Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
2. Molti sono già stati i frutti missionari del Concilio: si sono moltiplicate le chiese locali fornite di propri Vescovi, clero e personale apostolico; si verifica un più profondo inserimento delle Comunità cristiane nella vita dei popoli; la comunione fra le Chiese porta a un vivace scambio di beni spirituali e di doni; l'impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale; le Chiese particolari si aprono all'incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di altre chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali.
Tuttavia, in questa «nuova primavera» del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa, che questo Documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del Magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede.
[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]
Dio è sempre all’opera per amore e sta a noi rispondergli con responsabilità e in spirito di riconciliazione, lasciando campo allo Spirito Santo. È l’invito rivolto dal Papa nella messa celebrata lunedì mattina, 9 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.
«La liturgia della Parola di oggi — ha spiegato subito Francesco riferendosi al passo della Genesi (1, 1-19) — ci porta a pensare, a meditare sui lavori di Dio: Dio lavora». Tanto che «Gesù stesso ha detto: “Mio Padre ancora lavora, ancora agisce, ancora opera; anche Io!”». E così, ha ricordato il Papa, «alcuni teologi medievali spiegavano: prima Dio, il Creatore, crea l’universo, crea i cieli, la terra, i viventi. Lui crea. Il lavoro di creazione». Però «la creazione non finisce: Lui continuamente sostiene quello che ha creato, opera per sostenere quello che ha creato perché vada avanti».
Proprio nel vangelo di Marco (6, 53-56), ha fatto notare il Papa, «vediamo “l’altra creazione” di Dio» cioè «quella di Gesù che viene a “ri-creare” quello che era stato rovinato dal peccato». E «vediamo Gesù fra la gente». Scrive infatti Marco: «Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e accorrendo da tutta quella regione cominciò a portargli sulle barelle i malati, dovunque udiva Egli si trovasse; e quanti lo toccavano venivano salvati». È «la “ri-creazione”», appunto e «la liturgia esprime l’anima della Chiesa in questo, quando fa dire in una bella preghiera: “Oh Dio che Tu così meravigliosamente hai creato l’universo, ma più meravigliosamente lo hai ricreato nella redenzione”». Dunque «questa “seconda creazione” è più meravigliosa della prima, questo secondo lavoro è più meraviglioso».
C’è poi, ha proseguito Francesco, «un altro lavoro: il lavoro della perseveranza nella fede, che Gesù dice che lo fa lo Spirito Santo: “Io vi invierò il Paraclito e Lui vi insegnerà e vi ricorderà, vi farà ricordare quello che ho detto”». È «il lavoro dello Spirito dentro di noi, per fare viva la parola di Gesù, per conservare la creazione, per garantire che questa creazione non venga meno». Dunque «la presenza dello Spirito lì, che fa viva la prima creazione e la seconda».
Insomma «Dio lavora, continua a lavorare e noi possiamo domandarci come dobbiamo rispondere a questa creazione di Dio, che è nata dall’amore perché Lui lavora per amore». Così «alla “prima creazione” dobbiamo rispondere con la responsabilità che il Signore ci dà: “La terra è vostra, portatela avanti; fatela crescere!”». Perciò «anche per noi c’è la responsabilità di far crescere la terra, di far crescere il creato, di custodirlo e farlo crescere secondo le sue leggi: noi siamo signori del creato, non padroni». E non dobbiamo «impadronirci del creato, ma farlo andare avanti, fedeli alle sue leggi». Proprio «questa è la prima risposta al lavoro di Dio: lavorare per custodire il creato, per farlo fruttificare».
In questa prospettiva, ha sostenuto il Papa, «quando noi sentiamo che la gente fa riunioni per pensare a come custodire il creato, possiamo dire: “Ma no, sono i verdi!”». Invece, ha rilanciato, «non sono i verdi: questo è cristiano!». Ed «è la nostra risposta alla “prima creazione” di Dio, è la nostra responsabilità!». Difatti «un cristiano che non custodisce il creato, che non lo fa crescere, è un cristiano cui non importa il lavoro di Dio, quel lavoro nato dall’amore di Dio per noi». E «questa è la prima risposta alla prima creazione: custodire il creato, farlo crescere».
Ma «alla “seconda creazione”, come rispondiamo?» ha domandato Francesco, rilevando che, in proposito, «l’apostolo Paolo ci dice una parola giusta, che è la vera risposta: “Lasciatevi riconciliare con Dio”». Si tratta, ha spiegato, di «quell’atteggiamento interiore aperto per andare continuamente sulla strada della riconciliazione interiore, della riconciliazione comunitaria, perché la riconciliazione è opera di Cristo». E Paolo dice ancora: «Dio ha riconciliato il mondo in Cristo». E «questa è la seconda risposta». Dunque «alla “seconda creazione” noi diciamo: “Sì, dobbiamo lasciarci riconciliare col Signore”».
Francesco ha poi proposto un’altra questione: «E al lavoro che fa lo Spirito Santo in noi, di ricordarci le parole di Gesù, di spiegarci, di fare capire quello che Gesù ha detto, come rispondiamo?». È stato proprio «Paolo a dirci» di non rattristare «lo Spirito Santo che è in voi: state attenti, è il vostro ospite, è dentro di voi, lavora dentro di voi! Non rattristate lo Spirito Santo». E questo «perché noi crediamo in un Dio personale. Dio è persona: è persona Padre, persona Figlio e persona Spirito Santo». Del resto «tutti e tre sono coinvolti in questa creazione, in questa ricreazione, in questa perseveranza nella ri-creazione». Così «a tutti e tre noi rispondiamo: custodire e far crescere il creato, lasciarci riconciliare con Gesù, con Dio in Gesù, in Cristo, ogni giorno, e non rattristare lo Spirito Santo, non cacciarlo via: è l’ospite del nostro cuore, quello che ci accompagna, ci fa crescere».
In conclusione il Papa ha pregato perché «il Signore ci dia la grazia di capire che Lui è all’opera; e ci dia la grazia di rispondere giustamente a questo lavoro di amore».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 10/02/2015]
(Lc 5,1-11)
«Pescare», portare alla vita. Attrazione e attenzione (feriali)
L’episodio della Chiamata dei discepoli in Lc indica l’attrazione della Parola di Gesù - che agisce in noi, come una sorta di Sé eminente.
La Vocazione si manifesta in un luogo e giorno feriale, non all’interno d’un recinto sacro, né in data stabilita (di rito ufficiale e pubblico).
Il Messaggio di Cristo non collima con quello esclusivo dei soliti maestri di sinagoga, che si rivolgevano a una platea di persone scelte.
Il Signore è per qualsiasi luogo, e dove c’è gente non selezionata - che desideri ascoltarlo.
Poi è interpellato proprio il responsabile della Chiesa: primo a farsi esempio di affidamento. Se così, tutti gli altri seguiranno.
La Barchetta è simbolo della comunità, da cui ci si deve attendere proclamazione e attenzione verso la Parola.
Forza che si fa evento - malgrado sembra che il Signore chieda gesti inutili e insensati.
Nella relazione di Fede, l’Amicizia e il fidarsi sponsale diventa più determinante di ciò che la mentalità comune e i convincimenti normali suggeriscono all’io inferiore [con aggiunta di riunioni, assemblee, consigli, progetti, schemi, sussiego alla catena di comando, obbedienza conformista estranea alla nostra quintessenza; e propaganda, carta, avvisi].
Per fare il balzo e dare un colpo d’ali alla realtà e all’uomo spento, meglio dell’organizzare e pianificare vale il consegnarsi alla Parola, che vibra all’unisono con l’anima.
