Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Terza Domenica di Pasqua (anno A) [19 aprile 2026]
*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)
Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato. Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia? La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione. Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo
*Salmo Responsoriale (15/16)
Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce così anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto. L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.
*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)
Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato; ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e di conseguenza conoscevano bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico. Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù. Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà, una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora, annota Pietro, la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.
*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)
Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.
+Giovanni D’Ercole
Considerazioni sul cibo
Diversi spunti mi hanno suggerito questa riflessione.
Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”
E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.
Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.
Infine circa un mese fa una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.
E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.
Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.
Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.
Il concetto ideale consiste nel nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.
A volte capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo. Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro.
Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è intorno al 1600 circa che inizia ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.
Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.
La storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.
Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.
Le “mistiche” attuavano digiuni per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.
Nel tempo attuale i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.
Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti. Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.
La bulimia consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.
Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.
Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.
Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo. E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva.
Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.
Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani.
Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.
In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.
Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.
Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso.
Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità.
Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.
Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .
Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.
Queste persone sono accumunate in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.
Ma è una questione di “quanto è forte questo sentire” perché ogni persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.
Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.
Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.
Dr. Francesco Giovannozzi Psicologo – Psicoterapeuta
Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia [12 Aprile 2026]
*Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)
Ecco uno scorcio della primissima comunità cristiana, come san Luca ama offrirne negli Atti degli Apostoli. Più volte, praticamente quattro, egli traccia, in poche righe, un ritratto di questo tipo; si direbbe quasi delle foto di famiglia, colte sul vivo. Messi insieme, questi quadri delineano un’immagine che ci appare quasi idilliaca della vita dei primi cristiani: assidui all’insegnamento degli apostoli e alla preghiera, vivono nella lode del Signore e mettono tutto in comune, seminano lungo il loro cammino numerose guarigioni e accolgono continuamente nuovi membri…Ciò non impedisce a Luca di raccontare, altrove, alcune difficoltà molto concrete di queste stesse comunità… Anania e Saffira, per esempio, che hanno fatto fatica a vivere fino in fondo la condivisione dei beni; e, cosa ancora più grave, le difficoltà di convivenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di origine pagana… Ci si può allora chiedere quale messaggio Luca voglia trasmetterci tracciando ritratti così belli, quasi irreali. Questo fa pensare alle foto di famiglia dei giorni di festa che adornano le pareti delle nostre case, gli album fotografici o i collage che amiamo guardare. Evidentemente, si sono scelte le immagini migliori; guardandole, prendiamo coscienza della bellezza delle nostre famiglie e della gioia di alcuni giorni privilegiati. Per san Luca è certamente questo, ma è anche molto di più: è la prova che i tempi messianici sono arrivati. Gli apostoli sono diventati capaci di vivere da fratelli grazie al dono dello Spirito. E? tutto ciò che lo Spirito ci rende capaci di fare: lui che prosegue la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione (secondo la splendida espressione della preghiera eucaristica). Questo è il segno dello Spirito effuso sul mondo dal Messia: è proprio ciò che avevano promesso i profeti. La fraternità, la pace, la giustizia, l’abolizione del male sono i valori del Regno di Dio che il Messia doveva instaurare e di cui i primi cristiani hanno dato più volte l’esempio. Questa è la prova che Gesù è davvero il Messia atteso, la prova che ha effuso sul mondo lo Spirito di Dio. Allora si comprende l’espressione: “Un senso di timore era in tutti”: è lo stupore davanti all’opera di Dio. Luca ci dice: vedete, fratelli miei, i primi segni del Regno sono già qui; ecco ciò che lo Spirito Santo ci permette di vivere nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità quando ci lasciamo guidare da lui nella luce di Pasqua. Dalla Risurrezione di Cristo è nata un’umanità nuova, quella che cresce lentamente attorno e all’immagine del Figlio di Dio. San Paolo direbbe: guardate, siamo davvero risorti! Cioè: viviamo realmente una vita nuova; l’uomo vecchio (il comportamento di un tempo) è morto. Luca, pagano convertito, si meraviglia dell’espansione irresistibile del Vangelo: Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Osservo, di passaggio, che è il Signore a far entrare nuovi membri nella comunità! A noi, che cosa è chiesto? Forse, semplicemente, di essere vere comunità cristiane, degne di questo nome. Perché è attraverso la sua vita molto concreta che la comunità rende testimonianza alla Risurrezione di Cristo: una vita fatta di condivisione della Parola e del pane, di preghiera, di condivisione di tutti i beni, il tutto nella gioia! È davvero un mondo capovolto! In particolare, lo spogliamento personale e la condivisione di tutti i beni: ecco qualcosa di irrealizzabile per uomini ordinari… a meno che non siano abitati dallo Spirito di Dio, quello che Cristo stesso ha donato loro. Gesù aveva detto: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. È questo che dimostrerà al mondo intero che Gesù è vivo; ed è questo che giudica una volta per tutte le nostre liti e maldicenze, le nostre intolleranze e divisioni, i nostri rifiuti di condividere. Naturalmente, non ci è vietato attingere da questi bei ritratti dei criteri per verificare la qualità delle nostre comunità (famiglie, gruppi, comunità cristiane). È un po’ come se Luca ci dicesse: chi ha orecchi per intendere, intenda! Perché, in fondo, quello che abbiamo ascoltato è proprio un programma di vita cristiana; se conto bene, ci sono quattro punti: ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere la comunione fraterna (fino alla condivisione dei beni), spezzare il pane e partecipare alle preghiere. Per concludere, mi sembra che la grande Buona Notizia di questo testo sia questa: questo comportamento nuovo, ispirato dallo Spirito Santo, è possibile! Proprio come le foto dei giorni di festa ci ricordano le possibilità di amore nelle nostre famiglie. Ma questo può anche suggerirci alcune domande: Luca annota che erano “perseveranti insieme” nel tempio e fedeli nello spezzare il pane nelle case con letizia semplicità di cuore. .Oggi diremmo: vivevano l’Eucaristia. Questo significa almeno tre cose: anzitutto, la Messa della domenica è molto più di un obbligo è una necessità vitale: la pratica eucaristica è indispensabile per ciascuno di noi nella vita di fede. Inoltre, cosa ancora più seria, ogni volta che uno di noi non partecipa all’Eucaristia, è la comunità stessa a essere privata di uno dei suoi membri. Infine, terzo aspetto, una comunità è gravemente penalizzata quando è privata di questo nutrimento regolare: ciò pone evidentemente il problema di tante comunità cristiane prive di sacerdote, talvolta da molto tempo, mentre alcune parrocchie nelle nostre regioni offrono un’ampia scelta di orari di Messe per rispondere a tutte le esigenze. Non possiamo che ammirare il dinamismo della fede di coloro che sanno far vivere le loro comunità nonostante l’assenza del sacerdote.
