don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Con queste parole del salmo la liturgia della festa odierna saluta Gesù, nato a Betlemme, mentre per la prima volta varca la soglia del tempio di Gerusalemme. Quaranta giorni dopo la sua nascita, Maria e Giuseppe lo portano al tempio, per adempiere la legge di Mosè: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2, 23; cf. Es 13, 2.11).

L’evangelista Luca mette in evidenza che i genitori di Gesù sono fedeli alla legge del Signore, la quale consigliava la presentazione del neonato e prescriveva la purificazione della madre. Tuttavia, non è su questi riti che la parola di Dio intende attirare la nostra attenzione, bensì sul mistero del tempio che oggi accoglie colui che l’antica Alleanza ha promesso e i profeti hanno atteso.

A lui il tempio era destinato. Doveva arrivare il giorno in cui egli vi sarebbe entrato come “l’angelo dell’alleanza” (cf. Ml 3, 1) e si sarebbe rivelato come “luce per illuminare le genti e gloria del popolo (di Dio), Israele” (Lc 2, 32).

2. La festa odierna è come una grande anticipazione: essa anticipa la Pasqua. Nei testi e nei segni liturgici, infatti, intravediamo, quasi in un solenne annuncio messianico, quanto dovrà compiersi al termine della missione di Gesù nel mistero della sua Pasqua. Tutti i presenti nel tempio di Gerusalemme si trovano ad essere quasi testimoni inconsapevoli dell’anticipo della Pasqua della Nuova Alleanza, di un evento ormai vicino nel misterioso Bambino, un evento atto a conferire nuovo significato ad ogni cosa.

Le porte del santuario si aprono al mirabile re, che “è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2, 34).

Al momento, nulla lascia trasparire la sua regalità. Quel neonato di quaranta giorni è un normale bambino, figlio di genitori poveri. I più intimi sanno che è nato in una stalla nei pressi di Betlemme. Ricordano i canti celestiali e la visita dei pastori, ma come possono pensare, persino i più vicini, persino Maria e Giuseppe, che quel bambino - secondo le parole della Lettera agli Ebrei - è destinato a prendersi cura della discendenza di Abramo, unico sommo sacerdote davanti a Dio per espiare i peccati del mondo (cf. Eb 2, 16-17)?

In realtà la presentazione di questo bambino al tempio, come di uno dei primogeniti delle famiglie d’Israele, proprio di questo è segno; è l’annuncio di tutte le esperienze, le sofferenze e le prove alle quali egli stesso si sottoporrà per venire in aiuto all’umanità, a quegli uomini che la vita molto spesso mette a dura prova.

Sarà lui, misericordioso, unico ed eterno Sacerdote della nuova ed immutabile Alleanza di Dio con l’umanità, a rivelare la misericordia divina. Lui, il rivelatore del Padre, che “ha tanto amato il mondo” (Gv 3, 16). Lui luce, luce che illumina ogni uomo, nel succedersi delle varie fasi della storia.

Ma, sempre per questo motivo, in ogni epoca Cristo diventa “segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Maria che oggi, come giovane madre, lo porta in braccio, diventerà, in modo singolare, partecipe delle sue sofferenze: l’anima della Vergine sarà trapassata da una spada, e questo suo soffrire insieme al Redentore servirà a portare la verità nei cuori degli uomini (cf. Lc 2, 35).

3. Il tempio di Gerusalemme diventa così teatro dell’evento messianico. Dopo la notte di Betlemme, ecco la prima eloquente manifestazione del mistero del divino Natale. È una rivelazione che viene come dal profondo dell’Antica Alleanza.

Chi è infatti Simeone, le cui parole ispirate dallo Spirito Santo risuonano sotto la volta del tempio di Gerusalemme? È uno di coloro che “aspettavano il conforto di Israele”, la cui attesa era colma di fede incrollabile (cf. Lc 2, 25). Simeone viveva della certezza che non sarebbe morto prima di aver visto il Messia del Signore: certezza proveniente dallo Spirito Santo (cf. Lc 2, 26).

E chi è Anna, figlia di Fanuele? Una vedova anziana, chiamata dal Vangelo “profetessa”, che non lasciava mai il tempio e serviva Dio con digiuni e preghiere giorno e notte (cf. Lc 2, 36-37).

4. I personaggi, che prendono parte all’evento oggi commemorato, sono tutti compresi in un grande simbolo: il simbolo del tempio, il tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone, i cui pinnacoli indicano le vie della preghiera per ogni generazione d’Israele. Il santuario è in effetti il coronamento del cammino del popolo attraverso il deserto verso la Terra promessa, ed esprime una grande attesa. Di questa attesa parla tutta la liturgia odierna.

Il destino del tempio di Gerusalemme, infatti, non si esaurisce nel rappresentare l’Antica Alleanza. Il suo vero significato era sin dall’inizio l’attesa del Messia: il tempio, costruito dagli uomini per la gloria di Dio vero, avrebbe dovuto cedere il posto ad un altro tempio, che Dio stesso avrebbe edificato lì, a Gerusalemme.

Oggi, viene al tempio colui che dice di compierne il destino e lo deve “riedificare”. Un giorno, proprio insegnando nel tempio, Gesù dirà che quell’edificio costruito dalle mani dell’uomo, già distrutto dagli invasori e ricostruito, sarebbe stato distrutto di nuovo, ma tale distruzione avrebbe segnato come l’inizio di un tempio indistruttibile. I discepoli, dopo la sua risurrezione, capirono che egli chiamava “tempio” il suo corpo (cf. Gv 2, 20-21).

5. Oggi, dunque, carissimi, stiamo vivendo una singolare rivelazione del mistero del tempio, che è uno solo: Cristo stesso. Il santuario, anche questa Basilica, non deve servire tanto al culto, quanto alla santità. Tutto ciò che ha a che fare con la benedizione, in particolare con la dedicazione degli edifici sacri, anche nella Nuova Alleanza, esprime la santità di Dio, che si dona all’uomo in Gesù e nello Spirito Santo.