L’esperienza del recupero altrui, della vicinanza - prossimità della condizione divina in Gesù, nella potenza del suo Verbo - ci fa comprendere chi siamo, e incontrare noi stessi in verità (v.8).
Qui la soluzione dei problemi non rinnega il portato umano, bensì tenta di farlo parlare, nei disagi di tutti, nell’ascoltarne i sintomi, nel dargli piena voce - perché sono spie che già sanno in se stesse cosa non va (v.8).
È il frutto interiore dell’esperienza della missione: una nuova e più lucida consapevolezza di sé, ormai senza rimozioni, che ridona naturalezza, e a sua volta apre nuovi canali di comunicazione.
Il rispetto del buonsenso, e di pareri comuni, dei giudizi conformisti, meccanismi, propositi più logici… non ha la molla della rigenerazione. Vale anche nel tempo della crisi globale.
La nuova nascita si attua nel trasformare ciò ch’è oscuro o incompiuto in quel che fa intuire e conoscere noi stessi e la vita intima dell’Eterno, aiutando i fratelli, vivendo in simbiosi coi guai della gente.
Pertanto chi guida la Chiesa deve scostarsi dalla “riva” che sa, e ha l’obbligo di condurre nel «profondo» [v.4 testo greco] anche dei marosi.
Nella cultura semitica il mare è simbolo del caos, della morte, del demoniaco, delle forze contrarie alla vita. È il contesto in cui si affoga.
I pesci stanno benone nell’acqua, e non son contenti di essere tratti fuori. Però nell’acqua gli uomini non si trovano altrettanto a loro agio, in specie quando si tratta di mare cupo e agitato.
La Missione è «tirar fuori vivi» [v.10 testo greco] gli uomini sopraffatti da liquami putridi, sommersi da onde impetuose, trascinati sul fondo (a profondità abissali) dalla violenza di forze inumane.
Il verbo greco non indica un “pescare” bensì un «catturare vivi», il «prendere per mantenere in vita», dunque «portare alla vita»: recuperare alla luce, al respiro; essere sospinti oltre gli abissi inquinati che soffocano gli indigenti in attesa di compassione.
Un venire innalzati dal contesto tenebroso degl’impedimenti interiori e a contorno, che imbrigliano l’esistere e smorzano lo sviluppo.
Esser guidati dove la vita non attenua né annega: afferrati e sollevati a libertà e compiutezza; emancipati, collocati in ambito puro, qualitativamente relazionale, animato da spirito di benessere integrale.
Portare avanti l’opera del Maestro significa aiutare a esistere intensamente; recuperare le persone coinvolte in contesti mortiferi, travolte da gorghi e onde che trascinano in basso - affinché possano tuffarsi in un’acqua non più torbida ma sana.
Accanto all’adesione alla Chiamata che corrisponde alla nostra essenza profonda, è questa attività di recupero che consente di superare il senso d’inadeguatezza, producendo sovrabbondanza di libertà e virtù.
Opera che si configura nella sinergia plurale delle chiese, perché nessuna di esse riesce a farsi completa da sola (v.7).
L’obiettivo comune della missione in favore degli uomini fa superare alle denominazioni particolari qualsiasi distinguo o ripartizione, ogni conflitto tra fraternità di fede.
Malgrado le incertezze e l’ora forse inadatta, credere che la Parola di Cristo possa realizzare l’impossibile val più dell’abilità e delle opinioni.
Pronti o meno, in orario o fuori dei tempi giusti (e forse già inappagati per l’insuccesso: v.5) quel Logos rimane il cardine della comunione tra differenti realtà - e farà succedere ciò che afferma.
Ecco infatti manifestarsi la forza e l’azione della Fede in avanti, col suo differente portato rispetto alla logica comune - quando nelle scelte diventa determinante il cedere all’Appello di Dio, e lanciarsi.
Richiamo che irrompe nel caos, con una carica umanizzante, di totale novità: consente di far entrare nel mondo un’altra potenza, discreta ma che infine realizza quel che dice.
Essa non appartiene alla sfera dei programmi o dei successivi “rimedi”! Capiremo allora per quale motivo il Signore non disdegna le stravaganze dei trasgressivi.
Se anche per noi tutti i giorni sembrano uguali, inserendo nelle frustrazioni e nella fatica questa Novità di Luce non conformista, daremo respiro e renderemo nitido, marcato e fecondo qualsiasi lavoro.
Comprenderemo la Vocazione di Gesù, che insegna in qualsiasi luogo e a ciascuno - operando recuperi inspiegabili.
Egli continua a rivolgersi non solo al “suo” pubblico di eletti, predestinati al sacro; apparentemente tutti d’un pezzo, imperterriti e scelti. Ma che talora covano di ripescare e innalzare solo se stessi.
Lasciamo dunque scivolar via le opinioni condizionanti la nostra natura e vocazione, da parte di false sirene: è stato ben altro l'impulso che ci ha incalzati, allargando le prospettive sul mondo - e dato frutto.
Senza sforzo, riusciremo a far scivolar via le opinioni condizionanti la natura e la stessa Chiamata.
Sulla Tua Parola, e i sintomi
(Mt 5,5)
L’uomo comune si compiace dei suoi traguardi, il religioso dei suoi meriti, ma la persona di Fede della sua debolezza redenta.
Proprio quando ci si percepisce insufficienti, l’esperienza del Gratis risulta impareggiabile fonte di Felicità.
Se dobbiamo affrontare una sconfitta, lo sguardo della Fede ricupera l’umiliazione in occasione di fioritura e migliore Ricchezza.
Una spiritualità cresciuta lontano dall’equilibrio della Parola di Dio faceva leva sulle virtù attive e sul volontarismo personale.
Il Sogno del Padre è viceversa quello di uno sviluppo armonioso dei suoi figli, creature insufficienti per natura, non per colpa.
Non dobbiamo annientarci per superare continuamente i limiti, distruggendo le linee portanti della nostra personalità - con lo sforzo di valicare continuamente gli steccati.
A volte non riusciamo a capire le situazioni, talora non siamo in grado di comprendere fini e mezzi adeguati a conseguire un buon risultato.
Spesso, quand’anche capissimo il da farsi, proprio non ce la facciamo a imporci una disciplina; e siamo tutti qui (non geni forzuti).
San Tommaso affermava: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu». Ciascuna creatura ha bisogno di aiuto - non siamo onnipotenti nel bene.
Comprendere e attuare tutte le correlazioni e gli equilibri valutativi è fuori dalla nostra portata: scampare da voragini e incertezze è puro Dono.
«Tirare su gli uomini alla vita» [Lc 5,10: «catturare vivi», testo greco] - persone sommerse da flutti soffocanti in acque velenose - verso la luce e il respiro: palesa il Progetto e l’Azione liberante di Dio sull’intera umanità.
Per affacciarsi all’essere proprio e altrui con piglio battesimale, conviene allora trascurare il dolorismo e la mistica del patire, che nel passato ha soppiantato il senso dell’accoglienza di sé, del prossimo e degli eventi, contenuto nella Parola.
Jacopone da Todi poteva esprimersi in modo paradossale nella lauda «O Segnor, per cortesia, manname la malsania» [Signore per cortesia mandami la malattia].
Nel suo poema il rigorista elenca decine d’infermità comuni, e (malgrado ciò) non le considera una espiazione sufficiente, per la nostra stolta irriconoscenza - come se fossimo noi a dover consolare l’Eterno almeno con uno zuccherino:
«Signor mio, non è vendetta/ tutta la pena c’ho ditta:/ ché me creasti en tua diletta/ e io t’ho morto a villanìa».
Termini come ingratitudine nostra, penitenza, mortificazione… sono sconosciuti ai Vangeli; hanno costituito viceversa la trama della religiosità che ancora stordisce alcune folle praticanti.
