13a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [28 Giugno 2026]
Prima Lettura dal secondo libro dei Re (4, 8-11.14-16a)
Ecco una lettura sintetica dei testi biblici di questa domenica a partire da questa storia di una bella amicizia umana. A Sunam, villaggio del regno del Nord verso l’850 a.C., Eliseo all’inizio del suo ministero stringe con una famiglia ricca un’amicizia forte e duratura. Gli autori biblici non raccontano questa storia per l’aneddoto: hanno uno scopo teologico e mostrano che l’alleanza tra Eliseo e i Sunamiti è l’immagine dell’Alleanza tra Dio e Israele. Questa storia si sviluppa in quattro atti:1La promessa di un figlio: Eliseo annuncia alla donna sterile: L’anno prossimo, a questa stessa data, terrai un figlio in braccio. Lei non ci crede e risponde: No, mio signore, uomo di Dio, non mentire alla tua serva. Come Sara a Mamre, dubita. Ma l’anno dopo il bambino nasce. 2.La risurrezione: Anni dopo, il bambino muore nei campi, colpito da un’insolazione. Senza perdere la fede, la madre depone il corpo sul letto di Eliseo, nella stanza sulla terrazza, e corre a cercarlo. Gli ricorda: Io non ti avevo chiesto nulla, non riprendermi questo figlio. Eliseo prega e risuscita il bambino. 3.L’avvertimento della carestia: Fedele a questa amicizia, Eliseo avverte la Sunamita di 7 anni di carestia e le consiglia di partire per la terra dei Filistei. Lei obbedisce e va in esilio. 4.La restituzione dei beni. Al ritorno, la sua casa e i suoi campi erano stati confiscati dagli ufficiali del re. Eliseo interviene ancora e le fa riavere le sue terre. Ma quale lezione teologica ci offre questo testo? Questa amicizia illustra 5 tratti dell’Alleanza Dio/Israele: 1Alleanza permanente e fedeltà: Dio resta fedele anche davanti all’incredulità. 2 Sollecitudine costante: Come Eliseo per la sua ospite, Dio veglia senza sosta sul suo popolo. 3.Dio abita con noi: Eliseo accetta la stanza sulla terrazza: Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, come nel Tempio di Salomone. 4. Dio restituisce: Eliseo rende la terra, Dio promette di rendere la terra a Israele, messaggio chiave scritto durante l’Esilio a Babilonia. 5. Dio è Dio della vita: Promessa di nascita e risurrezione del bambino perché Dio dona la vita. La Sunamita diventa per noi modello della fede: Accoglie il profeta “in quanto profeta”, come dirà Gesù nel vangelo di in Mt (10,41). La sua fiducia è totale: osa dire a Dio i suoi bisogni e persino la sua rivolta. Riconosce in Eliseo un “uomo santo di Dio”. Ecco una pratica applicazione: Dio abita nel cuore di ogni uomo ed è importante riconoscerlo.
