Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

Nel brano di Vangelo oggi proposto, Gesù proclama di essere venuto per dare pieno compimento alla Legge.

Quindi non per demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando.

L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.

Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.

Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:

«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).

Al tempo stesso, il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:

«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).

Secondo il pensiero di Francesco, ciò che danneggia l’amore è la detrazione. Infatti, nella Leggenda maggiore, leggiamo:

"Il vizio della detrazione, nemico radicale della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il morso del serpente e come la più dannosa pestilenza […]

«La cattiveria dei detrattori - diceva - è tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento nell’amore, ci obbliga a bramare la salvezza delle anime più di quella dei corpi»" (FF 1141).

Chiara stessa, nella Regola, avverte:

«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione» (FF 2809).

«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).

L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera ad Ermentrude di Bruges).

 

«Non crediate che io sia venuto ad abbattere la Legge o i Profeti; non sono venuto a demolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17)

 

 

Mercoledì 3a sett. Quaresima  (Mt 5,17-19)

Mar 2, 2026

Compassione e perdono

Pubblicato in Aforisma

Mt narra la parabola del servo perdonato, e spietato.

Dimentico della misericordia avuta in dono, costui tralascia di applicare la gratuità ricevuta, nei confronti del prossimo nella sua stessa condizione - o forse meno grave.

La Parola ci esorta ad esercitare verso i fratelli bisognosi, quanto già avuto in serbo.

Francesco aveva di speciale tante qualità, ma eccelleva in una: la stabile e solida memoria della Misericordia divina china su di lui, al punto di condonargli tutti gli errori della vita passata.

Aveva fatto esperienza della paternità e maternità di Dio, assorbito da quelle viscere di misericordia che lo avevano visitato e guarito interiormente.

Per lui compatire e perdonare (come pure correggere, ove fosse necessario) erano due atteggiamenti basilari nel cammino fraterno.

Ormai portava scolpita nel cuore la risposta di Gesù alla domanda di Pietro: quante volte concedere il perdono.

Il Signore gli risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Come dire: "in ogni caso e sempre".

Francesco d’Assisi al riguardo, in un passo della Lettera ad un Ministro, spiega bene la disponibilità continua a perdonare, e ricominciare senza stancarsi. Gli accenti del passo sono commoventi.

«Io ti dico […] che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo […] tutto questo devi ritenere come una grazia […] E ama coloro che agiscono con te in questo modo […]» (FF 234).

E ancora: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto più è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli» (FF 235).

La lettera, vero gioiello, fra quelle scritte dal Poverello, continua:

«Se qualcuno dei frati, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente, sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo guardiano. E tutti frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati» (FF 237).

 

«Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come anch’io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,21-35)

 

 

Martedì 3a sett. Quaresima  (Mt 18,21-35)

Nel passo di Lc affiora l’incredulità e la diffidenza della gente di Nazareth nei confronti di Gesù, le provocazioni addotte e le risposte del Signore che sottolineano l’inaccoglienza sorda al suo Messaggio.

 

Francesco d’Assisi era ammirato della santità ordinaria di chiunque, ma in modo speciale dei suoi frati.

Spesso ripeteva che è da compiangere il predicatore che nella predicazione cerca la propria  gloria anziché la salvezza delle anime.

A costoro sarebbe preferibile uno semplice e privo di “lingua”, ma capace di spingere gli altri al bene.

Si rallegrava molto quando sapeva che i suoi frati sparsi per il mondo, con la santità quotidiana della vita, inducevano molti a tornare sulla retta via.

Un giorno, recatosi in una chiesa della borgata di Assisi, si mise a fare le pulizie.

Lì venne a sapere che un certo Giovanni, uomo semplice,  stava arando un suo campo vicino alla chiesa.

"E subito andò da lui e lo trovò intento a pulire. Gli disse: «Fratello, dà la scopa a me, voglio aiutarti».

Prese lui la scopa e finì di fare pulizia.

Poi si misero a sedere, e Giovanni prese a dire: «Da molto tempo ho intenzione di servire a Dio, soprattutto da quando ho inteso parlare di te e dei tuoi fratelli. Ma non sapevo come unirmi a te. Ma dal momento che è piaciuto al Signore ch’io ti vedessi, sono disposto a fare tutto quello che ti piace».

