Fariseo-pubblicano: le due anime, e il Mistero essenziale
(Lc 18,9-14)
Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
Le tante raffigurazioni e interpretazioni convenzionali dell’episodio ci portano fuori strada.
L’unica parabola ambientata nel Tempio è un vulcano di portata paradossale, straordinaria, che non t’aspetti.
Gli Ebrei pregano in piedi, segno della disponibilità a porre immediatamente in atto ciò che il Signore chiede.
Per noi stare in piedi vuol dire che celebriamo come figli risorti.
Ma qui il fenomeno della religiosità e della morale «stando in piedi, pregava così verso se stesso» (v.11): non dialoga con Dio, né si accorge di nulla!
Forse è convinto di pregare, ma sta facendo tutt’altro: non ascolta, non presta attenzione, non percepisce il messaggio e il senso delle presenze, solo ne prende distanza.
Ricordo nel grande salone della Penitenzieria Apostolica l’epigrafe «Pax omnium rerum tranquillitas ordinis».
Mentalità che se mediata da moralismi approssimativi, non sta con noi; non ci porta, né infonde profondità e relazioni.
Su tale base, se in confessione si fossero presentati i due protagonisti del brano, avrei sentenziato: al fariseo manca l’umiltà, l’altro ripaghi i danni.
Persino la testata de L’Osservatore Romano ribadisce il motto-epigrafe «Unicuique Suum» - principio fondamentale del diritto di proprietà nel mondo latino.
Non basta la Giustizia? [Servirebbe Gesù?].
Il punto è: Conoscere l’Amore, realtà ricca: non scambio di favori con Dio. E assumere la posizione che non inquini né corrompa la vita. Questa tutta la partita.
«Io rinuncio, io lascio tutto, io parto, io penso, io dico, io progetto, io sarò impeccabile e fedele facendomi vedere dagli altri sempre “a modo” [ossia come non sono]»: è la filastrocca ideale che ribalta l’avventura di Fede.
Il soggetto dell’uomo religioso è se stesso e ciò che lui fa per Dio - nonché come si atteggia (in modo artificioso); così via.
Ridicolo - non solo profondamente riduttivo. Ma da quest’idea scaturisce la considerazione dell’altro e del diverso come un irrecuperabile.
Invece la vita di ciascuno è zeppa d’interiori antinomie e controfigure.
Proviamo a ribaltare la parabola da un livello moralistico a quello teologico, perché Lc - attenzione - mette in scena il meglio della spiritualità e il peggio della morale del tempo.
Ecco il suo boomerang: vuole avviare una riflessione su noi stessi.
«Ladri»: Gesù definisce tali proprio i leaders religiosi e i “farisei” [di ritorno], dentro pieni di rapina, sebbene al di fuori sembrino chissà cosa.
«Ingiusti»: [tanto per capirci in breve] s. Teresina diceva che Dio è giusto perché tiene conto delle nostre difficoltà.
«Adulteri»: ma l’adulterio teologico è proprio accodarsi a un idolo (qui l’io-padreterno che contempla il sé esterno).
Nel concetto biblico «adulterio» indica propriamente un rapporto devoto scorretto, come con un nume inautentico.
In tal guisa, anche una relazione formale impeccabile - e viceversa lo schierarsi dalla parte del feticcio.
Insomma, il “santo” non si rivolge al Padre, ma al Dio-forma che ha in mente lui - sebbene voglia persino stupirlo di esagerazioni (v.12).
Però non è d’accordo col pensiero dell’Eterno.
Non percepisce il progetto dell’Altissimo: edificare Famiglia umana. Soccorrerci, e arricchire insieme, l’un l’altro.
Quindi non si lascerà mai cambiare - addirittura convinto di riprodurre esattamente il suo genio tutelare.
Per i professionisti del sacro maniaci di falsa perfezione, la Salvezza è premio finale d’una scalata individuale.