*Salmo responsoriale (117/118)
Abbiamo già cantato questo salmo 117/118 durante la notte pasquale e nel giorno stesso di Pasqua. E anzi, ogni domenica ordinaria, esso fa parte dell’Ufficio delle Lodi nella Liturgia delle Ore. Non c’è da stupirsi: per gli Ebrei, questo salmo riguarda il Messia; per noi cristiani, quando celebriamo la Risurrezione di Cristo, riconosciamo in lui il Messia atteso da tutto l’Antico Testamento, il vero re, il vincitore della morte. È dunque su questo duplice livello — dell’attesa ebraica e della fede cristiana — che occorre considerarlo. Per la fede ebraica è un salmo di lode: comincia infatti con la parola Alleluia, che significa lodate Dio e che dà bene il tono dell’insieme; inoltre, comprende ventinove versetti e, su questo insieme, compare più di trenta volte la parola “Signore” (il tetragramma YHWH) ho almeno “Yah” che ne è la prima sillaba… e sono altrettante espressioni di lode per la grandezza di Dio, l’amore di Dio, l’opera di Dio per il suo popolo… Una vera litania! Questo salmo di lode è previsto per accompagnare un sacrificio di azione di grazie durante la festa delle Capanne, festa importante e gioiosa che dura otto giorni in autunno: troviamo tracce della gioia di questa festa nel testo stesso del salmo. Per esempio: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo”.
Durante questa festa si abita per otto giorni sotto le tende, in memoria delle tende dell’Esodo dopo l’uscita dall’Egitto, per ritrovare il senso dell’Alleanza. Poi vi sono numerose celebrazioni nel Tempio di Gerusalemme e si compiono processioni attorno all’altare agitando rami e cantando “Osanna”, che significa “Dona, Signore, dona la salvezza” ed essendo l’attesa del Messia molto viva nello spirito di questa festa, si ripete “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, come una sorta di preghiera per affrettarne la venuta. Un altro rito significativo era una grande e spettacolare illuminazione del Tempio, nell’ultima sera. Tutti questi riti risuonano in questo salmo, a condizione di leggerlo per intero. Per esempio in altri versetti che non ascoltiamo nella liturgia della seconda domenica di Pasqua si proclama “Con rami in mano, formate il corteo fino all’altare… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, “Di, il Signore ci illumina” alludendo all’illuminazione dell’ultima sera. Tutto questo riguarda le parole della lode e questi sono i motivi: per parlare della storia d’Israele, il salmo racconta la vicenda di un re che ha appena affrontato una guerra senza pietà e ha ottenuto la vittoria. Questo re viene ora a rendere grazie al suo Dio per averlo sostenuto. Dice per esempio: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signor mi ha aiutato… e ancora tutte le nazioni mi hanno circondato: nel nome del Signore le ho sconfitte… e ancora: Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore””. Chi parla è dunque un re che è scampato miracolosamente a tutti gli attacchi dei popoli nemici; ma in realtà sappiamo cosa leggere tra le righe: è la storia del popolo d’Israele. Molte volte, nel corso della sua storia, ha sfiorato l’annientamento; ma ogni volta il Signore lo ha rialzato, ed esso lo celebra in questa grande festa delle Capanne: canta “Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. Questo ruolo di testimone delle opere del Signore è la vocazione propria d’Israele; ed è nella coscienza stessa di questa vocazione che ha trovato la forza di sopravvivere a tutte le sue prove lungo la storia. Per noi cristiani questo salmo richiama una parentela tra la festa ebraica delle Capanne e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che commemoriamo nella Domenica delle Palme. Ma soprattutto, la gioia che attraversa questo salmo si addice al Risorto nel mattino di Pasqua! Egli è quel re vittorioso e, a ben vedere, gli evangelisti, ciascuno a modo suo, ce lo presenta come il vero re. Matteo ad esempio, ha costruito l’episodio della visita dei Magi in modo da farci comprendere che il vero re non è quello indicato dagli storici ( Erode), ma il bambino di Betlemme… oppure Giovanni, che, nel racconto della Passione, presenta chiaramente Gesù come il vero re dei Giudei. Meditando il mistero di questo Messia rifiutato, disprezzato, crocifisso, gli apostoli hanno scoperto un nuovo senso di questo salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”. Gesù lo aveva già citato nella parabola dei vignaioli omicidi mostrando che è lui la pietra angolare, rifiutata dai costruttori e divenuta pietra fondamentale cioè, rifiutato dal suo popolo, è diventato la pietra di fondazione del nuovo Israele. Egli è veramente “colui che viene nel nome del Signore” come dice il salmo: questa stessa espressione è stata usata durante il suo ingresso solenne a Gerusalemme. Infine, sappiamo che questo salmo veniva cantato a Gerusalemme in occasione di un sacrificio di azione di grazie. Gesù, invece, ha appena compiuto il sacrificio di azione di grazie per eccellenza! Egli prende la guida del nuovo Israele che rende grazie a Dio suo Padre: ed è proprio questo che caratterizza Gesù. Tutto il suo atteggiamento verso il Padre è azione di grazie inaugurando così tra Dio e l’umanità l’Alleanza nuova: quella in cui l’umanità non è altro che risposta d’amore all’amore del Padre.
