don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

13a Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [28 Giugno 2026]

 

Prima Lettura dal secondo libro dei Re (4, 8-11.14-16a)

Ecco una lettura sintetica dei testi biblici di questa domenica a partire da questa storia di una bella amicizia umana. A Sunam, villaggio del regno del Nord verso l’850 a.C., Eliseo all’inizio del suo ministero stringe con una famiglia ricca un’amicizia forte e duratura. Gli autori biblici non raccontano questa storia per l’aneddoto: hanno uno scopo teologico e mostrano che l’alleanza tra Eliseo e i Sunamiti è l’immagine dell’Alleanza tra Dio e Israele. Questa storia si sviluppa in quattro atti:1La promessa di un figlio: Eliseo annuncia alla donna sterile: L’anno prossimo, a questa stessa data, terrai un figlio in braccio. Lei non ci crede e risponde: No, mio signore, uomo di Dio, non mentire alla tua serva. Come Sara a Mamre, dubita. Ma l’anno dopo il bambino nasce. 2.La risurrezione: Anni dopo, il bambino muore nei campi, colpito da un’insolazione. Senza perdere la fede, la madre depone il corpo sul letto di Eliseo, nella stanza sulla terrazza, e corre a cercarlo. Gli ricorda: Io non ti avevo chiesto nulla, non riprendermi questo figlio. Eliseo prega e risuscita il bambino. 3.L’avvertimento della carestia: Fedele a questa amicizia, Eliseo avverte la Sunamita di 7 anni di carestia e le consiglia di partire per la terra dei Filistei. Lei obbedisce e va in esilio. 4.La restituzione dei beni. Al ritorno, la sua casa e i suoi campi erano stati confiscati dagli ufficiali del re. Eliseo interviene ancora e le fa riavere le sue terre. Ma quale lezione teologica ci offre questo testo? Questa amicizia illustra 5 tratti dell’Alleanza Dio/Israele: 1Alleanza permanente e fedeltà: Dio resta fedele anche davanti all’incredulità.  2 Sollecitudine costante: Come Eliseo per la sua ospite, Dio veglia senza sosta sul suo popolo.  3.Dio abita con noi: Eliseo accetta la stanza sulla terrazza: Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, come nel Tempio di Salomone.  4. Dio restituisce: Eliseo rende la terra, Dio promette di rendere la terra a Israele, messaggio chiave scritto durante l’Esilio a Babilonia.  5. Dio è Dio della vita: Promessa di nascita e risurrezione del bambino perché Dio dona la vita. La Sunamita diventa per noi modello della fede: Accoglie il profeta “in quanto profeta”, come dirà Gesù nel vangelo di in Mt (10,41). La sua fiducia è totale: osa dire a Dio i suoi bisogni e persino la sua rivolta. Riconosce in Eliseo un “uomo santo di Dio”. Ecco una pratica applicazione: Dio abita nel cuore di ogni uomo ed è importante riconoscerlo. 

 

Salmo responsoriale (88/ 89)

Ecco un chiaro messaggio: Non bisogna mai dubitare. La prima lettura racconta la lunga amicizia tra una famiglia di Sunam e il profeta Eliseo, “uomo di Dio”. Attraverso questa relazione umana si medita sull’Alleanza eterna tra Dio e il suo popolo, e con tutta l’umanità. Il salmo 88/89, che oggi viene proclamato, sembra un canto scritto nella prova.  Anche se i pochi versetti del salmo responsoriale sembrano pieni di euforia, il salmo completo di ben 53 versetti, nasce probabilmente durante l’Esilio a Babilonia. È una sintesi di tutta la storia di Israele: inizio dell’Alleanza, promesse a Davide, attesa del Messia… e poi il crollo: niente più re a Gerusalemme, niente erede, quindi niente Messia. Da qui la domanda angosciata del v. 50: “Dov’è, Signore, il tuo primo amore, quello che giurasti a Davide sulla tua fedeltà?”. Ciò che si afferma con forza, in realtà si teme di averlo perduto. Il salmo è poi l’ultimo del terzo libro dei Salmi e si chiude con: “Benedetto il Signore per sempre! Amen! Amen!”. Ha quindi un carattere di conclusione. A ben vedere, questo salmo si presenta come una costruzione sapiente.  La prima strofa è molto curata, con parallelismi: L’amore del Signore, senza fine lo canto; la tua fedeltà, l’annuncio di età in età. Amore/fedeltà, canto/annuncio, senza fine/di età in età, costruito/stabile, per sempre/cieli: un meraviglioso parallelismo tra tempo e spazio che invita a curare il canto dei Salmi.  Il cuore del messaggio è Amore e fedeltà. Nel salmo completo la coppia “amore e fedeltà” ricorre 7 volte, numero simbolico. È la traduzione della rivelazione a Mosè sul Sinai: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6).   In ebraico “amore” cioè “gesti d’amore di Dio” indica che Dio non ama solo a parole, ma “con atti e verità”, come dirà san Giovanni nel Nuovo Testamento.  Proprio durante l’esilio Israele ricorda più che mai i “gesti d’amore di Dio” per non cadere nella tentazione di pensare che Dio l’abbia dimenticato. Il salmo insomma presenta un gruppo di credenti che compone inni per ricordare la fedeltà di Dio che non ha smesso di essere re d’Israele. La frase “perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele” viene cantata proprio quando non c’è più un re umano. Ed è interessante che il salmo usa un vocabolario regale e guerriero: “ovazione/terouah, potere, forza, vigore, scudo” perché il re guidava l’esercito. Sono accenti vittoriosi detti in un tempo di sconfitta. E il salmo si chiude ricordando gli oltraggi subiti dal Messia: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi oltraggiati… i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, il tuo Messia”.   Morale: è proprio nella notte, nel buio dell’esilio e della prova, che bisogna credere alla luce e al ribadirsi delle promesse di Dio.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3... 11)

San Paolo indica una nuova maniera di vivere e risponde all’obiezione  di chi gli rimprovera che insistendo troppo sulla gratuità della salvezza, tu incoraggi il peccato. Lui ribatte: la grazia non rende il peccato irrilevante, ma non ha più potere su di lui perché dal Battesimo il credente è “creatura nuova”: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Cor 5,17). Paolo spiega il senso della parola chiave “morte” che non è biologica. e usa questa parola in senso teologico: quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte… siamo perciò morti al peccato, e ora viviamo per Dio in Cristo Gesù. È una rottura radicale col passato che non ha più paura della morte fisica.  Paolo parla per esperienza: sulla via di Damasco è “morto” all’uomo vecchio, al suo modo di vedere, agire, credere. Il “battesimo” di Israele serve così a Paolo come chiave per spiegare il Battesimo cristiano come ben lo richiama nella prima lettera ai Corinti (cf1 Cor10,1-2). Israele “battezzato” da Mosè nella nube e nel mare con il passaggio del Mar Rosso ha conosciuto la morte della schiavitù d’Egitto: lavoro forzato, stragi, malafede del Faraone ed ecco un taglio netto con l’ingranaggio dell’oppressione.  Così Cristo compie la rottura decisiva: l’uomo schiavo del peccato, dei dubbi, della violenza, è liberato. Gesù “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) spezza il circolo infernale. La sua morte è trionfo: “morto al peccato una volta per tutte, vivo per Dio”. Vivere alla maniera di Cristo è dunque “Morire al peccato” cioè morire alla vecchia maniera di vivere: odio, violenza, sete di potere e denaro per “Vivere per e in Dio”  cioè scegliere Cristo come unico Signore ed entrare in una vita nuova fatta di amore e servizio ai fratelli. Il Battesimo inaugura questo cambiamento radicale: è una vera liberazione. Paolo dice ai battezzati: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù”. Il dono è già compiuto, ma resta da realizzarlo ogni giorno. Ed ecco l’esigenza che ne nasce: se infatti entrare nella salvezza è semplice perché basta crederci, diventa però esigentissimo viverlo perché chiede di conformare la vita quotidiana allo Spirito di Cristo. Lo ripete nella lettera agli Efesini: “Spogliatevi dell’uomo vecchio… lasciatevi rinnovare nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”(Ef4,22-24.  Il segreto è uno solo: restare con gli occhi fissi sulla croce di Cristo. Solo la sua obbedienza e dolcezza spezzano la catena della violenza. Come dice Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv15,4).

