don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Feb 4, 2026

5a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

V Domenica Tempo Ordinario (anno A) [8 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo alla Quaresima. Cominciamo a prepararci spiritualmente. Dopo la sesta domenica, il 15 febbraio, entreremo in Quaresima.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (58,7-10)

A prima vista, questo testo potrebbe sembrare una bella lezione morale, e non sarebbe già poco. In realtà, però, dice molto di più. Il contesto è quello della fine del VI secolo a.C.: il ritorno dall’Esilio è avvenuto, ma restano profonde ferite, “le devastazioni del passato” e le rovine da ricostruire. A Gerusalemme la pratica religiosa è stata ristabilita e, in buona fede, si cerca di piacere a Dio. Tuttavia, il profeta deve trasmettere un messaggio delicato: il culto che piace a Dio non è quello che il popolo immagina. I digiuni sono spettacolari, ma la vita quotidiana è segnata da liti, violenze e avidità. Per questo Isaia denuncia un culto che pretende di ottenere il favore di Dio senza conversione del cuore: “Digiunate tra contese e percuotendo con pugni violenti… È forse questo il digiuno che io preferisco?” (Is 58,4-5).

Siamo di fronte a uno dei testi più forti dell’Antico Testamento, che scuote le nostre idee su Dio e sulla religione e risponde con grande chiarezza a una domanda fondamentale: che cosa si aspetta Dio da noi? Questi pochi versetti biblici  sono il frutto di una lunga maturazione nella fede di Israele. Da Abramo in poi, si è cercato ciò che piace a Dio: prima i sacrifici umani, poi quelli di animali, quindi digiuni, offerte e preghiere. Ma lungo tutta questa storia, i profeti non hanno smesso di ricordare che il vero culto non può separarsi dalla vita dell’Alleanza vissuta ogni giorno. Per questo Isaia proclama: il digiuno che Dio vuole è sciogliere le catene dell’ingiustizia, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo. Agli occhi di Dio, ogni gesto che libera il fratello vale più del digiuno più austero. Segue allora l’elenco dei gesti concreti: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, soccorrere ogni miseria umana. È qui che si misura la verità della fede. Tre osservazioni concludono il messaggio: Primo: questi gesti sono l’imitazione dell’opera stessa di Dio, che Israele ha sperimentato sempre come liberatore e misericordioso. L’uomo è davvero chiamato a essere immagine di Dio, e il modo in cui tratta gli altri rivela il suo rapporto con Lui. Secondo: quando Isaia promette “la gloria del Signore”(v.8) a chi si prende cura del povero, non parla di una ricompensa esterna, ma di una realtà: chi agisce come Dio riflette la sua presenza, diventa luce nelle tenebre, perché “dove c’è amore, lì c’è Dio”. Terzo: ogni gesto di giustizia, liberazione e condivisione è un passo verso il Regno di Dio, quel Regno di giustizia e di amore che l’Antico Testamento attende e che il Vangelo delle Beatitudini presenta come costruito giorno dopo giorno dai miti, dai pacifici e dagli affamati di giustizia.

 

*Salmo responsoriale (111/112)

Ogni anno, durante la festa delle Capanne, questa festa che ancora oggi dura una settimana in autunno, tutto il popolo compiva quella che potremmo chiamare la sua “professione di fede”: rinnovava l’Alleanza con Dio e si impegnava nuovamente a rispettare la Legge. Il Salmo 111/112 era certamente cantato in questa occasione. L’intero salmo è di per sé un piccolo trattato sulla vita nell’Alleanza: per comprenderlo meglio, bisogna leggerlo dall’inizio. Vi leggo il primo verso: “Alleluia! Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà!”. Innanzitutto, quindi, il salmo comincia con la parola Alleluia, letteralmente “Lodate Dio”, che è la parola chiave dei credenti: quando l’uomo della Bibbia ci invita a lodare Dio, è proprio per il dono dell’Alleanza. Poi, questo salmo è un salmo alfabetico: cioè contiene ventidue versetti, tanti quanti sono le lettere dell’alfabeto ebraico; la prima parola di ogni versetto comincia con una lettera dell’alfabeto nell’ordine alfabetico. È un modo per affermare che l’Alleanza con Dio riguarda tutta la vita dell’uomo e che la Legge di Dio è il solo cammino di felicità per l’intera esistenza, dalla A alla Z. Infine, il primo versetto inizia con la parola “beato”, rivolta all’uomo che sa rimanere sul cammino dell’Alleanza. Questo ricorda subito il Vangelo delle Beatitudini, che risuona dello stesso termine “beato”: Gesù usa qui una parola molto comune nella Bibbia, ma che purtroppo la nostra traduzione italiana non rende completamente. Nel suo commento ai Salmi, André Chouraqui osservava che la radice ebraica di questa parola (beato l’uomo Ashrê hā’îsh) ha come significato fondamentale il cammino, il passo dell’uomo sulla strada senza ostacoli che conduce al Signore. Si tratta quindi “meno della felicità che del cammino che ad essa conduce”. Per questo lo stesso Chouraqui traduceva “Beato” con “In cammino”, sottointeso: siete sulla buona strada, continuate. Generalmente, nella Bibbia, la parola “beato” non va da sola: è contrapposta al suo opposto “infelice” ( benedetto si dice barùk e maledetto ‘arūr). L’idea generale è che nella vita ci sono percorsi falsi da evitare; alcune scelte o comportamenti conducono al bene, altri, contrari, portano solo infelicità. E se leggiamo tutto il salmo, ci accorgiamo che è costruito in questo modo. Anche il Salmo 1, più conosciuto, è strutturato allo stesso modo: prima descrive i buoni percorsi, il cammino verso la felicità, e solo brevemente i cattivi, perché non vale la pena soffermarsi Qui, la buona scelta è indicata già nel primo verso: “Beato l’uomo che teme il Signore!”. Ritroviamo  questa espressione frequente nell’Antico Testamento: la “paura di Dio”. Purtroppo, nella lettura liturgica, manca la seconda parte del verso; ve la leggo intera: “Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà.” Ecco dunque una definizione di “timore di Dio”: è l’amore della sua volontà, perché si agisce in fiducia. La paura del Signore non è paura in senso negativo: infatti, poco più avanti, un altro verso lo precisa bene: L’uomo retto… confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore” (vv7-8). Il “timore di Dio” nel senso biblico è insieme consapevolezza della santità di Dio, riconoscimento di tutto ciò che Egli fa per l’uomo e, poiché è il nostro Creatore, attenzione a obbedirgli: solo Lui sa cosa è bene per noi. È un atteggiamento filiale di rispetto e obbedienza fiduciosa. Israele scopre così due verità: Dio è il Tutto-Altro, ma si fa anche Tutto-Vicino. È infinitamente potente, ma questa potenza è quella dell’amore. Non abbiamo nulla da temere, perché Egli può e vuole la nostra felicità! Nel Salmo 102/103 leggiamo: “Come la tenerezza del padre verso i figli, così la tenerezza del Signore verso chi lo teme.” Temere il Signore significa avere verso di Lui un atteggiamento rispettoso e fiducioso. Significa anche “appoggiarsi a Lui”. Ecco la giusta attitudine verso Dio, quella che mette l’uomo sulla buona strada: “Beato l’uomo che teme il Signore!” Ed ecco anche la giusta attitudine verso gli altri: “L’uomo retto, misericordioso , pietoso e giusto…egli dona largamente ai poveri”(vv4,8). Il salmo precedente (110/111), molto simile a questo, usa le stesse parole “giustizia, tenerezza e misericordia” per Dio e per l’uomo. L’osservanza quotidiana della Legge, nella vita di tutti i giorni, dalla A alla Z, come simboleggia l’alfabeto del salmo, ci plasma alla somiglianza di Dio. Ho detto somiglianza, perché il salmista ricorda che il Signore resta il Tutto-Altro: le formule non sono identiche. Per Dio si dice che Egli È giustizia, tenerezza e misericordia, mentre per l’uomo il salmista dice “è uomo di giustizia, di tenerezza, di misericordia”, cioè sono virtù che pratica, non il suo essere intrinseco. Queste virtù vengono da Dio e l’uomo le riflette in qualche modo. E poiché la sua azione è a immagine di Dio, l’uomo retto diventa luce per gli altri:”spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”(v.4). Qui si sente un eco della prima lettura tratta dal profeta Isaia: “Condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, , vestire c chi è nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora.”(58,7). Quando doniamo e condividiamo, siamo più a immagine di Dio, che è dono puro. A nostra misura, riflettiamo la sua luce.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (2,1-5)

