Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Quarta Domenica di Pasqua (anno A) [26 Aprile 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 14a.36-41)
Continua la lettura del discorso di Pietro a Gerusalemme il mattino di Pentecoste, e poiché ormai è ricolmo di Spirito Santo, legge per così dire a libro aperto nel progetto di Dio. Tutto gli appare chiaro, si ricorda del profeta Gioele che aveva annunciato: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne” (Gle2,28) e per lui è evidente che siamo al mattino del compimento di questa promessa. Per mezzo di Gesù, rigettato, eliminato dagli uomini, ma risuscitato ed esaltato da Dio, lo Spirito si è effuso su ogni carne, e i pellegrini ebrei provenienti da tutti gli angoli dell’Impero Romano sono venuti per celebrare la festa di Pentecoste, la festa del dono della Legge. Durante il viaggio e anche quando giungono nel Tempio di Gerusalemme, i pellegrini cantano i salmi e invocano da Dio la venuta del Messia. Pietro cerca di aprire loro gli occhi: il Messia di cui parlate è quel Gesù che voi avete crocifisso, e quando definisce Gesù Signore e Messia, il Cristo, queste sue affermazioni appaiono senz’altro molto ardite. Se l’uomo di Nazaret è il Messia atteso, questo significa che su Gesù è posta tutta la speranza d’Israele. Gli ascoltatori di Pietro furono colpiti al cuore, dice Luca, e certamente Pietro ha saputo toccare i loro cuori. Che dobbiamo fare - si chiedono? La risposta è semplice: convertitevi per salvarvi da questa generazione perversa, e convertirsi, nel linguaggio biblico, è proprio voltarsi, fare dietro front. Ci sono due strade davanti a noi e spesso capita di sbagliare cammino: occorre allora tornare sulla retta via. Pietro fa una semplice constatazione: la generazione contemporanea di Cristo e degli apostoli è stata messa di fronte a una vera sfida, riconoscere cioè in Gesù il Messia atteso da secoli. Purtroppo però Gesù non ha le caratteristiche e le speranze riposte nel Messia immaginato come liberatore del popolo ebreo ed allora si è commesso un errore di giudizio e si è smarrita la strada. Per questo Pietro chiama tutti a convertirsi e invita a ricevere il Battesimo: fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo promesso a voi, ai vostri figli e a tutti quelli che sono lontani, ma che chiamerà il Signore nostro Dio. Inoltre, per ebrei familiari nello studio delle Scritture, Pietro richiama l’annuncio del profeta Gioele - verserò il mio Spirito su ogni carne - come pure nelle sue parole c’è un’eco delle parole del profeta Isaia sulla pace e l’alleanza voluta da Dio con il popolo d’Israele (cfr. Is49,1; 57,19). Proprio grazie a quest’Alleanza Israele si sentiva legato a Dio: era il popolo scelto, il figlio, come dice il profeta Osea (11,1), mentre gli altri popoli sembravano lontani da Dio. Quando poi Isaia afferma che la pace è anche per quelli che sono lontani ricorda ciò che il popolo eletto ha una missione di pace per l’umanità intera chiamata a entrare in quello che si potrebbe chiamare il piano di pace di Dio. Annota l’Autore che quel giorno tremila si fecero battezzare. E aggiunge che i tremila ebrei diventati cristiani, facevano parte di quelli che Pietro chiamava i vicini. A poco a poco, lungo il libro degli Atti anche i lontani raggiungeranno i “chiamati” da Dio. A loro san Paolo dirà, nella lettera agli Efesini: voi che un tempo eravate lontani, ora siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo. Ed è il Cristo, la nostra pace, perché “dei due, il giudeo e il pagano” ha fatto una sola realtà (Ef2,14-18).
Salmo Responsoriale (22/23)
Abbiamo incontrato il salmo 22/23 nella quarta domenica di Quaresima. Allora insistevo nel commento su tre punti: primo, nei salmi è di Israele intero che si tratta, anche se chi parla al singolare dicendo “io”; secondo, per definire la sua esperienza religiosa Israele usa due paragoni, quello del levita che trova la sua gioia ad abitare nella Casa di Dio e quello del pellegrino che partecipa al pasto sacro che segue i sacrifici di azione di grazie. Bisogna però leggere tra le righe che, attraverso questi due paragoni, il popolo eletto avverte di essere stupito e riconoscente per la gratuita Alleanza di Dio. In terzo luogo, i primi cristiani hanno riconosciuto in questo salmo il privilegio della propria esperienza di battezzati e il salmo 22/23 è diventato nella Chiesa primitiva il canto delle celebrazioni del Battesimo. Mi fermo semplicemente sul primo versetto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti. Il profeta Michea così prega: Signore, con il tuo bastone sii il pastore del tuo popolo, il gregge che ti appartiene, così che il popolo si percepisca patrimonio di Dio (cf. Mi 7,14). Nel salmo 15/16 s’incontra invece l’espressione inversa Signore, mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte, la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità. Quando si paragona Dio a un pastore e Israele al suo gregge, si osa pensare che il popolo eletto sia un tesoro per il suo Dio, il che è una bella audacia, e l’uso di un simile vocabolario è un invito alla fiducia, perché Dio è rappresentato come un buon pastore, cioè colui che raduna, guida, nutre, cura, protegge e difende il suo gregge vegliando su tutti i suoi bisogni. Il profeta Michea scrive che Dio radunerà tutto intero il resto d’Israele (cf. 2,12), e lo metterà insieme come un gregge radunando le pecore zoppe e quelle disperse. Sofonia riprende lo stesso tema: salverò la pecora zoppa (cf. 3,19), radunerò quelle che sono disperse, il che vuol dire che ogni volta che facciamo opera di divisione lavoriamo contro Dio. Il Dio, pastore attento, pastore-guida e difensore del suo gregge. Ritroviamo questo spesso nei salmi, in particolare nel salmo 94/95 che è la preghiera del mattino di ogni giorno nella liturgia delle Ore dove leggiamo: “Siamo il popolo che egli conduce, il gregge guidato dalla sua mano”. Nel salmo 77/78 si legge che, come un pastore, Dio conduce il suo popolo, spinge nel deserto il suo gregge, lo guida, lo difende, lo rassicura, e il salmo 79/80 comincia con un appello “Pastore d’Israele: ascolta, tu che conduci Giuseppe, il tuo gregge, rivela la tua forza e vieni a salvarci”. E’ chiaro che nei periodi difficili, quando il gregge cioè Israele si sente mal guidato, abbandonato, maltrattato o peggio malmenato, i profeti ricorrono spesso all’immagine del buon pastore per ridare speranza. E non stupisce dunque ritrovare questo tema nel secondo Isaia, nel Libro della Consolazione d’Israele: Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge, il suo braccio raduna gli agnelli, li porta sul suo cuore, conduce le pecore che allattano (cf.40,11), perché lungo le strade potranno ancora pascolare, sulle alture spoglie saranno i loro pascoli, non avranno né fame né sete, il vento bruciante e il sole non li colpiranno più, perché lui, pieno di compassione, li guiderà, li condurrà alle acque vive (cf. Is. 49,9-10). Infine anche Ezechiele riprende questo tema dicendo che così parla il Signore Dio: “Io stesso avrò cura delle mie pecore e le passerò in rassegna, come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le libererò da tutti i luoghi dove erano state disperse in un giorno di nuvole e di caligine, le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi migliori. Le farò pascolare in un buon pascolo e i loro prati saranno sulle alture d’Israele, là le mie pecore riposeranno in belle praterie, brucheranno in grassi pascoli. Sui monti d’Israele, io stesso farò pascolare il mio gregge e lo farò riposare, oracolo del Signore Dio, la pecora perduta, io la cercherò, la smarrita, la ricondurrò, quella ferita, la fascerò, quella malata, le ridarò forza” (cf. 34,11-16). A nostra volta oggi noi cantiamo questo salmo 22/23 sapendo che Gesù si è presentato lui stesso come il pastore delle pecore perdute che ci invita a mettere la nostra fiducia nella tenerezza del Dio-pastore. In un tempo, come il nostro, in cui le nostre società attraversano giorni di nuvole e di caligine, siamo invitati a contemplare l’immagine del buon Pastore e a rinnovare la nostra fiducia: Dio, il vero buon Pastore non ci abbandona mai.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 20b-25)
San Pietro si rivolge a una categoria sociale particolare, gli schiavi, perché allora esisteva ancora la schiavitù e, nel diritto romano, lo schiavo era alla mercé del padrone, un oggetto nelle sue mani. Capitava dunque che gli schiavi subissero maltrattamenti secondo il capriccio dei padroni e uno schiavo cristiano presso un padrone non cristiano si esponeva a più dure vessazioni. Pietro in sostanza incoraggia a mitare Cristo, anche lui “schiavo per amore”(cf. Fil. 2,7) che ha messo la vita intera al servizio di tutti gli uomini. Come dunque si è comportato? Insultato, non rispondeva con insulti, messo a soffrire non minacciava, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia. San Pietro esorta a sopportare la sofferenza anche quando si fa il bene, sapendo che è una grazia agli occhi di Dio essere capaci di comportarsi come Cristo quando si è nella prova. Certamente non esiste una vocazione del cristiano alla sofferenza, ma nella sofferenza c’è una chiamata a comportarsi sull’esempio di Cristo. Allora non è soffrire per soffrire, ma imitare Cristo che anche lui ha sofferto facendosi carico dei nostri peccati sul legno della croce, affinché, morti ai peccati, vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe infatti siamo stati guariti. Dio ci ha salvati perché viviamo per la giustizia. Siamo guariti dalle nostre ferite, che sono le incapacità ad amare e a donare, a perdonare, a condividere. A causa del peccato originale eravamo lontani da Dio e disorientati, erranti come pecore. In Cristo crocifisso per i nostri peccati, abbiamo recuperato la fedeltà al progetto di Dio e le sue piaghe ci hanno guariti. Cristo è morto per rendere testimonianza alla verità, restando fedele anche sulla croce al Padre. La croce, luogo dell’orrore assoluto, dell’odio umano scatenato, è diventata il trono dell’amore assoluto. Nel perdono di Gesù ai suoi carnefici ci è data la possibilità di contemplare e di credere all’amore di Dio per l’umanità, rivelato nella croce che può trasformarci e convertirci. Il profeta Zaccaria ce lo ricorda: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cf. 12,10) e questo ci guarisce, ci salva, cioè ci rende di nuovo capaci di amare e di perdonare come Cristo. Quando ci si lascia intenerire da questo amore assoluto di Dio, i nostri cuori di pietra diventano cuori di carne, capaci di vivere come lui. Lasciamoci trasformare da questo contagio di misericordia perché Cristo possa proseguire, anche grazie a noi, l’opera di trasformazione dell’umanità intera: Egli continua a inviare discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi” (cf. Lc10,3; Mt 10,16) perché, seguendo le sue tracce, siamo ovunque testimoni della Misericordia infinita di Dio.