Salmo responsoriale (88/ 89)
Ecco un chiaro messaggio: Non bisogna mai dubitare. La prima lettura racconta la lunga amicizia tra una famiglia di Sunam e il profeta Eliseo, “uomo di Dio”. Attraverso questa relazione umana si medita sull’Alleanza eterna tra Dio e il suo popolo, e con tutta l’umanità. Il salmo 88/89, che oggi viene proclamato, sembra un canto scritto nella prova. Anche se i pochi versetti del salmo responsoriale sembrano pieni di euforia, il salmo completo di ben 53 versetti, nasce probabilmente durante l’Esilio a Babilonia. È una sintesi di tutta la storia di Israele: inizio dell’Alleanza, promesse a Davide, attesa del Messia… e poi il crollo: niente più re a Gerusalemme, niente erede, quindi niente Messia. Da qui la domanda angosciata del v. 50: “Dov’è, Signore, il tuo primo amore, quello che giurasti a Davide sulla tua fedeltà?”. Ciò che si afferma con forza, in realtà si teme di averlo perduto. Il salmo è poi l’ultimo del terzo libro dei Salmi e si chiude con: “Benedetto il Signore per sempre! Amen! Amen!”. Ha quindi un carattere di conclusione. A ben vedere, questo salmo si presenta come una costruzione sapiente. La prima strofa è molto curata, con parallelismi: L’amore del Signore, senza fine lo canto; la tua fedeltà, l’annuncio di età in età. Amore/fedeltà, canto/annuncio, senza fine/di età in età, costruito/stabile, per sempre/cieli: un meraviglioso parallelismo tra tempo e spazio che invita a curare il canto dei Salmi. Il cuore del messaggio è Amore e fedeltà. Nel salmo completo la coppia “amore e fedeltà” ricorre 7 volte, numero simbolico. È la traduzione della rivelazione a Mosè sul Sinai: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6). In ebraico “amore” cioè “gesti d’amore di Dio” indica che Dio non ama solo a parole, ma “con atti e verità”, come dirà san Giovanni nel Nuovo Testamento. Proprio durante l’esilio Israele ricorda più che mai i “gesti d’amore di Dio” per non cadere nella tentazione di pensare che Dio l’abbia dimenticato. Il salmo insomma presenta un gruppo di credenti che compone inni per ricordare la fedeltà di Dio che non ha smesso di essere re d’Israele. La frase “perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele” viene cantata proprio quando non c’è più un re umano. Ed è interessante che il salmo usa un vocabolario regale e guerriero: “ovazione/terouah, potere, forza, vigore, scudo” perché il re guidava l’esercito. Sono accenti vittoriosi detti in un tempo di sconfitta. E il salmo si chiude ricordando gli oltraggi subiti dal Messia: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi oltraggiati… i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, il tuo Messia”. Morale: è proprio nella notte, nel buio dell’esilio e della prova, che bisogna credere alla luce e al ribadirsi delle promesse di Dio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3... 11)
San Paolo indica una nuova maniera di vivere e risponde all’obiezione di chi gli rimprovera che insistendo troppo sulla gratuità della salvezza, tu incoraggi il peccato. Lui ribatte: la grazia non rende il peccato irrilevante, ma non ha più potere su di lui perché dal Battesimo il credente è “creatura nuova”: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Cor 5,17). Paolo spiega il senso della parola chiave “morte” che non è biologica. e usa questa parola in senso teologico: quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte… siamo perciò morti al peccato, e ora viviamo per Dio in Cristo Gesù. È una rottura radicale col passato che non ha più paura della morte fisica. Paolo parla per esperienza: sulla via di Damasco è “morto” all’uomo vecchio, al suo modo di vedere, agire, credere. Il “battesimo” di Israele serve così a Paolo come chiave per spiegare il Battesimo cristiano come ben lo richiama nella prima lettera ai Corinti (cf1 Cor10,1-2). Israele “battezzato” da Mosè nella nube e nel mare con il passaggio del Mar Rosso ha conosciuto la morte della schiavitù d’Egitto: lavoro forzato, stragi, malafede del Faraone ed ecco un taglio netto con l’ingranaggio dell’oppressione. Così Cristo compie la rottura decisiva: l’uomo schiavo del peccato, dei dubbi, della violenza, è liberato. Gesù “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) spezza il circolo infernale. La sua morte è trionfo: “morto al peccato una volta per tutte, vivo per Dio”. Vivere alla maniera di Cristo è dunque “Morire al peccato” cioè morire alla vecchia maniera di vivere: odio, violenza, sete di potere e denaro per “Vivere per e in Dio” cioè scegliere Cristo come unico Signore ed entrare in una vita nuova fatta di amore e servizio ai fratelli. Il Battesimo inaugura questo cambiamento radicale: è una vera liberazione. Paolo dice ai battezzati: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù”. Il dono è già compiuto, ma resta da realizzarlo ogni giorno. Ed ecco l’esigenza che ne nasce: se infatti entrare nella salvezza è semplice perché basta crederci, diventa però esigentissimo viverlo perché chiede di conformare la vita quotidiana allo Spirito di Cristo. Lo ripete nella lettera agli Efesini: “Spogliatevi dell’uomo vecchio… lasciatevi rinnovare nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”(Ef4,22-24. Il segreto è uno solo: restare con gli occhi fissi sulla croce di Cristo. Solo la sua obbedienza e dolcezza spezzano la catena della violenza. Come dice Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv15,4).
Dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-42)
Questo testo ci aiuta a Imparare come acconsentire alle rinunce necessarie. A prima vista Mt 10,37-42 sembra un elenco di massime scollegate. In realtà è un unico invito: sono i distacchi richiesti dalla fedeltà al Vangelo. Dopo il Discorso della Montagna sull’amore, Gesù parla qui di altre esigenze. Occorre imparare ad amare Dio in tempo di persecuzione della Chiesa: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”. Amare Dio non comporta smettere di volere bene alla famiglia anche se poco prima aveva avvertito: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (cf Mt10,21). “Non sono venuto a portare pace, ma la spada… dividerò l’uomo dal padre” (Mt 10,34-35; cf. Michea 7,6). Come spiegare questo? Ogni persecuzione crea drammi personali perché occorre scegliere tra fedeltà e morte. Anche senza violenze, è in famiglia e tra amici che testimoniare è più difficile e può nascere la lacerazione. Imparare ad amare è quindi prendere la propria croce: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”. Per Gesù e i suoi ascoltatori la crocifissione era un supplizio infamante, di massa lungo le strade romane perché esponeva all’orrore, all’obbrobrio, alla derisione. Nel Deuteronomio si legge che il crocifisso è “maledetto da Dio” (Dt21,22-23). E con il Sal 21/22 Gesù proclama: “Sono un verme, non un uomo, scherno degli uomini, rifiutato dal popolo” anche se l’interpretazione di questo passaggio porta a capire meglio quel che Gesù (Nella nota mi permetto di unire in nota un testo che ho trovato). Gesù sa che lui e i discepoli saranno perseguitati, disprezzati, umiliati. “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). “Prendere la croce” comporta accettare di essere messi ai margini, di perdere reputazione per fedeltà a Cristo. Infine ecco l’unica ricompensa che risponde a ogni nostra obiezione: “Chi accoglie voi accoglie me; chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato… Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà ricompensa di profeta; chi accoglie un giusto perché è giusto, avrà ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”. Sembra un “dare-avere”, ma non è così. Non siamo nel campo dell’“avere”, ma dell’“essere”. Dio non dà quantità di beni, ma la vita eterna: la vita nella sua intimità. Tutti i santi testimoniano una qualità di felicità, non una quantità. Gesù stesso promette: “Chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per causa mia, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29). Paolo lo vive: “Tutto ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo… per conoscere Cristo, avere comunione con le sue sofferenze, diventare conforme a lui nella sua morte” (Fil 3,7-10). “Essere afferrati da Cristo” è la posta in gioco vitale. Se si vuole un filo conduttore di questo testo lo si può cogliere facilmente nel legame tra tutte queste frasi proprio in questo verbo; “essere afferrati da Cristo” come fuoco interiore che rende possibili tutte le rinunce per fedeltà al Vangelo: rinuncia agli affetti, alla stima, all’avere, alla vita. Risuonano con vigore nel nostro animo le Beatitudini: “Beati voi quando vi insulteranno… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!” (Mt 5,11-12).
