Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
32a Domenica T.O. (anno A) [8 novembre 2026]
*Prima Lettura dal libro della Sapienza (6,12-16)
Il libro della Sapienza presenta la Sapienza non soltanto come una qualità dell'intelligenza, ma come una presenza luminosa che si offre all'uomo e lo conduce alla verità. Non basta essere intelligenti o accumulare conoscenze: occorre avere un cuore disposto a cercare, ascoltare e lasciarsi trasformare. L’odierna lettura si articola in tre passaggi: La Sapienza è luminosa e non tramonta (v. 12) per cui si lascia contemplare da chi la ama. La Sapienza prende l'iniziativa (vv. 13-14) e anticipa chi la desidera e si fa trovare da chi la cerca. La Sapienza cerca a sua volta l'uomo (vv. 15-16) e raggiunge chi si alza presto per cercarla e gli va incontro con benevolenza. È importante osservare questa reciprocità: l'uomo cerca la Sapienza e la Sapienza, in qualche modo, cerca l'uomo. La ricerca spirituale non è soltanto uno sforzo umano ma anche la risposta a una chiamata che lo precede. La Sapienza è luce che fa vedere le cose come sono e quindi permette di comprenderne il significato. Anche se uno possiede molte informazioni tuttavia può non sapere quale direzione dare alla propria vita; può conoscere i mezzi, ma ignorare il fine; può essere abile nel fare, ma poco capace di discernere ciò che è veramente buono. La Sapienza, invece, è «indefettibile»: non si esaurisce, non perde il suo valore e non viene smentita dal trascorrere delle mode. Nel contesto del libro, scritto in ambiente giudaico ellenistico, probabilmente ad Alessandria d'Egitto tra il I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., la Sapienza è il dono di Dio che guida l'uomo nella giustizia e nella fedeltà. Non è una conoscenza riservata a pochi iniziati, ma una luce capace di orientare concretamente l'esistenza perché. la vera sapienza non consiste nel sapere tutto, ma nel vedere la vita alla luce di Dio. Chi ama la verità è disposto ad ascoltare anche ciò che mette in discussione le proprie convinzioni e se la cerca sinceramente è disposto a cambiare strada quando scopre di essersi sbagliato. Il verbo «contemplare» non indica uno sguardo frettoloso, ma un'attenzione capace di fermarsi e accogliere. La Sapienza richiede pertanto un cuore libero dalla pretesa di possedere già tutte le risposte. Noi viviamo in una società in cui le informazioni sono accessibili in ogni momento, ma la riflessione è spesso sacrificata alla velocità; sappiamo cercare una risposta su uno schermo, ma più difficile è trovare il silenzio necessario per comprendere se quella risposta ci rende davvero più umani. «Prevenendo quelli che la desiderano, appare loro per prima» (v. 13): qui emerge una delle intuizioni più profonde di questo testo. La Sapienza precede la ricerca umana perché Dio non rimane passivamente in attesa che l'uomo riesca a raggiungerlo con le proprie forze, ma è piuttosto la sua Sapienza a farsi vicina e a manifestarsi a chi è disposto ad accoglierla anche se l'iniziativa divina non elimina la libertà umana, bensì la suscita e la sostiene. È un principio fondamentale della vita spirituale: prima ancora che l'uomo cerchi Dio, Dio gli ha già aperto una strada per incontrarlo. Questa prospettiva ci libera da due errori opposti: dalla presunzione di poter conquistare Dio con le proprie capacità e dallo scoraggiamento di chi pensa che Dio sia troppo lontano o irraggiungibile. Come allora incontrare la Sapienza? Nella preghiera, nella Parola di Dio, nel discernimento, nella coscienza rettamente formata, nell'ascolto di una persona e persino in una prova attraversata con fede. Il problema non è la mancanza di tempo, ma il modo in cui siamo capaci di ordinare il nostro tempo e la domanda che ci provoca è: quale posto occupa la ricerca di Dio nelle mie giornate? La Sapienza ci raggiunge nella nostra vita concreta, nelle nostre decisioni e nei nostri pensieri e non è una teoria separata dall'esistenza: illumina il modo di agire, di amare, di governare e di relazionarsi con gli altri. Infine, per il cristiano, la Sapienza trova il suo compimento in Cristo, che san Paolo proclama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24). In Gesù, la Sapienza divina non offre soltanto un insegnamento: si fa vicina all'uomo, ne condivide la condizione e gli mostra la via dell'amore. Appare quindi qui una dinamica che attraversa tutta la vita spirituale: desiderare, cercare, incontrare, lasciarsi guidare. Il desiderio apre il cuore; la ricerca lo rende perseverante; l'incontro lo illumina; l'accoglienza della Sapienza trasforma le scelte quotidiane. Possiamo concludere con tre domande semplici: Cerco davvero la Sapienza di Dio oppure cerco soprattutto conferme alle mie idee? Quale spazio concreto riservo ogni giorno al silenzio, alla preghiera e all'ascolto? Le decisioni che prendo manifestano maggiore sapienza, cioè maggiore verità, giustizia e amore? In sintesi: non è sapiente chi conosce molte cose, ma chi impara a vedere la propria vita alla luce di Dio. Se così vive, non cammina da solo e, mentre cerca la Sapienza, si rende conto che la Sapienza stessa gli è già venuta incontro.
*Salmo responsoriale (62/63)
Il Salmo 62 nella numerazione liturgica cattolica (63 nella numerazione ebraica e di molte Bibbie moderne) è il canto di una persona che, anche nella solitudine e nella prova, scopre che Dio è più necessario della vita stessa, perché è la sorgente che dà senso alla vita. Non quindi solamente preghiera di chi ha bisogno di essere aiutato, ma la preghiera di chi ha scoperto che nessuna realtà creata può colmare pienamente la sete del cuore umano. Il titolo biblico lo collega a Davide quando si trovava nel deserto di Giuda. Non possiamo identificare con certezza l'episodio storico, ma l'immagine del deserto è fondamentale per comprenderne il messaggio. Il deserto è un luogo reale, arido e faticoso, ma diventa anche il simbolo di una condizione spirituale: quando vengono meno le sicurezze e vive il deserto del cuore, l'uomo è ricondotto alle domande essenziali. In tale prospettiva cogliamo nel salmo quattro movimenti: La sete di Dio (vv. 2-3): l'anima cerca il Signore come una terra arida cerca l'acqua. L’anima la loda e ne fa memoria (vv. 4-6): l'amore di Dio vale più della vita e diventa motivo di benedizione. La comunione nella notte (vv. 7-9): il credente ricorda Dio anche durante le ore oscure e trova riparo nella sua presenza. La fiducia nella giustizia divina (vv. 10-12): il male non avrà l'ultima parola e il Signore custodirà chi si affida a lui. Il centro del salmo non è quindi il deserto, ma la presenza di Dio scoperta proprio nel deserto. La preghiera comincia con una professione personale: «Tu sei il mio Dio». Il salmista non parla anzitutto di ciò che Dio può dargli, ma di chi Dio è per lui e questo ci ricorda che prima della domanda viene la relazione; prima del bisogno, l'appartenenza. L'espressione «dall'aurora» indica l'intensità della ricerca e il credente comincia la giornata rivolgendosi a colui che ne costituisce il fondamento. Possa Dio essere sempre il primo riferimento interiore con cui affrontiamo le decisioni, le relazioni e le difficoltà. Una breve preghiera al risveglio può cambiare non necessariamente gli avvenimenti della giornata, ma il modo in cui li viviamo. «Di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne» (v. 2) La sete è una delle immagini bibliche più potenti del desiderio di Dio e il salmista non dice semplicemente che pensa a Dio, ma afferma di avere sete di lui. La società contemporanea offre molte possibilità di soddisfazione immediata: consumo, divertimento, visibilità, relazioni virtuali, eppure il desiderio può rimanere insoddisfatto anche quando abbiamo molte cose. Non ogni desiderio è sete di Dio in modo consapevole, ma le domande più profonde — essere amati, trovare un senso, non essere soli, sperare oltre la morte — possono diventare una via per riconoscere questa sete. Come la terra senza acqua non può produrre vita da sé, così il credente riconosce di non essere autosufficiente e la preghiera biblica ci ricorda che riconoscere la propria sete è l'inizio della sapienza. Chi si crede autosufficiente rischia di non cercare più nulla; chi riconosce la propria povertà può aprirsi alla relazione, alla grazia e all'aiuto degli altri.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (4,13-18)
Paolo scrive a una comunità giovane, quella di Tessalonica, nella quale alcuni cristiani sono morti prima del ritorno glorioso di Cristo. I credenti si domandano che cosa accadrà a coloro che sono morti e se essi perderanno la partecipazione alla salvezza finale. L’Apostolo non risponde con una spiegazione puramente teorica dell’aldilà, ma annuncia il cuore della fede cristiana: la morte non ha l’ultima parola, perché Gesù è morto ed è risorto. La speranza dei cristiani nasce dalla Pasqua di Cristo e Paolo desidera che i cristiani non siano nell’ignoranza circa il destino dei defunti. Nel testo greco usa l’espressione hoi koimōmenoi, cioè «quelli che si sono addormentati» e il linguaggio del sonno è un'immagine che, alla luce della risurrezione, esprime la provvisorietà della morte: come il sonno attende il risveglio, così il credente attende la risurrezione. Nella cultura antica, la morte era spesso vissuta come una separazione definitiva e motivo di disperazione. Paolo non nega il dolore del distacco, ma vuole sottrarre i cristiani alla disperazione. Anche oggi la morte può essere rimossa, nascosta negli ospedali o considerata un fallimento da evitare a ogni costo, oppure può diventare una realtà che paralizza chi rimane. La fede non ci chiede di non piangere: ci insegna a piangere senza perdere la speranza. Paolo infatti non contrappone i cristiani a chi soffre, come se la fede rendesse insensibili. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro (Gv 11,35). La differenza non sta nell'assenza di tristezza, ma nella presenza di una speranza che attraversa il dolore. La speranza non indica un semplice desiderio che le cose vadano bene, ma una fiducia fondata sull'opera di Dio. Un cristiano può soffrire profondamente per la perdita di una persona amata. La sua fede non cancella il vuoto della sua assenza, ma gli permette di vivere quel vuoto dentro una relazione più grande: la comunione in Cristo, che la morte non può annientare. Gesù è morto ed è risorto: ecco il fondamento di tutto il brano. La fede cristiana non si fonda anzitutto sull'idea che l'anima sia immortale, né su una generica convinzione che dopo la morte esista qualcosa. Il suo centro è un evento: Dio ha risuscitato Gesù dai morti. Il verbo «radunerà» richiama l'azione salvifica di Dio, che non abbandona i suoi figli alla dispersione della morte, ma li conduce alla comunione con Cristo e la sua risurrezione è la garanzia della nostra speranza: ciò che Dio ha compiuto in lui anticipa il destino di coloro che gli appartengono. La domanda fondamentale non è soltanto: «Che cosa c'è dopo la morte?»