don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 31 Gennaio 2025 05:58

Riposatevi un po’

Care sorelle,

1. Durante i miei viaggi apostolici, sperimento una felicità profonda e sempre nuova quando incontro le religiose, la cui esistenza consacrata mediante i tre voti evangelici “appartiene inseparabilmente alla vita e alla santità della Chiesa” (Lumen Gentium, 44). Benediciamo insieme il Signore che ha permesso questo incontro! Benediciamolo per i frutti che ne deriveranno nella vostra vita personale, nelle vostre congregazioni, nel Popolo di Dio! Grazie di essere venute così numerose da tutti i quartieri di Parigi e della regione parigina, e perfino dalla provincia! Sono felice di esprimere a voi che siete qui, come a tutte le religiose di Francia, la mia stima, il mio affetto, il mio incoraggiamento.

Questo raduno, quasi campestre, mi fa pensare a quei momenti di pausa e di respiro che Gesù Cristo riservava ai suoi primi discepoli al ritorno da certi viaggi apostolici. Anche voi mie care sorelle giungete dalle vostre sedi e dai vostri compiti di evangelizzazione: dispensari o ospedali, scuole o collegi, centri di catechesi o di assistenza ai giovani, servizi parrocchiali o inserimento negli ambienti poveri. Sono lieto di ripetervi le parole del Signore: “Venite in disparte... e riposatevi un po’” (cf. Mc 6,31). Insieme mediteremo sul mistero e il tesoro evangelico della vostra vocazione.

2. La vita religiosa non è vostra proprietà, così come non è proprietà di un istituto. Essa è il “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva fedelmente” (Lumen Gentium, 43). Insomma la vita religiosa è un’eredità, una realtà vissuta nella Chiesa da secoli, da una moltitudine di uomini e di donne. E l’esperienza profonda che essi ne hanno fatto trascende le differenze socio-culturali che possono esistere da un paese all’altro, supera anche le descrizioni che essi ne hanno lasciato e si situa al di là della diversità delle realizzazioni e delle ricerche del nostro tempo. È importante rispettare ed amare questo ricco patrimonio spirituale. È importante ascoltare ed imitare quelli e quelle che hanno meglio incarnato l’ideale della perfezione evangelica e che così numerosi hanno santificato e nobilitato la terra di Francia.

Fino al tramonto della vostra vita conservatevi nello stupore e nella gratitudine per la chiamata misteriosa che risuonò un giorno nel profondo del vostro cuore: “Seguimi” (cf. Mt 9,9; Gv 1,43), “Vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Voi avete dapprima portato questo appello come un segreto, poi l’avete sottoposto al discernimento della Chiesa. In effetti è un rischio ben grande quello di lasciare tutto per seguire Cristo. Ma voi già sentivate - e poi l’avete sperimentato - che egli era capace di colmare il vostro cuore. La vita religiosa è un’amicizia, un’intimità di ordine mistico con Cristo. Il vostro itinerario personale deve essere quasi una riedizione del celebre poema del Cantico dei Cantici. Care suore, nel “cuore a cuore” della preghiera, assolutamente vitale per ciascuna di voi, come pure in occasione dei vostri diversi appuntamenti apostolici, ascoltate il Signore mormorarvi il medesimo invito: “Seguimi”. L’ardore della vostra risposta vi manterrà nella freschezza della vostra prima oblazione. Camminerete così di fedeltà in fedeltà!

3. Seguire Cristo è ben altra cosa che non la semplice ammirazione di un modello, anche se avete buona conoscenza delle sante scritture e della teologia. Seguire Cristo è qualcosa di esistenziale. È volerlo imitare al punto di lasciarsi configurare a lui, assimilare a lui, al punto di essergli - secondo le parole di suor Elisabetta della Trinità - “un’umanità supplementare”. E questo nel proprio mistero di castità, di povertà e di obbedienza. Un tale ideale supera la comprensione, supera le forze umane!

Non è realizzabile se non grazie a tempi forti di contemplazione silenziosa e ardente del Signore Gesù. Le religiose cosiddette “attive” devono essere in certe ore delle “contemplative”, sull’esempio delle monache alle quali mi rivolgerò a Lisieux.

La castità religiosa, mie sorelle, è veramente un voler essere come Cristo; tutte le altre ragioni che si possono avanzare svaniscono davanti a questa ragione essenziale: Gesù era casto. Questo stato di Cristo era non soltanto il superamento della sessualità umana, tale da prefigurare il mondo futuro, ma anche una manifestazione, un’“epifania” dell’universalità della sua oblazione redentrice. Il Vangelo non cessa di mostrare come Gesù ha vissuto la castità. Nelle sue relazioni umane, singolarmente ampie in rapporto alle tradizioni del suo ambiente e della sua epoca, egli raggiunge perfettamente la personalità profonda dell’altro. La sua semplicità, il suo rispetto, la sua bontà, la sua arte di suscitare il meglio nel cuore delle persone incontrate, sconvolgono la samaritana, la donna adultera e tante altre persone. Possa il vostro voto di verginità consacrata - approfondito e vissuto nel mistero della castità di Cristo - e che già trasfigura le vostre persone, possa spingervi a raggiungere davvero i vostri fratelli e sorelle nella loro umanità, nelle situazioni concrete proprie di ciascuno! Tanta gente nel nostro mondo è come sviata, schiacciata, disperata! Nella fedeltà alle regole della prudenza, fatele sentire che voi l’amate alla maniera di Cristo, attingendo al suo cuore la tenerezza umana e divina che egli le riserva.

