don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

(Gv 3,1-8)

 

Gv introduce il passo di Vangelo con il dirigente giudeo assai rappresentativo, insistendo sull’imperfezione del credere ai prodigi. Essi afferrano solo il lato esteriore.

Anzi, sembra sottolineare che la religione-spettacolo tanto bramata dai capi religiosi denominati Giudei, perché affini ai giudaizzanti delle prime comunità, non susciti che aspettative devianti e cuori ambigui (2,18-25).

Nicodemo era un fariseo, persona di spicco, leader fra i responsabili della devozione antica e addirittura membro del Sinedrio [tribunale supremo] che però riconosce in Cristo un inviato da Dio.

Nel quarto Vangelo il notabile rappresenta appunto i giudei incuriositi dalla figura di Gesù. Alcuni di essi s’interrogano e non tacitano le domande, ma restano perplessi - perché educati ad altre attese messianiche, perentorie e clamorose.

Infatti le autorità coltivavano tutta la problematica concernente il «Regno di Dio» (vv.3.5) in modo approssimativo e conformista. [L’espressione così frequente nei sinottici - ‘regno dei cieli’ in Mt - si trova unicamente in questo passo del quarto Vangelo].

Ma è solo un punto d’appoggio, perché Gesù insegna che tutte le speculazioni non recano buoni risultati per la vita nello Spirito, la quale non si genera a partire da ciò che l’uomo escogita o fa per Dio, dalle sue possibilità - come nelle religioni.

Bisogna contare sulla Grazia, che entra in scena ribaltando le speranze piccine - in tal guisa, non far leva sulle nostre misure, perizie e destrezze; né su pensieri, assodati quanto inadeguati.

Il nuovo Rabbi lascia capire che per comprendere il Mistero bisogna scrollarsi di dosso il libro esterno della Legge, e intraprendere un’esperienza di trasmutazione ideale e pratica, come una Nascita - accanto a un Agente rigeneratore.

Cristo stimola Nicodemo al salto dalla normale religiosità tradizionale, coi suoi propositi e aspettative ragionevoli, all’avventura di Fede che coglie, sogna e traccia futuro, surclassando la catena abitudinaria delle attese.

Non si comprende la Novità di Dio secondo il sapere antico, a partire dai patriarchi - o leggendola in filigrana d’una normativa pur condivisibile.

Il nuovo ordine d’esistenza è superiore a tutte le capacità, a tutte le tenute e le resilienze. Quello che nasce a partire dalla carne è comunque soggetto a troppi confini.

Viceversa, il sentiero dall’alto crea una personalità nuova, grazie alla quale siamo abilitati a corrispondere perfettamente alla Chiamata per Nome, la quale si ripropone onda su onda in modo crescente e difforme.

Ricreati dalla Vita indistruttibile che Viene, anche noi siamo messi in grado di generare qualcosa di simile alla medesima Natura che ci partorisce. Quali scintille in qualche modo conformi al divino: similis sibi similem parit.

Appunto: il troppo normale non è in grado di ridefinire i codici di un nuovo sguardo, e dell’inconcepibile spazio d’amore sconosciuto.

Non è questione di cambiare stendardo, o “tagliare qualcosa” e mortificarsi di più. Piuttosto, integrare e far brillare, cambiando le convinzioni.

Ciò che non coincide con le idee ereditate, in realtà sta attivando i nuovi sviluppi.

Quel ch’è contrario alle costumanze consolidate, o alle mode, sta preparando un altro mondo, una diversa persona, una nuova chiamata (nella stessa vocazione personale), un’altra scia tutta da percorrere.

Non è più il Dio delle religioni, tutto ancora e sempre da raggiungere con disposizioni, agilità nei minimi dettagli, e ritmi cesellati, accumulando meriti secondo cliché.

Il Regno non si allestisce: lo si accoglie - perché ci spiazza sempre.

Dunque non lo si può predeterminare: è impossibile allestirlo sulla base del nostro genio, muscoli, virtù, perfezioni. Lo si riceve in dono gratuito e senza i “dovuti” presupposti.

Il Dio che Viene senza preavviso chiama all’ascolto, alla conoscenza di ciò che è incredibile - a lasciarsi salvare in modo impensabile, quindi a farci cogliere anche di sorpresa dai fatti che la Provvidenza porge.

E lì stare, sino alla prossima novità.

Gesù invita Nicodemo a scrutare la realtà dell’anima e gli accadimenti come una sfera globale, di energie complessive che si richiamano in paradossale sinergia, per recuperare i lati opposti - tutti utili.

Forze innate che si attivano da sintonie e modi reciproci, facendosi Guida infallibile: cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

I recuperi che Gesù compie attraverso la qualità di vita dei suoi e delle comunità generano in colui che è nella «notte» del dubbio (v.2) una prima ricerca e dedizione, ma non suscitano Fede attiva.

Insomma, non si comprende Dio dagli argomenti, ma dall’esperienza di coinvolgimento onda su onda; ricreante, a partire dal Dono accettato della propria storia, nel segno dei tempi.

Bisogna deporre le certezze rassicuranti del catechismo religioso normale, e aprire cuore e mano alla realtà che giunge come una marea - non per metterci sulla difensiva, ma affinché la cavalchiamo.

Lanciarsi nella vita dello Spirito ci recupera, ma soppianta e sorvola l’organizzazione delle sinagoghe stanziali; non è alla portata di meccanismi compiaciuti o finti equilibri impersonali.

Al massimo ne comprendiamo la rotta intrinseca - la pienezza di umanizzazione, nel progetto creaturale - non l’Origine e la Meta.

L'umanità nel suo piano volontarista e persino nei suoi buoni propositi a modo, non è in grado di risolvere i veri problemi. Non riesce a darsi salvezza; solo maniere - avviando al contempo processi di comunione e individuazione.

Questa l’inquietudine nuova e la «notte» degli interrogativi che noi come Nicodemo avvertiamo, praticando l’insegnamento e le opere a norma - che non trasmettono senso di pienezza di essere, anzi malgrado grandi promesse sembrano attirare proprio la tristezza.

