Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
VI Domenica Tempo Ordinario (anno A) [15 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Il tema delle due vie, tanto caro ai profeti, tocca il tema della libertà dell’uomo e della sua responsabilità. Le letture di questa domenica ci aiutano a meglio capire come non sbagliare strada nella vita
Prima Lettura dal libro del Siracide (15,15-20 NV 15, 16-21)
Dio ci ha creati liberi e Ben Sira il Saggio ci propone qui una riflessione sulla libertà dell’uomo che si articola in tre punti: PRIMO, il male è esterno all’uomo; SECONDO, l’uomo è libero di scegliere tra il male e il bene; TERZO, scegliere il bene significa anche scegliere la felicità. PRIMO: il male è esterno all’uomo perché non fa parte della nostra natura, ed è già una grande notizia; perché se il male facesse parte della nostra natura, non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza: non ce ne potremmo mai liberare. Questa, per esempio, era la concezione dei Babilonesi, al contrario, la Bibbia è molto più ottimista: afferma che il male è esterno all’uomo; Dio non ha creato il male e non è lui che ci spinge a compierlo. Egli dunque non è responsabile del male che commettiamo. È il senso dell’ultimo versetto di questa Lettura: “A nessuno (Dio) ha comandato di essere empio, e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Mentre poco prima di questo brano, Ben Sira scrive: “Non dire: “È il Signore che mi ha fatto deviare...Non dire: “È lui che mi ha fatto smarrire” (Sir 15,11-12).
Se Dio avesse creato Adamo come un essere in parte buono e in parte cattivo, come immaginavano i Babilonesi, il male farebbe parte della nostra natura. Ma Dio è solo amore, e il male gli è totalmente estraneo. Il racconto della caduta di Adamo ed Eva, nel libro della Genesi, è stato scritto proprio per far comprendere che il male è esterno all’uomo, poiché viene introdotto dal serpente e si diffonde nel mondo nel momento in cui l’uomo comincia a diffidare di Dio. Ritroviamo la stessa affermazione nella lettera di san Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: “La tentazione viene da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”. In altre parole, il male è totalmente estraneo a Dio: egli non può spingere a compierlo. E san Giacomo continua: “Ciascuno invece è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce” (Gc 1,13-14). SECONDO: l’uomo è libero e può scegliere il male o il bene. Questa certezza è stata acquisita lentamente dal popolo d’Israele; eppure, anche qui, la Bibbia è inequivocabile: Dio ha creato l’uomo libero. Perché questa certezza maturasse in Israele, è stato necessario che il popolo sperimentasse l’azione liberatrice di Dio in ogni tappa della sua storia, a cominciare dall’esperienza della liberazione dall’Egitto. Tutta la fede d’Israele è nata dalla sua esperienza storica: Dio è il suo liberatore; e poco a poco si è compreso che ciò che è vero oggi lo era già al momento della creazione, e quindi si è dedotto che Dio ha creato l’uomo libero. Occorrerà dunque imparare a conciliare queste due certezze bibliche: che Dio è onnipotente e che, tuttavia, di fronte a lui l’uomo è libero. Ed è proprio perché l’uomo è libero di scegliere che si può parlare di peccato: la nozione stessa di peccato presuppone la libertà; se non fossimo liberi, i nostri errori non potrebbero essere chiamati peccati. Forse, per entrare un po’ in questo mistero, dobbiamo ricordare che l’onnipotenza di Dio è quella dell’amore: lo sappiamo bene, solo l’amore vero rende l’altro libero. Per guidare l’uomo nelle sue scelte, Dio gli ha dato la sua Legge e il libro del Deuteronomio lo sottolinea con forza:Cf Dt 30,11-14.). TERZO: scegliere il bene significa scegliere la felicità. Leggiamo nel testo: “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che avrà scelto”. Detto in altri termini, è nella fedeltà a Dio che l’uomo trova la vera felicità. Allontanarsi da lui significa, prima o poi, procurarsi la propria infelicità. In modo figurato si dice che l’uomo si trova costantemente a un bivio: due strade si aprono davanti a lui (nella Bibbia si parla di due «vie»). Una via conduce alla luce, alla gioia, alla vita: beati coloro che la percorrono. L’altra è una via di notte e di tenebra e, in definitiva, non porta che tristezza e morte. Infelici coloro che vi si smarriscono. Anche qui non si può fare a meno di pensare al racconto della caduta di Adamo ed Eva: la loro cattiva scelta li ha condotti sulla via sbagliata. Il tema delle due vie è molto frequente nella Bibbia, in particolare nel libro del Deuteronomio (30,15-20). Secondo il tema delle due vie, non siamo mai definitivamente prigionieri, neppure dopo scelte sbagliate, poiché è sempre possibile tornare indietro. Con il Battesimo siamo innestati in Cristo, il quale in ogni istante ci dona la forza di scegliere di nuovo la via buona: è per questo che lo chiamiamo Redentore, cioè Liberatore. Ben Sira diceva che dipende dalla nostra scelta restare fedeli e , da battezzati, dobbiamo aggiungere: restiamo fedeli con la grazia di Gesù Cristo.
Salmo responsoriale (118/119)
Questo salmo fa perfettamente eco alla prima lettura tratta da Ben Sira: è la stessa meditazione che prosegue; l’idea sviluppata (in modo diverso, certo, ma in piena coerenza) in questi due testi è che l’umanità trova la propria felicità solo nella fiducia in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti: “Beato chi è integro nella lsua via, e cammina nella Legge del Signore”. La sventura e la morte cominciano per l’uomo nel momento in cui egli si allontana dalla via della fiducia serena. Infatti, lasciar entrare in noi il sospetto nei confronti di Dio e dei suoi comandamenti e, di conseguenza, fare di testa propria significa imboccare una cattiva strada senza uscita. È esattamente il problema di Adamo ed Eva nel racconto della caduta nel paradiso terrestre. Ritroviamo, come in filigrana, il tema delle due vie di cui parla la prima lettura: se diamo ascolto a Ben Sira, siamo viandanti perpetui, costretti a verificare continuamente il nostro cammino… Beati tra noi coloro che hanno trovato la strada giusta! Perché, delle due vie che si aprono costantemente davanti a noi, una conduce alla felicità, l’altra all’infelicità. Il credente sperimenta la dolcezza della fedeltà ai comandamenti di Dio: è questo che il salmo vuole dirci. È il salmo più lungo del Salterio (176 versetti con 22 strofe di 8 versetti) e i pochi versetti proposti oggi non ne costituiscono che una piccolissima parte, l’equivalente di una sola strofa. Perché ventidue strofe? Perché ventidue sono le lettere dell’alfabeto ebraico: ogni versetto di ciascuna strofa comincia con la stessa lettera e le strofe si susseguono secondo l’ordine alfabetico. In letteratura si parla di “acrostico” anche se qui non si tratta di virtuosismo letterario, ma di una vera professione di fede: questo salmo è un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che è la Legge, cioè i comandamenti. Anzi, più che di un salmo, sarebbe meglio parlare di una litania in onore della Legge: qualcosa che ci è piuttosto estraneo. Infatti, una delle caratteristiche della Bibbia, per noi un po’ sorprendente, è il vero amore per la Legge che abita il credente biblico. I comandamenti non sono subiti come una dominazione che Dio eserciterebbe su di noi, ma come consigli, gli unici validi per condurre una vita felice. “Beati gli uomini integri nella loro via, che camminano secondo la Legge del Signore”: quando l’uomo biblico pronuncia questa frase, la pensa con tutto il cuore. Non si tratta ovviamente di una magia: uomini fedeli alla Legge possono incontrare ogni sorta di sventure nel corso della loro vita; ma, in questi casi tragici, il credente sa che solo il cammino della fiducia in Dio può donargli la pace dell’anima. La Legge è accolta come un dono che Dio fa al suo popolo, mettendolo in guardia da tutte le false strade; è l’espressione della sollecitudine del Padre per i suoi figli, così come noi, talvolta, mettiamo in guardia un bambino o un amico da ciò che ci sembra pericoloso per lui. Si dice che Dio dona la sua Legge ed essa è davvero considerata come un regalo. Infatti, Dio non si è limitato a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto; lasciato a se stesso, Israele avrebbe rischiato di ricadere in altre schiavitù forse ancora peggiori. Donando la sua Legge, Dio offriva in qualche modo il manuale d’uso della libertà. La Legge è dunque espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Occorre dire che non si è dovuto attendere il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che, in definitiva, la Legge non ha altro scopo che condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore e della vita fraterna. Il libro del Deuteronomio affermava: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’Unico; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4). E il libro del Levitico proseguiva: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Più tardi, Gesù, unendo questi due comandamenti, ha potuto dire che essi riassumono tutta la Legge giudaica. Torniamo alla Beatitudine del primo versetto di questo salmo: “Beato l’uomo che segue la Legge del Signore”. La parola “beato”, lo abbiamo già imparato, può essere tradotta con l’espressione “in cammino” per cui il senso di questo versetto sarebbe: “Cammina con fiducia, uomo che osservi la Legge del Signore”. L’uomo biblico è talmente convinto che in questo è in gioco la sua vita e la sua felicità, che questa litania di cui parlavo poco fa è in realtà una preghiera. Dopo i primi tre versetti, che sono affermazioni sulla felicità degli uomini fedeli alla Legge, i restanti centosettantatré versetti si rivolgono direttamente a Dio, in uno stile ora contemplativo, ora supplice, con invocazioni come: “Apri i miei occhi, perché io contempli le meraviglie della tua Legge”. E la litania continua, ripetendo senza sosta quasi le stesse formule: per esempio, in ebraico, in ogni strofa ricorrono sempre gli stessi otto termini per descrivere la Legge. Solo gli innamorati osano ripetersi così, senza rischiare di stancarsi. Otto parole sempre le stesse e anche otto versetti in ciascuna delle ventidue strofe: il numero otto, nella Bibbia, è il numero della nuova Creazione. La prima Creazione è stata compiuta da Dio in sette giorni; l’ottavo giorno sarà dunque quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e della terra nuova”, secondo un’altra espressione biblica. Essa potrà finalmente manifestarsi quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, poiché è la stessa cosa. Altri elementi della simbologia del numero otto: nell’arca di Noè c’erano quattro coppie umane (otto persone); a risurrezione di Cristo è avvenuta di domenica, giorno che è insieme il primo e l’ottavo della settimana. er questo motivo i battisteri dei primi secoli erano spesso ottagonali; ancora oggi incontriamo numerosi campanili ottagonali.