Voi avete anche promesso a Cristo di essere povere con lui e come lui. Certo la società produttrice e consumistica pone problemi complessi alla pratica della povertà evangelica. Non è questo il luogo e il tempo di parlarne. Mi sembra che ogni congregazione debba vedere in questo fenomeno economico un invito provvidenziale a dare una risposta, nel contempo tradizionale e tutta nuova, al Cristo povero. Contemplandolo spesso e a lungo nella sua vita radicalmente povera, frequentando assiduamente gli umili e i poveri che sono anche il suo volto, voi sarete capaci di donare tutto ciò che siete e tutto ciò che avete. La Chiesa ha bisogno di essere come coinvolta dalla vostra testimonianza. Misurate la vostra responsabilità.

Quanto all’obbedienza di Gesù, essa occupa un posto centrale nella sua opera redentrice. Voi avete spesso meditato le pagine in cui san Paolo parla della disobbedienza iniziale, che fu come la porta di entrata del peccato e della morte nel mondo e parla del mistero dell’obbedienza di Cristo che innesca la risalita dell’umanità verso Dio. La spoliazione di se stessi, l’umiltà, sono più difficili alla nostra generazione solleticata dall’autonomia e pure dalla fantasia. Tuttavia non si può immaginare una vita religiosa senza obbedienza alle superiore che sono custodi della fedeltà all’ideale dell’istituto. San Paolo sottolinea il legame di causa e di effetto tra l’obbedienza di Cristo fino alla morte di croce (cf. Fil 2,6-11) e la sua gloria di risorto e di signore dell’universo. Nello stesso modo l’obbedienza di ogni religiosa - che è sempre un sacrificio della volontà fatto per amore - porta abbondanti frutti di salvezza per il mondo intero.

4. Voi avete dunque accettato di seguire Cristo e di imitarlo da vicino, per manifestare il suo vero volto a coloro che lo conoscono già come a quelli che non lo conoscono. E ciò mediante tutte le attività apostoliche alle quali facevo allusione all’inizio di questo incontro. Sul piano degli impegni da assumere, fatta salva la spiritualità particolare del vostro istituto, io vi esorto vivamente ad integrarvi nell’immenso reticolo dei compiti pastorali della Chiesa universale e delle diocesi (cf. Perfectae Caritatis, 20). So che certe congregazioni, per mancanza di soggetti, non possono rispondere a tutti gli appelli che giungono loro dai Vescovi e dai sacerdoti. Fate tuttavia il possibile al fine di assicurare i servizi vitali delle parrocchie e delle diocesi. Quante religiose, debitamente preparate, collaborano alla pastorale delle realtà nuove che sono numerose! In una parola, investite al massimo i vostri talenti naturali e soprannaturali nell’evangelizzazione contemporanea. Siate sempre e dovunque presenti al mondo senza essere del mondo (cf. Gv 17,15-16). Non temete mai di lasciar chiaramente riconoscere la vostra identità di donne consacrate al Signore. I cristiani e quelli che non lo sono hanno il diritto di sapere chi voi siete. Cristo, maestro di noi tutti, ha fatto della sua vita una manifestazione coraggiosa della sua identità (cf. Lc 9,26).

Coraggio e fiducia mie care sorelle! So che da anni andate riflettendo parecchio sulla vita religiosa, sulle vostre costituzioni. È giunto il tempo di vivere nella fedeltà al Signore e ai vostri compiti apostolici. Prego di tutto cuore che la testimonianza della vostra vita consacrata e il volto delle vostre congregazioni religiose sveglino nel cuore di tante giovani il progetto di seguire Cristo come voi. Io benedico voi e tutte le religiose di Francia che operano sul suolo della patria o in altri continenti. E benedico anche tutti coloro che portate nel vostro cuore e nella vostra preghiera.

[Papa Giovanni Paolo II, alle Religiose, Rue de Bac 31 maggio 1980]

Venerdì, 31 Gennaio 2025 05:49

Ecologia del cuore

L’atteggiamento di Gesù, che osserviamo nel Vangelo della Liturgia odierna (Mc 6,30-34), ci aiuta a cogliere due aspetti importanti della vita. Il primo è il riposo. Agli Apostoli, che tornano dalle fatiche della missione e con entusiasmo si mettono a raccontare tutto quello che hanno fatto, Gesù rivolge con tenerezza un invito: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (v. 31). Invita al riposo.

Così facendo, Gesù ci dà un insegnamento prezioso. Anche se gioisce nel vedere i suoi discepoli felici per i prodigi della predicazione, non si dilunga in complimenti e domande, ma si preoccupa della loro stanchezza fisica e interiore. E perché fa questo? Perché li vuole mettere in guardia da un pericolo, che è sempre in agguato anche per noi: il pericolo di lasciarsi prendere dalla frenesia del fare, cadere nella trappola dell’attivismo, dove la cosa più importante sono i risultati che otteniamo e il sentirci protagonisti assoluti. Quante volte accade anche nella Chiesa: siamo indaffarati, corriamo, pensiamo che tutto dipenda da noi e, alla fine, rischiamo di trascurare Gesù e torniamo sempre noi al centro. Per questo Egli invita i suoi a riposare un po’ in disparte, con Lui. Non è solo riposo fisico, è anche riposo del cuore. Perché non basta “staccare la spina”, occorre riposare davvero. E come si fa questo? Per farlo, bisogna ritornare al cuore delle cose: fermarsi, stare in silenzio, pregare, per non passare dalle corse del lavoro alle corse delle ferie. Gesù non si sottraeva ai bisogni della folla, ma ogni giorno, prima di ogni cosa, si ritirava in preghiera, in silenzio, nell’intimità con il Padre. Il suo tenero invito – riposatevi un po’ – dovrebbe accompagnarci: guardiamoci, fratelli e sorelle, dall’efficientismo, fermiamo la corsa frenetica che detta le nostre agende. Impariamo a sostare, a spegnere il telefonino, a contemplare la natura, a rigenerarci nel dialogo con Dio.