È lo Spirito d’unicità che domina il caos, che dà forma a cielo e terra, e prende possesso dei personaggi eminenti del Primo Testamento, spingendoli a realizzare azioni in favore dell’emancipazione del popolo - agendo con potenza contagiosa.

Ma posatosi «come colomba» - figura di una forza non più aggressiva - su Gesù nel Battesimo (Gv 1,32) dà inizio a una Creazione nuova, all’Uomo conciliato, in grado di corrispondere alla propria vocazione.

Beninteso, ciò che caratterizza questo Vento è la libertà, non il controllo

Esso agisce energicamente su di noi, ma noi non agiamo su di Lui. Non possiamo intaccarlo. Solo collocare le vele secondo la sua direzione, e guardare con occhi nuovi.

Anche nelle difficoltà, il Dono dello Spirito ci prepara ad un’altra Nascita. Allora la Parola di Gesù annuncia uno sconvolgimento che va alla radice della vita devota comune.

Il rapporto col Dio delle religioni sovviene di norma con ricette statiche e rassicuranti, ma l’esperienza di Fede in Cristo convince “per Via” che ad ogni tappa deve invece corrispondere un’altra genesi.

Invero le prove spinose sono tutte Chiamate a un balzo di sovra-natura; a germogliare ancora.

La nascita nello Spirito non avviene una volta per tutte: solo così vivere non sarà un premio, né perire un castigo.

Perché siamo diventati simili a un Vento.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Accetti la sorpresa? La senti come Rivelazione dell’azione dello Spirito? Come reagisci di fronte alle novità che l’apostolato propone? In che occasione hai percepito di nascere di nuovo?

Domenica, 05 Aprile 2026 05:52

Come rispondere all’Amore radicale

Il Vangelo ci presenta un personaggio di nome Nicodemo, membro del Sinedrio di Gerusalemme, che va di notte a cercare Gesù. Si tratta di un uomo per bene, attirato dalle parole e dall’esempio del Signore, ma che ha paura degli altri, esita a compiere il salto della fede. Avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede. Quanti, anche nel nostro tempo, sono in ricerca di Dio, in ricerca di Gesù e della sua Chiesa, in ricerca della misericordia divina, e attendono un “segno” che tocchi la loro mente e il loro cuore! Oggi come allora l’evangelista ci ricorda che il solo “segno” è Gesù innalzato sulla croce: Gesù morto e risorto è il segno assolutamente sufficiente. In Lui possiamo comprendere la verità della vita e ottenere la salvezza. E’ questo l’annuncio centrale della Chiesa, che resta nei secoli immutato. La fede cristiana pertanto non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, che è individuale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore.

[Papa Benedetto, omelia 26 marzo 2006]

Domenica, 05 Aprile 2026 05:48

Incontri decisivi

1. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3, 4).

La domanda di Nicodemo a Gesù esprime bene la meraviglia inquieta dell’uomo di fronte al mistero di Dio, un mistero che egli scopre nell’incontro con Cristo. Tutto il dialogo tra Gesù e Nicodemo rivela la straordinaria ricchezza di significato di ogni incontro, anche di quello dell’uomo con l’altro uomo. L’incontro infatti è il fenomeno sorprendente e reale con cui l’uomo esce dalla sua solitudine originaria per affrontare l’esistenza. È la condizione normale attraverso la quale egli è condotto a cogliere il valore della realtà, delle persone e delle cose che la costituiscono, in una parola, della storia. In questo senso è paragonabile ad una nuova nascita.

Nel Vangelo di Giovanni l’incontro di Cristo con Nicodemo ha come contenuto la nascita alla vita definitiva, quella del Regno di Dio. Ma nella vita di ogni uomo non sono forse gli incontri a tessere la trama imprevista e concreta dell’esistenza? Non sono essi alla base della nascita di quella autocoscienza capace di azione, che sola consente un vivere degno del nome di uomo?

Nell’incontro con l’altro, l’uomo scopre di essere persona e di dover riconoscere pari dignità agli altri uomini. Attraverso incontri significativi egli impara a conoscere il valore delle dimensioni costitutive dell’esistere umano, prime fra tutte quelle della religione, della famiglia e del popolo cui appartiene.

2. Il valore dell’essere con le sue connotazioni universali - il vero, il bene, il bello - si presenta all’uomo sensibilmente incarnato negli incontri decisivi della sua esistenza.

Nell’affezione coniugale l’incontro fra l’amante e l’amato, che trova compimento nel matrimonio, incomincia dall’esperienza sensibile del bello incarnato nella “forma” dell’altro. Ma l’essere, attraverso l’attrattiva del bello, chiede di esprimersi nella pienezza del bene autentico. Che l’altro sia, che il suo bene si realizzi, che il destino tracciato su di lui dal Dio provvidente si compia, è il desiderio vivo e disinteressato di ogni persona che ama veramente. La volontà di bene duraturo, capace di generare e di rigenerarsi nei figli, non sarebbe, per altro, possibile, se non poggiasse sul vero. Non si può dare all’attrattiva del bello la consistenza di un bene definitivo senza la ricerca della verità di sé e la volontà di perseverare in essa.

E proseguendo: come potrebbe aversi un uomo pienamente realizzato, senza l’incontro, che avviene nell’intimo di sé, con la propria terra, con gli uomini che ne hanno costruito la storia mediante la preghiera, la testimonianza, il sangue, l’ingegno, la poesia? A loro volta il fascino per la bellezza della terra natale e il desiderio di verità e di bene per il popolo che continuamente la “rigenera”, accrescono il desiderio della pace, che sola rende attuabile l’unità del genere umano. Il cristiano è educato a comprendere l’urgenza del ministero della pace dal suo incontro con la Chiesa, dove vive il popolo di Dio che il mio predecessore Paolo VI ebbe a definire “. . . entità etnica sui generis”.

La sua storia sfida il tempo ormai da duemila anni lasciandone inalterata, nonostante le miserie degli uomini che vi appartengono, l’originaria apertura al vero, al bene e al bello.