Osservando il fervore di lui, Francesco esultò nel Signore, anche perché allora aveva  pochi fratelli e perché quell’uomo con la sua semplicità gli dava affidamento che sarebbe stato un buon religioso".

Francesco lo invitò a donare ai poveri i beni posseduti, come dice il Vangelo.

Giovanni, il semplice, non se lo fece ripetere due volte e obbedì al Poverello in tutto, vendendo un bue per darlo ai poveri.

Continuano le Fonti:

"Francesco, cui piacque sempre la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri, ebbe grande affetto per Giovanni.

E appena lo ebbe vestito del saio, prese lui come suo compagno.

Era questi talmente semplice, che si riteneva obbligato a fare qualunque cosa facesse Francesco.

Quando il Santo stava a pregare in una chiesa o in un luogo appartato, Giovanni voleva vederlo e fissarlo, per ripetere tutti i gesti di lui: se Francesco piegava le ginocchia, se alzava al cielo le mani giunte, se sputava o tossiva, anche lui faceva altrettanto.

Pur essendo incantato da tale semplicità di cuore, Francesco cominciò a rimproverarlo. Ma Giovanni rispose: «Fratello ho promesso di fare tutto quello che fai tu; e perciò intendo fare tutto quello che tu fai».

Il Santo era meravigliato e felice davanti a tanta purità e semplicità. Giovanni fece tali progressi in tutte le virtù, che Francesco e gli altri restavano stupefatti della sua santità.

E dopo non molto tempo egli morì in questa santa perfezione. Francesco, colmo di letizia nell’intimo ed esteriormente, raccontava ai frati la vita di lui, e lo chiamava «san Giovanni» in luogo di «frate Giovanni» (FF 1566).

 

Gli astanti si meravigliano della santità manifesta nell’ordinario di chi vive la Parola concretamente e si chiedevano: «Non é costui il Figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22).

La vita semplice e trasparente spiazza quanti hanno della santità idee astruse; la credono legata a sontuose discendenze, dimenticando che Dio ama e annuncia nell’ordinario.

 

«Nessun profeta è accetto nella sua patria» (Lc 4,24)

 

 

Lunedì 3.a sett. Quaresima  (Lc 4,24-30)

Il Vangelo di Giovanni, in questa domenica di Quaresima, ci conduce al pozzo di Giacobbe dove Gesù incontra la Samaritana e a cui chiede di darGli da bere. In realtà è Lui che le offre l’opportunità di un Dono: l’Acqua che zampilla per la vita eterna, allusione allo Spirito Santo. Gesù chiama ad adorare il Padre in spirito e verità, e tutto questo si svolge sotto l’impulso dello Spirito e nella verità di Gesù dentro il santuario interiore. 

Francesco d’Assisi visse tale adorazione ovunque si trovasse e altrettanto insegnò a fare ai suoi compagni di cammino.

Infatti:

"I frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con semplicità di spirito, non conoscevano ancora l’ufficio liturgico.

Ed egli rispose:

«Quando pregate, dite: Padre nostro! E: Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e Ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» " (FF 399).

Così:

"Fedeli alla esortazione di Francesco, essi, ogni volta che passavano vicino a una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito, adoravano l’Onnipotente, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese».

E,  cosa non meno ammirevole, altrettanto facevano dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce, per terra, sulle pareti, tra gli alberi, nelle siepi" (FF 401).

L’acqua che zampilla per la vita eterna il Poverello la chiedeva incessantemente, nella segreta Relazione con Dio, che non gli negava l’abbondante sciabordìo dello Spirito divenuto, per sua volontà, Ministro dell’Ordine.

Infatti, le Fonti attestano, a riguardo di Francesco, quanto lui spesso affermava:

«Presso Dio - diceva - non vi è preferenza di persone e lo Spirito Santo, ministro generale dell’Ordine, si posa egualmente sul povero ed il semplice» (FF 779).

La semplicità di cuore del Minimo era luogo privilegiato per un’abbondante inondazione dello Spirito che lo trasformava in altrettanta sorgente per chi lo incontrava.

 

«[…] l’acqua che gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua zampillante per la vita dell’Eterno» (Gv 4,14b)

 

 

3.a Domenica di Quaresima (A)  (Gv 4,5-42)

Il capitolo quindici di Luca è noto per le parabole della Misericordia.