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-42)

 Questo testo ci aiuta a Imparare come acconsentire alle rinunce necessarie. A prima vista Mt 10,37-42 sembra un elenco di massime scollegate. In realtà è un unico invito: sono i distacchi richiesti dalla fedeltà al Vangelo. Dopo il Discorso della Montagna sull’amore, Gesù parla qui di altre esigenze. Occorre imparare ad amare Dio in tempo di persecuzione della Chiesa: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”.  Amare Dio non comporta smettere di volere bene alla famiglia anche se poco prima aveva avvertito: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (cf Mt10,21). “Non sono venuto a portare pace, ma la spada… dividerò l’uomo dal padre” (Mt 10,34-35; cf. Michea 7,6). Come spiegare questo?  Ogni persecuzione crea drammi personali perché occorre scegliere tra fedeltà e morte. Anche senza violenze, è in famiglia e tra amici che testimoniare è più difficile e può nascere la lacerazione. Imparare ad amare è quindi prendere la propria croce: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”.  Per Gesù e i suoi ascoltatori la crocifissione era un supplizio infamante, di massa lungo le strade romane perché esponeva all’orrore, all’obbrobrio, alla derisione. Nel Deuteronomio si legge che il crocifisso è “maledetto da Dio” (Dt21,22-23). E con il Sal 21/22 Gesù proclama: “Sono un verme, non un uomo, scherno degli uomini, rifiutato dal popolo” anche se l’interpretazione di questo passaggio porta a capire meglio quel che Gesù (Nella nota mi permetto di unire in nota un testo che ho trovato).  Gesù sa che lui e i discepoli saranno perseguitati, disprezzati, umiliati. “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). “Prendere la croce” comporta accettare di essere messi ai margini, di perdere reputazione per fedeltà a Cristo. Infine ecco l’unica ricompensa che risponde a ogni nostra obiezione: “Chi accoglie voi accoglie me; chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato… Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà ricompensa di profeta; chi accoglie un giusto perché è giusto, avrà ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.  Sembra un “dare-avere”, ma non è così. Non siamo nel campo dell’“avere”, ma dell’“essere”. Dio non dà quantità di beni, ma la vita eterna: la vita nella sua intimità. Tutti i santi testimoniano una qualità di felicità, non una quantità.  Gesù stesso promette: “Chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per causa mia, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29).  Paolo lo vive: “Tutto ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo… per conoscere Cristo, avere comunione con le sue sofferenze, diventare conforme a lui nella sua morte” (Fil 3,7-10). “Essere afferrati da Cristo” è la posta in gioco vitale. Se si vuole un filo conduttore di questo testo lo si può cogliere facilmente nel legame tra tutte queste frasi proprio in questo verbo; “essere afferrati da Cristo” come fuoco interiore che rende possibili tutte le rinunce per fedeltà al Vangelo: rinuncia agli affetti, alla stima, all’avere, alla vita. Risuonano con vigore nel nostro animo le Beatitudini: “Beati voi quando vi insulteranno… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!” (Mt 5,11-12).

 

Nota Gesù “verme” sulla croce Sulla croce GESÙ SI È PARAGONATO A UN INSETTO PER RIVELARE IL SEGRETO DELLA SUA MORTE. È IL MISTERO DEL SALMO 22…Agonizzando in croce, Gesù ha recitato il Salmo 22. È il salmo profetico della crocifissione per eccellenza. Ma al v. 6 c’è una frase umiliante e sconcertante: “Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, disprezzato dal popolo”. .Perché il Re dell’universo, nel momento più glorioso della redenzione, si definisce “verme”?  La zoologia del Medio Oriente rivela uno dei ritratti d’amore più commoventi della natura. IL TOLA’ATH SHANI תּוֹלַעַת שָׁנִי parola ebraica usata da Davide non è il termine comune per “verme di terra”. Ha usato Tola’ath Shani cioè “verme cremisi”, da cui si ricavava un colorante rosso. Quando la femmina di questo verme cremisi è pronta a partorire, compie un gesto istintivo e radicale: cerca il tronco di un albero e vi si attacca per sempre. Vi si aggrappa con tale forza che, se qualcuno prova a staccarla, il suo corpo si squarcia.  Lì, ancora attaccata al legno, partorisce i suoi piccoli. Per proteggerli dai predatori, la madre secerne un fluido rosso cremisi che copre tutto il suo corpo, tinge di rosso il legno e ricopre completamente i suoi piccoli. In questo processo di dono della vita e di protezione, la madre muore.  

Ecco il fenomeno straordinario: tre giorni dopo, il corpo senza vita della madre, sempre attaccato all’albero, perde il colore rosso, diventa bianco come la neve e cade dolcemente a terra (Is 1,18). GESU’ SI È CONFICCATO ALL’ALBERO PER DARTI LA VITA: Gesù non usava una metafora di umiliazione, ma proclamava la sua missione ed è un messaggio per noi.  Gesù ti diceva dalla croce: “Io sono il Tola’ath Shani”. Ha scelto di andare all’albero volontariamente. Si è lasciato inchiodare alla croce, sapendo che se ne fosse sceso, i suoi “figli” – noi saremmo morti in mano al predatore. Ha versato il suo fluido cremisi – il suo sangue – per coprirti, proteggerti e darti la vita, offrendo la sua.  Quando ti senti inutile, quando pensi che nessuno si curi di te o che il nemico ti divorerà, guarda il legno della croce. Hai un Salvatore che ha scelto di morire inchiodato a un albero piuttosto che perderti. Il suo sangue ti ha ricoperto interamente e, tre giorni dopo, è risorto per renderti bianco come la neve. Tu sei il frutto del suo sacrificio perfetto!

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

 

Solennità Ss. Pietro e Paolo  [29 Giugno 2026]

 

Prima lettura dagli Atti degli Apostoli (12, 1-11)

Il filo conduttore di questo testo è: “Dio libera sempre per la missione”. In quel tempo  la Chiesa giovane è sotto pressione e il  miracolo della liberazione di Pietro non deve far dimenticare l’atmosfera della Chiesa nascente. Gesù è morto intorno al 30 d.C. e all’inizio i discepoli erano pochi e inoffensivi. I problemi iniziano con le guarigioni “troppo spettacolari”che portano Pietro in prigione due volte per mano delle autorità religiose: la prima volta con Giovanni, processo e minacce, mentre la seconda con altri apostoli, liberati di notte dall’Angelo: “Andate, state nel Tempio e annunciate al popolo tutte queste parole di vita” (At 5,17-20).  Poi viene l’esecuzione di Stefano e la persecuzione che spinge gli “Ellenisti” a fuggire da Gerusalemme verso Samaria e la costa. Giacomo, Pietro e Giovanni restano. Nell’episodio di At 12 è il potere politico ad agire. Siamo sotto Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re solo dal 41 al 44 d.C. Per questo possiamo datare l’episodio con precisione.  Agrippa “Romano a Cesarea, ebreo a Gerusalemme”: cerca consenso sia con Roma che con i Giudei. In entrambi i casi i cristiani sono nemici da eliminare. Per piacere ai Giudei fa uccidere Giacomo di Zebedeo e imprigiona Pietro durante la Pasqua ebraica, la settimana degli Azzimi. Ciò che interessa Luca è la missione non solo Pietro.   che ancora una volta scampa miracolosamente, perché per Luca il punto centrale è l’evangelizzazione. L’Angelo non libera per salvarli, ma perché “il mondo ha bisogno di loro”. Dio non abbandona gli apostoli: nessuna dominazione cieca potrà bloccare l’annuncio della Parola di vita. C’è un parallelo tra Pasqua-Esodo-Passione. Si ripete in qualche modo la storia della Pasqua ebraica: Israele schiavo e minacciato di genocidio, viene liberato miracolosamente da Dio. Di secolo in secolo il popolo ricorda che la liberazione è opera di Dio. E che dire di questo paradosso: chi è chiamato ad annunciare e compiere l’opera liberatrice di Dio può farsi complice di una nuova dominazione? Nessuna Chiesa è immune. Gesù è morto proprio per la perversione del potere religioso del suo tempo: durante la Pasqua, memoriale del Dio liberatore, il Figlio di Dio è ucciso dai “difensori di Dio”. A vincere però è l’amore e il perdono del Dio “mite e umile di cuore”: Gesù risorge. Ora è la giovane Chiesa ad affrontare il potere religioso e politico, come Gesù 10-15 anni prima, ancora durante la Pasqua a Gerusalemme.  L’Angelo a Pietro dice: “Àlzati in fretta! Mettiti la cintura, lega i sandali…”. Sono le stesse parole date a Israele nella notte dell’Esodo: “Cinti ai fianchi, sandali ai piedi, bastone in mano. Mangerete in fretta” (Es 12,11). Luca vuole dire: Dio continua l’opera di liberazione.  Tutto il racconto è costruito sul modello della Passione-Risurrezione di Cristo: notte, prigione, soldati, “rullo compressore” della dominazione. Pietro dorme passivo, come Gesù nel sonno della morte. Per entrambi nella notte si leva la luce: agisce Dio. Ed ecco la conclusione: Gesù l’aveva detto a Pietro: “Le forze della morte, cioè dell’odio, non prevarranno” e questo insegna che il carattere miracoloso non è fine a sé stesso. Dio libera perché la missione continui nei secoli. La liberazione d’Egitto, la Pasqua di Cristo, la prigione di Pietro: è un unico disegno di Dio che salva per mandare ad annunciare la vita che nessuno può distruggere.