., ma piuttosto: «Chi ci aspetta oltre la morte?». Per il cristiano, il futuro ultimo non è il nulla, né una forza impersonale: è Cristo, il Signore morto e risorto, che ci chiama alla comunione con sé. I cristiani di Tessalonica attendevano intensamente il ritorno di Cristo, la sua parousia, la sua venuta gloriosa e alcuni temevano che chi fosse morto prima di quell'evento avesse uno svantaggio. Paolo chiarisce che non sarà così. I defunti non saranno dimenticati né esclusi. Il destino dei cristiani non dipende dall'essere vivi o morti al momento della venuta del Signore. È importante osservare che Paolo parla all'interno dell'attesa cristiana della fine, ma non fornisce una data precisa né autorizza a stabilire quando avverrà il ritorno di Cristo. Dio non valuta la vita umana secondo il successo, la durata o la possibilità di essere presenti a un determinato evento storico. Anche chi muore apparentemente troppo presto rimane nelle mani del Signore. Questa verità è particolarmente consolante davanti alla morte di bambini, giovani e persone che sembravano avere ancora molto da compiere. Paolo inoltre descrive la venuta del Signore con immagini apocalittiche: un ordine solenne, la voce dell'arcangelo, la tromba divina. Non dobbiamo necessariamente interpretare questi elementi come una cronaca anticipata di eventi materiali. Il linguaggio apocalittico utilizza immagini potenti per proclamare una certezza teologica: la storia non è abbandonata al caos; il Signore verrà a compiere la sua opera di salvezza. La tromba, nell'Antico Testamento, serviva per convocare il popolo, annunciare una manifestazione divina o accompagnare un evento decisivo. «E così per sempre saremo con il Signore» (v. 17): questa è la frase culminante del brano. Tutte le immagini precedenti conducono a questa promessa. La meta ultima della salvezza non è semplicemente continuare a esistere, né conoscere i segreti dell'aldilà: è. essere per sempre con il Signore. La vita eterna è comunione piena con Cristo, il compimento della relazione iniziata nella fede, alimentata dalla Parola e dai sacramenti e vissuta nella carità. E la speranza cristiana non è soltanto voler raggiungere un luogo chiamato paradiso: è desiderare di vivere eternamente con colui che abbiamo imparato ad amare. «Confortatevi dunque a vicenda con queste parole» (v. 18). Paolo conclude con un imperativo comunitario: «confortatevi». La speranza della risurrezione non è una verità da custodire soltanto individualmente: è un dono da condividere. La comunità cristiana è chiamata a sostenere chi è nel lutto, ad accompagnare i morenti e a ricordare i defunti nella preghiera. La consolazione cristiana non consiste nel pronunciare frasi facili davanti al dolore, ma nel testimoniare una speranza che nasce da Cristo. Di fronte a una persona che ha perso qualcuno, talvolta è meglio non cercare spiegazioni immediate; occorre anzitutto esserci, ascoltare, condividere il silenzio e pregare. La speranza diventa credibile quando si fa vicinanza concreta.
*Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-3)
Questo brano fa parte del grande discorso escatologico di Gesù (Mt 24–25) ed è una delle parabole sulla vigilanza cristiana e sull'attesa del Signore. Gesù invita i discepoli a vivere non semplicemente aspettando la fine, ma mantenendo il cuore pronto all'incontro con Lui. Le dieci vergini sono giovani donne che partecipano a una festa nuziale e, secondo l'usanza, accompagnavano la sposa o attendevano lo sposo per unirsi al corteo nuziale e accompagnarlo alla festa. La figura dello sposo richiama una simbologia biblica importante: Dio è lo Sposo del suo popolo. In Osea Dio promette: «Ti farò mia sposa per sempre» (2,21-22); in Isaia: «Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (62,5). Gesù stesso si presenta come lo Sposo (Mt 9,15). Pertanto, nella parabola, lo sposo è Cristo e la festa nuziale rappresenta la comunione definitiva con Lui. La vita cristiana non è soltanto osservanza di precetti: è attesa di una persona, Cristo, che viene a incontrarci. Delle dieci vergini, cinque sono sagge e cinque stolte. Il testo greco adopera due parole molto significative: Phrónimoi (φρόνιμοι): sagge, prudenti, capaci di discernimento; mōraí (μωραί): stolte, insensate, prive di discernimento. Non si tratta di una differenza intellettuale, ma spirituale. Le dieci vergini hanno tutte alcune caratteristiche comuni: Tutte hanno ricevuto l'invito alla festa; tutte possiedono una lampada; tutte escono incontro allo sposo; tutte si addormentano quando lo sposo tarda. La differenza non consiste dunque nell'invito ricevuto, nella lampada posseduta o nella capacità di rimanere sveglie. La differenza consiste nella preparazione. Le sagge portano con sé anche l'olio mentre le stolte prendono soltanto le lampade e qui troviamo il primo insegnamento fondamentale: non basta avere una lampada, bisogna avere l'olio per mantenerla accesa. La lampada può rappresentare la fede ricevuta, la professione cristiana, la vita esteriore religiosa, mentre l'olio rappresenta ciò che alimenta interiormente la fede: la carità, la perseveranza, la preghiera, la fedeltà quotidiana e la comunione viva con Dio. È importante precisare che il testo non identifica esplicitamente l'olio con una sola realtà. La tradizione spirituale cristiana ha visto in esso soprattutto la carità e la vita interiore alimentata dalla grazia. Inoltre il ritardo dello sposo è la prova del tempo: «Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono». Questa è una delle espressioni più umane della parabola perché anche le vergini sagge si addormentano e Gesù non distingue le persone tra quelle che non conoscono la stanchezza e quelle che la conoscono. Se tutte sperimentano il limite umano, il problema non è addormentarsi, ma non essere preparati quando arriva il momento dell'incontro. Il ritardo dello sposo richiama il tempo della storia, nel quale il Signore sembra talvolta assente o lontano; è il tempo della prova, della perseveranza, della fede che non vede immediatamente i risultati. Quante volte anche noi ci domandiamo: Perché Dio tarda a intervenire? Perché la mia preghiera sembra non essere ascoltata? Perché il bene sembra perdere terreno? Perché il Signore sembra tacere? La parabola insegna che il ritardo apparente di Dio non deve diventare motivo di abbandono della fede e la vera saggezza consiste nel prepararsi per un'attesa anche lunga, senza lasciare spegnere la lampada. «A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro!». La mezzanotte è il momento più buio della notte. Simbolicamente può rappresentare il momento in cui meno ci aspettiamo l'arrivo del Signore e un grido improvviso interrompe il sonno e mette tutti davanti alla realtà decisiva: lo sposo è arrivato. È interessante notare che il testo greco dice: “Idou ho nymphíos! (Ἰδοὺ ὁ νυμφίος!) Ecco lo sposo!», non ecco il giudice, o il padrone, o comunque colui che viene a chiedere conto. Arriva lo sposo! La venuta di Cristo è innanzitutto l'incontro con Colui che ci ama e desidera unirci a sé. Tuttavia, questo incontro ha una dimensione decisiva: non si può improvvisare all'ultimo momento la propria relazione con Dio. L'olio non si può prestare e quando le vergini stolte supplicano le sagge, la risposta può sembrare dura: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi». Non si tratta di egoismo o che Gesù voglia insegnarci a non condividere perché il significato è spiritualmente molto più profondo. Ci sono realtà che possiamo condividere e realtà che nessuno può vivere al posto nostro. Nessuno può credere al posto nostro; amare Dio al posto nostro; convertirsi al posto nostro; vivere la propria fedeltà al posto nostro; costruire al posto nostro una relazione personale con Cristo. Un sacerdote può accompagnare un'anima, un genitore può educare un figlio, un amico può sostenere un altro amico, ma nessuno può sostituirsi alla risposta personale che ciascuno deve dare a Dio. La fede può essere trasmessa, ma la relazione personale con Cristo deve essere vissuta da ciascuno. Le vergini stolte ritornano quindi quando la porta è ormai chiusa e gridano: «Signore, signore, aprici!», lo sposo risponde: «In verità io vi dico: non vi conosco». È una delle espressioni più forti del Vangelo.Il verbo greco è oida (οἶδα), conoscere.e nella Bibbia conoscere non significa semplicemente possedere informazioni su qualcuno, ma entrare in una relazione personale; non basta conoscere Gesù intellettualmente, parlare di Lui, esercitare un ministero o partecipare alle celebrazioni. Occorre appartenergli, vivere con Lui e lasciarsi trasformare dal suo amore. Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli. Il pericolo più grande è avere una religiosità esteriore senza una vera comunione interiore con Cristo e la porta chiusa invita a riflettere sull’incontro ultimo della vita con Dio. Il tempo della preparazione appartiene alla vita presente: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora» Nella conclusione c’è il messaggio fondamentale della parabola. Il verbo greco grēgoreîte (γρηγορεῖτε) significa: state svegli, vigilate, rimanete attenti e la vigilanza evangelica non è paura della morte né ansia per il futuro, ma vivere ogni giorno orientati verso Cristo. Non sappiamo quando verrà, ma sappiamo come dobbiamo vivere mentre lo attendiamo. Questa parabola ci insegna che la vita cristiana non si improvvisa; non basta avere ricevuto il Battesimo, conoscere il Vangelo, appartenere alla Chiesa o svolgere un ministero perché occorre custodire ogni giorno la relazione con Cristo. La lampada è ciò che appare; l'olio è ciò che alimenta ed è la vita nascosta. La lampada può essere ammirata dagli uomini, ma l'olio è conosciuto soprattutto e talvolta solo da Dio. Non dobbiamo preoccuparci soltanto di avere una lampada da mostrare, ma di possedere un cuore che arde d'amore per Cristo. In definitiva la parabola ci dice che la saggezza cristiana consiste nel vivere ogni giorno in modo da essere pronti ad accoglie Il Signore. Purtroppo il dramma non è che la notte sia lunga, ma che, mentre aspettiamo lo Sposo, possiamo lasciare esaurire l'olio dell'amore.