Dinanzi ai farisei e scribi che mormorano, perché vicino ai pubblicani e peccatori, Gesù risponde con parabole efficaci il cui fondamento è:

non respingere, ma andare incontro per rialzare.

Laddove si ha pietà della condizione perdente dell’uomo, ivi Cristo risorge.

 

Francesco nella sua giovane esistenza aveva incontrato la compassione paterna e materna del Signore.

Dopo una vita trascorsa in allegre brigate e un po’ dissoluta, fu folgorato dal Padre delle Misericordie o, come lui lo chiamava, dal Grande Elemosiniere.

Toccato dalla Grazia, dopo il suo evidente cambiamento di mentalità, dinanzi al Crocifisso di San Damiano gli fu rivelata la sua vocazione-missione.

Rinunciò a tutto, perfino al padre terreno, per essere libero di andare dove il Padre che è nei cieli lo inviava.

Lo spreco degli anni giovanili lo tradusse in generosità senza limiti verso lebbrosi e poveri.

L’Abbraccio benedicente dell’Onnipotente gli aveva impresso una più solida e preziosa caratura umana e spirituale.

Pianse per tutta la vita i suoi peccati, pensando alla Passione di Gesù Cristo, morto e risorto per tutti i figli perduti.

Nelle Fonti (‘Vita seconda’ del suo biografo Celano) troviamo un passo commovente:

"Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po’ d’uva. Lo accompagnò in una vigna e, sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiare per primo" (FF 762).

La misericordia per i mali altrui è fondamento francescano nel  cammino spirituale.

E ancora:

"Soleva dire che è dovere del superiore, padre e non tiranno, prevenire l’occasione della colpa e non permettere che cada chi poi difficilmente potrebbe rialzarsi, una volta caduto.

Oh, quanto è degna di compassione la nostra stoltezza!

Non soltanto non rialziamo o sosteniamo i deboli, ma a volte li spingiamo a cadere.

Giudichiamo di nessuna importanza sottrarre al Sommo Pastore una pecorella, per la quale sulla Croce gettò un forte grido con lacrime.

Ma ben diversamente tu, padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli!

[…] l’olio ed il vino, la verga e il bastone, lo zelo e l’indulgenza, la bruciatura e l’unzione, il carcere ed il grembo materno, ogni cosa ha il suo tempo.

Tutto ciò richiede il Dio delle vendette e il Padre delle misericordie: però preferisce la misericordia al sacrificio" (FF 763).

 

La stessa Chiara, madre amorevole, aveva ricevuto un cuore generoso e pieno di compassione, specie verso le sorelle bisognose.

Le Fonti, attraverso la Regola, attestano che come  guida della comunità, la Prima Pianta di Francesco non si faceva imprigionare dalla legge, ma su tutto regnava l’inconfondibile Carità.

Leggiamo infatti:

"[L’abbadessa] consoli le afflitte. Sia ancora l’ultimo rifugio delle tribolate perché, se mancassero presso di lei i rimedi di salute, non abbia a prevalere nelle inferme il morbo della disperazione" (FF 2778).

 

Francesco e Chiara trasformati dalla Misericordia del Padre fecero tesoro del dono ricevuto riversandolo gratuitamente su tutte le creature. Mai ingabbiati dalla inamovibilità dei codici, furono testimoni di quella singolare accoglienza che recupera chi ha sbagliato e lo reintroduce nella vita nuova dei risorti.

«Dov’è misericordia e discrezione,

ivi non è superfluità né durezza» (FF 177).

 

«Mentre ancora era lontano, lo vide suo padre, ebbe compassione, e correndo cadde al suo collo e lo strabaciò» (Lc 15,20)

 

 

Sabato 2.a sett. Quaresima, (Lc 15,1-3.11-32)

Feb 26, 2026

Pietre base

Pubblicato in Aforisma

Gesù narra la metafora dei contadini omicidi. Solo al termine i sacerdoti e i farisei capiscono che era rivolta a loro, e cercano di catturarlo, temendo però la folla che lo considerava un profeta.

Francesco ben sapeva che Gesù è la Pietra angolare, scartata dai costruttori, eppur preziosa e granitica davanti a Dio.

