don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Quarta Domenica di Pasqua (anno A)  [26 Aprile 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 14a.36-41)

Continua la lettura del discorso di Pietro a Gerusalemme il mattino di Pentecoste, e poiché ormai è ricolmo di Spirito Santo, legge per così dire a libro aperto nel progetto di Dio. Tutto gli appare chiaro, si ricorda del profeta Gioele che aveva annunciato: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne” (Gle2,28) e per lui è evidente che siamo al mattino del compimento di questa promessa. Per mezzo di Gesù, rigettato, eliminato dagli uomini, ma risuscitato ed esaltato da Dio, lo Spirito si è effuso su ogni carne, e i pellegrini ebrei provenienti da tutti gli angoli dell’Impero Romano sono venuti per celebrare la festa di Pentecoste, la festa del dono della Legge. Durante il viaggio e anche quando giungono nel Tempio di Gerusalemme, i pellegrini cantano i salmi e invocano da Dio la venuta del Messia. Pietro cerca di aprire loro gli occhi: il Messia di cui parlate è quel Gesù che voi avete crocifisso, e quando definisce Gesù Signore e Messia, il Cristo, queste sue affermazioni appaiono senz’altro molto ardite. Se l’uomo di Nazaret è il Messia atteso, questo significa che su Gesù è posta tutta la speranza d’Israele. Gli ascoltatori di Pietro furono colpiti al cuore, dice Luca, e certamente Pietro ha saputo toccare i loro cuori. Che dobbiamo fare - si chiedono? La risposta è semplice: convertitevi per salvarvi da questa generazione perversa, e  convertirsi, nel linguaggio biblico, è proprio voltarsi, fare dietro front. Ci sono due strade davanti a noi e spesso capita di sbagliare cammino: occorre allora tornare sulla retta via. Pietro fa una semplice constatazione: la generazione contemporanea di Cristo e degli apostoli è stata messa di fronte a una vera sfida, riconoscere cioè in Gesù il Messia atteso da secoli. Purtroppo però Gesù non ha le caratteristiche e le speranze riposte nel Messia immaginato come liberatore del popolo ebreo ed allora si è commesso un errore di giudizio e si è smarrita la strada. Per questo Pietro chiama tutti a convertirsi e invita a ricevere il Battesimo: fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo promesso a voi, ai vostri figli e a tutti quelli che sono lontani, ma che chiamerà il Signore nostro Dio. Inoltre, per ebrei familiari nello studio delle Scritture, Pietro richiama l’annuncio del profeta Gioele - verserò il mio Spirito su ogni carne - come pure nelle sue parole c’è un’eco delle parole del profeta Isaia sulla pace e l’alleanza voluta da Dio con il popolo d’Israele (cfr. Is49,1; 57,19). Proprio grazie a quest’Alleanza Israele si sentiva legato a Dio: era il popolo scelto, il figlio, come dice il profeta Osea (11,1), mentre gli altri popoli sembravano lontani da Dio. Quando poi Isaia afferma  che la pace è anche per quelli che sono lontani ricorda ciò che il popolo eletto ha una missione di pace per l’umanità intera chiamata a entrare in quello che si potrebbe chiamare il piano di pace di Dio. Annota l’Autore che quel giorno tremila si fecero battezzare. E aggiunge che i tremila ebrei diventati cristiani, facevano parte di quelli che Pietro chiamava i vicini. A poco a poco, lungo il libro degli Atti anche i lontani raggiungeranno i “chiamati” da Dio. A loro san Paolo dirà, nella lettera agli Efesini: voi che un tempo eravate lontani, ora siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo. Ed è il Cristo, la nostra pace, perché “dei due, il giudeo e il pagano” ha fatto una sola realtà (Ef2,14-18).

 

Salmo Responsoriale (22/23)

Abbiamo incontrato il salmo 22/23 nella quarta domenica di Quaresima.  Allora insistevo nel commento su tre punti: primo, nei salmi è di Israele intero che si tratta, anche se chi parla al singolare dicendo “io”; secondo, per definire la sua esperienza religiosa Israele usa due paragoni, quello del levita che trova la sua gioia ad abitare nella Casa di Dio e quello del pellegrino che partecipa al pasto sacro che segue i sacrifici di azione di grazie. Bisogna però leggere tra le righe che, attraverso questi due paragoni, il popolo eletto avverte di essere stupito e riconoscente per la gratuita Alleanza di Dio. In terzo luogo, i primi cristiani hanno riconosciuto in questo salmo il privilegio della propria esperienza di battezzati e il salmo 22/23 è diventato nella Chiesa primitiva il canto delle celebrazioni del Battesimo. Mi fermo semplicemente sul primo versetto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti. Il profeta Michea così prega: Signore, con il tuo bastone sii il pastore del tuo popolo, il gregge che ti appartiene, così che il popolo si percepisca patrimonio di Dio (cf. Mi 7,14). Nel salmo 15/16 s’incontra invece l’espressione inversa Signore, mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte, la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità. Quando si paragona Dio a un pastore e Israele al suo gregge, si osa pensare che il popolo eletto sia un tesoro per il suo Dio, il che è una bella audacia, e l’uso di un simile vocabolario è un invito alla fiducia, perché Dio è rappresentato come un buon pastore, cioè colui che raduna, guida, nutre, cura, protegge e difende il suo gregge vegliando su tutti i suoi bisogni. Il profeta Michea scrive che Dio radunerà tutto intero il resto d’Israele (cf. 2,12), e lo metterà insieme come un gregge radunando le pecore zoppe e quelle disperse. Sofonia riprende lo stesso tema: salverò la pecora zoppa (cf. 3,19), radunerò quelle che sono disperse, il che vuol dire che ogni volta che facciamo opera di divisione lavoriamo contro Dio. Il Dio, pastore attento, pastore-guida e difensore del suo gregge. Ritroviamo questo spesso nei salmi, in particolare nel salmo 94/95 che è la preghiera del mattino di ogni giorno nella liturgia delle Ore dove leggiamo: “Siamo il popolo che egli conduce, il gregge guidato dalla sua mano”. Nel salmo 77/78 si legge che, come un pastore, Dio conduce il suo popolo, spinge nel deserto il suo gregge, lo guida, lo difende, lo rassicura, e il salmo 79/80 comincia con un appello “Pastore d’Israele: ascolta, tu che conduci Giuseppe, il tuo gregge, rivela la tua forza e vieni a salvarci”. E’ chiaro che nei periodi difficili, quando il gregge cioè Israele si sente mal guidato, abbandonato, maltrattato o peggio malmenato, i profeti ricorrono spesso all’immagine del buon pastore per ridare speranza. E non stupisce dunque ritrovare questo tema nel secondo Isaia, nel Libro della Consolazione d’Israele: Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge, il suo braccio raduna gli agnelli, li porta sul suo cuore, conduce le pecore che allattano (cf.40,11), perché lungo le strade potranno ancora pascolare, sulle alture spoglie saranno i loro pascoli, non avranno né fame né sete, il vento bruciante e il sole non li colpiranno più, perché lui, pieno di compassione, li guiderà, li condurrà alle acque vive (cf. Is. 49,9-10). Infine anche Ezechiele riprende questo tema dicendo che così parla il Signore Dio: “Io stesso avrò cura delle mie pecore e le passerò in rassegna, come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le libererò da tutti i luoghi dove erano state disperse in un giorno di nuvole e di caligine, le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi migliori. Le farò pascolare in un buon pascolo e i loro prati saranno sulle alture d’Israele, là le mie pecore riposeranno in belle praterie, brucheranno in grassi pascoli. Sui monti d’Israele, io stesso farò pascolare il mio gregge e lo farò riposare, oracolo del Signore Dio, la pecora perduta, io la cercherò, la smarrita, la ricondurrò, quella ferita, la fascerò, quella malata, le ridarò forza” (cf. 34,11-16).  A nostra volta oggi noi cantiamo questo salmo 22/23 sapendo che Gesù si è presentato lui stesso come il pastore delle pecore perdute che ci invita a mettere la nostra fiducia nella tenerezza del Dio-pastore. In un tempo, come il nostro, in cui le nostre società attraversano giorni di nuvole e di caligine, siamo invitati a contemplare l’immagine del buon Pastore e a rinnovare la nostra fiducia: Dio, il vero buon Pastore non ci abbandona mai. 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 20b-25)