+Giovanni D’Ercole
E preoccuparsi del numero
(Lc 14,25-33)
Gesù è in pensiero, perché vede attorno a sé «molte folle» (v.25)!
Inusuale che una proposta di dono totale e rischio dell’intera vita - beni, relazioni, prestigio, speranze - possa trovare consenso oceanico.
In effetti non sono pochi coloro che non sanno «dove» va. Non a prendere il potere e parteciparlo agli amici - insieme al bottino.
Il Signore è preoccupato (v.25) e deve ricominciare a insegnare.
Avere tanti ammiratori è cosa strana per Chi propone d’implicarsi e non cedere all’indifferenza.
E ancora oggi il Maestro interpella, c’incalza, punge.
Per coloro che fanno la scelta dell’amore gratuito, la prima disposizione è l’integrazione degli affetti, persino “famigliari”. Non per farci rinunciare a vivere.
Le cerchie possono staccarci dalle esigenze sconfinate d’un rapporto tra persone che condividono grandi ideali oltre confine.
Sentimenti e legami vanno ricollocati; devono acquistare una luce nuova.
Nessuno è tanto eroe da riuscire a non pensare più a se stesso e i suoi, ma subentra una dimensione prospettica, nell’esperienza di un Padre che provvede a creare svolte più sapienti.
Tutte le logiche di buonsenso assumono un altro significato.
Persino l’attaccamento alla propria immagine e reputazione: «prendere, sollevare, portare il braccio della Croce» [v.27: senso del verbo greco].
Era il momento della massima solitudine e percezione di fallimento.
Chi è agitato per l’opinione-attorno si limita, non inizia percorsi, non s’affida alle proprie doti e neppure le scopre; non impara a prendere il passo di ciò che avviene, né sovverte ciò che va detestato.
Il contrasto coi poteri forti che chiedono la solita fedeltà a doppio taglio, è semplicemente da mettere in conto.
Terzo “impegno” (v.33): i beni in eccesso servono solo per costruire Relazione. Questa è la soglia della Felicità: rende simili a Dio.
Affare assurdo, ma fonte di gioia incondizionata, che ci porta assai più dell’emozione. Quindi bisogna aprire bene gli occhi.
Perché in missione non si vive di adrenalina, ma di convinzioni che riflettono la vita intima e la pienezza di essere.
Chi ci mette la faccia deve però prima incontrare e misurare se stesso molto molto a fondo, perché egli va come in guerra (vv.31-32).
Qui non si scherza: i gendarmi dei clan consolidati sono capaci di tutto, per continuare a darsi importanza e occupare posizioni.
Si paga di persona. Non si partecipa di un corteo trionfale: piuttosto, si viene respinti.
Ma la Fede sostiene: crede che il Signore non eserciti soprusi, né voglia attorno testimoni rassegnati.
Il suo Sogno valica il buonsenso - per farci trasalire d’un imprevisto ‘pondus’ che ritroviamo gratis in cuore.
D’ora in poi non si mercanteggia più: questa la nuova Torre (vv.28-30) da costruire.
[Mercoledì 31.a sett. T.O. 4 novembre 2026]
E preoccuparsi del numero
(Lc 14,25-33)
Nel suo commento al Tao Tê Ching (vii) il maestro Ho-shang Kung scrive: «Il santo è privo di interessi personali e non si cura di darsi importanza: perciò può realizzare il suo interesse».
Gesù è preoccupato di vedere attorno a sé «molte folle» [v.25 testo greco]: avere tanti ammiratori è cosa strana per Chi propone d’implicarsi e non cedere all’indifferenza.
Inusuale che una proposta di dono totale e rischio dell’intera vita (beni, relazioni, prestigio, speranze) possa trovare consenso oceanico.
Davvero insolito, forse grottesco, che tanta gente desideri giocarsi tutto, persino la salute, per un ideale che in genere non “vende” granché.
Chi fa scelte autentiche sa bene che sequela Christi non è partecipare a un corteo trionfale.
In effetti non sono pochi coloro che non sanno «dove» va…
Non a prendere il potere e parteciparlo - accanto al bottino - agli amici della sua cerchia!
Nella migliore delle ipotesi lo hanno frainteso, immaginando di riuscire a sacralizzare un’esperienza tranquilla e senza scossoni - con Lui sul comodino.
Ovvero, pittoresca e brillante in società - intimista dentro (con Lui nel cuoricino). Tutte cappe che attenuano le sporgenze di principio.
Gesù si accorge di chi lo segue per motivi indotti, quasi di festival entusiasti, o addirittura venali, opportunisti, e vuole solo spartirsi il malloppo del nuovo Re della Città santa.
Comprende per quale motivo si ritrova attorno tanti assiepati. Non hanno colto che Dio è al di là della loro portata.
Ancora ai giorni nostri, le molte folle che partecipano agli appuntamenti della «Chiesa degli eventi» - direbbe Papa Francesco - meravigliano.
Per questo motivo, il Cristo invia e fa verifiche, interpella e continua a incitare lo sgretolamento di qualsiasi illusione riflessa, quietista, esterna, interessata o facilona - che però aggrega.
La prima disposizione d’animo che incalza e punge è l’integrazione degli affetti, persino “famigliari”. Non per farci rinunciare a vivere.
Essi possono staccarci dalle esigenze sconfinate d’un rapporto tra persone che condividono grandi ideali oltre confine.
L’intralcio di vecchi sentimenti e legami devono essere infatti ricollocati, acquistando una luce nuova.
Obbiettivo è l’autentica festa. Non l’utile e immediato; neppure le mortificazioni devote o l’astratto perfezionismo di chi insegue atti di forza concitati e artificiosi.
Nessuno è tanto eroe da riuscire a non pensare più a se stesso e i suoi, ma subentra una dimensione prospettica; nonché l’esperienza del Padre, che provvede a creare svolte più sapienti.
Tutte le logiche di buonsenso ed equilibrio vengono valorizzate, eppure assumono un altro significato. In vista di un Amore nel quale ogni altro bene acquista pieno valore.
Persino l’attaccamento alla propria immagine e reputazione: «prendere, sollevare e portare il braccio della Croce» [v.27 senso del verbo greco].
Era il momento della massima solitudine e percezione di fallimento, personale, religioso, sociale.
Chi è agitato per l’opinione-attorno si limita, non inizia percorsi, non s’affida alle proprie doti e neppure le scopre; non impara a prendere il passo di ciò che avviene, né sovverte ciò che va detestato.
Parafrasando l'enciclica Fratelli Tutti (n.187, «I sacrifici dell’amore») si potrebbe dire che proprio «a partire da lì, le vie che si aprono sono diverse da quelle d’un pragmatismo senz’anima».
Non basta accettare le normali contrarietà.
Non possono essere in sequela Christi coloro che permangono attaccati all’idolo delle aspettative tranquille, del look, delle folle inneggianti e dell’opinione (tonificante) altrui.
Bugie, ma in fondo preziose - a rovescio. Perché non è questo l’entusiasmo che cerchiamo.
Lo sperimentiamo dentro: la brama di prestigio non ascolta gli autentici bisogni, non reinventa il presente.
La soggezione al timore del disprezzo sociale [questa la proposta della Croce] non costruisce la sorte di svolta che ci appartiene; la perde.
Malgrado il concitato vociare delle apparenze esteriori, nel giudizio dei Vangeli i conformisti e qualunquisti non scorgono il Sacro autentico.
La Parola di Dio non dichiara Fede certa “quanto ci serve” o quel che si riesce a “vendere”.
La disciplina e il discernimento tradizionali - ma anche le grandi idee disincarnate del pensiero modaiolo - mai vorranno rendere importante ciò che caratterizza la donna e l’uomo reali.
Secondo le attuali sofisticazioni, eventualmente, prima costoro dovranno accontentarsi d’essere numeri, ricalcare la consuetudine, adeguarsi.
In tal guisa, a prima vista il testimone critico potrebbe sembrare sbagliato o non equiparato: bisognerebbe allinearsi - non siamo per una ecclesiologia di comunione?.
Ma lo chiede la stessa convivialità delle differenze, anche in una medesima Famiglia.
Ciò che vale è sintonia che recupera tutto l’essere umano, compresi i poli opposti.
Essi ci completano, e dovranno prima o poi scendere in campo; sebbene non corrispondano al tratto fondamentale di ogni carattere.
Lo vediamo: personaggi che per non sentirsi svalutati e poco apprezzati si riadattano a tutte le stagioni - ma solo per assestarsi.
Non valorizzano le loro stesse contraddizioni energetiche… con l’unico scopo di vivacchiare.
Pensano: quando la vita sembra essere più forte di noi, tanto vale pareggiarsi - senza mai tentare di oggettivare le proprie più intime aspirazioni, inedite, personali, sproporzionate.
L’appuntamento con l’Imprevisto non s’accontenta di cose ordinate, artificiose, o cerebrali e schematiche, le quali attenuano il potenziale di crescita.