Conosceva e ripeteva nel suo cuore il Salmo (118) che fotografa tutto questo: 

«Dice loro Gesù: Non avete mai letto nelle Scritture: la pietra che i costruttori hanno riprovato, questa è diventata testata d’angolo […]» (Mt 21,42).

Nelle Fonti, infatti, troviamo il grande rispetto del Poverello per le pietre che gli richiamavano alla memoria la Pietra miliare: Cristo.

Il Celano, nella Vita seconda, sottolinea:

"Camminava con riverenza sulle pietre, per riguardo a colui, che è detto Pietra. E dovendo recitare il versetto, che dice: sulla pietra mi hai innalzato, muta così le parole per maggior rispetto: «Sotto i piedi della Pietra tu mi hai innalzato»" (FF 750).

 

Sull’esempio di Cristo e per opera dello Spirito, Francesco divenne pietra nell’edificio della Chiesa.

La leggenda maggiore attesta in merito:

"Durante il biennio che seguì all’impressione delle stimmate egli,  come una pietra destinata all’edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentate infermità, e, come un materiale duttile, era stato ridotto all’ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni" (FF 1239).

Insieme a Francesco anche Chiara fu trasformata in pietra di base per l’Ordine delle Povere Dame.

Leggiamo: "La prima opera cui Francesco pose mano […] fu di riedificare un tempio al Signore. Non pensa di costruirne uno nuovo, ma restaura una chiesa antica e diroccata; non scalza le fondamenta, ma edifica su di esse, lasciandone così, senza saperlo, il primato a Cristo. Nessuno infatti potrebbe creare un altro fondamento all’infuori di quello che già è stato posto: Gesù Cristo.

Tornato perciò nel luogo in cui, come si è detto, era stata costruita anticamente la chiesa di San Damiano, con la grazia dell’Altissimo in poco tempo la riparò con ogni diligenza" (FF 350).

"È questo il luogo beato e santo nel quale ebbe felice origine, per opera di Francesco stesso, l’Ordine glorioso delle «Povere Dame» e sante vergini, a quasi sei anni dalla sua conversione.

È là che donna Chiara, pure nativa d’Assisi, pietra preziosissima e fortissima, divenne la pietra basilare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa" (FF 351).

Sulla Pietra angolare di Cristo, Colui che i vignaioli omicidi hanno perseguitato e ucciso, sono state collocate (ivi trovando luogo e senso) pietre da Lui rese vive per edificare il Regno di Dio con la forza dello Spirito.

 

 

Venerdì 2a sett. Quaresima  (Mt 21,33-43.45-46)

Feb 25, 2026

Briciole

Il Vangelo proposto dalla Liturgia odierna ci pone dinanzi tre dimensioni esistenziali importanti, che Francesco teneva in grande conto.

La parabola del povero Lazzaro e del ricco smodato evoca l’uso diligente delle ricchezze, la premura verso i bisognosi, ed è un richiamo alla conversione, poiché dopo la morte il giudizio individuale sarà irreversibile.

Francesco, il Povero d’Assisi, ebbe sempre dinanzi allo sguardo questo quadro evangelico, che lo indusse a meglio dirigere il suo cuore verso Dio e i poveri.

Le Fonti attestano, fin dagli inizi del suo cammino:

"(Francesco) aveva sempre beneficato i bisognosi, ma da quel momento si propose fermamente di non rifiutare mai l’elemosina al povero che la chiedesse per amore di Dio, e anzi di fare largizioni spontanee e generose.

A ogni misero che gli domandasse la carità, quando Francesco era fuori casa, provvedeva con denaro; se ne era sprovvisto, gli regalava il cappello o la cintura, pur di non rimandarlo a mani vuote.

O essendo privo di questi, si ritirava in disparte, si toglieva la camicia e la faceva avere di nascosto all’indigente, pregandolo di prenderla per amore di Dio.

Comperava utensili di cui abbisognavano le chiese e segretamente li donava ai sacerdoti poveri" (FF 1403).

E ancora, la Leggenda dei tre compagni c’informa:

"La Grazia divina lo aveva profondamente cambiato. Pur non indossando un abito religioso, bramava trovarsi sconosciuto in qualche città, dove barattare i suoi abiti con gli stracci di un mendicante e provare lui stesso a chiedere l’elemosina per amor di Dio" (FF 1405).

