don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 18 Maggio 2026 10:37

Diversità delle vocazioni

1. Nei Vangeli, quando Gesù chiamò i suoi primi Apostoli per fare di essi dei “pescatori di uomini” (Mt 4, 19; Mc 1, 17; cf. Lc 5, 10), essi “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 11; cf. Mt 4, 20. 22; Mc 1, 18. 20). Un giorno fu lo stesso Pietro a ricordare questo aspetto della vocazione apostolica, dicendo a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27; Mc 10, 28; cf. Lc 18, 28).Gesù allora elencò tutti i distacchi necessari “a causa mia – disse – e a causa del Vangelo” (Mc 10, 29). Non si trattava soltanto di rinunciare a dei beni materiali, come la “casa” o i “campi”, ma anche di separarsi dalle persone più care: “fratelli o sorelle o padre o madre o figli”, – così dicono Matteo e Marco – “moglie o fratelli o genitori o figli”, – così dice Luca (18, 29).

Osserviamo qui la diversità delle vocazioni. Non da tutti i suoi discepoli Gesù esigeva la rinuncia radicale alla vita in famiglia, benché da tutti esigesse il primo posto nel cuore quando diceva: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). L’esigenza di rinuncia effettiva è propria della vita apostolica oppure della vita di consacrazione speciale. Chiamati da Gesù, “Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello” non lasciarono solo la barca in cui “riassettavano le reti”, ma anche il loro padre, con il quale si trovavano (Mt 4, 22; cf. Mc 1, 20).

Queste constatazioni ci aiutano a capire il perché della legislazione ecclesiastica circa il celibato sacerdotale. La Chiesa, infatti, ha ritenuto e ritiene che esso rientri nella logica della consacrazione sacerdotale e della conseguente appartenenza totale a Cristo in vista dell’attuazione consapevole del suo mandato di vita spirituale e di evangelizzazione.

2. Infatti, nel Vangelo secondo Matteo, un po’ prima del brano sulla separazione dalle persone care, che abbiamo appena citato, Gesù esprime in forte linguaggio semitico un’altra rinuncia richiesta “a causa del Regno dei cieli”, la rinuncia, cioè, al matrimonio. “Vi sono, dice, degli eunuchi che si sono resi tali a causa del Regno dei cieli” (Mt 19, 12). Essi si sono, cioè, impegnati al celibato per mettersi interamente al servizio del “Vangelo del Regno” (cf. Mt 4, 23; 9, 35; 24, 34).

Nella sua Prima Lettera ai Corinzi, l’Apostolo Paolo afferma di aver preso risolutamente questo cammino e dimostra la coerenza della propria decisione dichiarando: “Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. Chi è sposato, invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!” (1 Cor 7, 32-34). Certo, non conviene che “si trovi diviso” colui che è stato chiamato a occuparsi, come Sacerdote, delle cose del Signore. Come dice il Concilio, l’impegno del celibato, derivante da una tradizione che si ricollega a Cristo, è “particolarmente confacente alla vita sacerdotale. È infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, e fonte di fecondità spirituale nel mondo” (Presbyterorum Ordinis, 16).

È ben vero che nelle Chiese orientali molti Presbiteri sono legittimamente coniugati secondo il diritto canonico che li concerne. Anche in quelle Chiese, tuttavia, i Vescovi vivono nel celibato, e così pure un certo numero di Sacerdoti. La differenza di disciplina, legata a condizioni di tempo e di luogo valutate dalla Chiesa, si spiega col fatto che la perfetta continenza, come dice il Concilio, “non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio” (Ivi). Essa non appartiene all’essenza del sacerdozio come Ordine, e quindi non è imposta in modo assoluto in tutte le Chiese. Non sussistono, tuttavia, dubbi circa la sua convenienza e anzi congruenza con le esigenze dell’Ordine sacro. Rientra, come s’è detto, nella logica della consacrazione.