L’opera santificatrice di Dio tocca i templi fatti dalla mano dell’uomo, ma il suo spazio più appropriato è l’uomo stesso. La consacrazione degli edifici, pur architettonicamente magnifici, è simbolo della santificazione che l’uomo attinge da Dio mediante Cristo. Per mezzo di Cristo ogni persona, uomo o donna, è chiamata a diventare un tempio vivo nello Spirito Santo: tempio in cui realmente abita Dio. Di un tale tempio spirituale Gesù parlò nel colloquio con la samaritana, rivelando chi sono i veri adoratori di Dio, coloro cioè che gli rendono gloria “in spirito e verità” (cf. Gv 4, 23-24).

6. Carissimi, la Basilica di San Pietro è rallegrata oggi dalla vostra presenza, cari Fratelli e Sorelle, che, provenendo da svariate comunità, rappresentate il mondo delle persone consacrate. È una bella tradizione che siate proprio voi a formare la santa assemblea in questa solenne celebrazione di Cristo “luce delle genti”. Nelle vostre mani portate i ceri accesi, nei vostri cuori portate la luce di Cristo, uniti spiritualmente a tutti i vostri fratelli e sorelle consacrati in ogni angolo della terra: voi costituite l’insostituibile ed inestimabile tesoro della Chiesa.

La storia del cristianesimo conferma il valore della vostra vocazione religiosa: soprattutto a voi, attraverso i secoli, è legata la diffusione della potenza salvifica del Vangelo tra i popoli e le nazioni, nel continente europeo e poi nel Nuovo Mondo, nell’Africa e nel lontano Oriente.

Vogliamo ricordarlo specialmente quest’anno, nel corso del quale si terrà l’assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata alla vita consacrata nella Chiesa. Dobbiamo ricordarlo per rendere gloria al Signore e per pregare perché una così importante vocazione, unitamente a quella familiare, non venga soffocata in alcun modo nel nostro tempo, e neppure nel terzo millennio ormai prossimo.

7. L’odierna Celebrazione eucaristica raduna persone consacrate che operano a Roma, ma con la mente e col cuore ci uniamo ai membri degli Ordini, delle Congregazioni Religiose e degli Istituti Secolari, sparsi nel mondo intero, a coloro specialmente che rendono a Cristo una particolare testimonianza, pagandola con enormi sacrifici, non escluso talora il martirio. Con speciale affetto penso ai Religiosi e alle Religiose presenti nelle regioni della ex Jugoslavia e negli altri territori del mondo, vittime di una assurda violenza fratricida.

Salutando voi, saluto anche gli altri rappresentanti della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il Cardinale Prefetto, il Segretario e tutti i collaboratori. È la vostra festa comune.

Sia glorificato in voi, care Sorelle e cari Fratelli, Cristo luce del mondo! Sia glorificato Cristo, segno di contraddizione per questo mondo. In lui vive l’uomo: in lui ognuno diventa gloria di Dio, come insegna Sant’Ireneo (cf. Sant’Ireneo, Adversus haereses, 4,20,7). Voi siete epifania di questa verità. Ecco perché siete tanto amati nella Chiesa e diffondete una grande speranza nell’umanità. Oggi, in modo particolare, supplichiamo il Signore perché il lievito evangelico della vostra vocazione raggiunga sempre più numerosi cuori di giovani e di ragazze e li spinga a consacrarsi senza riserve al servizio del Regno.

Questo lo dico pensando anche agli altri presenti che sono venuti per l’udienza generale del mercoledì. Certamente, molti di loro conoscono le persone consacrate, si rendono conto del prezzo di questa consacrazione personale nella Chiesa, devono tanto alle suore, ai fratelli religiosi che operano nelle cliniche, nelle scuole, nei diversi ambienti di ciascun popolo del mondo, attraverso tutta la terra. Vorrei invitare questi ospiti della nostra odierna udienza generale, dedicata alla vita religiosa, a pregare per tutte le persone consacrate del mondo, a pregare per le vocazioni. Forse questa preghiera susciterà qualche vocazione nei cuori dei giovani.

8. Insieme con Maria e Giuseppe ci rechiamo oggi in spirituale pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme, città del grande incontro. E con la Liturgia diciamo: “Alzatevi, porte antiche . . .”. Quanti appartengono alla discendenza della fede di Abramo vi trovano un comune punto di riferimento. Tutti desiderano che essa diventi un significativo centro di pace, affinché - secondo la parola profetica dell’Apocalisse - Dio vi asciughi ogni lacrima dagli occhi degli uomini (cf. Ap 21, 4), e quel muro, rimasto nei secoli come resto dell’antico tempio di Salomone, cessi di essere il “muro del pianto”, per diventare luogo di pace e di riconciliazione per i credenti nell’unico vero Dio.

Ci rechiamo oggi in pellegrinaggio a quella città, in modo particolare, noi che dal mistero di Cristo abbiamo attinto l’ispirazione di tutta la vita: una vita dedicata senza riserve al Regno di Dio. Il nostro pellegrinaggio culmina nella comunione con il Corpo e il Sangue, che l’eterno Figlio di Dio ha preso per sé facendosi uomo, per presentarsi al Padre, nella carne della sua umanità, quale sacrificio spirituale perfetto, e dare così compimento all’Alleanza stretta da Dio con Abramo, nostro padre nella fede e portata alla perfezione in Cristo (cf. Rm 4, 16).

Il Vescovo di Roma guarda con amore verso Gerusalemme, da cui un giorno partì il suo primo Predecessore, Pietro, e venne a Roma spinto dalla vocazione apostolica. Dopo di lui anche l’apostolo Paolo.

Al termine del secondo millennio, il Successore di Pietro piega le ginocchia su quei luoghi santificati dalla presenza del Dio vivo. Peregrinando per il mondo, attraverso città, paesi, continenti, egli rimane in comunione con la luce divina brillata proprio lì, nella terra veramente santa duemila anni fa per illuminare le nazioni e i popoli del mondo intero per illuminarci, carissimi.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 2 febbraio 1994]

Teniamo davanti agli occhi della mente l’icona della Madre Maria che cammina col Bambino Gesù in braccio. Lo introduce nel tempio, lo introduce nel popolo, lo porta ad incontrare il suo popolo.

Le braccia della Madre sono come la “scala” sulla quale il Figlio di Dio scende verso di noi, la scala dell’accondiscendenza di Dio. Lo abbiamo ascoltato nella prima Lettura, dalla Lettera agli Ebrei: Cristo si è reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (2,17). E’ la duplice via di Gesù: Egli è sceso, si è fatto come noi, per ascendere al Padre insieme con noi, facendoci come Lui.

