Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Domenica di Pentecoste (anno A) [24 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)
Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret.
Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.
Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.
Salmo responsoriale (103/104)
Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo, creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore” Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione del Dio dell’Alleanza.
Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)
Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”. Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste, Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)
Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso i miseri cioè verso tutti noi. Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!
+Giovanni D’Ercole
Ascensione del Signore (anno A) [Giovedì 14 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)
I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1) ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).
La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).
Salmo responsoriale (46/ 47)
Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia”
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)
La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione. Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5). E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore.
Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20
Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo. Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.
VII Domenica di Pasqua Anno [17 Maggio 2026]
Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)
La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna!
Salmo Responsoriale (26/ 27)
Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)
All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…” parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità.
Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)
Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”. In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).
+Giovanni D’Ercole
VI Domenica di Pasqua (anno A) [10 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)
Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia
Salmo responsoriale (65/66)
Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo. Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)
Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.
Da dove verrà questa resistente audacia? I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)
La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.
E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).
+Giovanni D’Ercole
V Domenica di Pasqua (anno A) [3 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)
Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa.
Salmo responsoriale (32/33)
Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5). Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)
In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)
Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre. Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.
+Giovanni D’Ercole
Quarta Domenica di Pasqua (anno A) [26 Aprile 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 14a.36-41)
Continua la lettura del discorso di Pietro a Gerusalemme il mattino di Pentecoste, e poiché ormai è ricolmo di Spirito Santo, legge per così dire a libro aperto nel progetto di Dio. Tutto gli appare chiaro, si ricorda del profeta Gioele che aveva annunciato: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne” (Gle2,28) e per lui è evidente che siamo al mattino del compimento di questa promessa. Per mezzo di Gesù, rigettato, eliminato dagli uomini, ma risuscitato ed esaltato da Dio, lo Spirito si è effuso su ogni carne, e i pellegrini ebrei provenienti da tutti gli angoli dell’Impero Romano sono venuti per celebrare la festa di Pentecoste, la festa del dono della Legge. Durante il viaggio e anche quando giungono nel Tempio di Gerusalemme, i pellegrini cantano i salmi e invocano da Dio la venuta del Messia. Pietro cerca di aprire loro gli occhi: il Messia di cui parlate è quel Gesù che voi avete crocifisso, e quando definisce Gesù Signore e Messia, il Cristo, queste sue affermazioni appaiono senz’altro molto ardite. Se l’uomo di Nazaret è il Messia atteso, questo significa che su Gesù è posta tutta la speranza d’Israele. Gli ascoltatori di Pietro furono colpiti al cuore, dice Luca, e certamente Pietro ha saputo toccare i loro cuori. Che dobbiamo fare - si chiedono? La risposta è semplice: convertitevi per salvarvi da questa generazione perversa, e convertirsi, nel linguaggio biblico, è proprio voltarsi, fare dietro front. Ci sono due strade davanti a noi e spesso capita di sbagliare cammino: occorre allora tornare sulla retta via. Pietro fa una semplice constatazione: la generazione contemporanea di Cristo e degli apostoli è stata messa di fronte a una vera sfida, riconoscere cioè in Gesù il Messia atteso da secoli. Purtroppo però Gesù non ha le caratteristiche e le speranze riposte nel Messia immaginato come liberatore del popolo ebreo ed allora si è commesso un errore di giudizio e si è smarrita la strada. Per questo Pietro chiama tutti a convertirsi e invita a ricevere il Battesimo: fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo promesso a voi, ai vostri figli e a tutti quelli che sono lontani, ma che chiamerà il Signore nostro Dio. Inoltre, per ebrei familiari nello studio delle Scritture, Pietro richiama l’annuncio del profeta Gioele - verserò il mio Spirito su ogni carne - come pure nelle sue parole c’è un’eco delle parole del profeta Isaia sulla pace e l’alleanza voluta da Dio con il popolo d’Israele (cfr. Is49,1; 57,19). Proprio grazie a quest’Alleanza Israele si sentiva legato a Dio: era il popolo scelto, il figlio, come dice il profeta Osea (11,1), mentre gli altri popoli sembravano lontani da Dio. Quando poi Isaia afferma che la pace è anche per quelli che sono lontani ricorda ciò che il popolo eletto ha una missione di pace per l’umanità intera chiamata a entrare in quello che si potrebbe chiamare il piano di pace di Dio. Annota l’Autore che quel giorno tremila si fecero battezzare. E aggiunge che i tremila ebrei diventati cristiani, facevano parte di quelli che Pietro chiamava i vicini. A poco a poco, lungo il libro degli Atti anche i lontani raggiungeranno i “chiamati” da Dio. A loro san Paolo dirà, nella lettera agli Efesini: voi che un tempo eravate lontani, ora siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo. Ed è il Cristo, la nostra pace, perché “dei due, il giudeo e il pagano” ha fatto una sola realtà (Ef2,14-18).
