Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Fermezza non convenzionale
(Mt 7,6.12-14)
La Lieta Notizia è Perla (v.6). Gemma che non andrebbe dispensata a quanti la userebbero solo come strumento.
C’è infatti chi mantiene l’antica mentalità competitiva, pagana - talora sino a mirare di suffragare le proprie concezioni di dominio, con belle maniere [che prima o poi lasciano cadere le maschere]. Qualcuno forse con la copertura della stessa Parola di Dio, ma senza il balzo della Fede.
Essa non consente di rovesciare i valori.
Molti sono i trucchi che gli opportunisti della religione possono mettere in campo per attirare l’occhio e sfruttare l’ingenuità dei piccoli - quindi rivoltarsi contro di essi.
I semplici hanno sempre il cuore in mano, e spontaneamente si fidano del prossimo.
Di fronte a vecchi e nuovi imbonitori, i figli di Dio spesso danno tutto per oro colato - facendosi talora plagiare e sfruttare.
Però conosciamo i meccanismi delle sette, che garantiscono felicità, chiudendo gli adepti in gabbie mentali.
Il Signore non ci promette vita nuova… solo quando finalmente avremo dissipato i nostri dubbi, risolto definitivamente problemi, realizzato sogni e ambizioni.
Cristo non desidera esautorare le anime sensibili al punto d’espropriarle e non renderle consapevoli, coinvolgendole in battaglie inutili.
Il Padre vuole che ciascuno esprima le proprie capacità creative, i diversi personaggi che lo abitano dentro - in cui prende forma la personale natura profonda di figlio, tutta da scoprire. E che ha il suo senso in ordine alla Salvezza.
Purtroppo qua e là affiorano individui pericolosissimi e vere e proprie agenzie di manipolazione, che alienano le persone.
Li si riconosce, ormai: in chi presume di sé ed è talmente gonfio che non passerà mai attraverso un pertugio (vv.13-14) - quindi non traccerà mai nuove strade. E purtroppo farà di tutto affinché anche gli altri non le esplorino.
La valutazione dev’essere costantemente tenuta in esercizio, per evitare che i finti santi [nei quali da inesperti rischiamo di cadere in braccio] riescano a profanare la nostra persona e Chiamata.
Quindi - come ha precisato Papa Francesco - «Agnello... con l’astuzia cristiana. Agnello, non scemo».
Come diceva Papa Benedetto: «è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze».
Allora, come individuare coloro che intendono disumanizzarci, chiudendoci in paragoni ossessivi - usandoci solo per tornaconto - ovunque porgendosi con argomenti apparentemente elevatissimi?
Sulla base del ‘passato’ o del ‘futuro’ [tutto loro], le false guide ci costringono a fare guerra a noi stessi - e criticarci - invece di moltiplicare le forze, e proseguire ad esplorare altri mondi.
Seguire modelli esterni significa gettare la nostra Perla davanti ai «porci» (v.6): buttarsi ai piedi di chi - per carpirci l'anima - non ha rispetto, ci giudica, ci sgrida, e svaluta.
Mentre i piccoli vivono nel presente. Fermezza non convenzionale.
[Martedì 12.a sett. T.O. 23 giugno 2026]
Fermezza non convenzionale
(Mt 7,6.12-14)
Anche noi dopo una bella liturgia eucaristica siamo forse pronti a calpestare, condannare, azzannare?
Ci chiudiamo in congreghe unilaterali che facciano sentire forti, rivoltando l’Annuncio del Vangelo?
Significa che viviamo nel timore di non essere personalmente all’altezza della situazione; così ci lasciamo mettere i piedi in testa da qualcuno o dal branco.
Bisogna cambiare registro, partendo dall’anima e dalle più intime dinamiche degli approcci.
La Lieta Notizia è Perla (v.6). Gemma che non andrebbe dispensata a quanti la userebbero solo come strumento.
C’è infatti chi mantiene l’antica mentalità competitiva, pagana - talora sino a mirare di suffragare le proprie concezioni di dominio, con belle maniere [che prima o poi lasciano cadere le maschere].
Qualcuno forse con la copertura della stessa Parola di Dio.