Dal Vangelo secondo san Giovanni (10,1-10)
La coerenza dei testi biblici di questa domenica è davvero evidente, perché il salmo, la seconda lettura e il vangelo ci portano in un ovile. I salmo paragona la relazione di Dio con Israele alla premura di un pastore per il suo gregge: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare”; nella seconda lettura san Pietro parla di uomini simili a pecore smarrite erranti, invitati a tornare “al vostro pastore, il custode delle vostre anime”. Qui, nel vangelo, leggiamo un passaggio del lungo discorso sul buon pastore e un ovile. Per comprendere occorre fare lo sforzo di immaginare il paesaggio del vicino Oriente, dove il gregge è radunato per la notte in un recinto ben custodito e al mattino il pastore viene a liberare le pecore per condurle ai pascoli: scena all’epoca molto familiare agli ascoltatori di Gesù perché innanzitutto c’erano molti greggi in Israele, e poi perché i profeti dell’Antico Testamento avevano preso l’abitudine di paragonare il rapporto di Dio con il suo popolo al pastore che si prende cura del suo gregge. Nel salmo responsoriale abbiamo riletto alcuni brani a questo proposito e aggiungo un riferimento al profeta Isaia che insiste sulla premura di Dio verso il suo popolo: pieno di compassione, Egli “li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49,9-10). Inoltre del futuro Messia si diceva che sarebbe stato un pastore per Israele, ma allo stesso tempo i profeti non cessavano di mettere in guardia contro i cattivi pastori, un vero pericolo per le pecore, ed è questione di vita o di morte per il gregge. Gesù a sua volta si iscrive proprio nello stesso registro, indicando la premura del pastore per le sue pecore e il pericolo di falsi pastori, un argomento che riprende nel vangelo di questa domenica sotto forma di due piccoli paragoni successivi, quello del pastore, poi quello della porta. E’ interessante che si premura di introdurli entrambi con la formula solenne “in verità, in verità vi dico”, espressione che introduce sempre qualcosa di nuovo. Ma se il tema del pastore era ben noto, dov’è la novità? D’altra parte Giovanni precisa che queste due parabole sono rivolte ai farisei: Gesù racconta la prima, ma, come annota, non compresero ciò che Gesù voleva dire loro, allora Gesù prosegue con la seconda. I farisei non hanno capito la prima, o non hanno voluto capire, forse semplicemente perché, con ogni evidenza, Gesù lascia intuire che è lui stesso questo buon pastore capace di fare felice il suo popolo, e loro si vedono declassati di colpo al rango di cattivi pastori. Non è che hanno capito benissimo cosa vuole dire Gesù, ma non possono accettarlo perché sarebbe ammettere che questo Galileo è il Messia, l’Inviato di Dio? Gesù non assomiglia per nulla all’idea che se ne facevano, ed è forse la ragione per cui Gesù ha avuto cura di dire “in verità, in verità vi dico”. Quando egli introduce un discorso con questo incipit bisogna essere particolarmente attenti, perché equivale a espressioni idiomatiche che si incontrano spesso nei profeti dell’Antico Testamento. Quando infatti lo Spirito di Dio soffia loro parole dure da capire o da accettare, i profeti hanno sempre cura di cominciare e talvolta terminare la predicazione con formule come “oracolo del Signore” o “così parla il Signore”. Pur conoscendo questo e quindi avvertiti che Gesù parla di realtà molto importanti, i farisei non hanno capito o non hanno voluto capire; ciò nonostante Gesù insiste e Giovanni ci aiuta a capire quest’insistenza volontaria precisando che “allora Gesù disse di nuovo”. Si nota qui tutta la pazienza di Gesù, che tenta in ogni modo di convincere i suoi ascoltatori: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore” e chi entra passando per me, sarà salvo. Modi diversi per aiutare a capire che egli è il Messia, il salvatore, e, solo per mezzo di lui, il gregge accede alla vera vita, la vita in abbondanza. Possiamo trarre un’ultima lezione da questo vangelo: Gesù dice che le pecore seguono il pastore perché ne conoscono la voce, e dietro questa immagine, si può leggere una realtà della vita di fede: i nostri contemporanei non seguiranno Cristo, non saranno suoi discepoli se noi non facciamo risuonare la voce di Cristo, se non facciamo conoscere la Parola di Dio. Non è questo, ancora una volta, l’appello accorato di Gesù a far udire con tutti i mezzi il suono della sua voce?
+Giovanni D’Ercole
La difesa del gregge minuto, e il Popolo tutto che diventa Pastore
(Gv 10,11-18)
All’inizio del cap.10 Gv mette a nudo la differenza tra pastore vero e ladro [falsi maestri rapaci e profittatori cui non interessa la vita altrui].
L’autentica guida ha a cuore il gregge minuto, si espone per difenderlo e farlo prosperare; lo conduce ad abbeverarsi, e in verdi pascoli.
Così, dalla similitudine iniziale della Porta, Gesù passa al paragone del Pastore che difende il gregge errante e facile preda di prepotenti.
La gente coglie d’istinto chi è la vera guida, nelle variazioni di stagione e nella transumanza: ne ha percezione esistenziale immediata, vibrante.
Donne e uomini del popolo hanno sempre un discernimento pratico assai più affidabile di quello artificioso, sprezzante, delle autorità ufficiali che suppongono di sé.
Nessuno di loro avrebbe dato o rischiato nulla per la vita del gregge affidato, che ritenevano ignorante, segnato a vita; maledetto (Gv 7,49. 9,34).
Forte di tale finezza d’intelligenza concreta, ecco la mèta cui Gesù mira nel Dono di sé: sarà il Popolo stesso a diventare Pastore (v.16b).
Quindi anche il gregge-pastore di Cristo non schiverà i colpi, né sarà passivo e conformista - bensì come Lui: audace e battistrada.
In tale sorpresa si aggiunge un’ulteriore apertura d’orizzonte, che chiameremmo di ecclesiologia universale.
Prospettiva inquietante per opportunisti e installati sazi degli “edifici” allestiti dalla religione - e dal suo indotto - allarmati unicamente per quelli costruiti nella Fede.
Ma il Signore ci strappa dai lupi.
In aggiunta, non si limita alle folle che gli sono vicine.
La chiamata e la cura del Pastore autentico valica qualsiasi confine; non solo quello artefatto e mestierante del Tempio.
La vocazione di Dio riguarda persino le persone ancora lontane da recinti sacri (v.16a testo greco), anch’esse valutate membri necessari e a pieno titolo del suo Popolo.
Il nuovo principio di appartenenza è l’Ascolto (v.3): immediatezza anche delle proprie intime e naturali istanze di vita.
Ciò vale più di un’anima già ripulita dagli errori, o di una folla impeccabile.
Tale il preludio creaturale e spontaneo di mutua Comunione [convivialità delle differenze] che soppianta le appartenenze religiose antiche.
«Il Pastore, quello bello, dà la propria vita per le pecore» (v.11): Egli ha uno stile che capovolge la catena di comando avida e piramidale.
Le fraternità di Fede viva avevano ben compreso che l’esistere nello Spirito del Cristo e la vita dell’anima avevano risvolti inattesi - del tutto incompatibili con l’attaccamento all’effimero che le autorità ufficiali si concedevano.
