don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Battesimo del Signore (anno A) [11 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Con oggi si chiude il tempo di Natale ringraziando la Provvidenza per aver potuto celebrare questo Mistero di Luce e di Pace  in un clima di serenità.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (42, 1-4. 6-7)

Il Servo del Signore e la sua missione universale. Questo testo di Isaia è ricco e complesso, ma può essere diviso in due parti principali. In entrambe è Dio che parla, ma con due modalità: nella prima parte parla del suo Servo, nella seconda si rivolge direttamente a lui.Prima parte: Dio descrive il Servo come portatore di giustizia e diritto universale: “Alle nazioni porterà il diritto… non  verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra vacillerà fino a stabilirlo sulla terra”. “Ti ho chiamato per la giustizia”: qui il giudizio non significa condanna, ma salvezza e liberazione. Il Servo agirà con dolcezza e rispetto per i fragili, non schiaccerà il debole né spegnerà la messa a rischio. La sua missione riguarda tutta l’umanità, perché Dio desidera che persino le isole lontane aspirino al suo diritto, alla sua salvezza. In tutto ciò, il Servo è sostenuto dallo Spirito di Dio: “Ecco il mio Servo che io sostengo… ho posto il mio spirito  su di lui”. Seconda parte: Dio chiarisce la missione del Servo: “perché tu apra gli occhi dei ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri… coloro che abitano nelle tenebre”. Qui il giudizio diventa liberazione totale, un’uscita dalle tenebre alla luce. La missione è universale: il Servo è luce delle nazioni, e Dio continua a sostenerlo: “Io, il Signore, ti ho chiamato…e  ti ho preso per mano”. Chi è questo Servo? Isaia non lo precisa, perché per i suoi contemporanei era chiaro: il Servo è il popolo d’Israele, chiamato a essere strumento privilegiato della salvezza. Il messianismo in Isaia non è individuale, ma collettivo: il piccolo nucleo fedele diventa luce e guida per il mondo intero. Gesù, al battesimo nel Giordano, prende la guida di questo popolo-servitore e realizza la missione annunciata dai profeti. Il messaggio chiave è questo: Il giudizio di Dio non è condanna ma liberazione e salvezza universale. Dio sostiene il Servo e affida a lui il compito di portare luce e giustizia a tutte le nazioni. La fedeltà e la potenza creatrice di Dio sono la garanzia della nostra speranza, anche nei momenti più difficili.

*Elementi importanti: +Testo diviso in due parti: Dio parla del Servo e direttamente al Servo. +Giudizio del Servo = salvezza e liberazione, non condanna e Missione universale: luce per le nazioni, apertura dei ciechi, liberazione dei prigionieri. +Dolcezza e cura per i fragili: “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. +Sostegno dello Spirito di Dio sul Servo inteso come I come popolo d’Israele, messianismo collettivo. +Gesù al battesimo assume la guida del popolo-servitore. + Speranza fondata sulla fedeltà e potenza creatrice di Dio

 

 *Salmo responsoriale (28/29)

 Per comprendere questo salmo, bisogna immaginare la forza di un temporale violento, che scuote il paese dal Libano e l’Hermon fino al deserto di Qadesh. Il salmo descrive la voce del Signore come potente, tonante, fulminante, capace di spezzare i cedri e di spaventare il deserto. Questa voce ricorda la rivelazione al Sinai, quando Dio fece udire la sua voce a Mosè tra fuoco e fulmini, e ogni parola della Legge appariva come lampi di fuoco. Il nome di Dio (YHWH, il Signore) è ripetuto più volte, sottolineando la presenza viva di Dio e la sua azione salvifica. La ripetizione di “voce del Signore” richiama la Parola creatrice, come nel primi capitolo del libro della Genesi: la Parola di Dio è efficace, mentre le idoli sono impotenti. Il salmo insiste sulla sovranità di Dio: Dio è l’unico re legittimo, meritevole di gloria e adorazione, e presto tutti – popolo e potenze false – riconosceranno il suo dominio. La voce potente di Dio evoca anche la vittoria sulle acque e sul caos, come al tempo del diluvio o della liberazione d’Egitto, dimostrando il suo potere salvifico e liberatore. Il tema centrale è la gloria di Dio, ripetuta più volte, e l’anticipazione di un tempo in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua regalità. Il salmo si collega alla festa del Battesimo di Cristo, quando il Regno dei cieli si avvicina attraverso Gesù: Dio è finalmente riconosciuto re e la sua salvezza è annunciata a tutti.

*Elementi importanti: +Immagine potente del temporale: voce del Signore, fulmini, cedri spezzati e Riferimento al Sinai: Parola di Dio come fuoco, Legge e alleanza. +Ripetizione del nome di Dio: YHWH, segno di presenza e potere. +Parola creatrice: come in Genesi, la Parola è efficace, gli idoli impotenti. +Sovranità universale di Dio: unico re legittimo, meritevole di gloria. +Vittoria sulle acque e sul caos: diluvio, uscita dall’Egitto. +Gloria di Dio: tema centrale, anticipazione della sua riconoscenza universale. + Collegamento al Battesimo di Cristo: manifestazione del Regno dei cieli e della salvezza universale

 

*Seconda Lettura dagli Atti degli Apostoli (10,34-38)

In questo racconto di Atti 10, assistiamo a un vero momento rivoluzionario: Pietro, guidato dallo Spirito Santo, infrange tutte le regole sociali e religiose del suo tempo e varca la soglia della casa di un pagano, il centurione romano Cornelio. Cornelio è un uomo pio, che teme Dio, stimato dai Giudei per le sue elemosine e la sua giustizia, ma non circonciso. Egli riceve una visione: un angelo lo invita a mandare a chiamare Pietro a Joppe, dove soggiorna presso Simone il conciapelli. Allo stesso tempo, Pietro riceve una visione dal cielo: una grande tovaglia piena di animali gli ordina di mangiare, ma egli rifiuta perché, secondo la Legge, sono impuri. Una voce gli risponde: Ciò che Dio ha dichiarato puro, tu non lo dichiari impuro. Questo lo prepara a comprendere che nessun uomo è impuro agli occhi di Dio e che la fede non è più limitata da nazionalità o leggi rituali. Quando gli inviati di Cornelio arrivano, lo Spirito Santo conferma a Pietro: Seguili senza esitazione, sono io che li mando. Pietro scende, li accoglie e parte verso Cesarea con alcuni cristiani, consapevole dell’importanza dell’incontro. L’arrivo a casa di Cornelio è significativo: Pietro spiega a tutti che Dio è imparziale e accoglie chiunque lo teme e compie il bene, indipendentemente dalla nazione. Lo Spirito Santo cade su tutti i presenti, anche sui pagani, mostrando che il dono dello Spirito non è più riservato ai soli Giudei. Pietro conclude che anche questi pagani devono essere battezzati, perché hanno ricevuto lo Spirito Santo proprio come i credenti ebrei. Questo episodio compie quanto Gesù aveva promesso: gli apostoli sarebbero stati testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,8). L’elezione di Israele non è negata, ma la salvezza in Cristo è ora aperta a tutte le nazioni.

*Elementi importanti: +Rivoluzione missionaria: Pietro varca la soglia di un pagano per volontà dello Spirito Santo. Corneliopagano pio, che teme Dio, esempio di apertura spirituale +Visione di Pietro: nulla è impuro per Dio, apertura universale della fede e lo Spirito Santo guida Pietro, conferma la chiamata dei pagani. +Accoglienza e battesimo: anche i pagani ricevono lo Spirito e il sacramento dell’acqua. +Universalità del Vangelo: compimento della missione fino agli estremi confini della terra. +Equilibrio: elezione di Israele confermata, ma salvezza accessibile a tutti.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (3,13-17)

