Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Terza Domenica di Pasqua (anno A) [19 aprile 2026]
*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)
Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato. Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia? La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione. Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo
*Salmo Responsoriale (15/16)
Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce così anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto. L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.
*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)
Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato; ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e di conseguenza conoscevano bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico. Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù. Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà, una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora, annota Pietro, la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.
*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)
Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.
+Giovanni D’Ercole
Considerazioni sul cibo
Diversi spunti mi hanno suggerito questa riflessione.
Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”
E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.
Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.
Infine circa un mese fa una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.
E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.
Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.
Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.
Il concetto ideale consiste nel nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.
A volte capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo. Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro.
Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è intorno al 1600 circa che inizia ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.
Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.
La storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.
Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.
Le “mistiche” attuavano digiuni per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.
Nel tempo attuale i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.
Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti. Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.
La bulimia consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.
Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.
Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.
Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo. E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva.
Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.
Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani.
Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.
In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.
Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.
Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso.
Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità.
Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.
Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .
Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.
Queste persone sono accumunate in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.
Ma è una questione di “quanto è forte questo sentire” perché ogni persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.
Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.
Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.
Dr. Francesco Giovannozzi Psicologo – Psicoterapeuta
Concordismi e compromessi, o caos e diversa stabilità
(Gv 6,16-21)
Gv narra l’episodio in modo diverso dai Sinottici: non tanto come esito della comunione dei pani, quanto Manifestazione del Cristo.
Il baricentro del racconto è la presentazione che Gesù fa della sua Persona: «Io Sono» (v.20), autorivelazione del Dio dell’Esodo [3,14: «Io Sono colui che sarò» - ossia: «capirete chi sono da ciò che farò»].
Questo per chiudere le tergiversazioni nell’interpretazione della sua figura:
Il Figlio di Dio non è un guaritore né un facitore di miracoli, bensì il Liberatore dal quale il popolo si attende la Manna che rincuora, la ‘terra’ che gli è promessa, la salvezza dalla morte.
Il brano è parabola della chiesa in preda alle acque agitate degli abissi, dominata dal dubbio, dall’incertezza, da una fede esitante, ancora priva di un sigillo beato e perenne.
Nell’andare duro e senza appoggi - tra polemiche anche interne - d’un tratto cogliamo il Signore che sopraggiunge.
Egli si fa vicino d’improvviso, prende il nostro passo e quello stesso degli accadimenti - per accompagnare la vertigine e la tormenta.
La nostra vita procede verso la sponda opposta, dov’è già il Maestro.
Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la barca.
Solo il Signore “cammina sul mare”, ossia avanza e vince la morte.
Se lo ospitiamo, ci rendiamo conto che ogni elemento è in suo potere: e in Lui tutto serve per riattivarci, anche il vento contrario.
L’Amico invisibile guida, realizza infallibilmente, fa giungere a «riva». Condizione definitiva che la forza delle onde non può intaccare, perfino quando abbiamo la sensazione di essere trascinati altrove dai flutti.
Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Gv cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù.
E immersi nella sua vicenda, anche noi cogliamo la realtà vocazionale che può avvolgerci e caratterizzare, quando non ne respingiamo l’Appello.
Chiamata che ci lancia in un diverso stile di vita, a partire da risorse inaspettate - cui si può accedere quando si smette di fissare l’attenzione solo su ciò che spaventa e sembra negativo.
Anche il dibattito delle assemblee sul Messia, nonché i rapporti delle chiese col mondo, accentuavano dissapori e incertezza.
Alcuni giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.
Viceversa, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana. Una sorta di accordo fra Gesù e Impero, che l’evangelista considera contaminazione idolatrica [la tentazione della folla di sponda pagana di farlo Re precede immediatamente il passo: vv.14-15].
La situazione delle minuscole famiglie credenti nell’impero era buia, dubbiosa, conflittuale dentro e fuori.
Gesù pareva assente e il mare agitato, il vento contrario, minaccioso, sconosciuto.
Eppure, proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nella Fede essenziale si faceva esperienza di una strana e ‘diversa stabilità dentro’: il permanere controcorrente.
Quindi risveglio, proliferazione, crescita.
L’emarginazione culturale, le incognite, i confronti, le prove, non inghiottivano i credenti, anzi li rendevano più decisi e spediti (v.21) - secondo la Voce del Risorto, presente nell’anima di ciascuno.
In tal guisa, ecco proporsi ai discepoli una traversata verso la Libertà, che proveniva da quell’intima percezione, solo accogliente.
In grado di nutrire lo spirito di ciascuno e strapparlo dalle fobie - nel caos delle sicurezze esterne. Con cui i «figli» riuscivano a fare pace.
[Sabato 2.a sett. di Pasqua, 18 aprile 2026]
Concordismi e compromessi, o caos e diversa stabilità
(Gv 6,16-21)
Gv narra l’episodio in modo diverso dai Sinottici: non tanto come esito della comunione dei pani, quanto Manifestazione del Cristo.