APPROFONDIMENTO: gli otto termini del vocabolario della Legge, considerati sinonimi che esprimono le diverse sfaccettature dell’amore di Dio che si dona nella sua Legge: Comandamenti: ordinare, comandare; Legge: deriva da una radice che non significa «prescrivere», ma «insegnare»; essa indica la via per andare a Dio. È una pedagogia, un accompagnamento che Dio ci offre: un dono; Parola: la Parola di Dio è sempre creatrice, parola d’amore: «Dio disse… e così avvenne» (Gen 1). Sappiamo bene che anche «ti amo» è una parola creatrice; Promessa: la Parola di Dio è sempre promessa e fedeltà; Giudizi: trattare con giustizia; Decreti: dal verbo «incidere», «scrivere sulla pietra» (le tavole della Legge); Precetti: ciò che Dio ci ha affidato; Testimonianze: della fedeltà di Dio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,6-10)
Domenica scorsa, san Paolo opponeva già la sapienza umana alla sapienza di Dio: “La vostra fede – diceva – non si fonda sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio”. E insisteva nel dire che il mistero di Cristo non ha nulla a che vedere con i nostri ragionamenti: agli occhi degli uomini il Vangelo appare come una follia e insensati sono coloro che vi scommettono la propria vita. Questa insistenza sul termine “sapienza” forse ci sorprende, ma Paolo si rivolge ai Corinzi, cioè a dei Greci per i quali la sapienza è la virtù più preziosa.
Oggi Paolo continua sulla stessa linea: l’annuncio del mistero di Dio può sembrare follia agli occhi del mondo, ma si tratta di una sapienza infinitamente più alta, la sapienza di Dio. “Tra coloro che sono perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo…parliamo invece della sapienza di Dio”. Tocca a noi scegliere se vivere secondo la sapienza del mondo, lo spirito del mondo, oppure secondo la sapienza di Dio: due sapienze totalmente contraddittorie. Ritorna qui il tema delle altre letture di questa domenica: la prima lettura tratta dal libro del Siracide e il salmo 118/119 sviluppavano entrambi, ciascuno a modo suo il tema delle due vie: l’uomo è posto al crocevia di due strade ed è libero di scegliere il proprio cammino; una via conduce alla vita e alla felicità; l’altra sprofonda nella notte, nella morte, e in definitiva non offre che false gioie. “Sapienza di Dio che è rimasta nascosta” (v.7): una delle grandi affermazioni della Bibbia è che l’uomo non può comprendere tutto del mistero della vita e della creazione né il mistero di Dio stesso. Questo limite fa parte del nostro stesso essere. In proposito leggiamo nel Deuteronomio: “Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, affinché mettiamo in pratica tutte le parole di questa Legge» (Dt 29,28). Ciò significa: Dio tutto conosce, e noi conosciamo solo ciò che egli ha voluto rivelarci, a cominciare dalla Legge, che è la chiave di tutto il resto. Torniamo ancora una volta al libro della Genesi che racconta il giardino di Eden dove c’erano alberi di ogni specie, “belli a vedersi e buoni da mangiare” (Gn 2,9); e c’erano anche due alberi particolari: uno, posto in mezzo al giardino, era l’albero della vita; l’altro, situato in un luogo non precisato, si chiamava albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Ad Adamo era permesso mangiare del frutto dell’albero della vita, anzi era raccomandato, poiché Dio aveva detto: “Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino… tranne uno”. Solo il frutto dell’albero della conoscenza era proibito. È un modo figurato per dire che l’uomo non può conoscere tutto e deve accettare questo limite: Al Signore nostro Dio appartengono le cose nascoste, dice il Deuteronomio. Al contrario, la Torah, la Legge, che è l’albero della vita, è affidata all’uomo: praticare la Legge significa nutrirsi giorno dopo giorno di ciò che ci farà vivere.
Riprendo quest’espressione: Sapienza rimasta nascosta, stabilita da Dio prima dei secoli per la nostra gloria (cf v7). Paolo insiste più volte nelle sue lettere sul fatto che il progetto di Dio è stabilito da tutta l’eternità e non c’è mai stato un ripensamento e un cambio perché lo svolgersi del progetto di Dio non cambia secondo il comportamento dell’umanità: non possiamo immaginare che prima Dio creò il mondo perfetto fino al giorno in cui Adamo commise la colpa e allora, per riparare ha pensato di mandare suo Figlio. Contro questa concezione, Paolo sviluppa in molte sue lettere l’idea che il ruolo di Gesù Cristo è previsto da tutta l’eternità e che il disegno di Dio precede tutta la storia umana. Lo dice chiaramente nella lettera agli Efesini (cf Ef 1,9-10), oppure, nella lettera ai Romani (cf Rm 16,25-26). Il compimento di questo progetto, come dice Paolo, è “darci la gloria”: la gloria un attributo di Dio e di lui solo e la nostra vocazione sarà partecipare alla sua gloria. Questa espressione è, per Paolo, un altro modo di parlare del progetto di Dio di riunirci tutti in Gesù Cristo e farci partecipi della gloria della Trinità, come leggiamo nella lettera agli Efesini. Scrive ancora san Paolo:” Ma come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (v.9). Quando afferma “Come sta scritto” si riferisce al profeta Isaia che dice: “Mai si è udito, mai si è sentito dire, mai occhio ha visto un dio, fuori di te, che agisca così per chi confida in lui» (Is 64,3). Ecco lo stupore del credente gratificato dalla rivelazione dei misteri di Dio. E continua: “quelle cose… Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. Ma ci possono essere persone per le quali questo non sarebbe stato preparato? Ci ssono dunque privilegiati ed esclusi? Certamente no: il progetto di Dio è per tutti; ma vi possono partecipare solo coloro che hanno lo vogliono a cuore aperto e del cuore ognuno è unico padrone. E’ il tema della fiducia in Dio perché il mistero del suo disegno provvidenziale si apre solo ai piccoli come dice Gesù: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (cf Mt11,25 e Lc 10,21). Siccome tutti siamo piccoli, basta saperlo riconoscere umilmente e con fiducia in Dio
Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)
Il Regno avanza lentamente ma con sicurezza. Questo Vangelo di Matteo 5 ci permette di capire come il Regno di Dio avanza nella storia: non per rottura, ma per compimento. Il verbo chiave, che san Matteo mette sulle labbra di Gesù – “Non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento”. Tutta la Bibbia, fin da Abramo, è orientata verso un compimento progressivo del disegno benevolo di Dio. Il cristiano, infatti, non vive di nostalgia del passato, ma di attesa operosa: giudica la storia non in base ai successi immediati, ma all’avanzamento del Regno. È per questo che si può dire che la Messa domenicale è la “riunione del cantiere del Regno”: il luogo in cui si verifica se il Vangelo sta realmente trasformando la vita. Una crescita lenta, inscritta nella Legge. L’evangelista mostra che questa lentezza non è un difetto, ma il metodo stesso di Dio. La Legge data a Mosè ha rappresentato le prime tappe: indicare il minimo vitale perché la convivenza fosse possibile – non uccidere, non rubare, non mentire. Era già un passo decisivo rispetto alla legge del più forte. Gesù non cancella queste acquisizioni; al contrario, le porta a maturazione. Le antitesi («Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…») manifestano questo avanzare del Regno: non solo evitare l’omicidio, ma estirpare l’ira; non solo evitare l’adulterio, ma purificare lo sguardo; non solo evitare il falso giuramento, ma vivere nella verità della parola. Ogni volta il Regno fa un passo avanti, perché il cuore dell’uomo viene lentamente convertito. E così il Regno cresce attraverso le relazioni. Il testo metteva in luce un punto decisivo: i comandamenti rinnovati da Gesù riguardano tutti le relazioni con gli altri: riconciliazione con il fratello, rispetto della donna, parola affidabile, amore del nemico. Se il disegno misericordioso di Dio è, come dice Paolo, riunire tutti in Cristo, allora ogni passo verso una fraternità più vera è già un avanzamento del Regno. Per questo Gesù non si limita a insegnare a pregare “Venga il tuo Regno”, ma indica come farlo venire: attraverso scelte concrete, quotidiane, spesso nascoste, ma reali. All’inizio del discorso, Matteo pone le Beatitudini che descrivono coloro che permettono al Regno di avanzare: non i potenti, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace. Sono i piccoli ai quali il Padre rivela i suoi misteri. Anche qui il Regno non avanza per forza o spettacolarità, ma per umiltà e fedeltà.