Il Battesimo di Gesù segna la sua prima manifestazione pubblica: fino a quel momento, per molti, egli è solo Gesù di Nazareth. Matteo lo presenta semplicemente come Gesù, che arriva dalla Galilea e si reca da Giovanni per essere battezzato nel Giordano. Questo gesto diventa il primo rivelarsi del suo vero ruolo di Messia agli occhi di tutti. Le immagini principali in questo testo sono: La marcia verso il Giordano: Gesù percorre la Galilea fino alle rive del fiume, come fanno gli altri Giudei che si recano da Giovanni per il battesimo di conversione. Il gesto di Giovanni Battista: inizialmente sorpreso e titubante, Giovanni riconosce in Gesù colui che è più grande di lui e che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco. I cieli che si aprono e la colomba: i cieli aperti simboleggiano l’adempimento delle attese d’Israele; la colomba rappresenta lo Spirito Santo che scende su Gesù, ricordando la presenza divina sulla Creazione e sul Messia promesso. Le parole principali sono: Giovanni esprime il suo stupore: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te!» riconoscendo la grandezza di Gesù. Gesù risponde: Lascia fare per ora, perché così è necessario compiere ogni giustizia, cioè conformarsi pienamente al progetto di Dio. Questo mostra l’umiltà di Gesù e la sua completa solidarietà con l’umanità. La voce del Padre dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Con questa frase, Gesù è riconosciuto Messia-Re e Messia-Servo, realizzando le profezie di Isaia e la promessa davidica: Dio dichiara il suo amore e la sua missione salvifica su di lui. E questi sono i significati teologici e spirituali: Gesù si inserisce pienamente nella condizione umana, pur essendo senza peccato, prendendo il posto dei peccatori. Il Battesimo rappresenta una nuova creazione: le acque del Giordano simboleggiano la purificazione e il cammino verso la Terra promessa spirituale, guidata dallo Spirito. La scena rivela la Trinità: il Padre parla, il Figlio è battezzato, lo Spirito discende come colomba. Il Battesimo è l’inizio della costruzione del Corpo di Cristo: tutti coloro che partecipano al battesimo sono integrati a questa missione salvifica.

 

San Gregorio di Nazianzo scrive : “Cristo viene battezzato non per essere purificato, ma per purificare le acque.” (Oratio 39, In Sancta Lumina).

*Elementi importanti: +Prima manifestazione pubblica di Gesù: rivelazione del Messia. +Solidarietà con l’umanità: Gesù si pone tra i peccatori per compiere la giustizia di Dio. +Ruolo di Giovanni Battista: riconosce il Messia e il suo battesimo nello Spirito e nel fuoco. +Presenza dello Spirito Santo: simbolo della colomba, conferma la missione e la nuova creazione eVoce del Padre: conferma la filiazione divina e l’amore su Gesù. +Messia-Re e Messia-Servo: realizzazione delle profezie di Isaia e della promessa davitica. +Nuova creazione e cammino verso la Terra promessa spirituale: battesimo come ingresso nel Corpo di Cristo. +Rivelazione della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo presenti nel Battesimo. +Universalità del messaggio: il Battesimo apre la strada alla salvezza per tutta l’umanità.

+ Giovanni D’Ercole

Epifania del Signore (anno A) [6 gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Buona festa dell’Epifania

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia /60, 1-6)

Nei giorni oscuri ecco un annuncio di luce! Questo testo di Isaia è attraversato da immagini insistenti di luce: “Alzati, rivestiti di luce… la gloria del Signore brilla sopra te… su di te risplende il Signore… la sua gloria appare su di te… Allora guarderai e sarai raggiante”. Proprio questa abbondanza di luce ci fa capire che il clima reale è tutt’altro che luminoso. I profeti non coltivano il paradosso, ma l’arte della speranza: parlano di luce perché il popolo è immerso nella notte più cupa. Il contesto storico è quello del post-esilio (525-520 a.C.). Il ritorno da Babilonia non ha portato il benessere atteso. Le tensioni sono forti: tra chi era rimasto nel paese e chi rientrava dall’esilio; tra generazioni diverse; tra ebrei e popolazioni straniere insediate a Gerusalemme durante l’occupazione. La questione più dolorosa riguarda la ricostruzione del Tempio: i rimpatriati rifiutano l’aiuto di gruppi ritenuti religiosamente infedeli; ne nasce un conflitto che blocca i lavori e spegne l’entusiasmo. Col passare degli anni, subentra lo scoraggiamento. È qui che Isaia, insieme al profeta Aggeo (cf 1,2-8. 12-15; 2, 3-9), provoca un sussulto spirituale. La tristezza non è degna del popolo delle promesse. L’unico, grande argomento del profeta è questo: Gerusalemme è la città scelta da Dio, il luogo dove Egli ha posto il suo Nome. Per questo Isaia può osare dire: «Alzati, Gerusalemme! Risplendi». Anche quando tutto sembra buio, la fedeltà di Dio resta il fondamento della speranza. Il linguaggio quasi trionfale non descrive una situazione già risolta, ma anticipa il giorno che viene. Nella notte si scruta l’alba: il compito del profeta è ridare coraggio, ricordare la promessa. Il messaggio è chiaro: non lasciatevi abbattere; mettetevi all’opera, ricostruite il Tempio, perché la luce del Signore verrà. Tre sottolineature finali: La fede unisce lucidità ed speranza: vedere il reale non spegne la fiducia. La promessa non è un trionfo politico, ma la vittoria di Dio, la sua gloria che illumina l’umanità. Gerusalemme indica già il popolo e, oltre il popolo, tutta l’umanità chiamata alla comunione: il progetto di Dio supera ogni città e ogni confine.

*Elementi importanti: +Contesto post-esilico (525-520 a.C.) e clima di scoraggiamento. +Conflitti interni e blocco della ricostruzione del Tempio. +Linguaggio della luce come annuncio di speranza nella notte. +Vocazione di Gerusalemme: città scelta, luogo della Presenza. +Invito profetico all’azione: rialzarsi e ricostruire. +Speranza fondata sulla fedeltà di Dio, non su successi politici. +Apertura universale: la promessa riguarda tutta l’umanità

 

*Salmo responsoriale (71/72)

Gli uomini sognano e Dio porta avanti il suo progetto. Il Salmo 71 ci fa entrare idealmente nella celebrazione dell’incoronazione di un re. Le preghiere che lo accompagnano esprimono i desideri più profondi del popolo: giustizia, pace, prosperità per tutti, fino ai confini della terra. È il grande sogno dell’umanità di ogni tempo. Israele, però, possiede una certezza unica: questo sogno coincide con il progetto stesso di Dio. L’ultima strofa del salmo, che benedice solo il Signore e non il re, ci offre la chiave di lettura. Il salmo è stato composto dopo l’esilio, in un’epoca in cui non c’era più un re in Israele. Questo significa che la preghiera non è rivolta a un sovrano terreno, ma al re promesso da Dio, il Messia. E poiché si tratta di una promessa divina, essa è sicura. Tutta la Bibbia è attraversata da questa speranza incrollabile: la storia ha un senso e una direzione. I profeti la chiamano “Giorno del Signore”, Matteo “Regno dei cieli”, Paolo “disegno misericordioso”. È sempre lo stesso progetto di amore che Dio propone instancabilmente all’umanità. Il Messia ne sarà il compimento, ed è Lui che Israele invoca pregando i salmi. Questo Salmo descrive il re ideale, atteso da secoli, in continuità con la promessa fatta a Davide attraverso il profeta Natan: un regno stabile per sempre, un re chiamato figlio di Dio. Col passare dei secoli, questa promessa è stata approfondita: se il re è figlio di Dio, allora il suo regno sarà fondato su giustizia e pace. Ogni nuova incoronazione riaccendeva questa attesa. Eppure, il regno ideale non si è ancora pienamente realizzato. Potrebbe sembrare un’utopia. Ma per il credente non lo è: è una promessa di Dio, quindi una certezza. La fede è l’àncora dell’anima: davanti ai fallimenti della storia, il credente non rinuncia alla speranza, ma attende con pazienza, certo della fedeltà di Dio. Il salmo annuncia un capovolgimento decisivo: potere e giustizia coincideranno finalmente. In Dio, il potere è solo amore. Per questo il re messianico libererà il povero, difenderà il debole e porterà una pace senza fine. Il suo regno non avrà confini: si estenderà a tutta la terra e durerà per sempre. Per Israele, questo salmo resta preghiera di attesa del Messia. Per i cristiani, esso si compie in Gesù Cristo, e l’episodio dei Magi è già un segno dell’universalità del suo regno: le nazioni vengono a Lui, portando doni e adorazione.

