don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 05 Gennaio 2026 10:10

Epifania del Signore

Epifania del Signore (anno A) [6 gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Buona festa dell’Epifania

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia /60, 1-6)

Nei giorni oscuri ecco un annuncio di luce! Questo testo di Isaia è attraversato da immagini insistenti di luce: “Alzati, rivestiti di luce… la gloria del Signore brilla sopra te… su di te risplende il Signore… la sua gloria appare su di te… Allora guarderai e sarai raggiante”. Proprio questa abbondanza di luce ci fa capire che il clima reale è tutt’altro che luminoso. I profeti non coltivano il paradosso, ma l’arte della speranza: parlano di luce perché il popolo è immerso nella notte più cupa. Il contesto storico è quello del post-esilio (525-520 a.C.). Il ritorno da Babilonia non ha portato il benessere atteso. Le tensioni sono forti: tra chi era rimasto nel paese e chi rientrava dall’esilio; tra generazioni diverse; tra ebrei e popolazioni straniere insediate a Gerusalemme durante l’occupazione. La questione più dolorosa riguarda la ricostruzione del Tempio: i rimpatriati rifiutano l’aiuto di gruppi ritenuti religiosamente infedeli; ne nasce un conflitto che blocca i lavori e spegne l’entusiasmo. Col passare degli anni, subentra lo scoraggiamento. È qui che Isaia, insieme al profeta Aggeo (cf 1,2-8. 12-15; 2, 3-9), provoca un sussulto spirituale. La tristezza non è degna del popolo delle promesse. L’unico, grande argomento del profeta è questo: Gerusalemme è la città scelta da Dio, il luogo dove Egli ha posto il suo Nome. Per questo Isaia può osare dire: «Alzati, Gerusalemme! Risplendi». Anche quando tutto sembra buio, la fedeltà di Dio resta il fondamento della speranza. Il linguaggio quasi trionfale non descrive una situazione già risolta, ma anticipa il giorno che viene. Nella notte si scruta l’alba: il compito del profeta è ridare coraggio, ricordare la promessa. Il messaggio è chiaro: non lasciatevi abbattere; mettetevi all’opera, ricostruite il Tempio, perché la luce del Signore verrà. Tre sottolineature finali: La fede unisce lucidità ed speranza: vedere il reale non spegne la fiducia. La promessa non è un trionfo politico, ma la vittoria di Dio, la sua gloria che illumina l’umanità. Gerusalemme indica già il popolo e, oltre il popolo, tutta l’umanità chiamata alla comunione: il progetto di Dio supera ogni città e ogni confine.

*Elementi importanti: +Contesto post-esilico (525-520 a.C.) e clima di scoraggiamento. +Conflitti interni e blocco della ricostruzione del Tempio. +Linguaggio della luce come annuncio di speranza nella notte. +Vocazione di Gerusalemme: città scelta, luogo della Presenza. +Invito profetico all’azione: rialzarsi e ricostruire. +Speranza fondata sulla fedeltà di Dio, non su successi politici. +Apertura universale: la promessa riguarda tutta l’umanità

 

*Salmo responsoriale (71/72)

Gli uomini sognano e Dio porta avanti il suo progetto. Il Salmo 71 ci fa entrare idealmente nella celebrazione dell’incoronazione di un re. Le preghiere che lo accompagnano esprimono i desideri più profondi del popolo: giustizia, pace, prosperità per tutti, fino ai confini della terra. È il grande sogno dell’umanità di ogni tempo. Israele, però, possiede una certezza unica: questo sogno coincide con il progetto stesso di Dio. L’ultima strofa del salmo, che benedice solo il Signore e non il re, ci offre la chiave di lettura. Il salmo è stato composto dopo l’esilio, in un’epoca in cui non c’era più un re in Israele. Questo significa che la preghiera non è rivolta a un sovrano terreno, ma al re promesso da Dio, il Messia. E poiché si tratta di una promessa divina, essa è sicura. Tutta la Bibbia è attraversata da questa speranza incrollabile: la storia ha un senso e una direzione. I profeti la chiamano “Giorno del Signore”, Matteo “Regno dei cieli”, Paolo “disegno misericordioso”. È sempre lo stesso progetto di amore che Dio propone instancabilmente all’umanità. Il Messia ne sarà il compimento, ed è Lui che Israele invoca pregando i salmi. Questo Salmo descrive il re ideale, atteso da secoli, in continuità con la promessa fatta a Davide attraverso il profeta Natan: un regno stabile per sempre, un re chiamato figlio di Dio. Col passare dei secoli, questa promessa è stata approfondita: se il re è figlio di Dio, allora il suo regno sarà fondato su giustizia e pace. Ogni nuova incoronazione riaccendeva questa attesa. Eppure, il regno ideale non si è ancora pienamente realizzato. Potrebbe sembrare un’utopia. Ma per il credente non lo è: è una promessa di Dio, quindi una certezza. La fede è l’àncora dell’anima: davanti ai fallimenti della storia, il credente non rinuncia alla speranza, ma attende con pazienza, certo della fedeltà di Dio. Il salmo annuncia un capovolgimento decisivo: potere e giustizia coincideranno finalmente. In Dio, il potere è solo amore. Per questo il re messianico libererà il povero, difenderà il debole e porterà una pace senza fine. Il suo regno non avrà confini: si estenderà a tutta la terra e durerà per sempre. Per Israele, questo salmo resta preghiera di attesa del Messia. Per i cristiani, esso si compie in Gesù Cristo, e l’episodio dei Magi è già un segno dell’universalità del suo regno: le nazioni vengono a Lui, portando doni e adorazione.

*Elementi importanti: +Il Salmo 71 come preghiera dei desideri universali di giustizia e pace. +Coincidenza tra il sogno dell’uomo e il progetto di Dio. +Composizione post-esilica: attesa del re-Messia. +Promessa fatta a Davide (2 Sam 7) come fondamento dell’attesa. +La storia ha un senso e una direzione nel disegno di Dio. +Il re ideale: giustizia, pace, difesa dei poveri. +Potere di Dio come amore e servizio. +Regno universale e senza fine. +Lettura ebraica messianica e compimento cristiano in Gesù Cristo. + I Magi come primo segno della realizzazione della promessa universale

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo agli Efesini (3, 2...6)

Questo brano è tratto dalla Lettera agli Efesini (cap. 3) e riprende un tema centrale già annunciato nel capitolo 1: il “disegno/mistero  misericordioso di Dio”. Paolo ricorda che Dio ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: condurre la storia al suo compimento, ricapitolando in Cristo tutto ciò che è nei cieli e sulla terra (Ef 1,9-10). Per san Paolo, il mistero non è un segreto gelosamente custodito, ma l’intimità di Dio offerta all’uomo. È un progetto che Dio rivela progressivamente, con una paziente pedagogia, come un genitore accompagna un figlio nella scoperta della vita. Così Dio ha guidato il suo popolo lungo la storia, passo dopo passo, fino alla rivelazione decisiva in Gesù Cristo. Con Cristo si apre una nuova epoca: prima e dopo di Lui. Il cuore del mistero è questo: Cristo è il centro del mondo e della storia. Tutto l’universo è chiamato a essere riunito in Lui, come un corpo attorno al suo capo. Paolo sottolinea che questa unità riguarda tutte le nazioni: tutti sono associati a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo. In altre parole: l’eredità è Cristo, la promessa è Cristo, il corpo è Cristo. Quando nel Padre nostro diciamo “sia fatta la tua volontà”, chiediamo proprio il compimento di questo progetto. Il disegno di Dio è dunque universale: non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Questa apertura era già presente nella promessa fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), e proclamata dai profeti, come Isaia. Tuttavia, questa verità è stata compresa lentamente e spesso dimenticata. Al tempo di Paolo, non era affatto scontato accettare che i pagani fossero pienamente partecipi della salvezza. I primi cristiani di origine ebraica faticavano a riconoscerli come membri a pieno titolo. Paolo interviene con decisione: anche i pagani sono chiamati a essere testimoni e apostoli del Vangelo. È lo stesso messaggio che Matteo esprime nel racconto dei Magi: le nazioni vengono alla luce di Cristo. Il testo si chiude come un appello: il progetto di Dio chiede la collaborazione dell’uomo. Se per i Magi c’è stata una stella, per molti oggi la stella saranno i testimoni del Vangelo. Dio continua a realizzare il suo disegno benevolo attraverso l’annuncio e la vita dei credenti.

*Elementi importanti: +Il “mistero” come rivelazione del disegno benevolo di Dio e Rivelazione progressiva culminata in Cristo. +Cristo centro della storia e dell’universo e Tutta l’umanità riunita in Cristo: eredità, corpo e promessa. Universalità della salvezza: ebrei e pagani insieme in continuità con la promessa ad Abramo e i profeti. +Difficoltà storiche nell’accogliere i pagani. +Epifania e Magi come segno dell’universalismo e Chiamata alla testimonianza: collaborare all’annuncio del Vangelo

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (2, 1-12)

Al tempo di Gesù, l’attesa del Messia era intensissima. Se ne parlava ovunque e si pregava Dio di affrettarne la venuta. La maggioranza degli Ebrei immaginava il Messia come un re discendente di Davide: avrebbe regnato da Gerusalemme, avrebbe scacciato i Romani e instaurato finalmente pace, giustizia e fraternità in Israele; alcuni speravano persino che questo rinnovamento si estendesse a tutto il mondo. Questa attesa si fondava su diverse profezie dell’Antico Testamento. Anzitutto quella di Balaam nel libro dei Numeri: chiamato a maledire Israele, egli invece annunciò una promessa di gloria, parlando di un astro che sorge da Giacobbe e di uno scettro che si leva da Israele (Nm 24,17). Con il passare dei secoli, questa profezia fu interpretata in senso messianico, fino a far pensare che la venuta del Messia sarebbe stata segnata da una stella. Per questo Erode prende molto sul serio la notizia portata dai Magi. Un’altra profezia decisiva è quella di Michea, che annuncia la nascita del Messia a Betlemme, il piccolo villaggio da cui uscirà il governatore d’Israele (Mi 5,1), in continuità con la promessa fatta a Davide di una dinastia destinata a durare.I Magi, probabilmente astrologi pagani, non conoscono in profondità le Scritture: si mettono in cammino semplicemente perché hanno visto una stella nuova. Giunti a Gerusalemme, si informano presso le autorità. Qui emerge una prima grande contrapposizione: da una parte, i Magi, che cercano senza pregiudizi e alla fine trovano il Messia; dall’altra, coloro che conoscono perfettamente le Scritture, ma non si muovono, non fanno nemmeno il breve viaggio da Gerusalemme a Betlemme, e per questo non incontrano il Bambino. Con Erode, la reazione è ancora diversa. Geloso del suo potere e noto per la sua violenza, egli vede nel Messia un rivale pericoloso. Dietro un’apparente calma, cerca informazioni precise: il luogo della nascita e l’età del bambino. La sua angoscia e la sua paura lo condurranno alla decisione crudele di eliminare tutti i bambini sotto i due anni. Nel racconto dei Magi, Matteo ci offre già una sintesi dell’intera vita di Gesù: fin dall’inizio, Egli incontra ostilità e rifiuto da parte delle autorità politiche e religiose. Non sarà riconosciuto come Messia, verrà accusato e infine eliminato. Eppure, è davvero il Messia promesso: chiunque lo cerca con cuore sincero, come i Magi, può entrare nella salvezza di Dio.

*San Giovanni Crisostomo sull’episodio dei Magi:”I Magi, pur essendo stranieri, si alzarono, partirono e giunsero al Bambino; così anche chi vuole incontrare Cristo deve muoversi con cuore fervente, senza attendere comodità o sicurezza.”,(Omelia VII su Matteo 2)

*Elementi più importanti: +Forte attesa messianica al tempo di Gesù e Attesa di un Messia-re, discendente di Davide. +Profezia della stella (Balaam) e nascita a Betlemme (Michea). +I Magi: cercatori sinceri guidati dalla stella. +Contrasto tra chi cerca e chi conosce ma non si muove. +Ostilità di Erode, gelosia del potere e violenza. +Gesù rifiutato fin dall’inizio della sua vita. + Universalità della salvezza: chi cerca, trova. + I Magi come modello di fede in cammino.

