Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
23a Domenica T.O. (anno A) [6 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (33,7-9)
Il profeta Ezechiele, sacerdote di Gerusalemme nel VI secolo a.C., fu deportato a Babilonia nel 597 a.C. durante la prima deportazione voluta da Nabucodonosor. Visse presso il fiume Chebar, nel villaggio di Tel-Aviv, dove apprese la tragica notizia della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio nel 587 a.C. Nonostante queste catastrofi, Ezechiele non perse la speranza. Nei circa vent’anni del suo ministero durante l’esilio, dedicò la sua vita a sostenere il popolo e a mantenere viva la speranza del ritorno. Il nome della moderna città di Tel Aviv richiama proprio il villaggio in cui visse, come omaggio al profeta che contribuì alla sopravvivenza spirituale di Israele. La sua missione si sviluppò su due fronti: aiutare gli esiliati a stabilirsi e sopravvivere; mantenere viva la speranza del ritorno nella terra promessa. Dio gli affidò il compito di essere una sentinella (guardiano) per Israele (Ez 3,17). Come una sentinella che avverte la città del pericolo, Ezechiele doveva trasmettere gli avvertimenti di Dio e invitare il popolo alla conversione. Se avesse taciuto, sarebbe stato responsabile della loro rovina. Tuttavia il popolo spesso ascoltava senza mettere in pratica la Parola di Dio. Le persone apprezzavano la bellezza della sua predicazione, ma non cambiavano vita (Ez 33,31-32). Per questo il profeta sperimentò scoraggiamento, con l’impressione di “predicare nel deserto”. Nonostante ciò, rimase fedele alla sua missione. Ezechiele fu una sentinella in due sensi: attento alla Parola di Dio vigile nell’attendere l’alba della salvezza. Con immagini potenti e grande coraggio annunciò la speranza della rinascita, proclamando la promessa di Dio: Vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra d’Israele» (Ez 37,12). Anche quando sembrava che tutto fosse perduto, dopo la caduta di Gerusalemme, Ezechiele continuò ad annunciare che la restaurazione era possibile se il popolo fosse tornato a Dio. Dio infatti non desidera la morte del peccatore, ma la sua conversione: “Perché dovreste morire, casa d’Israele? Convertitevi e vivrete” (Ez 33,11). Il testo si collega all’odierna pagina del Vangelo, in cui Gesù affida ai discepoli una missione simile: vigilare gli uni sugli altri con amore fraterno, correggendo chi sbaglia perché, come insegna anche il Levitico (19,17-18), correggere con carità è autentico atto d’amore perché aiuta il fratello a evitare il male e a ritrovare la strada della vita. Come una sentinella veglia sulla città, così il profeta e ogni discepolo deve vegliare sul bene degli altri.
Salmo Responsoriale (94/95)
L’ultima strofa del Salmo 95/94 richiama l’episodio di Massa e Meriba (Es 17,1-7), quando il popolo d’Israele, nel deserto, rimase senz’acqua e dubitò di Dio. Dopo aver accusato Mosè pensando che Dio volesse lasciarli morire di sete, il Signore fece sgorgare abbondante acqua dalla roccia. Da allora Massa e Meriba sono il simbolo della mancanza di fiducia in Dio. Il Salmo invita: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il cuore”. Questa è la vita di fede e la vera domanda è: “Possiamo fidarci di Dio che è presente nella nostra vita?” La fede è fiducia e credere significa fidarsi. La parola ebraica per indicare la fede è appoggiarsi a Dio e dalla stessa radice deriva “Amen”, che significa “saldo”, “stabile”: è come dire: mi affido completamente a Dio. Per questo il profeta Isaia afferma: Se non crederete, non resterete saldi (Is 7,9). Ascoltare significa fidarsi. L’invito del Salmo: “Oggi ascolterete la sua Parola?”, non chiede solo di udire, ma di accogliere con fiducia. Chi si fida ascolta davvero. Per questo la preghiera dello Shema Israel (Dt 6,4) inizia con: “Ascolta, Israele” e amare Dio con tutto il cuore significa affidarsi totalmente a Lui. Anche il verbo obbedire deriva dall’idea di ascoltare: l’obbedienza biblica non è sottomissione cieca, ma ascolto fiducioso della Parola. La fiducia nasce dall’esperienza. Israele fonda la sua fede sull’esperienza concreta della liberazione dall’Egitto. Se Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, non può abbandonarlo nel deserto. Per questo il Salmo proclama: “Acclamiamo la Roccia della nostra salvezza.” La roccia non è immagine poetica: ricorda la roccia da cui Dio fece scaturire l’acqua a Massa e Meriba. Dio è roccia sicura su cui appoggiarsi ed è scelta da rinnovare ogni giorno La parola “Oggi” è fondamentale: ogni giorno è un nuovo inizio; ogni giorno possiamo tornare ad ascoltare Dio e fidarci di Lui. È lo stesso messaggio annunciato da Ezechiele agli esiliati scoraggiati: non perdere la speranza e confidare ancora nel Signore. La fede non è un fatto individuale, ma appartiene a un popolo che cammina insieme verso Dio e per questo il Salmo è sempre al plurale: “Noi siamo il popolo che Dio guida”.. Questa dimensione comunitaria è una caratteristica fondamentale della Bibbia e rappresenta anche una sfida per la Chiesa di oggi. Il testo conclude ricordando che la stessa questione della fiducia attraversa tutta la Bibbia: quando san Paolo invita a riconciliarsi con Dio, chiede di smettere di dubitare delle sue intenzioni; quando Gesù invita a convertirsi e a credere al Vangelo, chiede di credere alla Buona Notizia cioè che Dio ci ama e vuole il nostro bene. Anche il racconto di Adamo ed Eva può essere letto in questa prospettiva: la prova fondamentale non è l’obbedienza esteriore, ma la fiducia che Dio desideri sempre la nostra libertà, la nostra vita e la nostra felicità. La fede consiste nel credere che, anche nelle prove, nelle limitazioni e nelle sconfitte, Dio può far nascere una vita nuova, la libertà e la risurrezione.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 8-10)
Se vogliamo trovare un filo conduttore di questo testo è la “doppia fedeltà: buon cittadino e discepolo”. In altre parole, come vivere da cristiani in un mondo non cristiano. Per capire bisogna rimettere il testo nel suo contesto. Dal capitolo 12 della lettera ai Romani, Paolo dà consigli ai cristiani su come vivere da cristiani in un mondo che non è nostro. Vivere da cristiano è fare della vita un “sacrificio santo” (testo di Paolo di domenica scorsa dove aggiunge di non conformarsi alla mentalità mondana, ma trasformarsi rinnovando la mente per discernere qual è la volontà di Dio” (Rm 12,2). Oggi siamo al capitolo 13 e Paolo entra nel concreto della vita sociale, il rapporto con le autorità. Quando si legge tutto il capitolo, si constata con stupore le precisazioni che dà sugli obblighi dei cittadini: il rispetto dei tribunali, il pagamento dell’imposta e delle tasse, la sottomissione a tutte le autorità. In sintesi: un buon cristiano deve essere un buon cittadino “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite” (Rm 13,1). Siamo franchi, questa indicazione ha dovuto sorprenderne più di uno perché tra Ebrei e Romani c’erano due diverse concezioni del potere. Nel mondo ebraico dell’AT tali parole non avrebbero sorpreso nessuno, perché il potere politico era nelle mani delle autorità religiose; la legge civile non si distingueva dalla Legge di Dio. In quest’ottica Gesù aveva potuto dire alla folla e ai discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo” (Mt 23,1-2.) Ma non si poteva dire lo stesso del mondo romano; le autorità in questione erano gli imperatori romani e tutta la gerarchia dei loro governatori, magistrati e soldati, per i quali la volontà di Dio era ovviamente l’ultimo dei pensieri! E se Paolo scrive di con conformarsi a questo mondo, è perché l’ideale della società romana era spesso agli antipodi dell’ideale cristiano. Allora, obbedire a un’autorità immersa nel paganesimo è possibile? Questa domanda è all’origine del nostro testo. Paolo risponde in due punti:
