Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo (cfr CCC 2565). Quindi la vita di preghiera consiste nell’essere abitualmente alla presenza di Dio e averne coscienza, nel vivere in relazione con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le altre nostre relazioni. Questa comunione di vita con Dio, Uno e Trino, è possibile perché per mezzo del Battesimo siamo stati inseriti in Cristo, abbiamo iniziato ad essere una sola cosa con Lui (cfr Rm 6,5).
In effetti, solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero (cfr Mt 11,27). Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui. Il cristiano riscopre la sua vera identità in Cristo, «primogenito di ogni creatura», nel quale sussistono tutte le cose (cfr Col 1,15ss). Nell’identificarmi con Lui, nell’essere una cosa sola con Lui, riscopro la mia identità personale, quella di vero figlio che guarda a Dio come a un Padre pieno di amore.
Ma non dimentichiamo: Cristo lo scopriamo, lo conosciamo come Persona vivente, nella Chiesa. Essa è il «suo Corpo». Tale corporeità può essere compresa a partire dalle parole bibliche sull’uomo e sulla donna: i due saranno una carne sola (cfr Gn 2,24; Ef 5,30ss.; 1 Cor 6,16s). Il legame inscindibile tra Cristo e la Chiesa, attraverso la forza unificante dell’amore, non annulla il «tu» e l’«io», bensì li innalza alla loro unità più profonda. Trovare la propria identità in Cristo significa giungere a una comunione con Lui, che non mi annulla, ma mi eleva alla dignità più alta, quella di figlio di Dio in Cristo: «la storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più» (Enc. Deus caritas est, 17). Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere.
Così, partecipando alla liturgia, facciamo nostra la lingua della madre Chiesa, apprendiamo a parlare in essa e per essa. Naturalmente, come ho già detto, questo avviene in modo graduale, poco a poco. Devo immergermi progressivamente nelle parole della Chiesa, con la mia preghiera, con la mia vita, con la mia sofferenza, con la mia gioia, con il mio pensiero. E’ un cammino che ci trasforma.
Penso allora che queste riflessioni ci permettano di rispondere alla domanda che ci siamo fatti all’inizio: come imparo a pregare, come cresco nella mia preghiera? Guardando al modello che ci ha insegnato Gesù, il Padre nostro, noi vediamo che la prima parola è «Padre» e la seconda è «nostro». La risposta, quindi, è chiara: apprendo a pregare, alimento la mia preghiera, rivolgendomi a Dio come Padre e pregando-con-altri, pregando con la Chiesa, accettando il dono delle sue parole, che mi diventano poco a poco familiari e ricche di senso. Il dialogo che Dio stabilisce con ciascuno di noi, e noi con Lui, nella preghiera include sempre un «con»; non si può pregare Dio in modo individualista. Nella preghiera liturgica, soprattutto l’Eucaristia, e - formati dalla liturgia - in ogni preghiera, non parliamo solo come singole persone, bensì entriamo nel «noi» della Chiesa che prega. E dobbiamo trasformare il nostro «io» entrando in questo «noi».
[Papa Benedetto, Udienza Generale 3 ottobre 2012]
1. “Padre nostro, che sei nei cieli . . .”.
Ci troviamo presso l’altare intorno al quale si raduna l’intera Chiesa che è in Sarajevo. Pronunciamo le parole che ci ha insegnato Cristo, Figlio del Dio Vivente: Figlio consustanziale al Padre. Solo Lui chiama Dio “Padre” (Abbà - Padre! Padre mio!) e Lui soltanto può autorizzarci a rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre”, “Padre nostro”. Egli ci insegna questa preghiera in cui è contenuto tutto. Desideriamo oggi trovare in questa preghiera quello che si può e si deve dire a Dio - nostro Padre, in questo momento storico, qui a Sarajevo.
“Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.
“Io, Vescovo di Roma, il primo Papa slavo, mi inginocchio davanti a Te per gridare: “Dalla peste, dalla fame e dalla guerra - liberaci!””
2. Padre nostro! Padre degli uomini: Padre dei popoli. Padre di tutti i popoli che abitano nel mondo. Padre dei popoli d’Europa. Dei popoli dei Balcani.
Padre dei popoli che appartengono alla famiglia degli Slavi del Sud! Padre dei popoli che qui, in questa penisola, da secoli scrivono la loro storia. Padre dei popoli, toccati purtroppo non per la prima volta dal cataclisma della guerra.
“Padre nostro . . .”. Io, Vescovo di Roma, il primo Papa slavo, mi inginocchio davanti a Te per gridare: “Dalla peste, dalla fame e dalla guerra - liberaci!”. So che in questa supplica molti si uniscono a me. Non solo qui a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina, ma nell’Europa intera ed oltre i suoi confini. Vengo qui portando con me la certezza di questa preghiera che pronunciano i cuori e le labbra di innumerevoli miei fratelli e sorelle. Da tanto tempo aspettavano che proprio questa “grande preghiera” della Chiesa, del popolo di Dio, si potesse compiere in questo luogo. Da tanto tempo, io stesso ho invitato tutti a partecipare a questa preghiera.
Come non ricordare qui la preghiera fatta in Assisi nel gennaio dell’anno scorso? E poi quella elevata a Roma, nella Basilica di San Pietro, nel gennaio di quest’anno? Dall’inizio dei tragici avvenimenti nei Balcani, nei Paesi dell’ex Jugoslavia, il pensiero-guida della Chiesa, e in particolare della Sede Apostolica, è stata la preghiera per la pace.
3. Padre nostro, “sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno . . .”. Risplenda fra gli uomini il tuo nome santo e misericordioso. Venga il tuo regno, regno di giustizia e di pace, di perdono e di amore.
“Sia fatta la tua volontà . . .”.
Si compia nel mondo, e particolarmente in questa travagliata terra dei Balcani, la tua volontà. Tu non ami la violenza e l’odio. Tu rifuggi dall’ingiustizia e dall’egoismo. Tu vuoi che gli uomini siano tra loro fratelli e Ti riconoscano come loro Padre.
Padre nostro, Padre di ogni essere umano, “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Tua volontà è la pace!
4. È Cristo “la nostra pace” (Ef 2, 14). Egli che ci ha insegnato a rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre”.
Egli che con il suo sangue ha vinto il mistero dell’iniquità e della divisione, e con la sua Croce ha abbattuto il muro massiccio che separava gli uomini, rendendoli estranei gli uni agli altri; Egli che ha riconciliato l’umanità con Dio e ha unito gli uomini tra loro come fratelli.
Per questo Cristo ha potuto dire un giorno agli Apostoli, prima del suo sacrificio sulla Croce: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). È allora che ha promesso lo Spirito di Verità, che è al tempo stesso Spirito dell’Amore, Spirito della Pace!
Vieni, Spirito Santo! “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita . . .!”. “Vieni, Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato”.
Vieni, Spirito Santo! Ti invochiamo da questa città di Sarajevo, crocevia di tensioni tra culture e nazioni diverse, dove s’è accesa la miccia che, all’inizio del secolo, ha scatenato il primo conflitto mondiale, e dove alla fine del secondo millennio, si trovano ad essere concentrate tensioni analoghe capaci di distruggere popoli chiamati dalla storia a collaborare in armoniosa convivenza.
Vieni, Spirito della pace! Per mezzo tuo gridiamo: “Abbà, Padre” (Rm 8, 15).
5. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano . . .”.
Pregare per il pane, vuol dire pregare per tutto ciò che è necessario alla vita. Preghiamo perché, nella distribuzione delle risorse fra gli individui ed i popoli, si possa realizzare sempre il principio di una universale partecipazione degli uomini ai beni creati da Dio.
Preghiamo perché l’impiego delle risorse negli armamenti non danneggi o addirittura distrugga il patrimonio della cultura, che costituisce il bene superiore dell’umanità. Preghiamo perché le misure restrittive, giudicate necessarie per frenare il conflitto, non siano causa di disumane sofferenze per la popolazione inerme. Ogni uomo, ogni famiglia ha diritto al suo “pane quotidiano”.
6. “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori . . .”.
