoscono qui la prima frase della Liturgia delle Ore di ogni mattino; in effetti, essa è tratta dal salmo 50/51. Da sola è una vera lezione: la lode, la riconoscenza possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. San Paolo lo dice in altro modo: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: “Abbà!”, cioè: Padre!» (Gal 4,6). Questo fa irresistibilmente pensare a un gesto di Gesù nel vangelo di Marco: la guarigione di un sordomuto; toccandogli le orecchie e la lingua, Gesù disse: «Effatà», che significa «Apriti». E allora, spontaneamente, coloro che erano presenti applicarono a Gesù una frase che la Bibbia riservava a Dio: «Fa udire i sordi e parlare i muti» (cfr Is 35,5-6). Ancora oggi, in alcune celebrazioni del battesimo, il celebrante ripete questo gesto di Gesù sui battezzati dicendo: “Il Signore Gesù ha fatto udire i sordi e parlare i muti; ti conceda di ascoltare la sua parola e di proclamare la fede, a lode e gloria di Dio Padre”. La seconda cosa da fare, e che Dio attende da noi: perdonare a nostra volta, senza indugio né condizioni… ed è tutto un serio programma della nostra vita

 

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 12-19)

 

Adamo era figura di colui che doveva venire, ci dice Paolo; egli parla di Adamo al passato perché fa riferimento al libro della Genesi e alla storia del frutto proibito, ma per lui il dramma di Adamo non è una storia del passato: questa storia è la nostra, quotidianamente; tutti noi siamo Adamo a volte; i rabbini dicono: “ognuno è Adamo per se stesso”.

E se si dovesse riassumere la storia del giardino dell’Eden (che rileggiamo nella prima lettura di questa domenica), si potrebbe dire questo: ascoltando la voce del serpente piuttosto che il comando di Dio, lasciando che il sospetto sulle intenzioni di Dio invada il loro cuore, credendo di potersi permettere tutto, di poter “conoscere” tutto – come dice la Bibbia – l’uomo e la donna si pongono da soli sotto il dominio della morte. E quando si dice: “ ognuno è Adamo per se stesso “, significa che ogni volta che ci allontaniamo da Dio, lasciamo che le potenze di morte invadano la nostra vita. San Paolo, nella lettera ai Romani, prosegue la stessa meditazione e annuncia che l’umanità ha compiuto un passo decisivo in Gesù Cristo; tutti noi siamo fratelli di Adamo e siamo tutti fratelli di Gesù Cristo; siamo fratelli di Adamo quando lasciamo che il veleno del sospetto infesti il nostro cuore, quando pretendiamo di farci noi stessi la legge. Siamo invece fratelli di Cristo quando confidiamo abbastanza in Dio da lasciargli guidare le nostre vite. Siamo sotto il dominio della morte quando ci comportiamo alla maniera di Adamo; quando invece ci comportiamo come Gesù, cioè come lui “obbedienti” (cioè fiduciosi), siamo risorti già nel regno della vita, quella di cui parla Giovanni : “Colui che crede in me, anche se muore, vivrà”, vita che la morte biologica non interrompe. Torniamo al racconto del libro della Genesi: Il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo; soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Questo soffio di Dio che fa dell’uomo un essere vivente – come dice il testo – gli animali non l’hanno ricevuto: eppure sono ben vivi in senso biologico; se ne può dunque dedurre che l’uomo gode di una vita diversa dalla vita biologica. San Paolo afferma che a causa di Adamo la morte ha regnato: utilizza più volte i termini “regno”, “regnare” mostrando che ci sono due regni che si affrontano: il regno del peccato quando l’umanità agisce come Adamo, che porta morte, giudizio, condanna. C’è poi il regno di Cristo cioè con lui l’umanità nuova, che è il regno della grazia, della vita, dono gratuito, della giustificazione. Nessuno uomo è però interamente nel regno di Cristo e Paolo stesso lo riconosce: “Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,19). Adamo, cioè l’umanità, è creata per essere re per coltivare e custodire il giardino, come leggiamo nel libro della Genesi, ma, mal consigliata dal serpente, vuole fare tutto da sé stessa, con le proprie forze, tagliandosi fuori da Dio. Gesù Cristo, al contrario, non “rivendica” questa regalità: gli è data. Come scrive Paolo nella lettera ai Filippesi: “pur essendo di natura divina, non considerò un privilegio l’essere come Dio, ma si fece obbediente » (2,6 trad. TOB). Il racconto del giardino dell’Eden dice la stessa cosa in immagini: prima della colpa, l’uomo e la donna potevano mangiare il frutto dell’albero della vita; dopo la colpa, non vi hanno più accesso. Ciascuno a modo suo, questi due testi – quello della Genesi da una parte e quello della lettera ai Romani dall’altra – ci dicono la verità più profonda della nostra vita: con Dio tutto è grazia, tutto è dono gratuito; e Paolo qui insiste sull’abbondanza, sulla profusione della grazia, parla persino della “sproporzione” della grazia: Non è come per la caduta il dono gratuito… molto più la grazia di Dio si è riversata in abbondanza sulla moltitudine, questa grazia data in un solo uomo, Gesù Cristo. Tutto è dono e non c’è da stupirsi poiché, come dice san Giovanni, Dio è Amore. Non perché Cristo si è ben comportato che ha ricevuto una ricompensa  e Adamo a causa  di una cattiva condotta ha ricevuto il castigo. Il discorso di Paolo è più profondo: Cristo vive nella totale fiducia che in Dio tutto gli sarà dato… e tutto gli è dato nella Risurrezione. Adamo, cioè ciascuno di noi, spesso vuole impadronirsi da solo di ciò che può essere accolto solamente come dono e per questo si ritrova “nudo”, cioè privo di tutto. Potremmo dire che per nascita siamo cittadini del regno di Adamo; mediante il battesimo abbiamo chiesto di essere naturalizzati nel regno di Cristo. Obbedienza e disobbedienza nel senso di Paolo potrebbero sostituirsi  così:  “obbedienza” con fiducia e “disobbedienza” con diffidenza; come dice Kierkegaard: “Il contrario del peccato non è la virtù; il contrario del peccato è la fede”. Se rileggiamo il racconto della Genesi, possiamo notare che, intenzionalmente, l’autore non aveva dato nomi propri all’uomo e alla donna; parlava di Adamo (deriva da adamah che significa terra, polvere)  che significa “essere umano tratto dalla terra”, mentre Eva (deriva da Chavah che indica vita) è  colei che dà la vita. Non dando loro dei nomi, voleva farci capire che il dramma di Adamo ed Eva non è la storia di individui particolari, ma è la storia di ogni essere umano e questo da sempre.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (4, 1-11)