 

Il Minimo sapeva che quanto riceveva un povero era rivolto a Cristo stesso e che un solo bicchiere d’acqua dato a quei piccoli ed emarginati era offerto a Gesù.

L’incontro con il lebbroso nella piana d’Assisi, infatti, aveva trasformato in lui l’amaro in vera dolcezza.

Francesco temeva il giudizio divino e desiderava corrispondere a quanto la Parola di Dio gli chiedeva.

 

La stessa Chiara, fin da piccola, sottraeva al suo corpo il cibo per donarlo ai poveri, mantenendo questo atteggiamento di cura e sollecitudine speciale verso i bisognosi - tutta la vita.

Entrambi fecero dei beni a loro disposizione un uso evangelico, intelligente, al servizio del Regno di Dio.

 

«Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni nella tua vita, e Lazzaro ugualmente i mali; ma adesso qui è consolato, tu invece sei tormentato» (Lc 16,25).

 

Il Poverello sempre esortò i suoi frati ad essere misericordiosi con ogni forma d’indigenza, perché il giudizio non concede vita piena a chi non la riconosce ai fratelli.

 

 

Giovedì 2a sett. Quaresima  (Lc 16,19-31)

Gesù annuncia per la terza volta la sua morte e ricorda ai suoi di non fare come coloro che domina non sulle nazioni, opprimendole. Chi vuol diventare grande deve essere servitore, come Lui che non è venuto a essere servito, bensì a servire.

Grazie alla luce ricevuta dallo Spirito, Francesco e Chiara avevano imparato ad incarnare la Parola di Dio quotidianamente.

Destinatario del loro agire era il Cristo da riconoscere e servire nei frati o nelle sorelle, ma pure da soccorre in quanti bussavano alla porta o incontravano lungo la strada.

I figli del Regno dei cieli non dominano, ma servono umilmente il prossimo.

I discepoli di Gesù non ambiscono a posizioni di prestigio, bensì a conformarsi all’identikit delineato dalle Beatitudini.

Da qui la comprensione attiva di quanto le Fonti propongono.

"Occupavano [i frati] la giornata nell’orazione e lavorando con le loro mani, in maniera da evitare risolutamente l’ozio, nemico dell’anima […]

Si amavano l’un l’altro con un affetto profondo, e a vicenda si servivano e procuravano il necessario, come farebbe una madre col suo unico figlio teneramente amato.

Tale era l’affetto che ardeva loro in cuore, che erano pronti a consegnarsi alla morte senza esitare, non solo per amore di Cristo, ma anche per salvare l’anima o il corpo dei fratelli" (FF 1446).

 

«Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita, riscatto per molti» (Mt 20,28).

 

E la stessa Chiara, chiusa fra le mura damianite, offriva in semplicità alle sorelle la testimonianza di un servizio a tutto campo.

"Da allora non respinse più alcuna incombenza servile, al punto che, per lo più, era lei a versare l’acqua sulle mani delle sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano e le serviva a tavola mentre mangiavano.

Malvolentieri imparte appena qualche ordine: ma fa da sé spontaneamente, preferendo eseguire lei stessa piuttosto che comandare alle sorelle" (FF 3180).

"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).

Il Minimo e la Povera di San Damiano avevano ricevuto in dono un cuore puro, infiammato dalla Carità, al servizio del Regno.

Guardando Gesù, Autore e Perfezionatore della legge, avevano acquisito la Sua fisionomia di servi, per riscattare le moltitudini disperse.

 

 

Mercoledì 2a sett. Quaresima  (Mt 20,17-28)

Gesù sprona la folla ad ascoltare e osservare quanto dicono scribi e farisei, senza fare secondo le loro opere, per l’evidente contraddizione fra il loro dire e l’operare.

Il Signore invita inoltre all’umiltà e al servizio.

Il Povero d’Assisi aveva fatto della povertà il motivo conduttore della sua vita. Non parliamo solo di penuria materiale, bensì in primo luogo spirituale - con le numerose “sorelle”… Umiltà, discrezione, nascondimento; fuggendo ogni forma di potere e di apparire, come invece amavano fare scribi e farisei - rintuzzati, nel brano odierno, dal Maestro Gesù.

«Essi dicono e non fanno […] Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente» (Mt 23,3.5).

Francesco era convinto che la virtù deve rimanere nascosta, lontana dalla ricerca di ammirazione.