3. L’ideale concreto di questa condizione di vita consacrata è Gesù, modello di tutti, ma specialmente dei Sacerdoti. Egli visse da celibe, e per questo poté dedicare tutte le sue forze alla predicazione del Regno di Dio e al servizio degli uomini, con un cuore aperto all’intera umanità, come capostipite di una nuova generazione spirituale. La sua scelta fu veramente “per il Regno dei Cieli” (cf. Mt 19, 12).

Con il suo esempio, Gesù indicava un orientamento, che è stato seguito. Stando ai Vangeli, sembra che i Dodici, destinati ad essere i primi partecipi del suo sacerdozio, abbiano rinunciato, per seguirlo, a vivere in famiglia. I Vangeli non parlano mai di mogli o di figli a proposito dei Dodici, anche se ci lasciano sapere che Pietro, prima di essere chiamato da Gesù era un uomo sposato (cf. Mt 8, 14; Mc 1, 30; Lc 4, 38).

4. Gesù non ha promulgato una legge, ma proposto un ideale del celibato, per il nuovo sacerdozio che istituiva. Questo ideale si è affermato sempre più nella Chiesa. Si può capire che nella prima fase di propagazione e di sviluppo del Cristianesimo un gran numero di Sacerdoti fosse composto da uomini sposati, scelti e ordinati sulla scia della tradizione giudaica. Sappiamo che nelle Lettere a Timoteo (1 Tm 3, 2-33) e a Tito (Tt 1, 6) viene richiesto che, tra le qualità degli uomini prescelti come Presbiteri, ci sia quella di essere buoni padri di famiglia, sposati a una sola donna (cioè fedeli alle loro mogli). È una fase di Chiesa in via di organizzazione e, si può dire, di sperimentazione di ciò che, come disciplina degli stati di vita, corrisponda meglio all’ideale e ai “consigli” proposti dal Signore. In base all’esperienza e alla riflessione si è progressivamente affermata la disciplina del celibato fino a generalizzarsi nella Chiesa occidentale in forza della legislazione canonica. Non era solo la conseguenza di un fatto giuridico e disciplinare: era la maturazione di una coscienza ecclesiale sulla opportunità del celibato sacerdotale per ragioni non solo storiche e pratiche, ma anche derivanti dalla congruenza sempre meglio scoperta tra il celibato e le esigenze del sacerdozio.

5. Il Concilio Vaticano II enuncia i motivi di tale “intima convenienza” del celibato con il sacerdozio: “Con la verginità o il celibato osservato per il Regno dei cieli, i Presbiteri si consacrano a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a Lui con un amore non diviso, si dedicano più liberamente in Lui e per Lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo Regno e la sua opera di rigenerazione divina, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo”. Essi “evocando così quell’arcano sposalizio istituito da Dio, e che si manifesterà pienamente nel futuro, per il quale la Chiesa ha come suo unico Sposo Cristo... diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio” (PO 16; cf. Pastores dabo vobis, 29; 50; CCC 1579).

Sono ragioni di nobile elevatezza spirituale, che possiamo riassumere nei seguenti elementi essenziali: l’adesione più piena a Cristo, amato e servito con un cuore non diviso (cf. 1 Cor 7, 32-33); la disponibilità più ampia al servizio del Regno di Cristo e, all’adempimento dei propri compiti nella Chiesa; la scelta più esclusiva di una fecondità spirituale (cf. 1 Cor 4, 15); la pratica di una vita simile a quella definitiva nell’al di là, e perciò più esemplare per la vita nell’al di qua. Ciò vale per tutti i tempi, anche per il nostro, come ragione e criterio supremo di ogni giudizio e di ogni scelta in armonia con l’invito di “lasciare tutto”, rivolto da Gesù ai discepoli e specialmente agli Apostoli. Per questo il Sinodo dei Vescovi del 1971 ha confermato: “La legge del celibato sacerdotale, vigente nella Chiesa latina, deve essere integralmente conservata” (Ench. Vat., IV, 1219).

