Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Quando Gesù, nel periodo trascorso sulla terra, si spostava di villaggio in villaggio predicando la Buona Novella di verità e di amore, catturava l'attenzione di quanti lo ascoltavano. Diversamente dagli Scribi, che venivano rifiutati a causa della loro ipocrisia, ci viene detto che il Signore stupiva perché "insegnava loro come uno che ha autorità" (Mc, 1, 22). Infatti, ogni comunità umana ha bisogno, e quindi ne va alla ricerca, di responsabili forti ed ispiratori che guidino gli altri lungo un cammino di speranza […]
Nessuno può esimersi da questo processo. Sebbene nessuna cultura possa utilizzare i danni subiti in passato come pretesto per evitare di affrontare le difficoltà insite nel soddisfacimento delle esigenze sociali contemporanee del proprio popolo, è anche vero che solo attraverso la disponibilità ad accettare la verità storica è possibile acquisire una sana comprensione della realtà contemporanea e aderire alla visione di un futuro armonioso […]
L'impegno per la verità apre la via alla riconciliazione duratura attraverso un processo di guarigione che implica il chiedere e il concedere il perdono, due indispensabili elementi di pace. In tal modo, la nostra memoria viene purificata, il nostro cuore reso sereno e il nostro futuro riempito di una speranza ben fondata sulla pace che scaturisce dalla verità.
[Papa Benedetto, Lettera per il XX anniversario della visita di Giovanni Paolo II in Australia, 22 settembre 2006]
1. La vita spirituale ha bisogno di illuminazione e di guida. Per questo Gesù, nel fondare la Chiesa e nel mandare gli Apostoli nel mondo, ha affidato loro il compito di ammaestrare tutte le genti, come leggiamo nel Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 19-20), ma anche di “predicare il Vangelo a tutta la creazione”, come dice il testo canonico del Vangelo di Marco (Mc 16, 15). Anche San Paolo parla dell’apostolato come di una “illuminazione di tutti” (Ef 3, 9).
Ma quest’opera della Chiesa evangelizzatrice e docente appartiene al ministero degli Apostoli e dei loro successori e, a titolo diverso, a tutti i membri della Chiesa, per continuare per sempre l’opera di Cristo “unico Maestro” (Mt 23, 8), che ha portato all’umanità la pienezza della rivelazione di Dio. Rimane la necessità di un Maestro interiore, che faccia penetrare nello spirito e nel cuore degli uomini l’insegnamento di Gesù. È lo Spirito Santo, che Gesù stesso chiama “Spirito di verità”, e che promette come Colui che guiderà verso tutta la verità (cf. Gv 14, 17; 16, 13). Se Gesù ha detto di sé: “Io sono la verità” (Gv 14, 6), è questa verità di Cristo che lo Spirito Santo fa conoscere e diffonde: “Non parlerà di sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito . . . prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-14). Lo Spirito è Luce dell’anima: “Lumen cordium”, come lo invochiamo nella Sequenza di Pentecoste.
2. Lo Spirito Santo è stato Luce e Maestro interiore per gli Apostoli che dovevano conoscere Cristo in profondità per poter assolvere il compito di suoi evangelizzatori. Lo è stato e lo è per la Chiesa, e, nella Chiesa, per i credenti di tutte le generazioni e in modo particolare per i teologi e i maestri di spirito, per i catechisti e i responsabili di comunità cristiane. Lo è stato e lo è anche per tutti coloro che, dentro e fuori dei confini visibili della Chiesa, vogliono seguire le vie di Dio con cuore sincero, e senza loro colpa non trovano chi li aiuti a decifrare gli enigmi dell’anima e a scoprire la verità rivelata. Voglia il Signore concedere a tutti i nostri fratelli - milioni e anzi miliardi di uomini - la grazia del raccoglimento e della docilità allo Spirito Santo in momenti che possono essere decisivi nella loro vita.
Per noi cristiani il magistero intimo dello Spirito Santo è una gioiosa certezza, fondata sulla parola di Cristo circa la venuta dell’“altro Paraclito”, che - diceva - “il Padre manderà nel mio nome. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14, 26). “Egli vi guiderà verso tutta la verità” (Gv 16, 13).
3. Come risulta da questo testo, Gesù non affida la sua parola soltanto alla memoria dei suoi uditori: questa memoria sarà aiutata dallo Spirito Santo, che ravviverà continuamente negli apostoli il ricordo degli eventi e il senso dei misteri evangelici.
Di fatto, lo Spirito Santo ha guidato gli Apostoli nella trasmissione della parola e della vita di Gesù, ispirando sia la loro predicazione orale e i loro scritti, sia la redazione dei Vangeli, come abbiamo visto a suo tempo nella catechesi sullo Spirito Santo e la rivelazione.
Ma è ancora Lui che ai lettori della Scrittura dà l’aiuto per capire il significato divino incluso nel testo di cui Egli stesso è l’ispiratore e l’autore principale: Lui solo può far conoscere “le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10), quali sono contenute nel testo sacro; Lui che è stato mandato per istruire i discepoli sugli insegnamenti del loro Maestro (cf. Gv 16, 13).
4. Di questo intimo magistero dello Spirito Santo ci parlano gli Apostoli stessi, primi trasmettitori della parola di Cristo. Scrive San Giovanni: “Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo (Cristo) e tutti siete ammaestrati. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità” (1 Gv 2, 20-21). Secondo i Padri della Chiesa e la maggioranza degli esegeti moderni, questa “unzione” (chrisma) designa lo Spirito Santo. San Giovanni afferma anzi che coloro che vivono secondo lo Spirito non hanno bisogno di altri maestri: “Quanto a voi - egli scrive - l’unzione che avete ricevuto da Lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in Lui, come essa vi insegna” (1 Gv 2, 27).
Anche l’apostolo Paolo parla di una comprensione secondo lo Spirito, che non è frutto di sapienza umana, ma di illuminazione divina: “L’uomo naturale (psichicòs) non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follie per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale (pneumaticòs) invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1 Cor 2, 14-15).
Dunque i cristiani, avendo ricevuto lo Spirito Santo, unzione di Cristo, possiedono in se stessi una fonte di conoscenza della verità, e lo Spirito Santo è il Maestro sovrano che li illumina e guida.
5. Se sono docili e fedeli al suo magistero divino, lo Spirito Santo li preserva dall’errore rendendoli vittoriosi nel continuo conflitto tra “spirito della verità” e “spirito dell’errore” (cf. 1 Gv 4, 6). Lo spirito dell’errore, che non riconosce Cristo (cf. 1 Gv 4, 3), viene sparso dai “falsi profeti”, sempre presenti nel mondo, anche in mezzo al popolo cristiano, con un’azione ora scoperta e persino clamorosa, ora subdola e strisciante. Come Satana, anch’essi a volte si rivestono da “angeli di luce” (cf. 2 Cor 11, 14) e si presentano con apparenti carismi di ispirazione profetica e apocalittica. Questo avveniva già nei tempi apostolici. Perciò San Giovanni avverte: “Non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” (1 Gv 4, 1). Lo Spirito Santo, come ha ricordato il Concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium, 12), protegge il cristiano dall’errore facendogli discernere ciò che è genuino da ciò che è spurio. Da parte del cristiano, ci vorranno sempre buoni criteri di discernimento circa le cose che ascolta o legge in materia di religione, di Sacra Scrittura, di manifestazioni del soprannaturale ecc. Tali criteri sono la conformità al Vangelo, perché lo Spirito Santo non può non “prendere da Cristo”; la sintonia con l’insegnamento della Chiesa, fondata e mandata da Cristo a predicare la sua verità; la rettitudine della vita di chi parla o scrive; i frutti di santità derivanti da ciò che viene presentato o proposto.