 

Salmo Responsoriale (33/34)

 In questo salmo siamo guidati da questo filo conduttore: Dio ascolta il grido del povero e risponde con Spirito e fratelli.  Dopo la liberazione di Pietro il salmo ci ricorda: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, per liberarli”. E si capisce che, mentre tutta la Chiesa era in preghiera insistente per Pietro in carcere, il Signore lo ha liberato: “Un povero grida – dice il Salmo - e il Signore ascolta…”. La fede è questo: osare gridare a Dio sapendo che, in ogni circostanza, Lui sente il nostro grido. La comunità ha gridato, Pietro è stato liberato. Resta però sempre una domanda: e quando non la liberazione non avviene?  Gesù in croce non è scampato alla morte. Pietro stesso, anni dopo, sarà imprigionato a Roma e giustiziato. Allora Dio non ascoltava più?  È la domanda che torniamo a farci: dov’è Dio quando soffriamo? A che serve pregare e  se non siamo esauditi come vorremmo, vuol dire che abbiamo pregato male? Troppi dicono dicono “se preghi bene tutto si aggiusta”, ma sappiamo che non è sempre così. Quanti hanno pregato, fatto novene, pellegrinaggi per una guarigione che non è arrivata. Questo salmo ci offre tre risposte. 1.Dio ascolta il nostro grido. Come al roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido sotto gli aguzzini. Conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Il credente sa che il Signore è vicino nella sofferenza, “dalla nostra parte”. Il Sal 33/34 lo dice: “Ho cercato il Signore, mi ha risposto… mi ha liberato. Ascolta, salva, il suo angelo si accampa, è un rifugio”. 2.Dio risponde donandoci il suo Spirito. “Chiedete, vi sarà dato… Quale padre… darà un serpente al figlio che chiede un pesce?” (Lc 11,9-13). Gesù non promette che tutto si risolve “per magia”. Quando preghiamo, Dio non toglie il problema, ma ci riempie del suo Spirito. Con lo Spirito possiamo affrontare le prove. Ogni preghiera fatta con fede ci apre all’azione trasformante dello Spirito. La risposta al grido disperato è quindi la forza interiore dello Spirito  per cambiare la situazione, per superare la prova. “Un povero grida; il Signore ascolta: lo salva da tutte le sue angosce… Ho cercato il Signore, mi ha risposto: da tutte le mie paure mi ha liberato”. Qualunque colpo arrivi, il credente sa di essere ascoltato e l’angoscia può cadere. 3.Dio suscita attorno a noi dei fratelli.  Ecco la seconda lezione del roveto: appena Dio dice a Mosè “Ho visto… ho udito il grido… conosco le sofferenze”, suscita in Mosè l’impulso per liberare il popolo: “Va’, ti mando dal Faraone, fa’ uscire d’Egitto il mio popolo” (Es 3,9-10).  Israele ha vissuto tante volte questo schema: sofferenza, grido, preghiera e Dio suscita profeti e capi per riprendere in mano il destino. È proprio questa l’esperienza storica d’Israele. 4. La fede è come una doppia parola, un  doppio grido: l’uomo grida la sua miseria a Dio, come Giobbe. Dio ascolta e lo libera dall’angoscia. E l’uomo riprende la parola per rendere grazie.  La vocazione di Israele nei secoli è stata far risuonare questa polifonia fatta di sofferenza, lode e speranza e nelle vicende della sua storia nulla ha potuto spegnere la speranza d’Israele. È questo che caratterizza il credente:  “Io benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino!”.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 6-8.17-18)

Non tutti concordano che le Lettere a Timoteo siano di Paolo, ma queste righe sono sicuramente sue: anzi sono il suo testamento, l’ultimo addio da prigioniero a Roma. Sa che uscirà solo per essere giustiziato. Il “momento della partenza” è arrivato: usa il termine greco anàlysis, “sciogliere gli ormeggi, levare l’ancora”.  Considerandola vita come una maratona Paolo fa il bilancio con l’immagine sportiva a lui cara: il fondista che taglia il traguardo. Il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo da ricevere la corona della giustizia.  A Roma il vincitore non prendeva una coppa, ma una corona d’alloro. C’è una corona per tutti, quindi Paolo non si vanta: egli sa che il Signore, giudice giusto, la assegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione gloriosa. Dio, giudice imparziale, vede le disposizioni del cuore e tutti gli apostoli, tutti i credenti che hanno desiderato con amore la venuta del Cristo, avranno la corona. Non è dunque presunzione, ma fiducia incrollabile nella bontà di Dio. Perché la stessa forza di correre viene da Lui: “Il Signore mi è stato vicino, mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”.  Occorre imparare ad attendere tutto da Dio: è Lui che dà la forza di correre ed è Lui che dà la ricompensa a tutti coloro che corrono perché la vita non è una gara di competizione. Ognuno al suo posto, al suo ritmo, basta “desiderare con amore l’avvento del Cristo”. Non è questa la “beata speranza” che professiamo a Messa: “Aspettiamo la tua venuta nella gloria”? Per Paolo la “manifestazione” definitiva di Cristo è sempre stato l’orizzonte verso cui correre e riconosce di essere stato abbandonato dagli uomini, ma sempre sostenuto dal Signore. Ccome Cristo in croce e poi Stefano, Paolo perdona perché proprio nell’abbandono degli uomini ha sperimentato la presenza e la forza del Signore.  Le ultime frasi stupiscono: sa che morirà, eppure dice “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà salvo nel suo regno celeste”. Non parla quindi di morte fisica, che attende da un giorno all’altro; parla del pericolo peggiore: dichiarare forfait, abbandonare la corsa, perdere la fedeltà. Da questo “leone” il Signore l’ha preservato. La sua fedeltà non è merito suo, ma forza ricevuta e la morte per lui è solo biologica,bensì il passaggio per entrare nella gloria per cui già intona il cantico della felicità: “A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-19)

 A Cesarea si compie come una svolta, avviene un passaggio importante nella visione di Cristo: da Gesù potente a Gesù Figlio di Dio crocifisso.  Per Matteo l’episodio di Cesarea di Filippo è una tappa decisiva: subito dopo Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. “A partire da questo momento”: quindi si chiude una fase è ciò che sorprende è che nulla di nuovo avvenga nei titoli, ma tutto è posto in una nuova luce. Non si dice nulla di inedito: Gesù si dà il titolo di “Figlio dell’uomo”, che usa già 9 volte in Matteo. Pietro lo proclama “Figlio di Dio”, titolo già usato prima. La novità è il salto di comprensione: il “Figlio dell’uomo” nella Bibbia è il capo del popolo di Dio,  titolo tratto dal libro di  Daniele: “Ecco, sulle nubi del cielo veniva come un Figlio dell’uomo… gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo potere è eterno, il suo regno non sarà distrutto” (Dn 7,13-14). Daniele precisa che il “Figlio dell’uomo” non è un individuo solo, ma un popolo: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre… il regno, il potere e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7,18.27).  Quando Gesù si applica questo titolo si presenta come colui che sta alla testa del popolo di Dio. “Figlio di Dio” è invece un titolo che esprime fiducia, non potenza.  Questo titolo è già usato: al cap. 4 quando il diavolo tenta Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio”. Ha ragione sul titolo, sbaglia sul contenuto: immagina un Figlio potente e invulnerabile che usa il potere per sé. Per Gesù “essere Figlio di Dio” è fidarsi totalmente del Padre e nutrirsi della sua Parola.   Dopo che Gesù cammina sulle acque, i discepoli gli dicono: “Davvero tu sei Figlio di Dio”. Erano colpiti dalla potenza sul mare. Mancava ancora un passo per capire chi è davvero Gesù. La novità di Cesarea è che Pietro proclama “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” non davanti a un miracolo e così l’ambiguità cade e inizia il cammino verso la fede vera. “Beato sei, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.  La novità sta nella congiunzione dei due titoli: “Chi è il Figlio dell’uomo?” chiede Gesù, e Pietro risponde “È il Figlio di Dio”. Gesù farà lo stesso collegamento davanti al sommo sacerdote: “Tu lo dici. Ma io vi dico: d’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,63). Qui non ci si sbaglia più: Dio si rivela non come potenza e maestà, ma come Amore consegnato nelle mani degli uomini. Appena Pietro scopre chi è Gesù,  Gesù gli affida un mandato  per la Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il Figlio dell’uomo è un popolo, non un individuo isolato.  Su cosa costruisce Cristo Dio fatto uomo la sua Chiesa? Su Pietro, persona fragile la cui unica virtù è aver ascoltato ciò che il Padre gli ha rivelato. Il solo pilastro della Chiesa è la fede in Gesù Cristo.  “Ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non significa che Pietro e i successori sono onnipotenti. Significa che Dio si impegna con loro. Se restiamo in comunione con la Chiesa siamo in comunione con Dio. La rassicurazione finale è Cristo che costruisce la Chiesa e sta qui l’ultimo motivo di fiducia: Gesù dice “Io edificherò la mia Chiesa”. Non siamo noi incaricati di costruirla, ma solo di ascoltare ciò che il Dio vivente vuole rivelarci. E perché è Cristo risorto, Figlio del Dio vivente, a costruirla, possiamo esserne certi: “Le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”.

 

+Giovanni D’Ercole

                                                                                                                                                        L’istrione.

Nel vocabolario Treccani alla voce istrione si legge: “chi recita in azioni sceniche”. Nell’uso comune  e in senso figurato: “chi nella  vita assume atteggiamenti esageratamente teatrali; chi simula in modo plateale e poco dignitoso”.

Anni fa (tanti), quando  ero ancora adolescente, Charles Aznavour pubblicò una bellissima canzone  che pronunciava queste parole: “Io sono un istrione. Ma la genialità è nata insieme a me […] ma la teatralità scorre dentro di me”.