Purtroppo parliamo della più diffusa piattaforma di spiritualità popolare.
Noi preti sentiamo spesso persone di preghiera chiedersi per quale motivo sono state punite con un tonfo particolare della vita, che altri non subiscono in tal guisa.
I farisei avrebbero sottolineato (proprio così): «Benedetto il Giudice Giusto!». Come dire: «imprudenti e peccatori hanno avuto la punizione spettante».
«Lasciamoli al loro destino, intanto si purifichino. Non solo gli fa bene, evitiamo pure di contaminarci!».
Solo con Gesù tutto questo è finito.
Di fronte agli smacchi, Egli non ha mai sottolineato la volontà di Dio, né ha detto: «È la tua croce...».
Non si è neppure immaginato che qualcuno in un tempo futuro potesse giungere a mettergli in bocca il consiglio devoto di “offrire” al Cielo le proprie umiliazioni (divagazione incredibile!).
È il Creatore stesso che negli accadimenti e nell’aiuto dei fratelli si porge a noi per dare senso alla crescita, persino su territori ardui; anche nei momenti dello sconforto, dell’indifferenza, dell’insuccesso.
Il Disegno del Padre non è quello di cristallizzare eroi indifferenti ai traumi; irriducibili i quali perfezionano se stessi esercitando resilienza.
Tutto nelle difficoltà, giungendo a una santità sterilizzata - e sconfortante, che distacca questi “fenomeni” dalla famiglia terrena cui siamo accomunati in carne e sangue.
Il Progetto di redenzione è che diventiamo Figli attraverso una pratica gratuita di Amore simile al suo; unico che non scarta nulla del nostro essere, anzi lo ricupera e dilata.
Non c’è religiosità o tattica paragonabili all’Incarnazione; affinché si soccorra e trasmetta respiro vitale - prossimo e famigliare - a chi è sommerso da onde di morte.
Col carico della sua straordinaria esperienza, Annalena Tonelli designava gli emarginati e disagiati con l’epiteto eccentrico di «Mozart assassinati».
Qui la soluzione dei problemi non rinnega il portato umano, bensì tenta di farlo parlare; negli squilibri di tutti, nell’ascoltarne i sintomi, nel dargli piena voce - perché sono spie che già sanno in se stesse cosa non va (v.8).
Solo sulla Parola di Gesù riusciremo ad attuare recuperi inspiegabili - sperimentando noi stessi autenticamente.
E faremo sbocciare futuro, «tirando su» quelle scorze (e i lati cui non abbiamo dato spazio) che nascondono Perle.
Da «Maestro» (v.5) a «Signore» (v.8): l’Amico interiore si fa presenza, relazione intima, sistema di riconoscimento e autostima; appoggio non esterno, e trampolino.
Principio e Motore di Pace, pienezza d’essere, temerarietà e sequela (vv.10-11) - quindi Annuncio, fantasia, incisività e conciliazione.
Come sottolineato da papa Benedetto (Angelus 10 febbraio 2013):
«Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo “Maestro” (v. 5), mentre dopo lo chiama “Signore” (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: “Sulla tua parola getterò le reti” (v. 5)».
«Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali opinioni condizionanti la tua natura e vocazione devi ancora far scivolare via?
Qual è stato invece l’impulso che ti ha incalzato, e dato frutto?
Qual è stata la tua esperienza di prospettive allargate sul mondo, e di recupero inspiegabile?
Credi che tutto ciò possa avvenire anche nel tempo della crisi globale?
‘Pescare’: portare alla vita. Attrazione e attenzione feriali
(Lc 5,1-11)
L’episodio della Chiamata dei discepoli in Lc indica l’attrazione della Parola di Gesù - che agisce in noi, come una sorta di Sé eminente.
Nella relazione di Fede, l’Amicizia e il fidarsi sponsale diventa più determinante di ciò che la mentalità comune e i convincimenti normali suggeriscono all’io inferiore.
Pertanto chi guida la Chiesa deve scostarsi dalla “riva” che sa, e ha l’obbligo di condurre «nel profondo» [v.4 testo greco] anche dei marosi.
Nella cultura semitica il mare è simbolo del caos, della morte, del demoniaco, delle forze contrarie alla vita. È il contesto in cui si affoga.
La Missione è «tirar fuori vivi» [v.10 testo greco] gli uomini sopraffatti da liquami putridi, sommersi da onde impetuose, trascinati sul fondo, a profondità abissali, dalla violenza di forze inumane.
Il verbo greco non indica un “pescare” bensì un «catturare vivi», il «prendere per mantenere in vita», dunque «portare alla vita»: recuperare alla luce, al respiro; essere tirati fuori da abissi inquinati e soffocanti.
Portare avanti l’opera del Maestro significa aiutare le persone coinvolte in contesti mortiferi, travolte da gorghi e onde che trascinano in basso, affinché possano tuffarsi in un’acqua non più torbida, ma sana.
Opera che si configura nella sinergia plurale delle chiese, perché nessuna di esse riesce a farsi completa da sola (v.7).
Malgrado le incertezze e l’ora forse inadatta, credere che la Parola di Cristo possa realizzare l’impossibile vale più dell’abilità e delle opinioni.
Pronti o meno, quel Logos farà succedere ciò che afferma.
Ecco manifestarsi la forza e l’azione della Fede, rispetto alla logica comune - quando nelle scelte diventa determinante l’Appello di Dio.
Richiamo che irrompe nel caos, con una carica umanizzante e di totale novità: consente di far entrare nel mondo un’altra potenza; discreta, ma che fa quel che dice.
Qui la soluzione dei problemi non rinnega il portato umano, bensì tenta di farlo parlare - nei disagi di tutti, nell’ascoltarne i sintomi, nel dargli piena voce: sono spie che già sanno in se stesse cosa non va (v.8).
Così coinvolti, capiremo per quale motivo il Signore non disdegna le stravaganze dei trasgressivi.
Se anche per noi tutti i giorni sembrano uguali, inserendo nelle frustrazioni e nella fatica questa Novità di Luce non conformista, daremo respiro e renderemo nitido, marcato e fecondo qualsiasi lavoro.
Comprenderemo la Vocazione di Gesù, che insegna in ogni luogo e a ciascuno - operando recuperi inspiegabili.
Da «Maestro» (v.5) a «Signore» (v.8): l’Amico interiore si fa presenza, relazione intima, sistema di riconoscimento e autostima; appoggio non esterno, e trampolino.
Principio e Motore di Pace, pienezza d’essere, temerarietà e sequela (vv.10-11) - quindi Annuncio, fantasia, incisività e conciliazione.
Senza sforzo, riusciremo a far scivolar via le opinioni condizionanti la ‘natura’ e la stessa Chiamata.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Qual è stato l’impulso che ti ha incalzato, e dato frutto?
Qual è stata la tua esperienza di prospettive allargate sul mondo, e di recupero inspiegabile?
Credi che tutto ciò possa avvenire anche nel tempo della crisi globale?
[5.a Domenica T.O. (anno C), 9 febbraio 2025]
Cari fratelli e sorelle!
Nella liturgia odierna, il Vangelo secondo Luca presenta il racconto della chiamata dei primi discepoli, con una versione originale rispetto agli altri due Sinottici, Matteo e Marco (cfr Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; ). La chiamata, infatti, è preceduta dall’insegnamento di Gesù alla folla e da una pesca miracolosa, compiuta per volontà del Signore (Lc 5,1-6). Mentre infatti la folla si accalca sulla riva del lago di Gennèsaret per ascoltare Gesù, Egli vede Simone sfiduciato per non aver pescato nulla tutta la notte. Dapprima gli chiede di poter salire sulla sua barca per predicare alla gente stando a poca distanza dalla riva; poi, finita la predicazione, gli comanda di uscire al largo con i suoi compagni e di gettare le reti (cfr v. 5). Simone obbedisce, ed essi pescano una quantità incredibile di pesci. In questo modo, l’evangelista fa vedere come i primi discepoli seguirono Gesù fidandosi di Lui, fondandosi sulla sua Parola, accompagnata anche da segni prodigiosi. Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo «Maestro» (v. 5), mentre dopo lo chiama «Signore» (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: «Sulla tua parola getterò le reti» (v. 5).