Tuttavia, il Vangelo narra che Gesù e i discepoli non possono riposare come vorrebbero. La gente li trova e accorre da ogni parte. A quel punto il Signore si muove a compassione. Ecco il secondo aspetto: la compassione, che è lo stile di Dio. Lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Quante volte nel Vangelo, nella Bibbia, troviamo questa frase: “Ebbe compassione”. Commosso, Gesù si dedica alla gente e riprende a insegnare (cfr vv. 33-34). Sembra una contraddizione, ma in realtà non lo è. Infatti, solo il cuore che non si fa rapire dalla fretta è capace di commuoversi, cioè di non lasciarsi prendere da sé stesso e dalle cose da fare e di accorgersi degli altri, delle loro ferite, dei loro bisogni. La compassione nasce dalla contemplazione. Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci. Abbiamo bisogno – sentite questo –, abbiamo bisogno di una “ecologia del cuore”, che si compone di riposo, contemplazione e compassione. Approfittiamo del tempo estivo per questo!

E ora, preghiamo la Madonna, che ha coltivato il silenzio, la preghiera e la contemplazione, e si muove sempre a tenera compassione per noi suoi figli.

[Papa Francesco, Angelus 18 luglio 2021]

(Mc 6,14-29)

 

La domanda «Chi è Gesù?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio sulle opinioni della gente (vv.14-16) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti qualcuno tentava di comprendere Cristo a partire da quanto si sapeva già.

Non pochi desideravano capire la sua Persona sulla base di criteri tratti dalle Scritture o dalla Tradizione anche orale del popolo eletto; dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose [come nel caso di Erode].

Ma l’Araldo di Dio non è stato un purificatore del Tempio, né semplice rabberciatore della religiosità datata, d’idee culturali addomesticate. Neppure uno dei tanti “riformatori”… tutto sommato conformisti.

Egli capovolge le speranze del popolo, così inquieta qualsiasi scuola di pensiero; in particolare, coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è avvolto di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso.

Ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo,  il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia.

Il suo comando copriva capillarmente il territorio.

In ogni villaggio il sovrano poteva contare sull’appoggio di tutte le cricche e dei vari leaders locali, interessati al controllo delle coscienze - insieme a scribi e farisei compromessi, legati alla sua politica.

Oltre che fantoccio di Roma - cui garantiva il controllo del territorio e il flusso delle imposte - Erode era un depravato e (appunto) superstizioso. Pensava che perfino il giuramento leggero a una ballerina andasse mantenuto.

Giuseppe Flavio riferisce invece che Giovanni era in prigione per timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo.

La trama dell’assassinio è stata probabilmente occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la Voce del suo martirio non tace più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un inviato, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

I delinquenti non devono illudersi che la Provvidenza non sappia equipaggiare anche le alte sfere più smidollate, del contraltare di persone coerenti e valide.

La religiosità generica e confusionaria può adattarsi a ogni stagione ed esser fatta propria anche da chi pensa che la vita altrui non valga nulla - ma un Profeta non si arresta di fronte al capriccio del sistema corrotto.

 

Sia Giovanni che il Signore non hanno mai frequentato la nuova capitale erodiana, Tiberiade, la città dei palazzi di corte. Costruita - dopo Sefforis, dove anche Gesù ha lavorato - in diplomatico omaggio all’imperatore romano.

 

Nei villaggi palestinesi la vita della gente era vessata di tasse e abusi di latifondisti, che neppure risiedevano in loco; controllata dal perfetto connubio d’interessi fra potere civile e religioso.

Complicità che in modo scaltro i dirigenti tentavano d’imporre, secondo il loro stile di vita. Anche trasmettendo alle folle molte narrazioni calibrate, e inculcando un sapere (inutile) ormai consolidato.

I leaders della fede popolare, ortodossa e confacente - come spesso capita - erano a guinzaglio delle autorità sul territorio, le quali si consideravano definitive e trovavano forza nella coalizione.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso il quale garantiva ai facinorosi, alle autorità “spirituali” e ai prepotenti persino d’infimo livello di considerarsi intoccabili.

 

Di fronte al ricatto (senza troppi complimenti) dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole d’una nostra nobile franchezza critica, la cui rivelazione correrà parallela ai Due.

 

Il Battezzatore è stato intrepido denunciatore del vizio, della superficialità, del malcostume, delle perversioni dei potenti.

Di costoro, Papa Francesco avrebbe parlato di buone maniere [nella ricerca di alleanze di cordata] e di pessime abitudini [nella vita privata irresponsabile e insulsa, e nella violenza con cui si perpetua il dominio sui piccoli].

Anche Gesù ha puntato i piedi, invece di fare carriera interna. Malgrado il presagio di Giovanni, ha rifiutato la strada delle malizie soppesate, della finzione, della diplomazia, delle piroette di circostanza.

