don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 03 Agosto 2026 04:24

Preferenza nei confronti dei Piccoli

68. Cristo Gesù ha sempre manifestato la sua preferenza nei confronti dei più piccoli (cfr Mc 10,13-16). Lo stesso Vangelo è permeato in profondità dalla verità sul bambino. Che cosa significa infatti: « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3)? Gesù non fa forse del bambino un modello, anche per gli adulti? Nel bambino vi è qualche cosa che non dovrebbe mancare mai a chi vuole entrare nel Regno dei cieli. Il cielo è promesso a tutti coloro che sono semplici come i fanciulli, a quanti, come essi, sono pieni di uno spirito di abbandono nella fiducia, puri e ricchi di bontà. Essi soltanto possono trovare in Dio un Padre e diventare, grazie a Gesù, figli di Dio. Figli e figlie dei nostri genitori, Dio vuole che siamo tutti suoi figli adottivi per grazia!

[Africae Munus n.68]

Lunedì, 03 Agosto 2026 04:20

Non siamo “massa”

Già l’Antico Testamento parla comunemente di Dio come Pastore di Israele, del popolo dell’alleanza, da lui scelto per realizzare il progetto della salvezza. Il Salmo 22 è un inno meraviglioso al Signore, Pastore delle nostre anime: “Il Signore è il mio Pastore; non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce; mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me...” (Sal 23,1-3).

I profeti Isaia, Geremia ed Ezechiele ritornano sovente sul tema del popolo “gregge del Signore”: “Ecco il vostro Dio!... Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna...” (Is 40,11) e soprattutto annunciano il Messia come Pastore che pascerà veramente le sue pecore e non le lascerà più sbandare: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore...” (Ez 34,23).

Nel Vangelo è familiare questa dolce e commovente figura del pastore, la quale anche se i tempi sono cambiati a causa dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, mantiene sempre il suo fascino e la sua efficacia; e tutti ricordiamo la parabola tanto toccante e suggestiva del Buon Pastore che va in cerca della pecorella smarrita (Lc 15,3-7).

Nei primi tempi della Chiesa poi l’iconografia cristiana si servì grandemente e sviluppò questo tema del Buon Pastore la cui immagine appare spesso, dipinta o scolpita, nelle Catacombe, nei sarcofagi, nei battisteri. Tale iconografia, così interessante e devota, ci attesta che, fin dai primi tempi della Chiesa, Gesù “Buon Pastore” colpì e commosse gli animi dei credenti e dei non credenti e fu motivo di conversione, di impegno spirituale e di conforto. Ebbene, Gesù “Buon Pastore” è vivo e vero ancora oggi in mezzo a noi, in mezzo all’umanità intera, e a ciascuno vuol far sentire la sua voce e il suo amore.

1. Che cosa significa essere il Buon Pastore?

Gesù ce lo spiega con chiarezza convincente:

– il pastore conosce le sue pecore e le pecore conoscono lui: come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce uno per uno, che non siamo degli anonimi per lui, che il nostro nome (quel nome che è concordato dall’amore dei genitori e degli amici) lui lo conosce! Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20).

[…]

(Papa Giovanni Paolo II, omelia 6 maggio 1979)

Lunedì, 03 Agosto 2026 03:53

Tutti figli, radicalmente dipendenti

Dopo aver passato in rassegna le diverse figure della vita familiare – madre, padre, figli, fratelli, nonni –, vorrei concludere questo primo gruppo di catechesi sulla famiglia parlando dei bambini. Lo farò in due momenti: oggi mi soffermerò sul grande dono che sono i bambini per l’umanità – è vero sono un grande dono per l’umanità, ma sono anche i grandi esclusi perché neppure li lasciano nascere – e prossimamente mi soffermerò su alcune ferite che purtroppo fanno male all’infanzia. Mi vengono in mente i tanti bambini che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio in Asia: pieni di vita, di entusiasmo, e, d’altra parte, vedo che nel mondo molti di loro vivono in condizioni non degne… In effetti, da come sono trattati i bambini si può giudicare la società, ma non solo moralmente, anche sociologicamente, se è una società libera o una società schiava di interessi internazionali.

Per prima cosa i bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. E’ il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E ancora: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).

Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!

I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli.  E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.

Ma ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.

Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.

I bambini inoltre - nella loro semplicità interiore - portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…

I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente.  Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi,  dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.

Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).

Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.

[Papa Francesco, Udienza Generale 18 marzo 2015]

Domenica, 02 Agosto 2026 17:51

Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione del Signore (anno A)  [6 agosto 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Daniele (7, 9-10.13-14) 

Il testo commenta una visione del profeta Daniele, scritta durante la persecuzione degli ebrei da parte di Antioco IV Epifane nel II secolo a.C. Il suo scopo è incoraggiare e consolare il popolo sofferente. Daniele vede anzitutto Dio, rappresentato come un “Vegliardo” seduto su un trono di fuoco, circondato da milioni di servitori. È un’immagine di giustizia e di vittoria: Dio sta per giudicare i persecutori e rendere giustizia ai fedeli. Successivamente appare il “Figlio dell’Uomo”, che viene condotto davanti a Dio sulle nubi del cielo e riceve potere, gloria e un regno eterno. Sembra una scena di incoronazione messianica.