Canzone che se non erro dovrebbe essere stata riproposta dopo un lasso di tempo da Massimo Ranieri.

Forse i meno giovani ricorderanno anche la prima pubblicazione.

Giorni fa incontro un giovane con atteggiamento da Vip che conosco fin dalla sua nascita.

Egli si ferma, mi saluta cordialmente e inizia a raccontarmi della sua vita, del suo lavoro nel mondo della politica e dei suoi viaggi .

Dice che un suo obiettivo è quello di visitare le meraviglie del mondo e che è appena tornato da una di queste mete. Dice solennemente che ne ha già visitate diverse.

Il tutto senza che io avessi chiesto qualcosa, anche perché non me ne ha dato il tempo. 

Era troppo impegnato nel suo soliloquio e io ero solo uno spettatore.

Al termine del suo discorso mi comunica che ha concluso una cura odontoiatrica per un dente che gli ha dato parecchi problemi e che è ancora sofferente […] mi elenca le medicine che sta assumendo. Poi mi guarda e ironicamente ribadisce che quando i medici trovano delle difficoltà nel loro lavoro, dicono sempre che è colpa della psiche .

E qui una fragorosa risata, unitamente a tutto il “pathos” con cui aveva tessuto la narrazione.

Mancava solo l’applauso finale, che non c’è stato. Solo un cordiale arrivederci.                                                                          La mia deformazione professionale si è messa in moto, riflettendo su quanto era accaduto.

Ci sono delle persone che hanno bisogno più che di incontrare l’altro, di esibirsi e di cercare l’approvazione altrui.   

Cosa che nei limiti accettabili, facciamo un po’ tutti e che ci dà piacere. Questi soggetti a volte vanno a caccia di un “pubblico” dove esternare ed esibire i propri sentimenti, vissuti, senza preoccuparsi di costruire una relazione, un incontro - e una volta comunicato le proprie emozioni, se ne vanno in modo rapido e spesso alla ricerca di un altro “pubblico”. 

Devono stare sempre al centro dell’attenzione ed esprimono spesso le loro emozioni in maniera  plateale. Tutto quello che realizzano è qualcosa di grandioso, tutto il loro operare è “un trionfo”.

Dietro questo atteggiamenti di solito si incontra una enorme paura di restare soli, di essere abbandonati. Certo tutti noi abbiamo un po’ queste paure, ma non ricorriamo a meccanismi compensatori di quel tipo.

A volte abbiamo timore di certe emozioni che proviamo, come se temessimo che quello che proviamo non sia salutare. 

Dobbiamo tenere sempre presente che quello che succede nella nostra psiche non è tutto casuale e patologico, ma finalistico e costruttivo. Non ci sono solo i demoni, ci sono anche gli angeli.

Non ricordo se questo concetto lo ho già espresso, comunque lo ribadisco perché lo ritengo importante e perché  penso che ci si   spaventi meno se ci accorgiamo di provare certe sensazioni.

Senza citare manuali e classificazioni psicologiche… a noi tutti sarà capitato di aver provato in particolari periodi della vita sensazioni come quelle descritte sopra.

Gli individui che hanno queste caratteristiche sono “teatrali” e esprimono le loro esperienze in maniera ingrandita.

Possono essere seduttivi o anche provocatori.

Usano il loro aspetto fisico in maniera esagerata per essere notati e sembrare interessanti.

Si basano più sull’emozione che sulla riflessione, e tendono all’esteriorità, alla banalità.

Sono anche persone condizionabili e idealizzano le persone che ammirano; a volte fino ad imitarle.

Sognano l’amore ideale, ma spesso si coinvolgono in affetti inadatti e irrealizzabili.

Ingigantiscono ogni sensazione corporea, senza che ci sia un reale dolore organico.

In casi gravi diverse sono le persone che convertono e scaricano queste emozioni su parti del corpo  psichicamente significative per il soggetto e per la sua storia.

E allora come umoristicamente diceva il giovane Vip di cui sopra entra in gioco la psiche .

Non vorrei annoiare i lettori o essere io stesso plateale, ma spesso diversi individui hanno manifestato il loro malessere  col corpo.

Alcuni in maniera più visibile, altri in una forma più velata, ma forse più interessante e affascinante per un “addetto ai lavori”.

In letteratura si parla spesso di cecità isterica.

Questa gente non riesce a vedere bene - in misura più o meno grave. Ricordo che giunse all’osservazione psicologica del nostro servizio un adolescente con problemi visivi (mandato dal reparto oculistico).

Non sempre però si accetta che i problemi obiettivi possono avere una causa “interiore” e allora sovente o si abbandona l’ indagine psicologica ritenuta come offensiva, o si cercano altre soluzioni che possono dare l’illusione di una via d’uscita.

Capita anche che alcuni soggetti, avendo avuto come indicazione un’indagine “interiore” da centri  di eccellenza italiani, poi non accettando ciò che e stato loro suggerito, si rivolgano a privati che propongono soluzioni a volte purtroppo dannose.

 

Dr. Francesco Giovannozzi, Psicologo Psicoterapeuta.

Giu 15, 2026

12a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

12ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [21 Giugno 2026]

 

Prima lettura dal libro del profeta Geremia (20,10-13)

Questo brano fa parte di quelli che vengono chiamati le «Confessioni di Geremia»; potremmo anche dire le «Confidenze di Geremia». Qui il profeta svela quanto ha di più intimo nel suo cuore e le poche righe di oggi riassumono bene i suoi sentimenti. La sua vita è un continuo paradosso: ciò che costituisce la sua gioia più profonda, la sua ragione di vivere, la sua sicurezza, è anche la fonte di tutte le sue sofferenze. Si tratta della Parola di Dio. Essa non viene nominata esplicitamente in questo testo, ma è chiaramente sottintesa. È perché proclama la Parola di Dio “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (come dirà san Paolo) che viene perseguitato; ma è proprio questa stessa Parola che gli dà la forza di andare avanti. Si dice spesso che nessuno è profeta nella propria patria e questo si applica perfettamente a Geremia. Fu un grandissimo profeta, ma se ne resero conto soltanto dopo la sua morte. Durante la sua vita la sua parola risultava troppo scomoda. Egli stesso indica con precisione il periodo della sua predicazione: dal tredicesimo anno del regno di Giosia fino alla deportazione di Gerusalemme, cioè dal 627 al 587 a.C. Quarant’anni durante i quali vide succedersi diversi re a Gerusalemme, ma ben pochi gli diedero ascolto. Che cosa gli si rimproverava? Semplicemente il coraggio di dire la verità. E la verità non era affatto rassicurante: dall’alto al basso della scala sociale, le infedeltà all’Alleanza si moltiplicavano in ogni ambito. Ecco un esempio della sua predicazione: “Sono tutti adulteri, una banda di traditori” (Ger 9,1)… “Dal più piccolo al più grande sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna” (Ger 8,10). In altre parole, la corruzione e l’amore per il denaro avevano corroso l’intera società e la religione non era più chesolo  una facciata. Per questo trascorse gran parte della sua vita gridando, provocando, denunciando. Talvolta compiva anche gesti insoliti per mettere in guardia il re, la corte, i sacerdoti e tutti i responsabili che stavano conducendo il popolo verso la rovina. Sul piano politico cercava di aprire gli occhi ai suoi compatrioti e osava annunciare ciò che era ormai evidente: Nabucodonosor avrebbe presto travolto Gerusalemme. Per farsi comprendere meglio, compì un gesto spettacolare: spezzò pubblicamente una brocca nuova appena uscita dalle mani del vasaio, per annunciare il destino che attendeva Gerusalemme che sarebbe stata ridotta in frantumi (Ger 19,1-11). Ma invece di ascoltarlo, lo accusarono di essere complice del nemico perché, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

Tuttavia nulla e nessuno riuscì a distoglierlo dalla sua missione e. il suo segreto fu semplicemente la consapevolezza di essere stato inviato da Dio. Il suo secondo segreto era di sapere di essere troppo piccolo per il compito ricevuto e perciò non cercava la forza in se stesso, ma in Dio. E sperimentò la presenza di Dio nel cuore di tutte le sue prove. Rimane al riguardo sorprendente questa sua preghiera “Signore, fammi vedere la vendetta che compirai contro di loro, perché a te ho affidato la mia causa”. Espressione che suggerisce tre osservazioni. Anzitutto, il desiderio di rivalsa è profondamente umano, e il profeta resta un uomo la sua missione particolare non lo rende né insensibile né un superuomo. In secondo luogo, non cerca di vendicarsi, ma affida tutto a Dio. Infine, al di là di una rivalsa personale, ciò che Geremia desidera ardentemente è il trionfo della verità. Come ogni autentico profeta, egli sa già che l’amore di Dio sarà più forte di tutto e che un giorno riuscirà a eliminare ogni male dalla terra. Ecco ciò che egli chiama la vendetta di Dio: il trionfo eterno di Dio sulle forze del male.