Il baricentro del racconto è la presentazione che Gesù fa della sua Persona: «Io Sono» (v.20), autorivelazione del Dio dell’Esodo [3,14: «Io Sono colui che sarò» - ossia: «capirete chi sono da ciò che farò»].
Questo per chiudere le tergiversazioni nell’interpretazione della sua figura: il Figlio di Dio non è un guaritore né un facitore di miracoli, bensì il Liberatore dal quale il popolo si attende la Manna che rincuora, la ‘terra’ che gli è promessa, la salvezza dalla morte.
Il brano è parabola della chiesa in preda alle acque agitate degli abissi, dominata dal dubbio, dall’incertezza, da una fede esitante, ancora priva di un sigillo beato e perenne.
Nell’andare duro e senza appoggi, d’un tratto cogliamo il Signore che sopraggiunge. Egli si fa vicino d’improvviso, prende il nostro passo e quello stesso degli accadimenti - per accompagnare la vertigine e la tormenta.
[È come la Parola stessa di Dio attesa nella Liturgia: essa immediatamente ci fa toccare riva... grazie all’inserimento gratuito nel Mistero del pensiero e della condizione divina].
La nostra vita procede verso la sponda opposta, dov’è già il Maestro. Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la barca.
Solo il Signore ‘cammina sul mare’, ossia avanza e vince la morte. Se lo ospitiamo, ci rendiamo conto che ogni elemento è in suo potere: e in Lui tutto serve per riattivarci, persino il vento contrario.
L’Amico invisibile guida, realizza infallibilmente, fa giungere a «riva» - condizione definitiva che la forza delle onde non può intaccare, anche quando abbiamo la sensazione di essere trascinati altrove dai flutti.
Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Gv cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù, e la realtà vocazionale che può avvolgerci e caratterizzare quando non ne respingiamo l’Appello.
Chiamata che ci lancia in un diverso stile di vita, a partire da risorse inaspettate - cui si può accedere quando si smette di fissare l’attenzione solo su ciò che spaventa e sembra negativo.
Anche il dibattito interno sul Messia, e i rapporti delle chiese col mondo - accentuavano dissapori e incertezza.
Alcuni giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.
Viceversa, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana. Una sorta di accordo fra Gesù e Impero, che l’evangelista considera contaminazione idolatrica [la tentazione della folla di sponda pagana di farlo Re precede immediatamente il passo: vv.14-15].
La situazione delle minuscole famiglie credenti nell’impero era buia, dubbiosa, o conflittuale dentro e fuori. Gesù pareva assente e il mare agitato, il vento contrario, minaccioso, sconosciuto.
Eppure, proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nella Fede essenziale si faceva esperienza di una strana e diversa stabilità dentro: il permanere controcorrente. Quindi risveglio, proliferazione, crescita.
L’emarginazione culturale, le incognite, i confronti e le prove non inghiottivano i credenti, anzi li rendevano più decisi e spediti (v.21) - secondo la Voce del Risorto, presente nell’anima di ciascuno.
In tal guisa, ecco proporsi una traversata verso la Libertà, che proveniva da quell’intima percezione, solo accogliente.
In grado di nutrire lo spirito di ciascuno e strapparlo dalle fobie - nel caos delle sicurezze esterne. Con cui si riusciva a fare pace.
Dunque la nostra vicenda resta in bilico: avanziamo vacillando - come su una barchetta sballottata da sismi, ecclesiali e non, locali e globali, che pare vogliano trascinare giù tutta la vita.
Episodi che fanno capire quanto vale l’amicizia di Cristo per noi e cosa ci trasmette.
Solo il Signore vince lo spavento degli sconvolgimenti, ma lo fa senza precipitarsi, e privo di schemi assodati che l’inquadrino per sempre. Sarebbe come farlo perire.
Quando ospitiamo la sua Persona in modo semplice e schietto ci rendiamo conto che esiste un altro regno, non allineato.
Allora tutto potremo cogliere per rigenerarci, anche i pencolamenti, i bivi, le stesse insidie del male in apparenza dirompente.
Chi dunque può placare le tempeste... nel modo della crescita nella coesistenza, e (insieme) caratteriale?
Insomma: si può ricreare l’Esodo?
Sin dai primi tempi, la Fede nella Persona del Cristo Messia era già scossa, vacillante; non distesa.
I discepoli non possedevano la medesima fiducia tranquilla del Maestro nei confronti del Padre.
Eppure, proprio nella situazione di viandanti precari, sempre fuori da binari conformi - nel reinterpretare la “follia” del Figlio, contattavano le medesime emozioni profonde che erano state sue.
E in Lui si rinasceva sempre rinnovati, originali, più profondi.
Andando oltre ogni situazione rassicurante ma blanda - che non diceva più nulla. E facendolo a partire da nuclei di esperienza viscerali.