Nota Gesù “verme” sulla croce Sulla croce GESÙ SI È PARAGONATO A UN INSETTO PER RIVELARE IL SEGRETO DELLA SUA MORTE. È IL MISTERO DEL SALMO 22…Agonizzando in croce, Gesù ha recitato il Salmo 22. È il salmo profetico della crocifissione per eccellenza. Ma al v. 6 c’è una frase umiliante e sconcertante: “Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, disprezzato dal popolo”. .Perché il Re dell’universo, nel momento più glorioso della redenzione, si definisce “verme”? La zoologia del Medio Oriente rivela uno dei ritratti d’amore più commoventi della natura. IL TOLA’ATH SHANI תּוֹלַעַת שָׁנִי parola ebraica usata da Davide non è il termine comune per “verme di terra”. Ha usato Tola’ath Shani cioè “verme cremisi”, da cui si ricavava un colorante rosso. Quando la femmina di questo verme cremisi è pronta a partorire, compie un gesto istintivo e radicale: cerca il tronco di un albero e vi si attacca per sempre. Vi si aggrappa con tale forza che, se qualcuno prova a staccarla, il suo corpo si squarcia. Lì, ancora attaccata al legno, partorisce i suoi piccoli. Per proteggerli dai predatori, la madre secerne un fluido rosso cremisi che copre tutto il suo corpo, tinge di rosso il legno e ricopre completamente i suoi piccoli. In questo processo di dono della vita e di protezione, la madre muore.
Ecco il fenomeno straordinario: tre giorni dopo, il corpo senza vita della madre, sempre attaccato all’albero, perde il colore rosso, diventa bianco come la neve e cade dolcemente a terra (Is 1,18). GESU’ SI È CONFICCATO ALL’ALBERO PER DARTI LA VITA: Gesù non usava una metafora di umiliazione, ma proclamava la sua missione ed è un messaggio per noi. Gesù ti diceva dalla croce: “Io sono il Tola’ath Shani”. Ha scelto di andare all’albero volontariamente. Si è lasciato inchiodare alla croce, sapendo che se ne fosse sceso, i suoi “figli” – noi saremmo morti in mano al predatore. Ha versato il suo fluido cremisi – il suo sangue – per coprirti, proteggerti e darti la vita, offrendo la sua. Quando ti senti inutile, quando pensi che nessuno si curi di te o che il nemico ti divorerà, guarda il legno della croce. Hai un Salvatore che ha scelto di morire inchiodato a un albero piuttosto che perderti. Il suo sangue ti ha ricoperto interamente e, tre giorni dopo, è risorto per renderti bianco come la neve. Tu sei il frutto del suo sacrificio perfetto!
+Giovanni D’Ercole
Solennità Ss. Pietro e Paolo [29 Giugno 2026]
Prima lettura dagli Atti degli Apostoli (12, 1-11)
Il filo conduttore di questo testo è: “Dio libera sempre per la missione”. In quel tempo la Chiesa giovane è sotto pressione e il miracolo della liberazione di Pietro non deve far dimenticare l’atmosfera della Chiesa nascente. Gesù è morto intorno al 30 d.C. e all’inizio i discepoli erano pochi e inoffensivi. I problemi iniziano con le guarigioni “troppo spettacolari”che portano Pietro in prigione due volte per mano delle autorità religiose: la prima volta con Giovanni, processo e minacce, mentre la seconda con altri apostoli, liberati di notte dall’Angelo: “Andate, state nel Tempio e annunciate al popolo tutte queste parole di vita” (At 5,17-20). Poi viene l’esecuzione di Stefano e la persecuzione che spinge gli “Ellenisti” a fuggire da Gerusalemme verso Samaria e la costa. Giacomo, Pietro e Giovanni restano. Nell’episodio di At 12 è il potere politico ad agire. Siamo sotto Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re solo dal 41 al 44 d.C. Per questo possiamo datare l’episodio con precisione. Agrippa “Romano a Cesarea, ebreo a Gerusalemme”: cerca consenso sia con Roma che con i Giudei. In entrambi i casi i cristiani sono nemici da eliminare. Per piacere ai Giudei fa uccidere Giacomo di Zebedeo e imprigiona Pietro durante la Pasqua ebraica, la settimana degli Azzimi. Ciò che interessa Luca è la missione non solo Pietro. che ancora una volta scampa miracolosamente, perché