L’irriverente Luciano di Samosata (120-190) dona uno sprazzo assai significativo di questa originalità - ancora in fieri - che lascia emergere la semplicità, il clima di fiducia reciproca e la qualità di vita dei primi credenti, trascinati dal buon esempio dei responsabili di comunità.
Il noto autore satirico, contrario a superstizioni e credulonerie tra le quali annoverava anche il Cristianesimo, porge una testimonianza indiretta e paradossale del motivo per il quale l’inattesa proposta di Condivisione a partire dai coordinatori di chiesa - così alternativa, incomprensibilmente magnanima e liberale - venisse riconosciuta.
Con linguaggio scanzonato che ancora ci fa pensare alla distanza dall’ideale, malgrado i millenni trascorsi - l’antico scrittore greco-siriano ha acutamente descritto l’impatto concreto della Fede nel vero Dio, la quale notava sempre più diffusa tra la gente.
Gesù voleva che per l’instaurazione di una società alternativa - non verticistica, non esclusiva, anzi capace di felice Convivenza - si facesse leva sul cuore popolare, a partire dalla testimonianza di ‘maestri’ autentici.
In «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] il polemista del II sec. così si esprime:
«Il loro primo Legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso, e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».
Sembrava una pazzia per l’ideale di uomo ellenista, individualista e facitore di sé, nonché per l’immagine stessa d’un amico di Dio che meritasse gloria e cortigianerie - pertanto suo protetto in “benedizioni” [convinzione che permane purtroppo quasi inalterata].
Ma come si nota fra le righe, le nuove ‘guide’ in Cristo effettivamente stavano iniziando a soppiantare la credibilità degli altri leaders più rinomati in cultura, tuttavia assai meno interessati alla realtà delle persone.
Nella vita dei ‘cristiani’ si rendeva palese un equilibrio, un venirsi incontro, un benessere e una «Via della completezza» affatto diversa da quella dell’antica ‘perfezione’ sterilizzata, unilaterale.
Cari Fratelli e Sorelle, cari Ordinandi
In quest'ora nella quale Voi, cari amici, mediante il Sacramento dell'Ordinazione sacerdotale, venite introdotti come pastori al servizio del grande Pastore Gesù Cristo, è il Signore stesso che nel Vangelo ci parla del servizio a favore del gregge di Dio. L'immagine del pastore viene da lontano. Nell'antico Oriente i re solevano designare se stessi come pastori dei loro popoli. Nell'Antico Testamento Mosè e Davide, prima di essere chiamati a diventare capi e pastori del Popolo di Dio, erano stati effettivamente pastori di greggi. Nei travagli del periodo dell'esilio, di fronte al fallimento dei pastori d'Israele, cioè delle guide politiche e religiose, Ezechiele aveva tracciato l'immagine di Dio stesso come del Pastore del suo popolo. Dice Dio tramite il profeta: "Come un pastore passa in rassegna il suo gregge ..., così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine" (Ez 34, 12). Ora Gesù annunzia che quest'ora è arrivata: Egli stesso è il Buon Pastore nel quale Dio stesso si prende cura della sua creatura, l'uomo, raccogliendo gli esseri umani e conducendoli al vero pascolo. San Pietro, al quale il Signore risorto aveva dato l'incarico di pascere le sue pecorelle, di diventare pastore con Lui e per Lui, qualifica Gesù come l'"archipoimen" - l'arcipastore (cfr 1Pt 5, 4), e con ciò intende dire che si può essere pastore del gregge di Gesù Cristo soltanto per mezzo di Lui e nella più intima comunione con Lui. È proprio questo che si esprime nel Sacramento dell'Ordinazione: il sacerdote mediante il Sacramento viene totalmente inserito in Cristo affinché, partendo da Lui e agendo in vista di Lui, egli svolga in comunione con Lui il servizio dell'unico Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole essere il nostro Pastore.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato in questa domenica è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità. Prima di riflettere su queste tre caratteristiche essenziali dell'essere pastori, sarà forse utile ricordare brevemente la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: "Chi... sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10, 1). Questa parola "sale" - "anabainei" in greco - evoca l'immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" - si può qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la vera ascesa, è questa la vera porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento - e ciò significa appunto: attraverso la donazione di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce.
Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso, e non solo in un passato lontano. Nella sacra Eucaristia ogni giorno realizza questo, dona se stesso mediante le nostre mani, dona sé a noi. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente, realmente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a ognuno di noi. È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta, mi dà la mano, se stesso. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, nell'essere una persona di cui c'è bisogno nel mondo, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.
Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono in questa frase due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca del Creatore, di Dio. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che è troppo poco e che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona un'altra voce, la voce del Creatore, del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi nel nostro caso. Innanzitutto nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, solo alla luce di Dio si capisce la profondità dell'uomo. Allora chi ci ascolta si rende conto che non parliamo di noi, di qualcosa, ma del vero Pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" gli altri nel senso biblico: non c'è una vera conoscenza senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere le pecore deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. E così anche noi tra uomini diveniamo vicini. Affinché questo modo di conoscere con il cuore di Gesù, di non legare a me ma di legare al cuore di Gesù e di creare così vera comunità, che questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore.
Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in questa parola di Caifa una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, e dire che gli altri stiano bene così: i musulmani, gli induisti e via dicendo. La Chiesa non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi per tutti e di tutti. Questo grande compito in generale lo dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo - come dice il Signore - uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Questo servizio universale, servizio per l'unità, ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.
La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. A Lui affidiamo Voi, cari fratelli, specialmente in quest'ora, affinché Egli Vi conduca e Vi porti tutti i giorni; affinché Vi aiuti a diventare, per mezzo di Lui e con Lui, buoni pastori del suo gregge. Amen!