L’immagine della pesca rimanda alla missione della Chiesa. Commenta al riguardo sant’Agostino: «Due volte i discepoli si misero a pescare dietro comando del Signore: una volta prima della passione e un’altra dopo la risurrezione. Nelle due pesche è raffigurata l’intera Chiesa: la Chiesa come è adesso e come sarà dopo la risurrezione dei morti. Adesso accoglie una moltitudine impossibile a enumerarsi, comprendente i buoni e i cattivi; dopo la risurrezione comprenderà solo i buoni» (Discorso 248,1). L’esperienza di Pietro, certamente singolare, è anche rappresentativa della chiamata di ogni apostolo del Vangelo, che non deve mai scoraggiarsi nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini, fino ai confini del mondo. Tuttavia, il testo odierno fa riflettere sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Essa è opera di Dio. L’uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova.
Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Confidiamo anche nell’intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli. Alla chiamata del Signore, Ella, ben consapevole della sua piccolezza, rispose con totale affidamento: «Eccomi». Col suo materno aiuto, rinnoviamo la nostra disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore.
[Papa Benedetto, Angelus 10 febbraio 2013]
6. Le pesche miracolose sono per gli apostoli e per la chiesa i “segni” della fecondità della loro missione se si manterranno profondamente uniti alla potenza salvifica di Cristo (cf. Lc 5, 4-10; Gv 21, 3-6). Difatti Luca inserisce nella narrazione il fatto di Simon Pietro che si getta alle ginocchia di Gesù esclamando: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5, 8), e la risposta di Gesù: “Non temere: d’ora in poi sarai pescatore di uomini”(Lc 5, 10). Giovanni a sua volta fa seguire alla narrazione della pesca dopo la risurrezione, il mandato di Cristo a Pietro. “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle” (cf. Gv 21, 15-17). È un accostamento significativo.
7. Si può dunque dire che i miracoli di Cristo, manifestazione della onnipotenza divina nei riguardi della creazione, che si rivela nel suo potere messianico su uomini e cose, sono nello stesso tempo i “segni” mediante i quali si rivela l’opera divina della salvezza, l’economia salvifica che con Cristo viene introdotta e si attua in modo definitivo nella storia dell’uomo e viene così inscritta in questo mondo visibile, che è pure sempre opera divina. La gente che - così come gli apostoli sul lago - vedendo i “miracoli” di Cristo s’interroga: “Chi è . . . costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mc 4, 41), mediante questi “segni” viene preparata ad accogliere la salvezza offerta all’uomo da Dio nel suo Figlio.
Questo è lo scopo essenziale di tutti i miracoli e segni fatti da Cristo agli occhi dei suoi contemporanei, e di quei miracoli che nel corso della storia saranno compiuti dai suoi apostoli e discepoli in riferimento alla potenza salvifica del suo nome: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (At 3, 6).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]
Il Vangelo di questa domenica racconta – nella redazione di san Luca – la chiamata dei primi discepoli di Gesù (Lc 5,1-11). Il fatto avviene in un contesto di vita quotidiana: ci sono alcuni pescatori sulla sponda del lago di Galilea, i quali, dopo una notte di lavoro passata senza pescare nulla, stanno lavando e sistemando le reti. Gesù sale sulla barca di uno di loro, quella di Simone, detto Pietro, e gli chiede di staccarsi un poco da riva e si mette a predicare la Parola di Dio alla gente che si era radunata numerosa. Quando ha finito di parlare, gli dice di prendere il largo e di gettare le reti. Simone aveva già conosciuto Gesù e sperimentato la potenza prodigiosa della sua parola, perciò gli risponde: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (v. 5). E questa sua fede non viene delusa: infatti le reti si riempirono di una tale quantità di pesci che quasi si rompevano (cfr v. 6).
Di fronte a questo evento straordinario, i pescatori sono presi da grande stupore. Simon Pietro si getta ai piedi di Gesù dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (v. 8). Quel segno prodigioso lo ha convinto che Gesù non è solo un formidabile maestro, la cui parola è vera e potente, ma che Egli è il Signore, è la manifestazione di Dio. E tale presenza ravvicinata suscita in Pietro un forte senso della propria meschinità e indegnità. Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato.
La risposta di Gesù a Simon Pietro è rassicurante e decisa: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). E di nuovo il pescatore di Galilea, ponendo la sua fiducia in questa parola, lascia tutto e segue Colui che è diventato il suo Maestro e Signore. E così fecero anche Giacomo e Giovanni, soci di lavoro di Simone. Questa è la logica che guida la missione di Gesù e la missione della Chiesa: andare in cerca, “pescare” gli uomini e le donne, non per fare proselitismo, ma per restituire a tutti la piena dignità e libertà, mediante il perdono dei peccati. Questo è l’essenziale del cristianesimo: diffondere l’amore rigenerante e gratuito di Dio, con atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita. E qui, in maniera particolare, penso ai confessori: sono i primi a dover dare la misericordia del Padre seguendo l’esempio di Gesù, come hanno fatto anche i due Frati santi, padre Leopoldo e padre Pio.
Il Vangelo di oggi ci interpella: sappiamo fidarci veramente della parola del Signore? Oppure ci lasciamo scoraggiare dai nostri fallimenti? In questo Anno Santo della Misericordia siamo chiamati a confortare quanti si sentono peccatori e indegni di fronte al Signore e abbattuti per i propri errori, dicendo loro le stesse parole di Gesù: “Non temere”. “E’ più grande la misericordia del Padre dei tuoi peccati! E’ più grande, non temere!”. Ci aiuti la Vergine Maria a comprendere sempre più che essere discepoli significa mettere i nostri piedi sulle orme lasciate dal Maestro: sono le orme della grazia divina che rigenera vita per tutti.
[Papa Francesco, Angelus 7 febbraio 2016]
(Mc 6,30-34)
«Venite voi stessi in disparte, in un luogo deserto»: il richiamo esplicito al «deserto» è quello dell’Esodo - che ricorda il tempo del primo Amore.
Esperienza dei grandi Ideali che il cammino della Libertà poteva ancora infondere nel Popolo nuovo.
Stirpe generata nel silenzio, lontano dal trambusto degli idoli: in guisa di riflessione e attenzione, sobrietà di vita, accoglienza, condivisione reale.
Gesù si allontana in modo sempre più deciso dal suo ambiente, e non vuole attorno a sé un orizzonte di eletti supponenti, attratti dalla visibilità improvvisamente esplosa - finendo per ritenersi indispensabili.
Infatti qui inseguono le molte cose da fare, ma restano poco attenti. Sollevano un gran polverone, ma stanno nell’abitudine.
Allora il Signore non chiama «in disparte» per un “ritiro spirituale”. Gli apostoli - che si danno aria di ‘maestri’ (v.30) - ricevono il solo compito di «annunciare», non di sovrintendere, presiedere, coordinare gli altri.
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno volentieri confuso il Servo che li stava educando, col Messia vincitore, sospirato, rispettato, glorioso.
Per questo motivo, di fronte a masse bisognose di tutto, per prima cosa il Signore «cominciò a insegnare» (v.34).
