La Testimonianza più grande
(Gv 5,31-47)
«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui».
«Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà».
[Papa Benedetto]
Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini a modo o da perimetri antichi, perché non è impregnato di aspettative umane culturali religiose normali.
Esse impediscono la percezione di ciò che non sappiamo, quindi occultano l’eccezionalità del nome particolare; inzuppano la testa e lo sguardo di normalità correnti e pedestri, le quali condizionano, dissociano, plagiano, rendono esterni.
Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno di Dio e della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; di altre qualità interpersonali, nella completezza di essere che ci appartiene.
Il peso specifico di questo inaudito presente e futuro che corrisponde perché fa parte della nostra intima essenza, resta altrimenti in mano a opinioni ovvie e al solito trascinarsi dozzinale, che non espone.
La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.
Solo ciò che non è pietrificato e convenzionale testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità: vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.
Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.
I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.
Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.
Nella paradossale divinizzazione del Dio che viene, la mentalità tutta mondana di ogni cerchia di puristi o conformisti vive un ribaltamento. Cifra della grande Sapienza di natura.
Così il maestro Lü Hui-ch’ing commenta un celebre passo del Tao Tê Ching (LXXVI): «Il Cielo sta in alto per il ch’ì, la Terra sta in basso per la forma: il ch’ì è molle e debole, la forma è dura e forte».
In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù [anche nei suoi intimi] è stata sottoposta.
Le aspirazioni degli uomini pii antichi sono stranamente incardinate sul bisogno di fare corpo e riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.
Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi. «Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.
In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica peso specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.
Quindi la gloria che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: principio e valutazione tipici dell’eroe tutto impettito, “libero”, indipendente e sicuro di sé [a motivo del prestigio attorno].
Viceversa, ecco la ‘gloria’ come umile e grato riconoscimento, ma di peso nel senso cristiano: famigliare e umanizzante.
La donna e l’uomo chiamati a una missione particolare scoprono in sé e nella realtà le condizioni di perfezione e imperfezione.
Esse ci guidano alla realizzazione innata - non volatile - e al bene comune, secondo contributo specifico, personale.
Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose, aggiungendo qualcosa all’onore di ciò che già è nella propria essenza vocazionale - talora nella paradossale completezza, per una convivialità delle differenze.
La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.
A noi non spetta altro - anche nel senso della crescita, dell’importanza in sé, più di “chi si accorge”.
I gruppi devotissimi si muovevano purtroppo non di rado a un livello di aspirazioni mondane - proprio con una strana mescolanza di criteri.
Quindi finivano per apprezzarsi a circolo, scambiandosi pacche sulle spalle gli uni gli altri.
Così - accontentandosi di essere confermati - essi ancora tendono ad accentuare le caratteristiche di ciò che normalmente viene identificato come dimensione spirituale, e che facilmente si contamina col compromesso del look artificiale esterno.
L’equilibrio interiore del Chiamato per Nome si ristabilisce invece attraversando sogni e il carattere congenito - più che con il soppesare e gli influssi crudi della vita conscia, i quali distraggono e livellano l’anima.
Su tale china ciascuno tende infatti ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla vocazione originalissima; anzi, espongono la coscienza a dissociazioni e condizionamenti che la snaturano.
La Via nello Spirito di Libertà, Amore, Novità, è ispirata da una dimensione di Mistero e spontaneità tutta da scoprire: Esodo.
Tale caratura procede oltre i compartimenti, le denominazioni ricolme di soluzioni assodate, di pensiero conforme agganciato a un modo univoco di leggere le Scritture e le testimonianze.
Le gabbie anche “spirituali” colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.
Per garantire la compattezza “ecclesiale”, le diverse stie fanno ovunque leva sull’inadeguatezza all’interpretazione maggioritaria - e sensi di colpa tipici del “contenitore” particolare.
Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).
Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto.
Anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro atipicità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante che non sappiamo già.
I libretti d’istruzione ci vessano di progressioni e mete altrui da raggiungere, le quali si rivelano tutte ancora da superare - e al di fuori del proprio gusto e senso intimo; proiettate nel futuro, impersonali.