 San Paolo, come spesso, procede per contrasti: la prima opposizione è che il mistero di Dio è completamente diverso dalla sapienza degli uomini; la seconda opposizione riguarda il linguaggio dell’apostolo che annuncia il mistero, molto diverso dal bel parlare umano, dall’eloquenza. Riprendiamo queste due opposizioni: mistero di Dio / sapienza umana; linguaggio del cristiano / eloquenza o arte oratoria. Prima opposizione: mistero di Dio o sapienza umana. Paolo dice di essere venuto “per annunciare il mistero di Dio”; per mistero va inteso il “disegno misericordioso” di Dio , che sarà sviluppato più tardi nella Lettera agli Efesini (Ef 1,3-14): questo disegno è di fare dell’umanità una comunione perfetta di amore attorno a Gesù Cristo, fondata sui valori dell’amore, del servizio reciproco, del dono e del perdono. Gesù lo mette già in pratica lungo tutta la sua vita terrena. Siamo quindi lontanissimi dall’idea di un Dio potente in senso militare, come talvolta alcuni immaginano. Questo mistero di Dio si realizza tramite un “Messia crocifisso”, del tutto contrario alla logica umana, quasi un paradosso. Paolo afferma che Gesù di Nazareth è il Messia, ma non come lo si aspettava: non lo si attendeva crocifisso; secondo la nostra logica, la crocifissione sembrava provare il contrario, perché tutti ricordavano una famosa frase del Deuteronomio: chi era condannato a morte per la legge era considerato maledetto da Dio (Dt 21,22-23). Eppure, questo disegno del Dio onnipotente è nulla meno che Gesù Cristo, come dice Paolo. Nel testimoniare la sua fede, Paolo non ha nulla da annunciare se non Gesù Cristo: Egli è il centro della storia umana, del progetto di Dio e della sua fede. Non vuole sapere nulla di altro: “Ritenni infatti di non sapere altro..  che Gesù Cristo”. Dietro questa frase si intravedono le difficoltà di resistere alle pressioni, agli insulti e alle persecuzioni già presenti. Questo Messia crocifisso ci mostra la vera sapienza, la sapienza di Dio: dono e perdono, rifiuto della violenza… tutto il messaggio del Vangelo delle Beatitudini. Di fronte a questa sapienza divina, la sapienza umana è ragionamento, persuasione, forza e potenza; questa sapienza non può comprendere il messaggio del Vangelo. Infatti, Paolo ha sperimentato un fallimento ad Atene, il centro della filosofia (At17,16-34). Seconda opposizione: linguaggio del predicatore o arte oratoria. Paolo non ha alcuna pretesa di eloquenza: questo già ci rassicura, se non siamo abili oratori. Ma va oltre: per lui l’eloquenza, l’arte oratoria, la capacità di persuadere sono addirittura un ostacolo, incompatibili con il messaggio del Vangelo. Annunciare il Vangelo non significa sfoggiare conoscenza né imporre argomenti. Interessante notare che nella parola “convincere” c’è “vincere”: forse non siamo al posto giusto se pensiamo di annunciare la religione dell’Amore. La fede, come l’amore, non si persuade… Provate a convincere qualcuno ad amarvi: l’amore non si dimostra, non si ragiona. Lo stesso vale per il mistero di Dio: lo si può solo penetrare gradualmente. Il mistero di un Messia povero, Messia-Servitore, Messia crocifisso, non può essere annunciato con mezzi di potenza: sarebbe il contrario del mistero stesso! È nella povertà che il Vangelo si annuncia: questo ci dovrebbe dare coraggio! Il Messia povero può essere annunciato solo con mezzi poveri; il Messia servo solo da servi. Non ti preoccupare se non sei  un grande oratore: la nostra povertà di linguaggio è l’unica compatibile con il Vangelo. Paolo va oltre e dice addirittura che la nostra povertà è condizione necessaria della predicazione: essa lascia spazio all’azione di Dio. Non è Paolo a convincere i Corinzi, ma lo Spirito di Dio, che conferisce alla predicazione la forza della verità, facendo scoprire Cristo. Ne consegue che non è la forza del nostro ragionamento a  convincere: la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza dello Spirito di Dio. Noi possiamo solo prestargli la nostra voce. Ovviamente come per Paolo, ciò richiede un atto di fede enorme: È nella mia debolezza, tremante e timoroso, che sono venuto da voi. Il mio linguaggio, la mia predicazione non avevano nulla a che fare con la sapienza che convince; ma si manifestavano lo Spirito e la sua potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Quando sembra che il cerchio dei credenti si restringa, quando sogneremmo strumenti mediatici, elettronici o finanziari potenti, ci fa bene sentire che l’annuncio del Vangelo si adatta meglio ai mezzi poveri. Ma per accettarlo bisogna ammettere che lo Spirito Santo è il miglior predicatore, e che la testimonianza della nostra povertà è la predicazione migliore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (5, 13 -16)