Con queste parole tocchiamo la questione cruciale. Ce ne ha resi avvertiti Cristo stesso, il quale, morendo sulla croce, ha detto a proposito dei suoi uccisori: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).
La storia degli uomini, dei popoli e delle nazioni è piena di reciproci rancori e di ingiustizie. Quanta importanza ha avuto la storica espressione rivolta dai Vescovi polacchi ai loro Confratelli tedeschi alla fine del Concilio Vaticano II: “Perdoniamo e chiediamo perdono”! Se in quella regione d’Europa si è potuta avere la pace, sembra proprio che ciò sia avvenuto grazie all’atteggiamento efficacemente espresso da tali parole.
Oggi vogliamo pregare perché si rinnovi un simile gesto: “Perdoniamo e chiediamo perdono” per i nostri fratelli nei Balcani! Senza questo atteggiamento è difficile costruire la pace. La spirale delle “colpe” e delle “pene” non si chiuderà mai, se ad un certo punto non si arriverà al perdono.
Perdonare non significa dimenticare. Se la memoria è legge della storia, il perdono è potenza di Dio, potenza di Cristo che agisce nelle vicende degli uomini e dei popoli.
7. “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male . . .”.
Non ci indurre in tentazione! Quali sono le tentazioni che oggi chiediamo al Padre di allontanare? Sono quelle che rendono il cuore dell’uomo un cuore di pietra, insensibile al richiamo del perdono e della concordia. Sono le tentazioni dei pregiudizi etnici, che rendono indifferenti ai diritti dell’altro e alla sua sofferenza. Sono le tentazioni dei nazionalismi esasperati, che conducono alla sopraffazione del prossimo e alla bramosia della vendetta. Sono tutte le tentazioni in cui s’esprime la civiltà della morte.
Di fronte al desolante spettacolo dei cedimenti umani, preghiamo con le parole del Venerato Fratello Bartolomeo I, Patriarca della Chiesa di Costantinopoli: “Signore, fa’ che i nostri cuori di pietra si sgretolino alla vista delle tue sofferenze e diventino cuori di carne. Fa’ che la tua Croce dissolva i nostri pregiudizi. Con la visione della tua lotta straziante contro la morte, fuga la nostra indifferenza o la nostra ribellione” (Via Crucis al Colosseo, Venerdì santo 1990, Preghiera iniziale).
Liberaci dal male! Ecco un’altra parola che appartiene completamente a Cristo e al suo Vangelo. “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47). L’umanità è chiamata alla salvezza in Cristo e mediante Cristo. A questa salvezza sono chiamate anche le Nazioni che la guerra in corso ha così terribilmente divise!
Preghiamo oggi perché la potenza salvifica della Croce aiuti a superare la storica tentazione dell’odio. Basta con le innumerevoli distruzioni! Preghiamo - seguendo il ritmo della preghiera del Signore - perché inizi il tempo della ricostruzione, il tempo della pace.
Pregano con noi i morti di Sarajevo, le cui spoglie giacciono nel vicino cimitero. Pregano tutte le vittime di questa guerra crudele, che nella luce di Dio invocano per i sopravvissuti riconciliazione e pace.
8. “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio!” (Mt 5, 9). Questo ci ha detto Gesù nell’odierno brano evangelico. Sì, carissimi Fratelli e Sorelle, saremo veramente beati, se ci renderemo artefici di quella pace che solo Cristo sa dare (cf. Gv 14, 27), anzi che è Cristo stesso. “Cristo è la nostra pace”. Diventeremo costruttori di pace, se come lui saremo disposti a perdonare.
“Padre, perdonali!” (Lc 23, 34). Cristo dalla Croce offre il perdono e chiede anche a noi di seguirlo sull’ardua via della Croce per ottenere la sua pace. Solo accogliendo questo suo invito si potrà impedire all’egoismo, al nazionalismo, alla violenza di continuare a seminare distruzione e morte.
Il male, in ogni sua manifestazione, costituisce un mistero d’iniquità, di fronte al quale si alza chiara e decisa la voce di Dio, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: “Così parla l’Alto e l’Eccelso . . . In luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati” (Is 57, 15). In queste parole profetiche si racchiude per tutti l’invito ad un serio esame di coscienza.
Dio è dalla parte degli oppressi: è accanto ai genitori che piangono i figli assassinati, ascolta il grido impotente degli inermi calpestati, è solidale con le donne umiliate dalla violenza, è vicino ai profughi costretti ad abbandonare la loro terra e le loro case. Non dimentica le sofferenze delle famiglie, degli anziani, delle vedove, dei giovani e dei bambini. È suo il popolo che sta morendo.
Occorre porre fine ad una simile barbarie! Basta con la guerra! Basta con la furia distruttiva! Non è più possibile tollerare una situazione che produce solo frutti di morte: uccisioni, città distrutte, economie dissestate, ospedali sprovvisti di farmaci, malati ed anziani abbandonati, famiglie in lacrime e dilaniate. Bisogna giungere al più presto ad una pace giusta. La pace è possibile, se viene riconosciuta la priorità dei valori morali sulle pretese della razza o della forza.
9. Carissimi Fratelli e Sorelle! In questo momento, assieme a voi, elevo al Signore il grido del salmista: “Aiutaci, Dio, nostra salvezza, per la gloria del tuo nome, salvaci e perdona i nostri peccati” (Sal 79, 9).
Affidiamo questa nostra supplica a Colei che “stava” sotto la Croce silenziosa ed orante (cf. Gv 19, 25). Guardiamo alla Vergine Santa, della quale la Chiesa celebra oggi con gioia la Natività.
È significativo che questa mia visita, da tempo desiderata, abbia potuto avere luogo proprio in questa festa mariana a voi tanto cara. Con la nascita di Maria è sbocciata nel mondo la speranza di una nuova umanità non più oppressa dall’egoismo, dall’odio, dalla violenza e dalle tante altre forme di peccato che hanno lordato di sangue i sentieri della storia. A Maria Santissima chiediamo che anche per questa vostra terra possa sorgere il giorno della piena riconciliazione e della pace.
Regina della pace, prega per noi!
[Papa Giovanni Paolo II, in collegamento con Sarajevo, 8 settembre 1994]
Proseguendo le catechesi sul “Padre nostro”, oggi partiamo dall’osservazione che, nel Nuovo Testamento, la preghiera sembra voler arrivare all’essenziale, fino a concentrarsi in una sola parola: Abbà, Padre.
Abbiamo ascoltato ciò che scrive San Paolo nella Lettera ai Romani: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (8,15). E ai Galati l’Apostolo dice: «E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”» (Gal 4,6). Ritorna per due volte la stessa invocazione, nella quale si condensa tutta la novità del Vangelo. Dopo aver conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può parlare con il Creatore chiamandolo “Padre”. L’espressione è talmente importante per i cristiani che spesso si è conservata intatta nella sua forma originaria: “Abbà”.
È raro che nel Nuovo Testamento le espressioni aramaiche non vengano tradotte in greco. Dobbiamo immaginare che in queste parole aramaiche sia rimasta come “registrata” la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù. Nella prima parola del “Padre nostro” troviamo subito la radicale novità della preghiera cristiana.
Non si tratta solo di usare un simbolo – in questo caso, la figura del padre – da legare al mistero di Dio; si tratta invece di avere, per così dire, tutto il mondo di Gesù travasato nel proprio cuore. Se compiamo questa operazione, possiamo pregare con verità il “Padre nostro”. Dire “Abbà” è qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio “Padre”. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria “Abbà” con “Papà” o “Babbo”. Invece di dire “Padre nostro”, dire “Papà, Babbo”. Noi continuiamo a dire “Padre nostro”, ma con il cuore siamo invitati a dire “Papà”, ad avere un rapporto con Dio come quello di un bambino con il suo papà, che dice “papà” e dice “babbo”. Infatti queste espressioni evocano affetto, evocano calore, qualcosa che ci proietta nel contesto dell’età infantile: l’immagine di un bambino completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui. E per questo, cari fratelli e sorelle, per pregare bene, bisogna arrivare ad avere un cuore di bambino. Non un cuore sufficiente: così non si può pregare bene. Come un bambino nelle braccia di suo padre, del suo papà, del suo babbo.