*Elementi importanti: +Il Salmo 71 come preghiera dei desideri universali di giustizia e pace. +Coincidenza tra il sogno dell’uomo e il progetto di Dio. +Composizione post-esilica: attesa del re-Messia. +Promessa fatta a Davide (2 Sam 7) come fondamento dell’attesa. +La storia ha un senso e una direzione nel disegno di Dio. +Il re ideale: giustizia, pace, difesa dei poveri. +Potere di Dio come amore e servizio. +Regno universale e senza fine. +Lettura ebraica messianica e compimento cristiano in Gesù Cristo. + I Magi come primo segno della realizzazione della promessa universale

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo agli Efesini (3, 2...6)

Questo brano è tratto dalla Lettera agli Efesini (cap. 3) e riprende un tema centrale già annunciato nel capitolo 1: il “disegno/mistero  misericordioso di Dio”. Paolo ricorda che Dio ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: condurre la storia al suo compimento, ricapitolando in Cristo tutto ciò che è nei cieli e sulla terra (Ef 1,9-10). Per san Paolo, il mistero non è un segreto gelosamente custodito, ma l’intimità di Dio offerta all’uomo. È un progetto che Dio rivela progressivamente, con una paziente pedagogia, come un genitore accompagna un figlio nella scoperta della vita. Così Dio ha guidato il suo popolo lungo la storia, passo dopo passo, fino alla rivelazione decisiva in Gesù Cristo. Con Cristo si apre una nuova epoca: prima e dopo di Lui. Il cuore del mistero è questo: Cristo è il centro del mondo e della storia. Tutto l’universo è chiamato a essere riunito in Lui, come un corpo attorno al suo capo. Paolo sottolinea che questa unità riguarda tutte le nazioni: tutti sono associati a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo. In altre parole: l’eredità è Cristo, la promessa è Cristo, il corpo è Cristo. Quando nel Padre nostro diciamo “sia fatta la tua volontà”, chiediamo proprio il compimento di questo progetto. Il disegno di Dio è dunque universale: non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Questa apertura era già presente nella promessa fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), e proclamata dai profeti, come Isaia. Tuttavia, questa verità è stata compresa lentamente e spesso dimenticata. Al tempo di Paolo, non era affatto scontato accettare che i pagani fossero pienamente partecipi della salvezza. I primi cristiani di origine ebraica faticavano a riconoscerli come membri a pieno titolo. Paolo interviene con decisione: anche i pagani sono chiamati a essere testimoni e apostoli del Vangelo. È lo stesso messaggio che Matteo esprime nel racconto dei Magi: le nazioni vengono alla luce di Cristo. Il testo si chiude come un appello: il progetto di Dio chiede la collaborazione dell’uomo. Se per i Magi c’è stata una stella, per molti oggi la stella saranno i testimoni del Vangelo. Dio continua a realizzare il suo disegno benevolo attraverso l’annuncio e la vita dei credenti.

*Elementi importanti: +Il “mistero” come rivelazione del disegno benevolo di Dio e Rivelazione progressiva culminata in Cristo. +Cristo centro della storia e dell’universo e Tutta l’umanità riunita in Cristo: eredità, corpo e promessa. Universalità della salvezza: ebrei e pagani insieme in continuità con la promessa ad Abramo e i profeti. +Difficoltà storiche nell’accogliere i pagani. +Epifania e Magi come segno dell’universalismo e Chiamata alla testimonianza: collaborare all’annuncio del Vangelo

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (2, 1-12)

Al tempo di Gesù, l’attesa del Messia era intensissima. Se ne parlava ovunque e si pregava Dio di affrettarne la venuta. La maggioranza degli Ebrei immaginava il Messia come un re discendente di Davide: avrebbe regnato da Gerusalemme, avrebbe scacciato i Romani e instaurato finalmente pace, giustizia e fraternità in Israele; alcuni speravano persino che questo rinnovamento si estendesse a tutto il mondo. Questa attesa si fondava su diverse profezie dell’Antico Testamento. Anzitutto quella di Balaam nel libro dei Numeri: chiamato a maledire Israele, egli invece annunciò una promessa di gloria, parlando di un astro che sorge da Giacobbe e di uno scettro che si leva da Israele (Nm 24,17). Con il passare dei secoli, questa profezia fu interpretata in senso messianico, fino a far pensare che la venuta del Messia sarebbe stata segnata da una stella. Per questo Erode prende molto sul serio la notizia portata dai Magi. Un’altra profezia decisiva è quella di Michea, che annuncia la nascita del Messia a Betlemme, il piccolo villaggio da cui uscirà il governatore d’Israele (Mi 5,1), in continuità con la promessa fatta a Davide di una dinastia destinata a durare.I Magi, probabilmente astrologi pagani, non conoscono in profondità le Scritture: si mettono in cammino semplicemente perché hanno visto una stella nuova. Giunti a Gerusalemme, si informano presso le autorità. Qui emerge una prima grande contrapposizione: da una parte, i Magi, che cercano senza pregiudizi e alla fine trovano il Messia; dall’altra, coloro che conoscono perfettamente le Scritture, ma non si muovono, non fanno nemmeno il breve viaggio da Gerusalemme a Betlemme, e per questo non incontrano il Bambino. Con Erode, la reazione è ancora diversa. Geloso del suo potere e noto per la sua violenza, egli vede nel Messia un rivale pericoloso. Dietro un’apparente calma, cerca informazioni precise: il luogo della nascita e l’età del bambino. La sua angoscia e la sua paura lo condurranno alla decisione crudele di eliminare tutti i bambini sotto i due anni. Nel racconto dei Magi, Matteo ci offre già una sintesi dell’intera vita di Gesù: fin dall’inizio, Egli incontra ostilità e rifiuto da parte delle autorità politiche e religiose. Non sarà riconosciuto come Messia, verrà accusato e infine eliminato. Eppure, è davvero il Messia promesso: chiunque lo cerca con cuore sincero, come i Magi, può entrare nella salvezza di Dio.

*San Giovanni Crisostomo sull’episodio dei Magi:”I Magi, pur essendo stranieri, si alzarono, partirono e giunsero al Bambino; così anche chi vuole incontrare Cristo deve muoversi con cuore fervente, senza attendere comodità o sicurezza.”,(Omelia VII su Matteo 2)

*Elementi più importanti: +Forte attesa messianica al tempo di Gesù e Attesa di un Messia-re, discendente di Davide. +Profezia della stella (Balaam) e nascita a Betlemme (Michea). +I Magi: cercatori sinceri guidati dalla stella. +Contrasto tra chi cerca e chi conosce ma non si muove. +Ostilità di Erode, gelosia del potere e violenza. +Gesù rifiutato fin dall’inizio della sua vita. + Universalità della salvezza: chi cerca, trova. + I Magi come modello di fede in cammino.

+ Giovanni D’Ercole

Pescatori: non all’indietro, e neppure alla moda

(Mc 1,14-20)

 

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra e la Felicità bussa alla porta, indirizzandoci a qualcosa di profondamente nuovo.

Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.

La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.

«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.

Il Battista pretendeva ‘preparare’ la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già presente, quindi semplicemente da ‘accogliere’, per vivere appieno.

L’invito alla Conversione significa appunto: «Girate la scala di valori!».

C’è una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna con la vita.

Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».

Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.

Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al culto che avrebbe dovuto rabberciare la pratica antica.

 

«Pescatori di uomini»: il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].

La nostra missione è ‘sollevare alla vita’ coloro che non respirano più, soffocano, avvolti da onde impetuose [forze della negatività].

Vero compito è tirarli fuori dall’ambito inquinato dove si vive in modo disumanizzante. Collocare in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti e astuti.

Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.

Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta che offusca la Luce nuova.

Tutte “maglie da spezzare. Infatti deve iniziare lontano dalla regione osservante e dalla città santa [Giudea, Gerusalemme].

Significa un nuovo approccio.

Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali, né designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».

Sa bene che abbiamo bisogno di attenzione, non di capi, insegnanti, direttori del “gregge”.

La tematica è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [in realtà un lago].

 

La «Conversione» ‘in avanti’ che propone non riguarda il ritorno devoto al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.

E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.

Nessuna sottomissione delle coscienze: Orientamento senza i castighi della religione che mortifica.

Rotta in avanti’ senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale. E la moda non c’entra.

Itinerario che trascina ogni anima in esplorazione e azione uniche, verso un ideale totale.

 

 

[Lunedì 1.a sett. T.O.  12 gennaio 2026]

L’orientamento di Conversione in avanti

(Mc 1,14-20)

 

Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.

È lui che rischia e precede, porgendosi come Agnello. Non si mette seduto a fare lezione e insegnare dottrine.

La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.

«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.

In breve:

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra per sostituire il tran-tran, e la felicità bussa alla porta.