Non l’Opera ri-creatrice e gratuita d’un Genitore che traghetta le nostre vicende complesse, lasciando spazio e modo affinché evolvano in vita da salvati.
Così l'esperienza sia personale che comunitaria incattivisce, perché la “religione” standard inculca e trattiene un’immagine deforme del proprio carattere, e dell’Ideale.
L’Onnipotente nell’Amore assume nell’inconscio le sembianze del Padrone del Cielo, della terra, e del sottoterra - distributore di premi e castighi.
Qui, devozione prima o poi farà rima con “separazione”.
Invece, Giustificazione allude a un più acuto, rispettoso, sapiente assetto.
Posizione verso Dio [che non è un notaio] e verso l’umanità ch’è tutta nostra; sarebbe puerile averne disprezzo.
Genuinità e Spirito vanno in sinergia.
A nessuno Cristo raccomanda di “farsi santo” ossia “separato”, come raccomandato dalla Legge antica (Lv 19,2) e da tutta una spiritualità inappuntabile arcaica.
Il nuovo criterio è comprensivo: la convivialità delle differenze e il recupero fecondo degli opposti. Appunto, l’Amore che fiorisce nella naturalezza.
Se proprio vogliamo, il senso del cammino nello Spirito potrebbe essere identificato nel passaggio critico dal Primo al Nuovo Testamento.
Ma sarebbe ancora troppo banale immaginare che nell’Antico Dio è Giudice forense e nel Nuovo “giudice del cuore”.
La Giustificazione che il Padre opera concerne la forma intima di ciò che “muove”, e il senso di quale motivazione e pungolo ci cambia.
Gl’inopportuni scienziati della vita pia hanno sempre tratteggiato la Salvezza quale premio finale di un’arrampicata estenuante.
Mi diceva una povera anima ben motivata, eppur plagiata, vessata e mal guidata: ‘chi più si pista di più s’acquista’.
Invece, quando Dio opera, crea, collocandoci nella giusta attitudine e traghettandoci verso una feconda direzione - non è detto in salita.
Tutto al fine di realizzarci e completarci, non per sfiancare e annientare le linee portanti della nostra personalità, irripetibile, impareggiabile.
Configurazione di equilibri che sappiamo bene essere non ordinaria, non meccanica, non prevedibile.
Il Padre non è un allenatore che si compiace solo del più forte dei suoi attaccanti.
Non è attratto dalle virtù di pochi, ma dalle molte necessità di tutti.
Nell’attesa di soluzioni irrisolte, non guarda i meriti delle persone, ma il loro bisogno di essere completate.
Pertanto chi fa il bene non merita assolutamente nulla: deve solo ringraziare la Provvidenza, che lo ha condotto anzitempo sulla strada di un’esperienza di pienezza di essere, sulla Via della Gioia.
Rimanendo appiccicato al suo tronetto, l'arrogante veterano del sacro e della disciplina (e dei modi perbene o da reduce) rimane lì.
Impantanato nell’io che si compiace del “suo” - ripiegato sull’ombelico delle opere di legge con cui voleva comprarsi il beneplacito di Dio - mostrandosi artificiosamente suo amico.
E torna a Casa, ossia in comunità (v.14), uguale a prima: unilaterale, come una sfinge.
Sono i sepolcri imbiancati davanti ai quali dobbiamo inchinarci per baciare le sacre pantofole, altrimenti non si passa.
Sono i separati dal resto della folla, perché per loro la gente può solo essere: utile, o seccante.
Non c’è nulla da fare. Certe persone compiaciute e autosufficienti, che non hanno mai fatto l’esperienza dell’humus e del gratis, Dio non riesce a farle giuste.
Non sono abituate a guardare la realtà, neppure la propria - ma a sottolineare ogni separazione che disdegna. E unicamente ciò ch’è prescritto; da cui non si esce.
Sembrano uomini tutti d’un pezzo e che posseggono un elevato senso della esclusività divina.