 San Pietro si rivolge a una categoria sociale particolare, gli schiavi, perché allora esisteva ancora la schiavitù e, nel diritto romano, lo schiavo era alla mercé del padrone, un oggetto nelle sue mani. Capitava dunque che gli schiavi subissero maltrattamenti secondo il capriccio dei padroni e uno schiavo cristiano presso un padrone non cristiano si esponeva a più dure vessazioni. Pietro in sostanza incoraggia a mitare Cristo, anche lui “schiavo per amore”(cf. Fil. 2,7) che ha messo la vita intera al servizio di tutti gli uomini. Come dunque si è comportato? Insultato, non rispondeva con insulti, messo a soffrire non minacciava, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia. San Pietro esorta a sopportare la sofferenza anche quando si fa il bene, sapendo che è una grazia agli occhi di Dio essere capaci di comportarsi come Cristo quando si è nella prova. Certamente non esiste una vocazione del cristiano alla sofferenza, ma nella sofferenza c’è una chiamata a comportarsi sull’esempio di Cristo. Allora non è soffrire per soffrire, ma imitare Cristo che anche lui  ha sofferto facendosi carico dei nostri peccati sul legno della croce, affinché, morti ai peccati, vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe infatti siamo stati guariti. Dio ci ha salvati perché viviamo per la giustizia. Siamo guariti dalle nostre ferite, che sono le incapacità ad amare e a donare, a perdonare, a condividere. A causa del peccato originale eravamo lontani da Dio e disorientati, erranti come pecore. In Cristo crocifisso per i nostri peccati, abbiamo recuperato la fedeltà al progetto di Dio e le sue piaghe ci hanno guariti. Cristo è morto per rendere testimonianza alla verità, restando fedele anche sulla croce al Padre. La croce, luogo dell’orrore assoluto, dell’odio umano scatenato, è diventata il trono dell’amore assoluto. Nel perdono di Gesù ai suoi carnefici ci è data la possibilità di contemplare e di credere all’amore di Dio per l’umanità, rivelato nella croce che può trasformarci e convertirci.  Il profeta Zaccaria ce lo ricorda: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cf. 12,10) e questo ci guarisce, ci salva, cioè ci rende di nuovo capaci di amare e di perdonare come Cristo. Quando ci si lascia intenerire da questo amore assoluto di Dio, i nostri cuori di pietra diventano cuori di carne, capaci di vivere come lui. Lasciamoci trasformare da questo contagio di misericordia perché Cristo possa proseguire, anche grazie a noi, l’opera di trasformazione dell’umanità intera: Egli continua a inviare discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi” (cf. Lc10,3; Mt 10,16) perché, seguendo le sue tracce, siamo ovunque testimoni della Misericordia infinita di Dio.  

 

Dal Vangelo secondo san Giovanni (10,1-10)

 La coerenza dei testi biblici di questa domenica è davvero evidente, perché il salmo, la seconda lettura e il vangelo ci portano in un ovile. I salmo paragona la relazione di Dio con Israele alla premura di un pastore per il suo gregge: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare”; nella seconda lettura san Pietro parla di uomini simili a pecore smarrite erranti, invitati a tornare “al vostro pastore, il custode delle vostre anime”. Qui, nel vangelo, leggiamo un passaggio del lungo discorso sul buon pastore e un ovile. Per comprendere  occorre fare lo sforzo di immaginare il paesaggio del vicino Oriente, dove il gregge è radunato per la notte in un recinto ben custodito e al mattino il pastore viene a liberare le pecore per condurle ai pascoli: scena all’epoca molto familiare agli ascoltatori di Gesù perché innanzitutto c’erano molti greggi in Israele, e poi perché i profeti dell’Antico Testamento avevano preso l’abitudine di paragonare il rapporto di Dio con il suo popolo al pastore che si prende cura del suo gregge. Nel salmo responsoriale abbiamo riletto alcuni brani a questo proposito e aggiungo un riferimento al  profeta Isaia che insiste sulla premura di Dio verso il suo popolo:  pieno di compassione, Egli “li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49,9-10). Inoltre del futuro Messia si diceva che sarebbe stato un pastore per Israele, ma allo stesso tempo i profeti non cessavano di mettere in guardia contro i cattivi pastori, un vero pericolo per le pecore, ed è questione di vita o di morte per il gregge. Gesù a sua volta si iscrive proprio nello stesso registro, indicando la premura del pastore per le sue pecore e il pericolo di falsi pastori, un argomento che riprende nel vangelo di questa domenica sotto forma di due piccoli paragoni successivi, quello del pastore, poi quello della porta. E’ interessante che si premura di introdurli entrambi con la formula solenne “in verità, in verità vi dico”, espressione che introduce sempre qualcosa di nuovo. Ma se il tema del pastore era ben noto, dov’è la novità? D’altra parte Giovanni precisa che queste due parabole sono rivolte ai farisei: Gesù racconta la prima, ma, come annota, non compresero ciò che Gesù voleva dire loro, allora Gesù prosegue con la seconda. I farisei non hanno capito la prima, o non hanno voluto capire, forse semplicemente perché, con ogni evidenza, Gesù lascia intuire che è lui stesso questo buon pastore capace di fare felice il suo popolo, e loro si vedono declassati di colpo al rango di cattivi pastori. Non è che hanno capito benissimo cosa vuole dire Gesù, ma non possono accettarlo perché sarebbe ammettere che questo Galileo è il Messia, l’Inviato di Dio? Gesù non assomiglia per nulla all’idea che se ne facevano, ed è forse la ragione per cui Gesù ha avuto cura di dire “in verità, in verità vi dico”. Quando egli introduce un discorso con questo incipit bisogna essere particolarmente attenti, perché equivale a espressioni idiomatiche che si incontrano spesso nei profeti dell’Antico Testamento. Quando infatti lo Spirito di Dio soffia loro parole dure da capire o da accettare, i profeti hanno sempre cura di cominciare e talvolta terminare la predicazione con formule come “oracolo del Signore” o “così parla il Signore”. Pur conoscendo questo e quindi avvertiti che Gesù parla di realtà molto importanti, i farisei non hanno capito o non hanno voluto capire; ciò nonostante Gesù insiste e Giovanni ci aiuta a capire quest’insistenza volontaria precisando che “allora Gesù disse di nuovo”. Si nota qui tutta la pazienza di Gesù, che tenta in ogni modo di convincere i suoi ascoltatori: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore” e chi entra passando per me, sarà salvo. Modi diversi per aiutare a capire che egli è il Messia, il salvatore, e, solo per mezzo di lui, il gregge accede alla vera vita, la vita in abbondanza. Possiamo trarre un’ultima lezione da questo vangelo: Gesù dice che le pecore seguono il pastore perché ne conoscono la voce, e dietro questa immagine, si può leggere una realtà della vita di fede: i nostri contemporanei non seguiranno Cristo, non saranno suoi discepoli se noi non facciamo risuonare la voce di Cristo, se non facciamo conoscere la Parola di Dio. Non è questo, ancora una volta, l’appello accorato di Gesù a far udire con tutti i mezzi il suono della sua voce? 

 

+Giovanni D’Ercole

Apr 18, 2026

Si può e si deve uscire

Pubblicato in Commento breve

«Io Sono la Porta delle pecore»

(Gv 10,1-10)

 

Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.

La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale [irripetibile secondo carattere].

In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.

Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima a essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.

Gesù prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero ‘gregge’ sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.

 

Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.

La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.

Per il Pastore autentico non esistono folle anonime.

Quindi non racchiude dentro gli antichi ‘recinti sacri’ (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti (v.8).

Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).

La Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.

Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci [con forza] fuori dagli ovili ristretti.

 

L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.

Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].

E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.

In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.

 

Mettendo in conto la presenza di ostacoli senza i quali non si cresce, nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.

Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli ‘da vicino’, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.

 

 

[4a Domenica di Pasqua (anno A), 26 aprile 2026]

Apr 18, 2026

Si può e si deve uscire

Pubblicato in Croce e Vuoto

«Io Sono la Porta delle pecore»

(Gv 10,1-10)

 

Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.

La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale (irripetibile secondo carattere).

In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.

Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima ad essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.

A motivo della paralisi sociale e dell’alienazione dei miseri, il motto «ripristinare la comunione con Dio» - criterio della ricostruzione del Tempio e della Città Santa - significava per Gesù assumere differenti punti di vista.

Egli prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero gregge sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione religiosa ufficiale, cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.

Per tornaconto di cerchia, le guide spirituali della vita pia antica erano disposte a tutto pur di assicurarsi il solito livello economico, nonché visibilità, prestigio, difesa di proprietà e sicurezze varie.

