Mercoledì delle Ceneri [18 febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ora invio i testi dei mercoledì delle ceneri e mercoledì quelli di domenica.
*Prima Lettura dal libro del profeta Joel (2,12-18)
“Ritornate al Signore con tutto il cuore”. Il libro del profeta Gioele è uno dei più brevi dell’Antico Testamento: conta appena settantatré versetti, distribuiti in quattro capitoli, ed è generalmente collocato intorno all’anno 600 a.C., poco prima dell’Esilio a Babilonia. In questo scritto si intrecciano costantemente tre grandi temi: l’annuncio di flagelli terribili, reali o simbolici; l’appello pressante al digiuno e alla conversione; e infine la proclamazione della salvezza che Dio concede al suo popolo. È soprattutto il secondo tema, quello della conversione, che la liturgia propone all’inizio del cammino quaresimale. L’invito alla conversione si apre in modo solenne con la formula tipica dei profeti: “Parola del Signore”. Essa richiama l’attenzione e chiede di prendere sul serio ciò che segue. E ciò che segue è una parola decisiva: “Ritornate”. È il verbo fondamentale del linguaggio penitenziale biblico. Dio invita il suo popolo a tornare a Lui, mentre il popolo, a sua volta, implora Dio di “ritornare”, cioè di concedere il perdono e la misericordia. Questo ritorno verso Dio deve esprimersi attraverso il digiuno, le lacrime e il lutto: segni tradizionali della penitenza. Tuttavia i profeti, e Gioele in particolare, mettono in guardia contro il rischio di fermarsi alle apparenze esteriori. Per questo il profeta afferma con forza: “Laceratevi il cuore e non le vesti”. La conversione autentica non è una questione di riti visibili, ma un cambiamento profondo dell’interiorità. Gioele si colloca così nella grande linea profetica inaugurata da Isaia, che denunciava un culto vuoto e formale, incapace di trasformare la vita: Dio rifiuta feste solenni e preghiere moltiplicate quando le mani restano macchiate di ingiustizia. Ciò che Egli chiede è una vera purificazione del cuore e delle azioni, l’abbandono del male e l’impegno concreto per il bene e la giustizia. Lo stesso messaggio è espresso in modo particolarmente intenso dal Salmo 50/51, che definisce la vera conversione come un “cuore spezzato e umiliato”. Alla luce di Ezechiele, questa immagine assume un significato ancora più profondo: è necessario che il cuore di pietra venga infranto perché possa nascere finalmente un cuore di carne, capace di ascoltare Dio e di vivere secondo la sua volontà. Quando Gioele invita a lacerare il cuore, intende proprio questa trasformazione radicale dell’essere umano. La conversione, nella prospettiva di Gioele, mira a ottenere il perdono di Dio e a scongiurare un castigo meritato. Il profeta ricorda che il Signore è “tenero e misericordioso, lento all’ira e ricco di amore” e lascia aperta una speranza: forse Dio tornerà sui suoi passi, rinuncerà al castigo e salverà il suo popolo dall’umiliazione davanti alle nazioni. Ma l’annuncio finale supera ogni attesa: il perdono non è solo possibile, è già concesso. La traduzione liturgica parla di un Dio che “si commuove” per il suo popolo, ma il testo ebraico è ancora più forte: “Il Signore arde di zelo per il suo paese e ha compassione del suo popolo”. Non si tratta di una pietà fredda o distante, ma di un amore appassionato e fedele. Resterà da scoprire, nella rivelazione biblica, che questa misericordia non è riservata solo a Israele. Il libro di Giona lo mostrerà in modo sorprendente, raccontando la conversione di Ninive, la città pagana: davanti al digiuno e al cambiamento di vita dei suoi abitanti, Dio rinuncia al castigo annunciato. Il messaggio è chiaro: il Signore “arde di zelo” per tutti gli uomini, anche per coloro che sembrano lontani o indegni.
Questa verità troverà la sua espressione definitiva nel Nuovo Testamento, quando san Paolo affermerà che Dio ha manifestato il suo amore in modo radicale: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5,8).