Salmo Responsoriale (22/23)
Abbiamo incontrato il salmo 22/23 nella quarta domenica di Quaresima. Allora insistevo nel commento su tre punti: primo, nei salmi è di Israele intero che si tratta, anche se chi parla al singolare dicendo “io”; secondo, per definire la sua esperienza religiosa Israele usa due paragoni, quello del levita che trova la sua gioia ad abitare nella Casa di Dio e quello del pellegrino che partecipa al pasto sacro che segue i sacrifici di azione di grazie. Bisogna però leggere tra le righe che, attraverso questi due paragoni, il popolo eletto avverte di essere stupito e riconoscente per la gratuita Alleanza di Dio. In terzo luogo, i primi cristiani hanno riconosciuto in questo salmo il privilegio della propria esperienza di battezzati e il salmo 22/23 è diventato nella Chiesa primitiva il canto delle celebrazioni del Battesimo. Mi fermo semplicemente sul primo versetto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti. Il profeta Michea così prega: Signore, con il tuo bastone sii il pastore del tuo popolo, il gregge che ti appartiene, così che il popolo si percepisca patrimonio di Dio (cf. Mi 7,14). Nel salmo 15/16 s’incontra invece l’espressione inversa Signore, mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte, la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità. Quando si paragona Dio a un pastore e Israele al suo gregge, si osa pensare che il popolo eletto sia un tesoro per il suo Dio, il che è una bella audacia, e l’uso di un simile vocabolario è un invito alla fiducia, perché Dio è rappresentato come un buon pastore, cioè colui che raduna, guida, nutre, cura, protegge e difende il suo gregge vegliando su tutti i suoi bisogni. Il profeta Michea scrive che Dio radunerà tutto intero il resto d’Israele (cf. 2,12), e lo metterà insieme come un gregge radunando le pecore zoppe e quelle disperse. Sofonia riprende lo stesso tema: salverò la pecora zoppa (cf. 3,19), radunerò quelle che sono disperse, il che vuol dire che ogni volta che facciamo opera di divisione lavoriamo contro Dio. Il Dio, pastore attento, pastore-guida e difensore del suo gregge. Ritroviamo questo spesso nei salmi, in particolare nel salmo 94/95 che è la preghiera del mattino di ogni giorno nella liturgia delle Ore dove leggiamo: “Siamo il popolo che egli conduce, il gregge guidato dalla sua mano”. Nel salmo 77/78 si legge che, come un pastore, Dio conduce il suo popolo, spinge nel deserto il suo gregge, lo guida, lo difende, lo rassicura, e il salmo 79/80 comincia con un appello “Pastore d’Israele: ascolta, tu che conduci Giuseppe, il tuo gregge, rivela la tua forza e vieni a salvarci”. E’ chiaro che nei periodi difficili, quando il gregge cioè Israele si sente mal guidato, abbandonato, maltrattato o peggio malmenato, i profeti ricorrono spesso all’immagine del buon pastore per ridare speranza. E non stupisce dunque ritrovare questo tema nel secondo Isaia, nel Libro della Consolazione d’Israele: Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge, il suo braccio raduna gli agnelli, li porta sul suo cuore, conduce le pecore che allattano (cf.40,11), perché lungo le strade potranno ancora pascolare, sulle alture spoglie saranno i loro pascoli, non avranno né fame né sete, il vento bruciante e il sole non li colpiranno più, perché lui, pieno di compassione, li guiderà, li condurrà alle acque vive (cf. Is. 49,9-10). Infine anche Ezechiele riprende questo tema dicendo che così parla il Signore Dio: “Io stesso avrò cura delle mie pecore e le passerò in rassegna, come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le libererò da tutti i luoghi dove erano state disperse in un giorno di nuvole e di caligine, le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi migliori. Le farò pascolare in un buon pascolo e i loro prati saranno sulle alture d’Israele, là le mie pecore riposeranno in belle praterie, brucheranno in grassi pascoli. Sui monti d’Israele, io stesso farò pascolare il mio gregge e lo farò riposare, oracolo del Signore Dio, la pecora perduta, io la cercherò, la smarrita, la ricondurrò, quella ferita, la fascerò, quella malata, le ridarò forza” (cf. 34,11-16). A nostra volta oggi noi cantiamo questo salmo 22/23 sapendo che Gesù si è presentato lui stesso come il pastore delle pecore perdute che ci invita a mettere la nostra fiducia nella tenerezza del Dio-pastore. In un tempo, come il nostro, in cui le nostre società attraversano giorni di nuvole e di caligine, siamo invitati a contemplare l’immagine del buon Pastore e a rinnovare la nostra fiducia: Dio, il vero buon Pastore non ci abbandona mai.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 20b-25)