6. Lo Spirito Santo insegna al cristiano la verità come principio di vita. Mostra l’applicazione concreta delle parole di Gesù nella vita di ognuno. Fa scoprire l’attualità del Vangelo e il suo valore per tutte le situazioni umane. Adatta l’intelligenza della verità ad ogni circostanza, affinché questa verità non rimanga soltanto astratta e speculativa, e liberi il cristiano dai pericoli della doppiezza e dell’ipocrisia.
Per questo lo Spirito Santo illumina ciascuno personalmente, per guidarlo nel suo comportamento, indicandogli la via da seguire, aprendogli almeno qualche spiraglio sul progetto del Padre circa la sua vita. È la grande grazia di luce che San Paolo chiedeva per i Colossesi: “l’intelligenza spirituale”, capace di far loro capire la volontà divina. Li assicurava infatti: “Non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una piena conoscenza della sua (di Dio) volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona . . .” (Col 1, 9-10). Per noi tutti è necessaria questa grazia di luce, per conoscere bene la volontà di Dio su di noi e per essere in grado di vivere pienamente la nostra vocazione personale.
Non mancano mai i problemi, che a volte sembrano insolubili. Ma lo Spirito Santo soccorre nelle difficoltà ed illumina. Egli può rivelare la soluzione divina, come al momento dell’Annunciazione per il problema della conciliazione della maternità col desiderio di conservare la verginità. Anche quando non si tratti di un mistero unico come quello dell’intervento di Maria nell’Incarnazione del Verbo, si può dire che lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere a sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili.
7. Tutto ciò viene concesso e operato nell’anima dallo Spirito Santo mediante i suoi doni, grazie ai quali è possibile praticare un buon discernimento non secondo i criteri della sapienza umana, che è stoltezza davanti a Dio, ma di quella divina, che può sembrare stoltezza agli occhi degli uomini (cf. 1 Cor 1, 18.25). In realtà solo lo Spirito “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10-11). E se vi è opposizione fra lo spirito del mondo e lo Spirito di Dio, Paolo rammenta ai cristiani: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2, 12). A differenza dell’“uomo naturale”, quello “spirituale” (pneumaticòs) è sinceramente aperto allo Spirito Santo, docile e fedele alle sue ispirazioni (cf. 1 Cor 2, 14-16). Perciò egli ha abitualmente la capacità di un retto giudizio sotto la guida della sapienza divina.
8. Un segno del reale contatto con lo Spirito Santo nel discernimento è e sarà sempre l’adesione alla verità rivelata come viene proposta dal magistero della Chiesa. Il Maestro interiore non ispira il dissenso, la disubbidienza, o anche solo la resistenza ingiustificata ai pastori e maestri stabiliti da Lui stesso nella Chiesa (cf. At 20, 29). All’autorità della Chiesa, come dice il Concilio nella costituzione Lumen gentium, spetta “di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5, 12.19-21)” (Lumen gentium, 12). È la linea di sapienza ecclesiale e pastorale che viene, anch’essa, dallo Spirito Santo.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 24 aprile 1991]
«I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente». Papa Francesco ha ripetuto più volte questo invito al cambiamento, durante la messa celebrata venerdì mattina, 23 ottobre, nella cappella di Casa Santa Marta. Un invito ad agire «senza paura» e «con libertà», tenendosi alla larga dai conformismi tranquillizzanti e restando «saldi nella fede in Gesù» e «nella verità del Vangelo», ma muovendosi «continuamente secondo i segni dei tempi».
Lo spunto per la riflessione è stato offerto al Pontefice dalle letture di questa ultima parte dell’anno liturgico, che propongono in particolare la lettera ai Romani. «Abbiamo sottolineato — ha ricordato in proposito — come Paolo predica con tanta forza, la libertà che noi abbiamo in Cristo». Si tratta, ha spiegato il Papa, di «un dono, il dono della libertà, di quella libertà che ci ha salvato dal peccato, che ci ha fatto liberi, figli di Dio come Gesù; quella libertà che ci porta a chiamare Dio Padre». Quindi Francesco ha aggiunto che «per avere questa libertà dobbiamo aprirci alla forza dello Spirito e capire bene cosa accade dentro di noi e fuori di noi». E se nei «giorni passati, la settimana scorsa», ci si era soffermati «su come distinguere quello che succede dentro di noi: cosa viene dal buono Spirito o cosa non viene da lui», ovvero sul discernimento di quanto «succede dentro di noi», nella liturgia del giorno il brano del Vangelo di Luca (12, 54-59) esorta a «guardare fuori», facendo «riflettere su come noi valutiamo le cose che accadono fuori di noi».
Ecco allora la necessità di interrogarci su «come giudichiamo: siamo capaci di giudicare?». Per il Papa «le capacità le abbiamo» e lo stesso Paolo «ci dice che noi giudicheremo il mondo: noi cristiani giudicheremo il mondo». Anche l’apostolo Pietro dice una cosa analoga quando «ci chiama stirpe scelta, sacerdozio santo, nazione eletta proprio per la santità».
Insomma, ha chiarito il Pontefice, noi cristiani «abbiamo questa libertà di giudicare quello che succede fuori di noi». Ma — ha avvertito — «per giudicare dobbiamo conoscere bene quello che accade fuori di noi». E allora, si è domandato Francesco, «come si può fare questo, che la Chiesa chiama “conoscere i segni dei tempi”?».
In proposito il Papa ha osservato che «i tempi cambiano. È proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra». Certo, il Papa è consapevole che ciò «non è facile. Perché noi sentiamo tanti commenti: “Ho sentito che quello che è accaduto là è questo o quello che accade là è l’altro; ho letto questo, mi hanno detto questo...». Però, ha subito aggiunto, «io sono libero, io devo fare il mio proprio giudizio e capire cosa significhi tutto ciò». Mentre «questo è un lavoro che di solito noi non facciamo: ci conformiamo, ci tranquillizziamo con “mi hanno detto; ho sentito; la gente dice; ho letto...”. E così siamo tranquilli». Quando invece dovremmo chiederci: «Qual è la verità? Qual è il messaggio che il Signore vuole darmi con quel segno dei tempi?».
Come di consueto il Papa ha anche proposto suggerimenti pratici «per capire i segni dei tempi». Anzitutto, ha detto, «è necessario il silenzio: fare silenzio e guardare, osservare. E dopo riflettere dentro di noi. Un esempio: perché ci sono tante guerre adesso? Perché è successo qualcosa? E pregare». Dunque «silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci».