+ Giovanni D’Ercole

Giovedì, 01 Gennaio 2026 20:44

2a Domenica Natale (anno A)

II Domenica dopo Natale (anno A)  [4 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Nel clima del Natale la liturgia ci conduce costantemente  alla meditazione sul mistero dell’Incarnazione.

 

*Prima Lettura dal libro del Siracide (24,1-4.12-16)

La Sapienza di Dio alza la voce nell’assemblea e racconta la sua origine e la sua missione. Essa proviene dall’Altissimo, esce dalla sua bocca come Parola creatrice, precede il tempo e attraversa tutto il cosmo: nulla le è estraneo, nulla esiste senza il suo ordine. Eppure, questa Sapienza universale non resta senza dimora. Dio le affida una destinazione concreta:

“Fissa la tenda in Giacobbe”. La Sapienza pianta la sua tenda nel popolo eletto, prende eredità in Israele e mette radici in Gerusalemme, la città della presenza di Dio. Il luogo della sua abitazione è la Torah: non una legge fredda, ma Parola viva, in cui Dio parla e l’uomo risponde. Qui la Sapienza diventa nutrimento, luce, fecondità, come un albero che cresce, fiorisce e dona frutto a chi l’accoglie. In questo inno si intravede già il mistero che il Vangelo di Giovanni proclamerà apertamente: la Sapienza che pone la sua tenda anticipa il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. Ciò che era dimora nella Legge e nel popolo di Israele trova il suo compimento pieno in Cristo, Sapienza incarnata del Padre. Accogliere la Sapienza significa allora abitare la Parola, lasciare che Dio dimori in noi e fare della nostra vita una tenda aperta alla sua presenza salvifica. 

*Elementi più importanti: +La Sapienza proviene da Dio ed esce dalla sua bocca. +Ha una dimensione cosmica: attraversa e ordina tutto il creato. +Dio le assegna una destinazione concreta. La Sapienza fissa la tenda in Giacobbe. +La sua patria è Israele e la sua dimora Gerusalemme. Si identifica con la Torah, Parola viva di Dio. +La Torah è luogo di incontro: Dio parla, l’uomo risponde. +La Sapienza diventa fecondità e vita per il popolo. +Il testo anticipa il Prologo di Giovanni. Fondamento biblico del mistero dell’Incarnazione

 

*Salmo responsoriale (147 vv. 12-15; 19-20)

Gerusalemme è invitata a lodare il Signore, perché Dio ricostruisce la città, raduna i dispersi e custodisce il suo popolo. La sua azione non è solo spirituale: egli rende salde le porte, benedice i figli, garantisce la pace ai confini e nutre con il frumento migliore. La salvezza di Dio tocca la vita concreta, la sicurezza, il pane quotidiano. La sua parola è efficace e sovrana: Dio la invia sulla terra e corre veloce, governa la natura e la storia. Colui che ha potere sul cosmo sceglie di manifestarsi come difensore di un popolo fragile, che vive sotto la sua protezione. Ma il cuore del salmo è questo: Dio ha rivelato la sua Parola a Giacobbe, i suoi decreti e giudizi a Israele. Nessun’altra nazione ha ricevuto un dono simile. La vera grandezza di Israele non è la forza, ma l’intimità con Dio, che parla, guida e istruisce. Questo salmo diventa così un invito alla lode riconoscente: un Dio che governa l’universo ha scelto di entrare in alleanza, di parlare e di abitare nella storia del suo popolo. È questa Parola accolta che costruisce la pace e rende stabile la vita.

*Elementi più importanti: +Invito alla lode rivolto a Gerusalemme. +Dio ricostruisce, protegge e raduna il suo popolo. +Benedizione concreta: pace, sicurezza, nutrimento. +La Parola di Dio è potente ed efficace e Dio governa cosmo e storia. +Rivelazione unica fatta a Israele:La Torah come privilegio e responsabilità. +La vera forza del popolo è ascoltare la Parola di Dio

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,3-6.15-18)

Paolo apre la lettera con una grande benedizione: tutta la vita cristiana nasce da un unico movimento che sale verso Dio, perché prima la grazia è scesa verso di noi. Dio è benedetto perché ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale: non doni frammentari, ma una salvezza piena e definitiva. Il fondamento di tutto è la scelta gratuita di Dio: prima ancora della creazione, siamo stati eletti in Cristo per essere santi e immacolati nell’amore. L’elezione non è privilegio esclusivo, ma vocazione alla comunione e alla vita nuova. Questa elezione si esprime come adozione filiale: Dio ci ha predestinati a essere figli nel Figlio, secondo il suo disegno d’amore. La salvezza non nasce dal nostro merito, ma dalla benevolenza della sua volontà, e tutto converge nella lode della gloria della sua grazia. Nella seconda parte Paolo passa dalla lode alla preghiera di intercessione. Avendo ascoltato della fede e della carità dei credenti, egli ringrazia Dio e chiede un dono decisivo: lo Spirito di sapienza e di rivelazione, perché i cristiani conoscano davvero Dio, non solo con la mente ma con il cuore. Paolo prega che gli occhi del cuore siano illuminati, per comprendere: la speranza della chiamata, la ricchezza della gloria dell’eredità, la grandezza del dono ricevuto in Cristo. La fede cristiana è dunque memoria di una grazia ricevuta e cammino di conoscenza illuminata, che conduce a vivere da figli nella libertà e nella lode.

*Elementi più importanti. +Benedizione a Dio per la salvezza in Cristo. +Elezione eterna prima della creazione. +Vocazione alla santità nell’amore e Adozione filiale nel Figlio. +Salvezza come grazia gratuita. +Tutto orientato alla lode della gloria di Dio e Ringraziamento per fede e carità. +Preghiera per lo Spirito di sapienza. +Illuminazione del cuore. +Speranza, eredità e pienezza della vita cristiana.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18) Prologo

Il Vangelo di Giovanni si apre riportandoci “in principio”, là dove tutto ha origine. Prima di ogni tempo era il Verbo (Logos): non una parola qualunque, ma la Parola eterna di Dio, in relazione viva con il Padre e della stessa natura divina. In lui tutto è stato creato; nulla esiste senza di lui. Il Verbo è vita, e questa vita è luce degli uomini, una luce che splende nelle tenebre e che le tenebre non riescono a soffocare. Dentro la storia entra una testimonianza: Giovanni il Battista. Egli non è la luce, ma è mandato per rendere testimonianza alla luce, perché l’uomo possa credere. La luce vera viene nel mondo che è stato fatto per mezzo di lei, ma il mondo non la riconosce. Anche il suo popolo fatica ad accoglierla. Tuttavia, a quanti la accolgono, il Verbo dona una possibilità inaudita: diventare figli di Dio, non per discendenza umana, ma per dono gratuito. Il cuore del Prologo è l’annuncio decisivo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Dio non rimane distante: entra nella fragilità umana, nella storia concreta, e rende visibile la sua gloria, una gloria che ha il volto dell’amore fedele, della grazia e della verità. In Gesù, l’Invisibile si lascia vedere. Giovanni attesta che colui che viene dopo di lui era prima di lui. Da questa pienezza noi tutti riceviamo grazia su grazia: la Legge, dono santo, trova il suo compimento nella persona di Cristo, che non solo parla di Dio, ma lo rivela pienamente. Nessuno ha mai visto Dio, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha fatto conoscere. Il Prologo ci invita così a una scelta: riconoscere nella carne di Gesù la Parola eterna, accogliere la luce, vivere da figli e lasciarci trasformare dalla grazia che abita in mezzo a noi.

* Sant’Agostino – Commento al Prologo di Giovanni «Il Verbo si è fatto carne perché l’uomo potesse comprendere il Verbo.» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 2,2). In una sola frase Agostino riassume il senso di Giovanni 1,14: Dio non abbassa la sua verità, ma si rende accessibile, entrando nella nostra condizione perché l’uomo possa conoscere e accogliere la luce divina.

*Elementi importanti: +In principio”: continuità con la creazione. Il Verbo eterno, presso Dio e Dio. Tutto creato per mezzo del Verbo. +Verbo come vita e luce. Luce e tenebre: conflitto e rifiuto. +Testimonianza di Giovanni Battista. +Accoglienza del Verbo = diventare figli di Dio. +Incarnazione: il Verbo si fa carne. Dimora di Dio tra gli uomini. +Gloria, grazia e verità in Cristo. +Cristo come rivelazione definitiva del Padre.

+Giovanni D’Ercole

Martedì, 30 Dicembre 2025 10:15

Maria Ss.ma Madre di Dio

Maria SS. Madre di Dio (anno A)  [1 gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Auguri per il nuovo anno invocando la benedizione di Dio su tutto il 2026

 

*Prima Lettura dal libro dei Numeri (6, 22-27)

La benedizione “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia” proviene dal Libro dei Numeri ed era pronunciata dai sacerdoti d’Israele fin dai tempi di Aronne. È entrata stabilmente anche nella liturgia cristiana, come benedizione solenne conclusiva della Messa. L’espressione “invocare il Nome di Dio” va compresa nel contesto biblico: il Nome rappresenta la persona stessa, la sua presenza, la sua protezione. Per questo, pronunciare il Nome di Dio sul popolo significa collocarlo sotto la sua custodia. Quando Dio rivela il suo Nome, si rende accessibile alla preghiera del suo popolo. Di conseguenza, ogni offesa al popolo di Dio è un’offesa al suo stesso Nome. Questo illumina anche le parole di Gesù sul farsi prossimo ai più piccoli: Dio ha posto il suo Nome su ogni persona, che va dunque guardata con rispetto e con occhi nuovi. La benedizione è formulata al singolare (ti benedica), ma si riferisce all’intero popolo: è un singolare collettivo, che Israele ha compreso come esteso a tutta l’umanità. L’uso del congiuntivo non indica un dubbio sulla volontà di Dio di benedire, poiché Dio benedice incessantemente; esso esprime piuttosto la libertà dell’uomo di accogliere o rifiutare questa benedizione. Benedire significa, nel senso biblico, che Dio “dice bene” dell’uomo. La sua Parola è efficace e trasformante: quando Dio dice il bene, lo realizza. Chiedere la benedizione equivale ad aprirsi alla sua azione che trasforma e fa vivere. Essere benedetti non significa essere preservati dalle prove, ma viverle nella comunione con Dio, dentro l’Alleanza, certi della sua presenza fedele. Questo trova il suo compimento in Maria, madre di Dio, la “piena di grazia”, su cui il Nome di Dio è posto in modo unico e definitivo. Il testo ebraico originario arricchisce ulteriormente il significato: il Nome YHWH è promessa di presenza continua e la forma verbale indica una benedizione che attraversa passato, presente e futuro. Dio ha benedetto, benedice e benedirà per sempre il suo popolo.

Elementi importanti: +La benedizione di Nm 6 come patrimonio ebraico e cristiano. +Il Nome di Dio come presenza, protezione e appartenenza. +Il singolare collettivo: benedizione per tutto il popolo e per l’umanità. +Il congiuntivo come espressione della libertà umana di accogliere la grazia. +La benedizione come Parola efficace che trasforma. +Benedizione non come assenza di prove, ma come comunione con Dio. +Maria come pienamente benedetta e portatrice del Nome. +La ricchezza del testo ebraico: benedizione eterna di YHWH.