 

Gv 5,2 indica una piscina con cinque portici lungo i quali venivano deposti gli infermi «presso la Porta delle Pecore». Disgraziati che per supposta impurità non avevano accesso al Tempio ma venivano sdraiati lì in attesa di miracolo.

Secondo il Signore, è l’istituzione a dover servire i malfermi e bisognosi, invece che opprimere mediante vessazioni e fandonie, edulcorate con imponenti sceneggiature.

Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.

La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.

Per il Pastore autentico non esistono folle anonime - da mungere, tosare, e dirigere fin nei dettagli. È Lui che ci mette la faccia e paga.

Quindi non racchiude dentro gli antichi recinti sacri (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti, ladri e banditi (v.8).

Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).

Sembra incredibile? È il di più della Fede: animati dallo Spirito, credere che a Dio nulla sfugge di mano.

In sinergia con l’Amico interiore, ogni Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.

Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci (con forza) fuori dagli ovili ristretti - delimitati e installati; interventisti o stracolmi di sofisticazione, affaristi e finto-devoti - che ormai dobbiamo sorvolare.

Per una nuova Nascita, un sempre nuovo Incontro, una più significativa esperienza di Vita abbondante e indistruttibile (v.10): quella inusitata del Dio totalmente altro e totalmente vicino.

 

I dirigenti avevano un atteggiamento di rigetto di Gesù e del popolo. Estranei e avidi, non chiamavano le persone per nome.

Invece l’autorità di Cristo è nel servizio e per la vita dei malfermi - nella preoccupazione per il benessere della gente.

Nell’opinione del Signore l’autorità dei leaders ufficiali non era legittima: perché fatta di scalate e spietatezza, fondate su una interpretazione dei codici che non liberava le persone ma le rendeva sottoposte - pigiate e incapaci di reinventarsi.

La loro ricerca del vantaggio confliggeva con gl’interessi dei diseredati, tenuti lontano e nello steccato. Gesù invece si fa Porta, ossia pastore legittimo, che ha a cuore il gregge e lo conosce da presso.

Lo sente suo, e viene non per servirsene e profittare di esso, ma per renderlo felice - avendo una conoscenza amorosa di ciascuno. Egli non è pastore-re, bensì pastore che dona la vita.

L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.

 

Durante tutta la complessa redazione del quarto Vangelo, molti credenti avevano ormai abbandonato l’ubbidienza alla legge (nel modo in cui veniva esposta dai rabbini): i vecchi maestri non erano più seguiti come prima.

Ad es. il nato cieco non accetta l’opinione dei capi religiosi pur popolari (Gv 9) che accusavano il Maestro di essere un peccatore (v.24). Così intraprende un progressivo cammino di presa di coscienza ed emancipazione.

Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].

E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.

In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.

 

Mettendo in conto la presenza di ostacoli (senza i quali non si cresce) nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.

Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli da vicino, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.

La liturgia […] ci presenta una delle icone più belle che, sin dai primi secoli della Chiesa, hanno raffigurato il Signore Gesù: quella del Buon Pastore. Il Vangelo di san Giovanni, al capitolo decimo, ci descrive i tratti peculiari del rapporto tra Cristo Pastore e il suo gregge, un rapporto talmente stretto che nessuno potrà mai rapire le pecore dalla sua mano. Esse, infatti, sono unite a Lui da un vincolo d’amore e di reciproca conoscenza, che garantisce loro il dono incommensurabile della vita eterna. Nello stesso tempo, l’atteggiamento del gregge verso il Buon Pastore, Cristo, è presentato dall’Evangelista con due verbi specifici: ascoltare e seguire. Questi termini designano le caratteristiche fondamentali di coloro che vivono la sequela del Signore. Innanzitutto l’ascolto della sua Parola, dal quale nasce e si alimenta la fede. Solo chi è attento alla voce del Signore è in grado di valutare nella propria coscienza le giuste decisioni per agire secondo Dio. Dall’ascolto deriva, quindi, il seguire Gesù: si agisce da discepoli dopo aver ascoltato e accolto interiormente gli insegnamenti del Maestro, per viverli quotidianamente.

[Papa Benedetto, Regina Coeli 15 maggio 2011]

1. "Hodie natus est nobis Salvator mundi" (Salmo resp.)

Da venti secoli prorompe dal cuore della Chiesa questo annuncio gioioso. In questa Notte Santa, l'Angelo lo ripete a noi, uomini e donne di fine millennio: "Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia . . . Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore" (Lc 2, 10-11). Ci siamo preparati ad accogliere queste parole consolanti durante il tempo d'Avvento: in esse si attualizza l'"oggi" della nostra redenzione.

In quest'ora, l'"oggi" risuona con un timbro singolare: non è solo il ricordo della nascita del Redentore, è l'inizio solenne del Grande Giubileo. Ci ricolleghiamo spiritualmente a quel singolare momento della storia, nel quale Dio si è fatto uomo, rivestendosi della nostra carne.

Sì, il Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio e Luce da Luce, eternamente generato dal Padre, ha preso corpo dalla Vergine ed ha assunto la nostra natura umana. E' nato nel tempo. Dio è entrato nella storia. L'incomparabile "oggi" eterno di Dio si è fatto presenza nelle quotidiane vicende dell'uomo.

2. "Hodie natus est nobis Salvator mundi" (cfr Lc 2, 10-11).

Ci prostriamo dinanzi al Figlio di Dio. Ci uniamo spiritualmente allo stupore di Maria e di Giuseppe. Adorando Cristo, nato in una grotta, facciamo nostra la fede colma di sorpresa dei pastori di allora; sperimentiamo la loro stessa meraviglia e la loro stessa gioia.

E' difficile non arrendersi all'eloquenza di quest'evento: rimaniamo incantati. Siamo testimoni dell'istante dell'amore che unisce l'eterno alla storia: l'"oggi" che apre il tempo del giubilo e della speranza, perché "ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità" (Is 9, 5), come leggiamo nel testo di Isaia.

Ai piedi del Verbo incarnato deponiamo gioie e apprensioni, lacrime e speranze. Solo in Cristo, uomo nuovo, il mistero dell'essere umano trova vera luce.

Con l'apostolo Paolo, meditiamo che a Betlemme "è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini" (Tt 2, 11). Per questa ragione, nella notte di Natale risuonano canti di gioia in ogni angolo della terra ed in tutte le lingue.

3. Questa notte, davanti ai nostri occhi si compie ciò che il Vangelo proclama: "Dio... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui... abbia la vita" (Gv 3, 16).

Il suo Figlio unigenito!

Tu, o Cristo, sei il Figlio unigenito del Dio vivente, venuto nella grotta di Betlemme! Dopo duemila anni, riviviamo questo mistero come un evento unico e irripetibile. Tra tanti figli di uomini, tra tanti bambini venuti al mondo durante questi secoli, soltanto Tu sei il Figlio di Dio: la tua nascita ha cambiato, in modo ineffabile, il corso degli eventi umani.

Ecco la verità che in questa notte la Chiesa vuole trasmettere al terzo millennio. E voi tutti, che verrete dopo di noi, vogliate accogliere questa verità, che ha mutato totalmente la storia. Dalla notte di Betlemme, l'umanità è consapevole che Dio si è fatto Uomo: si è fatto Uomo per rendere l'uomo partecipe della sua natura divina.

4. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Sulla soglia del terzo millennio, la Chiesa Ti saluta, Figlio di Dio, che sei venuto al mondo per sconfiggere la morte. Sei venuto ad illuminare la vita umana mediante il Vangelo. La Chiesa Ti saluta e insieme con Te vuole entrare nel terzo millennio. Tu sei la nostra speranza. Tu solo hai parole di vita eterna.

Tu, che sei venuto al mondo nella notte di Betlemme, resta con noi!

Tu, che sei la Via, la Verità e la Vita, guidaci!

Tu, che sei venuto dal Padre, portaci a lui nello Spirito Santo, sulla via che soltanto Tu conosci e che ci hai rivelato perché avessimo la vita e l'avessimo in abbondanza.

Tu, Cristo, Figlio del Dio vivente, sii per noi la Porta!

Sii per noi la vera Porta simboleggiata da quella che in questa Notte solennemente abbiamo aperto!

Sii per noi la Porta che ci introduce nel mistero del Padre. Fa' che nessuno resti escluso dal suo abbraccio di misericordia e di pace!