Siamo costretti a rimettere in circolo forze, virtù, risorse, persino quelle più aguzze, eccentriche e imprevedibili - che neppure pensavamo di avere.
Il contrasto coi poteri forti che chiedono la solita fedeltà a doppio taglio, e l’avversione degl’inquilini dei castelli di cartapesta, è semplicemente da mettere in conto.
Il potere cerca utili idioti e portaborse servili, non Apostoli che amano le variegate espressioni della vita.
Apparteniamo a un altro pianeta: non c’interessa la carriera, la gestione e la considerazione, ma la Chiamata per Nome, che attiva capacità sconosciute - quelle che moltiplicano energie e rimettono in moto.
Non c’è strada alternativa migliore, per superare anche l’emergenza globale, che attanaglia la vita odierna e il mondo: ci sta chiedendo di rigenerare, non di tornare come prima.
Terzo “impegno” (v.33): i beni in eccesso servono solo per costruire Relazione. Questa è la soglia della Felicità: rende simili a Dio.
Affare assurdo, ma fonte di gioia incondizionata, che ci porta assai più dell’emozione. Quindi bisogna aprire bene gli occhi.
Perché in missione non si vive di adrenalina, ma di convinzioni che riflettono la vita intima e la pienezza di essere - condizione celeste.
Non sogneremo più di cambiare smartphone, né la riga o lo strappo dei pantaloni, e divertirci comunque: allargheremo spazi, inventeremo strade, pianteremo un germe di società alternativa.
Chi ci mette la faccia per rendere saggio e trasparente il mondo anche ecclesiastico, deve però prima incontrare e misurare se stesso molto molto a fondo, perché egli va come in guerra (vv.31-32).
Anche per questo bisogna imparare a mettere in gioco una mente tutta nuova e non limitarsi a pettinare ninnoli da salotto, come fossimo presi dallo squallore delle rincorse - invece che da Mete struggenti e sacre.
Qui non si scherza: i gendarmi e i diversi clan consolidatissimi a guardia del loro antico o à la page sono capaci di tutto il peggio che c’è, per continuare a darsi importanza e occupare posizioni che contano, e rendono.
Si paga di persona. Si viene respinti. Ma la Fede sostiene: crede che il Signore non eserciti soprusi, né voglia attorno seguaci rassegnati.
Il suo Sogno valica il buon senso - per farci trasalire d’un imprevisto pondus che ritroviamo gratis in cuore.
A commento del Tao xxvi, il maestro Wang Pi scrive: «Perdere il fondamento è perdere la persona».
E il maestro Ho-shang Kung aggiunge: «Se il sovrano è leggero e arrogante perde i suoi ministri, se chi governa la sua persona è leggero e licenzioso perde l’essenza».
Comodino, cuoricino, esteriorità e bottino sono aspettative puerili.
D’ora in poi non si mercanteggia più: questa la nuova Torre (vv.28-30) da costruire.
Nel brano evangelico, tratto da san Luca, Gesù stesso dichiara con franchezza tre condizioni necessarie per essere suoi discepoli: amare Lui più di ogni altra persona e più della stessa vita; portare la propria croce e andare dietro a Lui; rinunciare a tutti i propri averi. Gesù vede una grande folla che lo segue insieme ai suoi discepoli, e con tutti vuole essere chiaro: seguire Lui è impegnativo, non può dipendere da entusiasmi e opportunismi; dev’essere una decisione ponderata, presa dopo essersi domandati in coscienza: chi è Gesù per me? È veramente “il Signore”, occupa il primo posto, come il Sole intorno al quale ruotano tutti i pianeti? E la prima lettura, dal Libro della Sapienza, ci suggerisce indirettamente il motivo di questo primato assoluto di Gesù Cristo: in Lui trovano risposta le domande dell’uomo di ogni tempo che cerca la verità su Dio e su se stesso. Dio è al di là della nostra portata, e i suoi disegni sono imperscrutabili. Ma Egli stesso ha voluto rivelarsi, nella creazione e soprattutto nella storia della salvezza, finché in Cristo ha pienamente manifestato se stesso e la sua volontà. Pur rimanendo sempre vero che “Dio, nessuno lo ha mai visto” (Gv 1,18), ora noi conosciamo il suo “nome”, il suo “volto”, e anche il suo volere, perché ce li ha rivelati Gesù, che è la Sapienza di Dio fattasi uomo. “Così – scrive l’Autore sacro della prima Lettura – gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza” (Sap 9,18).
[Papa Benedetto, omelia a Carpineto Romano 5 settembre 2010]
3. "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Lc 9, 23). Queste parole esprimono la radicalità di una scelta che non ammette indugi e ripensamenti. E' un'esigenza dura, che ha impressionato gli stessi discepoli e nel corso dei secoli ha trattenuto molti uomini e donne dal seguire Cristo. Ma proprio questa radicalità ha anche prodotto frutti mirabili di santità e di martirio, che confortano nel tempo il cammino della Chiesa. Oggi ancora questa parola suona scandalo e follia (cfr 1 Cor 1, 22‑25). Eppure è con essa che ci si deve confrontare, perché la via tracciata da Dio per il suo Figlio è la stessa che deve percorrere il discepolo, deciso a porsi alla sua sequela. Non ci sono due strade, ma una soltanto: quella percorsa dal Maestro. Al discepolo non è consentito di inventarne un'altra.
Gesù cammina davanti ai suoi e domanda a ciascuno di fare quanto Lui stesso ha fatto. Dice: io non sono venuto per essere servito, ma per servire; così chi vuol essere come me sia servo di tutti. Io sono venuto a voi come uno che non possiede nulla; così posso chiedere a voi di lasciare ogni tipo di ricchezza che vi impedisce di entrare nel Regno dei cieli. Io accetto la contraddizione, l'essere respinto dalla maggioranza del mio popolo; posso chiedere anche a voi di accettare la contraddizione e la contestazione, da qualunque parte vengano.
In altre parole, Gesù domanda di scegliere coraggiosamente la sua stessa via; di sceglierla anzitutto "nel cuore", perché l'avere questa o quella situazione esterna non dipende da noi. Da noi dipende la volontà di essere, in quanto è possibile, obbedienti come Lui al Padre e pronti ad accettare fino in fondo il progetto che Egli ha per ciascuno.
4. "Rinneghi se stesso". Rinnegare se stessi significa rinunciare al proprio progetto, spesso limitato e meschino, per accogliere quello di Dio: ecco il cammino della conversione, indispensabile per l'esistenza cristiana, che ha portato l'apostolo Paolo ad affermare: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).
Gesù non chiede di rinunciare a vivere, ma di accogliere una novità e una pienezza di vita che solo Lui può dare. L'uomo ha radicata nel profondo del suo essere la tendenza a "pensare a se stesso", a mettere la propria persona al centro degli interessi e a porsi come misura di tutto. Chi va dietro a Cristo rifiuta, invece, questo ripiegamento su di sé e non valuta le cose in base al proprio tornaconto. Considera la vita vissuta in termini di dono e gratuità, non di conquista e di possesso. La vita vera, infatti, si esprime nel dono di sé, frutto della grazia di Cristo: un'esistenza libera, in comunione con Dio e con i fratelli (cfr Gaudium et spes, 24).
Se vivere alla sequela del Signore diventa il valore supremo, allora tutti gli altri valori ricevono da questo la loro giusta collocazione ed importanza. Chi punta unicamente sui beni terreni risulterà perdente, nonostante le apparenze di successo: la morte lo coglierà con un cumulo di cose, ma con una vita mancata (cfr Lc 12, 13‑21). La scelta è dunque tra essere e avere, tra una vita piena e un'esistenza vuota, tra la verità e la menzogna.
5. "Prenda la sua croce e mi segua". Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire. Nell'insegnamento di Gesù quest'espressione non mette, però, in primo piano la mortificazione e la rinuncia. Non si riferisce primariamente al dovere di sopportare con pazienza le piccole o grandi tribolazioni quotidiane; né, ancor meno, intende essere un'esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non ricerca la sofferenza per se stessa, ma l'amore. E la croce accolta diviene il segno dell'amore e del dono totale. Portarla dietro a Cristo vuol dire unirsi a Lui nell'offrire la prova massima dell'amore.
Non si può parlare di croce senza considerare l'amore di Dio per noi, il fatto che Dio ci vuole ricolmare dei suoi beni. Con l'invito *seguimi+ Gesù ripete ai suoi discepoli non solo: prendimi come modello, ma anche: condividi la mia vita e le mie scelte, spendi insieme con me la tua vita per amore di Dio e dei fratelli. Così Cristo apre davanti a noi la *via della vita+, che è purtroppo costantemente minacciata dalla "via della morte". Il peccato è questa via che separa l'uomo da Dio e dal prossimo, provocando divisione e minando dall'interno la società.
La "via della vita", che riprende e rinnova gli atteggiamenti di Gesù, diviene la via della fede e della conversione. La via della croce, appunto. E' la via che conduce ad affidarsi a Lui e al suo disegno salvifico, a credere che Lui è morto per manifestare l'amore di Dio per ogni uomo; è la via di salvezza in mezzo ad una società spesso frammentaria, confusa e contraddittoria; è la via della felicità di seguire Cristo fino in fondo, nelle circostanze spesso drammatiche del vivere quotidiano; è la via che non teme insuccessi, difficoltà, emarginazioni, solitudini, perché riempie il cuore dell'uomo della presenza di Gesù; è la via della pace, del dominio di sé, della gioia profonda del cuore.
6. Cari giovani, non vi sembri strano se, all'inizio del terzo millennio, il Papa vi indica ancora una volta la croce come cammino di vita e di autentica felicità. La Chiesa da sempre crede e confessa che solo nella croce di Cristo c'è salvezza.
Una diffusa cultura dell'effimero, che assegna valore a ciò che piace ed appare bello, vorrebbe far credere che per essere felici sia necessario rimuovere la croce. Viene presentato come ideale un successo facile, una carriera rapida, una sessualità disgiunta dal senso di responsabilità e, finalmente, un'esistenza centrata sulla propria affermazione, spesso senza rispetto per gli altri.