Chi è il Figlio dell’Uomo? La spiegazione data nel testo stesso di Daniele è sorprendente: il Figlio dell’Uomo non rappresenta inizialmente una singola persona, ma il “popolo dei santi dell’Altissimo”, cioè Israele fedele a Dio, soprattutto quel piccolo gruppo che resta fedele durante la persecuzione. Il messaggio è quindi chiaro: Oggi siete oppressi, ma Dio vi darà la vittoria e il suo Regno sarà eterno. Dopo la liberazione dalla persecuzione, molti ebrei continuarono a leggere questa profezia come riferita al futuro. Alcuni iniziarono ad attendere non un Messia individuale, ma un Messia collettivo: il popolo fedele d’Israele, chiamato appunto “Figlio dell’Uomo”. Ed ecco la novità portata da Gesù. Gesù di Nazaret riprende il titolo “Figlio dell’Uomo”, ma gli dà un significato più profondo: non indica semplicemente “un uomo”, ma l’umanità intera; Gesù lo applica a sé stesso più di ottanta volte nei Vangeli; unisce due aspetti che in Daniele erano separati: gloria e sofferenza. Per Gesù, il Figlio dell’Uomo non è soltanto il re glorioso che riceve il Regno, ma anche colui che soffre, viene rifiutato e muore prima di entrare nella gloria. Dopo la Risurrezione, i discepoli comprendono che Gesù è contemporaneamente uomo e Dio. Egli è il capo di una nuova umanità e tutti coloro che sono uniti a lui formano un solo corpo. Perciò la profezia di Daniele si compie pienamente in Cristo e nel suo popolo: i credenti sono chiamati a partecipare alla sua regalità e alla sua gloria.

Questo dunque il messaggio centrale: Dio ha creato l’umanità per condividere la sua dignità e il suo Regno. La sofferenza e la persecuzione non hanno l’ultima parola: il destino finale dei fedeli è partecipare alla vittoria di Dio e al suo regno eterno.

 

Salmo Responsoriale (96/97) 

Una lotta continua contro l’idolatria: questo potrebbe essere il commento al Salmo 96/97 (“Il Signore regna”) per sottolineare un tema fondamentale della Bibbia: la lotta costante contro l’idolatria e l’affermazione che esiste un solo Dio.

Quando il salmo proclama:Il Signore è re, esulti la terra, afferma che Dio è l’unico vero sovrano dell’universo. Le espressioni: Tu domini sopra tutti gli dèi, tutti gli dèi si prostrino davanti a lui, non significano che esistano altri dèi inferiori, ma che tutte le false divinità e gli idoli non sono nulla di fronte al Dio unico di Israele.

Per la fede ebraica, il principio fondamentale è: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’unico Signore.” Israele visse sempre a contatto con popoli politeisti e spesso fu tentato di adottarne i culti. Per questo i profeti denunciarono l’infedeltà del popolo, paragonandola a quella di una sposa che tradisce il proprio marito. Tuttavia, insieme al rimprovero, annunciarono sempre il perdono e la misericordia di Dio. Il testo ricorda che il primo capitolo della Libro della Genesi fu scritto in contrasto con le credenze religiose di Babilonia. Mentre i miti babilonesi parlavano di molti dèi in lotta tra loro e di un’umanità creata per essere schiava, la Bibbia afferma che: esiste un solo Dio;  la creazione è buona; l’uomo e la donna sono creati a immagine di Dio; l’essere umano è chiamato a governare il creato e non a esserne schiavo. Persino il sole e la luna non vengono nominati per evitare che siano adorati come divinità: sono semplicemente “luminari” al servizio della vita. Dio Signore dell’universo e il  salmo descrive la manifestazione di Dio con immagini grandiose: fuoco, lampi,  nuvole, terremoti, montagne che si sciolgono come cera. Queste immagini richiamano la teofania di Mosè sul Monte Sinai e servono a mostrare la potenza e la maestà divina. Emerge un messaggio universale di gioia e l’espressione “Il Signore è re, esulti la terra”

significa che il regno di Dio non riguarda soltanto Israele, ma tutta l’umanità.

La Bibbia in effetti unisce sempre due idee: l’elezione di Israele; a salvezza destinata a tutti i popoli. Il progetto di Dio è universale e orientato alla gioia, alla giustizia e alla pace. Infine, il salmo invita a credere che Dio guida la storia verso un futuro di pace e di felicità per tutti. Anche quando il mondo sembra dominato da guerre, violenze e ingiustizie, il credente è chiamato a mantenere la speranza e a collaborare perché il progetto di Dio si realizzi. L’ultima osservazione del commento è molto concreta: La pace e la gioia sono possibili, ma bisogna desiderarle davvero. In altre parole, non basta aspettare l’intervento di Dio: occorre anche impegnarsi personalmente per costruire un mondo più giusto e fraterno.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Pietro apostolo (1,16-19)

il filo conduttore di questo brano potrebbe così sintetizzarsi: Restare fermi nella fede e guardarsi dai falsi profeti che può considerarsi il testamento spirituale di Pietro. La seconda lettera di Pietro somiglia a un discorso d’addio: nel momento di partire, chi se ne va ricorda le verità fondamentali che l’hanno animato e dà orientamenti per il futuro a chi si è raccolto attorno alla sua testimonianza.  I versetti proposti sono l’introduzione all’intera lettera e ne riassumono i temi principali: 1) restate fermi nella fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio; 2) guardatevi dai falsi profeti. Tutto questo senza perdere di vista l’orizzonte della fede: la speranza del ritorno di Cristo. Anzi tutto: restate fermi nella fede in Gesù Figlio di Dio.  Al momento della nascita di Gesù, non sarebbe venuto in mente a nessuno che Dio potesse avere un Figlio; il Dio unico era solitario. Quando Giovanni Battista sente la voce dal cielo che designa Gesù come Figlio, traduce certo “Messia”; perché, tradizionalmente, il re d’Israele riceveva il titolo di Figlio di Dio il giorno dell’incoronazione, con la formula “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”( Sal 2,7). Per gli ebrei credenti, dirsi Figlio di Dio era menzogna, pretesa o addirittura bestemmia. È uno dei motivi della condanna di Gesù (Mc 14,64). Poco a poco, molto più tardi, meditando il mistero di Cristo alla luce della Risurrezione, gli apostoli hanno scoperto questa verità inattesa: Gesù è davvero il Figlio di Dio, è Dio. L’evento della Trasfigurazione appare ora in piena luce: Cristo “ricevette da Dio Padre onore e gloria: gli giunse quella voce dalla maestosa gloria: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto”.  