Primo punto: non usare la fede per sfuggire alle responsabilità civili e ragiona così: “Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Rm 13,1) e qui Si risuona Gesù che dice a Pilato: “Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11). Altro argomento: siccome in tutti i Paesi la legge è di norma al servizio della giustizia e difesa dei deboli, Paolo dice: “L’autorità è al servizio di Dio per il tuo bene... è infatti vendicatrice e ministra di Dio per punire chi fa il male” (Rm 13,4). Gli ebrei come i primi cristiani - i Romani non facevano tra loro differenza - erano dispensati dalle leggi romane che urtavano la loro coscienza: per esempio bruciare incenso davanti alla statua dell’imperatore, o fare il servizio militare. Quindi, dice san Paolo di obbedite alle leggi romane poiché non si è esenti dalle leggi contrarie alla religione.
Secondo punto: essere in regola non basta, serve il “debito d’amore”. Non si è buon ebreo o buon cristiano se si è in regola con l’autorità civile perché qui non si arriva fino in fondo alla carità. Questo dice la prima frase della lettura di oggi: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Rm 13,8). “Non abbiate alcun debito con nessuno” cioè non basta essere in regola con tutti, ma occorre andare oltre. Il senso ultimo della Torah è amare i fratelli, cioè non basta non uccidere, rubare, commettere adulterio perché, osserva san Paolo, tutto questo si riassume in questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Rm 13,9) e questo vuol dire essere in regola con la Legge di Mosè. Paolo aggiunge che occorre una conversione profonda che Paolo indicandola con queste parole “Trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). La vera novità si scopre quando Cristo al giovane ricco, osservante della Torah, chiede di abbandonare tutto e seguirlo “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Scelta che può portare molto lontano!
Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
Gesù insegna che la correzione fraterna è salvare la persona, non condannarla. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda di non avere debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole essendo compimento perfetto della Legge l’amore (Rm 13,8.10). Tutto il capitolo 18 del Vangelo di Matteo tratta sotto diversi angoli il compimento di questo amore nelle relazioni all’interno della comunità cristiana. In particolare tocca due temi: la priorità data ai piccoli e ai deboli, e il perdono reciproco. Per introdurre queste raccomandazioni Gesù racconta la parabola della pecora perduta, un’immagine ben nota a chi lo ascoltava e paragona i capi della comunità a pastori delegati dal pastore supremo che è Dio e il Padre celeste non vuole che si perda nessuno di questi piccoli (Mt 18,14). Si tratta del dovere di vigilanza reciproca, secondo il modello che Ezechiele già indicava: “Guai ai pastori d’Israele... (Ez 34,2). Gesù affida ai discepoli vigilanza reciproca, di non lasciare smarrirsi i fratelli e questo dovere è prima di tutto dei responsabili della comunità, i pastori. Ma il dovere di vigilanza reciproca esiste anche all’interno del gregge; non solo i pastori hanno la responsabilità del buon andamento del gregge ma anche le pecore sono responsabili le une delle altre come scrive ancora Ezechiele: “Così parla il Signore Dio: io stesso giudicherò tra pecora grassa e pecora magra.. (Ez 34,20-22). Ezechiele annunciava allora che Dio stesso avrebbe ripreso in mano il suo gregge tramite il suo Messia: “Io susciterò per loro un pastore unico, che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le pascerà, egli sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Gesù è il buon pastore che conosce le sue pecore e da cui le pecore sono conosciute (cf Gv10) e dà indicazioni per la vita del gregge, in particolare riguardo al sostegno e all’aiuto fraterno perché nessuno “si perda”. Per riprendere chi si perde ci vuole un amore esigente perché se ami realmente qualcuno, sei disposto a tutto per soccorrerlo se è in pericolo. Dio è Amore e siamo chiamati a somigliargli, il che è terribilmente esigente. E se tra i cristiani qualcuno si smarrisce, Gesù indica la via da seguire: prima cercare personalmente il dialogo e fare tutto perché possa raggiungere il gregge e se non riesci alla fine consideralo come pagano e pubblicano, che non significa un’esclusione definitiva. Come allora interpretare la frase: Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano? Alla luce di tutto ciò che sappiamo su Gesù e sulla sua accoglienza continua ai pubblicani e ai peccatori, non può trattarsi di un rifiuto definitivo ma del rispetto della libertà di ciascuno... in attesa che Zaccheo o il pubblicano Matteo si converta. Ciò che emerge dalla progressione raccomandata da Cristo è la necessità assoluta del rispetto verso chiunque e in particolare verso chi si dice peccatore e tutti i passi per riannodare la comunione devono essere segnati da una delicata discrezione. Queste sono le regole base della vita nella Chiesa e rispettarle è seme di vita eterna: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18). Uno sguardo all’ultima frase: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Nelle massime dei Padri Ebrei (i Pirké Avot), leggiamo: “Quando due sono seduti insieme e si occupano delle parole della Torah, la Shekinah, cioè la presenza di Dio è in mezzo a loro” (Avot 3,2).
+Giovanni D’Ercole
Leggo sul giornale che dei pavoni che hanno invaso una cittadina.
La notizia è stata pubblicata tempo fa - solo che qualche giorno addietro il giornale riportava la notizia che un signore con l’auto ne ha travolto qualcuno.
E allora ecco lo spunto per una riflessione.
Il pavone è uno dei animali più affascinanti; da tempo rappresenta un simbolo di bellezza.
Raffigura generalmente l’autocompiacimento. E tutto si concentra sull’esteriorità.