Ma sicuramente sono i Vangeli a introdurci meglio nel senso di questa parola. Cosa significa per Gesù, questa parola? Il “Padre nostro” prende senso e colore se impariamo a pregarlo dopo aver letto, per esempio, la parabola del padre misericordioso, nel capitolo 15° di Luca (cfr Lc 15,11-32). Immaginiamo questa preghiera pronunciata dal figlio prodigo, dopo aver sperimentato l’abbraccio di suo padre che lo aveva atteso a lungo, un padre che non ricorda le parole offensive che lui gli aveva detto, un padre che adesso gli fa capire semplicemente quanto gli sia mancato. Allora scopriamo come quelle parole prendono vita, prendono forza. E ci chiediamo: è mai possibile che Tu, o Dio, conosca solo amore? Tu non conosci l’odio? No – risponderebbe Dio – io conosco solo amore. Dov’è in Te la vendetta, la pretesa di giustizia, la rabbia per il tuo onore ferito? E Dio risponderebbe: Io conosco solo amore.
Il padre di quella parabola ha nei suoi modi di fare qualcosa che molto ricorda l’animo di una madre. Sono soprattutto le madri a scusare i figli, a coprirli, a non interrompere l’empatia nei loro confronti, a continuare a voler bene, anche quando questi non meriterebbero più niente.
Basta evocare questa sola espressione – Abbà – perché si sviluppi una preghiera cristiana. E San Paolo, nelle sue lettere, segue questa stessa strada, e non potrebbe essere altrimenti, perché è la strada insegnata da Gesù: in questa invocazione c’è una forza che attira tutto il resto della preghiera.
Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi. Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti. Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. D’altra parte, c’è una “gestazione” che dura per sempre, ben oltre i nove mesi di quella fisica; è una gestazione che genera un circuito infinito d’amore.
Per un cristiano, pregare è dire semplicemente “Abbà”, dire “Papà”, dire “Babbo”, dire “Padre” ma con la fiducia di un bambino.
Può darsi che anche a noi capiti di camminare su sentieri lontani da Dio, come è successo al figlio prodigo; oppure di precipitare in una solitudine che ci fa sentire abbandonati nel mondo; o, ancora, di sbagliare ed essere paralizzati da un senso di colpa. In quei momenti difficili, possiamo trovare ancora la forza di pregare, ricominciando dalla parola “Padre”, ma detta con il senso tenero di un bambino: “Abbà”, “Papà”. Lui non ci nasconderà il suo volto. Ricordate bene: forse qualcuno ha dentro di sé cose brutte, cose che non sa come risolvere, tanta amarezza per avere fatto questo e quest’altro… Lui non nasconderà il suo volto. Lui non si chiuderà nel silenzio. Tu digli “Padre” e Lui ti risponderà. Tu hai un padre. “Sì, ma io sono un delinquente…”. Ma hai un padre che ti ama! Digli “Padre”, incomincia a pregare così, e nel silenzio ci dirà che mai ci ha persi di vista. “Ma, Padre, io ho fatto questo…” – “Mai ti ho perso di vista, ho visto tutto. Ma sono rimasto sempre lì, vicino a te, fedele al mio amore per te”. Quella sarà la risposta. Non dimenticatevi mai di dire “Padre”. Grazie.
[Papa Francesco, Udienza Generale 16 gennaio 2019]
VI Domenica Tempo Ordinario (anno A) [15 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Il tema delle due vie, tanto caro ai profeti, tocca il tema della libertà dell’uomo e della sua responsabilità. Le letture di questa domenica ci aiutano a meglio capire come non sbagliare strada nella vita
Prima Lettura dal libro del Siracide (15,15-20 NV 15, 16-21)
Dio ci ha creati liberi e Ben Sira il Saggio ci propone qui una riflessione sulla libertà dell’uomo che si articola in tre punti: PRIMO, il male è esterno all’uomo; SECONDO, l’uomo è libero di scegliere tra il male e il bene; TERZO, scegliere il bene significa anche scegliere la felicità. PRIMO: il male è esterno all’uomo perché non fa parte della nostra natura, ed è già una grande notizia; perché se il male facesse parte della nostra natura, non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza: non ce ne potremmo mai liberare. Questa, per esempio, era la concezione dei Babilonesi, al contrario, la Bibbia è molto più ottimista: afferma che il male è esterno all’uomo; Dio non ha creato il male e non è lui che ci spinge a compierlo. Egli dunque non è responsabile del male che commettiamo. È il senso dell’ultimo versetto di questa Lettura: “A nessuno (Dio) ha comandato di essere empio, e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Mentre poco prima di questo brano, Ben Sira scrive: “Non dire: “È il Signore che mi ha fatto deviare...Non dire: “È lui che mi ha fatto smarrire” (Sir 15,11-12).
Se Dio avesse creato Adamo come un essere in parte buono e in parte cattivo, come immaginavano i Babilonesi, il male farebbe parte della nostra natura. Ma Dio è solo amore, e il male gli è totalmente estraneo. Il racconto della caduta di Adamo ed Eva, nel libro della Genesi, è stato scritto proprio per far comprendere che il male è esterno all’uomo, poiché viene introdotto dal serpente e si diffonde nel mondo nel momento in cui l’uomo comincia a diffidare di Dio. Ritroviamo la stessa affermazione nella lettera di san Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: “La tentazione viene da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”. In altre parole, il male è totalmente estraneo a Dio: egli non può spingere a compierlo. E san Giacomo continua: “Ciascuno invece è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce” (Gc 1,13-14). SECONDO: l’uomo è libero e può scegliere il male o il bene. Questa certezza è stata acquisita lentamente dal popolo d’Israele; eppure, anche qui, la Bibbia è inequivocabile: Dio ha creato l’uomo libero. Perché questa certezza maturasse in Israele, è stato necessario che il popolo sperimentasse l’azione liberatrice di Dio in ogni tappa della sua storia, a cominciare dall’esperienza della liberazione dall’Egitto. Tutta la fede d’Israele è nata dalla sua esperienza storica: Dio è il suo liberatore; e poco a poco si è compreso che ciò che è vero oggi lo era già al momento della creazione, e quindi si è dedotto che Dio ha creato l’uomo libero. Occorrerà dunque imparare a conciliare queste due certezze bibliche: che Dio è onnipotente e che, tuttavia, di fronte a lui l’uomo è libero. Ed è proprio perché l’uomo è libero di scegliere che si può parlare di peccato: la nozione stessa di peccato presuppone la libertà; se non fossimo liberi, i nostri errori non potrebbero essere chiamati peccati. Forse, per entrare un po’ in questo mistero, dobbiamo ricordare che l’onnipotenza di Dio è quella dell’amore: lo sappiamo bene, solo l’amore vero rende l’altro libero. Per guidare l’uomo nelle sue scelte, Dio gli ha dato la sua Legge e il libro del Deuteronomio lo sottolinea con forza:Cf Dt 30,11-14.). TERZO: scegliere il bene significa scegliere la felicità. Leggiamo nel testo: “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che avrà scelto”. Detto in altri termini, è nella fedeltà a Dio che l’uomo trova la vera felicità. Allontanarsi da lui significa, prima o poi, procurarsi la propria infelicità. In modo figurato si dice che l’uomo si trova costantemente a un bivio: due strade si aprono davanti a lui (nella Bibbia si parla di due «vie»). Una via conduce alla luce, alla gioia, alla vita: beati coloro che la percorrono. L’altra è una via di notte e di tenebra e, in definitiva, non porta che tristezza e morte. Infelici coloro che vi si smarriscono. Anche qui non si può fare a meno di pensare al racconto della caduta di Adamo ed Eva: la loro cattiva scelta li ha condotti sulla via sbagliata. Il tema delle due vie è molto frequente nella Bibbia, in particolare nel libro del Deuteronomio (30,15-20). Secondo il tema delle due vie, non siamo mai definitivamente prigionieri, neppure dopo scelte sbagliate, poiché è sempre possibile tornare indietro. Con il Battesimo siamo innestati in Cristo, il quale in ogni istante ci dona la forza di scegliere di nuovo la via buona: è per questo che lo chiamiamo Redentore, cioè Liberatore. Ben Sira diceva che dipende dalla nostra scelta restare fedeli e , da battezzati, dobbiamo aggiungere: restiamo fedeli con la grazia di Gesù Cristo.