Trasformazione che giunge; mutamento che irrompe. Non lo si progetta addirittura nei minimi dettagli; non lo si edifica come fosse una impalcatura.

Esso ci volge a qualcosa di profondamente nuovo: scelte di luce in vece del giudizio, del possesso, dell’esercizio del potere, dello sfoggio di gloria.

 

Il Battista pretendeva preparare la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già accanto e profondamente conforme agli uomini - presente, quindi semplicemente da accogliere, per vivere appieno.

Al seguito di Giovanni [allievo, insieme ai suoi primi discepoli] il nuovo Maestro aveva colto in modo definitivo la differenza tra dinamiche ascetiche - riduzioniste - e il progetto di salvezza del Padre.

Stimolo verso un’umanizzazione a tutto tondo fondata sullo scambio di doni, la libertà creativa dell’amore, e uno spirito di larga comprensione.

La missione luminosa e di carattere universale del Figlio non viene capita se non da pochissimi - tutta gente fragile e di poco conto - e tarda ad affermarsi.

Troppo difficile far credere ai religiosi giudaizzanti di lungo corso e alle loro realtà consolidate che nessuno ha l’esclusiva: tutti devono solo accettare le nuove Promesse del Patto.

 

Sino a quando Giovanni [ancora più celebre del Cristo persino durante la sua vita pubblica] non viene imprigionato e messo a tacere, il Figlio di Dio vive quasi all’ombra del Precursore (cf. Gv 3,22-23).

Poi si vede costretto a fuggire anche dal suo piccolo villaggio, tradizionalista e nazionalista (Mt 4,12-13).

Nessuno poteva credere a una realtà divina senza grandi proclami e ardue condizioni.

Nessuno avrebbe immaginato una Gerusalemme diffusa, già fra noi, così spontanea, ordinaria e a maglie larghe - che trascende ma ci accosta tutti.

Troppo difficile passare dall’idea d’imminenza dell’impero di potenza, a una sua Presenza unitiva, non clamorosa - nella Persona d’un Messia servitore, non giustiziere autosufficiente.

Vicinanza tanto dimessa, niente di eccezionale, al pari dei suoi fedeli - “convertiti” sia dalla religione dei padri che dal paganesimo, perciò emarginati.

 

Nel Primo Testamento la Galilea compare solo di sfuggita, perché i Giudei osservanti non ne apprezzavano la contaminazione di credenze.

Eppure, quella regione di persone sospette diventa la terra del cambiamento di rotta.

In concreto, l’inatteso invito alla Conversione sul suolo di Galilea significa: «Girate la scala di valori!».

C’è infatti una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna non come fanno i saccenti: con la vita.

Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».

Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.

Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al Tempio, alla religione antica, al culto che avrebbe dovuto rabberciarne la pratica già riconosciuta.

In tal guisa, ecco i primi chiamati: da «pescatori» a «pescatori di uomini» (vv.16-17). Il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].

La nostra missione è sollevare alla vita coloro che non respirano più, e soffocano, avvolti da onde impetuose (le forze della negatività).

Vero compito dell’Apostolo è tirar fuori ciascuno dall’ambito inquinato, dove si vive in modo disumanizzante.

E collocare tutti in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti, svelti e astuti.

Il Figlio di Dio chiama per invitarci a tagliar via ciò che degrada l’esperienza della pienezza personale.

Egli promuove in ciascuno il dna del Dio comunionale. Trasmesso interiormente e senza condizioni.

[Commentando il passo del Tao Tê Ching (LXV), il maestro Ho-shang Kung sottolinea:

«L’uomo che possiede la misteriosa virtù è contrapposto e diverso dalle creature: queste vogliono accrescere se stesse, la misteriosa virtù conferisce agli altri»].

 

Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.

Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta, che offusca la Luce nuova.

Tutte maglie da spezzare.

Infatti il Signore deve iniziare ben lontano dalla regione osservante e dalla città santa - Giudea, Gerusalemme capitale.

Significa un nuovo approccio, anche se in esso si può continuare a svolgere la vita precedente.

Ma i valori non sono più statici e banali: ricerca del consenso, sistemarsi, trattenere per sé; così via.

Sfavillii fatui, che inculcano idoli esteriori.

Troppo “regolari” e normali, uniformanti; senza unicità né picchi decisivi. Essi pongono mille ostacoli alla libera espressione che ci spetta.

 

Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali e persone forse devote che non saprebbero rigenerare nessuno.

Sorvola i palazzi di corte, dai quali non sarebbe nato nulla (cf. Gv. 4,1-4).

Neppure designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».

E ancora oggi non si capisce perché tutte le tradizioni denominazionali si sono (poi immediatamente) riempite di “pastori”, ossia guide, insegnanti, direttori del “gregge”.

 

Abbiamo bisogno di attenzione, non di dirigisti che giudicano e pongono sentenze d’inadegautezza. Né desideriamo binari che non ci riguardano, modelli mentali inutili.

La donna e l’uomo d’ogni tempo hanno necessità solo di sostegno sapiente; di compagni di viaggio che aiutano a scoprire i lati nascosti, incogniti, segreti, che possono fiorire.

Maestri che ci lascino completare, consentendo alla personalità di sposare gli aspetti ancora in ombra.

Tale alleanza interiore sarà sorgente di realizzazione, senso di fiducia e pienezza di vita.

Ma a tale scopo bisogna che qualcuno ci insegni a distrarre la mente dal conosciuto, e così intraprendere la Via del “più in là”.

Certo, un pericolo per coloro che amano interpretare le cose con senso di permanenza: insomma, nessuna scorciatoia priva d’incognite.

Strada che cambia la propria e altrui atmosfera mentale; sorvola il modo usato, qualunquista, epidermico, di vedere le cose.

Qui, stando nella nostra Chiamata e naturalezza, saremo noi stessi a tutto tondo. E ci sorprenderemo.

Eccoci nell’azzardo del Dono accolto: solo così in grado di contattare i nostri stati profondi; conoscersi, quindi realizzare sogni inattesi di esperienza aperta e completa.

Appunto, attivando energie sopite.

Come Gesù, in grado di mettere in azione chiunque s’incontra; recuperando i lati opposti e le eccentricità, per un ideale umanizzante, totale.

 

Dice la Sapienza naturale, nel Tao Tê Ching (LXV):

«In antico chi ben praticava il Tao [la Via], con essa non rendeva perspicace il popolo, ma con essa si sforzava di renderlo ottuso».

La tematica - dal punto di vista biblico evangelico - è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [v.16; in realtà un lago].

Pertanto, la «Conversione» in avanti che il nuovo Rabbi propone non è un movimento ad U - come spesso si dice.

«Conversione» non riguarda il ritorno devoto al culto e al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.

E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.

«Conversione»? Autentica, senza i castighi della religione che mortifica. Né - come poi purtroppo avverrà - la sottomissione delle coscienze.

Ovvio, neppure soggezione alcuna al giro dei profitti senza condivisione.

 

L’ottusità del potere antico, andante, insulso, provinciale - anche di venatura ecclesiastica - è credere che a una voce di denuncia non possa subentrare un Araldo più incisivo.

Invece sì (vv.13-14).

 

In Cristo lanceremo cambiamenti radicali, facendo emergere e attivando nella gente consapevolezze che valgono e durano nel tempo.

Non più quell’insistere nella ricerca di sicurezze finte, patinate, glamour o di carta pesta, ma un saper trasmettere vita, prendendosi tutti i rischi dell’amore.

La Fede si staglierà ovunque sulla devozione omologante, buona per tutte le stagioni. Per il fatto che non progetta una stasi ulteriore, bensì un Cammino senza posa.

Via, patria, e modo di vedere il mondo, disancorati dalle certezze di scarso peso specifico: infine producono situazioni tanto rassicuranti quanto scadenti.

Allora saremo noi stessi a tutto tondo nella potenza dello Spirito [cf. passo parallelo Lc 4,14] ossia nell’incognita dell’Amore imprevedibile.

E nel rischio della contaminazione: solo così in grado di realizzare anche gli altrui sogni di vita aperta e completa, che va oltre (Lc 4,15).

Come Gesù, e in Lui, per i fratelli. Col suo nuovo modo di attivarsi e marciare.

Non: tenute all’indietro, onde “predisporre” assicurazioni e quel mettere a punto secondo cliché di maniera.

 

Rotta in avanti senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale.