La femmina del pavone è meno appariscente del maschio, è più piccola, e a differenza del maschio quando sfoggia la coda facendo la ruota non possiede le piume colorate.
È nota anche la favola di Esopo dove un corvo per apparire bello si adorna con le piume di un pavone.
Nella mitologia greca il pavone era il simbolo della dea Giunone: il piumaggio della coda deriverebbe dal gigante Argo Panoptes che aveva cento occhi.
Alla sua morte la dea pose i suoi occhi sulla coda del pavone.
Secondo tradizioni più antiche il pavone con gli occhi e gli splendidi colori della sua coda evoca il cielo stellato, e spesso veniva associato all’idea di immortalità.
Comportamenti da pavone esistono anche nella specie umana.
Anche gli uomini aprono la loro “coda”.
E anche qui tutto è una questione di quantità.
Un conto è mostrare la propria “coda” ogni tanto o se viene richiesta; un altro è vivere sempre con la coda aperta, e visibile perennemente.
Penso che sia anche stancante, prima per sé e poi anche per gli altri.
Come il pavone apre la sua coda per farsi notare e per attirare le pavone femmine, l’essere pavone ostenta tutte le sue “arti “ per attrarre su di se l’ammirazione, per procurarsi consenso del pubblico .
Anche qui preciso: il normale desiderio di mostrare il meglio di sé non coincide con l’aspetto psicopatologico contraddistinto da una assenza di empatia e da una grandezza demolitrice incessante.
Tali atteggiamenti non riguardano solo i singoli individui: spesso tali comportamenti riguardano anche gli individui quando diventano genitori.
Essi prima dei bisogni e le esigenze emotive del bambino mettono davanti a tutti la loro immagine, cercando l’ammirazione di figli, desiderando l’’approvazione delle persone circostanti.
Con simili genitori i bambini crescono male, devono cercare sempre l’affetto dell’adulto che invece dovrebbe essere donato gratuitamente.
Questi genitori vogliono apparire perfetti e pretendono che i figli li rispecchino: anche loro devono essere i migliori sugli altri, attraverso il successo scolastico, una forma fisica, un abbigliamento ricercato.
Ma questa facciata, questa bellissima “coda del pavone” nasconde delle criticità.
Simili genitori difficilmente si assumono la responsabilità dei propri comportamenti. Quando fanno qualcosa di inadeguato, quasi mai si scusano.
Si mostrano superiori per occultare le proprie debolezze.
A volte capita di avere comportamenti sbagliati coi nostri figli - ma non dobbiamo sempre far passare l’idea che abbiamo agito correttamente.
La reazione del figlio può essere giusta.
Se noi pretendiamo di avere sempre ragione rischiamo di creare confusione nei figli su come percepire fatti reali.
Il genitore pavone poi percepisce ogni richiesta di crescita e di autonomia del figlio come un’offesa.
E in età adulta, stabilire delle giuste distanze o distacchi diventa una lotta difficile.
Spesso questa tipologia di genitori pretende anche l’attenzione continua dei figli, e ogni relazione di essi diventa fonte di sospetto o di gelosia.
Questi genitori diventano manipolatori e spesso minano le basi dell’indipendenza e dell’autonomia.
Crescere con simili individui o genitori può far insorgere dei comportamenti insicuri, con probabilità’ di sviluppare atteggiamenti dubbiosi ansiogeni, poiché inconsapevolmente devono soddisfare le richieste altrui.
Ho toccato l’argomento genitori pavoni perché’ avendo lavorato nel settore dell’età evolutiva, sovente tali atteggiamenti li ho riscontrati maggiormente nelle figure genitoriali e solo di rimando nelle figure dei minori.
Vorrei dire o ricordare un concetto di Jung: l’inconscio del bambino deriva dall’inconscio genitoriale.
Ho anche notato che pavoneggiarsi era più frequente nelle figure genitoriali dei professionisti. Persone con un grado culturale elevato.
In questi casi, per questo loro modo di agire, risolvere la situazione diventava complicato.
Molte volte questi genitori decidevano loro quando terminare il trattamento psicoterapeutico, perché si stancavano di accompagnare il figlio alle sedute, o perché si sentivano chiamati in causa - e allora si allontanavano da esso.
Riguardando l’ultimo articoletto - titolato «l’istrione», mi viene in mente che fa rima con «pavone».
Come sempre queste riflessioni sono state ricavate dalla formazione specifica e dai riscontri vissuti nel lavoro professionale - principalmente nel campo dell’età evolutiva.
Dott. Francesco Giovannozzi - psicologo - psicoterapeuta
22a Domenica T.O. (anno A) [30 agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Geremia (20,7-9).
Il filo conduttore qui è il dibattito interiore di Geremia: il fuoco della Parola. La sua è un’esperienza di persecuzione e lacerazione interiore che ha vissuto tutta la vita. E non è il solo: molti altri profeti e, più tardi, Gesù stesso hanno affrontato situazioni simili. Geremia esercitò il ministero nei 40 anni che precedettero il disastro di Gerusalemme nel 587 a.C. e la deportazione a Babilonia. 40 anni di decadenza spirituale. Il suo compito era predire la catastrofe, non per fare l’uccello del malaugurio, ma al contrario nella speranza di ottenere in extremis la conversione del re e del popolo. Non trascura nulla per allertare i contemporanei, se è ancora tempo, ma loro non trascurano nulla per far tacere questo guastafeste. È in questo contesto polemico e angosciante che nascono le confidenze di cui abbiamo letto un brano: le sue “confessioni”. Purtroppo la parola “geremiadi”, che viene da lì, è diventata peggiorativa, ed è ingiusto: le confessioni di Geremia sono magnifiche, piene di dolore sì, ma ancora più piene di fede e passione per la causa del suo Dio. Nel testo di oggi ci consegna il dibattito interiore che si gioca nel profondo: lacerato tra la chiamata di Dio che lo spinge a parlare e la saggezza umana che lo spinge a tacere: «Dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Mollare significherebbe abbandonare i concittadini al loro triste destino e tradire la fiducia di Dio. Si capisce perché questo testo ci è proposto nella domenica in cui ascoltiamo il Vangelo che segue la confessione di Pietro a Cesarea. Quando Gesù chiese ai discepoli «Voi chi dite che io sia?», Pietro rispose che Gesù era il Messia atteso. Ma subito dopo Gesù svela ai discepoli la sorte che lo attende: Passione, croce, morte, risurrezione (Mt 16,21). Pietro si ribella: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai. Ma Gesù lo tratta da Satana e avverte i discepoli che non saranno stati trattati meglio del Maestro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me… (Mt 16,24-25). Questo prova che ogni vero profeta è inevitabilmente fastidioso per le idee di moda del momento. Il fuoco divorante della Parola di Dio che invita alla conversione non è fatto per piacere: «Sono diventato oggetto di scherno tutto il giorno; ognuno si fa beffe di me» confessa Geremia, e non nasconde che a volte ha paura. Sente la gente parlare alle sue spalle e complottare per eliminarlo: “Odo le calunnie di molti” (Ger 20,10). Il profeta è tanto più scomodo perché essendo l’inviato del Signore, questi gli dà la forza di continuare nonostante tutte le persecuzioni, così che non c’è modo di farlo tacere. Si capisce perché la persecuzione è inevitabile. I versetti che precedono la lettura di oggi descrivono un episodio durissimo: Geremia aveva stancato tutti nel Tempio con i suoi rimproveri, tanto che il sacerdote Pascur lo fece legare alla berlina a testa in giù sulla piazza pubblica. Il giorno dopo, quando Pascur stesso venne a scioglierlo pensando che quella punizione l’avesse calmato, Geremia riprese più forte e se la prese proprio con Pascur. Eppure queste confessioni di Geremia, impregnate di dolore, sono insieme ammissione della passione divorante che lo brucia e, alla fine, illumina la sua vita: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger20,7). Si lamenta sì, ma non darebbe il suo posto a nessun altro. La Parola era un fuoco ardente nel mio cuore, fuoco divorante che fa pensare al Sal 68/69: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”, che esprime bene la persecuzione subita da tutti i profeti. Per cominciare, fu il caso del popolo d’Israele, investito di una missione profetica al servizio delle nazioni. Tutta la sua storia ha cercato di restare fedele alla missione e questo gli valse a tratti terribili persecuzioni. Poi fu il caso di tutti i profeti, uno dopo l’altro, poi i primi cristiani imitando Gesù che alla fine ridotto al silenzio. Ma nulla può far tacere la Parola di Dio: Cristo è risorto; e ora sappiamo che verrà un giorno in cui gli uomini ascolteranno la Parola e vi troveranno finalmente la loro luce.