 

Ogni anno, la Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto: bisogna credere che si tratti di un testo davvero fondamentale! Quest’anno lo leggiamo secondo san Matteo. Dopo aver raccontato il battesimo di Gesù, Matteo continua subito: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. L’evangelista ci invita quindi a fare un collegamento tra il battesimo di Gesù e le tentazioni che seguono immediatamente. Matteo aveva detto qualche versetto prima: Gesù “salverà il suo popolo dai suoi peccati”, che è proprio il senso del nome Gesù. Giovanni Battista battezza Gesù nel Giordano anche se lui non era d’accordo e aveva detto: “Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me!”(Mt 3,14)… E accadde che quando dopo il battesimo Gesù risalì dall’acqua i cieli si aprirono: vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. E dai cieli si udì una voce: “Questi è il Figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto”.

Questa frase, da sola, annuncia pubblicamente che Gesù è davvero il Messia: perché l’espressione “Figlio di Dio” era sinonimo di Re-Messia e la frase “l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento”(3,17)  si riferisce a uno dei canti del Servo in Isaia. In poche parole, Matteo ci ricorda tutto il mistero della persona di Gesù; ed è lui, precisamente, il Messia, il salvatore,il  servo che affronterà il Tentatore. Come il suo popolo, qualche secolo prima, è condotto nel deserto; come il suo popolo, conosce la fame; come il suo popolo, deve scoprire quale sia la volontà di Dio sui suoi figli; come il suo popolo, deve scegliere davanti a chi prostrarsi. “Se tu sei Figlio di Dio”, ripete il Tentatore, manifestando così qual è il vero problema; e Gesù vi è confrontato, non solo tre volte, ma per tutta la sua vita terrena. Essere il Messia, concretamente, cosa significa? La questione prende varie forme: risolvere i problemi degli uomini a colpi di miracoli, come trasformare le pietre in pane? Provocare Dio per verificare le sue promesse? … Lanciandosi dal tempio, ad esempio, perché il Salmo 91 prometteva che Dio avrebbe soccorso il suo Messia… Possedere il mondo, dominare, regnare a qualunque prezzo, persino adorando qualsiasi idolo? Persino smettendo di essere Figlio? va notato che alla terza tentazione, il Tentatore non ripete più “Se tu sei Figlio di Dio”.

Il culmine di queste tentazioni è che esse mirano a promesse di Dio: non promettono altro che ciò che Dio stesso ha promesso al suo Messia. E i due interlocutori, Tentatore e Gesù, lo sanno bene. Ma ecco… le promesse di Dio sono nell’ordine dell’amore; esse possono essere ricevute solo come doni; l’amore non si esige, non ci si impadronisce, si riceve in ginocchio, con gratitudine. In fondo, succede la stessa cosa del Giardino della Genesi: Adamo sa, e ha ragione, di essere creato per essere re, per essere libero, per essere padrone della creazione; ma invece di accogliere i doni come doni, con gratitudine e riconoscenza, esige, rivendica, si pone alla pari di Dio… Esce dall’ordine dell’amore e non può più ricevere l’amore offerto… si ritrova povero e nudo. Gesù fa la scelta opposta: “Vattene Satana!” come dirà una volta a Pietro aggiungendo “I tuoi pensieri non sono quelli di Dio, ma quelli degli uomini” (Mt 16,23. Inoltre, più volte in questo testo, Matteo chiama il Tentatore “diavolo”, che in greco significa colui che divide. Satana è per ciascuno di noi, come lo è per Gesù stesso, colui che tende a separarci da Dio, a vedere le cose alla maniera di Adamo e non alla maniera di Dio. A ben vedere tutto sta nello sguardo: quello di Adamo è falsato; per mantenere lo sguardo chiaro, Gesù scruta la Parola di Dio: le tre risposte al Tentatore sono citazioni dal libro del Deuteronomio (cap. 8), in un passo che è proprio una meditazione sulle tentazioni del popolo d’Israele nel deserto. Allora, precisa Matteo, il diavolo (il divisore) lo lascia; non è riuscito a dividere, a distogliere il cuore del Figlio. Questo richiama ila frase di san Giovanni nel Prologo (Gv 1,1): “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio (pros ton Theon, che significa rivolto a Dio), e il Verbo era Dio”. Il diavolo non è riuscito a distogliere il cuore del Figlio, e questi è allora tutto disponibile per accogliere i doni di Dio: ”Ecco degli angeli si avvicinarono e lo servivano”.

 

NB Su richiesta di qualcuno mi permetto anche di presentarvi l’omelia che io sto preparando per questa prima domenica di Quaresima 

 

Omelia – I Domenica di Quaresima 

Ogni anno, la Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto: bisogna credere che si tratti di un testo davvero fondamentale! Quest’anno lo leggiamo secondo san Matteo. Dopo aver raccontato il battesimo di Gesù, Matteo continua subito: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. L’evangelista ci invita quindi a fare un collegamento tra il battesimo di Gesù e le tentazioni che seguono immediatamente. Quando Gesù risalì dall’acqua i cieli si aprirono: vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. E dai cieli si udì una voce: “Questi è il Figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto”. Gesù è il “Figlio di Dio”, il Messia, il salvatore, il servo di Dio che affronterà il Tentatore. Satana dirà proprio così: “Se tu sei Figlio di Dio” mostrando così qual è il vero problema; e cioè il tentativo di separare in Gesù la sua identità divina dal suo modo di viverla o meglio ancora spingere Gesù a utilizzare la sua potenza divina senza la fiducia di figlio e la sua umanità senza l’obbedienza. Per capire meglio , dobbiamo tornare alla prima Lettura tratta libro della Genesi dove  il serpente tentatore promette a Eva: “Sarete come Dio” (Gen 3,5). La tentazione non riguarda solo un frutto da non mangiare, ma l’autonomia da Dio, il desiderio di decidere da soli ciò che è bene e male, senza fidarsi del Padre. Adamo ed Eva si lasciarono convincere e si ritrovarono nudi. Hanno perso tutto!