*Seconda Lettura dalla prima lettera si san Pietro apostolo (1, 3-9)
Alcuni si chiedono se Pietro non abbia ripreso qui un inno che si cantava durante i battesimi… Non ne abbiamo la prova, ma è comunque un’ipotesi interessante che può aiutarci a comprendere meglio questo testo. Si riconoscono facilmente tre strofe di cui offro un breve riassunto: Prima strofa (vv. 3, 4, 5): “Benedetto sia Dio…”. Egli ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Cristo e ormai viviamo nella fede e nella speranza; come dice un canto ben conosciuto: Dio fa di noi, in Gesù Cristo, uomini liberi. Seconda strofa (vv. 6 e 7): la speranza ci fa già sussultare di gioia, ma siamo ancora nel tempo della prova della nostra fede. Terza strofa (vv. 8 e 9): beati quelli che credono senza aver visto; la nostra fede ci dona già una gioia inesprimibile che ci trasfigura. La parola fede compare cinque volte in queste poche righe. Non è sorprendente, se ci troviamo in una celebrazione battesimale; e vi è anche una gioia straordinaria, che egli definisce inesprimibile, nonostante le prove presenti (anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo da varie prove, v. 6): qui si rivolge evidentemente a comunità cristiane che vivono in un mondo ostile, probabilmente perseguitati e questo sembra proprio essere il caso dei destinatari di Pietro. Riprendo ora per comodità le tre strofe una per una: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”: la forma è giudaica, il contenuto è cristiano; iniziare con una grande benedizione di Dio è tipico della preghiera ebraica; ed è certamente qualcuno che ha molto cantato i salmi a poter scrivere un testo simile! Ma il contenuto è cristiano: nei salmi Dio è celebrato come il Dio dei Padri, Abramo, Isacco, Giacobbe… ormai la Rivelazione ha compiuto un passo decisivo: Dio è conosciuto come Padre di Gesù Cristo ed è per mezzo di Gesù Cristo che realizza il suo disegno sull’umanità. “Dio ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Gesù Cristo”: come Gesù stesso nel dialogo con Nicodemo, Pietro parla del battesimo come di una nuova nascita, e questa nuova nascita ha la sua sorgente nella risurrezione di Cristo; oggi noi, dopo ben oltre duemila anni di cristianesimo, siamo talmente abituati alla formula “Gesù Cristo è risorto” che forse non ne percepiamo più lo shock; ma i primi cristiani lo vivevano come una vera rivoluzione: ormai, per loro, il volto del mondo era cambiato; come dice Paolo, il mondo antico è passato, ne è nato uno nuovo (2 Cor 5).
Si ritrova anche molto forte in Pietro un altro tema tipico di Paolo: la tensione tra il presente e il futuro: tutto è già compiuto nella risurrezione di Cristo e dunque egli parla al passato: Dio ci ha fatto rinascere… tutto è già deciso, per così dire; ma tutto resta ancora da venire: siamo protesi verso la salvezza pronta a rivelarsi negli ultimi tempi, come dice Pietro. La parola “salvezza! si potrebbe tradurre con vita… che non conosce né corruzione, né macchia, né marcimento; si potrebbe tradurre anche con liberazione da tutto ciò che è appunto corruzione, macchia, marcimento. Una salvezza, una liberazione già compiuta in Gesù Cristo, ma nella quale tutta l’umanità non è ancora entrata: ed è questo ciò che resta da venire.