Salmo Responsoriale (62/63)
Questo salmo fa eco all’esperienza di Geremia, che incontriamo nella prima lettura, il quale viveva una lacerazione interiore e aggressioni continue anche se la sua passione per Dio più forte di tutto lo aiutava a sopportare ogni minaccia e umiliazione. Questo salmo non è stato però composto per parlare di Geremia, è piuttosto come una preghiera che il re Davide avrebbe composto mentre era braccato dai nemici. L’AT riferisce almeno 3 episodi in cui Davide dovette rifugiarsi nel deserto di Giuda: Le prime 2 volte per sfuggire alla follia omicida del re Saul diventato così geloso di Davide da volerlo uccidere. La terza volta fu ancora più drammatica: chi inseguiva e voleva uccidere Davide era il figlio Assalonne, troppo frettoloso di prendere il trono e di affrettare la morte del padre e che aveva già eliminato il fratello maggiore. Davide non capì subito il pericolo e quando capì, era troppo tardi: Assalonne era sul punto di conquistare Gerusalemme; restava una sola soluzione, la fuga. E tutta Gerusalemme vide il suo re, umiliato, fuggire a piedi dalla città santa e salire piangendo il monte degli Ulivi (cf. 2Sam 15,23-28). A Davide si attribuiscono le parole di questo salmo: “Il tuo amore vale più della vita” (v.4). Come è noto il titolo dei salmi non designa l’autore, ad esempio qui il re Davide. Questo salmo in particolare contiene diverse chiare allusioni al Tempio di Gerusalemme che, certo, Davide non conobbe perché il tempio fu costruito solo da suo figlio Salomone. Salmo di Davide» qui significa “alla maniera di Davide, l’assetato di Dio”. La preghiera “Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia” può essere stata di Davide, ma è anche quella di tutte le generazioni del popolo eletto da Abramo fino al Giorno della salvezza. Nei periodi più drammatici la preghiera prendeva ancora più forza come durante l’Esilio a Babilonia. Al ritorno dall’Esilio, il popolo rende grazie: “Sì, sei stato il mio aiuto; esulto al riparo delle tue ali”. Sono le ali dei cherubini che ricoprono l’Arca dell’Alleanza nel Santo dei Santi; ma ricordano anche le ali della grande aquila del deserto che protegge la nidiata quando le insegna a volare: e Mosè aveva ripreso quest’immagine per esprimere con quale sollecitudine Dio aveva circondato il suo popolo: «Vi ho portati come su ali d’aquila», aveva detto Dio (cf. Es 19,4; Dt 32,10-11). Poi ci sono stati i periodi ancora più terribili delle persecuzioni nel II sec. a. C del re greco Antioco Epifane quando molti ebrei morirono, in nome della loro fede, proclamando: “Il tuo amore, Signore, vale più della vita”. Questo versetto risuona particolarmente in questa domenica in cui ascolteremo Gesù dire ai suoi discepoli: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Mt 16,25). Questa è la battaglia di tutti i profeti.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (12,1-2)
“Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio”: questo è il tema della lettera ai Romani. I primi undici capitoli trattano i grandi temi della teologia di Paolo e sono esposti a lungo e in profondità: l’universalità del peccato, la giustificazione per fede, il mistero pasquale, l’azione dello Spirito, la salvezza promessa e data a tutti. Ma tutto questo ritorna sempre a un unico soggetto: la tenerezza di Dio. Ora, come in tutte le sue lettere, Paolo trae per i suoi lettori le conseguenze del suo insegnamento: la scoperta dell’immensa tenerezza di Dio non può che sconvolgere, o meglio irrigare d’ora in poi tutta la nostra vita. «Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio...». Ciò che dirà ora è in stretto legame con tutto quello che ha scritto fin qui, in particolare nelle ultime righe del capitolo precedente: “Dio vuole usare misericordia a tutti.” che sono seguite dall’inno di ringraziamento che abbiamo letto domenica scorsa: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,32-33). La risposta logica è offrirsi come “sacrificio vivente, santo”. Dunque, dice san Paolo, non c’è da esitare: a questo Dio così sorprendente per la sua tenerezza e volontà di salvare tutta l’umanità una sola risposta è possibile: quella dell’abbandono fiducioso offrendoci a lui in sacrifico perché compia in noi la sua opera. Il verbo “sacrificare vuol dire “rendere sacro” e san Paolo invita a fare della nostra vita una cosa sacra cioè una cosa divina. Paolo dedicherà il seguito della lettera ai Romani a presentare la natura dell’impegno cristiano: ciascuno, in funzione dei suoi doni e qualità, è invitato a tenere il suo posto nella missione della Chiesa che è il servizio di tutti gli uomini. Questo impegno è una partecipazione attiva alla “volontà di Dio”. Ciò esige senza dubbio che accettiamo ogni giorno di trasformarci cioè “rinnovare la nostra mente” che per noi, è a volte, una vera conversione perché, troppo spesso, i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini, come ha rimproverato Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo e leggiamo nel vangelo di questa domenica. Ma lo Spirito ci è stato dato per suscitare in noi questo rinnovamento che esige l’accettazione di non conformarci alla mentalità di questo secolo (Rm 12,2). La vera libertà consiste nel tracciare la nostra strada, qualunque siano le sirene della moda, amare il mondo senza essere schiavi dei comportamenti del mondo, immersi sempre nella tenerezza di Dio anche se sappiamo bene che non è facile.
Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
Dal “Tu sei il Cristo” al rifiuto della croce. Questo racconto segue la memorabile professione di fede di Pietro che abbiamo ascoltato domenica scorsa: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, affermazione che gli valse questa risposta di Gesù: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, (cioè non l’hai indovinato da solo), ma il Padre mio che è nei cieli. Come ogni beatitudine, questa “Beato sei tu” suona come complimento – e che complimento! – ma anche come incoraggiamento. E in effetti ci vorrà molto coraggio a Pietro per restare fedele a questa prima professione di fede. Perché non ne conosce ancora tutta la portata e Gesù non ha finito di sorprenderlo. Infatti Gesù accetta almeno implicitamente il riconoscimento da parte di Pietro del suo titolo di Messia: “Il Padre mio te l’ha rivelato”. E subito dopo presenta il suo programma che non quadra per nulla con l’idea che ci si faceva comunemente del Messia: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto... (Mt 16,21). Era il mondo alla rovescia: un re senza armi né privilegi... Peggio, un re maltrattato e apparentemente consenziente... Parla di soffrire molto e di essere addirittura messo a morte! Pietro ha qualche ragione di insorgere perché come molti suoi contemporanei, aspettava un Messia-re trionfante, glorioso, potente, che scacciasse da Gerusalemme l’occupante romano. Ciò che annuncia Gesù è pertanto inaccettabile: il Dio onnipotente non può lasciare che accadano cose simili! Si potrebbe quasi intitolare questo testo: Il primo rinnegamento di Pietro, primo rifiuto di seguire il Messia nella sofferenza. Gesù affronta questo rifiuto spontaneo di Pietro come una vera tentazione per sé stesso e glielo dice con veemenza: “Va’ dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo (Mt 16,23). Bisogna lasciare che lo Spirito trasformi, a volte sconvolga completamente i nostri progetti e le nostre idee, se vogliamo restare fedeli al piano di Dio. Come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo lasciare che lo Spirito di Dio trasformi i nostri modi di vedere: (cf Rm 12,2) e sperimentiamo delle belle sorprese perché le maniere di Dio sono tutte diverse dalle nostre visioni. Non bisogna mai perdere di vista la famosa frase di Isaia: “Dio che parla: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. (Is 55,8-9). «Se comprendessi Dio, non sarebbe Dio» diceva sant’Agostino. Dobbiamo dunque accettare di essere sorpresi: gli apostoli e tutti gli ebrei del loro tempo lo furono, Pietro per primo. Con rare eccezioni, avevano previsto un Messia potente, trionfante; invece Gesù è agli antipodi di queste belle previsioni. Il disegno di Dio non è altro che la salvezza del mondo, cioè la nascita dell’umanità nuova, quella che vivrà solo di tenerezza e pietà, a immagine di Dio stesso. Occorre la logica della croce per salvare l’uomo e la salvezza degli uomini, cioè la nostra conversione totale e definitiva all’amore e al perdono, alla fraternità e alla pace, alla condivisione e alla giustizia, non può avvenire con un colpo di bacchetta magica. La salvezza degli uomini passa inevitabilmente per una lenta trasformazione degli uomini ma come trasformare gli uomini senza mostrargli la strada? Allora, bisognava proprio che Gesù percorresse fino in fondo la strada della dolcezza, della bontà, del perdono, per dare a noi qualche chance di percorrerla. Per questo Gesù, spiegando la sua passione e morte ai discepoli di Emmaus, dirà “bisognava”, nel senso di “purtroppo bisognava”. Il piano di salvezza di Dio non si concilia con un Messia trionfante. Perché gli uomini giungano alla piena conoscenza della verità (1Tm 2,4), bisogna scoprire il Dio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della pietà e questo non avviene con la potenza ma nel dono supremo della vita del Figlio. Si capisce meglio allora questa frase di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Solo questa suprema prova d’amore può portarci a percorrere anche noi la strada dell’amore.
NOTA. “Tu mi sei di scandalo” skandalon in greco significa “pietra d’inciampo” - e le nostre fragilità, i nostri dubbi possono diventare pietre d’inciampo per noi o per gli altri.
+Giovanni D’Ercole
Gesù in sinagoga: la Liberazione dal quietismo
(Lc 4,31-37)
Nel terzo Vangelo i primi ‘segni’ del Signore sono il tranquillo scampare alle minacce di morte [agitate dalla sua gente!] e la guarigione del posseduto.
In tale modo di narrare la vicenda di Gesù, Lc indica le priorità che le sue comunità vivevano: anzitutto, bisognava sospendere le lotte intime, inculcate dalla tradizione giudaizzante e dal suo “saper stare al mondo”.
Nel paesino cocciuto e conformista di Nazaret il Maestro non riesce a comunicare la sua novità, e si vede costretto a cambiare residenza.
Non si rassegna, anzi: Cafarnao era all’incrocio di strade importanti, il che facilitava contatti e divulgazione.
Fra persone di tutti i ceti, il Figlio di Dio desiderava creare una coscienza fortemente critica verso le dottrine omologate dei capi religiosi.
Egli non citava meccanicamente gl’insegnamenti - modesti - delle autorità, ma partiva dalla sua esperienza di vita e dal rapporto vivo col Padre.
Così creava menti sgombre e un fremito inconsueto, non riduttivo; che mirava a far raggiungere un livello superiore alle anime vessate dalla mentalità automatica del quieto vivere.
Il Maestro ancora oggi fronteggia il potere che riduce le persone in una condizione senza originalità, allergica alle differenze.
Nel Vangelo, la persona che d’improvviso fa scintille era da sempre un tranquillo frequentatore di assemblea, che stancamente trascinava la sua vita spirituale in piccoli ambiti senza colore, privi di largo respiro e ritmo.
Ma la Parola del Signore ha in sé una carica reale: la forza della beatitudine del vivere, del creare, dell’amare in verità - che non odia le caratteristiche eccentriche.
Dove giunge tale Appello vengono smascherati e saltano fuori dalle tane tutti i demoni che non t’aspetti.
Chi incontra Cristo è rovesciato; vede le sue certezze buttate all’aria.
Rivolgimento che consente alle sfaccettature celate o represse di fare la loro parte - anche se non sono “come dovrebbero essere”.
