don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Ago 24, 2026

22a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

22a Domenica T.O. (anno A) [30 agosto 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Geremia (20,7-9).

Il filo conduttore qui è il dibattito interiore di Geremia: il fuoco della Parola.  La sua è un’esperienza di persecuzione e lacerazione interiore che ha vissuto tutta la vita. E non è il solo: molti altri profeti e, più tardi, Gesù stesso hanno affrontato situazioni simili. Geremia esercitò il ministero nei 40 anni che precedettero il disastro di Gerusalemme nel 587 a.C. e la deportazione a Babilonia. 40 anni di decadenza spirituale. Il suo compito era predire la catastrofe, non per fare l’uccello del malaugurio, ma al contrario nella speranza di ottenere in extremis la conversione del re e del popolo. Non trascura nulla per allertare i contemporanei, se è ancora tempo, ma loro non trascurano nulla per far tacere questo guastafeste. È in questo contesto polemico e angosciante che nascono le confidenze di cui abbiamo letto un brano: le sue “confessioni”. Purtroppo la parola “geremiadi”, che viene da lì, è diventata peggiorativa, ed è ingiusto: le confessioni di Geremia sono magnifiche, piene di dolore sì, ma ancora più piene di fede e passione per la causa del suo Dio. Nel testo di oggi ci consegna il dibattito interiore che si gioca nel profondo: lacerato tra la chiamata di Dio che lo spinge a parlare e la saggezza umana che lo spinge a tacere: «Dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Mollare significherebbe abbandonare i concittadini al loro triste destino e tradire la fiducia di Dio. Si capisce perché questo testo ci è proposto nella domenica in cui ascoltiamo il Vangelo che segue la confessione di Pietro a Cesarea. Quando Gesù chiese ai discepoli «Voi chi dite che io sia?», Pietro rispose che Gesù era il Messia atteso. Ma subito dopo Gesù svela ai discepoli la sorte che lo attende: Passione, croce, morte, risurrezione (Mt 16,21). Pietro si ribella: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai. Ma Gesù lo tratta da Satana e avverte i discepoli che non saranno stati trattati meglio del Maestro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me… (Mt 16,24-25). Questo prova che ogni vero profeta è inevitabilmente fastidioso per le idee di moda del momento. Il fuoco divorante della Parola di Dio che invita alla conversione non è fatto per piacere: «Sono diventato oggetto di scherno tutto il giorno; ognuno si fa beffe di me» confessa Geremia, e non nasconde che a volte ha paura. Sente la gente parlare alle sue spalle e complottare per eliminarlo: “Odo le calunnie di molti” (Ger 20,10). Il profeta è tanto più scomodo perché essendo l’inviato del Signore, questi gli dà la forza di continuare nonostante tutte le persecuzioni, così che non c’è modo di farlo tacere. Si capisce perché la persecuzione è inevitabile. I versetti che precedono la lettura di oggi descrivono un episodio durissimo: Geremia aveva stancato tutti nel Tempio con i suoi rimproveri, tanto che il sacerdote Pascur lo fece legare alla berlina a testa in giù sulla piazza pubblica. Il giorno dopo, quando Pascur stesso venne a scioglierlo pensando che quella punizione l’avesse calmato, Geremia riprese più forte e se la prese proprio con Pascur. Eppure queste confessioni di Geremia, impregnate di dolore, sono insieme ammissione della passione divorante che lo brucia e, alla fine, illumina la sua vita: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger20,7). Si lamenta sì, ma non darebbe il suo posto a nessun altro. La Parola era un fuoco ardente nel mio cuore, fuoco divorante che fa pensare al Sal 68/69: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”, che esprime bene la persecuzione subita da tutti i profeti. Per cominciare, fu il caso del popolo d’Israele, investito di una missione profetica al servizio delle nazioni. Tutta la sua storia ha cercato di restare fedele alla missione e questo gli valse a tratti terribili persecuzioni. Poi fu il caso di tutti i profeti, uno dopo l’altro, poi i primi cristiani imitando Gesù che alla fine ridotto al silenzio. Ma nulla può far tacere la Parola di Dio: Cristo è risorto; e ora sappiamo che verrà un giorno in cui gli uomini ascolteranno la Parola e vi troveranno finalmente la loro luce. 

 

Salmo Responsoriale (62/63) 

Questo salmo fa eco all’esperienza di Geremia, che incontriamo nella prima lettura, il quale viveva una lacerazione interiore e aggressioni continue anche se la sua passione per Dio più forte di tutto lo aiutava a sopportare ogni minaccia e umiliazione. Questo salmo non è stato però composto per parlare di Geremia, è piuttosto come una preghiera che il re Davide avrebbe composto mentre era braccato dai nemici. L’AT riferisce almeno 3 episodi in cui Davide dovette rifugiarsi nel deserto di Giuda: Le prime 2 volte per sfuggire alla follia omicida del re Saul diventato così geloso di Davide da volerlo uccidere. La terza volta fu ancora più drammatica: chi inseguiva e voleva uccidere Davide era il figlio Assalonne, troppo frettoloso di prendere il trono e di affrettare la morte del padre e che aveva già eliminato il fratello maggiore. Davide non capì subito il pericolo e quando capì, era troppo tardi: Assalonne era sul punto di conquistare Gerusalemme; restava una sola soluzione, la fuga. E tutta Gerusalemme vide il suo re, umiliato, fuggire a piedi dalla città santa e salire piangendo il monte degli Ulivi (cf. 2Sam 15,23-28). A Davide si attribuiscono le parole di questo salmo: “Il tuo amore vale più della vita” (v.4). Come è noto il titolo dei salmi non designa l’autore, ad esempio qui il re Davide. Questo salmo in particolare contiene diverse chiare allusioni al Tempio di Gerusalemme che, certo, Davide non conobbe perché il tempio fu costruito solo da suo figlio Salomone. Salmo di Davide» qui significa “alla maniera di Davide, l’assetato di Dio”. La preghiera “Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia” può essere stata di Davide, ma è anche quella di tutte le generazioni del popolo eletto da Abramo fino al Giorno della salvezza. Nei periodi più drammatici la preghiera prendeva ancora più forza come durante l’Esilio a Babilonia. Al ritorno dall’Esilio, il popolo rende grazie: “Sì, sei stato il mio aiuto; esulto al riparo delle tue ali”. Sono le ali dei cherubini che ricoprono l’Arca dell’Alleanza nel Santo dei Santi; ma ricordano anche le ali della grande aquila del deserto che protegge la nidiata quando le insegna a volare: e Mosè aveva ripreso quest’immagine per esprimere con quale sollecitudine Dio aveva circondato il suo popolo: «Vi ho portati come su ali d’aquila», aveva detto Dio (cf. Es 19,4; Dt 32,10-11). Poi ci sono stati i periodi ancora più terribili delle persecuzioni nel II sec. a. C del re greco Antioco Epifane quando molti ebrei morirono, in nome della loro fede, proclamando: “Il tuo amore, Signore, vale più della vita”. Questo versetto risuona particolarmente in questa domenica in cui ascolteremo Gesù dire ai suoi discepoli: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Mt 16,25). Questa è la battaglia di tutti i profeti.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (12,1-2)

“Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio”: questo è il tema della lettera ai Romani. I primi undici capitoli trattano i grandi temi della teologia di Paolo e sono esposti a lungo e in profondità: l’universalità del peccato, la giustificazione per fede, il mistero pasquale, l’azione dello Spirito, la salvezza promessa e data a tutti. Ma tutto questo ritorna sempre a un unico soggetto: la tenerezza di Dio. Ora, come in tutte le sue lettere, Paolo trae per i suoi lettori le conseguenze del suo insegnamento: la scoperta dell’immensa tenerezza di Dio non può che sconvolgere, o meglio irrigare d’ora in poi tutta la nostra vita. «Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio...». Ciò che dirà ora è in stretto legame con tutto quello che ha scritto fin qui, in particolare nelle ultime righe del capitolo precedente: “Dio vuole usare misericordia a tutti.” che sono seguite dall’inno di ringraziamento che abbiamo letto domenica scorsa: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,32-33).  La risposta logica è offrirsi come “sacrificio vivente, santo”. Dunque, dice san Paolo, non c’è da esitare: a questo Dio così sorprendente per la sua tenerezza e volontà di salvare tutta l’umanità una sola risposta è possibile: quella dell’abbandono fiducioso offrendoci a lui in sacrifico perché compia in noi la sua opera. Il verbo “sacrificare vuol dire “rendere sacro” e san Paolo invita a fare della nostra vita una cosa sacra cioè una cosa divina. Paolo dedicherà il seguito della lettera ai Romani a presentare la natura dell’impegno cristiano: ciascuno, in funzione dei suoi doni e qualità, è invitato a tenere il suo posto nella missione della Chiesa che è il servizio di tutti gli uomini. Questo impegno è una partecipazione attiva alla “volontà di Dio”. Ciò esige senza dubbio che accettiamo ogni giorno di trasformarci cioè “rinnovare la nostra mente”  che per noi, è a volte, una vera conversione perché, troppo spesso, i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini, come ha rimproverato Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo e leggiamo nel vangelo di questa domenica. Ma lo Spirito ci è stato dato per suscitare in noi questo rinnovamento che esige l’accettazione di non conformarci alla mentalità di questo secolo (Rm 12,2). La vera libertà consiste nel tracciare la nostra strada, qualunque siano le sirene della moda, amare il mondo senza essere schiavi dei comportamenti del mondo, immersi sempre nella tenerezza di Dio anche se sappiamo bene che non è facile.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

Dal “Tu sei il Cristo” al rifiuto della croce. Questo racconto segue la memorabile professione di fede di Pietro che abbiamo ascoltato domenica scorsa: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, affermazione che gli valse questa risposta di Gesù: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, (cioè non l’hai indovinato da solo), ma il Padre mio che è nei cieli. Come ogni beatitudine, questa “Beato sei tu” suona come complimento – e che complimento! – ma anche come incoraggiamento. E in effetti ci vorrà molto coraggio a Pietro per restare fedele a questa prima professione di fede. Perché non ne conosce ancora tutta la portata e Gesù non ha finito di sorprenderlo. Infatti Gesù accetta almeno implicitamente il riconoscimento da parte di Pietro del suo titolo di Messia: “Il Padre mio te l’ha rivelato”. E subito dopo presenta il suo programma che non quadra per nulla con l’idea che ci si faceva comunemente del Messia: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto... (Mt 16,21). Era il mondo alla rovescia: un re senza armi né privilegi... Peggio, un re maltrattato e apparentemente consenziente... Parla di soffrire molto e di essere addirittura messo a morte! Pietro ha qualche ragione di insorgere perché come molti suoi contemporanei, aspettava un Messia-re trionfante, glorioso, potente, che scacciasse da Gerusalemme l’occupante romano. Ciò che annuncia Gesù è pertanto inaccettabile: il Dio onnipotente non può lasciare che accadano cose simili! Si potrebbe quasi intitolare questo testo: Il primo rinnegamento di Pietro, primo rifiuto di seguire il Messia nella sofferenza. Gesù affronta questo rifiuto spontaneo di Pietro come una vera tentazione per sé stesso e glielo dice con veemenza: “Va’ dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo (Mt 16,23). Bisogna lasciare che lo Spirito trasformi, a volte sconvolga completamente i nostri progetti e le nostre idee, se vogliamo restare fedeli al piano di Dio. Come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo lasciare che lo Spirito di Dio trasformi i nostri modi di vedere: (cf Rm 12,2) e sperimentiamo delle belle sorprese perché le maniere di Dio sono tutte diverse dalle nostre visioni. Non bisogna mai perdere di vista la famosa frase di Isaia: “Dio che parla: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. (Is 55,8-9). «Se comprendessi Dio, non sarebbe Dio» diceva sant’Agostino. Dobbiamo dunque accettare di essere sorpresi: gli apostoli e tutti gli ebrei del loro tempo lo furono, Pietro per primo. Con rare eccezioni, avevano previsto un Messia potente, trionfante; invece Gesù è agli antipodi di queste belle previsioni. Il disegno di Dio non è altro che la salvezza del mondo, cioè la nascita dell’umanità nuova, quella che vivrà solo di tenerezza e pietà, a immagine di Dio stesso. Occorre la logica della croce per salvare l’uomo e la salvezza degli uomini, cioè la nostra conversione totale e definitiva all’amore e al perdono, alla fraternità e alla pace, alla condivisione e alla giustizia, non può avvenire con un colpo di bacchetta magica. La salvezza degli uomini passa inevitabilmente per una lenta trasformazione degli uomini ma come trasformare gli uomini senza mostrargli la strada? Allora, bisognava proprio che Gesù percorresse fino in fondo la strada della dolcezza, della bontà, del perdono, per dare a noi qualche chance di percorrerla. Per questo Gesù, spiegando la sua passione e morte ai discepoli di Emmaus, dirà “bisognava”, nel senso di “purtroppo bisognava”. Il piano di salvezza di Dio non si concilia con un Messia trionfante. Perché gli uomini giungano alla piena conoscenza della verità (1Tm 2,4), bisogna scoprire il Dio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della pietà e questo non avviene con la potenza ma nel dono supremo della vita del Figlio. Si capisce meglio allora questa frase di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Solo questa suprema prova d’amore può portarci a percorrere anche noi la strada dell’amore.

NOTA. “Tu mi sei di scandalo” skandalon in greco significa “pietra d’inciampo” - e le nostre fragilità, i nostri dubbi possono diventare pietre d’inciampo per noi o per gli altri.

 

+Giovanni D’Ercole

 

(Mt 16,21-27)

 

La mentalità comune valutava la riuscita della vita - e la verità di una religione - sulla base del successo, del dominio, dell’arricchimento, delle sicurezze in genere.

È per tale motivo che Pietro e i discepoli volevano tornare all’idea consueta de «il» Messia [cf. vv.16.20 testo greco] atteso da tutti.

Un canovaccio troppo normale, incapace di rigenerarci.

 

Tutto ciò che facciamo è motivato dalla ricerca di pienezza di essere e felicità - anche il rischio. Ci siamo appassionati al cammino nello Spirito per lo stesso motivo: avere un incremento di vita.

Ma nella proposta del Maestro cogliamo una logica sconcertante: per porsi al riparo da vane illusioni che ci degradano, non bisogna precipitarsi ad agguantare ruoli prestigiosi, beni, relazioni che contano.

Le cose più attraenti e vistose, permangono esterne e infeconde. Non rigenerano

Invece… attesa, ascolto, esercizio di virtù passive, amarezza e sconfitta, chiamano a rientrare in noi stessi - e stanno preparando gli sviluppi futuri più pertinenti e fondati, proprio a favore di un’esistenza piena.

Ma nell’equivoco, anche coloro che non temono sacrifici possono oscillare, perché la Via di Cristo sembra condurci subito ai motteggi, al fallimento.

Anche per Gesù l'evangelizzazione degli Apostoli e dei “vicini” - tutti intenti ad ammorbidire e attenuare i suoi Sogni immoderati - non è stato un gioco da ragazzi.