[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione presbiterale dei diaconi, 7 maggio 2006]
Cristo dice: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11). Sappiamo che queste parole sono state riconfermate durante la passione. Cristo ha offerto la sua vita sulla Croce. E lo ha fatto con l’amore. Soprattutto ha desiderato corrispondere all’amore del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Adempiendo questo comando... ricevuto dal Padre” (Gv 10,18) e rivelando il suo amore, anche Cristo ha provato, in modo particolare, lo stesso amore del Padre. Lo afferma nel medesimo discorso, quando dice: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo” (Gv 10,17). Il sacrificio sul Calvario è soprattutto la donazione di se stesso, è il dono della vita che, rimanendo nella potenza del Padre, viene restituito al Figlio in una nuova, splendida forma. Così dunque la Risurrezione è lo stesso dono della Vita restituita al Figlio in compenso del suo sacrificio. Cristo è consapevole di ciò, e lo esprime anche nell’allegoria del Buon Pastore: “Nessuno me la toglie [cioè la vita], ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18).
Queste parole evidentemente si riferiscono alla Risurrezione, ed esprimono tutta la profondità del mistero pasquale.
2. Gesù è Buon Pastore per il fatto che dona la sua vita al Padre in questo modo: rendendola nel sacrificio, la offre per le pecore.
Qui entriamo nel terreno di una splendida e affascinante similitudine, già tanto cara ai profeti dell’Antico Testamento. Ecco le parole di Ezechiele: “Perché dice il Signore Dio: / Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura... / Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo / e io le farò riposare” (Ez 34,11-15; cf. Ger 31,30).
Riprendendo quest’immagine, Gesù rivelò un aspetto dell’amore del Buon Pastore che l’Antico Testamento non presentiva ancora: offrire la vita per le pecore.
Gesù nel suo insegnamento, come si sa, spesso si serviva di parabole per rendere percepibile agli uomini, generalmente semplici e abituati a pensare mediante immagini, la verità divina, che egli annunciava. L’immagine del Pastore e dell’ovile era familiare all’esperienza dei suoi ascoltatori, come non cessa di essere familiare alla mente dell’uomo contemporaneo. Anche se la civiltà e la tecnica fanno impetuosamente progressi, tuttavia questa immagine è ancora sempre attuale nella nostra realtà. I pastori portano le pecore ai pascoli (come per es. sulle montagne polacche da dove provengo) e lì rimangono con loro durante l’estate. Le accompagnano negli spostamenti del pascolo. Le custodiscono perché non si smarriscano e in modo particolare le difendono dall’animale selvatico, così come sentiamo nel discorso evangelico: “Il lupo rapisce e disperde le pecore” (cf. Gv 10,12).
Il Buon Pastore, secondo le parole di Cristo, è proprio colui che, “vedendo venire il lupo”, non fugge, ma è pronto ad esporre la propria vita, lottando col predatore perché nessuna delle pecore si perda. Se non fosse pronto a ciò, non sarebbe degno del nome di Buon Pastore. Sarebbe mercenario, ma non Pastore.
Questo è il discorso allegorico di Gesù. Il suo significato essenziale sta proprio in questo, che “il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11) e ciò, nel contesto degli avvenimenti della Settimana Santa, significa che Gesù, morendo sulla croce, ha offerto la vita per ogni uomo e per tutti gli uomini.
“Egli solo poteva farlo; egli solo poteva portare il peso del mondo intero, il peso di un mondo colpevole, il carico del peccato dell’uomo, il debito accumulato del passato, del presente e del futuro; le sofferenze che noi avremmo dovuto, ma non potuto pagare; “sul suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24), “con uno Spirito eterno offrendo se stesso senza macchia a Dio... per servire il Dio vivente” (Eb 9,14).
Tale fu l’operato di Cristo, che diede la sua vita per tutti: e perciò egli è chiamato il Buon Pastore” (J. H. Newman, Parochial and Plain Sermons, 16; London 1899, p. 235).
Mediante il sacrificio pasquale, tutti sono diventati il suo ovile, perché egli a ciascuno ha assicurato quella vita divina e soprannaturale, che fin dalla caduta dell’uomo, a causa del peccato originale, era stata perduta. Solo lui poteva restituirla all’uomo.
3. L’allegoria del Buon Pastore e, in essa, l’immagine dell’ovile hanno fondamentale importanza per capire che cosa è la Chiesa e quali compiti essa ha da adempiere nella storia dell’uomo. La Chiesa non solo deve essere “ovile”, ma deve realizzare questo mistero, che sempre si sta compiendo tra Cristo e l’uomo: il mistero del Buon Pastore, che offre la sua vita per le pecore. Così dice di essa Sant’Agostino: “Forse che Colui, il quale per primo ti cercò quando lo disprezzavi invece di ricercarlo, ti disprezzerà, o pecora, se lo ricerchi? Comincia dunque a cercarlo, lui che per primo cercò te e ti riportò sulle sue spalle. Fa’ che si avveri la sua parola: Le pecore che mi appartengono ascoltano la mia voce e mi seguono” (S. Agostino, Enarrationes in Psalmos, Ps. LXIX, 6).
La Chiesa, che è il Popolo di Dio, è, nello stesso tempo, una realtà storica e sociale, in cui questo mistero continuamente e in diversi modi si rinnova e si realizza. E diversi uomini hanno la loro parte attiva in questa sollecitudine per la salvezza del mondo, per la santificazione del prossimo che è e non cessa di essere la sollecitudine propria di Cristo crocifisso e risorto. Certamente tale è, per esempio, la sollecitudine dei genitori nei confronti dei loro figli. Di più: la sollecitudine di ogni cristiano, senza differenza, nei confronti del prossimo, dei fratelli e delle sorelle, che Dio mette sulla sua strada.
Evidentemente questa sollecitudine pastorale è in modo particolare la vocazione dei pastori: presbiteri e vescovi. Ed essi devono in modo particolare fissare lo sguardo sulla figura del Buon Pastore, meditare tutte le parole del discorso di Cristo e misurare su di esse la propria vita.
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30).
4. Secondo il discorso evangelico sul Buon Pastore, la Chiesa ogni anno nella propria liturgia ricostruisce la vita e la morte di San Stanislao. Vescovo di Cracovia. La sua memoria nel calendario liturgico della Chiesa universale ricorre l’11 aprile – data della morte che subì nel 1079 dalle mani del re Boleslao Ardito –; invece in Polonia la festa di questo principale Patrono viene celebrata tradizionalmente nel giorno 8 maggio.
