don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Domenica delle Palme e della Passione del Signore  [29 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Entriamo nella Settimana Santa di cui la domenica delle Palme ci anticipa già la gioia e il dolore, il mistero dell’amore e dell’odio che conduce alla morte: tutta la passione morte e risurrezione di Cristo. Rivivere non è solo ricordare ma anche aprire sempre più il cuore a questo mistero di salvezza.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (50,4-7)

Isaia certamente non pensava a Gesù Cristo quando ha scritto questo testo, probabilmente nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia. Mi spiego: poiché il suo popolo si trova in esilio, in condizioni molto dure, e potrebbe facilmente lasciarsi andare allo scoraggiamento, Isaia gli ricorda che esso è sempre il servo di Dio. E che Dio conta su di lui, il suo servo (cioè il suo popolo), per portare a compimento il suo progetto di salvezza per l’umanità. Il popolo di Israele è dunque questo Servo di Dio nutrito ogni mattina dalla Parola, ma anche perseguitato proprio a causa della sua fede e capace, nonostante tutto, di resistere a tutte le prove. In questo testo Isaia descrive bene la relazione straordinaria che unisce il Servo (Israele) al suo Dio. La sua caratteristica principale è l’ascolto della Parola di Dio, «l’orecchio aperto», come dice Isaia. “Ascoltare” è una parola che nella Bibbia ha un significato molto particolare: vuol dire avere fiducia. Si è soliti contrapporre queste due attitudini fondamentali tra le quali la nostra vita oscilla continuamente:la fiducia verso Dio, l’abbandono sereno alla sua volontà perché sappiamo per esperienza che la sua volontà è sempre buona; oppure la diffidenza, il sospetto verso le intenzioni di Dio, e la ribellione davanti alle prove, una ribellione che può portarci a credere che Dio ci abbia abbandonati o, peggio, che possa trovare una qualche soddisfazione nelle nostre sofferenze.

I profeti ripetono: “Ascolta, Israele” oppure: “Oggi ascolterete la Parola di Dio?” E sulle loro labbra la raccomandazione “ascoltate” significa sempre: abbiate fiducia in Dio, qualunque cosa accada. E san Paolo spiega il motivo: Noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio (Rm 8,28).

Da ogni male, da ogni difficoltà, da ogni prova, Dio fa nascere un bene; a ogni odio oppone un amore ancora più forte; in ogni persecuzione dona la forza del perdono; e da ogni morte fa sorgere la vita, la risurrezione. È la storia di una fiducia reciproca. Dio si fida del suo Servo e gli affida una missione; a sua volta il Servo accetta la missione con fiducia. Ed è proprio questa fiducia che gli dà la forza necessaria per restare saldo anche nelle opposizioni che inevitabilmente incontrerà. Qui la missione è quella del testimone: “Perché io sappia sostenere con la parola chi è stanco”, dice il Servo. Affidandogli questa missione, il Signore dona anche la forza necessaria e il linguaggio adatto: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo”. E ancora di più: egli stesso alimenta questa fiducia che è la sorgente di ogni audacia al servizio degli altri: “Il Signore Dio fa attento il mio orecchio”, il che significa che l’ascolto (nel senso biblico, cioè la fiducia) è esso stesso un dono di Dio. Tutto è dono: la missione, la forza, e anche la fiducia che rende incrollabili. Questa è proprio la caratteristica del credente: riconoscere tutto come dono di Dio. Colui che vive in questo dono permanente della forza di Dio può affrontare tutto: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La fedeltà alla missione ricevuta comporta inevitabilmente la persecuzione. I veri profeti, coloro che parlano davvero nel nome di Dio, sono raramente apprezzati durante la loro vita. Concretamente Isaia dice ai suoi contemporanei: tenete duro. Il Signore non vi ha abbandonati; al contrario, siete in missione per lui. Non meravigliatevi dunque se siete maltrattati. Perché? Perché il Servo che ascolta davvero la Parola di Dio, cioè che la mette in pratica, diventa presto molto scomodo. La sua stessa conversione chiama gli altri alla conversione. Alcuni accolgono questo appello…altri lo rifiutano e, forti delle loro ragioni, perseguitano il Servo. E ogni mattina il Servo deve tornare alla sorgente, presso  Colui che gli permette di affrontare tutto. Isaia usa un’espressione un po’ strana: “rendo la mia faccia dura come pietra” per esprimere decisione e coraggio. Isaia parlava al suo popolo perseguitato e umiliato durante l’esilio a Babilonia; ma, naturalmente, quando si rilegge la passione di Cristo, questo testo appare in tutta la sua evidenza: Cristo corrisponde perfettamente a questo ritratto del Servo di Dio. Ascolto della Parola, fiducia incrollabile e quindi certezza della vittoria anche nel cuore della persecuzione: tutto questo caratterizzava Gesù proprio nel momento in cui le acclamazioni della folla nella domenica delle Palme segnavano e acceleravano la sua condanna.

 

*Salmo Responsoriale (21/22)

Il Salmo 21(22) inizia con il celebre grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questa frase è stata spesso isolata dal suo contesto e interpretata come un grido di disperazione, mentre in realtà il salmo va letto per intero. Infatti, dopo aver descritto la sofferenza e l’angoscia, termina con un grande canto di ringraziamento: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”. Colui che all’inizio si sente abbandonato riconosce alla fine che Dio lo ha salvato e non lo ha lasciato solo. Alcune immagini del salmo sembrano descrivere la crocifissione: “Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi”, “si dividono le mie vesti”, “una banda di malvagi mi circonda”. Per questo il Nuovo Testamento applicherà questo salmo alla passione di Gesù. Tuttavia, il testo nasce in un contesto storico preciso: il ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia. L’esilio era stato come una condanna a morte per il popolo, che aveva rischiato di scomparire; il ritorno nella propria terra è quindi paragonato alla liberazione di un condannato che ha sfiorato la morte. L’immagine della crocifissione serve a esprimere l’umiliazione, la violenza e il senso di abbandono vissuti dal popolo, ma il centro del salmo non è la sofferenza bensì la salvezza ricevuta. Il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è dunque un grido di disperazione o di dubbio, ma la preghiera di chi soffre e continua a rivolgersi a Dio con fiducia. Anche nella prova Israele non smette di pregare e di ricordare l’alleanza e i benefici ricevuti dal Signore. Per questo il salmo può essere paragonato a un ex-voto: nel momento del pericolo si invoca l’aiuto di Dio e, una volta salvati, si rende grazie pubblicamente. Il salmo ricorda il dramma vissuto, ma soprattutto proclama la gratitudine verso Dio che ha liberato il suo popolo. Gli ultimi versetti diventano così un grande canto di lode: i poveri saranno saziati, coloro che cercano il Signore lo loderanno, e tutte le nazioni riconosceranno la sua signoria. La salvezza di Dio sarà annunciata anche alle generazioni future. Per questo, nella tradizione cristiana, questo salmo è stato riconosciuto come una profezia della passione di Cristo: sulla croce Gesù riprende il primo versetto del salmo, ma come per Israele anche per lui l’ultima parola non è il dolore, bensì la salvezza e la vita.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (2,6-11)

Durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C., il profeta Isaia aveva attribuito al popolo di Israele il titolo di Servo di Dio. La loro missione, nel mezzo delle prove dell’esilio, era rimanere fedeli alla fede dei padri e testimoniarla tra i pagani, anche a costo di umiliazioni e persecuzioni. Solo Dio poteva dare loro la forza per compiere questa missione. Quando i primi cristiani si trovarono davanti allo scandalo della croce, cercarono di comprendere il destino di Gesù e trovarono la spiegazione nelle parole di san Paolo: Gesù “svuotò se stesso prendendo la condizione di servo”. Anche lui affrontò opposizione, umiliazioni e persecuzioni, cercando la sua forza nel Padre e vivendo in una fiducia totale in Lui. Pur essendo di condizione divina, Gesù non cercò gloria e onori. Come dice Paolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Proprio perché è Dio, non rivendica nulla per sé, ma vive nell’amore gratuito e si fa uomo per mostrare agli uomini la via della salvezza. La sua esaltazione non è una ricompensa meritata, ma un dono gratuito di Dio. La logica di Dio non è quella del merito o del calcolo, ma quella della grazia, che è sempre dono gratuito. Secondo Paolo, il progetto di Dio è un disegno di amore: far entrare l’umanità nella sua vita, nella sua gioia e nella sua comunione. Questo dono non si conquista, ma si accoglie con gratitudine. Quando l’uomo pretende o rivendica, si chiude da solo alla grazia, come accadde simbolicamente con il peccato del giardino dell’Eden. Gesù invece vive nell’atteggiamento opposto: l’accoglienza totale della volontà del Padre, ciò che Paolo chiama obbedienza. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome: il nome di Signore, titolo che nell’Antico Testamento apparteneva solo a Dio. Davanti a lui “ogni ginocchio si piega”, riprendendo le parole del profeta Isaia (Is 45,23). Gesù ha vissuto tutta la sua vita nell’umiltà e nella fiducia, anche di fronte alla violenza degli uomini e alla morte. La sua obbedienza – che significa letteralmente “mettere l’orecchio davanti alla parola” – esprime un ascolto totale e fiducioso della volontà del Padre. Per questo l’inno di Paolo si conclude con la professione di fede della Chiesa: “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. In Cristo si manifesta pienamente la gloria di Dio, cioè la rivelazione del suo amore infinito. Vedendo Gesù amare fino alla fine e donare la vita, si può riconoscere, come il centurione sotto la croce, che egli è veramente il Figlio di Dio.