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità religiose e politiche opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

 

Anche oggi il Signore chiede coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare [mellifluo].

Chiede di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da molti signori, luminari e cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

 

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Conosci vittime di autoritarismo, corruzione, dominio di potenti, eccesso e strafottenza di potere? Anche nella Chiesa?

Come mai ancora capita questo - e tutto prima o poi vien messo a tacere?

Chi è Gesù secondo te e gli altri? E che direbbe?

(Mc 6,14-29)

 

La domanda «Gesù, Chi è?» cresce lungo tutto il Vangelo di Mc, sino alla risposta del centurione sotto la Croce (Mc 15,39).

Il bilancio sulle opinioni della gente (vv.14-16) lascia intendere che anche attorno alle prime assemblee di credenti qualcuno tentava di comprendere Cristo a partire da quanto si sapeva già.

Non pochi desideravano capire la sua Persona sulla base di criteri tratti dalle Scritture o dalla Tradizione anche orale del popolo eletto; dalle credenze e suggestioni antiche - persino superstiziose [come nel caso di Erode].

Ma l’Araldo di Dio non è stato un purificatore del Tempio, né semplice rabberciatore della religiosità datata, d’idee culturali addomesticate. Neppure uno dei tanti “riformatori”… tutto sommato conformisti.

Egli capovolge le speranze del popolo, così inquieta qualsiasi scuola di pensiero; in particolare, coloro che detengono l’esclusiva.

 

Quando avverte un pericolo, chi è avvolto di lustro e potere diventa sfrontato e disposto a ogni violenza, anche per un falso punto d’onore.

I tiranni si fanno sempre beffe dell’isolato, scomodo e indifeso.

Ma capi e potenti sono anche vigliacchi: non intendono perdere la faccia davanti agli alleati del loro ambiente smodato e senza controllo, ammantato di esenzioni.

Giuseppe Flavio riferisce che Giovanni era in prigione per timore del sovrano di una sommossa popolare - e stava valutando che fosse bene per lui agire in anticipo.

La trama dell’assassinio è stata occasionale.

 

Il coraggioso che denuncia soprusi viene stroncato, ma la Voce del suo martirio non tace più.

Per questo motivo l’episodio non induce Gesù a maggiore prudenza. Ucciso un inviato, subentra un altro maggiore e più incisivo: all’ultimo dei Profeti, il Figlio di Dio.

Sembrava assurdo che in quella società qualcuno osasse infrangere il muro omertoso che garantiva ai facinorosi di considerarsi intoccabili.

Di fronte al ricatto [senza troppi complimenti] dei privilegiati che avevano il controllo d’ogni ceto sociale e culturale, pareva impossibile iniziare un nuovo cammino, o dire e fare qualsiasi cosa non allineata.

Giovanni e Gesù sfidano lo status quo e attraggono su di sé le vendette di coloro che tentano di perpetuare le prerogative del cosmo gerarchico antico, e le rabbie di quanti vengono smascherati nelle loro ipocrisie.

È la difficoltà reale che incontra l’Annuncio del nuovo Regno nel mondo. Il suo rifiuto sprezzante e ogni tentativo di omicidio saranno una cartina al tornasole d’una nostra nobile franchezza critica, la cui ‘rivelazione’ correrà parallela ai Due.

 

Il Maestro si è eretto in difesa della coscienza e della stessa legge divina, contro le autorità opportuniste, che ha sfidato a viso aperto.

Anche oggi chiede coraggio di non piegarsi di fronte alla corruzione, al male, alla mentalità corrente; di essere diversi nel modo di pensare, di parlare, di scegliere e agire.

Non ascoltati, derisi, osteggiati da molti cortigiani, i figli di Dio rendono testimonianza alla Verità, pagando di persona: perfetta Letizia.

Autentica Pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Chi è Gesù secondo te e gli altri?

 

 

[Venerdì 4.a sett. T.O. 7 febbraio 2025]

Da autentico profeta, Giovanni rese testimonianza alla verità senza compromessi. Denunciò le trasgressioni dei comandamenti di Dio, anche quando protagonisti ne erano i potenti. Così, quando accusò di adulterio Erode ed Erodiade, pagò con la vita, sigillando col martirio il suo servizio a Cristo, che è la Verità in persona. Invochiamo la sua intercessione, insieme con quella di Maria Santissima, perché anche ai nostri giorni la Chiesa sappia mantenersi sempre fedele a Cristo e testimoniare con coraggio la sua verità e il suo amore per tutti.

[Papa Benedetto, Angelus 24 giugno 2007]

1. […] la tradizione cristiana fa memoria del martirio di San Giovanni Battista, "il più grande fra i nati di donna", secondo l’elogio del Messia stesso (cfr Lc 7, 28). Egli rese a Dio la suprema testimonianza del sangue immolando la sua esistenza per la verità e la giustizia; fu infatti decapitato per ordine di Erode, al quale aveva osato dire che non gli era lecito tenere la moglie di suo fratello (cfr Mt 6, 17 – 29).

2. Nell’Enciclica Veritatis splendor, ricordando il sacrificio di Giovanni Battista (cfr n.91), notavo che il martirio è "un segno preclaro della santità della Chiesa" (n.93). Esso infatti "rappresenta il vertice della testimonianza alla verità morale" (ibid.). Se relativamente pochi sono chiamati al sacrificio supremo, vi è però "una coerente testimonianza che tutti i cristiani devono esser pronti a dare ogni giorno anche a costo di sofferenze e di gravi sacrifici" (ibid.). Ci vuole davvero un impegno talvolta eroico per non cedere, anche nella vita quotidiana, alle difficoltà che spingono al compromesso e per vivere il Vangelo "sine glossa".