Insomma, il Vangelo invita ad accogliere tutto ciò che c’è in noi, così com’è, non attenuato; moltiplicando le energie - perché dentro si annida il meglio della nostra Chiamata alla personale Missione.
In Cristo, i nostri poliedrici volti [pur contraddittori] possono scendere in campo insieme, senza più reprimere i territori preziosi dell’anima, dell’essenza, del carattere; di un’altra persuasione - anche lontana o irripetibilmente singolare.
L’habitué delle assemblee viene sì scomodato e interpellato, ma non permane abulico; anzi, fa un progresso vistoso dall’esistenza assopita e rituale - piegata, ripetitiva, spenta, e finta.
È liberato faccia a faccia da tutti i luoghi comuni che prima lo tenevano buono, soggiogato e a guinzaglio.
Persino attraverso una protesta che rompe l’apatia, il Richiamo divino ci costringe a una vita da salvati, di nuova testimonianza che sembrava impossibile.
Ora non più in disparte, ma in mezzo alla gente (v.35), nello stupore d’una Felicità profonda, personale, inattesa.
Differenza tra religiosità comune e Fede viva.
[Martedì 22.a sett. T.O. 1 settembre 2026]
Sciolti dalla mentalità automatica
(Lc 4,31-37)
Nel terzo Vangelo i primi segni del Signore sono il tranquillo scampare alle minacce di morte [agitate dalla sua gente!] e la guarigione del posseduto.
In tale modo di narrare la vicenda di Gesù, Lc indica le priorità che le sue comunità vivevano: anzitutto, bisognava sospendere le lotte intime, inculcate dalla tradizione giudaizzante e dal suo “saper stare al mondo”.
Nel paesino cocciuto e conformista di Nazaret il Maestro non riesce a comunicare la sua novità, e si vede costretto a cambiare residenza.
Non si rassegna, anzi: Cafarnao era all’incrocio di strade importanti, il che facilitava contatti e divulgazione.
Fra persone di tutti i ceti, il Figlio di Dio desiderava creare una coscienza fortemente critica verso le dottrine omologate dei capi religiosi.
Egli non citava meccanicamente gl’insegnamenti - modesti - delle autorità, ma partiva dalla sua esperienza di vita e dal rapporto vivo col Padre.
Non cercava appoggi, né per vivere sicuro e neppure per l’Annuncio - così creava menti sgombre e un fremito inconsueto.
In tal modo, nelle anime sospendeva i consueti dubbi di coscienza, le solite battaglie inoculate dalla cappa costume-dottrina-morale, e le sue lacerazioni interiori.
In modo trasparente e totalmente non artificioso, ancora oggi Cristo [nei suoi] scampa il male e lotta contro le forze plagianti, riduttive della nostra personalità.
Nella mentalità degli automatismi privi di Fede personale, a quel tempo sembrava che ci si trovasse quasi a dover subire le potenze del convincimento esterno.
Tutto ciò per evitare di esser emarginati dalla ‘nazione’ [e da gruppi regolati sul conformismo].
Vale anche per noi.
Il dovere di partecipare a rituali collettivi - qui il sabato in sinagoga - rischia di attenuare la nostalgia intima del «noi stessi» che fornisce nutrimento all’eccezionalità vocazionale.
Originalità della storia della salvezza che viceversa potremmo diventare, senza la palla al piede di alcune regole del quieto vivere, al minimo - ritmato di momenti sociali consuetudinari e giorni simbolici [talora svuotati di senso].
(Tutto nei modi trasandati e meccanici che sappiamo a memoria, e non vogliamo più, perché sentiamo che non ci fanno raggiungere un livello superiore).
Il Maestro in noi ancora oggi fronteggia il potere che riduce le persone nella condizione di faciloneria senza originalità: un grigio e perpetuo tran-tran allergico alle differenze.
Apatia che produce paludi e camposanti anticipati, dove nessuno protesta ma neppure stupisce.
Nel Vangelo, la persona che d’improvviso fa scintille era da sempre un tranquillo frequentatore di assemblea, che stancamente trascinava la sua vita spirituale in piccoli ambiti senza colore, privi di largo respiro e ritmo.
Ma la Parola del Signore ha in sé una carica reale: la forza della beatitudine del vivere, del creare, dell’amare in verità - che non odia le caratteristiche eccentriche.
Dove giunge tale Appello vengono smascherati e saltano fuori dalle tane [prima simulate, concordiste, assuefatte, artificiosamente omologate] tutti i demoni che non t’aspetti.
Chi incontra Cristo è rovesciato dallo strapuntino abulico, capovolto seduta stante; vede le sue certezze buttate all’aria
Rivolgimento che consente alle sfaccettature celate o represse di fare la loro parte - anche se non sono “come dovrebbero essere”.
Insomma, il Vangelo invita ad accogliere tutto ciò che c’è in noi, così com’è, non attenuato; moltiplicando le energie - perché dentro si annida il meglio della nostra Chiamata alla personale Missione.
In Cristo, i nostri poliedrici volti [pur contraddittori] possono scendere in campo insieme, senza più reprimere i territori preziosi dell’anima, dell’essenza, del carattere, di un’altra persuasione - anche lontana o irripetibilmente singolare.
L’habitué delle assemblee viene sì scomodato e interpellato, ma almeno non rimane imbambolato come prima: fa un progresso vistoso dall’esistenza assopita e rituale - piegata, ripetitiva, spenta e finta.
È liberato faccia a faccia da tutte le propagande e luoghi comuni che prima lo tenevano buono, soggiogato, a guinzaglio delle “autorità” e dell’ambiente conservativo che respingeva ogni entusiasmo.
La nenia del luogo e tempo sacri era una litania che tutto sommato ci poteva stare, ma la proposta critica di Gesù restituisce coscienza e libertà da territori inculcati, infondendo stima, capacità di pensiero e voglia di fare.
Ora non più in disparte, ma in mezzo alla gente (v.35).
Dalla stanchezza dell’assuefazione prettamente cultuale, e persino attraverso una protesta che rompe l’apatia, la Persona divina e il suo Richiamo ci destano.
Costringono a una vita da salvati, di nuova testimonianza che sembrava impossibile.
Senza tanti complimenti e per farci correre privi d’ipocrisie celate dentro, anche a noi il Signore tira fuori tutte le rabbie, i disaccordi, le alienazioni attenuanti l’anima.
Non basta più fare numero [allineati e coperti], ormai bisogna scegliere.
La differenza tra religiosità comune e Fede viva? Lo stupore d’una Felicità profonda, personale, inattesa.
Infatti, via da pesi abitudinari e mentali, spegneremo le guerre con noi stessi e andremo a braccetto perfino coi nostri difetti - scoprendone la nascosta fecondità.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
L’incontro con Gesù vivo nella Chiesa ti ha liberato da forme di alienazione e restituito a te stesso o ti ha fatto tornare a chiedere appoggi, conferme sacrali, e quiete - come frequentassi una zona-relax?