E in questo senso non ci sono alibi. Sebbene infatti ognuno di noi possa essere tentato di dire: «Ma, io non ho studiato tanto... Non sono andato all’università e neppure alla scuola media...», le parole di Gesù non lasciano spazio ai dubbi. Egli infatti non dice: «Guardate come fanno gli universitari, guardate come fanno i dottori, guardate come fanno gli intellettuali...». Al contrario, dice: «Guardate ai contadini, ai semplici: loro, nella loro semplicità, sanno capire quando arriva la pioggia, come cresce l’erba; sanno distinguere il grano dalla zizzania». Di conseguenza «quella semplicità — se viene accompagnata dal silenzio, dalla riflessione e dalla preghiera — ci farà capire i segni dei tempi». Perché, ha ribadito, «i tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi».
Al termine della sua riflessione il Pontefice è ritornato sui pensieri iniziali. «Siamo liberi — ha affermato — per il dono della libertà che ci ha dato Gesù Cristo. Ma il nostro lavoro è esaminare cosa succede dentro di noi, discernere i nostri sentimenti, i nostri pensieri; e analizzare cosa accade fuori di noi, discernere i segni dei tempi». Come? «Col silenzio, con la riflessione e con la preghiera», ha ripetuto a conclusione dell’omelia.
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 24/10/2015]
II Domenica Tempo Ordinario (anno A) [18 Gennaio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Oggi inizia la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e riprende il Tempo Ordinario.
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (49,3...6)
Questo passo appartiene a un gruppo di quattro testi del profeta Isaia, chiamati i “Canti del Servo”. Essi risalgono al periodo drammatico dell’Esilio a Babilonia (VI secolo a.C.) e sono rivolti a un popolo scoraggiato, che arriva a chiedersi se Dio lo abbia dimenticato. Il profeta annuncia invece una parola decisiva: Israele è ancora il servo di Dio. L’Alleanza non è spezzata; Dio non solo non ha abbandonato il suo popolo, ma gli affida ancora una missione più grande. In questo canto il Servo non è un individuo particolare, ma il popolo di Israele nel suo insieme, come afferma chiaramente il testo: “Mio servo tu sei, Israele”. La sua vocazione è altrettanto chiara: manifestare la gloria di Dio. Questa gloria non è astratta, ma concreta: è l’opera di salvezza di Dio, qui identificata con il ritorno dall’esilio. La liberazione del popolo sarà la prova visibile che Dio è salvatore. Così, chi è stato salvato diventa testimone della salvezza davanti al mondo. Nella mentalità antica, la sconfitta e la deportazione di un popolo potevano sembrare il fallimento del suo Dio; la liberazione, invece, manifesterà ai popoli pagani la superiorità del Dio d’Israele. Essere “servo” significa quindi, da una parte, la certezza del sostegno di Dio, dall’altra, una missione: continuare a credere nella salvezza e a testimoniarla, affinché anche gli altri popoli riconoscano Dio come salvatore. Si comprende così l’annuncio finale: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Il progetto di Dio non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Qui l’attesa messianica evolve profondamente: il Messia non è più un re individuale, ma un soggetto collettivo, il popolo di Israele, che non esercita un potere politico ma svolge una missione di servizio. Resta una difficoltà: se il Servo è Israele, come può “radunare Israele”? Isaia si rivolge in realtà al “Resto”, il piccolo gruppo dei fedeli che non ha perso la fede durante l’esilio. Questo Resto ha il compito di ricondurre il popolo a Dio, cioè di convertirlo. Ma questa è solo la prima tappa: il rialzarsi di Israele diventa il segno iniziale del progetto di salvezza universale. Infine, il profeta insiste sull’origine divina di questo messaggio: non è frutto di invenzione umana, ma parola del Signore. In mezzo allo scoraggiamento, risuona una confessione di fiducia umile e profonda: la forza del Servo non è in se stesso, ma in Dio.
decisivo del Resto fedele. +Fondamento di tutto: la forza viene da Dio solo, non dall’uomo.
*Salmo responsoriale (39/40)
L’affermazione del salmo 39/40 – “ sacrificio e offerta non gradisci” sorprende, perché i salmi erano cantati proprio nel tempio, mentre si offrivano sacrifici. In realtà il senso è chiaro: ciò che conta per Dio non è il rito in sé, ma l’atteggiamento del cuore che esso esprime. Per questo il salmista può dire: “Gli orecchi mi hai aperto”… allora ho detto: Ecco, io vengo”. Tutta la Bibbia racconta un lungo cammino educativo nella comprensione del sacrificio, che procede di pari passo con la rivelazione del vero volto di Dio. Sacrificare significa “rendere sacro”, entrare in comunione con Dio; ma il modo di farlo cambia man mano che si comprende chi Dio è davvero. Israele non ha inventato il sacrificio: era una pratica comune ai popoli del Vicino Oriente. Tuttavia, fin dall’inizio, la fede biblica introduce una differenza decisiva: i sacrifici umani sono assolutamente proibiti. Dio è il Dio della vita, e non può chiedere la morte per avvicinarsi a Lui. Anche il racconto di Abramo e Isacco mostra che “sacrificare” non significa uccidere, ma offrire. Col passare dei secoli, avviene una vera conversione del sacrificio, che riguarda prima di tutto il suo significato. Se Dio è pensato come un essere da placare o da comprare, il sacrificio diventa un gesto magico. Se invece Dio è riconosciuto come colui che ama per primo e dona gratuitamente, allora il sacrificio diventa risposta d’amore e di riconoscenza, segno dell’Alleanza e non merce di scambio. La pedagogia biblica conduce così dalla logica del “dare per avere” alla logica della grazia: tutto è dono, e l’uomo è chiamato a rispondere con il “sacrificio delle labbra”, cioè con il rendimento di grazie. Anche la materia del sacrificio cambia: i profeti insegnano che il vero sacrificio gradito a Dio è far vivere, non dare la morte. Come dice Osea (6,6): “Voglio l’amore e non il sacrificio”. L’ideale ultimo è il servizio dei fratelli, espresso nei Canti del Servo di Isaia: una vita donata perché altri vivano. Il salmo 39/40 riassume questo cammino: Dio apre l’orecchio dell’uomo per entrare in un dialogo d’amore; nell’Alleanza nuova, il sacrificio diventa totalmente spirituale: “Ecco, io vengo”.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1,1-3)
Questo testo celebra la dignità di noi battezzati. È scelto per questo domenica, che segna il ritorno al tempo ordinario nella liturgia: ordinario non significa banale, ma semplicemente nell’ordine dell’anno. Ogni domenica celebriamo eventi straordinari: qui San Paolo ci ricorda la grandezza del nostro titolo di cristiani. Secondo Paolo, siamo coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo, riconoscendolo come Dio. Dire “Signore” significa che Gesù è il centro della nostra vita, della storia e del mondo. Per questo Paolo ci chiama “popolo santo”: essere santi non vuol dire perfetti, ma appartenere a Dio. Il battesimo ci consacra a Lui, e la comunità merita di essere onorata nella celebrazione eucaristica. Se Gesù non è veramente il nostro Signore, dobbiamo interrogarci sulla nostra fede. Paolo sottolinea più volte il nome di Cristo nella lettera, mostrando che la relazione con Lui è il fondamento della vita cristiana. Tutti i cristiani sono “chiamati”: Paolo stesso non sceglie di essere apostolo, ma è chiamato da Dio sul cammino di Damasco. La parola Chiesa (ecclesia) significa “chiamata”, e ogni comunità locale è chiamata a riflettere l’amore universale di Dio. La missione è universale, ma accessibile: Dio non ci chiede gesti straordinari, solo disponibilità alla Sua volontà, come ricorda il Salmo di oggi: “Ecco, io vengo”. La liturgia eucaristica riprende le parole di Paolo: nel gesto della pace e nel saluto “Il Signore sia con voi”, siamo immersi nella grazia e nella pace di Cristo. Questo testo è particolarmente adatto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: ci ricorda ciò che unisce i cristiani di tutto il mondo, chiamati a essere semi di una nuova umanità, che un giorno si riunirà nella grazia e nella pace attorno a Gesù Cristo. Il contesto storico di questa lettera: Corinto era città di grandi ricchezze e povertà, crocevia tra Adriatico ed Egeo, con una popolazione mista e contrasti sociali marcati. La comunità cristiana fondata da Paolo rifletteva queste differenze. La lettera ai Corinzi che leggiamo oggi è probabilmente la prima a noi giunta, scritta intorno al 55-56 d.C., per rispondere a domande specifiche della comunità.
Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)
Giovanni Battista proclama con solennità: “Ho visto e ho testimoniato che questo è il Figlio di Dio”. All’epoca, il titolo “Figlio di Dio” era sinonimo di Messia: riconoscerlo in Gesù significava annunciare il Messia atteso da Israele. Ogni re di Gerusalemme riceveva l’unzione e il titolo di Figlio di Dio come segno che lo Spirito lo guidava; ma a differenza dei re precedenti, Gesù è colui su cui lo Spirito ”dorme” permanentemente, indicando che tutta la sua missione sarà condotta dallo Spirito Santo. Giovanni Battista descrive Gesù anche come “l’Agnello di Dio colui che toglie il peccato del mondo”. La figura dell’agnello richiama tre immagini: L’agnello pasquale, segno di liberazione; Il Servo sofferente di Isaia, innocente che porta i peccati degli altri; L’agnello offerto da Dio, come nella prova di Abramo con Isacco. Gesù è quindi il Messia, il liberatore dell’umanità, ma non elimina immediatamente il peccato: ci offre la possibilità di liberarci da esso vivendo guidati dallo Spirito, con amore, gratuità e perdono. La salvezza non è di un solo uomo, ma di tutto il popolo dei credenti, il “Corpo di Cristo”. L’umanità nuova inizia in Gesù, attraverso la sua obbedienza e la sua piena comunione con Dio, offrendo un modello di vita nuova.
*Origene nel commentario sul vangelo di Giovanni scrive: “Così Giovanni chiama Gesù Agnello di Dio: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Con queste parole Giovanni dichiara che Cristo, colui che era prima di lui, è colui che porta via i peccati del mondo.
+Giovanni D’Ercole
Battesimo del Signore (anno A) [11 Gennaio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Con oggi si chiude il tempo di Natale ringraziando la Provvidenza per aver potuto celebrare questo Mistero di Luce e di Pace in un clima di serenità.
*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (42, 1-4. 6-7)
Il Servo del Signore e la sua missione universale. Questo testo di Isaia è ricco e complesso, ma può essere diviso in due parti principali. In entrambe è Dio che parla, ma con due modalità: nella prima parte parla del suo Servo, nella seconda si rivolge direttamente a lui.Prima parte: Dio descrive il Servo come portatore di giustizia e diritto universale: “Alle nazioni porterà il diritto… non verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra vacillerà fino a stabilirlo sulla terra”. “Ti ho chiamato per la giustizia”: qui il giudizio non significa condanna, ma salvezza e liberazione. Il Servo agirà con dolcezza e rispetto per i fragili, non schiaccerà il debole né spegnerà la messa a rischio. La sua missione riguarda tutta l’umanità, perché Dio desidera che persino le isole lontane aspirino al suo diritto, alla sua salvezza. In tutto ciò, il Servo è sostenuto dallo Spirito di Dio: “Ecco il mio Servo che io sostengo… ho posto il mio spirito su di lui”. Seconda parte: Dio chiarisce la missione del Servo: “perché tu apra gli occhi dei ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri… coloro che abitano nelle tenebre”. Qui il giudizio diventa liberazione totale, un’uscita dalle tenebre alla luce. La missione è universale: il Servo è luce delle nazioni, e Dio continua a sostenerlo: “Io, il Signore, ti ho chiamato…e ti ho preso per mano”. Chi è questo Servo? Isaia non lo precisa, perché per i suoi contemporanei era chiaro: il Servo è il popolo d’Israele, chiamato a essere strumento privilegiato della salvezza. Il messianismo in Isaia non è individuale, ma collettivo: il piccolo nucleo fedele diventa luce e guida per il mondo intero. Gesù, al battesimo nel Giordano, prende la guida di questo popolo-servitore e realizza la missione annunciata dai profeti. Il messaggio chiave è questo: Il giudizio di Dio non è condanna ma liberazione e salvezza universale. Dio sostiene il Servo e affida a lui il compito di portare luce e giustizia a tutte le nazioni. La fedeltà e la potenza creatrice di Dio sono la garanzia della nostra speranza, anche nei momenti più difficili.
*Elementi importanti: +Testo diviso in due parti: Dio parla del Servo e direttamente al Servo. +Giudizio del Servo = salvezza e liberazione, non condanna e Missione universale: luce per le nazioni, apertura dei ciechi, liberazione dei prigionieri. +Dolcezza e cura per i fragili: “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. +Sostegno dello Spirito di Dio sul Servo inteso come I come popolo d’Israele, messianismo collettivo. +Gesù al battesimo assume la guida del popolo-servitore. + Speranza fondata sulla fedeltà e potenza creatrice di Dio
*Salmo responsoriale (28/29)
Per comprendere questo salmo, bisogna immaginare la forza di un temporale violento, che scuote il paese dal Libano e l’Hermon fino al deserto di Qadesh. Il salmo descrive la voce del Signore come potente, tonante, fulminante, capace di spezzare i cedri e di spaventare il deserto. Questa voce ricorda la rivelazione al Sinai, quando Dio fece udire la sua voce a Mosè tra fuoco e fulmini, e ogni parola della Legge appariva come lampi di fuoco. Il nome di Dio (YHWH, il Signore) è ripetuto più volte, sottolineando la presenza viva di Dio e la sua azione salvifica. La ripetizione di “voce del Signore” richiama la Parola creatrice, come nel primi capitolo del libro della Genesi: la Parola di Dio è efficace, mentre le idoli sono impotenti. Il salmo insiste sulla sovranità di Dio: Dio è l’unico re legittimo, meritevole di gloria e adorazione, e presto tutti – popolo e potenze false – riconosceranno il suo dominio. La voce potente di Dio evoca anche la vittoria sulle acque e sul caos, come al tempo del diluvio o della liberazione d’Egitto, dimostrando il suo potere salvifico e liberatore. Il tema centrale è la gloria di Dio, ripetuta più volte, e l’anticipazione di un tempo in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua regalità. Il salmo si collega alla festa del Battesimo di Cristo, quando il Regno dei cieli si avvicina attraverso Gesù: Dio è finalmente riconosciuto re e la sua salvezza è annunciata a tutti.