"Hodie natus est nobis Salvator mundi": è Cristo l'unico nostro Salvatore! Questo è il messaggio del Natale 1999: l'"oggi" di questa Notte Santa dà inizio al Grande Giubileo.

Maria, aurora dei tempi nuovi, sii accanto a noi, mentre fiduciosi compiamo i primi passi dell'Anno Giubilare.

Amen!

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 24 dicembre 1999]

 

 

L'umile simbolo di una porta che si apre reca in sé una straordinaria ricchezza di significato: proclama a tutti che Gesù Cristo è Via, Verità e Vita (Gv 14,6). Lo è per ogni essere umano. Questo annuncio arriverà con forza tanto maggiore quanto più saremo uniti, facendoci riconoscere come discepoli di Cristo nell'amarci reciprocamente come Lui ci ha amati (cfr Gv 13,35; 15,12). Opportunamente il Concilio Vaticano II, ha ricordato che la divisione contraddice apertamente la volontà di Cristo, è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (Unitatis redintegratio, n. 1).  

3.L'unità voluta da Gesù per i suoi discepoli è partecipazione all'unità che Egli ha col Padre e che il Padre ha con Lui: "Come tu Padre sei in me e io in te", egli ha detto nell'Ultima Cena, "siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). Di conseguenza, la Chiesa, "popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (S. Cipriano, De Dom. orat., 23), non può non guardare costantemente a quel supremo modello e principio dell'unità che rifulge nel Mistero trinitario.

Padre e Figlio con lo Spirito Santo sono una cosa sola nella diversità delle persone. La fede ci insegna che, per opera dello Spirito, il Figlio si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo (Credo). Alla porte di Damasco, Paolo sperimenta in modo singolarissimo, in virtù dello Spirito, il Cristo incarnato, crocifisso e risorto e diventa l'apostolo di Colui "che spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini" (Fil 2,7).

Quando egli scrive: "noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo", intende esprimere la sua fede nell'incarnazione del Figlio di Dio  e  rivelare  la  peculiare analogia del corpo di Cristo: l'analogia tra il corpo del Dio-uomo, un corpo fisico, che si è fatto soggetto della nostra redenzione, e il suo corpo mistico e sociale, che è la Chiesa. Cristo vive in essa rendendosi presente,  mediante lo Spirito Santo, in quanti  formano in Lui un corpo solo. 

4.Può un corpo essere diviso? Può la Chiesa, Corpo di Cristo, essere divisa? Sin dai primi Concili, i cristiani hanno professato insieme la Chiesa "una, santa, cattolica e apostolica". Essi sanno con Paolo che uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, una sola è la speranza alla quale sono stati chiamati: "Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef 4,4-5).

Rispetto a questo mistero di unità, che è dono dall'alto, le divisioni presentano un carattere storico che testimonia le debolezze umane dei cristiani. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che esse sono sorte "talora non senza colpa di uomini di entrambe le parti" (Unitatis redintegratio, n.3). In questo anno di grazia, deve crescere in ciascuno di noi la consapevolezza della propria personale responsabilità nelle fratture che segnano la storia del Corpo mistico di Cristo. Tale consapevolezza è indispensabile per progredire verso quella meta che il Concilio ha qualificato come unitatis redintegratio, la ricomposizione della nostra unità.

Ma il ristabilimento dell'unità non è possibile senza interiore conversione, perché il desiderio dell'unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall'amore della verità, dall'abnegazione di se stessi e dalla libera effusione della carità. Ecco: la conversione del cuore e la santità della vita, la preghiera personale e comunitaria per l'unità, sono il nucleo da cui il movimento ecumenico trae la sua forza e la sua sostanza.

L'aspirazione all'unità va di pari passo con una profonda capacità di "sacrificio" di ciò che è personale, per disporre l'animo ad una sempre maggiore fedeltà al Vangelo. Predisporci al sacrificio dell'unità significa mutare il nostro sguardo, dilatare il nostro orizzonte, saper riconoscere l'azione dello Spirito Santo che opera nei nostri fratelli, scoprire volti nuovi di santità, aprirci ad aspetti inediti dell'impegno cristiano.

Se, sostenuti dalla preghiera, sapremo rinnovare la nostra mente ed il nostro cuore, il dialogo in atto tra noi finirà per superare i limiti di uno scambio di idee e diventerà scambio di doni, si farà dialogo della carità e della verità, sfidandoci e sollecitandoci ad andare avanti, fino a poter offrire a Dio "il sacrificio più grande" quello della nostra pace e della nostra fraterna concordia (cfr S. Cipriano, De Dom. orat., 23). 

[Papa Giovanni Paolo II, omelia a s. Paolo 18 gennaio 2000]

Gesù si presenta con due immagini che si completano a vicenda. L’immagine del pastore e l’immagine della porta dell’ovile. Il gregge, che siamo tutti noi, ha come abitazione un ovile che serve da rifugio, dove le pecore dimorano e riposano dopo le fatiche del cammino. E l’ovile ha un recinto con una porta, dove sta un guardiano. Al gregge si avvicinano diverse persone: c’è chi entra nel recinto passando dalla porta e chi «vi sale da un’altra parte» (v. 1). Il primo è il pastore, il secondo un estraneo, che non ama le pecore, vuole entrare per altri interessi. Gesù si identifica col primo e manifesta un rapporto di familiarità con le pecore, espresso attraverso la voce, con cui le chiama e che esse riconoscono e seguono (cfr v. 3). Lui le chiama per condurle fuori, ai pascoli erbosi dove trovano buon nutrimento.

La seconda immagine con cui Gesù si presenta è quella della «porta delle pecore» (v. 7). Infatti dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (v. 9), cioè avrà la vita e l’avrà in abbondanza (cfr v. 10). Cristo, Buon Pastore, è diventato la porta della salvezza dell’umanità, perché ha offerto la vita per le sue pecore.

Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare, come le pecore che ascoltano la voce del loro pastore perché sanno che con lui si va a pascoli buoni e abbondanti. Basta un segnale, un richiamo ed esse seguono, obbediscono, si incamminano guidate dalla voce di colui che sentono come presenza amica, forte e dolce insieme, che indirizza, protegge, consola e medica.

Così è Cristo per noi. C’è una dimensione dell’esperienza cristiana che forse lasciamo un po’ in ombra: la dimensione spirituale e affettiva. Il sentirci legati da un vincolo speciale al Signore come le pecore al loro pastore. A volte razionalizziamo troppo la fede e rischiamo di perdere la percezione del timbro di quella voce, della voce di Gesù buon pastore, che stimola e affascina. Come è capitato ai due discepoli di Emmaus, cui ardeva il cuore mentre il Risorto parlava lungo la via. È la meravigliosa esperienza di sentirsi amati da Gesù. Fatevi la domanda: “Io mi sento amato da Gesù? Io mi sento amata da Gesù?”. Per Lui non siamo mai degli estranei, ma amici e fratelli. Eppure non è sempre facile distinguere la voce del pastore buono. State attenti. C’è sempre il rischio di essere distratti dal frastuono di tante altre voci. Oggi siamo invitati a non lasciarci distogliere dalle false sapienze di questo mondo, ma a seguire Gesù, il Risorto, come unica guida sicura che dà senso alla nostra vita.

[Papa Francesco, Regina Coeli 7 maggio 2017]

Terza Domenica di Pasqua (anno A)  [19 aprile 2026] 

 

*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)

Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato.  Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia?  La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione.  Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo

 

*Salmo Responsoriale (15/16)

Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui  Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce  così  anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto.  L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo  prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)

Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato;  ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e  di conseguenza conoscevano  bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico.  Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La  seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù.  Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed  è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà,  una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora,  annota Pietro,  la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati   in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio  la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)

Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il  Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e  con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto  che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva  che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.

 

+Giovanni D’Ercole 

(Mc 16,15-20)

 

Le premesse al brano odierno non sono totalmente edificanti: Gesù rimprovera gli Undici per non aver creduto.

Essi hanno storicamente opposto una pervicace resistenza, perché coltivavano attese contrarie.

L’adesione al Risorto è stata incerta perfino da parte di coloro che lo hanno conosciuto personalmente e vissuto con lui.

Malgrado ciò, Dio considera colpevole solo l’ostinazione.

Il Messaggio da annunciare e cui aderire in prima persona è talmente inusuale che in un primo tempo può creare ritrosie e scetticismo - come è stato addirittura fra gli apostoli, leaders della Chiesa nascente.