Se una lampada è bella è meglio, ma non è la cosa più importante! Ciò che si chiede prima di tutto è che illumini perché se non illumina bene non si vede nulla. Quanto al sale, la sua vocazione è scomparire svolgendo il suo compito: se manca, il piatto sarà meno buono. A ben vedere sale e luce non esistono per sé stessi. Gesù dice ai discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”: ciò che conta è la terra, il mondo; il sale e la luce contano solo in rapporto alla terra e al mondo! Dicendo ai discepoli che sono sale e luce, Gesù li mette in situazione missionaria: Voi che ricevete le mie parole, diventate per questo stesso motivo sale e luce per il mondo: la vostra presenza è indispensabile. In altre parole, la Chiesa esiste solo per evangelizzare il mondo. Questo ci rimette al nostro posto! Già la Bibbia ricordava al popolo di Israele che era il popolo eletto, ma al servizio del mondo; questa lezione vale anche per noi. Tornando a sale e luce: ci si può chiedere qual è il punto in comune tra questi due elementi a cui Gesù paragona i discepoli. Possiamo rispondere che entrambi sono rivelatori: il sale esalta il sapore del cibo, la luce rivela la bellezza delle persone e del mondo. Il cibo esiste prima di ricevere il sale; il mondo e gli esseri esistono prima di essere illuminati. Ci dice molto sulla missione che Gesù affida ai suoi discepoli, a noi: nessuno ha bisogno di noi per esistere, ma abbiamo un ruolo specifico da svolgere. Sale della terra: siamo qui per rivelare agli uomini il sapore della loro vita. Gli uomini non ci aspettano per compiere gesti d’amore e di condivisione, talvolta meravigliosi. Evangelizzare significa dire che il Regno è in mezzo a voi, in ogni gesto, in ogni parola d’amore e “dove c’è amore, lì c’è Dio.” Luce del mondo: siamo qui per valorizzare la bellezza di questo mondo. È lo sguardo d’amore che rivela il vero volto delle persone e delle cose. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per entrare in sintonia con ogni gesto o parola che viene da Lui. Ma questo può avvenire solo con discrezione e umiltà. Troppo sale rovina il gusto del cibo; una luce troppo forte schiaccia ciò che vuole illuminare. Per essere sale e luce, bisogna amare molto, amare davvero. I testi di oggi ce lo ripetono in modi diversi ma coerenti. L’evangelizzazione non è una conquista; la Nuova Evangelizzazione non è una riconquista. L’annuncio del Vangelo avviene solo nella presenza d’amore. Ricordiamo l’avvertimento di Paolo ai Corinzi nella seconda lettura: solo i poveri e gli umili possono predicare il Regno. Questa presenza d’amore può essere molto esigente, come mostra la prima lettura: il collegamento tra Isaia e il Vangelo è molto significativo. Essere luce del mondo significa mettersi al servizio dei fratelli; Isaia è concreto: condividere pane o vestiti, abbattere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà degli uomini. Anche il Salmo di questa domenica dice lo stesso: “l’uomo retto”, cioè colui che condivide generosamente le sue ricchezze, è luce per gli altri. Attraverso le sue parole e i suoi gesti d’amore, gli altri scopriranno la fonte di ogni amore: come dice Gesù. Vedendo ciò che i discepoli fanno di bene, gli uomini renderanno gloria al Padre che è nei cieli, cioè scopriranno che il progetto di Dio per l’umanità è un progetto di pace e giustizia. Al contrario, come potranno gli uomini credere al progetto d’amore di Dio se noi, suoi ambasciatori, non moltiplichiamo i gesti di solidarietà e giustizia che la società richiede? Il sale è sempre in pericolo di perdere sapore: è facile dimenticare le parole forti del profeta Isaia, ascoltate nella prima lettura; e non è un caso se la liturgia ce le propone poco prima dell’inizio della Quaresima, tempo in cui rifletteremo su quale digiuno Dio preferisca. Ultima osservazione: il Vangelo di oggi (sale e luce) segue immediatamente la proclamazione delle Beatitudini in Matteo di domenica scorsa. Vi è quindi un legame tra i due passi, che possono illuminarsi a vicenda. Forse il modo migliore di essere sale e luce è vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, cioè all’opposto dello spirito del mondo: accettare umiltà, dolcezza, purezza, giustizia; essere artigiani di pace in ogni circostanza; e, soprattutto, accettare la povertà e la mancanza, con un solo obiettivo: “perché vedano le vostre opere buone  e rendano  gloria al Padre nostro che. è nei cieli”. Complementi: Secondo il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la vera luce del mondo non siamo noi, è Gesù Cristo. Dicendo ai discepoli che sono luce, Gesù rivela che è Dio stesso a brillare attraverso di loro, perché nella Scrittura, come nel Concilio, è sempre chiarito che tutta la luce viene da Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Presentazione di Gesù al Tempio [2 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco anche un breve commento dei testi della liturgia della festa della presentazione di Gesù al Tempio.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Malachia (3,1-4)

Il testo di Malachia nasce in un contesto di crisi: non c’è più il re davidico, il popolo è sottomesso ai Persiani e l’autorità è nelle mani dei sacerdoti. Per questo il profeta insiste sull’alleanza con i leviti, ricordandone l’origine divina e denunciandone la corruzione presente. L’annuncio centrale è la venuta imminente del Signore nel suo tempio, chiamato anche Angelo dell’Alleanza: non un semplice messaggero, ma Dio stesso che viene a ristabilire l’Alleanza. Questa venuta è insieme desiderata e temibile, perché è una venuta di giudizio che purifica: non distrugge l’uomo, ma elimina il male che è in lui. Prima di questa venuta, Dio invia un messaggero che prepara il cammino mediante la chiamata alla conversione. Il Nuovo Testamento riconoscerà in Giovanni Battista questo precursore e in Gesù stesso l’Angelo dell’Alleanza annunciato da Malachia. Il messaggio resta attuale: Dio entra nel suo tempio per rinnovare l’Alleanza, purificare il culto e ricondurre il suo popolo alla fedeltà del cuore.