*Elementi importanti: +Immagine potente del temporale: voce del Signore, fulmini, cedri spezzati e Riferimento al Sinai: Parola di Dio come fuoco, Legge e alleanza. +Ripetizione del nome di Dio: YHWH, segno di presenza e potere. +Parola creatrice: come in Genesi, la Parola è efficace, gli idoli impotenti. +Sovranità universale di Dio: unico re legittimo, meritevole di gloria. +Vittoria sulle acque e sul caos: diluvio, uscita dall’Egitto. +Gloria di Dio: tema centrale, anticipazione della sua riconoscenza universale. + Collegamento al Battesimo di Cristo: manifestazione del Regno dei cieli e della salvezza universale
*Seconda Lettura dagli Atti degli Apostoli (10,34-38)
In questo racconto di Atti 10, assistiamo a un vero momento rivoluzionario: Pietro, guidato dallo Spirito Santo, infrange tutte le regole sociali e religiose del suo tempo e varca la soglia della casa di un pagano, il centurione romano Cornelio. Cornelio è un uomo pio, che teme Dio, stimato dai Giudei per le sue elemosine e la sua giustizia, ma non circonciso. Egli riceve una visione: un angelo lo invita a mandare a chiamare Pietro a Joppe, dove soggiorna presso Simone il conciapelli. Allo stesso tempo, Pietro riceve una visione dal cielo: una grande tovaglia piena di animali gli ordina di mangiare, ma egli rifiuta perché, secondo la Legge, sono impuri. Una voce gli risponde: Ciò che Dio ha dichiarato puro, tu non lo dichiari impuro. Questo lo prepara a comprendere che nessun uomo è impuro agli occhi di Dio e che la fede non è più limitata da nazionalità o leggi rituali. Quando gli inviati di Cornelio arrivano, lo Spirito Santo conferma a Pietro: Seguili senza esitazione, sono io che li mando. Pietro scende, li accoglie e parte verso Cesarea con alcuni cristiani, consapevole dell’importanza dell’incontro. L’arrivo a casa di Cornelio è significativo: Pietro spiega a tutti che Dio è imparziale e accoglie chiunque lo teme e compie il bene, indipendentemente dalla nazione. Lo Spirito Santo cade su tutti i presenti, anche sui pagani, mostrando che il dono dello Spirito non è più riservato ai soli Giudei. Pietro conclude che anche questi pagani devono essere battezzati, perché hanno ricevuto lo Spirito Santo proprio come i credenti ebrei. Questo episodio compie quanto Gesù aveva promesso: gli apostoli sarebbero stati testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,8). L’elezione di Israele non è negata, ma la salvezza in Cristo è ora aperta a tutte le nazioni.
*Elementi importanti: +Rivoluzione missionaria: Pietro varca la soglia di un pagano per volontà dello Spirito Santo. Corneliopagano pio, che teme Dio, esempio di apertura spirituale +Visione di Pietro: nulla è impuro per Dio, apertura universale della fede e lo Spirito Santo guida Pietro, conferma la chiamata dei pagani. +Accoglienza e battesimo: anche i pagani ricevono lo Spirito e il sacramento dell’acqua. +Universalità del Vangelo: compimento della missione fino agli estremi confini della terra. +Equilibrio: elezione di Israele confermata, ma salvezza accessibile a tutti.
*Dal Vangelo secondo Matteo (3,13-17)
Il Battesimo di Gesù segna la sua prima manifestazione pubblica: fino a quel momento, per molti, egli è solo Gesù di Nazareth. Matteo lo presenta semplicemente come Gesù, che arriva dalla Galilea e si reca da Giovanni per essere battezzato nel Giordano. Questo gesto diventa il primo rivelarsi del suo vero ruolo di Messia agli occhi di tutti. Le immagini principali in questo testo sono: La marcia verso il Giordano: Gesù percorre la Galilea fino alle rive del fiume, come fanno gli altri Giudei che si recano da Giovanni per il battesimo di conversione. Il gesto di Giovanni Battista: inizialmente sorpreso e titubante, Giovanni riconosce in Gesù colui che è più grande di lui e che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco. I cieli che si aprono e la colomba: i cieli aperti simboleggiano l’adempimento delle attese d’Israele; la colomba rappresenta lo Spirito Santo che scende su Gesù, ricordando la presenza divina sulla Creazione e sul Messia promesso. Le parole principali sono: Giovanni esprime il suo stupore: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te!» riconoscendo la grandezza di Gesù. Gesù risponde: Lascia fare per ora, perché così è necessario compiere ogni giustizia, cioè conformarsi pienamente al progetto di Dio. Questo mostra l’umiltà di Gesù e la sua completa solidarietà con l’umanità. La voce del Padre dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Con questa frase, Gesù è riconosciuto Messia-Re e Messia-Servo, realizzando le profezie di Isaia e la promessa davidica: Dio dichiara il suo amore e la sua missione salvifica su di lui. E questi sono i significati teologici e spirituali: Gesù si inserisce pienamente nella condizione umana, pur essendo senza peccato, prendendo il posto dei peccatori. Il Battesimo rappresenta una nuova creazione: le acque del Giordano simboleggiano la purificazione e il cammino verso la Terra promessa spirituale, guidata dallo Spirito. La scena rivela la Trinità: il Padre parla, il Figlio è battezzato, lo Spirito discende come colomba. Il Battesimo è l’inizio della costruzione del Corpo di Cristo: tutti coloro che partecipano al battesimo sono integrati a questa missione salvifica.
San Gregorio di Nazianzo scrive : “Cristo viene battezzato non per essere purificato, ma per purificare le acque.” (Oratio 39, In Sancta Lumina).
*Elementi importanti: +Prima manifestazione pubblica di Gesù: rivelazione del Messia. +Solidarietà con l’umanità: Gesù si pone tra i peccatori per compiere la giustizia di Dio. +Ruolo di Giovanni Battista: riconosce il Messia e il suo battesimo nello Spirito e nel fuoco. +Presenza dello Spirito Santo: simbolo della colomba, conferma la missione e la nuova creazione eVoce del Padre: conferma la filiazione divina e l’amore su Gesù. +Messia-Re e Messia-Servo: realizzazione delle profezie di Isaia e della promessa davitica. +Nuova creazione e cammino verso la Terra promessa spirituale: battesimo come ingresso nel Corpo di Cristo. +Rivelazione della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo presenti nel Battesimo. +Universalità del messaggio: il Battesimo apre la strada alla salvezza per tutta l’umanità.