 

*Passione di Gesù Cristo secondo san Matteo (26, 14-27.66)

Ogni anno, nella domenica delle Palme, la liturgia legge il racconto della Passione in uno dei tre Vangeli sinottici; quest’anno è quello di Matteo. I quattro racconti della Passione sono simili nelle grandi linee, ma ogni evangelista mette in luce alcuni aspetti particolari. Matteo, in particolare, riferisce alcuni episodi e dettagli che gli altri non riportano. Anzitutto Matteo è l’unico a indicare la somma esatta per cui Giuda tradisce Gesù: trenta monete d’argento, che secondo la Legge era il prezzo di uno schiavo. Questo dettaglio mostra il disprezzo con cui gli uomini hanno trattato il Signore. In seguito lo stesso Giuda, preso dal rimorso, restituisce il denaro ai capi dei sacerdoti dicendo di aver consegnato alla morte un innocente. Essi però non vogliono assumersene la responsabilità. Giuda getta le monete nel tempio e si impicca; i sacerdoti utilizzano quel denaro per acquistare il campo del vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri, chiamato poi “Campo del sangue”, compiendo così una parola profetica. Durante il processo davanti a Pilato, Matteo racconta un episodio unico: l’intervento della moglie di Pilato, che manda a dire al marito di non avere nulla a che fare con “quel giusto”, perché ha sofferto molto in sogno a causa sua. Lo stesso Pilato appare inquieto e, vedendo che la folla si agita sempre di più, compie il gesto simbolico di lavarsi le mani, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. La folla risponde: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. Pilato allora libera Barabba e consegna Gesù perché sia crocifisso. Al momento della morte di Gesù, anche Matteo racconta che il velo del tempio si squarcia, ma aggiunge particolari straordinari: la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti giusti risorgono e appaiono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù. Infine Matteo sottolinea la preoccupazione delle autorità di sorvegliare il sepolcro, temendo che i discepoli possano rubare il corpo e dire che Gesù è risorto; proprio questa sarà la voce che essi diffonderanno dopo la Pasqua. Il racconto mette in evidenza un grande paradosso: l’accecamento delle autorità religiose, che perseguitano Gesù, mentre alcuni pagani, quasi senza volerlo, gli attribuiscono i titoli più alti. La moglie di Pilato lo chiama “giusto”, Pilato fa scrivere sulla croce “Re dei Giudei”, e perfino il titolo di “Figlio di Dio”, inizialmente usato per deriderlo, diventa alla fine una vera professione di fede quando il centurione romano esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Questa confessione anticipa già l’apertura della salvezza ai pagani e mostra che la morte di Cristo non è una sconfitta, ma una vittoria. Matteo mette in risalto il contrasto tra la debolezza del condannato e la sua vera grandezza: proprio nella sua apparente impotenza Gesù manifesta la grandezza di Dio, che è l’amore infinito. E sotto questo aspetto comprendiamo sempre più il valore della passione di Cristo che rivivremo anche visivamente in questa settimana e in particolare nel Triduo santo: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo e soprattutto nell’esplosione della gioia pasquale per la risurrezione di Cristo.

 

+Giovanni D’Ercole

V Domenica di Quaresima (anno A)  [22 marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! In questa domenica si tocca il tema della morte e della vita che non muore. Dinanzi a tanta paura di morire possa questa parola di salvezza accendere in noi la speranza invincibile di vivere eternamente in Dio che è Amore

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (37,12-14)

Questo testo è molto breve, ma si vede chiaramente che forma un’unità: è incorniciato da due espressioni simili; all’inizio “Così dice il Signore Dio”, alla fine “Oracolo del Signore”. Una cornice che ha evidentemente lo scopo di solennizzare ciò che racchiude. Ogni volta che un profeta ritiene opportuno precisare che parla da parte del Signore, è perché il suo messaggio è particolarmente importante e difficile da ascoltare. Il messaggio di oggi è dunque ciò che sta dentro questa cornice: una promessa ripetuta due volte e rivolta al popolo di Dio, poiché Dio dice “o popolo mio”; entrambe le volte la promessa riguarda due punti: in primo luogo “Io apro i vostri sepolcri; in secondo luogo, “vi riconduco nella terra d’Israele”, oppure “vi farò riposare nella vostra terra”, che è la stessa cosa. Queste espressioni ci permettono di collocare il contesto storico: il popolo è in esilio a Babilonia, alla mercé dei Babilonesi, annientato (nel vero senso della parola, ridotto a nulla), come morto; per questo Dio parla di sepolcri. L’espressione “Io apro i vostri sepolcri” significa dunque che Dio rialzerà il suo popolo. Leggendo il capitolo 37 del libro di Ezechiele si nota che questo breve testo segue una visione del profeta chiamata “la visione delle ossa inaridite” e ne dà la spiegazione: il profeta vede un immenso esercito morto, disteso nella polvere; e Dio gli dice: i tuoi fratelli sono così disperati nel loro esilio che si credono morti, finiti… ebbene, io, Dio, li rialzerò. Tutta questa visione e la sua spiegazione evocano dunque la prigionia del popolo esiliato e il suo risollevamento da parte di Dio. Per il profeta Ezechiele è una certezza: il popolo non può essere eliminato, perché Dio gli ha promesso un’Alleanza eterna che nulla potrà distruggere; quindi, quali che siano le sconfitte, le rotture, le prove, si sa che il popolo sopravvivrà e ritroverà la sua terra, perché essa fa parte della promessa. “Io apro i vostri sepolcri… o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”: in fondo queste parole non hanno nulla di sorprendente; da sempre Israele sa che il suo Dio è fedele; e l’espressione “Saprete che io sono il Signore” dice proprio che è dalla sua fedeltà alle promesse che si riconosce il vero Dio. Ma perché ripetere due volte quasi le stesse cose? In realtà, la seconda promessa non si limita a ripetere la prima, ma la amplia:  Riprende: Io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe e vi farò riposare nella vostra terra, e saprete che io sono il Signore: tutto questo  è il ritorno alla situazione precedente al disastro dell’esilio babilonese. In questa seconda promessa c’è molto di più, di nuovo e mai visto prima: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”; qui si annuncia la nuova Alleanza: d’ora in poi la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori. Oppure, per riprendere un’altra espressione di Ezechiele, i cuori umani non saranno più di pietra, ma di carne.

Qui non c’è dubbio possibile: la ripetizione dell’espressione “o popolo mio” mostra chiaramente che queste due promesse annunciano una rinascita, una restaurazione del popolo. Non si tratta qui di una risurrezione individuale. La morte individuale non comprometteva il futuro del popolo; e per molto tempo è stato il futuro del popolo, e solo quello, a contare. Quando qualcuno moriva, si diceva che si era addormentato con i suoi padri, senza immaginare una sopravvivenza personale; al contrario, la sopravvivenza del popolo è sempre stata una certezza, perché il popolo è portatore delle promesse di Dio. Per credere nella risurrezione individuale occorrono due elementi: anzitutto interessarsi al destino dell’individuo — cosa che all’inizio della storia biblica non avveniva; l’interesse per la sorte personale è una conquista tardiva. In secondo luogo, è indispensabile credere in un Dio che non vi abbandona alla morte. La certezza che Dio non abbandona mai l’uomo non è nata all’improvviso; si è sviluppata al ritmo degli eventi concreti della storia del popolo eletto. L’esperienza storica dell’Alleanza è ciò che nutre la fede d’Israele, è l’esperienza di un Dio che libera l’uomo da ogni schiavitù e interviene incessantemente per liberarlo; un Dio fedele che non ritratta mai. È questa fede che guida tutte le scoperte d’Israele; anzi ne è il motore. Quattro secoli dopo Ezechiele, verso il 165 a.C., questi due elementi congiunti — la fede in un Dio che libera continuamente l’uomo e la scoperta del valore di ogni persona umana — hanno condotto alla fede nella risurrezione individuale. E’ apparso evidente che Dio libererà l’individuo dalla schiavitù più terribile e definitiva, quella della morte. Questa scoperta è così tardiva nel popolo ebraico che, al tempo di Cristo, non era ancora condivisa da tutti: i Sadducei, infatti, erano noti come coloro che non credono alla risurrezione. Forse però la profezia di Ezechiele potrebbe superare la sua stessa comprensione, senza esserne consapevole. Lo Spirito di Dio parlava per mezzo della sua bocca e potremmo pensare: Ezechiele non sapeva quanto fosse grande ciò che stava annunciando