*Salmo responsoriale (50/51)
“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia colpa. Lavami tutto dalla mia colpa, purificami dal mio peccato”. Il popolo d’Israele è riunito nel Tempio di Gerusalemme per una grande celebrazione penitenziale. Si riconosce peccatore, ma conosce anche l’inesauribile misericordia di Dio. E, del resto, se si raduna per chiedere perdono, è proprio perché sa in anticipo che il perdono è già concesso. Questa fu la grande scoperta del re Davide che aveva fatto venire a palazzo la sua graziosa vicina Betsabea (sposa di un ufficiale, Uria, che in quel momento si trovava in guerra) e giacere con lei che restò incinta. Qualche tempo dopo, Betsabea fece sapere a Davide di aspettare un figlio da lui. A quel punto Davide organizzò la morte del marito tradito sul campo di battaglia, per potersi appropriare definitivamente della donna e del bambino che portava in grembo. Ora, ed è qui l’inaspettato di Dio, quando il profeta Natan andò da Davide, non cercò anzitutto di strappargli una confessione di pentimento; cominciò invece ricordandogli tutti i doni ricevuti da Dio e annunciandogli il perdono, prima ancora che Davide avesse avuto il tempo di fare la minima ammissione di colpa (cf. 2 Sam 12). In sostanza gli disse: “Guarda tutto ciò che Dio ti ha dato… e sappi che è pronto a darti ancora tutto quello che vorrai!”. Israele ha potuto sempre verificare che Dio è davvero il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di amore fedele, secondo la rivelazione fatta a Mosè nel deserto (Es 34,6). Anche i profeti hanno rilanciato questo annuncio, e i versetti del salmo che abbiamo ascoltato sono impregnati delle scoperte di Isaia ed Ezechiele. Isaia, per esempio, fa dire a Dio: “Io, proprio io, cancello le tue ribellioni per amore di me stesso e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25). L’annuncio della gratuità del perdono di Dio talvolta ci sorprende: sembra forse troppo bello; per alcuni appare persino ingiusto. Se tutto è perdonabile, a che serve fare sforzi? È dimenticare troppo in fretta che tutti, senza eccezione, abbiamo bisogno della misericordia di Dio: non lamentiamocene dunque! E non stupiamoci se Dio ci sorprende, perché, come dice Isaia, “i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. E nel perdonare – precisa Isaia - Dio ci sorprende più di ogni altra cosa. Di fronte all’annuncio sempre rinnovato della misericordia di Dio, il popolo d’Israele si riconosce peccatore. La confessione non è dettagliata, come non lo è mai nei salmi penitenziali; ma l’essenziale è detto in questa supplica: Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato…. E Dio, che è tutta misericordia non attende altro che questo semplice riconoscimento della nostra povertà. Del resto, la parola pietà ha la stessa radice della parola elemosina: letteralmente, siamo mendicanti davanti a Dio. A questo punto ci restano due cose da fare.
Ringraziare semplicemente per questo perdono continuamente donato. Israele, quando si rivolge a Dio, riconosce sempre la bontà con cui Egli lo ha colmato fin dall’inizio della sua storia e questo mostra che la preghiera più importante in una celebrazione penitenziale è il riconoscimento dei doni e dei perdono di Dio: bisogna cominciare contemplando Lui; solo dopo, questa contemplazione, rivelandoci lo scarto tra Lui e noi, ci permette di riconoscerci peccatori: Confessiamo l’amore di Dio insieme al nostro peccato. Allora il canto di riconoscenza sgorgherà spontaneamente dalle nostre labbra quando Dio ci apre il cuore. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Salmo 50/51). La lode e il grazie possono nascere in noi solo se Dio apre i nostri cuori e le nostre labbra. La seconda cosa che Dio attende da noi è perdonare a nostra volta, senza indugi né condizioni… ed è tutto un programma.
*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 20-6,2)
“Lasciatevi riconciliare con Dio”, dice Paolo; ma riconciliazione implica che ci sia una lite: di quale lite si tratta? Gli uomini dell’Antico Testamento hanno scoperto proprio che Dio non è in lite con l’uomo. Il Salmo 102/103, per esempio, afferma: Il Signore non contesta sempre, non serba all’infinito il suo rimprovero; non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci rende secondo le nostre colpe… Anche Isaia invita il malvagio ad abbandonare la sua via, l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore, che avrà compassione di lui, al nostro Dio, che perdona abbondantemente (Is 55,7). E il libro della Sapienza aggiunge: “Tu hai pietà di tutti perché puoi tutto, e distogli lo sguardo dai peccati degli uomini per condurli al pentimento… Li risparmi tutti, perché sono tuoi, Signore che ami la vita… Il tuo dominio su tutto ti fa usare clemenza verso tutti» (Sap 11,23; 12,16). Gli uomini della Bibbia ne hanno fatto esperienza, a cominciare da Davide. Dio sapeva che aveva sangue sulle mani (dopo l’uccisione di Uria, marito di Betsabea, 2 Sam 12), eppure manda il profeta Natan a dirgli in sostanza: “Tutto ciò che possiedi te l’ho dato, e se non basta, sono pronto a darti ancora tutto ciò che vorrai”. Dio sapeva anche che Salomone doveva il suo trono all’eliminazione dei rivali, eppure ascolta la sua preghiera a Gabaon e la esaudisce ben oltre ciò che il giovane re aveva osato chiedere (1 Re 3). Ancora, il nome stesso di Dio — il Misericordioso — significa che ci ama ancor di più quanto siamo miseri. Dio, dunque, non è in lite con l’uomo; eppure Paolo parla di riconciliazione, perché da sempre l’uomo fa causa a Dio. Il testo della Genesi (Gn 2-3) attribuisce al serpente la frase accusatrice: “Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,4). In