+ Giovanni D’Ercole
Epifania del Signore (anno A) [6 gennaio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Buona festa dell’Epifania
*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia /60, 1-6)
Nei giorni oscuri ecco un annuncio di luce! Questo testo di Isaia è attraversato da immagini insistenti di luce: “Alzati, rivestiti di luce… la gloria del Signore brilla sopra te… su di te risplende il Signore… la sua gloria appare su di te… Allora guarderai e sarai raggiante”. Proprio questa abbondanza di luce ci fa capire che il clima reale è tutt’altro che luminoso. I profeti non coltivano il paradosso, ma l’arte della speranza: parlano di luce perché il popolo è immerso nella notte più cupa. Il contesto storico è quello del post-esilio (525-520 a.C.). Il ritorno da Babilonia non ha portato il benessere atteso. Le tensioni sono forti: tra chi era rimasto nel paese e chi rientrava dall’esilio; tra generazioni diverse; tra ebrei e popolazioni straniere insediate a Gerusalemme durante l’occupazione. La questione più dolorosa riguarda la ricostruzione del Tempio: i rimpatriati rifiutano l’aiuto di gruppi ritenuti religiosamente infedeli; ne nasce un conflitto che blocca i lavori e spegne l’entusiasmo. Col passare degli anni, subentra lo scoraggiamento. È qui che Isaia, insieme al profeta Aggeo (cf 1,2-8. 12-15; 2, 3-9), provoca un sussulto spirituale. La tristezza non è degna del popolo delle promesse. L’unico, grande argomento del profeta è questo: Gerusalemme è la città scelta da Dio, il luogo dove Egli ha posto il suo Nome. Per questo Isaia può osare dire: «Alzati, Gerusalemme! Risplendi». Anche quando tutto sembra buio, la fedeltà di Dio resta il fondamento della speranza. Il linguaggio quasi trionfale non descrive una situazione già risolta, ma anticipa il giorno che viene. Nella notte si scruta l’alba: il compito del profeta è ridare coraggio, ricordare la promessa. Il messaggio è chiaro: non lasciatevi abbattere; mettetevi all’opera, ricostruite il Tempio, perché la luce del Signore verrà. Tre sottolineature finali: La fede unisce lucidità ed speranza: vedere il reale non spegne la fiducia. La promessa non è un trionfo politico, ma la vittoria di Dio, la sua gloria che illumina l’umanità. Gerusalemme indica già il popolo e, oltre il popolo, tutta l’umanità chiamata alla comunione: il progetto di Dio supera ogni città e ogni confine.
*Elementi importanti: +Contesto post-esilico (525-520 a.C.) e clima di scoraggiamento. +Conflitti interni e blocco della ricostruzione del Tempio. +Linguaggio della luce come annuncio di speranza nella notte. +Vocazione di Gerusalemme: città scelta, luogo della Presenza. +Invito profetico all’azione: rialzarsi e ricostruire. +Speranza fondata sulla fedeltà di Dio, non su successi politici. +Apertura universale: la promessa riguarda tutta l’umanità
*Salmo responsoriale (71/72)
Gli uomini sognano e Dio porta avanti il suo progetto. Il Salmo 71 ci fa entrare idealmente nella celebrazione dell’incoronazione di un re. Le preghiere che lo accompagnano esprimono i desideri più profondi del popolo: giustizia, pace, prosperità per tutti, fino ai confini della terra. È il grande sogno dell’umanità di ogni tempo. Israele, però, possiede una certezza unica: questo sogno coincide con il progetto stesso di Dio. L’ultima strofa del salmo, che benedice solo il Signore e non il re, ci offre la chiave di lettura. Il salmo è stato composto dopo l’esilio, in un’epoca in cui non c’era più un re in Israele. Questo significa che la preghiera non è rivolta a un sovrano terreno, ma al re promesso da Dio, il Messia. E poiché si tratta di una promessa divina, essa è sicura. Tutta la Bibbia è attraversata da questa speranza incrollabile: la storia ha un senso e una direzione. I profeti la chiamano “Giorno del Signore”, Matteo “Regno dei cieli”, Paolo “disegno misericordioso”. È sempre lo stesso progetto di amore che Dio propone instancabilmente all’umanità. Il Messia ne sarà il compimento, ed è Lui che Israele invoca pregando i salmi. Questo Salmo descrive il re ideale, atteso da secoli, in continuità con la promessa fatta a Davide attraverso il profeta Natan: un regno stabile per sempre, un re chiamato figlio di Dio. Col passare dei secoli, questa promessa è stata approfondita: se il re è figlio di Dio, allora il suo regno sarà fondato su giustizia e pace. Ogni nuova incoronazione riaccendeva questa attesa. Eppure, il regno ideale non si è ancora pienamente realizzato. Potrebbe sembrare un’utopia. Ma per il credente non lo è: è una promessa di Dio, quindi una certezza. La fede è l’àncora dell’anima: davanti ai fallimenti della storia, il credente non rinuncia alla speranza, ma attende con pazienza, certo della fedeltà di Dio. Il salmo annuncia un capovolgimento decisivo: potere e giustizia coincideranno finalmente. In Dio, il potere è solo amore. Per questo il re messianico libererà il povero, difenderà il debole e porterà una pace senza fine. Il suo regno non avrà confini: si estenderà a tutta la terra e durerà per sempre. Per Israele, questo salmo resta preghiera di attesa del Messia. Per i cristiani, esso si compie in Gesù Cristo, e l’episodio dei Magi è già un segno dell’universalità del suo regno: le nazioni vengono a Lui, portando doni e adorazione.