Possiamo contemplare nel cuore questo movimento immaginando la scena evangelica di Maria che entra nel tempio con il Bambino in braccio. La Madonna cammina, ma è il Figlio che cammina prima di Lei. Lei lo porta, ma è Lui che porta Lei in questo cammino di Dio che viene a noi affinché noi possiamo andare a Lui.

Gesù ha fatto la nostra stessa strada per indicare a noi il cammino nuovo, cioè la “via nuova e vivente” (cfr Eb 10,20) che è Lui stesso. E per noi, consacrati, questa è l’unica strada che, in concreto e senza alternative, dobbiamo percorrere con gioia e perseveranza.

Il Vangelo insiste ben cinque volte sull’obbedienza di Maria e Giuseppe alla “Legge del Signore” (cfr Lc 2,22. 23. 24. 27. 39). Gesù non è venuto a fare la sua volontà, ma la volontà del Padre; e questo – ha detto – era il suo “cibo” (cfr Gv 4, 34). Così chi segue Gesù si mette nella via dell’obbedienza, imitando l’“accondiscendenza” del Signore; abbassandosi e facendo propria la volontà del Padre, anche fino all’annientamento e all’umiliazione di sé stesso (cfr Fil 2,7-8). Per un religioso, progredire significa abbassarsi nel servizio, cioè fare lo stesso cammino di Gesù, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio» (Fil 2,6). Abbassarsi facendosi servo per servire.

E questa via prende la forma della regola, improntata al carisma del fondatore, senza dimenticare che la regola insostituibile, per tutti, è sempre il Vangelo. Lo Spirito Santo, poi, nella sua creatività infinita, lo traduce anche nelle diverse regole di vita consacrata che nascono tutte dalla sequela Christi, e cioè da questo cammino di abbassarsi servendo.

Attraverso questa “legge” i consacrati possono raggiungere la sapienza, che non è un’attitudine astratta ma è opera e dono dello Spirito Santo. E segno evidente di tale sapienza è la gioia. Sì, la letizia evangelica del religioso è conseguenza del cammino di abbassamento con Gesù… E, quando siamo tristi, ci farà bene domandarci: “Come stiamo vivendo questa dimensione kenotica?”.

Nel racconto della Presentazione di Gesù al Tempio la sapienza è rappresentata dai due anziani, Simeone e Anna: persone docili allo Spirito Santo (lo si nomina 3 volte), guidati da Lui, animati da Lui. Il Signore ha dato loro la sapienza attraverso un lungo cammino nella via dell’obbedienza alla sua legge. Obbedienza che, da una parte, umilia e annienta, però, dall’altra accende e custodisce la speranza, facendoli creativi, perché erano pieni di Spirito Santo. Essi celebrano anche una sorta di liturgia attorno al Bambino che entra nel Tempio: Simeone loda il Signore e Anna “predica” la salvezza (cfr Lc 2,28-32.38). Come nel caso di Maria, anche l’anziano Simeone prende il bambino tra le sue braccia, ma, in realtà, è il bambino che lo afferra e lo conduce. La liturgia dei primi Vespri della Festa odierna lo esprime in modo chiaro e bello: «senex puerum portabat, puer autem senem regebat». Tanto Maria, giovane madre, quanto Simeone, anziano “nonno”, portano il bambino in braccio, ma è il bambino stesso che li conduce entrambi.

È curioso notare che in questa vicenda i creativi non sono i giovani, ma gli anziani. I giovani, come Maria e Giuseppe, seguono la legge del Signore sulla via dell’obbedienza; gli anziani, come Simeone e Anna, vedono nel bambino il compimento della Legge e delle promesse di Dio. E sono capaci di fare festa: sono creativi nella gioia, nella saggezza.

Tuttavia, il Signore trasforma l’obbedienza in sapienza, con l’azione del suo Santo Spirito.

A volte Dio può elargire il dono della sapienza anche a un giovane inesperto, basta che sia disponibile a percorrere la via dell’obbedienza e della docilità allo Spirito. Questa obbedienza e questa docilità non sono un fatto teorico, ma sottostanno alla logica dell’incarnazione del Verbo: docilità e obbedienza a un fondatore, docilità e obbedienza a una regola concreta, docilità e obbedienza a un superiore, docilità e obbedienza alla Chiesa. Si tratta di docilità e obbedienza concrete.

Attraverso il cammino perseverante nell’obbedienza, matura la sapienza personale e comunitaria, e così diventa possibile anche rapportare le regole ai tempi: il vero “aggiornamento”, infatti, è opera della sapienza, forgiata nella docilità e obbedienza.

Il rinvigorimento e il rinnovamento della vita consacrata avvengono attraverso un amore grande alla regola, e anche attraverso la capacità di contemplare e ascoltare gli anziani della Congregazione. Così il “deposito”, il carisma di ogni famiglia religiosa viene custodito insieme dall’obbedienza e dalla saggezza. E, attraverso questo cammino, siamo preservati dal vivere la nostra consacrazione in maniera light, in maniera disincarnata, come fosse una gnosi, che ridurrebbe la vita religiosa ad una “caricatura”, una caricatura nella quale si attua una sequela senza rinuncia, una preghiera senza incontro, una vita fraterna senza comunione, un’obbedienza senza fiducia e una carità senza trascendenza.

Anche noi, oggi, come Maria e come Simeone, vogliamo prendere in braccio Gesù perché Egli incontri il suo popolo, e certamente lo otterremo soltanto se ci lasciamo afferrare dal mistero di Cristo. Guidiamo il popolo a Gesù lasciandoci a nostra volta guidare da Lui. Questo è ciò che dobbiamo essere: guide guidate.

Il Signore, per intercessione di Maria nostra Madre, di San Giuseppe e dei Santi Simeone e Anna, ci conceda quanto gli abbiamo domandato nell’Orazione di Colletta: di «essere presentati [a Lui] pienamente rinnovati nello spirito». Così sia.

[Papa Francesco, omelia 2 febbraio 2015]

(Famiglia di Nazaret)

 

Come mai Gesù ha avuto parole così sublimi sull'Amore? E dove ha imparato il linguaggio dell'amore?