 

*Salmo responsoriale (66/67)

Il Salmo 66 risponde in modo armonioso alla benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: “Il Signore ti benedica e ti custodisca”. È lo stesso clima spirituale che attraversa il salmo: la certezza che Dio accompagna il suo popolo. Dire che Dio benedice significa affermare che Dio è con noi. Questa è la più autentica definizione di benedizione, come suggerisce il profeta Zaccaria: la presenza di Dio è così evidente da attirare le nazioni. Lo stesso Nome rivelato sul Sinai, YHWH, esprime proprio questa promessa di presenza fedele e permanente. Nel salmo è il popolo stesso a chiedere la benedizione: “Che Dio ci benedica”. Dio benedice senza interruzione; tuttavia l’uomo resta libero di accogliere o di rifiutare questa benedizione. La preghiera diventa allora apertura del cuore all’azione trasformante di Dio. Per questo, nella fede d’Israele, la preghiera è sempre segnata dalla certezza di essere ascoltati ancora prima di domandare. Israele non chiede la benedizione solo per sé. La benedizione ricevuta è destinata a irradiarsi su tutte le nazioni, secondo la promessa fatta ad Abramo. Nel salmo si intrecciano due dimensioni inseparabili: l’elezione di Israele e l’universalità del progetto di Dio. L’espressione “Dio, il nostro Dio” richiama l’Alleanza, mentre l’invito rivolto a tutti i popoli a lodare Dio manifesta che la salvezza è offerta all’intera umanità. Israele comprende progressivamente di essere stato scelto non per esclusione, ma per testimoniare: la luce che lo illumina deve riflettere la luce di Dio per il mondo intero. Questa consapevolezza matura soprattutto dopo l’esilio, quando Israele riconosce che il Dio dell’Alleanza è il Dio dell’universo. La profezia di Zaccaria  (8, 23)esprime chiaramente questa visione: le nazioni si avvicineranno al popolo eletto perché riconoscono che Dio è con lui. Anche i credenti di oggi sono chiamati a essere popolo testimone: ogni benedizione ricevuta è un mandato a diventare riflesso della luce di Dio nel mondo. All’inizio di un nuovo anno, questo diventa un augurio reciproco: portare la luce di Dio là dove non è ancora accolta. Infine, il salmo afferma che “la terra ha dato il suo frutto”. Poiché la Parola di Dio è efficace, essa produce frutto nella storia. Dio ha mantenuto la promessa di una terra feconda e, per i cristiani, questo versetto trova il suo compimento pieno nella nascita del Salvatore: nella pienezza dei tempi, la terra ha portato il suo frutto.

Elementi importanti: +Il Salmo 66 come eco della benedizione di Nm 6. +La benedizione come presenza e accompagnamento di Dio. +Il Nome YHWH come promessa di presenza fedele. +Dio benedice sempre; l’uomo è libero di accogliere. +La preghiera come apertura all’azione trasformante di Dio. +Elezione di Israele e universalità della salvezza. Israele (e la Chiesa) come popolo testimone. +La benedizione destinata a tutte le nazioni. +La Parola di Dio che produce frutto nella storia. +Compimento cristiano nel mistero dell’Incarnazione.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati (4, 4-7)

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna”: con questa espressione Paolo annuncia il compimento del progetto di Dio. La storia, per la fede biblica, non è un eterno ritorno, ma un cammino progressivo verso la realizzazione del disegno misericordioso di Dio. Questa prospettiva dell’adempimento è una chiave fondamentale non solo per comprendere le lettere di Paolo, ma l’intera Bibbia, a partire dall’Antico Testamento. Gli autori del Nuovo Testamento insistono nel mostrare che la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù compiono le Scritture. Ciò non significa che tutto fosse programmato in modo rigido e predeterminato: il compimento non va inteso come fatalità, ma come rilettura nella fede di eventi reali attraverso i quali Dio, rispettando la libertà umana, porta avanti il suo progetto. Dio accetta il rischio della libertà dell’uomo, anche quando essa contrasta il suo disegno; tuttavia, egli non si stanca mai di rinnovare la promessa, come attestano Isaia e Geremia. In Gesù, i credenti contemplano il compimento definitivo di queste promesse. Paolo afferma poi che il Figlio di Dio è “nato da donna e nato sotto la Legge”. Con poche parole egli esprime tutto il mistero di Cristo: vero Figlio di Dio, vero uomo, pienamente inserito nel popolo d’Israele. L’espressione “nato da donna” indica semplicemente la sua piena umanità, come attestato dal linguaggio biblico; l’essere “sotto la Legge” significa che Gesù ha condiviso fino in fondo la condizione del suo popolo. Lo scopo di questa venuta è chiaro: riscattare, cioè liberare, coloro che erano sotto la Legge, affinché diventassero figli adottivi. Non si tratta più di vivere come schiavi che obbediscono a ordini, ma come figli che obbediscono per amore e fiducia. Si passa così dalla sottomissione alla Legge alla libertà dell’obbedienza filiale. Questo passaggio è reso possibile dal dono dello Spirito del Figlio, che grida nei cuori “Abbà, Padre”. È il grido dell’abbandono fiducioso, la certezza che Dio è Padre in ogni circostanza. Per questo il credente non è più schiavo, ma figlio e, in quanto figlio, erede: tutto ciò che appartiene al Figlio è promesso anche a lui. La difficoltà dell’uomo sta spesso nel non osare  di credere a questa realtà: non osare di credere che lo Spirito di Dio abiti in lui, che la forza e la capacità di amare di Dio gli siano realmente donate. E tuttavia, tutto questo non è merito umano: se siamo figli ed eredi, lo siamo per grazia. È in questo senso profondo che si può dire che tutto è grazia.

 

Elementi importanti: +La pienezza dei tempi come compimento del progetto di Dio. +La storia come cammino verso il disegno benevolo di Dio. +L’adempimento delle Scritture in Gesù, senza determinismo. +Il rispetto della libertà umana nel progetto divino. +Gesù: Figlio di Dio, vero uomo, nato sotto la Legge. +l riscatto come liberazione dalla schiavitù della Legge. + Il passaggio da schiavi a figli. +Il dono dello Spirito che grida “Abbà, Padre”. La figliolanza come eredità promessa. +La grazia come fondamento di tutto.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (2,16-21)

“Ciò che hai nascosto ai saggi e agli intelligenti, lo hai rivelato ai piccoli” (Lc10,21/ Mt 11,25): questo versetto illumina il racconto della nascita di Gesù, apparentemente semplice ma profondamente teologico. I pastori, uomini marginali e non osservanti la Legge, sono i primi a ricevere l’annuncio dell’angelo: diventano così i primi testimoni, portatori della buona notizia. La narrazione di Luca (Lc 2,8-14) sottolinea come la gloria di Dio li avvolga e come essi siano colti da timore e gioia. La loro esperienza richiama le parole di Gesù: Dio rivela il suo mistero ai piccoli, non ai sapienti. La vicenda si svolge a Betlemme, città di Davide e «casa del pane», dove il neonato è deposto in una mangiatoia: simbolo di colui che si dà come nutrimento per l’umanità. Maria osserva in silenzio, meditando nel cuore tutti gli eventi (Lc 2,19), mostrando una contemplazione attenta e filiale, in contrasto con la loquacità dei pastori. Il suo atteggiamento ricorda quello di Daniele, che custodiva nel cuore le visioni ricevute (Dn 7,28), prefigurando il destino messianico del bambino. Il nome “Gesù”, che significa “Dio salva”, rivela il suo mistero salvifico. Come ogni bambino ebreo, Gesù è circonciso l’ottavo giorno e sottomesso alla Legge di Mosè, in piena solidarietà con il suo popolo. Luca insiste sulla circoncisione e sulla presentazione al Tempio (Lc 2,22-24) per sottolineare l’osservanza perfetta della Legge da parte di Maria e Giuseppe, non per evidenziare un dettaglio rituale, ma per mostrare la completa adesione di Gesù alla storia e alla tradizione del suo popolo. Questo è coerente con la sua futura identificazione con gli empi, come preannunciato: “E fu annoverato fra gli empi” (Lc 22,37). Infine, la discrezione e il silenzio di Maria, madre di Dio, mostrano la sua umiltà e la capacità di farsi strumento del progetto di Dio. Il centro del progetto non è Maria, ma Gesù, il Salvatore.

Sant’Ambrogio di Milano (IV sec.), commentando la scena dei pastori e l’atteggiamento di Maria, Ambrogio scrive: Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore: non cercava di spiegare il mistero con parole, ma lo conservava nella fede.” (cf. Expositio Evangelii secundum Lucam, II)

Elementi importanti: +La rivelazione del mistero di Dio ai «piccoli», non ai sapienti e I pastori: testimoni marginali e primi annunciatori. +Betlemme come città del pane, simbolo del nutrimento salvifico. +Maria medita nel cuore gli eventi, modello di contemplazione e silenzio. +Il nome Gesù significa «Dio salva». +Circoncisione e osservanza della Legge: solidarietà di Gesù con il popolo e Presentazione al Tempio: adesione totale alla Legge di Mosè. +Gesù identificato con gli empi: segno della sua missione. +Silenzio e umiltà di Maria: strumento del progetto divino, non centro. + Il progetto di salvezza ha al centro Gesù, il Salvatore

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 29 Dicembre 2025 06:48

Epifania: serve più Avventura

Venerdì, 26 Dicembre 2025 19:35

S. Famiglia di Nazaret (anno A)

Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (anno A)  [28 dicembre 2025]

 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco il commento dei testi di questa domenica con un augurio per ogni famiglia perché si rispecchi nella sua reale quotidianità in quella di Nazaret che la Bibbia ci mostra veramente provata da tante difficoltà e problemi come ogni famiglia.

 

*Prima Lettura dal libro del Siracide (3,2-6.12-14)  

Ben Sira insiste sul rispetto dovuto ai genitori perché, nel II secolo a.C. (verso il 180), l’autorità familiare stava indebolendosi. A Gerusalemme, sotto il dominio greco, pur nella libertà religiosa, nuove mentalità si diffondevano lentamente: il contatto con il mondo pagano rischiava di modificare il modo di pensare e di vivere degli ebrei. Per questo Ben Sira, maestro di Sapienza, difende i fondamenti della fede a partire dalla famiglia, primo luogo di trasmissione della fede, dei valori e delle pratiche religiose. Il testo è dunque un forte appello a favore della famiglia ed è anche una profonda meditazione sul quarto comandamento: «Onora tuo padre e tua madre», formulato nell’Esodo come promessa di lunga vita e nel Deuteronomio anche di felicità. Circa cinquant’anni dopo, il nipote di Ben Sira, traducendo l’opera in greco, aggiunge una motivazione decisiva: i genitori sono strumenti di Dio perché donano la vita; per questo meritano onore, memoria e riconoscenza. Questo comandamento risponde anche al buon senso umano: una società equilibrata nasce da famiglie solide, mentre la loro rottura genera gravi conseguenze psicologiche e sociali. Tuttavia, al livello più profondo, l’armonia familiare appartiene al progetto stesso di Dio. Alcune espressioni di Ben Sira sembrano suggerire un “calcolo” («chi onora il padre ottiene il perdono dei peccati…»), ma in realtà non si tratta di una ricompensa meccanica: la Legge di Dio è sempre via di grazia e di felicità. Come insegna il Deuteronomio, i comandamenti sono dati per il bene e la libertà dell’uomo. Quando Ben Sira afferma che onorare i genitori ottiene il perdono, si coglie un progresso nella rivelazione: la vera riconciliazione con Dio passa attraverso la riconciliazione con il prossimo, in sintonia con i profeti («misericordia voglio e non sacrifici»). Essere figli rispettosi dei genitori significa essere figli fedeli anche verso Dio. Non a caso, tra i Dieci Comandamenti, solo due sono formulati in positivo: il sabato e l’onore dovuto ai genitori. Essi trovano il loro compimento nel grande comandamento dell’amore del prossimo, che inizia proprio dai genitori, i nostri primi “prossimi”. Per questo il testo di Ben Sira risulta particolarmente appropriato nei tempi di festa, quando i legami familiari si rinsaldano o si riscoprono.

 

*Elementi più importanti: +Contesto storico: II secolo a.C., influenza ellenistica. +Famiglia come luogo primario di trasmissione della fede. +Difesa del quarto comandamento. +Genitori come strumenti di Dio nel dono della vita. +Legge di Dio come via di felicità, non di calcol. +Riconciliazione con Dio attraverso il prossimo. +Onorare i genitori come primo atto di amore del prossimo.