 

*Salmo Responsoriale (129/130) 

Nel Salterio esiste un gruppo di quindici salmi che portano un nome particolare: Canto delle ascese o salite. Ciascuno di essi comincia con le parole “Canto delle ascese o salite” che in ebraico indica andare a Gerusalemme in pellegrinaggio. Nei Vangeli, del resto, l’espressione “salire a Gerusalemme” ricorre più volte con lo stesso significato: evoca il pellegrinaggio per le tre feste annuali e, in particolare, la più importante tra esse, la festa delle Capanne. Questi quindici salmi accompagnavano dunque l’intero pellegrinaggio. Ancor prima di arrivare a Gerusalemme, anticipavano già lo svolgimento della festa. Per alcuni, si può perfino intuire in quale momento del pellegrinaggio venissero cantati; per esempio, il salmo (121/122) Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore… ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… era probabilmente il salmo dell’arrivo. Il salmo 129/130) è uno di questi Canti delle salite; veniva probabilmente cantato durante la festa delle Capanne nel corso di una celebrazione penitenziale ed ecco perché colpa e perdono sono particolarmente presenti nel  salmo: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?”.  Il peccatore che qui supplica, è certo di essere perdonato, è il popolo che riconosce insieme l’infinita bontà di Dio, la sua instancabile fedeltà (la sua Hesed) e l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere all’Alleanza. Queste infedeltà ripetute sono vissute come una vera morte spirituale: “Dal profondo a te grido”,  grido che si rivolge a Colui il cui stesso essere è Perdono: questo è il senso dell’espressione “con. te è il perdono”. Dio è Amore ed è Dono, ed è la stessa cosa. Ora “per-dono” non è altro che un dono che va al di là di tutto. Perdonare significa continuare a proporre un’Alleanza, un futuro possibile, oltre le infedeltà dell’altro. Ricordiamo la storia di Davide: dopo l’uccisione del marito di Betsabea, il profeta Natan gli annunciò il perdono di Dio prima ancora che Davide avesse pronunciato una sola parola di pentimento o di confessione. L’idea che Dio perdona sempre però non piace a tutti; eppure è senza dubbio una delle affermazioni centrali della Bibbia, fin dall’Antico Testamento. E Gesù riprende con forza lo stesso insegnamento: per esempio, nella parabola del figlio prodigo nel Vangelo secondo Luca (capitolo 15), il padre è già sulla strada ad aspettare il figlio (segno che lo ha già perdonato) e gli apre le braccia prima ancora che il figlio abbia aperto bocca. E l’esempio del perdono totalmente gratuito di Dio ci è stato dato da Gesù stesso sulla croce: coloro che lo stavano uccidendo non hanno detto una sola parola di pentimento, eppure egli dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È proprio nel suo perdono, dice la Bibbia, che Dio manifesta la sua potenza. Anche questa è una grande scoperta di Israele; si pensi a quanto afferma il libro della Sapienza: “La tua forza, Signore, è principio di giustizia… tu che disponi della forza, giudichi con mitezza e ci governi con grande indulgenza” (Sap 12,16.18). La certezza della misericordia di Dio non genera presunzione né indifferenza verso il peccato, ma riconoscenza umile e stupita.: “con te è il perdono così avremo il tuo timore”. Questa formula concisa indica l’atteggiamento del credente davanti a Dio che è solo dono e perdono.. Questa certezza del per-dono, sempre offerto oltre ogni colpa, ispira a Israele un atteggiamento di speranza straordinaria. Israele pentito attende il perdono “più che le sentinelle l’aurora”. “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”: espressioni simili ricorrono spesso nei testi biblici. Annunciano a Israele la liberazione definitiva, la liberazione da tutte le colpe di tutti i tempi. Israele attende ancora di più: proprio perché il popolo dell’Alleanza sperimenta la propria debolezza e il peccato sempre ricorrente, ma anche la fedeltà di Dio, attende da Dio stesso il compimento definitivo delle sue promesse. Al di là del perdono immediato, ciò che attende di secolo in secolo è l’aurora definitiva, che spera contro ogni speranza, come Abramo: l’aurora del Giorno di Dio. Tutti i salmi sono attraversati da questa attesa messianica. I cristiani sanno con ancora maggiore certezza che il nostro mondo va verso il suo compimento: un compimento che ha un nome, Gesù Cristo: “L’anima nostra attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 8-11)

“Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”, annuncia Ezechiele nella prima lettura, ma dal battesimo, ricorda qui san Paolo, questo è realtà e usa un’espressione immaginata: Lo Spirito di Dio abita in voi. Prendendola alla lettera, un commentatore parla di cambio di proprietario. Siamo diventati dimora dello Spirito: è lui che ormai comanda. Sarebbe interessante domandarci, in tutti gli ambiti della nostra vita, personale e comunitaria, chi è ai comandi, chi è il padrone di casa in noi; oppure, se preferiamo, qual è il nostro obiettivo della vita. Secondo Paolo non ci sono molte alternative: o siamo sotto l’influsso dello Spirito, cioè ci lasciamo guidare da lui, oppure non ci lasciamo ispirare dallo Spirito e questo egli lo chiama essere sotto l’influsso della carne. Essere sotto l’influsso dello Spirito è facile da capire: basta sostituire alla parola Spirito la parola Amore come nella Lettera ai Galati  mostra spiegando  i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22-23), in una parola l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della nostra vita. Paolo è erede di tutta la tradizione dei profeti: e tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della nostra relazione con gli altri; nei «Canti del Servo», il libro di Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52–53) afferma con forza che vivere secondo lo Spirito di Dio significa amare e servire i fratelli. Una volta definita la vita secondo lo Spirito, cioè la vita secondo l’amore, si capisce facilmente che cosa Paolo intenda per vita secondo la carne: è il contrario, cioè l’indifferenza o l’odio; in altre parole, l’amore è il decentrarsi da sé, la vita sotto l’influsso della carne è il centrarsi su di sé. La domanda: Chi comanda? qui diventa Chi è il centro del nostro mondo? E quelli che sono sotto l’influsso della carne non possono piacere a Dio, dice Paolo. Al contrario, Cristo è il Figlio amato nel quale Dio si compiace, cioè è in perfetta armonia con Dio proprio perché è anch’egli tutto amore. In questo senso, il racconto delle Tentazioni, letto nella prima domenica di Quaresima (Matteo cap.4), è molto eloquente perché Gesù appare totalmente centrato su Dio e sulla sua Parola e  rifiuta decisamente di centrarsi sulla propria fame o perfino sui bisogni della sua missione messianica. Se il testo delle tentazioni ci viene proposto ogni anno all’inizio della Quaresima, è perché la Quaresima è proprio un cammino di decentramento da noi stessi per ricentrarci su Dio e sugli altri. Più avanti, nella stessa Lettera ai Romani, Paolo dice che lo Spirito di Dio ci rende figli: è lui che ci spinge a chiamare Dio Padre. Ciò che in noi è amore viene da Dio, è la nostra eredità di figli. Lo Spirito è la vostra vita, dice ancora Paolo: traduciamo, l’amore è la vostra vita. Del resto sappiamo per esperienza che solo l’amore è creatore. Ciò che non è amore non viene da Dio e, proprio perché non viene da Dio, è destinato alla morte. La grande buona notizia di questo testo è che tutto ciò che in noi è amore viene da Dio e quindi non può morire. Come dice Paolo: “Se Dio ha risuscitato Gesù dai morti… darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (11,1-45)

Abbiamo preso l’abitudine di chiamare questo brano la risurrezione di Lazzaro, ma, a dire il vero, non è il termine più appropriato; quando proclamiamo “Credo nella risurrezione dei morti e nella vita eterna”, intendiamo ben altro. La morte di Lazzaro è stata in qualche modo solo una parentesi nella sua vita terrena; dopo il miracolo di Gesù, la sua esistenza ha ripreso il corso ordinario ed è stata, più o meno, la stessa di prima. Lazzaro ha avuto semplicemente un prolungamento della vita terrena. Il suo corpo non è stato trasformato ed egli è dovuto morire una seconda volta; la sua prima morte non è stata ciò che sarà per noi, cioè il passaggio alla vera vita. Allora ci si può chiedere: a che scopo? Compiendo questo miracolo, Gesù ha corso grandi rischi, perché si era già fatto fin troppo notare… e per Lazzaro non si è trattato che di rimandare l’appuntamento definitivo. È san Giovanni a rispondere alla nostra domanda: “a che scopo questo miracolo?. Ci dice che è un segno molto importante: Gesù si manifesta come colui nel quale abbiamo la vita senza fine e nel quale possiamo credere, cioè sul quale possiamo puntare la nostra vita. Del resto, i sommi sacerdoti e i farisei non si sono sbagliati: hanno ben compreso la gravità del segno compiuto da Gesù perché il vangelo di Giovanni dice che molti molti cominciarono a credere in lui proprio a causa del risveglio di Lazzaro, ed è allora che decisero di farlo morire. Questo miracolo ha dunque firmato la condanna a morte di Gesù; a pensarci duemila anni dopo, sembra paradossale: essere capace di ridare la vita meritava la morte. Triste esempio delle aberrazioni a cui possono condurre le nostre certezze… Torniamo al racconto di quello che potremmo chiamare il “risveglio di Lazzaro”, perché non si tratta di una vera risurrezione ma piuttosto di un supplemento di vita terrena. Facciamo solo a due osservazioni. 