È il fatto che già tutto è compiuto fin d’ora fa sussultare di gioia, come dice Pietro; i giorni in cui siamo tristi sono forse quelli in cui perdiamo di vista questa grande notizia della Pasqua: la buona notizia che l’amore e la vita sono più forti di ogni odio e della morte anche se in certe situazioni, questa certezza tende ad affievolirsi e la nostra fede viene allora messa alla prova! E la seconda strofa lo dice bene: «Siete afflitti per un po’ di tempo da varie prove», dice Pietro. Il seguito della lettera lascia intravedere le difficoltà di cui si tratta, probabilmente l’ostilità incontrata da questi giovani cristiani che appaiono come marginali in un mondo pagano.
L’ultima strofa riprende questo tema della fede nel tempo dell’attesa; Pietro ha avuto il privilegio di conoscere e frequentare a lungo Gesù Cristo, ma si rivolge a cristiani che non lo hanno conosciuto e sviluppa per loro la beatitudine che Gesù aveva detto a Tommaso: “Beati quelli che credono senza aver visto” e li incoraggia: Voi lo amate senza averlo visto; e senza vederlo ancora, credete in lui… ed esultate di una gioia “indicibile e gloriosa”. Quando usa l’espressione gioia gloriosa, Pietro sa di cosa parla, lui che ha avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione di Gesù: e sul volto dei cristiani ritrova un riflesso della luce che irradiava Gesù stesso. Questa insistenza di Pietro sulla gioia dei cristiani, una gioia al tempo stesso inesprimibile e più forte di tutte le prove passeggere, risuona oggi come un appello a far sì che sul nostro volto tutti possano vedere la gioia del nostro battesimo, come riflesso di Gesù trasfigurato. Tradizionalmente, questa domenica si chiamava «in albis», cioè «in vesti bianche». Infatti i neobattezzati della notte di Pasqua portavano la loro veste battesimale per tutta la settimana pasquale. E questa domenica rappresentava per loro come una festa dei battezzati.
*Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)
Era dopo la morte di Gesù, la sera del primo giorno della settimana, cioè la domenica. Questa non è soltanto una precisazione temporale che san Giovanni ci offre, ma piuttosto un piccolo importante segnale. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, sono già passati circa cinquant’anni dai fatti, cioè dalla passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Cinquant’anni durante i quali i cristiani si riuniscono ogni domenica per celebrare la risurrezione di Gesù ed allora il messaggio che vuol dare è: “Capite allora perché ci raduniamo ogni domenica?” Il raduno dei cristiani ogni domenica era una caratteristica dei cristiani nel mondo giudaico ed era proprio per far memoria della risurrezione di Cristo. Per gli Ebrei, il primo giorno della settimana - la domenica - era un giorno lavorativo come gli altri, mentre il settimo giorno, il sabato (lo shabbat), era il giorno di festa, di riposo, di assemblea, di preghiera. Ora, è il giorno dopo lo shabbat che Gesù è risorto, e più volte si è mostrato vivo ai suoi apostoli dopo la risurrezione sempre il primo giorno della settimana: così, per i cristiani, quel giorno ha assunto un significato particolare. Questo primo giorno della settimana appare come il primo giorno dei tempi nuovi: come la settimana di sette giorni degli Ebrei ricordava i sette giorni della Creazione, così questa nuova settimana iniziata con la risurrezione di Cristo è stata compresa dai cristiani come l’inizio della nuova Creazione. I discepoli avevano chiuso le porte del luogo dove si trovavano, per paura dei Giudei quando Gesù venne e stette in mezzo a loro. Giovanni sottolinea che i discepoli sono chiusi dentro e per paura perché, se avevano ucciso il Maestro, potevano benissimo uccidere anche i suoi discepoli. ma anche questo mette bene in luce la libertà di Cristo. Tutto è chiuso, ma per lui non c’è problema: non ama chiavistelli e, soprattutto, non conosce la paura! E, proprio per questo, la sua prima parola è: “Pace a voi”!. Era il saluto giudaico abituale… ma è comunque un saluto sorprendente dopo tutto ciò che è accaduto! La paura, l’angoscia degli ultimi mesi prima dell’arresto di Gesù, l’orrore della sua passione e della sua morte, la notte del giovedì, il giorno del venerdì e quel silenzio del sabato, dopo che Gesù è stato deposto nel sepolcro… È possibile essere nella pace come se nulla fosse accaduto? Eppure, è incredibile ma vero: egli è davvero vivo… e, per dimostrarlo, mostra le sue piaghe, i segni permanenti della crocifissione. A questo proposito, si rimarca proprio che i segni sono ancora presenti nelle sue mani, nei piedi, nel costato: la Risurrezione non cancella la nostra morte. Allora, anche se può sembrare incredibile, san Giovanni annota che i discepoli gioirono. È qualcosa di inaudito ciò che stanno vivendo! E, a questo punto, Giovanni continua: “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi”. Ora possono davvero essere nella pace… non come se nulla fosse accaduto, ma nonostante ciò che è accaduto: perché questa pace del Risorto va ben oltre tutto ciò che può succedere. “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro ai quali non perdonerete non saranno perdonati”. Colpisce il legame tra il dono dello Spirito e la missione della riconciliazione: nella Bibbia, lo Spirito è sempre dato per una missione. Ma in definitiva, può esserci altra missione più importante che riconciliare gli uomini con Dio? Tutto il resto da questo deriva. È un ordine, che Gesù dà: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Andate ad annunciare che i peccati sono rimessi, cioè perdonati. Siate ambasciatori della riconciliazione universale. E se non andate, la Buona Notizia, il vangelo della Riconciliazione non sarà annunciata. Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me…”: dalla bocca stessa di Gesù Cristo, abbiamo un riassunto di tutta la sua missione perché è come se dicesse: Il Padre mi ha mandato per annunciare la riconciliazione universale, per proclamare che i peccati sono perdonati. e che Dio non tiene il conto dei peccati degli uomini; in altre parole sono venuto ad annunciare una sola cosa: che Dio è tutto Amore e Perdono. A vostra volta, io mando voi per la stessa missione. Pertanto occorre fare bene attenzione: l’unico vero peccato, che è alla radice di tutti gli altri, è non credere o rifiutare l’amore di Dio: io dunque vi mando perché annunciate a tutti gli uomini l’amore infinito di Dio, cioè che Dio è Misericordia infinita. Ma come far conoscere l’amore di Dio? Non basta annunciare la misericordia di Dio; occorre “dare la vita” per la “salvezza” delle anime. Quando comprenderemo che questo è tutto il vangelo e quanto grande è la nostra responsabilità?