Eppure il Maestro non si fa prendere in ostaggio - anzi è Lui che ha collocato il capo dei discepoli al suo posto (vv.22-23).

 

La croce era pena di morte e onta perenne riservata agli schiavi ribelli; banditi, sovversivi, disadattati che rifiutavano la loro posizione di emarginazione civile.

Questa è tutta la partita: accettare di sollevare il braccio orizzontale del pubblico patibolo dietro a Gesù significa ancora oggi dimenticare la “reputazione”, essere svergognato.

Non per ascesi, né perfezionismo particolare. Ma affinché si lasci il tempo alla Provvidenza di prepararci.

La vita che viene farà appello ad altre energie, disporrà accadimenti in modo più misterioso che ovvio.

Metterà in gioco virtù personali e sociali difformi - confluenti - cosmiche e intimamente umanizzanti; acutamente fascinose e sorgive.

Nella bufera, la passione d’amore ha i suoi stadi preparatori, misteriosi [di più alta portata], che faranno emergere consapevolezze autentiche. E lo spirito fraterno annidato nell’anima.

La prospettiva è in tal senso personale, ma non individualistica, bensì quella del «Figlio dell’uomo» che lascia intuire il piglio umano, accessibile e divinizzante: aiutiamoci a coglierlo Presente (vv.27-28)!

 

«Figlio dell’uomo» è Colui che essendosi spinto al massimo dell’amore nella pienezza di Persona, giunge a riflettere la condizione divina, la mostra e irradia in contrassegni eminenti.

Abbracciati alla propria Chiamata individuante, sperimenteremo il Padre che provvede a noi. In tal guisa, riusciremo a sollevare la Croce fiorita che feconda l’anima e il mondo attorno.

Su tale raggio di luce, anche nei grandi disagi del nostro tempo saremo come l’Amico-Guida: genuini, non omologati; sdraiati sul nucleo dell’essere, ma ritti su strade inesplorate.

Simultaneamente impegnati e sereni. Meno banali, per contatto personale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che senso hai fatto esperienza di vita guadagnata, dopo averla “persa”? Contattando quali energie sopite? Su quali strade inesplorate?

 

 

[22.a Domenica T.O. (anno A)  30 agosto 2026]

(Mt 16,13-27)

 

Chi Sono, le Chiavi, la Fede, il Nome

(Mt 16,13-23)

 

A oltre metà della sua vita pubblica Gesù non ha ancora dato formule, ma fa una domanda impegnativa - che ha la pretesa di chiederci molto più delle usuali espressioni con struttura di legge.

Globalmente la folla può averlo accostato a personaggi eminenti come il Battista [colui che ha dimostrato di essere estraneo alle cortigianerie] o Elia [per la sua attività di denuncia degli idoli] o Geremia [l’oppositore della compravendita di benedizioni].

Ma Egli non è venuto - come i profeti antichi - a migliorare la situazione o rabberciare devozioni, né a purificare il Tempio, bensì a sostituirlo!

Le immagini della tradizione raffigurano Cristo in molti modi (per gli atei un filantropo), il più diffuso dei quali è ancora quello di un Signore antico, garante di comportamenti convenzionali.

Egli invece - per farci riflettere - porta i discepoli in un ambiente di cantiere [a nord della Palestina, Cesarea di Filippo era in costruzione], lontano dalla nomenclatura interessata della Città “santa”.

 

La mentalità comune valutava la riuscita della vita - e la verità di una religione - sulla base del successo, del dominio, dell’arricchimento, delle sicurezze in genere.

Il quesito che Gesù pone ai suoi fa trapelare una novità che soppianta tutto il sistema: la Chiamata si rivolge a ogni singola persona.

È una proposta di confine, al pari del luogo geografico simbolico della capitale del regno di Filippo, uno dei tre figli eredi di Erode il Grande: in Palestina, il punto più lontano dal centro della religiosità conformista.

Il Volto del «Figlio dell’uomo» è riconoscibile solo ponendo la massima distanza da schemi politici e veterani - altrimenti anche noi non saremmo in grado di percepirne la ‘luce’ personale.

Nella comunità di Mt si stava appunto facendo esperienza di una sempre più larga partecipazione di pagani, che prima si sentivano degli esclusi e man mano si integravano.

 

Per la nostra mentalità, le chiavi di casa servono a chiudere e serrare il portone, per non far entrare i malintenzionati.

In quella semitica, erano piuttosto icona dell’apertura dell’uscio.

 

Nel celebre capolavoro del Perugino sulla parete nord della Cappella Sistina, Gesù consegna al capo della Chiesa due chiavi: quella d’oro del Paradiso e quella d’argento del Purgatorio.

Ma il senso del brano non è l’Aldilà - anzi, non è neppure istituzionale. In ebraico il termine ‘chiave’ è derivante dal verbo ‘aprire’!

Massimo compito missionario dei responsabili di comunità è tenere il Regno dei Cieli spalancato, ossia garantire una Chiesa accogliente!

Pietro non deve ricalcare il tipo del monarca arrogante, immagine dell’autorità; sostitutiva dell’imperatore.

Simone deve farsi primo responsabile dell’accettazione di coloro che sono fuori.

Sembra strano per qualsiasi proposta antica, ove si supponeva che Dio temesse di rendersi impuro nel contatto col mondo.

Il Padre è Colui che osa di più.

Questo il motivo per cui Gesù impone severamente un totale silenzio messianico (v.20) alle labbra e al cervello antico degli Apostoli.

 

Pietro e i discepoli volevano tornare all’idea consueta de «il» Messia [cf. testo greco] atteso da tutti.

Un canovaccio troppo normale, incapace di rigenerarci.

 

 

Ma voi chi dite che io sia? La Fede di Pietro

 

Prendere distanza da ciò che si spera

 

Gesù guida i suoi lontano dal territorio dell’ideologia di potere e dal centro sacro dell’istituzione religiosa ufficiale - la Giudea.

Il Signore vuole che i suoi intimi prendano distanza da limitazioni e apprezzamenti.

Il relativo successo ottenuto dal Maestro in Galilea aveva infatti ravvivato le speranze di gloria (unilaterale) degli apostoli.

Il territorio di Cesarea di Filippo, all’estremo nord della Palestina, era incantevole; celebre per fertilità e pascoli rigogliosi. Zona famosa per la bellezza del contesto e la fecondità di greggi e armenti.

Anche i discepoli restano affascinati dal paesaggio e dalla vita agiata degli abitanti della regione; per non dire della magnificenza dei palazzi.

Il richiamo del contesto allude alle agiatezze che la religione pagana in genere propone; prosperità eccessiva che incantava i Dodici.

Cristo chiede agli apostoli - in pratica - cosa la gente si aspettasse da Lui. Così vuole si rendano conto degli effetti nefasti della loro stessa predicazione.

“Annuncio” che volentieri confondeva benedizioni materiali e spirituali.

 

Mentre gli Dei mostrano di saper colmare di beni i loro devoti - e una sfarzosa vita di corte che (appunto) ammaliava tutti - Cristo cosa offre?

Il Maestro si accorge che i discepoli erano ancora fortemente condizionati dalla propaganda del governo politico e religioso [vv.6.11] che assicurava benessere [vv.5-12; cf. Mt 15,32-38].

E Gesù li istruisce ancora, affinché almeno i suoi inviati possano superare la cecità e la crisi prodotta dalla sua Croce (v.21), dall’impegno richiesto nell’ottica del dono di sé.