Ora, la gloria in tutto l’AT è prerogativa di Dio:ad esempio “Date al Signore la gloria del suo nome” (Sal 28/29,2). Eppure, secondo Matteo e Marco, la voce dal cielo alla Trasfigurazione non disse altro che al Battesimo; ciò che cambia è proprio la gloria che avvolge Gesù alla Trasfigurazione: è solo, sul monte, circondato solo dalle due più alte figure dell’AT; al Battesimo era immerso nella folla, mescolato al popolo dei peccatori. È lo stesso Gesù che i discepoli hanno imparato a conoscere poco a poco, Figlio dell’uomo, certo, ma anche Figlio di Dio. Inoltre questa fede non tradisce la fede passata. Questa fede rinnovata non è per i discepoli tradimento della fede passata: nessuno pensa di aver cambiato religione riconoscendo in Gesù il Messia tanto atteso dal suo popolo. Al contrario, rileggendo le Scritture scoprono che Gesù è proprio colui che esse annunciavano.  

Da qui la frase di Pietro: “Così abbiamo conferma della parola profetica” e il consiglio ai lettori: Fate bene a volgere l’attenzione ad essa, come a una lampada che brilla in un luogo oscuro. Bella immagine: nelle tenebre dell’umanità che attende il suo salvatore, brilla già la luce dei profeti. Da ora i cristiani dovranno ricordare sempre questa Parola che annunciava Gesù. Altro punto importante: guardatevi dai falsi profeti. Se Pietro si esprime così è perché il timore non era infondato e molti passi del NT mostrano la stessa preoccupazione. Ad esempio 

leggiamo nel vangelo di Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete” (7,15-16).  Stesso problema torna nelle lettere di Giovann: “Carissimi, non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti per saggiare se provengono da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo”(1Gv 4,1).  E pure Paolo ne parla: “Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche” (1Tm 4,1);“Verrà giorno in cui non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, si cercheranno maestri in gran numero… e si volgeranno alle favole” (2Tm 4,3-4).  Di fronte a questi falsi profeti si ergono i testimoni autentici, quelli che hanno conosciuto Gesù di Nazareth e hanno, solo loro, diritto di parola. Questa preoccupazione per l’autenticità della testimonianza è costante nei primi apostoli e in Pietro in particolare. Da qui le condizioni per scegliere il sostituto di Giuda (cfAt1,21-22). Da qui anche l’insistenza di Pietro sulla sua presenza alla Trasfigurazione: “Noi fummo testimoni oculari della sua grandezza… Questa voce, venuta dal cielo, l’abbiamo udita noi stessi, mentre eravamo con lui sul monte santo”.  È perché sono stati testimoni della venuta del Figlio di Dio tra gli uomini che i suoi apostoli possono ora, con piena fiducia, attendere la sua venuta alla fine dei tempi “finché non spunti il giorno e non sorga la stella del mattino nei vostri cuori”( 2Pt 1,19).

 

Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In questo testo emergono due punti essenziali: la scelta dei testimoni e il monte della Trasfigurazione: Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello: siamo di nuovo davanti al mistero delle scelte di Dio. A Pietro Gesù aveva detto poco prima a Cesarea: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa (Mt 16,18). Ma Pietro, investito di questa missione capitale, non è solo con Gesù: è accompagnato dai due fratelli, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. E li condusse in disparte, su un alto mont»: su un alto monte Mosè aveva avuto la Rivelazione del Dio dell’Alleanza e aveva ricevuto le tavole della Legge, quella legge che doveva educare progressivamente il popolo dell’Alleanza a vivere nell’amore di Dio e dei fratelli. Sullo stesso monte Elia aveva avuto la Rivelazione del Dio di tenerezza nella brezza leggera… Mosè ed Elia, le due colonne dell’AT. Sul monte alto della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della Chiesa, hanno la Rivelazione del Dio di tenerezza incarnato in Gesù: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto. E questa rivelazione è data per rafforzare la loro fede prima della bufera della Passione. Pietro scriverà più tardi: Non siamo andati dietro a favole ingegnose, quando vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.(2Pt 1,16-18).  “Facciamo tre tende”: questa frase di Pietro suggerisce che l’episodio della Trasfigurazione sia avvenuto durante la Festa delle Capanne o almeno nell’atmosfera della festa che si celebrava in memoria del passaggio del deserto durante l’Esodo e dell’Alleanza conclusa con Dio. Durante la festa molti salmi celebravano le promesse messianiche e imploravano Dio di affrettare la sua venuta. Sul monte della Trasfigurazione i tre apostoli si trovano d’improvviso davanti a questa rivelazione del mistero di Gesù: niente di strano se sono presi dal timore che coglie ogni uomo davanti alla manifestazione del Dio santo. Non stupisce nemmeno che Gesù li rialzi e li rassicuri: già l’AT ha rivelato al popolo dell’Alleanza che il Dio santissimo è il Dio vicinissimo all’uomo e che la paura non è il caso. Ma questa rivelazione del mistero del Messia, in tutti i suoi aspetti, non è ancora alla portata di tutti; Gesù ordina di non raccontare nulla per ora, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Dicendo questa frase Gesù conferma la rivelazione che i tre discepoli hanno appena avuto: è davvero il Messia che il profeta Daniele vedeva sotto le sembianze di un uomo, che veniva sulle nubi del cielo (cf Dn 7,13-14). Occorre ricordare che lo stesso Daniele presenta il Figlio dell’uomo non come individuo solitario, ma come un popolo, che chiama il popolo dei santi dell’Altissimo. La realizzazione è ancora più bella della promessa: in Gesù, l’Uomo-Dio, è tutta l’umanità che riceverà questa regalità eterna e sarà eternamente trasfigurata. Ma Gesù ha detto bene: Non dite nulla a nessuno prima della Risurrezione…. Solo dopo la risurrezione di Gesù gli apostoli saranno capaci di esserne testimoni.