Dio ha voluto avere come icona di sé una Famiglia, affinché nell'esercizio delle virtù domestiche il cuore divenisse oasi di pace, e volgesse al dono.

Tra i tanti modi che aveva per venire ha scelto la fucina del focolare, perché esso resta la vera scuola dell'amorevolezza, il luogo in cui si manifesta completamente il progetto del Creatore.

 

La Famiglia è l’innesco e il sillabario dell'amore perché immagine della Trinità. Infatti lo scambio d'amore degli sposi col sostegno della fede e della preghiera diventa poesia che sorregge, e fa fiorire.

A meno che non faccia leva sulla fragilità dei sentimenti e su uno spirito di sopraffazione, la famiglia unita nella sottomissione reciproca acquista l'occhio di Dio e supera ogni prova.

Da tale intensità di relazione - così dotata di cifra soprannaturale - nasce poi la tenerezza, il sorriso dell'anima e un anticipo di Paradiso già sulla terra.

Amore sponsale: immagine della Trinità, che però non si chiude, non s'incarta, non ripiega. Il nucleo famigliare diviene trampolino di lancio per la missione, per l'ingresso in una famiglia senza steccati e barricate; ampia, universale.

 

Gesù ha fatto esperienza piena dell'amore materno, di un cuore di madre che batteva per il figlio; perché è sul cuore di madre che i figli riposano.

Ecco la caratteristica del genio femminile, nell'esperienza della gestazione, e nel poi della vita: è la sensibilità di chi ha concepito, fatto spazio dentro, lasciato crescere in grembo, generato al mondo, nutrito, educato-preparato e sostenuto... accogliendo, facendo maturare, rispettando l'identità dell'altro.

 

Cristo ha sperimentato l'amore paterno, più virile ed esigente, capace di custodia e protezione; ha fatto esperienza di un modello di laboriosità, di attenzione e presenza, così come di valigie sempre pronte (se necessario).

 

 Come noi, anche il Maestro e Signore ha vissuto il diritto di ricevere amore, ma si è anche coinvolto nel saziare d'amore di figlio i suoi. Perché anche l'amore figliale fortifica la Famiglia e contribuisce a non sfaldarla.

Insomma, è in Famiglia che Gesù ha vissuto l'esperienza di tutte le sfumature dell'amore, in braccio a Maria e a fianco di Giuseppe. Questo il modello che oggi la liturgia propone perché anche noi attingiamo alle fonti perenni e non diventiamo pericolosi vasi di coccio, svuotati e vagabondi.

 

Ecco il segreto...

Nella Santa Famiglia di Nazaret non si trova opposizione o resistenza alla Parola di Dio. Non che i problemi fossero pochi o semplici, anzi; ma a differenza di ciò che accade in giro e forse anche nelle nostre case, i momenti di crisi, le difficoltà e persino le sventure non sono state motivo di allontanamento e disgregazione.

Gli ostacoli sono divenuti uno stimolo al dialogo, all'unione, al servizio verso il più debole e (al momento) più bisognoso di aiuto.

I due sposi si sono sempre mossi insieme, sono rimasti in sintonia, e con cuore e mente rivolti a Dio si sono trovati d'accordo nelle scelte. Non però per coltivare un egoismo da cerchia autosufficiente, ma per acquistare un calore che straripa.

 

Per il cristiano la Famiglia è nucleo della società e non può essere svalutata, ma essa non va considerata né vissuta come un idolo. Anche Gesù a un certo punto ha preso distanza da certe ristrettezze ambientali e si è aperto a orizzonti di più largo respiro.

È nato in una Famiglia, per diventare cittadino di ogni terra, perché ciascun figlio è dono di Dio a tutta l'umanità. Restringere le prospettive e compiacersi di un piccolo mondo di affetti e interessi che ignorano la fraternità universale significa svilire quella che resta una semplice tappa per balzare verso altre mète.

La Famiglia è sì una piccola Chiesa domestica voluta da Dio come abbecedario delle molte sfumature dell'amore [sponsale, materno, paterno, figliale] ma al pari di ‘fermento’.

Da piattaforma solida deve poi consentirci di spiccare arditamente il volo, con un balzo verso la vita.

 

Omelia ai giovani di Taizé, Roma 30.12.2012

 

 

[S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (28 dicembre 2025)]

Mt 2,13-15.19-23 (13-23)

 

I sogni narrati da Mt sono costituiti unicamente da Parole del Signore, le quali chiedono solo di essere accolte in modo attivo (Mt 1,20; 2,12-13.19-22).

L’evangelista si rivolge alle comunità di Galilea e Siria che enumeravano fedeli di estrazione ebreo cristiana, perseguitati dalla Sinagoga - incoraggiati e invitati all’apertura di Fede.

Per questo, nei racconti dell’infanzia di Gesù, egli introduce la figura di una Famiglia che crede nei sogni di Dio - ben diversi dalle astuzie terrificanti degli uomini e delle religioni.

Nei Vangeli, segreto di Gesù, Maria e Giuseppe è appunto la rinuncia alle opinioni comuni - ai programmi normali dell’ambiente circostante - e la decisione di voler fare proprio il Disegno del Padre.

Anche i nostri focolari possono scoprire il Progetto del Signore, sia nelle vicende esterne che nell’ascolto intimo - muovendosi insieme.

Così, ancora una volta Mt c’invita a riflettere sul senso profondo della Venuta del Regno di Dio.

 

La crudeltà di Erode - un egocentrico esasperato - divenne proverbiale persino a Roma.

Nei suoi ultimi anni, assurdamente ripiegato in una inquieta adesione a se stesso, fece perire tre dei suoi figli ed emanò un decreto [non eseguito per sopravvenuta morte] col quale dispose che fossero eliminati i più influenti tra i giudei - sia per cancellare via via i (ritenuti) pretendenti al trono che i dissensi sul territorio.

Nel passo di Vangelo il re è icona della volontà di potenza che uccide coloro i quali richiamano lo spirito d’infanzia del Cristo: il Figlio di Dio poneva nella Missione del Padre il suo essere.

[Tale umiltà decentrata non ci salva solo nell’ordine della grazia, ma anche in quello dell’equilibrio umano].

 

Mt scrive il suo Vangelo per rispondere alla situazione che viveva la Chiesa in un momento assai critico.