Prima osservazione: per Gesù conta una sola cosa, la gloria di Dio; ma per vedere la gloria di Dio bisogna credere (Se credi, vedrai la gloria di Dio, dice a Marta). Fin dall’inizio del racconto, quando gli annunciano: Signore, colui che ami è malato, Gesù risponde ai discepoli: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”, cioè per la rivelazione del mistero di Dio. La fede ci apre gli occhi, toglie la benda della sfiducia che avevamo posto sul nostro sguardo. Seconda osservazione: qui la fede nella risurrezione compie il suo ultimo passo. In Israele la fede nella risurrezione è apparsa tardi; è affermata chiaramente solo nel II secolo a.C., al tempo della persecuzione di Antioco Epifane, e al tempo di Cristo non era ancora condivisa da tutti. Marta e Maria, evidentemente, fanno parte di coloro che vi credono. Ma nella loro mente si tratta ancora di una risurrezione alla fine dei tempi; quando Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù però corregge: non parla al futuro, ma al presente: “Io sono la risurrezione e la vita… Chi crede in me anche se muore vivrà ; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno” A ben comprendere, sentiamo che la Risurrezione è già adesso.” Io sono la risurrezione e la vita” significa che la morte come separazione da Dio non esiste più: è vinta nella risurrezione di Cristo per cui i credenti con Paolo possono dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. Ormai nulla potrà separarci dall’amore di Cristo, neppure la morte. La vera novità di questo Vangelo non è che un morto torna alla vita, ma che la vita stessa ha un volto: Gesù. Quando dice: Io sono la risurrezione e la vita, non promette soltanto un evento futuro; afferma che chi vive in comunione con Lui entra già ora in una vita che la morte non può distruggere. Lazzaro uscirà di nuovo dal sepolcro per poi morire ancora; ma chi è unito a Cristo non tornerà più nel sepolcro come in una prigione definitiva. La morte biologica diventa passaggio, non fine; soglia, non abisso. Se viviamo in comunione con Dio — cioè nell’amore — siamo già dentro l’eternità. Perché Dio non è soltanto Colui che dà la vita: è la Vita stessa. E ciò che è unito alla Vita non può essere annientato.

Come scrive sant’Agostino: “Temi la morte? Ama. L’amore uccide la morte”

E ancora san Paolo, nella Lettera ai Romani: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39). Ecco il cuore del segno di Lazzaro: chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui e questa comunione non conosce fine. La vera risurrezione comincia adesso.

 

+Giovanni D’Ercole

Mar 16, 2026

Fede, Croce, mente comune

Pubblicato in Commento breve

Innalzato e innalzatisi, di lassù e di quaggiù

(Gv 8,21-30)

 

Alla fine del primo secolo, i giudei sollevavano non poche questioni riguardanti la lettura orante che i discepoli di Cristo facevano delle vicende e delle Parole del Maestro.

La fine ingloriosa di Gesù e la sua destinazione ponevano svariati quesiti. Il testo ribadisce che il punto cruciale era il pregiudizio del Volto di Dio sempre vittorioso.

Tara che impediva di riconoscerlo nel Figlio umiliato dalle autorità, e nei figli che lo avevano seguito, altrettanto sconfitti... ma che si consideravano vincitori - anche del «peccato» (v.21)!

Solo il senso della vicenda del Signore spazza via il vuoto di energia intima suscitato dalla percezione della condizione creaturale - da cui discende l’incapacità di corrispondere alla propria intima vocazione.

Inefficienza lacerante e bizzarra, perché indotta e sostenuta proprio da strutture ufficiali paradossalmente «mondane» - e dalla mentalità da esse stesse diffusa, nonché assicurata nel tempo.

 

Il medesimo termine usato al plurale [«peccati», in senso morale] sottolineato e ribadito al v.24 allude allo strazio inoculato nell’anima e nella vita delle persone, proprio dalla “normale” cappa di convinzioni pie.

Esse racchiudono il cammino delle singole eccezionali personalità all’interno di un’inutile ricerca spasmodica d’imperfezioni, per natura inevitabili - col tormento dei paragoni con modelli esterni.

Risultato: donne e uomini la cui vita ristagna nel tentativo stridente di superare le genuine contraddizioni dei propri stessi volti che ci completano, con estremo e vacuo dispendio di virtù.

 

In tal senso, i veterani, leaders esperti e conclamati, facevano difficoltà a comprendere il senso dell’innalzamento del Cristo.

Il Messia autentico è stato elevato alla “destra” dell’Eterno e innalzato sulla Croce - massima Rivelazione del «Io Sono» ossia dell’Emmanuele nella sua Personalità, Sapienza, Unicità, Futuro e già Presenza.

Il Crocifisso che in Gv 19,30 e 20,22 consegna lo Spirito senza ritardo temporale, irradia l’immagine della “posizione” divina. E mediante il legame di Fede ci fa vivere nel suo contatto; che è di svilimento e bassura, ma di peso e rilievo - promozione umanizzante (vv.28-29).

Ciò che nel «Figlio dell’uomo» anche noi sperimentiamo dentro tale Relazione fondante col Padre si rende esplicito appunto in una Confluenza, Nucleo, Ponte attivo, e Cardine.

Liberazione e Salvezza che consente di fare tesoro d’insidie, paradossi, e sconvolgimenti.

Egli opera in un rovesciamento dell’idea di «gloria», arrampicamento, e sovreminenza.

Agisce nella contrapposizione di principio [che sembra devotamente incomprensibile] fra due «mondi» - il sedicente ‘migliore’ dei quali cerca in “alto” la sua redenzione.

E crea però sgomento. Non sa ancora prendere vita dalla morte.

 

«Morire nel peccato» significa chiudersi nei criteri che escludono l’onore vero: quello del Dono totale di sé - per un esito ulteriore e diffuso.

Alla domanda «Tu chi sei?» Cristo risponde dando un appuntamento di Vita completa, sul Calvario.

 

 

[Martedì 5.a sett. Quaresima, 24 marzo 2026]

Mar 16, 2026

Fede, Croce, mente comune

Pubblicato in il Mistero

Innalzato e innalzatisi, di lassù e di quaggiù

(Gv 8,21-30)

 

Alla fine del primo secolo, i giudei sollevavano non poche questioni riguardanti la lettura orante che i discepoli di Cristo facevano delle vicende e delle Parole del Maestro - considerate espressione della Parola di Dio e vertice della storia della salvezza.

Il tema dell’incomprensione circa l’origine e la missione del Figlio è drammatizzato in una controversia durante la quale ciascuna delle parti si attesta su un terreno differente: appartenere al mondo della Fede, o a quello della religione che chiude il Mistero in ciò che si conosce già.

Per aiutare i fedeli ad approfondire il Richiamo del Signore, nelle comunità giovannee dell’Asia Minore la trasmissione mediante catechesi del portato (e preziosità) del coinvolgimento nella vita di Fede avveniva attraverso dialoghi a domanda e risposta.

La fine ingloriosa di Gesù e la sua destinazione ponevano svariati quesiti. Il testo ribadisce che il punto cruciale era il pregiudizio del Volto di Dio sempre vittorioso.

Tara che impediva di riconoscerlo nel Figlio umiliato dalle autorità, e nei figli che lo avevano seguito, altrettanto sconfitti... ma che si consideravano vincitori.

 

Rispetto al mondo circostante, i cristiani orientavano i loro gesti e parole senza banali chiusure di criterio, cui pure talora anche noi vorremmo adeguarci.

E perfino oggi - grazie a questa spinta, Motivo e Motore - solo per questo convincimento si riesce ad acquisire una differente visione, e vincere il peccato.

Il termine al singolare qui al v.21 [cf. «il peccato del mondo» in Gv 1,29] non si riferisce a piccole trasgressioni quotidiane, ma all’umiliazione (devota) delle distanze incolmabili [rispetto al coronamento d’essere].

Solo il senso della vicenda di Gesù spazza via il vuoto di energia intima suscitato dalla percezione della condizione creaturale - da cui discende l’incapacità di corrispondere alla propria intima vocazione.

Inefficienza lacerante e bizzarra, perché indotta e sostenuta proprio da strutture ufficiali paradossalmente «mondane» - e dalla mentalità da esse stesse diffusa, nonché assicurata nel tempo.

Il medesimo termine usato al plurale [«peccati», in senso morale] sottolineato e ribadito al v.24 allude allo strazio inoculato nell’anima e nella vita delle persone, proprio dalla “normale” cappa di convinzioni pie.