 

*Salmo Responsoriale (127/128)

 Questo salmo è chiamato “Cantico delle salite” perché era destinato ad essere cantato durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme, probabilmente negli ultimi momenti, salendo i gradini del Tempio. Il testo sembra strutturato come una celebrazione liturgica: all’ingresso del Tempio i sacerdoti accolgono i pellegrini e offrono un’ultima catechesi, proclamando la beatitudine dell’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. La benedizione riguarda il lavoro, la famiglia, la fecondità e la pace domestica: il frutto delle proprie mani, la moglie come vite feconda, i figli come germogli d’ulivo attorno alla mensa. L’assemblea dei pellegrini risponde confermando che così è benedetto chi teme il Signore. Segue la formula solenne di benedizione sacerdotale: dal monte Sion il Signore accorda la sua benedizione, permettendo di contemplare per tutta la vita il bene di Gerusalemme e la continuità delle generazioni. L’insistenza su lavoro, prosperità e felicità può sembrare troppo “terrena”, ma la Bibbia afferma con forza che Dio ha creato l’uomo per la felicità. Il desiderio umano di riuscita e di armonia familiare coincide con il progetto di Dio; per questo la Scrittura parla spesso di “felicità” e “benedizione”, senza ironia, anche di fronte alle sofferenze della storia. Il termine biblico “felice” non indica una garanzia automatica di successo, ma il vero bene, che è la vicinanza a Dio. È insieme riconoscimento e incoraggiamento. André Chouraqui traduce “felice, beato” con “in cammino”, per dire: sei sulla strada giusta, continua. Israele ha compreso presto che Dio accompagna il suo popolo nel desiderio di felicità e apre davanti a lui una via di speranza (cf. Ger 29,11). Tutta la Bibbia afferma il disegno misericordioso di Dio sull’umanità, come ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini. La felicità biblica ha dunque due dimensioni: è anzitutto il progetto di Dio, ma è anche una scelta dell’uomo. Il cammino è chiaro e diritto: la fedeltà alla Legge che si riassume nell’amore di Dio e dell’umanità. Gesù ha percorso questo cammino fino in fondo e invita i discepoli a seguirlo, promettendo la vera beatitudine a chi mette in pratica la sua parola. Resta l’espressione apparentemente paradossale: “Beato chi teme il Signore”. Non si tratta di paura, ma di stupore reverente. Chouraqui rende: “in cammino, tu che fremeresti di Dio”. È l’emozione di chi si sente piccolo davanti a un grande amore. Dopo aver scoperto che Dio è amore, Israele non teme più come lo schiavo, ma come il figlio davanti alla forza e alla tenerezza del padre. Non a caso la Scrittura usa lo stesso verbo per il rispetto dovuto a Dio e ai genitori (Lv 19,3). La fede è quindi la certezza che Dio vuole il bene dell’uomo; per questo “temere il Signore” equivale a “camminare nelle sue vie”. Quando Gerusalemme vivrà questa fedeltà, realizzerà la sua vocazione di città della pace; il salmo lo anticipa proclamando: “Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita”.

*Elementi più importanti: +Il salmo come Cantico delle salite e canto di pellegrinaggio ha la struttura liturgica: sacerdoti, assemblea, benedizione. +Benedizione su lavoro, famiglia e fecondità. +Dio crea l’uomo per la felicità e “beato” chi è vicino a Dio e Chouraqui traduce “beato” = in cammino. +Disegno benevolo di Dio sull’umanità che vede la felicità come dono di Dio e scelta dell’uomo. +Gesù come compimento del cammino dell’amore. +Timore di Dio” come atteggiamento filiale, non paura. +Gerusalemme chiamata a essere città della pace

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Colossesi (3,12-21)          

 La liturgia di oggi invita a contemplare la Santa Famiglia: Giuseppe, Maria e Gesù. È una famiglia semplice, ed è detta “santa” perché al suo centro c’è Dio stesso. Tuttavia, non si tratta di una famiglia idealizzata o irreale: i Vangeli mostrano chiaramente che essa ha attraversato prove e difficoltà concrete. Giuseppe è turbato davanti alla gravidanza misteriosa di Maria, la nascita di Gesù avviene in condizioni povere, la famiglia conosce l’esilio in Egitto e più tardi l’angoscia per Gesù smarrito e ritrovato nel Tempio, senza comprenderne pienamente il senso. Proprio per questo, la Santa Famiglia appare come una vera famiglia, segnata da fatiche e interrogativi simili a quelli di ogni altra famiglia. Questa realtà ci rassicura e dà senso alle raccomandazioni di san Paolo nella lettera ai Colossesi, dove invita alla pazienza e al perdono, virtù necessarie nella vita quotidiana. Colossi, città dell’attuale Turchia, non fu visitata direttamente da Paolo: la comunità cristiana nacque grazie a Epafra, suo discepolo. Paolo scrive dalla prigione, preoccupato per alcune derive che minacciano la purezza della fede cristiana. Il tono della lettera alterna l’entusiasmo contemplativo per il progetto di Dio a richiami molto decisi contro dottrine fuorvianti. Al centro del suo messaggio rimane sempre Gesù Cristo, cuore della storia e del mondo. Paolo invita i cristiani a modellare la loro vita su di Lui: rivestirsi di tenerezza, bontà, pace e gratitudine, facendo ogni cosa nel nome del Signore Gesù. I battezzati, infatti, formano il Corpo di Cristo. Riprendendo e approfondendo un’immagine già usata con i Corinzi, Paolo afferma che Cristo è il capo e i credenti sono le membra, chiamate a sostenersi a vicenda per costruire l’edificio della Chiesa.Il testo affronta anche i rapporti familiari, con espressioni che possono risultare difficili, come l’invito alle mogli alla sottomissione. Nel contesto biblico, però, questa sottomissione non equivale a servitù, ma si inserisce in una visione fondata sull’amore e sulla responsabilità. Paolo, dopo aver richiamato un linguaggio comune all’epoca, rivolge ai mariti un’esigenza ancora più forte: amare la propria moglie con rispetto e senza durezza. L’obbedienza cristiana nasce dalla fiducia nell’amore di Dio e si esprime in relazioni segnate da tenerezza, rispetto e dono reciproco.

*Elementi importanti: +La Santa Famiglia come famiglia reale, non idealizzata con le prove concrete vissute da Giuseppe, Maria e Gesù e invito alla pazienza e al perdono nella vita familiare. +Contesto della lettera ai Colossesi e ruolo di Epafra con la preoccupazione di Paolo per la fedeltà della fede cristiana. +Centralità di Gesù Cristo nella vita dei credenti come Corpo di Cristo, chiamati a sostenersi reciprocamente. +Relazioni familiari fondate sull’amore e sul rispetto dove sottomissione biblica è intesa come fiducia e dono, non come schiavitù. +Obbedienza cristiana radicata nella certezza che Dio è Amore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (2,13-15.19-239    

L’episodio della fuga della Santa Famiglia in Egitto richiama volutamente un’altra grande vicenda biblica: quella di Mosè e del popolo d’Israele, dodici secoli prima, schiavo in Egitto. Come allora il faraone ordinò l’uccisione dei neonati maschi e Mosè fu salvato per diventare il liberatore del suo popolo, così Gesù sfugge alla strage di Erode e diventerà il salvatore dell’umanità. Matteo invita a riconoscere in Gesù il nuovo Mosè, compimento della promessa di Dt 18,18: un profeta suscitato da Dio come Mosè stesso. Un secondo segno di compimento delle Scritture è la citazione di Os 11,1: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. In origine riferita al popolo d’Israele, Matteo la applica a Gesù, presentandolo come il Nuovo Israele, colui che realizza pienamente l’Alleanza. Il titolo di Figlio di Dio, già attribuito ai re e al Messia, in Gesù acquista un significato pieno: alla luce della risurrezione e del dono dello Spirito, i credenti riconoscono che Gesù è veramente Figlio di Dio, Dio da Dio, come confessa la fede cristiana. Un terzo segno è l’affermazione: “Sarà chiamato Nazareno”. Sebbene l’Antico Testamento non parli di Nazaret, Matteo gioca su risonanze linguistiche e simboliche: netser (“germoglio” messianico della stirpe di Davide), nazir (consacrato a Dio), e natsar (“custodire”). Nazaret diventa così il segno della scelta divina dell’umile e dell’insignificante. Inoltre, quando i cristiani vengono disprezzati come “Nazorei”, Matteo li incoraggia ricordando che anche Gesù portò quel titolo: ciò che appare spregevole agli uomini è prezioso agli occhi di Dio. Nel racconto, Matteo costruisce due scene parallele: fuga in Egitto e ritorno dall’Egitto. In entrambe c’è un contesto storico, l’apparizione dell’angelo a Giuseppe in sogno, l’obbedienza immediata e la conclusione: così si compì ciò “che era stato detto per mezzo dei profeti”. Il parallelismo mette in relazione i titoli Figlio di Dio e Nazareno, mostrando un Messia inatteso: glorioso e insieme umile. Per questo il testo è proclamato nella festa della Santa Famiglia: Gesù è Figlio di Dio, ma cresce in una famiglia semplice e in un villaggio insignificante. È il grande paradosso cristiano: la storia divina si compie nella quotidianità più ordinaria delle famiglie umane. I commentatori antichi come Pseudo-Dionisio e Pseudo-Crisostomo riflettono sulla fuga in Egitto, non solo un fatto storico ma una manifestazione del disegno salvifico: Cristo, pur essendo Dio, si sottomette alla legge della carne e alla guida divina, dimostrando la vera umanità e obbedienza del Messia. San Girolamo sottolinea invece che non solo Erode, ma anche i sommi sacerdoti e gli scribi cercarono la morte del Signore fin dai primi istanti della sua venuta nel mondo, mostrando l’ostilità spirituale che Gesù incontrerà per tutta la sua missione. Un’altra interpretazione di alcuni Padri antichi vede nella permanenza in Egitto una dimensione salvifica non solo per Gesù stesso, ma simbolicamente per il mondo: Egli va in quella terra storicamente associata all’oppressione e al paganesimo non per restare, ma per portare luce e salvezza, confermando che la venuta di Cristo è per tutti, anche per i popoli lontani da Dio.  Così, per gli antichi commentatori il racconto non è mera narrazione: è rivelazione teologica del mistero di Cristo, che entra nella storia umana come libera obbedienza per la nostra salvezza e compimento delle promesse profetiche.

 

*Sant’Ireneo di Lione Contro le eresie) scrive: “Gesù è ricapitolazione di tutta la storia: ciò che era stato perduto in Adamo, viene ritrovato in Cristo.”. Spesso questo è applicato dai Padri anche alla fuga in Egitto: Cristo ripercorre la storia d’Israele per portarla a compimento.

 

*Elementi importanti: +Parallelismo tra Gesù e Mosè, Gesù come nuovo Mosè e nuovo Israele. +Compimento delle Scritture secondo Matteo “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1). +Titolo di Figlio di Dio in senso pieno cristologico. +Significato simbolico di Nazaret / Nazareno. +Scelta divina dell’umile e del disprezzato, eMessia inatteso: gloria divina e umiltà concreta. +Struttura narrativa parallela: fuga e ritorno dall’Egitto. +Santa Famiglia: il divino vissuto nella vita quotidiana

 

+Giovanni D’Ercole

Martedì, 23 Dicembre 2025 19:17

S. Famiglia di Nazaret (anno A)

(Mt 2,13-15,19-23)

Matteo 2:13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».

Matteo 2:14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto,

Matteo 2:15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.

 

Per prima cosa capiamo come funziona il potere: non vuole rendere omaggio al Re appena nato, ma vuole farlo fuori. È il Rivale, colui che può togliergli il potere e il trono. Il potere, pur di far fuori il Rivale, pur di mantenere il proprio dominio, è pronto a sacrificare la vita dei suoi sudditi. È qualcosa di aberrante; il potere avrebbe il compito di difendere la vita dei sudditi, invece Erode applica la sua strategia senza scrupolo, e fa fuori tutti i bambini pur di conservare il potere.

Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe. Ci sono molti sogni che accompagnano l’infanzia di Gesù: stanno a indicare l’iniziativa e la provvidenza divina che fa fallire i progetti di Erode. L'annuncio dell'angelo ci dice dell'intervento di Dio nella storia. Notiamo come questi sogni vengono dati a Giuseppe e non a Maria. Giuseppe è il responsabile dinanzi a Dio e agli uomini della Madre e del Bambino.