Insomma, il giovane Rabbi deve ricominciare daccapo, onde correggere le facilonerie illusorie trasmesse dai seguaci. Magari solo per lasciare una traccia, farsi riconoscere e avere successo - con la gente smarrita!
I più stretti collaboratori di Gesù non avevano ancora capito che esiste un altro Mondo, evolutivo e capovolto - però ignorato.
Per questo hanno una fortuna tutta loro, ma producono una pessima evangelizzazione; senza energia creatrice.
Le folle che si accalcano attorno al Signore erano infatti ancora rimaste esattamente tali e quali a prima: «come pecore che non hanno pastore» (v.34). Intrise di sgomento.
Malgrado l’affermazione di cerchia dei discepoli che avevano puntato sul modello della sudditanza e del prestigio, l'umanità continuava a gridare.
La loro ‘stabilità’ rendeva ancor più insicuri gli altri.
Mancava tutta l’amicizia che nutre più del cibo, una percezione di adeguatezza che soddisfa più della salute; l’adesione che trasmette vita.
E il senso del proprio nascere e cercare. L’Incontro che fa spostare lo sguardo; l’unione intimamente riconosciuta con la Verità.
Apostoli o non apostoli, senza la Persona stessa del Cristo, quel popolo che cercava le sue radici non sarebbe fiorito - tantomeno a partire dalle proprie sfumature grigie, fragili, poco brillanti.
Le esigenze profonde dei malfermi erano assolutamente intatte, malgrado il gran daffare dei leaders - un’intensa occupazione attorno… purtroppo artificiosa e disattenta, ancora ambigua e immatura, dirigista e superficiale.
Questa invece la vera vacanza, l’autentico Appuntamento decisivo: rimanere con la Persona giusta; quella che non snerva coi suoi ritmi esterni, né aggiunge confusione a confusione.
Insomma, nel riferimento [assodato o alla moda] nessuna persona viene cullata nella sua novità, o bilanciata e rigenerata.
Basta dunque con i tanti ‘modelli’ senz’anima né profezia, che ci rimproverano - e i luoghi comuni che anestetizzano.
Infatti in ciascuno di noi, ogni espediente o artificio fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.
«Come pecore che non hanno pastore» (v.34).
Preparandoci alla metamorfosi che ci appartiene, l’Amico del Viaggio non intende sempre analizzare e controllare.
Così non spegne le piccole energie, il carattere, le sporgenze uniche, le azioni silenziose, e l’Incanto.
Lasciandoci respirare, solo il Pastore autentico raccoglie il nostro ‘nocciolo’ dalla dispersione, il nostro Seme dalla frammentarietà; il nostro Fiore, dalla vita senza scopo intimo.
[Sabato 4.a sett. T.O. 8 febbraio 2025]
In disparte, e la vera vacanza che preserva la forza vitale
(Mc 6,30-34)
Spia e chiave interpretativa del brano di Vangelo è l’espressione «in disparte» (v.31), che nei Vangeli sta ovunque a indicare i momenti critici dell’incomprensione o persino opposizione aperta fra il Signore e gli Apostoli.
«Venite voi stessi in disparte, in un luogo deserto»: il richiamo esplicito al «deserto» è quello dell’Esodo - che ricorda il tempo del primo Amore.
Esperienza dei grandi Ideali che il cammino della Libertà poteva ancora infondere nel Popolo nuovo.
Stirpe generata nel silenzio, lontano dal trambusto degli idoli: in guisa di riflessione e attenzione, sobrietà di vita, accoglienza, condivisione reale.
Gesù si allontana in modo sempre più deciso dal suo ambiente, e non vuole attorno a sé un orizzonte di eletti supponenti, attratti dalla visibilità improvvisamente esplosa - finendo per ritenersi indispensabili.
Essi risulterebbero sovraccarichi di luoghi comuni trionfalistici e monopolisti - poco attenti ai contenuti, al loro nesso con le forme di attuazione… e i risvolti sociali, come il superamento dei divari.
Infatti qui inseguono le molte cose da fare - anche per renderle positivamente più agili, certo - ma vanno a casaccio e a prescindere. Malgrado il tanto agitarsi e gli osanna, non fanno Percorsi sensati.
Sono sempre lì, anche se dovrebbero andare altrove; o viceversa.
Tutto ciò forse proprio per consolidare ascese e posizioni già dai primi tempi, a mo’ di certe cariche vitalizie [ancora oggi mai messe in discussione] o tappe di carriere non mutabili.
Condizioni che fanno diventare artificiali, e non creano realizzazione intima, né altrui. Sollevano un gran polverone, ma stanno nell’abitudine.
Il problema che hanno in mente è sbagliato, e malgrado gli eventuali sudori e lo scarso tempo libero (o per sé) non dimostrano un’energia autenticamente creatrice.
Lo vediamo.
Allora il Signore non chiama «in disparte» per un “ritiro spirituale” - per tutelare la stabilità di gerarchie sfiancate, o per un attimo di evasione che eviti la calca e il suo stress. Ma perché qualcosa di profondamente sostanziale non quadra.
Bisogna farsi una bella autocritica.
In tutti i quattro Vangeli, unicamente Gesù è colui che «insegna» [passim, testo greco].
Gli apostoli - che si danno aria di maestri (v.30) - ricevono il solo compito di «annunciare», non di sovrintendere, presiedere, coordinare gli altri.
Non hanno titolo alcuno per approcciare persone pensando di dover trasmettere una vita su misura dei loro programmi, e una mente tarata sul risultato [o l’appartenenza a stendardi].
Dopo averli chiamati a sé - perché ancora lontani - e mandati a proclamare la propria esperienza di libertà e la Buona Notizia a nostro favore (vv.7-13) il Maestro non sembra molto contento di quello che gli apostoli hanno predicato.
Quindi impone loro una verifica (così diremmo) di catechismo base, proprio per i suoi intimi.
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno volentieri confuso il Servo che li stava educando col Messia vincitore, sospirato, rispettato, glorioso.
Per questo motivo, di fronte a masse bisognose di tutto, per prima cosa il Signore «cominciò a insegnare» (v.34).
Insomma, il giovane Rabbi deve ricominciare daccapo, onde correggere le facilonerie illusorie trasmesse dintorno dai seguaci. Magari solo per lasciare una traccia, farsi riconoscere e avere successo - con la gente smarrita!
Scrive il Tao Tê Ching (xxvii):
«Chi ben viaggia non lascia solchi né impronte [...] chi ben chiude non usa sbarre né paletti».
Il maestro Ho-shang Kung commenta:
«Chi ben procede nella Via cerca in se stesso, senza scendere dalla sala né uscire dalla porta. Per questo non lascia solchi né impronte».
E aggiunge:
«Chi ben chiude le sue brame per mezzo del Tao, preserva la forza vitale».
Il maestro Wang-Pi precisa:
«Procede conformemente alla spontaneità, senza essere causa né principio: perciò le creature raggiungono il loro più alto grado, senza che egli lasci solchi di carri né impronte di piedi [...] si conforma alla spontaneità delle creature e non istituisce né conferisce».
I più stretti collaboratori di Gesù non avevano ancora capito che esiste un altro Mondo, evolutivo e capovolto - però ignorato.
Per questo hanno una fortuna tutta loro, ma producono una pessima evangelizzazione.
Le folle che si accalcano attorno al Signore erano infatti ancora rimaste esattamente tali e quali a prima: «come pecore che non hanno pastore» (v.34). Intrise di sgomento.
Malgrado l’affermazione di cerchia dei discepoli che avevano puntato sul modello della sudditanza e del prestigio, l'umanità continuava a gridare.
La loro stabilità rendeva ancor più insicuri gli altri.
