V Domenica di Pasqua (anno A) [3 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)
Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa.
Salmo responsoriale (32/33)
Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5). Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)
In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)
Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre. Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.
+Giovanni D’Ercole