Il Regno avanza come il sale che scompare e come la luce che rischiara senza rumore. È una crescita che si misura sul lungo periodo, non sull’immediato. Per questo Gesù può dire alla fine del capitolo: “Siate perfetti” (Mt 5,48), cioè portati a compimento. Non è un ideale irraggiungibile, ma la meta di un cammino che Dio stesso accompagna. Il Regno di Dio non irrompe, ma cresce; non elimina il passato, ma lo porta a pienezza; non avanza con la forza, ma con la conversione del cuore. Ogni passo in più nell’amore, ogni relazione riconciliata, ogni parola resa vera: è così, lentamente ma con sicurezza, che il Regno viene.
+Giovanni D’Ercole
Qualche giorno fa apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.
Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.
Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con sé.
Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso.
Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.
Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.
Tale arnese viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini.
Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.
Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti.
Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri.
Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.
L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.
Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.
Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.
Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.
Generalmente tendono a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.
Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.
Essi possono subire l’influsso di film, di culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza
A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca.
Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile.
E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.
Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.
Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.
Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.
Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.
Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.
Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.
Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.
E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .
A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.
Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Stura le orecchie, affinché non restiamo sordi e balbuzienti
(Mc 7,31-37)
Lo sfondo del passo di Vangelo è il tema dell’iniziazione alla Fede, che investe i ‘sensi’ [interiori] i quali rischiano di spegnersi.
Anche ogni credente infatti corre il pericolo di affievolire la percezione, circoscrivere l’energia vitale, ridurre in modo drastico il rapporto con la realtà profonda, e l’orizzonte del suo cammino.
«Effatà» era una formula liturgica globalmente espressiva, impiegata dalle chiese primitive nel Battesimo.
L’itinerario inverosimile di Gesù (v.31) suggerisce quasi un suo essere restio a tornare indietro, trattenendosi piuttosto fra pagani. Perché?
Si rende conto che i “lontani” sembrano meno sordi alla Parola di Dio, rispetto alla gente d’Israele: hanno una coscienza ancora viva.
I seguaci non espongono messaggi autentici. Si mostrano intimi, però malgrado le apparenze non sanno ancora ascoltare.
Ciò per il fatto che le orecchie di alcuni di loro sono aperte alle sole furbizie: devono essere «sturate» senza troppi complimenti.
Infatti l’azione di Gesù è violenta [v.33 testo greco].
Gli apostoli ritenevano che il Tesoro di Dio fosse esclusivamente destinato agli “interni” - non ai popoli.
Ma il giovane Rabbi non vuole che il discepolo si rassegni, si ripieghi, si affezioni alla propria malattia.
Condizione di vita trasandata e vuota di senso, da cui i ‘padrini’ del Battesimo vorrebbero emanciparci (v.32a).
Sono i veri collaboratori del Messia, che gli portano un «sordo» [non muto ma] «balbuziente».
Cristo allora ci tira fuori, «in disparte» (v.33). Vuole separarci dal modo di ragionare attorno; distaccarci dagli obbiettivi qualunquisti.
«Apriti!» resta l’invito pressante a spalancare ancora nuovi percorsi: slacciare il dialogo, essere concreti e rispettosi, rimettere in causa la vita. Arricchendo se stessi e gli altri.
Unico ‘miracolo’ grande è dischiudere ogni persona alla percezione e comunicazione, prolungando l’Azione creatrice.
Perché cercando la verità nell’ascolto profondo, non si balbetta più.
Nella cultura semitica la ‘saliva’ [v.33: «e avendo sputato, toccò la sua lingua»] era considerata alito condensato.
Immagine dello stesso Spirito che libera da alienazioni - beninteso, non a partire da fuori.
Anche l’evangelizzazione deve configurarsi in tale concomitanza, solidale con la realizzazione, e impegnata nei processi; da dentro.
Così vivremo in modo fluente, e proclameremo la Buona Notizia in favore della nostra Felicità; trovando soluzioni inattese.
Purtroppo i discepoli più “stretti” continuavano a voler predicare il «Figlio dell’uomo» come «il» [quel] Messia che si attendevano (v.36).
Così però si turavano le orecchie e legavano la lingua, rattrappendo anima, spirito, e mani.
Nel Battesimo - al contrario - il Maestro e Signore ci abilita all’ascolto della «Parola» che si fa «evento», affinché facciamo risuonare agli altri quanto viene proclamato.
Attraverso questo dissigillo siamo stati costituiti credenti e profeti. Prima eravamo balbettoni.
L’attitudine del ‘figlio’? Spalancare l’anima al mondo.
E la missione della Chiesa non è quella di decidere tutto, bensì far udire e parlare. Senza l’a-priori di riferimenti inutili.
«Aprirci» resta la nostra Vocazione decisiva.
[Venerdì 5.a sett. T.O. 13 febbraio 2026]
Stura le orecchie, affinché non restiamo sordi e balbuzienti
(Mc 7,31-37)
«Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio!»
[Papa Francesco, Angelus 6 settembre 2015]
Lo sfondo del passo di Vangelo è il tema dell’iniziazione alla Fede, che investe i “sensi” (interiori) i quali rischiano di spegnersi.
Anche ogni credente infatti corre il pericolo di affievolire la percezione, circoscrivere l’energia vitale, ridurre in modo drastico il rapporto con la realtà profonda, e l’orizzonte del suo cammino.
«Effatà» era una formula liturgica globalmente espressiva, impiegata dalle chiese primitive nel Battesimo.
Dietro quell’espressione ritroviamo una dimensione ecclesiale davvero vivente e consapevole, sebbene popolare.
Comunità che percepiscono il linguaggio della Fede, accolgono e condividono il pensiero del Figlio; quindi reagiscono alla stasi, non hanno propensioni decadute, né restano mute e cieche.
L’invito a spalancare tutta la vita [Effatà] nasce da un afflato missionario non asservito, che non molla. Vediamo in che senso.
L’itinerario inverosimile di Gesù (v.31) suggerisce quasi un suo essere restio a tornare indietro, trattenendosi piuttosto fra pagani. Perché?
Si rende conto che i “lontani” sembrano meno sordi alla Parola di Dio, rispetto alla gente d’Israele: sono desti, recepiscono, hanno una coscienza ancora viva.
Dopo l’accesa disputa sul puro e impuro, ecco il Maestro spazientirsi perfino coi discepoli.
Essi sono rimasti al livello della medesima sordità spirituale del popolo, inerte; mutilato dello spirito della Scrittura.
Ancora sordi, balbettano: si sono autoinflitti un nodo alla lingua.
Se parlano lo fanno a fatica, in modo disarticolato, incomprensibile.
Insomma, i seguaci non espongono messaggi autentici.
