Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Nel capitolo quindici di Giovanni, Gesù annuncia che la sua Gioia in noi, piena, viene dal rimanere nel suo amore.
Guardando più da vicino la vita dei due Poveri di Assisi, ci accorgiamo che nell’ascolto assiduo della Parola di Dio, tradotta in vita, ivi era la loro autentica gioia. Gaudio libero da ogni genere di orpelli, di bazzecole miranti a ritardare il loro andare a Cristo.
Nelle Fonti, custodia di primizie esperienziali, troviamo passi che profumano di bellezza nuda, di povertà beata, di gioia che trova la sua ragion d’essere nell’Unione con Dio.
Già nelle sue Ammonizioni Francesco spiega dove abita la vera gioia.
«Beato quel religioso, che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all’amore di Dio con gaudio e letizia.
Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e frivole e con esse conduce gli uomini al riso» (FF 170).
E nella Vita seconda del Celano:
"Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all’esterno con parole francesi, e la vena dell’ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente, traboccava in giubilo alla maniera giullaresca.
Talora - come ho visto con i miei occhi - raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella*, e cantava in francese le lodi del Signore.
Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della passione del Signore.
Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo" (FF 711).
E nella Leggenda Perugina:
"Dal momento della conversione al giorno della morte, Francesco fu molto duro, sempre, con il suo corpo. Ma il suo più alto e appassionato impegno fu quello di possedere e conservare in se stesso la gioia spirituale.
Affermava: «Se il servo di Dio si preoccuperà di avere e conservare abitualmente la gioia interiore ed esteriore, gioia che sgorga da un cuore puro, in nulla gli possono nuocere i demoni, che diranno:
«Dato che questo servo di Dio si mantiene lieto nella tribolazione come nella prosperità, non troviamo una breccia per entrare in lui e fargli danno» ” (FF 1653).
E Chiara, nelle lettere rivolte ad Agnese di Praga, sua figlia spirituale, fa comprendere in cosa consiste la gioia che nessuno può togliere agli amici di Gesù.
Alle lettere, soprattutto, è consegnato il segreto di Chiara, «Donna rinchiusa» nel mistero di Dio.
Il suo messaggio è tanto semplice da apparire quasi una rivelazione: preghiera, povertà, gioia.
«Te veramente felice! Ti è concesso di godere di questo sacro convito, per poter aderire con tutte le fibre del tuo cuore a Colui, la cui bellezza è l’ammirazione instancabile delle beate schiere del cielo.
L’amore di Lui rende felici, la contemplazione ristora, la benignità ricolma.
La soavità di lui pervade tutta l’anima, il ricordo brilla dolce nella memoria.
Al suo profumo i morti risorgono e la gloriosa visione di lui formerà la felicità dei cittadini della Gerusalemme celeste» (FF 2901 - terza lettera).
*Strumento a cinque corde proprio dei trovatori, simile alla viola.
Giovedì della 5.a sett. di Pasqua (Gv 15,9-11)
Gesù ricorda che Lui è la vera vite e il Padre suo l’agricoltore. Solo chi rimane unito a Gesù porterà molto frutto.
Francesco, da quando aveva incontrato il Signore, si era convinto che solo dimorando nel suo amore sarebbe andato lontano, insieme ai suoi.
Nelle Fonti c’è un brano che illustra quanto detto.
"Francesco pastore del piccolo gregge, ispirato dalla Grazia divina, condusse i suoi dodici frati a Santa Maria della Porziuncola, perché voleva che l’Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse, sotto la protezione della Madre di Dio, là dove, per i meriti di lei, aveva avuto inizio.
Là, inoltre, divenne araldo del Vangelo. Incominciò, infatti, a percorrere città e villaggi e ad annunziarvi il regno di Dio, non basandosi su discorsi persuasivi della sapienza umana, ma sulla dimostrazione di spirito e di potenza.
A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto.
Da allora la vigna di Cristo incominciò a produrre germogli profumati del buon odore del Signore, e frutti abbondanti con fiori soavi di grazia e di santità" (FF 1072).
Francesco s’impegnò a far sì che la sua fraternità rimanesse ben unita a Gesù, vera Vite, affinché in Santa Maria della Porziuncola echeggiasse stabilmente la linfa dello Spirito e la Trinità dimorasse in loro e fra loro.
Sapeva bene che senza l’aiuto di Dio non sarebbe stato possibile fare nulla, neppure perseverare nella chiamata-missione ricevuta.
