Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
L’evangelista Marco pone attenzione all’affermazione blasfema degli scribi che vede in Gesù un posseduto da Beelzebùl, principe dei demoni. Ma il Signore li spiazza con risposte inattaccabili.
Il ‘giullare di Dio’, proprio perché amante di Lui, fu molto perseguitato ed ebbe strenue lotte con chi punta il dito davanti a Dio giorno e notte contro i fratelli.
Le Fonti raccontano di varie circostanze nelle quali il servo di Dio ebbe a soffrire per causa sua, difendendosi con la preghiera continua e profonda, che trasferiva nella sua anima lo Spirito Santo.
“Arrivò un giorno ad Arezzo, mentre tutta la città era scossa dalla guerra civile e minacciava prossima la sua rovina. Il servo di Dio venne ospitato nel borgo fuori città, e vide sopra di essa demoni esultanti, che rinfocolavano i cittadini a distruggersi fra loro. Chiamò frate Silvestro, uomo di Dio e di ragguardevole semplicità, e gli comandò:
«Va’ alla porta della città, e da parte di Dio Onnipotente comanda ai demoni che quanto prima escano dalla città».
Il frate pio e semplice si affrettò ad obbedire, e dopo essersi rivolto a Dio con inno di lode, grida davanti alla porta a gran voce:
«Da parte di Dio e per ordine del nostro padre Francesco, andate lontano di qui, voi tutti demoni!».
La città poco dopo ritrovò la pace e i cittadini rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità.
Più tardi parlando loro, Francesco all’inizio della predicazione, disse:
«Parlo a voi come a persone un tempo soggiogate e schiave dei demoni. Però so che siete stati liberati per le preghiere di un povero»” (FF 695).
«Se un regno è diviso contro se stesso, quel regno non può stare in piedi» (Mc 3,24).
Anche Chiara d’Assisi ebbe da combattere più volte.
Nella Leggenda troviamo:
«Tra le Ore del Giorno, a Sesta e a Nona è presa per solito da maggiore compunzione, volendo immolarsi col Signore immolato.
Così accadde una volta che, mentre pregava nella sua celletta all’Ora Nona, il diavolo la colpì sulla mascella e le soffuse di sangue un occhio, le illividì una guancia» (FF 3215).
Questi due grandi testimoni della fede sapevano che il male é invidioso del Bene, ma pure che quest’ultimo gli toglie terreno palmo a palmo, visto che le tenebre non possono prevalere sulla Luce.
Lunedì 3.a sett. T.O. (Mc 3,22-30)
Gesù è Luce nella sua predicazione, e camminando lungo il mare di Galilea, attira alla sua sequela i figli di Zebedeo; nonché Simone e Andrea pescatori.
Francesco aveva compreso che le parole del Crocifisso di s. Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri.
Aveva deposto i panni della penitenza per assumere la veste "minoritica", cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo, camminando a piedi scalzi.
Aveva iniziato la sua missione apostolica sposando Madonna Povertà per divenire, come suggeriva Gesù, pescatore di uomini, nella fede.
Le Fonti, in modo trasversale, forniscono quadretti significativi di questo farsi "pescatore" nell’annuncio della Parola di salvezza.
Leggiamo, infatti, nel suo rivolgersi ai frati:
«Fratelli carissimi, consideriamo la nostra vocazione. Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati non solo per la nostra salvezza, ma anche per quella di molti altri.
Andiamo dunque per il mondo, esortando tutti, con l’esempio più che con le parole, a fare penitenza dei loro peccati e a ricordare i comandamenti di Dio».
E proseguì:
«Non abbiate paura di essere ritenuti insignificanti o squilibrati, ma annunciate con coraggio e semplicità la penitenza. Abbiate fiducia nel Signore, che ha vinto il mondo!» (FF 1440).
Francesco aveva gettato le reti nel mare della società del tempo per portare anime a Dio e questo insegnava a fare ai suoi frati.
Questi ultimi "camminavano tutti giulivi, parlando tra loro le parole del Signore, nulla dicendo che non servisse a lode e gloria di Dio e a profitto dell’anima.
Frequentemente si abbandonavano alla preghiera. Il Signore s’incaricava di preparare loro l’ospitalità e procurava fossero serviti del necessario” (FF 1455).
Lo stupore li accompagnava, nella loro purezza di spirito, per le anime che conducevano a Dio - felici che l’Amore non amato (come diceva Francesco) attraverso l’Annuncio venisse più conosciuto.