Aprite però bene gli occhi, cari giovani: questa non è la strada che fa vivere, ma il sentiero che sprofonda nella morte. Dice Gesù: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà". Gesù non ci illude: "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?" (Lc 9, 24‑25). Con la verità delle sue parole, che suonano dure, ma riempiono il cuore di pace, Gesù ci svela il segreto della vita autentica (cfr Discorso ai giovani di Roma, 2 aprile 1998).
Non abbiate paura, dunque, di camminare sulla strada che il Signore per primo ha percorso. Con la vostra giovinezza, imprimete al terzo millennio che si apre il segno della speranza e dell'entusiasmo tipico della vostra età. Se lascerete operare in voi la grazia di Dio, se non verrete meno alla serietà del vostro impegno quotidiano, farete di questo nuovo secolo un tempo migliore per tutti.
Con voi cammina Maria, la Madre del Signore, la prima dei discepoli, rimasta fedele sotto la croce, da dove Cristo ci ha affidati a Lei come suoi figli. E vi accompagni anche la Benedizione Apostolica, che vi imparto di gran cuore.
Dal Vaticano, 14 Febbraio 2001
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XVI GMG]
Nel Vangelo di oggi Gesù insiste sulle condizioni per essere suoi discepoli: non anteporre nulla all’amore per Lui, portare la propria croce e seguirlo. Molta gente infatti si avvicinava a Gesù, voleva entrare tra i suoi seguaci; e questo accadeva specialmente dopo qualche segno prodigioso, che lo accreditava come il Messia, il Re d’Israele. Ma Gesù non vuole illudere nessuno. Lui sa bene che cosa lo attende a Gerusalemme, qual è la via che il Padre gli chiede di percorrere: è la via della croce, del sacrificio di se stesso per il perdono dei nostri peccati. Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ogni uomo e per tutti gli uomini. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È tanto misericordioso Gesù! E questo perdono universale, questa misericordia, passa attraverso la croce. Gesù non vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi … A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato in Lui il Bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre relazioni, il lavoro, i beni culturali ed economici e così via… Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio.
Per spiegare questa esigenza, Gesù usa due parabole: quella della torre da costruire e quella del re che va alla guerra. Questa seconda parabola dice così: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace» (Lc 14,31-32). Qui Gesù non vuole affrontare il tema della guerra, è solo una parabola. Però, in questo momento in cui stiamo fortemente pregando per la pace, questa Parola del Signore ci tocca sul vivo, e in sostanza ci dice: c’è una guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona: ecco il seguire Cristo, ecco il prendere la propria croce! Questa guerra profonda contro il male! A che serve fare guerre, tante guerre, se tu non sei capace di fare questa guerra profonda contro il male? Non serve a niente! Non va… Questo comporta, tra l’altro, questa guerra contro il male comporta dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve; dire no alla violenza in tutte le sue forme; dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Ce n’è tanto! Ce n’è tanto! E sempre rimane il dubbio: questa guerra di là, quest’altra di là - perché dappertutto ci sono guerre - è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi nel commercio illegale? Questi sono i nemici da combattere, uniti e con coerenza, non seguendo altri interessi se non quelli della pace e del bene comune.
[Papa Francesco, Angelus 8 settembre 2013]
1-2 Novembre]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14)
1. San Giovanni racconta e descrive una visione: Io, Giovanni, ho visto un angelo che saliva da oriente, da dove sorge il sole e, successivamente, ho visto una folla immensa, che nessuno poteva contare. Contempliamo con l’apostolo una visione mistica, in altri termini, una rappresentazione simbolica che non va però interpretata alla lettera. Per comprenderne il messaggio che l’autore intende trasmettere, bisogna andare oltre le immagini che descrive. Giovanni racconta una grande processione composta da due gruppi distinti. Il primo gruppo è formato da 144.000 persone, che definisce servitori di Dio. Numero che non va inteso in senso letterale, ma simbolico e queste persone portano il sigillo del Dio vivente, che rappresenta il Battesimo. Si tratta quindi del popolo dei battezzati, cioè dei cristiani in quel tempo perseguitati ai quali Giovanni si rivolge nel libro dell’Apocalisse, ultimo della Bibbia. Il secondo gruppo è costituito da una folla immensa e innumerevole, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che rappresenta l’intera umanità. Il numero quattro, presente simbolicamente in questa enumerazione, richiama il mondo creato, il cosmo e tutti gli esseri umani, forse anche attraverso il riferimento ai quattro punti cardinali. Ma quale è il significato dei simboli? La folla immensa indossa vesti bianche, sta in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello e tiene in mano delle palme, tutti elementi con un preciso significato: le vesti bianche indicano la purezza e la veste nuziale, simbolo della salvezza; lo stare in piedi richiama la condizione di chi è risorto e ha vinto la morte e le palme sono il simbolo della vittoria; il trono di Dio e l’Agnello descrivono la presenza divina davanti alla quale si riunisce la folla dei salvati. Tutti questi simboli provano che quelle persone hanno raggiunto la salvezza e la folla stessa lo proclama, affermando che la salvezza appartiene a Dio, che siede sul trono, e all’Agnello.
2. Ma quale è il rapporto tra i battezzati e la folla dei salvati? Un aspetto importante è che la seconda folla, quella immensa e proveniente da tutta l’umanità, non porta il sigillo del Battesimo descritto per il primo gruppo. Nasce quindi una domanda: chi ha contribuito alla salvezza di questa folla? Secondo l’interpretazione proposta dal testo, un ruolo fondamentale è svolto proprio dai 144.000, cioè dai cristiani contemporanei di Giovanni. Alla fine del primo secolo, questi cristiani affrontavano una terribile persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96 dC). Nonostante le sofferenze e le difficoltà, essi erano chiamati a rimanere fedeli alla propria fede e a continuare a testimoniare il Vangelo. La loro perseveranza non era importante soltanto per loro stessi, ma perché poteva portare frutti anche per gli altri uomini. Il messaggio principale che Giovanni vuole trasmettere ai cristiani perseguitati è un invito a non perdere la fede e a perseverare anche nelle situazioni più difficili perché le sofferenze affrontate durante la persecuzione non sono inutili: attraverso la loro testimonianza, i cristiani possono contribuire alla salvezza dell’intera umanità.
3. Qui l’apostolo parla della «grande prova», riferendosi alle persecuzioni che i cristiani in quel tempo erano costretti a sopportare. Proprio nella prova si trova un significato profondo: la fedeltà a Dio, soprattutto quando comporta sofferenza, diventa uno strumento attraverso il quale altre persone vengono condotte alla salvezza. La visione, quindi, non vuole soltanto rassicurare i cristiani perseguitati, ma anche mostrare che la loro testimonianza ha un valore universale. Il messaggio è chiaro: attraverso questa immagine, l’Apocalisse insegna che quando i cristiani rimangono fedeli nelle persecuzioni, la loro testimonianza porta frutti che vanno ben oltre la loro comunità e, perseverando fedelmente nelle prove e nel martirio spesso crudele, i credenti contribuiscono alla salvezza dell’intera umanità. La visione esprime così un messaggio di speranza: più le prove sono dure, più il cristiano diventa strumento di conversione e di salvezza per tanti. Nota. l’esercito romano usava mettere un segno sulla fronte delle reclute; allo stesso modo il battezzato diventa soldato del re del cielo e questo sigillo protettore era conosciuto anche nell’Antico Testamento (Es. 12,7; Ez 9,4). Inoltre nell’Apocalisse Giovanni vede la vittoria dei poveri e dei piccoli come rivelazione della vittoria di Dio sulle forze del male.
Salmo responsoriale (23/24)
1. Ci troviamo nel Tempio di Gerusalemme. Una grande processione si avvicina e, arrivata alle porte del Tempio, due cori iniziano a cantare alternandosi e dialogando tra loro: «Chi salirà sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Già il profeta Isaia paragonava Dio, tre volte Santo, a un fuoco divorante e si poneva questa domanda: «Chi di noi potrà resistere davanti a questo fuoco divorante? Chi potrà stare davanti a queste fiamme eterne?» (Is33,14). Il significato è che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di sostenere la vista di Dio e lo splendore della sua gloria. Il salmo esprime la gioia e il trionfo del popolo eletto, che viene accolto alla presenza di Dio senza averne alcun merito.
2. Una delle grandi scoperte del popolo d’Israele è che Dio è il Santo, completamente diverso da ogni altra realtà, ma allo stesso tempo si fa vicino all’uomo. Nonostante la sua santità e la sua grandezza, Dio permette all’uomo di stare alla sua presenza e di vivere in comunione con lui. Questo salmo è legato alla festa di Tutti i Santi perché i santi sono coloro che sono saliti sul monte del Signore e sono stati accolti alla sua presenza e ora .si uniscono agli angeli nel canto di lode. Durante la Messa, i cristiani cantano il Santo, unendosi spiritualmente alla moltitudine degli angeli e dei santi e oggi, festa di Tutti i Santi, la liturgia commemora questa folla immensa, che nessuno può contare.
3. Il salmo descrive poi la risposta alla domanda iniziale e cioè la persona che può stare davanti a Dio è “chi ha mani innocenti e cuore puro” e non si affida agli idoli. Il significato principale di “purezza” non riguarda il comportamento morale perché il popolo sa di essere accolto da Dio non per i propri meriti, ma per la sua benevolenza e la condizione fondamentale richiesta è rimanere fedele all’unico vero Dio rifiutando gli idoli. Nella Bibbia, la parola puro può essere paragonata al suo significato in chimica: una sostanza è pura quando non è mescolata con altre sostanze. Allo stesso modo, un cuore puro è un cuore che si si rivolge soltanto a Dio. La purezza del cuore, quindi, significa soprattutto fedeltà totale a Dio e il salmo insegna che l’uomo può stare alla sua presenza non perché sia perfetto o abbia accumulato meriti, ma perché cerca di vivere nella fedeltà all’unico vero Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Giovanni (3, 1-3)
1. «Carissimi, vedete…»: con queste parole San Giovanni ci invita a contemplare, perché imparare a guardare è fondamentale per la nostra vita di fede. Tutta la storia dell’umanità può essere considerata un percorso attraverso il quale l’uomo impara a vedere nel modo giusto. Gesù diceva: «Hanno occhi per vedere, ma non vedono». Questo è il dramma dell’uomo: avere occhi senza riuscire a riconoscere la verità, senza vedere l’amore di Dio per l’umanità. San Giovanni invita qui a imparare a guardare con gli occhi della fede. Il tema dello sguardo è presente in tutta la Bibbia e ha sempre lo stesso significato: saper guardare e aprire gli occhi significa scoprire il vero volto di Dio, che è amore.