Dopo l’anno 70, gli unici gruppi che sopravvissero alla distruzione del Giudaismo furono i cristiani messianici e i farisei - entrambi convinti che la lotta armata contro l’impero romano non avesse nulla a che fare con l'adempimento delle Promesse.

A distanza di non molti anni dal disastro di Gerusalemme, proprio la setta dei farisei ormai priva del luogo di culto - centro dell’identità nazionale - iniziò ad organizzarsi in modo da accentrare il governo delle sinagoghe.

Accusati di tradire la cultura particolare e le usanze, i giudaizzanti che riconoscevano Gesù Figlio di Dio furono infine cacciati dalle stesse sinagoghe.

L’opposizione crescente e poi l’esplicita separazione dal popolo del Patto resero acuto lo smarrimento dei fedeli e il problema della stessa identità delle prime assemblee di Fede; gruppi in evidente sofferenza.

Mt incoraggia a evitare defezioni, sostenendo coloro che avevano ricevuto la tagliente scomunica da parte dei leaders della religiosità popolare - sino allora ammirati per spiccata devozione, e tenuti in gran conto.

Per aiutare a superare il trauma, la Lieta Notizia rivolta ai convertiti di matrice giudaizzante si proponeva di rivelare Gesù come vero compimento delle Profezie e autentico Messia - nella figura del nuovo Mosè che attua le promesse di liberazione.

Come lui, perseguitato che ha dovuto incessantemente muoversi e fuggire (cf. Es 4,19).

Secondo una credenza generalizzata nel giudaismo, il tempo dell’Unto del Signore avrebbe riattualizzato il tempo di Mosè.

Ma l’antico condottiero de «il Monte» aveva imposto una relazione tra Dio e il popolo fondata sul banale obbedire a una Legge.

Il Figlio genuino e trasparente, invece, propone ora ai fratelli di Fede un rapporto creativo di beatitudine e comunione basato sulla Somiglianza.

Relazione chiamata a superare l’antica giustizia dei farisei (Mt 5,20).

 

Nessuna paura dunque - anche per noi - delle vessazioni, che vanno semplicemente messe in conto.

Anzi, colte quali occasioni di testimonianza d’amore e coinvolgimento forte, nella vicenda stessa del Maestro - reinterpretata in prima persona.

Ecco indicato anche un nuovo Cammino di ricerca della Luce o Stella che guida i nostri passi.

Tutto come i Magi - stranieri, eppure autentici adoratori del Signore.

Essi seppero evitare la vigilanza del sovrano - così ritrovarono la propria Dimora, deviando dalla strada già prevista.

 

Al pari dell’Inviato di Dio per eccellenza che ha sperimentato la medesima sorte del suo popolo, le chiese di ogni tempo possono vivere in Lui un’identica vicenda di Esodo.

Un cammino inedito, fucina di esplorazioni e cambio di mentalità; di consolazione e più vive speranze - con inesorabili contrapposizioni.

Cristo è il Messia nascosto e perseguitato, fondatore di un Popolo nuovo, dimesso e fraterno. Germe di una società alternativa a quella spietata sul campo.

Coronamento delle speranze di tutti gli uomini.

 

Il diniego della stessa Via del Signore proietta un’atmosfera oscura: diventa conservazione del belluino.

Rifiuto dell’umanizzazione… la cui terapia sta nella fiducia dei «piccoli», nell’audacia giovane e “infantile” che non conosce l’impossibile.

I bimbi innocenti di quello sterminio sono figura dei figli di Dio di ogni secolo, quali “coetanei” di Gesù, in grado di riattualizzarne il tempo spontaneo - contrario alla violenza e alla morte.

Essi sono i perseguitati e fatti fuori a causa della paradossale forza sovversiva della loro tenera Fede di minuscoli e schietti che si lasciano salvare, e non badano a ruoli.

Il contrario dei servili e adulatori, divorati dal calcolo; sempre pronti alla deferenza nei confronti dei feroci detentori del potere. Intimiditi dalla possibilità che una forma di vita morbida e gracile possa destabilizzarne le posizioni.

 

Ma in caso di gravi angherie, persino l’energia della tristezza che attraversa gli eventi dolorosi (vv.17-18) farà riscoprire quel che conta davvero.

Ciò consentirà di rinascere (nel pianto, nel buio) separando anche noi da quel genere di personaggi.

 

 

Nella teologia di Mt Gesù è il “figlio primogenito” che soppianta il popolo eletto [qui, il popolo che Dio è andato a prendersi in Egitto].

Il Figlio eminente ripropone l’Esodo della sua gente: in Lui la vicenda antica - anche dei figli di Giacobbe - rivive per una rinnovata e ormai non più procrastinabile Liberazione.

Implicatosi in tutto nelle traversie, il Signore vuole compiere insieme il cammino verso la nostra emancipazione.

Egli è pienezza delle Scritture sacre: Apice completo della Legge e dei Profeti.

Infatti, nel passo di Vangelo sono come detto palesi i riferimenti al Cristo come nuovo Mosè: scampato all’eccidio e fuggito dalla propria terra.

Insomma: l'evangelista vuole sottolineare che con Gesù ha avuto inizio l’Esodo autentico verso la realizzazione - dove scorre latte e miele [cf. Es 3,5-8] ossia dove Dio in Persona si fa Presente.

Terra Promessa che non è un posto fisico - ambìto e rinomato come quello riservato al ceto sacerdotale, di recinti sacri o corti (vv.22-23).

La sua capacità attrattiva viene dilatata persino ai pagani!

Nel Vangelo di Mt lo si nota sin dall’esordio (genealogia) e dai primi che porgono omaggio al neonato; dalle persecuzioni, dalle fughe, dal ritorno “clandestino” (v.23).

Il Regno di Dio parte - non a caso - da Nazaret: luogo di malconsiderati ancora cavernicoli; da una famiglia senza terra, esposta e indifesa - ma non degenerata...

Per questo fa diventare liberi.

Gesù fin da bambino partecipa delle vicende perigliose della sua gente.

Secondo la mentalità antica, tutto ciò sta a significare che Egli è unito alle sorti del Popolo di Dio in tutto l’arco della sua vicenda.

Qui l’Egitto è icona sia di terra di scampo che di terra dalla quale uscire ancora - per costituire una diversa realtà di madri e padri innocenti.