Nel deserto, il diavolo trenta ora con Gesù, nuovo Adamo, vero uomo come noi eccetto il peccato e lancia tre provocazioni: 1. “Di’ che queste pietre diventino pane”. La tentazione di vivere senza dipendere da Dio, di cercare soddisfazione immediata. C’è una fame che va oltre il pane e che solo Dio può soddisfare. Ma questo significa fidarsi di Dio e Gesù risponde: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,4). 2a tentazione. Il diavolo rilancia: “Gettati giù” dal tempio e gli angeli ti accoglieranno. Ecco la tentazione di manipolare Dio, di chiedere segni spettacolari per confermare la propria fede. Una tentazione oggi molto sottile ma assai frequente quando si crede di spettacolarizzare la liturgia, l’evangelizzazione e gli eventi ecclesiali. Gesù insegna a diffondere il vangelo come lievito nella pasta e piccolo seme nel terreno: tutto avviene nel silenzio perché. non bisogna credere di essere protagonisti ma vite sempre nascoste in Dio anche quando si agisce pubblicamente. Non è opera nostra convertire il mondo. Ascoltiamo Gesù che ribatte: “Sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo” (Mt 4,7). 3. Alla terza tentazione va notato che il Tentatore non ripete più “Se tu sei Figlio di Dio” e questo perché satana si crede lui il padrone del mondo e allora può dirgli: “Ti darò tutto se ti prostri” E’ la tentazione del potere e del compromesso, di piegare la propria vita ai vantaggi immediati. Molto pericolosa perché assai spesso passa attraverso l’idea di credere che si può accettare tutto pur di evangelizzare, ma non siamo noi i padroni! . Gesù risponde: “Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto” (Mt 4,10). 

Notiamo qualcosa di decisivo: Gesù non risponde con la propria intelligenza o forza, ma sempre rifacendosi alla Parola di Dio, che è l’unica vera luce che può guidare il cammino dell’uomo nel deserto della vita, cammino spesso buio e pieno di insidie. Questo perché la Parola di Dio è luce di verità che non si spegne mai. San Giovanni Crisostomo ci ricorda: «Nella Scrittura non troviamo solo parole, ma la forza che serve per vincere il male; essa è il nutrimento dell’anima e la luce che guida chi cammina tra le tenebre» (Omelie su Matteo, IV secolo).   Anche quando il mondo rifiuta Dio, anche quando le scelte giuste sembrano scomode o perdenti, la Scrittura resta la guida sicura. Come applicare questo alla nostra vita?  Oggi, essere cristiani è spesso difficile:la fede può essere derisa o ignorata, il Vangelo sembra inutile, Cristo è combattuto e talora tollerato, ma non accolto. La Quaresima ci invita a fare una scelta quotidiana: chi guida la nostra vita? Vogliamo fare tutto da soli, come Eva e Adamo nell’Eden scegliendo ciò che ci sembra più comodo? Oppure ci affidiamo a Dio, lasciando che la sua Parola illumini le nostre decisioni e dia senso anche alle difficoltà? Seguire Cristo significa scegliere la fedeltà, anche quando il mondo va contro. Significa vivere la propria vita da cristiani senza compromessi, basandoci non sulla forza personale, ma sulla Parola viva di Dio. Ci sostiene sempre una speranza certa e concreta: Il Vangelo termina con una promessa silenziosa: “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4,11). Chi si affida a Dio non resta solo nelle prove. La tentazione può apparire potente, ma chi cammina alla luce della Parola non è mai vinto. Gesù, il nuovo Adamo, vince là dove Adamo ed Eva cedettero. Il tempo della Quaresima ci invita a tornare all’essenziale: a non allontanarci mai da Dio, a non piegare la vita al potere o al piacere immediato, a lasciarci guidare dalla Parola di Dio, che è la vera luce nel deserto. Chiediamo oggi la grazia di rispondere sempre con fedeltà alla Scrittura, come Gesù. Essere testimoni del Vangelo non è facile, ma è sorgente di coraggio e di pace nel cuore.

+Giovanni D’Ercole

Mercoledì, 18 Febbraio 2026 10:22

Trasfigurazione controcorrente. Fede e metamorfosi

Lunedì, 16 Febbraio 2026 19:51

Mercoledì delle Ceneri

Mercoledì delle Ceneri [18 febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ora invio i testi dei mercoledì delle ceneri e mercoledì quelli di domenica.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Joel (2,12-18)

“Ritornate al Signore con tutto il cuore”. Il libro del profeta Gioele è uno dei più brevi dell’Antico Testamento: conta appena settantatré versetti, distribuiti in quattro capitoli, ed è generalmente collocato intorno all’anno 600 a.C., poco prima dell’Esilio a Babilonia. In questo scritto si intrecciano costantemente tre grandi temi: l’annuncio di flagelli terribili, reali o simbolici; l’appello pressante al digiuno e alla conversione; e infine la proclamazione della salvezza che Dio concede al suo popolo. È soprattutto il secondo tema, quello della conversione, che la liturgia propone all’inizio del cammino quaresimale. L’invito alla conversione si apre in modo solenne con la formula tipica dei profeti: “Parola del Signore”. Essa richiama l’attenzione e chiede di prendere sul serio ciò che segue. E ciò che segue è una parola decisiva: “Ritornate”. È il verbo fondamentale del linguaggio penitenziale biblico. Dio invita il suo popolo a tornare a Lui, mentre il popolo, a sua volta, implora Dio di “ritornare”, cioè di concedere il perdono e la misericordia. Questo ritorno verso Dio deve esprimersi attraverso il digiuno, le lacrime e il lutto: segni tradizionali della penitenza. Tuttavia i profeti, e Gioele in particolare, mettono in guardia contro il rischio di fermarsi alle apparenze esteriori. Per questo il profeta afferma con forza: “Laceratevi il cuore e non le vesti”. La conversione autentica non è una questione di riti visibili, ma un cambiamento profondo dell’interiorità. Gioele si colloca così nella grande linea profetica inaugurata da Isaia, che denunciava un culto vuoto e formale, incapace di trasformare la vita: Dio rifiuta feste solenni e preghiere moltiplicate quando le mani restano macchiate di ingiustizia. Ciò che Egli chiede è una vera purificazione del cuore e delle azioni, l’abbandono del male e l’impegno concreto per il bene e la giustizia. Lo stesso messaggio è espresso in modo particolarmente intenso dal Salmo 50/51, che definisce la vera conversione come un “cuore spezzato e umiliato”. Alla luce di Ezechiele, questa immagine assume un significato ancora più profondo: è necessario che il cuore di pietra venga infranto perché possa nascere finalmente un cuore di carne, capace di ascoltare Dio e di vivere secondo la sua volontà. Quando Gioele invita a lacerare il cuore, intende proprio questa trasformazione radicale dell’essere umano. La conversione, nella prospettiva di Gioele, mira a ottenere il perdono di Dio e a scongiurare un castigo meritato. Il profeta ricorda che il Signore è “tenero e misericordioso, lento all’ira e ricco di amore” e lascia aperta una speranza: forse Dio tornerà sui suoi passi, rinuncerà al castigo e salverà il suo popolo dall’umiliazione davanti alle nazioni. Ma l’annuncio finale supera ogni attesa: il perdono non è solo possibile, è già concesso. La traduzione liturgica parla di un Dio che “si commuove” per il suo popolo, ma il testo ebraico è ancora più forte: “Il Signore arde di zelo per il suo paese e ha compassione del suo popolo”. Non si tratta di una pietà fredda o distante, ma di un amore appassionato e fedele. Resterà da scoprire, nella rivelazione biblica, che questa misericordia non è riservata solo a Israele. Il libro di Giona lo mostrerà in modo sorprendente, raccontando la conversione di Ninive, la città pagana: davanti al digiuno e al cambiamento di vita dei suoi abitanti, Dio rinuncia al castigo annunciato. Il messaggio è chiaro: il Signore “arde di zelo” per tutti gli uomini, anche per coloro che sembrano lontani o indegni.

