Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Nel Vangelo di oggi Gesù insegna ai suoi discepoli l’umiltà e la grandezza del servire.
Chi vuole diventare grande sarà primo nel servizio. Rispetto a quello imperiale, ben diverso è il criterio evangelico - che eleva chi si fa ultimo e non domina.
Grazie alla luce ricevuta dallo Spirito, Francesco e Chiara avevano imparato ad incarnare la Parola di Dio quotidianamente.
Destinatario del loro agire era il Cristo da riconoscere e servire nei frati o nelle sorelle, ma pure da soccorrere in quanti bussavano alla porta o incontravano lungo la strada.
I figli del Regno dei cieli non dominano, ma servono umilmente il prossimo.
I discepoli di Gesù non ambiscono a posizioni di prestigio, bensì a conformarsi all’identikit delineato dalle Beatitudini.
Da qui la comprensione attiva di quanto le Fonti propongono.
"Occupavano [i frati] la giornata nell’orazione e lavorando con le loro mani, in maniera da evitare risolutamente l’ozio, nemico dell’anima […]
Si amavano l’un l’altro con un affetto profondo, e a vicenda si servivano e procuravano il necessario, come farebbe una madre col suo unico figlio teneramente amato.
Tale era l’affetto che ardeva loro in cuore, che erano pronti a consegnarsi alla morte senza esitare, non solo per amore di Cristo, ma anche per salvare l’anima o il corpo dei fratelli" (FF 1446).
«Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita, riscatto per molti» (Mt 20,28).
E la stessa Chiara, chiusa fra le mura damianite, offriva in semplicità alle sorelle la testimonianza di un servizio a tutto campo.
"Da allora non respinse più alcuna incombenza servile, al punto che, per lo più, era lei a versare l’acqua sulle mani delle sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano e le serviva a tavola mentre mangiavano.
Malvolentieri imparte appena qualche ordine: ma fa da sé spontaneamente, preferendo eseguire lei stessa piuttosto che comandare alle sorelle" (FF 3180).
"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).
Il Minimo e la Povera di San Damiano avevano ricevuto in dono un cuore puro, infiammato dalla Carità, al servizio del Regno.
Guardando Gesù, Autore e Perfezionatore della legge, avevano acquisito la Sua fisionomia di servitori fraterni, per riscattare le moltitudini.
San Giacomo apostolo (Mt 20,20-28)
Il brano odierno di Matteo evidenzia l’importanza, sottolineata da Gesù, dei vari tipi di ascolto della Parola.
Egli dà spiegazione ai suoi circa il significato della parabola del Seminatore, così che i suoi discepoli ne facciano tesoro.
In Francesco d’Assisi l’ascolto attento delle Scritture, poi vissute, era uno stile di vita.
Le Fonti lo ritraggono di frequente tutto proteso ad assimilare la Parola di Dio, cercata e offerta.
Nella Lettera a tutto l’Ordine:
"E poiché chi è da Dio ascolta le parole di Dio, perciò noi, che in modo tutto speciale siamo deputati ai divini uffici, dobbiamo non solo ascoltare e praticare quello che Dio dice, ma anche, per radicare in noi l’altezza del nostro Creatore e la nostra sottomissione a lui, custodire i vasi sacri e i libri liturgici, che contengono le sante parole" (FF 224).
Nelle Fonti c’è un episodio particolarmente plastico che denota l’atteggiamento di fede e l’orecchio interiore attento del Poverello, che si rivela terreno fecondo.
"Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo:
«Non tenete né oro né argento né denaro nelle vostre cinture; non abbiate bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone».
Questo udì, comprese e affidò alla memoria l’amico della povertà apostolica e, subito, ricolmo d’indicibile letizia, esclamò:
«Questo è ciò che desidero, questo è ciò che bramo con tutto il cuore!».
Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sua preoccupazione nello scoprire come realizzare a pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola della santità, dettata dagli apostoli" (FF 1051).