6. È vero che oggi la pratica del celibato trova ostacoli, a volte anche gravi, nelle condizioni soggettive e oggettive in cui i Sacerdoti vengono a trovarsi. Il Sinodo dei Vescovi le ha considerate, ma ha ritenuto che anche le odierne difficoltà siano superabili, se si promuovono “le condizioni opportune, e cioè: l’incremento della vita interiore con l’aiuto della preghiera, dell’abnegazione, dell’ardente carità verso Dio e verso il prossimo, e con gli altri sussidi della vita spirituale; l’equilibrio umano attraverso un ordinato inserimento nella compagine delle relazioni sociali; i fraterni rapporti e i contatti con gli altri Presbiteri e col Vescovo. attuando meglio, a tale scopo, le strutture pastorali, e anche con l’aiuto della comunità dei fedeli” (Ivi, IV, 1216).

È una sorta di sfida che la Chiesa lancia alla mentalità, alle tendenze, alle mentalità, alle tendenze, alle malie del secolo, con una sempre nuova volontà di coerenza e di fedeltà all’ideale evangelico. Per questo, pur ammettendo che il Sommo Pontefice possa valutare e disporre il da farsi in taluni casi, il Sinodo ha riaffermato che nella Chiesa latina “l’ordinazione presbiterale di uomini sposati non è ammessa neppure in casi particolari” (Ivi, IV, 1220). La Chiesa ritiene che la coscienza di consacrazione totale, maturata nei secoli, abbia tuttora ragione di sussistere e di perfezionarsi sempre più.

La Chiesa sa pure, e lo ricorda ai Presbiteri e a tutti i fedeli col Concilio, che “il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della Nuova Legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del Sacerdozio di Cristo col sacramento dell’Ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza” (PO 16).

Ma forse, ancor prima, è necessario chiedere la grazia di capire il celibato sacerdotale, che senza dubbio include un certo mistero: quello della richiesta di audacia e di fiducia nell’attaccamento assoluto alla persona e all’opera redentiva di Cristo, con un radicalismo di rinunce che agli occhi umani può apparire sconvolgente. Gesù stesso, nel suggerirlo, avverte che non tutti possono capirlo (cf. Mt 19, 10-12). Beati coloro che ricevono la grazia di capirlo, e rimangono fedeli su questa via!

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 17 luglio 1993]

Lunedì, 18 Maggio 2026 10:26

Promettono vita, procurano morte

Il Vangelo di oggi, tratto dal cap. 10 di Marco, è articolato in tre scene, scandite da tre sguardi di Gesù.

La prima scena presenta l’incontro tra il Maestro e un tale che – secondo il passo parallelo di Matteo – viene identificato come “giovane”. L’incontro di Gesù con un giovane. Costui corre verso Gesù, si inginocchia e lo chiama «Maestro buono». Quindi gli chiede: «Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?», cioè la felicità. (v. 17). “Vita eterna” non è solo la vita dell’aldilà, ma è la vita piena, compiuta, senza limiti. Che cosa dobbiamo fare per raggiungerla? La risposta di Gesù riassume i comandamenti che si riferiscono all’amore verso il prossimo. Al riguardo quel giovane non ha nulla da rimproverarsi; ma evidentemente l’osservanza dei precetti non gli basta, non soddisfa il suo desiderio di pienezza. E Gesù intuisce questo desiderio che il giovane porta nel cuore; perciò la sua risposta si traduce in uno sguardo intenso pieno di tenerezza e di affetto. Così dice il Vangelo: «fissò lo sguardo su di lui, lo amò» (v. 21). Si accorse che era un bravo ragazzo… Ma Gesù capisce anche qual è il punto debole del suo interlocutore, e gli fa una proposta concreta: dare tutti i suoi beni ai poveri e seguirlo. Quel giovane però ha il cuore diviso tra due padroni: Dio e il denaro, e se ne va triste. Questo dimostra che non possono convivere la fede e l’attaccamento alle ricchezze. Così, alla fine, lo slancio iniziale del giovane si smorza nella infelicità di una sequela naufragata.