Tuttavia in loro non esistono energie spirituali profonde - quelle che sanno vedere oltre, sino a cogliere le fragranze più variegate.
Primi a non sapersi affidare al Mistero, continuano ad appestare l’aria, certissimi del loro rango spirituale e dei riconoscimenti - pretendendo (ovviamente) dazi ovunque si concedano.
Neppure il Padre riesce a giustificarli, ossia a collocarli nel punto giusto di fronte a Lui e ai fratelli.
Il senso di santità da cui si sentono ammantati li porta al disdegno altrui, e non c’è verso.
Come discernere anche in noi le tracce della presunzione religiosa? È il tema rilevante della parabola (v.9).
Dalla stessa Preghiera si capisce che il nostro stesso volto possiede un’immagine martellante e diabolica dell’Eterno.
Come fosse uno che fa il contabile, ossia che paga secondo i meriti e castiga secondo colpe.
Mentre il Dio biblico dona in pura perdita. Perché?
Nello Spirito cogliamo in noi un’energia che deve realizzare la sua opera nell’attimo [così frequentemente senza eguali], o nel ritmo anche sconnesso degli accadimenti molteplici e delle relazioni.
Qui intuiamo la deità parziale e paradossale dei ‘compagni di viaggio’ - come l’irreprensibile e il peccatore, che ci ricordano la Missione.
Personaggi compresenti nell’anima: deviazioni uniche, che integrano e perfezionano, diventando la nostra irripetibile Originalità.
La vita di Fede e la Preghiera portano sì a guarigione, ma talora paiono scomparire, come se ci avvicinassimo al trasgressore del Vangelo.
Danno risposte, ma a volte esse sembrano anche fortuite.
Hanno il medesimo passo disorganico e interrotto (il reale cambiamento arriva inaspettato) ma stessa composizione simbiotica, struttura, figura complessa, di un arbusto e dell’amore.
Una pianta bella rigogliosa ha le sue stagioni; neppure si sogna di possedere una connotazione senza sfumature e lati opposti.
Può sconcertare, ma le realtà di natura non fanno a meno delle radici per il fatto che queste parti basse si mescolano con il letame, la melma, il buio e i vermi - parassiti striscianti; come il pubblicano, immerso nel peccato fino al collo.
Se una rosa volesse tagliare le basi nascoste e infestate da cui sorge, tutta la pianta collasserebbe, perdendo anche la sua spettacolare individualità.
È la confusione - anche fetida e nauseante - che crea una terra feconda accogliente tutti i ruoli, e lo spazio di maturazione non monocromatico aperto a ogni filone di vita.
Ci sono fasi e presenze in apparenza oscuranti, di cui prendere atto, sulle quali siamo come seduti.
Quasi in un ribaltamento di piani, è l’incontro con le nostre ombre che ci fa svettare e affermare.
Merito del fariseo, e bisogno del pubblicano, sono aspetti in simbiosi.
Per antica educazione al credere ai codici, siamo quasi frastornati dalle novità.
Ma possiamo piantare il seme della crescita solo abbracciando la vita senza presuntuose aspettative.
Da certezze discriminanti, propositi maniacali indotti, ovvietà di luoghi comuni, non deriva sviluppo, realizzazione, fioritura con risultato esponenziale - in tutti i nostri lati.
Anche nell’amore ad es. non vogliamo fissarci su un’idea finta, fatta di pregiudizi, schemi ideologici, e divise.
Allora - ma proprio per salvarci - affiorano le fragilità.
Esse ci possono sì portare a dipendere, ma anche a cercare nuova comunicazione, per una migliore completezza.
Se il passato resta un totem primordiale, artificioso al pari delle ideologie sofisticate, disincarnate - tutto diventa fantasia, rimpianto, confusione, disastro.
Nel cammino spirituale, guai a rivolgersi ai grandi amori artefatti, col loro fascino avvolgente e straripante, ma asettico.
Frenesia che invade e occupa la vita, blocca e ripudia ogni progetto; non libera l’anima dai distinguo.