Francesco fu quel terreno buono che ascoltò e comprese la Parola, dando frutto in abbondanza.
Aveva capito che la qualità dell’ascolto è luogo autorevole di raccolto.
«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,23).
Venerdì 16.a sett. T.O. (Mt 13,18-23)
Nella festa di S. Brigida patrona d’Europa la liturgia ci offre un brano tratto dal Vangelo giovanneo.
In esso Gesù ci ricorda che Lui è la vera vite e il Padre suo l’agricoltore. Solo chi rimane unito a Gesù porterà molto frutto.
Francesco, da quando aveva incontrato il Signore, si era convinto che solo dimorando nel suo amore sarebbe andato lontano, insieme ai suoi.
Nelle Fonti c’è un brano che illustra quanto detto.
"Francesco pastore del piccolo gregge, ispirato dalla Grazia divina, condusse i suoi dodici frati a Santa Maria della Porziuncola, perché voleva che l’Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse, sotto la protezione della Madre di Dio, là dove, per i meriti di lei, aveva avuto inizio.
Là, inoltre, divenne araldo del Vangelo. Incominciò, infatti, a percorrere città e villaggi e ad annunziarvi il regno di Dio, non basandosi su discorsi persuasivi della sapienza umana, ma sulla dimostrazione di spirito e di potenza.
A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto.
Da allora la vigna di Cristo incominciò a produrre germogli profumati del buon odore del Signore, e frutti abbondanti con fiori soavi di grazia e di santità" (FF 1072).
Francesco s’impegnò a far sì che la sua fraternità rimanesse ben unita a Gesù, vera Vite, affinché in Santa Maria della Porziuncola echeggiasse stabilmente la linfa dello Spirito e la Trinità dimorasse in loro e fra loro.
Sapeva bene che senza l’aiuto di Dio non sarebbe stato possibile fare nulla, neppure perseverare nella chiamata-missione ricevuta.
Durante tutta la sua vita si adoperò perché la vigna estesa dei frati minori rendesse a Dio frutti saporosi e mai si allontanasse dal Vangelo, Custodia divina.
Chiara altresì fu Madre prudente, consumatasi perché le sue figlie e sorelle s’impegnassero a rimanere nella Parola di Dio e nella comunione.
L’austerità di vita abbracciata era mitigata dall’amore profondo con cui entrambi furono tralci tenacemente avvinti alla Vite di Cristo.
«Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5)
S. Brigida di Svezia (Gv 15,1-8)
Nella festa di S.Maria Maddalena la Liturgia ci propone il brano di Giovanni che la riguarda più da vicino, come pure interpella ogni anima nel suo percorso di ricerca del Maestro.
«Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Maria di Magdala piangeva il suo Signore, vicino al sepolcro. Smarrita e addolorata, si affliggeva non sapendo dove fosse, fin quando Gesù si fece presente.
Anche Chiara, nel chiuso di San Damiano, piangeva durante l’orazione per il suo Cristo, unendosi alla sua Passione, nell’attesa della Risurrezione.
Nella Leggenda leggiamo:
"Aveva ormai fissato nella Luce lo sguardo ardentissimo del desiderio interiore e, trascesa la sfera delle vicissitudini umane, spalancava in tutta la sua ampiezza il campo del suo spirito alla pioggia della Grazia.
[…]
Spessissimo, prostrata in orazione col volto a terra, bagna il suolo di lacrime e lo sfiora con baci: così che pare avere sempre tra le braccia il suo Gesù, i cui piedi inondare di lacrime, su cui imprimere baci" (FF 3197).
Chiara cercava interiormente il Signore, anche per coloro che non lo desideravano.
Si guardava dal trattenere Cristo che saliva al Padre, vivendo l’annuncio della Resurrezione con volto di luce, attestante la visione attuale di Lui ai fratelli che l’avvicinavano.
Visse il perenne Esodo terreno in vista della Terra promessa, che già assaporava a piccole dosi.