Un piccolo gregge; un Resto d’Israele, nel quale Cristo si è immedesimato.

Come nella vicenda di Mosè, le forze avverse sono preponderanti, eppure non riescono ad annientare le energie della Vita genuina, che risulterà vincitrice sulle potenze di morte.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Nella realizzazione di te stesso in Cristo, come hai abbattuto la prigione del pensiero comune, del potere, e dei suoi timori?

L’esempio della famiglia ecclesiale, in che modo ti ha aiutato?

 

 

L’aspetto riflessivo della Casa di Nazaret

 

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

[Papa Paolo VI, Chiesa dell’Annunciazione Nazareth 5 gennaio 1964]

Cari fratelli e sorelle […] celebriamo con gioia la Santa Famiglia di Nazaret. Il contesto è il più adatto, perché il Natale è per eccellenza la festa della famiglia. Lo dimostrano tante tradizioni e consuetudini sociali, specialmente l’usanza di riunirsi insieme, in famiglia appunto, per i pasti festivi e per gli auguri e lo scambio dei doni; e, come non rilevare che in queste circostanze, il disagio e il dolore causati da certe ferite familiari vengono amplificati? Gesù ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana; ha avuto la Vergine Maria come mamma e Giuseppe che gli ha fatto da padre; essi l’hanno allevato ed educato con immenso amore. La famiglia di Gesù merita davvero il titolo di "santa", perché è tutta presa dal desiderio di adempiere la volontà di Dio, incarnata nell’adorabile presenza di Gesù. Da una parte, è una famiglia come tutte e, in quanto tale, è modello di amore coniugale, di collaborazione, di sacrificio, di affidamento alla divina Provvidenza, di laboriosità e di solidarietà, insomma, di tutti quei valori che la famiglia custodisce e promuove, contribuendo in modo primario a formare il tessuto di ogni società. Al tempo stesso, però, la Famiglia di Nazaret è unica, diversa da tutte, per la sua singolare vocazione legata alla missione del Figlio di Dio. Proprio con questa sua unicità essa addita ad ogni famiglia, e in primo luogo alle famiglie cristiane, l’orizzonte di Dio, il primato dolce ed esigente della sua volontà, la prospettiva del Cielo al quale siamo destinati. Per tutto questo oggi rendiamo grazie a Dio, ma anche alla Vergine Maria e a San Giuseppe, che con tanta fede e disponibilità hanno cooperato al disegno di salvezza del Signore.

(Papa Benedetto, Angelus 28 dicembre 2008)

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. […] La Chiesa celebra la festa della Santa Famiglia. Come nel presepe, lo sguardo di fede ci fa abbracciare insieme il Bimbo divino e le persone che gli sono accanto: la sua Madre Santissima, e Giuseppe, il suo padre putativo. Quale luce si sprigiona da questa “icona di gruppo” del Santo Natale! Luce di misericordia e di salvezza per il mondo intero, luce di verità per ogni uomo, per la famiglia umana e per le singole famiglie. Com’è bello per i coniugi rispecchiarsi nella Vergine Maria e nel suo sposo Giuseppe! Com’è consolante per i genitori specialmente se hanno un bimbo piccolo! Com’è illuminante per i fidanzati alle prese con i loro progetti di vita!

Raccoglierci intorno alla grotta di Betlemme, a contemplarvi la Santa Famiglia, ci fa gustare in modo speciale il dono dell’intimità familiare, e ci sprona ad offrire calore umano e concreta solidarietà in quelle situazioni, purtroppo numerose, in cui, per vari motivi manca la pace, manca l’armonia, manca, in una parola, la “famiglia”.

2. Il messaggio che viene dalla Santa Famiglia è anzitutto un messaggio di fede: quella di Nazaret è una casa in cui Dio è veramente al centro. Per Maria e Giuseppe questa scelta di fede si concretizza nel servizio al Figlio di Dio loro affidato, ma si esprime anche nel loro amore reciproco, ricco di spirituale tenerezza e di fedeltà.

Essi insegnano con la loro vita che il matrimonio è un’alleanza tra l’uomo e la donna, alleanza che impegna alla reciproca fedeltà e poggia sul comune affidamento a Dio. Alleanza così nobile, profonda e definitiva, da costituire per i credenti il sacramento dell’amore di Cristo e della Chiesa. La fedeltà dei coniugi a sua volta si pone come solida roccia su cui poggia la fiducia dei figli.

Quando genitori e figli respirano insieme questo clima di fede, essi dispongono di una energia che permette loro di affrontare prove anche difficili, come mostra l’esperienza della Santa Famiglia.

3. […] Affido a Maria “Regina della famiglia”, tutte le famiglie del mondo, specialmente quelle che incontrano gravi difficoltà, e invoco su di esse la sua materna protezione.

(Papa Giovanni Paolo II, Angelus 29 dicembre 1996)

La liturgia ci invita a fissare lo sguardo sulla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. È bello riflettere sul fatto che il Figlio di Dio ha voluto aver bisogno, come tutti i bambini, del calore di una famiglia. Proprio per questo, perché è la famiglia di Gesù, quella di Nazaret è la famiglia-modello, in cui tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione. A Nazaret è germogliata la primavera della vita umana del Figlio di Dio, nel momento in cui Egli è stato concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo verginale di Maria. Tra le mura ospitali della Casa di Nazaret si è svolta nella gioia l’infanzia di Gesù, circondato dalle premure materne di Maria e dalla cura di Giuseppe, nel quale Gesù ha potuto vedere la tenerezza di Dio (cfr Lett. apost. Patris corde, 2).