Orientamento che ci trascina in esplorazione e azione, verso un ideale totale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Tieni alle assicurazioni? Quali certezze devi ancora lasciare alle spalle?

Coltivi aperture vitali?

Nella Chiesa senti vicinanza e vita in avanti?

O prevalgono i retroscena, i giudizi fatti, le catalogazioni, l’anonimato, lo sfoggio, il distacco?

Se incontrassi Gesù che cammina, percorre, va oltre: come e secondo quali inclinazioni pensi che la tua sterilità potrebbe diventare feconda?

Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. 

[Papa Benedetto, Udienza Generale 17 febbraio 2010]

1. Ciò che più conta nelle antiche e nuove forme di “vita consacrata” è che in esse si discerna la fondamentale conformità alla volontà di Cristo, istitutore dei consigli evangelici e, in questo senso, fondatore della vita religiosa e di ogni analogo stato di consacrazione. Come dice il Concilio Vaticano II i consigli evangelici sono “fondati sulle parole e sugli esempi del Signore” (Lumen gentium, 43).

Non è mancato chi ha messo in dubbio questa fondazione considerando la vita consacrata come un’istituzione puramente umana, nata dall’iniziativa di cristiani che desideravano vivere più a fondo l’ideale del Vangelo. Ora è vero che Gesù non ha fondato direttamente alcuna delle comunità religiose che man mano si sono sviluppate nella Chiesa, né ha determinato forme particolari di vita consacrata. Ma ciò che Egli ha voluto e istituito è lo stato di vita consacrata, nel suo valore generale e nei suoi elementi essenziali. Non vi è prova storica che permetta di spiegare questo stato con una iniziativa umana successiva e non è nemmeno facilmente concepibile che la vita consacrata - che ha svolto un così grande ruolo nello sviluppo della santità e della missione della Chiesa - non sia proceduta da una volontà fondatrice di Cristo. Se esploriamo bene le testimonianze evangeliche, scopriamo che questa volontà vi appare in modo chiarissimo.

2. Dal Vangelo risulta che fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù chiama degli uomini a seguirlo. Questa chiamata non si esprime necessariamente in parole: può risultare semplicemente dall’attrattiva esercitata dalla personalità di Gesù su coloro che incontra, come nel caso dei primi due discepoli, secondo il racconto del Vangelo di Giovanni. Già discepoli di Giovanni Battista, Andrea e il suo compagno (che sembra essere lo stesso evangelista) sono affascinati e quasi afferrati da colui che viene loro presentato come “l’agnello di Dio”; e si mettono subito a seguire Gesù, prima ancora che egli abbia loro rivolto una parola. Quando Gesù domanda: “Che cosa cercate?”, essi rispondono con un’altra domanda: “Maestro, dove abiti?”. Allora ricevono l’invito che cambierà la loro vita: “Venite e vedrete” (cf. Gv 1, 38-39).

Ma generalmente l’espressione più caratteristica della chiamata è la parola: “Seguimi” (Mt 8, 22; 9, 9; 19, 21; Mc 2, 14; 10, 21; Lc 9, 59; 18, 22; Gv 1, 43; 21, 19). Essa manifesta l’iniziativa di Gesù. Prima di allora coloro che desideravano abbracciare l’insegnamento di un maestro sceglievano colui del quale volevano diventare discepoli. Gesù invece, con quella parola: “Seguimi”, mostra che è lui a scegliere quelli che vuole avere come compagni e discepoli. Egli dirà infatti agli Apostoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).

In questa iniziativa di Gesù appare una volontà sovrana, ma anche un intenso amore. Il racconto della chiamata rivolta al giovane ricco lascia trasparire questo amore. Vi si legge che, quando il giovane dichiara di aver osservato i comandamenti della legge fin dalla più tenera età, Gesù, “fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21). Questo sguardo penetrante, colmo d’amore, accompagna l’invito: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo poi vieni e seguimi” (Ivi). Questo amore divino e umano di Gesù, tanto ardente da essere ricordato da un testimone della scena, è quello che si ripete in ogni appello al dono totale di sé nella vita consacrata. Come ho scritto nell’Esortazione apostolica Redemptionis donum, “in esso si riflette l’eterno amore del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16)” (Giovanni Paolo II, Redemptionis donum, n. 3).

3. Sempre secondo la testimonianza del Vangelo, la chiamata a seguire Gesù comporta esigenze molto ampie: il racconto dell’invito al giovane ricco pone l’accento sulla rinuncia ai beni materiali; in altri casi viene più espressamente sottolineata la rinuncia alla famiglia (cf. Lc 9, 59-60). Generalmente; seguire Gesù significa rinunciare a tutto per unirsi a lui e accompagnarlo sulle strade della sua missione. E la rinuncia alla quale hanno acconsentito gli Apostoli, come dichiara Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27). Proprio nella risposta a Pietro Gesù indica la rinuncia ai beni umani come elemento fondamentale della sua sequela (cf. Mt 19, 29). Dall’Antico Testamento risulta che Dio chiedeva al suo popolo di seguirlo mediante l’osservanza dei comandamenti, ma senza mai formulare delle richieste così radicali. Gesù manifesta la sua sovranità divina reclamando invece un’assoluta dedizione a lui, fino al distacco totale dai beni e dagli affetti terreni.

4. Si noti però che, pur formulando le nuove richieste comprese nell’appello a seguirlo, Gesù le presenta alla libera scelta di coloro che egli chiama. Non sono precetti, ma inviti o “consigli”. L’amore con cui Gesù gli rivolge la chiamata, non toglie al giovane ricco il potere di libera decisione, come dimostra il suo rifiuto di seguirlo per la preferenza accordata ai beni che possiede. L’evangelista Marco annota che egli “se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10, 22). Gesù non lo condanna per questo. Ma a sua volta osserva non senza una certa afflizione che è difficile per i ricchi entrare nel regno dei cieli, e che solo Dio può operare certi distacchi, certe liberazioni interiori, che consentano di rispondere alla chiamata (cf. Mc 10, 23-27).

5. D’altra parte, Gesù assicura che le rinunce richieste dall’appello a seguirlo ottengono la loro ricompensa, un “tesoro celeste”, ossia un’abbondanza di beni spirituali. Egli addirittura promette la vita eterna nel secolo futuro, e il centuplo in questo secolo (cf. Mt 19, 29). Questo centuplo si riferisce a una qualità superiore di vita, a una felicità più alta.

L’esperienza insegna che la vita consacrata, secondo il disegno di Gesù, è una vita profondamente felice. Tale felicità si commisura alla fedeltà al disegno di Gesù. Non vi osta il fatto che, sempre secondo l’accenno alle persecuzioni riportato da Marco nello stesso episodio (Mc 10, 30), il “centuplo” non dispensi dall’associazione alla croce di Cristo.

6. Gesù ha chiamato a seguirlo anche delle donne. Una testimonianza dei Vangeli dice che un gruppo di donne accompagnava Gesù, e che queste donne erano numerose (cf. Lc 8, 1-3; Mt 27, 55; Mc 15, 40-41). Si trattava di una grande novità per rapporto alle usanze giudaiche: solo la volontà innovatrice di Gesù, che includeva la promozione e in un certo modo la liberazione della donna, può spiegare il fatto. Nessun racconto di vocazione di qualche donna ci è pervenuto dai Vangeli; ma la presenza di numerose donne con i Dodici presso Gesù presuppone una sua chiamata, una sua scelta, silenziosa o espressa che fosse.

Di fatto Gesù mostra che lo stato di vita consacrata, consistente nel seguirlo, non è legato necessariamente alla destinazione al ministero sacerdotale, e che tale stato concerne sia le donne che gli uomini, ciascuno nel suo campo e con la funzione assegnata dalla divina chiamata. Nel gruppo di donne che seguivano Gesù si può discernere l’annuncio e anzi il nucleo iniziale dell’immenso numero di donne che si impegneranno nella vita religiosa o in altre forme di vita consacrata, lungo i secoli della Chiesa, fino ad oggi. Ciò vale per le “consacrate”, ma anche per tante altre nostre sorelle che seguono in forme nuove l’autentico esempio delle collaboratrici di Gesù: per es. come “volontarie” laiche in tante opere di apostolato, in tanti ministeri e uffici della Chiesa.