Durante tutta la sua vita si adoperò perché la vigna estesa dei frati minori rendesse a Dio frutti saporosi e mai si allontanasse dal Vangelo, Custodia divina.
Chiara altresì fu Madre prudente, consumatasi perché le sue figlie e sorelle s’impegnassero a rimanere nella Parola di Dio e nella comunione.
L’austerità di vita abbracciata era mitigata dall’amore profondo con cui entrambi furono tralci tenacemente avvinti alla Vite di Cristo.
«Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5)
Mercoledì della 5.a sett. di Pasqua (Gv 15,1-8)
Gesù distingue tra la pace che dà il mondo e quella che viene da Lui.
Egli è il Principe della Pace, tutte le cose buone che vengono dal Cielo.
Francesco d’Assisi era appunto l’uomo della pace, colui che ovunque andava l’augurava a tutti.
La Leggenda maggiore recita in merito:
"In ogni sua predica, all’esordio del discorso, salutava il popolo con l’augurio di Pace, dicendo:
«Il Signore vi dia Pace!».
Aveva imparato questa forma di saluto per rivelazione del Signore, come egli stesso più tardi affermò.
Fu così che, mosso anch’egli dallo spirito dei profeti, come i profeti annunciava la pace, predicava la salvezza e, con le sue ammonizioni salutari, riconciliava in un saldo patto di vera amicizia moltissimi, che prima, in discordia con Cristo, si trovavano lontani dalla salvezza" (FF 1052).
E ancora, nella Leggenda dei tre compagni troviamo Francesco che esorta i suoi frati ad essere persone che vivono e trasmettono Pace.
«La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori.
Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza […]» (FF 1469).
Francesco si nutriva di questo bene nella preghiera, ed esortava i suoi frati ad essere figli della Pace, come attesta la bella benedizione rivolta a frate Leone e scritta dal Poverello di suo pugno [come lo stesso frate Leone confermò].
«Il Signore ti benedica* e ti custodisca, mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.
Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia Pace.
Il Signore benedica te, frate Leone» (FF 262).
Anche Chiara, fra le mura di San Damiano, visse e insegnò alle sue sorelle la ricerca della Pace, pienezza di beni.
"E come la sua meravigliosa virtù venisse perfezionata nella malattia, da ciò è provato: che in ventotto anni di continua sfinitezza, non si ode una mormorazione, non un lamento, ma sempre dalla sua bocca proviene un santo conversare, sempre il ringraziamento […]" (FF 3236).
Nelle lettere scritte alle sue figlie spirituali augurava la Pace e, nel momento del suo trapasso, rivolta alla sua anima così si esprime:
«Va’ sicura - le dice - perché hai buona scorta, nel viaggio.
Va’, perché Colui che t’ha creata, ti ha santificata e sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore» (FF 3252).
Francesco e Chiara restano figure di spessore riguardo il tema della Pace, cercata nel profondo del loro cuore e nella relazione con Dio; testimoniata con le opere nella fraternità e con tutte le creature.
Non per niente il Cantico di frate Sole è l’inno all’armonia e alla pace con tutto il creato, dove l’uomo nuovo, pacificato, vive ogni situazione in sintonia con il Vangelo.
«Laudato si’, mi’ Signore, per Sora nostra Madre Terra, /la quale ne sustenta et governa, /et produce diversi frutti con coloriti fiori et herba […] Laudato si’ mi’ Signore, per quelli che perdonano / per lo tuo amore […]» (FF 263).
* È la formula di benedizione che, per ordine del Signore, Mosè ed Aronne pronunciavano sui figli d’Israele. L’invocazione finale è propria di Francesco.
Martedì della 5.a sett. di Pasqua (Gv 14,27-31a)
Gesù sottolinea che la Trinità abita chi osserva la sua Parola.
Accenna, poi, alla venuta dello Spirito Santo, che insegnerà loro ogni cosa e sarà la "Memoria" dei discepoli.
Guardando Francesco e Chiara ci accorgiamo come lo Spirito del Signore guidò in modo capillare la loro vita e ne fu Consigliere.
La Leggenda maggiore di San Bonaventura attesta come Francesco si lasciasse condurre e ammaestrare dallo Spirito nel compilare la Regola non bollata (1221).
"Perciò, guidato dallo Spirito Santo, salì su un monte con due compagni e là, digiunando a pane ed acqua, dettò la Regola, secondo quanto gli suggeriva lo Spirito divino durante la preghiera.