San Pietro si rivolge a una categoria sociale particolare, gli schiavi, perché allora esisteva ancora la schiavitù e, nel diritto romano, lo schiavo era alla mercé del padrone, un oggetto nelle sue mani. Capitava dunque che gli schiavi subissero maltrattamenti secondo il capriccio dei padroni e uno schiavo cristiano presso un padrone non cristiano si esponeva a più dure vessazioni. Pietro in sostanza incoraggia a mitare Cristo, anche lui “schiavo per amore”(cf. Fil. 2,7) che ha messo la vita intera al servizio di tutti gli uomini. Come dunque si è comportato? Insultato, non rispondeva con insulti, messo a soffrire non minacciava, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia. San Pietro esorta a sopportare la sofferenza anche quando si fa il bene, sapendo che è una grazia agli occhi di Dio essere capaci di comportarsi come Cristo quando si è nella prova. Certamente non esiste una vocazione del cristiano alla sofferenza, ma nella sofferenza c’è una chiamata a comportarsi sull’esempio di Cristo. Allora non è soffrire per soffrire, ma imitare Cristo che anche lui ha sofferto facendosi carico dei nostri peccati sul legno della croce, affinché, morti ai peccati, vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe infatti siamo stati guariti. Dio ci ha salvati perché viviamo per la giustizia. Siamo guariti dalle nostre ferite, che sono le incapacità ad amare e a donare, a perdonare, a condividere. A causa del peccato originale eravamo lontani da Dio e disorientati, erranti come pecore. In Cristo crocifisso per i nostri peccati, abbiamo recuperato la fedeltà al progetto di Dio e le sue piaghe ci hanno guariti. Cristo è morto per rendere testimonianza alla verità, restando fedele anche sulla croce al Padre. La croce, luogo dell’orrore assoluto, dell’odio umano scatenato, è diventata il trono dell’amore assoluto. Nel perdono di Gesù ai suoi carnefici ci è data la possibilità di contemplare e di credere all’amore di Dio per l’umanità, rivelato nella croce che può trasformarci e convertirci. Il profeta Zaccaria ce lo ricorda: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cf. 12,10) e questo ci guarisce, ci salva, cioè ci rende di nuovo capaci di amare e di perdonare come Cristo. Quando ci si lascia intenerire da questo amore assoluto di Dio, i nostri cuori di pietra diventano cuori di carne, capaci di vivere come lui. Lasciamoci trasformare da questo contagio di misericordia perché Cristo possa proseguire, anche grazie a noi, l’opera di trasformazione dell’umanità intera: Egli continua a inviare discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi” (cf. Lc10,3; Mt 10,16) perché, seguendo le sue tracce, siamo ovunque testimoni della Misericordia infinita di Dio.
Dal Vangelo secondo san Giovanni (10,1-10)
La coerenza dei testi biblici di questa domenica è davvero evidente, perché il salmo, la seconda lettura e il vangelo ci portano in un ovile. I salmo paragona la relazione di Dio con Israele alla premura di un pastore per il suo gregge: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare”; nella seconda lettura san Pietro parla di uomini simili a pecore smarrite erranti, invitati a tornare “al vostro pastore, il custode delle vostre anime”. Qui, nel vangelo, leggiamo un passaggio del lungo discorso sul buon pastore e un ovile. Per comprendere occorre fare lo sforzo di immaginare il paesaggio del vicino Oriente, dove il gregge è radunato per la notte in un recinto ben custodito e al mattino il pastore viene a liberare le pecore per condurle ai pascoli: scena all’epoca molto familiare agli ascoltatori di Gesù perché innanzitutto c’erano molti greggi in Israele, e poi perché i profeti dell’Antico Testamento avevano preso l’abitudine di paragonare il rapporto di Dio con il suo popolo al pastore che si prende cura del suo gregge. Nel salmo responsoriale abbiamo riletto alcuni brani a questo proposito e aggiungo un riferimento al profeta Isaia che insiste sulla premura di Dio verso il suo popolo: pieno di compassione, Egli “li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49,9-10). Inoltre del futuro Messia si diceva che sarebbe stato un pastore per Israele, ma allo stesso tempo i profeti non cessavano di mettere in guardia contro i cattivi pastori, un vero pericolo per le pecore, ed è questione di vita o di morte per il gregge. Gesù a sua volta si iscrive proprio nello stesso registro, indicando la premura del pastore per le sue pecore e il pericolo di falsi pastori, un argomento che riprende nel vangelo di questa domenica sotto forma di due piccoli paragoni successivi, quello del pastore, poi quello della porta. E’ interessante che si premura di introdurli entrambi con la formula solenne “in verità, in verità vi dico”, espressione che introduce sempre qualcosa di nuovo. Ma se il tema del pastore era ben noto, dov’è la novità? D’altra parte Giovanni precisa