7. Concludiamo questa catechesi col riconoscere che Gesù, chiamando uomini e donne ad abbandonare tutto per seguirlo, ha inaugurato uno stato di vita che si svilupperà man mano nella sua Chiesa, nelle varie forme di vita consacrata, concretizzata nella vita religiosa, o anche - per i prescelti da Dio - nel sacerdozio. Dai tempi evangelici ad oggi ha continuato ad operare la volontà fondatrice di Cristo che si esprime in quel bellissimo e santissimo invito rivolto a tante anime: “Seguimi!”.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 12 ottobre 1994]

Il Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare «dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato» (1,14). Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, «il Vangelo di Dio» (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è Lui stesso il compimento delle promesse; è Lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.

[Papa Francesco, Angelus 25 gennaio 2015]

 

Il brano evangelico […] (cfr Mc 1,14-20) ci mostra, per così dire, il “passaggio del testimone” da Giovanni Battista a Gesù. Giovanni è stato il suo precursore, gli ha preparato il terreno e gli ha preparato la strada: ora Gesù può iniziare la sua missione e annunciare la salvezza ormai presente; era Lui la salvezza. La sua predicazione è sintetizzata in queste parole: «II tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Semplicemente. Gesù non usava mezze parole. È un messaggio che ci invita a riflettere su due temi essenziali: il tempo e la conversione.

In questo testo dell’evangelista Marco, il tempo va inteso come la durata della storia della salvezza operata da Dio; quindi, il tempo “compiuto” è quello in cui questa azione salvifica arriva al suo culmine, alla piena attuazione: è il momento storico in cui Dio ha mandato il Figlio nel mondo e il suo Regno si è fatto più che mai “vicino”. È compiuto il tempo della salvezza perché Gesù è arrivato. Tuttavia, la salvezza non è automatica; la salvezza è un dono d’amore e come tale offerto alla libertà umana. Sempre, quando si parla di amore, si parla di libertà: un amore senza libertà non è amore; può essere interesse, può essere paura, tante cose, ma l’amore sempre è libero, ed essendo libero e richiede una risposta libera: richiede la nostra conversione. Si tratta cioè di cambiare mentalità – questa è la conversione, cambiare mentalità – e di cambiare vita: non seguire più i modelli del mondo, ma quello di Dio, che è Gesù, seguire Gesù, come aveva fatto Gesù e come ci ha insegnato Gesù. È un cambiamento decisivo di visione e di atteggiamento. Infatti, il peccato, soprattutto il peccato della mondanità che è come l’aria, pervade tutto, ha portato una mentalità che tende all’affermazione di sé stessi contro gli altri e anche contro Dio. Questo è curioso... Qual è la tua identità? E tante volte sentiamo che si esprime la propria identità in termini di “contro”. È difficile esprimere la propria identità nello spirito del mondo in termini positivi e di salvezza: è contro sé stessi, contro gli altri e contro Dio. E per questo scopo non esita – la mentalità del peccato, la mentalità del mondo – a usare l’inganno e la violenza. L’inganno e la violenza. Vediamo cosa succede con l’inganno e la violenza: cupidigia, voglia di potere e non di servizio, guerre, sfruttamento della gente... Questa è la mentalità dell’inganno che certamente ha la sua origine nel padre dell’inganno, il grande bugiardo, il diavolo. Lui è il padre della menzogna, così lo definisce Gesù.

A tutto ciò si oppone il messaggio di Gesù, che invita a riconoscersi bisognosi di Dio e della sua grazia; ad avere un atteggiamento equilibrato nei confronti dei beni terreni; a essere accoglienti e umili verso tutti; a conoscere e realizzare sé stessi nell’incontro e nel servizio agli altri. Per ciascuno di noi il tempo in cui poter accogliere la redenzione è breve: è la durata della nostra vita in questo mondo. È breve. Forse sembra lunga... Io ricordo che sono andato a dare i Sacramenti, l’Unzione degli ammalati a un anziano molto buono, molto buono e lui in quel momento, prima di ricevere l’Eucaristia e l’Unzione degli ammalati, mi ha detto questa frase: “Mi è volata la vita”, come per dire: io credevo che fosse eterna, ma… “mi è volata la vita”. Così sentiamo noi, gli anziani, che la vita se ne è andata. Se ne va. E la vita è un dono dell’infinito amore di Dio, ma è anche tempo di verifica del nostro amore verso di Lui. Perciò ogni momento, ogni istante della nostra esistenza è un tempo prezioso per amare Dio e per amare il prossimo, e così entrare nella vita eterna.

La storia della nostra vita ha due ritmi: uno, misurabile, fatto di ore, di giorni, di anni; l’altro, composto dalle stagioni del nostro sviluppo: nascita, infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte. Ogni tempo, ogni fase ha un valore proprio, e può essere momento privilegiato di incontro con il Signore. La fede ci aiuta a scoprire il significato spirituale di questi tempi: ognuno di essi contiene una particolare chiamata del Signore, alla quale possiamo dare una risposta positiva o negativa. Nel Vangelo vediamo come hanno risposto Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni: erano uomini maturi, avevano il loro lavoro di pescatori, avevano la vita in famiglia… Eppure, quando Gesù passò e li chiamò, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18).

Cari fratelli e sorelle, stiamo attenti e non lasciamo passare Gesù senza riceverlo. Sant’Agostino diceva: “Ho paura di Dio quando passa”. Paura di che? Di non riconoscerlo, di non vederlo, di non accoglierlo.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere ogni giorno, ogni momento come tempo di salvezza, in cui il Signore passa e ci chiama a seguirlo, ognuno secondo la propria vita. E ci aiuti a convertirci dalla mentalità del mondo, quella delle fantasie del mondo che sono fuochi d’artificio, a quella dell’amore e del servizio.

[Papa Francesco, Angelus 24 gennaio 2021]

La condizione limacciosa del Giordano e la dimensione umana di Gesù

(Mt 3,13-17; Mc 1,7-11; Lc 3,21-22; Gv 1,30-34)

 

Il fiume Giordano non è mai stato navigabile; segnava semplicemente un confine. Nella mentalità del tempo, fra terra altrui e ambito sacro della libertà; qui il discrimine concreto dell’Incarnazione.

Tratteggiamo qualche considerazione che recuperi il senso di questo fatto storico - che per noi può essere come un ‘sole’ dentro - con cui la liturgia completa il cammino del tempo di Natale.

Gesù è stato in ricerca, desideroso di vagliare, di apprendere.

Ci sembrerà incredibile, ma si è riconosciuto ignorante; bisognoso di evolvere - non di diventare migliore e più forte, ma di ‘posare lo sguardo’ - e spostarlo.

In quell’ambiente fortemente impegnato ma serioso ha compreso in modo definitivo chi è il Soggetto del cammino spirituale: la Vita divina, che ci attira nell’esperienza della felicità, dell’amore autentico e solido.

Il Regno non può essere preparato e addirittura allestito [diventerebbe una proiezione, un riflesso condizionato, una torre esteriore, come Babele] - piuttosto, bisogna Accoglierlo. Perché Viene.

I risultati che fanno leva sul nostro genio e muscoli, prima snervano, poi risultano frustranti; quindi bloccano la crescita dell’universo innato, perché spengono le novità, ottundono la Sorgente dell’essere e dell’entusiasmo.

L’uomo religioso che non fa il salto della Fede, stagna nella constatazione deprimente della differenza tra risultati attesi e fatti concreti.

Paradossalmente, centra le vie su di sé, ma non posa lo sguardo ‘nella’ sua essenza. Obbedisce - forse - ma non Ascolta.

Avendo smarrito il senso anche relazionale del suo irripetibile Unicum - misura tutta la sua incapacità a percepire, elaborare, realizzare, disegni che guidino a pienezza i propri sogni e le risorse.

Perde tutte le sue energie facendo propositi indotti, artificiosi, fuori scala, che lo rendono supponente e acido - semplicemente perché quegli obiettivi artefatti lo inaridiscono: non lo riguardano.

Nel frattempo, la disciplina “perfetta” e stressante che s’impone, come se fosse lui il Protagonista, gli tolgono la gioia d’incontrare i suoi talenti superiori e vivere completamente ciò che la realtà porge.

Forse non estrae dalla sua stessa ‘miniera’ a portata di mano, quelle capacità che realizzano la Missione personale.

Neanche se ne accorge - tutto preso da pensieri e discipline assolutamente derivate o conformi, in grado solo di smantellarne i picchi e la rarità.