Non consente di notare nuovi destini. Fa abdicare. Ci assesta in superficie e non rovescia le sorti (cf. v.14).
Così il nostro organismo naturale, emotivo e sovrannaturale: convinto solo di qualcosa e incapace di rompere quei compartimenti.
Esso morirebbe - se perdesse la completezza delle polarità, la spontaneità più ovvia, e fosse sterilizzato. Trasmettendo la sua stessa morte, attorno.
Come nelle realtà create, anche nella vicenda spirituale sono i versanti contraddittori a comporre la ricchezza di facoltà, inclinazioni, destini, volti, e capacità.
A volte saranno proprio le crisi particolari da affrontare appunto con qualità speciali e risorse specifiche non in linea con le inclinazioni consuete o imperative - a riportarci sul nostro vero percorso.
È nell’incessante Incontro con la folla di personaggi a noi intima, e nel voltarsi attorno per accorgersi e percepire, che si decanta il caduco limitante, e si unifica l’uomo.
Tutto ciò affinché diventi solido e aperto, affidabile e creativo, capace di stare sia dentro che fuori casa.
E il Padre ci concede tempo per una formazione variegata, per attendere che nelle ambivalenze del processo incontriamo ogni sfaccettatura.
I troppi filtri, le censure, i molti freni, non preparerebbero la metamorfosi evolutiva che ci appartiene: quella in grado di superare i momenti difficili non con un faticoso pertugio o un sudato varco, bensì col sogno, e con la carezza d’un vero colpo di scena.
Nell’orazione-monologo, il narcisista che talora siamo noi, non fa che informare il Principio immobile delle sue conquiste, perché non vede altro che se stesso.
Ma non regge né regola quanto è umano o divino.
Neppure si chiede a quale Dio si stia rivolgendo, e in che posa si collochi.
Non ha pregato, non ha sintonizzato i propri pensieri su quelli del Padre. Ha solo stancato le anime, spento e rovinato i rapporti.
È in una posizione di cinismo e incapacità a cogliere la distanza fra l’uomo vero e il Creatore.
Ciò gl’impedisce di abbandonarsi a Lui, e il non cedere fa impallidire la capacità di recepire una nuova Vocazione all’interno della Vocazione [che non è mai “a posto” e soddisfacente].
Crede la perfezione come un porto sicuro; immagina di riflettere Dio sulla terra, di avere la medesima mentalità e le Sue stesse relazioni…
Del resto, gli amici poco benevoli, risoluti e a circolo chiuso che frequenta sarebbero gli stessi del suo Totem, ben foggiato ma senza valore.
Come lui, anch’essi restano nella sfera statica, priva di desiderio - però con una montagna di scrupoli. O senza un principio di realtà.
Un ambiente di gretti e ridicoli: uomini a misura, infantili come il loro oggetto (soggetto) di culto, ossia il sé - che non vede oltre lo stagno di acque morte a portata di mano.
Il “fariseo” da salotto o devoto è nemmeno sfiorato dal dubbio.
Posizione pericolosa, che mai consentirà di riflettere sui paradossi più intimi che avviano e riavviano l’Esodo, attivando nuove passioni.
Temendo ciò che finisce, mai proverà la Gioia ineffabile del Dono adesso, che accende la storia e cambia la vita.
Nulla in termini di stupore s’inaugura, sulla base di un'identità di caratteristiche o di vedute.
Ciò soprattutto se le linee distintive restano imprigionate nel passato (o futuro). Se permangono, nel modo di vivere e capire “di prima” (o “di poi”) che torna a dirigerci.
E non si fida dell’Amore che prepara il frutto dello Spirito: sta per arrivare; così com’è.
Chi non ha certezze lapidarie, non si fa guidare in modo artificioso.
Piuttosto, si lascia prendere come da una corrente d’insicurezza, che tuttavia lo porterà a conoscere la Felicità profonda, le grandi fioriture.