Egli non è solo un continuatore dell’atteggiamento limpido del Battista, mai incline al compromesso nei confronti delle corti e dell’opulenza; né uno dei tanti restauratori della legge di Mosè, con lo zelo di Elia.

Neppure voleva limitarsi a purificare la religione da elementi spuri, ma addirittura sostituirsi al Tempio [Mt 21,12-17.18-19.42; 23,2.37-39; 24,30] - luogo dell’incontro tra il Padre e i suoi figli.

 

Su tale questione, in quel momento erano particolarmente vive le distanze non solo col paganesimo, ma anche le contrapposizioni tra giudei convertiti al Signore e osservanti secondo tradizione.

Infatti, nei libri sacri del giudaismo tardivo si parlava di grandi personaggi che avevano lasciato un’impronta nella storia d’Israele, e avrebbero dovuto riapparire per inaugurare i tempi messianici.

Anche all’interno delle comunità perseguitate di Galilea e Siria, Mt constata una scarsa capacità di comprensione, e tutta la difficoltà di abbracciare la nuova proposta - la quale non garantiva successo e riconoscimenti, né traguardi immediati.

(Sin dalle prime generazioni ci si rendeva conto che la Fede non si accorda facilmente con i primi impulsi umani: è invece sconcertante, per le vedute ovvie e le sue pulsioni).

Così il Maestro contraddice lo stesso Pietro [vv.20.23] la cui opinione restava legata all’idea conformista e popolaresca de «il» [vv.16.20: «quel»] Messia atteso.

 

Insomma, il capo degli apostoli - così debole nella Fede - può smetterla di indicare a Cristo quale strada percorrere «dietro» a lui [v.23] deviandolo!

Simone deve ricominciare a fare l’allievo; piantarla di tracciare a tutti vie riconosciute e opportuniste, sequestrando Dio in nome di Dio.

Il Signore è Colui che osa di più.

 

 

Una speciale nota sul tema del Nome:

 

Mentre per la nostra cultura è spesso un’etichetta, fra i popoli orientali il nome è tutt’uno con la persona, e la designa in modo speciale.

Per quanto si evince ad es. nel “secondo” comandamento, la forza del Nome ha un grande peso: è un conoscere il Soggetto (divino) nell’essenza e nel senso dell’agire; quasi un impossessarsi del suo potere.

Anche nella nostra tradizione orante, spirituale e mistica, il Nome proprio (es. Gesù) è stato spesso considerato quasi un’icona acustica della persona, comprensiva delle sue virtù; evocativa della sua presenza e potenza.

Nelle culture antiche, pronunciare il nome significava riuscire a cogliere il seme, il nucleo pregnante e globale della figura di riferimento.

Non di rado, anche nella nostra mentalità ha voluto esprimere un presagio, un mandato, un augurio, una benedizione, una vocazione, un destino, un compito, una chiamata, una missione [nomen (est) omen].

Ma qui si misura la differenza tra mentalità sacrale e Fede. Nelle religioni il nome proprio che il maestro o fondatore dona al discepolo è una sorta di cartello: colui il quale non avesse acume o fortuna, forza e coraggio di realizzarlo, sminuirebbe in dignità.

Invece Cristo coi suoi appellativi ci chiama a percorrere una strada,  certo - ma profondamente commisurata all’essenza.

Egli stimola all’esodo - non secondo modelli - perché prima fa rientrare la persona in se stessa. Affinché tutti ci mettiamo in gioco nel profondo e sino all’estremo che corrisponde.

Primo passo: incontrarci a tutto tondo; nei diversi versanti, anche sorprendenti, inespressi o sconosciuti - in genere, caratteri inimmaginabili secondo regola e nomenclature.

Persino i nostri modi di essere eccentrici, ambigui, in ombra o addirittura rifiutati in prima persona: si riveleranno lungo la Via i lati migliori di noi stessi.

Solo in questo binario plurale troviamo la strada per un’avventura densa di senso; non meccanica, né ripetitiva - bensì somigliante alla vita: sempre nuova e autentica.

Non a partire dalle esteriorità di facciata o di calcolo: c’è una firma d’Autore che precede, nella edificazione di noi stessi e del mondo.

 

Passando fra i diversi cantieri della città di Filippo, Gesù ha invece voluto paragonare Simone ai materiali inerti e accatastati (in modo anche confusionario) che si trovava di fronte.

Quella condizione coglieva la radice delle aspettative apostoliche!

I discepoli non davano ancora spazio al Mistero in loro stessi, all’idea di una salvezza segreta, che erompe con energia propria, innata; che supera i sogni comuni.

Cefa deriva infatti dall’aramaico Kefas: pietra da costruzione; qualcosa di duro: praticamente, un testardo come tanti; nulla di speciale, anzi. Gesù affibbia a Simone un soprannome negativo!

Infatti il termine greco «petros» [v.18] non è nome proprio: indica un sasso (raccolto da terra) che può essere sì utile a una costruzione - se ovviamente si lascia compaginare. E che non solo sostiene, ma è sostenuto; che non solo aggrega, ma viene aggregato.

Attenzione: il termine greco «petra» [v.18] non è il femminile di «petros»: indica «roccia», e si riferisce alla Persona di Cristo unica sicurezza (assieme alla Fede in Lui).

Appellativo che cambia imprevedibilmente tutta una vita. Solo l’Amico interiore infatti trae dal nostro [anche cattivo] bagaglio l’imprevedibile che sgorga.

 

Ciascuno viene cesellato dal Signore secondo il nome Pietro, nel senso di tassello particolare, elemento individuo e speciale.

Collocato in modo singolare ma in un grande mosaico: quello della storia della salvezza, dove ciascuno è contemporaneamente se stesso e in continua fase di rigenerazione.

Unico sentimento di appartenenza delle molte pietre da costruzione (tutte viventi): la convivialità delle differenze, la comunione delle disparate membra fraterne nella Chiesa ministeriale.

Nessuna per sempre, ma ovunque (incessantemente) nuclei pulsanti di un’istituzione sommaria e tutta raccolta da terra... Liberata gratis.

 

 

La reputazione: crocevia della Croce

(Mt 16,24-27)

 

Smarrire la vita o perderla? Salvarla o trovarla? Cristo desidera condurci nella Patria che ci corrisponde profondamente.

Lo propone condividendo l’andare pellegrino, in esplorazione; insieme a Lui e ai fratelli.

Nel procedere, ciò che facciamo è motivato dalla ricerca di pienezza di essere e felicità - anche il rischio.

 

Ci siamo appassionati al cammino nello Spirito per lo stesso motivo: avere un incremento di vita.

Ma nella proposta del Maestro cogliamo una logica sconcertante.

Per porsi al riparo da vane illusioni (che degradano) non bisogna precipitarsi ad agguantare ruoli prestigiosi, beni, relazioni che contano.

Le cose più attraenti e vistose, permangono esterne e infeconde. Non rigenerano

Invece… attesa, ascolto, esercizio di virtù passive, amarezza e sconfitta, chiamano a rientrare in noi stessi.

Lo smacco è un appello che sta preparando gli sviluppi futuri più pertinenti e fondati, proprio a favore di un’esistenza piena.

Certo, chi non s’inserisce nella fretta dei titoli e nella commedia dei cerimoniali di società affine, può subire immediatamente il peggio. Ma è meglio questo che perdere qualità e fecondità di vita, disperdendole nell’equivoco.

 

Spesso  il nostro “lasciare tutto” per la sequela di Cristo è anch’esso per un guadagno atteso e sperato. Persino “buono”: immediatamente relazionale, qualitativo, e culturale, ad es.