2. Al contrario, il nostro modo di guardare può essere deformato e portarci a interpretare male la realtà. Come avvenne nel giardino dell’Eden, dove tutto dipende dal modo in cui Adamo ed Eva hanno guardato e interpretato ciò che li circondava. il giardino dell’Eden, ha al suo centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio permette all’uomo di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso quello della vita, ma gli proibisce di mangiare il frutto di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente pone alla donna una domanda apparentemente innocente: «È vero che Dio vi ha detto di non mangiare i frutti di nessun albero del giardino?». Il semplice fatto di prestare ascolto al serpente comincia a modificare lo sguardo. Eva, infatti, inizia a considerare come centrale l’albero proibito, anziché l’albero della vita. La sua attenzione si sposta dalla bontà dei doni ricevuti da Dio verso ciò che le è stato vietato. Questo particolare è importante perché mostra come, a volte, sia sufficiente ascoltare una voce ingannevole per cominciare a vedere la realtà in modo sbagliato. Il serpente continua a ingannare Eva, promettendole che, se mangerà il frutto, non morirà, ma diventerà come Dio, conoscendo il bene e il male. La donna allora guarda l’albero e lo vede buono da mangiare, bello da contemplare e desiderabile per acquistare saggezza. Il racconto insiste volutamente sulle parole legate alla vista e allo sguardo. Prende il frutto, lo mangia e lo offre ad Adamo, che mangia a sua volta. A quel punto, il testo afferma che gli occhi di entrambi si aprono e vedono la loto nudità. Non solo non sono diventati come Dio, ma iniziano a vivere dolorosamente la propria nudità, cioè la loro fragilità e povertà fondamentale. Il racconto mostra quindi che uno sguardo ingannato può allontanare l’uomo dalla verità e far perdere di vista la bontà di Dio.
3. Quale legame esiste tra il racconto di Adamo ed Eva e questa Lettura? La storia di Adamo ed Eva è sempre stata considerata una chiave per comprendere l’infelicità e la sofferenza dell’umanità. L’uomo, ingannato, arriva a sospettare di Dio e a considerarlo qualcuno che vuole impedirgli di essere felice. San Giovanni, invece, ci invita a fare il contrario: «Guardate!», cioè imparate a vedere e ad aprire gli occhi. Il messaggio è che dobbiamo imparare a riconoscere il vero volto di Dio e il suo amore per noi. Quando Dio pone un limite all’uomo, non lo fa per impedirci di essere felici, anzi desidera il bene dell’umanità. Per questo è importante imparare a guardare la realtà attraverso la fede, senza lasciarsi ingannare da ciò che ci porta a dubitare del suo amore. Imitando l’esempio dei santi che oggi commemoriamo, impariamo a guardare con gli occhi della fede, per riconoscere l’amore di Dio e il suo progetto per l’umanità; apriamo gli occhi per riconoscere il vero volto di Dio. Il messaggio è chiaro: Dio non vuole privarci del bene, ma ci ama e desidera il nostro bene. Per vivere autenticamente la fede dobbiamo quindi imparare a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la bontà e l’amore di Dio nella nostra vita.
Dal Vangelo secondo san Matteo (5, 1-12a)
1. "Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo..." . Gesù sale sul monte come Mosè sul Sinai, ma mentre Mosè scese portando tavole di pietra e una Legge con norme precettive, Gesù sale sul monte, cioè si pone con autorità, si siede che è il gesto del Maestro, del Rabbino che insegna con autorità e apre la bocca non per comandare qualcosa, ma per annunciare il vangelo della santità: "Beati". Non dà quindi precetti, traccia piuttosto un ritratto; non dice "dovete essere così", ma esorta: "voi siete già beati se...". Le Beatitudini non sono quindi otto comandamenti nuovi, più difficili dei precedenti. Sono in verità otto nomi di Gesù, il ritratto della sua vita e della sua missione, la sua carta d'identità che possiamo riconoscere nella vita di chi lo vuole seguire senza compromessi. E oggi, nella liturgia che ci fa contemplare tutti i santi nella gloria del Cielo, riconosciamo la santità dai mille volti. I santi non sono infatti superman, ma persone nelle quali le Beatitudini hanno preso carne in maniera che la loro vita ne diventa l’attuazione concreta. Nella diversità dei carismi essi ci ricordano che a tutti, proprio a tutti è possibile diventare santi, perché Gesù “il Santo per eccellenza” ci mostra l’esempio e ci assicura il suo costante sostegno. Con il battesimo tutti siamo santi, in altre parole apparteniamo a Dio per sua gratuita misericordia e la vita ci è data come concreta opportunità per incarnare in noi la divina volontà. E oggi, nel fulgore del trionfo del Cielo, riconosciamo i mille volti che assume la santità nelle storie di persone con tante esperienze spirituali diverse. Se ogni giorno dell’anno il calendario liturgico ci presenta “Beati e Santi” riconosciuti e proclamati tali dalla Chiesa, oggi abbracciamo un popolo immenso di gente semplice e umile, volti e nomi che fanno parte della storia quotidiana, persone che incarnano senza rumore le Beatitudini evangeliche in ognuna delle quali brilla un aspetto della santità di Dio.
2. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Povero in spirito non è chi non ha nulla, ma chi sa di non bastare a se stesso. È l'opposto dell'uomo dell’intelligenza artificiale, che deve ottimizzare tutto e controllare tutto. Il povero dice: "Signore, ho bisogno di Te" e Dio in Gesù, che "da ricco che era si è fatto povero" (2 Cor 8,9), ha bisogno di farsi mendicante d'amore e la santità di Dio si fa piccola. Quanti uomini e donne di cui non conosciamo i nomi hanno vissuto nella semplicità e povertà come san Francesco ormai noto a tutti, e beato è allora chi non costruisce la sua vita sull'immagine, sul profilo, sul successo, ma si affida alle mani paterne di Dio. "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati". Qui Dio si rivela come Consolatore. Il pianto non è debolezza, è la preghiera più vera perché Dio non è il Dio che toglie le lacrime con un tutorial, ma che piange con noi. Gesù piange su Gerusalemme, piange per Lazzaro. Le lacrime del credente sono la santità di Dio che condivide la ferita d’ogni corpo umano e beato è chi non scappa dal dolore con distrazioni infinite, ma lo abita e lo offre. "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra". Mite non è il debole che non si arrabbia mai, ma chi ha forza e non la usa per schiacciare. Dio è mite: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"(Mt 11,29). La mitezza conquisterà il mondo, e beato è chi in famiglia, al lavoro, sui social, non pretende di vincere sempre. "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati". Giustizia qui non è legalismo, ma tzedekah cioè il desiderio ardente che Dio regni, che l'uomo sia rispettato. Dio affamato di giustiziae non sopporta il male fatto al povero e beato è chi non si accontenta di dire "così fan tutti", ma ha fame di un mondo più giusto. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Misericordia è il cuore di Dio, anzi rachamim, le sue viscere materne. Dio quindi non ha un algoritmo che calcola, ha viscere che si commuovono ed è beato chi perdona 70 volte 7, chi versa olio e non aceto sulle ferite di ogni persona. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Puro non è chi non ha mai peccato, è chi ha il cuore non diviso. Cor mundum, cuore semplice senza doppie intenzioni. Dio è puro, trasparente, è luce senza ombra e il puro vede perché non ha filtri di interesse. Beato allora è chi limpido, senza maschere e non vive di like. "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Notate: non dice beati i pacifici, quelli tranquilli, ma gli operatori, i costruttori di pace. In ebraico shalom non è assenza di guerra, è pienezza di vita. Dio è operatore di pace perché ha rotto il muro tra cielo e terra e agisce in ogni cuore assetato di vera pace. Beato è chi non alimenta il rancore, chi lavora per la riconciliazione, chi in casa spegne il cellulare per accendere il dialogo e diventa apostolo di ascolto anche laddove sembra impossibile. "Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È il sigillo finale. Dio è il perseguitato: dal presepe alla croce è stato sempre combattuto e rifiutato. La santità vera dà fastidio, perché smaschera e beato è chi resta fedele anche quando costa, chi non vende la coscienza per comodità. In definitiva ogni beatitudine ripete: non scoraggiarti e ascolta Gesù che indica il concreto sentiero della felicità che nemmeno la morte è capace di annullare. Il mondo predica: beati i ricchi, i forti, quelli che non piangono mai, i furbi, i senza cuore, i violenti, i vincenti. Gesù indica l'esatto opposto e la storia mostra che ha ragione. Ad esempio chi ricorda ed esalta oggi Erode, Pilato e altri personaggi che nei secoli sembravano onnipotenti? Il Vangelo invece continua a cambiare cuori e a seminare santi nei sentieri della storia. La folla di tutti i santi che oggi celebriamo sono, come diceva papa Francesco, “i santi della porta accanto”: Le nonne, le mamme che pregano e piangono spesso in silenzio, i papà che portano il peso della famiglia senza lamentarsi, i giovani che scelgono la purezza in un mondo che carezza ogni tipo di perversione, i bambini, i giovani e gli adulti malati che offrono tutto a Gesù per la conversione dei peccatori, i preti che continuano a testimoniare la gioia del vangelo anche quando tutto appare troppo faticoso e persino inutile. In definitiva santo è chi nel proprio cuore, pur tra fragilità e peccati, si lascia amare da Dio e lo segue cercando di affrontare con perseverante coraggio gli ostacoli della vita.