 

Salmo Responsoriale (68/69)      

Questo salmo nasce dal grido di un credente perseguitato a causa della sua fedeltà a Dio. Il salmista soffre umiliazioni, insulti e forse persino la prigionia, ma continua a confidare nel Signore, certo che Dio ascolta gli umili e non abbandona coloro che gli appartengono. La sua sofferenza deriva proprio dal suo amore per Dio: “L’amore per la tua casa mi divora” e gli oltraggi rivolti a Dio ricadono anche su di lui. Questa esperienza richiama la vicenda dei profeti di Israele, spesso perseguitati dal loro stesso popolo. Tra essi spicca Geremia, che, come tutti i veri profeti, ebbe il coraggio di annunciare la verità di Dio anche quando risultava scomoda. Il profeta è infatti la voce di Dio nel mondo e, poiché i pensieri di Dio non coincidono con quelli degli uomini, egli cammina inevitabilmente controcorrente. La sua parola richiama alla giustizia, alla santità, alla fraternità e alla conversione, mettendo in luce ciò che molti preferirebbero nascondere. Per questo i profeti sperimentano spesso rifiuto e scoraggiamento. Mosè, Elia e soprattutto Geremia attraversarono momenti di profonda sofferenza. Geremia arrivò perfino a maledire il giorno della propria nascita, sopraffatto dalle persecuzioni e dalle umiliazioni. La sua esperienza ricorda quella di Giobbe e, in senso più ampio, quella dell’intero popolo d’Israele nei momenti di prova. Il salmista descrive la propria condizione come quella di un uomo che sta annegando: le acque lo sommergono, il fango lo trascina verso il basso e sembra non esserci più alcuna speranza. Tuttavia, proprio nel momento più oscuro, egli continua a pregare. La stessa Parola di Dio che gli procura sofferenza è la fonte della sua forza. Le immagini del salmo richiamano la vicenda di Geremia, gettato in una cisterna per aver denunciato la corruzione religiosa del popolo e del Tempio. Allo stesso modo Gesù riprenderà questa tradizione profetica quando scaccerà i mercanti dal Tempio. e in quell’occasione l’evangelista Giovanni applicherà a Cristo le parole del salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Il salmo si conclude infine con una nota di fiducia e di rendimento di grazie. Nella tradizione biblica la supplica e il ringraziamento sono strettamente uniti: il credente loda Dio ancora prima di vedere realizzata la liberazione, perché è certo della sua fedeltà. Per questo il salmista annuncia già la vittoria di Dio, la salvezza dei poveri e la gioia di quanti cercano il Signore. Così il lamento si trasforma in speranza e la sofferenza del giusto diventa testimonianza della certezza che Dio non abbandona mai i suoi fedeli.

 

Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5,12-15)

 San Paolo mette a confronto Adamo e Gesù Cristo, non come due persone storiche da paragonare, ma come due modi opposti di vivere.Adamo rappresenta l’umanità che cerca la felicità, la potenza e la pienezza lontano da Dio, confidando nelle proprie forze. Gesù Cristo rappresenta invece l’uomo che vive in piena comunione con Dio, accogliendo il suo amore e la sua vita. Secondo il racconto della Genesi, Dio ha creato l’uomo per partecipare alla sua stessa vita. Il “soffio di vita” ricevuto da Dio indica che l’essere umano vive veramente solo quando rimane unito a Lui. Il desiderio di grandezza, felicità e di infinito che abita il cuore umano è quindi buono e corrisponde al progetto di Dio. L’errore del serpente consiste nel far credere ad Adamo ed Eva che possano diventare “come Dio” senza Dio, attraverso la disobbedienza. Così facendo, essi spezzano volontariamente il legame vitale con il Creatore e cadono nella morte spirituale. Paolo parla infatti di morte e vita soprattutto in senso spirituale, non biologico.

Adamo simboleggia dunque il peccato originario: l’uomo che vuole appropriarsi di ciò che appartiene a Dio e finisce per allontanarsi dalla fonte della vita. Gesù Cristo, al contrario, non cerca di impadronirsi dell’uguaglianza con Dio, ma vive nell’accoglienza totale dell’amore del Padre. Per questo è senza peccato, “pieno di grazia e di verità”. Grazie a Cristo, l’umanità può essere ricondotta alla comunione con Dio. In Lui si realizza perfettamente il legame tra Dio e l’uomo: Egli attira tutti a sé e permette agli uomini di ricevere nuovamente la vita divina.

Paolo presenta quindi due scelte fondamentali: Vivere come Cristo, accogliendo il soffio e l’amore di Dio, crescendo nella vita spirituale. Oppure vivere come Adamo, cercando la felicità indipendentemente da Dio, con il risultato della morte spirituale. La grazia non è un oggetto che si possiede, ma la relazione d’amore tra Dio e l’umanità. Gesù Cristo ha ristabilito questa relazione vitale, per la quale siamo stati creati. Come afferma Sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.» Allo stesso modo, per San Giovanni, la vita eterna consiste nel conoscere e amare Dio e Gesù Cristo.  La vera vita e la vera gioia si trovano soltanto nell’unione con Dio; cercarle altrove è un’illusione che conduce alla morte spirituale

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 26-33)

Gesù avverte i suoi discepoli che la missione di annunciare il Vangelo non sarà facile. Li manda “come pecore in mezzo ai lupi” e predice persecuzioni, processi, flagellazioni e persino l’odio di tutti a causa del suo Nome. Per questo ripete più volte: Non abbiate paura. La ragione di questo incoraggiamento è che la verità di Dio non può essere fermata. Tutto ciò che era nascosto sarà rivelato e ciò che Gesù ha confidato ai suoi discepoli dovrà essere annunciato apertamente. Con Cristo si manifesta pienamente il progetto d’amore di Dio, che nell’Antico Testamento era stato rivelato solo gradualmente attraverso profeti e sapienti. I discepoli, avendo visto e ascoltato Cristo, non possono tacere ciò che hanno sperimentato. Quando Matteo scrive il suo Vangelo, i cristiani stanno già subendo persecuzioni, soprattutto da parte di alcuni ambienti ebraici. Questo insegnamento serve quindi a rafforzare la loro fedeltà. Se oggi esiste la Chiesa, è anche perché quei primi credenti hanno superato la paura e sono rimasti saldi nella fede. Nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Gesù distingue due tipi di pericolo: La morte fisica, che i discepoli possono subire a causa della persecuzione. La morte spirituale, molto più grave, che consiste nel separarsi da Dio. Per questo dice: “ Non temete quelli che uccidono il corpo” » ma piuttosto chi può portare l’uomo a perdere la sua comunione con Dio. La vera paura deve essere quella di abbandonare la missione cedendo alla tentazione dell’infedeltà. Per rassicurare i suoi discepoli, Gesù ricorda loro che sono costantemente sotto la protezione del Padre: nessun passero cade a terra senza che Dio lo sappia e perfino i capelli del loro capo sono contati. Dio conosce e custodisce ciascuno personalmente. Gesù promette inoltre che chi lo riconoscerà davanti agli uomini sarà riconosciuto da Lui davanti al Padre. Essere cristiani significa perciò  dichiararsi uniti a Cristo non solo a parole, ma con la vita poiché con il Battesimo siamo innestati in Lui e partecipiamo alla sua relazione con il Padre. Per questo San Paolo può affermare che nulla potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo. Quando Gesù dice: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre”, non pronuncia una condanna definitiva, ma ricorda la libertà umana. Come Pietro, che negò Gesù durante la Passione, anche chi si allontana può sempre tornare. E Cristo, come fece con Pietro dopo la risurrezione, continua a porre una sola domanda: Mi ami tu? Il discepolo di Cristo può incontrare ostilità e persecuzioni, ma non deve temere. La vera minaccia non è perdere la vita terrena, bensì allontanarsi da Dio. Chi rimane fedele a Cristo vive nella certezza che nulla potrà separarlo dal suo amore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Giu 11, 2026

11a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

11ma Domenica del tempo Ordinario  (anno A)  [14 Giugno 2026]

 

Prima Lettura dal libro dell’Esodo (19,2-6a)

Questo brano dell’Esodo descrive il momento in cui Dio sta per stabilire l’Alleanza con Israele sul Sinai. Prima di dare i comandamenti, Dio ricorda al popolo ciò che ha già fatto per lui: lo ha liberato dall’Egitto e lo ha sempre guidato con amore e cura. L’immagine dell’aquila che porta i piccoli sulle proprie ali esprime bene il modo in cui Dio accompagna il suo popolo: non per renderlo dipendente, ma per educarlo alla libertà, come un genitore che insegna ai figli a camminare da soli. Anche il Deuteronomio presenta Dio come un’aquila che protegge, sostiene e istruisce i suoi piccoli. Su questa esperienza di amore e liberazione si fonda l’Alleanza: la fiducia del popolo nasce dal fatto che Dio ha già dimostrato la sua fedeltà. Per questo, nella Bibbia, la liberazione precede sempre i comandamenti. Dio promette a Israele: Sarete la mia proprietà particolare fra tutti i popoli, perché tutta la terra appartiene a me; sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. L’elezione di Israele non è pertanto un privilegio da vantare, ma una missione ricevuta per imparare ad amare. Israele è stato scelto non perché più forte o numeroso, ma perché amato da Dio. Con il tempo, il popolo comprenderà meglio  che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, ma il Signore della terra. La vocazione di Israele è quindi universale: essere segno della presenza di Dio per tutti i popoli. L’espressione regno di sacerdoti, nazione santa” indica che tutto il popolo è consacrato a Dio. Questa idea sarà ripresa dal Cristianesimo: secondo l’apostolo Pietro, tutti i battezzati partecipano a un “sacerdozio regale” e sono chiamati ad annunciare le meraviglie di Dio. Il messaggio centrale è che Dio libera, educa alla libertà e chiama il suo popolo a vivere una relazione di fiducia con Lui, non come privilegio esclusivo, ma come servizio e testimonianza per il bene di tutti.