Salmo responsoriale (118/119)
Questo salmo fa perfettamente eco alla prima lettura tratta da Ben Sira: è la stessa meditazione che prosegue; l’idea sviluppata (in modo diverso, certo, ma in piena coerenza) in questi due testi è che l’umanità trova la propria felicità solo nella fiducia in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti: “Beato chi è integro nella lsua via, e cammina nella Legge del Signore”. La sventura e la morte cominciano per l’uomo nel momento in cui egli si allontana dalla via della fiducia serena. Infatti, lasciar entrare in noi il sospetto nei confronti di Dio e dei suoi comandamenti e, di conseguenza, fare di testa propria significa imboccare una cattiva strada senza uscita. È esattamente il problema di Adamo ed Eva nel racconto della caduta nel paradiso terrestre. Ritroviamo, come in filigrana, il tema delle due vie di cui parla la prima lettura: se diamo ascolto a Ben Sira, siamo viandanti perpetui, costretti a verificare continuamente il nostro cammino… Beati tra noi coloro che hanno trovato la strada giusta! Perché, delle due vie che si aprono costantemente davanti a noi, una conduce alla felicità, l’altra all’infelicità. Il credente sperimenta la dolcezza della fedeltà ai comandamenti di Dio: è questo che il salmo vuole dirci. È il salmo più lungo del Salterio (176 versetti con 22 strofe di 8 versetti) e i pochi versetti proposti oggi non ne costituiscono che una piccolissima parte, l’equivalente di una sola strofa. Perché ventidue strofe? Perché ventidue sono le lettere dell’alfabeto ebraico: ogni versetto di ciascuna strofa comincia con la stessa lettera e le strofe si susseguono secondo l’ordine alfabetico. In letteratura si parla di “acrostico” anche se qui non si tratta di virtuosismo letterario, ma di una vera professione di fede: questo salmo è un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che è la Legge, cioè i comandamenti. Anzi, più che di un salmo, sarebbe meglio parlare di una litania in onore della Legge: qualcosa che ci è piuttosto estraneo. Infatti, una delle caratteristiche della Bibbia, per noi un po’ sorprendente, è il vero amore per la Legge che abita il credente biblico. I comandamenti non sono subiti come una dominazione che Dio eserciterebbe su di noi, ma come consigli, gli unici validi per condurre una vita felice. “Beati gli uomini integri nella loro via, che camminano secondo la Legge del Signore”: quando l’uomo biblico pronuncia questa frase, la pensa con tutto il cuore. Non si tratta ovviamente di una magia: uomini fedeli alla Legge possono incontrare ogni sorta di sventure nel corso della loro vita; ma, in questi casi tragici, il credente sa che solo il cammino della fiducia in Dio può donargli la pace dell’anima. La Legge è accolta come un dono che Dio fa al suo popolo, mettendolo in guardia da tutte le false strade; è l’espressione della sollecitudine del Padre per i suoi figli, così come noi, talvolta, mettiamo in guardia un bambino o un amico da ciò che ci sembra pericoloso per lui. Si dice che Dio dona la sua Legge ed essa è davvero considerata come un regalo. Infatti, Dio non si è limitato a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto; lasciato a se stesso, Israele avrebbe rischiato di ricadere in altre schiavitù forse ancora peggiori. Donando la sua Legge, Dio offriva in qualche modo il manuale d’uso della libertà. La Legge è dunque espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Occorre dire che non si è dovuto attendere il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che, in definitiva, la Legge non ha altro scopo che condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore e della vita fraterna. Il libro del Deuteronomio affermava: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’Unico; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4). E il libro del Levitico proseguiva: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Più tardi, Gesù, unendo questi due comandamenti, ha potuto dire che essi riassumono tutta la Legge giudaica. Torniamo alla Beatitudine del primo versetto di questo salmo: “Beato l’uomo che segue la Legge del Signore”. La parola “beato”, lo abbiamo già imparato, può essere tradotta con l’espressione “in cammino” per cui il senso di questo versetto sarebbe: “Cammina con fiducia, uomo che osservi la Legge del Signore”. L’uomo biblico è talmente convinto che in questo è in gioco la sua vita e la sua felicità, che questa litania di cui parlavo poco fa è in realtà una preghiera. Dopo i primi tre versetti, che sono affermazioni sulla felicità degli uomini fedeli alla Legge, i restanti centosettantatré versetti si rivolgono direttamente a Dio, in uno stile ora contemplativo, ora supplice, con invocazioni come: “Apri i miei occhi, perché io contempli le meraviglie della tua Legge”. E la litania continua, ripetendo senza sosta quasi le stesse formule: per esempio, in ebraico, in ogni strofa ricorrono sempre gli stessi otto termini per descrivere la Legge. Solo gli innamorati osano ripetersi così, senza rischiare di stancarsi. Otto parole sempre le stesse e anche otto versetti in ciascuna delle ventidue strofe: il numero otto, nella Bibbia, è il numero della nuova Creazione. La prima Creazione è stata compiuta da Dio in sette giorni; l’ottavo giorno sarà dunque quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e della terra nuova”, secondo un’altra espressione biblica. Essa potrà finalmente manifestarsi quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, poiché è la stessa cosa. Altri elementi della simbologia del numero otto: nell’arca di Noè c’erano quattro coppie umane (otto persone); a risurrezione di Cristo è avvenuta di domenica, giorno che è insieme il primo e l’ottavo della settimana. er questo motivo i battisteri dei primi secoli erano spesso ottagonali; ancora oggi incontriamo numerosi campanili ottagonali.
APPROFONDIMENTO: gli otto termini del vocabolario della Legge, considerati sinonimi che esprimono le diverse sfaccettature dell’amore di Dio che si dona nella sua Legge: Comandamenti: ordinare, comandare; Legge: deriva da una radice che non significa «prescrivere», ma «insegnare»; essa indica la via per andare a Dio. È una pedagogia, un accompagnamento che Dio ci offre: un dono; Parola: la Parola di Dio è sempre creatrice, parola d’amore: «Dio disse… e così avvenne» (Gen 1). Sappiamo bene che anche «ti amo» è una parola creatrice; Promessa: la Parola di Dio è sempre promessa e fedeltà; Giudizi: trattare con giustizia; Decreti: dal verbo «incidere», «scrivere sulla pietra» (le tavole della Legge); Precetti: ciò che Dio ci ha affidato; Testimonianze: della fedeltà di Dio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,6-10)
Domenica scorsa, san Paolo opponeva già la sapienza umana alla sapienza di Dio: “La vostra fede – diceva – non si fonda sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio”. E insisteva nel dire che il mistero di Cristo non ha nulla a che vedere con i nostri ragionamenti: agli occhi degli uomini il Vangelo appare come una follia e insensati sono coloro che vi scommettono la propria vita. Questa insistenza sul termine “sapienza” forse ci sorprende, ma Paolo si rivolge ai Corinzi, cioè a dei Greci per i quali la sapienza è la virtù più preziosa.