3. L’eroico esempio di Giovanni Battista fa pensare ai martiri della fede che lungo i secoli hanno seguito coraggiosamente le sue orme. In modo speciale, mi tornano alla mente i numerosi cristiani, che nel secolo scorso sono stati vittime dell’odio religioso in diverse nazioni d’Europa. Anche oggi, in alcune parti del mondo, i credenti continuano ad essere sottoposti a dure prove per la loro adesione a Cristo e alla sua Chiesa.

Sentano questi nostri fratelli e sorelle la piena solidarietà dell’intera comunità ecclesiale! Li affidiamo alla Vergine Santa, Regina dei martiri, che ora insieme invochiamo.

[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 29 agosto 2004]

Giovedì, 30 Gennaio 2025 07:26

Strade parallele

Un uomo, Giovanni, e una strada, che è quella di Gesù, indicata dal Battista, ma è anche la nostra, nella quale tutti siamo chiamati al momento della prova.

Parte dalla figura di Giovanni, «il grande Giovanni: al dire di Gesù “l’uomo più grande nato da donna”» la riflessione di Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta venerdì 6 febbraio. Il vangelo di Marco (6, 14-29) racconta della prigionia e del martirio di quest’«uomo fedele alla sua missione; l’uomo che ha sofferto tante tentazioni» e che «mai, mai ha tradito la sua vocazione». Un uomo «fedele» e «di grande autorità, rispettato da tutti: il grande di quel tempo».

Papa Francesco si è soffermato ad analizzare la sua figura: «Quello che gli usciva dalla bocca era giusto. Il suo cuore era giusto». Era tanto grande che «Gesù dirà anche di lui che “è Elia che è tornato, per pulire la casa, per preparare il cammino”». E Giovanni «era cosciente che il suo dovere era soltanto annunziare: annunziare la prossimità del Messia. Lui era cosciente, come ci fa riflettere sant’Agostino, che lui era la voce soltanto, la Parola era un altro». Anche quando «è stato tentato di “rapinare” questa verità, lui è rimasto giusto: “Io non sono, dietro di me viene, ma io non sono: io sono il servo; io sono il servitore; io sono quello che apre le porte, perché lui venga».

A questo punto il Pontefice ha introdotto il concetto di strada, perché, ha ricordato: «Giovanni è il precursore: precursore non solo della entrata del Signore nella vita pubblica, ma di tutta la vita del Signore». Il Battista «va avanti nel cammino del Signore; dà testimonianza del Signore non soltanto mostrandolo — “È questo!”— ma anche portando la vita fino alla fine come l’ha portata il Signore». E finendo la vita «col martirio» è stato «precursore della vita e della morte di Gesù Cristo».

Il Papa ha continuato a riflettere su queste strade parallele lungo le quali «il grande» soffre «tante prove e diventa piccolo, piccolo, piccolo, piccolo fino al disprezzo». Giovanni, come Gesù, «si annienta, conosce la strada dell’annientamento. Giovanni con tutta quella autorità, pensando alla sua vita, comparandola con quella di Gesù, dice alla gente chi è lui, come sarà la sua vita: “Conviene che lui cresca, io invece debbo diminuire”». È questa, ha sottolineato il Papa, «la vita di Giovanni: diminuire davanti a Cristo, perché Cristo cresca». È «la vita del servo che fa posto, fa strada perché venga il Signore».

La vita di Giovanni «non è stata facile»: infatti, «quando Gesù ha incominciato la sua vita pubblica», egli era «vicino agli Esseni, cioè agli osservanti della legge, ma anche delle preghiere, delle penitenze». Così, a un certo punto, nel periodo in cui era in carcere, «ha sofferto la prova del buio, della notte nella sua anima». E quella scena, ha commentato Francesco, «commuove: il grande, il più grande manda da Gesù due discepoli per domandargli: “Ma Giovanni ti domanda: sei tu o ho sbagliato e dobbiamo aspettare un altro?”». Lungo la strada di Giovanni si è affacciato quindi «il buio dello sbaglio, il buio di una vita bruciata nell’errore. E questa per lui è stata una croce».

Alla domanda di Giovanni «Gesù risponde con le parole di Isaia»: il Battista «capisce, ma il suo cuore rimane nel buio». Ciò nonostante si presta alle richieste del re, «al quale piaceva sentirlo, al quale piaceva portare avanti una vita adultera», e «quasi diventava un predicatore di corte, di questo re perplesso». Ma «lui si umiliava» perché «pensava di convertire quest’uomo».

Infine, ha detto il Papa, «dopo questa purificazione, dopo questo calare continuo nell’annientamento, facendo strada all’annientamento di Gesù, finisce la sua vita». Quel re da perplesso «diventa capace di una decisione, ma non perché il suo cuore sia stato convertito»; piuttosto «perché il vino gli dà coraggio».