E ancora nelle Fonti:
"Molte persone, vedendo i frati sereni nelle tribolazioni, alacri e devoti nella preghiera, non avere né ricevere denaro, coltivare tra loro amore fraterno, da cui si riconosceva che erano veramente discepoli del Signore, impressionate e dispiaciute, venivano da loro, e domandavano scusa delle offese fatte.
Essi perdonavano di cuore, dicendo: «Il Signore vi perdoni!» - e davano consigli utili alla loro salvezza.
Certuni li pregavano di essere ricevuto nel loro gruppo […] così presero con sé alcuni aspiranti alla vita religiosa e in loro compagnia fecero ritorno tutti, nel tempo stabilito, a Santa Maria della Porziuncola" (FF 1445).
Perché, chi si decide per Dio, porta stampato nel cuore e sul volto ciò che ha scelto.
«Venite dietro di me, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19)
3.a Domenica T.O. (A) (Mt 4,12-23)
L’evangelista Mc ritrae Gesù circondato di folla, tanto da non aver tempo neppure per sé. E i suoi lo vanno a riprendere considerandolo «fuori di sé».
Francesco d’Assisi fu spesso considerato “il folle” di Cristo.
Il suo vivere il Vangelo ‘sine glossa’ era incomprensibile a molti.
D’altra parte lui stesso si considerava pazzo per il Signore.
“Molti si facevano gioco di lui, persuasi che gli avesse dato di volta il cervello; altri invece erano impietositi fino alle lacrime, vedendo quel giovane passato così rapidamente da una vita di piaceri e di capricci a una esistenza trasfigurata dall’ebrezza dell’amore divino.
Ma lui, non badando agli scherni, rendeva con fervore grazie a Dio.
Quanto abbia tribolato in quei restauri, sarebbe lungo e difficile raccontarlo.
Abituato ad ogni delicatezza nella casa paterna, eccolo ora portare pietre sulle spalle, soffrendo molti sacrifici per servire Dio” (FF 1421).
In Francesco splendeva lo spirito di profezia, ma quando si esponeva accadeva che lo prendevano per pazzo, perché la sapienza del povero veniva disprezzata, mentre il cuore del giusto annunciava cose vere.
“Quando l’esercito cristiano stava assediando Damiata, c’era anche l’uomo di Dio, munito non di armi ma di fede.
Venne «il giorno della battaglia» in cui i cristiani avevano stabilito di dare l’assalto alla città.
Quando seppe questa decisione, il servo di Cristo, uscendo in forti lamenti, disse al suo compagno:
«Se si tenterà l’assalto, il Signore mi ha rivelato che non andrà bene per i cristiani. Ma, se io dico questo, mi riterranno un pazzo; se tacerò non potrò sfuggire al rimprovero della coscienza. Dunque: a te che cosa sembra meglio?».
Gli rispose il suo compagno: «Fratello, non preoccuparti affatto del giudizio della gente: non è la prima volta che ti giudicano pazzo. Liberati la coscienza e abbi il timore più di Dio che degli uomini».
A queste parole, l’araldo di Cristo affronta, pieno di slancio, i crociati e, preoccupato di salvarsi dal pericolo, cerca di impedire l’attacco, preannuncia la disfatta.
Ma la verità viene presa per una favola: indurirono il loro cuore e non vollero convertirsi […].
Le schiere dei cristiani tornarono decimate da un terribile macello: circa seimila tra morti e prigionieri” (FF 1190).
«E viene in Casa; e di nuovo si riunisce la folla, così che essi non potevano neppure mangiare Pane. E avendo udito, i suoi [i presso di lui] uscirono per prenderlo, perché dicevano: È fuori di sé» (Mc 3,20-21)
Sabato 2.a sett. T.O. (Mc 3,20-21)
Mc ritrae Gesù che sale su il Monte e nella solitudine-preghiera chiama i Dodici alla sequela.
La vocazione di Francesco a seguire Cristo fu richiamo e attrattiva di altre sequele. La preghiera assidua di lui incentivò molte anime, per condividere l’ideale evangelico.
Francesco desiderava avere fratelli che «stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).
Nelle Fonti ci sono numerosi episodi che ritraggono la chiamata di molti futuri frati e di anime disposte a seguire Chiara d’Assisi.