Una traversata verso un respiro che proveniva dall’aggrapparsi al solo Gesù, nel caos delle sicurezze.
Per una discorde permanenza. Dove si affacciava l’inconsueto che ripulisce dai modi o dal “vecchio” assuefatto e stagnante.
Sconvolgimenti per disuguali attivazioni dell’essere donna e uomo del proprio tempo, per non svicolare dal dialogo, dal dibattito, dalle emergenze impellenti.
Condizioni che vogliono portarci altrove.
Ancora oggi, è il cammino di crescita non abitudinario e critico che svela il Signore in grado di manifestare la sua forza quieta.
Così restituendo gli elementi sconvolti alla calma energica e preparatoria; vivace in sé di nuovi desideri, i quali spingono a non chiudere lo sguardo.
Il senso di marcia imposto da Gesù ai suoi sembra contromano, e infrange sfacciatamente le regole accettate da tutti.
Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia atteso, restauratore del defunto impero di Davide o dei Cesari.
Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento.
Non di rado, nelle prime assemblee ciascuno poteva trovare casa e riparo (Mt 13,32c; Mc 4,32b).
Ma gli apostoli e i veterani di chiesa sembravano avversi alle proposte di apertura, ospitalità, e rischio. Rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di fraternità - che li spiazzava.
È ancora un problema vivo e gravissimo.
L’insegnamento e richiamo imposto ai discepoli è sempre quello di passare all’altra riva (Mc 4,35; Lc 8,22; Gv 6,17) ossia di non trattenere per sé, ma di comunicare le ricchezze del Padre ai “pagani”, sebbene considerati infetti e malfamati.
Eppure già i suoi non ne volevano sapere di sproporzioni avventate, le quali facessero effettivamente risaltare l’azione del Figlio di Dio.
Erano tarati su consuetudini di religiosità purista comune, e un’ideologia di potere circoscritta.
La resistenza all’incarico divino, nonché le dispute interne laceranti che ne erano derivate, sembrava scatenassero una grande pericolosa tempesta nelle assemblee dei credenti (Mt 8,24; Mc 4,37; Lc 8,23; Gv 6,18).
La bufera riguardava però i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù «che camminava sul mare e veniva vicino alla barca» [Gv 6,19: si tratta del Risorto, nella condizione definitiva, divina].
Quel che accade “dentro” non è il semplice riflesso di ciò che capita “fuori”. Questo l’errore da correggere.
Tale identificazione blocca e rende cronica la vita, a partire dalla gestione delle situazioni emotivamente rilevanti - che hanno il loro senso.
Esse recano un appello significativo e fondamentale, introducono un diverso occhio, scavo e dialogo.
Insomma, anche oggi siamo confusi, nell’imbarazzo, e infuria il caos? Andiamo paradossalmente sulla strada giusta, quella essenziale; ma non bisogna farsi prendere dal timore.
In Lui, eccoci intrisi d’una diversa visione del pericolo.
Dice il Tao Tê Ching (xxii): «Il santo non da sé vede, perciò è illuminato». Anche nelle strettoie.
Sembra infatti che Gesù voglia espressamente per gli apostoli stessi, momenti scuri di confronto e dubbio.
Anche per noi, persino se fossimo responsabili di chiesa... perché altrimenti non si farà pulizia da convinzioni ripetitive.
Le attese da manuale, l’abitudine ad allestire armonie conformiste, i manierismi, bloccano la fioritura di ciò che siamo e speriamo.
Soprattutto: quel che è seccante o addirittura “contro”, ha qualcosa di decisivo da dirci.
Anche nella barchetta delle chiese (Mc 4,36) il disagio deve esprimersi: «Ed ebbero paura» (Gv 6,19c).
Tutto ciò è per far rinascere l’essenza di ciascuno, il senso della stessa comunità.
Per introdurre il cambiamento nascosto o represso, e innescarlo nel modo più efficace - dal contatto con le virtù sottaciute, primordiali.
Più degli opposti attriti e degli eventi esterni in conflitto, l’ansia, l’impressione di crollo, l’angoscia, vengono infatti dal timore stesso di affrontare le normali o decisive questioni dell’esistenza.
Forse per sfiducia: sentendosi in pericolo solo perché ci cogliamo intimamente poco cresciuti, incapaci di Altro intimo colloquio. E di scoprire, rielaborare, convertirci, o rimodulare.
La fatica di mettersi in discussione e la sofferenza che l’avventura della Fede riservano, sfumeranno anche tra i fastidi del mare mosso - il quale appunto non vuole farci tornare “quelli di prima”.
Basta sganciarsi dall’idea di stabilità, anche religiosa, e ascoltare la vita così com’è, abbracciandola.
Perfino nella sua folla di urti, amarezze, speranze d’armonia infrante, dispiaceri - intrattenendosi con questa fiumana di nuovi picchi, e incontrando la propria natura profonda.