che queste due parabole sono rivolte ai farisei: Gesù racconta la prima, ma, come annota, non compresero ciò che Gesù voleva dire loro, allora Gesù prosegue con la seconda. I farisei non hanno capito la prima, o non hanno voluto capire, forse semplicemente perché, con ogni evidenza, Gesù lascia intuire che è lui stesso questo buon pastore capace di fare felice il suo popolo, e loro si vedono declassati di colpo al rango di cattivi pastori. Non è che hanno capito benissimo cosa vuole dire Gesù, ma non possono accettarlo perché sarebbe ammettere che questo Galileo è il Messia, l’Inviato di Dio? Gesù non assomiglia per nulla all’idea che se ne facevano, ed è forse la ragione per cui Gesù ha avuto cura di dire “in verità, in verità vi dico”. Quando egli introduce un discorso con questo incipit bisogna essere particolarmente attenti, perché equivale a espressioni idiomatiche che si incontrano spesso nei profeti dell’Antico Testamento. Quando infatti lo Spirito di Dio soffia loro parole dure da capire o da accettare, i profeti hanno sempre cura di cominciare e talvolta terminare la predicazione con formule come “oracolo del Signore” o “così parla il Signore”. Pur conoscendo questo e quindi avvertiti che Gesù parla di realtà molto importanti, i farisei non hanno capito o non hanno voluto capire; ciò nonostante Gesù insiste e Giovanni ci aiuta a capire quest’insistenza volontaria precisando che “allora Gesù disse di nuovo”. Si nota qui tutta la pazienza di Gesù, che tenta in ogni modo di convincere i suoi ascoltatori: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore” e chi entra passando per me, sarà salvo. Modi diversi per aiutare a capire che egli è il Messia, il salvatore, e, solo per mezzo di lui, il gregge accede alla vera vita, la vita in abbondanza. Possiamo trarre un’ultima lezione da questo vangelo: Gesù dice che le pecore seguono il pastore perché ne conoscono la voce, e dietro questa immagine, si può leggere una realtà della vita di fede: i nostri contemporanei non seguiranno Cristo, non saranno suoi discepoli se noi non facciamo risuonare la voce di Cristo, se non facciamo conoscere la Parola di Dio. Non è questo, ancora una volta, l’appello accorato di Gesù a far udire con tutti i mezzi il suono della sua voce?
+Giovanni D’Ercole
Dear friends, “in the Eucharist Jesus also makes us witnesses of God’s compassion towards all our brothers and sisters. The Eucharistic mystery thus gives rise to a service of charity towards neighbour” (Post-Synodal Apostolic Exhortation Sacramentum Caritatis, 88) [Pope Benedict]
Cari amici, “nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo” (Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 88) [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
Christian's are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui (Papa Benedetto)
Christ says: the kingdom of heaven is similar "to a net thrown into the sea, which gathers all kinds of fish" (Mt 13:47). These simple words completely change the physiognomy of the world: the physiognomy of our human world, as we make it [Pope John Paul II]
Cristo dice: il regno dei cieli è simile “a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47). Queste semplici parole mutano completamente la fisionomia del mondo: la fisionomia del nostro mondo umano, come noi ce la facciamo [Papa Giovanni Paolo II]
Christ is not resigned to the tombs that we have built for ourselves (Pope Francis)
Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti (Papa Francesco)
Many situations, then, which unfortunately do not conform to the legitimate predictions and rules established, are anything but negative; and instead of taking away confidence for the harassment they cause, They should have it more generous and far-sighted in favor of their process of responsible decantation (Pope Paul VI)
Molte situazioni, poi, che non sono purtroppo conformi alle legittime previsioni e alle norme stabilite, sono tutt’altro che del tutto negative; e invece di togliere la fiducia per la molestia che arrecano, esse dovrebbero averla più generosa e lungimirante in favore del loro processo di responsabile decantazione (Papa Paolo VI)
We must not fear the humility of taking little steps, but trust in the leaven that penetrates the dough and slowly causes it to rise (cf. Mt 13:33) [Pope Benedict]
Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e lentamente la fa crescere (cfr Mt 13,33) [Papa Benedetto]
The joy of the Gospel fills the hearts and lives of all who encounter Jesus. Those who accept his offer of salvation are set free from sin, sorrow, inner emptiness and loneliness. With Christ joy is constantly born anew [Evangelii Gaudium n.1]
don Giuseppe Nespeca
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