Leggiamo:
”Alcuni incominciarono a sentirsi invitati a penitenza dal suo esempio e ad unirsi a lui, nell’abito e nella vita, lasciando ogni cosa.
Il primo di loro fu il «venerabile Bernardo», che, reso partecipe della vocazione divina, meritò di essere il primogenito del beato padre, primo nel tempo e nella santità.
Bernardo, dopo aver costato di persona la santità del servo di Cristo, decise di seguire il suo esempio, abbandonando completamente il mondo.
Perciò si rivolse a lui, per sapere come realizzare questo proposito” (FF 1053).
E ai suoi frati, spesso ripeteva:
«Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti.
Molti, che ci sembrano membra del diavolo, possono un giorno diventare discepoli di Cristo» (FF1470).
Nella leggenda di S. Chiara:
”Ponendo il suo nido, quale argentea colomba, nelle cavità di questa rupe, generò una schiera di vergini di Cristo, fondò un monastero santo e diede inizio all’Ordine delle Povere Dame” (FF3176).
“La fama della santità della vergine Chiara si sparge di lì a poco, infatti, per le contrade vicine, ed è un accorrere da ogni parte di donne, dietro la fragranza del suo profumo.
Le vergini, sul suo esempio, si affrettano a mantenersi tali per Cristo; le sposate si studiano di vivere più castamente […].
Innumerevoli vergini, spronate dalla fama di Chiara, avendo qualche impedimento per abbracciare la vita claustrale in monastero, si studiano di vivere nella loro casa paterna, pur senza regola, secondo lo spirito della regola.
Tali furono i germi di salvezza partoriti col suo esempio dalla vergine Chiara, che parve adempirsi in lei il detto del profeta: più numerosi sono i figli dell’abbandonata che non di quella che ha marito” (FF 3177).
«E sale su il Monte e chiama quelli che egli voleva e andarono da lui» (Mc 3,13)
Venerdì 2a sett. T.O. (Mc 3,13-19)
Nel Vangelo di oggi Gesù, circondato da grande folla, guarisce molti, e gli spiriti impuri lo chiamano col suo Nome: «Tu sei il Figlio di Dio»
(Mc 3,11).
Le Fonti raccontano che Francesco, nella Lettera a tutto L’Ordine, così si esprime:
«Frate Francesco, uomo di poco conto e fragile, vostro piccolo servo, augura salute in Colui che ci ha redento e ci ha lavati nel suo preziosissimo sangue.
Ascoltando il nome di Lui, adoratelo con timore e riverenza, proni verso terra: Signore Gesù Cristo, Figlio dell’Altissimo è il suo nome, che è benedetto nei secoli» (FF 215).
Il Poverello presenta sempre Gesù come Colui che non ha dove porsi. Infatti, anche nel brano odierno, Cristo, a causa della folla, chiede ai discepoli di tenergli pronta una barca per non essere schiacciato.
Gesù mostra la dimensione precaria del suo vivere in ogni circostanza.
Innamorato della povertà, Francesco rivolge ai suoi frati l’espressione del Vangelo:
«Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo hanno il nido; ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo […]».
“[Così] ammaestrava i frati a costruire casupole poverelle […] ad abitare in esse non come case proprie, ma come in case altrui, da pellegrini e forestieri.
Diceva che il codice dei pellegrini è questo:
«Raccogliersi sotto il tetto altrui, sentir sete della patria, passar via in pace»” (FF 1120).
E poiché ripeteva che figli di Dio sono coloro che compiono le sue opere, il Minimo d’Assisi si distingueva quale figlio di Dio, e nello Spirito operava molte guarigioni.
“Gente di ogni età e d’ogni sesso correva a vedere e ad ascoltare quell’uomo nuovo, donato dal cielo al mondo.
Egli pellegrinava per le varie regioni, annunciando con fervore il Vangelo; e il Signore cooperava, confermando la Parola con i miracoli che l’accompagnavano.
Infatti, nel nome del Signore, Francesco, predicatore della verità, scacciava i demoni, risanava gli infermi, e, prodigio ancor più grande, con l’efficacia della sua parola inteneriva e muoveva a penitenza gli ostinati e, nello stesso tempo, ridonava la salute ai corpi e ai cuori» (FF 1212).
«Infatti curò molti così che si precipitavano su di lui per toccarlo, quanti avevano infermità» (Mc 3,10)
Giovedì 2.a sett. T.O. (Mc 3,7-12)
Il Vangelo odierno evidenzia la durezza di cuore dei farisei pronti ad accusare Gesù per la guarigione di una mano paralizzata.