Oggi Paolo continua sulla stessa linea: l’annuncio del mistero di Dio può sembrare follia agli occhi del mondo, ma si tratta di una sapienza infinitamente più alta, la sapienza di Dio. “Tra coloro che sono perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo…parliamo invece della sapienza di Dio”. Tocca a noi scegliere se vivere secondo la sapienza del mondo, lo spirito del mondo, oppure secondo la sapienza di Dio: due sapienze totalmente contraddittorie. Ritorna qui il tema delle altre letture di questa domenica: la prima lettura tratta dal libro del Siracide e il salmo 118/119 sviluppavano entrambi, ciascuno a modo suo il tema delle due vie: l’uomo è posto al crocevia di due strade ed è libero di scegliere il proprio cammino; una via conduce alla vita e alla felicità; l’altra sprofonda nella notte, nella morte, e in definitiva non offre che false gioie. “Sapienza di Dio che è rimasta nascosta” (v.7): una delle grandi affermazioni della Bibbia è che l’uomo non può comprendere tutto del mistero della vita e della creazione né il mistero di Dio stesso. Questo limite fa parte del nostro stesso essere. In proposito leggiamo nel Deuteronomio: “Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, affinché mettiamo in pratica tutte le parole di questa Legge» (Dt 29,28). Ciò significa: Dio tutto conosce, e noi conosciamo solo ciò che egli ha voluto rivelarci, a cominciare dalla Legge, che è la chiave di tutto il resto. Torniamo ancora una volta al libro della Genesi che racconta il giardino di Eden dove c’erano alberi di ogni specie, “belli a vedersi e buoni da mangiare” (Gn 2,9); e c’erano anche due alberi particolari: uno, posto in mezzo al giardino, era l’albero della vita; l’altro, situato in un luogo non precisato, si chiamava albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Ad Adamo era permesso mangiare del frutto dell’albero della vita, anzi era raccomandato, poiché Dio aveva detto: “Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino… tranne uno”. Solo il frutto dell’albero della conoscenza era proibito. È un modo figurato per dire che l’uomo non può conoscere tutto e deve accettare questo limite: Al Signore nostro Dio appartengono le cose nascoste, dice il Deuteronomio. Al contrario, la Torah, la Legge, che è l’albero della vita, è affidata all’uomo: praticare la Legge significa nutrirsi giorno dopo giorno di ciò che ci farà vivere.
Riprendo quest’espressione: Sapienza rimasta nascosta, stabilita da Dio prima dei secoli per la nostra gloria (cf v7). Paolo insiste più volte nelle sue lettere sul fatto che il progetto di Dio è stabilito da tutta l’eternità e non c’è mai stato un ripensamento e un cambio perché lo svolgersi del progetto di Dio non cambia secondo il comportamento dell’umanità: non possiamo immaginare che prima Dio creò il mondo perfetto fino al giorno in cui Adamo commise la colpa e allora, per riparare ha pensato di mandare suo Figlio. Contro questa concezione, Paolo sviluppa in molte sue lettere l’idea che il ruolo di Gesù Cristo è previsto da tutta l’eternità e che il disegno di Dio precede tutta la storia umana. Lo dice chiaramente nella lettera agli Efesini (cf Ef 1,9-10), oppure, nella lettera ai Romani (cf Rm 16,25-26). Il compimento di questo progetto, come dice Paolo, è “darci la gloria”: la gloria un attributo di Dio e di lui solo e la nostra vocazione sarà partecipare alla sua gloria. Questa espressione è, per Paolo, un altro modo di parlare del progetto di Dio di riunirci tutti in Gesù Cristo e farci partecipi della gloria della Trinità, come leggiamo nella lettera agli Efesini. Scrive ancora san Paolo:” Ma come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (v.9). Quando afferma “Come sta scritto” si riferisce al profeta Isaia che dice: “Mai si è udito, mai si è sentito dire, mai occhio ha visto un dio, fuori di te, che agisca così per chi confida in lui» (Is 64,3). Ecco lo stupore del credente gratificato dalla rivelazione dei misteri di Dio. E continua: “quelle cose… Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. Ma ci possono essere persone per le quali questo non sarebbe stato preparato? Ci ssono dunque privilegiati ed esclusi? Certamente no: il progetto di Dio è per tutti; ma vi possono partecipare solo coloro che hanno lo vogliono a cuore aperto e del cuore ognuno è unico padrone. E’ il tema della fiducia in Dio perché il mistero del suo disegno provvidenziale si apre solo ai piccoli come dice Gesù: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (cf Mt11,25 e Lc 10,21). Siccome tutti siamo piccoli, basta saperlo riconoscere umilmente e con fiducia in Dio
Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)
Il Regno avanza lentamente ma con sicurezza. Questo Vangelo di Matteo 5 ci permette di capire come il Regno di Dio avanza nella storia: non per rottura, ma per compimento. Il verbo chiave, che san Matteo mette sulle labbra di Gesù – “Non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento”. Tutta la Bibbia, fin da Abramo, è orientata verso un compimento progressivo del disegno benevolo di Dio. Il cristiano, infatti, non vive di nostalgia del passato, ma di attesa operosa: giudica la storia non in base ai successi immediati, ma all’avanzamento del Regno. È per questo che si può dire che la Messa domenicale è la “riunione del cantiere del Regno”: il luogo in cui si verifica se il Vangelo sta realmente trasformando la vita. Una crescita lenta, inscritta nella Legge. L’evangelista mostra che questa lentezza non è un difetto, ma il metodo stesso di Dio. La Legge data a Mosè ha rappresentato le prime tappe: indicare il minimo vitale perché la convivenza fosse possibile – non uccidere, non rubare, non mentire. Era già un passo decisivo rispetto alla legge del più forte. Gesù non cancella queste acquisizioni; al contrario, le porta a maturazione. Le antitesi («Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…») manifestano questo avanzare del Regno: non solo evitare l’omicidio, ma estirpare l’ira; non solo evitare l’adulterio, ma purificare lo sguardo; non solo evitare il falso giuramento, ma vivere nella verità della parola. Ogni volta il Regno fa un passo avanti, perché il cuore dell’uomo viene lentamente convertito. E così il Regno cresce attraverso le relazioni. Il testo metteva in luce un punto decisivo: i comandamenti rinnovati da Gesù riguardano tutti le relazioni con gli altri: riconciliazione con il fratello, rispetto della donna, parola affidabile, amore del nemico. Se il disegno misericordioso di Dio è, come dice Paolo, riunire tutti in Cristo, allora ogni passo verso una fraternità più vera è già un avanzamento del Regno. Per questo Gesù non si limita a insegnare a pregare “Venga il tuo Regno”, ma indica come farlo venire: attraverso scelte concrete, quotidiane, spesso nascoste, ma reali. All’inizio del discorso, Matteo pone le Beatitudini che descrivono coloro che permettono al Regno di avanzare: non i potenti, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace. Sono i piccoli ai quali il Padre rivela i suoi misteri. Anche qui il Regno non avanza per forza o spettacolarità, ma per umiltà e fedeltà.
Il Regno avanza come il sale che scompare e come la luce che rischiara senza rumore. È una crescita che si misura sul lungo periodo, non sull’immediato. Per questo Gesù può dire alla fine del capitolo: “Siate perfetti” (Mt 5,48), cioè portati a compimento. Non è un ideale irraggiungibile, ma la meta di un cammino che Dio stesso accompagna. Il Regno di Dio non irrompe, ma cresce; non elimina il passato, ma lo porta a pienezza; non avanza con la forza, ma con la conversione del cuore. Ogni passo in più nell’amore, ogni relazione riconciliata, ogni parola resa vera: è così, lentamente ma con sicurezza, che il Regno viene.
+Giovanni D’Ercole
Qualche giorno fa apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.
Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.
Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con sé.
Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso.
Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.
Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.
Tale arnese viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini.
Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.
Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti.
Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri.
Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.
L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.
Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.
Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.
Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.
Generalmente tendono a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.
Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.
Essi possono subire l’influsso di film, di culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza
A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca.
Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile.
E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.
Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.
Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.
Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.
Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.
Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.
Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.
Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.
E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .
A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.
Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
V Domenica Tempo Ordinario (anno A) [8 Febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo alla Quaresima. Cominciamo a prepararci spiritualmente. Dopo la sesta domenica, il 15 febbraio, entreremo in Quaresima.
*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (58,7-10)
A prima vista, questo testo potrebbe sembrare una bella lezione morale, e non sarebbe già poco. In realtà, però, dice molto di più. Il contesto è quello della fine del VI secolo a.C.: il ritorno dall’Esilio è avvenuto, ma restano profonde ferite, “le devastazioni del passato” e le rovine da ricostruire. A Gerusalemme la pratica religiosa è stata ristabilita e, in buona fede, si cerca di piacere a Dio. Tuttavia, il profeta deve trasmettere un messaggio delicato: il culto che piace a Dio non è quello che il popolo immagina. I digiuni sono spettacolari, ma la vita quotidiana è segnata da liti, violenze e avidità. Per questo Isaia denuncia un culto che pretende di ottenere il favore di Dio senza conversione del cuore: “Digiunate tra contese e percuotendo con pugni violenti… È forse questo il digiuno che io preferisco?” (Is 58,4-5).