NB Attenzione: Resta da comprendere bene la frase: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Mi sono lasciato prendere da un’analisi strutturale e teologica che con voi condivido.
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Greco |
Traslitterazione |
Traduzione italiana |
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ἄν |
an |
se / a chiunque |
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τινων |
tinōn |
di alcuni / di chiunque |
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ἀφῆτε |
aphēte |
rimettete / lasciate andare |
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τὰς |
tas |
i (femminile plurale, oggetto) |
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ἁμαρτίας |
hamartias |
peccati |
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ἀφέωνται |
apheōntai |
sono rimessi |
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αὐτοῖς |
autois |
a loro |
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ἄν |
an |
se / a chiunque |
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τινων |
tinōn |
di alcuni / di chiunque |
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κρατῆτε |
kratēte |
trattenete / tenete |
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κεκράτηνται |
kekratēntai |
sono trattenuti |
Testo greco completo con translitterazione ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας, ἀφέωνται αὐτοῖς· (an tinōn aphēte tas hamartias, apheōntai autois) ἄν τινων κρατῆτε, κεκράτηνται. (an tinōn kratēte, kekratēntai) Traduzione fluida del versetto: “A chi voi rimettete i peccati, essi sono già rimessi; a chi li trattenete, restano trattenuti.” La frase è costruita in due movimenti paralleli: ἀφῆτε (voi rimettete), ἀφέωνται (sono già rimessi da Dio); κρατῆτε (voi trattenete), κεκράτηνται (sono già trattenuti) Emergere subito: azione visibile e realtà divina. Verbi degli apostoli: ἀφῆτε / κρατῆτε che sono aoristo congiuntivo e il significato: atto puntuale e decisivo, evento reale. b) Verbi finali ἀφέωνται / κεκράτηνται sono perfetto passivo e significa: azione già compiuta e già stabilizzata da Dio, effetto duraturo. Perché Giovanni usa l’aoristo? Non usa il presente perché non indica un’azione continua, ma l’aoristo che significa:“Nel momento in cui rimettete o trattenete i peccati, accade un atto reale e decisivo” e l’atto degli apostoli entra dentro l’azione effettiva permanente di Dio. Conseguenze teologiche: Primato di Dio: solo Dio perdona. Ruolo della Chiesa: rendere visibile, applicare concretamente il perdono e il peccato o è tolto o resta. Intuizione spirituale Il perdono è evento reale, non simbolo e La Chiesa, strumento visibile, ma l’efficacia è di Dio. Sintesi finale: Quando la Chiesa rimette i peccati, accade un atto reale e decisivo nel quale si manifesta e si rende presente il perdono che è già operante di Dio; quando li trattiene, si constata che quel perdono non è purtroppo accolto. E qui sta il problema: perché non è accolto? Il perdono non è un’idea né un processo: è un evento di Dio, e la Chiesa lo rende visibile. Dio ci perdona sempre e noi siamo perdonati quando confessiamo con fede il nostro peccato. Dio è Misericordia infinita che non viene mai meno e desidera che tutti siano salvati; ma occorre che l’uomo accolga il suo amore gratuito nel cuore. La Chiesa è chiamata a rendere visibile questo perdono ogni giorno, senza sosta, e ogni cristiano è responsabilizzato a testimoniare e annunciare il perdono che è amore assolutamente gratuito di Dio affinché tutti possano credere, accoglierlo e sperimentarlo nella propria vita. In definitiva: Dio perdona sempre senza fine e chi crede lo annuncia e lo vive come vangelo che entra nel proprio sangue. Concludo con questo messaggio da Madjugorie 2 marzo 1997 “Cari figli! Pregate per i vostri fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore di Dio Padre e per quelli per i quali è più importante la vita sulla terra. Aprite i vostri cuori a loro e vedete in loro mio Figlio che li ama. Dovete essere la mia luce: illuminate tutte le anime in cui regna il buio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
Dipende da voi, dice Gesù, agli apostoli e oggi a noi, che i vostri fratelli conoscano e sperimentino l’amore di Dio e vivano nella sua misericordia. Il progetto di Dio sarà pienamente compiuto solo quando anche voi, a vostra volta, avrete portato a termine la vostra missione. Insomma, capite bene, come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E non avete molto tempo da perdere
+Giovanni D’Ercole
Qualche giorno fa apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.
Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.
Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con sé.
Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso.
Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.
Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.
Tale arnese viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini.
Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.
Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti.
Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri.
Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.
L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.
Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.
Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.
Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.
Generalmente tendono a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.
Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.
Essi possono subire l’influsso di film, di culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza
A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca.
Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile.
E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.
Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.
Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.
Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.
Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.
Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.
Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.
Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.
E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .
A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.
Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Ossessione e Compulsione
Un signore mi confida che da tempo ha bisogno di controllare se ha chiuso il portone della sua casa. Una signora invece deve essere certa che ha chiuso il gas in cucina.
Dopo aver controllato, sia il gas che il portone stavano bene e in ordine.
Un altro signore di mezza età sente il bisogno di dover vedere se la sua auto è a posto, poi deve andare a controllarla, deve fare un giro intorno alla stessa, toccarla in diversi punti, e solo dopo aver compiuto queste sequenze comportamentali, può rientrare tranquillamente. A volte sente il bisogno di farlo più volte in una giornata.
Nel vocabolario Treccani al termine «ossessione» si legge: «rappresentazione mentale che la volontà non riesce ad eliminare accompagnata da ansia».
Alla voce «compulsione»: «costrizione, l’essere spinto da necessità a fare qualcosa».
Molte persone hanno dei pensieri verso i quali non hanno alcun interesse; spesso sono delle idee senza alcun senso, ma che richiedono loro un notevole sforzo mentale.
Senza volerlo queste idee ci invadono, e fanno “lambiccare” il cervello come se fossero questioni fondamentali.
Possono trattarsi di pensieri, immagini che generano preoccupazione - e di solito vengono seguiti da costrizioni che la persona deve compiere per calmare l’inquietudine.
Tra l’idea ”fissa” e il bisogno di compiere qualche atto, gesto per far sì che non succeda nulla di male, insorge spesso un dubbio, che intacca le nostre convinzioni più certe .
Il tutto sfocia in una indecisione sempre più grande che limita la propria libertà di azione: per fare una scelta anche semplice si impiega tanto tempo.
A volte ci fa giungere a non saper prendere una decisione. Il dubbio può riguardare un pensiero, un ricordo, un’azione, ecc. e può sconfinare da un contenuto all’altro.
Una persona con questi problemi, uscendo di casa a volte si sente costretta a tornarci per essere certa di non aver lasciato la luce accesa, e per essere sicura a volte lo deve fare parecchie volte.
In letteratura vengono citati esempi di persone che nello spedire una lettera sentivano poi il bisogno di riaprirla per controllare ciò che avevano scritto.
In quadri psicologici come questo si parla anche di «ruminazione», che è sempre associato al dubbio.
In campo biologico essa si configura quale processo digestivo di alcuni animali, tipo i bovini. Il cibo ingerito viene riportato in bocca per essere masticato nuovamente, in maniera migliore; quindi inghiottito di nuovo per ultimare la digestione.
In campo psicologico la «ruminazione» descrive un pensiero ripetitivo e durevole focalizzato su eventi passati, diverso dal «rimuginio» che invece riguarda più gli eventi futuri.
Vengono descritti anche dei cerimoniali. In essi l’individuo deve fare una sequenza di atti come lavarsi sovente le mani, pulire tante volte oggetti della vita quotidiana.
Interviene qui un aspetto del quadro psicologico descritto: la «rupofobia» e contaminazione. La rupofobia è la paura morbosa dello sporco e di poter essere infettati. Può riguardare qualsiasi aspetto della nostra vita: sia oggetti che persone, o luoghi pubblici. È un aspetto che può nuocere anche all’intimità.
Il periodo del Covid ha aumentato la paura del contagio, ma questo era un evento reale. Anche tanti anni fa intorno agli anni 1986 ci fu il fenomeno di Chernobyl e lì veramente dovevamo essere attenti a ciò che si mangiava poiché il cibo e soprattutto le verdure potevano essere state contaminate.
Chiunque ha queste idee, passeggiando potrà contare le auto nel parcheggio, o toccare i pali dei lampioni, oppure cercare di evitare le fenditure dei pavimenti, ecc.
Nei casi gravi queste persone possono sentire di far del male a qualcuno; così questi pensieri lo fanno “indietreggiare”. Costoro devono darsi uno “scossone” onde cercare di scacciare tali idee che terrorizzano.
Le persone con queste caratteristiche generalmente sono delle persone rigorose, si preoccupano dei particolari, osservano minuziosamente regole e formalità.
Tuttavia dando importanza ai dettagli, spesso trascurano l’essenziale.
Quanta gente nel loro ambito lavorativo sente il bisogno di mettere in fila e in eccessivo ordine i loro oggetti.
Ordine e controllo sono strettamente interconnessi, perché l’ordine esterno può essere una modalità per raggiungere un ordine interno che può ridurre lo stress.
Parliamo però di ordine eccessivo. Un minimo di ordine è necessario per non creare confusione e poter ritrovare le nostre cose
Anche la balbuzie è un’alterazione del linguaggio collegata a questo quadro psicologico.
La persona che balbetta si impegna all’inizio, alla prima lettera o sillaba, e la ripete finché non finisce la parola.