Commemorazione di tutti i fedeli defunti [2 Novembre]
Quest’oggi è dato a ogni prete di celebrare tre sante messe e per ognuna sono previste apposite Letture. Mi limito qui semplicemente a commentare tre Letture e un Salmo responsoriale.
Prima Lettura dal libro di Giobbe (19,1- 23-27)
1. L’autore sacro riflette sul significato della sofferenza, della fede e di Dio come liberatore, partendo dalla figura biblica di Giobbe, il simbolo di ogni uomo che soffre. Giobbe rappresenta il popolo d’Israele e, più in generale, tutti gli esseri umani che affrontano il problema del male, della sofferenza, del dolore e della morte. Non è necessariamente un personaggio realmente esistito: è piuttosto una figura simbolica nella quale si riconoscono miliardi di persone, compresi noi stessi quando soffriamo. Lo scrittore biblico è coraggioso perché osa gridare e ribellarsi contro la sofferenza in tutte le sue forme, ma nonostante il dolore, Giobbe resta un uomo credente e la sua fede si fonda sulla convinzione che Dio è vicino a ogni persona che soffre. Questa certezza accompagna il popolo d’Israele fin dall’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Esodo capitolo3) e Giobbe considera questa fede così importante da desiderare che le sue parole siano incise per sempre nella pietra, con uno scalpello di ferro e del piombo, affinché nessuno possa cancellarle. Nell’antichità, infatti, il piombo veniva versato nelle lettere incise per renderle più leggibili.
2. Il mio redentore è vivo. La parola redentore significa in realtà liberatore e deriva dal termine ebraico Go’el, che indica il parente più prossimo, responsabile di liberare un familiare caduto in schiavitù a causa dei debiti. Nell’antico Israele, se una persona era costretta a vendersi come schiava per pagare i debiti, il parente più vicino doveva intervenire per riscattarla, pagando il creditore e restituendole la libertà (Levitico 25,47-49). Allo stesso modo, se qualcuno era costretto a vendere le proprie terre, il parente aveva il diritto di riacquistarle per preservare il patrimonio familiare (Levitico 25,25). Il pagamento economico era necessario, ma non era lo scopo principale: l’obiettivo fondamentale era liberare la persona dalla schiavitù. Questa istituzione esprime un principio importante: ogni membro del popolo di Dio deve essere libero. Per questo, nessun israelita dovrebbe accettare che un proprio familiare rimanga schiavo e il popolo d’Israele applica questa idea anche a Dio, riconoscendolo come il proprio parente più vicino e il proprio liberatore. Lo chiama quindi Go’el. Dio ha dimostrato di essere il liberatore d’Israele in diverse occasioni, a cominciare dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Anche durante l’esilio a Babilonia, il profeta Isaia ha sostenuto la speranza del popolo, promettendo la liberazione.
3. In questo breve testo, che richiama la promessa di Isaia, vale la pena ricordare qualche concetto fondamentale. Giobbe appresenta ogni persona che soffre e si interroga sul male, sul dolore e sulla morte. La fede è la fiducia in un Dio vicino a chi soffre, anche nei momenti più difficili. Il grido di Giobbe mostra che credere non significa non soffrire o non protestare contro il dolore. Dio liberatore mostra che Israele riconosce Dio come il proprio Go’el, colui che libera dalla schiavitù e restituisce la speranza. La libertàè il valore centrale del riscatto; il denaro è soltanto uno strumento per raggiungerla. Il messaggio centrale è che la fede biblica non nega la sofferenza, ma afferma che Dio è vicino a chi soffre e agisce come liberatore e persino secondo alcune trascrizioni come “vendicatore del sangue” (Numeri35,19), offrendo speranza e libertà.
Salmo responsoriale (62/63)
1. L’espressione «Gioisco all’ombra delle tue ali» appartiene a un salmo che descrive l’intimità tra Dio con il suo popolo. Per comprenderla, bisogna immaginare il Tempio di Gerusalemme prima della sua distruzione, avvenuta nel 587 a.C. da parte di Nabucodonosor. Nel luogo più sacro del Tempio, il Santo dei Santi (letteralmente Santo delle cose sante) si trovava l’Arca dell’Alleanza, un cofano di legno prezioso ricoperto d’oro, che custodiva le tavole della Legge. Sopra l’Arca erano poste due grandi statue di cherubini. I cherubini erano figure celesti provenienti dalla tradizione mesopotamica, rappresentate con corpo e zampe di leone, volto umano e grandi ali. In Mesopotamia erano venerati come divinità, mentre in Israele erano considerati semplici creature al servizio di Dio. Le loro ali spiegate proteggevano simbolicamente l’Arca ed erano considerate lo sgabello del trono divino. Il sacerdote che pregava nel Tempio, sotto quelle ali, si sentiva quindi avvolto dalla tenerezza e dalla protezione di Dio, dall’alba fino alla notte. Anche le altre immagini del salmo derivano dalla vita dei leviti, coloro che erano incaricati del servizio religioso nel Tempio. L’espressione «Ti ho contemplato nel santuario» ricorda che soltanto i leviti potevano entrare nella parte santa del Tempio. Le parole «Per tutta la vita ti benedirò» indicano che la loro esistenza era consacrata alla lode di Dio, mentre «Le mani alzate invocando il tuo nome» descrive il loro atteggiamento durante la preghiera. L’immagine di essere saziati come durante un banchetto richiama i sacrifici seguiti da pasti di comunione e la parte della carne dei sacrifici destinata al nutrimento dei leviti. Infine, il ricordo di Dio durante la notte richiama la vita di coloro che prestavano servizio nel Tempio e vi trascorrevano il loro tempo.
2. In realtà, il salmo è una metafora: il levita rappresenta tutto il popolo d’Israele, che dalle origini della sua storia fino alla fine dei tempi cerca Dio e desidera vivere in intimità con lui. Quando il salmo dice «Ti cerco fin dall’alba», non si riferisce soltanto all’inizio della giornata, ma all’alba dei tempi, cioè alla ricerca di Dio da parte d’Israele lungo tutta la sua storia. Le parole «La mia anima ha sete di te, la mia carne anela a te, come terra arida, assetata e senz’acqua» esprimono profondamente questo desiderio. L’immagine della terra deserta che attende la pioggia per tornare a vivere era particolarmente concreta per il popolo d’Israele, abituato a conoscere la siccità. Allo stesso modo, l’anima ha bisogno di Dio per ritrovare vita e speranza. Il messaggio centrale è che Israele ha sete di Dio fin dall’inizio della sua storia, e questa sete diventa ancora più intensa perché il popolo ha già sperimentato la sua presenza e la sua vicinanza. La preghiera più autentica nasce proprio dalla consapevolezza della nostra povertà spirituale e del nostro bisogno di Dio, come il grido di una persona disidratata che supplica: «Ho sete».
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-23)
1. In occasione della commemorazione di tutti i defunti, cioè di coloro che sono già tornati al Padre, ci troviamo inevitabilmente di fronte al mistero della morte. La Chiesa ci invita a riflettere sul grande progetto di Dio, nel quale rientrano tutta la nostra vita, la nostra morte e quella di tutte le persone. Nella Lettera ai Romani, Paolo descrive questo progetto come una nascita: quella di una nuova creazione e di una nuova umanità. Per questo afferma che tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto. Questa immagine indica che il progetto di Dio si realizza progressivamente, come una nascita che richiede tempo e sofferenza. La creazione, dunque, non è soltanto un evento del passato, ma un progetto sempre in corso. Il popolo d’Israele viveva nell’attesa delle promesse di Dio; Paolo, che condivideva questa speranza, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha compreso l’attesa in una prospettiva nuova.
2. Tutto dipende dalla risurrezione di Cristo: se Cristo non fosse risorto, la nostra fede e la nostra speranza crollerebbero; se invece è risorto, allora il mondo è cambiato, perché l’amore e la vita hanno vinto l’odio e la morte, e il Regno di Dio è già iniziato. Con la risurrezione di Gesù siamo già entrati nel mondo nuovo e possiamo vivere come uomini nuovi. Nella sua prima lettera, Giovanni afferma che siamo già figli di Dio, anche se non si è ancora manifestato pienamente ciò che saremo. Quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv3,2-3). La speranza dei cristiani è che la risurrezione di Cristo raggiunga tutta l’umanità e la trasformi, diffondendosi come un contagio. Gesù stesso ha detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
La nostra missione è quindi diffondere il fuoco dell’amore di Dio nel mondo, sapendo che lo Spirito Santo è sempre al nostro fianco. È lui che continua ad agire nel mondo per orientarlo verso Dio. Come ricorda Paolo, abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma attendiamo ancora la piena adozione a figli di Dio e la redenzione del nostro corpo. In definitiva il messaggio centrale di questo testo è che la morte non è la fine del progetto di Dio. Grazie alla risurrezione di Cristo, siamo chiamati a vivere nella speranza di una nuova creazione, e, in attesa della piena realizzazione della nostra vita come figli di Dio, a testimoniare l’amore e a diffondere nel mondo il fuoco dello Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46).