[Le guide ci parlavano in tal senso di vizio di “gola spirituale”: il fine è apprendere cose interessanti, avere buone e corpose compagnie, accrescere conoscenze, trovare modi anche fondati per farsi lodare, etc].

Il punto è che la ricaduta positiva immaginata, si configura sempre secondo antichi propositi. Infine per imporsi, brillare e comandare; non per “perdere”.

Non per “cedere”. Non per far sì che altre energie e orizzonti si introducano nelle situazioni, e affiorino - paradossali - in noi.

Su questo terreno poco appetibile - ma che in Cristo diverrà eccessivo di grazia, fecondo, intimamente educativo - anche coloro che non temono sacrifici possono oscillare, perché la Via del Crocifisso sembra condurci subito ai motteggi, al fallimento.

Emerge però il motivo profondo e in apparenza assurdo, del nuovo Magistero; senza retropensieri.

Il confronto con la Parola aiuta sempre più a renderci conto che è necessario introdurre nell’anima di ciascuno un nuovo profilo di riferimento: personale, sociale, comunitario.

 

L’antico contesto sicuro e trionfale ha contribuito ad edificare una impalcatura impressionante, ma che stride con il senso del Lieto Annunzio di Salvezza.

La vita da salvati è per tutti. Una Proclamazione trasparente, ormai: di smisurate Beatitudini in favore dei miti, umiliati e trascurati, bisognosi di tutto.

 

Anche per Gesù l'evangelizzazione degli Apostoli e dei “vicini” - tutti intenti ad ammorbidire e attenuare i suoi Sogni immoderati - non è stato un gioco da ragazzi.

Proprio come il Signore, anche oggi i veri Annunciatori devono già mettere in conto afflizioni, e trappole, spallate, beffe, derisioni (le più sorprendenti).

Ma non si molla, anche perché è comprensibile l’imbarazzo di coloro che d’improvviso si vedono introdotti non in un cammino trionfale. Non su un sentiero mozzafiato, punteggiato di approdi onorevoli ed esaltanti.

Piuttosto, di verità e dono di sé dismesso e reietto - non più edulcorante, né epidermico, o di contrabbando.

Lo si può tollerare, in fondo, con senso di realismo; come ha fatto Gesù con il suo Pietro. Insomma, anche questo filone potrà far parte del nuovo equilibrio che lo Spirito sta edificando.

Sì, l’aspetto istituzionale e compromissorio [“petrino”] vuole spesso prendere l’iniziativa ed esorcizzare il Richiamo di Gesù; metterlo a tacere, in favore dell’esibizione dei suoi superpoteri.

Eppure il Maestro non si fa prendere in ostaggio - anzi è Lui che ha collocato il capo dei discepolo al suo posto (vv.22-23).

 

La croce era pena di morte e onta perenne riservata agli schiavi ribelli; banditi, sovversivi, disadattati che rifiutavano la loro posizione di emarginazione civile.

Questa è tutta la partita: accettare di sollevare il braccio orizzontale del pubblico patibolo dietro a Gesù significa ancora oggi dimenticare la “reputazione”, essere svergognato.

Non per ascesi, né perfezionismo particolare alcuno.

Impoverire di beni superflui, perdere prestigio e ruoli, essere svergognato, lasciare che siano gli altri a passare avanti [anche per manipolarci: ché prima o poi si rendano conto].

Affinché si lasci il tempo alla Provvidenza di prepararci.

La vita che viene farà appello ad altre energie, disporrà accadimenti in modo più misterioso che ovvio.

Metterà in gioco virtù personali e sociali difformi - confluenti - cosmiche e intimamente umanizzanti; acutamente fascinose e sorgive.

 

Lo stiamo vivendo nel tempo della crisi e del travaglio, per una “rinascita” che vuole altri primordi; che pare non abbia voglia alcuna di ri-conformarsi all’età trascorsa.

Infatti, nella bufera, la passione d’amore ha i suoi stadi preparatori, di più alta portata, i quali presto o tardi faranno emergere consapevolezze autentiche eminenti. E lo spirito fraterno annidato nell’anima di tutti.

La prospettiva è in tal senso personale, ma non individualistica, bensì quella del «Figlio dell’uomo»: Colui che lascia intuire il portato umano, accessibile e divinizzante.

Però bisogna accorgersene: aiutiamoci a coglierlo Presente (vv.27-28)!

Infatti, nei Vangeli «Figlio di Dio» è Cristo che manifesta il Padre, svelando Dio nella condizione umana. «Figlio dell’uomo» è Gesù che manifesta l’uomo nella condizione divina.

«Figlio dell’uomo» è Colui che essendosi spinto al massimo dell’amore nella pienezza di Persona, giunge a riflettere la condizione divina, la mostra e irradia in contrassegni eminenti.

Lo fa senza prospettive anguste, tipiche delle religioni; senza neppure un retaggio d’idee “giuste” e invariabili, o forze di livello crescente e sempre performanti.

«Figlio dell’uomo» è il Figlio riuscito: la Persona dal passo definitivo.

Verbo fattosi fratello prossimo, che in noi aspira alla pienezza diffusa nella storia, a una caratura indistruttibile dentro ciascuno che accosta (e incontra cifre divine accorate, tratti sublimi di umanizzazione).

Rischiamo dunque di vivere “con” e “per” gli altri, tralasciando la ricerca della stima, e perdendo credito [non a tutti i costi lucrandolo].

Lo facciamo con piglio; abbracciati alla propria Chiamata individuante, sperimentando il Padre che provvede a noi.

In tal guisa, riusciremo a sollevare positivamente la Croce fiorita, che feconda l’anima e il mondo attorno.

Esperienza dalla quale non si esce più - tanto è sublime e dai traguardi sterminati, impossibili da immaginare e proporsi, per via di sterile “natura”.

Su tale raggio di luce e con nuovo Nome, anche nei grandi disagi del nostro tempo saremo come l’Amico-Guida: genuini, non omologati; sdraiati sul nucleo dell’essere, ma ritti su strade inesplorate.

Simultaneamente impegnati e sereni. Meno banali, per contatto personale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che senso hai fatto esperienza di vita guadagnata, dopo averla “persa”? Contattando quali energie sopite? Su quali strade inesplorate?

Cari fratelli e sorelle!

Anche oggi, nel Vangelo, compare in primo piano l’apostolo Pietro. Ma, mentre domenica scorsa l’abbiamo ammirato per la sua fede schietta in Gesù, da lui proclamato Messia e Figlio di Dio, questa volta, nell’episodio immediatamente seguente, mostra una fede ancora immatura e troppo legata alla "mentalità di questo mondo" (cfr Rm 12,2). Quando infatti Gesù comincia a parlare apertamente del destino che l’attende a Gerusalemme, che cioè dovrà soffrire molto ed essere ucciso per poi risorgere, Pietro protesta dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16,22). E’ evidente che il Maestro e il discepolo seguono due modi di pensare opposti. Pietro, secondo una logica umana, è convinto che Dio non permetterebbe mai al suo Figlio di finire la sua missione morendo sulla croce. Gesù, al contrario, sa che il Padre, nel suo immenso amore per gli uomini, lo ha mandato a dare la vita per loro, e che se questo comporta la passione e la croce, è giusto che così avvenga. D’altra parte, Egli sa pure che l’ultima parola sarà la risurrezione. La protesta di Pietro, pur pronunciata in buona fede e per sincero amore verso il Maestro, suona per Gesù come una tentazione, un invito a salvare se stesso, mentre è solo perdendo la sua vita che Lui la riceverà nuova ed eterna per tutti noi.