 

Nota: Il testo greco inizia con Sei giorni dopo: si suppone Sei giorni dopo Yom Kippur, il giorno del Grande Perdono. Invita a immaginare un legame con la festa delle Capanne, da cui la proposta di Pietro: facciamo qui tre tende. Inoltre   perché sono presenti Mosè ed Elia? Gli stessi due che ebbero la rivelazione del Padre sul Sinai hanno qui la rivelazione del Figlio. Il mosaico della basilica della Trasfigurazione al monastero di Santa Caterina nel Sinai conferma questa interpretazione: Mosè è rappresentato scalzo, i sandali slacciati accanto a lui, come davanti al roveto ardente (cf Es 3).

 

+Giovanni D’Ercole

Domenica, 02 Agosto 2026 02:51

Chicco, tramite della Vita in forma nuova

Gv 12,24-26 (20-26)

 

«Se il granello di frumento caduto a terra non muore, esso rimane solo; ma se muore, porta molto frutto» [Gv 12,24].

 

Ci chiediamo: in che modo è possibile in qualsiasi situazione far germogliare cose preziose? Come diventare fecondi?

E il piacere di vivere? Possiamo sperimentare almeno brevi momenti di eternità?

 

Nell’avanzamento del cammino spirituale, scopriamo che non basta essere lontani dagli idoli: desideriamo fare passi successivi.

Vogliamo pienezza e gioia; non rimanere soffocati nelle mansioni senza incanto, nei meccanismi privi di passo lirico.

Cristo è davvero in grado di fornire alla nostra esistenza un colpo d’ala,  far esplodere vita - gestire gli impegni in modo diverso, e trasalire di felicità?

Oppure ci scava definitivamente la fossa, col suo Nascondimento … che sembra un’opzione di morte?

Vorremmo approfondire, e magari da semplici ammiratori diventare Apostoli - coinvolti nel segreto brioso e crescente di Gesù.

Il modo migliore di «vedere» il Signore [v.21b - ossia capire e sperimentare il suo Volto generatore di Vita] sembra quello di accostarsi a un processo naturale. E l’immagine è presa dal mondo agricolo.

Affinché in un campo possano germogliare spighe, è necessario che i chicchi scompaiano nella terra.

Solo da una trasmutazione può sbocciare il prodigio d’un processo di nuova genesi, e quella nascita che porge il ‘cento per uno’.

La posta in palio è sconcertante: la vita non sviluppa a partire da un qualche proposito (artificioso) bensì dalla ‘natura’ stessa del Seme che dentro ha tutta una vitalità particolare.

 

Per realizzare ciò che ci caratterizza, il successo o la capacità di farsi “direttori” di sé non c’entra. Anzi, forse è meglio imparare ad attendere, e agire con lentezza, ospitando la Linfa che ‘viene’.

Neppure possiamo cavarcela con un’osservanza religiosa sostitutiva, la quale spesso [cercando di mettere le cose a posto, all’istante, all’esterno] si tramuta in serbatoio d’intimi disagi e nevrosi.

La crescita vocazionale in pienezza di persona e di essere, contrasta ogni opinione lontana dalle Radici dell’essenza e delle sue metamorfosi.

 

Sulla base della propria esperienza, Gesù vuol dire:

Compagna di vita del profeta che corrisponde alla propria “assurda” Chiamata è la solitudine, lo stare all’angolo, il non essere cercato - e sentirsi trattare come inadeguato, disonorevole o fallito (proprio dagli esperti e da gente di rango).

Non è previsto che si possa sbrigare questo tipo di pratica schietta con se stessi, con Dio e gli uomini imboccando scorciatoie di zucchero filato: bisogna incontrare i nostri e altrui “piani bassi”.

La via dei rapporti fatui - di facciata, spesso subiti e di sovrappeso - non ci corrisponderà mai.

Proprio così: andremo dritti all’obbiettivo solo entrando in una nuova normalità, e restando concentrati sulla nostra autentica trama caratteriale, ove si annida la Chiamata di Dio.

Qui le situazioni amare si riveleranno transitorie.

E se nel frattempo non ci saremo lasciati andare a motivo di qualche mancato riconoscimento o appartenenza, la storia ci troverà da un’altra parte.

 

Ma facciamo continuamente attenzione alle proposte spirituali poco evangeliche - appunto, carenti di  ri-Nascite.

La dimensione sapiente del «Chicco che muore» non riguarda il volontarismo e l’autocontrollo, che ci faranno sconcertare dentro, sminuendo la sacra Unicità dell’anima e della Vocazione.

La disciplina di maniera che assume a ‘modello’ il già stabilito [e “come dovremmo essere”] trametterà solo lacerazioni; ci farà ammalare!

L’eccesso di controllo infatti, in ogni circostanza concreta attenuerà la nostra speciale inclinazione dell’essere variegato, dissanguerà il Mistero personale, e la crescente fioritura di Vita nuova.

Invece, il Signore ci vuole Pronti a ricreare noi stessi e far rigenerare il mondo - anche nel tempo della crisi globale.

 

 

[S. Lorenzo, 10 agosto]

Domenica, 02 Agosto 2026 02:48

Chicco, tramite della Vita in forma nuova

(Gv 12,20-33)

 

«Se il granello di frumento caduto a terra non muore, esso rimane solo; ma se muore, porta molto frutto» [Gv 12,24].

 

Ci chiediamo: in che modo è possibile in qualsiasi situazione far germogliare cose preziose? Qual è il modo migliore per occuparsi di sé? Come diventare fecondi, senza restringere il proprio spazio vitale?