Nella seconda scena l’evangelista inquadra gli occhi di Gesù, e stavolta si tratta di uno sguardo pensoso, di avvertimento: «Volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» (v. 23). Allo stupore dei discepoli, che si domandano: «E chi può essere salvato?» (v. 26), Gesù risponde con uno sguardo di incoraggiamento – è il terzo sguardo – e dice: la salvezza è, sì, «impossibile agli uomini, ma non a Dio!» (v. 27). Se ci affidiamo al Signore, possiamo superare tutti gli ostacoli che ci impediscono di seguirlo nel cammino della fede. Affidarsi al Signore. Lui ci darà la forza, Lui ci dà la salvezza, Lui ci accompagna nel cammino.

E così siamo arrivati alla terza scena, quella della solenne dichiarazione di Gesù: In verità vi dico: chi lascia tutto per seguirmi avrà la vita eterna nel futuro e il centuplo già nel presente (cfr vv. 29-30). Questo “centuplo” è fatto dalle cose prima possedute e poi lasciate, ma che si ritrovano moltiplicate all’infinito. Ci si priva dei beni e si riceve in cambio il godimento del vero bene; ci si libera dalla schiavitù delle cose e si guadagna la libertà del servizio per amore; si rinuncia al possesso e si ricava la gioia del dono. Quello che Gesù diceva: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (cfr At 20,35).

Il giovane non si è lasciato conquistare dallo sguardo di amore di Gesù, e così non ha potuto cambiare. Solo accogliendo con umile gratitudine l’amore del Signore ci liberiamo dalla seduzione degli idoli e dalla cecità delle nostre illusioni. Il denaro, il piacere, il successo abbagliano, ma poi deludono: promettono vita, ma procurano morte. Il Signore ci chiede di distaccarci da queste false ricchezze per entrare nella vita vera, la vita piena, autentica, luminosa. E io domando a voi, giovani, ragazzi e ragazze, che siete adesso in piazza: “Avete sentito lo sguardo di Gesù su di voi? Che cosa volete rispondergli? Preferite lasciare questa piazza con la gioia che ci dà Gesù o con la tristezza nel cuore che la mondanità ci offre?”…

La Vergine Maria ci aiuti ad aprire il nostro cuore all’amore di Gesù, allo sguardo di Gesù, il solo che può appagare la nostra sete di felicità.

[Papa Francesco, Angelus del 11 ottobre 2015]

Lunedì, 18 Maggio 2026 07:32

PENTECOSTE (Veglia). Acqua di Rupe Vivente

Ascensione del Signore (anno A)  [Giovedì 14 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)

I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1)  ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e  metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).

La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).

 

Salmo responsoriale (46/ 47)

Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa  più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e  doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia” 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)

La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione.  Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5).  E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo.  Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.

 

 

VII Domenica di Pasqua Anno  [17 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)

La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna! 

 

Salmo Responsoriale (26/ 27)

Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.

 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)

All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”  parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)

Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”.  In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr  “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 11 Maggio 2026 12:40

Ascensione

Martedì, 05 Maggio 2026 09:46

6a Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua (anno A)  [10 Maggio 2026] 

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)

Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia 

 

Salmo responsoriale (65/66) 

Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo.  Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)

Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.

Da dove verrà questa resistente audacia?  I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.

E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 27 Aprile 2026 10:55

5a Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua  (anno A) [3 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)

Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa. 

 

Salmo responsoriale (32/33)

Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5).  Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)

In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)

Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre.  Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta   sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.

 

+Giovanni D’Ercole

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The Spirit of the Lord continues to pour out his gifts upon the Church to guide us into all truth, to show us the meaning of the Scriptures and to make us credible heralds of the word of salvation before the world [Pope Benedict, Verbum Domini]
Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza [Papa Benedetto, Verbum Domini]
This belonging to each other and to him is not some ideal, imaginary, symbolic relationship, but – I would almost want to say – a biological, life-transmitting state of belonging to Jesus Christ (Pope Benedict)
Questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale (Papa Benedetto)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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