Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
18a Domenica T.O. (anno A) [2 agosto 2016]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 1-3)
Siamo al termine del secondo libro di Isaia, tutto rivolto alla fine dell’Esilio e al ritorno nella terra promessa, per questo chiamato “libro della consolazione d’Israele”. Il cap. 54 annuncia il ritorno tanto atteso e questo capitolo precisa con quale spirito rientrare. Sono quattro i temi maggiori evocati. Primo tema: la gratuità dei doni di Dio:“venite, comprate senza pagare”. Il più difficile da accettare talora è proprio la gratuità. Si pensa a meriti e dignità da riconquistare per presentarci davanti a Dio, mentre la misericordia si china sui peccatori pentiti. Isaia afferma:“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (55,8-9). Diceva Voltaire: “Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e l’uomo gliel’ha resa bene”. Aveva ragione perché talora si immagina un Dio dagli stessi nostri sentimenti – che si vendica e punisce - mentre nella Bibbia Dio mostra sempre un’abbondanza totalmente gratuita e generosa da poter dire che al supermercato di Dio, tutto è sempre gratuito. Ma se tutto è gratuito, noi possiamo fare il bello e il cattivo tempo? Sicuramente no, perché se siamo colpiti dall’amore di Dio, il cuore cambia e cominceremo a somigliargli. In una società fondata più sul commercio che sul servizio, i cristiani devono far germogliare il regno della gratuità perché se usciamo dal registro della gratuità, siamo lontani dalle vie di Dio. Il secondo tema è la lotta contro l’idolatria, tentazione che rinasce sempre. Solo Dio detiene le chiavi della nostra felicità e libertà e, con Lui, tutto è dato. Basta fidarsi. Terzo tema è l’ascolto, la fiducia – “prestate orecchio e vivrete” “Porgi l’orecchio e vieni a me, ascolta e vivrai” (55,3). Si presta ascolto a tanta pubblicità commerciale, perché non convince questa pubblicità di Isaia, a nome di Dio, segnata dalla gratuità? La via della gratuità sta al di sopra delle nostre vie di calcolo e di “do ut des”, Quarto tema: la fedeltà di Dio all’Alleanza , altra linea forte delle prediche del secondo Isaia: esiliati, si temeva di essere abbandonati da Dio per sempr e invece il suo amore è totalmente gratuito e senza condizioni, e non mette mai in discussione la sua Alleanza; anzi la rinnova a ogni istante.
Salmo responsoriale (144/145)
Il Salmo 144/145 è salmo alfabetico di lode all’Alleanza. La prima lettura di questa domenica dice la gratuità e l’abbondanza dei doni di Dio; questo salmo non dice altro che questo! È un salmo alfabetico, acrostico: ha tanti versetti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, ogni versetto inizia con una lettera alfabetica. Questo stile di composizione ha un senso preciso, sempre lo stesso: dire a Dio la riconoscenza dei credenti per il dono dell’Alleanza. Non stupisce quindi trovare in questo salmo l’evocazione di tutti gli aspetti dell’Alleanza: la scoperta straordinaria di un Dio insieme onnipotente e vicino all’uomo. Il libro della Sapienza lo diceva chiaro: “Tu, Signore, che disponi della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi puoi usare la forza” (12,16-18). Prima del libro della Sapienza, altri testi dell’AT avevano detto con forza la grandezza e la bontà di Dio. In apertura il v.8 del salmo è l’eco della rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6); il roveto ardente: Es 3,1-6 è la doppia rivelazione: Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente mentre pascolava il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian (Cf Es3,7). Di si rivela sempre compassionevole e misericordioso = letteralmente “cuore aperto alle nostre miserie”, che parteggia per chi è nella miseria. Mosè, che prima si era velato il volto, capisce che non deve aver paura. “Il mio popolo” è richiamo all’Alleanza con il popolo da Abramo. Come aveva visto la miseria di Abramo, anziano senza figli, Dio ha visto la miseria del suo popolo. In conclusione questo salmo, come il racconto dell’Esodo, è importante per la fede d’Israele e quindi per la nostra: mostra la doppia Rivelazione che Dio è insieme il Tutto-Altro, ET il Tutto-Vicino. È il Tutto-Altro, che si avvicina solo con timore e rispetto, e insieme il Tutto-Vicino, che vede la miseria del suo popolo e suscita un liberatore. Nei versetti scelti dal Sal 144/145 per questa domenica, l’accento è messo su questa tenerezza di Dio, una convinzione che irriga per sempre la fede degli ebrei e la nostra, come riempiva il cuore di Gesù di Nazareth.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 35. 37-39)
Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio: con quest’affermazione si chiude lil cap. 8 che leggiamo da diverse settimane, in cui Paolo si meraviglia dell’amore di Dio. Al cap. 5 aveva detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Qui lascia libero corso all’esultazione che riempie il cuore dei credenti quando realizzano l’opera di Dio per loro: “Dio, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”( Rm 8,32). Da ora nessuno può spezzare l’Alleanza così stretta tra Dio e noi. Come dice la prima Preghiera Eucaristica della riconciliazione, “con le braccia tese sulla croce hai disegnato tra cielo e terra il segno indelebile dell’alleanza”. Da ora, ogni tentativo di separazione è destinato al fallimento. Paolo riprende uno dei temi maggiori della Scrittura: tutta la posta in gioco della vita dei figli di Adamo è restare attaccati a Dio, senza asciarsi separare da Lui dal Tentatore. Gesù nel deserto ha conosciuto l’offensiva del Tentatore che gli suggeriva potere, facilità, onori. Pietro stesso ha tentato Gesù per farlo fuggire dalla persecuzione inevitabile. Ma nulla, né la fame né i miraggi del successo, potevano separare il Figlio dal Padre. A loro volta Paolo e gli altri apostoli attingono dallo Spirito di Cristo la forza per restare innestati in Lui. Paolo ci consegna qui una grande professione di fede: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita… nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, Signore nostro” (Rm 8,38-39.) Non è orgoglio, è certezza di fede: Paolo non considera un minuto che il merito di questa fedeltà spetti a lui. Quando afferma “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”, la parola importante è “grazie” a Lui. La sua dichiarazione somiglia a quella del profeta Isaia sul Servo di Dio: “Il Signore Dio mi viene in aiuto; per questo non resto confuso”(Is 50,7).
Dal Vangelo secondo Matteo (14,13 -21)
L’episodio della moltiplicazione dei pani segue subito l’annuncio dell’esecuzione di Giovanni Battista. Matteo racconta la morte di Giovanni e conclude: “I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù”(14,12). La prima reazione di Gesù, che sembra prudenza, è la ritirata: “Avuta questa notizia, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte” (14,13). Ma è subito raggiunto dalle richieste della folla e “ne ebbe compassione” letteralmente “fu preso alle viscere” dice Matteo. Gesù umanamente compie una folle imprudenza. Imprudenza politica perché la saggezza in quel momento era farsi dimenticare poiché la sua popolarità gli attirerà l’odio dei capi farisei; follia perché insensato credere che cinque pani e due pesci bastino a sfamare una tale folla. I discepoli, realisti, lo fanno notare, ma Gesù dice imperturbabile: “Date loro voi stessi da mangiare”(14,16). Questo episodio fa pensare al profeta Eliseo, nel Regno del Nord, 800 anni prima, di cui tutti conoscevano la storia. In piena carestia, un fedele aveva portato in offerta le primizie del raccolto: venti pani d’orzo che normalmente spettavano a Eliseo, ma lui, viste le circostanze, decise di farne beneficiare tutti. Venti pani erano troppi per un solo profeta, ma erano ridicoli per gli affamati attorno a lui: il testo dice che c’erano cento persone. Eliseo aveva detto al servo: “Dallo da mangiare alla gente”, ma il servo aveva visto che i conti non tornavano: “Come posso metterlo davanti a cento persone?”. E il profeta insiste: “Dallo da mangiare alla gente. Poiché dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà”. E il servo distribuì: “Quelli mangiarono e ve ne avanzò, secondo la parola del Signore”(2Re 4,42-44). Anche in questo miracolo si nota la sproporzione tra il numero dei commensali, i pochi pani e pesci a disposizione e la raccolta degli avanzi. Matteo tiene a notare: “Tutti mangiarono a sazietà; e dei pezzi avanzati portarono via dodici ceste piene” (14,20.) Che cosa hanno in comune Gesù ed Eliseo? Qual è il loro segreto? Anzitutto, entrambi credono possibile la condivisione, qualunque sia il numero dei commensali, perché entrambi si affidano a Dio. In comune anche la menzione degli avanzi e la precisione “tutti mangiarono a sazietà”. Questo miracolo fa pensare al dono della manna nell’Esodo: “Vi sazierò di pane e saprete che io sono il Signore vostro Dio” (Es 16,12.). Gesù, come scrive l’evangelista, era partito per un luogo deserto in disparte in cerca di un po’ di tranquillità, ma accetta di lasciarsi raggiungere, di farsi prossimo della gente e questo lo porta a commettere la folle imprudenza di cui parlavo all’inizio. I discepoli di tutti i tempi sono a loro volta invitati a nutrire questa imprudente follia: basta cioè avere fede per ricordare che la condivisione fa miracoli. E occorre imparare a rallegrarsi della propria indigenza perché è il luogo privilegiato dell’azione di Dio. Quando riconosciamo la nostra impotenza, allora chiamiamo Dio in nostro aiuto, e questa è sempre la prima cosa da fare. Se la prima lettura, tratta da Isaia, proclama l’abbondanza e la gratuità dei doni di Dio, la moltiplicazione dei pani di Gesù ne è una magnifica illustrazione.