1. Ieri abbiamo festeggiato la moltitudine dei salvati osannanti nella gloria della Trinità. Oggi veniamo al cimitero e ci fermiamo a pregare per i nostri cari defunti che stanno camminando verso quella stessa meta. La Chiesa, da madre saggia, ci fa ascoltare il Vangelo più esigente: il giudizio finale che ci attende alla fine della vita. Gesù dice: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni". Questa èìuna verità che talora dimentichiamo: per tutti, con la morte, arriverà il giorno del giudizio e con il giudizio il destino eterno, paradiso o inferno. Non si tratta di un esame riservato soltanto a pochi e non c'è scappatoia perché la morte arriva per tutti e quel giorno è noto solamente a Dio. Stolto è pertanto chi vive come se non dovesse mai morire: costruisce case, carriera, conti in banca, sogna progetti di ogni tipo, senza mai alzare lo sguardo verso il cielo e non si preoccupa di prepararsi all’incontro con Colui che esaminerà la nostra vita nell’ultimo nostro giorno a noi sconosciuto. Gesù però, nella sua misericordia, ci ha già rivelato il contenuto e il contesto dell'esame che segnerà quell’incontro. Chi sarà il giudice? Non un impiegato freddo in un tribunale di giustizia, ma il Figlio dell'uomo, il Re che ha regnato dalla mangiatoia di Betlemme all’estremo abbandono del Golgota, Colui che ha già pagato per noi donando la sua vita per la nostra salvezza; il Samaritano della parabola che si è fatto nostro prossimo. Il giudizio, quindi, non sarà una vendetta, ma rivelazione della verità che salva conoscendo ogni nostra intenzione nascosta. E compirà questo giudizio come il pastore che separa le pecore dai capri. Non separa i buoni dai cattivi giudicando in base a quanto hanno pregato o digiunato e quanti rosari hanno detto. Separa in base a una sola condizione: se hanno amato in maniera concreta compiendo le opere di misericordia:"Ero affamato e mi avete dato da mangiare, assetato e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi". Non quindi un esame di teologia, ma un confronto sulla realtà, un test vero di amore incarnato. "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?". "Quando ti abbiamo visto così e non ti abbiamo servito?". Questo giudizio in verità comincia già qui e ora, in ogni gesto d'amore verso il fratello. Ogni volta che visitiamo un anziano, che diamo da mangiare a chi ha fame, che accogliamo lo straniero, che perdoniamo, che consoliamo chi è sfiduciato, stiamo già scrivendo da soli il giudizio che meriteremo.
2. Se è stolto chi vive senza mai rendersi conto che può morire in ogni momento, ugualmente stolto è chi vive angosciato dall’idea di morire. Questa pagina del vangelo non è stata scritta per terrorizzarci, bensì per incoraggiarci. Non dimentichiamo che il Giudice è lo stesso Gesù che ha detto: "Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo"; è lo stesso che sulla croce perdona il ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso"; è lo stesso che ha promesso: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La morte per il cristiano non sarà quindi un incontro con un re e giudice estraneo e severo, ma l’abbraccio con la misericordia divina. Se allora cerchiamo di riconoscere il volto di Cristo nei poveri e nelle persone che incontriamo nelle strade di questo mondo, in quel momento quello stesso volto si mostrerà a noi nello splendore di un eterno “faccia a faccia”. Ma resta una verità da non dimenticare: il giudizio è serio e veritiero; il paradiso esiste per chi ha creduto all’amore divino e l'inferno sarà per chi in piena libertà e consapevolezza ha deciso di dire “no all'amore” per sempre.
3. A questo punto nasce una domanda: i morti che cosa ci dicono con il loro silenzio? Andando a visitarli nei cimiteri portiamo fiori e accendiamo lumini, gesti senza dubbio encomiabili di memoria e di amore. Ma loro ci supplicano per un dono più grande: pregare per loro perché hanno bisogno della nostra preghiera, della santa Messa, delle indulgenze. Allo stesso tempo ci ricordano che possiamo fare di loro concreta memoria quando visitiamo un ammalato, accogliamo uno straniero, aiutiamo chi domanda sostegno e perdoniamo chi ci offende: ci ricordano che ogni opera di misericordia corporale e spirituale è l’unico modo di prepararci al giudizio finale. In definitiva ci ripetono: Abbiamo sbagliato tante volte, ma abbiamo cercato di amare e voi fate lo stesso, non perdete tempo, amate oggi, perché oggi è “il giorno favorevole". Infondo ci sollecitano a riempire la vita di gesti, scelte e decisioni coerenti con la nostra fede perché quando la morte busserà alla nostra porta, servirà amore e amore concreto per ascoltare queste parole: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".
+Giovanni D’Ercole
(Lc 14,15-24)
Gesù non paragona il Regno del Padre a un’assemblea solenne, bensì a una grande Cena!
La proposta di novità festante viene però rifiutata. Gli autosufficienti ed esperti hanno altri impegni e interessi.
L’invito a prendere parte alla Festa è stato inizialmente rivolto ai figli d’Israele, che ancora paragonavano i tempi messianici a un Banchetto, caratterizzato da gratitudine e fraternità [interna].
Nelle prime comunità le difficoltà ad allargare i criteri di comunione venivano appunto dai convertiti dal giudaismo, che per lunga pratica conservavano l’usanza di non condividere il cibo coi lontani; così lo spezzare del Pane eucaristico.
Nell’ambito delle loro usanze e delle norme sacrali attestate nella Torah (Dt 20,5-7) il comportamento di coloro che rifiutano l’invito della parabola del Banchetto (vv.18-20) era legittimo dal punto di vista del diritto riconosciuto - non dell’amicizia.
È per accentuare il senso del gesto che il padrone della festa ordina ai servitori di raccogliere proprio coloro che erano socialmente esclusi dalla religione antica, perché considerati impuri: i pagani, i traballanti. Aperti all’attesa.
Cristo continua a tracciare una linea divisoria tra chi propugna un ordine e ideali intoccabili sopra la realtà umana, e coloro che essendo in periferia sono sempre ben disposti a partecipare alla Festa.
Non sono i “tutti preoccupati del rito”, delle maniere, dell’apparire; ma della vita che spargono.
Questi ultimi non si lasciano condizionare da privilegi, loro cose, e leggi: danno senza tenere conti a partita doppia.
Accettano con prontezza naturale; si rallegrano della realtà e non della distinzione fra sacro e profano.
Non pensano di avere già la risposta, e non finiscono con l’esserne schiavi.
L’insegnamento di Gesù invita a non limitare gli affetti e non lasciarsi ingombrare il cuore da consuetudini, dalla mentalità particolare o corrente, da blocchi legalisti - o dalle ‘tante cose’.
Nell’assemblea dei figli non sono i ben provveduti [persone serie, piene d’impegni, che non hanno tempo da perdere, con troppi beni e inviti da gestire] ma la gente dappoco... che passa in primo piano. Malgrado le scarse attitudini.
Tutto ciò, perché caratteristica dei Piccoli e pitocchi è la disponibilità a valicare steccati: ciò che rende atti a cogliere la convocazione di Dio.
I lontani - benché alle strette - riempiono la casa del Padre.
‘In società’ il povero è uno dei tanti, ma l’invito [eucaristico] a Mensa gli trasmette il senso dei valori che non soffocano la vita di meschinità, e legami.
Anzi, l’indigente ha spesso una migliore comprensione delle cose divino-umane.
Questa sempre più cosciente rassomiglianza al Figlio di Dio si accentua nello stento dei ‘mezzi adeguati’: penuria che rende veri, che induce altri a riflettere - restando poco eclatanti, incapaci di “fare fulmini”.
La nostra solidarietà non è un fatto di simpatia, interessi comuni e spirito di corpo, bensì il risultato di una Chiamata estesa; di un’unica Vita potente che circola in tutti, rispettandone libertà e realtà - nonché le fasi di mutamento.
Parafrasando l'enciclica Fratelli Tutti [nn.13-15, passim] secondo il passo di Lc bisogna rimanere attenti a non impoverire la vita di Fede, trasformandola in un distaccato impegno alla «colonizzazione culturale».
Se così fosse, anche l’orizzonte universale-cattolico d’una convivialità delle differenze si dissolverebbe in un invito troppo normalizzato, assolutamente prevedibile; infine desertico.
Il rifiuto ingessato o interessato al Banchetto recherebbe con sé - come sotto i nostri occhi - l’«ulteriore disgregazione» del «pensiero critico», dell’azione «per la giustizia», dei suoi «percorsi d’integrazione».
Anche la società ecclesiale può infatti correre il rischio di «alterare le grandi parole», «rischiare d’impoverirsi»; quindi «ridursi alla prepotenza del più forte» e alle «ricette solo effimere di marketing, che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace».
Ma il popolo di Dio non può vivere in un mondo parallelo, scollegato e doppio - come se l’unico Eterno adorato fosse un coacervo di astuzie, marketing e convenienza.
[Martedì 31.a sett. T.O. 3 Novembre 2026]
L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è poi l’umanità intera: Egli infatti vuol essere per tutti il buon Pastore che dona la propria vita (cfr Gv 10,11), e lo sottolinea fortemente nel discorso del Buon Pastore che è venuto per riunire tutti, non solo il popolo eletto me tutti i figli di Dio dispersi. Perciò anche la nostra sollecitudine pastorale non può che essere universale. Certamente dobbiamo preoccuparci anzitutto di coloro che, come noi, credono e vivono con la Chiesa - è molto importante, pur in questa dimensione di universalità, che vediamo anzitutto quei fedeli che vivono ogni giorno il loro essere Chiesa con umiltà e amore - e tuttavia non dobbiamo stancarci di uscire, come ci chiede il Signore, “per le strade e lungo le siepi” (Lc 14,13), per invitare al banchetto che Dio ha preparato anche coloro che finora non lo hanno conosciuto, o forse hanno preferito ignorarlo.
[Papa Benedetto, discorso alla CEI, 18 maggio 2006]
Christianity cannot be, cannot be exempt from the cross; the Christian life cannot even suppose itself without the strong and great weight of duty [Pope Paul VI]
Il Cristianesimo non può essere, non può essere esonerato dalla croce; la vita cristiana non può nemmeno supporsi senza il peso forte e grande del dovere [Papa Paolo VI]
The horizon of friendship to which Jesus introduces us is the whole of humanity [Pope Benedict]
L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è l’umanità intera [Papa Benedetto]
The Church invites believers to regard the mystery of death not as the "last word" of human destiny but rather as a passage to eternal life (Pope John Paul II)
La Chiesa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all'ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna (Papa Giovanni Paolo II)
The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire [Dives in Misericordia, n.11]
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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