Sempre con l’occhio sul passato, o sul pensiero comune [anche glamour] delle autorità, degli altri, dell’ambiente a contorno - e quanto si ritiene “dovrebbe essere”, secondo eticismi consolidati e smorzanti.

Infine, la discrepanza fra ciò cui si è tanto dato [senza forse mai capire a cosa Dio chiama davvero] e ciò che si è ottenuto, distrugge l'eccezionalità.

Affievolisce la stessa Speranza, scatenando una inesorabile tristezza, o l’inutile tran-tran individuale ed ecclesiale.

Gesù adulto che si lascia immergere nelle acque del Giordano è icona di una proposta che valorizza le paludi vistosamente torbide della nostra condizione.

Non solo vedendone le possibilità, ma persino rendendole ‘allegre’: così in tutte le icone orientali, che ne accentuano le eleganti volute.

 

Come può nostro Signore affiancarsi a una folla indistinta di peccatori e sbandati, che cercano redenzione?

In ognuno di loro Gesù vedeva affiorare un talento. E siamo nel punto più basso della terra - 400 metri sotto il livello del mare.

È proprio questo il salto di qualità che discrimina una religiosità sempliciotta [anche ammantata di grandi cose] e la crescita di Fede.

Il Figlio rivela la vita divina, che si manifesta incessantemente ‘amica’. Volto di Dio che non distrugge ma si accosta, per far emergere le possibilità soffocate.

Non schiaccia, umiliando le nostre inclinazioni, e aggiungendo pesi insostenibili. Non è un Re di sottomessi e affaticati.

Entra in una realtà fatta anche di fango, ma che prepara i nostri sviluppi, e desidera crescere - producendo percorsi spesso interrotti, ma infine il Fiore inatteso.

Così impariamo a voler bene ai nostri limiti e alle tante condizioni limacciose: ci ricordano il Giordano.

 

La terra ha bisogno di Luce, ma la Luce ha bisogno di ‘terra’. Sono espressione di Nuova Alleanza.

 

 

 

[Battesimo del Signore; omelia. Per un rilievo biblico forse più pignolo e caratteristico, cf. il commento esteso, in calce al sito: www.duevie.art]

La condizione limacciosa del Giordano e la dimensione umana di Gesù

(Mt 3,13-17; Mc 1,7-11; Lc 3,21-22; Gv 1,30-34)

 

Il fiume Giordano non è mai stato navigabile; segnava semplicemente un confine.

Nella mentalità del tempo, fra terra altrui e ambito sacro della libertà: qui un discrimine concreto dell’«Incarnazione».

Cerchiamo di approfondire la tematica.

La predicazione popolare sul tema del Battesimo del Signore è stata gravata d’una scorza di luoghi comuni [qua e là forse insuperabili] da impedire ogni maturazione delle credenze diffuse, ancora stagnanti.

In tal guisa Gesù si è ritrovato frettolosamente collocato dietro le nuvole, e oggi si fa difficoltà a spiegare cos’abbia in comune con la nostra vita, spesso cruda, condizionata da fatica, tentativi, ricerche.

Pur fondamentale per l’interiorizzazione proficua d’un cammino che si scosti da banalità genericamente (talora autenticamente) devote, dall’ambone e nelle catechesi siamo ancora oggi costretti a dribblare il vero significato dell’evento.

Infatti, il Battesimo del Signore ha creato imbarazzo e confusioni interpretative, fin dalle prime generazioni di credenti.

 

Tratteggiamo qualche considerazione che recuperi il senso di questo fatto storico - per noi potrebbe essere come un sole dentro - con cui la liturgia completa il cammino del tempo di Natale.

Gesù in ricerca e desideroso di vagliare anche l’insegnamento migliore del suo tempo, entra come allievo nella scuola del Battista.

Per questo motivo è battezzato da Giovanni - e mediante tale rito d’ingresso, aggregato ad altri comuni seguaci.

Sembrerà incredibile, ma il Maestro e Signore si è riconosciuto curioso, imperfetto, ignorante, incompleto; bisognoso di evolvere. Non di diventare “migliore” e più forte, bensì d’imparare a posare lo sguardo altrimenti.

In quell’ambiente fortemente impegnato ma serioso, tagliente, spesso a senso unico, Egli ha compreso la vera grandezza della Rivelazione.

Insomma, il Soggetto del cammino spirituale è la Vita divina, con l’intero suo portato, che provvidenzialmente si riversa e smuove situazioni variegate.

Essa Viene per dilatare orizzonti; non per rattrappirci su dei modi particolari d’intendere e volere.

Già lo sappiamo: non è l’io che pensa e progetta a poterci attirare nell’esperienza della Felicità integrale, totalizzante; dell’amore autentico e solido.

 

Il Regno è tutt’altro: Completo. È inclusivo di ciò che non “piace” all’opinione sterilizzata, o alla moda, e comune.

Porge una energia terrestre che vale tanto quanto quella ideale, celeste.

Il Cielo non può essere preparato e addirittura allestito: diventerebbe una proiezione, un riflesso condizionato, una torre esteriore come Babele.

Piuttosto bisogna accoglierlo, ospitarlo in sé.

Si spalanca allora un altro genere di Ascesi, con meno aspettative di “perfezione”. Percorso che spiazza, e che l’impulso divino in noi - concreto - ci chiede.

Conosceremo la Gioia di vivere, la sentiremo scorrere dentro; solo in tal guisa ci coglieremo appagati.

Sposando il lato in ombra, che diventerà nostro Profumo.

 

I risultati che fanno leva sul genio e muscoli, prima snervano, poi risultano frustranti; quindi bloccano la crescita dell’universo innato.

Gli artifici esterni all’anima spengono le novità personalmente ispirate, la stessa Sorgente dell’essere e dell’entusiasmo.

In effetti, l’uomo religioso unilaterale resta nel malessere; inaridisce, perché non fa il salto sponsale, creativo, dell’avventura di Fede.

Diventa una fotografia o una fotocopia.

Poi stagna nella constatazione deprimente della differenza tra risultati attesi e fatti concreti.

Paradossalmente, centra le vie su di sé - ma non posa lo sguardo “nella” sua essenza.

Obbedisce forse, ma non Ascolta. Così si lascia vampirizzare da manierismi e stilemi epidermici.

Avendo smarrito il senso anche relazionale del suo irripetibile Unicum - misura tutta l’incapacità a percepire, elaborare, realizzare disegni misteriosi, che guidino a pienezza i sogni e le risorse.

Perde tutte le energie facendo propositi indotti, colmi d’artificio; fuori scala.

Si dà mete che lo rendono supponente, acido, formale, esterno - semplicemente perché quegli obiettivi sovrastanti non lo riguardano.

 

Nel frattempo, la disciplina perfetta e stressante che s’impone, come fosse lui il Protagonista, toglie la gioia d’incontrare talenti superiori.

Sempre gli verrà meno l’ebbrezza di vivere intensamente ciò che la realtà (più completa) porge.

Così non estrae dalla sua stessa Miniera tutta a portata di mano quelle capacità che realizzano la Missione personale.

Neanche se ne accorge - preso da idee iperboliche e grandi discipline assolutamente derivate, paradossalmente banali [in grado finalmente solo di smantellarne i picchi e la rarità].

Costui ha sempre l’occhio sul passato o sulle mode; sul pensiero comune, quello della situazione, delle autorità, degli altri, dell’ambiente che frequenta, del contorno - che appanna, o devia.

E pone il focus solo su quanto di norma si ritiene “dovrebbe essere” - secondo eticismi consolidati e smorzanti, ovvero utopie à la page, disincarnate.

Dentro il vortice dei modelli insuperabili, mai capisce a cosa davvero Dio lo chiama, anche nei disturbi.

Infine, ogni discrepanza fra ciò cui si è tanto dato e quel che viene ottenuto, distrugge l'atipicità della stessa Speranza, scatenando una inesorabile tristezza, o l’inutile tran-tran individuale ed ecclesiale.

 

Gesù adulto che si lascia immergere nelle acque del Giordano è icona di una proposta che valorizza le paludi vistosamente torbide della nostra condizione.

Il Signore non solo ne coglie le possibilità, ma persino rende allegre le Acque [così in tutte le icone orientali, che accentuano eleganti volute].

Ma resta l’interrogativo. Come può nostro Signore affiancarsi a una folla indistinta di peccatori e sbandati, i quali cercano redenzione?

In ognuno di loro Gesù vedeva affiorare un talento.