 

Salmo responsoriale (99/100) 

Questo Salmo è stato composto per accompagnare un sacrificio di ringraziamento nel Tempio di Gerusalemme. Già dalle sue parole emerge un clima liturgico: il popolo è invitato a lodare Dio, servirlo con gioia e ad entrare nella sua presenza per rendergli grazie. Il tema centrale del Salmo è pertanto l’Alleanza tra Dio e Israele. Ogni versetto richiama la memoria della liberazione dall’Egitto e dell’amore fedele con cui Dio ha scelto e guidato il suo popolo. Per Israele, rendere grazie significa anzitutto ricordare che Dio l’ha liberato quando era schiavo in Egitto e l’ha trasformato in un popolo. Ha stretto poi con questo popolo un patto di comunione. L’invocazione Acclamate il Signore, voi tutti della terra proclama che Dio è il vero Re e anticipa il giorno in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua signoria. Israele comprende così che la sua elezione non è un privilegio esclusivo, ma una missione al servizio di tutti i popoli. L’espressione Servite il Signore nella gioia” assume quindi un significato particolare: dopo essere stati schiavi in Egitto, gli Israeliti imparano che il servizio a Dio non è schiavitù, ma una libera risposta d’amore. Quando il Salmo afferma Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, non si riferisce anzitutto alla creazione dell’uomo, ma alla nascita di Israele come popolo dell’Alleanza. Dio ha dato identità e libertà a coloro che erano schiavi e dispersi. Le parole Noi siamo il suo popolo” richiamano la promessa fondamentale dell’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo si conclude celebrando due caratteristiche essenziali di Dio: il suo amore eterno e la sua fedeltà senza fine. Nella Bibbia, infatti, “amore e verità o fedeltà” sono le espressioni che meglio descrivono il rapporto di Dio con il suo popolo. Il credente è chiamato a riconoscere il Signore come unico Dio, ricordando con gratitudine la sua opera di liberazione e confidando nel suo amore e nella sua fedeltà che durano per sempre.

 

Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11) 

Per san Paolo, la venuta di Gesù Cristo segna una svolta decisiva nella storia dell’umanità. Prima di Cristo, l’uomo, schiavo del peccato, non era capace di ritrovare da solo la strada verso Dio e si allontanava sempre più da Lui. La grande notizia del Vangelo è che Cristo ci ha rimessi sulla via giusta. Paolo afferma che siamo stati giustificati e riconciliati con Dio non per i nostri meriti, ma per pura grazia. È un dono gratuito: Dio prende l’iniziativa e offre la salvezza a tutti attraverso Gesù Cristo. L’espressione “Cristo è morto per noi” non significa che Dio abbia voluto o richiesto la morte violenta del Figlio come compensazione per i peccati dell’umanità. Dio è amore e non agisce secondo una logica di debiti e pagamenti. La morte di Gesù va compresa come la conseguenza della sua totale fedeltà alla missione ricevuta: annunciare l’amore, il perdono, la nonviolenza e la misericordia di Dio. Come un uomo che rischia la vita per salvare gli altri, Gesù ha accettato il rischio di essere rifiutato. È stato ucciso dagli uomini, vittima dell’odio e della violenza, non per  volontà di Dio. Fino alla fine, però, ha continuato a testimoniare il perdono. Guardando alla croce, scopriamo allora il vero volto di Dio: non un Dio irato che cerca vendetta, ma un Dio di amore e di misericordia. In Gesù che perdona anche i suoi persecutori, si manifesta pienamente la bontà del Padre. La riconciliazione di cui parla Paolo consiste proprio nel superamento della sfiducia verso Dio, quella stessa sfiducia rappresentata da Adamo. Grazie allo Spirito Santo, l’uomo può finalmente vivere in pace con Dio e accogliere il suo amore. Per questo Paolo afferma che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori: attraverso Cristo siamo nuovamente introdotti nella comunione con Dio e diventiamo suoi figli. La salvezza dunque è un dono gratuito di Dio. La morte di Cristo non è un prezzo richiesto da Dio, ma la suprema testimonianza del suo amore e del suo perdono, che ci riconciliano con il Padre e ci aprono una vita nuova.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (9,36-10,8) 

Gli uomini dell’Antico Testamento avevano già scoperto che Dio è misericordioso, cioè si china sulla sofferenza umana. Mentre Gesù nel vangelo manifesta la stessa compassione, non si limita però a provare un sentimento di pietà, ma interviene concretamente per guarire e liberare. Per questo la missione di Gesù e dei suoi apostoli è anzitutto una missione di guarigione. Gesù annuncia il Regno di Dio e, nello stesso tempo, ne offre segni visibili: guarisce i malati, libera dagli spiriti maligni e ridona vita e speranza. Quando invia i discepoli, affida loro lo stesso compito: proclamate che il Regno è vicino e combattete il male in tutte le sue forme. Gesù è mosso da compassione non solo per le sofferenze individuali, ma anche per il popolo intero, che vede ”come pecore senza pastore”. In Lui si realizzano le promesse dell’Antico Testamento sul Messia-pastore che avrebbe radunato e guidato il suo popolo. Quando Gesù chiede agli apostoli di rivolgersi anzitutto alle pecore perdute della casa d’Israele, non esclude gli altri popoli, ma ricorda la missione particolare di Israele: essere il primo destinatario della salvezza e poi portarla a tutte le nazioni. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: in quest’espressione si riassume la vita del credente. Tutto ciò che riceviamo da Dio è infatti gratuito. La sua grazia non si compra e non si merita; è un dono d’amore. Tuttavia, spesso fatichiamo ad accettare questa gratuità e pensiamo di dover “guadagnare” il favore di Dio. Come Dio dona gratuitamente, così anche noi siamo chiamati a dare gratuitamente. Ciò significa aiutare, servire, amare e perdonare senza cercare ricompense, riconoscimenti o vantaggi personali. Addirittura Gesù invita i suoi discepoli ad amare senza condizioni persino i nemici e a non aspettare che gli altri meritino il nostro aiuto. Chi ha sperimentato il perdono gratuito di Dio è chiamato a diventare a sua volta strumento di perdono e di misericordia. Infine, Gesù insegna la fiducia: ha scelto apostoli molto diversi tra loro e ha affidato loro una grande missione senza pretendere garanzie. Così anche oggi Dio continua a chiamare persone fragili per collaborare alla sua opera. In fondo comprendiamo che il Regno di Dio si realizza malgrado le nostre fragilità e talora tradimenti. Si manifesta anche attraverso la guarigione, la compassione e soprattutto nella vittoria sul male. Chi ha ricevuto gratuitamente l’amore di Dio è chiamato a donarlo agli altri con la stessa gratuità, fiducia e misericordia, nella certezza che è Dio artefice di tutto e noi siamo solo strumenti nelle sue mani.

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

 

Giu 5, 2026

Corpus Domini

Pubblicato in Angolo della Pia donna

Solennità del Corpus Domini  [7 giugno 2026]

 

Prima lettura dal Libro del Deuteronomio (8,2-3.14b-16°)

ll testo richiama il popolo d’Israele a ricordare la lunga traversata del deserto dopo l’uscita dall’Egitto guidato da Mosè. I quarant’anni nel deserto furono segnati da fame, sete, povertà, serpenti, scorpioni e solitudine. Ma il punto centrale non è la sofferenza in sé: è la presenza fedele di Dio nel mezzo delle prove. Dio nutrì il popolo con la manna; fece scaturire acqua dalla roccia; protesse Israele durante il cammino; concluse l’Alleanza sul Sinai. Le prove del deserto vengono presentate come una “pedagogia” divina: Dio educa il suo popolo come un padre educa il figlio. Attraverso la fragilità, Israele impara due verità: la propria povertà e dipendenza, e nel contempo la costante cura di Dio. Il messaggio fondamentale è che l’uomo non vive solo di pane, ma di tutto ciò che viene da Dio: la sua Parola, il suo Spirito, la sua presenza. Il testo insiste anche sul dovere della memoria: “Ricòrdati”, “non dimenticare”. Ricordare significa restare fedeli alle proprie radici e all’Alleanza. Dimenticare Dio porta all’idolatria e alla schiavitù di altri poteri. Quando Israele si stabilirà nella terra promessa di Canaan, il pericolo non sarà più il deserto, ma il benessere e l’oblio. Per questo l’obbedienza ai comandamenti diventa essenziale. L’ultima parte propone un’immagine significativa: la memoria è come le radici di un albero; un popolo senza memoria muore spiritualmente; il futuro dipende dalla fedeltà alle proprie radici. Infine il testo collega tutto a Gesù Cristo, che nel deserto riprende le parole del Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane”. Nella festa del Corpo e Sangue di Cristo, il credente è invitato ad accogliere Dio dentro di sé. La memoria di un popolo (o di una comunità, o di una coppia) è un po’ come le radici di un albero: oggi si vede l’albero, non si vedono le radici… eppure vive solo grazie a esse e deve tutto a esse in un certo senso. Immaginate un albero che dicesse: “mi separo dalle mie radici, mi impediscono di spostarmi, peggio, mi impediscono di volare. Il seguito della storia si sarebbe la morte dell’albero. Nel senso vero del termine, il futuro dell’albero sta nelle sue radici. Quando Mosè dice al suo popolo “Ricordati” o “non dimenticare”, è come se gli dicesse “non tagliarti le tue radici”, “il tuo futuro sta nella tua fedeltà alle radici”. Mosè non si volta al passato per sentimento; ma è proprio perché è tutto proteso verso il futuro che si preoccupa della fedeltà alle radici. Dice qualcosa come: ‘Se vuoi essere ancora in piedi domani, non dimenticare oggi ciò che sei e grazie a chi lo sei’. Di secolo in secolo, Israele si è costruito restando fedele alle sue radici. Gesù, a sua volta, per resistere al tentatore, ha ripreso semplicemente le parole del Deuteronomio: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Mt 4,4).