A lui il Signore si rivolge nel sogno e gli trasmette un ordine perentorio, da mettere subito in atto: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò". Giuseppe viene guidato nei minimi particolari. Lui deve andare in Egitto e rimanere là finché il Signore di nuovo non lo avvertirà che può fare ritorno. Perché la salvezza si possa compiere è necessario che l'ordine venga eseguito alla lettera. Il Signore nelle sue cose è perfetto. Se l'uomo, alla perfezione del Signore vi risponde con l’obbedienza, si compie la salvezza. Tutti i mali del mondo nascono quando nella perfezione di Dio si introduce l'insipienza della creatura, la quale osa pensare di essere più saggia di quanto invece non sia.

In questa circostanza l’Egitto è un luogo di protezione. A quei tempi la Sacra Famiglia poteva facilmente trovare da vivere in mezzo alle tante colonie giudaiche, la più grande delle quali era in Alessandria. Ma l’Egitto è anche il luogo doveva aveva avuto inizio la storia d’Israele come popolo di Dio. Il bambino Gesù dovrà ripartire dall’Egitto per entrare nella sua terra. Matteo quindi ripresenta teologicamente l’esodo che compiuto da Gesù, il Messia liberatore, porterà il popolo a una nuova terra di libertà, alla vera liberazione. Partirono di “notte” (v. 14). È un ricordo della liberazione che il popolo d'Israele sperimentò nella notte di Pasqua, descritta nel libro dell’Esodo. Come il popolo fuggì alla minaccia del faraone, così ora Giuseppe porta in salvo Gesù dalla minaccia di Erode.

La salvezza ha però sempre un costo in sofferenza, in sacrificio, in dolore. Senza voler fare un’apologia del dolore, il dolore serve a dare alla persona una santità sempre più grande. Il dolore, la sofferenza è il crogiolo che purifica il nostro spirito da tutte le incrostazioni e ci avvicina alla santità di Dio.

Senza il sacrificio non c'è vera obbedienza, perché la vera obbedienza genera sempre un sacrificio purificatore della vita. È il sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, di cui parla l'apostolo Paolo. Il male del mondo di oggi è proprio nella volontà satanica di abolire dalla nostra vita ogni abnegazione, ogni rinuncia. Si vuole tutto, subito, immediatamente. Si vuole concedere al corpo ogni vizio, all'anima ogni peccato, allo spirito ogni pensiero cattivo. Si vuole vivere in un mondo senza sacrificio, senza sofferenza (per questo prenderà sempre più piede l’eutanasia e l’uccisione di quanti sono ritenuti un peso morto per la società). 

Si vuole vivere in un mondo senza alcuna privazione. Una volta si nasceva e si moriva in casa e c’era partecipazione nella famiglia della più grande gioia e della più grande tristezza, ma almeno il malato moriva con il conforto dei suoi. Si vuole vivere in un mondo che nasconde il mistero della morte e del dolore togliendolo dalle case, ignorando che proprio la vista del dolore è un momento forte di apertura alla fede.

Giuseppe e la famiglia sono rimasti in Egitto fino a dopo la morte di Erode. Matteo dice che questo è avvenuto in adempimento della profezia di Os 11,1 - "Fuor d’Egitto chiamai mio figlio" - il quale parla di tutt’altra cosa, e cioè dell’esperienza storica della nazione d’Israele: l’esodo dall’Egitto. Cosa centra il Messia? L'evangelista crea una sorta di aggancio parallelo tra gli eventi dell'antico Israele e quelli di Gesù, quasi a dire che in Gesù confluisce, in qualche modo, tutta la storia del popolo di Israele, da lui rivissuta nell'obbedienza e nella piena sottomissione al Padre. In altre parole, nell’esperienza analoga di Israele figlio di Dio, e del Messia figlio di Dio, entrambi in Egitto per necessità, ed entrambi liberati dalla provvidenza divina, Matteo vede Gesù che ricapitola la storia d’Israele di cui rivive l’esperienza nella sua propria persona.

Anzi, Gesù ricapitola in sé e attua tutta la storia della salvezza. Come l’uscita dall’Egitto era l’alba della redenzione, così l’infanzia di Gesù è l’alba dell’epoca messianica, e Matteo dimostra l’avverarsi delle Scritture in Gesù. Sarà  da lui  che uscirà un nuovo Israele, rigenerato dallo Spirito.

Tutto ciò che è prima di Cristo è solo immagine di ciò che il Signore avrebbe compiuto per mezzo di Gesù Cristo. Le vicende del popolo d’Israele erano una preparazione alla venuta del Messia, che rappresenta il punto di convergenza di tutta la Scrittura. Il vero Figlio di Dio è Gesù Cristo. Israele è solamente segno di quanto il Signore stava per operare per la salvezza dell'umanità. È questo il motivo per cui Matteo applica a Gesù Cristo tutto ciò che nell'Antico Testamento si riferiva a Israele.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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Domenica, 21 Dicembre 2025 17:59

Natale del Signore

Natale del Signore 2025 [Messa della Notte]

Dio i benedica e la Vergine ci protegga. Ogni più caro augurio per questo santo Natale di Cristo. Offro alla vostra attenzione il commento dei testi biblici della messa della notte e del giorno.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (9,1-6)

Per capire il messaggio di Isaia in questo testo, bisogna leggere questo versetto, l’ultimo del capitolo 8 che lo precede direttamente: “Dio in passato  umiliò la terra di Zabulon e di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”(v.23). Il testo non permette di stabilire con precisione la data della sua redazione, ma conosciamo due cose con certezza: A quale situazione politica si riferisce, anche se il testo può essere stato scritto più tardi. E conosciamo anche il senso della parola profetica, che vuole ravvivare la speranza del popolo. All’epoca evocata, il popolo era diviso in due regni: nel Nord Israele con capitale Samarìa, politicamente instabile. Al Sud il regno di Giuda, con capitale Gerusalemme, erede legittimo della dinastia davidica. Isaia predica nel Sud, ma i luoghi citati (Zabulon, Neftali, Galilea, via del mare, oltre il Giordano) appartengono al Nord. Queste zone – Galilea, via del mare, Transgiordania – hanno subito un destino particolare tra il 732 e il 721 a.C. Nel 732, il re assiro Tiglat-Pilèser III annette queste regioni. Nel 721, cade tutto il regno del Nord. Da qui l’immagine del “popolo che cammina nelle tenebre”, forse riferita alle colonne dei deportati. A questo popolo disfatto, Isaia annuncia un radicale rovesciamento: Dio farà sorgere una luce proprio nelle regioni umiliate. Perché queste promesse riguardano anche il Sud? Gerusalemme non è indifferente a ciò che accade al Nord: perché la minaccia assira incombe anche su di essa; perché lo scisma è vissuto come una ferita e si spera nella riunificazione del popolo sotto la casa di Davide. L’avvento di un nuovo re, le parole di Isaia («Una grande luce si è levata…») appartenevano al rituale del sacro regale: ogni nuovo re era paragonato a un’alba che porta speranza di pace e di unità. Isaia annuncia dunque: la nascita di un re (“Un bambino è nato per noi…”), chiamato “Principe della pace”, destinato a ridare forza alla dinastia davidica, e a riunificare il popolo. Questa certezza nasce dalla fede nel Dio fedele, che non può tradire le sue promesse. La profezia invita a non dimenticare le opere di Dio: Mosè ricordava: «Guardati dal dimenticare» Isaia diceva ad Acaz: «Se non crederete, non resterete saldi» (Is 7,9). La vittoria promessa sarà «come al giorno di Madian» (Gdc 7): la vittoria di Dio ottenuta attraverso un piccolo resto fedele con Gedeone. Il messaggio centrale é “Non temere: Dio non abbandonerà la casa di Davide”. Oggi potremmo dire: Non temere, piccolo gregge, Dio non abbandona il suo progetto di amore sull’umanità e la luce si crede nella notte.. Complemento storico: Quando Isaia annuncia queste promesse, il re Acaz ha appena sacrificato suo figlio agli idoli per paura della guerra, minando la stessa discendenza davidica. Ma Dio, fedele alle sue promesse, annuncia un nuovo erede che ristabilirà la linea di Davide: la speranza non è annullata dal peccato umano.

 

Elementi più importanti. +Il contesto: annessioni assire (732–721 a.C.) che devastano le regioni del Nord. +Le parole di Isaia sono una profezia di speranza per un popolo in tenebre.

 +L’annuncio è legato al sacro regale: la nascita di un nuovo re davidico. +La promessa riguarda unità, pace e fedeltà di Dio al patto con Davide. +La vittoria sarà opera divina, come la vittoria di Gedeone. +Anche il peccato di Acaz non annulla il progetto di Dio: Dio resta fedele.

 

*Salmo responsoriale (95/96)

Del Salmo 95/96 la liturgia propone solo pochi versetti, ma l’intero salmo è attraversato da un fremito di gioia e di esultanza. Eppure fu composto in un tempo storico che non aveva nulla di esaltante: ciò che vibra non è l’entusiasmo umano, ma la fede che spera, quella speranza che anticipa ciò che ancora non si possiede. Il salmo ci proietta alla fine dei tempi, al giorno benedetto in cui tutti i popoli riconosceranno il Signore come unico Dio e vi porranno la loro fiducia. L’immagine è grandiosa: siamo nel Tempio di Gerusalemme. La spianata è colma di un’umanità sterminata, radunata “dal capo del mondo”. Tutti cantano all’unisono: «Il Signore regna!» Non è più l’acclamazione di Israele per un re terreno, ma il grido dell’umanità intera che riconosce il Re del mondo. E non solo l’umanità acclama: anche la terra trema, i mari mugghiano, le campagne e perfino gli alberi delle foreste danzano. La creazione intera riconosce il suo Creatore, mentre l’uomo spesso ci ha messo secoli per farlo. Il salmo contiene anche una critica all’idolatria: «i dèi delle nazioni sono un nulla». Nei secoli, i profeti hanno combattuto la tentazione di affidarsi a false divinità e false sicurezze. Il salmo ricorda che solo il Signore è il vero Dio, Colui che “ha fatto i cieli”. Il motivo per cui tutti i popoli ora accorrono a Gerusalemme è che la buona notizia ha finalmente raggiunto il mondo intero. E ciò è stato possibile perché Israele l’ha proclamata ogni giorno, raccontando le opere di Dio: la liberazione dall’Egitto, le liberazioni quotidiane dalle molte forme di schiavitù, il pericolo più grave: credere in falsi valori che non salvano. Israele ha ricevuto l’immenso privilegio di conoscere il Dio unico, come proclama lo Shema‘: «Il Signore è uno solo».

Ma l’ha ricevuto per annunciarlo: «A te è stato dato di vedere, perché tu sappia… e lo faccia sapere». Grazie a questo annuncio, la buona notizia è giunta “fino ai confini della terra” e tutti i popoli si radunano nella “casa del Padre”. Il salmo vive per anticipazione questa scena finale e, in attesa che si realizzi, Israele lo canta per rinnovare la sua fede, ravvivare la sua speranza e trovare la forza di continuare la missione affidatagli.

 

Elementi più importanti: +Il Salmo 95/96 è un canto di speranza escatologica: anticipa il giorno in cui tutta l’umanità riconoscerà Dio. +Il racconto descrive una liturgia cosmica: umanità e creazione insieme acclamano il Signore. +Forte denuncia dell’idolatria: i “dèi delle nazioni” sono un nulla. +Israele ha il compito di annunciare ogni giorno le opere di Dio e la sua liberazione. +La sua vocazione: conoscere l’unico Dio e farlo conoscere. +Il salmo è cantato come anticipazione del futuro, per mantenere viva la fede e la missione del popolo.