Anche loro erano dei deboli e incerti che sono stati resi convinti, più forti e decisi, nell’esperienza di comunione interpersonale [descritta in filigrana nello stesso mandato (vv.17-18)].

 

La condivisione all’interno di una fraternità vitale ha prodotto un afflato crescente.

Sull’onda di tale catena energetica, ogni Seme è divenuto consapevolezza che via via ha imparato a corrispondere alla sua chiamata e non lasciarsi disturbare da veleni.

Tale riconoscimento della Presenza divina nel suo nuovo Volto si è rivelata e riversata su emarginati e malati - i minimi e imperfetti prima considerati nelle religioni puniti dalla sorte o addirittura maledetti da Dio.

L’atmosfera di amicizia e comprensione che aveva soppiantato l’antagonismo sociale e spirituale, e il sentirsi accolti anche in condizioni precarie, ha favorito ogni cura, qualsiasi espressione di gratuità.

Cristo ha così continuato a dispiegare la sua opera nella storia, rendendosi vivo nel popolo umano e divino che lo attesta. Suo influsso e trionfo - che ovunque si fa vittorioso sui germi di morte.

Suo unico “potere”.

 

In ogni persona o gruppo vi sono accadimenti decisivi, tappe di rigenerazione e nuova nascita.

Mc tenta di descrivere il cambiamento di Presenza di Gesù, che continua a guidare i discepoli passo dopo passo anche nelle prime titubanze successive alla sua morte ingloriosa.

La missione sembrava non precisamente definita [come viceversa nelle ideologie religiose antiche] e superiore alle forze in campo.

Con la sua ispirazione e forza, Cristo ha voluto rimanere per sempre presente nei suoi discepoli, manifestandosi vivo nei segni citati dal testo.

Non sono prodigi dimostrativi - sebbene dalla fine del II sec. la smania apologetica ha voluto imporsi nella narrazione di fede, e anche noi l’abbiamo purtroppo ereditata.

L’Annuncio è accompagnato dal linguaggio nuovo dell’amore e dalle sue meraviglie, che però non sono prove, bensì un ‘lieto messaggio’:

Lo Spirito del Cristo vivente nella Chiesa va realizzando un altro regno.

 

Anche l’affermazione del v.19 è teologica: l’immagine richiama gli usi delle corti orientali.

Qui è utile per esprimere il giudizio inverso di Dio sulla sconfitta terrena del Figlio - e dei suoi.

Il versetto conclusivo testimonia finalmente la convinzione dei discepoli di avere accanto il Signore, di non essere soli e orfani.

In tal guisa e nello Spirito di disinteresse autentico, la Risurrezione è diventata un fatto che attraversa il tempo, fino a oggi.

Mistero intimo e Meraviglia, nostro ‘respiro’ e slancio - affinché il mondo sia un luogo favorevole alla vita piena di tutti.

 

 

[S. Marco Evangelista, 25 aprile]

Mc 16,15-20 (9-20)

 

La notizia impensabile del contrario, e l'incredulità degli Apostoli

(Mc 16,9-15)

 

«Come è universale la grande Via! Può stare a sinistra come a destra» [Tao Tê Ching (xxxiv)].

 

Malgrado le difficoltà a credere, i discepoli vengono costituiti araldi della Notizia di Dio.

Lieta Novella favorevole all’umanità che intende viaggiare verso se stessa - senza più il bagaglio dei soverchianti accumuli della tradizione, o il condizionamento delle mode.

Gesù fa emergere il portato delle capacità trasmutative già in dote a ciascuno, per la comunione con Dio e i fratelli, nel cammino della vita e nel senso di rinascita che vi si annida.

La sua Persona e vicenda c’insegna che tutto ciò si sviluppa dopo un dolore, i travagli, esperienze di rifiuto, pensieri di fallimento e morte... [per noi oggi, anche in riferimento a nuovi assetti, o crisi globali, guerra, emergenza sanitaria].

In tale ottica che pare rovesciata, la sua proposta soppianta il giogo oppressivo delle perfezioni esterne predicate dalla religione; sostituite da nostre semplici virtù famigliari, colte dal di dentro.

Non: fare proseliti, allestire, combattere, bensì ‘accogliere’. Non: ‘obbedire’ a Dio, ma ‘somigliare’ a Lui essendo se stessi; così via.

 

La Chiesa non avrebbe dovuto diventare una comunione etica di eroi e santi, ma di peccatori e indecisi.

Infatti, la vicenda degli apostoli increduli ci conforta: siamo già abilitati, e con attitudine alla pienezza. Ma nel suo capovolgimento.

È la risurrezione che ci manda fra gli uomini, appunto da rigenerare; proprio come noi.

Quindi la condizione di “apostolo” intreccia le proprie radici nel poco a poco dell’esistenza concreta.

Non è sottoposta alla solita trafila dottrinale, morale, devota, delle cose grandi; non tarda più ad essere assunta.

Malgrado il credere in sé rimanga fragile, facciamo di continuo esperienza di rigenerazione dalle nostre macerie - nel migliore dei casi continuando a far nascere ancora l’intero organismo dello spirito, e l’universo interiore.

Tutto ciò plasma una coscienza d’inadeguatezza differente: quella nella Fede - solo positiva, che capisce i fratelli e sa giustificare le resistenze all’Annuncio.

Infatti è nel recupero delle sorprese, dei lati opposti e delle contraddizioni che siamo diventati - nel proprio - esperti della difficoltà.

In tal guisa, più in grado di percepire i disagi; perfino il sentirsi svuotati - come stato energetico preparatorio.

Poi abbiamo imparato l’ascolto delle emozioni: anche il sentirci travolti - perfino nelle idee.

Nonché la necessità di cogliere o perdersi nei dolori, perfino insopportabili.

E non temere la solitudine, chiave d’accesso ai tesori della propria eccentricità e Chiamata per Nome.

 

Insomma, al fine di una realizzazione vocazionale, ciascuno è già perfetto.

Nel suo portato d’energie difformi, deve solo imparare a incontrare i lati di sé cui ancora non ha dato spazio.

Come se dentro di noi avessimo una molteplicità di ‘volti’ - spesso tutti da scoprire, dietro un qualche guscio che resiste.

Sono energie plasmabili, potenze, altri assetti; occasioni che completano, e guidano infallibilmente alla fioritura personale e sociale.

Qui passiamo dall’esperienza di morte-risurrezione alla vera testimonianza, nella spontanea franchezza d’essere stati abilitati come evangelizzatori.

Cosa che ci sorprende. Ma adesso il Messaggio fa corpo con noi stessi.

Richiamo di pace, però esplosivo - incredibile, e lo si vede più dai limiti (ora nulla da temere) che dalla capacità di allestire cattedre e vetrine.

Dopo Cristo non bisogna più “migliorare” secondo accezione comune.

Non v’è attesa e proposito à la page, o che guardino e si abbeverino alla fonte del passato. Essi che poi ci ricollocano nella medesima situazione prevedibile di sempre.

Per i malfermi discepoli, la religione era la negazione di se stessi nel profondo.

Viceversa, la vocazione diveniva lo sviluppo di ciò che ognuno era nell’intimo, e che non si era dato: la strada della realizzazione di sé nel contributo ai fratelli.

Unica arma convincente, la genuinità: franchezza che arde dentro per farci santuari inconsapevoli e incompleti, eppur viventi.

Sola via per incontrare le anime.

 

Le chiese di prima generazione erano piccole realtà sperdute nell’immensità dell’impero. Comunità minimali «in mezzo» alla vastità di un mondo segnato da princìpi differenti.

Fraternità popolari animate da una passione che le rendevano testimonianza visibile e Manifestazione della vita del Risorto.

Lo spirito delle origini era l’unica prova e possibilità di riconoscimento del Cristo.

Poi per difendersi dalle critiche iniziarono a spuntare le liste di “apparizioni”, ma solo a partire dalla seconda generazione di credenti.

Oggi non appare più? No, ancora si Manifesta nel suo popolo.

Questa è tutta la partita.

La difficoltà ad accettare i segnali che convincono della Presenza di Gesù e del suo stesso Spirito possono essere superati.

Non con l’organizzazione, che affievolisce l’unicità. Qui non si vive. Non col perfezionismo, che boicotta l’espressione delle nostre qualità.

Ma grazie alla convivialità delle differenze, e annunciando «a tutti» la «buona notizia» (v.15) che il Signore oltrepassa l’esperienza di quanto è già risaputo.