Ad imitazione della Sacra Famiglia, siamo chiamati a riscoprire il valore educativo del nucleo familiare: esso richiede di essere fondato sull’amore che sempre rigenera i rapporti aprendo orizzonti di speranza. In famiglia si potrà sperimentare una comunione sincera quando essa è casa di preghiera, quando gli affetti sono seri, profondi e puri, quando il perdono prevale sulle discordie, quando l’asprezza quotidiana del vivere viene addolcita dalla tenerezza reciproca e dalla serena adesione alla volontà di Dio. In questo modo, la famiglia si apre alla gioia che Dio dona a tutti coloro che sanno dare con gioia. Al tempo stesso, trova l’energia spirituale di aprirsi all’esterno, agli altri, al servizio dei fratelli, alla collaborazione per la costruzione di un mondo sempre nuovo e migliore; capace, perciò, di farsi portatrice di stimoli positivi; la famiglia evangelizza con l’esempio di vita. È vero, in ogni famiglia ci sono dei problemi, e a volte anche si litiga. “Padre, ho litigato…” – siamo umani, siamo deboli, e tutti abbiamo a volte questo fatto che litighiamo in famiglia. Io vi dirò una cosa: se litighiamo in famiglia, che non finisca la giornata senza fare la pace. “Sì, ho litigato”, ma prima di finire la giornata, fai la pace. E sai perché? Perché la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima. Non aiuta. E poi, in famiglia ci sono tre parole, tre parole da custodire sempre: “permesso”, “grazie”, “scusa”. “Permesso”, per non essere invadenti nella vita degli altri. “Permesso: posso fare qualcosa? Ti sembra che possa fare questo?”. “Permesso”. Sempre, non essere invadente. “Permesso”, la prima parola. “Grazie”: tanti aiuti, tanti servizi che ci facciamo in famiglia. Ringraziare sempre. La gratitudine è il sangue dell’anima nobile. “Grazie”. E poi, la più difficile da dire: “Scusa”. Perché noi sempre facciamo delle cose brutte e tante volte qualcuno si sente offeso di questo. “Scusami”, “scusami”. Non dimenticatevi le tre parole: “permesso”, “grazie”, “scusa”. Se in una famiglia, nell’ambiente familiare ci sono queste tre parole, la famiglia va bene.

All’esempio di evangelizzare con la famiglia ci chiama la festa di oggi, riproponendoci l’ideale dell’amore coniugale e familiare, così come è stato sottolineato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia […]

Affidiamo alla Santa Famiglia di Nazareth, in particolare a San Giuseppe sposo e padre sollecito, questo cammino con le famiglie di tutto il mondo.

La Vergine Maria, alla quale ci rivolgiamo ora con la preghiera dell’Angelus, ottenga alle famiglie del mondo intero di essere sempre più affascinate dall’ideale evangelico della Santa Famiglia, così da diventare fermento di nuova umanità e di una solidarietà concreta e universale.

[Papa Francesco, Angelus 27 dicembre 2020]

Per non affievolire l’Incontro personale

(Gv 20,2-8)

 

In Gv il discepolo amato ai piedi della Croce insieme alla Madre è figura di ciascuno, e della nuova comunità che nasce attorno a Gesù.

Sorge la Chiesa; non sulla base d’una successione prevista, bensì per adesione piena e spontanea.

Nell’Asia Minore gli amici del Signore, ellenisti meno legati alle consuetudini, intendevano contrapporsi all’atteggiamento incerto e compromissorio dei giudaizzanti.

Buona parte dei fedeli delle chiese giovannee pensavano di abbandonare sinagoga e Primo Testamento, che li attardavano.

In alternativa, essi desideravano abbracciare esclusivamente il Nuovo, mediante la Fede personale nel Cristo vivo, senza incertezze.

Il quarto Vangelo tenta di riequilibrare le posizioni estremiste.

“Figlio” e Madre - ossia il popolo del Patto antico [in ebraico «Israèl» è di genere femminile] - devono rimanere uniti (Gv 19,26-27).

Insomma, Fede e ‘opere di legge vanno di pari passo.

 

La Fede è una relazione progressiva che si accende in una ‘ricerca’ colma di tensione e passione [«correre»].

Essa trasmette percezioni progressive, le quali fanno accedere a un mondo nuovo [«entrare»], dove ‘vediamo’ cose che non sappiamo.

Era già stata questa in parte la reazione costernata della Maddalena, che in Gv accorre sola alla tomba - non accompagnata da altre “donne” come narrano i sinottici.

Uno sgomento che però spinge all’Annuncio: il sepolcro (la condizione dello Sheôl, anfratto di tenebre) non era più nell’assetto in cui era stato lasciato dopo la sepoltura del Cristo.

E appunto, quel lenzuolo «ravvolto [con cura] a parte» dice che non avrà mai bisogno di alcun sudario. La morte non ha più potere su di Lui.

 

Così, sebbene il giovane sia più veloce del veterano e arrivi primo ad avvistare i segni della verità e del mondo nuovo, cede il passo.

Al pari d’un profeta che coglie tutto anzitempo, il discepolo schietto e la comunità genuina aspettano che anche gli attardati giungano alla medesima esperienza, all’identico acume delle cose; al credere nel misterioso processo che porta guadagno nella perdita e vita dalla morte.

L’occhio dell’innamorato «percepisce» immediatamente; ha lo sguardo intimo e acuto che afferra e fa propria la Novità del Risorto.

Prima dei semplici ammiratori, il fratello empatico e verace «coglie Vita fra segni di morte».

Come se per relazione di Fede che ci anima, nell’attenzione degli accadimenti, fossimo già introdotti in una realtà che comunica ‘sensi nuovi’. E il distinguere-udire del cuore.

Un Ascolto che fa acuto l’occhio - proiettando l’Annuncio.

Sorge in tal guisa un nuovo Popolo, che “vede dentro”, che avverte l’Infinito affacciarsi nella finitezza, e vita completa che si svela nella fragilità dell’evento (persino oscuro).

 

Forse non pochi restano ancora sorpresi dalla «tomba vuota»: ossia un Gesù Risorto solo ‘personale’, vissuto nell’amore, nel gratis normale, nel dono di sé che vince la morte. Ma senza ‘mausoleo’ alcuno.

Il Discepolo Amato - sgorgato dal Cuore del Trafitto e che porta in vetta anche la Tradizione - nella sua sensibilità ‘avverte’ il Signore vivente ben prima di quello commemorato.

Ne viene rapito, e nella sua esperienza ‘si accorge’ all’istante della potenza della Vita su qualsiasi legaccio.

Condizione divina, illuminante, dispiegata nella storia.