Questa verità troverà la sua espressione definitiva nel Nuovo Testamento, quando san Paolo affermerà che Dio ha manifestato il suo amore in modo radicale: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5,8).

 

*Salmo responsoriale (50/51)

“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia colpa. Lavami tutto dalla mia colpa, purificami dal mio peccato”. Il popolo d’Israele è riunito nel Tempio di Gerusalemme per una grande celebrazione penitenziale. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. E, del resto, se si raduna per chiedere perdono, è proprio perché sa in anticipo che il perdono è già concesso. Questa fu la grande scoperta del re Davide che aveva fatto venire a palazzo la sua graziosa vicina Betsabea (sposa di un ufficiale, Uria, che in quel momento si trovava in guerra) e giacere con lei  che restò incinta. Qualche tempo dopo, Betsabea fece sapere a Davide di aspettare un figlio da lui. A quel punto Davide organizzò la morte del marito tradito sul campo di battaglia, per potersi appropriare definitivamente della donna e del bambino che portava in grembo. Ora, ed è qui l’inaspettato di Dio, quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di strappargli una confessione di pentimento; cominciò invece ricordandogli tutti i doni ricevuti da Dio e annunciandogli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima ammissione di colpa (cf. 2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… e sappi che è pronto a darti ancora tutto quello che vorrai!”. Israele ha potuto sempre verificare che Dio è davvero il Signore  misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di amore fedele, secondo la rivelazione fatta a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno rilanciato questo annuncio, e i versetti del salmo che abbiamo ascoltato sono impregnati delle scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio, fa dire a Dio: “Io, proprio io, cancello le tue ribellioni per amore di me stesso e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25). L’annuncio della gratuità del perdono di Dio talvolta ci sorprende: sembra forse troppo bello; per alcuni appare persino ingiusto. Se tutto è perdonabile, a che serve fare sforzi? È dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio: non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, perché, come dice Isaia, “i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. E nel perdonare – precisa Isaia - Dio ci sorprende più di ogni altra cosa. Di fronte all’annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele  si riconosce peccatore. La confessione non è dettagliata, come non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. Del resto, la parola pietà ha la stessa radice della parola elemosina: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. A questo punto ci restano due cose da fare.

Ringraziare semplicemente per questo perdono continuamente donato. Israele, quando si rivolge a Dio, riconosce sempre  la bontà con cui Egli lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia e questo mostra che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il riconoscimento dei doni e dei perdono di Dio: bisogna cominciare contemplando Lui; solo dopo, questa contemplazione, rivelandoci lo scarto tra Lui e noi, ci permette di riconoscerci peccatori: Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato. Allora il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra quando  Dio ci apre il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Salmo 50/51). La lode e il grazie possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. La seconda cosa che Dio attende da noi è perdonare a nostra volta, senza indugi né condizioni… ed è tutto un programma.

 

*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 20-6,2)