*Elementi importanti: +Il Salmo 71 come preghiera dei desideri universali di giustizia e pace. +Coincidenza tra il sogno dell’uomo e il progetto di Dio. +Composizione post-esilica: attesa del re-Messia. +Promessa fatta a Davide (2 Sam 7) come fondamento dell’attesa. +La storia ha un senso e una direzione nel disegno di Dio. +Il re ideale: giustizia, pace, difesa dei poveri. +Potere di Dio come amore e servizio. +Regno universale e senza fine. +Lettura ebraica messianica e compimento cristiano in Gesù Cristo. + I Magi come primo segno della realizzazione della promessa universale
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo agli Efesini (3, 2...6)
Questo brano è tratto dalla Lettera agli Efesini (cap. 3) e riprende un tema centrale già annunciato nel capitolo 1: il “disegno/mistero misericordioso di Dio”. Paolo ricorda che Dio ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: condurre la storia al suo compimento, ricapitolando in Cristo tutto ciò che è nei cieli e sulla terra (Ef 1,9-10). Per san Paolo, il mistero non è un segreto gelosamente custodito, ma l’intimità di Dio offerta all’uomo. È un progetto che Dio rivela progressivamente, con una paziente pedagogia, come un genitore accompagna un figlio nella scoperta della vita. Così Dio ha guidato il suo popolo lungo la storia, passo dopo passo, fino alla rivelazione decisiva in Gesù Cristo. Con Cristo si apre una nuova epoca: prima e dopo di Lui. Il cuore del mistero è questo: Cristo è il centro del mondo e della storia. Tutto l’universo è chiamato a essere riunito in Lui, come un corpo attorno al suo capo. Paolo sottolinea che questa unità riguarda tutte le nazioni: tutti sono associati a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo. In altre parole: l’eredità è Cristo, la promessa è Cristo, il corpo è Cristo. Quando nel Padre nostro diciamo “sia fatta la tua volontà”, chiediamo proprio il compimento di questo progetto. Il disegno di Dio è dunque universale: non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Questa apertura era già presente nella promessa fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), e proclamata dai profeti, come Isaia. Tuttavia, questa verità è stata compresa lentamente e spesso dimenticata. Al tempo di Paolo, non era affatto scontato accettare che i pagani fossero pienamente partecipi della salvezza. I primi cristiani di origine ebraica faticavano a riconoscerli come membri a pieno titolo. Paolo interviene con decisione: anche i pagani sono chiamati a essere testimoni e apostoli del Vangelo. È lo stesso messaggio che Matteo esprime nel racconto dei Magi: le nazioni vengono alla luce di Cristo. Il testo si chiude come un appello: il progetto di Dio chiede la collaborazione dell’uomo. Se per i Magi c’è stata una stella, per molti oggi la stella saranno i testimoni del Vangelo. Dio continua a realizzare il suo disegno benevolo attraverso l’annuncio e la vita dei credenti.
*Elementi importanti: +Il “mistero” come rivelazione del disegno benevolo di Dio e Rivelazione progressiva culminata in Cristo. +Cristo centro della storia e dell’universo e Tutta l’umanità riunita in Cristo: eredità, corpo e promessa. Universalità della salvezza: ebrei e pagani insieme in continuità con la promessa ad Abramo e i profeti. +Difficoltà storiche nell’accogliere i pagani. +Epifania e Magi come segno dell’universalismo e Chiamata alla testimonianza: collaborare all’annuncio del Vangelo
*Dal Vangelo secondo Matteo (2, 1-12)
Al tempo di Gesù, l’attesa del Messia era intensissima. Se ne parlava ovunque e si pregava Dio di affrettarne la venuta. La maggioranza degli Ebrei immaginava il Messia come un re discendente di Davide: avrebbe regnato da Gerusalemme, avrebbe scacciato i Romani e instaurato finalmente pace, giustizia e fraternità in Israele; alcuni speravano persino che questo rinnovamento si estendesse a tutto il mondo. Questa attesa si fondava su diverse profezie dell’Antico Testamento. Anzitutto quella di Balaam nel libro dei Numeri: chiamato a maledire Israele, egli invece annunciò una promessa di gloria, parlando di un astro che sorge da Giacobbe e di uno scettro che si leva da Israele (Nm 24,17). Con il passare dei secoli, questa profezia fu interpretata in senso messianico, fino a far pensare che la venuta del Messia sarebbe stata segnata da una stella. Per questo Erode prende molto sul serio la notizia portata dai Magi. Un’altra profezia decisiva è quella di Michea, che annuncia la nascita del Messia a Betlemme, il piccolo villaggio da cui uscirà il governatore d’Israele (Mi 5,1), in continuità con la promessa fatta a Davide di una dinastia destinata a durare.I Magi, probabilmente astrologi pagani, non conoscono in profondità le Scritture: si mettono in cammino semplicemente perché hanno visto una stella nuova. Giunti a Gerusalemme, si informano presso le autorità. Qui emerge una prima grande contrapposizione: da una parte, i Magi, che cercano senza pregiudizi e alla fine trovano il Messia; dall’altra, coloro che conoscono perfettamente le Scritture, ma non si muovono, non fanno nemmeno il breve viaggio da Gerusalemme a Betlemme, e per questo non incontrano il Bambino. Con Erode, la reazione è ancora diversa. Geloso del suo potere e noto per la sua violenza, egli vede nel Messia un rivale pericoloso. Dietro un’apparente calma, cerca informazioni precise: il luogo della nascita e l’età del bambino. La sua angoscia e la sua paura lo condurranno alla decisione crudele di eliminare tutti i bambini sotto i due anni. Nel racconto dei Magi, Matteo ci offre già una sintesi dell’intera vita di Gesù: fin dall’inizio, Egli incontra ostilità e rifiuto da parte delle autorità politiche e religiose. Non sarà riconosciuto come Messia, verrà accusato e infine eliminato. Eppure, è davvero il Messia promesso: chiunque lo cerca con cuore sincero, come i Magi, può entrare nella salvezza di Dio.
*San Giovanni Crisostomo sull’episodio dei Magi:”I Magi, pur essendo stranieri, si alzarono, partirono e giunsero al Bambino; così anche chi vuole incontrare Cristo deve muoversi con cuore fervente, senza attendere comodità o sicurezza.”,(Omelia VII su Matteo 2)
*Elementi più importanti: +Forte attesa messianica al tempo di Gesù e Attesa di un Messia-re, discendente di Davide. +Profezia della stella (Balaam) e nascita a Betlemme (Michea). +I Magi: cercatori sinceri guidati dalla stella. +Contrasto tra chi cerca e chi conosce ma non si muove. +Ostilità di Erode, gelosia del potere e violenza. +Gesù rifiutato fin dall’inizio della sua vita. + Universalità della salvezza: chi cerca, trova. + I Magi come modello di fede in cammino.
+ Giovanni D’Ercole
II Domenica dopo Natale (anno A) [4 Gennaio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Nel clima del Natale la liturgia ci conduce costantemente alla meditazione sul mistero dell’Incarnazione.
*Prima Lettura dal libro del Siracide (24,1-4.12-16)
La Sapienza di Dio alza la voce nell’assemblea e racconta la sua origine e la sua missione. Essa proviene dall’Altissimo, esce dalla sua bocca come Parola creatrice, precede il tempo e attraversa tutto il cosmo: nulla le è estraneo, nulla esiste senza il suo ordine. Eppure, questa Sapienza universale non resta senza dimora. Dio le affida una destinazione concreta:
“Fissa la tenda in Giacobbe”. La Sapienza pianta la sua tenda nel popolo eletto, prende eredità in Israele e mette radici in Gerusalemme, la città della presenza di Dio. Il luogo della sua abitazione è la Torah: non una legge fredda, ma Parola viva, in cui Dio parla e l’uomo risponde. Qui la Sapienza diventa nutrimento, luce, fecondità, come un albero che cresce, fiorisce e dona frutto a chi l’accoglie. In questo inno si intravede già il mistero che il Vangelo di Giovanni proclamerà apertamente: la Sapienza che pone la sua tenda anticipa il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. Ciò che era dimora nella Legge e nel popolo di Israele trova il suo compimento pieno in Cristo, Sapienza incarnata del Padre. Accogliere la Sapienza significa allora abitare la Parola, lasciare che Dio dimori in noi e fare della nostra vita una tenda aperta alla sua presenza salvifica.