3. Ma l’uomo prima o poi si accorge, in termini drammatici, che di tali incontri multiformi e irripetibili egli non possiede ancora il significato ultimo, capace di renderli definitivamente buoni, veri, belli. Intuisce in essi la presenza dell’essere, ma l’essere in quanto tale gli sfugge. Il bene da cui si sente attratto, il vero che sa affermare, il bello che sa scoprire sono infatti lontani dal soddisfarlo. L’indigenza strutturale o il desiderio incolmabile si parano davanti all’uomo ancor più drammaticamente, dopo che l’altro è entrato nella sua vita. Fatto per l’infinito, l’uomo si sente prigioniero del finito!

Quale tragitto può ancora compiere, quale altra misteriosa sortita dall’intimo di sé potrà tentare colui che ha lasciato la sua originaria solitudine per andare incontro all’altro, cercandovi definitivo appagamento? L’uomo, impegnatosi con genuina serietà nella sua esperienza umana, si trova posto di fronte a un tremendo aut aut: domandare a un Altro, con la A maiuscola, che sorga all’orizzonte dell’esistenza per svelarne e renderne possibile il pieno avveramento o ritrarsi in sé, in una solitudine esistenziale in cui è negata la possibilità stessa dell’essere. Il grido di domanda o la bestemmia: ecco ciò che gli resta!

Ma la misericordia con cui Dio ci ha amati è più forte di ogni dilemma. Non si ferma neppure di fronte alla bestemmia. Anche dall’interno dell’esperienza del peccato l’uomo può riflettere sempre e ancora sulla sua fragilità metafisica e uscirne. Può cogliere il bisogno assoluto di quell’Altro con la A maiuscola, che può colmare per sempre la sua sete! L’uomo può ritrovare la strada dell’invocazione all’Artefice della nostra salvezza, perch’egli venga! Allora l’animo si abbandona all’abbraccio misericordioso di Dio, sperimentando infine, in questo incontro risolutivo, la gioia di una speranza “che non delude” (Rm 5, 5).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 novembre 1983]

Domenica, 05 Aprile 2026 05:34

La luce ci schiaffeggia

C’è gente – anche noi, tante volte – che non può vivere nella luce perché abituata alle tenebre. La luce li abbaglia, sono incapaci di vedere. Sono dei pipistrelli umani: soltanto sanno muoversi nella notte. E anche noi, quando siamo nel peccato, siamo in questo stato: non tolleriamo la luce. È più comodo per noi vivere nelle tenebre; la luce ci schiaffeggia, ci fa vedere quello che noi non vogliamo vedere. Ma il peggio è che gli occhi, gli occhi dell’anima dal tanto vivere nelle tenebre si abituano a tal punto che finiscono per ignorare cosa sia la luce. Perdere il senso della luce, perché mi abituo più alle tenebre. E tanti scandali umani, tante corruzioni ci segnalano questo. I corrotti non sanno cosa sia la luce, non conoscono. Anche noi, quando siamo in stato di peccato, in stato di allontanamento dal Signore, diventiamo ciechi e ci sentiamo meglio nelle tenebre e andiamo così, senza vedere, come i ciechi, muovendoci come possiamo.

Lasciamo che l’amore di Dio, che ha inviato Gesù per salvarci, entri in noi e “la luce che porta Gesù” (cfr v. 19), la luce dello Spirito entri in noi e ci aiuti a vedere le cose con la luce di Dio, con la luce vera e non con le tenebre che ci dà il signore delle tenebre.

Due cose, oggi: l’amore di Dio nel Cristo, nel crocifisso, nel quotidiano. E la domanda quotidiana che noi possiamo farci: “Io cammino nella luce o cammino nelle tenebre? Sono figlio di Dio o sono finito per essere un povero pipistrello?”.

[Papa Francesco, da: omelia s. Marta 22 aprile 2020 (su Gv 3,16–21)]

Lunedì, 30 Marzo 2026 10:42

Triduo Pasquale e Pasqua

Triduo Pasquale e Pasqua  [2-5 aprile 2026]

La Settimana Santa, la settimana più importante dell’anno per noi cristiani, permette ai credenti di immergersi negli eventi centrali della Redenzione rivivendo il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. Sono i giorni del Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, che ci aiutano ad aprire il cuore alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Dono immenso che troviamo narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cf2,6-11), che in Quaresima si ha l’occasione di meditare spesso, nel quale san Paolo ripercorre tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po' nel nostro essere, l'umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell'essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell'ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell'amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2,10-1). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (cfr Is 45,23)  Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega. Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana - Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo - fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).

Fermiamoci ora a meditare brevemente sui vari momenti del Triduo Santo Pasquale Preludio al Triduo pasquale, con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo.

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, - egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso - nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte.

Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (cfr Mc14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.

La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo” (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!” .

Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali.

Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione.

Disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti  (Cfr 19,25-27). Insieme a Maria entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, anche se in anticipo formulo a voi tutti ogni più caro augurio di una lieta e santa Pasqua, che estendete alle vostre famiglie, alle vostre parrocchie e alle vostre comunità.

 

+Giovanni D’Ercole

Domenica delle Palme e della Passione del Signore  [29 Marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Entriamo nella Settimana Santa di cui la domenica delle Palme ci anticipa già la gioia e il dolore, il mistero dell’amore e dell’odio che conduce alla morte: tutta la passione morte e risurrezione di Cristo. Rivivere non è solo ricordare ma anche aprire sempre più il cuore a questo mistero di salvezza.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (50,4-7)