Nelle Fonti, il Celano ribadisce:

"In questo modo Francesco aveva rifiutato ogni gloria che non sapesse di Cristo e aveva inflitto un ripudio radicale al plauso umano.

Ben sapeva che il prezzo della fama diminuiva quello segreto della coscienza, e che è di gran lunga più dannoso abusare delle virtù che mancarne affatto […]

[Noi invece] sopportiamo pazienti di non essere buoni, ma non ci rassegniamo a non sembrarlo né a non essere creduti tali.

Così viviamo completamente nella ricerca della stima degli uomini, perché non siamo altro che uomini" (FF 723).

E continua, a riguardo del Poverello:

"Umile nel contegno, più umile nel sentimento, umilissimo nella propria stima.

Da nulla si poteva distinguere che questo principe di Dio aveva la carica di superiore, se non da questa fulgidissima gemma, che cioè era il minimo tra i minori.

Questa la virtù, questo il titolo, questo il distintivo che lo indicava ministro generale.

La sua bocca non conosceva alcuna alterigia, i suoi gesti nessuna pompa, i suoi atti nessuna ostentazione" (FF 724).

Inoltre, Francesco, fedele al Signore: "non voleva dare a nessuno il titolo di ‘padre’ o di ‘maestro’, né scriverlo nelle lettere, per rispetto al Signore che disse: «non chiamate nessuno padre sulla terra, né fatevi chiamare maestri»" (FF 1615).

Dunque, il Minimo amava farsi servo sulle orme di Cristo, come la stessa Chiara praticò in San Damiano fra le sue sorelle.

Dalla  Leggenda, contenuta nelle Fonti, apprendiamo:

"Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, fin da principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà.

Promise infatti santa obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò in alcun modo da questa promessa […]

avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita.

[…] costretta dal beato Francesco, assunse infine il governo delle Donne: e da ciò nel suo cuore nacque timore, non arroganza; e vi crebbe non l’indipendenza, ma lo spirito e la pratica del servizio.

Quanto più, infatti, si vede innalzata da queste apparenze di superiorità, tanto più in basso si ritrova nella propria stima, più pronta al dovere, più umile anche nell’aspetto esteriore" (FF 3179).

 

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11)

 

 

Martedì 2a sett. Quaresima  (Mt 23,1-12)

Pagina 5 di 11
Thus, paradoxically, from a sign of condemnation, death and failure, the Cross becomes a sign of redemption, life and victory, through faith, the fruits of salvation can be gathered (Pope Benedict)
Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza (Papa Benedetto)
[Nicodemus] felt the fascination of this Rabbi, so different from the others, but could not manage to rid himself of the conditioning of his environment that was hostile to Jesus, and stood irresolute on the threshold of faith (Pope Benedict)
[Nicodemo] avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede (Papa Benedetto)
Those wounds that, in the beginning were an obstacle for Thomas’s faith, being a sign of Jesus’ apparent failure, those same wounds have become in his encounter with the Risen One, signs of a victorious love. These wounds that Christ has received for love of us help us to understand who God is and to repeat: “My Lord and my God!” Only a God who loves us to the extent of taking upon himself our wounds and our pain, especially innocent suffering, is worthy of faith (Pope Benedict)
Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: “Mio Signore e mio Dio”. Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede (Papa Benedetto)
We see that the disciples are still closed in their thinking […] How does Jesus answer? He answers by broadening their horizons […] and he confers upon them the task of bearing witness to him all over the world, transcending the cultural and religious confines within which they were accustomed to think and live (Pope Benedict)
Vediamo che i discepoli sono ancora chiusi nella loro visione […] E come risponde Gesù? Risponde aprendo i loro orizzonti […] e conferisce loro l’incarico di testimoniarlo in tutto il mondo oltrepassando i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere (Papa Benedetto)
The Fathers made a very significant commentary on this singular task. This is what they say: for a fish, created for water, it is fatal to be taken out of the sea, to be removed from its vital element to serve as human food. But in the mission of a fisher of men, the reverse is true. We are living in alienation, in the salt waters of suffering and death; in a sea of darkness without light. The net of the Gospel pulls us out of the waters of death and brings us into the splendour of God’s light, into true life (Pope Benedict)
I Padri […] dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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