La via “spirituale” del branco riflette la vita, il giudizio o l’idea del leader e il suo cerchio “magico”; la forma mentis d’una generazione o di un ceto.
In tal guisa, le traiettorie assodate non annunciano cambiamenti e incontri autentici, i quali si svolgono nella semplicità propulsiva, trasversale, dell’imprevedibile concreto.
I modelli ostinati non ci fanno accorgere di un Dio Persona: Egli chiama alla vita, mediante impulsi che sarebbero nuova linfa per la trasmutazione.
L’Eterno si comunica in ciò che parla dentro.
Proprio nei bisogni - non ossessionando le energie conosciute solo all’anima, di conflitti per doveri inutili, i quali non risolvono nulla, né trasmettono felicità.
L’ideologia religiosa “egocentrica” e ogni pensiero indirizzato bollano le crisi come inadeguatezze alle azioni collettive finalizzate - quindi condannano gl’istinti.
Ma le pulsioni si manifestano quali fughe del cuore individuale che cerca nuovo ascolto, desidera affiorare e realizzare; vuole integrarsi a modo suo, o tracciare strade che preparano futuro.
Non di rado l’evocazione dei soliti rituali delimitati - ad es. di “carisma” - nonché la concatenazione delle costituzioni normative, mortificano il carattere in un’atmosfera livellata, che si bea di sintonie raccogliticce.
Non sono la nostra terra.
L’aia del ‘sistema’ opera secondo direttive e ruoli.
Ma i compartimenti limitano il raggio d’azione, sebbene apparentemente lo dilatino.
Le inclusioni banali ci “insegnano” ad accontentarsi dei mezzi passi già tutti cesellati nel poco e non oltre le righe.
Ciò per non consentire d’introdursi nelle rigenerazioni che contano.
Il clan autoreferenziale spesso toglie spazio a qualsiasi possibilità che sposti da lì.
Ciò fa diventare dipendenti dal plauso. Frena, quando viceversa potremmo osare...
Per non continuare a percepire sane inquietudini. Difformità che riscatterebbero dalla subordinazione.
Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare.
Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.
Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (che non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.
«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni, perché le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le opere stesse che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come tuteli in Cristo il vissuto comunitario e le tue trasposizioni di Fede?
Qual è il punto di omologazione nelle soddisfazioni, e dove collochi la tua Preziosità?
Dito che indica: provvisorio ma sicuro e forte
L’impegno di tutti i cristiani è quello di «essere testimoni di Gesù», di riempire la vita di «quel gesto» che fu tipico di Giovanni il Battista: «indicare Gesù». Una «vocazione» comune sulla quale si è soffermato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta venerdì mattina, 16 dicembre.
Seguendo il percorso liturgico che negli ultimi tre giorni ha fatto riflettere «su Giovanni, l’ultimo dei profeti, l’uomo più grande nato da donna» il Pontefice ha approfondito il brano del Vangelo (Giovanni 5, 33-36) nel quale il precursore «è presentato, è mostrato come il testimone». È Gesù stesso che parla chiaramente: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza». Proprio questa, ha sottolineato Francesco, «è la vocazione di Giovanni: essere testimone».
Una vocazione resa ancora più comprensibile da alcuni esempi concreti. Gesù infatti, ha ricordato il Papa, ha detto che Giovanni «era la lampada». Però, ha spiegato, «lui era la lampada ma non la luce, la fiaccola che indicava dov’era la luce, lampada che indica dov’è la luce, dà testimonianza della luce». Allo stesso modo, Giovanni «era la voce», tant’è che egli stesso «dice di sé: “Io sono la voce che grida nel deserto”». Però non era la Parola, infatti «lui era la voce ma che dà testimonianza della Parola, indica la Parola, il Verbo di Dio. Lui soltanto voce». E così il Battista che «era il predicatore della penitenza» dice chiaramente: «Dopo di me viene un altro che è più forte di me, è più grande di me, al quale non sono degno di allacciare i calzari. E questo vi battezzerà in fuoco e Spirito Santo». Riassumendo: «Lampada che indica la luce, voce che indica la Parola, predicatore di penitenza e battezzatore che indica il vero battezzatore in Spirito Santo». Giovanni, ha concluso il Papa, «è il provvisorio e Gesù è il definitivo. Giovanni è il provvisorio che indica il definitivo».