Al tempo di Gesù ad es. la stessa Legge (scritta e orale) finiva per essere usata non per favorire l’accoglienza degli emarginati e bisognosi, ma per accentuare i distacchi e la ghettizzazione.
Situazioni che non valorizzavano i doni personali, e stavano portando perfino al collasso le fasce di popolazione meno tutelate.
Insomma, l’alleanza fra trono e altare - invece di rafforzare il senso comunitario - veniva usata per accentuare le gerarchie. Come arma che legittimasse tutta una mentalità di esclusioni, e confermasse la logica imperiale del dividi et impera.
Gesù vuole invece tornare al Sogno del Padre: quello ineliminabile della fraternità, unico suggello alla storia della salvezza.
Per questo il suo criterio non fugace è quello di allacciare la Parola di Dio alla vita della gente e di ciascuno; in tal modo superare le divisioni.
L’apostolo deve fare quel che deve - non la “perfezione” di facciata che cela i problemi.
In tal guisa, il discepolo dev’essere autenticamente motivato, non avere una doppia vita; e neppure inviato a disperdere le energie.
Anche per noi stessi, è indispensabile fare attenzione agli imbroglioni e pataccari dell’anima.
Bisogna fare il balzo della Fede - che non consente di rovesciare i valori.
Molti sono i trucchi che gli opportunisti della religione possono mettere in campo per attirare l’occhio e sfruttare l’ingenuità dei piccoli - quindi rivoltarsi contro di essi.
I semplici hanno sempre il cuore in mano, e spontaneamente si fidano del prossimo.
Di fronte a vecchi e nuovi imbonitori, i figli di Dio spesso danno tutto per oro colato - facendosi talora plagiare e sfruttare, o invischiare in club dai giri di pubbliche e private relazioni poco limpide.
Di recente anche la Santa Sede è stata costretta a provvedimenti disciplinari severissimi contro marpioni dello “spirito” che propugnano ai deboli una falsa disciplina mistica.
Conosciamo i meccanismi delle sette, che garantiscono felicità, chiudendo gli adepti in gabbie mentali.
Il Signore non ci promette vita nuova… solo quando finalmente avremo dissipato i nostri dubbi, risolto definitivamente problemi, realizzato sogni e ambizioni.
Cristo non desidera esautorare le anime sensibili al punto d’espropriarle e non renderle consapevoli, coinvolgendole in battaglie inutili.
Neppure ammette che qualcuno tra i suoi intimi possa “a fin di bene” tentare di ingannare i malfermi, incantandoli di luoghi comuni spacciati per solenni verità. Evitando accuratamente che capiscano i Vangeli, la vita odierna e la loro stessa anima; che studino, si confrontino, si aggiornino - e approfondiscano le tematiche.
Il Padre vuole che ciascuno esprima le proprie capacità creative, i diversi personaggi che lo abitano dentro - in cui prende forma la personale natura profonda di figlio, tutta da scoprire. E che ha il suo senso, in ordine alla Salvezza.
Alcuni gruppi usano emotivizzare le proposte con un arrembaggio di idee antiquate o sofisticate [tutte parziali] - condite di retropensieri o attività praticone, le quali esautorano le coscienze.
Circoli che si appropriano dell’esistenza globale, del lavoro, delle speranze e dei beni dei semplici - anche di giovani, e creduloni vari.
Purtroppo qua e là affiorano individui pericolosissimi e vere e proprie agenzie di manipolazione, con lo scopo di alienare le persone.
Esse galleggiano sfruttando la gratuità degli innocenti che cercano Dio, nonché le risorse del bene comune.
È giusto avere fiducia nella donna, nell’uomo e nelle comitive, ma esiste il male (anche spirituale) subdolo, che è assassino.
Lo si riconosce ormai: in chi presume di sé ed è talmente gonfio che non passerà mai attraverso un pertugio (vv.13-14) - quindi non traccerà mai nuove strade.
E purtroppo farà di tutto affinché anche gli altri non le esplorino, esorcizzandole di narrazioni à la page o slogan fatti; imponendo modelli; sentendosi cordata o club privilegiato.