Cosa attinge una propria linfa persino dai traumi, dai disagi, dagli insuccessi, o da ciò che non ci lascia tranquilli? E il piacere di vivere? Possiamo sperimentare almeno brevi momenti di eternità?

Cristo è davvero in grado di fornire alla nostra esistenza un colpo d’ala,  far esplodere vita - gestire gli impegni in modo diverso, e trasalire di felicità?

Oppure ci scava definitivamente la fossa, col suo Nascondimento (che sembra un’opzione di morte)?

Siamo già ampiamente introdotti, ma forse non ci sentiamo abbastanza consapevoli: vorremmo approfondire, e magari da semplici ammiratori diventare Apostoli - coinvolti nel segreto brioso e crescente di Gesù.

 

Nell’avanzamento del cammino spirituale, scopriamo che non basta essere lontani dagli idoli e celebrare la fede: desideriamo fare passi successivi (vv.20-22), sperimentare immensi regali.

Vogliamo pienezza, espansione, gioia; non rimanere soffocati nelle mansioni senza incanto, nei meccanismi senza passo lirico.

E addentrarci nella Fede che sia già amore non compulsivo - così accedere alla salvezza integrale.

Desideriamo essere nella completezza - e quello del chicco di frumento che marcisce facendosi tramite dell’integrità perfetta non è un invito ad accumulare fatiche, né al dolorismo (intimista o catartico) bensì al  rigoglio totale.

Insomma c’è crisi fra l’attaccamento al sé consolidato e approvato, e la sequela senza quelle ansie dentro. Discepolato che porta a letizia compiuta: vedersi sviluppare, espandere, fiorire - manifestando in forma nuova tutta la propria onda vitale.

 

Gv presenta il primo contatto dei già credenti con gli stranieri mettendo in campo dei «greci», arrivati a Gerusalemme per salire al Tempio in occasione della grande festa di Pasqua.

Forse desideravano «vedere Gesù» come la star del momento - ma in Lui incontrano una proposta di dono agli antipodi della concezione ellenista. Il contrasto che fa da sfondo all’episodio è acuto.

In Grecia era stato coniato il termine «aristoi» per indicare le persone di successo, che si stagliavano sugli altri: i migliori. Erano i ragguardevoli, coloro che ottenevano prestigio, fama, visibilità, onori consistenti.

Il Maestro toglie il velo delle illusioni [anche poi ecclesiastiche] insipienti. Ritiene questo ideale di vita infecondo.

E spiega in cosa consiste la Gloria che ha peso specifico: «cadere a terra» - affinché sia quest’ultima e le sue energie nascoste a rigenerare il nostro e altrui destino.

Insomma, in ogni persona ci sono forze sopite che attendono - anche se non le si volesse ammettere.

Esse pretendono una via propria; non modelli. In tal guisa, esse vengono liberate soltanto quando non ci si precipita ad aggiustare le cose come “dovrebbero essere”.

 

Sentiamo talora l’inconscio che vuole una evoluzione; ma i volti inespressi non emergono... le virtù primordiali restano soffocate.

Forse anche nel tempo della crisi globale pretendiamo di continuare così, a galleggiare sulle procedure, disinteressandoci della Vita come sorgente - non camuffata, a tutto tondo e senza lustrini.

Chi pensa ancora in modo conforme rimane nel recinto… diventato la tomba dell’anima.

Costui si ripiega sulla gloria fatua, resta sempre a distanza di sicurezza da altre possibilità, e perde il se stesso che dà origine al futuro.

Dice infatti il Tao Tê Ching (xxviii): «Chi sa d’esser glorioso e si mantiene nell’ignominia, è la valle del mondo; essendo la valle del mondo, la virtù sempre si ferma in lui, ed egli ritorna ad esser grezzo. Quando quel ch’è grezzo vien tagliato, allora se ne fanno strumenti; quando l’uomo santo ne usa, allora ne fa i primi tra i ministri».

 

Il modo migliore di «vedere» il Signore [v.21b - ossia capire e sperimentare il suo Volto generatore di vita] sembra quello di accostarsi a un processo naturale.

E l’immagine evangelica è presa dal mondo agricolo.

Affinché in un campo possano germogliare spighe, è necessario che i chicchi scompaiano nella terra, scivolando nell’oblio.

Solo da una trasmutazione (senza resistenze) può sbocciare il prodigio: un processo di nuova genesi e sviluppo, e quella nascita che porge il cento per uno [genesi ben dilatata, per es. a paragone delle piccine speranze di ruolo sociale].

La posta in palio è sconcertante: sembra paradossale, ma la vita non sviluppa a partire da un qualche proposito artificioso, bensì dalla natura stessa del seme, che dentro ha tutta una vitalità particolare.

Per realizzare ciò che ci caratterizza, il successo o la capacità di farsi “direttori” di sé non c’entra.

Anzi, forse è meglio imparare ad attendere, e agire con lentezza, ospitando la linfa che viene - invece che diventare frettolosamente persone “con” posizione sociale ragguardevole.

Neppure possiamo cavarcela allestendo un’osservanza religiosa sostitutiva che non ci corrisponde e non vogliamo, la quale spesso [cercando di mettere le cose a posto, all’istante, all’esterno] si tramuta in serbatoio d’intimi disagi e nevrosi.

 

Attivati dal Mistero paradossale, che chiama per Nome, passo passo e sapientemente, siamo invitati a rispettare i processi reali e gli sviluppi complessivi.

La crescita missionale in pienezza di personalità e di essere è tutta naturale - e solo così contrasta le opposizioni, anzi le coglie come opportunità che accendono il cammino, e opportunamente lo deviano.

Il nostro sviluppo è crescita globale.

Esso contrasta ogni falsa voce interiore o potenza esteriore: inclinazioni eterodirette - volte all’apparire. [Rincorse per farsi riconoscere al primo colpo… tutte opinioni a buon mercato; lontane dalle radici dell’essenza e delle metamorfosi].