Si mostrano intimi, però malgrado le apparenze non sanno ancora ascoltare [diremmo: neppure fedeli alla Tradizione viva; cf. Dei Verbum 1]!
Ciò per il fatto che le orecchie di alcuni di loro sono aperte alle sole furbizie: devono essere «sturate» senza troppi complimenti.
Infatti l’azione di Gesù è violenta (v.33 testo greco).
I “sostenitori” qui paiono contrapporsi in ogni modo all’azione del Cristo nella sua totalità.
Gli apostoli ritenevano che il Tesoro di Dio fosse esclusivamente destinato agli “interni” - non ai popoli.
Egli allora colpisce duro: vuole incontrare gli “estranei”, affinché anch’essi accendano le loro risorse.
L’episodio di Vangelo è parabola della condizione di qualunque persona - anche sconclusionata - che incontrando il Signore inizia a percepire e comunicare bene, con saggezza.
Senza più vacillare nelle traiettorie di crescita - con lo spavento della realtà, e di se stessi.
La sapienza religiosa o la filosofia pagana hanno cercato risposte agli enigmi, alle domande di senso della vita. Eppure, sinora unicamente tartagliando.
Anche le grandi civiltà hanno solo pensato qualche frammento di Verità. Essa è rimasta erratica e malferma. Non si è espressa con esattezza, o pienamente.
Ad es. (in Platone) Socrate parla di immortalità dell’anima, quindi ha pur avuto un vago senso della Vita indistruttibile, senza però ricevere la Luce della Pasqua.
Qui il problema non è di catechismo esterno, bensì anzitutto personale ed ecclesiale.
Il Messia autentico non sopporta il nostro tirare avanti, senza confronti e discussioni che ci ri-creino.
Il giovane Rabbi non vuole che il discepolo si rassegni, si ripieghi, si affezioni alla propria malattia.
Ancora oggi sclerotizziamo forse su posizioni che non mettono in discussione le vere sindromi, e restiamo coi soliti acciacchi - totalmente passivi in merito.
Condizione di vita trasandata e vuota di senso, da cui i “padrini” del Battesimo vorrebbero emanciparci (v.32a).
Sono i veri collaboratori del Cristo, estranei al giro dei sempre appiccicati a Dio - quelli che lo tallonano, ma non lo seguono.
I suoi «Angeli» [cf. Mc 1,13] gli portano un «sordo» (non muto, ma) «balbuziente».
E’ l’unica volta che nel NT appare questo termine.
Nel Primo Testamento «balbuziente» (moghilàlos) appare una sola volta, per indicare la liberazione dall’esodo di Babilonia [«La lingua del balbuziente griderà di gioia», Is 35,6 vers. greca dei LXX].
Non guarigione fisica, ma un’immagine di Liberazione - radicale - che diventa motivo e motore della persona.
È un problema di comprensione!
Cristo ci tira fuori, «in disparte» (v.33)... anche rispetto al dissenso degli “intimi”, i quali amano circondarsi di folle e aderire al pensiero comune; compromissorio e banale, che non rompe le chiusure.
Vuole separarci dal modo di ragionare attorno, di maniera, del tutto conforme; intende distaccarci dagli obbiettivi qualunquisti e altrui.
Desidera che pensiamo e diciamo cose sensate, dettate dal pensiero di Dio e dalla vocazione personale; non trendy, à la page, normalizzate, standard.
Chi resta nel villaggio in cui tutti chiacchierano allo stesso modo, o ragionano allo stesso modo, e scelgono allo stesso modo - storditi, rintronati da voci impersonali - non può essere curato.
Infatti il «sospiro» di Gesù (v.34) sembra quello di colui che si sente già preso in ostaggio dai suoi, i quali sembra lo trattengano come un leone in gabbia.
Ci vuole una bella effusione di Spirito dal Cielo per stare calmi e non prenderli a schiaffi… e impegnarsi a ricominciare [ancora] daccapo.
Proprio gli intimi continuano a preferire i soliti libretti d’istruzione e proibizione: più facili - che affrontare rischi e lasciarsi educare.
[Considerandosi privilegiati, alcuni hanno preso possesso della sua Persona trasmettendola a pezzettini, attraverso un insegnamento che non stupisce, non libera, né lo annuncia, bensì lo balbetta e svilisce].
«Sospiro» è anche chiedersi: vale la pena? La scelta peggiore sarebbe quella di circoscriversi nella diffidenza.
Dopo il Concilio Vaticano II si è appena iniziato ad aprire l’orecchio alla Parola, e man mano la predicazione sta cambiando - ma coi soliti tempi biblici. (Oggi speriamo nel cammino sinodale).
Intanto si diffonde qua e là un’idea di Chiesa “scalza”, che sa ascoltare le domande dell’uomo d’oggi, invece che zittirle.
Un’istituzione in provincia dalle grandi narrazioni e scarsamente incisiva, ma che forse inizia a tralasciare alcune frasi fatte, e comincia a non tacitare tutte le questioni.
Finalmente ci si rende conto che è tempo di annuncio e nuova catechesi, d’un convincente linguaggio e discernimento - e una ben diversa pastorale. Non per questo glamour.
Ma prima di agire sul territorio, è opportuno che curiali, dirigenti, capitani e consoli aprano occhi e orecchie - coinvolgendosi di persona.
«Apriti!» resta l’invito pressante a spalancare ancora nuovi percorsi: slacciare il dialogo, essere concreti e rispettosi, rimettere in causa la vita. Arricchendo se stessi e gli altri.
Unico miracolo grande è dischiudere ogni persona alla percezione e comunicazione, intuendo e dando tutto di se stessi.
Perché cercando la verità nell’ascolto profondo e reciproco, oltre le confraternite o cordate, non si balbetta più.
Persino la gerarchia di alto profilo sta iniziando a bucare i soliti muri di gomma e di pietra, esteriori.
Nel frattempo, il confronto ecumenico e con le culture ci schioda dallo status che blocca le conquiste più significative.
È il Dialogo che trasmette senso e sostanza persino alla Dogmatica.
Solo in questo modo riusciremo nel discernimento, nonché a prolungare l’Azione creatrice del Figlio.
Insomma, il cardine di tutto è la consapevolezza che la Persona del Cristo comunica meraviglia e pienezza di vita; non trasmette lacci.
Nella cultura semitica la saliva [v.33: «e avendo sputato, toccò la sua lingua»] era considerata alito condensato.
Immagine dello Spirito che libera da alienazioni - beninteso, non a partire da fuori.
Anche l’evangelizzazione deve configurarsi in tale concomitanza, solidale con la realizzazione, e impegnata nei processi: da dentro.
Così vivremo in modo fluente, e proclameremo la Buona Notizia in favore della nostra Felicità. Trovando soluzioni inattese.
Purtroppo - malgrado lo scatenarsi dello stesso Spirito nelle persone, gli annunciatori più “stretti” continuavano a voler predicare il «Figlio dell’uomo» come «il» (quel) Messia che si attendevano (v.36).
Ma la religione incline allo spettacolo, e l’ideologia di potere, tutta esibizionismi esterni - anch’essa appariscente - non ha mai avuto a che fare con Lui.
Nel Battesimo il Signore ci stappa le orecchie per abilitarci all’ascolto della «Parola» che si fa «evento», e scioglie la lingua affinché facciamo risuonare agli altri quanto viene proclamato.
Attraverso questo dissigillo siamo stati costituiti credenti e profeti. Prima eravamo balbettoni.
Dopo l’ascolto abbiamo iniziato a discorrere correttamente, non per virtù propria: solo perché abbiamo ricevuto da altri la Parola che dona vita, guarisce, e non mente.
Tuttavia, spesso turiamo le orecchie e leghiamo appunto la lingua, rattrappendo anima, spirito, e mani.
Ma così rendiamo Dio meno presente e operante; impediamo la crescita, blocchiamo l’apertura; ogni sviluppo di vita piena.
L’attitudine del figlio? Spalancare l’Esodo al mondo, alla vera conoscenza, alla luce del Vangel; ove non c’è tenebra.
E la missione della Chiesa autentica non è quella di decidere tutto, bensì far udire e parlare. Senza l’a-priori di riferimenti inutili.
Aprirci resta la nostra Vocazione decisiva.