 

 

[San Giovanni Apostolo ed Evangelista, 27 dicembre]

Giovanni, figlio di Zebedeo

Cari fratelli e sorelle,

dedichiamo l'incontro di oggi al ricordo di un altro membro molto importante del collegio apostolico: Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo. Il suo nome, tipicamente ebraico, significa “il Signore ha fatto grazia”. Stava riassettando le reti sulla sponda del lago di Tiberìade, quando Gesù lo chiamò insieme con il fratello (cfr Mt 4,21; Mc 1,19). Giovanni fa sempre parte del gruppo ristretto, che Gesù prende con sé in determinate occasioni. E’ insieme a Pietro e a Giacomo quando Gesù, a Cafarnao, entra in casa di Pietro per guarirgli la suocera (cfr Mc 1,29); con gli altri due segue il Maestro nella casa dell'archisinagògo Giàiro, la cui figlia sarà richiamata in vita (cfr Mc 5,37); lo segue quando sale sul monte per essere trasfigurato (cfr Mc 9,2); gli è accanto sul Monte degli Olivi quando davanti all’imponenza del Tempio di Gerusalemme pronuncia il discorso sulla fine della città e del mondo (cfr Mc 13,3); e, finalmente, gli è vicino quando nell'Orto del Getsémani si ritira in disparte per pregare il Padre prima della Passione (cfr Mc 14,33). Poco prima della Pasqua, quando Gesù sceglie due discepoli per mandarli a preparare la sala per la Cena, a lui ed a Pietro affida tale compito (cfr Lc 22,8).

Questa sua posizione di spicco nel gruppo dei Dodici rende in qualche modo comprensibile l’iniziativa presa un giorno dalla madre: ella si avvicinò a Gesù per chiedergli che i due figli, Giovanni appunto e Giacomo, potessero sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra nel Regno (cfr Mt 20,20-21). Come sappiamo, Gesù rispose facendo a sua volta una domanda: chiese se essi fossero disposti a bere il calice che egli stesso stava per bere (cfr Mt 20,22). L’intenzione che stava dietro a quelle parole era di aprire gli occhi dei due discepoli, di introdurli alla conoscenza del mistero della sua persona e di adombrare loro la futura chiamata ad essergli testimoni fino alla prova suprema del sangue. Poco dopo infatti Gesù precisò di non essere venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine (cfr Mt 20,28). Nei giorni successivi alla risurrezione, ritroviamo “i figli di Zebedeo” impegnati con Pietro ed alcuni altri discepoli in una notte infruttuosa, a cui segue per intervento del Risorto la pesca miracolosa: sarà “il discepolo che Gesù amava” a riconoscere per primo “il Signore” e a indicarlo a Pietro (cfr Gv 21,1-13).

All'interno della Chiesa di Gerusalemme, Giovanni occupò un posto di rilievo nella conduzione del primo raggruppamento di cristiani. Paolo infatti lo annovera tra quelli che chiama le “colonne” di quella comunità (cfr Gal 2,9). In realtà, Luca negli Atti lo presenta insieme con Pietro mentre vanno a pregare nel Tempio (cfr At 3,1-4.11) o compaiono davanti al Sinedrio a testimoniare la propria fede in Gesù Cristo (cfr At 4,13.19). Insieme con Pietro viene inviato dalla Chiesa di Gerusalemme a confermare coloro che in Samaria hanno accolto il Vangelo, pregando su di loro perché ricevano lo Spirito Santo (cfr At 8,14-15). In particolare, va ricordato ciò che afferma, insieme con Pietro, davanti al Sinedrio che li sta processando: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Proprio questa franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la fede a ogni calcolo o umano interesse.

Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l'Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15).

Negli apocrifi Atti di Giovanni l'Apostolo viene presentato non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede nell'incontro con “anime capaci di sperare e di essere salvate” (18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l'invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato semplicemente “il Teologo”, cioè colui che è capace di parlare in termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a Dio mediante l'adesione a Gesù.

Il culto di Giovanni apostolo si affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età straordinariamente avanzata, sotto l'imperatore Traiano. Ad Efeso l'imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine. Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.

In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché, anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad affermare: “Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo “fino alla fine” (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 5 luglio 2006]

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We will not find a wall, no. We will find a way out […] Let us not fear the Lord (Pope Francis)
Non troveremo un muro, no, troveremo un’uscita […] Non abbiamo paura del Signore (Papa Francesco)
Raw life is full of powers: «Be grateful for everything that comes, because everything was sent as a guide to the afterlife» [Gialal al-Din Rumi]
La vita grezza è colma di potenze: «Sii grato per tutto quel che arriva, perché ogni cosa è stata mandata come guida dell’aldilà» [Gialal al-Din Rumi]
It is not enough to be a pious and devoted person to become aware of the presence of Christ - to see God himself, brothers and things with the eyes of the Spirit. An uncomfortable vision, which produces conflict with those who do not want to know
Non basta essere persone pie e devote per rendersi conto della presenza di Cristo - per vedere Dio stesso, i fratelli e le cose con gli occhi dello Spirito. Visione scomoda, che produce conflitto con chi non ne vuol sapere
An eloquent and peremptory manifestation of the power of the God of Israel and the submission of those who did not fulfill the Law was expected. Everyone imagined witnessing the triumphal entry of a great ruler, surrounded by military leaders or angelic ranks...
Ci si attendeva una manifestazione eloquente e perentoria della potenza del Dio d’Israele e la sottomissione di coloro che non adempivano la Legge. Tutti immaginavano di assistere all’ingresso trionfale d’un condottiero, circondato da capi militari o schiere angeliche…
May the Holy Family be a model for our families, so that parents and children may support each other mutually in adherence to the Gospel, the basis of the holiness of the family (Pope Francis)
La Santa Famiglia possa essere modello delle nostre famiglie, affinché genitori e figli si sostengano a vicenda nell’adesione al Vangelo, fondamento della santità della famiglia (Papa Francesco)
John is the origin of our loftiest spirituality. Like him, ‘the silent ones' experience that mysterious exchange of hearts, pray for John's presence, and their hearts are set on fire (Athinagoras)
Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma (Atenagora)
Stephen's story tells us many things: for example, that charitable social commitment must never be separated from the courageous proclamation of the faith. He was one of the seven made responsible above all for charity. But it was impossible to separate charity and faith. Thus, with charity, he proclaimed the crucified Christ, to the point of accepting even martyrdom. This is the first lesson we can learn from the figure of St Stephen: charity and the proclamation of faith always go hand in hand (Pope Benedict)
La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme (Papa Benedetto)

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