+Giovanni D’Ercole
17a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [26 luglio 2026]
Prima Lettura dal primo libro dei Re (3, 5.7-12)
Questo brano del primo libro dei Re racconta la prima grande celebrazione del regno di Salomone, successore di Davide sul trono di Gerusalemme. Dopo l’incoronazione, Salomone si reca al santuario di Gabaon per offrire un grande sacrificio e lì pronuncia una preghiera che diventerà un modello per tutto Israele.
Tuttavia, il contesto storico mostra che Salomone non era un uomo perfetto. La sua ascesa al trono fu segnata da lotte dinastiche, intrighi politici e violenze. Pur essendo uno dei figli più giovani di Davide, riuscì a ottenere il potere grazie alle rivalità tra i fratelli maggiori e all’intervento decisivo di sua madre Betsabea. Dopo l’incoronazione eliminò rapidamente gli oppositori. Perciò la sua celebre sapienza non era una qualità innata, ma un dono ricevuto da Dio. La vera sapienza appare così come il bene più prezioso. Giunto al potere, Salomone comprese la difficoltà di governare. Questa consapevolezza rappresenta il primo segno della sua saggezza. Egli riconobbe che il bene più prezioso non è la ricchezza o il potere, ma la sapienza, e che viene solo da Dio. Nella sua preghiera si presenta con umiltà: Sono un giovane inesperto; dona al tuo servo un cuore attento per governare il tuo popolo e distinguere il bene dal male. La sua richiesta ricorda il tesoro nascosto e la perla preziosa di cui parlerà Gesù nel Vangelo (Mt 13,44-46): la sapienza vale più di ogni altro bene. Ecco un insegnamento per tutti coloro che governano. La seconda lezione riguarda non solo i re, ma chiunque eserciti un’autorità. Salomone non chiede vantaggi personali, lunga vita, ricchezze o vittoria sui nemici. Chiede soltanto ciò che è necessario per servire il popolo affidatogli. In questo dimostra di aver compreso l’ideale della monarchia d’Israele: il sovrano non deve cercare il proprio interesse, ma il bene e la sicurezza del popolo. I profeti, a partire da Natan, ricordarono costantemente questa missione ai re d’Israele. La risposta di Dio è generosa: apprezza il disinteresse della richiesta e risponde concedendo a Salomone un cuore saggio e intelligente, superiore a quello di tutti gli altri re; dandogli la capacità di discernere e governare con giustizia; inoltre concedendogli ciò che non aveva chiesto: ricchezza, gloria e prestigio. Questo rivela la generosità di Dio: chi cerca anzitutto la sua volontà riceve anche altri doni in aggiunta. Il tema richiama l’insegnamento di Gesù: «Cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Mt 6,33).
Salmo responsoriale (118/119)
Nella prima Lettura Salomone, all’inizio del suo regno, aveva capito la cosa essenziale: la vera sapienza è il tesoro più prezioso e non può venire che da Dio.
Lo stesso continua nel salmo: La legge della tua bocca per me è più preziosa di migliaia d’oro e d’argento. E il salmista aggiunge: “Come sono stupendi i tuoi comandamenti, perciò io li osservo!”. Per il credente la fedeltà ai comandamenti è dolcezza, non peso. Questo salmo è una litania d’amore per la Legge; i versetti di oggi sono solo una strofetta di un salmo lunghissimo: 176 versetti = 22 strofe da 8 versetti ciascuna. Perché 22 strofe? Perché nell’alfabeto ebraico ci sono 22 lettere. Ogni strofa è un “acrostico”: tutti gli 8 versetti iniziano con la stessa lettera, e le strofe seguono l’ordine alfabetico da Alef a Tav. Non è virtuosismo letterario. È una vera professione di fede: un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che sono i comandamenti. Più che “salmo”, è una litania in onore della Legge. Ci suona strano, ma è così. Nella Bibbia amare la Legge è amare il dono del Padre per questo il credente biblico ama davvero la Legge. I comandamenti non sono subiti come dominio di Dio su di noi, ma come consigli, gli unici consigli validi per vivere felici. Quando l’uomo biblico lo dice, lo pensa con tutto il cuore. E la Legge non è subita come dominio, è accolta come regalo che Dio fa al suo popolo per metterlo in guardia da tutte le false strade. Si dice che Dio “dona” la sua Legge ed è proprio considerata un “dono”. Dio non si è limitato a liberare Israele dalla schiavitù d’Egitto. Dando la sua Legge, Dio ha dato in qualche modo il “manuale d’uso” della libertà. La Torah è espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Se Dio è Amore, la sua Legge porta all’amore. Non