E così Giovanni finisce la sua vita «sotto l’autorità di un re mediocre, ubriaco e corrotto, per il capriccio di una ballerina e per l’odio vendicativo di un’adultera». Così «finisce il grande, l’uomo più grande nato da donna», ha commentato Francesco che ha confessato: «Quando io leggo questo brano, mi commuovo». E ha aggiunto una considerazione utile alla vita spirituale di ogni cristiano: «Penso a due cose: primo, penso ai nostri martiri, ai martiri dei nostri giorni, quegli uomini, donne, bambini che sono perseguitati, odiati, cacciati via dalle case, torturati, massacrati». E questa, ha sottolineato, «non è una cosa del passato: oggi succede questo. I nostri martiri, che finiscono la loro vita sotto l’autorità corrotta di gente che odia Gesù Cristo». Perciò «ci farà bene pensare ai nostri martiri. Oggi pensiamo a Paolo Miki, ma quello è successo nel 1600. Pensiamo a quelli di oggi, del 2015».

Il Pontefice ha proseguito aggiungendo che questo brano lo spinge anche a riflettere su se stesso: «Anche io finirò. Tutti noi finiremo. Nessuno ha la vita “comprata”. Anche noi, volendo o non volendo, andiamo sulla strada dell’annientamento esistenziale della vita». E ciò, ha detto, lo spinge «a pregare che questo annientamento assomigli il più possibile a Gesù Cristo, al suo annientamento».

Si chiude così il cerchio della meditazione di Francesco: «Giovanni, il grande, che diminuisce continuamente fino al nulla; i martiri, che diminuiscono oggi, nella nostra Chiesa di oggi, fino al nulla; e noi, che siamo su questa strada e andiamo verso la terra, dove tutti finiremo». In questo senso la preghiera finale del Papa: «Che il Signore ci illumini, ci faccia capire questa strada di Giovanni, il precursore della strada di Gesù; e la strada di Gesù, che ci insegna come deve essere la nostra».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 07.02.2015]

Sobri, ma con i sandali

(Mc 6,7-13)

 

Il passaggio di Nazaret - doloroso per lo stesso Gesù - e la descrizione dell’invio dei discepoli, voleva essere di sostegno e luce per i credenti.

Il Figlio di Dio viene rifiutato dalla propria gente, e quello che prima era il suo paese ora non lo è più.

Non bisogna per questo scoraggiare: i conflitti costringono a stare faccia a faccia con nuovi modi di essere (e opportunità di Comunione).

Nel rapporto col Padre e le circostanze, nessuno se la cava da solo, magari centrando l’esistenza sui traguardi e solo su di sé - o cambiando residenza (v.10) e cercando poi eccessivi mezzi per stabilirsi [col pretesto della ‘efficacia’].

La testimonianza del Cristo è profonda, e relazionale sino alla convivenza; non individualista: da affrontare mostrando reciprocità, capacità di scambio non alienante - almeno fra due (v.7).

La mèta poi non è perseguibile se la vita è disintegrata dalle opinioni attorno, e priva di qualsiasi principio di trasformazione dei rapporti - espressione dell’Alleanza che suscita collaborazione, spirito di fraternità.

Nonché “modello”, “principio” di analisi e prognosi per la soluzione dei problemi, e per un futuro di convivenza; attraverso un completamento di ‘lati opposti’ riconosciuti in se stessi [attraverso le microrelazioni].

 

In tutte le religioni l’ideale di perfezione è il raggiungimento della propria purificazione, avanzamento, equilibrio.

Ma non basta questo perché possiamo proclamare che il Regno è venuto! Esso è frutto artigianale, di un cammino svolto come a tappe e tentativi; dell’Amore, nell’Esodo.

In tal guisa, il Risorto ci ha investiti di una forza tranquilla ma irresistibile e palese: la sua Parola efficace.

Logos che in noi si fa lucidità, carica, impulso, capacità di ascolto [che rimette in piedi; insieme, ci pone in grado di gestire le cose]: una potenza compassionevole mai vista prima.

La proposta dei Vangeli presuppone spirito di sobrietà, rischio, fraternità regale: così si evangelizzano gli ambienti, trasmettendo passione per la vita e annientando le forze di morte che allontanano dal prossimo.

Avendo fiducia nell’ospitalità e nella condivisione, i nuovi missionari trascurano finalmente le norme di purità legalista (v.8) e mostrano un diverso accesso alla stessa purezza, alle relazioni, all’intimità col Padre.

Dunque, ingredienti essenziali per edificare la comunità altrove sono: accontentarsi e rinunciare all’ambizione, la compartecipazione anche nella cultura [dando spazio a tutte le intuizioni]; famigliarità nei normali lavori e compensi; l’accoglienza degli esclusi.

Come nella mentalità comunitaria semitica, i nuovi ‘inviati’ devono farsi fratelli prossimi, difensori e riscattatori (Go’el) degli emarginati. In tal senso anche noi personifichiamo nella storia e nei contesti la figura del Cristo.

Proteggendo i miseri e bisognosi (v.13), si dispiega l’insegnamento e l’opera di Gesù, che tanto si era profuso per arginare la disintegrazione della vita comunitaria - allora intaccata dal servilismo politico, economico e religioso.

Quindi, evitando l’ambiguità delle ricchezze, i figli di Dio non avrebbero nutrito l’istinto di dominio sugli altri.

 

Purtroppo chi è amico del trionfalismo e possiede in eccesso, facilmente mancherà della cosa principale, caratteristica della credibilità: la fiducia nella Provvidenza - unico spirito che non inficia la situazione.

Gesù mette in guardia, affinché non lo smentiamo col nostro comportamento arraffone, amante del lusso, pronto sia alle deferenze che ad assecondare i giochi di potere; performante a ogni costo, sempre affannato per il ruolo e i livelli economici.