 

*Salmo responsoriale (23/24, 7, 8, 9, 10)

L’espressione poetica “Alzate, o porte, la vostra fronte” (v.9) è un’iperbole che celebra la maestà del “re della gloria”, cioè Dio stesso, che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. Le porte non si aprono soltanto: si innalzano, come se l’edificio stesso dovesse farsi più grande per accogliere la presenza divina. Il salmo rimanda alla solenne dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone (circa 950 a.C.), quando l’Arca dell’Alleanza fu portata in processione nella Città santa, tra canti, musiche e sacrifici. L’Arca, posta nel Santo dei Santi sotto le ali dei cherubini, rappresentava il trono invisibile di Dio in mezzo al suo popolo. I cherubini, lontani dall’immaginario degli angioletti, erano figure maestose e simboliche, segno della sovranità divina. Il salmo sembra strutturato come un dialogo liturgico tra due cori: uno invita le porte ad aprirsi, l’altro proclama l’identità del re della gloria come il Signore forte e vittorioso. I titoli guerrieri ricordano che Dio ha accompagnato Israele nelle sue lotte per la libertà e la sopravvivenza: l’Arca era il segno della sua presenza nei combattimenti del popolo. Anche dopo la scomparsa dell’Arca, soprattutto dopo l’Esilio babilonese, questo salmo continuò a essere cantato nel Tempio. Proprio l’assenza dell’Arca ne accrebbe il valore spirituale: Israele imparò che la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto sacro e carico di memoria. Col passare dei secoli, il salmo assunse un significato messianico: l’invocazione “entri il re della gloria” divenne l’espressione dell’attesa del Messia, il re definitivo che avrebbe vinto il male e inaugurato un’umanità rinnovata. Il “Signore degli eserciti” venne progressivamente compreso come Dio dell’universo, non più solo Dio di Israele ma Signore di tutta l’umanità. Per questo la liturgia cristiana canta questo salmo nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio: è una professione di fede che riconosce in quel bambino il vero re della gloria, Dio stesso che entra nel suo Tempio e viene incontro al suo popolo.

 

*Seconda Lettura dalla lettera a gli Ebrei (2,14-18)

La Lettera agli Ebrei nasce in un clima di polemica: i cristiani di origine ebraica venivano accusati di seguire un Messia che non poteva essere sacerdote secondo la Legge. L’autore risponde mostrando che Gesù realizza il sacerdozio in modo nuovo e definitivo. Pur non appartenendo alla tribù di Levi, Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, cioè in una forma più antica e universale. Egli non riproduce il sacerdozio dell’Antico Testamento, ma lo porta a compimento, realizzandone la finalità profonda. Gesù è vero sacerdote perché:è pienamente solidale con l’umanità, condividendone debolezza, sofferenza e morte; è in piena comunione con Dio, come dimostra la sua risurrezione; ristabilisce l’Alleanza, liberando l’uomo dalla paura e dalla schiavitù della morte. La salvezza è offerta a tutti, ma riguarda in particolare i “figli di Abramo”, cioè coloro che vivono nella fede come fiducia. L’Alleanza è dono gratuito di Dio, ma richiede una risposta libera: accoglierla o rifiutarla resta responsabilità dell’uomo.

 

*Dal vangelo secondo san Luca (2, 22 – 40)

  Il racconto della Presentazione di Gesù al Tempio è costruito con grande cura e mette in evidenza due elementi fondamentali: la Legge e lo Spirito. Nei primi versetti Luca insiste più volte sulla Legge d’Israele, non come semplice insieme di prescrizioni, ma come espressione della fede e dell’attesa del popolo. La vita di Gesù inizia all’interno della fede d’Israele: Maria e Giuseppe compiono i gesti prescritti con devozione, inserendo il bambino nella storia e nella speranza del loro popolo. Il primo messaggio di Luca è chiaro: la salvezza dell’umanità nasce dentro la Legge d’Israele. È in questo contesto che il Verbo di Dio si è incarnato e che il progetto di amore di Dio per l’umanità ha preso forma. Subito dopo entra in scena Simeone, guidato dallo Spirito Santo, anch’esso nominato più volte. È lo Spirito che gli rivela l’identità del bambino: Gesù è il Salvatore preparato da Dio davanti a tutti i popoli. Le parole di Simeone riassumono l’intero Antico Testamento come una lunga preparazione al compimento della salvezza, che non riguarda solo Israele ma tutta l’umanità. Israele è la “gloria” perché è stato scelto come strumento di salvezza universale. L’evento avviene nel Tempio di Gerusalemme, luogo decisivo per Luca: qui si realizza la profezia di Malachia sull’ingresso improvviso del Signore nel suo Tempio. Gesù è riconosciuto come l’Angelo dell’Alleanza, il Signore stesso che viene a visitare il suo popolo. Le immagini di luce e di gloria usate da Simeone si collocano pienamente in questa prospettiva. Il racconto richiama anche il Salmo del “re della gloria”: l’atteso Messia regale entra nel Tempio, non con la potenza esteriore, ma nella povertà di un neonato. Tuttavia la scena è solenne e carica di gloria, perché in quel bambino è presente tutta l’attesa d’Israele, rappresentata da Simeone e Anna, figure della speranza fedele. Con il cantico di Simeone si afferma che Gesù è il Messia e la gloria di Dio: con lui la gloria divina entra nel Santuario. Questo significa che Gesù non solo porta la gloria di Dio, ma è la gloria di Dio, è Dio stesso presente in mezzo al suo popolo. Con la sua venuta, il tempo della Legge giunge al suo compimento: l’Angelo dell’Alleanza è entrato nel Tempio per donare lo Spirito, illuminare le nazioni e inaugurare il tempo nuovo della salvezza universale.

+Giovanni D’Ercole

(Mc 6,14-29)

 

La domanda «Gesù, Chi è?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio sulle opinioni della gente (vv.14-16) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti qualcuno tentava di comprendere Cristo a partire da quanto si sapeva già.