Francesco, dal canto suo, giullare della Risurrezione, piangeva la Passione d’Amore, corroborata dalla rinascita esistenziale.
Ancora, nella Leggenda maggiore di San Bonaventura:
"A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto" (FF 1072).
Come Maria di Magdala ebbe a fare il passaggio dall’esterno [vicina al sepolcro] all’interno della propria anima e vicenda - per riconoscere Gesù Risorto.
Così Francesco, dopo essere vissuto all’esterno, fra allegre brigate assisane, aveva incontrato il «Rabbuni» all’interno del suo cuore. Riconoscendo e decifrando il Maestro della sua vita, in orazione dinanzi al Crocifisso di San Damiano.
Lì ritrovando Dio, ritrovava se stesso; in mezzo al pianto e alla gioia perfetta.
Gesù rivolse pure a lui la domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Il Crocifisso damianita divenne il luogo della sua risurrezione, dove il pianto di una vita mancata, passata nei sollazzi, cedette il passo alla Chiamata per nome, in vista d’una rigenerazione personale e comunitaria.
A San Damiano, quando dal Crocifisso venne a lui una Voce divina che lo invitò a cambiare vita, il Povero pronunciò questa preghiera:
«Rapisca, ti prego, o Signore,
l’ardente e dolce forza del tuo amore
la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo,
perché io muoia per amore dell’amore tuo,
come tu ti sei degnato morire
per amore dell’amore mio» (FF 277).
S. Maria Maddalena (Gv 20,1-2.11-18)
Gesù sottolinea che sono sua madre e suoi fratelli coloro che fanno la volontà del Padre.
Evidenzia così la parentela creata dal vivere la Parola ogni giorno.
Frate Francesco amava fare la volontà di Dio profondamente, da abbracciarla come sua consolazione.
Era felice quando vedeva anche tra i suoi frati piena adesione al volere divino o comunque ravvedimento, laddove risultava un atto un po’ restìo.
Le Fonti, chiare informatrici di autentico vissuto, c’informano e offrono materiale per un’attenta riflessione.
“Ed essi, ricevendo con gaudio e letizia grande il precetto della santa obbedienza, si prostravano davanti al beato padre, che, abbracciandoli con tenerezza e devozione, diceva ad ognuno:
«Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te».
Questa frase egli ripeteva ogni volta che mandava qualche frate ad eseguire l’obbedienza” (FF 367).
Il Poverello d’Assisi, pure dinanzi ad un grande cumulo di mali e prove, attestava la sua incomparabile adesione al volere divino, quale altro Giobbe.
Leggiamo con commozione:
"Ma per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
(…) e benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta.
Poi baciò la terra, dicendo:
«Ti ringrazio, Signore Dio, per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così a te piace.
Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena»" (FF 1239).
E allorché giunse il tempo della sua dipartita:
"Disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati: «Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni»" (FF 1239).
Così Francesco, vero amante e imitatore di Lui, legge nella sua vita e in quella dei suoi frati le propaggini del Regno di Dio che si avvicina, dinanzi a vicende che parlano il linguaggio del Creatore stesso.
Nelle Fonti troviamo passi che indicano i segni del maturare del credente:
«Siamo sposi, quando l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù di Spirito Santo.
Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli.
Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri per esempio» (FF 168/2. Lettera ai Fedeli).
«Chiunque infatti fa la volontà del Padre mio che [è] nei cieli, egli è mio fratello e sorella e madre» (Mt 12,50)
Martedì della 16.a sett. T.O. (Mt 12,46-50)
Nel Vangelo odierno scribi e farisei pretendono da Gesù un segno, dopo che Cristo ne aveva già dati tanti.
Ma l’unico segno salvifico dato al popolo dei credenti dal Padre è Cristo morto e Risorto.
Francesco, dopo la sua conversione, lo aveva ben compreso ed era divenuto lui stesso segno per quanti lo incontravano.