Le parole “Fa udire i sordi e fa parlare i muti” costituiscono una buona notizia, che annuncia la venuta del Regno di Dio e la guarigione dalla incomunicabilità e dalla divisione. Questo messaggio si ritrova in tutta la predicazione e l’opera di Gesù, il quale attraversava villaggi, città e campagne, e dovunque giungeva “ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano” (Mc 6,56). La guarigione del sordomuto, su cui abbiamo meditato in questi giorni, avviene mentre Gesù, lasciata la regione di Tiro, si dirige verso il lago di Galilea, attraversando la cosiddetta “Decapoli”, territorio multi–etnico e plurireligioso (cfr Mc 7,31). Una situazione emblematica anche per i nostri giorni. Come altrove, pure nella Decapoli presentano a Gesù un malato, un uomo sordo e difettoso nel parlare (moghìlalon) e lo pregano di imporgli le mani, perché lo considerano un uomo di Dio. Gesù conduce il sordomuto lontano dalla folla, e compie dei gesti che significano un contatto salvifico – pone le dita nelle orecchie, tocca con la propria saliva la lingua del malato –, e poi, volgendo lo sguardo al cielo, comanda: “Apriti!”. Pronuncia questo comando in aramaico (“Effatà”), verosimilmente la lingua delle persone presenti e dello stesso sordomuto, espressione che l’evangelista traduce in greco (dianoìchthēti). Le orecchie del sordo si aprirono, si sciolse il nodo della sua lingua: “e parlava correttamente” (orthōs). Gesù raccomanda che non si dica nulla del miracolo. Ma più lo raccomandava, “più essi ne parlavano” (Mc 7,36). Ed il commento meravigliato di quanti avevano assistito ricalca la predicazione di Isaia per l’avvento del Messia: “Fa udire i sordi e fa parlare i muti” (Mc 7,37).
Il primo insegnamento che traiamo da questo episodio biblico, richiamato anche nel rito del battesimo, è che, nella prospettiva cristiana, l’ascolto è prioritario. Al riguardo Gesù afferma in modo esplicito: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28). Anzi, a Marta preoccupata per tante cose, Egli dice che “una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10,42). E dal contesto risulta che questa unica cosa è l’ascolto ubbidiente della Parola. Perciò l’ascolto della parola di Dio è prioritario per il nostro impegno ecumenico. Non siamo infatti noi a fare o ad organizzare l’unità della Chiesa. La Chiesa non fa se stessa e non vive di se stessa, ma della parola creatrice che viene dalla bocca di Dio. Ascoltare insieme la parola di Dio; praticare la lectio divina della Bibbia, cioè la lettura legata alla preghiera; lasciarsi sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si esaurisce, della parola di Dio; superare la nostra sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni; ascoltare e studiare, nella comunione dei credenti di tutti i tempi; tutto ciò costituisce un cammino da percorrere per raggiungere l’unità nella fede, come risposta all’ascolto della Parola.
Chi si pone all’ascolto della parola di Dio può e deve poi parlare e trasmetterla agli altri, a coloro che non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo (cfr Mt 13,22). Dobbiamo chiederci: noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di testimoniare come hanno fatto coloro che erano i testimoni della guarigione del sordomuto nella Decapoli? Il nostro mondo ha bisogno di questa testimonianza; attende soprattutto la testimonianza comune dei cristiani. Perciò l’ascolto del Dio che parla implica anche l’ascolto reciproco, il dialogo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali. Il dialogo onesto e leale costituisce lo strumento imprescindibile della ricerca dell’unità. Il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II ha sottolineato che se i cristiani non si conoscono reciprocamente non sono neppure immaginabili dei progressi sulla via della comunione. Nel dialogo infatti ci si ascolta e si comunica; ci si confronta e, con la grazia di Dio, si può convergere sulla sua Parola accogliendone le esigenze, che sono valide per tutti.
Nell’ascolto e nel dialogo i Padri conciliari non hanno intravisto un’utilità indirizzata esclusivamente al progresso ecumenico, ma hanno aggiunto una prospettiva riferita alla stessa Chiesa cattolica: “Da questo dialogo – afferma il testo del Concilio - apparirà anche più chiaramente quale sia la vera situazione della Chiesa cattolica” (Unitatis redintegratio, 9). E’ indispensabile certo “esporre con chiarezza tutta la dottrina” per un dialogo che affronti, discuta e superi le divergenze esistenti tra i cristiani, ma al tempo stesso “il modo ed il metodo di enunciare la fede cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al dialogo con i fratelli” (ibid., 11). Bisogna parlare correttamente (orthōs) e in modo comprensibile. Il dialogo ecumenico comporta l’evangelica correzione fraterna e conduce a un reciproco arricchimento spirituale nella condivisione delle autentiche esperienze di fede e di vita cristiana. Perché ciò avvenga occorre implorare senza stancarsi l’assistenza della grazia di Dio e l’illuminazione dello Spirito Santo. E’ quanto i cristiani del mondo intero hanno fatto durante questa speciale “Settimana”, o faranno nella Novena che precede la Pentecoste, come pure in ogni circostanza opportuna, elevando la loro fiduciosa preghiera affinché tutti i discepoli di Cristo siano una cosa sola, e affinché, nell’ascolto della Parola, possano dare una testimonianza concorde agli uomini e alle donne del nostro tempo.
[Papa Benedetto, ai Vespri 25 gennaio 2007]
1. “Segni” della divina onnipotenza e della potenza salvifica del Figlio dell’uomo, i miracoli di Cristo, narrati dai Vangeli, sono anche la rivelazione dell’amore di Dio verso l’uomo, particolarmente verso l’uomo che soffre, che ha bisogno, che implora guarigione, perdono e pietà. Sono dunque “segni” dell’amore misericordioso proclamato dall’Antico e dal Nuovo Testamento (cf. Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia). Specialmente la lettura del Vangelo ci fa capire e quasi “sentire” che i miracoli di Gesù hanno la loro sorgente nel cuore amante e misericordioso di Dio, che vive e vibra nel suo stesso cuore umano. Gesù li compie per superare ogni genere di male che esiste nel mondo: il male fisico, il male morale, cioè il peccato, e infine colui che è “padre del peccato” nella storia dell’uomo: satana.
I miracoli sono dunque “per l’uomo”. Sono opere di Gesù che, in armonia con la finalità redentiva della sua missione, ristabiliscono il bene là dove si è annidato il male producendovi disordine e sconquasso. Coloro che li ricevono, che vi assistono, si rendono conto di questo fatto, tanto che secondo Marco, “pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”” (Mc 7, 37).
5. Nel modo stesso di compiere i miracoli si nota la grande semplicità e si potrebbe dire umiltà, garbo, delicatezza di tratto di Gesù. Quanto ci fanno pensare, da questo punto di vista, le parole che hanno accompagnato la risurrezione della figlia di Giairo: “La bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5, 39), come a voler “smorzare” il significato di quanto stava per fare. E poi: “raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo” (Mc 5, 43). Così fece anche in altri casi, per esempio dopo la guarigione di un sordomuto (Mc 7, 36), e dopo la professione di fede di Pietro (Mc 8, 29-30).
Per guarire il sordomuto è significativo che Gesù l’abbia portato “in disparte lontano dalla folla”. Ivi “guardando . . . verso il cielo, emise un sospiro”. Questo “sospiro” sembra essere un segno di compassione e, nello stesso tempo, una preghiera. La parola “Effatà” (“Apriti!”) fa sì che si aprano “gli orecchi” e si sciolga “il nodo della lingua” del sordomuto (cf. Mc 7, 33-35).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 dicembre 1987]
Il Vangelo della Liturgia di oggi presenta Gesù che opera la guarigione di una persona sordomuta. Nel racconto colpisce il modo con cui il Signore compie questo segno prodigioso. E lo fa così: prende in disparte il sordomuto, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua, quindi guarda verso il cielo, sospira e dice: «Effatà», cioè «Apriti!» (cfr Mc 7,33-34). In altre guarigioni, per infermità altrettanto gravi, come la paralisi o la lebbra, Gesù non compie tanti gesti. Perché ora fa tutto questo, nonostante gli abbiano chiesto solo di imporre la mano al malato (cfr v. 32)? Perché fa questi gesti? Forse perché la condizione di quella persona ha una particolare valenza simbolica. Essere sordomuti è una malattia, ma è anche un simbolo. E questo simbolo ha qualcosa da dire a tutti noi. Di che cosa si tratta? Si tratta della sordità. Quell’uomo non riusciva a parlare perché non poteva sentire. Gesù, infatti, per risanare la causa del suo malessere, gli pone anzitutto le dita negli orecchi, poi alla bocca, ma prima negli orecchi.