Il miglior vaccino contro gli affanni dell’avventura insieme al Risorto sulle onde mutevoli dell’inatteso sarà proprio: non evitare a monte le preoccupazioni - anzi, andare loro incontro e accoglierle; riconoscersi, lasciarle fare.
Anche nel tempo dell’emergenza, le apprensioni che sembrano voler devastare, vengono a noi come forze preparatorie di altre gioie che desiderano irrompere.
Nuove sintonie cosmiche, ci cercano; per lo stupore a partire da noi stessi.
E guida dell’aldilà: «e subito la barca venne alla terra dove erano diretti» (Gv 6,21).
La nostra barchetta è in una stabilità invertita, capovolta, non pareggiabile; incerta, sconveniente - eppure gagliarda, pungente, capace di reinventarsi.
E sarà perfino eccessiva, ma dai dissesti.
Per una proposta di Tenerezza - non corrispondente.
Non è zona di affettuosità relax, perché fa rima con l’ansia terribile delle esplorazioni, e Periferie!
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In quali occasioni hai trovato facile ciò che prima sembrava impossibile?
Quale effetto esistenziale, di fede, amicale e missionario ha avuto su di te il contatto con le emozioni profonde degli attriti, e del pericolo?
Qualche altra provvidenza, che tu ignori
«È bene non cadere, oppure cadere e risollevarsi. E se accade di cadere, è bene non disperare e non rendersi estranei all’amore che il Sovrano ha per l’uomo. Se lo vuole può infatti fare misericordia alla nostra debolezza. Soltanto non allontaniamoci da lui, non sentiamoci angustiati se siamo forzati dai comandamenti e non avviliamoci se non arriviamo a niente […].
Non dobbiamo né aver fretta né ripiegarci, ma sempre ricominciare di nuovo […].
Aspettalo, ed egli ti farà misericordia, sia con la conversione sia con delle prove, sia con qualche altra provvidenza che tu ignori».
[Pietro Damasceno, libro secondo, ottavo discorso, in La Filocalia, Torino 1982, I,94]
Pane e prodigi del Cristo-fantasma. E noi, frangia del suo mantello
(Mc 6,53-56 // Mt 14,34-36)
Può portare il mantello del Maestro colui che è votato alla causa della non-violenza e del non-possesso, che è sospinto dalla ricerca della verità e della retta visione, che è capace di risolvere i propri problemi emotivi e intellettuali e può mostrare agli altri la via per superare i loro problemi emotivi e intellettuali [Acharya Mahaprajna].
Mentre qualcuno fa ressa continua intorno a Gesù e impedisce ad altri di avere un rapporto personale con Lui, ecco che bisogna inventarsi qualcosa; almeno prenderlo di struscio (v.56).
«E dovunque entrava in villaggi o in città o in borgate ponevano gli infermi nelle piazze e lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello. E quanti lo toccarono erano salvati».
In effetti la frangia del mantello è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando per Dono siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.
Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.
Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.
Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.
Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.
Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.
I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.
Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.
Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.
Altrimenti non si riuscirà a crescere verso il destino che caratterizza una Chiamata e ogni disagio.
Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.
La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.
Energie dello squilibrio, che però vogliono essere tramutate in capacità di gettare zavorre; nonché ospitare meglio e integrare la vocazione nella propria storia, onde costruire ancora vita.
Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.
Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile o persino in sembiante etico.
Un Signore fenomenale, ma semplicistico.
Un’Apparenza che muore subito, poi si ricomincia daccapo - se Egli (in noi, nelle nostre svolte) non coinvolgesse le stesse incertezze che ci segnano.
E il lungo tempo dei processi, i quali via via prendono peso più intimo.
La redenzione totale e sacra - davvero messianica - è poco incline al clamore epidermico.
La guarigione non è scenografica. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.
Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.
Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, per cancellare la falsa immagine del Dio filosofico o forense, sempre esterno.
Sovrano o motore imperativo, lontano e assente - permaloso, predatorio - che ogni tanto si punta; non supera, e neppure riconferma. Mai che guardi il nostro presente.
Così la Chiesa rifiuta l’idea dell’Eterno che ratifica, ma pure quella del taumaturgo di massa, immediatamente risolutivo - tanto caro ai mercanti di miracolo.
Figura che facilmente s’impadronisce delle nostre fantasie.
Annunciamo con parole e gesti il suo Volto autentico, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura deplorevole e assurda.
Icona evanescente, solo apologetica, che purtroppo nella storia ha dato largo spazio ai soci in affari con l’Altissimo.
In tal guisa, essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.
Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.
Gesù percorre i nostri ambienti come un silenzioso viandante, e accetta anche una fede primitiva.
Ma seppure con potenza dimessa, l’impulso divino opera in ogni cercatore di senso e in ciascun bisognoso.