“Lasciatevi riconciliare con Dio”, dice Paolo; ma riconciliazione implica che ci sia una lite: di quale lite si tratta? Gli uomini dell’Antico Testamento hanno scoperto proprio che Dio non è in lite con l’uomo. Il Salmo 102/103, per esempio, afferma: Il Signore non contesta sempre, non serba all’infinito il suo rimprovero; non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci rende secondo le nostre colpe… Anche Isaia invita il malvagio ad abbandonare la sua via, l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore, che avrà compassione di lui, al nostro Dio, che perdona abbondantemente (Is 55,7). E il libro della Sapienza aggiunge: “Tu hai pietà di tutti perché puoi tutto, e distogli lo sguardo dai peccati degli uomini per condurli al pentimento… Li risparmi tutti, perché sono tuoi, Signore che ami la vita… Il tuo dominio su tutto ti fa usare clemenza verso tutti» (Sap 11,23; 12,16). Gli uomini della Bibbia ne hanno fatto esperienza, a cominciare da Davide. Dio sapeva che aveva sangue sulle mani (dopo l’uccisione di Uria, marito di Betsabea, 2 Sam 12), eppure manda il profeta Natan a dirgli in sostanza: “Tutto ciò che possiedi te l’ho dato, e se non basta, sono pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai”. Dio sapeva anche che Salomone doveva il suo trono all’eliminazione dei rivali, eppure ascolta la sua preghiera a Gabaon e la esaudisce ben oltre ciò che il giovane re aveva osato chiedere (1 Re 3). Ancora, il nome stesso di Dio — il Misericordioso — significa che ci ama ancor di più quanto siamo miseri. Dio, dunque, non è in lite con l’uomo; eppure Paolo parla di riconciliazione, perché da sempre l’uomo fa causa a Dio. Il testo della Genesi (Gn 2-3) attribuisce al serpente la frase accusatrice: “Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,4). In altre parole, l’uomo sospetta che Dio sia geloso e non voglia il suo bene. Ma, poiché quella voce non è naturale all’uomo (è del serpente), si può guarire da questo sospetto. Ecco ciò che Paolo dice: “È Dio stesso che vi chiama; vi esortiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. E cosa ha fatto Dio per togliere dai nostri cuori questa lite, questo sospetto? Colui che non ha conosciuto il peccato, Dio l’ha fatto peccato per noi: Gesù non ha conosciuto il peccato nemmeno per un istante, non è mai stato in lite con il Padre. Paolo aggiunge: “Si è fatto obbediente” (Fil 2,8), cioè fiducioso anche attraverso sofferenza e morte. Egli ha cercato di comunicare agli uomini questa fiducia e la rivelazione di un Dio che è solo amore, perdono, aiuto dei piccoli. Paradossalmente, proprio per questo è stato considerato blasfemo, messo tra i peccatori ed eseguito come un maledetto (Dt 21,23). L’oscurità degli uomini si è abbattuta su di lui, e Dio l’ha permesso perché fosse il mezzo unico per farci toccare con mano fino a dove può arrivare il suo “zelo per il suo popolo”, come dice il profeta Gioele. Gesù ha subito nella carne il peccato degli uomini, la loro violenza, il loro odio, il loro rifiuto di un Dio d’amore. Sul volto di Cristo crocifisso contempliamo l’orrore del peccato umano, ma anche la dolcezza e il perdono di Dio. Da questa contemplazione può nascere la nostra conversione, la nostra “giustificazione”, come dice Paolo. Alzeranno gli occhi verso colui che hanno trafitto (cf Za 12,10; Gv 19,37). Scoprire in Gesù che perdona i suoi carnefici l’immagine stessa di Dio significa entrare nella riconciliazione offerta da Dio. Ci resta il compito di annunciarlo al mondo: “Siamo gli ambasciatori di Cristo”, dice Paolo, considerandosi inviato in missione presso i fratelli. Tocca a noi proseguire questa missione; ed è probabilmente il senso della citazione finale di Paolo: “Poiché dice nella Scrittura: Al tempo favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Paolo riprende qui una frase di Isaia, che esortava gli esiliati babilonesi ad annunciare che l’ora della salvezza di Dio era arrivata. A sua volta, Cristo ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare al mondo la remissione dei peccati.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (6, 1-6. 16-18)

  Abbiamo qui due brevi estratti del Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5-7 di san Matteo; l’intero discorso è costruito attorno al cuore centrale, il Padre Nostro (6,9-13), che dà senso a tutto il resto. Le raccomandazioni che leggiamo oggi non sono solo consigli morali: riguardano il senso stesso della fede. Tutto il nostro agire si radica nella scoperta che Dio è Padre. Così, preghiera, elemosina e digiuno diventano percorsi per avvicinarci al Dio-Padre: digiunare significa imparare a uscire da se stessi, pregare significa centrarci su Dio, fare l’elemosina significa centrarci sui nostri fratelli. Tre volte Gesù ripete formulazioni simili, quasi polemiche: Non siate come coloro che fanno sfoggio della loro pietà…. È importante ricordare quanto fossero significative le manifestazioni religiose nella società ebraica dell’epoca, con il rischio inevitabile di attribuire troppo valore ai gesti esteriori; e probabilmente anche personaggi di spicco non vi sfuggivano! Matteo a volte riporta i rimproveri di Gesù verso chi si concentrava più sulla lunghezza delle frange che sulla misericordia e sulla fedeltà (Mt 23,5s). Qui, invece, Gesù invita i discepoli a un’operazione-verità: Se volete vivere come giusti, evitate di agire davanti agli uomini per essere ammirati. La giustizia era la grande preoccupazione dei credenti: e se Gesù cita la ricerca della giustizia due volte nelle Beatitudini, è perché quel termine, quella sete, erano familiari agli ascoltatori: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (5,6); “Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (5,10). La vera giustizia biblica consiste nell’armonia con il progetto di Dio, non nell’accumulo di pratiche, per quanto nobili possano sembrare. La famosa frase della Genesi — Abramo credette al Signore e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6) — ci insegna che la giustizia è prima di tutto giustezza, come in uno strumento musicale, un accordo profondo con la volontà di Dio.

Le tre pratiche — preghiera, digiuno, elemosina — sono percorsi di giustizia.

Preghiera: lasciamo che sia Dio a guidarci secondo il suo progetto: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo”. Attendiamo da Lui che ci insegni i veri bisogni del Regno. Gesù precede l’insegnamento del Padre Nostro con questa raccomandazione:” Quando pregate, non fate come  i pagani…il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate (6,7-8).

Digiuno: smettendo di inseguire ciò che crediamo necessario alla nostra felicità, che rischia di assorbirci sempre di più, impariamo la libertà e riconosciamo le vere priorità; L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4).

Elemosina: La parola elemosina è della stessa famiglia di eleison: fare l’elemosina significa aprire il cuore alla pietà. Dio vuole il bene di tutti i suoi figli; la giustizia, intesa come armonia con Lui, comprende inevitabilmente una dimensione di giustizia sociale. La parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) lo conferma: “Venite, benedetti del Padre mio… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare… e i giusti entreranno nella vita eterna”. Le condotte che Gesù condanna — non siate come coloro che fanno sfoggio — sono l’opposto: mantengono l’uomo centrato su se stesso, chiudendo il cuore all’azione trasformante dello Spirito.

 

+Giovanni D’Ercole

Giovedì, 12 Febbraio 2026 19:27

Tutto Gesù, e le Tentazioni

Domenica, 08 Febbraio 2026 20:57

6a Domenica T.O.

VI Domenica Tempo Ordinario (anno A)  [15 febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Il tema delle due vie, tanto caro ai profeti, tocca il tema della libertà dell’uomo e della sua responsabilità. Le letture di questa domenica ci aiutano a meglio capire come non sbagliare strada nella vita

 

Prima Lettura dal libro del Siracide (15,15-20 NV 15, 16-21) 

Dio ci ha creati liberi e Ben Sira il Saggio ci propone qui una riflessione sulla libertà dell’uomo che si articola in tre punti: PRIMO, il male è esterno all’uomo; SECONDO, l’uomo è libero di scegliere tra il male e il bene; TERZO, scegliere il bene significa anche scegliere la felicità. PRIMO: il male è esterno all’uomo perché non fa parte della nostra natura, ed è già una grande notizia; perché se il male facesse parte della nostra natura, non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza: non ce ne potremmo mai liberare. Questa, per esempio, era la concezione dei Babilonesi, al contrario, la Bibbia è molto più ottimista: afferma che il male è esterno all’uomo; Dio non ha creato il male e non è lui che ci spinge a compierlo. Egli dunque non è responsabile del male che commettiamo. È il senso dell’ultimo versetto  di questa Lettura: “A nessuno (Dio) ha comandato di essere empio, e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Mentre poco prima di questo brano, Ben Sira scrive: “Non dire: “È il Signore che mi ha fatto deviare...Non dire: “È lui che mi ha fatto smarrire” (Sir 15,11-12).