Siamo di fronte a uno dei testi più forti dell’Antico Testamento, che scuote le nostre idee su Dio e sulla religione e risponde con grande chiarezza a una domanda fondamentale: che cosa si aspetta Dio da noi? Questi pochi versetti biblici sono il frutto di una lunga maturazione nella fede di Israele. Da Abramo in poi, si è cercato ciò che piace a Dio: prima i sacrifici umani, poi quelli di animali, quindi digiuni, offerte e preghiere. Ma lungo tutta questa storia, i profeti non hanno smesso di ricordare che il vero culto non può separarsi dalla vita dell’Alleanza vissuta ogni giorno. Per questo Isaia proclama: il digiuno che Dio vuole è sciogliere le catene dell’ingiustizia, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo. Agli occhi di Dio, ogni gesto che libera il fratello vale più del digiuno più austero. Segue allora l’elenco dei gesti concreti: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, soccorrere ogni miseria umana. È qui che si misura la verità della fede. Tre osservazioni concludono il messaggio: Primo: questi gesti sono l’imitazione dell’opera stessa di Dio, che Israele ha sperimentato sempre come liberatore e misericordioso. L’uomo è davvero chiamato a essere immagine di Dio, e il modo in cui tratta gli altri rivela il suo rapporto con Lui. Secondo: quando Isaia promette “la gloria del Signore”(v.8) a chi si prende cura del povero, non parla di una ricompensa esterna, ma di una realtà: chi agisce come Dio riflette la sua presenza, diventa luce nelle tenebre, perché “dove c’è amore, lì c’è Dio”. Terzo: ogni gesto di giustizia, liberazione e condivisione è un passo verso il Regno di Dio, quel Regno di giustizia e di amore che l’Antico Testamento attende e che il Vangelo delle Beatitudini presenta come costruito giorno dopo giorno dai miti, dai pacifici e dagli affamati di giustizia.
*Salmo responsoriale (111/112)
Ogni anno, durante la festa delle Capanne, questa festa che ancora oggi dura una settimana in autunno, tutto il popolo compiva quella che potremmo chiamare la sua “professione di fede”: rinnovava l’Alleanza con Dio e si impegnava nuovamente a rispettare la Legge. Il Salmo 111/112 era certamente cantato in questa occasione. L’intero salmo è di per sé un piccolo trattato sulla vita nell’Alleanza: per comprenderlo meglio, bisogna leggerlo dall’inizio. Vi leggo il primo verso: “Alleluia! Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà!”. Innanzitutto, quindi, il salmo comincia con la parola Alleluia, letteralmente “Lodate Dio”, che è la parola chiave dei credenti: quando l’uomo della Bibbia ci invita a lodare Dio, è proprio per il dono dell’Alleanza. Poi, questo salmo è un salmo alfabetico: cioè contiene ventidue versetti, tanti quanti sono le lettere dell’alfabeto ebraico; la prima parola di ogni versetto comincia con una lettera dell’alfabeto nell’ordine alfabetico. È un modo per affermare che l’Alleanza con Dio riguarda tutta la vita dell’uomo e che la Legge di Dio è il solo cammino di felicità per l’intera esistenza, dalla A alla Z. Infine, il primo versetto inizia con la parola “beato”, rivolta all’uomo che sa rimanere sul cammino dell’Alleanza. Questo ricorda subito il Vangelo delle Beatitudini, che risuona dello stesso termine “beato”: Gesù usa qui una parola molto comune nella Bibbia, ma che purtroppo la nostra traduzione italiana non rende completamente. Nel suo commento ai Salmi, André Chouraqui osservava che la radice ebraica di questa parola (beato l’uomo Ashrê hā’îsh) ha come significato fondamentale il cammino, il passo dell’uomo sulla strada senza ostacoli che conduce al Signore. Si tratta quindi “meno della felicità che del cammino che ad essa conduce”. Per questo lo stesso Chouraqui traduceva “Beato” con “In cammino”, sottointeso: siete sulla buona strada, continuate. Generalmente, nella Bibbia, la parola “beato” non va da sola: è contrapposta al suo opposto “infelice” ( benedetto si dice barùk e maledetto ‘arūr). L’idea generale è che nella vita ci sono percorsi falsi da evitare; alcune scelte o comportamenti conducono al bene, altri, contrari, portano solo infelicità. E se leggiamo tutto il salmo, ci accorgiamo che è costruito in questo modo. Anche il Salmo 1, più conosciuto, è strutturato allo stesso modo: prima descrive i buoni percorsi, il cammino verso la felicità, e solo brevemente i cattivi, perché non vale la pena soffermarsi Qui, la buona scelta è indicata già nel primo verso: “Beato l’uomo che teme il Signore!”. Ritroviamo questa espressione frequente nell’Antico Testamento: la “paura di Dio”. Purtroppo, nella lettura liturgica, manca la seconda parte del verso; ve la leggo intera: “Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà.” Ecco dunque una definizione di “timore di Dio”: è l’amore della sua volontà, perché si agisce in fiducia. La paura del Signore non è paura in senso negativo: infatti, poco più avanti, un altro verso lo precisa bene: L’uomo retto… confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore” (vv7-8). Il “timore di Dio” nel senso biblico è insieme consapevolezza della santità di Dio, riconoscimento di tutto ciò che Egli fa per l’uomo e, poiché è il nostro Creatore, attenzione a obbedirgli: solo Lui sa cosa è bene per noi. È un atteggiamento filiale di rispetto e obbedienza fiduciosa. Israele scopre così due verità: Dio è il Tutto-Altro, ma si fa anche Tutto-Vicino. È infinitamente potente, ma questa potenza è quella dell’amore. Non abbiamo nulla da temere, perché Egli può e vuole la nostra felicità! Nel Salmo 102/103 leggiamo: “Come la tenerezza del padre verso i figli, così la tenerezza del Signore verso chi lo teme.” Temere il Signore significa avere verso di Lui un atteggiamento rispettoso e fiducioso. Significa anche “appoggiarsi a Lui”. Ecco la giusta attitudine verso Dio, quella che mette l’uomo sulla buona strada: “Beato l’uomo che teme il Signore!” Ed ecco anche la giusta attitudine verso gli altri: “L’uomo retto, misericordioso , pietoso e giusto…egli dona largamente ai poveri”(vv4,8). Il salmo precedente (110/111), molto simile a questo, usa le stesse parole “giustizia, tenerezza e misericordia” per Dio e per l’uomo. L’osservanza quotidiana della Legge, nella vita di tutti i giorni, dalla A alla Z, come simboleggia l’alfabeto del salmo, ci plasma alla somiglianza di Dio. Ho detto somiglianza, perché il salmista ricorda che il Signore resta il Tutto-Altro: le formule non sono identiche. Per Dio si dice che Egli È giustizia, tenerezza e misericordia, mentre per l’uomo il salmista dice “è uomo di giustizia, di tenerezza, di misericordia”, cioè sono virtù che pratica, non il suo essere intrinseco. Queste virtù vengono da Dio e l’uomo le riflette in qualche modo. E poiché la sua azione è a immagine di Dio, l’uomo retto diventa luce per gli altri:”spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”(v.4). Qui si sente un eco della prima lettura tratta dal profeta Isaia: “Condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, , vestire c chi è nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora.”(58,7). Quando doniamo e condividiamo, siamo più a immagine di Dio, che è dono puro. A nostra misura, riflettiamo la sua luce.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (2,1-5)