Vi si stabilisce personalmente, proprio a partire dai sogni interrotti.
Il Signore non può essere imprigionato e contenuto: si accosta, per avviare grandi pulizie, farci spostare lo sguardo, e rinnovare l’universo stantio.
Così trasforma l’anima nostra, nell’esperienza della sua comunione gratuita,
Convivenza che vuole prendere dimora in noi, per fondersi e dilatare la pulsione alla vita - forse acquattata nell’astensione. Affinché ciascuno stupisca di sé, delle passioni sconosciute, dei nuovi rapporti.
Credente e comunità manifestano in fogge empatiche la forza incisiva di guarigione della Fede nel Risorto, a partire dalla propria vicenda intima.
Lo sperimentiamo vivo nel giorno per giorno monotono, poco gratificante e precario - tuttavia capace di cambiare l’assetto dell’esistenza celata in contrade sommarie [v.56: «borgate»] e la sua destinazione inespressa.
Senza turbare con effetti speciali, unilaterali, o pressanti.
Scrive il Tao Tê Ching (xi): «Trenta razze si uniscono in un sol mozzo, e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro».
Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il miglioramento della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.
Non in un semplice rimetterci in piedi, indiscreto e passeggero.
Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come consideri Gesù? Facitore di miracoli o di recuperi?
Come ti comporti con coloro che vengono esclusi o sembrano senza pastore?
Excita, Domine, potentiam tuam, et veni
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente […]
Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce.
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni”. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera […] Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.
Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme. PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.
[Papa Benedetto, alla Curia romana 20 dicembre 2010]
E’ un episodio, del quale i Padri della Chiesa hanno colto una grande ricchezza di significato. Il mare simboleggia la vita presente, e l’instabilità del mondo visibile; la tempesta indica ogni sorta di tribolazione, di difficoltà, che opprime l’uomo. La barca, invece, rappresenta la Chiesa costruita da Cristo e guidata dagli Apostoli. Gesù vuole educare i discepoli a sopportare con coraggio le avversità della vita, confidando in Dio, in Colui che si è rivelato al profeta Elia sull’Oreb nel “sussurro di una brezza leggera” (1 Re 19,12) […]
Se guardiamo solo a noi stessi, diventiamo dipendenti dai venti e non possiamo più passare sulle tempeste, sulle acque della vita. Il grande pensatore Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Accettare se stessi, Brescia 1992, 71).
Cari amici, l’esperienza del profeta Elia, che udì il passaggio di Dio, e il travaglio di fede […] ci fanno comprendere che il Signore prima ancora che lo cerchiamo o lo invochiamo, è Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza; aspetta solo che ci fidiamo totalmente di Lui, che prendiamo realmente la sua mano. Invochiamo la Vergine Maria, modello di affidamento pieno a Dio, perché, in mezzo a tante preoccupazioni, problemi, difficoltà che agitano il mare della nostra vita, risuoni nel cuore la parola rassicurante di Gesù, che dice anche a noi: Coraggio, sono io, non abbiate paura!, e cresca la nostra fede in Lui.
[Papa Benedetto, Angelus 7 agosto 2011]
La tempesta sedata sul lago di Genesaret può essere riletta come “segno” di una costante presenza di Cristo nella “barca” della Chiesa, che molte volte nel corso della storia viene esposta alla furia dei venti nelle ore di tempesta. Gesù, svegliato dai discepoli, comanda ai venti e al mare e si fa una grande bonaccia. Poi dice loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 40). In questo, come in altri episodi, si vede la volontà di Gesù di inculcare negli apostoli e nei discepoli la fede nella sua presenza operatrice e protettrice anche nelle ore più tempestose della storia, nelle quali potrebbe infiltrarsi nello spirito il dubbio sulla sua divina assistenza. Di fatto nella omiletica e nella spiritualità cristiana il miracolo è stato spesso interpretato come “segno” della presenza di Gesù e garanzia della fiducia in lui da parte dei cristiani e della Chiesa.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]
«Venuta la sera» […] Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).
[Papa Francesco, momento straordinario di preghiera 27 marzo 2020]
Il semplice Mistero, Nuova Mistica. Vocazione da offrire al mondo
(Gv 6,1-15)
«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).
Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.
Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.
La sua ‘soluzione’ è diversissima da quella di tutte le guide spirituali, perché non ci sorvola con un paternalismo esterno, indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni.
Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola (v.9).
Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.
Così rispondiamo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio.
E condividendo i beni; non, lasciando che ciascuno si arrangi.
La nostra cruda nudità, le peripezie, e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].
Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica Pienezza di verità, umana, epocale (vv.12-13).
Insomma, in Cristo ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).
Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.
Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura, come dal di sopra o dal di fuori.
In tal guisa un altro mondo è possibile, però attraverso lo «spezzare» il proprio anche misero ‘pane e companatico’.