Non pochi desideravano capire la sua Persona sulla base di criteri tratti dalle Scritture o dalla Tradizione anche orale del popolo eletto; dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose [come nel caso di Erode].

Ma l’Araldo di Dio non è stato un purificatore del Tempio, né semplice rabberciatore della religiosità datata, d’idee culturali addomesticate. Neppure uno dei tanti “riformatori”… tutto sommato conformisti.

Egli capovolge le speranze del popolo, così inquieta qualsiasi scuola di pensiero; in particolare, coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è avvolto di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso.

Ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Giuseppe Flavio riferisce che Giovanni era in prigione per timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo.

La trama dell’assassinio è stata occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la Voce del suo martirio non tace più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un inviato, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso che garantiva ai facinorosi di considerarsi intoccabili.

Di fronte al ricatto [senza troppi complimenti] dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole d’una nostra nobile franchezza critica, la cui ‘rivelazione’ correrà parallela ai Due.

 

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

Anche oggi chiede coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare, di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da molti cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Chi è Gesù secondo te e gli altri?

 

 

[Venerdì 4.a sett. T.O.  6 febbraio 2026]

(Mc 6,14-29)

 

La domanda «Chi è Gesù?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio sulle opinioni della gente (vv.14-16) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti qualcuno tentava di comprendere Cristo a partire da quanto si sapeva già.

Non pochi desideravano capire la sua Persona sulla base di criteri tratti dalle Scritture o dalla Tradizione anche orale del popolo eletto; dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose [come nel caso di Erode].

Ma l’Araldo di Dio non è stato un purificatore del Tempio, né semplice rabberciatore della religiosità datata, d’idee culturali addomesticate. Neppure uno dei tanti “riformatori”… tutto sommato conformisti.

Egli capovolge le speranze del popolo, così inquieta qualsiasi scuola di pensiero; in particolare, coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è avvolto di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso.

Ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo,  il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia.

Il suo comando copriva capillarmente il territorio.

In ogni villaggio il sovrano poteva contare sull’appoggio di tutte le cricche e dei vari leaders locali, interessati al controllo delle coscienze - insieme a scribi e farisei compromessi, legati alla sua politica.

Oltre che fantoccio di Roma - cui garantiva il controllo del territorio e il flusso delle imposte - Erode era un depravato e (appunto) superstizioso. Pensava che perfino il giuramento leggero a una ballerina andasse mantenuto.

Giuseppe Flavio riferisce invece che Giovanni era in prigione per timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo.

La trama dell’assassinio è stata probabilmente occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la Voce del suo martirio non tace più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un inviato, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

I delinquenti non devono illudersi che la Provvidenza non sappia equipaggiare anche le alte sfere più smidollate, del contraltare di persone coerenti e valide.

La religiosità generica e confusionaria può adattarsi a ogni stagione ed esser fatta propria anche da chi pensa che la vita altrui non valga nulla - ma un Profeta non si arresta di fronte al capriccio del sistema corrotto.

 

Sia Giovanni che il Signore non hanno mai frequentato la nuova capitale erodiana, Tiberiade, la città dei palazzi di corte. Costruita - dopo Sefforis, dove anche Gesù ha lavorato - in diplomatico omaggio all’imperatore romano.

 

Nei villaggi palestinesi la vita della gente era vessata di tasse e abusi di latifondisti, che neppure risiedevano in loco; controllata dal perfetto connubio d’interessi fra potere civile e religioso.

Complicità che in modo scaltro i dirigenti tentavano d’imporre, secondo il loro stile di vita. Anche trasmettendo alle folle molte narrazioni calibrate, e inculcando un sapere (inutile) ormai consolidato.

I leaders della fede popolare, ortodossa e confacente - come spesso capita - erano a guinzaglio delle autorità sul territorio, le quali si consideravano definitive e trovavano forza nella coalizione.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso il quale garantiva ai facinorosi, alle autorità “spirituali” e ai prepotenti persino d’infimo livello di considerarsi intoccabili.

 

Di fronte al ricatto (senza troppi complimenti) dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole d’una nostra nobile franchezza critica, la cui rivelazione correrà parallela ai Due.

 

Il Battezzatore è stato intrepido denunciatore del vizio, della superficialità, del malcostume, delle perversioni dei potenti.

Di costoro, Papa Francesco avrebbe parlato di buone maniere [nella ricerca di alleanze di cordata] e di pessime abitudini [nella vita privata irresponsabile e insulsa, e nella violenza con cui si perpetua il dominio sui piccoli].

Anche Gesù ha puntato i piedi, invece di fare carriera interna. Malgrado il presagio di Giovanni, ha rifiutato la strada delle malizie soppesate, della finzione, della diplomazia, delle piroette di circostanza.

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità religiose e politiche opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

 

Anche oggi il Signore chiede coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare [mellifluo].

Chiede di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da molti signori, luminari e cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

 

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Conosci vittime di autoritarismo, corruzione, dominio di potenti, eccesso e strafottenza di potere? Anche nella Chiesa?

Come mai ancora capita questo - e tutto prima o poi vien messo a tacere?

Chi è Gesù secondo te e gli altri? E che direbbe?

Da autentico profeta, Giovanni rese testimonianza alla verità senza compromessi. Denunciò le trasgressioni dei comandamenti di Dio, anche quando protagonisti ne erano i potenti. Così, quando accusò di adulterio Erode ed Erodiade, pagò con la vita, sigillando col martirio il suo servizio a Cristo, che è la Verità in persona. Invochiamo la sua intercessione, insieme con quella di Maria Santissima, perché anche ai nostri giorni la Chiesa sappia mantenersi sempre fedele a Cristo e testimoniare con coraggio la sua verità e il suo amore per tutti.

[Papa Benedetto, Angelus 24 giugno 2007]

1. […] la tradizione cristiana fa memoria del martirio di San Giovanni Battista, "il più grande fra i nati di donna", secondo l’elogio del Messia stesso (cfr Lc 7, 28). Egli rese a Dio la suprema testimonianza del sangue immolando la sua esistenza per la verità e la giustizia; fu infatti decapitato per ordine di Erode, al quale aveva osato dire che non gli era lecito tenere la moglie di suo fratello (cfr Mt 6, 17 – 29).