si è aspettato il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che la Legge ha un solo scopo: condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore fraterno dal Deuteronomio (Dt 6,4), al Levitico (Lv 19,18). Il famoso rabbino Hillel, vissuto dal 70 a.C. al 10 d.C., diceva: “Quello che detesti per te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, il resto è spiegazione. Va’ e studia”. Diceva anche: “Non giudicare il prossimo finché non sei al suo posto”. Gesù è sulla stessa linea: i due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo sono il riassunto di tutta la Legge. E la Regola d’oro la riprende così: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” Mt 7,12. Infine, questo salmo somiglia a una litania: dopo i primi 3 versetti che affermano la felicità dei fedeli alla Legge, i restanti 173 versetti si rivolgono direttamente a Dio, ora in tono contemplativo ora supplice: Apri i miei occhi perché io veda le meraviglie della tua Legge (v.18) e la litania continua ripetendo quasi sempre le stesse formule. In ebraico, in tutte le strofe tornano 8 parole sempre uguali per descrivere la Legge: Legge, Parola, Precetti, Statuti, Comandamenti, Giudizi, Promesse, Vie. Solo gli innamorati si ripetono così senza stancarsi. E anche il numero 8 non è casuale: nella Bibbia è il numero della nuova creazione. La prima Creazione Dio l’ha fatta in 7 giorni, quindi l’ottavo giorno sarà quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e terra nuova”. Questa potrà sorgere finalmente quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, perché è la stessa cosa.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8,28-30)
Da settimane leggiamo il capitolo ottavo della lettera ai Romani: Paolo contempla tutta la storia umana come una lunga marcia verso un futuro magnifico. Un giorno saremo simili a Gesù Cristo, a sua immagine, e saremo una cosa sola in Lui. Ecco il progetto di Dio: “quelli che ama, Dio li chiama secondo il suo progetto” Rm 8,28, con il miglior commento: “Dio vi ha scelti fin dall’inizio per la salvezza, per mezzo dello Spirito che santifica e della fede nella verità. A questo infatti vi ha chiamati per mezzo del nostro Vangelo, per farvi ottenere la gloria del Signore nostro Gesù Cristo” (2Ts 2,13-14). Il progetto che sbocca nell’unione a Cristo, è l’opera dello Spirito, grazie alla nostra partecipazione libera. Paolo dice ancora più semplice: “Dio vi chiama al suo Regno e alla sua gloria” (1Ts 2,12.) Siamo in cammino verso la trasformazione di tutto il nostro essere, un “plasmaggio” che ci modellerà a immagine di Cristo. Più sopra Paolo aveva paragonato questa trasformazione a una nascita: “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22). Qui è l’immagine dell’ingresso in una grande famiglia: Dio ci ha “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” Rm 8,29. Poco prima ci aveva chiamati “figli di Dio” e aveva continuato: “Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm 8,17. Alla proposta di Dio di partecipare al grande progetto, noi rispondiamo con la fede, la fiducia. Si dice spesso: “L’uomo propone, Dio dispone”, ma qui Paolo dice l’inverso: “Dio propone, l’uomo dispone”. Dio non ci impone il suo progetto, ce lo propone. Fin dalle origini della Rivelazione sentiamo Dio chiamare l’uomo e proporgli la sua Alleanza, come se Dio ripetesse instancabile: “Amami, fidati di me, perché io ti amo”. E questo progetto di Dio è sospeso alla nostra libertà. Nel brano di oggi la libertà di aderire o no è detta così: “D’altronde, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per quelli che sono stati chiamati secondo il suo disegno”( Rm 8,2. Il verbo “amare” indica la risposta libera dell’uomo alla proposta di Dio. Non è sentimento, è slancio, è l’adesione della “fede”. Ma restiamo liberi di non amare Dio. Nel vocabolario di Paolo, noi tutti siamo “conosciuti, chiamati, giustificati, introdotti nella sua gloria”, a condizione di accettarlo. E descrive l’itinerario di chi vuole entrare in questo piano di salvezza. Per primo Dio ha mandato il Figlio (Col 1,18). Così chi risponde all’amore di Dio assomiglia a quel Figlio che ha realizzato la volontà di salvezza del Padre: Predestinati, chiamati, giustificati, glorificati, cioè messi in perfetta armonia con Dio, resi partecipi della sua natura divina, già accolti nella sua gloria. Non stupisce che Paolo concluda subito dopo: “Che dire di più?” Rm 8,31.
Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)
In questo brano del Vangelo di Matteo, Gesù presenta quattro brevi parabole per spiegare il significato del Regno dei Cieli: il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete gettata in mare e il padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Il tesoro e la perla: il valore assoluto del Regno. Le prime due parabole hanno lo stesso messaggio: un uomo scopre un tesoro nascosto in un campo; un mercante trova una perla di valore eccezionale. In entrambi i casi, i protagonisti vendono tutto ciò che possiedono per ottenere quel bene unico. La rinuncia non è vissuta come una perdita, ma come una gioia, perché il valore del tesoro supera infinitamente quello di tutto il resto. Gesù insegna che il Regno di Dio è il bene più grande che esista. Chi lo scopre comprende che vale più di qualsiasi ricchezza, sicurezza o successo terreno. La rete e il giudizio finale. La terza parabola descrive una pesca abbondante. Una volta tirata a riva la rete, i pescatori separano il pesce buono da quello cattivo. Gesù applica questa immagine al giudizio finale: alla fine dei tempi vi sarà un discernimento definitivo tra ciò che appartiene al Regno e ciò che gli si oppone. Come nella parabola del grano e della zizzania, però, non si tratta semplicemente di dividere gli uomini in due categorie rigide. Il bene e il male attraversano il cuore di ogni persona. La parabola richiama la serietà delle scelte umane: non si può servire contemporaneamente Dio e altri “padroni”. Per questo Gesù invita continuamente alla conversione: Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino. Lo stesso insegnamento appare nell’incontro con il giovane ricco: chiamato a lasciare tutto per seguire Cristo e ottenere un tesoro nei cieli, egli non riesce a rinunciare alle sue sicurezze e se ne va triste. Queste parabole mostrano che la sequela di Cristo richiede decisioni concrete. Non esistono mezze misure: ogni scelta deve essere valutata alla luce del Regno di Dio. Accogliere il Regno significa essere disposti a lasciare ciò che impedisce di aderire pienamente alla volontà di Dio, proprio come chi vende tutto per acquistare il tesoro o la perla, tesoro antico e nuovo. Dopo aver chiesto ai discepoli se hanno compreso il suo insegnamento, Gesù aggiunge una quarta parabola: Ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Gli scribi conoscevano profondamente le Scritture dell’Antico Testamento. Tuttavia, per accogliere il Regno annunciato da Gesù, dovevano aprirsi alla novità della sua rivelazione senza perdere il patrimonio ricevuto. Il vero discepolo custodisce insieme: il tesoro dell’Antica Alleanza; a novità portata da Gesù Cristo. Per questo Gesù afferma: Non sono venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento». Antico e Nuovo Testamento non si oppongono: il primo prepara e annuncia, il secondo realizza e porta a pienezza. Conoscere entrambi costituisce il vero tesoro della fede cristiana. La vita di Paolo di Tarso rappresenta una sintesi vivente di queste parabole. Dopo aver goduto di prestigio come ebreo e fariseo, egli considera tutto una perdita rispetto alla conoscenza di Cristo. Nella lettera ai Filippesi afferma che ogni privilegio umano impallidisce di fronte al dono di Cristo, per il quale ha accettato di perdere tutto. In definitiva, le quattro parabole convergono in un unico insegnamento: il Regno di Dio è il tesoro supremo; vale la pena rinunciare a tutto per ottenerlo; le nostre scelte hanno conseguenze decisive; il discepolo deve accogliere sia la ricchezza dell’Antica Alleanza sia la novità di Cristo; la vera sapienza consiste nel riconoscere che nulla ha più valore della comunione con Dio. La “corsa al tesoro” di cui parla Gesù non è la ricerca di beni materiali, ma la scoperta del Regno, una ricchezza così grande da rendere secondario tutto il resto.
+Giovanni D’Ercole
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento
(Mt 13,36-43)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
Nell’incertezza, si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano [frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva] rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi, a dispetto dei cliché puristi antichi.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gradazione presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto (anche istituzionale) è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità. Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede. Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili [non da protocollo] che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce, e si corrisponde alla propria Vocazione personale, solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
[Martedì 17.a sett. T.O. 28 luglio 2026]
(Mt 13,36-43)
Completezza: Duplicità
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento (2)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui (Generoso e Paziente) crea per noi.
Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.
Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al lasciarsi salvare, cedendo il punto di vista.
La Redenzione ha radici nella Sua iniziativa provvidente, nella Sua gratuita liberalità, nella Sua calma serena.
Tutte condizioni che consentono a ciascuno un processo d’interazioni, assimilazioni e rielaborazioni: un tempo largo di crescita.
Ma la riflessione immediatamente successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante a contorno, e purtroppo intaccarne sia il carattere che la trasparenza.
Il Figlio proclamava solo la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di affrontare ogni cammino di fioritura.
Nella riflessione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito - tutto sommato banali.
In tal guisa, le notiamo venate di considerazioni impersonali sulla qualità del terreno, o addirittura del Seme!
Quest’ultimo - non più identificato con la Sua Parola, bensì in un certo tipo zelante di discepoli [di scarso peso specifico e proposta: quelli che si sentirebbero sempre attorniati da avversari].
