Gen 31, 2025 Scritto da 

Riposatevi un po’

Care sorelle,

1. Durante i miei viaggi apostolici, sperimento una felicità profonda e sempre nuova quando incontro le religiose, la cui esistenza consacrata mediante i tre voti evangelici “appartiene inseparabilmente alla vita e alla santità della Chiesa” (Lumen Gentium, 44). Benediciamo insieme il Signore che ha permesso questo incontro! Benediciamolo per i frutti che ne deriveranno nella vostra vita personale, nelle vostre congregazioni, nel Popolo di Dio! Grazie di essere venute così numerose da tutti i quartieri di Parigi e della regione parigina, e perfino dalla provincia! Sono felice di esprimere a voi che siete qui, come a tutte le religiose di Francia, la mia stima, il mio affetto, il mio incoraggiamento.

Questo raduno, quasi campestre, mi fa pensare a quei momenti di pausa e di respiro che Gesù Cristo riservava ai suoi primi discepoli al ritorno da certi viaggi apostolici. Anche voi mie care sorelle giungete dalle vostre sedi e dai vostri compiti di evangelizzazione: dispensari o ospedali, scuole o collegi, centri di catechesi o di assistenza ai giovani, servizi parrocchiali o inserimento negli ambienti poveri. Sono lieto di ripetervi le parole del Signore: “Venite in disparte... e riposatevi un po’” (cf. Mc 6,31). Insieme mediteremo sul mistero e il tesoro evangelico della vostra vocazione.

2. La vita religiosa non è vostra proprietà, così come non è proprietà di un istituto. Essa è il “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva fedelmente” (Lumen Gentium, 43). Insomma la vita religiosa è un’eredità, una realtà vissuta nella Chiesa da secoli, da una moltitudine di uomini e di donne. E l’esperienza profonda che essi ne hanno fatto trascende le differenze socio-culturali che possono esistere da un paese all’altro, supera anche le descrizioni che essi ne hanno lasciato e si situa al di là della diversità delle realizzazioni e delle ricerche del nostro tempo. È importante rispettare ed amare questo ricco patrimonio spirituale. È importante ascoltare ed imitare quelli e quelle che hanno meglio incarnato l’ideale della perfezione evangelica e che così numerosi hanno santificato e nobilitato la terra di Francia.

Fino al tramonto della vostra vita conservatevi nello stupore e nella gratitudine per la chiamata misteriosa che risuonò un giorno nel profondo del vostro cuore: “Seguimi” (cf. Mt 9,9; Gv 1,43), “Vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Voi avete dapprima portato questo appello come un segreto, poi l’avete sottoposto al discernimento della Chiesa. In effetti è un rischio ben grande quello di lasciare tutto per seguire Cristo. Ma voi già sentivate - e poi l’avete sperimentato - che egli era capace di colmare il vostro cuore. La vita religiosa è un’amicizia, un’intimità di ordine mistico con Cristo. Il vostro itinerario personale deve essere quasi una riedizione del celebre poema del Cantico dei Cantici. Care suore, nel “cuore a cuore” della preghiera, assolutamente vitale per ciascuna di voi, come pure in occasione dei vostri diversi appuntamenti apostolici, ascoltate il Signore mormorarvi il medesimo invito: “Seguimi”. L’ardore della vostra risposta vi manterrà nella freschezza della vostra prima oblazione. Camminerete così di fedeltà in fedeltà!

3. Seguire Cristo è ben altra cosa che non la semplice ammirazione di un modello, anche se avete buona conoscenza delle sante scritture e della teologia. Seguire Cristo è qualcosa di esistenziale. È volerlo imitare al punto di lasciarsi configurare a lui, assimilare a lui, al punto di essergli - secondo le parole di suor Elisabetta della Trinità - “un’umanità supplementare”. E questo nel proprio mistero di castità, di povertà e di obbedienza. Un tale ideale supera la comprensione, supera le forze umane!

Non è realizzabile se non grazie a tempi forti di contemplazione silenziosa e ardente del Signore Gesù. Le religiose cosiddette “attive” devono essere in certe ore delle “contemplative”, sull’esempio delle monache alle quali mi rivolgerò a Lisieux.