Disceso dal monte, l’affidò da custodire al suo vicario. Ma siccome questi, pochi giorni dopo, gli disse che l’aveva perduta per trascuratezza, il Santo tornò di nuovo nella solitudine e subito la rifece in tutto uguale alla precedente, come se ricevesse le parole dalla bocca di Dio.
Ottenne, poi, che venisse confermata, come aveva desiderato, dal sopraddetto papa Onorio, nell’ottavo anno del suo pontificato.
Per stimolare i frati ad osservarla con fervore, diceva che lui non ci aveva messo niente di proprio, ma tutto aveva fatto scrivere così come gli era stato rivelato da Dio" (FF 1084).
Considerava lo Spirito Santo Ministro generale dell’Ordine ed era convinto che parlasse a tutti, specie ai semplici.
Nella Vita seconda del Celano leggiamo:
"Quando Francesco si faceva la tonsura, spesso ripeteva a chi gli tagliava i capelli:
«Bada di non farmi una corona troppo larga! Perché voglio che i miei frati semplici abbiamo parte nel mio capo».
Voleva appunto che l’Ordine fosse aperto allo stesso modo ai poveri e illetterati, e non soltanto ai ricchi e sapienti.
«Presso Dio - diceva - non vi è preferenza di persone e lo Spirito Santo, Ministro generale dell’Ordine, si posa egualmente sul povero ed il semplice» " (FF 779).
La sua singolare unità con lo Spirito la testimoniò in vita e in morte.
"Nell’anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia.
Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine al suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell’ora estrema nella quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo con lui nudo.
Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati:
«Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni» (FF 1239).
E Chiara, avvinta dallo Spirito del Signore, così si esprimeva nella seconda lettera rivolta ad Agnese di Boemia:
«E non credere, e non lasciarti sedurre da nessuno che tentasse sviarti da questo proposito o metterti degli ostacoli su questa via, per impedirti di riportare all’Altissimo le tue promesse con quella perfezione alla quale ti invitò lo Spirito del Signore» (FF 2876).
«Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà tutte le cose e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26)
Lunedì della 5.a sett. di Pasqua (Gv 14,21-26)
In questa quinta domenica di Pasqua la Liturgia riprende il capitolo quattordici del Vangelo di Giovanni, ricco di tematiche impegnative.
Alla domanda di Filippo:«Mostraci il Padre» (Gv 14,8-9) Gesù risponde chiedendo la fede nella profonda unità del Figlio con il Padre e viceversa, almeno per le opere stesse che lo attestano ampiamente.
Nelle Fonti Francescane questo grido il Poverello lo traduce in vita reale, poiché non temeva come figlio di rendersi impuro frequentando le periferie culturali ed esistenziali.
Per il Povero Assisano la domanda del discepolo a Gesù trova la sua riposta più esaustiva, contemplandone la Presenza nei diseredati e scartati dalla società.
Nei dimenticati e messi ai margini, ivi il Padre era mostrato, e il Figlio con Lui.
Infatti le Fonti evidenziano tutto questo nell’esperienza scarna di Francesco.
"Poi, amante di ogni forma d’umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.
Lavava loro i piedi, fasciava le piaghe, toglieva dalle piaghe la marcia e le ripuliva dalla purulenza.
Baciava anche, spinto da ammirevole devozione, le loro piaghe incancrenite, lui che sarebbe ben presto diventato il Buon Samaritano del Vangelo" (FF 1045).
Il Minimo vedeva e abbracciava il Volto di Dio nell’Epifania dei lebbrosi!
Donaci Signore il tuo Santo Spirito per recuperare l’itinerario di ciascuno, nella pienezza d’essere senza confini. Amen!
«Credetemi: io nel Padre e il Padre in me. Se no, credete per le opere stesse» (Gv 14,11)
5.a Domenica di Pasqua A (Gv 14,1-12)
La Liturgia odierna riprende il capitolo quattordici del Vangelo di Giovanni, ricco di tematiche impegnative.
Alla domanda di Filippo:«Mostraci il Padre» (Gv 14,8-9) Gesù risponde chiedendo la fede nella profonda unità del Figlio con il Padre, e viceversa; almeno per le opere stesse che lo attestano ampiamente.
Nelle Fonti Francescane questo grido il Poverello lo traduce in vita reale, poiché non temeva come figlio di rendersi impuro frequentando le periferie culturali ed esistenziali.