 

*Seconda Lettura dalle lettera di san Paolo a Tito (2,11-14) e per la messa dell’Aurora  (3, 4-7)

Con il Battesimo siamo immersi nella grazia di Dio. I Cretesi avevano una pessima reputazione già prima del tempo di san Paolo. Un poeta del VI sec. a.C., Epimenide di Cnosso, li definiva “bugiardi per natura, bestie malvagie, ventri pigri”. Paolo cita questa frase e aggiunge: “Questo è vero!”. Ed è proprio, ben consapevole  di questa umanità difficile,  che Paolo ha fondato una comunità cristiana, poi affidata a Tito perché la organizzasse e la guidasse. La Lettera a Tito raccoglie le istruzioni del fondatore ai responsabili della giovane Chiesa di Creta. Molti studiosi ritengono che la lettera sia stata scritta verso la fine del I secolo, dopo la morte di Paolo, ma rispetta lo stile ed è fedele  alla sua teologia. In ogni caso, le difficoltà dei Cretesi dovevano essere ancora molto attuali. La lettera — brevissima, appena tre pagine — contiene raccomandazioni concrete per tutte le categorie della comunità: anziani, giovani, uomini, donne, padroni, schiavi e anche i responsabili che sono ammoniti ad  essere irreprensibili, ospitali, giusti, padroni di sé, lontani da violenza, avidità e ubriachezze. Una lunga lista di consigli che lascia intuire quanta strada ci fosse ancora da fare. Il passaggio teologico centrale della lettera— quello proclamato nella liturgia — spiega il fondamento di tutta la morale cristiana e cioè la vita nuova nasce dal Battesimo. Paolo lega i consigli morali a un affermazione decisiva: “La grazia di Dio si è manifestata per la salvezza di tutti”. Il messaggio è questo: Comportatevi bene, perché la grazia di Dio si è manifestata e ciò comporta che il cambiamento morale non è uno sforzo umano, ma una conseguenza dell’Incarnazione. Quando Paolo dice “la grazia si è manifestata” significa: Dio si è fatto uomo e con il Battesimo, immersi in Cristo, noi siamo rinati:salvati mediante il lavacro di rigenerazione e rinnovamento nello Spirito Santo (Tt 3,5). Non siamo salvati per meriti nostri, ma per misericordia e Dio ci chiede di essere di questo tutti testimoni. Il progetto di Dio è la trasformazione dell’umanità intera, radunata attorno a Cristo come un solo uomo nuovo. Questa meta sembra lontana e gli increduli la considerano un’utopia; ma i credenti sanno e confessano che è promessa da Dio, quindi è certezza. Per questo viviamo “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.”. Le parole che il sacerdote pronuncia dopo il Padre Nostro nella Messa riprendono proprio questa attesa: “nell’attesa che si compia la beata speranza…”. Non è fuga dalla realtà, ma atto di fede: Cristo avrà l’ultima parola sulla storia. Questa certezza alimenta tutta la liturgia e la Chiesa vive già come un’umanità già riunita in Cristo e protesa verso il futuro per cui quando verrà la fine, si potrà dire: “Si levarono come un solo uomo, e quest’uomo era Gesù Cristo”.

Nota storica: Quando nacque la comunità cristiana di Creta? Due ipotesi: Durante il trasferimento di Paolo a Roma (At 27): la nave fece scalo a “Buoni Porti”, nel sud dell’isola. Ma gli Atti non parlano della fondazione di una comunità, e Tito non era presente. Durante un quarto viaggio missionario dopo la liberazione di Paolo: la prima prigionia a Roma fu probabilmente una “residenza sorvegliata”; liberato, Paolo avrebbe evangelizzato Creta proprio in questo ultimo viaggio.

Elementi importanti da ricordare: +I Cretesi erano considerati difficili, ma Paolo fonda comunque lì una comunità. +La Lettera a Tito contiene istruzioni concrete per strutturare la Chiesa nascente. +La morale cristiana nasce dall’Incarnazione e dal Battesimo, non da semplice sforzo umano. +Dio salva per misericordia e chiede testimonianza, non meriti. +Progetto di Dio: riunire l’umanità in Cristo come un solo uomo nuovo. +L’attesa della “beata speranza” è certezza e sostiene la vita liturgica.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (2,1-14)

 Isaia, annunciando tempi nuovi al re Acaz, parla dell’“amore geloso del Signore” come forza capace di realizzare la promessa (Is 9,6). Questa convinzione attraversa tutto il racconto della nascita di Gesù nel Vangelo di Luca. La notte di Betlemme risuona dell’annuncio degli angeli: “Pace agli uomini amati dal Signore”  che sarebbe meglio dire “Pace agli uomini perché Dio li ama”. Non esistono infatti  “uomini amati e altri non amati” perché Dio ama tutti, e a tutti fa dono della sua pace. Tutto il progetto di Dio è racchiuso in questa frase che Giovanni sintetizza così: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il Figlio unigenito” (Gv 3,16). Di fronte a un Dio che si presenta come un neonato, non c’è nulla da temere: forse Dio ha scelto di nascere così perché cadessero per sempre le nostre paure nei suoi confronti. Come Isaia al suo tempo, anche l’angelo annuncia la nascita del Re atteso: “Oggi vi è nato un Salvatore, Cristo Signore, nella città di Davide.” È il figlio promesso nella profezia di Natan a Davide (2Sam 7): una discendenza stabile, un regno che dura per sempre. Per questo Luca insiste sulle origini di Giuseppe: egli appartiene alla casa di Davide e per il censimento sale a Betlemme, luogo indicato anche dal profeta Michea come patria del Messia, che sarà pastore del popolo e portatore di pace (Mi 5). Gli angeli annunciano dunque una “grande gioia”. Ma ciò che sorprende è il contrasto tra la grandezza della missione del Messia e la piccolezza , la minorità delle sue condizioni: l’“erede di tutte le cose” (Eb 1,2) nasce tra i poveri, nella penombra di una stalla; la Luce del mondo appare quasi nascondendosi volontariamente; la Parola che ha creato il mondo vuole imparare a parlare come ogni neonato. E in quest’ottica non stupisce che molti “non l’abbiano riconosciuto”. Il segno di Dio non sta nell’eccezionalità ma nella quotidianità semplice e povera: è lì che si manifesta il mistero dell’Incarnazione e i  primi a riconoscerlo sono i piccoli e i poveri, perché Dio, il “Misericordioso”, si lascia attirare  solo dalla nostra povertà. Chinarsi allora sulla mangiatoia di Betlemme significa imparare a somigliare a Lui, perché è da questa umile “cattedra” che  il Dio onnipotente ci  comunica il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). 

 

*Nota conclusiva. Il primogenito, termine giuridico, doveva essere consacrato a Dio e nel linguaggio biblico non significa che dopo Gesù siano venuti altri figli, ma che prima non c’era nessuno. Betlemme» significa letteralmente “casa del pane”; il Pane della vita viene donato al mondo. I titoli attribuiti a Gesù richiamano quelli attribuiti all’imperatore romano venerato come “dio” e “salvatore”, ma  l’unico che può portare davvero questi titoli è il neonato di Betlemme.

 

Elementi principali da ricordare: +Isaia e l’“amore geloso del Signore”: la promessa di un re futuro (Is 9,6). +Annuncio degli angeli: “Pace agli uomini perché Dio li ama”. +Il cuore del Vangelo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16). +Il neonato elimina ogni paura di Dio: Dio sceglie la via della fragilità. +Compimento delle promesse +Profezia di Natan a Davide (2Sam 7). +Profezia di Michea su Betlemme (Mi 5). +Giuseppe: discendenza davidica. +Contrasto sorprendente: grandezza del Messia vs. estrema povertà della nascita. +Titoli cristologici: “Erede di tutte le cose” (Eb 1,2). “Luce del mondo”. “Parola” che si fa bambino. +Il segno di Dio è la normalità povera: il mistero dell’Incarnazione nella vita quotidiana +I poveri e i piccoli lo riconoscono per primi. +La nostra vocazione: diventare figli di Dio (Gv 1,12) imitando la sua misericordia.

 

Sant’Ambrogio di Milano – Commento breve su Lc 2,1-14 “Cristo nasce in Betlemme, la “casa del pane”, perché si comprende fin dall’inizio che Egli è il Pane disceso dal cielo. La sua mangiatoia è il segno che sarà nostro nutrimento. Gli angeli annunciano la pace, perché dove c’è Cristo, lì c’è la pace vera. E sono i pastori i primi a ricevere la notizia: ciò significa che la grazia non si dona ai superbi, ma ai semplici. Dio non si manifesta nei palazzi dei potenti, ma nella povertà; insegna così che chi vuole vedere la gloria di Dio deve partire dall’umiltà” 

 

 

Natale del Signore 2025 [Messa del Giorno]

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (52,7-10)

 Il Signore consola il suo popolo. Il grido: “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme” colloca con precisione il testo di Isaia nel tempo dell’Esilio babilonese (587 a.C.), quando Gerusalemme fu distrutta dall’esercito di Nabucodonosor. La città devastata, la deportazione del popolo e la lunga attesa del ritorno avevano generato scoraggiamento e perdita di speranza. In questo contesto il profeta annuncia una svolta decisiva: Dio ha già agito. Le parole «Consolate, consolate il mio popolo» diventano certezza che il ritorno è imminente. Isaia immagina due figure simboliche:il messaggero, che corre per annunciare la buona notizia, la sentinella, che dalle mura di Gerusalemme vede avanzare il popolo liberato. Nel mondo antico il messaggero a piedi era l’unico mezzo di comunicazione rapida, mentre la sentinella vigilava dall’alto delle mura o delle colline. Così Isaia canta la bellezza dei passi di chi annuncia pace, salvezza e buona notizia. Non solo il popolo è salvato, ma anche la città sarà ricostruita: per questo perfino le rovine sono invitate alla gioia. La liberazione di Israele manifesta la potenza di Dio, che mostra “il suo braccio santo”. Come nell’Esodo dall’Egitto, Dio interviene con forza per riscattare il suo popolo. Isaia usa il termine “Ha riscattato Gerusalemme” (Go’el): Dio è il parente più prossimo che libera, non per interesse, ma per amore. Durante l’esilio il popolo matura una scoperta fondamentale: l’elezione di Israele non è privilegio esclusivo, ma missione universale. La salvezza di Dio è destinata a tutte le nazioni, affinché ogni popolo riconosca il Signore come Salvatore. Riletto alla luce del Natale, questo annuncio trova il suo compimento: Dio ha mostrato definitivamente il suo braccio santo in Gesù Cristo. Oggi la missione dei credenti è quella del messaggero: annunciare la pace, la buona notizia e proclamare al mondo che Dio regna.

 

Elementi più importanti nel testo: +Dio (il Signore) è il vero protagonista: Go’el, liberatore, re che ritorna a Sion. + Israele Popolo eletto, liberato dall’Esilio é chiamato a una missione universale. +Il messaggero è figura dell’annunciatore della buona notizia, della pace e della salvezza. +la sentinella, colui che vigila, riconosce i segni della salvezza e annuncia l’arrivo del Signore. +Gerusalemme (la città santa) distrutta ma destinata alla ricostruzione; simbolo del popolo restaurato.

 

*Salmo responsoriale (97/98)

 Come sempre si proclama solo qualche versetto ma il commento abbraccia tutto il salmo che ha come tema: il popolo dell’Alleanza… al servizio dell’Alleanza dei popoli. Tutti i confini della terra hanno veduto  la vittoria del nostro Dio”: è il popolo d’Israele che parla e che dice “nostro Dio”, affermando così il legame unico e privilegiato che lo unisce al Dio dell’universo. Tuttavia Israele ha compreso progressivamente che questa relazione non è un possesso esclusivo, ma una missione: annunciare l’amore di Dio a tutti gli uomini e introdurre l’umanità intera nell’Alleanza. Il salmo esprime chiaramente quelli che si possono definire “i due amori di Dio”: l’amore fedele per il suo popolo scelto, Israele; l’amore universale per tutte le nazioni, cioè per l’intera umanità. Da un lato si proclama che il Signore ha fatto conoscere la sua vittoria e la sua giustizia alle nazioni; dall’altro si ricorda la sua fedeltà e il suo amore verso la casa d’Israele, formule che richiamano tutta la storia dell’Alleanza nel deserto, quando Dio al Sinai si è rivelato come Dio di amore e di fedeltà (Es.19-24). L’elezione di Israele, quindi, non è un privilegio egoistico, ma una responsabilità fraterna: essere strumento perché tutti i popoli entrino nell’Alleanza. Come affermava André Chouraqui, il popolo dell’Alleanza è chiamato a diventare strumento dell’Alleanza dei popoli. Questa apertura universale è sottolineata anche dalla struttura letteraria del salmo, costruita secondo il procedimento dell’“inclusione”. La frase centrale, che parla della fedeltà di Dio verso Israele, è incorniciata da due affermazioni che riguardano tutta l’umanità: all’inizio le nazioni, alla fine tutta la terra. In questo modo il testo mostra che l’elezione di Israele è centrale, ma orientata a irradiare la salvezza su tutti. Durante la festa delle Capanne a Gerusalemme, Israele acclama il Signore come re, consapevole di farlo già a nome di tutta l’umanità, anticipando il giorno in cui Dio sarà riconosciuto come re di tutta la terra. Il salmo insiste così su una seconda dimensione fondamentale: la regalità di Dio. L’acclamazione non è un semplice canto, ma un vero grido di vittoria (teru‘ah), simile a quello che si lanciava sul campo di battaglia o nel giorno dell’incoronazione di un re. Il tema della vittoria ritorna più volte: il Signore ha vinto con il suo braccio santo e la sua mano potente, ha manifestato la sua giustizia alle nazioni e tutta la terra ha visto la sua vittoria. Questa vittoria ha un duplice significato. Da una parte richiama la liberazione dall’Egitto, primo grande atto salvifico di Dio, ricordato dalle immagini del braccio potente e delle meraviglie compiute nella traversata del mare. Dall’altra parte annuncia la vittoria finale ed escatologica, quando Dio trionferà definitivamente su ogni forza del male. Per questo l’acclamazione è piena di fiducia: a differenza dei re della terra, che deludono, Dio non delude. I cristiani, alla luce dell’Incarnazione, possono proclamare con ancora maggiore forza che il Re del mondo è già venuto e che il Regno di Dio, il Regno dell’amore, è già iniziato, anche se deve ancora compiersi pienamente.