[Anche noi vogliamo scoprire la personale ricchezza, non solo quella degli “allievi” noti, i sempre vicini, o dei fondatori, dei prìncipi, dei responsabili].
Mancava tutta l’amicizia che nutre più del cibo, una percezione di adeguatezza che soddisfa più della salute; l’adesione che trasmette vita.
E il senso del proprio nascere e cercare. L’Incontro che fa spostare lo sguardo; l’unione intimamente riconosciuta con la Verità.
Apostoli o non apostoli, senza la Persona stessa del Cristo, quel popolo che cercava le sue radici non sarebbe fiorito - tantomeno a partire dalle proprie sfumature grigie, fragili, poco brillanti.
Le esigenze profonde dei malfermi erano assolutamente intatte, malgrado il gran daffare dei leaders - un’intensa occupazione attorno… purtroppo artificiosa e disattenta, ancora ambigua e immatura, dirigista e superficiale.
Esteriorità che perfino al giorno d’oggi non consentono alle persone disorientate di giungere al più alto grado del loro essere, perché ogni espediente pastorale fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.
I festival astutamente oppiacei e artefatti propugnati dalle guide o da agenzie approssimative sono espressione del normale risvolto religioso della civiltà dell’esterno.
Stare col Signore nuovamente… rimette le idee a posto.
Egli solo spalanca gli usci della comprensione e crea altre opzioni che ci corrispondono, nella quintessenza e nella speranza - generando risposte nuove a domande nuove, sorvolando le compattezze forzate.
Questa la vera vacanza, l’autentico Appuntamento decisivo: rimanere con la Persona giusta; quella che non snerva coi suoi ritmi sbagliati, né aggiunge confusione a confusione.
Cristo raccoglie il nostro nocciolo dalla dispersione, il nostro seme dalla frammentarietà [che si cela dietro le maschere della finta perizia]; il nostro fiore, dalla vita senza scopo intimo.
Per cercare se stessi bisogna raccogliersi insieme a Lui - e verificarsi nella potenza creatrice della sua Parola, interpretata ben lontano dai luoghi comuni che anestetizzano.
La calca e i rumori della folla pur ingenua, confondono le idee; inculcano le trame volgari del regno terreno: non lo stile della vita divina, la quale ci affida alle nostre stesse risorse inespresse.
Basta con i modelli. Abbiamo bisogno di un Testimone reale, che corrisponde, e si fa compagno di viaggio.
Sentiamo incessante desiderio di essere bilanciati nell’identità del bene concreto. Esso sta oltre i tratti fatui, varianti ma subito succulenti di riconoscimento.
Qui, nessuna persona rigenera.
Solo intorno al nostro Amico interiore diventiamo Corpo in colloquio serio, amabile e profondo; persino nel quotidiano rumoroso e confuso.
Dopo una giornata di preoccupazioni, invece di anestesie televisive e prima che in cose epidermiche, ritempriamoci a partire da questo Contatto che introduce nel Banchetto della vita (vv.35-44).
Saremo recuperati invece che condannati alla pia futilità - e mai soli. Dentro abbiamo un Amico.
Insomma, nel riferimento [assodato o alla moda] nessuna persona viene cullata nella sua novità, o bilanciata e rigenerata.
Basta dunque con i tanti ‘modelli’ senz’anima né profezia, che ci rimproverano - e i luoghi comuni che anestetizzano.
Infatti in ciascuno di noi, ogni espediente o artificio fa scattare il viceversa: una perdita di capacità.
«Come pecore che non hanno pastore» (v.34).
Preparandoci alla metamorfosi che ci appartiene, l’Amico del Viaggio non intende sempre analizzare e controllare.
Così non spegne le piccole energie, il carattere, le sporgenze uniche, le azioni silenziose, e l’Incanto.
Lasciandoci respirare, solo il Pastore autentico raccoglie il nostro ‘nocciolo’ dalla dispersione, il nostro Seme dalla frammentarietà; il nostro Fiore, dalla vita senza scopo intimo.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come evangelizzi? Parla Gesù in te o parli solo tu?
Il Contatto autentico
Venite a vedere
[cf. Gv 1,35-42]
«Ora decima» (v.39): nella mentalità semitica, tramonto del vecchio e inizio del nuovo Giorno. Esso viene affrontato in modo dialogico, cuore a cuore; non secondo l’ordinamento antico prescritto.
La Vocazione è scoperta del motivo per il quale siamo nati, di ciò per cui siam fatti e corrisponde immediatamente - in modo inedito, non stucchevole - nella realtà di una strada percorsa come a piedi.
Su di essa, l’appello del focolare della Parola aiuta via via a capire la nostra persona e a definirne l’eccezionale missione.
Dio è Colui che chiama, affinché senza troppo commentare ci vediamo dentro, intuiamo le spinte, sviluppiamo un nuovo sguardo sulle cose, le cogliamo come Incontro, e ci lasciamo andare.
Dice il Tao Tê Ching (LVII): «Da che so che è così? Dal presente» - e il maestro Ho-shang Kung commenta: «Lao-tzu dice: Come so che l’intenzione del Cielo è questa? Lo so da quel che vedo oggigiorno».
Tale scenario fa scattare nell’anima una passione che affonda nel mistero, un’energia che sviluppa su questo Incontro e convegno significativo con la realtà e relazioni nuove pur stravaganti, senza esasperazioni.
Il modo di scrutare il mondo ancorato a piccole certezze di costume o di pensiero ci farà essere e fare sempre cose comuni, dettate dall’abitudine, da pregiudizi, da speranze condizionate (che non ci appartengono).
Se così, mai sposteremo l’occhio interiore su processi e territori sconosciuti. Se intrapresi, essi introdurranno il cuore in una sorta di isola ermeneutica, a tu per tu con l’Amico invisibile che ci fa sentire a casa.
Tali percorsi insieme non ci daranno a priori la certezza di stare “nel giusto”, ma di essere coinvolti nel medesimo spirito del Nazareno - ribelli alle costrizioni in cui forse ci stiamo già mettendo.
Esse aggrovigliano di lacciuoli la sua Voce superiore, o l’icona innata da rimirare intimamente, figura della nostra Vocazione.
Le inquietudini dell’Attesa, le sue frenesie fantastiche, quei mormorii che paiono campati per aria, sono forse espressione di un inedito fiabizzante che non sappiamo cos’è - ma il nostro fratello affascinante sì.
Saremo viceversa sulla strada segnata da sempre o da altri, fin quando la sua visione alternativa non ci lancia a imboccare una via ancora buia invece che ben illustrata (dove tutto è sotto controllo).
Col riscontro mentale eccessivo non arriveremmo più in là dei circoli viziosi, o di personaggi già adottati e ruoli definiti - corazze umilianti lo Spirito, che non ama le sfingi impermeabili alla rugiada della marea che viene.
L’eccesso di filtri e l’ipergestione non ci condurrà ad apprezzare il valore del mondo interiore e le sue presenze, né ci aiuta a percepire il senso degli incontri, l’apertura d’orizzonte delle proposte che la vita ci porta per smontare l’imprinting che ci trasciniamo.
Unica terapia per saltare oltre il solito modo di vedere le cose sarà spostare la prospettiva, affinché renda dissimmetrici e consenta di scendere in campo più ricchi e variegati, fuori del perimetro tracciato dalle convenzioni.
Con Gesù imboccheremo una via piena di insidie, eppure magica, perché non scontata. Con Lui realizzeremo noi stessi, la vocazione e i nostri stessi codici - ma nella pienezza del poliedro che è personale essenza.