Se, per salvarci, il Figlio di Dio ha dovuto soffrire e morire crocifisso, non è certamente per un disegno crudele del Padre celeste. La causa è la gravità della malattia da cui doveva guarirci: un male così serio e mortale da richiedere tutto il suo sangue. E’ infatti con la sua morte e risurrezione, che Gesù ha sconfitto il peccato e la morte ristabilendo la signoria di Dio. Ma la lotta non è finita: il male esiste e resiste in ogni generazione, anche ai nostri giorni. Che cosa sono gli orrori della guerra, le violenze sugli innocenti, la miseria e l’ingiustizia che infieriscono sui deboli, se non l’opposizione del male al regno di Dio? E come rispondere a tanta malvagità se non con la forza disarmata dell’amore che vince l’odio, della vita che non teme la morte? E’ la stessa misteriosa forza che usò Gesù, a costo di essere incompreso e abbandonato da molti dei suoi.

Cari fratelli e sorelle, per portare a pieno compimento l’opera della salvezza, il Redentore continua ad associare a sé e alla sua missione uomini e donne disposti a prendere la croce e a seguirlo. Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito: chi vuol essere mio discepolo, rinneghi il proprio egoismo e porti con me la croce. Invochiamo l’aiuto della Vergine Santa, che per prima e sino alla fine ha seguito Gesù sulla via della croce. Ci aiuti Lei ad andare con decisione dietro al Signore, per sperimentare fin d’ora, pur nella prova, la gloria della risurrezione.

[Papa Benedetto, Angelus 31 agosto 2008]

1. Nella missione messianica di Gesù vi è un punto culminante e centrale, al quale ci siamo man mano avvicinati nelle precedenti catechesi: Cristo è stato inviato da Dio nel mondo per compiere la redenzione dell’uomo mediante il sacrificio della propria vita. Questo sacrificio doveva prendere la forma di “spogliamento” di sé nell’obbedienza fino alla morte in croce: una morte che, nell’opinione dei contemporanei, presentava una particolare impronta di ignominia.

In tutta la sua predicazione, in tutto il suo comportamento Gesù è guidato dalla profonda consapevolezza che ha dei disegni di Dio sulla sua vita e la sua morte nell’economia della missione messianica, con la certezza che essi scaturiscono dall’amore eterno del Padre verso il mondo e in particolare verso l’uomo.

2. Se consideriamo gli anni della sua adolescenza, fanno molto pensare quelle parole di Gesù dodicenne, rivolte a Maria e a Giuseppe al momento del suo “ritrovamento” nel tempio di Gerusalemme: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49). Quali cose aveva nella mente e nel cuore? Possiamo dedurlo da tante altre espressioni del suo pensiero lungo tutto l’arco della sua vita pubblica. Fin dall’inizio della sua attività messianica, Gesù insiste nell’inculcare ai suoi discepoli il concetto che “Il Figlio dell’uomo . . . deve soffrire molto” (Lc 9, 22), cioè che deve essere “riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, per poi venire ucciso, (e, dopo tre giorni risuscitare)” (Mc 8, 31). Ma tutto questo non proviene solamente dagli uomini, dalla loro ostilità nei riguardi della sua persona e del suo insegnamento, ma costituisce il compimento degli eterni disegni di Dio, come è stato annunciato nelle Scritture contenenti la rivelazione divina: “Come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato” (Mc 9, 12).

3. Quando Pietro tenta di negare questa eventualità (“. . . questo non ti accadrà mai”) (Mt 16, 22), Gesù lo rimprovera con parole particolarmente severe: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8, 33). È impressionante l’eloquenza di queste parole, con le quali Gesù vuol far capire a Pietro che opporsi alla via della croce vuol dire respingere i disegni di Dio stesso. “Satana” è proprio colui che “sin dall’inizio” sta in contrasto con ciò “che è di Dio”.

4. Gesù è dunque consapevole, sia della responsabilità degli uomini per la sua morte in croce, che dovrà affrontare a causa di una condanna pronunciata da tribunali terreni; sia del fatto che per mezzo di questa condanna umana si compirà l’eterno disegno divino: quello “che è di Dio”, cioè il sacrificio offerto sulla croce per la redenzione del mondo. E anche se Gesù (come Dio stesso) non vuole il male del “deicidio” commesso dagli uomini, tuttavia accetta questo male, per trarne il bene della salvezza del mondo.

5. Dopo la risurrezione, camminando senza essere riconosciuto con due dei suoi discepoli verso Emmaus, spiega loro le “Scritture” dell’antico testamento in questi termini: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 26). E in occasione dell’ultimo incontro con gli apostoli dichiara: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi” (Lc 24, 44).

6. Alla luce degli eventi pasquali gli apostoli comprendono quello che Gesù ha detto loro in antecedenza. Pietro, che per amore verso il Maestro, ma anche per mancanza di comprensione, sembrava opporsi in modo particolare al suo destino crudele, dirà ai suoi uditori di Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, parlando di Cristo: “L’uomo . . . che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce, per mano di empi e l’avete ucciso . . .” (At 2, 22-23). E aggiungerà un’altra volta: “Dio ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto” (At 3, 18).

7. La passione e la morte di Cristo erano annunziate nell’antico testamento non come il termine della sua missione, ma come l’indispensabile “passaggio” richiesto per essere esaltato da Dio. Ce lo dice specialmente il canto di Isaia parlando del servo di Jahvè come dell’uomo dei dolori: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente” (Is 52, 13). E Gesù stesso quando avverte che “il Figlio dell’uomo . . . verrà ucciso”, aggiunge anche che “dopo tre giorni risusciterà” (cf. Mc 8, 31).

8. Ci troviamo dunque davanti a un disegno divino che, anche se appare così evidente, considerato nel corso degli eventi descritti dai Vangeli, rimane pur sempre un mistero che non può essere spiegato in modo esauriente dalla ragione umana. In questo spirito l’apostolo Paolo si esprimerà con quel magnifico paradosso: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1, 25). Queste parole di Paolo riguardo alla croce di Cristo sono insostituibili. Ma è anche vero che se è difficile all’uomo trovare una risposta razionalmente soddisfacente alla domanda “perché la croce di Cristo?”, tuttavia la risposta a questo interrogativo ci viene ancora una volta dalla Parola di Dio.

9. Gesù stesso formula tale risposta: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Quando Gesù pronunciava queste parole nel colloquio notturno con Nicodemo, probabilmente il suo interlocutore non poteva ancora supporre che la frase “dare suo Figlio” significasse “darlo alla morte in croce”. Ma Giovanni, che la narra nel suo Vangelo, ne conosceva bene il significato. Lo sviluppo degli eventi aveva dimostrato che era proprio quello il senso della risposta a Nicodemo: Dio “ha dato” il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo, dandolo alla morte di croce per i peccati del mondo, dandolo per amore: “Dio . . . ha tanto amato il mondo”, la creazione, l’uomo! L’amore rimane la definitiva spiegazione della redenzione mediante la croce. Esso è l’unica risposta alla domanda “perché?” a proposito della morte di Cristo compresa nell’eterno disegno di Dio.

L’autore del quarto Vangelo, nel quale troviamo il testo della risposta di Cristo a Nicodemo, ritornerà ancora sullo stesso concetto in una sua lettera: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10).