Le Fonti, infatti, parlano del servo di Dio così:
“Egli ebbe dal Cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau, sulla fronte di coloro che gemono e piangono. Ma ci conferma, poi, in essa, con la sua verità incontestabile, la testimonianza di quel sigillo che lo rese simile al Dio vivente, cioè a Cristo Crocifisso. Sigillo che fu impresso nel suo corpo non dall’opera della natura o dall’abilità di un artefice, ma piuttosto dalla potenza meravigliosa dello Spirito del Dio vivo” (FF 1022).
Già, Francesco, trasformato in «Alter Christus» diventa il segno di Giona per tutti coloro che incontra. Persino per i briganti di Monte Casale che si convertono a Dio attraverso la sua testimonianza.
Infatti nelle Fonti leggiamo:
“In un eremitaggio situato sopra Borgo San Sepolcro, venivano di tanto in tanto certi ladroni a domandare del pane […] Ed ecco giungere in quel romitorio Francesco. I frati gli esposero il loro dilemma: dovevano oppure no donare il pane a quei malviventi?
Rispose il Santo: «Se farete quello che vi suggerisco ho fiducia nel Signore che riuscirete a conquistare quelle anime»” (FF 1646).
Così Francesco consigliò i suoi frati di comprare buon pane e vino, di andare nella selva e apparecchiare la tavola per loro.
«Questi contenti accorreranno a mangiare. Trattateli con rispetto e alla fine parlate loro della Parola di Dio, e che promettano di non trattare più male le persone».
I frati fecero come Francesco aveva loro detto e “i ladroni, per la misericordia e grazia che Dio fece scendere su di loro, ascoltarono ed eseguirono punto per punto le richieste espresse loro dai frati […] Finalmente, per la bontà di Dio e la cortesia e amicizia dei frati, alcuni di quei briganti entrarono nell’Ordine, altri si convertirono a penitenza, promettendo […] che da allora in poi non avrebbero più perpetrato quei mali e sarebbero vissuti con il lavoro delle loro mani” (FF 1646).
I veri testimoni del Vangelo sono sempre un segno eloquente per tutti.
«Una generazione malvagia e adultera ricerca un segno, e non le sarà dato un segno, se non il segno di Giona il profeta» (Mt 12,39)
Lunedì della 16.a sett. T.O. (Mt 12,38-42)
Nel Vangelo di questa domenica Gesù invita i suoi ad essere seme buono, quali figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno, che saranno falciati alla fine del mondo.
Francesco fu figlio della Parola, del buon Seme, impegnato a vivere secondo Dio e portando frutto.
Nato e generato in una religione poverella, il Piccolo di Dio spesso istruiva i suoi frati a non essere servitori della zizzania seminata nel mondo dal maligno, a non seguire le sue logiche perverse e anti evangeliche.
Raccomandava loro di vivere la Parola seminata da Cristo.
Troviamo, infatti, nei suoi scritti:
“Tutti quelli e quelle che […] camminano dietro la cattiva concupiscenza […] e non osservano quelle cose che hanno promesso al Signore e servono […] alle sollecitudini del mondo e alle preoccupazioni di questa vita: costoro sono prigionieri del diavolo, del quale sono figli e fanno le opere; sono ciechi, poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non hanno la Sapienza spirituale, poiché non posseggono il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre” (FF 178/4).
Altresì, come ebbe a spiegare al Sommo Pontefice da cui si recò per l’approvazione della Regola, i figli di Dio non hanno da temere:
«Non c’è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell’Eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati, per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella.
Se, infatti, il Re del Cielo promette ai suoi imitatori il Regno Eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi» (FF 1064).
«Il campo buono è il mondo; il buon seme, questi sono i figli del Regno. Invece la zizzania sono i figli del malvagio» (Mt 13,38).
Domenica 16.a T.O. A (Mt 13,24-43)
Mt ci pone dinanzi la malizia dei leaders che vogliono eliminare Gesù, contrapposta alla Santità del Servo di Dio, il quale guarisce ogni malattia.