Tale infausto passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo richiamo del Figlio di Dio, sin dalle primitive comunità.
Il Signore intendeva suggerire a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il giogo ansiogeno del modello religioso - il quale viceversa permaneva come archetipo attrattivo dei criteri di discernimento.
Giogo pesante, sebbene usuale, che non partiva dall’Amore; per il fatto stesso che supponeva spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque - anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, taccagna, sempre insufficiente].
Conosciamo le situazioni.
Invece, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che la presenza del “male” nel mondo non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina.
Protagonista del brano [dal v.18 e dal v.36] non è più Dio e il suo gesto munifico, che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio, bensì il tipo di terreno - o qui il nuovo «seme buono»: l’apostolo stesso - che diverrebbe il vero “soggetto” del cammino spirituale.
Si entra in tal guisa nel campo minato delle devozioni: sembra che siano la donna e l’uomo, chi in realtà riceve la Parola, a doversi centrare su di sé, e individuare i propri difetti.
In aggiunta - avendone finalmente contezza, coscienza nitida, capacità naturale e persino dimestichezza - adoperarsi a «migliorare» secondo modelli, sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.
[Tutto ciò guida le persone normali a una spersonalizzazione della qualità stessa della Chiamata, e ad un pazzesco dispendio di energie].
L’idea etica - di fatto - cancella la fiducia. Non valorizza il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria. Essa trova sempre davanti a sé imperfezioni e grovigli da dipanare.
Sono queste, e i pensieri, che intralciano la strada. Viceversa, per realizzarsi e completarsi, tali zavorre andrebbero collocate sullo sfondo, gettate alle spalle; sorvolate in avanti.
Il pericolo di tale impostazione è che finirà per accumulare distinzioni su distinzioni, ossessionando la gente di peccato invincibile. E incidere sulle linee portanti della personalità di coloro che prendono sul serio il binario legalista.
Tale etica disincarnata mette in gabbia i più sensibili - i quali purtroppo scambiano via via la coscienza di se stessi con il colpevolismo dei miti [artefatti] di perfezione.
Salvo che per noncuranti e opportunisti, la ‘religione’ presa di petto ha sempre fatto rima con prigione.
Essa infatti ancora oggi rende paradossalmente protagonista del nostro percorso il giudizio di essere ancora «seme cattivo»! Opinione altrui ed esteriore.
In aggiunta, ecco il tormento del sentirsi ancora sotto la cappa d’un perenne «peccato»: trasgressione e senso di colpa che l'opzione fondamentale per Dio intendeva esorcizzare.
Infatti il sentenziare epidermico non conosce le difformi e normalissime energie dell’uomo - tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie, da percepire a tutto tondo, assumere, investire.
Ogni pregiudizio anche sacrale in realtà trascura la poliedricità della persona, e si trasforma infine in quel principio mortifero di sé e degli altri, che a proclami non vorrebbe mai essere.
A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, ogni paradigma esterno finisce per smarrire la Via della Novità di Dio, la sua rilevanza, e la reale Vocazione - magari scambiandole per una zavorra.
La metafora (vv.37-43) è appunto frutto dell’interpretazione di prime assemblee ancora sotto l’influsso dell'antico target della “sterilizzazione” e “coerenza” esterna, formale, apparente - eticista più che relazionale.
Al pari di quanto già accennato sopra, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
Però in questo passo abbiamo come l’impressione che i redattori si siano fatti prendere dall’idea banale d’una giustizia immediata e risolutiva.
Eppure la precipitazione è sempre invisa alle cose di Dio... [a parte il fatto che spesso è il tempo la medicina che fa seccare spontaneamente i rami inutili, o tanti elementi parassiti].
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
In tal guisa, aprendo purtroppo a quel ‘purismo’ che il Figlio di Dio aborriva come nefasto.
Ciò, sebbene fosse comprensibile il tentativo dell’evangelista di arginare defezioni - vagliando bene ogni tentativo di adattamento alle cornici culturali, alle situazioni.
Ma cedendo a valutazioni di efficacia e contorno, il punto centrale della narrazione originaria del Figlio dell’uomo - ed Egli stesso - viene come spezzettato in elementi da schema.
Una casistica forse più facile da digerire, però addirittura indipendente dal senso del racconto principale (vv.18-23).
Infine, col rischio d’identificare la Volontà di Dio con quella d’una Chiesa di eletti e impeccabili. Comunità quasi collocata a monte di ogni processo di crescita.
Nell’incertezza, qui si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano, frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva, rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi; a dispetto dei cliché puristi antichi, o delle mode senza spina dorsale.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
Eppure (il passo di Mt ne è testimone) subito dopo la morte del Cristo il convincimento d’incontaminatezza e la mentalità delle distinzioni ricominciavano a insinuarsi e prendere il sopravvento.