Nessuno è senza modulazioni da scoprire e attivare; tarato, anonimo e povero davanti al Signore e agli altri. Quindi nessuno è destinato a fare l’operaietto o il funzionario di arcaici carrozzoni - privi di figure viventi e d’inventiva fantastica, magica, da stupore.
Lo dice persino il tono trasognato di questa narrazione.
In rapporto di assiduità con Cristo, sono i suoi e nostri ideali fuori dalle direttive a caratterizzare l’esistenza, che si fa rovente a partire dall’anima... senza prima normalizzarla secondo regolamento altrui.
Attenzione dunque a non costruirsi un destino conformista di penultima mano, che incaglia tutta la vita perché scelto fra quant’è comune, esterno, assuefatto e quieto, o viceversa delirante: criteri destinati al crollo.
La Chiamata non diventa neppure proiezione di ambizioni, suggerite dalla vanità. Né un premio per fedeltà precedenti o dietro prestazione.
Anzitutto, una lettura di sé, un ascolto vivo degli eventi (più intimi che conformisti e al contorno) nonché interpretazione partecipata della realtà, della Parola - e rielaborazione elastica di momenti, consigli e relazioni.
«Venite a vedere» (v.39 senso del sottofondo semitico): la percezione, lo sguardo che si accorge, è essenziale per capire chi siamo.
Niente d’intimistico, ma nulla di esteriore - neppure per gli accadimenti fuori di noi: siamo coloro che sviluppano immagini innate e Sogni.
Dio non ci ha creati per restare rasoterra, ma per spiccare il volo. Infatti il Battista si era fermato (v.35 testo greco): «di nuovo stava (là)».
Gesù invece procede, si muove sempre; inizia Egli stesso un nuovo cammino.
Il paragone è crudo. Le antiche aspettative si arenano - non hanno più forza in sé. Per questo i primi discepoli di Gesù provengono dalla scuola di Giovanni - dove appunto si erano conosciuti.
Dopo essere stato allievo del più grande leader dei suoi tempi, il nuovo e giovane Rabbi si mette in proprio, e si sposta.
Lo fa non per spiccare sugli altri, ma per proclamare il cuore autentico del Padre, nella sua cifra: Verbo-evento di Figlio ormai formato, ma che ha assimilato solo gradualmente i segreti del percorso umano e spirituale.
È una sorprendente identità, quella dell’Agnello di Dio: la sua Persona, vicenda e Sangue raffigurano l’Azione dello Spirito creatore, il quale toglie alle forze del male la capacità di nuocere - non grazie a scorciatoie immediate e prodigiose.
Gli scopi troppo prossimi non uniscono l’uomo e il mondo a Dio. Non confermano la giustezza e conformità del grande Fine e Sorgente: continua Presenza che accompagna la nostra attività particolare.
Ogni anima ha una fisionomia originale: è in modo speciale, ha un suo posto e un suo senso.
La Chiamata personale è costitutiva di tale essenza irripetibile - che apre al compito dell’unicità - grammatica del nostro linguaggio (persino con noi stessi) e l’interagire nel mondo; nell’anima, dell’ascolto di Dio.
La Vocazione irripetibile è unico sentiero da percorrere per leggere e incontrare il genio del tempo prima dei problemi, e una sorta d’impulso; volontà e fattore di riconoscimento che accompagna e orienta in essi.
Nella vita ci può essere un giorno e un’ora indimenticabili, ma il rapporto di consuetudine è essenziale.
Non basta un incontro furtivo col Cristo in movimento inarrestabile, per «guardare dentro» e capire ogni peso determinante. E per diventare - come Simone - pietra da costruzione che compagina e viene compaginata.
Qui, anche in situazioni apparentemente irrilevanti, siamo noi stessi: siamo intenzione cosmica e divina; siamo smisuratamente importanti.
Commentando il medesimo passo del Tao (LVII) sopra citato, il maestro Wang Pi sottolinea: «Chi governa il mondo con la Via, esalta la radice per far crescere i rami».
Come una vena artistica.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa attendi da Gesù? O cedi e lasci che ti conduca? Come pensi ti chiamerebbe?
Cari fratelli e sorelle,
al centro di questa mia visita a Brindisi celebriamo, nel Giorno del Signore, il mistero che è fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa. Celebriamo Cristo nell’Eucaristia, il dono più grande scaturito dal suo Cuore divino e umano, il Pane della vita spezzato e condiviso, per farci diventare una cosa sola con Lui e tra di noi. Saluto con affetto tutti voi, convenuti in questo luogo così simbolico, il porto, che evoca i viaggi missionari di Pietro e di Paolo. Vedo con gioia tanti giovani, che hanno animato la veglia questa notte, preparandosi alla Celebrazione eucaristica. E saluto anche voi, che partecipate spiritualmente mediante la radio e la televisione. Rivolgo in particolare il mio saluto al Pastore di quest’amata Chiesa, Mons. Rocco Talucci, ringraziandolo per le parole pronunciate all’inizio della santa Messa. Saluto pure gli altri Vescovi della Puglia, che hanno voluto essere qui con noi in fraterna comunione di sentimenti. Sono particolarmente lieto della presenza del Metropolita Gennadios, al quale porgo il mio saluto cordiale estendendolo a tutti i fratelli Ortodossi e delle altre Confessioni, da questa Chiesa di Brindisi che per la sua vocazione ecumenica ci invita a pregare e impegnarci per la piena unità di tutti i cristiani. Saluto con riconoscenza le Autorità civili e militari che partecipano a questa liturgia, augurando ogni bene per il loro servizio. Il mio pensiero affettuoso va quindi ai presbiteri e ai diaconi, alle religiose e ai religiosi e a tutti i fedeli. Un saluto speciale indirizzo ai malati dell’Ospedale e ai detenuti del Carcere, ai quali assicuro il ricordo nella preghiera. Grazia e pace da parte del Signore ad ognuno e a tutta la città di Brindisi!
I testi biblici, che abbiamo ascoltato in questa undicesima Domenica del tempo ordinario, ci aiutano a comprendere la realtà della Chiesa: la prima Lettura (cfr Es 19,2-6a) rievoca l’alleanza stretta presso il monte Sinai, durante l’esodo dall’Egitto; il Vangelo (cfr Mt 9,36–10,8) è costituito dal racconto della chiamata e della missione dei dodici Apostoli. Troviamo qui presentata la “costituzione” della Chiesa: come non avvertire l’implicito invito rivolto ad ogni Comunità a rinnovarsi nella propria vocazione e nel proprio slancio missionario? Nella prima Lettura, l’autore sacro narra il patto di Dio con Mosè e con Israele al Sinai. È una delle grandi tappe della storia della salvezza, uno di quei momenti che trascendono la storia stessa, nei quali il confine tra Antico e Nuovo Testamento scompare e si manifesta il perenne disegno del Dio dell’Alleanza: il disegno di salvare tutti gli uomini mediante la santificazione di un popolo, a cui Dio propone di diventare “la sua proprietà tra tutti i popoli” (Es 19,5). In questa prospettiva il popolo è chiamato a diventare una “nazione santa”, non solo in senso morale, ma prima ancora e soprattutto nella sua stessa realtà ontologica, nel suo essere di popolo. In che modo si debba intendere l’identità di questo popolo si è manifestato via via nel corso degli eventi salvifici già nell’Antico Testamento; si è pienamente rivelato poi con la venuta di Gesù Cristo. Il Vangelo odierno ci presenta un momento decisivo per questa rivelazione. Quando infatti Gesù chiamò i Dodici voleva riferirsi simbolicamente alle tribù d’Israele, risalenti ai dodici figli di Giacobbe. Perciò, ponendo al centro della sua nuova comunità i Dodici, Egli fa capire di essere venuto a portare a compimento il disegno del Padre celeste, anche se solo a Pentecoste apparirà il volto nuovo della Chiesa: quando i Dodici, “pieni di Spirito Santo”, proclameranno il Vangelo parlando tutte le lingue (At 2,3-4). Si manifesterà allora la Chiesa universale, raccolta in un unico Corpo di cui Cristo risorto è il Capo e, al tempo stesso, inviata da Lui a tutte le nazioni, fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,20).