«Andate»: se non si fa Esodo, non si scatena lo Spirito. Non ci si deve perdere nella ricerca del consenso esterno.

È all’interno di un Cammino non selettivo che impariamo a trasformare i nostri disagi in risorse preziose per affrontare futuro.

La Lieta Novella da annunciare, appunto, è: il Padre è amabile; vuole prendersi cura.

Esatto contrario di ciò che predicavano le false guide sia del giudaismo che di qualsiasi cultura dell’impero.

Non un Dio sanguisuga che spersonalizza; viceversa, un Padre che dona.

Non il Dio della religione, che aspetta per la resa dei conti. Perché accentua le trasmutazioni.

Egli è Radice dell’essere e Relazione fondante. Dono che incessantemente Viene per attivare l’esuberanza di fioriture.

Non un grigio Legislatore e compassato Giudice, il quale impone norme o mette in castigo - per tenere tutti sotto controllo.

L’Eterno invita e trasmette la sua stessa eccedenza - persino discorde - per fondersi, e dilatare aspetti, risorse, volti difformi. Possibilità di realizzazione di ciascuno.

Impensabile, prima di Gesù.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come superi il dubbio, ripiegandoti? Cosa annunci con la tua vita? Essa oltrepassa l’esperienza diretta? Conosci realtà che manifestano il Risorto? Come additi sentieri esuberanti di speranza? Oppure sei selettivo e taci?

 

 

Andate in tutto il mondo e proclamate, insieme con Lui

(Mc 16,15-20)

 

L’appendice di Mc (16,9-20) presenta alcune manifestazioni del Risorto e l’assunzione in cielo.

È la cosiddetta Ascensione (v.19) ossia la Pasqua del Cristo secondo la categoria semitica dell’intronizzazione regale.

Il testo riflette un ambiente carismatico che fa pensare a una comunità assai primitiva, meno configurata che in altri Vangeli [meno articolata in: responsabili, mansioni, discepolato,  segni liturgici, e disciplina]

Le premesse al brano odierno non sono totalmente edificanti: Gesù rimprovera gli Undici per non aver creduto.

Essi hanno storicamente opposto una pervicace resistenza, perché coltivavano attese contrarie.

Mc insiste.

La trasmissione della Fede passa sì per delle figure particolari e profetiche. Si diffonde attraverso fraternità molto ridotte e dotate di sensibilità particolari. Ma anche i testimoni meno critici non devono scoraggiare.

L’adesione al Risorto è stata incerta perfino da parte di coloro che lo hanno conosciuto personalmente e vissuto con lui.

Malgrado ciò, Dio considera colpevole solo l’ostinazione.

Il Messaggio da annunciare e cui aderire in prima persona è talmente inusuale che in un primo tempo può creare ritrosie e scetticismo - come è stato addirittura fra gli apostoli, leaders della Chiesa nascente.

Anche loro erano dei deboli e incerti che sono stati resi convinti, più forti e decisi, per Dono; nell’esperienza di comunione interpersonale, descritta in filigrana nello stesso mandato (vv.17-18).

La condivisione all’interno di una fraternità vitale ha prodotto però nuove percezioni - più radicate nell’essere - e un afflato crescente.

Così sull’onda come di una catena energetica, ogni Seme è divenuto consapevolezza che via via ha imparato a corrispondere alla sua chiamata e non lasciarsi disturbare da veleni.

Tale riconoscimento della Presenza divina nel suo nuovo Volto si è rivelata e riversata su emarginati e malati - i minimi e imperfetti prima considerati nelle religioni puniti dalla sorte o addirittura maledetti da Dio.

L’atmosfera di amicizia e comprensione che aveva soppiantato l’antagonismo sociale e spirituale, e il sentirsi accolti anche in condizioni precarie, ha favorito ogni cura, qualsiasi espressione di gratuità.

Cristo ha così continuato a dispiegare la sua opera nella storia, rendendosi vivo nel popolo umano e divino che lo attesta. Suo influsso e trionfo - che ovunque si fa vittorioso sui germi di morte.

Suo unico “potere”.

 

In ogni persona o gruppo vi sono accadimenti decisivi, tappe di rigenerazione e nuova nascita.

Mc tenta di descrivere il cambiamento di Presenza di Gesù, che continua a guidare i discepoli passo passo anche nelle prime titubanze successive alla sua morte ingloriosa.

La missione sembrava non precisamente definita [come viceversa nelle ideologie religiose] e superiore alle forze in campo.

Con la sua ispirazione e forza, Cristo ha voluto rimanere per sempre presente nei suoi discepoli, manifestandosi vivo nei segni citati dal testo.

Non sono prodigi dimostrativi - sebbene dalla fine del II sec. la smania apologetica ha voluto imporsi nella narrazione di fede, e anche noi l’abbiamo purtroppo ereditata.

L’Annuncio è accompagnato dal linguaggio nuovo dell’amore e dalle sue meraviglie, le quali però non sono prove, bensì un lieto messaggio:

Lo Spirito del Cristo vivente nella Chiesa va realizzando un altro regno.

 

Anche l’affermazione del v.19 è teologica. L’immagine richiama gli usi delle corti orientali.

Qui è utile per esprimere il giudizio inverso di Dio sulla sconfitta terrena del Figlio - e dei suoi.

Poi, il versetto conclusivo del Vangelo secondo Mc testimonia finalmente la convinzione dei discepoli di avere accanto il Signore, di non essere soli e orfani.

 

In tal guisa e nello Spirito di disinteresse autentico, la Risurrezione è diventata un fatto che attraversa il tempo, fino a oggi.

Mistero intimo e Meraviglia, nostro ‘respiro’ e slancio - affinché il mondo sia un luogo favorevole alla vita piena di tutti.

 

 

Umili per cose grandi: salus animarum vs salus idearum

 

Magnanimità nell’umiltà. È lo stile di vita del cristiano che voglia realmente essere testimone del vangelo sino agli orizzonti estremi del mondo. I contorni di questo modo d’essere «missionari nella Chiesa» sono stati tratteggiati da Papa Francesco, questa mattina, giovedì 25 aprile, durante l’ormai consueta celebrazione della messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae […]

Come sempre il Pontefice ha commentato le letture del giorno, tratte dalla prima lettera di san Pietro (5, 5-14) e dal vangelo di Marco (16, 15-20). «Gesù, prima di salire al cielo, invia gli apostoli a evangelizzare, a predicare il regno. Li invia fino alla fine del mondo. “Andate in tutto il mondo”» ha esordito. E ha poi sottolineato l’universalità della missione della Chiesa, rimarcando il fatto che Gesù non dice agli apostoli di andare a Gerusalemme o nella Galilea, ma li invia in tutto il mondo. Dunque, apre un orizzonte grande. Da ciò si può capire la vera dimensione della «missionarietà della Chiesa», che va avanti predicando «a tutto il mondo. Ma — ha avvertito il Papa — non va avanti da sola; va con Gesù».

Dunque gli apostoli partirono e predicarono dappertutto. Ma «il Signore — ha precisato — agiva insieme con loro. Il Signore lavora con tutti quelli che predicano il Vangelo. Questa è la magnanimità che i cristiani devono avere. Un cristiano pusillanime non si capisce. È propria della vocazione cristiana questa magnanimità: sempre di più, sempre di più, sempre di più; sempre avanti».

Tuttavia — ha avvertito — può anche capitare qualcosa «che non sia tanto cristiana». A quel punto, «come dobbiamo andare avanti? qual è lo stile che Gesù vuole per i suoi discepoli nella predicazione del Vangelo, in questa missionarietà?» si è chiesto il Pontefice. E ha indicato la risposta nel testo di san Pietro, il quale «ci spiega un po’ questo stile: “Carissimi rivestitevi di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili”. Lo stile della predicazione evangelica va su questo atteggiamento, l’umiltà, il servizio, la carità, l’amore fraterno».

Il Papa ha poi immaginato la possibile obiezione di un cristiano dinanzi al Signore che propone questo stile: «“Ma Signore, noi dobbiamo conquistare il mondo!”». E ha mostrato cosa ci sia di sbagliato in questo atteggiamento: «Questa parola, “conquistare”, non va. Noi dobbiamo predicare nel mondo. Il cristiano non deve essere come i soldati che quando vincono la battaglia fanno piazza pulita, di tutto».