Ciò per il fatto che esternamente le piccole comunità dovevano confrontarsi (a testa alta) con le classifiche, il contesto delle religioni, i conformismi moralisti, i paradigmi usuali della cultura diffusa.
In taluni casi, tale configurazione conduceva a una mancanza di umanità.
Storicamente parlando - nella seconda e terza generazione di credenti l’accettazione di Gesù come Signore della propria vita stava forse rischiando di diventare più vincolante e identificativa, che propulsiva del carattere d’unicità personale - attivante la Libertà.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gerarchia presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Invece, l’esclusivismo - dove la morale già consolidata fa la parte del leone, a braccetto con l’apparire - non ha mai lasciato crescere la Fede viva, né il mondo.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto [anche istituzionale] è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità.
Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede.
Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili (non da protocollo) che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce e si corrisponde alla propria Vocazione personale solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).
[Papa Benedetto, enciclica Spe Salvi n.47]
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
In queste domeniche la liturgia propone alcune parabole evangeliche, cioè brevi narrazioni che Gesù utilizzava per annunciare alle folle il Regno dei cieli. Tra quelle presenti nel Vangelo di oggi, ce n’è una piuttosto complessa, di cui Gesù fornisce ai discepoli la spiegazione: è quella del buon grano e della zizzania, che affronta il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). La scena si svolge in un campo dove il padrone semina il grano; ma una notte arriva il nemico e semina la zizzania, termine che in ebraico deriva dalla stessa radice del nome “Satana” e richiama il concetto di divisione. Tutti sappiamo che il demonio è uno “zizzaniatore”, colui che cerca sempre di dividere le persone, le famiglie, le nazioni e i popoli. I servitori vorrebbero subito strappare l’erba cattiva, ma il padrone lo impedisce con questa motivazione: «Perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (Mt 13, 29). Perché sappiamo tutti che la zizzania, quando cresce, assomiglia tanto al grano buono, e vi è il pericolo che si confondano.
L’insegnamento della parabola è duplice. Anzitutto dice che il male che c’è nel mondo non proviene da Dio, ma dal suo nemico, il Maligno. È curioso, il maligno va di notte a seminare la zizzania, nel buio, nella confusione; lui va dove non c’è luce per seminare la zizzania. Questo nemico è astuto: ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente; ma Dio, alla fine, potrà farlo.
E qui veniamo al secondo tema: la contrapposizione tra l’impazienza dei servi e la paziente attesa del proprietario del campo, che rappresenta Dio. Noi a volte abbiamo una gran fretta di giudicare, classificare, mettere di qua i buoni, di là i cattivi… Ma ricordatevi la preghiera di quell’uomo superbo: “O Dio, ti ringrazio perché io sono buono, non sono non sono come gli altri uomini, cattivi….” (cfr Lc 18,11-12). Dio invece sa aspettare. Egli guarda nel “campo” della vita di ogni persona con pazienza e misericordia: vede molto meglio di noi la sporcizia e il male, ma vede anche i germi del bene e attende con fiducia che maturino. Dio è paziente, sa aspettare. Che bello questo: il nostro Dio è un padre paziente, che ci aspetta sempre e ci aspetta con il cuore in mano per accoglierci, per perdonarci. Egli sempre ci perdona se andiamo da Lui.
L’atteggiamento del padrone è quello della speranza fondata sulla certezza che il male non ha né la prima né l’ultima parola. Ed è grazie a questa paziente speranza di Dio che la stessa zizzania, cioè il cuore cattivo con tanti peccati, alla fine può diventare buon grano. Ma attenzione: la pazienza evangelica non è indifferenza al male; non si può fare confusione tra bene e male! Di fronte alla zizzania presente nel mondo il discepolo del Signore è chiamato a imitare la pazienza di Dio, alimentare la speranza con il sostegno di una incrollabile fiducia nella vittoria finale del bene, cioè di Dio.
Alla fine, infatti, il male sarà tolto ed eliminato: al tempo della mietitura, cioè del giudizio, i mietitori eseguiranno l’ordine del padrone separando la zizzania per bruciarla (cfr Mt 13,30). In quel giorno della mietitura finale il giudice sarà Gesù, Colui che ha seminato il buon grano nel mondo e che è diventato Lui stesso “chicco di grano”, è morto ed è risorto. Alla fine saremo tutti giudicati con lo stesso metro con cui abbiamo giudicato: la misericordia che avremo usato verso gli altri sarà usata anche con noi. Chiediamo alla Madonna, nostra Madre, di aiutarci a crescere nella pazienza, nella speranza e nella misericordia con tutti i fratelli.
[Papa Francesco, Angelus 20 luglio 2014]
(Mt 13,31-35)
Gesù aiuta le persone a scoprire le cose di Dio e dell’uomo nella vita di ogni giorno.