per Luca il punto centrale è l’evangelizzazione. L’Angelo non libera per salvarli, ma perché “il mondo ha bisogno di loro”. Dio non abbandona gli apostoli: nessuna dominazione cieca potrà bloccare l’annuncio della Parola di vita. C’è un parallelo tra Pasqua-Esodo-Passione. Si ripete in qualche modo la storia della Pasqua ebraica: Israele schiavo e minacciato di genocidio, viene liberato miracolosamente da Dio. Di secolo in secolo il popolo ricorda che la liberazione è opera di Dio. E che dire di questo paradosso: chi è chiamato ad annunciare e compiere l’opera liberatrice di Dio può farsi complice di una nuova dominazione? Nessuna Chiesa è immune. Gesù è morto proprio per la perversione del potere religioso del suo tempo: durante la Pasqua, memoriale del Dio liberatore, il Figlio di Dio è ucciso dai “difensori di Dio”. A vincere però è l’amore e il perdono del Dio “mite e umile di cuore”: Gesù risorge. Ora è la giovane Chiesa ad affrontare il potere religioso e politico, come Gesù 10-15 anni prima, ancora durante la Pasqua a Gerusalemme. L’Angelo a Pietro dice: “Àlzati in fretta! Mettiti la cintura, lega i sandali…”. Sono le stesse parole date a Israele nella notte dell’Esodo: “Cinti ai fianchi, sandali ai piedi, bastone in mano. Mangerete in fretta” (Es 12,11). Luca vuole dire: Dio continua l’opera di liberazione. Tutto il racconto è costruito sul modello della Passione-Risurrezione di Cristo: notte, prigione, soldati, “rullo compressore” della dominazione. Pietro dorme passivo, come Gesù nel sonno della morte. Per entrambi nella notte si leva la luce: agisce Dio. Ed ecco la conclusione: Gesù l’aveva detto a Pietro: “Le forze della morte, cioè dell’odio, non prevarranno” e questo insegna che il carattere miracoloso non è fine a sé stesso. Dio libera perché la missione continui nei secoli. La liberazione d’Egitto, la Pasqua di Cristo, la prigione di Pietro: è un unico disegno di Dio che salva per mandare ad annunciare la vita che nessuno può distruggere.
Salmo Responsoriale (33/34)
In questo salmo siamo guidati da questo filo conduttore: Dio ascolta il grido del povero e risponde con Spirito e fratelli. Dopo la liberazione di Pietro il salmo ci ricorda: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, per liberarli”. E si capisce che, mentre tutta la Chiesa era in preghiera insistente per Pietro in carcere, il Signore lo ha liberato: “Un povero grida – dice il Salmo - e il Signore ascolta…”. La fede è questo: osare gridare a Dio sapendo che, in ogni circostanza, Lui sente il nostro grido. La comunità ha gridato, Pietro è stato liberato. Resta però sempre una domanda: e quando non la liberazione non avviene? Gesù in croce non è scampato alla morte. Pietro stesso, anni dopo, sarà imprigionato a Roma e giustiziato. Allora Dio non ascoltava più? È la domanda che torniamo a farci: dov’è Dio quando soffriamo? A che serve pregare e se non siamo esauditi come vorremmo, vuol dire che abbiamo pregato male? Troppi dicono dicono “se preghi bene tutto si aggiusta”, ma sappiamo che non è sempre così. Quanti hanno pregato, fatto novene, pellegrinaggi per una guarigione che non è arrivata. Questo salmo ci offre tre risposte. 1.Dio ascolta il nostro grido. Come al roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido sotto gli aguzzini. Conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Il credente sa che il Signore è vicino nella sofferenza, “dalla nostra parte”. Il Sal 33/34 lo dice: “Ho cercato il Signore, mi ha risposto… mi ha liberato. Ascolta, salva, il suo angelo si accampa, è un rifugio”. 