Lo stile di Gesù è inconfondibile: è lo stile caratteristico di Dio, che ama compiere le cose più grandi in modo povero e umile. La solennità dei racconti di alleanza del Libro dell’Esodo lascia nei Vangeli il posto a gesti umili e discreti, che però contengono un’enorme potenzialità di rinnovamento. E’ la logica del Regno di Dio, non a caso rappresentata dal piccolo seme che diventa un grande albero (cfr Mt 13,31-32). Il patto del Sinai è accompagnato da segni cosmici che atterriscono gli Israeliti; gli inizi della Chiesa in Galilea sono invece privi di queste manifestazioni, riflettono la mitezza e la compassione del cuore di Cristo, ma preannunciano un’altra lotta, un altro sconvolgimento che è quello suscitato dalle potenze del male. Ai Dodici – l’abbiamo sentito – Egli “diede il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1). I Dodici dovranno cooperare con Gesù nell’instaurare il Regno di Dio, cioè la sua signoria benefica, portatrice di vita, e di vita in abbondanza per l’intera umanità. In sostanza, la Chiesa, come Cristo e insieme con Lui, è chiamata e inviata a instaurare il Regno della vita e a scacciare il dominio della morte, perché trionfi nel mondo la vita di Dio. Trionfi Dio che è Amore. Quest’opera di Cristo è sempre silenziosa, non è spettacolare; proprio nell’umiltà dell’essere Chiesa, del vivere ogni giorno il Vangelo, cresce il grande albero della vera vita. Proprio con questi inizi umili il Signore ci incoraggia perché, anche nell’umiltà della Chiesa di oggi, nella povertà della nostra vita cristiana, possiamo vedere la sua presenza e avere così il coraggio di andare incontro a Lui e di rendere presente su questa terra il suo amore, questa forza di pace e di vita vera.
Questo è, quindi, il disegno di Dio: diffondere sull’umanità e sul cosmo intero il suo amore generatore di vita. Non è un processo spettacolare; è un processo umile, che tuttavia porta con sé la vera forza del futuro e della storia. Un progetto, quindi, che il Signore vuole attuare nel rispetto della nostra libertà, perché l’amore di sua natura non si può imporre. La Chiesa è allora, in Cristo, lo spazio di accoglienza e di mediazione dell’amore di Dio. In questa prospettiva appare chiaramente come la santità e la missionarietà della Chiesa costituiscano due facce della stessa medaglia: solo in quanto santa, cioè colma dell’amore divino, la Chiesa può adempiere la sua missione, ed è proprio in funzione di tale compito che Dio l’ha scelta e santificata quale sua proprietà. Quindi il nostro primo dovere, proprio per sanare questo mondo, è quello di essere santi, conformi a Dio; in questo modo viene da noi una forza santificante e trasformante che agisce anche sugli altri, sulla storia. Sul binomio “santità-missione” - la santità è sempre forza che trasforma gli altri - la vostra Comunità ecclesiale, cari fratelli e sorelle, si sta misurando in questo momento, impegnata com’è nel Sinodo diocesano. Al riguardo, è utile riflettere che i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi. Come per tutti i cristiani. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato la sintesi dell’apostolo Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). La Chiesa è la comunità dei peccatori che credono all’amore di Dio e si lasciano trasformare da Lui, e così diventano santi, santificano il mondo.
Nella luce di questa provvidenziale Parola di Dio, ho la gioia quest’oggi di confermare il cammino della vostra Chiesa. E’ un cammino di santità e di missione, sul quale il vostro Arcivescovo vi ha invitato a riflettere nella sua recente Lettera pastorale; è un cammino che egli ha ampiamente verificato nel corso della visita pastorale e che ora intende promuovere mediante il Sinodo diocesano. Il Vangelo di oggi ci suggerisce lo stile della missione, cioè l’atteggiamento interiore che si traduce in vita vissuta. Non può che essere quello di Gesù: lo stile della “compassione”. L’evangelista lo evidenzia attirando l’attenzione sullo sguardo di Cristo verso le folle: “Vedendole – egli scrive – ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). E, dopo la chiamata dei Dodici, ritorna questo atteggiamento nel comando che Egli dà loro di rivolgersi “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,6). In queste espressioni si sente l’amore di Cristo per la sua gente, specialmente per i piccoli e i poveri. La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo, con l’assistenzialismo. Piuttosto, è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza. Non nasce forse dalla speranza la parola che Gesù dice agli apostoli: “Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7)? E’ speranza, questa, che si fonda sulla venuta di Cristo, e che in ultima analisi coincide con la sua Persona e col suo mistero di salvezza – dov’è Lui è il Regno di Dio, è la novità del mondo -, come bene ricordava nel titolo il quarto Convegno ecclesiale italiano, celebrato a Verona: Cristo risorto è la “speranza del mondo”.
Animati dalla speranza nella quale siete stati salvati, anche voi, fratelli e sorelle di questa antica Chiesa di Brindisi, siate segni e strumenti della compassione, della misericordia di Cristo. Al Vescovo e ai presbiteri ripeto con fervore le parole del Maestro divino: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Questo mandato è rivolto ancora oggi in primo luogo a voi. Lo Spirito che agiva in Cristo e nei Dodici, è lo stesso che opera in voi e che vi permette di compiere tra la vostra gente, in questo territorio, i segni del Regno di amore, di giustizia e di pace che viene, anzi, che è già nel mondo. Ma la missione di Gesù si partecipa in diversi modi a tutti i membri del Popolo di Dio, per la grazia del Battesimo e della Confermazione. Penso alle persone consacrate che professano i voti di povertà, verginità e obbedienza; penso ai coniugi cristiani e a voi, fedeli laici, impegnati nella comunità ecclesiale e nella società sia personalmente che in forma associata. Cari fratelli e sorelle, tutti siete destinatari del desiderio di Gesù di moltiplicare gli operai nella messe del Signore (cfr Mt 9,38). Questo desiderio, che chiede di farsi preghiera, ci fa pensare in primo luogo ai seminaristi e al nuovo Seminario di questa Arcidiocesi; ci fa considerare che la Chiesa è, in senso lato, un grande “seminario”, incominciando dalla famiglia, fino alle comunità parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti di impegno apostolico. Tutti, nella varietà dei carismi e dei ministeri, siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore.
Cari fratelli e sorelle di Brindisi, proseguite il cammino intrapreso con questo spirito. Veglino su di voi i vostri Patroni, san Leucio e sant’Oronzo, giunti entrambi nel secondo secolo dall’Oriente per irrigare questa terra con l’acqua viva della Parola di Dio. Le reliquie di san Teodoro d’Amasea, venerate nella Cattedrale di Brindisi, vi ricordino che dare la vita per Cristo è la predica più efficace. San Lorenzo, figlio di questa Città, divenuto, sulle orme di san Francesco d’Assisi, apostolo di pace in un’Europa lacerata da guerre e discordie, vi ottenga il dono di un’autentica fraternità. Tutti vi affido alla protezione della Beata Vergine Maria, Madre della speranza e Stella dell’evangelizzazione. Vi aiuti la Vergine Santa a rimanere nell’amore di Cristo, perché possiate portare frutti abbondanti a gloria di Dio Padre e per la salvezza del mondo. Amen.
[Papa Benedetto, omelia porto di Brindisi 15 giugno 2008]
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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