Il Maestro insegna che lo straordinario del mondo eterno si cela nelle cose comuni: la vita stessa è trasparenza del Mistero.
Egli rivela il Regno che si fa Presente, descrivendo appunto le caratteristiche essenziali della comunità dei discepoli - e utilizzando qui i semplici raffronti del «granello di senapa» e del «lievito».
A dire: la Chiesa autentica è a portata di mano di tutti, ovunque - nondimeno esigua; inapparente, eppur intimamente dinamica.
In essa viviamo un contrasto fra inizi e termine: facciamo esperienza di Regno ‘dentro’ ciascuno che accoglie il carattere d’una Parola-evento dimessa, ma che attiva capacità trasformative e ospitali.
Il primo termine di paragone legato alla vita della gente [il semino] cita la vicenda di un grano ben piccolo: vicenda concreta comune, che non si nota granché.
Intorno al lago di Galilea gli arbusti di senape possono giungere al massimo a un’altezza di 3 metri, non più.
Non si tratta dello sviluppo di maestosi cedri del Libano - piuttosto d’un alberetto qualsiasi dell’orto di casa (v.32) però in grado di dare un poco di ristoro ai volatili che vi si rifugiano.
Sta a indicare una Presenza di scarso clamore: del tutto normale, frammista tra melanzane, zucchine e cetrioli…
Nulla di grande, eppur ospitale per coloro che soffrono la potente calura di quei luoghi.
Insomma, le fraternità che il Signore sogna non avranno nulla di magnifico ed esteriore, però sapranno donare riparo e riposo.
La forza del «granellino di senape» è intima, tuttavia caparbia: crescerà - anche se non di molto.
Ossia, la Chiesa autentica non dovrà somigliare a un transatlantico maestoso.
Magari sarà più simile a una barchetta: niente di che - eppure potrà suscitare speranze di vita.
Lo farà attraverso la testimonianza discreta di evangelizzatori amabili, che ancora annunciano e operano, irradiando luce, affascinando persone.
Chiunque si accostasse alle soglie delle chiese - il riferimento è ai lontani e pagani - dovrà sentirsi a suo agio, a casa propria.
Anche i ‘vaganti’ avranno pieno diritto di prendervi posizione e costruire il loro nido [proprio in tale Dimora comune] perfino se poi decidessero di riprendere il volo non appena se ne saranno serviti.
Il paragone successivo - del «lievito» (v.33) - insiste sulla cura degli obbiettivi di vita di altri fratelli, rispetto alla Comunità dei credenti.
In tal guisa, essa è chiamata a essere segno delle premure del Padre verso tutti i suoi figli.
Il lievito non è utile a se stesso, bensì alla massa.
Allo stesso modo, la Chiesa non dovrà servire se stessa; non sarà in ordine alla propria celebrazione e sviluppo [materiale, o in proselitismi; così via].
Ogni Fraternità in Cristo è funzione della sola vita della gente, dove e come si trova - così com’è.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale seme avevi trascurato per la sua piccolezza, e poi si è rivelato essenziale per la tua crescita e le esigenze anche altrui?
[Lunedì 17.a sett. T.O. 27 luglio 2026]
Many situations, then, which unfortunately do not conform to the legitimate predictions and rules established, are anything but negative; and instead of taking away confidence for the harassment they cause, They should have it more generous and far-sighted in favor of their process of responsible decantation (Pope Paul VI)
Molte situazioni, poi, che non sono purtroppo conformi alle legittime previsioni e alle norme stabilite, sono tutt’altro che del tutto negative; e invece di togliere la fiducia per la molestia che arrecano, esse dovrebbero averla più generosa e lungimirante in favore del loro processo di responsabile decantazione (Papa Paolo VI)
We must not fear the humility of taking little steps, but trust in the leaven that penetrates the dough and slowly causes it to rise (cf. Mt 13:33) [Pope Benedict]
Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e lentamente la fa crescere (cfr Mt 13,33) [Papa Benedetto]
The joy of the Gospel fills the hearts and lives of all who encounter Jesus. Those who accept his offer of salvation are set free from sin, sorrow, inner emptiness and loneliness. With Christ joy is constantly born anew [Evangelii Gaudium n.1]
La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia [Evangelii Gaudium n.1]
The Spirit of the Lord continues to pour out his gifts upon the Church to guide us into all truth, to show us the meaning of the Scriptures and to make us credible heralds of the word of salvation before the world [Pope Benedict, Verbum Domini]
Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza [Papa Benedetto, Verbum Domini]
This belonging to each other and to him is not some ideal, imaginary, symbolic relationship, but – I would almost want to say – a biological, life-transmitting state of belonging to Jesus Christ (Pope Benedict)
Questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale (Papa Benedetto)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
don Giuseppe Nespeca
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