Per loro l’osservanza viene prima della persona. Ed è terrificante!
Francesco, il Piccolo d’Assisi invece, sulle orme di Cristo, metteva al centro la sanità dell’uomo, fisica e interiore.
Per lui il fratello (o la sorella) da curare veniva prima di ogni criterio.
Annunciare la salvezza e attuarla era la prima ragione che regge l’universo e per questo era pronto a tutto.
Nelle Fonti troviamo vicende di vita che pongono attenzione alla compassione di Francesco per chi aspetta d’essere guarito.
“Una bambina di Gubbio dalle mani rattrappite, già da un anno aveva perduto l’uso di tutte le membra. La balia, fiduciosa di ottenerne la guarigione, la porta sulla tomba di S. Francesco, recando con sé anche una figura di cera della misura della bimba*.
Dopo otto giorni di attesa, ecco avverarsi il miracolo: la piccola inferma recupera l’uso delle sue membra, così da essere ritenuta idonea alle faccende di prima” (FF 549).
“Una donna della città di Gubbio aveva tutt’e due le mani rattrappite e secche, tanto che non poteva assolutamente farne uso. Appena il Santo le fece il segno della croce nel nome del Signore, guarì così perfettamente che, tornata subito a casa, si mise a preparare con le proprie mani il cibo, come un tempo la suocera di Simone, a servizio di Francesco e dei poveri” (FF 1217).
Ma il Santo, come anzidetto, fu colpito dalla durezza di cuore mostrata da alcuni romani, dinanzi alla predicazione della Parola.
Nelle Testimonianze successive alla morte di Francesco:
“Ma il popolo romano […] lo coprì di disprezzo, a tal punto che non solo non voleva ascoltarlo, ma disertava anche le sue prediche. E per molti giorni continuò a schernire la predicazione di lui. Allora Francesco li rimproverò per la durezza dei loro cuori, dicendo:
«Mi compiango assai per la vostra miseria, perché non soltanto coprite di disprezzo me, servo del Signore, ma in me fate vergogna a quel Redentore di cui vi annuncio la buona novella […]
Me ne andrò ad annunciare Cristo agli animali bruti e agli uccelli dell’aria; essi ascolteranno queste parole di salvezza e obbediranno a Dio con tutto il cuore» (FF 2288).
*Era una forma devozionale abbastanza diffusa nel Medioevo, quella di offrire, come ex voto, per strappare una grazia, figure di cera, di pane, di metallo, dello stesso peso o misura del supplicante.
Mercoledì 2.a sett. T.O. (Mc 3,1-6)
Il sabato é stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, dice il Signore. La priorità è la persona, non la legge che va pur rispettata.
In Francesco d’Assisi questa verità è alla base del suo cammino, motivo conduttore del suo squisito agire.
Libero da pastoie legaliste, pur sempre in una obbedienza fattiva alla Parola, dinanzi alle necessità della creatura era capace di andare oltre le apparenze a modo, che in realtà lo costernavano nell’impellenza dell’essenziale.
Basta ricordare un episodio:
”Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po’ d’uva.
Lo accompagnò in una vigna e, sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiare per primo” (FF 762).
Allo stesso modo Chiara evidenziava le medesime prerogative, comportandosi come colei che “signoreggiava” sulle regole, perché la Regola per eccellenza è la Carità del Signore.
E alla luce di questa si comportava di conseguenza con le povere Dame di S. Damiano.
Le Fonti attestano:
«Le sorelle […] osservino ancora silenzio continuo in chiesa, in dormitorio e in refettorio soltanto quando mangiano.
Si eccettua l’infermeria, dove, per sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione.
Possano tuttavia, sempre e ovunque, comunicare quanto necessario, ma con brevità e sottovoce» (FF 2783).
«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27)
Martedì 2a sett. T.O. (Mc 2,23-28)
Mc sottolinea il non senso del digiuno mentre lo Sposo Gesù è ancora con i suoi ed è festa!
Quando sarà tolto lo Sposo allora digiuneranno.
Inoltre non si ripone il vino nuovo in otri vecchi, dice il Signore, altrimenti si perdono entrambi.
Guardiamo nelle Fonti.
Francesco pur essendo una creatura che ha praticato innumerevoli digiuni, sapeva ben discernere il come e il quando fosse opportuno farlo.