Esse racchiudono il cammino delle singole eccezionali personalità all’interno di un’inutile ricerca spasmodica d’imperfezioni, per natura inevitabili - col tormento dei paragoni con modelli esterni.

Risultato: donne e uomini la cui vita ristagna nel tentativo stridente di superare le genuine contraddizioni dei propri stessi volti che ci completano, con estremo e vacuo dispendio di virtù.

 

Nella sfera della tradizione o meglio del costume, per individuare, correggere, e ribadire ogni giorno normative (altrui) le anime vengono sottoposte a un regime di ripiegamenti che vanno a incidere sia sulla condotta sommaria che su linee portanti della personalità.

Dette forme di “governo” poco inclusive chiudono le vocazioni non opportuniste in se stesse, con grave danno anche sociale: tipico esito d’un clima di popolo che ingenuamente si affida alle ideologie esteriori, di maniera, eticiste, o intimiste.

Nella graniticità dei princìpi di dominio delle strutture beghine di peccato sulle vicende individuali, l’attitudine al sospetto delle devianze rende paludosa la vita della gente umile e più sensibile.

Qui si rischia di morire - proprio nelle sabbie immobili dei peccati di ritorno, di aggiunta e gratificazione, che all’inizio s’intendeva esorcizzare.

Quanti abbracciano la conformità dell’eccellenza astratta che vuole riemergere a tutti i costi - senza criteri eminenti, né rielaborazione, e cammino di valorizzazione personale con prospettive di futuro critico - sperimenteranno il totale rovesciamento dei buoni propositi; poi, tonfi pazzeschi e repentini.

La palude delle potenze vitali trattenute allestisce ottimi paraventi ma fa marcire l’esistenza, ribaltando le attese.

È come se Gesù dicesse: «provate che botte a terra potreste fare cadendo da tanto in alto, così capirete!».

La cornice di riferimento dei capi della mentalità vincente o della devozione antica, non è lo sguardo piantato sulla vita autentica e piena della gente, bensì lo scrutare giudicante a partire da una moda già antiquata, senza aperture.

In fondo: quella solita o di potere assicurato, dal cuore di pietra e tutta già pronta. A portata di mano, come cesellata fin nei minimi dettagli - nelle istituzioni a cliché, radicate sul territorio - rappresentativa solo di sé.

 

In tal senso, i veterani, leaders esperti e conclamati, facevano difficoltà a comprendere il senso dell’innalzamento del Cristo.

Il Messia autentico è stato elevato alla “destra” dell’Eterno e innalzato sulla Croce - massima Rivelazione del «Io Sono» ossia dell’Emmanuele nella sua Personalità, Sapienza, Unicità, Futuro e già Presenza.

Il Crocifisso che in Gv 19,30 e 20,22 consegna lo Spirito senza ritardo temporale, irradia l’immagine della “posizione” divina. E mediante il legame di Fede ci fa vivere nel suo contatto; che è di svilimento e bassura, ma di peso e rilievo - promozione umanizzante (vv.28-29).

Ciò che nel «Figlio dell’uomo» anche noi sperimentiamo dentro tale Relazione fondante col Padre si rende esplicito appunto in una Confluenza, Nucleo, Ponte attivo, e Cardine. Liberazione e Salvezza che consente di fare tesoro d’insidie, paradossi, sconvolgimenti.

Egli opera in un rovesciamento dell’idea di «gloria», arrampicamento, e sovreminenza. Agisce nella contrapposizione di principio (che sembra devotamente incomprensibile) fra due «mondi» - il sedicente “migliore” dei quali cerca in “alto” la sua redenzione.

E crea però sgomento. Non sa ancora prendere vita dalla morte.

Quindi il discorso è ‘interno’: riguarda i criteri mondani di giudizio sul Signore i quali confidano in se stessi, che ci stritolano nelle spire del dubbio; non contro gli ebrei.

È per chiunque rimpiange le piccole sicurezze perdute e - appunto - non sa ancora prendere linfa dalla terra.

 

Il mondo dozzinale resta quello tristemente segnato dagli astuti, mediocri, salottieri, in continuo atteggiamento di compromesso e connubio col potere - nonché lo stesso forziere del Tempio.

Per loro quello di Gesù e dei suoi che fanno sul serio è un suicidio (v.22), condizione che - nel pensiero del tempo - avrebbe condotto allo stato eterno dell’inferno più buio.

Infatti, il Santuario sembrava un perimetro luminoso, appetibile, spiritualissimo e appartato; invece era separato solo... dall’accesso alla vita, e al pensiero del Cielo - unico Centro di gravità fecondo.

Tremenda vocazione, tanto inaudita e perigliosa sino al rischio mortale - da suscitare sdegno, per ogni ideologia di potere: che appesantisce la vitalità spontanea e misteriosa dell’oggi persino spezzato, amaro, calato in fondo, declassato.

Nella sua realtà ambiziosa e agonistica, che mirava a prevalere [tutta decoro, piroette, opportunismo, reputazione] l’istituzione consolidata non sarebbe riuscita a trasmettere ai cristiani il senso specifico della loro Fede. Essa che nel cuore s’impone, sebbene sembri deplorevole.

Gl’ingranaggi mondani falsavano e rendevano irriconoscibile l’identità della condizione paradisiaca, confusa e barattata con quella di chi vince, sovrasta, riceve onori - senz’alcun balzo qualitativo circa l’autenticità del Soggetto Unico della storia.

 

I Farisei di qualsivoglia tempo e credo si orientano ancora sulla base di titoli e benemerenze.

L’Uomo-Dio riflette una inclinazione differente dalle aspettative di tante sinagoghe stanziali, mondane, mimetiche, che fanno di tutto per ergersi ed evitare il basso.

«Morire nel peccato» significa chiudersi nei criteri che escludono l’onore vero: quello del Dono totale di sé - per un esito ulteriore e diffuso.

Limpido punto chiave della vita del Figlio, che rivendica la pienezza umano-divina (v.28).

Alla domanda «Tu chi sei?» Cristo risponde dando un appuntamento di Vita completa, sul Calvario.

Per noi che lo sentiamo pulsare dentro, il medesimo Gratis non sarà frutto impossibile d’una scelta volontarista, bensì del discepolato nel rispetto della Vocazione personale - che cerca e fa spazio al nuovo regno.

La sequela sapiente porterà ciascuno dall’esperienza religiosa d’inutile e mortifera sottomissione all’avventura di Fede nel Signore, senza più remore che affossino il viaggio verso di sé e il prossimo.

 

Col Figlio dell’uomo innalzato passeremo dalla vita spenta e mortificata dei servitori a quella di amici, quindi fratelli (cf. Gv 13,13; 15,15; 20,17).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando sei interpellato sulla tua identità d’essere, t’impegni a sciorinare titoli e traguardi?

Cosa significa per te essere di quaggiù o di lassù?

«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù». Le parole che abbiamo ascoltato poc’anzi nella seconda lettura (Col 3,1-4) ci invitano ad elevare lo sguardo alle realtà celesti. Infatti, con l’espressione «le cose di lassù» san Paolo intende il Cielo, poiché aggiunge: «dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio». L’Apostolo intende riferirsi alla condizione dei credenti, di coloro che sono «morti» al peccato e la cui vita «è ormai nascosta con Cristo in Dio». Essi sono chiamati a vivere quotidianamente nella signoria di Cristo, principio e compimento di ogni loro azione, testimoniando la vita nuova che è stata loro donata nel Battesimo. Questo rinnovamento in Cristo avviene nell’intimo della persona: mentre continua la lotta contro il peccato, è possibile progredire nella virtù, cercando di dare una risposta piena e pronta alla Grazia di Dio.

Per antitesi, l’Apostolo segnala poi «le cose della terra», evidenziando così che la vita in Cristo comporta una «scelta di campo», una radicale rinuncia a tutto ciò che – come zavorra – tiene l’uomo legato alla terra, corrompendo la sua anima. La ricerca delle «cose di lassù» non vuol dire che il cristiano debba trascurare i propri obblighi e compiti terreni, soltanto non deve smarrirsi in essi, come se avessero un valore definitivo. Il richiamo alle realtà del Cielo è un invito a riconoscere la relatività di ciò che è destinato a passare, a fronte di quei valori che non conoscono l'usura del tempo. Si tratta di lavorare, di impegnarsi, di concedersi il giusto riposo, ma col sereno distacco di chi sa di essere solo un viandante in cammino verso la Patria celeste; un pellegrino; in un certo senso, uno straniero verso l’eternità.

[…] Il Figlio dell’uomo deve essere innalzato sul legno della Croce perché chi crede in Lui abbia la vita. San Giovanni vede proprio nel mistero della Croce il momento in cui si rivela la gloria regale di Gesù, la gloria di un amore che si dona interamente nella passione e morte. Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza.