 

Sulla base della propria esperienza, Gesù vuol dire:

Compagna di vita del Profeta che corrisponde alla propria “assurda” Chiamata non è l’affermazione d’emblée (statica, di sé) che non dà spazio al sogno inespresso.

Piuttosto, ecco la solitudine, lo stare all’angolo, il non essere cercato - e sentirsi trattare come inadeguato, disonorevole o fallito (proprio dagli esperti e da gente di rango).

 

Non è previsto che si possa sbrigare questo tipo di pratica schietta con se stessi, con Dio e gli uomini imboccando scorciatoie di zucchero filato: bisogna incontrare i nostri e altrui “piani bassi”.

La via dei rapporti fatui - di facciata, spesso subiti e di sovrappeso - non ci corrisponderà mai.

Proprio così: andremo dritti all’obbiettivo solo entrando in una nuova normalità: per voltare pagina, restando concentrati sulla nostra autentica trama caratteriale, ove si annida l’Appello imprevedibile di Dio che fa spazio all’istinto di libertà.

Le situazioni amare si riveleranno transitorie.

E se nel frattempo non ci saremo lasciati andare a motivo di qualche mancato riconoscimento o appartenenza, la storia ci troverà da un’altra parte.

 

Ma facciamo continuamente attenzione alle proposte spirituali poco evangeliche - appunto, carenti di  ri-Nascite.

La dimensione sapiente del «Chicco che muore» non riguarda il volontarismo e l’autocontrollo, che ci faranno sconcertare dentro, sminuendo la sacra Unicità dell’anima e della Vocazione.

La disciplina di maniera che assume a ‘modello’ il già stabilito [e “come dovremmo essere”] trametterà solo lacerazioni; ci farà ammalare!

L’eccesso di controllo infatti, in ogni circostanza concreta attenuerà la nostra eccezionale inclinazione dell’essere variegato, dissanguerà il Mistero personale, e la crescente fioritura di Vita nuova.

Invece, il Signore ci vuole Pronti a ricreare noi stessi e far rigenerare il mondo - anche nel tempo della crisi globale.

 

Insomma, le attese “adeguate” sono armi a doppio taglio, assurdi alibi; ideali annebbiati - prodotti dall’artifizio. Senz’alcun Mistero che respiri dentro.

Chi invece consegna la reputazione, apparentemente sembra che marcisca, eppure (come Gesù) troverà immensità di raccolto.

 

Il Segno del Pane aiuta a non farci illusioni: il ministero dei discepoli non è per chiudersi, neppure per narrare l’ammirazione esterna e rimanere nella tana - bensì per farlo «vedere».

Anche nel tempo dei rivolgimenti complessivi.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In cosa riconosci i tramiti della vita, o a cosa accordi un altissimo onore?

Il Vangelo, dal dodicesimo capitolo di Giovanni, che io vorrei cercare di spiegare, è anche un Vangelo della speranza e, nello stesso tempo, è un Vangelo della Croce. Queste due dimensioni vanno insieme: poiché il Vangelo si riferisce alla Croce, parla della speranza, e poiché dona speranza, deve parlare della Croce.

Giovanni ci narra che Gesù era salito a Gerusalemme per celebrare la Pasqua e poi dice: “C'erano anche alcuni greci che erano saliti per il culto”. Erano sicuramente uomini del gruppo dei cosiddetti phoboumenoi ton Theon, i “timorati di Dio”, che, al di là del politeismo del loro mondo, erano alla ricerca del Dio autentico che è veramente Dio, alla ricerca dell’unico Dio, al quale appartiene il mondo intero e che è il Dio di tutti gli uomini. E avevano trovato quel Dio, che chiedevano e cercavano, al quale ogni uomo anela in silenzio, nella Bibbia di Israele, riconoscendovi quel Dio che ha creato il mondo. Egli è il Dio di tutti gli uomini e, allo stesso tempo, ha scelto un popolo concreto e un luogo per essere da lì presente tra noi. Sono cercatori di Dio, e sono venuti a Gerusalemme per adorare l'unico Dio, per sapere qualcosa del suo mistero. Inoltre, l'evangelista ci narra che queste persone sentono parlare di Gesù, vanno da Filippo, l'apostolo proveniente da Betsaida, in cui per metà si parlava in greco, e dicono: “Vogliamo vedere Gesù”. Il loro desiderio di conoscere Dio li spinge a voler vedere Gesù e attraverso di lui conoscere più da vicino Dio. “Vogliamo vedere Gesù”: un’espressione che ci commuove, poiché noi tutti vorremmo sempre più veramente vederlo e conoscerlo. Penso che quei greci ci interessano per due motivi: da una parte, la loro situazione è anche la nostra, anche noi siamo pellegrini con la domanda su Dio, alla ricerca di Dio. E anche noi vorremmo conoscere Gesù più da vicino, vederlo veramente. Tuttavia  è anche vero che, come Filippo e Andrea, dovremmo essere amici di Gesù, amici che lo conoscono e possono aprire agli altri il cammino che porta a lui. E perciò penso che in quest’ora dovremmo pregare così: Signore, aiutaci a essere uomini in cammino verso di te. Signore, donaci di poterti vedere sempre di più. Aiutaci a essere tuoi amici, che aprono  agli altri la porta verso di te. Se ciò portò effettivamente ad un incontro fra Gesù e quei greci, san Giovanni non lo narra. La risposta di Gesù, che egli ci riferisce, va molto al di là di quel momento contingente. Si tratta di una doppia risposta: parla della glorificazione di Gesù che ora iniziava: “È venuta l’ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato” (Gv 12,23). Il Signore spiega questo concetto della glorificazione con la parabola del chicco di grano: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (v. 24). In effetti, il chicco di grano deve morire, in certo qual modo spezzarsi nel terreno, per assorbire in sé le forze della terra e così divenire stelo  e frutto. Per quanto riguarda il Signore, questa è la parabola del suo proprio mistero. Egli stesso è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo. Non si tratta più solo di un incontro con questa o quella persona per un momento. Ora, in quanto risorto, è “nuovo” e oltrepassa i limiti spaziali e temporali. Adesso raggiunge veramente i greci. Ora si mostra a loro e parla con loro, ed essi parlano con lui e in tal modo nasce la fede, cresce la Chiesa a partire da tutti i popoli, la comunità di Gesù Cristo risorto, che diventerà il suo corpo vivo, frutto del chicco di grano. In questa parabola possiamo trovare anche un riferimento al mistero dell'Eucaristia: Egli, che è il chicco di grano, cade nella terra e muore.