Per il Povero Assisano la domanda del discepolo a Gesù trova la sua riposta più esaustiva, contemplandone la Presenza nei diseredati e scartati dalla società.
Nei dimenticati e messi ai margini, ivi il Padre era mostrato, e il Figlio con Lui.
Infatti le Fonti evidenziano tutto questo nell’esperienza scarna di Francesco.
"Poi, amante di ogni forma d’umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.
Lavava loro i piedi, fasciava le piaghe, toglieva dalle piaghe la marcia e le ripuliva dalla purulenza.
Baciava anche, spinto da ammirevole devozione, le loro piaghe incancrenite, lui che sarebbe ben presto diventato il Buon Samaritano del Vangelo" (FF 1045).
Il Minimo vedeva e abbracciava il Volto di Dio nell’Epifania dei lebbrosi!
Donaci Signore il tuo Santo Spirito per recuperare l’itinerario di ciascuno, nella pienezza d’essere senza confini. Amen!
«Credetemi: io nel Padre e il Padre in me. Se no, credete per le opere stesse» (Gv14,11)
Sabato 4.a sett. di Pasqua A .C (Gv 14,7-14)
Nella memoria di S. Giuseppe lavoratore la Liturgia utilizza un brano del Vangelo di Matteo.
In esso è messo in evidenza il rifiuto di Gesù da parte degli abitanti di Nazareth, tanto che il Signore non può operarvi nessun prodigio per la loro sorprendente incredulità.
Francesco affrontava con coraggio le avversità, sapendo che sono inevitabili per chi ama il Regno.
Il Poverello le incontrava ad ogni dove, ma si relazionava con le prove cantando, poiché Gesù aveva trionfato su di esse.
Le Fonti raccontano di un episodio avvenuto presso Caprignone:
"Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le lodi di Dio in francese.
Ad un tratto, alcuni manigoldi si precipitano su di lui, domandandogli brutalmente chi sia.
L’uomo di Dio risponde impavido e sicuro:
«Sono l’araldo del gran Re; vi interessa questo?».
Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo:
«Stattene lì, zotico araldo di Dio!».
Ma egli, rivoltandosi di qua e di là, scossasi di dosso la neve, appena i briganti sono spariti, balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi al Creatore di tutte le cose" (FF 346).
Esempio di coraggio e di fiducia nel Signore!
Francesco, il cui nome viene dall’antico tedesco e significa «libero», appunto liberamente continuava il suo cammino tra i marosi del mondo.
Il coraggio cui Gesù chiamava, lo chiedeva nella preghiera.
Nella Leggenda maggiore si narra:
"I concittadini, al vederlo squallido in volto e mutato nell’animo, ritenendolo uscito di senno, gli lanciavano contro il fango e i sassi delle strade, e, strepitando e schiamazzando, lo insultavano come un pazzo, un demente.
Ma il servo di Dio, senza scoraggiarsi o turbarsi per le ingiurie, passava in mezzo a loro, come se fosse sordo" (FF 1041).
«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» (Mt 13,57)
S. Giuseppe Lavoratore (Mt 13,54-58)
«Chi riceve colui che manderò, riceve me; ma chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato» (Gv 13,20).
Gesù, nell’ultima Cena, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli li invita a fare altrettanto, ricordando loro che un inviato non è più grande di chi lo ha mandato.
Al tempo stesso rammenta che ricevere colui che Dio manda significa ospitare il Signore stesso.
Francesco sapeva, per grazia, che accogliere è l’infinito del verbo disvelare.
Il Signore si manifesta a colui che ospita con amore l’inviato del Padre delle Misericordie.
Il Povero e i suoi figli conobbero l’accoglienza speciale del vescovo assisano, come è narrato nella Leggenda dei tre compagni:
"Arrivati a Roma, vi trovarono il vescovo di Assisi, che li ricevette con grande gioia.
Egli nutriva una stima affettuosa per Francesco e tutti i frati; ma, ignorando il motivo della loro venuta, fu preso da ansietà: temeva che volessero abbandonare Assisi, dove il Signore aveva cominciato per loro mezzo a compiere meraviglie di bene.
Egli era fiero e felice di avere nella sua diocesi uomini così zelanti, sulla cui vita esemplare faceva moltissimo conto.
Quando però seppe lo scopo del viaggio e comprese i loro progetti, ne fu rasserenato e promise di consigliarli e aiutarli" (FF 1456).