[…] Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte. L’oggetto e il beneficiario dell’amore divino è il mondo, cioè l’umanità. E’ una parola che cancella completamente l’idea di un Dio lontano ed estraneo al cammino dell’uomo, e svela, piuttosto, il suo vero volto: Egli ci ha donato il suo Figlio per amore, per essere il Dio vicino, per farci sentire la sua presenza, per venirci incontro e portarci nel suo amore, in modo che tutta la vita sia animata da questo amore divino. Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e donare la vita. Dio non spadroneggia, ma ama senza misura. Non manifesta la sua onnipotenza nel castigo, ma nella misericordia e nel perdono. Capire tutto questo significa entrare nel mistero della salvezza: Gesù è venuto per salvare e non per condannare; con il Sacrificio della Croce egli rivela il volto di amore di Dio. E proprio per la fede nell’amore sovrabbondante donatoci in Cristo Gesù, noi sappiamo che anche la più piccola forza di amore è più grande della massima forza distruttrice e può trasformare il mondo, e per questa stessa fede noi possiamo avere una “speranza affidabile”, quella nella vita eterna e nella risurrezione della carne.

[Papa Benedetto, omelia in Cappella Papale 4 novembre 2010]

1. Gloria a te, Verbo di Dio!

Questo saluto si ripete quotidianamente nella liturgia della Quaresima. Esso precede la lettura del Vangelo, e testimonia che il tempo della Quaresima è nella vita della Chiesa un periodo di particolare concentrazione sul Verbo di Dio. Tale concentrazione era collegata – specialmente nei primi secoli – alla preparazione al Battesimo nella notte di Pasqua, al quale si predisponevano i Catecumeni con crescente intensità.

Però, non solo in considerazione del Battesimo e del catecumenato la Quaresima stimola ad una così intensa concentrazione sulla Parola di Dio. Il bisogno scaturisce dalla natura stessa del periodo liturgico, cioè dalla profondità del Mistero, nel quale la Chiesa entra sin dall’inizio della Quaresima.

Il mistero di Dio raggiunge le menti e i cuori innanzitutto mediante la Parola di Dio. Ci troviamo, infatti, nel periodo della “iniziazione” alla Pasqua, che è il mistero centrale di Cristo, oltreché della fede e della vita di coloro che lo confessano.

Sono lieto che in questo periodo, anche quest’anno, mi è dato di portare il mio personale contributo alla pastorale dell’ambiente universitario di Roma. Do il mio cordiale benvenuto a tutti i presenti: Professori, Studenti e ospiti che vengono da fuori Roma.

Desidero ricordare, in questa occasione, che i problemi riguardanti la presenza della Chiesa nel mondo universitario della nostra Città, i problemi della specifica pastorale accademica sono stati quest’anno il tema dell’incontro del clero della diocesi di Roma all’inizio della Quaresima. Insieme con i miei fratelli nell’Episcopato e nel presbiterato, che condividono con me la sollecitudine pastorale per i tre milioni di cittadini della Roma degli anni ottanta, ho potuto ascoltare diverse voci di professori, di studenti, di rappresentanti dei singoli ambienti accademici e movimenti, come pure dei loro assistenti ecclesiastici, i quali hanno illustrato numerosi problemi riguardanti l’importante compito della Chiesa di Roma in questo settore.

Spero che questo compito potrà essere svolto in modo sempre più maturo e fruttuoso.

2. Lode a te, Verbo di Dio!

Questa parola nella Liturgia della penultima Settimana di Quaresima diventa particolarmente intensa e, direi, particolarmente drammatica. Lo mettono in risalto in modo speciale le letture tratte dal Vangelo di san Giovanni.

Cristo, conversando con i Farisei, sempre più chiaramente dice Chi è, Chi l’ha mandato, e le sue parole non trovano accoglienza. E sempre più, mediante la crescente tensione delle domande e delle risposte, si delinea anche il termine di questo processo: la morte del profeta di Nazaret.

“Tu chi sei?” (Gv 8,25), domandano a lui come una volta domandavano a Giovanni Battista.

Questo interrogativo porta con sé quell’eterna inquietudine messianica, alla quale Israele partecipava da generazioni, e che nella generazione di quel tempo pareva ancora accresciuta in potenza.

– Tu chi sei?

– “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete...” (Gv 8,28).

3. Sembra che il concetto-chiave dell’odierna Liturgia della Parola di Dio sia quello di “elevazione”.

Durante la peregrinazione di Israele attraverso il deserto, Mosè “fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta” (Nm 21,9). Lo fece per ordine del Signore, quando il suo popolo veniva morso dai serpenti velenosi “e un gran numero di Israeliti morì” (Nm 21,6). Quando Mosè mise il serpente di rame sopra l’asta, chiunque fosse stato morso dai serpenti, nel guardarlo, “restava in vita” (Nm 21,9).

Quel serpente di rame è divenuto la figura di Cristo “innalzato” sulla croce. Gli esegeti vedono in esso l’annuncio simbolico del fatto che l’uomo, il quale con fede guarda la croce di Cristo, “resta in vita”. Rimane in vita...: e la vita significa la vittoria sul peccato e lo stato di grazia nell’animo umano.

4. Cristo dice: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete...”: conoscerete, troverete la risposta a questo interrogativo che ora ponete a me, non fidandovi delle parole che vi dico.

“L’innalzare” mediante la Croce costituisce in un certo qual senso la chiave per conoscere tutta la verità, che Cristo proclamava. La Croce è la soglia, attraverso la quale sarà concesso all’uomo di avvicinarsi a questa realtà che Cristo rivela. Rivelare vuol dire “rendere noto”, “rendere presente”.

Cristo rivela il Padre. Mediante lui il Padre diventa presente nel mondo umano.

“Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,28).

Cristo si richiama al Padre come all’ultima fonte della verità che annunzia: “Colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8,26).

Ed infine:
“Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29).

In queste parole si svela davanti a noi quella illimitata solitudine, che Cristo deve sperimentare sulla Croce, nella sua “elevazione”. Questa solitudine inizierà durante la preghiera nel Getsemani – la quale deve essere stata una vera agonia spirituale – e si compirà nella crocifissione. Allora Cristo griderà: “Elì, Elì, lemà sabactàni”, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

Ora, invece, come se anticipasse quelle ore di tremenda solitudine, Cristo dice: “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo...”. Come se volesse dire, in primo luogo: anche in questo supremo abbandono non sarò solo! adempirò allora ciò che “Gli è gradito”, ciò che è la Volontà del Padre! e non sarò solo!

– E, inoltre: il Padre non mi lascerà in mano alla morte, poiché nella Croce c’è l’inizio della risurrezione. Proprio per questo, “la crocifissione” diventerà in definitiva la “elevazione”: “Allora saprete che Io sono”. Allora, pure, conoscerete che “io dico al mondo le cose che ho udito da lui”.

5. La crocifissione diventa veramente l’elevazione di Cristo. Nella Croce c’è l’inizio della risurrezione.

Perciò la Croce diventa la misura definitiva di tutte le cose, che stanno tra Dio e l’uomo. Cristo le misura proprio con questo metro.

Nell’odierno Vangelo ascoltiamo che cosa dice:
“Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo” (Gv 18,23).

La dimensione del mondo viene, in un certo senso, contrapposta alla dimensione di Dio. Nel colloquio con Pilato Cristo dirà anche: “Il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18,36).

La dimensione del mondo s’incontra con la dimensione di Dio proprio nella Croce: nella Croce e nella risurrezione.

Per questo la croce diventa quell’ultimo metro, col quale Cristo misura. Diventa il punto centrale di riferimento. La dimensione del mondo viene in essa riferita definitivamente alla dimensione del Dio Vivente. E il Dio Vivente si incontra col mondo nella Croce. S’incontra mediante la morte di Cristo.

Questo incontro è totalmente per l’uomo.

Perché – a volte ci chiediamo – quell’incontro del Dio Vivente con l’uomo si è compiuto sulla Croce?... perché doveva compiersi così?

Cristo, nell’odierno colloquio, ne dà la risposta: “Se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 18,24).

Sopra la dimensione del mondo si mette la dimensione del peccato... Proprio per questo l’incontro di Dio col mondo si compie nella croce.

C’è bisogno della Croce e della morte, affinché l’uomo “non muoia nei propri peccati”.

C’è bisogno della Croce e della risurrezione, affinché l’uomo creda a Cristo, perché accetti questo “mondo” che lui rivela per mezzo di sé.

In Cristo è rivelato all’uomo il Dio Vivente. Dio Padre.

Non solo: in Cristo è rivelato all’uomo – è rivelato fino in fondo – il mistero dell’uomo stesso.

6. Bisogna imparare a misurare i problemi del mondo, e soprattutto i problemi dell’uomo, col metro della Croce e della Risurrezione di Cristo.

Essere cristiani vuol dire vivere nella luce del mistero pasquale di Cristo. E trovare in esso un punto fisso di riferimento per ciò che è nell’uomo, per ciò che è tra gli uomini, ciò che compone la storia dell’umanità e del mondo.