Così nasce la santa moltiplicazione del pane dell'Eucaristia, nella quale egli diviene pane per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

Ciò, che qui, in questa parabola cristologica, il Signore dice di sé, lo applica a noi in due altri versetti: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (v. 25). Penso che quando ascoltiamo ciò, in un primo momento, non ci piace. Vorremmo dire al Signore: Ma cosa ci stai dicendo, Signore? Dobbiamo odiare la nostra vita, noi stessi? La nostra vita non è forse un dono di Dio? Non siamo stati creati a tua immagine? Non dovremmo essere grati e lieti perché ci ha donato la vita? Ma la parola di Gesù ha un altro significato. Naturalmente il Signore ci ha donato la vita, e di questo siamo grati. Gratitudine e gioia sono atteggiamenti fondamentali dell’esistenza cristiana. Sì, possiamo essere lieti perché sappiamo che questa mia vita è da Dio. Non è un caso privo di senso. Io sono voluto e sono amato. Quando Gesù dice che dovremmo odiare la nostra propria vita, intende dire tutt’altro. Pensa qui a due atteggiamenti fondamentali. Uno è quello per cui io vorrei tenere per me la mia vita, per cui considero la mia vita come mia proprietà, considero me stesso come mia proprietà, per cui vorrei sfruttare il più possibile questa vita presente, così da aver vissuto molto vivendo per me stesso. Chi lo fa, chi vive per se stesso e considera e vuole solo se stesso, non si trova, si perde. È proprio il contrario: non prendere la vita, ma darla. Questo ci dice il Signore. E non è che prendendo la vita per noi, noi la riceviamo, ma è donandola, andando oltre noi stessi, non guardando a noi, ma dandosi all’altro nell’umiltà dell’amore, donando la nostra vita a lui e agli altri. Così diveniamo ricchi allontanandoci da noi stessi, liberandoci da noi stessi. Donando la vita, e non prendendola, riceviamo veramente vita.

[Papa Benedetto, visita alla Chiesa Luterana di Roma 14 marzo 2010]

Domenica, 02 Agosto 2026 02:41

Chicco Eucaristia Chiesa Famiglia

1. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12, 24).

Queste parole furono pronunciate dal Signore Gesù mentre pensava alla sua morte. È lui in primo luogo quel “chicco di grano” che “cade in terra e muore” Il Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, fu fatto uomo. Egli entrò nella vita degli uomini e delle donne comuni come il Figlio della Vergine Maria di Nazaret. E infine egli accettò la morte sulla croce come sacrificio per i peccati del mondo. Precisamente in questo modo il chicco di grano muore e produce molto frutto. È il frutto della redenzione del mondo, il frutto della salvezza delle anime, la potenza della verità e dell’amore come principio di vita eterna in Dio.

In questo senso la parabola del chicco di grano ci aiuta a capire il vero mistero di Cristo.

2. Nello stesso tempo, il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane. Un uomo raccoglie dai suoi campi le spighe di grano che sono cresciute dal semplice chicco e, trasformando il grano raccolto in farina, con essa fa il pane che è nutrimento per il suo corpo. In questo modo la parabola di Cristo sul chicco di grano ci aiuta a capire il mistero dell’Eucaristia.

Infatti, all’ultima cena, Cristo prese il pane nelle sue mani, lo benedisse e pronunciò queste parole: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi”. Ed egli distribuì agli apostoli il pane spezzato che era divenuto in modo sacramentale il suo proprio corpo.

In modo simile egli compì la transustanziazione del vino nel proprio sangue, e, distribuendolo agli apostoli, disse: “Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza. Esso sarà versato per voi e per tutti in remissione dei vostri peccati”. E aggiunse: “Fate questo in memoria di me”.

3. È così che il mistero di Cristo ci è stato tramandato per il tramite del sacramento dell’Eucaristia.

Il mistero del Redentore del mondo che sacrificò se stesso per noi tutti, offrendo il suo corpo e il suo sangue nel sacrificio della croce. Grazie all’Eucaristia si adempiono le parole del nostro Redentore: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (Gv 14, 18).

Attraverso questo sacramento egli ritorna sempre da noi.

Non siamo orfani. Egli è con noi! Nell’Eucaristia egli porta a noi anche la sua pace, e ci aiuta a superare le nostre debolezze e i nostri timori. È proprio come egli aveva annunciato:

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14, 27).

E quindi, fin dal principio, i discepoli e i testimoni del nostro Signore crocifisso e risorto “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42).

Essi rimasero fedeli “nella frazione del pane”. In altre parole, l’Eucaristia costituiva il vero centro della loro vita, il centro della vita della comunità cristiana, il centro della vita della Chiesa.

Così è stato fin dal principio a Gerusalemme. Così è stato ovunque siano stati introdotti la fede nel Vangelo e l’insegnamento degli apostoli. Di generazione in generazione è stato così, fra popoli e nazioni differenti. Così è anche stato nel continente africano, fin dal primo momento in cui il Vangelo raggiunse queste terre per opera dei missionari, e produsse i suoi primi frutti in una comunità raccolta per celebrare l’Eucaristia [...]