Tutti abbiamo gli orecchi, ma tante volte non riusciamo ad ascoltare. Perché? Fratelli e sorelle, c’è infatti una sordità interiore, che oggi possiamo chiedere a Gesù di toccare e risanare. E quella sordità interiore è peggiore di quella fisica, perché è la sordità del cuore. Presi dalla fretta, da mille cose da dire e da fare, non troviamo il tempo per fermarci ad ascoltare chi ci parla. Rischiamo di diventare impermeabili a tutto e di non dare spazio a chi ha bisogno di ascolto: penso ai figli, ai giovani, agli anziani, a molti che non hanno tanto bisogno di parole e di prediche, ma di ascolto. Chiediamoci: come va il mio ascolto? Mi lascio toccare dalla vita della gente, so dedicare tempo a chi mi sta vicino per ascoltare? Questo è per tutti noi, ma in modo speciale per i preti, per i sacerdoti. Il sacerdote deve ascoltare la gente, non andare di fretta, ascoltare…, e vedere come può aiutare, ma dopo avere sentito. E tutti noi: prima ascoltare, poi rispondere. Pensiamo alla vita in famiglia: quante volte si parla senza prima ascoltare, ripetendo i propri ritornelli sempre uguali! Incapaci di ascolto, diciamo sempre le solite cose, o non lasciamo che l’altro finisca di parlare, di esprimersi, e noi lo interrompiamo. La rinascita di un dialogo, spesso, passa non dalle parole, ma dal silenzio, dal non impuntarsi, dal ricominciare con pazienza ad ascoltare l’altro, ascoltare le sue fatiche, quello che porta dentro. La guarigione del cuore comincia dall’ascolto. Ascoltare. E questo risana il cuore. “Ma padre, c’è gente noiosa che dice sempre le stesse cose…”. Ascoltali. E poi, quando finiranno di parlare, di’ la tua parola, ma ascolta tutto.
E lo stesso vale con il Signore. Facciamo bene a inondarlo di richieste, ma faremmo meglio a porci anzitutto in suo ascolto. Gesù lo chiede. Nel Vangelo, quando gli domandano qual è il primo comandamento, risponde: «Ascolta, Israele». Poi aggiunge il primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore […] e il prossimo come te stesso» (Mc 12,28-31). Ma anzitutto: “Ascolta, Israele”. Ascolta, tu. Ci ricordiamo di metterci in ascolto del Signore? Siamo cristiani ma magari, tra le migliaia di parole che sentiamo ogni giorno, non troviamo qualche secondo per far risuonare in noi poche parole del Vangelo. Gesù è la Parola: se non ci fermiamo ad ascoltarlo, passa oltre. Se noi non ci fermiamo per ascoltare Gesù, passa oltre. Sant’Agostino diceva: “Ho paura del Signore quando passa”. E la paura era di lasciarlo passare senza ascoltarlo. Ma se dedichiamo tempo al Vangelo, troveremo un segreto per la nostra salute spirituale. Ecco la medicina: ogni giorno un po’ di silenzio e di ascolto, qualche parola inutile in meno e qualche Parola di Dio in più. Sempre con il Vangelo in tasca, che aiuta tanto. Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie. Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; Gesù, aprirmi al tuo ascolto; Gesù, guarisci il mio cuore dalla chiusura, guarisci il mio cuore dalla fretta, guarisci il mio cuore dall’impazienza.
La Vergine Maria, aperta all’ascolto della Parola, che in lei si fece carne, ci aiuti ogni giorno ad ascoltare suo Figlio nel Vangelo e i nostri fratelli e sorelle con cuore docile, con cuore paziente e con cuore attento.
[Papa Francesco, Angelus 5 settembre 2021]
V Domenica Tempo Ordinario (anno A) [8 Febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo alla Quaresima. Cominciamo a prepararci spiritualmente. Dopo la sesta domenica, il 15 febbraio, entreremo in Quaresima.
*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (58,7-10)
A prima vista, questo testo potrebbe sembrare una bella lezione morale, e non sarebbe già poco. In realtà, però, dice molto di più. Il contesto è quello della fine del VI secolo a.C.: il ritorno dall’Esilio è avvenuto, ma restano profonde ferite, “le devastazioni del passato” e le rovine da ricostruire. A Gerusalemme la pratica religiosa è stata ristabilita e, in buona fede, si cerca di piacere a Dio. Tuttavia, il profeta deve trasmettere un messaggio delicato: il culto che piace a Dio non è quello che il popolo immagina. I digiuni sono spettacolari, ma la vita quotidiana è segnata da liti, violenze e avidità. Per questo Isaia denuncia un culto che pretende di ottenere il favore di Dio senza conversione del cuore: “Digiunate tra contese e percuotendo con pugni violenti… È forse questo il digiuno che io preferisco?” (Is 58,4-5).
Siamo di fronte a uno dei testi più forti dell’Antico Testamento, che scuote le nostre idee su Dio e sulla religione e risponde con grande chiarezza a una domanda fondamentale: che cosa si aspetta Dio da noi? Questi pochi versetti biblici sono il frutto di una lunga maturazione nella fede di Israele. Da Abramo in poi, si è cercato ciò che piace a Dio: prima i sacrifici umani, poi quelli di animali, quindi digiuni, offerte e preghiere. Ma lungo tutta questa storia, i profeti non hanno smesso di ricordare che il vero culto non può separarsi dalla vita dell’Alleanza vissuta ogni giorno. Per questo Isaia proclama: il digiuno che Dio vuole è sciogliere le catene dell’ingiustizia, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo. Agli occhi di Dio, ogni gesto che libera il fratello vale più del digiuno più austero. Segue allora l’elenco dei gesti concreti: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, soccorrere ogni miseria umana. È qui che si misura la verità della fede. Tre osservazioni concludono il messaggio: Primo: questi gesti sono l’imitazione dell’opera stessa di Dio, che Israele ha sperimentato sempre come liberatore e misericordioso. L’uomo è davvero chiamato a essere immagine di Dio, e il modo in cui tratta gli altri rivela il suo rapporto con Lui. Secondo: quando Isaia promette “la gloria del Signore”(v.8) a chi si prende cura del povero, non parla di una ricompensa esterna, ma di una realtà: chi agisce come Dio riflette la sua presenza, diventa luce nelle tenebre, perché “dove c’è amore, lì c’è Dio”. Terzo: ogni gesto di giustizia, liberazione e condivisione è un passo verso il Regno di Dio, quel Regno di giustizia e di amore che l’Antico Testamento attende e che il Vangelo delle Beatitudini presenta come costruito giorno dopo giorno dai miti, dai pacifici e dagli affamati di giustizia.