La rottura delle acque d’un parto ulteriore: la vita a tutto tondo.
Insomma, una volta messe sullo sfondo le abitudini, le idee astratte, le identificazioni, le opinioni comuni, le mode anche glamour, l’Eros fondante della nostra Chiamata personale potrà ancora scendere in campo.
Ottenendo migrazioni, manifestando tutto il suo Fuoco.
Nella vita siamo stati vittime, talora anche carnefici.
Dio lo sa e permette che la nostra libertà possa emergere: viceversa, in ogni recinto, in qualsivoglia scelta cadenzata, le possibilità del mondo interiore restano chiuse.
Allora - per rimetterci in discussione - dona i momenti no, le presenze e le preferenze contrapposte, nonché le voci dell’interno più inattese.
Altri profili, che pure ci appartengono; tutt’altro, rispetto ai modi di essere che già conosciamo [non si sono ancora espressi, ma prima o poi vorranno trovare spazio].
Semplicemente, è bene assumerne i tratti - e in noi ospitarli in modo assolutamente onesto.
Affinché non diventino disturbi laceranti, o da integrare con perversioni, affarismo, esercizio del potere, atteggiamenti settari: pessime abitudini, appena coperte da stilemi affabili.
I lati sepolti e forse ancora sconosciuti non vogliono disturbare l’opzione fondamentale al bene, ma l’esistenza inutile, tutta pronosticabile.
Essi sono altrettante Chiamate, sorprendenti, ma che per forza innata sanno dove condurci.
Esistono percorsi che ci appartengono e che non sono ancora emersi, o di cui abbiamo perso memoria.
Così, proprio in forza di tanta congerie interiore - fase dopo fase - il personaggio che è pertinente alla persona… traccia spontaneamente e provvidenzialmente la sua rotta.
Solo se saremo impregnati di ciò che è infinito e al contempo di quant’è sdraiato alla base dell’anima, il nostro io fariseo non si distaccherà dall’io pubblicano.
Energie plasmabili, volti che ci corrispondono profondamente e di fatto; maestri di pratica e di concetto; non di maniere.
Sono in varia miscela e secondo le età della vita, le reali sfaccettature della nostra variegata essenza spirituale.
Binari che corrono sottotraccia o paralleli, ma che talora s’intersecano e surclassano a vicenda, creando un magma che attende istante per istante di venire performato.
Per realizzare la Destinazione che è tutta nostra ci sono già state molte porte da aprire.
E abbiamo di frequente verificato che il Fiore cercato si nascondeva proprio fra i nostri disturbi.
Altro che già ritenersi vicini al Paradiso!
Bene: Dio c’introduce in un altro genere di coesistenza, dentro e fuori: equilibrio, serenità, Comunione.
Perché in ciò che davvero spinge all’eterno, tutto si recupera. Nella Pienezza, nulla si separa da nulla.
È l’autentica svolta, che dona dignità a ciò che accade. E apre la porta al Completamento.
Ribadisce il Tao (xxvii):
«Per questo il santo sempre ben soccorre gli uomini e perciò non vi son uomini respinti, sempre ben soccorre le creature e perciò non vi son creature respinte; ciò si chiama trasfondere l’illuminazione. Così l’uomo che è buono è maestro dell’uomo non buono, l’uomo che non è buono è profitto all’uomo buono. Chi non apprezza un tal maestro, chi non ha caro un tal profitto, anche se è sapiente cade in grave inganno: questo si chiama il mistero essenziale».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando mi colgo fariseo e quando pubblicano?
Come posso incontrare me stesso contemplando Dio? E incontrando gli altri?
Quando Dio ti viene vicino, ti abbandoni o temi ciò che finisce?
Quali sono state le esperienze di amore immeritato che ti hanno cambiato la vita?
Hai trovato maggiore comprensione dentro o fuori la Chiesa? Da parte di amici e conoscenti o di supertitolati del sacro? Come mai?