8. Nutrire, vestire e prendersi cura di ciascun figlio richiede molto sacrificio e duro lavoro. Oltre a ciò, i genitori hanno il dovere di educare i loro figli. Come afferma il Concilio Vaticano II: “Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può a stento essere supplita. Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dell’amore e della pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia dunque è la prima scuola delle virtù sociali, di cui appunto hanno bisogno tutte le società” (Gravissimum educationis, 3).

9. La preghiera è essenziale nella vita di ogni cristiano, ma la preghiera della famiglia ha un suo posto speciale. Dal momento che essa è una forma partecipativa di preghiera, deve essere modellata e adattata alle particolarità e alla composizione di ciascuna famiglia. Poche attività influiscono su una famiglia quanto la preghiera in comune. La preghiera alimenta il rispetto per Dio e il rispetto reciproco. Essa pone le gioie e i dolori, le speranze e le delusioni, ogni evento e ogni situazione, nella prospettiva della divina misericordia e provvidenza. La preghiera della famiglia apre il cuore di ciascuno al Sacro Cuore di Gesù, e aiuta la famiglia a essere più unita, e ancora più pronta a servire la chiesa e la società.

[Papa Giovanni Paolo II, dall’omelia a Nairobi, 18 agosto 1985]

Il Vangelo di oggi […] racconta un episodio avvenuto negli ultimi giorni della vita di Gesù. La scena si svolge a Gerusalemme, dove Egli si trova per la festa della Pasqua ebraica. Per questa celebrazione rituale sono arrivati anche alcuni greci; si tratta di uomini animati da sentimenti religiosi, attirati dalla fede del popolo ebraico e che, avendo sentito parlare di questo grande profeta, si avvicinano a Filippo, uno dei dodici apostoli, e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (v. 21). Giovanni pone in risalto questa frase, centrata sul verbo vedere, che nel vocabolario dell’evangelista significa andare oltre le apparenze per cogliere il mistero di una persona. Il verbo che utilizza Giovanni, “vedere”, è arrivare fino al cuore, arrivare con la vista, con la comprensione fino all’intimo della persona, dentro la persona.

La reazione di Gesù è sorprendente. Egli non risponde con un “sì” o con un “no”, ma dice: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (v. 23). Queste parole, che sembrano a prima vista ignorare la domanda di quei greci, in realtà danno la vera risposta, perché chi vuole conoscere Gesù deve guardare dentro alla croce, dove si rivela la sua gloria. Guardare dentro alla croce. Il Vangelo di oggi ci invita a volgere il nostro sguardo al crocifisso, che non è un oggetto ornamentale o un accessorio di abbigliamento – a volte abusato! – ma è un segno religioso da contemplare e comprendere. Nell’immagine di Gesù crocifisso si svela il mistero della morte del Figlio come supremo atto di amore, fonte di vita e di salvezza per l’umanità di tutti i tempi. Nelle sue piaghe siamo stati guariti.

Posso pensare: “Come guardo io il crocifisso? Come un’opera d’arte, per vedere se è bello o non bello? O guardo dentro, entro nelle piaghe di Gesù fino al suo cuore? Guardo il mistero del Dio annientato fino alla morte, come uno schiavo, come un criminale?”. Non dimenticatevi di questo: guardare il crocifisso, ma guardarlo dentro. C’è questa bella devozione di pregare un Padre Nostro per ognuna delle cinque piaghe: quando preghiamo quel Padre Nostro, cerchiamo di entrare attraverso le piaghe di Gesù dentro, dentro, proprio al suo cuore. E lì impareremo la grande saggezza del mistero di Cristo, la grande saggezza della croce.

E per spiegare il significato della sua morte e risurrezione, Gesù si serve di un’immagine e dice: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (v. 24). Vuole far capire che la sua vicenda estrema – cioè la croce, morte e risurrezione – è un atto di fecondità – le sue piaghe ci hanno guariti – una fecondità che darà frutto per molti. Così paragona sé stesso al chicco di grano che marcendo nella terra genera nuova vita. Con l’Incarnazione Gesù è venuto sulla terra; ma questo non basta: Egli deve anche morire, per riscattare gli uomini dalla schiavitù del peccato e donare loro una nuova vita riconciliata nell’amore. Ho detto “per riscattare gli uomini”: ma, per riscattare me, te, tutti noi, ognuno di noi, Lui ha pagato quel prezzo. Questo è il mistero di Cristo. Va’ verso le sue piaghe, entra, contempla; vedi Gesù, ma da dentro.

E questo dinamismo del chicco di grano, compiutosi in Gesù, deve realizzarsi anche in noi suoi discepoli: siamo chiamati a fare nostra questa legge pasquale del perdere la vita per riceverla nuova ed eterna. E che cosa significa perdere la vita? Cioè, che cosa significa essere il chicco di grano? Significa pensare di meno a sé stessi, agli interessi personali, e saper “vedere” e andare incontro ai bisogni del nostro prossimo, specialmente degli ultimi. Compiere con gioia opere di carità verso quanti soffrono nel corpo e nello spirito è il modo più autentico di vivere il Vangelo, è il fondamento necessario perché le nostre comunità crescano nella fraternità e nell’accoglienza reciproca. Voglio vedere Gesù, ma vederlo da dentro. Entra nelle sue piaghe e contempla quell’amore del suo cuore per te, per te, per te, per me, per tutti.

La Vergine Maria, che ha tenuto sempre lo sguardo del cuore fisso al suo Figlio, dalla mangiatoia di Betlemme fino alla croce sul Calvario, ci aiuti a incontrarlo e conoscerlo così come Lui vuole, perché possiamo vivere illuminati da Lui, e portare nel mondo frutti di giustizia e di pace.

[Papa Francesco, Angelus 18 marzo 2018]

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The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present:  "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io  sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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