Ma c’era anche chi reagiva diversamente con i frati inviati:
"Molti li prendevano per dei ciarlatani o sempliciotti, e non volevano riceverli in casa, per paura che commettessero dei furti.
In diverse località, dopo aver ricevuto un mucchio d’ingiurie, non trovavano dove rifugiarsi, se non sotto i portici delle chiese o delle case.
Un giorno due frati giunsero a Firenze. Girarono mendicando tutta la città, senza però trovare uno che li ospitasse.
Arrivati a una casa che aveva davanti un porticato, sotto il quale c’era il forno, si dissero:
«Potremo riposarci qui».
Pregarono però la padrona di riceverli in casa, ma quella ricusò.
Allora umilmente le proposero che permettesse loro almeno di rifugiarsi quella notte vicino al forno. La donna acconsentì […]
Quella notte dormirono a disagio fino all’alba, presso il forno, scaldati dal solo amore divino e protetti dalla coperta di Madonna Povertà.
Si levarono per andare alla chiesa più vicina, per partecipare alla liturgia del mattino" (FF 1442).
Nel riconoscere colui che Cristo invia è insita la rivelazione dell’incontro autentico e personale con Gesù.
Inoltre, Francesco e i suoi avevano la chiara consapevolezza che se avessero respinto il Maestro la via del discepolo non avrebbe potuto essere dissimile.
Da qui l’accogliere tutto, dimorando nell’Amore.
Le Fonti ricordano che in ciò riposa la Perfetta Letizia, come Francesco insegnò a frate Leone:
" «Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiaccioli d’acqua congelata […] giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede:
«Chi è?».
Io rispondo:
«Frate Francesco» […]
l’altro risponde:
«Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai […]».
E io sempre resto davanti alla porta e dico:
«Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte» […]
«Ebbene se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui la vera virtù e la salvezza dell’anima» " (FF 278).
Giovedì della 4.a sett. di Pasqua (Gv 13,16-20)
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate agli infanti» (Mt 11,25).
Gesù è l’unico che può veramente chiamare Padre il Signore del cielo e della terra, ma in questa familiarità egli introduce tutti.
Chiara, pianticella del beato padre Francesco, con la sua speciale caratura di semplicità e piccolezza aveva raggiunto, per Grazia, una familiarità così grande con il Signore, da muoversi in totale sintonia con Lui.
Consultando le Fonti, nella Leggenda leggiamo del grado di unione intima della Santa con lo Sposo divino.
"Quanta forza e sostegno riceveva nella fornace della preghiera ardente, quanto le sia dolce la bontà divina in quella fruizione, lo testimoniano comprovati indizi.
Allorché infatti ritornava nella gioia della santa orazione, riportava dal fuoco dell’altare del Signore parole ardenti, tali da infiammare il cuore delle sorelle.
Esse constatavano infatti con ammirazione che si irradiava dal suo volto una certa dolcezza e che la sua faccia pareva più luminosa del solito" (FF 3199).
In una lettera ad Ermentrude di Bruges* raccomanda:
«Sii sempre attenta e vigile nella preghiera. Porta alla sua consumazione il bene che hai incominciato, e adempi il mistero che hai abbracciato in santa povertà ed umiltà sincera» (FF 2916).
Tale era Chiara, creatura semplice e piccola, capace di gioire di ogni dono ricevuto, di ogni minuscola realtà che le parlava dell’Eterno.
"Accoglieva con grande letizia i frammenti di elemosina, i tozzi di pane che i questuanti riportavano e, quasi triste per i pani interi, era felice invece per quei pezzetti" (FF 3188).
Donna conformata a Cristo in tutto, si riteneva un nulla davanti a Dio.
Nel suo Testamento esortava alla mitezza ed umiltà del cuore, quale Madre amorevole:
«Ancora prego colei che sarà al governo delle sorelle, che si studi di presiedere alle altre più con le virtù e la santità della vita che per la dignità, affinché, animate dal suo esempio, le sorelle le prestino obbedienza, non tanto per l’ufficio che occupa, ma per amore.
Sia essa, inoltre, provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie […]
Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza […]» (FF 2848).
Mansuetudine ed umiltà: statura dei piccoli, a cui sono rivelati i Misteri del Regno, trovando consolazione nell’amare con i sentimenti di Cristo.
*Ermentrude di Bruges: a lei si deve la diffusione dell’Ordine delle Clarisse nelle Fiandre.
S. Caterina da Siena, 29 aprile (Mt 11,25-30)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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