E siamo nel punto più basso della terra - 400 metri sotto il livello del mare.

È proprio questo il salto di qualità che discrimina l’idealismo sofisticato o la religiosità sempliciotta - anche ammantata di grandi cose - e qualsivoglia ricerca di Fede.

Il Figlio rivela la Vita divina, che irrompe sgretolando le aspettative.

Essa si manifesta incessantemente amica. Volto inconscio che non distrugge ma si accosta, per far emergere le possibilità soffocate.

Perché Dio non schiaccia, non umilia le nostre inclinazioni e risorse celate, né aggiunge pesi insostenibili.

Non è un Re di sottomessi e affaticati.

Entra in una realtà di fango, per il fatto che essa è colma di punti di tensione. 

Così prepara i nostri sviluppi, e desidera crescere - producendo percorsi pur interrotti, ma infine il fiore inatteso.

 

Ora, finalmente, a ciascuno è possibile corrispondere in modo semplice all’invito sponsale: «Vuoi unire la tua vita alla Mia?».

Solo ciò ch’è disumanizzante non riguarda il nostro lato eterno. 

Qualsiasi Dono divino attraversa la “carne”: condizione della persona così com’è, persino nella concretezza delle sue azioni minime o insicure.

La genuina crudezza della nostra indagine del vero, del bene e del bello passa - come in Gesù - attraverso sentieri da correggere nel tempo, tentativi, errori.

Niente di male: solo dai diamanti non spunta nulla.

Anche Leonardo Da Vinci scrisse che «ogni nostra convinzione principia dai sentimenti». Non da pensieri cristallini e in sé conclusi, ma da un linguaggio più debole.

Siamo allora introdotti in una spiritualità dell’Esodo costante, che però si orienta alla libertà della Terra Promessa, la Casa ch’è davvero nostra.

È qui - percepiamo dentro - lo sgorgare del Centro intrinseco, del Nucleo personale, dell’Eros fondante che chiama.

Presenza che detesta la gabbia degli schemi, avvicinando l’Irrepetibilità rara, inusuale (niente di grandioso) che siamo.

In tutto ciò, risvegliando interessi, e la vita reale, appassionata, che non è “immune”, né definitiva.

 

Insomma, succede anche con Dio, sbagliare appuntamento.

Ci si rialza, perché quell’humus nutre - e nell’esperienza variegata si annida un’occasione, un sapere, una competenza, un’abilità, una maggiore autenticità: un valore aggiunto.

L’appello del Padre rimane estraneo sia alle idee consuete del verticismo di obbiettivi, che a meccanismi adultoidi di purificazione - non mirati all’esistenza ordinaria (tipici delle ascesi filosofiche o moraliste).

Dunque il Battesimo in Spirito è una Luce - per noi un incremento interiore, una sublimazione della consapevolezza di sé e della propria mèta.

Non più un traguardo pallido, solo adeguato a ruoli, procedure, posizioni che la persona non sente proprie.

Lo stesso «squarcio dei cieli» non più sigillati da una distanza (severa) o dal paradigma culturale, dice una Comunicazione oramai ininterrotta e crescente del divino con la natura umana.

 

Esplorando possiamo errare, nei due sensi.

Ma assai peggio è sentirsi spenti e demotivati, nonché agire secondo nomenclature e concatenazioni fisse, ovvero per calcolo.

Effettivamente, nella cultura religiosa antica, perfezione e indegnità sono incomponibili.

Viceversa, in Cristo torniamo al momento della Creazione, dove “l’ulivo” narra di un’armonia ricostruita proprio sui limiti del peccato.

Gen 8,21: «Non maledirò più, perché l’istinto del cuore umano è incline al male sin dall’adolescenza».

Ecco la Colomba, nuovo simbolo dello Spirito.

Figura netta e virtù di concerto, di recupero, che anima il credente - il quale non è più chiamato a sforzi titanici, né obbligato a riprodurre futili clamori che non vuole e non gli appartengono.

I regni antichi esprimevano e suscitavano l’energia aggressiva delle belve.

La donna e l’uomo autentici sono viceversa i rivoluzionari della carezza,  della gentilezza concessa anche ai propri e altrui limiti.

Fedeli, non della sfera bensì del poliedro: non più i duri e sicuri, piantati su banali euforie autocelebrative.

 

Nella scuola del grande Precursore, Gesù aveva notato il proliferare degli attriti corrucciati e “spirituali” che sorgevano tra allievi (del Battista) - i quali facevano a gara per mettere a punto il Regno.

Avendone valutato la vacua freddezza e il pericolo di omologazione - il nuovo Rabbi capisce definitivamente che la malattia peggiore delle persone è non avere pulsioni umanizzanti.

Impeti forse poco temperati, certo, ma che predispongono non all’Esodo, bensì a una sorta di scalata a tappe prevedibili, con sosta perpetua; a temperatura-ambiente.

Qui nessun lato in ombra diventa nuova ricchezza per tutti.

Per questo motivo, su «il Monte» non proclamerà alcun “No” comandato che rinneghi i nostri ardori - bensì, Beatitudini.

Esse aprono il respiro e l’esistenza tutta. Perfino degli incerti.

Insomma, non sapere ancora chi siamo e dove andiamo, vuol dire possibilità di reinventarsi.

Così impariamo a voler bene ai nostri limiti e alle tante condizioni limacciose: ci ricordano il Giordano.

 

La terra ha bisogno di Luce, ma la Luce ha bisogno di terra. Sono espressione di Nuova Alleanza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai mai incontrato un saggio accompagnatore spirituale che invece di farti precipitare nella sua soluzione t’insegna a voler bene ai tuoi limiti, sapendo che presto o tardi spiazzeranno e sbalordiranno sia te che lui?

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To repent and believe in the Gospel are not two different things or in some way only juxtaposed, but express the same reality (Pope Benedict)
Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà (Papa Benedetto)
The fire of God's creative and redeeming love burns sin and destroys it and takes possession of the soul, which becomes the home of the Most High! (Pope John Paul II)
Il fuoco dell’amore creatore e redentore di Dio brucia il peccato e lo distrugge e prende possesso dell’anima, che diventa abitazione dell’Altissimo! (Papa Giovanni Paolo II)
«The Spirit of the Lord is upon me, because he has anointed me to preach good news to the poor» (Lk 4:18). Every minister of God has to make his own these words spoken by Jesus in Nazareth [John Paul II]
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Ogni ministro di Dio deve far sue nella propria vita queste parole pronunciate da Gesù di Nazareth [Giovanni Paolo II]
It is He himself who comes to meet us, who lowers Heaven to stretch out his hand to us and raise us to his heights [Pope Benedict]
È Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza [Papa Benedetto]
As said st. Augustine: «The Word of God which is explained to you every day and in a certain sense "broken" is also daily Bread». Complete food: basic and “compote” food - historical and ideal, in actuality
Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano». Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in atto
What begins as a discovery of Jesus moves to a greater understanding and commitment through a prayerful process of questions and discernment (John Paul II)
Quel che inizia come una scoperta di Gesù conduce a una maggiore comprensione e dedizione attraverso un devoto processo di domande e discernimento (Giovanni Paolo II)
John's Prologue is certainly the key text, in which the truth about Christ's divine sonship finds its full expression (John Paul II)
Il Prologo di Giovanni è certamente il testo chiave, nel quale la verità sulla divina figliolanza di Cristo trova la sua piena espressione (Giovanni Paolo II)
Innocence prepares, invokes, hastens Peace. But are these things of so much value and so precious? The answer is immediate, explicit: they are very precious gifts (Pope Paul VI)
L’innocenza prepara, invoca, affretta la Pace. Ma si tratta di cose di tanto valore e così preziose? La risposta è immediata, esplicita: sono doni preziosissimi (Papa Paolo VI)
We will not find a wall, no. We will find a way out […] Let us not fear the Lord (Pope Francis)
Non troveremo un muro, no, troveremo un’uscita […] Non abbiamo paura del Signore (Papa Francesco)
Raw life is full of powers: «Be grateful for everything that comes, because everything was sent as a guide to the afterlife» [Gialal al-Din Rumi]
La vita grezza è colma di potenze: «Sii grato per tutto quel che arriva, perché ogni cosa è stata mandata come guida dell’aldilà» [Gialal al-Din Rumi]
It is not enough to be a pious and devoted person to become aware of the presence of Christ - to see God himself, brothers and things with the eyes of the Spirit

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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