San Paolo, come spesso, procede per contrasti: la prima opposizione è che il mistero di Dio è completamente diverso dalla sapienza degli uomini; la seconda opposizione riguarda il linguaggio dell’apostolo che annuncia il mistero, molto diverso dal bel parlare umano, dall’eloquenza. Riprendiamo queste due opposizioni: mistero di Dio / sapienza umana; linguaggio del cristiano / eloquenza o arte oratoria. Prima opposizione: mistero di Dio o sapienza umana. Paolo dice di essere venuto “per annunciare il mistero di Dio”; per mistero va inteso il “disegno misericordioso” di Dio , che sarà sviluppato più tardi nella Lettera agli Efesini (Ef 1,3-14): questo disegno è di fare dell’umanità una comunione perfetta di amore attorno a Gesù Cristo, fondata sui valori dell’amore, del servizio reciproco, del dono e del perdono. Gesù lo mette già in pratica lungo tutta la sua vita terrena. Siamo quindi lontanissimi dall’idea di un Dio potente in senso militare, come talvolta alcuni immaginano. Questo mistero di Dio si realizza tramite un “Messia crocifisso”, del tutto contrario alla logica umana, quasi un paradosso. Paolo afferma che Gesù di Nazareth è il Messia, ma non come lo si aspettava: non lo si attendeva crocifisso; secondo la nostra logica, la crocifissione sembrava provare il contrario, perché tutti ricordavano una famosa frase del Deuteronomio: chi era condannato a morte per la legge era considerato maledetto da Dio (Dt 21,22-23). Eppure, questo disegno del Dio onnipotente è nulla meno che Gesù Cristo, come dice Paolo. Nel testimoniare la sua fede, Paolo non ha nulla da annunciare se non Gesù Cristo: Egli è il centro della storia umana, del progetto di Dio e della sua fede. Non vuole sapere nulla di altro: “Ritenni infatti di non sapere altro.. che Gesù Cristo”. Dietro questa frase si intravedono le difficoltà di resistere alle pressioni, agli insulti e alle persecuzioni già presenti. Questo Messia crocifisso ci mostra la vera sapienza, la sapienza di Dio: dono e perdono, rifiuto della violenza… tutto il messaggio del Vangelo delle Beatitudini. Di fronte a questa sapienza divina, la sapienza umana è ragionamento, persuasione, forza e potenza; questa sapienza non può comprendere il messaggio del Vangelo. Infatti, Paolo ha sperimentato un fallimento ad Atene, il centro della filosofia (At17,16-34). Seconda opposizione: linguaggio del predicatore o arte oratoria. Paolo non ha alcuna pretesa di eloquenza: questo già ci rassicura, se non siamo abili oratori. Ma va oltre: per lui l’eloquenza, l’arte oratoria, la capacità di persuadere sono addirittura un ostacolo, incompatibili con il messaggio del Vangelo. Annunciare il Vangelo non significa sfoggiare conoscenza né imporre argomenti. Interessante notare che nella parola “convincere” c’è “vincere”: forse non siamo al posto giusto se pensiamo di annunciare la religione dell’Amore. La fede, come l’amore, non si persuade… Provate a convincere qualcuno ad amarvi: l’amore non si dimostra, non si ragiona. Lo stesso vale per il mistero di Dio: lo si può solo penetrare gradualmente. Il mistero di un Messia povero, Messia-Servitore, Messia crocifisso, non può essere annunciato con mezzi di potenza: sarebbe il contrario del mistero stesso! È nella povertà che il Vangelo si annuncia: questo ci dovrebbe dare coraggio! Il Messia povero può essere annunciato solo con mezzi poveri; il Messia servo solo da servi. Non ti preoccupare se non sei un grande oratore: la nostra povertà di linguaggio è l’unica compatibile con il Vangelo. Paolo va oltre e dice addirittura che la nostra povertà è condizione necessaria della predicazione: essa lascia spazio all’azione di Dio. Non è Paolo a convincere i Corinzi, ma lo Spirito di Dio, che conferisce alla predicazione la forza della verità, facendo scoprire Cristo. Ne consegue che non è la forza del nostro ragionamento a convincere: la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza dello Spirito di Dio. Noi possiamo solo prestargli la nostra voce. Ovviamente come per Paolo, ciò richiede un atto di fede enorme: È nella mia debolezza, tremante e timoroso, che sono venuto da voi. Il mio linguaggio, la mia predicazione non avevano nulla a che fare con la sapienza che convince; ma si manifestavano lo Spirito e la sua potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Quando sembra che il cerchio dei credenti si restringa, quando sogneremmo strumenti mediatici, elettronici o finanziari potenti, ci fa bene sentire che l’annuncio del Vangelo si adatta meglio ai mezzi poveri. Ma per accettarlo bisogna ammettere che lo Spirito Santo è il miglior predicatore, e che la testimonianza della nostra povertà è la predicazione migliore.
*Dal Vangelo secondo Matteo (5, 13 -16)
Se una lampada è bella è meglio, ma non è la cosa più importante! Ciò che si chiede prima di tutto è che illumini perché se non illumina bene non si vede nulla. Quanto al sale, la sua vocazione è scomparire svolgendo il suo compito: se manca, il piatto sarà meno buono. A ben vedere sale e luce non esistono per sé stessi. Gesù dice ai discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”: ciò che conta è la terra, il mondo; il sale e la luce contano solo in rapporto alla terra e al mondo! Dicendo ai discepoli che sono sale e luce, Gesù li mette in situazione missionaria: Voi che ricevete le mie parole, diventate per questo stesso motivo sale e luce per il mondo: la vostra presenza è indispensabile. In altre parole, la Chiesa esiste solo per evangelizzare il mondo. Questo ci rimette al nostro posto! Già la Bibbia ricordava al popolo di Israele che era il popolo eletto, ma al servizio del mondo; questa lezione vale anche per noi. Tornando a sale e luce: ci si può chiedere qual è il punto in comune tra questi due elementi a cui Gesù paragona i discepoli. Possiamo rispondere che entrambi sono rivelatori: il sale esalta il sapore del cibo, la luce rivela la bellezza delle persone e del mondo. Il cibo esiste prima di ricevere il sale; il mondo e gli esseri esistono prima di essere illuminati. Ci dice molto sulla missione che Gesù affida ai suoi discepoli, a noi: nessuno ha bisogno di noi per esistere, ma abbiamo un ruolo specifico da svolgere. Sale della terra: siamo qui per rivelare agli uomini il sapore della loro vita. Gli uomini non ci aspettano per compiere gesti d’amore e di condivisione, talvolta meravigliosi. Evangelizzare significa dire che il Regno è in mezzo a voi, in ogni gesto, in ogni parola d’amore e “dove c’è amore, lì c’è Dio.” Luce del mondo: siamo qui per valorizzare la bellezza di questo mondo. È lo sguardo d’amore che rivela il vero volto delle persone e delle cose. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per entrare in sintonia con ogni gesto o parola che viene da Lui. Ma questo può avvenire solo con discrezione e umiltà. Troppo sale rovina il gusto del cibo; una luce troppo forte schiaccia ciò che vuole illuminare. Per essere sale e luce, bisogna amare molto, amare davvero. I testi di oggi ce lo ripetono in modi diversi ma coerenti. L’evangelizzazione non è una conquista; la Nuova Evangelizzazione non è una riconquista. L’annuncio del Vangelo avviene solo nella presenza d’amore. Ricordiamo l’avvertimento di Paolo ai Corinzi nella seconda lettura: solo i poveri e gli umili possono predicare il Regno. Questa presenza d’amore può essere molto esigente, come mostra la prima lettura: il collegamento tra Isaia e il Vangelo è molto significativo. Essere luce del mondo significa mettersi al servizio dei fratelli; Isaia è concreto: condividere pane o vestiti, abbattere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà degli uomini. Anche il Salmo di questa domenica dice lo stesso: “l’uomo retto”, cioè colui che condivide generosamente le sue ricchezze, è luce per gli altri. Attraverso le sue parole e i suoi gesti d’amore, gli altri scopriranno la fonte di ogni amore: come dice Gesù. Vedendo ciò che i discepoli fanno di bene, gli uomini renderanno gloria al Padre che è nei cieli, cioè scopriranno che il progetto di Dio per l’umanità è un progetto di pace e giustizia. Al contrario, come potranno gli uomini credere al progetto d’amore di Dio se noi, suoi ambasciatori, non moltiplichiamo i gesti di solidarietà e giustizia che la società richiede? Il sale è sempre in pericolo di perdere sapore: è facile dimenticare le parole forti del profeta Isaia, ascoltate nella prima lettura; e non è un caso se la liturgia ce le propone poco prima dell’inizio della Quaresima, tempo in cui rifletteremo su quale digiuno Dio preferisca. Ultima osservazione: il Vangelo di oggi (sale e luce) segue immediatamente la proclamazione delle Beatitudini in Matteo di domenica scorsa. Vi è quindi un legame tra i due passi, che possono illuminarsi a vicenda. Forse il modo migliore di essere sale e luce è vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, cioè all’opposto dello spirito del mondo: accettare umiltà, dolcezza, purezza, giustizia; essere artigiani di pace in ogni circostanza; e, soprattutto, accettare la povertà e la mancanza, con un solo obiettivo: “perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre nostro che. è nei cieli”. Complementi: Secondo il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la vera luce del mondo non siamo noi, è Gesù Cristo. Dicendo ai discepoli che sono luce, Gesù rivela che è Dio stesso a brillare attraverso di loro, perché nella Scrittura, come nel Concilio, è sempre chiarito che tutta la luce viene da Dio.