Galleggiando sull’ignoranza delle argomentazioni, qualcuno magari potrà mantenere il suo finto prestigio e uno stile di vita da satrapo.
A volte però le maschere cadono.
Ciò capita ad es. quando nelle difficoltà il branco degli invidiosi carrieristi affaristi in veste di pecore (v.15) che sanno di poter condizionare più facilmente chi cade in stato di smarrimento e debolezza - non recupera né accompagna, ma si gode lo spettacolo attendendo la rovina... riservandosi d’intimidire i comunque non omologabili, aggiungendo male al male senza briciole di pietà umana.
La valutazione dev’essere costantemente tenuta in esercizio, onde evitare che i finti santi [nei quali da inesperti rischiamo di cadere in braccio] riescano a profanare la nostra persona e Chiamata.
Quindi - come ha precisato Papa Francesco - «Agnello... con l’astuzia cristiana. Agnello, non scemo».
Non sono altri che devono decidere per noi.
Ci sono opportunisti della religione disposti a riempire il cuore sano altrui di disturbi, per ideologia e tornaconto.
I primi cristiani avevano ben compreso che la fede nella vittoria della vita sulla morte è incompatibile con l’attaccamento all’effimero o a qualsiasi influsso.
A tale riguardo è significativa la testimonianza indiretta di Luciano di Samosata (125-192) autore di satire contro superstizioni e credulonerie tra le quali annovera anche il ‘Cristianesimo’.
Con linguaggio scanzonato, l’autore descrive in «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] l’impatto che la fede esercitava sulla vita dei semplici del suo tempo:
«Il loro primo legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».
La sfida è aperta, perché il medesimo paragone può essere traslato su aspetti dirimenti - purtroppo anche laceranti - della vita interiore, quando viene resa tormentosa e poco limpida in modo artificioso.
Pertanto, la «porta stretta» non è un passaggio riservato ad alcuni “integri” o eletti a vita; non di rado poco genuini e impegnati a esercitare influsso, scompigliando la trasparenza delle anime e delle cose.
Come diceva Papa Benedetto: «è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze».
Allora, come individuare coloro che intendono disumanizzarci, chiudendoci in paragoni ossessivi - usandoci solo per banale interesse - ovunque porgendosi con argomenti apparentemente elevatissimi?
Sulla base del ‘passato’ o del ‘futuro’ [tutto loro], le false guide ci costringono a fare guerra a noi stessi - e criticarci - invece di moltiplicare le forze, e proseguire ad esplorare altri mondi.
Seguire modelli esterni significa gettare la nostra Perla davanti ai «porci» (v.6): buttarsi ai piedi di chi - per carpirci l'anima - non ha rispetto, ci giudica, sgrida e svaluta.
Mentre i piccoli vivono nel presente. Fermezza non convenzionale.
"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Lc 13, 23-24). Che significa questa "porta stretta"? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.
Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l'unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un'unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. Nell'ultimo giorno - ricorda ancora Gesù nel Vangelo - non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli "operatori di iniquità" si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi "amici" di Cristo vantando falsi meriti: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" (Lc 13, 26). La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l'umiltà, la mitezza e la misericordia, l'amore per la giustizia e la verità, l'impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la "carta d'identità" che ci qualifica come suoi autentici "amici"; questo è il "passaporto" che ci permetterà di entrare nella vita eterna.
Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della Croce ed è stata assunta nella gloria del Cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale Ianua Caeli, Porta del Cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla "porta del Cielo".
[Papa Benedetto, Angelus 26 agosto 2007]
Le beatitudini pronunciate così solennemente da Gesù si collocano, da una parte, in antitesi con alcuni valori che sono invece onorati dal mondo e, dall’altra, nella prospettiva di una sorte futura e definitiva, in cui le situazioni vengono ribaltate. Esse stanno o cadono tutte insieme; non se ne può estrarre una sola e coltivarla a scapito delle altre. Tutti i santi sono sempre stati e sono contemporaneamente, anche se in varia misura, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati a causa del Vangelo. E così dobbiamo essere anche noi. In più, sulla base di questa pagina evangelica, è evidente che la beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà: non è facile essere o voler essere poveri, miti, puri; né si vorrebbe essere perseguitati, neppure per causa della giustizia. Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (cf. Rm 12,2), e valgono anche per noi le parole di san Pietro: “Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi.
Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome” (1Pt 4,14-16). Infatti, la nostra prospettiva non è a breve termine, ma senza fine. Sono scritte per noi le parole illuminanti dell’apostolo Paolo: “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2Cor 4,17-18).
[Papa Giovanni Paolo II, al Verano 1 novembre 1980]
Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo.
Gesù oggi ci rivolge, ancora una volta, un pressante invito ad andare da Lui, a varcare la porta della vita piena, riconciliata e felice. Egli aspetta ciascuno di noi, qualunque peccato abbiamo commesso, per abbracciarci, per offrirci il suo perdono. Lui solo può trasformare il nostro cuore, Lui solo può dare senso pieno alla nostra esistenza, donandoci la gioia vera. Entrando per la porta di Gesù, la porta della fede e del Vangelo, noi potremo uscire dagli atteggiamenti mondani, dalle cattive abitudini, dagli egoismi e dalle chiusure. Quando c’è il contatto con l’amore e la misericordia di Dio, c’è il cambiamento autentico. E la nostra vita è illuminata dalla luce dello Spirito Santo: una luce inestinguibile!
Vorrei farvi una proposta. Pensiamo adesso, in silenzio, per un attimo alle cose che abbiamo dentro di noi e che ci impediscono di attraversare la porta: il mio orgoglio, la mia superbia, i miei peccati. E poi, pensiamo all’altra porta, quella spalancata dalla misericordia di Dio che dall’altra parte ci aspetta per dare il perdono.
Il Signore ci offre tante occasioni per salvarci ed entrare attraverso la porta della salvezza. Questa porta è l’occasione che non va sprecata: non dobbiamo fare discorsi accademici sulla salvezza, come quel tale che si è rivolto a Gesù, ma dobbiamo cogliere le occasioni di salvezza. Perché a un certo momento «il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta» (v.25), come ci ha ricordato il Vangelo. Ma se Dio è buono e ci ama, perché chiuderà la porta a un certo punto? Perché la nostra vita non è un videogioco o una telenovela; la nostra vita è seria e l’obiettivo da raggiungere è importante: la salvezza eterna.
[Papa Francesco, Angelus 21 agosto 2016]
Per una convivenza trasparente
(Mt 7,1-5)
Il Discorso della Montagna (Mt 5-7) elenca catechesi su questioni salienti del vissuto nelle comunità di Galilea e Siria - composte di giudei convertiti a Cristo.
Da parte dei veterani non mancavano episodi di disprezzo nei confronti dei nuovi che si presentavano alla soglia delle chiese - per il loro modello di vita lontano dalla norma riconosciuta, o anche per inezie.
«Teatrante» (v.5) è chi pensa in grande di sé e ha sempre la manìa di guardarsi attorno per convincersi di poter primeggiare - senza porsi in atteggiamento di riguardo nei confronti dell’enigma della vita, dove invece i fardelli possono tramutarsi in progresso.
Lo sguardo obbiettivo su noi stessi e la nostra crescita personale - spesso scaturita proprio da deviazioni a stereotipi o nomenclature - può renderci benevolenti. Può convincere di rispetto e perfino di ossequio dovuto, nei confronti del ‘di più’ che ci circonda e chiama.
Il legalismo dei dettagli ingessati porta infatti la trascuratezza dell’essenziale, nell’amore vicendevole (cf. vv.3-5).
Negli anni 70 del primo secolo la consapevolezza della diversa relazione famigliare e serena con Dio - e il modo nuovo di vivere la sua Legge - stava interrogando i credenti e coinvolgeva i rapporti con i fratelli e sorelle di comunità.
Dopo aver introdotto sia gl’inediti criteri di ‘Giustizia maggiore’ che il recupero dei princìpi della Creazione, l’evangelista suggerisce alcuni spunti essenziali per la qualità di vita interna delle fraternità.