Fiuto senza cittadinanza
100. Neppure sto proponendo un universalismo autoritario e astratto, dettato o pianificato da alcuni e presentato come un presunto ideale allo scopo di omogeneizzare, dominare e depredare. C’è un modello di globalizzazione che «mira consapevolmente a un’uniformità unidimensionale e cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità. [...] Se una globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, questa globalizzazione distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo». Questo falso sogno universalistico finisce per privare il mondo della varietà dei suoi colori, della sua bellezza e in definitiva della sua umanità. Perché «il futuro non è “monocromatico”, ma, se ne abbiamo il coraggio, è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!»
(Papa Francesco FT n.100).
«Nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del sensus fidei, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze. Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre […] Non siate disincantati, preparatevi alle sorprese»
(Papa Francesco, Discorso alla Diocesi di Roma 18/09/ 2021).
Gesù non solo scaccia i demoni dalle persone, liberandole dalla peggiore schiavitù, ma impedisce ai demoni stessi di rivelare la sua identità. Ed insiste su questo "segreto" perché è in gioco la riuscita della sua stessa missione, da cui dipende la nostra salvezza. Sa infatti che per liberare l’umanità dal dominio del peccato, Egli dovrà essere sacrificato sulla croce come vero Agnello pasquale. Il diavolo, da parte sua, cerca di distoglierlo per dirottarlo invece verso la logica umana di un Messia potente e pieno di successo. La croce di Cristo sarà la rovina del demonio, ed è per questo che Gesù non smette di insegnare ai suoi discepoli che per entrare nella sua gloria deve patire molto, essere rifiutato, condannato e crocifisso (cfr Lc 24,26), essendo la sofferenza parte integrante della sua missione.
Gesù soffre e muore in croce per amore. In questo modo, a ben vedere, ha dato senso alla nostra sofferenza, un senso che molti uomini e donne di ogni epoca hanno capito e fatto proprio, sperimentando serenità profonda anche nell’amarezza di dure prove fisiche e morali.
[Papa Benedetto, Angelus 1 febbraio 2009]
1. Come abbiamo considerato nelle precedenti catechesi, il nome “Cristo” significa nel linguaggio dell’Antico Testamento “Messia”. Israele, il popolo di Dio dell’antica alleanza, visse nell’attesa della realizzazione della promessa del Messia, che ebbe compimento in Gesù di Nazaret. Per questo fin dall’inizio Gesù è stato chiamato Cristo, cioè “Messia”, e come tale accettato da tutti coloro che “l’hanno accolto” (Gv 1, 12).
2. Abbiamo visto che, secondo la tradizione dell’antica alleanza, il Messia è re e che questo Re messianico viene anche chiamato Figlio di Dio, nome che nell’ambito del monoteismo jahvistico dell’Antico Testamento ha un significato esclusivamente analogico, o addirittura metaforico. Non si tratta in quei libri del figlio “generato” da Dio, ma di qualcuno che Dio sceglie affidandogli una particolare missione o ministero.
3. In questo senso anche tutto il popolo viene talvolta denominato “figlio” come per esempio nelle parole di Jahvè indirizzate a Mosè: “Tu dirai al faraone: . . . Israele è il mio figlio primogenito . . . lascia partire il mio figlio perché mi serva!” (Es 4, 22-23; cf. anche Os 11, 1; Gen 31, 9). Se dunque il re viene chiamato nell’antica alleanza “figlio di Dio”, è perché, nella teocrazia israeliana, egli è un rappresentante particolare di Dio.
Lo vediamo, ad esempio, nel salmo 2, in relazione all’intronizzazione del re: “Egli mi ha detto: Tu sei il mio figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2, 7). Anche nel salmo 88/89 leggiamo: “Egli (Davide) mi invocherà: Tu sei mio padre . . . Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra” (Sal 89, 27-28). In seguito il profeta Natan così dirà a proposito della discendenza di Davide: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò . . .” (2 Sam 7, 14).
Tuttavia, nell’Antico Testamento, attraverso il significato analogico e metaforico dell’espressione “figlio di Dio”, sembra ne penetri un altro, che rimane oscuro. Così nel citato salmo 2, Dio dice al re: “Tu sei mio figlio: oggi ti ho generato” (Sal 2, 7), e nel salmo 109/110: “Dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Sal 110, 3).
4. Bisogna aver presente questo sfondo biblico-messianico per rendersi conto che il modo di agire e di esprimersi di Gesù indica la consapevolezza di una realtà completamente nuova.
Anche se nei vangeli sinottici Gesù non si definisce mai Figlio di Dio (come non si chiama Messia), tuttavia in diversi modi afferma e fa capire di essere il Figlio di Dio, e non in senso analogico o metaforico, ma naturale.
5. Egli anzi sottolinea la esclusività della sua relazione di Figlio di Dio. Mai dice di Dio: “nostro Padre”, ma solo “mio Padre”, oppure distingue: “Padre mio, Padre vostro”. Non esita ad affermare: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio” (Mt 11, 27).
Questa esclusività del rapporto filiale con Dio si manifesta particolarmente nella preghiera, quando Gesù si rivolge a Dio come a Padre, usando la parola aramaica “abbà”, che indica una particolare vicinanza filiale e in bocca di Gesù costituisce un’espressione della sua totale dedizione alla volontà del Padre: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice” (Mc 14, 36).
Altre volte Gesù usa l’espressione “il Padre vostro”; per esempio: “come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36); “il Padre vostro che è nei cieli” (Mc 11, 25). Egli sottolinea in questo modo la specificità della propria relazione al Padre, pur desiderando che questa divina paternità si comunichi ad altri, come attesta la preghiera del “Padre nostro” che Gesù insegnò ai suoi apostoli e seguaci.
6. La verità sul Cristo come figlio di Dio è il punto di convergenza di tutto il Nuovo Testamento. I Vangeli, e specialmente il Vangelo di Giovanni, e gli scritti degli apostoli, in modo particolare le Lettere di san Paolo, ci offrono testimonianze esplicite. Nella presente catechesi ci concentriamo soltanto su alcune affermazioni particolarmente significative, che in certo senso ci “aprono la strada” verso la scoperta della verità su Cristo come Figlio di Dio e ci avvicinano alla retta percezione di questa “figliolanza”.
7. È importante costatare che la convinzione della figliolanza divina di Gesù è stata confermata da una voce dal cielo durante il battesimo nel Giordano (cf. Mc 1, 11) e sul monte della trasfigurazione (cf. Mc 9, 7). In entrambi i casi gli evangelisti ci parlano della proclamazione fatta dal Padre circa Gesù “(suo) Figlio prediletto” (cf. Mt 3, 17; Lc 3, 22).