Come si sa, il suo linguaggio è sciolto quando è solo o quando recita, quando canta.
Altrimenti mortificato dal suo difetto tenderà a isolarsi e a parlare il meno possibile. Oppure insisterà ostinatamente a parlare con intensi sforzi fisici.
La balbuzie «è un conflitto tra la tendenza erotico uretrale all’espulsione e la tendenza erotico-anale alla ritenzione, spostata alla bocca» (Manuale di Psichiatria, Arieti, vol. I pag.353).
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Uno sguardo nel «buio».
Come ho già detto in precedenza molti poeti e scrittori hanno descritto il fluire dell’animo umano.
Eugenio Montale lo esprime in una sua poesia del 1925, sul male di vivere, fornendoci l’immagine di un ruscello che non riesce a far scorrere le sue acque, di una foglia accartocciata dal troppo calore, di un cavallo sfinito a terra.
Immagini che nella nostra mente non passano senza lasciare una riflessione e qualche interrogativo.
Momenti di “buio” nella nostra vita ce ne sono stati e forse ci saranno ancora.
Sensazioni di scoraggiamento e di non sapere quale strada prendere - ognuno di noi lo ha sperimentato sulla propria pelle.
L’intensità e la durata del “buio” variano a seconda delle circostanze e dalle capacità di reagire personali.
Di fronte a sconfitte o delusioni reagiamo in modo differente; ciò che disturba un soggetto, può lasciare un altro individuo del tutto indifferente.
Un incontro col “ buio” può essere usuale di fronte a gravi difficoltà come un lutto, la perdita del lavoro, l’insorgere di una malattia, la fine di relazioni affettive, e altro.
Tale stato d’animo è provvisorio e finisce spontaneamente, senza portare cambiamenti nella vita di una persona.
In casi diversi è bene non sottovalutare lo stato d’animo, perché potrebbe essere un segno di una sofferenza psicosomatica o psichica.
In questi casi spesso si provano delle sensazioni inspiegabili di preoccupazione, di apatia; e ci sentiamo più affaticati.
Ricordiamoci che la reazione al “buio” segue sovente un’esperienza traumatica, la quale in circostanze ordinarie della vita non avrebbe causato nessuna sensazione temporanea di cattivo umore.
Una reazione maggiore e più protratta nel tempo, una reazione che l’individuo non riesce a superare da solo, è una condizione non usuale.
Nelle persone anziane le scosse emotive possono far insorgere momenti di “buio” più facilmente che nei giovani.
Talora gli anziani vengono messi da parte, hanno meno relazioni sociali, e spesso ne viene a soffrire il loro prestigio; principalmente quando viene meno la speranza.
Ma anche gli adolescenti [con la loro precarietà] non sono immuni a questi momenti di inquietudine.
Non è vero che l’adolescenza è un periodo felice della vita; anzi, forse è uno dei più travagliati.
In questi momenti di “buio” che la clinica chiama «depressione», notiamo: le persone che attraversano questa fase riducono di molto le loro attività, hanno meno fiducia in se stessi, si intesseranno a poche cose.
Sono capaci di conservare il lavoro anche se devono intensificare gli sforzi. Di solito la memoria e il rapporto con la realtà non sono alterati - a meno che non è insorto uno stato grave («psicosi»).
Arieti parla della depressione che qui abbiamo chiamato “buio” come una combinazione di tristezza e pessimismo.
Quest’ultimo costituisce l’elemento essenziale della combinazione; l’idea non sana sta nel credere che ciò che è accaduto a una persona gli succederà sempre, o che lo stato d’animo in cui si trova non muterà mai.
Il disfattismo, l’illusione di saper cosa ci succederà in futuro, consolida la tristezza in “buio”.
Spesso il “buio” dell’anima viene scaricato sul corpo.
Possiamo subire perdita di peso, sensazioni di oppressione a livello cardiaco; diminuzione delle secrezioni corporee; insonnia; e sovente mal di testa.
Nel comportamento con gli altri il “buio” ci fa tendere a sfruttare e condizionare il prossimo; ci fa essere poco inclini a essere persuasi. Difficilmente diamo soddisfazione al prossimo, e spesso l’ostilità ci invade.
Faber Andrew ha scritto una poesia intitolata ‘A chi sta attraversando il suo buio’…
Il poeta invita il lettore a «credere nella poesia. Negli occhi di chi quella strada l’ha già ritrovata».
Poi ancora: «C’è un cielo di qua che vi aspetta, con un panorama di sogni da togliere il fiato».
Per un poeta la poesia è la strada maestra, ma noi che non siamo poeti abbiamo qualcosa in cui Credere, e che costituisce il pilastro della nostra realtà.
Ricordiamoci sempre che quando la notte raggiunge il suo punto più oscuro, lì inizia l’alba di un nuovo giorno.
Francesco Giovannozzi psicologo psicoterapeuta.
Nella società odierna i fattori che procurano affanno e inquietudine sono molteplici e sovente le strategie per combatterle sono più difficili da trovare.
Questo tempo caratterizza il “barcollare” di valori fondamentali, di norme, di aspirazioni, che spingevano l’uomo verso la sua realizzazione, verso una sana relazione con gli altri.