Certo, il Figlio di Dio sogna una Chiesa povera [non solo ‘dei poveri’] - ma un elemento di opulenza per noi lo concede, anzi lo vuole: che calziamo i sandali (v.9); a quel tempo in Roma segno di libertà e dignità non accattona.

Sì, perché dobbiamo riscoprire l’umano - e camminare molto.

 

 

[Giovedì 4.a sett. T.O.  6 febbraio 2025]

Sobri, ma con i sandali

(Mc 6,7-13)

 

E io e Te

La Verità non è affatto ciò che ho. Non è affatto ciò che hai. Essa è ciò che ci unisce nella sofferenza, nella gioia. Essa è figlia della nostra Unione, nel dolore e nel piacere partoriti. Né io né Te. E io e Te. La nostra opera comune, stupore permanente. Il suo nome è Saggezza.

(Irénée Guilane Dioh)

 

Mc scrive il suo Vangelo per le comunità romane, in un momento in cui sembrava non avessero futuro. Eppure, esse vivevano tale situazione di prova senza strillare.

Nerone iniziò a perseguitare le piccole fraternità nel 64. L’anno successivo scoppiò la rivolta giudaica. Nel breve periodo dei quattro Cesari, a Roma la guerra civile raggiunse il suo apice. Nel 70 Gerusalemme venne rasa al suolo.

Il passaggio di Nazaret - doloroso per lo stesso Gesù - e la descrizione dell’invio dei discepoli, voleva essere di sostegno e luce per i credenti.

Il Figlio di Dio [e in Lui chiunque autenticamente lo testimoni] viene rifiutato dalla propria gente, e quello che prima era il suo paese ora non lo è più.

Non bisogna per questo scoraggiare: i conflitti costringono a stare faccia a faccia con nuovi modi di essere.

Malgrado le difficoltà che in se stesse creerebbero solo trappole emotive, qualsiasi situazione non è priva d’un orientamento e preziosi orizzonti di nuova leggerezza, di possibilità di abbandono che riporta alla vita; soprattutto, di vera Comunione.

Nel rapporto col Padre e le circostanze, nessuno se la cava da solo, magari centrando l’esistenza su traguardi e solo su di sé - o cambiando residenza (v.10) e cercando poi eccessivi mezzi per stabilirsi [col pretesto dell’efficacia].

La testimonianza del Cristo è profonda, e relazionale sino alla convivenza (anche più che sommaria); non individualista: da affrontare mostrando reciprocità, capacità di scambio non alienante - almeno fra due (v.7).

È nel volto di un compagno di viaggio che si riconoscono gli opposti [gli stessi poli che abitano ciascuna anima, nel segreto…].

La mèta poi non è perseguibile se la testa permanesse disintegrata dalle opinioni attorno, e il desiderio privo di qualsiasi principio di trasformazione dei rapporti - espressione dell’Alleanza che ancora suscita collaborazione, spirito di fraternità, cammino.

Quindi “modello”, “principio” di analisi e prognosi per la soluzione dei problemi, e per un futuro di convivenza; attraverso un completamento di ‘lati opposti’ riconosciuti in se stessi [attraverso le microrelazioni].

 

In tutte le religioni l’ideale di perfezione è il raggiungimento della propria purificazione, avanzamento, equilibrio.

Ma non basta questo perché possiamo proclamare che il Regno è venuto! Esso è frutto artigianale, di un percorso svolto come a tappe e tentativi; dell’Amore, nell’Esodo.

In tal guisa, il Risorto ci ha investiti di una forza tranquilla ma irresistibile e palese: la sua Parola efficace.

Verbo che in noi si fa lucidità, carica, impulso, capacità di ascolto [che rimette in piedi; insieme, ci pone in grado di gestire le cose]: una potenza compassionevole mai vista prima.

 

La proposta dei Vangeli presuppone spirito di sobrietà, rischio, empatia regale: così si evangelizzano gli ambienti, trasmettendo passione per la vita e annientando le forze di morte che allontanano dal prossimo.

Avendo fiducia nell’ospitalità e nella condivisione, i nuovi missionari trascurano finalmente le norme di purità religiose (v.8) e mostrano un diverso accesso alla stessa purezza, alle relazioni, all’intimità col Padre.

Dunque, ingredienti essenziali per edificare la comunità altrove [e ovunque] sono: accontentarsi e rinunciare all’ambizione, la compartecipazione anche nella cultura [dando spazio a tutte le intuizioni], famigliarità nei normali lavori e compensi; l’accoglienza degli esclusi.

Come nella mentalità comunitaria semitica, i nuovi ‘inviati’ devono farsi fratelli prossimi, difensori e riscattatori (Go’el) degli emarginati. In tal senso anche noi personifichiamo nella storia e nei contesti la figura del Cristo.

Proteggendo i miseri e bisognosi (v.13), si dispiega l’insegnamento e l’opera di Gesù, che tanto si era profuso per arginare la disintegrazione della vita comunitaria - allora intaccata dal servilismo politico, economico e religioso.

I testimoni hanno occhi non oscurati da consuetudini di pensiero: vedono il divino nell’anima dell’umano apparentemente sommario.

Quindi - evitando l’ambiguità delle ricchezze - i figli di Dio non avrebbero nutrito l’istinto di dominio sugli altri.

Non tutti sentono la vocazione a una rinuncia volontaria, ma ciascuno deve chiedersi se proprio i beni materiali generano quella falsa sicurezza e [di fatto] schiavitù che poi blocca l’inclinazione al servizio.