 

Salmo Responsoriale Salmo 147/148 

Glorifica il Signore, Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Bisogna cogliere questo parallelismo: Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa. E, d’altronde, quando si parla di Sion o di Gerusalemme, qui, più che della città, si tratta degli abitanti, cioè del popolo d’Israele in definitiva. L’espressione: “Glorifica il Signore Gerusalemme!” può essere datata facilmente: siamo al ritorno dall’esilio a Babilonia, quindi alla fine del VI secolo quando fu necessario ricostruire la città e risollevare il Tempio. Senza l’aiuto di Dio nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile: Egli ha rafforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme! Nel salmo precedente, Dio è chiamato il “costruttore di Gerusalemme” e il “raccoglitore dei dispersi d’Israele” (Sal 146/147 A,2). Ma non si tratta soltanto di un lavoro da architetto che Dio ha compiuto: questo ritorno alla patria è una vera restaurazione del popolo, una vita nuova sta per cominciare; una vita nella pace e nella sicurezza: “Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento”. In esilio si è mangiato il pane delle lacrime e dell’amarezza; il ritorno alla patria è il tempo dell’abbondanza. Il secondo accento molto forte di questo salmo è la coscienza acuta del privilegio che rappresenta l’elezione d’Israele: il Signore non ha fatto così per nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere ad esse le sue leggi. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio: egli ti ha scelto per essere il suo popolo, il suo possesso particolare fra tutti i popoli della terra (Dt7,6; 10,15). Si tratta di una scelta libera e inspiegabile di Dio di cui non si cessa mai di meravigliarsi e di rendere grazie. A vista umana, questa scelta non si spiega; l’unica spiegazione che Mosè abbia trovato è perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro discendenza e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua presenza e la sua grande potenza (cf Dt 4,37). È dunque semplicemente una storia d’amore senza altra spiegazione. All’origine Israele non avvertiva di vivere un’Alleanza esclusiva con il Dio del Sinai e pensava che altri popoli avessero i propri dèi protettori: Israele non era ancora monoteista, ma “monolatra” (si dice anche “enoteista”), cioè rendeva culto a un solo Dio, il Dio del Sinai,  che lo aveva liberato dall’Egitto. Divenne realmente “monoteista” solo durante l’esilio a Babilonia (nel VI secolo a.C.). Avvenne allora un nuovo salto nella fede insieme alla scoperta dell’universalismo: se il Dio del Sinai era l’unico Dio, allora era anche il Dio di tutti i popoli. Tuttavia l’elezione d’Israele non veniva per questo smentita, come si vede in alcuni testi del profeta Isaia: “Tu, Israele, mio servo che ho scelto, discendenza di Abramo mio amico…Non temere, perché io sono con te…io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is41,8-10). Sempre Isaia seppe far comprendere ai suoi contemporanei che la loro elezione assumeva ormai un altro volto, quello di una vocazione al servizio degli altri popoli per essere presso di loro testimoni di Dio. “Ti rendo luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is49,6).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (10,16-17)

In questo testo Paolo inquadra tutto con due ammonizioni: “Carissimi, fuggite l’idolatria” (v. 14) “Vogliamo provocare la gelosia del Signore?” (v. 22) Nella Bibbia la “gelosia” di Dio è sempre un avvertimento contro l’idolatria.   A Corinto alcuni cristiani, convertiti dal paganesimo, erano tentati di continuare a partecipare ai banchetti sacri nei templi degli idoli facendo sacrifici di animali. Per Paolo non ci sono mezze misure: o si entra in comunione con il Dio vivente nell’Eucaristia, o si cerca un’altra comunione. Non si può partecipare “alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni”. Altra questione pratica era se un cristiano poteva mangiare la carne dei sacrifici idolatrici venduta al mercato. Paolo risponde che si può magiare perché gli doli non esistono e allora non carne sacra , tuttavia occorre evitare di scandalizzare chi è  debole nella fede.

Insiste poi sul pasto cristiano dell’Eucaristia che è al contrario comunione reale con Cristo Paolo insiste sul significato del pasto cristiano e si chiede: forse che il calice della benedizione non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» La parola greca è koinonia: comunione, partecipazione intima, appartenenza reciproca.   Cristo stesso, nell’Ultima Cena, ha parlato di “Alleanza nuova nel mio sangue”. e nell’Alleanza biblica c’è appartenenza reciproca: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Tutta la Liturgia eucaristica è il luogo dove l’Alleanza si compie.  L’Eucaristia è un pasto di comunione come nei culti antichi, ma cambia il valore del sacrificio. Dio non chiede più l’uccisione di animali, ma il dono della vita: “Sacrificio e offerta non gradisci, [...] allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39/40).   Cristo ha offerto tutta la sua vita. e, partecipando all’Eucaristia, uniamo la nostra vita alla sua per offrirla al Padre. Paolo osa dire: “Il pane che spezziamo è comunione con il corpo di Cristo”, cioè formiamo un solo corpo con Lui, e per questo possiamo vivere come Lui. Sant’Agostino lo riassume: “Diventate ciò che ricevete, ricevete ciò che siete”. Ricevendo il Corpo e Sangue di Cristo diventiamo, a nostra volta, vite offerte per la nascita di una umanità nuova; scelta esclusiva perché non si può servire Dio e gli idoli e, nella logica del dono, 

il sacrificio cristiano è offrire la propria vita unita a quella di Cristo. Diventiamo pane spezzato per gli altri per cui, in una sola frase: comprendiamo che l’Eucaristia è il luogo dove il Dio trascendente si fa intimamente a noi vicino e ci trasforma in dono per il mondo. 

 

Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)

 Qui c’è un discorso inaccettabile che però è parola di Vita. Dopo il discorso sul Pane di vita molti discepoli abbandonano Gesù. Le sue parole sono umanamente incomprensibili. Gesù allora si rivolge direttamente ai Dodici: “Volete andarvene anche voi? e Pietro risponde: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. È il paradosso della fede: queste parole non si spiegano a rigor di logica, ma soltanto vivendole e la lezione è chiara: non è sui libri che si capisce cosa è l’Eucaristia, ma partecipandovi e lasciandosi coinvolgere nel mistero di Cristo. La parola “vita” torna ripetutamente in questo discorso: “Il pane che io darò è la mia carne, data per la vita del mondo” e, come si legge nella Lettera agli Ebrei: “entrando nel mondo Cristo dice «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». E la volontà di Dio è che il mondo abbia la vita.  È un dono gratuito, come già Isaia aveva annunciato: “Voi tutti assetati, venite all’acqua… comprate senza denaro, senza pagamento» Is55,1-3) perché ciò che ci fa vivere è il dono della vita di Cristo, cioè il suo sacrificio. La pedagogia biblica sul sacrificio mostra una progressiva conversione: dall’idea di sacrifici cruenti, anche umani, al divieto assoluto dei sacrifici umani per accettare il sacrificio come offerta di pane e vino (Melchisedek Gn14,18). I Canti del Servo fanno inoltre comprendere che il vero sacrificio è donare la vita per gli altri. E Gesù dice che la sua vita è data tutta per gli uomini. Il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo abbia la vita. Nel sacrificio eucaristico, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, Cristo rimane in noi e noi in lui; in Gesù dunque accogliamo la vita stessa di Dio: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia me vivrà per me”. La conversione indispensabile è passare dal “fare il sacro” cioè offrire delle cose a Dio ad imparare ad accogliere la Vita che Dio ci dà in Cristo, per diventare a nostra volta vita donata agli altri. In sintesi: l’Eucaristia non si spiega ma va vissuta perché è il dono della vita di Cristo che ci fa entrare in Lui, ci trasforma e ci rende capaci di donare la vita per il mondo. Una nota finale: la parola carne che qui Gesù utilizza equivale a “vita” e si può quindi leggere che l’Eucarestia è la vita sua data perché il mondo abbia la vita. Come? Attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Immersi nel mistero pasquale con l’Eucarestia, ognuno di noi è  chiamato ad accogliere la vita che Dio ci dona per essere a nostra volta Eucarestia, dono della vita per tutti.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Mag 27, 2026