*Salmo responsoriale (111/112)
Ogni anno, durante la festa delle Capanne, questa festa che ancora oggi dura una settimana in autunno, tutto il popolo compiva quella che potremmo chiamare la sua “professione di fede”: rinnovava l’Alleanza con Dio e si impegnava nuovamente a rispettare la Legge. Il Salmo 111/112 era certamente cantato in questa occasione. L’intero salmo è di per sé un piccolo trattato sulla vita nell’Alleanza: per comprenderlo meglio, bisogna leggerlo dall’inizio. Vi leggo il primo verso: “Alleluia! Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà!”. Innanzitutto, quindi, il salmo comincia con la parola Alleluia, letteralmente “Lodate Dio”, che è la parola chiave dei credenti: quando l’uomo della Bibbia ci invita a lodare Dio, è proprio per il dono dell’Alleanza. Poi, questo salmo è un salmo alfabetico: cioè contiene ventidue versetti, tanti quanti sono le lettere dell’alfabeto ebraico; la prima parola di ogni versetto comincia con una lettera dell’alfabeto nell’ordine alfabetico. È un modo per affermare che l’Alleanza con Dio riguarda tutta la vita dell’uomo e che la Legge di Dio è il solo cammino di felicità per l’intera esistenza, dalla A alla Z. Infine, il primo versetto inizia con la parola “beato”, rivolta all’uomo che sa rimanere sul cammino dell’Alleanza. Questo ricorda subito il Vangelo delle Beatitudini, che risuona dello stesso termine “beato”: Gesù usa qui una parola molto comune nella Bibbia, ma che purtroppo la nostra traduzione italiana non rende completamente. Nel suo commento ai Salmi, André Chouraqui osservava che la radice ebraica di questa parola (beato l’uomo Ashrê hā’îsh) ha come significato fondamentale il cammino, il passo dell’uomo sulla strada senza ostacoli che conduce al Signore. Si tratta quindi “meno della felicità che del cammino che ad essa conduce”. Per questo lo stesso Chouraqui traduceva “Beato” con “In cammino”, sottointeso: siete sulla buona strada, continuate. Generalmente, nella Bibbia, la parola “beato” non va da sola: è contrapposta al suo opposto “infelice” ( benedetto si dice barùk e maledetto ‘arūr). L’idea generale è che nella vita ci sono percorsi falsi da evitare; alcune scelte o comportamenti conducono al bene, altri, contrari, portano solo infelicità. E se leggiamo tutto il salmo, ci accorgiamo che è costruito in questo modo. Anche il Salmo 1, più conosciuto, è strutturato allo stesso modo: prima descrive i buoni percorsi, il cammino verso la felicità, e solo brevemente i cattivi, perché non vale la pena soffermarsi Qui, la buona scelta è indicata già nel primo verso: “Beato l’uomo che teme il Signore!”. Ritroviamo questa espressione frequente nell’Antico Testamento: la “paura di Dio”. Purtroppo, nella lettura liturgica, manca la seconda parte del verso; ve la leggo intera: “Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà.” Ecco dunque una definizione di “timore di Dio”: è l’amore della sua volontà, perché si agisce in fiducia. La paura del Signore non è paura in senso negativo: infatti, poco più avanti, un altro verso lo precisa bene: L’uomo retto… confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore” (vv7-8). Il “timore di Dio” nel senso biblico è insieme consapevolezza della santità di Dio, riconoscimento di tutto ciò che Egli fa per l’uomo e, poiché è il nostro Creatore, attenzione a obbedirgli: solo Lui sa cosa è bene per noi. È un atteggiamento filiale di rispetto e obbedienza fiduciosa. Israele scopre così due verità: Dio è il Tutto-Altro, ma si fa anche Tutto-Vicino. È infinitamente potente, ma questa potenza è quella dell’amore. Non abbiamo nulla da temere, perché Egli può e vuole la nostra felicità! Nel Salmo 102/103 leggiamo: “Come la tenerezza del padre verso i figli, così la tenerezza del Signore verso chi lo teme.” Temere il Signore significa avere verso di Lui un atteggiamento rispettoso e fiducioso. Significa anche “appoggiarsi a Lui”. Ecco la giusta attitudine verso Dio, quella che mette l’uomo sulla buona strada: “Beato l’uomo che teme il Signore!” Ed ecco anche la giusta attitudine verso gli altri: “L’uomo retto, misericordioso , pietoso e giusto…egli dona largamente ai poveri”(vv4,8). Il salmo precedente (110/111), molto simile a questo, usa le stesse parole “giustizia, tenerezza e misericordia” per Dio e per l’uomo. L’osservanza quotidiana della Legge, nella vita di tutti i giorni, dalla A alla Z, come simboleggia l’alfabeto del salmo, ci plasma alla somiglianza di Dio. Ho detto somiglianza, perché il salmista ricorda che il Signore resta il Tutto-Altro: le formule non sono identiche. Per Dio si dice che Egli È giustizia, tenerezza e misericordia, mentre per l’uomo il salmista dice “è uomo di giustizia, di tenerezza, di misericordia”, cioè sono virtù che pratica, non il suo essere intrinseco. Queste virtù vengono da Dio e l’uomo le riflette in qualche modo. E poiché la sua azione è a immagine di Dio, l’uomo retto diventa luce per gli altri:”spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”(v.4). Qui si sente un eco della prima lettura tratta dal profeta Isaia: “Condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, , vestire c chi è nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora.”(58,7). Quando doniamo e condividiamo, siamo più a immagine di Dio, che è dono puro. A nostra misura, riflettiamo la sua luce.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (2,1-5)
San Paolo, come spesso, procede per contrasti: la prima opposizione è che il mistero di Dio è completamente diverso dalla sapienza degli uomini; la seconda opposizione riguarda il linguaggio dell’apostolo che annuncia il mistero, molto diverso dal bel parlare umano, dall’eloquenza. Riprendiamo queste due opposizioni: mistero di Dio / sapienza umana; linguaggio del cristiano / eloquenza o arte oratoria. Prima opposizione: mistero di Dio o sapienza umana. Paolo dice di essere venuto “per annunciare il mistero di Dio”; per mistero va inteso il “disegno misericordioso” di Dio , che sarà sviluppato più tardi nella Lettera agli Efesini (Ef 1,3-14): questo disegno è di fare dell’umanità una comunione perfetta di amore attorno a Gesù Cristo, fondata sui valori dell’amore, del servizio reciproco, del dono e del perdono. Gesù lo mette già in pratica lungo tutta la sua vita terrena. Siamo quindi lontanissimi dall’idea di un Dio potente in senso militare, come talvolta alcuni immaginano. Questo mistero di Dio si realizza tramite un “Messia crocifisso”, del tutto contrario alla logica umana, quasi un paradosso. Paolo afferma che Gesù di Nazareth è il Messia, ma non come lo si aspettava: non lo si attendeva crocifisso; secondo la nostra logica, la crocifissione sembrava provare il contrario, perché tutti ricordavano una famosa frase del Deuteronomio: chi era condannato a morte per la legge era considerato maledetto da Dio (Dt 21,22-23). Eppure, questo disegno del Dio onnipotente è nulla meno che Gesù Cristo, come dice Paolo. Nel testimoniare la sua fede, Paolo non ha nulla da annunciare se non Gesù Cristo: Egli è il centro della storia umana, del progetto di Dio e della sua fede. Non vuole sapere nulla di altro: “Ritenni infatti di non sapere altro.. che Gesù Cristo”. Dietro questa frase si intravedono le difficoltà di resistere alle pressioni, agli insulti e alle persecuzioni già presenti. Questo Messia crocifisso ci mostra la vera sapienza, la sapienza di Dio: dono e perdono, rifiuto della violenza… tutto il messaggio del Vangelo delle Beatitudini. Di fronte a questa sapienza divina, la sapienza umana è ragionamento, persuasione, forza e potenza; questa sapienza non può comprendere il messaggio del Vangelo. Infatti, Paolo ha sperimentato un fallimento ad Atene, il centro della filosofia (At17,16-34). Seconda opposizione: linguaggio del predicatore o arte oratoria. Paolo non ha alcuna pretesa di eloquenza: questo già ci rassicura, se non siamo abili oratori. Ma va oltre: per lui l’eloquenza, l’arte oratoria, la capacità di persuadere sono addirittura un ostacolo, incompatibili con il messaggio del Vangelo. Annunciare il Vangelo non significa sfoggiare conoscenza né imporre argomenti. Interessante notare che nella parola “convincere” c’è “vincere”: forse non siamo al posto giusto se pensiamo di annunciare la religione dell’Amore. La fede, come l’amore, non si persuade… Provate a convincere qualcuno ad amarvi: l’amore non si dimostra, non si ragiona. Lo stesso vale per il mistero di Dio: lo si può solo penetrare gradualmente. Il mistero di un Messia povero, Messia-Servitore, Messia crocifisso, non può essere annunciato con mezzi di potenza: sarebbe il contrario del mistero stesso! È nella povertà che il Vangelo si annuncia: questo ci dovrebbe dare coraggio! Il Messia povero può essere annunciato solo con mezzi poveri; il Messia servo solo da servi. Non ti preoccupare se non sei un grande oratore: la nostra povertà di linguaggio è l’unica compatibile con il Vangelo. Paolo va oltre e dice addirittura che la nostra povertà è condizione necessaria della predicazione: essa lascia spazio all’azione di Dio. Non è Paolo a convincere i Corinzi, ma lo Spirito di Dio, che conferisce alla predicazione la forza della verità, facendo scoprire Cristo. Ne consegue che non è la forza del nostro ragionamento a convincere: la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza dello Spirito di Dio. Noi possiamo solo prestargli la nostra voce. Ovviamente come per Paolo, ciò richiede un atto di fede enorme: È nella mia debolezza, tremante e timoroso, che sono venuto da voi. Il mio linguaggio, la mia predicazione non avevano nulla a che fare con la sapienza che convince; ma si manifestavano lo Spirito e la sua potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Quando sembra che il cerchio dei credenti si restringa, quando sogneremmo strumenti mediatici, elettronici o finanziari potenti, ci fa bene sentire che l’annuncio del Vangelo si adatta meglio ai mezzi poveri. Ma per accettarlo bisogna ammettere che lo Spirito Santo è il miglior predicatore, e che la testimonianza della nostra povertà è la predicazione migliore.