Elementi importanti del testo: +Il rapporto privilegiato tra Israele e Dio,+ La missione universale di Israele al servizio dell’umanità. +I “due amori di Dio”: per Israele e per tutte le nazioni. +L’Alleanza come fedeltà e amore di Dio nella storia. +La struttura letteraria a “inclusione”. +La proclamazione della regalità di Dio e Il grido di vittoria (teru‘ah) e il linguaggio liturgico. +La memoria della liberazione dall’Egitto e L’attesa della vittoria definitiva di Dio alla fine dei tempi. +La rilettura cristiana alla luce dell’Incarnazione. +Il riferimento agli strumenti musicali del culto. + L’immagine della forza di Dio che, nel Natale, si manifesta nella fragilità di un bambino

 

*Seconda Lettura dalla lettera agli Ebrei (1,1-6)

L’affermazione “Dio aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti” mostra che la Lettera agli Ebrei si rivolge a Giudei divenuti cristiani. Israele ha sempre creduto che Dio si sia rivelato progressivamente al suo popolo: poiché Dio non è accessibile all’uomo, è Lui che prende l’iniziativa di farsi conoscere. Questa rivelazione avviene con una pedagogia graduale, simile all’educazione di un figlio, come ricorda il Deuteronomio: Dio educa il suo popolo passo dopo passo. Per questo, in ogni epoca, Dio ha suscitato profeti, considerati la “bocca di Dio”, che hanno parlato in modo comprensibile al loro tempo. Egli ha parlato «a molte riprese e in molti modi», formando il suo popolo nella speranza della salvezza. Con Gesù Cristo, però, si entra nel tempo del compimento. L’autore della Lettera agli Ebrei distingue due grandi periodi: il tempo precedente a Cristo e il tempo inaugurato da Cristo. In Gesù, il progetto misericordioso di salvezza di Dio trova il suo pieno compimento: il mondo nuovo è già iniziato. Dopo la risurrezione, i primi cristiani comprendono progressivamente che Gesù di Nazaret è il Messia atteso, ma in una forma inattesa. Le attese erano diverse: un Messia-re, un Messia-profeta, un Messia-sacerdote. L’autore afferma che Gesù è tutto questo insieme.

Gesù è il profeta per eccellenza: mentre i profeti erano la voce di Dio, Gesù è la Parola stessa di Dio, per mezzo della quale tutto è stato creato. Egli è il riflesso della gloria del Padre e la sua perfetta espressione: chi vede Lui, vede il Padre. Come sacerdote, Gesù ristabilisce l’Alleanza tra Dio e l’umanità. Vivendo una relazione filiale perfetta con il Padre, realizza la purificazione dei peccati. Il suo sacerdozio non consiste in riti esterni, ma in una vita totalmente donata nell’amore e nell’obbedienza al Padre. Gesù è anche il Messia-re. A Lui sono applicate le profezie regali: siede alla destra della Maestà divina ed è chiamato Figlio di Dio, titolo regale per eccellenza. Il suo regno supera quello dei re della terra: Egli è signore di tutta la creazione, superiore persino agli angeli, che lo adorano. Questo afferma implicitamente la sua divinità. Essere Cristo significa dunque essere profeta, sacerdote e re. Questo testo rivela anche la vocazione dei cristiani: uniti a Cristo, essi partecipano della sua dignità. Nel battesimo, il credente è reso partecipe della missione di Cristo come profeta, sacerdote e re. Il fatto che questo brano sia proclamato a Natale invita a riconoscere, nel bambino della mangiatoia, tutta questa profondità: Egli porta in sé il mistero del Figlio, del Re, del Sacerdote e del Profeta, e noi viviamo in Lui, con Lui e per Lui.

 

Elementi più importanti del testo: +La rivelazione progressiva di Dio. +Il ruolo dei profeti nella storia di Israele. +Gesù come compimento definitivo della rivelazione. +Cristo Parola di Dio e riflesso della sua gloria. +Cristo sacerdote che ristabilisce l’Alleanza. +Cristo re, Figlio di Dio e Signore della creazione. +L’unità delle tre funzioni: profeta, sacerdote e re. +La partecipazione dei cristiani a questa missione nel battesimo

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18)

La creazione è il frutto dell’amore. “In principio”: Giovanni riprende volutamente il primo termine della Genesi («Bereshit»). Non indica una mera successione cronologica, ma l’origine e il fondamento di tutte le cose. “In principio era il Verbo” : tutto nasce dalla Parola, Parola d’amore, dal dialogo tra il Padre e il Figlio. Il Verbo è «rivolto verso Dio» (pros ton Theon), simboleggiando l’atteggiamento del dialogo: guardare l’altro negli occhi, aprirsi all’incontro. La creazione stessa è il frutto di questo dialogo d’amore tra Padre e Figlio, e l’uomo è creato per viverlo. Siamo frutto dell’amore di Dio, chiamati a un dialogo filiale con Lui. La storia umana mostra però la rottura di questo dialogo: il peccato originale di Adamo ed Eva rappresenta la sfiducia in Dio, che interrompe la comunione. La conversione, cioè il «fare mezzo giro», permette di riconciliare il dialogo con Dio. Il futuro dell’umanità è entrare nel dialogo. Cristo vive perfettamente questo dialogo con il Padre: Egli è il «Sì» dell’umanità al Padre. Attraverso di Lui, siamo reintrodotti nel dialogo originario, diventando figli di Dio per coloro che credono in Lui. La fiducia in Dio («credere») è il contrario del peccato: significa non dubitare mai dell’amore di Dio e guardare il mondo con i Suoi occhi. Il Verbo incarnato (Il Verbo si fece carne) mostra che Dio è presente nella realtà concreta, non bisogna fuggire dal mondo per incontrarlo. Come Giovanni Battista, anche noi siamo chiamati a testimoniare questa presenza nella vita quotidiana.

 

Elementi principali del testo: +La creazione come frutto del dialogo d’amore tra Padre e Figlio: + In principio indica origine e fondamento, non solo cronologia. +Il Verbo come Parola creatrice e principio del dialogo. +L’uomo creato per vivere il dialogo filiale con Dio

e La rottura del dialogo nel peccato originale. +La conversione come «mezzo giro» per riconciliare il rapporto con Dio. +Cristo come perfetto dialogo e «Sì» dell’umanità al Padre. +Diventare figli di Dio attraverso la fede. +La presenza di Dio nella realtà concreta e nella carne del Verbo. +La chiamata dei credenti a essere testimoni della presenza di Dio

 

Sant’Agostino, commentando il Prologo di Giovanni, scrive: “Il Verbo non è stato creato; il Verbo era presso Dio e tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Non è solo un messaggio, ma la stessa Sapienza e Amore di Dio che comunica se stesso agli uomini”. Agostino sottolinea così che la creazione e l’umanità non sono un accidente, ma il frutto dell’amore eterno di Dio e che l’uomo è chiamato a rispondere a questo amore nel dialogo con Lui.

 

+ Giovanni D’Ercole

Venerdì, 19 Dicembre 2025 06:22

Prologo. Logos: carne

Mercoledì, 17 Dicembre 2025 10:23

4a Domenica di Avvento (anno A)

IV Domenica di Avvento (anno A)  [21 Dicembre 2025]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo al Natale e la Parola di Dio ci ricorda la fedeltà del Signore anche quando l’infedeltà del suo popolo potrebbe stancarlo. (prima lettura). Il vangelo ci fa incontrare san Giuseppe, l’uomo che nel silenzio accetta e compie la sua missione di padre del Figlio di Dio 

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (7,10-14)

Siamo intorno al 735 a.C. il regno di David è da due secoli diviso in due stati: Samaria al Nord e Gerusalemme al Sud, dove regna Achaz, un giovane re di vent’anni. La situazione politica è drammatica: l’impero assiro, con capitale Ninive, domina la regione; i re di Damasco e Samaria, già sconfitti dagli Assiri, ora si ribellano e assediano Gerusalemme per sostituire Achaz con un sovrano alleato. Il re si lascia prendere dal panico: “il cuore del re e il cuore del popolo si agitarono come gli alberi della foresta per il vento” (Is 7,2). Il profeta Isaia lo invita alla calma e alla fede: Dio ha promesso di mantenere viva la dinastia di David; la stabilità dipende dalla fiducia nel Signore: se non crederete, non resterete saldi. Achaz però non ascolta: si rivolge agli idoli e arriva a compiere un gesto atroce e proibito dai profeti, sacrificando il figlio unico facendolo passare per il fuoco (cf.2Re 16,3). Poi decide di chiedere aiuto all’Assiria, scelta che comporta la perdita dell’indipendenza politica e religiosa. Isaia vi si oppone duramente: è un tradimento dell’Alleanza e della liberazione iniziata con Mosè. In questo contesto Isaia offre un segno: “Chiedi per te un segno dal Signore tuo Dio”. Achaz risponde ipocritamente fingendo per umiltà di non chiederlo per non tentare il Signore, mentre ha già deciso di affidarsi all’Assiria. Isaia replica piuttosto duramente dicendo di non stancare “il mio Dio”, quasi a indicare che Achaz si pone ormai fuori dall’Alleanza. Nonostante l’infedeltà del re, Dio rimane fedele e, dice Isaia, “il Signore stesso vi darà un segno”: la giovane donna (la regina) è incinta e il figlio si chiamerà Emmanuele, “Dio con noi”. Questo messaggio di Isaia è uno dei testi classici del messianismo biblico. Né i nemici, né il peccato del re potranno annullare la promessa fatta da Dio a David. Il bambino – probabilmente il futuro re Ezechia – saprà scegliere il bene grazie allo Spirito del Signore, e prima ancora che cresca, la minaccia di Samaria e Damasco sparirà. Infatti, poco dopo, i due regni vengono annientati dagli Assiri. La libertà degli uomini resta intatta, e anche Ezechia commetterà errori; ma la profezia di Isaia afferma che nulla può impedire la fedeltà di Dio verso la discendenza di David. Per questo, nei secoli, Israele attenderà un re che realizzi pienamente il nome di Emmanuele. La nascita del bambino è più di una buona notizia: è annuncio di perdono. Sacrificando il proprio figlio al dio Moloch, Achaz ha compromesso la promessa fatta a David; ma Dio non ritira il suo impegno. La nascita del nuovo erede mostra che la fedeltà di Dio supera l’infedeltà degli uomini.Il “segno” assume così un’altra incoraggiante dimensione messianica  che vediamo meglio nel vangelo di questa domenica. 

 

Elementi importanti da ricordare: +Contesto storico: 735 a.C., regno diviso, minacce da Siria, Samaria e Assiria. +Panico di Achaz e invito di Isaia alla fede. +Infedeltà grave del re: idolatria e sacrificio del figlio. +Scelta politica sbagliata: alleanza con l’Assiria. +Il segno di Isaia: nascita del bambino chiamato Emmanuele. +Compimento immediato: distruzione di Siria e Samaria da parte dell’Assiria. +Tema centrale: l’infedeltà degli uomini non annulla la fedeltà di Dio. +La nascita come annuncio di perdono e continuità della promessa davidica.