Isaia certamente non pensava a Gesù Cristo quando ha scritto questo testo, probabilmente nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia. Mi spiego: poiché il suo popolo si trova in esilio, in condizioni molto dure, e potrebbe facilmente lasciarsi andare allo scoraggiamento, Isaia gli ricorda che esso è sempre il servo di Dio. E che Dio conta su di lui, il suo servo (cioè il suo popolo), per portare a compimento il suo progetto di salvezza per l’umanità. Il popolo di Israele è dunque questo Servo di Dio nutrito ogni mattina dalla Parola, ma anche perseguitato proprio a causa della sua fede e capace, nonostante tutto, di resistere a tutte le prove. In questo testo Isaia descrive bene la relazione straordinaria che unisce il Servo (Israele) al suo Dio. La sua caratteristica principale è l’ascolto della Parola di Dio, «l’orecchio aperto», come dice Isaia. “Ascoltare” è una parola che nella Bibbia ha un significato molto particolare: vuol dire avere fiducia. Si è soliti contrapporre queste due attitudini fondamentali tra le quali la nostra vita oscilla continuamente:la fiducia verso Dio, l’abbandono sereno alla sua volontà perché sappiamo per esperienza che la sua volontà è sempre buona; oppure la diffidenza, il sospetto verso le intenzioni di Dio, e la ribellione davanti alle prove, una ribellione che può portarci a credere che Dio ci abbia abbandonati o, peggio, che possa trovare una qualche soddisfazione nelle nostre sofferenze.

I profeti ripetono: “Ascolta, Israele” oppure: “Oggi ascolterete la Parola di Dio?” E sulle loro labbra la raccomandazione “ascoltate” significa sempre: abbiate fiducia in Dio, qualunque cosa accada. E san Paolo spiega il motivo: Noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio (Rm 8,28).

Da ogni male, da ogni difficoltà, da ogni prova, Dio fa nascere un bene; a ogni odio oppone un amore ancora più forte; in ogni persecuzione dona la forza del perdono; e da ogni morte fa sorgere la vita, la risurrezione. È la storia di una fiducia reciproca. Dio si fida del suo Servo e gli affida una missione; a sua volta il Servo accetta la missione con fiducia. Ed è proprio questa fiducia che gli dà la forza necessaria per restare saldo anche nelle opposizioni che inevitabilmente incontrerà. Qui la missione è quella del testimone: “Perché io sappia sostenere con la parola chi è stanco”, dice il Servo. Affidandogli questa missione, il Signore dona anche la forza necessaria e il linguaggio adatto: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo”. E ancora di più: egli stesso alimenta questa fiducia che è la sorgente di ogni audacia al servizio degli altri: “Il Signore Dio fa attento il mio orecchio”, il che significa che l’ascolto (nel senso biblico, cioè la fiducia) è esso stesso un dono di Dio. Tutto è dono: la missione, la forza, e anche la fiducia che rende incrollabili. Questa è proprio la caratteristica del credente: riconoscere tutto come dono di Dio. Colui che vive in questo dono permanente della forza di Dio può affrontare tutto: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La fedeltà alla missione ricevuta comporta inevitabilmente la persecuzione. I veri profeti, coloro che parlano davvero nel nome di Dio, sono raramente apprezzati durante la loro vita. Concretamente Isaia dice ai suoi contemporanei: tenete duro. Il Signore non vi ha abbandonati; al contrario, siete in missione per lui. Non meravigliatevi dunque se siete maltrattati. Perché? Perché il Servo che ascolta davvero la Parola di Dio, cioè che la mette in pratica, diventa presto molto scomodo. La sua stessa conversione chiama gli altri alla conversione. Alcuni accolgono questo appello…altri lo rifiutano e, forti delle loro ragioni, perseguitano il Servo. E ogni mattina il Servo deve tornare alla sorgente, presso  Colui che gli permette di affrontare tutto. Isaia usa un’espressione un po’ strana: “rendo la mia faccia dura come pietra” per esprimere decisione e coraggio. Isaia parlava al suo popolo perseguitato e umiliato durante l’esilio a Babilonia; ma, naturalmente, quando si rilegge la passione di Cristo, questo testo appare in tutta la sua evidenza: Cristo corrisponde perfettamente a questo ritratto del Servo di Dio. Ascolto della Parola, fiducia incrollabile e quindi certezza della vittoria anche nel cuore della persecuzione: tutto questo caratterizzava Gesù proprio nel momento in cui le acclamazioni della folla nella domenica delle Palme segnavano e acceleravano la sua condanna.

 

*Salmo Responsoriale (21/22)

Il Salmo 21(22) inizia con il celebre grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questa frase è stata spesso isolata dal suo contesto e interpretata come un grido di disperazione, mentre in realtà il salmo va letto per intero. Infatti, dopo aver descritto la sofferenza e l’angoscia, termina con un grande canto di ringraziamento: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”. Colui che all’inizio si sente abbandonato riconosce alla fine che Dio lo ha salvato e non lo ha lasciato solo. Alcune immagini del salmo sembrano descrivere la crocifissione: “Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi”, “si dividono le mie vesti”, “una banda di malvagi mi circonda”. Per questo il Nuovo Testamento applicherà questo salmo alla passione di Gesù. Tuttavia, il testo nasce in un contesto storico preciso: il ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia. L’esilio era stato come una condanna a morte per il popolo, che aveva rischiato di scomparire; il ritorno nella propria terra è quindi paragonato alla liberazione di un condannato che ha sfiorato la morte. L’immagine della crocifissione serve a esprimere l’umiliazione, la violenza e il senso di abbandono vissuti dal popolo, ma il centro del salmo non è la sofferenza bensì la salvezza ricevuta. Il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è dunque un grido di disperazione o di dubbio, ma la preghiera di chi soffre e continua a rivolgersi a Dio con fiducia. Anche nella prova Israele non smette di pregare e di ricordare l’alleanza e i benefici ricevuti dal Signore. Per questo il salmo può essere paragonato a un ex-voto: nel momento del pericolo si invoca l’aiuto di Dio e, una volta salvati, si rende grazie pubblicamente. Il salmo ricorda il dramma vissuto, ma soprattutto proclama la gratitudine verso Dio che ha liberato il suo popolo. Gli ultimi versetti diventano così un grande canto di lode: i poveri saranno saziati, coloro che cercano il Signore lo loderanno, e tutte le nazioni riconosceranno la sua signoria. La salvezza di Dio sarà annunciata anche alle generazioni future. Per questo, nella tradizione cristiana, questo salmo è stato riconosciuto come una profezia della passione di Cristo: sulla croce Gesù riprende il primo versetto del salmo, ma come per Israele anche per lui l’ultima parola non è il dolore, bensì la salvezza e la vita.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (2,6-11)

Durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C., il profeta Isaia aveva attribuito al popolo di Israele il titolo di Servo di Dio. La loro missione, nel mezzo delle prove dell’esilio, era rimanere fedeli alla fede dei padri e testimoniarla tra i pagani, anche a costo di umiliazioni e persecuzioni. Solo Dio poteva dare loro la forza per compiere questa missione. Quando i primi cristiani si trovarono davanti allo scandalo della croce, cercarono di comprendere il destino di Gesù e trovarono la spiegazione nelle parole di san Paolo: Gesù “svuotò se stesso prendendo la condizione di servo”. Anche lui affrontò opposizione, umiliazioni e persecuzioni, cercando la sua forza nel Padre e vivendo in una fiducia totale in Lui. Pur essendo di condizione divina, Gesù non cercò gloria e onori. Come dice Paolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Proprio perché è Dio, non rivendica nulla per sé, ma vive nell’amore gratuito e si fa uomo per mostrare agli uomini la via della salvezza. La sua esaltazione non è una ricompensa meritata, ma un dono gratuito di Dio. La logica di Dio non è quella del merito o del calcolo, ma quella della grazia, che è sempre dono gratuito. Secondo Paolo, il progetto di Dio è un disegno di amore: far entrare l’umanità nella sua vita, nella sua gioia e nella sua comunione. Questo dono non si conquista, ma si accoglie con gratitudine. Quando l’uomo pretende o rivendica, si chiude da solo alla grazia, come accadde simbolicamente con il peccato del giardino dell’Eden. Gesù invece vive nell’atteggiamento opposto: l’accoglienza totale della volontà del Padre, ciò che Paolo chiama obbedienza. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome: il nome di Signore, titolo che nell’Antico Testamento apparteneva solo a Dio. Davanti a lui “ogni ginocchio si piega”, riprendendo le parole del profeta Isaia (Is 45,23). Gesù ha vissuto tutta la sua vita nell’umiltà e nella fiducia, anche di fronte alla violenza degli uomini e alla morte. La sua obbedienza – che significa letteralmente “mettere l’orecchio davanti alla parola” – esprime un ascolto totale e fiducioso della volontà del Padre. Per questo l’inno di Paolo si conclude con la professione di fede della Chiesa: “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. In Cristo si manifesta pienamente la gloria di Dio, cioè la rivelazione del suo amore infinito. Vedendo Gesù amare fino alla fine e donare la vita, si può riconoscere, come il centurione sotto la croce, che egli è veramente il Figlio di Dio.

 

*Passione di Gesù Cristo secondo san Matteo (26, 14-27.66)

Ogni anno, nella domenica delle Palme, la liturgia legge il racconto della Passione in uno dei tre Vangeli sinottici; quest’anno è quello di Matteo. I quattro racconti della Passione sono simili nelle grandi linee, ma ogni evangelista mette in luce alcuni aspetti particolari. Matteo, in particolare, riferisce alcuni episodi e dettagli che gli altri non riportano. Anzitutto Matteo è l’unico a indicare la somma esatta per cui Giuda tradisce Gesù: trenta monete d’argento, che secondo la Legge era il prezzo di uno schiavo. Questo dettaglio mostra il disprezzo con cui gli uomini hanno trattato il Signore. In seguito lo stesso Giuda, preso dal rimorso, restituisce il denaro ai capi dei sacerdoti dicendo di aver consegnato alla morte un innocente. Essi però non vogliono assumersene la responsabilità. Giuda getta le monete nel tempio e si impicca; i sacerdoti utilizzano quel denaro per acquistare il campo del vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri, chiamato poi “Campo del sangue”, compiendo così una parola profetica. Durante il processo davanti a Pilato, Matteo racconta un episodio unico: l’intervento della moglie di Pilato, che manda a dire al marito di non avere nulla a che fare con “quel giusto”, perché ha sofferto molto in sogno a causa sua. Lo stesso Pilato appare inquieto e, vedendo che la folla si agita sempre di più, compie il gesto simbolico di lavarsi le mani, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. La folla risponde: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. Pilato allora libera Barabba e consegna Gesù perché sia crocifisso. Al momento della morte di Gesù, anche Matteo racconta che il velo del tempio si squarcia, ma aggiunge particolari straordinari: la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti giusti risorgono e appaiono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù. Infine Matteo sottolinea la preoccupazione delle autorità di sorvegliare il sepolcro, temendo che i discepoli possano rubare il corpo e dire che Gesù è risorto; proprio questa sarà la voce che essi diffonderanno dopo la Pasqua. Il racconto mette in evidenza un grande paradosso: l’accecamento delle autorità religiose, che perseguitano Gesù, mentre alcuni pagani, quasi senza volerlo, gli attribuiscono i titoli più alti. La moglie di Pilato lo chiama “giusto”, Pilato fa scrivere sulla croce “Re dei Giudei”, e perfino il titolo di “Figlio di Dio”, inizialmente usato per deriderlo, diventa alla fine una vera professione di fede quando il centurione romano esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Questa confessione anticipa già l’apertura della salvezza ai pagani e mostra che la morte di Cristo non è una sconfitta, ma una vittoria. Matteo mette in risalto il contrasto tra la debolezza del condannato e la sua vera grandezza: proprio nella sua apparente impotenza Gesù manifesta la grandezza di Dio, che è l’amore infinito. E sotto questo aspetto comprendiamo sempre più il valore della passione di Cristo che rivivremo anche visivamente in questa settimana e in particolare nel Triduo santo: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo e soprattutto nell’esplosione della gioia pasquale per la risurrezione di Cristo.