Un’analoga conferma gli apostoli la ebbero anche dagli spiriti maligni che inveivano contro Gesù: “Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio” (Mc 1, 24). “Che hai tu in comune con me . . . Figlio del Dio altissimo?” (Mc 5, 7).
8. Se poi ascoltiamo la testimonianza degli uomini, merita un’attenzione particolare la professione di Simon Pietro vicino a Cesarea di Filippo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si noti che questa professione è stata confermata in modo insolitamente solenne da Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16, 17).
Non si tratta di un fatto isolato. Nello stesso Vangelo di Matteo leggiamo che al vedere Gesù camminare sulle acque del lago di Genezaret, calmare il vento e salvare Pietro, gli apostoli si prostrarono davanti al Maestro, dicendo: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (Mt 14, 33).
9. Così dunque ciò che Gesù faceva e insegnava alimentava negli apostoli la convinzione che egli era non solo il Messia, ma anche il vero “Figlio di Dio”. E Gesù confermò tale convinzione.
Furono proprio alcune delle affermazioni proferite da Gesù a suscitare contro di lui l’accusa di bestemmia. Ne scaturirono momenti particolarmente drammatici, come attesta il Vangelo di Giovanni, dove si legge che i Giudei “cercavano . . . di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5, 18).
Il medesimo problema venne risollevato nel processo intentato a Gesù davanti al sinedrio: Caifa, sommo sacerdote, lo interpellò: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. A questa domanda Gesù risponde semplicemente: “Tu l’hai detto”, cioè “Sì, io lo sono” (cf. Mt 26, 63-64). E anche nel processo davanti a Pilato, pur essendo un altro il capo d’accusa, quello cioè di essersi proclamato re, tuttavia i Giudei ripeterono l’imputazione fondamentale: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio” (Gv 19, 7).
10. Così possiamo dire che in definitiva Gesù morì sulla croce per la verità circa la sua figliolanza divina. Anche se l’iscrizione collocata sulla croce a dichiarazione ufficiale della condanna diceva: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”, tuttavia, fa rilevare san Matteo, “quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: . . . Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce” (Mt 27, 39-40). E ancora: “Ha confidato in Dio: lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!” (Mt 27, 43).
Questa verità si trova al centro dell’avvenimento del Golgota. Nel passato era stata oggetto della convinzione, della proclamazione e della testimonianza resa dagli apostoli, ora è divenuta oggetto di scherno. E tuttavia anche qui, il centurione romano che sorveglia l’agonia di Gesù e sente le parole, con le quali egli si rivolge al Padre, al momento della morte, dà un’ultima sorprendente testimonianza, lui pagano, all’identità divina di Cristo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15, 39).
11. Le parole del centurione romano sulla verità fondamentale del Vangelo e di tutto il Nuovo Testamento intero, ci richiamano a quelle che l’angelo rivolse a Maria al momento dell’annunciazione: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo . . .” (Lc 1, 31-32). E quando Maria chiede: “Come è possibile?”, il messaggero le risponde: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1, 34-35).
12. In forza della consapevolezza che Gesù ebbe di essere Figlio di Dio nel senso reale naturale della parola, egli “chiamava Dio suo Padre . . .” (Gv 5, 18). Con la medesima convinzione non esitò a dire ai suoi avversari ed accusatori: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono” (Gv 8, 58).
In questo “Io sono” c’è la verità sulla figliolanza divina che precede non soltanto il tempo di Abramo, ma ogni tempo e ogni esistenza creata.
Dirà san Giovanni a conclusione del suo Vangelo:“Questi (segni compiuti da Gesù) sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 31).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 13 maggio 1987]
Il Vangelo […] fa parte della più ampia narrazione indicata come la “giornata di Cafarnao”. Al centro dell’odierno racconto sta l’evento dell’esorcismo, attraverso il quale Gesù è presentato come profeta potente in parole e in opere.
Egli entra nella sinagoga di Cafarnao di sabato e si mette a insegnare; le persone rimangono stupite delle sue parole, perché non sono parole ordinarie, non assomigliano a quanto loro ascoltano di solito. Gli scribi, infatti, insegnano ma senza avere una propria autorevolezza. E Gesù insegna con autorità. Gesù, invece, insegna come uno che ha autorità, rivelandosi così come l’Inviato di Dio, e non come un semplice uomo che deve fondare il proprio insegnamento solo sulle tradizioni precedenti. Gesù ha una piena autorevolezza. La sua dottrina è nuova e il Vangelo dice che la gente commentava: «Un insegnamento nuovo, dato con autorità» (v. 27).
Al tempo stesso, Gesù si rivela potente anche nelle opere. Nella sinagoga di Cafarnao c’è un uomo posseduto da uno spirito immondo, che si manifesta gridando queste parole: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!» (v. 24). Il diavolo dice la verità: Gesù è venuto per rovinare il diavolo, per rovinare il demonio, per vincerlo. Questo spirito immondo conosce la potenza di Gesù e ne proclama anche la santità. Gesù lo sgrida, dicendogli: «Taci! Esci da lui» (v. 25). Queste poche parole di Gesù bastano per ottenere la vittoria su Satana, il quale esce da quell’uomo «straziandolo e gridando forte», dice il Vangelo (v. 26).
Questo fatto impressiona molto i presenti; tutti sono presi da timore e si chiedono: «Ma, chi è mai questo? […] Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (v. 27). La potenza di Gesù conferma l’autorevolezza del suo insegnamento. Egli non pronuncia solo parole, ma agisce. Così manifesta il progetto di Dio con le parole e con la potenza delle opere. Nel Vangelo, infatti, vediamo che Gesù, nella sua missione terrena, rivela l’amore di Dio sia con la predicazione sia con innumerevoli gesti di attenzione e soccorso ai malati, ai bisognosi, ai bambini, ai peccatori.
Gesù è il nostro Maestro, potente in parole e opere. Gesù ci comunica tutta la luce che illumina le strade, a volte buie, della nostra esistenza; ci comunica anche la forza necessaria per superare le difficoltà, le prove, le tentazioni. Pensiamo a quale grande grazia è per noi aver conosciuto questo Dio così potente e così buono! Un maestro e un amico, che ci indica la strada e si prende cura di noi, specialmente quando siamo nel bisogno.
La Vergine Maria, donna dell’ascolto, ci aiuti a fare silenzio attorno e dentro di noi, per ascoltare, nel frastuono dei messaggi del mondo, la parola più autorevole che ci sia: quella del suo Figlio Gesù, che annuncia il senso della nostra esistenza e ci libera da ogni schiavitù, anche da quella del Maligno.
[Papa Francesco, Angelus 28 gennaio 2018]
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
don Giuseppe Nespeca
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