 

Salmo responsoriale (23/24, 1-2. 3-4. 5-6)

Il salmo ci porta al tempio di Gerusalemme: una grande processione arriva alle porte e due cori dialogano chiedendo: “Chi potrà salire sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?” L’immagine richiama Isaia che descrive il Dio tre volte santo come un fuoco divorante davanti al quale nessuno potrebbe “stare” senza il suo aiuto. Il popolo d’Israele ha scoperto che questo Dio totalmente “Altro” si fa anche il Dio totalmente “vicino”, permettendo all’uomo di restare alla sua presenza. La risposta del salmo è: “Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli”. Non si tratta prima di tutto di moralismo, perché il popolo sa di essere ammesso davanti a Dio per grazia, non per merito proprio. Qui “cuore puro” significa un cuore non mescolato, rivolto unicamente al Dio unico; “mani innocenti” sono mani che non hanno offerto sacrifici agli idoli. L’espressione “non si rivolge/letteralmente non eleva l’anima”» indica non rivolgersi a divinità vuote: “elevare gli occhi” nella Bibbia significa invocare, pregare, riconoscere qualcuno come Dio. Questo versetto richiama la grande lotta dei profeti contro l’idolatria. Isaia aveva già contrastato Achaz nel VIII secolo; e anche durante l’Esilio a Babilonia, il popolo – immerso in una cultura politeista – fu tentato di tornare agli idoli. Il salmo, cantato dopo l’Esilio, ricorda che la prima condizione dell’Alleanza è restare fedeli al Dio unico. Cercare il volto di Dio è un’immagine ripresa dal linguaggio della corte: solo chi è fedele al Re può essere ammesso alla sua presenza. Gli idoli sono definiti “dei vuoti”: il salmo 115 descrive magistralmente la loro nullità – hanno occhi, bocca, mani, ma non vedono, non parlano, non agiscono. A differenza di queste statue, Dio è vivente e opera davvero. La fedeltà al Dio unico è quindi la condizione per ricevere la benedizione promessa ai padri e per entrare nel suo progetto di salvezza. Per questo Gesù dirà: “Nessuno può servire due padroni” (Mt 6,24).

Questa fedeltà, però, non resta astratta: trasforma concretamente la vita. Il cuore puro diventa un cuore di carne capace di eliminare odio e violenza; le mani innocenti diventano mani incapaci di fare il male. Il salmo dice: “Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza”: significa sia conformarsi al progetto di Dio, sia vivere relazioni giuste con gli altri. Qui si intravede già la luce delle Beatitudini: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”. L’espressione alzare gli occhi, qui espressa con “chi non si rivolge agli idoli”(v.4) ritorna in Zaccaria e nel Vangelo di Giovanni: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37), segno di un nuovo incontro con Dio.

Elementi importanti da ricordare: +Scena del tempio con il dialogo dei cori. +Dio tre volte santo e insieme vicino: permette all’uomo di “stare” davanti a Lui. +“Cuore puro” e “mani innocenti” come fedeltà al Dio unico, non idolatria e lotta continua dei profeti contro le idolatrie (Achaz, Esilio). +Idoli come “dei vuoti”; critica del salmo 115. +Fedeltà al Dio unico come prima condizione dell’Alleanza che ha come conseguenze etiche la vita giusta, un cuore rinnovato, mani non violente. 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai romani (1,1-7)

San Paolo apre la lettera ai Romani riassumendo tutta la fede cristiana: le promesse contenute nelle Scritture, il mistero di Cristo, la sua nascita e la sua risurrezione, l’elezione gratuita del popolo santo e la missione degli Apostoli verso le nazioni pagane. Scrivendo a una comunità che non ha ancora incontrato, Paolo si presenta con due titoli: “servo di Gesù Cristo e apostolo per chiamata”, cioè inviato, uno che agisce per mandato. Subito attribuisce a Gesù il titolo di Cristo, che significa Messia: dire “Gesù Cristo” equivale a professare che Gesù di Nazaret è il Messia atteso. Paolo afferma di essere stato “scelto per annunciare il Vangelo di Dio”, la Buona Notizia: annunciare il Vangelo significa annunciare che il progetto di Dio è totalmente benevolo e che questo progetto si compie in Gesù Cristo. Questa Buona Notizia, dice Paolo, era già stata promessa nei profeti. Senza l’Antico Testamento non si comprende il Nuovo perché il disegno di Dio è unico, rivelato progressivamente lungo la storia. La Risurrezione del Cristo é il centro della storia, il cuore del progetto divino fin dall’origine, come Paolo ricorda anche nella lettera agli Efesini, dove parla della volontà di Dio di ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1,9-10). “Secondo la carne”: Gesù è discendente di Davide, quindi vero uomo e Messia. “Secondo lo Spirito”: Gesù ,è costituito Figlio di Dio “con potenza” attraverso la sua Risurrezione e nella Risurrezione Dio lo intronizza come Re dell’umanità nuova. Per Paolo, questo è l’evento che cambia la storia perché  “se Cristo non è risorto, è vana anche la vostra fede”(cf.1Cor 15,14). Per questo annuncia ovunque la Risurrezione, affinché “il nome di Gesù Cristo sia riconosciuto”, come scrive anche  nella lettera ai Filippesi (2,9-11), Dio gli ha dato il Nome sopra ogni altro nome, quello stesso di “Signore”. Paolo sente che la sua missione apostolica è “suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti”. L’“obbedienza” non è servilismo, ma ascolto fiducioso: è l’atteggiamento del figlio che si fida dell’amore del Padre e accoglie la sua Parola. Paolo conclude con un suo augurio tipico: “Grazia a voi e pace da Dio” che è quanto viene espresso nella benedizione sacerdotale del libro dei Numeri: la grazia e la pace vengono sempre da Dio, ma tocca all’uomo accoglierle liberamente.

 

Elementi più importanti d ricordare: +Sintesi della fede cristiana:  le promesse si realizzano in  Cristo, nella Risurrezione, elezione e missione. +Titoli di Paolo sono servo e apostolo mentre  il Titolo “Cristo” è “Messia”,che è una  professione di fede; +Vangelo è il progetto misericordioso di Dio compiuto in Cristo. +Unità tra Antico e Nuovo Testamento e Cristo nella sua identità “Secondo la carne” e “secondo lo Spirito”: è al centro del disegno di Dio fin dall’origine. +La Risurrezione è l’evento decisivo. e l”obbedienza della fede” è l’ ascolto fiducioso. + Benedizione finale: grazia e pace, nella libertà dell’uomo.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (1,18-24) 

Matteo apre il suo Vangelo con l’espressione: “Genealogia di Gesù  Cristo”,  il libro cioè della genesi di Gesù Cristo e presenta una lunga genealogia che dimostra la discendenza davidica di Giuseppe. Seguendo la formula “A generò B”, Matteo giunge a Giuseppe, ma rompe lo schema: non può dire “Giuseppe generò Gesù”, l’evangelista scrive invece: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (Mt 1,16). Questa formula mostra che la genealogia subisce una svolta: perché Gesù sia inserito nella linea di Davide non basta la sua nascita, ma occorre che Giuseppe lo adotti. Il Figlio di Dio, in un certo senso, si consegna alla libertà di un uomo: il progetto divino dipende dal “sì” di Giuseppe. Conosciamo bene l’Annunciazione a Maria nel Vangelo di Luca, ampiamente rappresentata nell’arte. Molto meno rappresentata invece è l’Annunciazione a Giuseppe, benché sia decisiva: la storia umana di Gesù inizia grazie alla libera accoglienza di un uomo giusto. L’angelo chiama Giuseppe “figlio di Davide” e gli rivela il mistero della filiazione di Gesù: concepito dallo Spirito Santo, e tuttavia riconosciuto come suo figlio. “Non temere di prendere con te Maria tua sposa” significa che Gesù entrerà nella casa di Giuseppe, e sarà lui a imporgli il nome. Matteo spiega anche il significato del nome Gesù: significa “Il Signore salva”. La sua missione non è solo liberare Israele da un potere umano, ma salvare il suo popolo dai peccati. Nella tradizione ebraica, l’attesa del Messia includeva un rinnovamento totale: nuova creazione, giustizia e pace. Tutto questo Matteo lo vede racchiuso nel nome di Gesù. Il testo precisa: “il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. I racconti della concezione verginale sono due: questo di Matteo (Annunciazione a Giuseppe) e quello di Luca (Annunciazione a Maria). La Chiesa confessa questa verità come articolo di fede: Gesù è insieme vero uomo, nato da una donna, inserito nella discendenza di Davide grazie alla libera scelta di Giuseppe; e vero Figlio di Dio, concepito dallo Spirito Santo. Matteo collega il tutto alla profezia di Isaia: “La vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome  di Emmanuele,  che significa“Dio-con-noi””. La traduzione greca di Isaia (Settanta), che Matteo cita, usa il termine «vergine» (parthenos), mentre il testo ebraico usa almah che indica “giovane donna” non ancor sposata: già la traduzione antica rifletteva la convinzione che il Messia sarebbe nato da una vergine. Matteo insiste: il bambino si chiamerà Gesù (il Signore salva), ma il profeta lo chiama Emmanuele (Dio-con-noi). Non è una contraddizione: alla fine del Vangelo di Matteo Gesù dirà: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”(Mt28,20). Il suo nome e la sua missione coincidono: salvare significa essere con l’uomo, accompagnarlo, non abbandonarlo mai. Giuseppe ha creduto e accolto la presenza di Dio. Come Elisabetta disse a Maria: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45), allo stesso modo possiamo dire: «Beato Giuseppe che ha creduto: grazie a lui Dio ha potuto realizzare il suo disegno di salvezza». Matteo usa per due volte la parola «genesi» (Mt 1,1.18), come nel libro della Genesi quando si parla della discendenza di Adamo. Questo suggerisce che in Gesù si ricapitola l’intera storia umana: egli è il Nuovo Adamo, come dirà san Paolo.

Elementi più importanti da ricordare: Ruptura nella genealogia: Gesù non è “generato” da Giuseppe ma per adozione realizza il progetto della salvezza. +Libertà di Giuseppe fondamentale nel compimento del disegno divino. +Titolo “figlio di Davide” e ruolo giuridico di Giuseppe. +Nome di Gesù = “Il Signore salva” missione di salvezza dai peccati. +Concezione verginale: mistero di fede, vero uomo e vero Figlio di Dio. +Citazione di Isaia 7,14 secondo la traduzione greca (“vergine”). +Gesù e Emmanuele: salvezza come presenza costante di Dio. +Parallelo con la beatitudine di Elisabetta: fede di Giuseppe. +Gesù come “Nuovo Adamo” secondo il richiamo alla “genesi”.

 

Commento di Sant’Agostino, Sermone 51, sull’Incarnazione

“Giuseppe fu più grande nel silenzio che molti nella parola: credette all’angelo, accolse il mistero, protesse ciò che non comprendeva pienamente. In lui vediamo come la fede non consiste nel capire tutto, ma nel fidarsi di Dio che opera in segreto.” Agostino sottolinea così il ruolo unico di Giuseppe: la sua fede è obbedienza fiduciosa; accoglie Cristo senza possederlo; diventa custode del mistero che salva il mondo.

 

+Giovanni D’Ercole

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"Beloved" of God (cf. Lk 1: 28). Origen observes that no such title had ever been given to a human being, and that it is unparalleled in all of Sacred Scripture (cf. In Lucam 6: 7). It is a title expressed in passive form, but this "passivity" of Mary, who has always been and is for ever "loved" by the Lord, implies her free consent, her personal and original response:  in being loved, in receiving the gift of God, Mary is fully active, because she accepts with personal generosity the wave of God's love poured out upon her [Pope Benedict]
"Amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta: nell’essere amata, nel ricevere il dono di Dio, Maria è pienamente attiva, perché accoglie con personale disponibilità l’onda dell’amore di Dio che si riversa in lei [Papa Benedetto]
Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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