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 16 Marzo 2026 11:44

5a Domenica di Quaresima

V Domenica di Quaresima (anno A)  [22 marzo 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! In questa domenica si tocca il tema della morte e della vita che non muore. Dinanzi a tanta paura di morire possa questa parola di salvezza accendere in noi la speranza invincibile di vivere eternamente in Dio che è Amore

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (37,12-14)

Questo testo è molto breve, ma si vede chiaramente che forma un’unità: è incorniciato da due espressioni simili; all’inizio “Così dice il Signore Dio”, alla fine “Oracolo del Signore”. Una cornice che ha evidentemente lo scopo di solennizzare ciò che racchiude. Ogni volta che un profeta ritiene opportuno precisare che parla da parte del Signore, è perché il suo messaggio è particolarmente importante e difficile da ascoltare. Il messaggio di oggi è dunque ciò che sta dentro questa cornice: una promessa ripetuta due volte e rivolta al popolo di Dio, poiché Dio dice “o popolo mio”; entrambe le volte la promessa riguarda due punti: in primo luogo “Io apro i vostri sepolcri; in secondo luogo, “vi riconduco nella terra d’Israele”, oppure “vi farò riposare nella vostra terra”, che è la stessa cosa. Queste espressioni ci permettono di collocare il contesto storico: il popolo è in esilio a Babilonia, alla mercé dei Babilonesi, annientato (nel vero senso della parola, ridotto a nulla), come morto; per questo Dio parla di sepolcri. L’espressione “Io apro i vostri sepolcri” significa dunque che Dio rialzerà il suo popolo. Leggendo il capitolo 37 del libro di Ezechiele si nota che questo breve testo segue una visione del profeta chiamata “la visione delle ossa inaridite” e ne dà la spiegazione: il profeta vede un immenso esercito morto, disteso nella polvere; e Dio gli dice: i tuoi fratelli sono così disperati nel loro esilio che si credono morti, finiti… ebbene, io, Dio, li rialzerò. Tutta questa visione e la sua spiegazione evocano dunque la prigionia del popolo esiliato e il suo risollevamento da parte di Dio. Per il profeta Ezechiele è una certezza: il popolo non può essere eliminato, perché Dio gli ha promesso un’Alleanza eterna che nulla potrà distruggere; quindi, quali che siano le sconfitte, le rotture, le prove, si sa che il popolo sopravvivrà e ritroverà la sua terra, perché essa fa parte della promessa. “Io apro i vostri sepolcri… o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”: in fondo queste parole non hanno nulla di sorprendente; da sempre Israele sa che il suo Dio è fedele; e l’espressione “Saprete che io sono il Signore” dice proprio che è dalla sua fedeltà alle promesse che si riconosce il vero Dio. Ma perché ripetere due volte quasi le stesse cose? In realtà, la seconda promessa non si limita a ripetere la prima, ma la amplia:  Riprende: Io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe e vi farò riposare nella vostra terra, e saprete che io sono il Signore: tutto questo  è il ritorno alla situazione precedente al disastro dell’esilio babilonese. In questa seconda promessa c’è molto di più, di nuovo e mai visto prima: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”; qui si annuncia la nuova Alleanza: d’ora in poi la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori. Oppure, per riprendere un’altra espressione di Ezechiele, i cuori umani non saranno più di pietra, ma di carne.

Qui non c’è dubbio possibile: la ripetizione dell’espressione “o popolo mio” mostra chiaramente che queste due promesse annunciano una rinascita, una restaurazione del popolo. Non si tratta qui di una risurrezione individuale. La morte individuale non comprometteva il futuro del popolo; e per molto tempo è stato il futuro del popolo, e solo quello, a contare. Quando qualcuno moriva, si diceva che si era addormentato con i suoi padri, senza immaginare una sopravvivenza personale; al contrario, la sopravvivenza del popolo è sempre stata una certezza, perché il popolo è portatore delle promesse di Dio. Per credere nella risurrezione individuale occorrono due elementi: anzitutto interessarsi al destino dell’individuo — cosa che all’inizio della storia biblica non avveniva; l’interesse per la sorte personale è una conquista tardiva. In secondo luogo, è indispensabile credere in un Dio che non vi abbandona alla morte. La certezza che Dio non abbandona mai l’uomo non è nata all’improvviso; si è sviluppata al ritmo degli eventi concreti della storia del popolo eletto. L’esperienza storica dell’Alleanza è ciò che nutre la fede d’Israele, è l’esperienza di un Dio che libera l’uomo da ogni schiavitù e interviene incessantemente per liberarlo; un Dio fedele che non ritratta mai. È questa fede che guida tutte le scoperte d’Israele; anzi ne è il motore. Quattro secoli dopo Ezechiele, verso il 165 a.C., questi due elementi congiunti — la fede in un Dio che libera continuamente l’uomo e la scoperta del valore di ogni persona umana — hanno condotto alla fede nella risurrezione individuale. E’ apparso evidente che Dio libererà l’individuo dalla schiavitù più terribile e definitiva, quella della morte. Questa scoperta è così tardiva nel popolo ebraico che, al tempo di Cristo, non era ancora condivisa da tutti: i Sadducei, infatti, erano noti come coloro che non credono alla risurrezione. Forse però la profezia di Ezechiele potrebbe superare la sua stessa comprensione, senza esserne consapevole. Lo Spirito di Dio parlava per mezzo della sua bocca e potremmo pensare: Ezechiele non sapeva quanto fosse grande ciò che stava annunciando

 

*Salmo Responsoriale (129/130) 