Soluzione autentica, se la si fa emergere «da dentro» e stando «in mezzo» - non davanti, non a capo, non ‘in alto’.
Il luogo della Rivelazione doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).
Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: ce le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.
S’immaginava che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.).
‘Età dell’oro’: tutto al vertice, nessun abisso.
In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta, apparentemente nebulosa e fragile (v.9) tuttavia reale e in grado di riavviare persone e relazioni.
L’Incarnazione ci ritesse il cuore in dignità e promozione.
Si dispiega realmente, perché non trascina via le povertà e gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.
Così li surclassa, ma trasmutandoli; su quei semi, creando nuova vita.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’Esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia ‘inferiore’.
Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: nella coesistenza e condivisione.
Signore-in-noi, risolve i problemi del mondo - senza fulmini immediati, né scorciatoie.
Iniziativa-Risposta del Padre, «sostegno nel Viaggio» alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi, indigenti in attesa.
[Venerdì 2.a sett. di Pasqua, 17 aprile 2026]
La soluzione diversissima. Moltiplicazione per Divisione, nell’itineranza
(Gv 6,1-15)
«Ora, lo seguiva molta folla, poiché vedevano i segni che faceva sugli infermi» (v.2).
«C’è un un ragazzetto che ha cinque pani di orzo e due pesci, ma che è questo per tanti?» (V.5).
«Gesù dunque sapendo che stavano per venire e rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo su il monte da solo» (v.15).
«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).
Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.
Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.
La sua soluzione è diversissima da quella di tutte le guide “spirituali”, perché non ci sorvola con un paternalismo indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni, dall’esterno.
Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola. Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.
Così rispondiamo in Cristo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio, sua impronta essenziale - e condividendo i beni; non lasciando che ciascuno si arrangi.
La nostra cruda nudità, le peripezie e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza, «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].
Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica pienezza di verità, umana, epocale [vv.12-13: il passo particolare insiste sulla simbologia semitica del numero “dodici”; in Mc 8,8 e Mt 15,34-37 subentra quella del numero “sette”].
In Cristo, ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).
Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.
Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura (cf. Mt 14,16; Mc 6,37; Lc 9,13), come dal di sopra o dal di fuori.
Insomma: un altro mondo è possibile, però attraverso lo spezzare il proprio anche misero pane e companatico.
Soluzione autentica, se la si fa emergere da dentro, e stando in mezzo - non davanti, non a capo, non in alto.
La nota simbologia dei «cinque pani» e «due pesci» (v.9) - in prospettiva cristologica, significa:
Assumere la propria tradizione anche legalista che ha fatto da saggio nutrimento base (5 libri della Torah), quindi la propria storia e afflato sapienziale (Scritti: Kethubhiim) nonché profetico (Nevi’im: Profeti).
[Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395). Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in codice e in atto].
Il luogo della Rivelazione di Dio doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).
Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.
S’immaginava infatti che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.). Età dell’oro: tutto al vertice, nessun abisso.
In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta; apparentemente nebulosa e fragile (v.9) ma reale e in grado di riavviare tutti, e le relazioni.
Lo Spirito di Dio agisce non calandosi come un fulmine dall’alto, bensì attivando in noi capacità che appaiono impalpabili, eppure in grado di raggranellare il nostro essere disperso [classificato inconsistente - che coinvolge il sommario di tutti i giorni - e lo rivaluta].
L’Incarnazione ci ritessere il cuore, in dignità e promozione; si dispiega realmente, perché non solo trascina via gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.
Così li surclassa, ma trasmutando - ponendo nuova vita.
Linfa che trae succo e germoglia Fiori dall’unico terreno melmoso e fecondo, e li comunica.
Solidarietà cui sono invitati tutti, non solo quelli ritenuti in condizione di ‘perfezione’ e compattezza.
Le nostre carenze ci rendono attenti, e unici. Non vanno disprezzate, bensì assunte, poste nelle mani del Figlio e dinamizzate (vv.11-13).
Le stesse cadute possono essere un segnale prezioso; in Cristo, non sono più umiliazioni riduttive, bensì indicatori di percorso (v.2).
Forse non stiamo utilizzando e investendo al meglio le nostre risorse.
Così i crolli possono trasformarsi rapidamente in risalite - differenti, non confezionate. E ricerca di completamento totale nella Comunione.
In tal guisa, nell’ideale di realizzare la Vocazione, nonché intuire il tipo di contributo da porgere, nulla di meglio d’un ambiente vivo, che non tarpi le ali: fraternità vivace nello scambio delle qualità, e convivenza.
Non tanto per attutirci gli scossoni, ma perché siamo messi in grado di edificare magazzini sapienziali non tarati da nomenclature - cui tutti possono attingere, persino i diversi e lontani da noi.
Se poi anche qui verrà a trovarci una manchevolezza, sarà per insegnare a essere presenti al mondo secondo magari altre e ulteriori direzioni, o per far emergere la missione e una maturazione creativa - non per rimanere fissati su parzialità e minuzie.