L’estrazione culturale dei membri di chiesa anziani era di stampo accanitamente legalista. Tale bagaglio non favoriva la libertà delle valutazioni reciproche: la convivenza doveva essere più trasparente.
Per incoraggiare la comunione, Mt vuole presentare un Gesù libero e tranquillo - non superuomo, né idolo o modello: viceversa, Persona genuina; Maestro non unilaterale.
Egli infatti sapeva recuperare e desiderava valorizzare tutte le singole sensibilità, per consentire l’espressione dell’amicizia e dell’arricchimento in ogni realtà umana.
Solo la sua forte ‘radice’ nella relazione col Padre doveva essere di esempio sacro per ciascuno, e paragone inviolabile per tutti, sempre.
In Palestina il Signore non si era mostrato fondamentalista.
La «Fiducia» nel Padre e nella sua «vita che viene» donava al Figlio stesso la certezza di potersi totalmente aprire alle situazioni e a ciascuno - in qualsivoglia realtà si trovasse a districarsi.
Un’apertura conviviale alle differenze, per non bloccare i varchi e l’esito della Novità, nello Spirito delle Beatitudini.
Questo perché siamo stati chiamati a rendere esponenziale l’esistenza nostra e di tutti, non a smorzarla di preconcetti e convincimenti relativi.
Accettiamo la Provvidenza, noi stessi e l’altro così com’è: consapevoli che c’è un segreto prezioso, un destino inedito, un Mistero che ci supera… dietro ogni evento, in ognuno dei nostri stessi ‘volti intimi’ [sostenuti dal Padre], o nel fratello pur eccentrico.
I modi della sequela che risuonano in fondo al cuore sono tanto vari quante le persone, gli accadimenti, i ritmi commisurati all’anima, le età.
Essi abbracciano la medesima Proposta - senza che in tale poliedricità si perda il Mistero perdurante, né alcun legame.
Solo qui… Mondo reale, Persona, Natura ed Eternità si alleano.
[Lunedì 12.a sett. T.O. 22 giugno 2026]
Per una convivenza trasparente
(Mt 7,1-5)
Il Discorso della Montagna (Mt 5-7) elenca catechesi su questioni salienti del vissuto nelle comunità di Galilea e Siria - composte di giudei convertiti a Cristo.
Non mancavano episodi di disprezzo anche reciproco, acceso in specie da veterani abituati a mettere sotto inchiesta i nuovi che si presentavano alla soglia delle chiese - per il loro modello di vita lontano dalla norma riconosciuta, o anche per inezie.
Ma non siamo giudici, bensì famigliari. E certo, in ultima analisi è proprio la malizia che aguzza l’occhio sui minimi difetti altrui: in genere, pagliuzze e mancanze esterne.
Ciò mentre la medesima scaltrezza sorvola enormità proprie - pesantissima trave che ci separa non solo da Dio e da tutti, ma perfino da noi stessi, accostandoci all’io egoista e arrogante.
«Teatrante» (v.5) è chi pensa in grande di sé e ha sempre la manìa di guardarsi attorno per convincersi di poter primeggiare - senza porsi in atteggiamento di riguardo nei confronti dell’enigma della vita, dove invece i fardelli possono tramutarsi in progresso.
Lo sguardo obbiettivo su noi stessi e la nostra crescita personale - spesso scaturita proprio da deviazioni a stereotipi o nomenclature - può renderci benevolenti. Può convincere di rispetto e perfino di ossequio dovuto, nei confronti del di più che ci circonda e chiama.
Il legalismo dei dettagli ingessati porta infatti la trascuratezza dell’essenziale, nell’amore vicendevole (cf. vv.3-5).
Ben sappiamo quant’è dura metterci in discussione, o educare proprio i religiosi perfezionisti a successivi distacchi da loro convincimenti accidentali [o mode], diventati per abitudine sclerotici come totem.
Insomma, negli anni 70 del primo secolo la consapevolezza della diversa relazione famigliare e serena con Dio - e il modo nuovo di vivere la sua Legge - stava interrogando i credenti e coinvolgeva i rapporti con i fratelli e sorelle di comunità.