2. Nell’Enciclica Veritatis splendor, ricordando il sacrificio di Giovanni Battista (cfr n.91), notavo che il martirio è "un segno preclaro della santità della Chiesa" (n.93). Esso infatti "rappresenta il vertice della testimonianza alla verità morale" (ibid.). Se relativamente pochi sono chiamati al sacrificio supremo, vi è però "una coerente testimonianza che tutti i cristiani devono esser pronti a dare ogni giorno anche a costo di sofferenze e di gravi sacrifici" (ibid.). Ci vuole davvero un impegno talvolta eroico per non cedere, anche nella vita quotidiana, alle difficoltà che spingono al compromesso e per vivere il Vangelo "sine glossa".

3. L’eroico esempio di Giovanni Battista fa pensare ai martiri della fede che lungo i secoli hanno seguito coraggiosamente le sue orme. In modo speciale, mi tornano alla mente i numerosi cristiani, che nel secolo scorso sono stati vittime dell’odio religioso in diverse nazioni d’Europa. Anche oggi, in alcune parti del mondo, i credenti continuano ad essere sottoposti a dure prove per la loro adesione a Cristo e alla sua Chiesa.

Sentano questi nostri fratelli e sorelle la piena solidarietà dell’intera comunità ecclesiale! Li affidiamo alla Vergine Santa, Regina dei martiri, che ora insieme invochiamo.

[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 29 agosto 2004]

Gen 29, 2026

Strade parallele

Pubblicato in Angolo dell'apripista

Un uomo, Giovanni, e una strada, che è quella di Gesù, indicata dal Battista, ma è anche la nostra, nella quale tutti siamo chiamati al momento della prova.

Parte dalla figura di Giovanni, «il grande Giovanni: al dire di Gesù “l’uomo più grande nato da donna”» la riflessione di Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta venerdì 6 febbraio. Il vangelo di Marco (6, 14-29) racconta della prigionia e del martirio di quest’«uomo fedele alla sua missione; l’uomo che ha sofferto tante tentazioni» e che «mai, mai ha tradito la sua vocazione». Un uomo «fedele» e «di grande autorità, rispettato da tutti: il grande di quel tempo».

Papa Francesco si è soffermato ad analizzare la sua figura: «Quello che gli usciva dalla bocca era giusto. Il suo cuore era giusto». Era tanto grande che «Gesù dirà anche di lui che “è Elia che è tornato, per pulire la casa, per preparare il cammino”». E Giovanni «era cosciente che il suo dovere era soltanto annunziare: annunziare la prossimità del Messia. Lui era cosciente, come ci fa riflettere sant’Agostino, che lui era la voce soltanto, la Parola era un altro». Anche quando «è stato tentato di “rapinare” questa verità, lui è rimasto giusto: “Io non sono, dietro di me viene, ma io non sono: io sono il servo; io sono il servitore; io sono quello che apre le porte, perché lui venga».

A questo punto il Pontefice ha introdotto il concetto di strada, perché, ha ricordato: «Giovanni è il precursore: precursore non solo della entrata del Signore nella vita pubblica, ma di tutta la vita del Signore». Il Battista «va avanti nel cammino del Signore; dà testimonianza del Signore non soltanto mostrandolo — “È questo!”— ma anche portando la vita fino alla fine come l’ha portata il Signore». E finendo la vita «col martirio» è stato «precursore della vita e della morte di Gesù Cristo».

Il Papa ha continuato a riflettere su queste strade parallele lungo le quali «il grande» soffre «tante prove e diventa piccolo, piccolo, piccolo, piccolo fino al disprezzo». Giovanni, come Gesù, «si annienta, conosce la strada dell’annientamento. Giovanni con tutta quella autorità, pensando alla sua vita, comparandola con quella di Gesù, dice alla gente chi è lui, come sarà la sua vita: “Conviene che lui cresca, io invece debbo diminuire”». È questa, ha sottolineato il Papa, «la vita di Giovanni: diminuire davanti a Cristo, perché Cristo cresca». È «la vita del servo che fa posto, fa strada perché venga il Signore».

La vita di Giovanni «non è stata facile»: infatti, «quando Gesù ha incominciato la sua vita pubblica», egli era «vicino agli Esseni, cioè agli osservanti della legge, ma anche delle preghiere, delle penitenze». Così, a un certo punto, nel periodo in cui era in carcere, «ha sofferto la prova del buio, della notte nella sua anima». E quella scena, ha commentato Francesco, «commuove: il grande, il più grande manda da Gesù due discepoli per domandargli: “Ma Giovanni ti domanda: sei tu o ho sbagliato e dobbiamo aspettare un altro?”». Lungo la strada di Giovanni si è affacciato quindi «il buio dello sbaglio, il buio di una vita bruciata nell’errore. E questa per lui è stata una croce».

Alla domanda di Giovanni «Gesù risponde con le parole di Isaia»: il Battista «capisce, ma il suo cuore rimane nel buio». Ciò nonostante si presta alle richieste del re, «al quale piaceva sentirlo, al quale piaceva portare avanti una vita adultera», e «quasi diventava un predicatore di corte, di questo re perplesso». Ma «lui si umiliava» perché «pensava di convertire quest’uomo».

Infine, ha detto il Papa, «dopo questa purificazione, dopo questo calare continuo nell’annientamento, facendo strada all’annientamento di Gesù, finisce la sua vita». Quel re da perplesso «diventa capace di una decisione, ma non perché il suo cuore sia stato convertito»; piuttosto «perché il vino gli dà coraggio».

E così Giovanni finisce la sua vita «sotto l’autorità di un re mediocre, ubriaco e corrotto, per il capriccio di una ballerina e per l’odio vendicativo di un’adultera». Così «finisce il grande, l’uomo più grande nato da donna», ha commentato Francesco che ha confessato: «Quando io leggo questo brano, mi commuovo». E ha aggiunto una considerazione utile alla vita spirituale di ogni cristiano: «Penso a due cose: primo, penso ai nostri martiri, ai martiri dei nostri giorni, quegli uomini, donne, bambini che sono perseguitati, odiati, cacciati via dalle case, torturati, massacrati». E questa, ha sottolineato, «non è una cosa del passato: oggi succede questo. I nostri martiri, che finiscono la loro vita sotto l’autorità corrotta di gente che odia Gesù Cristo». Perciò «ci farà bene pensare ai nostri martiri. Oggi pensiamo a Paolo Miki, ma quello è successo nel 1600. Pensiamo a quelli di oggi, del 2015».