L’uomo, guardando in se stesso, scopre anche – come Cristo dice nel dialogo con i Farisei – ciò che è “di quaggiù” e ciò che è “di lassù”. L’uomo scopre dentro di sé (è questa un’esperienza perenne) l’uomo “di lassù” e l’uomo “di quaggiù”: non due uomini, ma quasi due dimensioni dello stesso uomo; dell’uomo, che è ognuno di noi: io, tu, lui, lei...

E ognuno di noi – se guarda dentro di sé attentamente, in modo autocritico, se cerca di vedere se stesso nella verità – saprà dire che cosa in lui appartiene all’uomo “di quaggiù”, e che cosa all’uomo “di lassù”. Saprà chiamarlo per nome. Saprà confessarlo.

Ed infine: in ognuno di noi c’è un certo spontaneo tendere dall’uomo “di quaggiù” verso quello “di lassù”. È questa un’aspirazione naturale. A meno che non la soffochiamo, non la calpestiamo in noi.

È un’aspirazione. Se con essa cooperiamo, questa aspirazione si sviluppa e diventa il motore della nostra vita.

Cristo ci insegna come cooperare con essa. Come sviluppare ed approfondire ciò che nell’uomo è “di lassù”, e come indebolire e vincere ciò che è “di quaggiù”.

Cristo ce lo insegna col suo Vangelo e col suo personale esempio.

La Croce diventa qui una misura viva. Diventa il punto di riferimento, attraverso il quale la vita di milioni di uomini passa da ciò che nell’uomo è “di quaggiù” a ciò che è “di lassù”.

La Croce e la risurrezione: il mistero pasquale di Cristo.

7. Il primo, elementare metodo di questo passaggio è la preghiera.

Quando l’uomo prega, in un certo senso spontaneamente si rivolge verso Colui che gli offre la dimensione “di lassù”. Con ciò stesso prende le distanze da ciò che, in se stesso, è “di quaggiù”. La preghiera è un movimento interiore. È un movimento che decide dello sviluppo di tutta la personalità umana. Dell’indirizzo della vita.

Con quale chiarezza dà espressione a questo tema il Salmo dell’odierna Liturgia!:

“Signore, ascolta la mia preghiera, / a te giunga il mio grido. / Non nascondermi il tuo volto; / nel giorno della mia angoscia / piega verso di me l’orecchio. / Quando ti invoco: presto, rispondimi” (Sal 102 [101],1-3).

L’uomo vive nella ricerca del “volto di Dio”, che è nascosto davanti a lui nelle tenebre “del mondo”. Eppure, nello stesso “mondo” può scoprire le impronte di Dio. Bisogna solo che inizi a pregare. Che preghi. Che passi da ciò che è “di quaggiù” verso ciò che è “di lassù”. Che insieme alla preghiera scopra in se stesso la via che va dall’uomo “di quaggiù” a quello “di lassù”.

Mei diletti! Nel nome del Crocifisso e del Risorto vi chiedo: pregate! amate la preghiera!

8. Gloria a te, Verbo di Dio!

Che l’amore della preghiera diventi in ognuno di noi il frutto dell’ascolto della Parola di Dio.

“Il seme è la Parola di Dio, il seminatore invece, Cristo; ognuno che lo troverà durerà in eterno”, proclama un testo liturgico.

Il seme è il germe di vita. Esso racchiude in sé tutta la pianta. Nasconde la spiga per la mietitura e il futuro pane.

Il Verbo di Dio è tale seme per le anime umane. Il seminatore ne è Cristo.

Preghiamo che dal seme della parola di Cristo nasca in noi di nuovo questa Vita, alla quale l’uomo è chiamato in Cristo. Chiamato “da lassù”.

Questa vita nasce nei sacramenti della fede. Nasce prima nel Battesimo e poi nel sacramento della Riconciliazione.

Cristo è non soltanto Colui che annunzia la Parola di Dio. È Colui che in questa Parola dà la Vita.

Una nuova Vita.

Tale è la potenza delle parole: “Io ti battezzo”.

Tale è pure la potenza delle parole: “Io ti assolvo... vai in pace”. Vai! Nella direzione da ciò che è in te “di quaggiù” verso ciò che è “di lassù”. Ancora una volta, vai!


E infine la potenza delle parole eucaristiche: “Mangiate e bevetene tutti”. Chi mangia... vivrà. Vivrà in eterno.

Guardiamo, cari fratelli e sorelle, “l’elevazione” di Cristo. Guardiamo attraverso il prisma della Croce e della risurrezione la nostra umanità. Accettiamo l’invito che si racchiude nel mistero pasquale di Cristo. Accettiamo la Parola e la Vita. Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia per gli studenti universitari in preparazione alla Pasqua, Roma 30 marzo 1982]

Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Tanto che Papa Francesco ha suggerito un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza». Ecco le linee di riflessione che il Pontefice ha proposto nella messa celebrata martedì mattina, 4 aprile, a Santa Marta.

«Attira l’attenzione — ha fatto notare subito, riferendosi al passo dell’evangelista Giovanni (8, 21-30) — che in questo breve passo del Vangelo per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice — ha aggiunto — perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, ha spiegato il Papa, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».

Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».

Con queste parole — ha affermato il Pontefice, riferendosi al brano tratto dal libro dei Numeri (21, 4-9) — «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura». È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».

«Il serpente — ha proseguito il Papa — è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».

«Il serpente di bronzo guariva — ha detto Francesco — ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire, ha affermato il Papa, che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».

«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto — ha spiegato il Pontefice — moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà, ha insistito il Papa, «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».

«Ma cosa è la croce per noi?» è la questione posta da Francesco. «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così... perché non abbiamo questa fede alla croce» ha evidenziato il Papa. La croce, poi, ha affermato, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma, ha detto Francesco, «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».

Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma, ha fatto presente il Pontefice, «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza, ha spiegato, «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».

«Oggi — ha rilanciato il Papa — la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così, ha proseguito, è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».

«Ognuno di noi oggi — ha suggerito il Pontefice a conclusione della sua meditazione — guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 05/04/2017]

(Gv 8,1-11)

 

Ogni giorno al levar del sole le persone dal Monte degli Ulivi contemplando il tempio recitavano lo Shemà, e così faceva Gesù.

Come molti, trascorreva le notti in una grotta, all'aperto (Lc 21,37-38; Gv 8,1-2), quindi si recava nel portico di Salomone a insegnare.

Inizia un nuovo Giorno. Il confronto con la peccatrice che ci rappresenta, attiva una nuova Aurora.

L’adultero e l’adultera dovevano essere messi a morte (Dt 22,22-24): come mai il maschio la scampa?

In molti passi biblici, la “donna” è parabola collettiva - qui evocata per una catechesi nei confronti dei pubblici ministeri tradizionalisti che si facevano avanti anche nelle prime comunità.

[Non ci dormono la notte, pur di spiare gli altri e accusarli dei propri peccati]. Ma c’è un nuovo ‘albore’ (v.2) sul volto di Dio.

 

In tutta la scena il vero imputato è Gesù e la sua idea di Giustizia, anormale. Egli non consente alla Buoncostume d’isolare le persone.

Chi sbaglia o è malfermo non è segnato a vita.

Tutti siamo piegati da pesi e ci reggiamo a stento. Pertanto l’azione divina smaschera i parrucconi fanatici, per nulla innocenti.

L’atteggiamento conciliante e riflessivo ritorce le accuse proprio sui veterani della postilla, i quali lasciano che le pietre cadano di mano solo se smascherati.

Però è un brano di teologia, non di cronaca rosa.

Nei vecchi dirigenti che amano allestire processi anche interni, talora non c’è probità: meglio che nella Casa di Dio evitino di fare i giudici e gli accusatori, e se ne tornino a casa loro.

 

Incredibile poi che Gesù non si accerti che la persona sia pentita, prima di perdonarla! In questo il Figlio di Dio viola la Legge, la Tradizione, il modo comune di pensare e fare catechismo!

La sua frase più incriminata è una bomba, che ha creato imbarazzo per secoli: «Smetti di farti del male, ma Io non ti condanno!» [senso del v.11].

Il Dio ‘vivo’ e vero procede senza inchieste e tare penitenziali, solo rimette in piedi.

Quindi non vuol avere nulla in comune con gli ineccepibili che astutamente si fanno scudo di leggi antichissime per dare fastidio (e proiettare sugli altri i propri stessi difetti, onde esorcizzarli).

Ecco perché il Dito poggiato sulle ‘lastre di pietra’ della spianata del Tempio di Gerusalemme!

Un’accusa palese ai censori ancora avvezzi al Decalogo dei No […], rimasti all’età del Sinai: supponenti e mortiferi, privi del ‘cuore’ di carne e dello Spirito - cadaveri tarati a temperatura ambiente.

 

In tutta la scena, Gesù - figura della nuova Giustizia del Padre - resta accovacciato a terra [cf. testo greco], insidiato da chi gli sta sopra per prenderlo in castagna o in ostaggio.

Egli rimane sottoposto persino all’adultera ridotta al silenzio, perché la domanda di misericordia è autentica anche quando resta solo implicita.