altre parole, l’uomo sospetta che Dio sia geloso e non voglia il suo bene. Ma, poiché quella voce non è naturale all’uomo (è del serpente), si può guarire da questo sospetto. Ecco ciò che Paolo dice: “È Dio stesso che vi chiama; vi esortiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. E cosa ha fatto Dio per togliere dai nostri cuori questa lite, questo sospetto? Colui che non ha conosciuto il peccato, Dio l’ha fatto peccato per noi: Gesù non ha conosciuto il peccato nemmeno per un istante, non è mai stato in lite con il Padre. Paolo aggiunge: “Si è fatto obbediente” (Fil 2,8), cioè fiducioso anche attraverso sofferenza e morte. Egli ha cercato di comunicare agli uomini questa fiducia e la rivelazione di un Dio che è solo amore, perdono, aiuto dei piccoli. Paradossalmente, proprio per questo è stato considerato blasfemo, messo tra i peccatori ed eseguito come un maledetto (Dt 21,23). L’oscurità degli uomini si è abbattuta su di lui, e Dio l’ha permesso perché fosse il mezzo unico per farci toccare con mano fino a dove può arrivare il suo “zelo per il suo popolo”, come dice il profeta Gioele. Gesù ha subito nella carne il peccato degli uomini, la loro violenza, il loro odio, il loro rifiuto di un Dio d’amore. Sul volto di Cristo crocifisso contempliamo l’orrore del peccato umano, ma anche la dolcezza e il perdono di Dio. Da questa contemplazione può nascere la nostra conversione, la nostra “giustificazione”, come dice Paolo. Alzeranno gli occhi verso colui che hanno trafitto (cf Za 12,10; Gv 19,37). Scoprire in Gesù che perdona i suoi carnefici l’immagine stessa di Dio significa entrare nella riconciliazione offerta da Dio. Ci resta il compito di annunciarlo al mondo: “Siamo gli ambasciatori di Cristo”, dice Paolo, considerandosi inviato in missione presso i fratelli. Tocca a noi proseguire questa missione; ed è probabilmente il senso della citazione finale di Paolo: “Poiché dice nella Scrittura: Al tempo favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Paolo riprende qui una frase di Isaia, che esortava gli esiliati babilonesi ad annunciare che l’ora della salvezza di Dio era arrivata. A sua volta, Cristo ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare al mondo la remissione dei peccati.
*Dal Vangelo secondo Matteo (6, 1-6. 16-18)
Abbiamo qui due brevi estratti del Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5-7 di san Matteo; l’intero discorso è costruito attorno al cuore centrale, il Padre Nostro (6,9-13), che dà senso a tutto il resto. Le raccomandazioni che leggiamo oggi non sono solo consigli morali: riguardano il senso stesso della fede. Tutto il nostro agire si radica nella scoperta che Dio è Padre. Così, preghiera, elemosina e digiuno diventano percorsi per avvicinarci al Dio-Padre: digiunare significa imparare a uscire da se stessi, pregare significa centrarci su Dio, fare l’elemosina significa centrarci sui nostri fratelli. Tre volte Gesù ripete formulazioni simili, quasi polemiche: Non siate come coloro che fanno sfoggio della loro pietà…. È importante ricordare quanto fossero significative le manifestazioni religiose nella società ebraica dell’epoca, con il rischio inevitabile di attribuire troppo valore ai gesti esteriori; e probabilmente anche personaggi di spicco non vi sfuggivano! Matteo a volte riporta i rimproveri di Gesù verso chi si concentrava più sulla lunghezza delle frange che sulla misericordia e sulla fedeltà (Mt 23,5s). Qui, invece, Gesù invita i discepoli a un’operazione-verità: Se volete vivere come giusti, evitate di agire davanti agli uomini per essere ammirati. La giustizia era la grande preoccupazione dei credenti: e se Gesù cita la ricerca della giustizia due volte nelle Beatitudini, è perché quel termine, quella sete, erano familiari agli ascoltatori: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (5,6); “Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (5,10). La vera giustizia biblica consiste nell’armonia con il progetto di Dio, non nell’accumulo di pratiche, per quanto nobili possano sembrare. La famosa frase della Genesi — Abramo credette al Signore e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6) — ci insegna che la giustizia è prima di tutto giustezza, come in uno strumento musicale, un accordo profondo con la volontà di Dio.
Le tre pratiche — preghiera, digiuno, elemosina — sono percorsi di giustizia.
Preghiera: lasciamo che sia Dio a guidarci secondo il suo progetto: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo”. Attendiamo da Lui che ci insegni i veri bisogni del Regno. Gesù precede l’insegnamento del Padre Nostro con questa raccomandazione:” Quando pregate, non fate come i pagani…il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate (6,7-8).
Digiuno: smettendo di inseguire ciò che crediamo necessario alla nostra felicità, che rischia di assorbirci sempre di più, impariamo la libertà e riconosciamo le vere priorità; L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4).
Elemosina: La parola elemosina è della stessa famiglia di eleison: fare l’elemosina significa aprire il cuore alla pietà. Dio vuole il bene di tutti i suoi figli; la giustizia, intesa come armonia con Lui, comprende inevitabilmente una dimensione di giustizia sociale. La parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) lo conferma: “Venite, benedetti del Padre mio… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare… e i giusti entreranno nella vita eterna”. Le condotte che Gesù condanna — non siate come coloro che fanno sfoggio — sono l’opposto: mantengono l’uomo centrato su se stesso, chiudendo il cuore all’azione trasformante dello Spirito.
+Giovanni D’Ercole