Aveva ben chiaro il digiuno non come fine a se stesso ma funzionale al valore della persona dinanzi a Dio.
Non fedeltà alla legge in sé, ma al Vangelo.
In tale contesto possiamo ben comprendere gli episodi offerti dalle Fonti.
Leggiamo:
“Molto egli aveva faticato nella vigna del Signore, sollecito e fervente nelle orazioni, nei digiuni, nelle veglie, nelle predicazioni e peregrinazioni evangeliche, nella cura e compassione verso il prossimo, nel disprezzo verso se stesso: e ciò dai primordi della conversione fino al giorno che migrò a Cristo.
Aveva amato Gesù con tutto il cuore, tenendo costantemente nel pensiero il suo ricordo, sempre lodando con la parola e glorificandolo con le sue opere fruttuose” (FF 1482).
Ancora:
“Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità.
Se a volte la bontà dei secolari gli mandava qualche corroborante per la sua salute, lo regalava agli altri ammalati, mentre ne aveva bisogno più di tutti.
Faceva proprie le loro sofferenze e li consolava con parole di compassione, quando non poteva recare loro soccorso.
Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un fratello ammalato” (FF 761).
Chiara fece del digiuno il luogo della manifestazione della gioia per amore dello Sposo, esercizio di grande sollecitudine.
Le Fonti c’informano:
“E mentre avviene di solito che un’aspra macerazione fisica produce per conseguenza depressione di spirito, ben diverso era l’effetto che splendeva in Chiara: in ogni sua mortificazione manteneva infatti un aspetto gioioso e sereno, così che sembrava non avvertire o ridere delle angustie del corpo.
Da ciò si può chiaramente intuire che traboccava all’esterno la santa letizia di cui abbondava il suo intimo perché ai flagelli del corpo toglie ogni asprezza l’amore del cuore” (FF 3196).
Francesco e Chiara hanno testimoniato il vero digiuno; cosa significa nel quotidiano vivere la Parola ‘vino nuovo in otri nuovi’ (Mc 2,22).
Lunedì 2a sett. T.O. (Mc 2,18-22)
Il Battista volge l’indice su Gesù-Agnello che toglie il peccato del mondo.
Egli è il Testimone della colomba che si posa e rimane sul Figlio di Dio.
Francesco, dono del Cielo inviato a preparare le vie di Dio, dopo che la Provvidenza lo condusse a una completa conversione, fu trasformato dallo Spirito in Profeta per il suo tempo e oltre.
Nella Leggenda maggiore s. Bonaventura ci porge la figura e l’esperienza del Povero assisano.
Come Giovanni, nato per additare l’Agnello di Dio, così il giovane figlio di mercante.
Rinnovato dalla nuova nascita spirituale, cantò il Mistero dell’Incarnazione nelle fibre della sua stessa carne.
Nelle Fonti:
“La Grazia di Dio, nostro Salvatore, in questi ultimi tempi è apparsa nel suo servo Francesco, a tutti coloro che sono veramente umili e veramente amici della Santa povertà.
Essi, infatti, mentre venerano in lui la sovrabbondanza della misericordia di Dio, vengono istruiti dal suo esempio a rinnegare radicalmente l’empietà e i desideri mondani, a vivere in conformità con Cristo e a bramare, con sete e desiderio insaziabili, la beata speranza.
Su di lui, veramente poverello e contrito di cuore, Dio posò il suo sguardo con grande accondiscendenza e bontà; non soltanto lo sollevò, mendico, dalla polvere della vita mondana, ma lo rese campione, guida e araldo della perfezione evangelica e lo scelse come luce, per i credenti, affinché divenuto testimone della luce, preparasse per il Signore la via della luce e della pace nel cuore dei fedeli” (FF 1020).
“Come la stella del mattino, che appare in mezzo alle nubi, con i raggi fulgentissimi della sua vita e della sua dottrina, attrasse verso la luce coloro che giacevano nell’ombra della morte; come l’arcobaleno che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, annunziò agli uomini il Vangelo della Pace e della salvezza.
Angelo della vera pace, anch’egli, a imitazione del Precursore, fu predestinato da Dio a preparargli la strada nel deserto della altissima povertà e a predicare la penitenza con l’esempio e la parola” (FF 1021).
«Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo, e rimase su di lui» (Gv 1,32)
2a domenica T.O. anno A (Gv 1,29-34)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…
don Giuseppe Nespeca
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