Le attuali guerre nel mondo, il ricordo di esse per i meno giovani, le minacce atomiche, si aggiungono alla lista.
In un clima così ostile l’isolamento dell’uomo si accentua.
Ogni persona ha il proprio modo di reagire: quello più usuale è un senso di disagio, di ansietà, di sentirsi in pericolo senza sapere quale esso sia; di rovina, o altro.
Sovente ci sfugge la causa di tutto questo. La persona si sente disarmata, e se questa inquietudine è forte, può essere scaricata sul corpo.
Si noterà una rigidità muscolare, o possono essere presenti tremori, un sentirsi deboli, stanchi; anche la voce può tremare.
A livello cardio-circolatorio possono manifestarsi palpitazioni, svenimenti, aumento del battito cardiaco, aumento della pressione.
Anche a livello dell’intestino possono manifestarsi nausee, vomiti, mal di pancia - che non hanno origine organica.
Vi possono essere anche altre manifestazioni tipiche della storia di ogni persona, e non c’è organo su cui non può essere scaricata la tensione interna.
Ricordo che nella mia attività professionale ho incontrato soggetti con problematiche psicologiche “scaricate” in diverse parti del corpo; a volte, le più impensabili.
Mi sono ritrovato di fronte alopecie (perdita di capelli), arti bloccati, disturbi della vista, svenimenti, e negli ultimi tempi adolescenti che si tagliavano…
Se la persona si sente sopraffare da un’onda anomala di malessere interiore, può reagire in maniera inadeguata o addirittura pericolosa (alcol, droghe, corse in auto, gioco d’azzardo, ecc.).
La comprensione di queste agitazioni, preoccupazioni, ansie, è importante per stabilire quando esse sono nella norma o meno.
Gli stati di ansia non comuni si distinguono da una apprensione più o meno persistente, con crisi acute.
Questi stati sono da distinguersi dallo stato di preoccupazione diffusa che troviamo come usuale nella nostra vita quotidiana.
Ricordiamoci che per definire la nostra ansia, agitazione, dobbiamo convincerci che essa è qualcosa di normale quando l’individuo si sente minacciato.
L’agitazione va distinta dalla paura, dove il pericolo è reale: l’individuo può valutare la situazione e scegliere se affrontarla, o fuggire.
Quando parliamo di agitazione nella norma, vogliamo dire che è nella natura umana provarla di fronte ad un pericolo, a una malattia, etc.
Rappresenta il modo di vivere più profondo della nostra esistenza umana,
Ci fa trovare dinanzi ai nostri limiti, alle nostre debolezze, che non sono manifestazioni del malessere interiore o di malattia, ma espressioni della natura umana.
Più siamo coscienti dei nostri limiti, più riusciamo a vivere con le nostre ansie.
Per i nostri simili che si sentono onnipotenti l’agitazione, l’ansia, risultano insopportabili, poiché vengono alla coscienza i limiti che sono una ferita al proprio “sentirsi una creatura superiore”.
Sperimentiamo una normale inquietudine anche quando lasciamo una “strada vecchia per una nuova”.
Sotto questo punto di vista essa ci accompagna nei nostri cambiamenti, nella nostra evoluzione, e nel trovare un significato nella nostra vita.
Dott Francesco Giovannozzi psicologo-psicoterapeuta
Dear friends, “in the Eucharist Jesus also makes us witnesses of God’s compassion towards all our brothers and sisters. The Eucharistic mystery thus gives rise to a service of charity towards neighbour” (Post-Synodal Apostolic Exhortation Sacramentum Caritatis, 88) [Pope Benedict]
Cari amici, “nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo” (Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 88) [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
Christian's are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui (Papa Benedetto)
Christ says: the kingdom of heaven is similar "to a net thrown into the sea, which gathers all kinds of fish" (Mt 13:47). These simple words completely change the physiognomy of the world: the physiognomy of our human world, as we make it [Pope John Paul II]
Cristo dice: il regno dei cieli è simile “a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47). Queste semplici parole mutano completamente la fisionomia del mondo: la fisionomia del nostro mondo umano, come noi ce la facciamo [Papa Giovanni Paolo II]
Christ is not resigned to the tombs that we have built for ourselves (Pope Francis)
Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti (Papa Francesco)
Many situations, then, which unfortunately do not conform to the legitimate predictions and rules established, are anything but negative; and instead of taking away confidence for the harassment they cause, They should have it more generous and far-sighted in favor of their process of responsible decantation (Pope Paul VI)
Molte situazioni, poi, che non sono purtroppo conformi alle legittime previsioni e alle norme stabilite, sono tutt’altro che del tutto negative; e invece di togliere la fiducia per la molestia che arrecano, esse dovrebbero averla più generosa e lungimirante in favore del loro processo di responsabile decantazione (Papa Paolo VI)
We must not fear the humility of taking little steps, but trust in the leaven that penetrates the dough and slowly causes it to rise (cf. Mt 13:33) [Pope Benedict]
Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e lentamente la fa crescere (cfr Mt 13,33) [Papa Benedetto]
The joy of the Gospel fills the hearts and lives of all who encounter Jesus. Those who accept his offer of salvation are set free from sin, sorrow, inner emptiness and loneliness. With Christ joy is constantly born anew [Evangelii Gaudium n.1]
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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