Se Dio avesse creato Adamo come un essere in parte buono e in parte cattivo, come immaginavano i Babilonesi, il male farebbe parte della nostra natura. Ma Dio è solo amore, e il male gli è totalmente estraneo. Il racconto della caduta di Adamo ed Eva, nel libro della Genesi, è stato scritto proprio per far comprendere che il male è esterno all’uomo, poiché viene introdotto dal serpente e si diffonde nel mondo nel momento in cui l’uomo comincia a diffidare di Dio. Ritroviamo la stessa affermazione nella lettera di san Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: “La tentazione viene da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”. In altre parole, il male è totalmente estraneo a Dio: egli non può spingere a compierlo. E san Giacomo continua: “Ciascuno invece è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce” (Gc 1,13-14). SECONDO: l’uomo è libero e può scegliere il male o il bene. Questa certezza è stata acquisita lentamente dal popolo d’Israele; eppure, anche qui, la Bibbia è inequivocabile: Dio ha creato l’uomo libero. Perché questa certezza maturasse in Israele, è stato necessario che il popolo sperimentasse l’azione liberatrice di Dio in ogni tappa della sua storia, a cominciare dall’esperienza della liberazione dall’Egitto. Tutta la fede d’Israele è nata dalla sua esperienza storica: Dio è il suo liberatore; e poco a poco si è compreso che ciò che è vero oggi lo era già al momento della creazione, e quindi si è dedotto che Dio ha creato l’uomo libero. Occorrerà dunque imparare a conciliare queste due certezze bibliche: che Dio è onnipotente e che, tuttavia, di fronte a lui l’uomo è libero. Ed è proprio perché l’uomo è libero di scegliere che si può parlare di peccato: la nozione stessa di peccato presuppone la libertà; se non fossimo liberi, i nostri errori non potrebbero essere chiamati peccati. Forse, per entrare un po’ in questo mistero, dobbiamo ricordare che l’onnipotenza di Dio è quella dell’amore: lo sappiamo bene, solo l’amore vero rende l’altro libero. Per guidare l’uomo nelle sue scelte, Dio gli ha dato la sua Legge e il libro del Deuteronomio lo sottolinea con forza:Cf  Dt 30,11-14.).  TERZO: scegliere il bene significa scegliere la felicità. Leggiamo nel testo: “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che avrà scelto”. Detto in altri termini, è nella fedeltà a Dio che l’uomo trova la vera felicità. Allontanarsi da lui significa, prima o poi, procurarsi la propria infelicità. In modo figurato si dice che l’uomo si trova costantemente a un bivio: due strade si aprono davanti a lui (nella Bibbia si parla di due «vie»). Una via conduce alla luce, alla gioia, alla vita: beati coloro che la percorrono. L’altra è una via di notte e di tenebra e, in definitiva, non porta che tristezza e morte. Infelici coloro che vi si smarriscono. Anche qui non si può fare a meno di pensare al racconto della caduta di Adamo ed Eva: la loro cattiva scelta li ha condotti sulla via sbagliata. Il tema delle due vie è molto frequente nella Bibbia, in particolare nel libro del Deuteronomio (30,15-20). Secondo il tema delle due vie, non siamo mai definitivamente prigionieri, neppure dopo scelte sbagliate, poiché è sempre possibile tornare indietro. Con il Battesimo siamo innestati in Cristo, il quale in ogni istante ci dona la forza di scegliere di nuovo la via buona: è per questo che lo chiamiamo Redentore, cioè Liberatore. Ben Sira diceva che dipende dalla nostra scelta restare fedeli e , da battezzati, dobbiamo aggiungere: restiamo fedeli con la grazia di Gesù Cristo.

 

Salmo responsoriale (118/119)