Dopo aver introdotto sia gl’inediti criteri di ‘Giustizia maggiore’ che il recupero dei princìpi della Creazione, l’evangelista suggerisce alcuni spunti essenziali per la qualità di vita interna delle fraternità.
L’estrazione culturale dei membri di chiesa anziani era di stampo accanitamente legalista.
Tale bagaglio non favoriva la libertà delle valutazioni reciproche: la convivenza doveva essere più trasparente.
I preconcetti devoti parevano un macigno insuperabile per la vita personalizzante e di condivisione reciproca secondo la nuova logica delle Beatitudini [Mt 5,1-12: Autoritratto di Cristo come ‘libro aperto’ (a colpi di lancia)].
Il bagaglio culturale legato agli adempimenti, al senso di dovere e gerarchia, allo stile di vita assuefatto, e alle credenze che facevano fatica a essere deposte, moltiplicava giudizi severi reciproci fra generazioni e tra variegate impostazioni culturali.
Per incoraggiare la comunione, Mt vuole presentare un Gesù libero e tranquillo - non superuomo, né idolo o modello: viceversa, Persona genuina; Maestro non unilaterale.
Egli infatti sapeva recuperare; desiderava valorizzare tutte le poliedriche, singole sensibilità, per consentire l’espressione dell’amicizia e dell’arricchimento in ogni realtà umana.
Solo la sua forte ‘radice’ nella relazione col Padre doveva essere di esempio sacro per ciascuno, e paragone inviolabile per tutti, sempre.
Ciò per una trasparenza ricca e globale, da proporre anche ai discepoli.
In tal guisa, non si configurava l’adesione a credenze particolari, né la ripetizione delle solite discipline di perfezione.
Neppure dovevano prediligersi le pie osservanze di massa, talora primo impedimento al dialogo e all’Esodo - nelle sue differenti opulenze.
Poi la vita stessa avrebbe guidato ciascuno in modo provvidente, verso una specifica testimonianza, che potesse essa stessa creare un’altra apertura - attinente il proprio carattere e vocazione d’anima.
In Palestina il Signore non si era mostrato ossessivo e unilaterale, né ridotto a schemi normali e verosimili - sulla base di codici culturali, prudenze valutative, o paradigmi morali e religiosi.
La fiducia nel Padre e nella vita che viene donava al Maestro Gesù la certezza di potersi totalmente aprire alle situazioni e a ciascuno - in qualsivoglia realtà si trovasse a districarsi.
Un’apertura conviviale alle differenze più eccezionali, per non bloccare i varchi e l’esito della Novità, nello Spirito delle Beatitudini.
Il senza-condizioni dell’Amore vale sempre in primis per il discepolo, i membri della medesima comunità, e il prossimo.
Questo perché siamo stati chiamati a rendere esponenziale l’esistenza nostra e di tutti, non a smorzarla con versioni glamour, o di preconcetti-a-monte, e convincimenti relativi.
Creati per amare la verità eccezionale della donna e dell’uomo, non per spegnere le unicità - sentenziando sui nonnulla.
Accettiamo la Provvidenza, noi stessi e l’altro così com’è: consapevoli che c’è un segreto prezioso, un destino di novità, un Mistero che ci supera… dietro ogni evento, in ognuno dei nostri stessi volti intimi [sostenuti dal Padre], o nel fratello pur eccentrico.
I modi della sequela che risuonano in fondo al cuore sono tanto vari quante le persone, gli accadimenti, i ritmi commisurati all’anima, le età.
Essi abbracciano la medesima Proposta - senza che in tale poliedricità si perda il Mistero perdurante, né alcun legame.
Solo qui… Mondo reale, Persona, Natura ed Eternità si alleano.
«Quando il tessitore alza un piede, l’altro si abbassa. Quando il movimento cessa e uno dei piedi si ferma, il tessuto non si fa più. Le sue mani lanciano la spola che passa dall’una all’altra; ma nessuna mano può sperare di tenerla. Come i gesti del tessitore, è l’unione dei contrari a tessere la nostra vita» [Tradizione orale africana Peul].