A questo punto Papa Francesco ha fatto riferimento a un testo medioevale nel quale si narra che i cristiani, dopo aver vinto una battaglia e conquistata una città, misero in fila tutti i pagani e li schierarono tra il battistero e la spada, imponendogli di scegliere: l’acqua, cioè il battesimo, o l’arma, cioè la morte. E ha affermato: «Non è questo lo stile del cristiano. Il suo stile è quello di Gesù, umile».

Il cristiano — ha spiegato — «predica, annuncia il Vangelo con la sua testimonianza più che con le parole. Mi diceva un vescovo saggio, d’Italia, pochi giorni fa: “Alle volte noi facciamo confusione e pensiamo che la nostra predicazione evangelica deve essere una salus idearum e non una salus animarum, la salute delle idee e non la salute delle anime. Ma come si arriva alla salute delle anime? Con l’umiltà, con la carità. San Tommaso ha una frase bellissima su questo: “È come andare verso quell’orizzonte che non finisce mai perché è sempre un orizzonte”. E allora come procedere con questo atteggiamento cristiano? Lui dice non spaventarsi delle cose grandi. Andare avanti, tenendo conto anche delle piccole cose. Questo è divino. È come una tensione fra il grande e il piccolo; tutte e due, questo è cristiano. La missionarietà cristiana, la predica del Vangelo della Chiesa, va per questa strada».

La conferma sta proprio nel vangelo di Marco. Il Papa lo ha notato: «Non si può procedere in altro modo. E nel Vangelo, alla fine, c’è una frase bellissima quando dice che Gesù agiva insieme con loro e “confermava la parola con i segni che l’accompagnavano”. Quando noi andiamo con questa magnanimità e anche con questa umiltà, quando noi non ci spaventiamo delle cose grandi, di questo orizzonte, ma prendiamo anche le cose piccole, come l’umiltà e la carità quotidiana, il Signore conferma la Parola e andiamo avanti. Il trionfo della Chiesa è la risurrezione di Gesù. C’è la croce prima».

«Chiediamo oggi al Signore — ha concluso — di diventare missionari nella Chiesa, apostoli nella Chiesa ma con questo spirito: una grande magnanimità e anche una grande umiltà».

(Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 26/04/2013)

 

 

La Vittoria del Risorto è il suo Popolo, nella cura del creato

 

[Vangelo della Conversione di s. Paolo]

(Mc 16,15-18)

 

Paolo - che siamo noi - riesce a sganciarsi da pastoie d’asservimento a una religione antiquata e selettiva. Scopre la gioia di vivere.

La severa tradizione viene soppiantata, assieme a tutto il suo portato di falso e vuoto ideale di perfezione (individualista o di cerchia).

Vede le opportunità, appieno. Incontra e intuisce il meglio, che lo persuade a lanciarsi nel rischio della vita di Fede.

Riconosce l’Amore che ben dispone, umanizza, convince intimamente perché recupera, reintegra e fa conviviali le differenze e i propri stessi opposti.

Qui scopre l’autentico tratto divino. Qualità che surclassa le norme di purità farisaiche - solo sterilizzanti - cui aveva precipitosamente aderito.

Tutto ciò lo smonta, gli fa sperimentare un altro Regno, il quale trasmette una diversa Visione - senza più condizioni d’indefettibilità impossibili.

Il vissuto fraterno degli intimi al Signore lo costringe: sente di dover crollare dall’empireo in cui si era posto.

Cade non da cavallo, ma dai piedistalli artificiosi della credenza ereditata - che non lo incoraggiava a crescere, da dentro.

Sperimenta le dinamiche attive d’una grazia che non sovrasta; immeritata e preveniente - che fa il primo passo.

La riscontra fin nella propria vita intima lacerata, e nel carattere attento, ospitale, delle prime comunità: ne rimane affascinato.

 

Certo, l’improvvisa “conversione” può incidere a sua volta in modo altrettanto radicale, appassionato… e opposto alle scelte “inamidate”.

Il senso eccessivo, da capogiro - forse diversamente unilaterale, da “riformatori” - può essere tipico dei capovolgimenti dal precedente conformismo ingessato.

E può di nuovo diventare a senso unico.

Ma effettivamente, come segno della sua Presenza, Gesù ha lasciato uno spirito libero.

Non passerelle vintage, né sagre, o festival. Neppure fantasie di un mondo astratto e cerebrale, disincarnato.

Non un’ideologia fissa, e neppure una reliquia - o luoghi e tempi particolarmente dedicati.

In tale franchezza, che scatena lo Spirito, oggi ci riconosciamo tutti.

Segnatamente: nello spirito dell’Esodo e nell’afflato avventuroso dell’Apostolo delle genti, che ovunque e a chiunque proponeva il Risorto.

Questi è davvero Vivente nell’opera del suo Popolo che evangelizza senza posa né steccato (v.15) - ma nella misura in cui esso balza dall’idolo della distinzione alla convivialità delle differenze.

Dalle contrapposizioni e rovesciamenti, alla Comunione. La quale non è un torrente in piena, né attitudine urlata, perché fa spazio a migliore comprensione, valorizzando altri punti di vista.

 

Il compito appare grandioso e sembrerebbe superiore alle nostre forze, ma intanto possiamo dare inizio a un’atmosfera nuova vivendo in modo meno distratto; appunto, annunciando «a ogni creatura» (v.15).

L’espressione contiene l’invito a spalancare gli orizzonti di salvezza anche a tutto il creato - di cui non siamo i padroni.

Dopo decenni di saccheggio del territorio e proprio mentre il mondo delle devozioni è andato avanti indifferente, forse iniziamo a capire che Dio c’interpella a essere custodi, non predatori.

[Chiamati a una qualità di relazione totalmente differente da quella opportunista che abbiamo avuto sotto gli occhi e forse contribuito a perpetrare - proprio mentre le chiese erano ancora zeppe, assopendo le coscienze, nonché molte energie vitali].

Insomma, il Risorto attiva un modo, un luogo e tempo nuovi: sia per incontrare noi stessi e le persone, che piante e animali.

 

L’Annuncio della Salvezza che siamo invitati a proclamare continua con altri «segni» e messaggi assai pratici, i quali però nulla hanno a che fare con la competizione nei confronti di maghi e indovini (vv.17-18).

Purtroppo, il senso di queste righe interpretate a orecchio rischia di chiudere le folle in quel fraintendimento che può insinuare tutto un modo di pensare e uno stile ancorati allo strazio della spiritualità convenzionale, vuota di contenuto e incisività.

Siamo infatti ancora appassionatissimi della ricerca di visioni, prodigi dimostrativi e fenomeni da religione-spettacolo.

Abbiamo alle spalle un corposo filone storico che a partire dal secondo secolo ha voluto imporre una concezione apologetica dei “miracoli”: colpi di folgore assolutamente dozzinali e oggi motivo di giusto rifiuto.

In sostanza, la “predicazione del Vangelo” non tratta di cose arcigne, o di eccezionalità (pur qua e là plausibili).

È piuttosto un’opera di umanizzazione a maglie larghe, grazie alla quale le persone abbandonano l’aspetto aggressivo e pericoloso della loro natura.

Questo avviene sino a oggi, in favore dell’incontro e del dialogo.

Le forze di autodistruzione e morte vengono scacciate - non per prodigio puntuale, fulmineo, bensì a motivo d’un processo di assimilazione di contenuti, amicizia forte, esodo, e realizzazione.

 

Spesso l’accompagnamento spirituale della Parola e di una comunità autentica aiutano le persone a liberarsi dalle ossessioni d’indegnità che bloccano la vita - quindi a scoprire lati della personalità e potenze inespresse.

A commento del Tao Tê Ching (XLVII), il maestro Ho-shang Kung scrive: «Il santo [...] dalla propria persona conosce la persona altrui, dalla propria famiglia conosce la famiglia altrui: da queste egli guarda il mondo».

Sboccia in tale clima un linguaggio completamente nuovo: quello dell’accoglienza e Ascolto sensibili, primo passo per una nuova comunicazione.

Essa ad es. consente di spostare lo sguardo, di acquisire saperi,  conoscere chi non immaginavamo, frequentare altre regioni e culture; così via.

I «veleni» - anche quelli che non è facile identificare - vengono resi innocui, non perché ci si passa sopra e si fa finta che non esistano. Non siamo chiamati a essere dissociati.

Semplicemente, si prende atto del proprio carattere vocazionale e delle variegate inclinazioni altrui. Niente di ciò che è umano è solo «letale» (v.18).

 

Così - lasciando che ciascuno segua la propria natura - si diventa reciprocamente tolleranti e più ricchi, migliorando la convivenza; senza isterismi o forme di maniera.