Nel Salterio esiste un gruppo di quindici salmi che portano un nome particolare: Canto delle ascese o salite. Ciascuno di essi comincia con le parole “Canto delle ascese o salite” che in ebraico indica andare a Gerusalemme in pellegrinaggio. Nei Vangeli, del resto, l’espressione “salire a Gerusalemme” ricorre più volte con lo stesso significato: evoca il pellegrinaggio per le tre feste annuali e, in particolare, la più importante tra esse, la festa delle Capanne. Questi quindici salmi accompagnavano dunque l’intero pellegrinaggio. Ancor prima di arrivare a Gerusalemme, anticipavano già lo svolgimento della festa. Per alcuni, si può perfino intuire in quale momento del pellegrinaggio venissero cantati; per esempio, il salmo (121/122) Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore… ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… era probabilmente il salmo dell’arrivo. Il salmo 129/130) è uno di questi Canti delle salite; veniva probabilmente cantato durante la festa delle Capanne nel corso di una celebrazione penitenziale ed ecco perché colpa e perdono sono particolarmente presenti nel  salmo: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?”.  Il peccatore che qui supplica, è certo di essere perdonato, è il popolo che riconosce insieme l’infinita bontà di Dio, la sua instancabile fedeltà (la sua Hesed) e l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere all’Alleanza. Queste infedeltà ripetute sono vissute come una vera morte spirituale: “Dal profondo a te grido”,  grido che si rivolge a Colui il cui stesso essere è Perdono: questo è il senso dell’espressione “con. te è il perdono”. Dio è Amore ed è Dono, ed è la stessa cosa. Ora “per-dono” non è altro che un dono che va al di là di tutto. Perdonare significa continuare a proporre un’Alleanza, un futuro possibile, oltre le infedeltà dell’altro. Ricordiamo la storia di Davide: dopo l’uccisione del marito di Betsabea, il profeta Natan gli annunciò il perdono di Dio prima ancora che Davide avesse pronunciato una sola parola di pentimento o di confessione. L’idea che Dio perdona sempre però non piace a tutti; eppure è senza dubbio una delle affermazioni centrali della Bibbia, fin dall’Antico Testamento. E Gesù riprende con forza lo stesso insegnamento: per esempio, nella parabola del figlio prodigo nel Vangelo secondo Luca (capitolo 15), il padre è già sulla strada ad aspettare il figlio (segno che lo ha già perdonato) e gli apre le braccia prima ancora che il figlio abbia aperto bocca. E l’esempio del perdono totalmente gratuito di Dio ci è stato dato da Gesù stesso sulla croce: coloro che lo stavano uccidendo non hanno detto una sola parola di pentimento, eppure egli dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È proprio nel suo perdono, dice la Bibbia, che Dio manifesta la sua potenza. Anche questa è una grande scoperta di Israele; si pensi a quanto afferma il libro della Sapienza: “La tua forza, Signore, è principio di giustizia… tu che disponi della forza, giudichi con mitezza e ci governi con grande indulgenza” (Sap 12,16.18). La certezza della misericordia di Dio non genera presunzione né indifferenza verso il peccato, ma riconoscenza umile e stupita.: “con te è il perdono così avremo il tuo timore”. Questa formula concisa indica l’atteggiamento del credente davanti a Dio che è solo dono e perdono.. Questa certezza del per-dono, sempre offerto oltre ogni colpa, ispira a Israele un atteggiamento di speranza straordinaria. Israele pentito attende il perdono “più che le sentinelle l’aurora”. “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”: espressioni simili ricorrono spesso nei testi biblici. Annunciano a Israele la liberazione definitiva, la liberazione da tutte le colpe di tutti i tempi. Israele attende ancora di più: proprio perché il popolo dell’Alleanza sperimenta la propria debolezza e il peccato sempre ricorrente, ma anche la fedeltà di Dio, attende da Dio stesso il compimento definitivo delle sue promesse. Al di là del perdono immediato, ciò che attende di secolo in secolo è l’aurora definitiva, che spera contro ogni speranza, come Abramo: l’aurora del Giorno di Dio. Tutti i salmi sono attraversati da questa attesa messianica. I cristiani sanno con ancora maggiore certezza che il nostro mondo va verso il suo compimento: un compimento che ha un nome, Gesù Cristo: “L’anima nostra attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 8-11)

“Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”, annuncia Ezechiele nella prima lettura, ma dal battesimo, ricorda qui san Paolo, questo è realtà e usa un’espressione immaginata: Lo Spirito di Dio abita in voi. Prendendola alla lettera, un commentatore parla di cambio di proprietario. Siamo diventati dimora dello Spirito: è lui che ormai comanda. Sarebbe interessante domandarci, in tutti gli ambiti della nostra vita, personale e comunitaria, chi è ai comandi, chi è il padrone di casa in noi; oppure, se preferiamo, qual è il nostro obiettivo della vita. Secondo Paolo non ci sono molte alternative: o siamo sotto l’influsso dello Spirito, cioè ci lasciamo guidare da lui, oppure non ci lasciamo ispirare dallo Spirito e questo egli lo chiama essere sotto l’influsso della carne. Essere sotto l’influsso dello Spirito è facile da capire: basta sostituire alla parola Spirito la parola Amore come nella Lettera ai Galati  mostra spiegando  i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22-23), in una parola l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della nostra vita. Paolo è erede di tutta la tradizione dei profeti: e tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della nostra relazione con gli altri; nei «Canti del Servo», il libro di Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52–53) afferma con forza che vivere secondo lo Spirito di Dio significa amare e servire i fratelli. Una volta definita la vita secondo lo Spirito, cioè la vita secondo l’amore, si capisce facilmente che cosa Paolo intenda per vita secondo la carne: è il contrario, cioè l’indifferenza o l’odio; in altre parole, l’amore è il decentrarsi da sé, la vita sotto l’influsso della carne è il centrarsi su di sé. La domanda: Chi comanda? qui diventa Chi è il centro del nostro mondo? E quelli che sono sotto l’influsso della carne non possono piacere a Dio, dice Paolo. Al contrario, Cristo è il Figlio amato nel quale Dio si compiace, cioè è in perfetta armonia con Dio proprio perché è anch’egli tutto amore. In questo senso, il racconto delle Tentazioni, letto nella prima domenica di Quaresima (Matteo cap.4), è molto eloquente perché Gesù appare totalmente centrato su Dio e sulla sua Parola e  rifiuta decisamente di centrarsi sulla propria fame o perfino sui bisogni della sua missione messianica. Se il testo delle tentazioni ci viene proposto ogni anno all’inizio della Quaresima, è perché la Quaresima è proprio un cammino di decentramento da noi stessi per ricentrarci su Dio e sugli altri. Più avanti, nella stessa Lettera ai Romani, Paolo dice che lo Spirito di Dio ci rende figli: è lui che ci spinge a chiamare Dio Padre. Ciò che in noi è amore viene da Dio, è la nostra eredità di figli. Lo Spirito è la vostra vita, dice ancora Paolo: traduciamo, l’amore è la vostra vita. Del resto sappiamo per esperienza che solo l’amore è creatore. Ciò che non è amore non viene da Dio e, proprio perché non viene da Dio, è destinato alla morte. La grande buona notizia di questo testo è che tutto ciò che in noi è amore viene da Dio e quindi non può morire. Come dice Paolo: “Se Dio ha risuscitato Gesù dai morti… darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (11,1-45)