«Siamo assolutamente perduti se ci viene a mancare questa particolare Individualità, l’unica cosa che possiamo dire veramente nostra e la cui perdita costituisce anche una perdita per il mondo intero. Essa è preziosissima, appunto perché non è universale» [Tagore].
«Dobbiamo imparare ad abbandonare le nostre difese e il nostro bisogno di controllare, e fidarci totalmente della guida dello spirito» [Sobonfu Somé].
«La vera moralità non consiste nel seguire la via battuta, ma nel trovare il sentiero vero per noi e nel seguirlo senza paura» [Gandhi].
Travi e pagliuzze: situazione paradossale, dove talora c’è un eccesso di “credo” - eppure manca la Fede.
“Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
[Papa Benedetto, Messaggio per la Quaresima 2012]
Nella liturgia della parola il Vangelo di Luca ci ha riproposto l’interrogativo di Gesù: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?” (Lc 6, 39). Il Signore intende dire che una guida non può essere cieca, deve vedere bene, se non vuol rischiare di arrecare danno alle persone che le sono state affidate. Gesù richiama così l’attenzione di tutti coloro che hanno compiti educativi o di comando: i pastori d’anime, i reggitori dei popoli, i legislatori, i maestri, i genitori, esortandoli ad avere coscienza, a sentire la responsabilità, a interrogarsi sulla strada giusta e a percorrerla essi stessi per primi.
3. E il percorso giusto è quello tracciato dal divin Maestro. Lo ha detto Lui stesso con un’espressione semitica, che suona così: “Il discepolo non è da più del maestro, ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro” (Lc 6, 40). Con essa Gesù si presenta come Modello e ci invita a seguire la sua condotta e i suoi insegnamenti. Solo così si è guide sicure e sagge. Gli insegnamenti del Signore, per quanto attiene alla vita morale, sono contenuti principalmente nel discorso della montagna, che da tre domeniche leggiamo nella celebrazione della Santa Messa. Nel brano d’oggi troviamo un’altra frase molto significativa, quella che esorta a non essere presuntuosi e ipocriti. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Lc 6, 41). Com’è facile scorgere i difetti e i peccati altrui e non vedere i propri! E come possiamo accorgerci se il nostro occhio è libero o se è impedito da una trave? La verifica ci viene dalle nostre azioni. È ancora Gesù che ce lo dice: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (Lc 6, 44). Il frutto sono le azioni, ma anche le parole. Anche da queste si conosce la qualità dell’albero. Infatti, chi è buono trae fuori dal suo cuore e dalla sua bocca il bene e chi è cattivo trae fuori il male. Questo insegnamento di Gesù fa eco agli antichi detti sapienziali del Siracide, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo” (Sir 27, 6).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia a Corviale 1 marzo 1992]
His slumber causes us to wake up. Because to be disciples of Jesus, it is not enough to believe God is there, that he exists, but we must put ourselves out there with him; we must also raise our voice with him. Hear this: we must cry out to him. Prayer is often a cry: “Lord, save me!” (Pope Francis)
Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!” (Papa Francesco)
May we obtain this gift [the full unity of all believers in Christ] through the Apostles Peter and Paul, who are remembered by the Church of Rome on this day that commemorates their martyrdom and therefore their birth to life in God. For the sake of the Gospel they accepted suffering and death, and became sharers in the Lord's Resurrection […] Today the Church again proclaims their faith. It is our faith (Pope John Paul II)
Ci ottengano questo dono [la piena unità di tutti i credenti in Cristo] gli Apostoli Pietro e Paolo, che la Chiesa di Roma ricorda in questo giorno, nel quale si fa memoria del loro martirio, e perciò della loro nascita alla vita in Dio. Per il Vangelo essi hanno accettato di soffrire e di morire e sono diventati partecipi della risurrezione del Signore […] Oggi la Chiesa proclama nuovamente la loro fede. E' la nostra fede (Papa Giovanni Paolo II)
God's grace does not suppress or suffocate the freedom of those who face martyrdom; on the contrary it enriches and exalts them: the Martyr is an exceedingly free person, free as regards power, as regards the world; a free person [Pope Benedict]
La grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera [Papa Benedetto]
For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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