Quest’anno ricorrono 900 anni, nove secoli, dal momento in cui – seguendo i testi liturgici – possiamo ripetere di lui che ha offerto la vita per le sue pecore (cf. Gv 10,11). E anche se questa morte è tanto distante da noi nel tempo, non cessa di avere l’eloquenza di una testimonianza particolare.
Nel corso della storia i Connazionali si univano spiritualmente attorno alla figura di San Stanislao, soprattutto nei periodi difficili.
Nell’anno in corso, anno di Grande Giubileo, come primo Papa Polacco, fino a poco fa ancora successore di San Stanislao sulla sede vescovile di Cracovia, desidero partecipare alla solennità in onore del santo Patrono della Polonia.
Insieme con tutti coloro che festeggiano questa solennità desideriamo avvicinarci di nuovo a Cristo Buon Pastore, che “offre la vita per le pecore”, affinché egli sia la nostra forza per i secoli futuri e per le nuove generazioni.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 maggio 1979]
In questa quarta domenica di Pasqua, detta domenica del Buon Pastore, il Vangelo (Gv 10,11-18) presenta Gesù come il vero pastore, che difende, conosce e ama le sue pecore.
A Lui, Buon Pastore, si contrappone il “mercenario”, al quale non importano le pecore, perché non sono sue. Fa questo mestiere solo per la paga, e non si preoccupa di difenderle: quando arriva il lupo fugge e le abbandona (cfr vv. 12-13). Gesù, invece, pastore vero, ci difende sempre, ci salva in tante situazioni difficili, situazioni pericolose, mediante la luce della sua parola e la forza della sua presenza, che noi sperimentiamo sempre e, se vogliamo ascoltare, tutti i giorni.
Il secondo aspetto è che Gesù, pastore buono, conosce – il primo aspetto: difende, il secondo: conosce – le sue pecore e le pecore conoscono Lui (v. 14). Come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce ad uno ad uno, che non siamo degli anonimi per Lui, che il nostro nome gli è noto! Per Lui non siamo “massa”, “moltitudine”, no. Siamo persone uniche, ciascuno con la propria storia, [e Lui] ci conosce ciascuno con la propria storia, ciascuno con il proprio valore, sia in quanto creatura sia in quanto redento da Cristo. Ognuno di noi può dire: Gesù mi conosce! È vero, è così: Lui ci conosce come nessun altro. Solo Lui sa che cosa c’è nel nostro cuore, le intenzioni, i sentimenti più nascosti. Gesù conosce i nostri pregi e i nostri difetti, ed è sempre pronto a prendersi cura di noi, per sanare le piaghe dei nostri errori con l’abbondanza della sua misericordia. In Lui si realizza pienamente l’immagine del pastore del popolo di Dio, che avevano delineato i profeti: Gesù si preoccupa delle sue pecore, le raduna, fascia quella ferita, cura quella malata. Così possiamo leggere nel Libro del profeta Ezechiele (cfr 34,11-16).
Dunque, Gesù Buon Pastore difende, conosce, e soprattutto ama le sue pecore. E per questo dà la vita per loro (cfr Gv 10,15). L’amore per le pecore, cioè per ognuno di noi, lo porta a morire sulla croce, perché questa è la volontà del Padre, che nessuno vada perduto. L’amore di Cristo non è selettivo, abbraccia tutti. Ce lo ricorda Lui stesso nel Vangelo di oggi, quando dice: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). Queste parole attestano la sua ansia universale: Lui è pastore di tutti. Gesù vuole che tutti possano ricevere l’amore del Padre e incontrare Dio.
E la Chiesa è chiamata a portare avanti questa missione di Cristo. Oltre a quanti frequentano le nostre comunità, ci sono tante persone, la maggioranza, che lo fanno solo in casi particolari o mai. Ma non per questo non sono figli di Dio: il Padre affida tutti a Gesù Buon Pastore, che per tutti ha dato la vita.
Fratelli e sorelle, Gesù difende, conosce e ama tutti noi. Maria Santissima ci aiuti ad accogliere e seguire noi per primi il Buon Pastore, per cooperare con gioia alla sua missione.
[Papa Francesco, Regina Coeli 25 aprile 2021]
«Io Sono la Porta delle pecore»
(Gv 10,1-10)
Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.
La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale [irripetibile secondo carattere].
In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.
Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima a essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.
Gesù prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero ‘gregge’ sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.
Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.
La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.
Per il Pastore autentico non esistono folle anonime.
Quindi non racchiude dentro gli antichi ‘recinti sacri’ (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti (v.8).
Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).
La Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.
Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci [con forza] fuori dagli ovili ristretti.
L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.
Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].
E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.
In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.
Mettendo in conto la presenza di ostacoli senza i quali non si cresce, nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.
Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli ‘da vicino’, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.
[4a Domenica di Pasqua (anno A), 26 aprile 2026]
«Io Sono la Porta delle pecore»
(Gv 10,1-10)
Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.
La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale (irripetibile secondo carattere).
In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.
Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima ad essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.
A motivo della paralisi sociale e dell’alienazione dei miseri, il motto «ripristinare la comunione con Dio» - criterio della ricostruzione del Tempio e della Città Santa - significava per Gesù assumere differenti punti di vista.
Egli prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero gregge sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione religiosa ufficiale, cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.
Per tornaconto di cerchia, le guide spirituali della vita pia antica erano disposte a tutto pur di assicurarsi il solito livello economico, nonché visibilità, prestigio, difesa di proprietà e sicurezze varie.
Gv 5,2 indica una piscina con cinque portici lungo i quali venivano deposti gli infermi «presso la Porta delle Pecore». Disgraziati che per supposta impurità non avevano accesso al Tempio ma venivano sdraiati lì in attesa di miracolo.
Secondo il Signore, è l’istituzione a dover servire i malfermi e bisognosi, invece che opprimere mediante vessazioni e fandonie, edulcorate con imponenti sceneggiature.
Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.
La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.
Per il Pastore autentico non esistono folle anonime - da mungere, tosare, e dirigere fin nei dettagli. È Lui che ci mette la faccia e paga.
Quindi non racchiude dentro gli antichi recinti sacri (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti, ladri e banditi (v.8).
Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).