Abbiamo preso l’abitudine di chiamare questo brano la risurrezione di Lazzaro, ma, a dire il vero, non è il termine più appropriato; quando proclamiamo “Credo nella risurrezione dei morti e nella vita eterna”, intendiamo ben altro. La morte di Lazzaro è stata in qualche modo solo una parentesi nella sua vita terrena; dopo il miracolo di Gesù, la sua esistenza ha ripreso il corso ordinario ed è stata, più o meno, la stessa di prima. Lazzaro ha avuto semplicemente un prolungamento della vita terrena. Il suo corpo non è stato trasformato ed egli è dovuto morire una seconda volta; la sua prima morte non è stata ciò che sarà per noi, cioè il passaggio alla vera vita. Allora ci si può chiedere: a che scopo? Compiendo questo miracolo, Gesù ha corso grandi rischi, perché si era già fatto fin troppo notare… e per Lazzaro non si è trattato che di rimandare l’appuntamento definitivo. È san Giovanni a rispondere alla nostra domanda: “a che scopo questo miracolo?. Ci dice che è un segno molto importante: Gesù si manifesta come colui nel quale abbiamo la vita senza fine e nel quale possiamo credere, cioè sul quale possiamo puntare la nostra vita. Del resto, i sommi sacerdoti e i farisei non si sono sbagliati: hanno ben compreso la gravità del segno compiuto da Gesù perché il vangelo di Giovanni dice che molti molti cominciarono a credere in lui proprio a causa del risveglio di Lazzaro, ed è allora che decisero di farlo morire. Questo miracolo ha dunque firmato la condanna a morte di Gesù; a pensarci duemila anni dopo, sembra paradossale: essere capace di ridare la vita meritava la morte. Triste esempio delle aberrazioni a cui possono condurre le nostre certezze… Torniamo al racconto di quello che potremmo chiamare il “risveglio di Lazzaro”, perché non si tratta di una vera risurrezione ma piuttosto di un supplemento di vita terrena. Facciamo solo a due osservazioni. 

Prima osservazione: per Gesù conta una sola cosa, la gloria di Dio; ma per vedere la gloria di Dio bisogna credere (Se credi, vedrai la gloria di Dio, dice a Marta). Fin dall’inizio del racconto, quando gli annunciano: Signore, colui che ami è malato, Gesù risponde ai discepoli: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”, cioè per la rivelazione del mistero di Dio. La fede ci apre gli occhi, toglie la benda della sfiducia che avevamo posto sul nostro sguardo. Seconda osservazione: qui la fede nella risurrezione compie il suo ultimo passo. In Israele la fede nella risurrezione è apparsa tardi; è affermata chiaramente solo nel II secolo a.C., al tempo della persecuzione di Antioco Epifane, e al tempo di Cristo non era ancora condivisa da tutti. Marta e Maria, evidentemente, fanno parte di coloro che vi credono. Ma nella loro mente si tratta ancora di una risurrezione alla fine dei tempi; quando Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù però corregge: non parla al futuro, ma al presente: “Io sono la risurrezione e la vita… Chi crede in me anche se muore vivrà ; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno” A ben comprendere, sentiamo che la Risurrezione è già adesso.” Io sono la risurrezione e la vita” significa che la morte come separazione da Dio non esiste più: è vinta nella risurrezione di Cristo per cui i credenti con Paolo possono dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. Ormai nulla potrà separarci dall’amore di Cristo, neppure la morte. La vera novità di questo Vangelo non è che un morto torna alla vita, ma che la vita stessa ha un volto: Gesù. Quando dice: Io sono la risurrezione e la vita, non promette soltanto un evento futuro; afferma che chi vive in comunione con Lui entra già ora in una vita che la morte non può distruggere. Lazzaro uscirà di nuovo dal sepolcro per poi morire ancora; ma chi è unito a Cristo non tornerà più nel sepolcro come in una prigione definitiva. La morte biologica diventa passaggio, non fine; soglia, non abisso. Se viviamo in comunione con Dio — cioè nell’amore — siamo già dentro l’eternità. Perché Dio non è soltanto Colui che dà la vita: è la Vita stessa. E ciò che è unito alla Vita non può essere annientato.

Come scrive sant’Agostino: “Temi la morte? Ama. L’amore uccide la morte”

E ancora san Paolo, nella Lettera ai Romani: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39). Ecco il cuore del segno di Lazzaro: chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui e questa comunione non conosce fine. La vera risurrezione comincia adesso.

 

+Giovanni D’Ercole

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A mysterious love, which in the texts of the New Testament is revealed to us as God’s boundless and passionate love for mankind. God does not lose heart in the face of ingratitude (Pope Benedict)
Un amore misterioso, che nei testi del Nuovo Testamento ci viene rivelato come incommensurabile passione di Dio per l'uomo. Egli non si arrende dinanzi all'ingratitudine (Papa Benedetto)
Jesus showed us with a new clarity the unifying centre of the divine laws revealed on Sinai […]  Indeed, in his life and in his Paschal Mystery Jesus brought the entire law to completion.  Uniting himself with us through the gift of the Holy Spirit, he carries with us and in us the “yoke” of the law, which thereby becomes a “light burden” (Pope Benedict)
Gesù ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai […] Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Papa Benedetto)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
"How will we be able to live without him?". In these words of St Ignatius we hear echoing the affirmation of the martyrs of Abitene: "Sine dominico non possumus" [Pope Benedict]
"Come potremmo vivere senza di Lui?". Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: "Sine dominico non possumus" [Papa Benedetto]
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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