Questo salmo fa perfettamente eco alla prima lettura tratta da Ben Sira: è la stessa meditazione che prosegue; l’idea sviluppata (in modo diverso, certo, ma in piena coerenza) in questi due testi è che l’umanità trova la propria felicità solo nella fiducia in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti: “Beato chi è integro nella lsua via, e  cammina nella Legge del Signore”. La sventura e la morte cominciano per l’uomo nel momento in cui egli si allontana dalla via della fiducia serena. Infatti, lasciar entrare in noi il sospetto nei confronti di Dio e dei suoi comandamenti e, di conseguenza, fare di testa propria significa imboccare una cattiva strada senza uscita. È esattamente il problema di Adamo ed Eva nel racconto della caduta nel paradiso terrestre. Ritroviamo, come in filigrana, il tema delle due vie di cui parla la prima lettura: se diamo ascolto a Ben Sira, siamo viandanti perpetui, costretti a verificare continuamente il nostro cammino… Beati tra noi coloro che hanno trovato la strada giusta! Perché, delle due vie che si aprono costantemente davanti a noi, una conduce alla felicità, l’altra all’infelicità. Il credente sperimenta la dolcezza della fedeltà ai comandamenti di Dio: è questo che il salmo vuole dirci. È il salmo più lungo del Salterio (176 versetti con 22 strofe di 8 versetti) e i pochi versetti proposti oggi non ne costituiscono che una piccolissima parte, l’equivalente di una sola strofa. Perché ventidue strofe? Perché ventidue sono le lettere dell’alfabeto ebraico: ogni versetto di ciascuna strofa comincia con la stessa lettera e le strofe si susseguono secondo l’ordine alfabetico. In letteratura si parla di “acrostico” anche se qui non si tratta di virtuosismo letterario, ma di una vera professione di fede: questo salmo è un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che è la Legge, cioè i comandamenti. Anzi, più che di un salmo, sarebbe meglio parlare di una litania in onore della Legge: qualcosa che ci è piuttosto estraneo. Infatti, una delle caratteristiche della Bibbia, per noi un po’ sorprendente, è il vero amore per la Legge che abita il credente biblico. I comandamenti non sono subiti come una dominazione che Dio eserciterebbe su di noi, ma come consigli, gli unici validi per condurre una vita felice. “Beati gli uomini integri nella loro via, che camminano secondo la Legge del Signore”: quando l’uomo biblico pronuncia questa frase, la pensa con tutto il cuore. Non si tratta ovviamente di una magia: uomini fedeli alla Legge possono incontrare ogni sorta di sventure nel corso della loro vita; ma, in questi casi tragici, il credente sa che solo il cammino della fiducia in Dio può donargli la pace dell’anima. La Legge è accolta come un dono che Dio fa al suo popolo, mettendolo in guardia da tutte le false strade; è l’espressione della sollecitudine del Padre per i suoi figli, così come noi, talvolta, mettiamo in guardia un bambino o un amico da ciò che ci sembra pericoloso per lui. Si dice che Dio dona la sua Legge ed essa è davvero considerata come un regalo. Infatti, Dio non si è limitato a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto; lasciato a se stesso, Israele avrebbe rischiato di ricadere in altre schiavitù forse ancora peggiori. Donando la sua Legge, Dio offriva in qualche modo il manuale d’uso della libertà. La Legge è dunque espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Occorre dire che non si è dovuto attendere il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che, in definitiva, la Legge non ha altro scopo che condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore e della vita fraterna. Il libro del Deuteronomio affermava: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’Unico; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4). E il libro del Levitico proseguiva: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Più tardi, Gesù, unendo questi due comandamenti, ha potuto dire che essi riassumono tutta la Legge giudaica. Torniamo alla Beatitudine del primo versetto di questo salmo: “Beato l’uomo che segue la Legge del Signore”. La parola “beato”, lo abbiamo già imparato, può essere tradotta con l’espressione “in cammino” per cui il senso di questo versetto sarebbe: “Cammina con fiducia, uomo che osservi la Legge del Signore”. L’uomo biblico è talmente convinto che in questo è in gioco la sua vita e la sua felicità, che questa litania di cui parlavo poco fa è in realtà una preghiera. Dopo i primi tre versetti, che sono affermazioni sulla felicità degli uomini fedeli alla Legge, i restanti centosettantatré versetti si rivolgono direttamente a Dio, in uno stile ora contemplativo, ora supplice, con invocazioni come: “Apri i miei occhi, perché io contempli le meraviglie della tua Legge”. E la litania continua, ripetendo senza sosta quasi le stesse formule: per esempio, in ebraico, in ogni strofa ricorrono sempre gli stessi otto termini per descrivere la Legge. Solo gli innamorati osano ripetersi così, senza rischiare di stancarsi. Otto parole sempre le stesse e anche otto versetti in ciascuna delle ventidue strofe: il numero otto, nella Bibbia, è il numero della nuova Creazione. La prima Creazione è stata compiuta da Dio in sette giorni; l’ottavo giorno sarà dunque quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e della terra nuova”, secondo un’altra espressione biblica. Essa potrà finalmente manifestarsi quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, poiché è la stessa cosa. Altri elementi della simbologia del numero otto: nell’arca di Noè c’erano quattro coppie umane (otto persone); a risurrezione di Cristo è avvenuta di domenica, giorno che è insieme il primo e l’ottavo della settimana. er questo motivo i battisteri dei primi secoli erano spesso ottagonali; ancora oggi incontriamo numerosi campanili ottagonali.

APPROFONDIMENTO: gli otto termini del vocabolario della Legge, considerati sinonimi che esprimono le diverse sfaccettature dell’amore di Dio che si dona nella sua Legge: Comandamenti: ordinare, comandare; Legge: deriva da una radice che non significa «prescrivere», ma «insegnare»; essa indica la via per andare a Dio. È una pedagogia, un accompagnamento che Dio ci offre: un dono; Parola: la Parola di Dio è sempre creatrice, parola d’amore: «Dio disse… e così avvenne» (Gen 1). Sappiamo bene che anche «ti amo» è una parola creatrice; Promessa: la Parola di Dio è sempre promessa e fedeltà; Giudizi: trattare con giustizia; Decreti: dal verbo «incidere», «scrivere sulla pietra» (le tavole della Legge); Precetti: ciò che Dio ci ha affidato; Testimonianze: della fedeltà di Dio.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,6-10)

Domenica scorsa, san Paolo opponeva già la sapienza umana alla sapienza di Dio: “La vostra fede – diceva – non si fonda sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio”. E insisteva nel dire che il mistero di Cristo non ha nulla a che vedere con i nostri ragionamenti: agli occhi degli uomini il Vangelo appare come una follia e insensati sono coloro che vi scommettono la propria vita. Questa insistenza sul termine “sapienza” forse ci sorprende, ma Paolo si rivolge ai Corinzi, cioè a dei Greci per i quali la sapienza è la virtù più preziosa.

Oggi Paolo continua sulla stessa linea: l’annuncio del mistero di Dio può sembrare follia agli occhi del mondo, ma si tratta di una sapienza infinitamente più alta, la sapienza di Dio. “Tra coloro che sono perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo…parliamo invece della sapienza di Dio”. Tocca a noi scegliere se vivere secondo la sapienza del mondo, lo spirito del mondo, oppure secondo la sapienza di Dio: due sapienze totalmente contraddittorie. Ritorna qui il tema delle altre letture di questa domenica: la prima lettura tratta dal libro del Siracide e il salmo 118/119 sviluppavano entrambi, ciascuno a modo suo il tema delle due vie: l’uomo è posto al crocevia di due strade ed è libero di scegliere il proprio cammino; una via conduce alla vita e alla felicità; l’altra sprofonda nella notte, nella morte, e in definitiva non offre che false gioie. “Sapienza di Dio che è rimasta nascosta” (v.7): una delle grandi affermazioni della Bibbia è che l’uomo non può comprendere tutto del mistero della vita e della creazione né il mistero di Dio stesso. Questo limite fa parte del nostro stesso essere. In proposito leggiamo nel Deuteronomio: “Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, affinché mettiamo in pratica tutte le parole di questa Legge» (Dt 29,28). Ciò significa: Dio tutto conosce, e noi conosciamo solo ciò che egli ha voluto rivelarci, a cominciare dalla Legge, che è la chiave di tutto il resto. Torniamo ancora una volta al libro della Genesi che racconta il giardino di Eden dove c’erano alberi di ogni specie, “belli a vedersi e buoni da mangiare” (Gn 2,9); e c’erano anche due alberi particolari: uno, posto in mezzo al giardino, era l’albero della vita; l’altro, situato in un luogo non precisato, si chiamava albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Ad Adamo era permesso mangiare del frutto dell’albero della vita, anzi era raccomandato, poiché Dio aveva detto: “Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino… tranne uno”. Solo il frutto dell’albero della conoscenza era proibito. È un modo figurato per dire che l’uomo non può conoscere tutto e deve accettare questo limite: Al Signore nostro Dio appartengono le cose nascoste, dice il Deuteronomio. Al contrario, la Torah, la Legge, che è l’albero della vita, è affidata all’uomo: praticare la Legge significa nutrirsi giorno dopo giorno di ciò che ci farà vivere.