Il Pontefice ha proseguito aggiungendo che questo brano lo spinge anche a riflettere su se stesso: «Anche io finirò. Tutti noi finiremo. Nessuno ha la vita “comprata”. Anche noi, volendo o non volendo, andiamo sulla strada dell’annientamento esistenziale della vita». E ciò, ha detto, lo spinge «a pregare che questo annientamento assomigli il più possibile a Gesù Cristo, al suo annientamento».

Si chiude così il cerchio della meditazione di Francesco: «Giovanni, il grande, che diminuisce continuamente fino al nulla; i martiri, che diminuiscono oggi, nella nostra Chiesa di oggi, fino al nulla; e noi, che siamo su questa strada e andiamo verso la terra, dove tutti finiremo». In questo senso la preghiera finale del Papa: «Che il Signore ci illumini, ci faccia capire questa strada di Giovanni, il precursore della strada di Gesù; e la strada di Gesù, che ci insegna come deve essere la nostra».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 07.02.2015]

Sobri, ma con i sandali

(Mc 6,7-13)

 

Il passaggio di Nazaret - doloroso per lo stesso Gesù - e la descrizione dell’invio dei discepoli, voleva essere di sostegno e luce per i credenti.

Il Figlio di Dio viene rifiutato dalla propria gente, e quello che prima era il suo paese ora non lo è più.

Non bisogna per questo scoraggiare: i conflitti costringono a stare faccia a faccia con nuovi modi di essere (e opportunità di Comunione).

Nel rapporto col Padre e le circostanze, nessuno se la cava da solo, magari centrando l’esistenza sui traguardi e solo su di sé - o cambiando residenza (v.10) e cercando poi eccessivi mezzi per stabilirsi [col pretesto della ‘efficacia’].

La testimonianza del Cristo è profonda, e relazionale sino alla convivenza; non individualista: da affrontare mostrando reciprocità, capacità di scambio non alienante - almeno fra due (v.7).

La mèta poi non è perseguibile se la vita è disintegrata dalle opinioni attorno, e priva di qualsiasi principio di trasformazione dei rapporti - espressione dell’Alleanza che suscita collaborazione, spirito di fraternità.

Nonché “modello”, “principio” di analisi e prognosi per la soluzione dei problemi, e per un futuro di convivenza; attraverso un completamento di ‘lati opposti’ riconosciuti in se stessi [attraverso le microrelazioni].

 

In tutte le religioni l’ideale di perfezione è il raggiungimento della propria purificazione, avanzamento, equilibrio.

Ma non basta questo perché possiamo proclamare che il Regno è venuto! Esso è frutto artigianale, di un cammino svolto come a tappe e tentativi; dell’Amore, nell’Esodo.

In tal guisa, il Risorto ci ha investiti di una forza tranquilla ma irresistibile e palese: la sua Parola efficace.

Logos che in noi si fa lucidità, carica, impulso, capacità di ascolto [che rimette in piedi; insieme, ci pone in grado di gestire le cose]: una potenza compassionevole mai vista prima.

La proposta dei Vangeli presuppone spirito di sobrietà, rischio, fraternità regale: così si evangelizzano gli ambienti, trasmettendo passione per la vita e annientando le forze di morte che allontanano dal prossimo.

Avendo fiducia nell’ospitalità e nella condivisione, i nuovi missionari trascurano finalmente le norme di purità legalista (v.8) e mostrano un diverso accesso alla stessa purezza, alle relazioni, all’intimità col Padre.

Dunque, ingredienti essenziali per edificare la comunità altrove sono: accontentarsi e rinunciare all’ambizione, la compartecipazione anche nella cultura [dando spazio a tutte le intuizioni]; famigliarità nei normali lavori e compensi; l’accoglienza degli esclusi.

Come nella mentalità comunitaria semitica, i nuovi ‘inviati’ devono farsi fratelli prossimi, difensori e riscattatori (Go’el) degli emarginati. In tal senso anche noi personifichiamo nella storia e nei contesti la figura del Cristo.

Proteggendo i miseri e bisognosi (v.13), si dispiega l’insegnamento e l’opera di Gesù, che tanto si era profuso per arginare la disintegrazione della vita comunitaria - allora intaccata dal servilismo politico, economico e religioso.

Quindi, evitando l’ambiguità delle ricchezze, i figli di Dio non avrebbero nutrito l’istinto di dominio sugli altri.

 

Purtroppo chi è amico del trionfalismo e possiede in eccesso, facilmente mancherà della cosa principale, caratteristica della credibilità: la fiducia nella Provvidenza - unico spirito che non inficia la situazione.

Gesù mette in guardia, affinché non lo smentiamo col nostro comportamento arraffone, amante del lusso, pronto sia alle deferenze che ad assecondare i giochi di potere; performante a ogni costo, sempre affannato per il ruolo e i livelli economici.

Certo, il Figlio di Dio sogna una Chiesa povera [non solo ‘dei poveri’] - ma un elemento di opulenza per noi lo concede, anzi lo vuole: che calziamo i sandali (v.9); a quel tempo in Roma segno di libertà e dignità non accattona.

Sì, perché dobbiamo riscoprire l’umano - e camminare molto.

 

 

[Giovedì 4.a sett. T.O.  5 febbraio 2026]

Sobri, ma con i sandali

(Mc 6,7-13)

 

E io e Te

La Verità non è affatto ciò che ho. Non è affatto ciò che hai. Essa è ciò che ci unisce nella sofferenza, nella gioia. Essa è figlia della nostra Unione, nel dolore e nel piacere partoriti. Né io né Te. E io e Te. La nostra opera comune, stupore permanente. Il suo nome è Saggezza.

(Irénée Guilane Dioh)

 

Mc scrive il suo Vangelo per le comunità romane, in un momento in cui sembrava non avessero futuro. Eppure, esse vivevano tale situazione di prova senza strillare.

Nerone iniziò a perseguitare le piccole fraternità nel 64. L’anno successivo scoppiò la rivolta giudaica. Nel breve periodo dei quattro Cesari, a Roma la guerra civile raggiunse il suo apice. Nel 70 Gerusalemme venne rasa al suolo.

Il passaggio di Nazaret - doloroso per lo stesso Gesù - e la descrizione dell’invio dei discepoli, voleva essere di sostegno e luce per i credenti.

Il Figlio di Dio [e in Lui chiunque autenticamente lo testimoni] viene rifiutato dalla propria gente, e quello che prima era il suo paese ora non lo è più.

Non bisogna per questo scoraggiare: i conflitti costringono a stare faccia a faccia con nuovi modi di essere.