Così, insieme, i “momenti no” divengono subito una molla per non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo molto altrove.
Ed i fallimenti che mettono in bilico servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.
Essi costringono a cercare suggerimenti, differenti orizzonti e relazioni, un completamento che non avevamo immaginato.
Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne, alla terra e alla nostra polvere: un Sovrannaturale che sta dentro e in basso, anche nell’anima dei crollati a terra; non dietro le nuvole.
È il contatto diretto con il nostro humus colmo di succhi regali che ci rigenera e addirittura crea: come donne e uomini nuovi, appena ri-partoriti nella condivisione.
L’immagine del Regno nella gracile Eucaristia non elimina il difetto e la morte.
Li assume e trasfigura in punti di forza; creando incontro, dialogo, predilezione per le realtà minime - e Nuova Alleanza, francamente propulsiva.
Purtroppo, il target esagerato dei films sul Gesù che “moltiplica” l’abbondanza... porta completamente fuori strada.
Genera i devoti dell’accrescimento, i quali disdegnano la divisione (triplicatori di denari, proprietà, titoli, traguardi, rapporti che contano, e così via).
Viceversa, in Cristo che distribuisce ogni cosa diventiamo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni [e Scritture viventi] sensibile.
Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua - a volte forse esteriormente velata, o melmosa e torbida. Infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, colma di compassione e benevola.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia inferiore, che risolve i problemi del mondo senza fulmini immediati, né scorciatoie.
Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo Viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.
L’allusione ai ‘cinque’ o ‘sette’ «pani» (moltiplicati perché divisi) conforta le citazioni relative al magma plasmabile delle icone bibliche.
In tal caso, quelle di Mosè ed Elia: figure dei cinque Libri del Pentateuco [i primi Alimenti], più le due sezioni di Profeti e Scritti.
Tutti insieme: Pienezza di cibo e saggezza per l’anima, chiamata a procedere oltre le siepi circonvicine, rompendo gli argini della mentalità asservita; ormai solo di contorno.
Nutrimento-base dello spirito umano-divino, cui si aggiunge un alimento che ci coinvolge.
[Come diceva appunto s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395)].
Alimento completo: cibo base e companatico - storico e ideale, in codice e in atto.
Diventiamo nel Cristo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni e Scritture sensibile; certo ridotto, non ancora affermato e privo di eroici fenomeni, ma accentuatamente sapienziale e pratico.
Annunciatori, condivisori senza clamorosi proclami di autosufficienza.
Mai rinchiusi entro steccati arcaici - sempre in fieri - perciò in grado di percepire binari sconosciuti.
E «spezzare il Pane»... ossia attivarsi, procedere oltre, dividere il poco - per alimentare, straripare - moltiplicando l’ascolto e l’azione di Dio; e far riconquistare stima anche ai disperati.
Siamo figli.
Come pochi e piccoli che non sguazzano in competizioni che rendono tossica la vita - anzi: chiamati in prima persona a scrivere una singolare, empatica e sacra, Parola-evento.
Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua.
A volte forse esteriormente velata o melmosa e torbida; infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, compassionevole e benevola.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Gesù Messia, Figlio di Dio, Salvatore - noto acrostico del termine greco «Ichtys» [pesce].
Egli è l’Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.
La Fede operante ha dunque per emblema l’Eucaristia, rivoluzione della sacralità. Sembra strano, per noi che ci abbiamo fatto il callo.
Infatti scopo dell’evangelizzazione è partecipare ed emancipare l’essere integrale da tutto ciò che lo minaccia, non solo nel limite estremo: anche nella sua azione di ogni giorno - fino a cercare la comunione dei beni.
In Mc 6 il prodigio è collocato dopo la tirata d’orecchi verso gli apostoli, chiamati «in disparte» per una verifica della loro predicazione incerta [Gesù annunciato come Messia glorioso].
In Mc 8 [similmente] dopo l’apertura dei “sensi” del [medesimo discepolo preso «in disparte»] sordo e balbuziente (Mc 7,31-37).
Gv 6 segue gli episodi del ritorno in Galilea, la guarigione del figlio del funzionario, la guarigione del paralitico alla piscina di Betzata, e l’Apologia dello stesso Gesù.
Insomma, il Segno Fonte e Culmine della comunità dei figli è un gesto creativo che impone uno spostamento di visione, un occhio assolutamente nuovo.
Di fronte all’indigenza di molti causata dall’avidità di pochi, l’atteggiamento della Chiesa autentica non si compiace di emblemi e fervorini, né di parziali chiamate a distinguersi nell’elemosina.
Lo spezzare del Pane subentra alla Manna calata dall’alto nel deserto (cf. Mc 8,4; Gv 6,2) e comporta la sua distribuzione - non solo in situazioni particolari.