Sul Figlio è presente lo Spirito di Dio, Potenza grazie alla quale anche i suoi intimi annunzieranno la giustizia alle genti.
Francesco d’Assisi era davvero il figlio su cui era sceso lo Spirito del Signore, prediletto del Padre che per la sua umiltà e nascondimento risplendeva agli occhi dei frati e del mondo.
I frati, che lo avevano visto pregare, non avevano dubbi che su Francesco si fosse posato “lo Spirito del Signore […] in tutta la sua pienezza […] perciò la cosa più sicura per loro era seguire la sua dottrina e la sua vita" (FF 1071).
“Lo Spirito del Signore, che lo aveva unto e inviato assisteva il suo servo Francesco, ovunque si dirigesse, lo assisteva Cristo stesso […]
Era la sua parola, come un fuoco ardente, che penetrava l’intimo del cuore […] Aveva il profumo e l’afflato della rivelazione divina”
(FF 1210).
E le Fonti mettono al corrente di un episodio che trasuda Spirito e servizio da tutte le parti; un Povero disposto ad essere davvero il Servo di Dio, come Gesù gli aveva insegnato.
"Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano:
«Ho invocato il Signore - spiegò loro - perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora:
«Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente».
«Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato di queste tre cose» " (FF 743).
Per questo Francesco, sulle orme del Cristo in cui il Padre si compiacque, fu altresì il servitore e testimone inviato a guarire e annunciare il Regno.
Anche il Minimo, informato dall’amore e non dal legalismo farisaico, poté operare prodigi a servizio della salvezza.
«Ecco il mio servo, che ho scelto, il mio diletto» (Mt 12,18)
Sabato della 15.a sett. T.O. (Mt 12,14-21)
I farisei chiedono a Gesù perché i suoi discepoli fanno ciò che non è permesso dalla Legge in giorno di sabato [mangiare, per fame, le spighe nei campi].
Gesù, venuto per dare pieno compimento alla Legge, ne sottolinea il fondamento: non demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando.
L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.
Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.
Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:
«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).
Al tempo stesso il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:
«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).
A sostegno di quanto detto riportiamo un passo tratto dalla Leggenda Perugina.
Francesco, dinanzi ad un frate di profonda spiritualità, deperito ed infermo, fa qualcosa di inusuale per la mentalità del tempo.
"Francesco si disse:
«Se questo fratello mangiasse di buon mattino dell’uva matura, credo che ne trarrebbe giovamento».
Un giorno si alzò all’albeggiare e chiamò di nascosto quel frate, lo condusse nella vigna vicina a quella chiesa e, scelta una vite ricca di bei grappoli invitanti, vi sedette sotto assieme al fratello e cominciò a mangiare l’uva, affinché il malato non si vergognasse di piluccarla da solo.
Mentre faceva lo spuntino, quel frate lodava il Signore Dio.
E finché visse, egli ricordava spesso ai fratelli, con devozione e piangendo di tenerezza, il gesto affettuoso del Padre santo verso di lui" (FF 1549)
Chiara stessa, nella Regola, rivolta alle sorelle, le avverte:
«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).
L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera ad Ermentrude di Bruges).
«Ma se aveste conosciuto che cosa significa: ‘Misericordia voglio, e non sacrificio’ [Os 6,6], non avreste condannato [persone] senza colpa» (Mt 12,7)
Venerdì della 15.a sett. T.O. (Mt 12,1-8)
The Spirit of the Lord continues to pour out his gifts upon the Church to guide us into all truth, to show us the meaning of the Scriptures and to make us credible heralds of the word of salvation before the world [Pope Benedict, Verbum Domini]
Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza [Papa Benedetto, Verbum Domini]
This belonging to each other and to him is not some ideal, imaginary, symbolic relationship, but – I would almost want to say – a biological, life-transmitting state of belonging to Jesus Christ (Pope Benedict)
Questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale (Papa Benedetto)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
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