Ma proprio questa provvisorietà, questo suo “essere per”, è «la grandezza di Giovanni». Un uomo «sempre col dito lì», a indicare un altro. Infatti nel Vangelo si legge che «la gente si domandava in cuor suo se Giovanni non fosse il Messia. E lui, chiaro: “Io non sono”». E anche quando i dottori, i capi del popolo gli fecero chiedere: «Ma sei tu o dobbiamo aspettare un altro?» lui sempre ha ripetuto: «Io non sono. Viene un altro», ricordando nuovamente che sarebbe arrivato uno al quale lui non era degno di allacciare i calzari: «Io non sono. Un altro, che vi battezzerà».
È proprio questa, secondo il Pontefice, l’immagine più eloquente che ci dice chi fu Giovanni il Battista, la sua «testimonianza provvisoria ma sicura, forte», il suo essere «fiaccola che non si è lasciata spegnere dal vento della vanità» e «voce che non si è lasciata diminuire dalla forza dell’orgoglio». Giovanni, ha chiarito il Papa, è «sempre uno che indica l’altro e apre la porta all’altra testimonianza, quella del Padre, quella che Gesù dice oggi: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni, quella del Padre». E, ha aggiunto il Pontefice, quando nel Vangelo si legge che si sentì «la voce del Padre: “Questo è il mio Figlio”», dobbiamo comprendere che «è stato Giovanni ad aprire questa porta».
Perciò Giovanni «è grande», perché «sempre si lascia da parte». Lui, ha spiegato Francesco, è grande perché «è umile e prende la strada di abbassarsi, di annientarsi, la stessa che prenderà Gesù dopo». E anche in questo «offre una grande testimonianza: apre quella strada dell’annientamento, dello svuotarsi di sé stesso» che fu poi anche di Gesù.
Un ruolo che il Battista incarnò, si potrebbe dire, anche fisicamente: «ai discepoli, ai propri discepoli, una volta che passava Gesù» indicava con il dito: «Quello è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Quello, non io, quello». E, di fronte «all’insistenza dei capi, del popolo, dei dottori» Giovanni ribadiva sempre: «È necessario che Lui cresca, a Lui tocca crescere, a me diminuire». Nell’umiltà, ha detto il Pontefice, «è la grandezza di Giovanni». Tant’è che egli «diminuisce, si annienta, fino alla fine: nell’oscuro di una cella, in carcere, decapitato, per il capriccio di una ballerina, l’invidia di un’adultera e la debolezza di un ubriaco».
Più volte il Papa, per rimarcare il concetto, ha ripetuto l’espressione «Grande Giovanni!». Un grande che, ha aggiunto, se dovessimo raffigurarlo in un dipinto, dovremmo semplicemente disegnare un dito che indica.
A conclusione dell’omelia, il Papa ha portato, come di consueto, la sua meditazione alla realtà concreta degli uomini di oggi. Vedendo che nella cappella di Santa Marta erano presenti alcuni vescovi, sacerdoti, religiosi, e coppie che celebravano il cinquantesimo, ha detto loro: «È una bella giornata per domandarsi» se «la propria vita cristiana ha sempre aperto la strada a Gesù, se la propria vita è stata piena di quel gesto: indicare Gesù». Occorre, ha proseguito, «ringraziare» per tutte le volte che ciò è stato fatto, ma anche «ricominciare». Sempre ricominciare, con quella che il Pontefice ha definito «vecchiaia giovane o gioventù invecchiata, come il buon vino!» e fare sempre un «passo in avanti per continuare a essere testimoni di Gesù». Con l’aiuto di Giovanni «il grande testimone».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 17/12/2016]