Su tale onda vitale, ovunque può apparire un’attenzione impareggiabile ai deboli, malati, emarginati.

Attitudine naturale sapiente di attenzione agli ultimi, non più forzata e faticosa o imposta, bensì spontanea e schietta.

Con estrema naturalezza, proprio i malfermi sono ora messi in grado di farsi centro della famiglia, di comitive, dei gruppi, dell'attività ministeriale.

Istituzione a servizio, la nuova Chiesa; che via via espunge il modello dirigista dei grandi e autosufficienti.

In tal guisa, il nostro dna divino si manifesta quando realizziamo recuperi impossibili.

Insomma, siamo portatori di una forza in grado di ricreare donne e uomini - persino disperati che hanno smarrito energie e la stima di sé.

 

Fin dai primordi, con stile pratico, di fatto ecumenico e interreligioso, nessuna appartenenza denominazionale particolare è stata in grado di annientare lo spirito di convegno e convivenza, innato nell’umanità in ricerca.

In concreto, la proposta del Signore ha sempre lasciato spazio agli apporti singolari, alle potenze e immagini anche istintive, alle lotte interiori - non denigrate in partenza come nelle religioni.

Il Risorto si è manifestato ed espresso attraverso la Missione della sua Comunità amabile, luogo favorevole allo scambio dei doni; alla composizione delle distanze, alla felicità profonda.

Questo è stato il suo modo proprio di rivelare al mondo l’Amore del Padre - senza eccesso di proclami - e rimanerci accanto.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali sono i segnali di nuova vita che hai potuto e voluto ricevere, assimilare, mettere in atto, e più ti corrispondono?

 

 

Oltrepassare i confini culturali e religiosi

 

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15); «fate discepoli i popoli tutti», dice il Signore (Mt 28,19). Con queste parole Gesù invia gli Apostoli a tutte le creature, perché giunga dovunque l’azione salvifica di Dio. Ma se guardiamo al momento dell’ascensione di Gesù al Cielo, narrata negli Atti degli Apostoli, vediamo che i discepoli sono ancora chiusi nella loro visione, pensano alla restaurazione di un nuovo regno davidico, e domandano al Signore: «è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6). E come risponde Gesù? Risponde aprendo i loro orizzonti e donando loro la promessa e un compito: promette che saranno ricolmi della potenza dello Spirito Santo e conferisce loro l’incarico di testimoniarlo in tutto il mondo oltrepassando i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere, per aprirsi al Regno universale di Dio. E agli inizi del cammino della Chiesa, gli Apostoli e i discepoli partono senza alcuna sicurezza umana, ma con l’unica forza dello Spirito Santo, del Vangelo e della fede. È il fermento che si sparge nel mondo, entra nelle diverse vicende e nei molteplici contesti culturali e sociali, ma rimane un’unica Chiesa. Intorno agli Apostoli fioriscono le comunità cristiane, ma esse sono «la» Chiesa, che, a Gerusalemme, ad Antiochia o a Roma, è sempre la stessa, una e universale. E quando gli Apostoli parlano di Chiesa, non parlano di una propria comunità, parlano della Chiesa di Cristo, e insistono su questa identità unica, universale e totale della Catholica, che si realizza in ogni Chiesa locale. La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica, riflette in se stessa la sorgente della sua vita e del suo cammino: l’unità e la comunione della Trinità.

(Papa Benedetto, allocuzione al concistoro 24 novembre 2012)

 

Fede non quieta.

Trasmessa non per convincere ma per offrire un Tesoro

 

San Marco, uno dei quattro evangelisti, è molto vicino all’apostolo Pietro. Il Vangelo di Marco è stato il primo a essere scritto. È semplice, uno stile semplice, molto vicino […]

E nel Vangelo che abbiamo letto adesso - che è la fine del Vangelo di Marco - c’è l’invio del Signore. Il Signore si è rivelato come salvatore, come il Figlio unico di Dio; si è rivelato a tutto Israele, al popolo, specialmente con più dettagli agli apostoli, ai discepoli. Questo è il congedo del Signore, il Signore se ne va: partì e «fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc 16,19). Ma prima di partire, quando apparve agli Undici, disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). C’è la missionarietà della fede. La fede, o è missionaria o non è fede. La fede non è una cosa soltanto per me, perché io cresca con la fede: questa è un’eresia gnostica. La fede ti porta sempre a uscire da te. Uscire. La trasmissione della fede; la fede va trasmessa, va offerta, soprattutto con la testimonianza: “Andate, che la gente veda come vivete” (cfr v. 15).

Qualcuno mi diceva, un prete europeo, di una città europea: “C’è tanta incredulità, tanto agnosticismo nelle nostre città, perché i cristiani non hanno fede. Se l’avessero, sicuramente la darebbero alla gente”. Manca la missionarietà. Perché alla radice manca la convinzione: “Sì, io sono cristiano, sono cattolico…”. Come se fosse un atteggiamento sociale. Nella carta d’identità ti chiami così e così… e “sono cristiano”. È un dato della carta d’identità. Questa non è fede! Questa è una cosa culturale. La fede necessariamente ti porta fuori, ti porta a darla: perché la fede essenzialmente va trasmessa. Non è quieta. “Ah, Lei vuol dire, padre, che tutti dobbiamo essere missionari e andare nei Paesi lontani?”. No, questa è una parte della missionarietà. Questo vuol dire che se tu hai fede necessariamente devi uscire da te, e far vedere socialmente la fede. La fede è sociale, è per tutti: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (v. 15). E questo non vuol dire fare proselitismo, come se io fossi una squadra di calcio che fa proselitismo, o fossi una società di beneficenza. No, la fede è: “niente proselitismo”. È far vedere la rivelazione, perché lo Spirito Santo possa agire nella gente attraverso la testimonianza: come testimone, con servizio. Il servizio è un modo di vivere. Se io dico che sono cristiano e vivo come un pagano, non va! Questo non convince nessuno. Se io dico che sono cristiano e vivo da cristiano, questo attira. È la testimonianza.

Una volta, in Polonia, uno studente universitario mi ha domandato: “Nell’università io ho tanti compagni atei. Cosa devo dire loro per convincerli?” – “Niente, caro, niente! L’ultima cosa che tu devi fare è dire qualcosa. Incomincia a vivere, e loro, vedendo la tua testimonianza, ti domanderanno: ‘Ma perché tu vivi così?’”. La fede va trasmessa: non per convincere ma per offrire un tesoro. “È lì, vedete?”. E questa è anche l’umiltà della quale parlava San Pietro nella Prima Lettura: «Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1Pt 5,5). Quante volte nella Chiesa, nella storia, sono nati movimenti, aggregazioni, di uomini o donne che volevano convincere della fede, convertire… Veri “proselitisti”. E come sono finiti? Nella corruzione.

È così tenero questo passo del Vangelo! Ma dov’è la sicurezza? Come posso essere sicuro che uscendo da me sarò fecondo nella trasmissione della fede? «Proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), farete meraviglie (cfr vv. 17-18). E il Signore sarà con noi fino alla fine del mondo. Ci accompagna. Nella trasmissione della fede, c’è sempre il Signore con noi. Nella trasmissione dell’ideologia ci saranno i maestri, ma quando io ho un atteggiamento di fede che va trasmessa, c’è il Signore lì che mi accompagna. Mai, nella trasmissione della fede, sono solo. È il Signore con me che trasmette la fede. Lo ha promesso: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (cfr Mt 28,20).

Preghiamo il Signore perché ci aiuti a vivere la nostra fede così: la fede da porte aperte, una fede trasparente, non “proselitista”, ma che faccia vedere: “Io sono così”. E con questa sana curiosità, aiuti la gente a ricevere questo messaggio che li salverà.

(Papa Francesco, s. Marta omelia 25 aprile 2020)

 

 

Riassumendo, per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come superi il dubbio, ripiegandoti? Cosa annunci con la tua vita? Essa oltrepassa l’esperienza diretta? Conosci realtà che manifestano il Risorto? Come additi sentieri esuberanti di speranza? Oppure sei selettivo e taci?

Quali prodigi di salvezza hai avuto in dono? Quali recuperi inspiegabili hai operato con Gesù? Oltre le incertezze, intravedi il Signore che costruisce il suo regno? Qual è il suo modo diverso di esserti vicino?

Quali sono i segnali di nuova vita che hai potuto ricevere, assimilare, mettere in atto, e più ti corrispondono?

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Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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