Non c’è da accontentarsi, nel moltiplicare vita per tutti.
Questa l’attitudine del Corpo vivente del Cristo [taumaturgico, non il facitore di miracoli] che si sente chiamato ad attivarsi in ogni circostanza.
L’adesione grata deve condurci al dono e alla condivisione del «pane».
Se la partecipazione eucaristica non suscita solo elemosina puntuale, pietismo esterno e assistenzialismo di maniera, ecco il Risultato:
Donne e uomini mangeranno, rimarranno sazi, e avanzerà alimento per altri. Non tutti i convitati da Dio previsti sono ancora presenti.
Notiamo che ad alcuni discepoli non era neanche passato per la testa che la soluzione potesse venire dalla gente stessa (v.7) e dal loro spirito - non dal patentato dei capi o da qualche singolo benefattore.
Accordo inatteso: la questione dell’alimento si risolve non dall’alto, ma a partire dall’interno delle persone e grazie ai pochi pani portati con sé (v.9).
Non c’è risoluzione alcuna col verbo “moltiplicare” - ossia “incrementare” [relazioni che contano, accrescere proprietà, ammucchiare astuzie].
Unica terapia è la convivenza dello «spezzare», «dare», «porgere», «distribuire» (v.11 testo greco).
E tutti sono coinvolti, nessuno privilegiato.
A quel tempo la competitività e la mentalità di classe caratterizzava la società piramidale dell’impero - e iniziava a infiltrarsi già nella piccola comunità, appena agli inizi.
Come se il Signore e il Dio del tornaconto potessero convivere uno a fianco all’altro.
È la comunione dei bisognosi che viceversa sale in cattedra nella Chiesa non artefatta; capace di far convivere gli opposti.
La condivisione reale fa da professore degli onnipresenti veterani, smaliziati e pretenziosi, unici a doversi convertire.
Il germe della loro “durata” dovrebbe essere non la posizione in quota e il ruolo, bensì l’amore.
Tale l’unico senso dei gesti sacri, non altri progetti venati da prevaricazioni, o dall’apparire.
Gli “appartenenti” sbalordiscono.
Per il Signore i lontani, ancora in bilico nelle scelte, sono pienamente partecipi del banchetto messianico - senza preclusioni, né discipline dell’arcano con attese snervanti.
Viceversa, quella Mensa urge in favore di altri che devono essere chiamati. Per una sorta di ristabilimento dell’Unità originale.
Insomma, la Redenzione non appartiene alle élites preoccupate della stabilità del loro dominio - che sono addirittura i deboli a dover sostenere.
La vita da salvati viene a noi per Incorporazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai mai spezzato il tuo pane, trasmesso felicità e compiuto recuperi che rinnovano i rapporti, rimettendo in piedi le persone che neppure hanno stima di sé? O hai privilegiato disinteresse, catene, cordate, atteggiamenti di élite?
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
In recounting the "sign" of bread, the Evangelist emphasizes that Christ, before distributing the food, blessed it with a prayer of thanksgiving (cf. v. 11). The Greek term used is eucharistein and it refers directly to the Last Supper, though, in fact, John refers here not to the institution of the Eucharist but to the washing of the feet. The Eucharist is mentioned here in anticipation of the great symbol of the Bread of Life [Pope Benedict]
Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita [Papa Benedetto]
First, the world of the Bible presents us with a new image of God. In surrounding cultures, the image of God and of the gods ultimately remained unclear and contradictory (Deus Caritas est n.9)
Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria (Deus Caritas est n.9)
God loves the world and will love it to the end. The Heart of the Son of God pierced on the Cross and opened is a profound and definitive witness to God’s love. Saint Bonaventure writes: “It was a divine decree that permitted one of the soldiers to open his sacred wide with a lance… The blood and water which poured out at that moment was the price of our salvation” (John Paul II)
Il mondo è amato da Dio e sarà amato fino alla fine. Il Cuore del Figlio di Dio trafitto sulla croce e aperto, testimonia in modo profondo e definitivo l’amore di Dio. Scriverà San Bonaventura: “Per divina disposizione è stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato. Ne uscì sangue ed acqua, prezzo della nostra salvezza” (Giovanni Paolo II)
Thus, paradoxically, from a sign of condemnation, death and failure, the Cross becomes a sign of redemption, life and victory, through faith, the fruits of salvation can be gathered (Pope Benedict)
Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza (Papa Benedetto)
[Nicodemus] felt the fascination of this Rabbi, so different from the others, but could not manage to rid himself of the conditioning of his environment that was hostile to Jesus, and stood irresolute on the threshold of faith (Pope Benedict)
[Nicodemo] avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede (Papa Benedetto)
Those wounds that, in the beginning were an obstacle for Thomas’s faith, being a sign of Jesus’ apparent failure, those same wounds have become in his encounter with the Risen One, signs of a victorious love (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.