2.Dio risponde donandoci il suo Spirito. “Chiedete, vi sarà dato… Quale padre… darà un serpente al figlio che chiede un pesce?” (Lc 11,9-13). Gesù non promette che tutto si risolve “per magia”. Quando preghiamo, Dio non toglie il problema, ma ci riempie del suo Spirito. Con lo Spirito possiamo affrontare le prove. Ogni preghiera fatta con fede ci apre all’azione trasformante dello Spirito. La risposta al grido disperato è quindi la forza interiore dello Spirito per cambiare la situazione, per superare la prova. “Un povero grida; il Signore ascolta: lo salva da tutte le sue angosce… Ho cercato il Signore, mi ha risposto: da tutte le mie paure mi ha liberato”. Qualunque colpo arrivi, il credente sa di essere ascoltato e l’angoscia può cadere. 3.Dio suscita attorno a noi dei fratelli. Ecco la seconda lezione del roveto: appena Dio dice a Mosè “Ho visto… ho udito il grido… conosco le sofferenze”, suscita in Mosè l’impulso per liberare il popolo: “Va’, ti mando dal Faraone, fa’ uscire d’Egitto il mio popolo” (Es 3,9-10). Israele ha vissuto tante volte questo schema: sofferenza, grido, preghiera e Dio suscita profeti e capi per riprendere in mano il destino. È proprio questa l’esperienza storica d’Israele. 4. La fede è come una doppia parola, un doppio grido: l’uomo grida la sua miseria a Dio, come Giobbe. Dio ascolta e lo libera dall’angoscia. E l’uomo riprende la parola per rendere grazie. La vocazione di Israele nei secoli è stata far risuonare questa polifonia fatta di sofferenza, lode e speranza e nelle vicende della sua storia nulla ha potuto spegnere la speranza d’Israele. È questo che caratterizza il credente: “Io benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino!”.
Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 6-8.17-18)
Non tutti concordano che le Lettere a Timoteo siano di Paolo, ma queste righe sono sicuramente sue: anzi sono il suo testamento, l’ultimo addio da prigioniero a Roma. Sa che uscirà solo per essere giustiziato. Il “momento della partenza” è arrivato: usa il termine greco anàlysis, “sciogliere gli ormeggi, levare l’ancora”. Considerandola vita come una maratona Paolo fa il bilancio con l’immagine sportiva a lui cara: il fondista che taglia il traguardo. Il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo da ricevere la corona della giustizia. A Roma il vincitore non prendeva una coppa, ma una corona d’alloro. C’è una corona per tutti, quindi Paolo non si vanta: egli sa che il Signore, giudice giusto, la assegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione gloriosa. Dio, giudice imparziale, vede le disposizioni del cuore e tutti gli apostoli, tutti i credenti che hanno desiderato con amore la venuta del Cristo, avranno la corona. Non è dunque presunzione, ma fiducia incrollabile nella bontà di Dio. Perché la stessa forza di correre viene da Lui: “Il Signore mi è stato vicino, mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”. Occorre imparare ad attendere tutto da Dio: è Lui che dà la forza di correre ed è Lui che dà la ricompensa a tutti coloro che corrono perché la vita non è una gara di competizione. Ognuno al suo posto, al suo ritmo, basta “desiderare con amore l’avvento del Cristo”. Non è questa la “beata speranza” che professiamo a Messa: “Aspettiamo la tua venuta nella gloria”? Per Paolo la “manifestazione” definitiva di Cristo è sempre stato l’orizzonte verso cui correre e riconosce di essere stato abbandonato dagli uomini, ma sempre sostenuto dal Signore. Ccome Cristo in croce e poi Stefano, Paolo perdona perché proprio nell’abbandono degli uomini ha sperimentato la presenza e la forza del Signore. Le ultime frasi stupiscono: sa che morirà, eppure dice “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà salvo nel suo regno celeste”. Non parla quindi di morte fisica, che attende da un giorno all’altro; parla del pericolo peggiore: dichiarare forfait, abbandonare la corsa, perdere la fedeltà. Da questo “leone” il Signore l’ha preservato. La sua fedeltà non è merito suo, ma forza ricevuta e la morte per lui è solo biologica,bensì il passaggio per entrare nella gloria per cui già intona il cantico della felicità: “A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.
Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-19)
A Cesarea si compie come una svolta, avviene un passaggio importante nella visione di Cristo: da Gesù potente a Gesù Figlio di Dio crocifisso. Per Matteo l’episodio di Cesarea di Filippo è una tappa decisiva: subito dopo Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. “A partire da questo momento”: quindi si chiude una fase è ciò che sorprende è che nulla di nuovo avvenga nei titoli, ma tutto è posto in una nuova luce. Non si dice nulla di inedito: Gesù si dà il titolo di “Figlio dell’uomo”, che usa già 9 volte in Matteo. Pietro lo proclama “Figlio di Dio”, titolo già usato prima. La novità è il salto di comprensione: il “Figlio dell’uomo” nella Bibbia è il capo del popolo di Dio, titolo tratto dal libro di Daniele: “Ecco, sulle nubi del cielo veniva come un Figlio dell’uomo… gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo potere è eterno, il suo regno non sarà distrutto” (Dn 7,13-14). Daniele precisa che il “Figlio dell’uomo” non è un individuo solo, ma un popolo: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre… il regno, il potere e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7,18.27). Quando Gesù si applica questo titolo si presenta come colui che sta alla testa del popolo di Dio. “Figlio di Dio” è invece un titolo che esprime fiducia, non potenza. Questo titolo è già usato: al cap. 4 quando il diavolo tenta Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio”. Ha ragione sul titolo, sbaglia sul contenuto: immagina un Figlio potente e invulnerabile che usa il potere per sé. Per Gesù “essere Figlio di Dio” è fidarsi totalmente del Padre e nutrirsi della sua Parola. Dopo che Gesù cammina sulle acque, i discepoli gli dicono: “Davvero tu sei Figlio di Dio”. Erano colpiti dalla potenza sul mare. Mancava ancora un passo per capire chi è davvero Gesù. La novità di Cesarea è che Pietro proclama “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” non davanti a un miracolo e così l’ambiguità cade e inizia il cammino verso la fede vera. “Beato sei, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La novità sta nella congiunzione dei due titoli: “Chi è il Figlio dell’uomo?” chiede Gesù, e Pietro risponde “È il Figlio di Dio”. Gesù farà lo stesso collegamento davanti al sommo sacerdote: “Tu lo dici. Ma io vi dico: d’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,63). Qui non ci si sbaglia più: Dio si rivela non come potenza e maestà, ma come Amore consegnato nelle mani degli uomini. Appena Pietro scopre chi è Gesù, Gesù gli affida un mandato per la Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il Figlio dell’uomo è un popolo, non un individuo isolato. Su cosa costruisce Cristo Dio fatto uomo la sua Chiesa? Su Pietro, persona fragile la cui unica virtù è aver ascoltato ciò che il Padre gli ha rivelato. Il solo pilastro della Chiesa è la fede in Gesù Cristo. “Ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non significa che Pietro e i successori sono onnipotenti. Significa che Dio si impegna con loro. Se restiamo in comunione con la Chiesa siamo in comunione con Dio. La rassicurazione finale è Cristo che costruisce la Chiesa e sta qui l’ultimo motivo di fiducia: Gesù dice “Io edificherò la mia Chiesa”. Non siamo noi incaricati di costruirla, ma solo di ascoltare ciò che il Dio vivente vuole rivelarci. E perché è Cristo risorto, Figlio del Dio vivente, a costruirla, possiamo esserne certi: “Le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”.
+Giovanni D’Ercole