*Elementi più importanti: +La Sapienza proviene da Dio ed esce dalla sua bocca. +Ha una dimensione cosmica: attraversa e ordina tutto il creato. +Dio le assegna una destinazione concreta. La Sapienza fissa la tenda in Giacobbe. +La sua patria è Israele e la sua dimora Gerusalemme. Si identifica con la Torah, Parola viva di Dio. +La Torah è luogo di incontro: Dio parla, l’uomo risponde. +La Sapienza diventa fecondità e vita per il popolo. +Il testo anticipa il Prologo di Giovanni. Fondamento biblico del mistero dell’Incarnazione
*Salmo responsoriale (147 vv. 12-15; 19-20)
Gerusalemme è invitata a lodare il Signore, perché Dio ricostruisce la città, raduna i dispersi e custodisce il suo popolo. La sua azione non è solo spirituale: egli rende salde le porte, benedice i figli, garantisce la pace ai confini e nutre con il frumento migliore. La salvezza di Dio tocca la vita concreta, la sicurezza, il pane quotidiano. La sua parola è efficace e sovrana: Dio la invia sulla terra e corre veloce, governa la natura e la storia. Colui che ha potere sul cosmo sceglie di manifestarsi come difensore di un popolo fragile, che vive sotto la sua protezione. Ma il cuore del salmo è questo: Dio ha rivelato la sua Parola a Giacobbe, i suoi decreti e giudizi a Israele. Nessun’altra nazione ha ricevuto un dono simile. La vera grandezza di Israele non è la forza, ma l’intimità con Dio, che parla, guida e istruisce. Questo salmo diventa così un invito alla lode riconoscente: un Dio che governa l’universo ha scelto di entrare in alleanza, di parlare e di abitare nella storia del suo popolo. È questa Parola accolta che costruisce la pace e rende stabile la vita.
*Elementi più importanti: +Invito alla lode rivolto a Gerusalemme. +Dio ricostruisce, protegge e raduna il suo popolo. +Benedizione concreta: pace, sicurezza, nutrimento. +La Parola di Dio è potente ed efficace e Dio governa cosmo e storia. +Rivelazione unica fatta a Israele:La Torah come privilegio e responsabilità. +La vera forza del popolo è ascoltare la Parola di Dio
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,3-6.15-18)
Paolo apre la lettera con una grande benedizione: tutta la vita cristiana nasce da un unico movimento che sale verso Dio, perché prima la grazia è scesa verso di noi. Dio è benedetto perché ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale: non doni frammentari, ma una salvezza piena e definitiva. Il fondamento di tutto è la scelta gratuita di Dio: prima ancora della creazione, siamo stati eletti in Cristo per essere santi e immacolati nell’amore. L’elezione non è privilegio esclusivo, ma vocazione alla comunione e alla vita nuova. Questa elezione si esprime come adozione filiale: Dio ci ha predestinati a essere figli nel Figlio, secondo il suo disegno d’amore. La salvezza non nasce dal nostro merito, ma dalla benevolenza della sua volontà, e tutto converge nella lode della gloria della sua grazia. Nella seconda parte Paolo passa dalla lode alla preghiera di intercessione. Avendo ascoltato della fede e della carità dei credenti, egli ringrazia Dio e chiede un dono decisivo: lo Spirito di sapienza e di rivelazione, perché i cristiani conoscano davvero Dio, non solo con la mente ma con il cuore. Paolo prega che gli occhi del cuore siano illuminati, per comprendere: la speranza della chiamata, la ricchezza della gloria dell’eredità, la grandezza del dono ricevuto in Cristo. La fede cristiana è dunque memoria di una grazia ricevuta e cammino di conoscenza illuminata, che conduce a vivere da figli nella libertà e nella lode.
*Elementi più importanti. +Benedizione a Dio per la salvezza in Cristo. +Elezione eterna prima della creazione. +Vocazione alla santità nell’amore e Adozione filiale nel Figlio. +Salvezza come grazia gratuita. +Tutto orientato alla lode della gloria di Dio e Ringraziamento per fede e carità. +Preghiera per lo Spirito di sapienza. +Illuminazione del cuore. +Speranza, eredità e pienezza della vita cristiana.
*Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18) Prologo
Il Vangelo di Giovanni si apre riportandoci “in principio”, là dove tutto ha origine. Prima di ogni tempo era il Verbo (Logos): non una parola qualunque, ma la Parola eterna di Dio, in relazione viva con il Padre e della stessa natura divina. In lui tutto è stato creato; nulla esiste senza di lui. Il Verbo è vita, e questa vita è luce degli uomini, una luce che splende nelle tenebre e che le tenebre non riescono a soffocare. Dentro la storia entra una testimonianza: Giovanni il Battista. Egli non è la luce, ma è mandato per rendere testimonianza alla luce, perché l’uomo possa credere. La luce vera viene nel mondo che è stato fatto per mezzo di lei, ma il mondo non la riconosce. Anche il suo popolo fatica ad accoglierla. Tuttavia, a quanti la accolgono, il Verbo dona una possibilità inaudita: diventare figli di Dio, non per discendenza umana, ma per dono gratuito. Il cuore del Prologo è l’annuncio decisivo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Dio non rimane distante: entra nella fragilità umana, nella storia concreta, e rende visibile la sua gloria, una gloria che ha il volto dell’amore fedele, della grazia e della verità. In Gesù, l’Invisibile si lascia vedere. Giovanni attesta che colui che viene dopo di lui era prima di lui. Da questa pienezza noi tutti riceviamo grazia su grazia: la Legge, dono santo, trova il suo compimento nella persona di Cristo, che non solo parla di Dio, ma lo rivela pienamente. Nessuno ha mai visto Dio, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha fatto conoscere. Il Prologo ci invita così a una scelta: riconoscere nella carne di Gesù la Parola eterna, accogliere la luce, vivere da figli e lasciarci trasformare dalla grazia che abita in mezzo a noi.
* Sant’Agostino – Commento al Prologo di Giovanni «Il Verbo si è fatto carne perché l’uomo potesse comprendere il Verbo.» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 2,2). In una sola frase Agostino riassume il senso di Giovanni 1,14: Dio non abbassa la sua verità, ma si rende accessibile, entrando nella nostra condizione perché l’uomo possa conoscere e accogliere la luce divina.
*Elementi importanti: +In principio”: continuità con la creazione. Il Verbo eterno, presso Dio e Dio. Tutto creato per mezzo del Verbo. +Verbo come vita e luce. Luce e tenebre: conflitto e rifiuto. +Testimonianza di Giovanni Battista. +Accoglienza del Verbo = diventare figli di Dio. +Incarnazione: il Verbo si fa carne. Dimora di Dio tra gli uomini. +Gloria, grazia e verità in Cristo. +Cristo come rivelazione definitiva del Padre.
+Giovanni D’Ercole
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward (Pope Benedict)
Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
don Giuseppe Nespeca
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