Purtroppo chi è amico del trionfalismo e possiede in eccesso, facilmente mancherà della cosa principale, caratteristica della credibilità: la fiducia nella Provvidenza - unico spirito che non inficia la situazione.

Tutti i Fondatori hanno avuto la medesima preoccupazione del Signore: non contraddire ciò che si annunziava, e avere un cuore libero.

Il Regno di Dio si fa presente nella sobrietà più che nella dovizia, e nello spirito di amicizia più che nella distinzione: è il nuovo insegnamento della Fede, comparata alle credenze diffuse.

 

In una situazione successiva di quasi tre secoli, che stava iniziando rapidamente a degradare, Ilario di Poitiers denunciava così le seduzioni del potere nei confronti dei responsabili di Chiesa - già costituita - cui volentieri l'ordine antico iniziava a concedere lauti privilegi (per strumentalizzarli):

«Noi non abbiamo un imperatore anticristiano [Costanzo II, figlio di Costantino I]; prima eravamo perseguitati, ma adesso dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, contro un nemico che non ci picchia ma ci lusinga, non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni, perché così ci darebbe la vita, ma ci arricchisce, per darci la morte, per farci diventare controtestimonianza evangelica. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma ci schiavizza, invitandoci a palazzo e colmandoci di onori. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro».

Altro che spirito di espropriazione, predicato all’esterno o ai soli sottoposti!

 

A commento del Tao Tê Ching (xx), il maestro Wang Pi riconosce:

«Il Tao, madre che nutre, è il fondamento della vita. Ma tutti gli uomini mettono da un canto il fondamento che fa vivere le genti, ed hanno in pregio le fioriture dell’accessorio e dell’orpello».

Gesù mette in guardia, affinché non lo smentiamo col nostro comportamento arraffone, amante del lusso, pronto sia alle deferenze che ad assecondare i giochi di potere; performante a ogni costo, sempre affannato per il ruolo e i livelli economici.

«Sogno una Chiesa libera e credibile, una Chiesa povera e per i poveri!» - ha sottolineato Papa Francesco subito dopo l’elezione a pontefice.

Certo, il Figlio di Dio sogna una Chiesa povera [non solo ‘dei poveri’] - ma un elemento di opulenza per noi lo concede, anzi lo vuole: che calziamo i sandali (v.9); a quel tempo in Roma segno di libertà e dignità non accattona).

Sì, perché dobbiamo riscoprire l’umano - e camminare molto.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che modo partecipi della Missione di Gesù e dei discepoli? Come puoi evitare le chiusure culturali, dottrinali o di carisma (già tutto progettato-regolato), e vivere l’universalità della nuova umanizzazione?

Nel Vangelo […] Gesù prende l’iniziativa di inviare i dodici Apostoli in missione (cfr Mc 6,7-13). In effetti il termine «apostoli» significa proprio «inviati, mandati». La loro vocazione si realizzerà pienamente dopo la risurrezione di Cristo, con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste. Tuttavia, è molto importante che fin dall’inizio Gesù vuole coinvolgere i Dodici nella sua azione: è una specie di «tirocinio» in vista della grande responsabilità che li attende. Il fatto che Gesù chiami alcuni discepoli a collaborare direttamente alla sua missione, manifesta un aspetto del suo amore: cioè Egli non disdegna l’aiuto che altri uomini possono recare alla sua opera; conosce i loro limiti, le loro debolezze, ma non li disprezza, anzi, conferisce loro la dignità di essere suoi inviati. Gesù li manda a due a due e dà loro istruzioni, che l’Evangelista riassume in poche frasi. La prima riguarda lo spirito di distacco: gli apostoli non devono essere attaccati al denaro e alla comodità. Gesù poi avverte i discepoli che non riceveranno sempre un’accoglienza favorevole: talvolta saranno respinti; anzi, potranno essere anche perseguitati. Ma questo non li deve impressionare: essi devono parlare a nome di Gesù e predicare il Regno di Dio, senza essere preoccupati di avere successo. Successo. Il successo lo lasciano a Dio […]

Gesù avverte i Dodici che potrà accadere che in qualche località vengano rifiutati. In tal caso dovranno andarsene altrove, dopo aver compiuto davanti alla gente il gesto di scuotere la polvere sotto i piedi, segno che esprime il distacco in due sensi: distacco morale – come dire: l’annuncio vi è stato dato, siete voi a rifiutarlo – e distacco materiale – non abbiamo voluto e non vogliamo nulla per noi (cfr Mc 6,11). L’altra indicazione molto importante del brano evangelico è che i Dodici non possono accontentarsi di predicare la conversione: alla predicazione si deve accompagnare, secondo le istruzioni e l’esempio Gesù, la cura dei malati. Cura dei malati corporale e spirituale. Parla delle guarigioni concrete delle malattie, parla anche dello scacciare i demoni cioè purificare la mente umana, pulire, pulire gli occhi dell’anima che sono oscurati dalle ideologie e perciò non possono vedere Dio, non possono vedere la verità e la giustizia. Questa duplice guarigione corporale e spirituale è sempre il mandato dei discepoli di Cristo. Quindi la missione apostolica deve sempre comprendere i due aspetti di predicazione della parola di Dio e di manifestazione della sua bontà con gesti di carità, di servizio e di dedizione.

[Papa Benedetto, omelia Frascati 15 luglio 2012]

Pagina 30 di 38
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.