Malgrado le difficoltà che in se stesse creerebbero solo trappole emotive, qualsiasi situazione non è priva d’un orientamento e preziosi orizzonti di nuova leggerezza, di possibilità di abbandono che riporta alla vita; soprattutto, di vera Comunione.

Nel rapporto col Padre e le circostanze, nessuno se la cava da solo, magari centrando l’esistenza su traguardi e solo su di sé - o cambiando residenza (v.10) e cercando poi eccessivi mezzi per stabilirsi [col pretesto dell’efficacia].

La testimonianza del Cristo è profonda, e relazionale sino alla convivenza (anche più che sommaria); non individualista: da affrontare mostrando reciprocità, capacità di scambio non alienante - almeno fra due (v.7).

È nel volto di un compagno di viaggio che si riconoscono gli opposti [gli stessi poli che abitano ciascuna anima, nel segreto…].

La mèta poi non è perseguibile se la testa permanesse disintegrata dalle opinioni attorno, e il desiderio privo di qualsiasi principio di trasformazione dei rapporti - espressione dell’Alleanza che ancora suscita collaborazione, spirito di fraternità, cammino.

Quindi “modello”, “principio” di analisi e prognosi per la soluzione dei problemi, e per un futuro di convivenza; attraverso un completamento di ‘lati opposti’ riconosciuti in se stessi [attraverso le microrelazioni].

 

In tutte le religioni l’ideale di perfezione è il raggiungimento della propria purificazione, avanzamento, equilibrio.

Ma non basta questo perché possiamo proclamare che il Regno è venuto! Esso è frutto artigianale, di un percorso svolto come a tappe e tentativi; dell’Amore, nell’Esodo.

In tal guisa, il Risorto ci ha investiti di una forza tranquilla ma irresistibile e palese: la sua Parola efficace.

Verbo che in noi si fa lucidità, carica, impulso, capacità di ascolto [che rimette in piedi; insieme, ci pone in grado di gestire le cose]: una potenza compassionevole mai vista prima.

 

La proposta dei Vangeli presuppone spirito di sobrietà, rischio, empatia regale: così si evangelizzano gli ambienti, trasmettendo passione per la vita e annientando le forze di morte che allontanano dal prossimo.

Avendo fiducia nell’ospitalità e nella condivisione, i nuovi missionari trascurano finalmente le norme di purità religiose (v.8) e mostrano un diverso accesso alla stessa purezza, alle relazioni, all’intimità col Padre.

Dunque, ingredienti essenziali per edificare la comunità altrove [e ovunque] sono: accontentarsi e rinunciare all’ambizione, la compartecipazione anche nella cultura [dando spazio a tutte le intuizioni], famigliarità nei normali lavori e compensi; l’accoglienza degli esclusi.

Come nella mentalità comunitaria semitica, i nuovi ‘inviati’ devono farsi fratelli prossimi, difensori e riscattatori (Go’el) degli emarginati. In tal senso anche noi personifichiamo nella storia e nei contesti la figura del Cristo.

Proteggendo i miseri e bisognosi (v.13), si dispiega l’insegnamento e l’opera di Gesù, che tanto si era profuso per arginare la disintegrazione della vita comunitaria - allora intaccata dal servilismo politico, economico e religioso.

I testimoni hanno occhi non oscurati da consuetudini di pensiero: vedono il divino nell’anima dell’umano apparentemente sommario.

Quindi - evitando l’ambiguità delle ricchezze - i figli di Dio non avrebbero nutrito l’istinto di dominio sugli altri.

Non tutti sentono la vocazione a una rinuncia volontaria, ma ciascuno deve chiedersi se proprio i beni materiali generano quella falsa sicurezza e [di fatto] schiavitù che poi blocca l’inclinazione al servizio.

Purtroppo chi è amico del trionfalismo e possiede in eccesso, facilmente mancherà della cosa principale, caratteristica della credibilità: la fiducia nella Provvidenza - unico spirito che non inficia la situazione.

Tutti i Fondatori hanno avuto la medesima preoccupazione del Signore: non contraddire ciò che si annunziava, e avere un cuore libero.

Il Regno di Dio si fa presente nella sobrietà più che nella dovizia, e nello spirito di amicizia più che nella distinzione: è il nuovo insegnamento della Fede, comparata alle credenze diffuse.

 

In una situazione successiva di quasi tre secoli, che stava iniziando rapidamente a degradare, Ilario di Poitiers denunciava così le seduzioni del potere nei confronti dei responsabili di Chiesa - già costituita - cui volentieri l'ordine antico iniziava a concedere lauti privilegi (per strumentalizzarli):

«Noi non abbiamo un imperatore anticristiano [Costanzo II, figlio di Costantino I]; prima eravamo perseguitati, ma adesso dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, contro un nemico che non ci picchia ma ci lusinga, non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni, perché così ci darebbe la vita, ma ci arricchisce, per darci la morte, per farci diventare controtestimonianza evangelica. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma ci schiavizza, invitandoci a palazzo e colmandoci di onori. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro».

Altro che spirito di espropriazione, predicato all’esterno o ai soli sottoposti!

 

A commento del Tao Tê Ching (xx), il maestro Wang Pi riconosce:

«Il Tao, madre che nutre, è il fondamento della vita. Ma tutti gli uomini mettono da un canto il fondamento che fa vivere le genti, ed hanno in pregio le fioriture dell’accessorio e dell’orpello».

Gesù mette in guardia, affinché non lo smentiamo col nostro comportamento arraffone, amante del lusso, pronto sia alle deferenze che ad assecondare i giochi di potere; performante a ogni costo, sempre affannato per il ruolo e i livelli economici.

«Sogno una Chiesa libera e credibile, una Chiesa povera e per i poveri!» - ha sottolineato Papa Francesco subito dopo l’elezione a pontefice.

Certo, il Figlio di Dio sogna una Chiesa povera [non solo ‘dei poveri’] - ma un elemento di opulenza per noi lo concede, anzi lo vuole: che calziamo i sandali (v.9); a quel tempo in Roma segno di libertà e dignità non accattona).

Sì, perché dobbiamo riscoprire l’umano - e camminare molto.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che modo partecipi della Missione di Gesù e dei discepoli? Come puoi evitare le chiusure culturali, dottrinali o di carisma (già tutto progettato-regolato), e vivere l’universalità della nuova umanizzazione?

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During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…
Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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