La castità religiosa, mie sorelle, è veramente un voler essere come Cristo; tutte le altre ragioni che si possono avanzare svaniscono davanti a questa ragione essenziale: Gesù era casto. Questo stato di Cristo era non soltanto il superamento della sessualità umana, tale da prefigurare il mondo futuro, ma anche una manifestazione, un’“epifania” dell’universalità della sua oblazione redentrice. Il Vangelo non cessa di mostrare come Gesù ha vissuto la castità. Nelle sue relazioni umane, singolarmente ampie in rapporto alle tradizioni del suo ambiente e della sua epoca, egli raggiunge perfettamente la personalità profonda dell’altro. La sua semplicità, il suo rispetto, la sua bontà, la sua arte di suscitare il meglio nel cuore delle persone incontrate, sconvolgono la samaritana, la donna adultera e tante altre persone. Possa il vostro voto di verginità consacrata - approfondito e vissuto nel mistero della castità di Cristo - e che già trasfigura le vostre persone, possa spingervi a raggiungere davvero i vostri fratelli e sorelle nella loro umanità, nelle situazioni concrete proprie di ciascuno! Tanta gente nel nostro mondo è come sviata, schiacciata, disperata! Nella fedeltà alle regole della prudenza, fatele sentire che voi l’amate alla maniera di Cristo, attingendo al suo cuore la tenerezza umana e divina che egli le riserva.

Voi avete anche promesso a Cristo di essere povere con lui e come lui. Certo la società produttrice e consumistica pone problemi complessi alla pratica della povertà evangelica. Non è questo il luogo e il tempo di parlarne. Mi sembra che ogni congregazione debba vedere in questo fenomeno economico un invito provvidenziale a dare una risposta, nel contempo tradizionale e tutta nuova, al Cristo povero. Contemplandolo spesso e a lungo nella sua vita radicalmente povera, frequentando assiduamente gli umili e i poveri che sono anche il suo volto, voi sarete capaci di donare tutto ciò che siete e tutto ciò che avete. La Chiesa ha bisogno di essere come coinvolta dalla vostra testimonianza. Misurate la vostra responsabilità.

Quanto all’obbedienza di Gesù, essa occupa un posto centrale nella sua opera redentrice. Voi avete spesso meditato le pagine in cui san Paolo parla della disobbedienza iniziale, che fu come la porta di entrata del peccato e della morte nel mondo e parla del mistero dell’obbedienza di Cristo che innesca la risalita dell’umanità verso Dio. La spoliazione di se stessi, l’umiltà, sono più difficili alla nostra generazione solleticata dall’autonomia e pure dalla fantasia. Tuttavia non si può immaginare una vita religiosa senza obbedienza alle superiore che sono custodi della fedeltà all’ideale dell’istituto. San Paolo sottolinea il legame di causa e di effetto tra l’obbedienza di Cristo fino alla morte di croce (cf. Fil 2,6-11) e la sua gloria di risorto e di signore dell’universo. Nello stesso modo l’obbedienza di ogni religiosa - che è sempre un sacrificio della volontà fatto per amore - porta abbondanti frutti di salvezza per il mondo intero.

4. Voi avete dunque accettato di seguire Cristo e di imitarlo da vicino, per manifestare il suo vero volto a coloro che lo conoscono già come a quelli che non lo conoscono. E ciò mediante tutte le attività apostoliche alle quali facevo allusione all’inizio di questo incontro. Sul piano degli impegni da assumere, fatta salva la spiritualità particolare del vostro istituto, io vi esorto vivamente ad integrarvi nell’immenso reticolo dei compiti pastorali della Chiesa universale e delle diocesi (cf. Perfectae Caritatis, 20). So che certe congregazioni, per mancanza di soggetti, non possono rispondere a tutti gli appelli che giungono loro dai Vescovi e dai sacerdoti. Fate tuttavia il possibile al fine di assicurare i servizi vitali delle parrocchie e delle diocesi. Quante religiose, debitamente preparate, collaborano alla pastorale delle realtà nuove che sono numerose! In una parola, investite al massimo i vostri talenti naturali e soprannaturali nell’evangelizzazione contemporanea. Siate sempre e dovunque presenti al mondo senza essere del mondo (cf. Gv 17,15-16). Non temete mai di lasciar chiaramente riconoscere la vostra identità di donne consacrate al Signore. I cristiani e quelli che non lo sono hanno il diritto di sapere chi voi siete. Cristo, maestro di noi tutti, ha fatto della sua vita una manifestazione coraggiosa della sua identità (cf. Lc 9,26).

Coraggio e fiducia mie care sorelle! So che da anni andate riflettendo parecchio sulla vita religiosa, sulle vostre costituzioni. È giunto il tempo di vivere nella fedeltà al Signore e ai vostri compiti apostolici. Prego di tutto cuore che la testimonianza della vostra vita consacrata e il volto delle vostre congregazioni religiose sveglino nel cuore di tante giovani il progetto di seguire Cristo come voi. Io benedico voi e tutte le religiose di Francia che operano sul suolo della patria o in altri continenti. E benedico anche tutti coloro che portate nel vostro cuore e nella vostra preghiera.

[Papa Giovanni Paolo II, alle Religiose, Rue de Bac 31 maggio 1980]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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