Sembra incredibile? È il di più della Fede: animati dallo Spirito, credere che a Dio nulla sfugge di mano.
In sinergia con l’Amico interiore, ogni Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.
Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci (con forza) fuori dagli ovili ristretti - delimitati e installati; interventisti o stracolmi di sofisticazione, affaristi e finto-devoti - che ormai dobbiamo sorvolare.
Per una nuova Nascita, un sempre nuovo Incontro, una più significativa esperienza di Vita abbondante e indistruttibile (v.10): quella inusitata del Dio totalmente altro e totalmente vicino.
I dirigenti avevano un atteggiamento di rigetto di Gesù e del popolo. Estranei e avidi, non chiamavano le persone per nome.
Invece l’autorità di Cristo è nel servizio e per la vita dei malfermi - nella preoccupazione per il benessere della gente.
Nell’opinione del Signore l’autorità dei leaders ufficiali non era legittima: perché fatta di scalate e spietatezza, fondate su una interpretazione dei codici che non liberava le persone ma le rendeva sottoposte - pigiate e incapaci di reinventarsi.
La loro ricerca del vantaggio confliggeva con gl’interessi dei diseredati, tenuti lontano e nello steccato. Gesù invece si fa Porta, ossia pastore legittimo, che ha a cuore il gregge e lo conosce da presso.
Lo sente suo, e viene non per servirsene e profittare di esso, ma per renderlo felice - avendo una conoscenza amorosa di ciascuno. Egli non è pastore-re, bensì pastore che dona la vita.
L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.
Durante tutta la complessa redazione del quarto Vangelo, molti credenti avevano ormai abbandonato l’ubbidienza alla legge (nel modo in cui veniva esposta dai rabbini): i vecchi maestri non erano più seguiti come prima.
Ad es. il nato cieco non accetta l’opinione dei capi religiosi pur popolari (Gv 9) che accusavano il Maestro di essere un peccatore (v.24). Così intraprende un progressivo cammino di presa di coscienza ed emancipazione.
Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].
E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.
In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.
Mettendo in conto la presenza di ostacoli (senza i quali non si cresce) nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.
Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli da vicino, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.
La liturgia […] ci presenta una delle icone più belle che, sin dai primi secoli della Chiesa, hanno raffigurato il Signore Gesù: quella del Buon Pastore. Il Vangelo di san Giovanni, al capitolo decimo, ci descrive i tratti peculiari del rapporto tra Cristo Pastore e il suo gregge, un rapporto talmente stretto che nessuno potrà mai rapire le pecore dalla sua mano. Esse, infatti, sono unite a Lui da un vincolo d’amore e di reciproca conoscenza, che garantisce loro il dono incommensurabile della vita eterna. Nello stesso tempo, l’atteggiamento del gregge verso il Buon Pastore, Cristo, è presentato dall’Evangelista con due verbi specifici: ascoltare e seguire. Questi termini designano le caratteristiche fondamentali di coloro che vivono la sequela del Signore. Innanzitutto l’ascolto della sua Parola, dal quale nasce e si alimenta la fede. Solo chi è attento alla voce del Signore è in grado di valutare nella propria coscienza le giuste decisioni per agire secondo Dio. Dall’ascolto deriva, quindi, il seguire Gesù: si agisce da discepoli dopo aver ascoltato e accolto interiormente gli insegnamenti del Maestro, per viverli quotidianamente.
[Papa Benedetto, Regina Coeli 15 maggio 2011]
1. "Hodie natus est nobis Salvator mundi" (Salmo resp.)
Da venti secoli prorompe dal cuore della Chiesa questo annuncio gioioso. In questa Notte Santa, l'Angelo lo ripete a noi, uomini e donne di fine millennio: "Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia . . . Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore" (Lc 2, 10-11). Ci siamo preparati ad accogliere queste parole consolanti durante il tempo d'Avvento: in esse si attualizza l'"oggi" della nostra redenzione.
In quest'ora, l'"oggi" risuona con un timbro singolare: non è solo il ricordo della nascita del Redentore, è l'inizio solenne del Grande Giubileo. Ci ricolleghiamo spiritualmente a quel singolare momento della storia, nel quale Dio si è fatto uomo, rivestendosi della nostra carne.
Sì, il Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio e Luce da Luce, eternamente generato dal Padre, ha preso corpo dalla Vergine ed ha assunto la nostra natura umana. E' nato nel tempo. Dio è entrato nella storia. L'incomparabile "oggi" eterno di Dio si è fatto presenza nelle quotidiane vicende dell'uomo.
2. "Hodie natus est nobis Salvator mundi" (cfr Lc 2, 10-11).
Ci prostriamo dinanzi al Figlio di Dio. Ci uniamo spiritualmente allo stupore di Maria e di Giuseppe. Adorando Cristo, nato in una grotta, facciamo nostra la fede colma di sorpresa dei pastori di allora; sperimentiamo la loro stessa meraviglia e la loro stessa gioia.
E' difficile non arrendersi all'eloquenza di quest'evento: rimaniamo incantati. Siamo testimoni dell'istante dell'amore che unisce l'eterno alla storia: l'"oggi" che apre il tempo del giubilo e della speranza, perché "ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità" (Is 9, 5), come leggiamo nel testo di Isaia.
Ai piedi del Verbo incarnato deponiamo gioie e apprensioni, lacrime e speranze. Solo in Cristo, uomo nuovo, il mistero dell'essere umano trova vera luce.
Con l'apostolo Paolo, meditiamo che a Betlemme "è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini" (Tt 2, 11). Per questa ragione, nella notte di Natale risuonano canti di gioia in ogni angolo della terra ed in tutte le lingue.
3. Questa notte, davanti ai nostri occhi si compie ciò che il Vangelo proclama: "Dio... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui... abbia la vita" (Gv 3, 16).
Il suo Figlio unigenito!
Tu, o Cristo, sei il Figlio unigenito del Dio vivente, venuto nella grotta di Betlemme! Dopo duemila anni, riviviamo questo mistero come un evento unico e irripetibile. Tra tanti figli di uomini, tra tanti bambini venuti al mondo durante questi secoli, soltanto Tu sei il Figlio di Dio: la tua nascita ha cambiato, in modo ineffabile, il corso degli eventi umani.