10. Si tratta di un amore che supera la stessa giustizia. La giustizia può riguardare e raggiungere colui che ha commesso una colpa. Se a soffrire è un innocente, allora non si parla di giustizia. Se un innocente che è santo, come Cristo, si consegna liberamente alla sofferenza e alla morte di croce, per compiere l’eterno disegno del Padre, ciò significa che Dio nel sacrificio del suo Figlio passa in un certo senso oltre l’ordine della giustizia per rivelarsi in questo Figlio e per suo mezzo in tutta la ricchezza della sua misericordia - Dives in Misericordia (Ef 2, 4), - quasi per introdurre, insieme a questo Figlio crocifisso e risorto, la sua misericordia, il suo amore misericordioso, nella storia dei rapporti tra l’uomo e Dio.

Proprio per mezzo di questo amore misericordioso l’uomo viene chiamato a sconfiggere il male e il peccato in sé e riguardo agli altri: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5, 7). “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”, scriverà san Paolo (Rm 5, 8).

11. L’Apostolo torna su questo tema in diversi punti delle sue lettere, nelle quali ricorre spesso il trinomio: redenzione - giustizia - amore.

“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù . . . nel suo sangue . . .” (Rm 3, 23-25). In questo modo Dio dimostra di non volersi accontentare del rigore della giustizia, che vedendo il male lo punisce, ma di aver voluto trionfare altrimenti sul peccato, dando cioè la possibilità di uscirne. Dio ha voluto mostrarsi giusto in modo positivo dando ai peccatori la possibilità di diventare giusti per mezzo della loro adesione di fede a Cristo redentore. Così Dio “è giusto e rende giusti” (Rm 3, 26). Ciò avviene in modo sconvolgente poiché “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5, 21).

12. Colui che “non aveva conosciuto peccato” - il Figlio consostanziale al Padre - portò su di sé il terribile giogo del peccato di tutta l’umanità, per ottenere la nostra giustificazione e santificazione. Ecco l’amore di Dio rivelato nel Figlio. Per mezzo del Figlio si è manifestato l’amore del Padre “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8, 32). Per comprendere la portata di queste parole: “non ha risparmiato”, può servire il ricordo del sacrificio di Abramo, il quale si era mostrato pronto a “non risparmiare il suo figlio diletto” (Gen 22, 16); Dio, però, l’aveva risparmiato (Gen 22, 12). Invece, il suo proprio unigenito Figlio, Dio “non l’ha risparmiato, ma l’ha consegnato” alla morte per la nostra salvezza.

13. Di qui scaturisce la certezza dell’Apostolo che nessuno e niente, “né morte, né vita, né angeli . . . né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8, 38-39). Insieme con Paolo la Chiesa intera è certa di questo amore di Dio “che supera ogni cosa”, ultima parola dell’autorivelazione di Dio nella storia dell’uomo e del mondo, suprema autocomunicazione che avviene mediante la croce, al centro del mistero pasquale di Gesù Cristo.

[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 7 settembre 1988]

L’odierno brano evangelico (cfr Mt 16,21-27) è collegato a quello di domenica scorsa (cfr Mt 16,13-20). Dopo che Pietro, a nome anche degli altri discepoli, ha professato la fede in Gesù come Messia e Figlio di Dio, Gesù stesso incomincia a parlare loro della sua passione. Lungo il cammino verso Gerusalemme, spiega apertamente ai suoi amici ciò che lo attende alla fine nella città santa: preannuncia il suo mistero di morte e di risurrezione, di umiliazione e di gloria. Dice che dovrà «soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). Ma le sue parole non sono comprese, perché i discepoli hanno una fede ancora immatura e troppo legata alla mentalità di questo mondo (cfr Rm 12,2). Loro pensano a una vittoria troppo terrena, e per questo non capiscono il linguaggio della croce.

Di fronte alla prospettiva che Gesù possa fallire e morire in croce, lo stesso Pietro si ribella e gli dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai!» (v. 22). Crede in Gesù – Pietro è così – ha fede, crede in Gesù, crede; lo vuole seguire, ma non accetta che la sua gloria passi attraverso la passione. Per Pietro e gli altri discepoli – ma anche per noi! – la croce è una cosa scomoda, la croce è uno “scandalo”, mentre Gesù considera “scandalo” il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza. Per questo Gesù risponde a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (v. 23). Dieci minuti prima, Gesù ha lodato Pietro, gli ha promesso di essere la base della sua Chiesa, il fondamento; dieci minuti dopo gli dice “Satana”. Come mai si capisce questo? Succede a tutti noi! Nei momenti di devozione, di fervore, di buona volontà, di vicinanza al prossimo, guardiamo Gesù e andiamo avanti; ma nei momenti in cui viene incontro la croce, fuggiamo. Il diavolo, Satana – come dice Gesù a Pietro – ci tenta. È proprio del cattivo spirito, è proprio del diavolo allontanarci dalla croce, dalla croce di Gesù.

Rivolgendosi poi a tutti, Gesù aggiunge: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24). In questo modo Egli indica la via del vero discepolo, mostrando due atteggiamenti. Il primo è «rinunciare a sé stessi», che non significa un cambiamento superficiale, ma una conversione, un capovolgimento di mentalità e di valori. L’altro atteggiamento è quello di prendere la propria croce. Non si tratta solo di sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane, ma di portare con fede e responsabilità quella parte di fatica, quella parte di sofferenza che la lotta contro il male comporta. La vita dei cristiani è sempre una lotta. La Bibbia dice che la vita del credente è una milizia: lottare contro il cattivo spirito, lottare contro il Male.

Così l’impegno di “prendere la croce” diventa partecipazione con Cristo alla salvezza del mondo. Pensando a questo, facciamo in modo che la croce appesa alla parete di casa, o quella piccola che portiamo al collo, sia segno del nostro desiderio di unirci a Cristo nel servire con amore i fratelli, specialmente i più piccoli e fragili. La croce è segno santo dell’Amore di Dio, è segno del Sacrificio di Gesù, e non va ridotta a oggetto scaramantico oppure a monile ornamentale. Ogni volta che fissiamo lo sguardo sull’immagine di Cristo crocifisso, pensiamo che Lui, come vero Servo del Signore, ha realizzato la sua missione dando la vita, versando il suo sangue per la remissione dei peccati. E non lasciamoci portare dall’altra parte, nella tentazione del Maligno. Di conseguenza, se vogliamo essere suoi discepoli, siamo chiamati a imitarlo, spendendo senza riserve la nostra vita per amore di Dio e del prossimo.

La Vergine Maria, unita al suo Figlio fino al calvario, ci aiuti a non indietreggiare di fronte alle prove e alle sofferenze che la testimonianza del Vangelo comporta per tutti noi.

[Papa Francesco, Angelus 30 agosto 2020]

(Mc 6,17-29)

 

La domanda «Gesù, Chi è?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio sulle opinioni della gente (vv.14-16) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti qualcuno tentava di comprendere Cristo a partire da quanto si sapeva già.

Non pochi desideravano capire la sua Persona sulla base di criteri tratti dalle Scritture o dalla Tradizione anche orale del popolo eletto; dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose [come nel caso di Erode].

Ma l’Araldo di Dio non è stato un purificatore del Tempio, né semplice rabberciatore della religiosità datata, d’idee culturali addomesticate. Neppure uno dei tanti “riformatori”… tutto sommato conformisti.

Egli capovolge le speranze del popolo, così inquieta qualsiasi scuola di pensiero; in particolare, coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è avvolto di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso.

Ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Giuseppe Flavio riferisce che Giovanni era in prigione per timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo.

La trama dell’assassinio è stata occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la Voce del suo martirio non tace più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un inviato, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso che garantiva ai facinorosi di considerarsi intoccabili.

Di fronte al ricatto [senza troppi complimenti] dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole d’una nostra nobile franchezza critica, la cui ‘rivelazione’ correrà parallela ai Due.