*Dal Vangelo secondo Matteo (5, 13 -16)
Se una lampada è bella è meglio, ma non è la cosa più importante! Ciò che si chiede prima di tutto è che illumini perché se non illumina bene non si vede nulla. Quanto al sale, la sua vocazione è scomparire svolgendo il suo compito: se manca, il piatto sarà meno buono. A ben vedere sale e luce non esistono per sé stessi. Gesù dice ai discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”: ciò che conta è la terra, il mondo; il sale e la luce contano solo in rapporto alla terra e al mondo! Dicendo ai discepoli che sono sale e luce, Gesù li mette in situazione missionaria: Voi che ricevete le mie parole, diventate per questo stesso motivo sale e luce per il mondo: la vostra presenza è indispensabile. In altre parole, la Chiesa esiste solo per evangelizzare il mondo. Questo ci rimette al nostro posto! Già la Bibbia ricordava al popolo di Israele che era il popolo eletto, ma al servizio del mondo; questa lezione vale anche per noi. Tornando a sale e luce: ci si può chiedere qual è il punto in comune tra questi due elementi a cui Gesù paragona i discepoli. Possiamo rispondere che entrambi sono rivelatori: il sale esalta il sapore del cibo, la luce rivela la bellezza delle persone e del mondo. Il cibo esiste prima di ricevere il sale; il mondo e gli esseri esistono prima di essere illuminati. Ci dice molto sulla missione che Gesù affida ai suoi discepoli, a noi: nessuno ha bisogno di noi per esistere, ma abbiamo un ruolo specifico da svolgere. Sale della terra: siamo qui per rivelare agli uomini il sapore della loro vita. Gli uomini non ci aspettano per compiere gesti d’amore e di condivisione, talvolta meravigliosi. Evangelizzare significa dire che il Regno è in mezzo a voi, in ogni gesto, in ogni parola d’amore e “dove c’è amore, lì c’è Dio.” Luce del mondo: siamo qui per valorizzare la bellezza di questo mondo. È lo sguardo d’amore che rivela il vero volto delle persone e delle cose. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per entrare in sintonia con ogni gesto o parola che viene da Lui. Ma questo può avvenire solo con discrezione e umiltà. Troppo sale rovina il gusto del cibo; una luce troppo forte schiaccia ciò che vuole illuminare. Per essere sale e luce, bisogna amare molto, amare davvero. I testi di oggi ce lo ripetono in modi diversi ma coerenti. L’evangelizzazione non è una conquista; la Nuova Evangelizzazione non è una riconquista. L’annuncio del Vangelo avviene solo nella presenza d’amore. Ricordiamo l’avvertimento di Paolo ai Corinzi nella seconda lettura: solo i poveri e gli umili possono predicare il Regno. Questa presenza d’amore può essere molto esigente, come mostra la prima lettura: il collegamento tra Isaia e il Vangelo è molto significativo. Essere luce del mondo significa mettersi al servizio dei fratelli; Isaia è concreto: condividere pane o vestiti, abbattere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà degli uomini. Anche il Salmo di questa domenica dice lo stesso: “l’uomo retto”, cioè colui che condivide generosamente le sue ricchezze, è luce per gli altri. Attraverso le sue parole e i suoi gesti d’amore, gli altri scopriranno la fonte di ogni amore: come dice Gesù. Vedendo ciò che i discepoli fanno di bene, gli uomini renderanno gloria al Padre che è nei cieli, cioè scopriranno che il progetto di Dio per l’umanità è un progetto di pace e giustizia. Al contrario, come potranno gli uomini credere al progetto d’amore di Dio se noi, suoi ambasciatori, non moltiplichiamo i gesti di solidarietà e giustizia che la società richiede? Il sale è sempre in pericolo di perdere sapore: è facile dimenticare le parole forti del profeta Isaia, ascoltate nella prima lettura; e non è un caso se la liturgia ce le propone poco prima dell’inizio della Quaresima, tempo in cui rifletteremo su quale digiuno Dio preferisca. Ultima osservazione: il Vangelo di oggi (sale e luce) segue immediatamente la proclamazione delle Beatitudini in Matteo di domenica scorsa. Vi è quindi un legame tra i due passi, che possono illuminarsi a vicenda. Forse il modo migliore di essere sale e luce è vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, cioè all’opposto dello spirito del mondo: accettare umiltà, dolcezza, purezza, giustizia; essere artigiani di pace in ogni circostanza; e, soprattutto, accettare la povertà e la mancanza, con un solo obiettivo: “perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre nostro che. è nei cieli”. Complementi: Secondo il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la vera luce del mondo non siamo noi, è Gesù Cristo. Dicendo ai discepoli che sono luce, Gesù rivela che è Dio stesso a brillare attraverso di loro, perché nella Scrittura, come nel Concilio, è sempre chiarito che tutta la luce viene da Dio.
+Giovanni D’Ercole
Briciole eucaristiche
(Mc 7,24-30)
La legge religiosa impediva di occuparsi di persone straniere e di altra etnia, frontiere, o cultura.
All’inizio, Gesù [ovvero: Lui nelle prime comunità, suo Corpo mistico] sembra non volersene occupare (v.27).
Ma dopo aver aiutato le folle e i suoi ad emanciparsi dalla prigione delle norme di purità (vv.14-23) il giovane Rabbi stesso era uscito dai modi conformisti di sperimentare Dio.
Egli fa Esodo persino da territori nazionali e di razza che allora sequestravano le linfe vitali - così sorvolando i preconcetti “sacri”.
Per farci crescere nella Fede, Cristo promuove l’esistere variegato. In tal guisa, al di fuori della miopia standard, può riscontrare adesioni sbalorditive.
Fede: Principio Nuovo, che non allontana da noi stessi. E sgretola ogni illusione di esclusività.
Le singolari iniziative del Figlio nascono sulla base dell’esperienza tutta personale del divino, di un Padre munifico nell’elargire senza condizioni.
Provvidente e disuguale dal Dio taccagno delle religioni antiche: quest’ultimo tutto discordante dalle creature, estraneo, predatorio e (incomprensibilmente) abitudinario.
Con una trovata inconsueta, il giovane Rabbi cerca di aprire la mentalità giudaizzante, superando le frontiere.
Persino il dialogo con una donna non del suo popolo era una “pensata” aliena dalla mentalità delle folle dell’epoca. Iniziativa estranea perfino alle concezioni delle prime due generazioni di credenti, sotto questo aspetto ancora ingessate e frammiste d’idoli.
Ma c’era tutto un popolo di sconosciuti [la «Donna» meticcia e la sua ‘discendenza’ spirituale] che sentiva di non avere futuro... e ciò interpellava i tanti apriorismi del tempo.
Insomma, anche la chiesa di Mc non aveva colto appieno il significato del «pane dei figli» - tutto a disposizione affinché venisse “riconosciuto”.
A motivo di rivalità, i popoli antichi erano soliti chiamare gli stranieri con l’appellativo sprezzante di «cane» sinonimo d’impudenza, meschinità e ignobile bassezza.
La frase durissima del Signore (v.27) riflette un paragone proveniente dalle zone povere e dalla vita in famiglia, dove un tempo abbondavano animali domestici e gioventù.
Vi era pur differenza tra ‘bambini’ generati dall’ascolto della Parola di Dio e coloro che si regolavano “a fiuto”. Ma sebbene nessuno negasse il sostentamento ai «figli» per darlo ai «cani» attorno - questi ultimi avevano almeno il diritto delle briciole cadute sul terreno.
Per i diversi e lontani - anche malconsiderati - non è un problema ricorrere a Gesù in modo istintivo; anzi, anche oggi si accontenterebbero dei frantumi.
[Purtroppo, non di rado gli estranei e difformi sono più affamati della vera Manna dal Cielo].
Nella comunità cristiana non dovrebbe mancare il nutrimento del corpo e l’Alimento per chiunque (Mc 6,42-44).
La Fede non ha nazionalità, ed è l’unico linguaggio e relazione immediata validi per la comunicazione fra Dio e la donna e l’uomo.
Cristo è vivanda sapienziale per una libera circolazione; non cibo impedito, da tener chiuso.
Spezzare il Pane è partecipare l'esistere in radice; ciò che abbiamo e siamo. Metro di ciò che annunciamo, crediamo e pratichiamo.
[Giovedì 5.a sett. T.O. 12 febbraio 2026]
Today, as on the day of our Baptism, we hear the words of Jesus addressed to us: “Ephphatha, be opened!” Open your ears. Jesus, I want to open myself to your Word; Jesus, open myself to listening to you; Jesus, heal my heart from being closed, heal my heart from haste, heal my heart from impatience (Pope Francis)
Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie. Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; Gesù, aprirmi al tuo ascolto; Gesù, guarisci il mio cuore dalla chiusura, guarisci il mio cuore dalla fretta, guarisci il mio cuore dall’impazienza (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
don Giuseppe Nespeca
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