Ss Trinità

Pubblicato in Angolo della Pia donna

Solennità della Santissima Trinità (anno A)  [31 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro dell’Esodo (34, 4-6.8-9)

Il testo presenta uno dei momenti più preziosi della rivelazione biblica: Dio parla di sé e proclama il proprio nome davanti a Mosè, che si prostra riconoscendo la grandezza di ciò che ascolta. Dio si definisce «il Signore (YHWH), Dio tenero e misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Questo nome, già rivelato nel roveto ardente, è il fondamento della fede d’Israele. Già allora Dio aveva mostrato il suo volto: vede la miseria del suo popolo in Egitto, ascolta il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende per liberarlo, suscitando in Mosè la forza necessaria. Questo significa che l’uomo non è mai solo nella prova: Dio è presente, accompagna e sostiene. La Pasqua ebraica ricorda ogni anno questo intervento liberatore. Nel testo odierno si compie però un passo ulteriore: Dio non prova soltanto compassione, ma ama profondamente. Il suo “passare” davanti a Mosè richiama il passaggio durante l’Esodo: ogni volta che Dio passa, libera. Questa seconda rivelazione è ancora più importante perché libera l’uomo dalle false immagini di Dio. Non è l’uomo ad aver inventato un Dio buono: è Dio stesso che si è rivelato così in modo inatteso. Mosè comprende bene il significato di “lento all’ira” e chiede perdono per il popolo, consapevole della sua infedeltà. Israele è descritto come “popolo dalla dura cervice”, immagine presa dal giogo agricolo: come animali che resistono al giogo, così il popolo fatica a camminare al passo con Dio nell’alleanza. Nonostante ciò, Mosè confida che Dio continuerà a perdonare e a mantenere il popolo come sua eredità. Infine, la fedeltà (“verità”) di Dio rimane il fondamento della speranza: Egli non abbandona il suo popolo e non dimentica l’alleanza. Per questo Israele resta il popolo eletto e, come ricorda anche il Nuovo Testamento, Dio rimane sempre fedele, anche quando l’uomo è infedele.

 

Salmo Responsoriale Cantico di Daniele (3,52-56)

Per comprendere il libro di Daniele, si può usare un paragone moderno: negli anni ’80, durante la dominazione sovietica in Cecoslovacchia, una giovane attrice mise in scena un’opera su Giovanna d’Arco. In apparenza parlava della Francia del XV secolo, ma tra le righe il messaggio era chiaro: come Giovanna, anche il popolo ceco poteva resistere all’oppressione. Allo stesso modo, il libro di Daniele, scritto nel II secolo a.C. durante la persecuzione del re greco Antioco IV Epifane è un testo di resistenza. Racconta storie ambientate in epoca più antica, sotto il re babilonese Nabucodonosor, ma in realtà parla della situazione contemporanea dell’autore. Il suo scopo è incoraggiare i fedeli a rimanere saldi, fino al martirio. Un episodio centrale è quello dei tre giovani Sidrac, Misac e Abdenago, condannati a essere bruciati vivi per aver rifiutato di adorare una statua. Gettati in una fornace ardente, sono miracolosamente salvati: le fiamme uccidono i loro carnefici, mentre essi camminano indenni nel fuoco, lodando Dio. Il miracolo più grande è però la loro fede: riconoscono i peccati del popolo e si affidano umilmente alla misericordia di Dio. Nel loro canto proclamano: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri”. È un richiamo all’alleanza con Abramo, Isacco e Israele, alle promesse divine e alla storia di salvezza, ma anche ai continui perdoni di Dio nonostante le infedeltà del popolo. Quando si parla del “Nome” di Dio, si indica Dio stesso con rispetto. Il riferimento al “tempio santo” riflette il contesto storico della persecuzione: anche quando il culto viene profanato, si afferma che Dio solo è il vero Signore. Le immagini del trono e dei cherubini richiamano il Santo dei Santi del Tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è un messaggio di speranza: anche nelle prove più dure, Dio è presente e il male non avrà l’ultima parola. Il canto diventa così un inno di fiducia e di vittoria: nonostante la violenza e la persecuzione, la fede resta salda. Questo messaggio di resistenza e speranza rimane attuale anche oggi.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti (13,11-13)

L’ultima frase: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, è la formula con cui inizia la celebrazione eucaristica, e non è un caso: san Paolo conclude così la seconda lettera ai Corinzi, riassumendo l’intero progetto di Dio. Questa espressione, pronunciata dal celebrante a nome di Dio, indica che Dio invita l’umanità a entrare nella sua intimità, cioè nella comunione d’amore della Trinità. “Grazia”, “amore” e “comunione” esprimono la stessa realtà: la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il verbo al congiuntivo “siano con voi” non indica un dubbio su Dio, che è sempre fonte di perdono, benedizione e presenza, ma richiama la libertà dell’uomo: Dio offre continuamente il suo amore, ma l’uomo è libero di accoglierlo o rifiutarlo. Questa chiara espressione della Trinità è rara nella Bibbia e segna il compimento della rivelazione in Gesù Cristo. Da qui nascono le esortazioni di Paolo, a cominciare dalla gioia: “Fratelli, siate nella gioia”. Nella Bibbia la gioia è legata all’esperienza della liberazione, come alla fine di una guerra o il ritorno dall’esilio, quando il popolo sperimenta la salvezza di Dio. Queste liberazioni che avvengono nella storia anticipano la gioia definitiva promessa da Dio, quella di una creazione nuova. Gesù stesso parla di questa gioia piena e definitiva al termine del suo discorso nell’ultima cena: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” e promette una gioia che nessuno potrà togliere, anche attraverso le prove. La seconda esortazione di Paolo riguarda l’unità e la pace: “Siate concordi… vivete in pace”. L’unità tra i credenti è essenziale, perché è la testimonianza di Dio al mondo ed è l’eco della preghiera di Gesù: “Che siano una cosa sola”. Paolo insiste su un’unica fede, un solo Signore, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. Questa comunione si esprime anche nel gesto liturgico del bacio di pace, già presente nelle prime comunità cristiane. Testimonianze antiche, come quella di san Giustino e di sant’Ippolito, mostrano come questo gesto fosse parte integrante della celebrazione, segno concreto di unità e fraternità.

 

Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: in questa frase si esprime il grande passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Che Dio ami l’umanità era già noto, ed era la grande scoperta di Israele; la novità è il dono del Figlio per la salvezza di tutti. Dio ha tanto amato il mondo… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Secondo il Vangelo di Giovanni, basta credere per essere salvati: chi accoglie Cristo diventa figlio di Dio e possiede già la vita eterna. Questa “vita eterna” è la vita dello Spirito ricevuta nel Battesimo: è la vera salvezza, cioè vivere in pace con sé stessi, con gli altri, come fratelli tra gli uomini e figli di Dio. Per essere salvati basta rivolgersi a Gesù, lasciarsi trasformare da lui, passare da un cuore di pietra a un cuore di carne. In linguaggio biblico: “alzare lo sguardo verso di lui”. È una notizia straordinaria, se presa sul serio perché sul volto del Crocifisso si rivela il vero volto di Dio Nel volto di Cristo crocifisso, che dona liberamente la vita, l’umanità scopre infatti il vero volto di Dio: non un Dio dominatore o vendicatore, ma un Dio che è amore e misericordia. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. Ciò che è richiesto è solo la fede: credere in Dio che salva per essere salvati. Nei Vangeli, infatti, Gesù ripete spesso: “La tua fede ti ha salvato”. L’evangelista Giovanni collega questo mistero alla profezia di Zaccaria: guardare colui che è stato trafitto porta alla conversione e alla purificazione. Questa visione ritorna anche nell’Apocalisse: tutti vedranno colui che hanno trafitto. L’espressione Figlio unico indica che Gesù è la pienezza della grazia e della verità, l’unica fonte della vita eterna e il capo dell’umanità nuova. Il progetto di Dio è che tutta l’umanità sia unita in Cristo e partecipi alla vita della Trinità: questa è la salvezza, la vera vita, già presente fin d’ora. La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo: conoscere Dio significa riconoscerlo come misericordia ed entrare in contatto profondo con lui secondo il significato che “conoscere “riveste in san Giovanni. “Evitare il giudizio” significa evitare la separazione da Dio: basta credere nel suo perdono. Come nelle relazioni umane, se si crede nel perdono si può tornare e riconciliarsi; se non si crede, si resta chiusi nel proprio errore. Così anche con Dio. Dio offre la salvezza, ma non la impone e l’uomo resta sempre libero. Chi crede si salva; chi rifiuta la fede si autoesclude. Lo mostra in maniera straordinaria il buon ladrone quando si rivolge a Gesù crocifisso insieme a lui. Pur avendo vissuto una vita sbagliata, all’ultimo istante prima di morire si affida a Gesù e riceve una sorprendente promessa: Oggi stesso sarai con me nel Paradiso.

 

+Giovanni D’Ercole

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We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)
Faith is more than just empirical or historical facts; it is an ability to grasp the mystery of Christ’s person in all its depth [Pope Benedict]
La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità [Papa Benedetto]
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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