 

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

Anche oggi chiede coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare, di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da molti cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Chi è Gesù secondo te e gli altri?

 

 

[Martirio di s. Giovanni Battista, 29 agosto]

(Mc 6,17-29)

 

La domanda «Gesù, Chi è?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio delle opinioni della gente (Mt 14,1-2; Mc 6,14-16; Lc 9,7-9) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti si tentava di capire Cristo a partire da quanto si sapeva già [dai criteri delle Scritture e della tradizione, dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose].

Ma l’uomo di Dio non è semplice purificatore del Tempio, né un rabberciatore della religiosità conformista. Egli capovolge le speranze popolaresche, emotive o standard.

In tal guisa, ogni Profeta inquieta tutti coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è ammantato di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso, ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo,  il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio.

In ogni villaggio il sovrano poteva contare sull’appoggio di tutte le cricche e dei vari leaders locali, interessati al controllo delle coscienze - insieme a scribi e farisei compromessi, legati alla sua politica.

Oltre che fantoccio di Roma - cui garantiva il controllo del territorio e il flusso delle imposte - Erode era un depravato e superstizioso: pensava che perfino il giuramento leggero a una ballerina andasse mantenuto.

Giuseppe Flavio riferisce invece che Giovanni era in prigione per il timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo. La trama dell’assassinio è stata probabilmente occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la voce del suo martirio non tacerà più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un profeta, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

I delinquenti non devono illudersi che la Provvidenza non sappia equipaggiare anche le alte sfere (e più smidollate) del contraltare di persone coerenti e valide.

Sia Giovanni che il Signore non hanno mai frequentato la nuova capitale erodiana, Tiberiade, la città dei palazzi di corte, costruita - dopo Sefforis, dove anche Gesù ha lavorato - in diplomatico omaggio all’imperatore romano.

La religiosità generica e confusionaria può adattarsi a ogni stagione ed esser fatta propria anche da chi pensa che la vita altrui non valga nulla, ma un Profeta non si arresta di fronte al capriccio del sistema corrotto.

 

Nei villaggi palestinesi la vita della gente era vessata di tasse e abusi di latifondisti [che neppure risiedevano in loco]; controllata dal perfetto connubio d’interessi fra potere civile e religioso - che in modo astuto tentavano d’imporre il loro stile di vita e trasmettere alle folle un sapere (inutile) ormai consolidato.

I leaders della fede popolare, ortodossa e confacente - come spesso capita - erano a guinzaglio delle autorità sul territorio, le quali si consideravano definitive e trovavano forza nella coalizione.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso il quale garantiva ai facinorosi, alle autorità “spirituali” e ai prepotenti persino d’infimo livello di considerarsi intoccabili.

Di fronte al ricatto [senza troppi complimenti] dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole della profezia critica, la cui rivelazione correrà parallela ai Due.

 

Il Battezzatore è stato un intrepido denunciatore del vizio, della superficialità, del malcostume, delle perversioni dei potenti.

Papa Francesco avrebbe parlato di buone maniere (nella ricerca di alleanze di cordata) e pessime abitudini - nella vita privata irresponsabile e insulsa, e nella violenza con cui si perpetua il dominio sui piccoli.

Anche Gesù ha puntato i piedi, invece di fare carriera interna. Malgrado il presagio di Giovanni, ha rifiutato la strada delle astuzie soppesate, della finzione, della diplomazia e delle piroette di circostanza.

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità religiose e politiche opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

 

Il Signore chiede il coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare (mellifluo), di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da signori, luminari e cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Conosci vittime di autoritarismo, corruzione, dominio di potenti, eccesso e strafottenza di potere? Anche nella Chiesa?

Come mai ancora capita questo (e tutto prima o poi vien messo a tacere)?

Chi è Gesù secondo te e gli altri? E che direbbe?

Cari fratelli e sorelle,

[…] ricorre la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista, il precursore di Gesù. Nel Calendario Romano, è l’unico Santo del quale si celebra sia la nascita, il 24 giugno, sia la morte avvenuta attraverso il martirio. Quella odierna è una memoria che risale alla dedicazione di una cripta di Sebaste, in Samaria, dove, già a metà del secolo IV, si venerava il suo capo. Il culto si estese poi a Gerusalemme, nelle Chiese d’Oriente e a Roma, col titolo di Decollazione di san Giovanni Battista. Nel Martirologio Romano, si fa riferimento ad un secondo ritrovamento della preziosa reliquia, trasportata, per l’occasione, nella chiesa di S. Silvestro a Campo Marzio, in Roma.

Questi piccoli riferimenti storici ci aiutano a capire quanto antica e profonda sia la venerazione di san Giovanni Battista. Nei Vangeli risalta molto bene il suo ruolo in riferimento a Gesù. In particolare, san Luca ne racconta la nascita, la vita nel deserto, la predicazione, e san Marco ci parla della sua drammatica morte nel Vangelo di oggi. Giovanni Battista inizia la sua predicazione sotto l’imperatore Tiberio, nel 27-28 d.C., e il chiaro invito che rivolge alla gente accorsa per ascoltarlo, è quello a preparare la via per accogliere il Signore, a raddrizzare le strade storte della propria vita attraverso una radicale conversione del cuore (cfr Lc 3, 4). Però il Battista non si limita a predicare la penitenza, la conversione, ma, riconoscendo Gesù come «l’Agnello di Dio» venuto a togliere il peccato del mondo (Gv 1, 29), ha la profonda umiltà di mostrare in Gesù il vero Inviato di Dio, facendosi da parte perché Cristo possa crescere, essere ascoltato e seguito. Come ultimo atto, il Battista testimonia con il sangue la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione. San Beda, monaco del IX secolo, nelle sue Omelie dice così: San Giovanni Per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità. (cfr Om. 23: CCL 122, 354). E non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità. Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio.

Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza. Giovanni è il dono divino lungamente invocato dai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta (cfr Lc 1,13); un dono grande, umanamente insperabile, perché entrambi erano avanti negli anni ed Elisabetta era sterile (cfr Lc 1,7); ma nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,36). L’annuncio di questa nascita avviene proprio nel luogo della preghiera, al tempio di Gerusalemme, anzi avviene quando a Zaccaria tocca il grande privilegio di entrare nel luogo più sacro del tempio per fare l’offerta dell’incenso al Signore (cfr Lc 1,8-20). Anche la nascita del Battista è segnata dalla preghiera: il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria eleva al Signore e che recitiamo ogni mattina nelle Lodi, il «Benedictus», esalta l’azione di Dio nella storia e indica profeticamente la missione del figlio Giovanni: precedere il Figlio di Dio fattosi carne per preparargli le strade (cfr Lc 1,67-79). L’esistenza intera del Precursore di Gesù è alimentata dal rapporto con Dio, in particolare il periodo trascorso in regioni deserte (cfr Lc 1,80); le regioni deserte che sono luogo della tentazione, ma anche luogo in cui l’uomo sente la propria povertà perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso. Ma Giovanni Battista non è solo uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche una guida a questo rapporto. L’Evangelista Luca riportando la preghiera che Gesù insegna ai discepoli, il «Padre nostro», annota che la richiesta viene formulata dai discepoli con queste parole: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr Lc 11,1).

Cari fratelli e sorelle, celebrare il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio. La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio. San Giovanni Battista interceda per noi, affinché sappiamo conservare sempre il primato di Dio nella nostra vita. Grazie.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 29 agosto 2012]

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We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)
Faith is more than just empirical or historical facts; it is an ability to grasp the mystery of Christ’s person in all its depth [Pope Benedict]
La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità [Papa Benedetto]
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]

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