Riprendo quest’espressione: Sapienza rimasta nascosta, stabilita da Dio prima dei secoli per la nostra gloria (cf v7). Paolo insiste più volte nelle sue lettere sul fatto che il progetto di Dio è stabilito da tutta l’eternità e non c’è mai stato un ripensamento e un cambio perché lo svolgersi del progetto di Dio non cambia secondo il comportamento dell’umanità: non possiamo immaginare che prima Dio creò il mondo perfetto fino al giorno in cui Adamo commise la colpa e allora, per riparare ha pensato di mandare suo Figlio. Contro questa concezione, Paolo sviluppa in molte sue lettere l’idea che il ruolo di Gesù Cristo è previsto da tutta l’eternità e che il disegno di Dio precede tutta la storia umana. Lo dice chiaramente nella lettera agli Efesini (cf Ef 1,9-10), oppure, nella lettera ai Romani (cf Rm 16,25-26). Il compimento di questo progetto, come dice Paolo, è “darci la gloria”: la gloria un attributo di Dio e di lui solo e la nostra vocazione sarà partecipare alla sua gloria. Questa espressione è, per Paolo, un altro modo di parlare del progetto di Dio di riunirci tutti in Gesù Cristo e farci partecipi della gloria della Trinità, come leggiamo nella lettera agli Efesini. Scrive ancora san Paolo:” Ma come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (v.9). Quando afferma “Come sta scritto” si riferisce al profeta Isaia che dice: “Mai si è udito, mai si è sentito dire, mai occhio ha visto un dio, fuori di te, che agisca così per chi confida in lui» (Is 64,3). Ecco lo stupore del credente gratificato dalla rivelazione dei misteri di Dio. E continua: “quelle cose… Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. Ma ci possono essere persone per le quali questo non sarebbe stato preparato? Ci ssono dunque privilegiati ed esclusi? Certamente no: il progetto di Dio è per tutti; ma vi possono partecipare solo coloro che hanno lo vogliono a cuore aperto e del cuore ognuno è unico padrone. E’ il tema della fiducia in Dio perché il mistero del suo disegno provvidenziale si apre solo ai piccoli come dice Gesù: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (cf Mt11,25 e Lc 10,21). Siccome tutti siamo piccoli, basta saperlo riconoscere umilmente e con fiducia in Dio 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)

Il Regno avanza lentamente ma con sicurezza. Questo Vangelo di Matteo 5 ci permette di capire come il Regno di Dio avanza nella storia: non per rottura, ma per compimento. Il verbo chiave, che san Matteo mette sulle labbra di Gesù – “Non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento”. Tutta la Bibbia, fin da Abramo, è orientata verso un compimento progressivo del disegno benevolo di Dio. Il cristiano, infatti, non vive di nostalgia del passato, ma di attesa operosa: giudica la storia non in base ai successi immediati, ma all’avanzamento del Regno. È per questo che si può dire che la Messa domenicale è la “riunione del cantiere del Regno”: il luogo in cui si verifica se il Vangelo sta realmente trasformando la vita. Una crescita lenta, inscritta nella Legge.  L’evangelista mostra che questa lentezza non è un difetto, ma il metodo stesso di Dio. La Legge data a Mosè ha rappresentato le prime tappe: indicare il minimo vitale perché la convivenza fosse possibile – non uccidere, non rubare, non mentire. Era già un passo decisivo rispetto alla legge del più forte. Gesù non cancella queste acquisizioni; al contrario, le porta a maturazione. Le antitesi («Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…») manifestano questo avanzare del Regno: non solo evitare l’omicidio, ma estirpare l’ira; non solo evitare l’adulterio, ma purificare lo sguardo; non solo evitare il falso giuramento, ma vivere nella verità della parola. Ogni volta il Regno fa un passo avanti, perché il cuore dell’uomo viene lentamente convertito. E così il Regno cresce attraverso le relazioni. Il testo metteva in luce un punto decisivo: i comandamenti rinnovati da Gesù riguardano tutti le relazioni con gli altri: riconciliazione con il fratello, rispetto della donna, parola affidabile, amore del nemico. Se il disegno misericordioso di Dio è, come dice Paolo, riunire tutti in Cristo, allora ogni passo verso una fraternità più vera è già un avanzamento del Regno. Per questo Gesù non si limita a insegnare a pregare “Venga il tuo Regno”, ma indica come farlo venire: attraverso scelte concrete, quotidiane, spesso nascoste, ma reali. All’inizio del discorso, Matteo pone le Beatitudini che descrivono coloro che permettono al Regno di avanzare: non i potenti, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace. Sono i piccoli ai quali il Padre rivela i suoi misteri. Anche qui il Regno non avanza per forza o spettacolarità, ma per umiltà e fedeltà.

Il Regno avanza come il sale che scompare e come la luce che rischiara senza rumore. È una crescita che si misura sul lungo periodo, non sull’immediato. Per questo Gesù può dire alla fine del capitolo: “Siate perfetti” (Mt 5,48), cioè portati a compimento. Non è un ideale irraggiungibile, ma la meta di un cammino che Dio stesso accompagna. Il Regno di Dio non irrompe, ma cresce; non elimina il passato, ma lo porta a pienezza; non avanza con la forza, ma con la conversione del cuore. Ogni passo in più nell’amore, ogni relazione riconciliata, ogni parola resa vera: è così, lentamente ma con sicurezza, che il Regno viene.

 

+Giovanni D’Ercole

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In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd:  he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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