Ecco la verità che in questa notte la Chiesa vuole trasmettere al terzo millennio. E voi tutti, che verrete dopo di noi, vogliate accogliere questa verità, che ha mutato totalmente la storia. Dalla notte di Betlemme, l'umanità è consapevole che Dio si è fatto Uomo: si è fatto Uomo per rendere l'uomo partecipe della sua natura divina.
4. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Sulla soglia del terzo millennio, la Chiesa Ti saluta, Figlio di Dio, che sei venuto al mondo per sconfiggere la morte. Sei venuto ad illuminare la vita umana mediante il Vangelo. La Chiesa Ti saluta e insieme con Te vuole entrare nel terzo millennio. Tu sei la nostra speranza. Tu solo hai parole di vita eterna.
Tu, che sei venuto al mondo nella notte di Betlemme, resta con noi!
Tu, che sei la Via, la Verità e la Vita, guidaci!
Tu, che sei venuto dal Padre, portaci a lui nello Spirito Santo, sulla via che soltanto Tu conosci e che ci hai rivelato perché avessimo la vita e l'avessimo in abbondanza.
Tu, Cristo, Figlio del Dio vivente, sii per noi la Porta!
Sii per noi la vera Porta simboleggiata da quella che in questa Notte solennemente abbiamo aperto!
Sii per noi la Porta che ci introduce nel mistero del Padre. Fa' che nessuno resti escluso dal suo abbraccio di misericordia e di pace!
"Hodie natus est nobis Salvator mundi": è Cristo l'unico nostro Salvatore! Questo è il messaggio del Natale 1999: l'"oggi" di questa Notte Santa dà inizio al Grande Giubileo.
Maria, aurora dei tempi nuovi, sii accanto a noi, mentre fiduciosi compiamo i primi passi dell'Anno Giubilare.
Amen!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 24 dicembre 1999]
L'umile simbolo di una porta che si apre reca in sé una straordinaria ricchezza di significato: proclama a tutti che Gesù Cristo è Via, Verità e Vita (Gv 14,6). Lo è per ogni essere umano. Questo annuncio arriverà con forza tanto maggiore quanto più saremo uniti, facendoci riconoscere come discepoli di Cristo nell'amarci reciprocamente come Lui ci ha amati (cfr Gv 13,35; 15,12). Opportunamente il Concilio Vaticano II, ha ricordato che la divisione contraddice apertamente la volontà di Cristo, è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (Unitatis redintegratio, n. 1).
3.L'unità voluta da Gesù per i suoi discepoli è partecipazione all'unità che Egli ha col Padre e che il Padre ha con Lui: "Come tu Padre sei in me e io in te", egli ha detto nell'Ultima Cena, "siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). Di conseguenza, la Chiesa, "popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (S. Cipriano, De Dom. orat., 23), non può non guardare costantemente a quel supremo modello e principio dell'unità che rifulge nel Mistero trinitario.
Padre e Figlio con lo Spirito Santo sono una cosa sola nella diversità delle persone. La fede ci insegna che, per opera dello Spirito, il Figlio si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo (Credo). Alla porte di Damasco, Paolo sperimenta in modo singolarissimo, in virtù dello Spirito, il Cristo incarnato, crocifisso e risorto e diventa l'apostolo di Colui "che spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini" (Fil 2,7).
Quando egli scrive: "noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo", intende esprimere la sua fede nell'incarnazione del Figlio di Dio e rivelare la peculiare analogia del corpo di Cristo: l'analogia tra il corpo del Dio-uomo, un corpo fisico, che si è fatto soggetto della nostra redenzione, e il suo corpo mistico e sociale, che è la Chiesa. Cristo vive in essa rendendosi presente, mediante lo Spirito Santo, in quanti formano in Lui un corpo solo.
4.Può un corpo essere diviso? Può la Chiesa, Corpo di Cristo, essere divisa? Sin dai primi Concili, i cristiani hanno professato insieme la Chiesa "una, santa, cattolica e apostolica". Essi sanno con Paolo che uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, una sola è la speranza alla quale sono stati chiamati: "Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef 4,4-5).
Rispetto a questo mistero di unità, che è dono dall'alto, le divisioni presentano un carattere storico che testimonia le debolezze umane dei cristiani. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che esse sono sorte "talora non senza colpa di uomini di entrambe le parti" (Unitatis redintegratio, n.3). In questo anno di grazia, deve crescere in ciascuno di noi la consapevolezza della propria personale responsabilità nelle fratture che segnano la storia del Corpo mistico di Cristo. Tale consapevolezza è indispensabile per progredire verso quella meta che il Concilio ha qualificato come unitatis redintegratio, la ricomposizione della nostra unità.
Ma il ristabilimento dell'unità non è possibile senza interiore conversione, perché il desiderio dell'unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall'amore della verità, dall'abnegazione di se stessi e dalla libera effusione della carità. Ecco: la conversione del cuore e la santità della vita, la preghiera personale e comunitaria per l'unità, sono il nucleo da cui il movimento ecumenico trae la sua forza e la sua sostanza.
L'aspirazione all'unità va di pari passo con una profonda capacità di "sacrificio" di ciò che è personale, per disporre l'animo ad una sempre maggiore fedeltà al Vangelo. Predisporci al sacrificio dell'unità significa mutare il nostro sguardo, dilatare il nostro orizzonte, saper riconoscere l'azione dello Spirito Santo che opera nei nostri fratelli, scoprire volti nuovi di santità, aprirci ad aspetti inediti dell'impegno cristiano.
Se, sostenuti dalla preghiera, sapremo rinnovare la nostra mente ed il nostro cuore, il dialogo in atto tra noi finirà per superare i limiti di uno scambio di idee e diventerà scambio di doni, si farà dialogo della carità e della verità, sfidandoci e sollecitandoci ad andare avanti, fino a poter offrire a Dio "il sacrificio più grande" quello della nostra pace e della nostra fraterna concordia (cfr S. Cipriano, De Dom. orat., 23).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia a s. Paolo 18 gennaio 2000]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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