+Giovanni D’Ercole
Presentazione di Gesù al Tempio [2 Febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco anche un breve commento dei testi della liturgia della festa della presentazione di Gesù al Tempio.
*Prima Lettura dal libro del profeta Malachia (3,1-4)
Il testo di Malachia nasce in un contesto di crisi: non c’è più il re davidico, il popolo è sottomesso ai Persiani e l’autorità è nelle mani dei sacerdoti. Per questo il profeta insiste sull’alleanza con i leviti, ricordandone l’origine divina e denunciandone la corruzione presente. L’annuncio centrale è la venuta imminente del Signore nel suo tempio, chiamato anche Angelo dell’Alleanza: non un semplice messaggero, ma Dio stesso che viene a ristabilire l’Alleanza. Questa venuta è insieme desiderata e temibile, perché è una venuta di giudizio che purifica: non distrugge l’uomo, ma elimina il male che è in lui. Prima di questa venuta, Dio invia un messaggero che prepara il cammino mediante la chiamata alla conversione. Il Nuovo Testamento riconoscerà in Giovanni Battista questo precursore e in Gesù stesso l’Angelo dell’Alleanza annunciato da Malachia. Il messaggio resta attuale: Dio entra nel suo tempio per rinnovare l’Alleanza, purificare il culto e ricondurre il suo popolo alla fedeltà del cuore.
*Salmo responsoriale (23/24, 7, 8, 9, 10)
L’espressione poetica “Alzate, o porte, la vostra fronte” (v.9) è un’iperbole che celebra la maestà del “re della gloria”, cioè Dio stesso, che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. Le porte non si aprono soltanto: si innalzano, come se l’edificio stesso dovesse farsi più grande per accogliere la presenza divina. Il salmo rimanda alla solenne dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone (circa 950 a.C.), quando l’Arca dell’Alleanza fu portata in processione nella Città santa, tra canti, musiche e sacrifici. L’Arca, posta nel Santo dei Santi sotto le ali dei cherubini, rappresentava il trono invisibile di Dio in mezzo al suo popolo. I cherubini, lontani dall’immaginario degli angioletti, erano figure maestose e simboliche, segno della sovranità divina. Il salmo sembra strutturato come un dialogo liturgico tra due cori: uno invita le porte ad aprirsi, l’altro proclama l’identità del re della gloria come il Signore forte e vittorioso. I titoli guerrieri ricordano che Dio ha accompagnato Israele nelle sue lotte per la libertà e la sopravvivenza: l’Arca era il segno della sua presenza nei combattimenti del popolo. Anche dopo la scomparsa dell’Arca, soprattutto dopo l’Esilio babilonese, questo salmo continuò a essere cantato nel Tempio. Proprio l’assenza dell’Arca ne accrebbe il valore spirituale: Israele imparò che la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto sacro e carico di memoria. Col passare dei secoli, il salmo assunse un significato messianico: l’invocazione “entri il re della gloria” divenne l’espressione dell’attesa del Messia, il re definitivo che avrebbe vinto il male e inaugurato un’umanità rinnovata. Il “Signore degli eserciti” venne progressivamente compreso come Dio dell’universo, non più solo Dio di Israele ma Signore di tutta l’umanità. Per questo la liturgia cristiana canta questo salmo nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio: è una professione di fede che riconosce in quel bambino il vero re della gloria, Dio stesso che entra nel suo Tempio e viene incontro al suo popolo.
*Seconda Lettura dalla lettera a gli Ebrei (2,14-18)
La Lettera agli Ebrei nasce in un clima di polemica: i cristiani di origine ebraica venivano accusati di seguire un Messia che non poteva essere sacerdote secondo la Legge. L’autore risponde mostrando che Gesù realizza il sacerdozio in modo nuovo e definitivo. Pur non appartenendo alla tribù di Levi, Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, cioè in una forma più antica e universale. Egli non riproduce il sacerdozio dell’Antico Testamento, ma lo porta a compimento, realizzandone la finalità profonda. Gesù è vero sacerdote perché:è pienamente solidale con l’umanità, condividendone debolezza, sofferenza e morte; è in piena comunione con Dio, come dimostra la sua risurrezione; ristabilisce l’Alleanza, liberando l’uomo dalla paura e dalla schiavitù della morte. La salvezza è offerta a tutti, ma riguarda in particolare i “figli di Abramo”, cioè coloro che vivono nella fede come fiducia. L’Alleanza è dono gratuito di Dio, ma richiede una risposta libera: accoglierla o rifiutarla resta responsabilità dell’uomo.
*Dal vangelo secondo san Luca (2, 22 – 40)
Il racconto della Presentazione di Gesù al Tempio è costruito con grande cura e mette in evidenza due elementi fondamentali: la Legge e lo Spirito. Nei primi versetti Luca insiste più volte sulla Legge d’Israele, non come semplice insieme di prescrizioni, ma come espressione della fede e dell’attesa del popolo. La vita di Gesù inizia all’interno della fede d’Israele: Maria e Giuseppe compiono i gesti prescritti con devozione, inserendo il bambino nella storia e nella speranza del loro popolo. Il primo messaggio di Luca è chiaro: la salvezza dell’umanità nasce dentro la Legge d’Israele. È in questo contesto che il Verbo di Dio si è incarnato e che il progetto di amore di Dio per l’umanità ha preso forma. Subito dopo entra in scena Simeone, guidato dallo Spirito Santo, anch’esso nominato più volte. È lo Spirito che gli rivela l’identità del bambino: Gesù è il Salvatore preparato da Dio davanti a tutti i popoli. Le parole di Simeone riassumono l’intero Antico Testamento come una lunga preparazione al compimento della salvezza, che non riguarda solo Israele ma tutta l’umanità. Israele è la “gloria” perché è stato scelto come strumento di salvezza universale. L’evento avviene nel Tempio di Gerusalemme, luogo decisivo per Luca: qui si realizza la profezia di Malachia sull’ingresso improvviso del Signore nel suo Tempio. Gesù è riconosciuto come l’Angelo dell’Alleanza, il Signore stesso che viene a visitare il suo popolo. Le immagini di luce e di gloria usate da Simeone si collocano pienamente in questa prospettiva. Il racconto richiama anche il Salmo del “re della gloria”: l’atteso Messia regale entra nel Tempio, non con la potenza esteriore, ma nella povertà di un neonato. Tuttavia la scena è solenne e carica di gloria, perché in quel bambino è presente tutta l’attesa d’Israele, rappresentata da Simeone e Anna, figure della speranza fedele. Con il cantico di Simeone si afferma che Gesù è il Messia e la gloria di Dio: con lui la gloria divina entra nel Santuario. Questo significa che Gesù non solo porta la gloria di Dio, ma è la gloria di Dio, è Dio stesso presente in mezzo al suo popolo. Con la sua venuta, il tempo della Legge giunge al suo compimento: l’Angelo dell’Alleanza è entrato nel Tempio per donare lo Spirito, illuminare le nazioni e inaugurare il tempo nuovo della salvezza universale.
+Giovanni D’Ercole
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo: la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
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