E in ogni caso Cristo si rapporta con ciascuno di noi senza incombere. Guardandoci tutti dal basso!

Ecco la differenza tra approccio di Fede e valutazioni della religiosità banale. Il balzo qualitativo fra Dito sulle lastre e Sguardo sulle persone.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In quali situazioni hai considerato: “Giustizia è fatta”?

In quali occasioni hai fatto esperienza del Giudizio divino come comprensione e grazia?

 

 

[Lunedì 5.a sett. Quaresima (anno A.B), 23 marzo 2026]

“Chiesa” adultera, Gesù imputato

(Gv 8,1-11)

 

Cosa dire di un antico codice dei Vangeli con una “pagina” strappata?

I mariti non volevano che le donne avessero dal Signore stesso una patente d’immunità: l’azione di Dio sconcerta.

Ma come si rapporta il Signore con chi nella vita ha compiuto errori? O con persone di estrazione culturale differente [ad es.] dall’occidentale?

Possono essere ammesse a un rapporto diretto con Gesù, o debbono subire una lunga trafila di radiografie dottrinali e moralistiche?

Cristo procede senza inchieste né tare penitenziali accusatorie.

Solo rimette in piedi persone e gruppi eterogenei - sebbene tutte anime umiliate e beffeggiate dai veterani della postilla (che nascostamente si concedono tutto).

Impone Lui - e cesella - Giustizia laddove essa è stata trasgredita, almeno secondo nostro parere convenzionale.

Unica soluzione e sentenza di giudizio è quella per il Bene affidabile e convincente.

 

Ad Efeso il vescovo Policrate aveva dovuto scontrarsi con gli intransigenti sulla questione della riammissione in comunità dei lapsi [‘scivolati’ nella confessione di fede, sotto ricatto] o di coloro che avevano ‘consegnato’ i libri sacri (traditores) perché intimiditi da minacce di persecuzioni.

Il vescovo di Roma Sotère, aveva preso posizione a favore dei rigoristi. Ma come testimoniano le Costituzioni Apostoliche, i più comprensivi si richiamavano esplicitamente all’episodio dell'adultera, avendo ben presente che l'agire di Dio è un atto creatore che ricompone - non gesto di castigo frettoloso.

Sparita dal Vangelo secondo Lc (cf. 21,38), la perla evangelica è stata recuperata da Gv (8,1-11).

Ancora s. Agostino si lamentava che il brano venisse escluso da responsabili di alcune comunità.

Ma superando i moralismi spiccioli, la pericope ha un peso teologico significativo.

 

Nelle religioni l'idea del giusto Giudizio divino è identica, perché in armonia con il concetto di giustizia comune: unicuique Jus suum.

Su tutti i sarcofagi dell'antico Egitto è riprodotta la scena della bilancia coi due piatti in perfetto equilibrio: su uno la piuma simbolo di Maat dea della saggezza; sull'altro il cuore del defunto, che viene condotto per mano dal dio Anubis.

Dalla pesatura dipende la felicità o la rovina futura di colui che viene giudicato.

Il Corano attribuisce a Dio lo splendido titolo di “Migliore di quelli che perdonano”; tuttavia anche nell'Islam il giorno del giudizio è il momento della separazione fra giusti e malvagi - gli uni introdotti in paradiso, gli altri cacciati all'inferno.

I rabbini del tempo di Gesù sostenevano che la Misericordia intervenisse al momento della resa dei conti: essa prevaleva solo quando le opere buone e quelle cattive erano in parità.

 

L’adultero e l’adultera dovevano essere messi a morte (Dt 22,22-24): come mai il maschio la scampa?

In molti passi biblici, la «donna» è parabola collettiva - qui evocata per una catechesi nei confronti dei pubblici ministeri tradizionalisti che si facevano avanti anche nelle prime comunità.

Il guaio dei tribunali morali è che troppi protagonisti sembrano inclini più a condannare “simboli” che ad andare in fondo alle questioni.

Malgrado la rigida prassi penitenziale dei primi secoli e la polemica fra lassisti e rigoristi, la gemma recuperata e prima sottratta da molti manoscritti, ribadisce la frase incriminata: «Io non ti condanno»!

E tratteggia persino un Gesù che non chiede anzitempo se la donna si riconoscesse pentita o meno!

Episodio sconvolgente? No, perché si tratta di teologia, non di cronaca rosa.

 

Ogni giorno al levar del sole le persone dal Monte degli Ulivi contemplando il Tempio recitavano lo Shemàh, e così faceva Gesù.

Come molti, trascorreva le notti in una grotta, all'aperto (Lc 21,37-38; Gv 8,1-2), quindi si recava nel Tempio a insegnare.

Inizia un altro «Giorno».

Il confronto con la peccatrice che ci rappresenta, dà inizio a una nuova ‘alba’ - sul Volto di Dio.

Che sentenza pronuncia il Signore nella sua Casa [Chiesa]?

Non si dice cosa Gesù stesse insegnando, perché lui stesso è ‘la’ Parola, l'Insegnamento.

Ogni gesto narra come il Padre si rapporta con chi si è allontanato, o proviene da una estrazione culturale incerta.

Egli aiuta il figlio smarrito a ricuperare, e dice [in breve]: «Io non ti condanno, ma smetti di farti del male».

 

Gesù attraversa il ponte-viadotto sulla valle del Cedron ed entra nella spianata del tempio dalla Porta Dorata.

Lì trova cuori fermi alla giustizia retributiva del Sinai, quella delle fredde tavole di pietra.

Giustizia di scribi e farisei della buoncostume che - pressando - gli stavano addosso rimanendo sopra [così il testo greco].

Giustizia da bilancia e sinedrio? No, Benevolenza che rende giusti i malvagi, che fa puri i lontani che si accostano - i provenienti dal paganesimo multiforme, considerati adulteri teologici.

“Giustizia è fatta” per noi significa che il colpevole viene raddrizzato, punito e separato dagli ineccepibili.

Dio invece rende giusto chi un tempo non lo era. Egli appunto ricupera il disgraziato dall'abisso, e lo fa respirare.

[Forse la donna è immagine simbolo d’una comunità primitiva subordinata, che si affaccia alla Fede ma dalle origini culturali frammiste e dalle pratiche incerte, giudicate tumultuosamente libere].

 

Il perdono non è una sconfitta, né una resa. Del resto, non manca chi si fa scudo di leggi per dare fastidio e acquattarsi dietro paraventi.

Insomma: l'imputato vero della pericope è il Figlio e la sua idea di Giustizia!

Ecco perché il Dito per terra: poggiato sulle lastre di pietra della spianata del tempio di Gerusalemme.

Un’accusa gravissima verso le guide spirituali della religiosità ufficiale e di tutti coloro che, diventando capi delle prime realtà cristiane, subito intendevano ricalcarne le ipocrisie.

Inebriati dal rango di dirigenti e censori, anche loro palesavano di essere rimasti all’età sinaitica, della pietra.

Un’era di vecchi supponenti privi del cuore di carne, estranei al tepore dello Spirito divino.

Non pochi manoscritti dei primi secoli dimostrano infatti l’attaccamento comunitario ossessivo a una disciplina eticista rigidissima.

Si rischiava di tornare all’ideologia dei “migliori”: scuola spietata e gabellante, gelida e giudicante, castigatrice; confusionaria sulle passioni - quella degli ‘eletti’ e “integri”.

Accoliti propugnatori di morte; cadaveri incapaci di desiderio focoso, di passione esplicita; perché - almeno in facciata - tarati a temperatura ambiente.

 

In tutta la scena Gesù resta invece accovacciato a terra!

Addirittura si pone in relazione all’adultera guardandola dal basso verso l’alto (cf. testo greco)!

Egli rimane sottoposto persino all’adultera, icona appunto di una chiesa incerta o “minore” - che raccoglie i liberi prima lontani. Gli stessi che ora si accostavano alle soglie delle fraternità con un passato e bagaglio morale forse discutibile.

Insomma, ogni domanda di misericordia è autentica anche quando resta solo implicita - e in ogni caso Cristo si rapporta con ciascuno di noi senza incombere!

Nella vita di Fede Dio ci sta sotto, e identicamente fa chi lo rappresenta in modo autentico.

L’Eterno non è un legislatore, né soppesatore, o querelante - neppure notaio giudice ch’emette subito sentenza.

In tal guisa e tono “lapidario” Papa Francesco ha ribadito più volte:

«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Ritengo i passi falsi meno gravi del non muoversi affatto!».

 

La differenza dell’approccio di Fede con le valutazioni della religiosità banale? Il balzo qualitativo fra Dito sulle lastre e Sguardo sulle persone.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In quali situazioni hai considerato: “Giustizia è fatta”?

In quali occasioni hai fatto esperienza del Giudizio divino come comprensione e grazia?

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Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
God approached man in love, even to the total gift, crossing the threshold of our ultimate solitude, throwing himself into the abyss of our extreme abandonment, going beyond the door of death (Pope Benedict)
Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte (Papa Benedetto)

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